domenica 1 agosto 2010

Bombe a grappolo da oggi vietate: scatta la convenzione di Oslo

Il Messaggero

   

ROMA (1 agosto) - Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha salutato con soddisfazione l'entrata in vigore domenica 1/o agosto della Convenzione di Oslo che mette al bando le bombe a grappolo (cluster bombs): «Un grande progresso», ha detto, per liberare il mondo da quelle che ha definito «armi ignobili». La Convenzione è stata ratificata a Oslo nel dicembre 2008 da 30 paesi ed è stata finora sottoscritta da 107 paesi.

Il documento proibisce l'impiego, la produzione, lo stoccaggio e il trasferimento di armi a submunizioni, ovvero bombe che contengono all'interno decine di piccoli ordigni che si spargono sul terreno dopo l'impatto. La Convenzione di Oslo è stata firmata da Gran Bretagna, Germania e Francia, ma non da Stati Uniti, Cina, Russia e Israele. «Sono felicissimo che la Convenzione sulle armi a submunizioni entri in vigore il 1/o agosto 2010 - ha detto Ban Ki-moon -. Questo nuovo strumento è un grande progresso verso il disarmo mondiale e ci aiuterà a lottare contro l'estrema insicurezza e le sofferenze causate da queste armi terribili, in particolare ai civili a ai bambini».

Molti dei piccoli ordigni liberati dalle cluster bombs non esplodono e rimangono sul terreno, rappresentando una minaccia costante per chiunque li tocchi o li calpesti accidentalmente.

Benedetto XVI: compiacimento per divieto. «Desidero esprimere vivo compiacimento per l'entrata in vigore, proprio oggi, della Convenzione sul bando delle munizioni a grappolo che provocano danni inaccettabili ai civili. Il mio primo pensiero va alle numerose vittime che hanno sofferto e continuano a soffrire gravi danni fisici e morali, fino alla perdita della vita, a causa di questi insidiosi ordigni, la cui presenza sul terreno spesso ostacola a lungo la ripresa delle attività quotidiane di intere comunità». Lo ha detto Papa Benedetto XVI dopo l'Angelus da Castel Gandolfo.

«Con l'entrata in vigore della nuova Convenzione, alla cui adesione esorto tutti gli Stati - ha continuato il Papa - la Comunità internazionale ha dimostrato saggezza, lungimiranza e capacità nel perseguire un risultato significativo nel campo del disarmo e del diritto umanitario internazionale». «Il mio auspicio e incoraggiamento è che si continui con sempre maggior vigore su questa strada, per la difesa della dignità e della vita umana, per la promozione dello sviluppo umano integrale, per lo stabilimento di un ordine internazionale pacifico e per la realizzazione del bene comune di tutte le persone e di tutti i popoli», ha concluso.

Senatori Pd: l'Italia non ratifica convenzione. «L'Italia continua purtroppo a distinguersi per non aver ancora ratificato la Convenzione sulle Munizioni Cluster per la messa al bando delle micidiali 'bombe a grappolò, che entrerà in vigore a fine 2010. Sarebbe inaccettabile se il motivo di questa mancata ratificata fosse da ricercare, come sospettano le associazioni che promuovono la 'Campagna italiana contro le minè, nell'esigenza del Ministero della Difesa circa uno stanziamento per sostituire le armi messe al bando». Lo dichiarano i senatori del Pd Della Seta, Ferrante, Amati, Di Giovan Paolo, Nerozzi e Soliani, che, sul tema, hanno presentato un'interrogazione parlamentare al Presidente del Consiglio e ai ministri degli Esteri e della Difesa.





Powered by ScribeFire.

In moto col cane, fermo al parcheggio, entrambi col casco: multato

Il Messaggero

ROMA (1° agosto)

Padrone sulla moto al posto di guida, e come passeggero il cane, con tanto di casco. Nonostante il premuroso accorgimento per la sicurezza dell'animale, i vigili non hanno chiuso un occhio davanti alla violazione delle norme, e il motociclista è stato multato: 78 euro. E' successo a Viareggio (Lucca): passando in auto lungo la passeggiata, i vigili si sono fermati di fianco a una moto Bmw 1200 parcheggiata, sulla quale un promotore finanziario, Marco Antichi, stava parlando al cellulare. Dietro di lui, Drago: un cane di piccola taglia, un maltese. «Ai vigili ho spiegato che lo faccio regolarmente - racconta Antichi - Drago lo porto non solo in moto e pure in barca. Lo considero una persona. L'agente mi ha detto che non potevo portare il cane, altrimenti mi avrebbe multato. E così ha fatto. Mi sembra ingiusto, mi rivolgerò al giudice di pace. Addirittura ero fermo in un parcheggio, questo ha davvero dell'incredibile».





Powered by ScribeFire.

Gallura, 15enne tolta alla madre viene violentata in comunità

Corriere della sera

Gli abusi sarebbero stati commessi da un altro ospite della struttura, già allontanato

rifiutate istanze di ricongiungimento familiare presentata dal legale della mamma

Gallura, 15enne tolta alla madre viene violentata in comunità


CAGLIARI

I figli, una 15enne e un ragazzino di 11 anni, le sono stati tolti per essere protetti e aiutati, ma ora la madre, una casalinga residente in Gallura, scopre che nella comunità presso la quale sono stati affidati, la quindicenne avrebbe subito abusi sessuali e il più piccolo sarebbe stato minacciato perché prendeva le difese della sorella. Il Tribunale dei minori di Sassari - riferisce il quotidiano L'Unione Sarda - ha recapitato alla donna un avviso di conclusione delle indagini ipotizzando il reato di violenza sessuale sulla ragazzina e di minacce verso il fratello.

LA RICOSTRUZIONE - Gli abusi, secondo la ricostruzione del giornale, sarebbero stati commessi da un altro ospite della comunità, di poco più grande della quindicenne. Lo stesso avrebbe poi minacciato il fratello, intervenuto probabilmente per proteggere sua sorella. Il presunto responsabile dei reati sarebbe già stato allontanato dalla struttura. L'avvocato della donna, intanto, si è visto rifiutare diverse istanze per ottenere il ricongiungimento familiare, ma non si dà per vinto e insiste perché i figli possano rientrare a casa.


01 agosto 2010



Powered by ScribeFire.

Arabia Saudita ed Emirati contro il Blackberry: servizi bloccati

Corriere della sera

Sospesi mail, sms e messaggistica. «Questioni di sicurezza nazionale». Ma alcuni commentatori parlano di censura

GLi smartphone RIM nel mirino

Arabia Saudita ed Emirati contro il Blackberry: servizi bloccati


Un Blackberry
Un Blackberry
MILANO - Prima è arrivato l'annuncio degli Emirati Arabi, che hanno deciso di sospendere (a partire dall'11 ottobre) i servizi di mail, sms e navigazione Internet del Blackberry. Dopodiché anche l'Arabia Saudita ha reso noto che bloccherà entro la fine di agosto il servizio di posta elettronica e di messaggistica. Gli smartphone di Rim finiscono nel mirino dei governi di Abu Dhabi e di Riyad. Motivo ufficiale: questioni di «sicurezza nazionale».

LA POSIZIONE UFFICIALE - A quanto pare, il timore dei due Paesi è il fatto che le informazioni degli utenti del Blackberry siano gestite direttamente da una società straniera. «I dati - ha dichiarato il responsabile delle telecomunicazioni degli Emirati, Mohammed al-Ghanenm - vengono esportati fuori dai confini nazionali e possono essere utilizzati da stranieri per operazioni commerciali». Il problema centrale, insomma, sarebbe la "gestione" dei dati al di fuori dei confini del Paese: ecco perché il provvedimento non toccherà gli utenti iPhone e quelli degli smartphone Nokia.

CONTROLLO SULLE INFORMAZIONI - Diversi commentatori arabi, però, sostengono che queste misure rappresentano un tentativo di assicurare al governo un controllo più stretto sul flusso di informazioni che circolano nel Paese. Anche perché negli ultimi tempi il Blackberry si è diffuso parecchio, soprattutto tra gli uomini di affari. Alcuni blogger locali, riferisce ad esempio la Reuters, affermano che la decisione del governo di Abu Dhabi possa essere stata accelerata dalla scoperta che alcuni gruppi di attivisti stavano organizzando manifestazioni di protesta proprio attraverso il Messenger di Blackberry.

ARABIA SAUDITA - Quasi contemporaneamente alla decisione degli Emirati, anche l'Arabia Saudita ha ordinato agli operatori locali di bloccare la funzione Messenger per gli utenti di Blackberry sul territorio nazionale. La Commissione nazionale per le telecomunicazioni (Citc) ha diffuso una nota comunicando la decisione, senza però spiegarne le motivazioni. A quanto pare, il ministero dell'Interno ha tenuto lo scorso anno una riunione con i rappresentanti dei tre operatori di telefonia mobile attivi sul territorio per discutere modi di monitorare la comunicazione via Blackberry. In Arabia Saudita si contano circa 400.000 utenti Blackberry.

Redazione online
01 agosto 2010



Powered by ScribeFire.

Quando si vantava: "Combatto i ribaltoni da tutta la vita"

di Paola Setti

Fini per 15 anni ha condannato i tecnicismi parlamentari, ma ora li sfrutta lui.

Ha sempre predicato il ritorno al voto come soluzione alle crisi istituzionali: tranne oggi


C’è stato un tempo in cui con uno come lui, come Gianfranco Fini, Gianfranco Fini non avrebbe preso «più nemmeno un caffè». Lo disse di Umberto Bossi, era il dicembre 1994 e la Lega aveva appena mandato all’aria il governo Berlusconi. Per l’allora leader di An, poi co-fondatore per sbaglio del Pdl, oggi neopapà di Futuro e libertà per l’Italia, fu quello il calcio d’inizio di una partita giocata tutta in contropiede, quindici anni a cambiare per non morire, per dirla con Fiorella Mannoia, la rossa che al presidente della Camera rivolse accorato appello: «Onorevole Fini, dia il suo contributo a ridare dignità a questo Paese e da sinistra le daremo il benvenuto».

In fondo, se un tempo se ne annotava il «muscolo missino» e adesso invece lo si appella come «compagno Gianfry», significa che di svolte ne ha fatte parecchie, Fini. E in effetti, dal «fascismo male assoluto» al «diritto di voto per gli extracomunitari», gli ultimi 15 anni sono in fondo la cronaca di una metamorfosi che nemmeno Kafka. Ora ecco l’ultima trasformazione, quella che in questi giorni ha fatto dire a un indignato ascoltatore di radio Padania: «Ma neanche al Gran Consiglio nel ’43 c’è stato un voltafaccia del genere!».

Ripete da un po’, Fini, che tornare alle urne sarebbe una scelta sbagliata, «un fallimento di questa maggioranza», e che «chi parla di elezioni anticipate oggi è un irresponsabile». Per l’esattezza, Fini sostiene i suddetti concetti da subito dopo lo scontro in diretta con Silvio Berlusconi alla direzione nazionale del Pdl. Era il 21 aprile scorso quando, con una certa dose di preveggenza, sfidò il Cavaliere: «Che fai, mi cacci?». Quattro giorni dopo, nel primo vano tentativo di non farsi effettivamente cacciare, ai microfoni di Lucia Annunziata Fini giurò fedeltà al premier e al Pdl, avvertendo dei rischi di voto anticipato. Ora che è stato cacciato davvero, Fini continua a sostenere che non c’è ragione di tornare alle urne, perché il suo è un nuovo gruppo parlamentare, non un partito, e darà appoggio esterno al governo. Formule e tecnicismi che un tempo lui stesso avrebbe condannato, e che, anzi, lui stesso ha condannato, pure di recente.

In principio, si diceva, fu il 1994 in cui Bossi fece cadere il governo. Un giorno sì e l’altro pure, Fini tuonava: «Berlusconi bis o elezioni» con contorno di «no ai governi tecnici», dàgli al Lamberto Dini che «non avrà la nostra fiducia perché questo è un golpe di palazzo» e avvertimenti tipo: «Bossi ha fatto il ribaltone, è completamente inaffidabile, con lui non prendiamo più nemmeno un caffè». Poi venne il 1995. Il governo Dini era una realtà, e l’allora leader di An continuava a sollecitare il ritorno alle urne: «Si governa in base a una mandato popolare: è la prima regola della democrazia e non la si può annullare».

E poi ci fu il 2003, forse l’annata migliore. A ottobre An stava litigando con la Lega su un argomento a caso, l’immigrazione, e Fini si ritrovò costretto ad allontanare da sé i sospetti, avanzati dal solito lungimirante Bossi, di cercare «inciucioni» e «inaccettabili maggioranze diverse da quelle di governo». Macché, giurò Gianfranco in quello che oggi pare un déjà vu: «Nessuna alternativa a questo governo», aggiungendo uno spiegone che vale la pena riportare integralmente: «Ho passato gran parte della mia vita politica a combattere ribaltoni e trasformismi, sono convinto che i valori di lealtà sono indispensabili in politica e non cambio idea.

Chi parla di governo tecnico o pensa che nel mio immediato futuro ci sia un atteggiamento al di fuori dell’amicizia e della lealtà verso Berlusconi non mi conosce e non ha capito nulla». Ma forse, tutto stava a interpretare quel «nel mio immediato futuro», ecco. Dal 2003 al 2007, comunque, Fini non aveva ancora cambiato idea. Col governo Prodi traballante, bocciava l’idea di un governo tecnico perché «più che di decantazione sarebbe di decomposizione», e invocava le urne: «Prima stacchiamo la spina a questo governo e meglio è». Concetto ripetuto nel 2008: «Si stacchi la spina e subito a votare». Del resto, a chi a fine 2009 lo dipingeva al centro di trame alle spalle del premier Berlusconi, l’inquilino di Montecitorio rispondeva sprezzante: «L’unica maggioranza è quella uscita dalle urne».

Chissà Fini come avrebbe commentato, 15 anni fa, un presidente della Camera che avesse fatto politica senza dimettersi. La risposta c’è. Ancora il 1995 post ribaltone. Sullo scranno più alto di Montecitorio siede Irene Pivetti, che non solo fa dure dichiarazioni contro Berlusconi al congresso della Lega, ma decide di non dimettersi dalla presidenza della Camera. Fini sibila: «La terza carica dello Stato deve essere super partes, non può dire “ora non parlo come presidente della Camera” e dire le cose gravi che ha detto». Ergo: «Credo debba prendere in considerazione l’ipotesi di rimettere il mandato». Ma chi se lo ricorda, è passato tanto di quel tempo.




Powered by ScribeFire.

L'inchiesta/Così è diventata ricca Lady Fini

di Gian Marco Chiocci

Ecco le carte dell’accusa di Luciano Gaucci contro l’ex fidanzata, attuale compagna del presidente della Camera: "Le intestai un patrimonio in immobili, quadri e auto di lusso solo per sottrarlo ai creditori.

E lei se n’è appropriata". 

Ecco l'elenco di case e terreni che l'imprenditore rivendica


 

Sorpresa! A forza di scartabellare fra gli incartamenti immobiliari di Monte­carlo a caccia di ulteriori riscontri sull' appartamento della contessa Colleoni ereditato da An, finito a società off shore e poi nella disponibilità di Giancarlo Tul­liani, «cognato» di Gianfranco Fini, sia­no rimbalzati all'ottava sezione del tribu­nale civile di Roma. Dove l'inquilino del Principato di Monaco è tirato in ballo indirettamente dall'ex «cognato» Luciano Gaucci, fidanzato un tempo di sua sorella Elisabetta che nel frattempo s'è poi accasata (in una casa che oggi Gaucci rivuole indietro) col presiden­te della Camera che lo stesso Gaucci presentò a Elisabetta.

L'ex presidente del Perugia calcio lamenta lo scippo, da parte dell'attuale compagna di Fini, del suo gigantesco pa­trimonio, affidatole allorché dovette riparare a Santo Do­mingo per le note vicende giu­diziarie. Il j'accuse all'ex fidan­zata è contenuto nelle 14 pagi­ne dell'atto di citazione nel quale Gaucci «ha convenuto in giudizio Elisabetta Tullia­ni, Giancarlo Tulliani, France­sca Frau (madre dei due Tul­liani, ndr ) e la società Wind Rose Srl». Nella causa, intenta­ta mesi addietro e affidata all' avvocato Alessandro Sam­marco, Lucianone punta a di­mostrare come la donna ama­ta per sette intensissimi anni sia riuscita a raggirarlo, arri­vando a farsi intestare beni per milioni di euro, per poi vol­targli­le spalle nel suo momen­to di maggiore difficoltà.

Rico­struzione sempre smentita, punto per punto, dalla diretta interessata. Che in occasione di alcune vaghe dichiarazioni di Gaucci sulla causa intenta­ta alla Tulliani «per quattro ca­se scippate che farebbero go­la al fisco» rilanciate dal sito Dagospia e dal Giornale , ave­va fatto parlare gli avvocati: «Quanto da voi attribuito al si­gnor Gaucci è del tutto falso e gravemente lesivo della repu­tazione dell'avvocato Elisa­betta Tulliani. Abbiamo rice­vuto incarico di agire in giudi­zi­o contro chiunque abbia in­teresse a sostenere tale men­zogna ».

Il documento d'accusa, agli atti della causa civile, si apre con la storia personale dell' imprenditore romano che si autodefinisce «cultore, finan­ziatore e amministratore di molte società di calcio» fino a quando non è risultato «invi­so ai 'padroni' del calcio che, d'accordo con qualche pote­re bancario (…) l'hanno co­stretto alla resa tendendogli la trappola che lo ha fatto sci­volare nella bancarotta». Co­me incipit Gaucci fa poi pre­sente che in relazione ai nu­merosi impegni (e forse in ra­gione anche della sua fuga all' estero, ma questo non lo scri­ve) egli fu costretto a instaura­re con alcune persone rappor­ti di estrema fiducia «doven­do a questi affidare non solo la gestione dei suoi affari e dei suoi beni mobili e immobili, quanto anche la intestazione fiduciaria dei beni che veniva­no acquistati e destinati spes­so a essere rivenduti per pro­curarsi denaro liquido 'in ne­ro', senza farlo passare dai bi­lanci, per 'foraggiare'... i suoi innumerevoli rapporti».

E qui spunta l'amica del figlio che poi diventerà la sua compa­gna: Elisabetta Tulliani. Sempre dall'atto di citazio­ne dei legali di Gaucci: «Verso la fine degli anni '90, quando la relazione sentimentale tra Gaucci e la Tulliani si presen­tava piuttosto solida, le condi­zioni economiche del Gaucci cominciavano invece a inde­b­olirsi e a traballare ed egli ini­ziava a sentire odore di crisi. Fu così che il Gaucci, per salva­guardare parzialmente il pro­prio patrimonio, contando, appunto, sulla solidità del rap­porto di amore e fiducia che allora lo legava alla signorina Tulliani, decideva di mettere al riparo alcuni dei propri ri­sparmi investendoli nell'ac­quisto di svariati quadri di va­lore e anche di beni immobili, affidandoli e intestandoli a Eli­sabetta Tulliani e suoi familia­ri o società all'uopo costituite con gli stessi familiari della Tulliani, senza minimamen­te pensare all'ipotesi di poter essere, in futuro, 'fregato' dal­la sua, all'epoca, fidanzata».

Fregato, dice lui. Che la donna dovesse esse­re solo il «mezzo» utilizzato per sottrarre i beni ai credito­ri, lo si evincerebbe, secondo l'atto d'accusa, «da un'apposi­ta 'dichiarazione di fede' fir­mata da Elisabetta Tulliani, nella quale ella riconosceva il suo ruolo di 'prestanome'». Per correttezza va detto però che questa asserita dichiara­zione formalmente non esi­ste. Non è agli atti perché, stando ai difensori di Luciano­ne, «non più reperita a segui­to delle note vicende giudizia­rie di Gaucci, nelle quali pro­babilmente è andata smarri­ta ». La disponibilità della Tul­liani a fare da prestanome, si legge sempre nella citazione, sarebbe stata sempre ripaga­ta «con regalie di ogni tipo: gio­ielli, pietre preziose, brillanti, viaggi in località prestigiose, voli aerei, un orologio con bril­lanti del valore di 40 milioni di lire, ecc, fino a spendere la ci­fra di circa un miliardo di li­re ».

I beni mobili e immobili ac­q­uistati da Gaucci e che poi sa­rebbero stati «intestati fiducia­riamente ai Tulliani», l'ex pa­tron del Perugia li elenca uno ad uno al giudice De Petra: un appartamento in via Sarde­gna, a Roma, composto da un attico al sesto piano; un terre­no in località Colle Pantoni, sulla Prenestina, con annessi alcuni fabbricati; un terreno destinato a uliveto a Casapro­ta, vicino Rieti, di 2,5 ettari; un gruppo di immobili a Roma in zona Valcannuta (dove la Tul­liani abita oggi con Gianfran­co Fini) formato da cinque ap­partamenti, altrettante soffit­te, quattro box e tre posti auto scoperti. Quanto ai beni mobi­li-Gaucci sciorina un parco au­to extralusso: due Porsche, una Mercedes, un'Audi, una Mini Morris «tutte intestate a Elisabetta Tulliani per un im­porto complessivo di 500 mi­lioni di lire ».

Poi svariati dipin­ti di autori famosi «tra cui uno di Guttuso, un altro di De Chi­ri­co e un terzo firmato da Cam­pigli (…) per un valore com­plessivo di due miliardi di li­re ». In coda all'elenco, fra i be­ni intestati alla Tulliani, Gauc­ci fa risalire anche le quote del­la società di Viterbese calcio (nella quale Elisabetta ricoprì l'incarico di presidente) oltre a un orologio in oro e brillanti da 40 milioni, una collana di perle, una seconda collana in oro, bracciali in oro e altri pre­ziosi. «Il tutto per un valore sti­mato di non meno di un mi­liardo di lire». A leggere l'atto di citazione il tentativo di risolvere bona­riamente la questione non so­lo non avrebbe avuto succes­so, ma le persone un tempo le­gate a Gaucci (Elisabetta e fa­miliari) avrebbero contesta­no energicamente «il conte­nuto delle richieste avanzate dal Gaucci» negando «in buo­na sostanza, palesemente, la verità».

Verità che per Elisa­betta Tulliani non è assoluta­mente quella raccontata dal suo ex fidanzato. «L'unica vol­ta in cui la signorina Tulliani si è degnata di incontrare lo scrivente avvocato - è scritto in modo energico nel docu­mento - ella ha preteso che l'incontro avvenisse fuori dal­lo studio (…) e l'unico atteg­giamento che in lei si è potuto riscontrare è stato quello di mantenere la massima diffi­denza. Con fare aggressivo (di chi ha la coda di paglia), ha giustificato la compravendita di immobili effettuata tra il 1998 e il 2004 sostenendo di averle concluse con danaro proprio, dimenticando che all'epoca era una semplice praticante avvocato con nes­suna capacità di guadagno e senza reddito, come sarà di­mostrato attraverso le dichia­razioni fiscali della stessa».

Nello stesso incontro avuto a quattr'occhi con l'avvocato di Gaucci, la Tulliani, sempre secondo la versione (di parte, ovviamente) del legale avreb­be detto «in modo disdicevo­le, visto il riferimento allo sta­tus del Gaucci, latitante all' estero e con la restrizione del­la libertà personale, che 'Gaucci è ormai un uomo fini­to'… ». A giustificazione dei suoi acquisti, la Tulliani ha poi parlato di una vincita al lot­to, «dimenticando - spiegano ancora gli avvocati - che però la giocata e la vincita l'ha fatta Luciano Gaucci», che in se­conda battuta avrebbe cedu­to metà della vincita (2,8 mi­liardi di lire) alla fidanzata di allora. Poi la donna avrebbe proseguito sostenendo che «tra i collaboratori di Gaucci, visto il vento contrario, molti erano disposti a 'cambiate bandiera' e a 'prendere le sue parti…' ».

La cessione dei beni di Gaucci all'ex fidanzata viene spiegata con lo stesso motivo: «L'unica ragione che ha spin­to Gaucci a intestare tali pro­prietà ai Tulliani, pur avendo­le pagate esclusivamente con proprio denaro proveniente dai redditi delle sue attività, dalla vincita all'enalotto e da un prestito bancario è stata quella di tentare di evitare che tale denaro finisse in ma­no ai creditori (…). Mai il Gaucci avrebbe immaginato - soprattutto per la grande fi­duc­ia riposta in Elisabetta Tul­liani e per il grande amore do­natole e gli onori di cui l'ha co­perta, che la Tulliani potesse arrivare a voltare le spalle e ne­gare questa che è l'unica veri­tà possibile.

E ciò malgrado es­sa abbia raggiunto posizioni nella scalata sociale, che si era proposta ed iniziata con i corteggiamenti a Luciano Gaucci, fin da quando aveva appena vent'anni». La chiosa che Gaucci affida ai suoi avvocati è un messag­gio per addetti ai lavori: «La si­gnora Elisabetta Tulliani era all'epoca, ed è tuttora, perfet­tamente consapevole del mo­tivo che allora spinse il signor Luciano Gaucci a intestare a lei e ai suoi familiari tali e tan­te proprietà.

Tale intestazio­ne era, ed è, esclusivamente fi­duciaria, destinata all'unico scopo di sottrarre detti beni al­la eventuale esecuzione dei creditori del signor Luciano Gaucci di sue società». Ra­gion per cui, si legge ancora nell'atto depositato al giudice dell'ottava sezione del tribu­nale civile, Gaucci sostiene che «le dazioni effettuate in fa­vore di Elisabetta Tulliani e della di lei famiglia (…) devo­n­o essere annullate con le con­seguenti restituzioni alla sua persona».



Powered by ScribeFire.

I vecchi partigiani diventano writer “Che vergogna quel motto del Duce”

Repubblica

Grosio, la protesta di due reduci della resistenza contro il restauro "filologico" della scritta

di LUIGI BOLOGNINI

Come vanno questi fatti di solito: dei giovinastri imbrattano targhe antifasciste più per ignoranza che per precise idee politiche e vengono rampognati inutilmente da qualche anziano. Com'è andata questa vicenda: degli anziani partigiani imbrattano una targa fascista e vengono rampognati inutilmente da alcuni giovani, "perché non si scrive sui muri".

Siamo all'uomo che morde il cane, siamo a Grosio, in provincia di Sondrio, a suo tempo fu una delle capitali della Resistenza antifascista. Una frase di Mussolini fatta scrivere dal regime e recentemente restaurata  -  come l'intero palazzo che la ospita  -  è stata imbrattata con la scritta "Vergogna". Autori, due partigiani di 87 e 83 anni.

Due ragazzi irresistibili che sono classe dirigente a tutti gli effetti: Giuseppe Cecini, 83 anni, è stato sindaco, Giuseppe Rinaldi, 87 anni, è il presidente provinciale dell'Anpi ("ma ora dovrò dimettermi: chi è indagato non può avere cariche nella associazione").

"Bisogna essere forti nel coraggio. Mai voltarsi indietro quando una decisione si è presa, ma andare sempre avanti", dice la roboante frase mussoliniana restaurata nel 2005 con l'intero palazzo, che ospita uffici comunali e il parroco e che durante la Resistenza era sede delle Brigate Nere. I partigiani non l'hanno mai presa bene, ma né la minaccia di non presenziare più alle cerimonie ufficiali né tre incontri col sindaco di allora sono serviti. Mentre il primo cittadino attuale non ha ancora deciso il da farsi.

Allora i due hanno agito in proprio, all'alba di qualche giorno fa: hanno appiccicato in cima a una canna da pesca un pennello e hanno scritto un bel "Vergogna" con grafia tremante (per l'età o per l'indignazione?), ma più che chiara. "La frase era stata cancellata il 25 luglio 1943, abbiamo festeggiato l'anniversario aggiungendo una parola", dice uno dei due stagionati teppisti. Che  -  racconta il quotidiano La provincia di Sondrio  -  se la sono vista male: in piazza passavano giovani che avevano appena finito di far bisboccia e che hanno preso a calci l'auto dei partigiani accusandoli di inciviltà. Ma gente sopravvissuta a picchiatori e squadracce non si fa spaventare da qualche ragazzotto, e i due hanno risposto agli insulti con gli insulti.

Oltretutto quel "Vergogna" non è stato un gesto impulsivo. Per dire, l'area è videosorvegliata, ma i writer se ne sono fregati, anzi hanno portato una telecamera per riprendersi e magari mostrare il filmato ai nipotini, quegli stessi nipotini a cui viene detto che non si scrive sui muri. Il Comune approva, senza dirlo troppo esplicitamente perché è pur sempre un reato per cui c'è stata una denuncia: "Siamo contro chi insozza i muri  -  dice l'assessore ai Lavori Pubblici, Giovanni Curti, che è anche presidente della sezione di Grosio dell'Anpi  -  ma è stata una chiara provocazione. Quella frase di Mussolini andava cancellata del tutto, non rifatta".

(01 agosto 2010)





Powered by ScribeFire.

La fuga dei ministri dalla piazza di Bologna

Repubblica

di MICHELE SERRA

Nel trentennale del gesto politico più sanguinario della storia repubblicana, Bologna per la prima volta ricorda i suoi morti senza il governo e (quasi) senza lo Stato. La presenza onorevole e simbolica del prefetto non basterà a coprire la voragine di un'assenza oggettivamente gravissima, perché sancisce ufficialmente la mancanza di una memoria condivisa.

E dopo trent'anni, riconsegna il lutto alla comunità bolognese come fosse «cosa sua». I precedenti sono noti. La sentenza definitiva sulla strage, che ne attribuisce l'esecuzione ai terroristi neri (strage fascista, dunque, non è una forzatura ideologica) viene defalcata a «verità politica» da buona parte della destra italiana, così che anche la sola strage terroristica che abbia avuto una lettura giudiziaria pienamente conclusa viene risospinta nel limbo insopportabile delle mezze verità e dei misteri inafferrabili.

Questa lesione, più recente, è andata a sommarsi al radicato astio che una piazza così orribilmente offesa già nutriva per il potere politico del tempo, accusato di depistaggi, coperture, silenzi: in due parole, di alto tradimento. Di qui la radicata pratica dei fischi rabbiosi che accolgono ogni anno governanti anche incolpevoli, ma giudicati responsabili della continuità omertosa dello Stato, simboli di un potere inaffidabile, ipocrita e distante.

Non interessa, qui, valutare ragioni e torti di questa frattura che in trent'anni, piuttosto che ridursi, si è



Powered by ScribeFire.

Ecco l'elenco di case e terreni che l'imprenditore rivendica

di Redazione

Questo è l'elenco dei beni mobili e immobili conte­nuto nell'atto di citazione presentato dai legali di Luciano Gaucci contro Elisabetta Tulliani, , il fratel­lo Giancarlo, il padre Sergio, la madre Francesca Frau e la società Wind Rose lo scorso 22 ottobre 2009 al giudice De Petra presso l'ottava sezione del Tribunale civile di Roma


 

Questo è l'elenco dei beni mobili e immobili conte­nuto nell'atto di citazione presentato dai legali di Luciano Gaucci contro Elisabetta Tulliani, , il fratel­lo Giancarlo, il padre Sergio, la madre Francesca Frau e la società Wind Rose lo scorso 22 ottobre 2009 al giudice De Petra presso l'ottava sezione del Tribunale civile di Roma. Nell'esposto si chiede la restituzione di tutti questi beni, di proprietà di Gaucci ma fiduciariamente intestati ai membri del­la famiglia Tulliani per 'salvaguardare parzial­mente il proprio patrimonio' prima della bufera giudiziaria che ha investito l'ex patron del Perugia. 

1. Appartamento sito in Roma, via Sardegna n. 22, piano VI (attico), int. 18, in catasto al Foglio 472, particella 9, sub. 21, A/4, vani 4 (trasferito con atto Notaio Santacroce di Roma il 06.11.1998, rep. 11611) da Calcani Laura a Elisabetta Tulliani;

2. Terreno in Capranica Prenestina, località Colle Pantoni, con fabbricati, Foglio 19, part. 253 di ettari 2,34 (trasferito con atto Notaio Valenti di Palestrina il 02.08.2000, rep. 91726), da Cialdea Margherita a Soc. Wind Rose Srl.;

3. Gruppo di immobili siti in Roma, località Valcannuta, via Raffaele Conforti n. 52, Fabbricato «A2», distinti in catasto al Foglio 414, particella n. 3616, zona cens. 5, e precisamente:

a) appartamento int. 21, V piano, scala D, composto di 4 camere, accessori, balconi, in Catasto sub. 174, classe 2, cat. A/2, vani 6, Rendita lire 2.160.000;

b) appartamento int. 22, V piano, scala D, composto di 3 camere, accessori, balconi, in Catasto sub. 175, cat. A/2, classe 2, vani 4,5, Rendita lire 1.620.000;

c) soffitta al piano VI, distinta in Catasto col n. 6, sub. 205, cat. C/2, classe 2, mq 31, Rendita lire 195.000,

d) soffitta al piano VI, distinta in Catasto col n. 7, sub. 206, cat. C/2, classe 2, mq 9, Rendita lire 56.700;

e) box n. 4, in Catasto sub. 226, cat. C/6, classe 6, mq 17, Rendita lire 2002.000, con ingresso dalla rampa di via Raffaele Conforti n.50, piano I, sottostrada;

f) box n.5, in Catasto sub 227, cat C/6 classe 6, mq 16, Rendita 190.000; con ingresso dalla rampa di via Raffaele Conforti n. 50, piano I sottostrada;

g) posto auto scoperto n.15, in Catasto sub. 118, cat. C/6, classe n. 2, mq 13, Rendita lire 81.900;

h) posto auto scoperto n. 16, in Catasto sub. 119, cat C/6, classe 2, mq 13, Rendita lire 81.900;

(trasferiti con atto notaio Politi di Roma in data 31.07.2001, rep. 41078, da Soc. Valbo Srl a Elisabetta Tulliani);

4. Gruppo di immobili in Roma, loc. Valcannuta, via Raffaele Conforti n. 52, Fabbricato «A2» distinti in catasto al Foglio 414, Particella 3616, zona cens. 5, e precisamente

a) appartamento al piano IV, scala C, int. 18, in Catasto sub. 163, cat. A/2, classe 2, vani 4,5, Rendita lire 1.620.00;

b) soffitta al piano VI, distinta col n. 16, in Catasto sub. 192, cat. A/2, classe 2, mq 10, Rendita £ 63.000;

c) box con accesso dalla rampa di Raffaele Conforti n. 50, al piano I sottostrada, distinto col n. 6 in Catasto sub. 228, cat. C/6, classe 6, mq 17, rendita lire 202.000;

d) posto auto scoperto al piano terreno distinto col n. 24, in Catasto sub. 128, int. c/6, classe 2, mq 13, Rendita lire 81.900;
(trasferiti con atto Notaio Politi di Roma in data 31.07.2001 rep. 41707 e intestati a Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta Tulliani);

5. Gruppo di immobili in Roma, località Valcannuta, via Raffaele Conforti n. 52, fabbricato «A2», distinti in catasto al F414, particella 3616, zona cens. 5, e precisamente;

a) appartamento al piano IV, scala C, distinto col n. 17, in Catasto sub 162, cat A/2, vani 3, Rendita euro 557,77;

b) soffitta al piano VI, scala C, in Catasto sub 185, cat C/2, classe 2, mq 11, Rendita euro 35,79; (trasferiti con atto Notaio Politi in data 07.06.2002, rep. 42634 e intestati a Sergio Tulliani e Frau Francesca, genitori di Elisabetta Tulliani; questo atto, peraltro, è stato stipulato direttamente da Luciano Gaucci quale amministratore della Società Katapo, senza averne i poteri e perciò nullo);

6. Gruppo di immobili in Roma, località Valcannuta, via Raffaele Conforti n. 52, fabbricato «A2», distinti in catasto al Foglio 414, particella 3616, zona cens. 5, e precisamente;

a) appartamento al piano terreno, scala D, distinto col n. Int. 2, composto di 3 camere, accessori, giardino, in Catasto sub. 135, cat A/2, classe 2, vani 5, superficie Catastale mq 78, Rendita euro 929,62;

b) soffitta al piano VI, distinta in Catasto col n. 217, cat C/2, classe 2, mq 5, Rendita euro 16,27;

c) box di pertinenza dell’appartamento int. 2, con accesso dalla rampa di via Raffaele Conforti n. 50, al I piano sottostrada, distinto in Catasto col n. 14, sub 236, cat. C/6, classe 6, mq 15, R. euro 92,19; (trasferiti con atto notaio Politi il 24.09.2004, rep. 46082 e intestati a Sergio Tulliani e Frau Francesca, genitori di Elisabetta Tulliani);

7. Terreno ulivetato in Casaprota (Ri) della estensione di ettari 2,5, in catasto al Foglio 9, particelle 56, 285, 288, 253, 381, acquistati da Luciano Gaucci con interposta soc. Katape srl e trasferiti alla Soc. Wind Rose srl; con atto Notaio A. Valentini di Rieti, in data: 15.05.2002, rep. 48489/5724;
8. n. 5 autovetture, e precisamente n. 2 Porsche, n. 1 Mercedes, n. 1 Audi, n. 1 Mimimorris, tutte acquistate presso l’autosalone «Autocentri Balduina», di via Appia Nuova 773, Roma, e intestata alla signora Elisabetta Tulliani, per un importo complessivo di oltre 500.000.000 di lire;

9. diversi quadri di autori famosi, tra cui tre di autori molto noti, e precisamente uno a firma di Guttuso, un altro a firma di De Chirico, acquistati presso la Galleria d’arte «Gradiva» di A. Russo in Roma, e un terzo a firma di Campigli, acquistato presso la Galleria D’Arte «Nuova Gizzi» di Torino, piazza Solferino n. 2, per un valore complessivo all’epoca di 2.000.000.000 di lire;

10. Intestazione di quote ad Elisabetta Tulliani in varie Società di Calcio di Luciano Gaucci; in particolare nella Società Sportiva Viterbese il Gaucci aveva fatto nominare Elisabetta Tulliani persino Presidente;

11. Orologio in oro e brillanti del valore di 40.000.000 di lire, collane di perle, collane in oro, bracciali in oro, e preziosi vari; il tutto per il valore di non meno di 1.000.000.000 di lire.



Powered by ScribeFire.

Caccia russi intercettati nel cielo canadese

Corriere della sera

Due Tupolev-95 bloccati nello spazio aereo di Ottawa

sfiorato il caso diplomatico

Caccia russi intercettati nel cielo canadese


MILANO - Il caso diplomatico non è esploso. Ma c'è mancato poco. Due caccia russi Tupolev-95 sono stati intercettati mentre cercavano di entrare nello spazio aereo canadese da una coppia di F-18. Il fatto è accaduto mercoledì scorso, a poche centinaia di chilometri di distanza dall'Artico, ma il ministero della Difesa di Ottawa ha deciso di divulgare la notizia solo quattro giorni dopo. «I due caccia si trovavano a 250 miglie nautiche da Goose Bay, nella provincia di Terranuova Est, in acque canadesi», ha dichiarato un portavoce del governo canadese. «Dopo il contatto, sono tornati alla loro base senza incidenti». Fonti russe citate dai media canadesi hanno precisato che i caccia era impegnati in una missione di addestramento di routine e non hanno violato in alcun modo lo spazio aereo nordamericano. L'incidente, secondo quanto riferito, si è verificato circa 500 chilometri a nord della Goose Bay, a est di Labrador, dove l'Aeronautica canadese ha una grande base.


31 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Jörg Haider aveva nascosto 45 milioni

Corriere della sera

Società segrete e conti bancari del leader dell'estrema destra austriaca morto nel 2008 in un incidente d’auto

austria

Jörg Haider aveva nascosto 45 milioni

Società segrete e conti bancari del leader dell'estrema destra austriaca morto nel 2008 in un incidente d’auto


VIENNA - Jörg Haider, leader dell’estrema destra austriaca morto nel 2008 in un incidente d’auto, aveva accumulato 45 milioni di euro in Liechtenstein: lo riferisce la rivista Profil, che sarà in edicola domani, citando fonti giudiziarie.

Un gruppo di ricercatori austriaci, svizzeri e tedeschi ha fatto questa scoperta esaminando alcuni conti bancari nel quadro di due procedure, una sulle condizioni di acquisto della banca austriaca Hypo Group Alpe Adria da parte della banca pubblica tedesca Bayern-Lb nel 2007, l’altra sulla privatizzazione della società immobiliare austriaca Buwog nel 2004.

Gli esperti si sarebbero imbattuti in una dozzina di società registrate in Liechtenstein e legate a Haider. Cinque milioni di euro sarebbero ancora depositati sui conti di queste società. La vedova del defunto governatore della Carinzia ha detto di non sapere nulla di questi fondi.


01 agosto 2010



Powered by ScribeFire.

Far west d'estate, maxirissa tra Cagliari e Bastia

IL Mattino

CAGLIARI (30 luglio)

«Siamo stati provocati e picchiati, non si capisce perchè tanto nervosismo per una partita amichevole». I giocatori del Cagliari, all'unisono, accusano il Bastia di atteggiamento provocatorio per tutta la partita, sospesa al 75' per una gigantesca rissa scoppiata in campo, in quella che doveva essere semplicemente un'amichevole estiva




La maxi-rissa fra Cagliari e Bastia



Powered by ScribeFire.

Rugby, mai gioire troppo presto: si rischia di non fare meta

IL Mattino

NAPOLI (31 luglio)

Vola veloce diritto in meta ed esulta per una grande meta, ma mai distrarsi perchè potrebbe costare caro. E' quello che ha capito Glen Fisiiahi duarnte una partita di rugby under 20 tra Warriors e South. Il giocatore riesce ad arrivare in meta ma invece di schiacciare la palla a terra inizia a festeggiare senza accorgersi delll'arrivo dell'avversario che così gli nega la gioia della trasformazione.




Glen Fisiiahi - Why you shouldn't celebrate before scoring a try



Powered by ScribeFire.

Ritorna l'hotel dei re e delle spie

La Stampa

Al Pera Palace di Istanbul Agatha Christie scrisse Assassinio sull'Orient Express



MARTA OTTAVIANI
ISTANBUL

Istanbul si prepara a celebrare la resurrezione di un mito. Il primo settembre riaprirà il Pera Palace Hotel, dopo un restauro durato oltre due anni e costato la modica cifra di 23 milioni di euro. Ma se si pensa a chi ci ha soggiornato e ai segreti che custodisce, l’esborso è più che giustificato. L’albergo fu costruito nel 1876 per ospitare i viaggiatori che arrivavano a Costantinopoli con l’Orient Express, che partiva da Parigi e terminava alla stazione di Sirkeci. Ed era l’alloggio più lussuoso del tempo. Si trova nel cuore di quella che fra il XIX e il XX secolo era nota come la Cité de Péra, il quartiere più cosmopolita di Costantinopoli, ambasciate e caffè frequentati dai più illustri intellettuali del tempo.

Oggi il quartiere si chiama Beyoglu, le rappresentanze diplomatiche sono rimaste e ai caffè in parte si è sostituita la movida notturna. Per completare il mosaico dell’Istanbul del Terzo Millennio mancava solo lui, il Pera Palace, un punto di riferimento non solo per i turisti, ma soprattutto per gli abitanti della città. Il quotidiano Hurriyet racconta che negli ultimi mesi sono stati in tanti a sfidare la sorte ed entrare nel cantiere, un po’ per dare una sbirciata, ma anche per assicurarsi sulla tempistica dei lavori, segno che la mitica hall dell’albergo, con il suo stile a metà il neoclassico e l’art noveau, mancava a molti. Qui negli anni Venti del secolo scorso Ernest Hemingway passava le giornata a scrivere articoli sulla guerra fra Turchia e Grecia, in compagnia di bevande sempre e rigorosamente alcoliche e qualche decennio più tardi gli specchi decorati riflettevano l’immagine di Jacqueline Kennedy Onassis.

Certo, ironizza chi abita nella zona, non saranno in molti a potersi permettere un cocktail o anche solo un caffè in questo posto che evoca frequentazioni al confine fra celebrità e mito. L’hotel si prepara ad applicare tariffe più elevate di quelle precedenti al restauro, non inferiori ai 260 a notte per la camera standard. Dovrebbe cominciare a fare due seri calcoli chi intende prenotare una delle 16 suites, che godono di una superba vista sul Corno d’Oro e prendono il nome di ospiti illustri, dall’Imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo a re Edoardo VIII d’Inghilterra.

Se non si vuole ricevere un secco diniego, si sconsiglia di chiedere la stanza 101. Qui nel 1917 soggiornò per ben due notti il fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal Ataturk e da quel momento la camera è off-limits, a meno che qualcuno non vi voglia entrare a commemorare il grande statista. Al primo piano sono comunque presenti valide alternative. La 103 era la camera della «divina» Greta Garbo, la 104 quella della misteriosa Mata Hari. Proprio le spie, dopo i regnanti, i capi di Stato e gli scrittori, erano i clienti più affezionati del Pera Palace. Fra le sue mura, infatti, soggiornarono a più riprese l’agente sovietico Kim Philby e il «collega» albanese Elyesa Bazna, meglio noto come «Cicero», collaboratore dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Ma la palma della camera più ambita, Ataturk non se l’abbia a male, andrà sicuramente alla 411. Qui Agatha Christie soggiornò in varie fasi dal 1926 al 1932 e proprio fra le sue mura scrisse «Assassinio sull’Orient Express». Alla stanza è legato anche un aneddoto ai limiti dell’inquietante. Durante una seduta spiritica negli anni 70 il fantasma della Christie rivelò che la chiave per avere accesso al suo diario segreto era nascosta proprio nella stanza 411 del Pera Palace. Di chiavi per la precisione ne furono trovate tre, in occasioni diverse, ma non riuscirono a svelare il segreto della scrittrice. L’unico a guadagnarci fu proprio l’hotel. Restò a bocca asciutta un noto quotidiano americano, che pagò ben 75 mila dollari per l’esclusiva della notizia, rivelatasi poi una bufala. Certo, a quei tempi era tutto più romantico. Oggi, piegata anche lei alla tecnologia, la grande narratrice di romanzi gialli si sarebbe dovuta accontentare di nascondere una chiavetta usb da inserire nel portatile.




Powered by ScribeFire.

Museo delle auto

La Stampa


YOANI SANCHEZ

Un particolare della nostra realtà affascina i turisti e sorprende i collezionisti di tutto il mondo: la quantità di auto antiche che circolano ancora per le strade del paese. In questo stesso momento per le strade dell’Avana rumoreggia una Chevrolet del 1952 e una Cadillac - più vecchia persino del ministro dei trasporti - funge da taxi collettivo. Ci passano accanto, distrutte o rimesse a nuovo, sul punto di collassare o di vincere una gara per il loro buon stato di conservazione. Questi miracoli su quattro ruote fanno parte del nostro paesaggio quotidiano proprio come le lunghe code, gli autobus affollati e i cartelloni politici. In un primo momento i turisti si mostrano sorpresi e contenti nel vedere il parco tematico composto da questi veicoli. Si scattano foto vicino alle vecchie auto e pagano persino il triplo della tariffa pur di sedere nei loro spaziosi interni.

Dopo aver fatto alcune domande all’autista, i meravigliati stranieri scoprono che la carrozzeria di quella Ford - costruita agli inizi del secolo XX – nasconde un motore Fiat che ha soltanto dieci anni e che le sono state adattate le ruote di una Lada. Non appena entrano in confidenza con il proprietario, lui racconta che i freni sono un dono di un amico europeo e che le luci anteriori originariamente appartenevano a un’ambulanza.

I villeggianti si meravigliano di fronte al gusto dei cubani nel conservare certe reliquie del passato, ma forse non sanno che si tratta di una necessità più che di una scelta. Non possiamo andare da un concessionario e comprare un’auto nuova - anche se abbiamo il denaro per pagare in contanti - per questo ci vediamo obbligati a rattoppare i vecchi mezzi di trasporto. Senza certi artefatti del secolo passato, la nostra città sarebbe meno pittoresca e ogni giorno sempre più immobile.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




Powered by ScribeFire.

La Disney festeggia i 70 anni di "Fantasia"

La Stampa

"L'apprendista stregone di John Turteltaub
"L'apprendista stregone di John Turteltaub

La scena dell'Apprendista Stregone diventa un film con Nicholas Cage

ROMA

Una maga contesa dall’apprendista stregone e dal suo perfido avversario che vuole distruggere New York.

Oggi, a 70 anni di distanza (Fantasia uscì nel 1940), la Disney ha trasformato la scena di Topolino “Apprendista Stregone” in un lungometraggio che sarà presentato venerdì 30 luglio, in anteprima per l’Italia, al Giffoni Film Festival.

Protagonista del kolossal Nicolas Cage, a cui è venuta l`idea di riportare sullo schermo un pezzo di Fantasia: «Per me Fantasia è il più bel film di sempre - ha dichiarato il 46enne attore californiano - credo sia stata la prima pellicola che i miei genitori mi hanno fatto vedere».

Al suo fianco, Alfred Molina, nel ruolo del perfido Maxim Horvath, e Monica Bellucci, nei panni della maga Veronica.




Powered by ScribeFire.

Tagliano l'acqua al Santo Sepolcro

IL Tempo

Il Comune di Gerusalemme interrompe un'antica tradizione e chiede il conto.

Un precedente a Roma.

È sempre stata gratis, ora arrivano bollette e arretrati.

Il Vaticano chiede aiuto a Israele.



Milioni di pellegrini da tutto il mondo vanno a visitare la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme- Non solo cattolici, ma anche fedeli di altre confessioni cristiane. Hanno spazi in comune, come i bagni dei pellegrini. Hanno anche spazi rigidamente divisi a seconda della confessione. Da sempre usufruiscono dell'acqua corrente gratuitamente. Fino ad oggi. Perché l'autorità municipale di Gerusalemme ha chiesto alla basilica del Santo Sepolcro il pagamento delle bollette, anche arretrate a partire dal 1967, pena il taglio di rifornimenti d'acqua.

Secondo alcune indiscrezioni, lo stesso Vaticano potrebbe muoversi, chiedendo l'intervento del governo israeliano per scongiurare questa minaccia. Un'ipotesi che padre David Maria Jaeger, francescano, membro ed esperto giuridico della Delegazione della Santa Sede alla Commissione Bilaterale Permanente di Lavoro tra la Santa Sede e lo Stato di Israele, si sente di escludere. La basilica del Santo Sepolcro si trova nella Città Vecchia di Gerusalemme. Pur circondato da mercati, negozi di souvenir e minareti, ha mantenuto intatto il suo richiamo sui pellegrini, che lo visitano per meditare sul mistero della Resurrezione.
Ha goduto di una fornitura gratuita di acqua sin da quando il servizio è stato attivato nella zona, e la fornitura copriva sia le aree comuni che le aree "private" delle varie confessioni cristiane. Aree che sono stabilite dallo Statu Quo, come è definito in regime internazionale il territorio presso cui sorge la basilica. In pratica, spazi, tempi, e funzioni vengono ripartiti (in maniera molto rigida) tra la Chiesa Cattolica, rappresentata dalla francescana Custodia di Terra Santa, e diversi gruppi di monaci non cattolici, in maggioranza greci e armeni, ma anche copti, etiopi e siri ortodossi

Tutti governi che si sono succeduti in Israele hanno fornito gratuitamente l'acqua al Santo Sepolcro, sia il governo britannico della Terra Santa (1917-1948), sia quello giordano (1948-1967) e finora anche il governo israeliano. Oggi, però - ha rivelato AsiaNews, agenzia del Pontificio Istituto per le Missioni Estere, citando fonti che "preferiscono rimanere anonime" - le autorità municipali israeliane hanno cominciato a chiedere il pagamento delle bollette.

Indirizzando le domande di pagamento ad un ente inesistente, "la chiesa del Santo Sepolcro". Padre Jaeger vede dietro la richiesta di pagamento il lavoro di funzionari troppo zelanti, i quali "non fanno politica: notano che c'è un posto dove arriva una fornitura d'acqua che non viene pagata, e allora agiscono secondo routine, richiedendo il pagamento e minacciando di tagliare la fornitura. Un'iniziativa burocratica che segue una logica burocratica.
Questi funzionari non sanno che la Chiesa del Santo Sepolcro è solo uno spazio fisico, non c'è un'amministrazione: per questo i loro solleciti sono rimasti senza risposta". AsiaNews mette in luce - riferendo l'opinione di uno studioso dei rapporti Chiesa-Stato in Terrasanta - che "la domanda di pagare per il passato è palesemente infondata, perché si trattava di una scelta politica consapevole e coerente di tutti gli Stati che si sono succeduti a Gerusalemme". Una cortesia che ha riguardato anche altre chiese, e non solo la Chiesa del Santo Sepolcro.

Per quanto riguarda il futuro, invece, " nessuno nega che l'acqua corrente possa essere vista come un 'bene di consumo' per il quale si dovrebbe sempre e comunque pagare un giusto prezzo". Ci vorrà comunque un accordo definito in base alla divisione degli spazi stabilita dallo Statu quo, e probabilmente sarà necessario istallare impianti distinti con i rispettivi contatori per ogni confessione che usufruisce dello spazio. Sono banali questioni contrattuali. Anni fa, anche in Italia si aprì un contenzioso tra Santa Sede ed Acea per il pagamento delle bollette riguardo la manutenzione delle tubature in zona extraterritoriale. Alla fine, il Vaticano scelse di pagare l'Acea, appaltando all'ente la manutenzione degli impianti.
Andrea Gagliarducci
31/07/2010




Powered by ScribeFire.

Diaz, i giudici: «Vertici polizia videro, ma non fermarono le violenze»

Il Messaggero

Corte d'appello, le motivazioni della condanna di 25 imputati
Agnoletto e Guadagnucci: i dirigenti condannati si dimettano


  

ROMA (31 luglio) - Gli alti funzionari della polizia presenti alla irruzione alla scuola Diaz di Genova nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2001, durante il G8, sono stati condannati dalla Corte d'appello in base all'articolo 40 del codice penale perché avevano l'obbligo di impedire le violenze e non lo hanno fatto. E' quanto emerge dalle motivazioni della sentenza depositate oggi dalla Corte d'appello di Genova, presieduta da Salvatore Sinagra. Ribaltando la sentenza di primo grado, i giudici avevano condannato il 18 maggio scorso 25 imputati, tra i quali il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri (4 anni), l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini (5 ani), Giovanni Luperi (4 anni), Spartaco Mortola (3 anni e 8 mesi) Gilberto Caldarozzi (3 anni e 8 mesi).

Le motivazioni della sentenza di secondo grado, contenute in 310 pagine, sono state depositate con anticipo sull'annunciata scadenza del 16 agosto. Rispetto alla sentenza di primo grado, la novità della condanna in Appello è la responsabilità dei vertici per le violenze e per i falsi atti, come le bottiglie molotov portate dentro la scuola dai poliziotti e poi fatte risultare come prova del possesso di armi da parte degli occupanti. Secondo la Corte d'appello di Genova, del falso documentale sono responsabili infatti anche i vertici della polizia presenti, non solo i loro sottoposti. Mentre per il Tribunale, unico responsabile risultò Pietro Troiani, la Corte d'appello ha stabilito che i filmati sono inequivocabili, perché indicano un conciliabolo tra alti dirigenti della polizia nel cortile della scuola con le bottiglie in mano, e ha stabilito che non potevano perciò non sapere nulla.

Per quanto riguarda le violenze commesse dalle forze dell'ordine durante l'irruzione, la Corte spiega che Gratteri, Canterini e Luperi erano stati mandati a Genova da Roma per gestire l'ordine pubblico ed erano i più alti funzionari presenti in loco. Erano presenti all'operazione e hanno visto quello che accadeva e, poiché erano gerarchicamente sovraordinati, potevano intervenire per impedire le violenze. Ma non lo fecero. E' questo il passaggio mancato nella sentenza del Tribunale. La Corte, emerge dalla sentenza, ha applicato l'articolo 40 del codice penale: non impedire un evento che si ha l'obbligo di impedire equivale a cagionarlo.

Dalle motivazioni emerge inoltre che le attenuanti generiche non sono state concesse a molti imputati, come Francesco Gratteri, Vincenzo Canterini e Giovanni Luperi, per la gravità dei fatti commessi da alti funzionari dello Stato che hanno giurato fedeltà e lealtà alle leggi. L'unico ad ottenerle è stato Michelangelo Fournier, ex vice dirigente del reparto mobile di Roma, che a un certo punto - sebbene con ritardo, dice la sentenza - disse basta alle violenze temendo che potesse accadere qualcosa di irreparabile.

Agnoletto e Guadagnucci: i dirigenti condannati si dimettano. Vittorio Agnoletto, ex portavoce del Genova social forum, e Lorenzo Guadagnucci, giornalista, vittima del pestaggio alla Diaz, chiedono che si dimettano i dirigenti della polizia condannati. «Le motivazioni della sentenza di secondo grado - dicono in una nota - confermano la ricostruzione storica dei fatti compiuta dai pm e da sempre sostenuta dal movimento e dalle vittime. In particolare, quanto affermato dai giudici conferma quello che abbiamo sempre dichiarato: l'assalto alla Diaz non è stato frutto di una decisione improvvisa di qualche funzionario di polizia di medio-basso grado, ma è nata da una esplicita richiesta da parte del capo della polizia. Questa esplicita attribuzione di responsabilità al vertice della polizia rende ancora più inopportuna la permanenza dei dirigenti condannati, a cominciare dal massimo livello, ai loro posti».





Powered by ScribeFire.

Sorpresa nel ritiro del Napoli: arriva il cardinale Crescenzio Sepe

Corriere del Mezzogiorno

L'arcivescovo con una ventina di sacerdoti si è recato a Folgaria per «benedire» gli azzurri. Dialogo col tecnico

Il cardinale Crescenzio Sepe a Folgaria con Mazzarri, calciatori e tifosi

Il cardinale Crescenzio Sepe a Folgaria con Mazzarri, calciatori e tifosi

NAPOLI - L’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, insieme con una ventina di sacerdoti della diocesi partenopea e non solo e con il vescovo ausiliario monsignor Lucio Lembo, questa mattina ha fatto visita alla squadra del Calcio Napoli nel ritiro di Folgaria.

L’arrivo del cardinale Sepe è stato salutato con gioia e ha destato non poca sorpresa nei giocatori azzurri e nel tecnico Walter Mazzarri. Sepe si è intrattenuto a lungo a parlare col tecnico azzurro. Sorpresa anche per i tanti tifosi presenti sul posto. Da tutti la richiesta di preghiere e sostegno. L’alto prelato ha assicurato loro il proprio sostegno e la propria vicinanza auspicando come la presenza del club del Napoli presieduto da Aurelio De Laurentiis, ai vertici del calcio possa essere un segno di riscatto per la città.

La visita dell’arcivescovo partenopeo nel ritiro del Napoli è stata resa possibile grazie alla vicinanza del luogo dove il cardinale ed i sacerdoti abitualmente trascorrono il periodo di riposo e di preghiera a Nova Ponente frazione Pietralba.


30 luglio 2010





Powered by ScribeFire.

Mio marito Scaglia e il divieto di affacciarsi alla finestra di casa

Corriere della sera

La lettera

Mio marito Scaglia e il divieto di affacciarsi alla finestra di casa

Silvio Scaglia
Silvio Scaglia
Caro direttore,
forse lo studio del cinese, che ormai pratica con assiduità, esercita alla pazienza. Oppure, com'è più probabile, Silvio Scaglia, cioè mio marito, di fronte a questa assurdità si è salvato grazie al suo profondo senso del dovere. Ovvero, la sua mentalità da ingegnere lo porta ad obbedire ai comandi dell'autorità perché ci sarà pure un motivo dietro certe imposizioni. Fatto sta che mio marito, agli arresti domiciliari dal 17 maggio scorso nella nostra casa in quel di Antagnod, val d'Ayas, interpreta alla lettera le disposizioni impartite dal gip: divieto assoluto di comunicare con il mondo esterno, con l'eccezione della sottoscritta.

Guai ad affacciarsi al balcone o respirare all'aria aperta: la sagoma delle montagne, bellissime, resta al di là del vetro. Poco più di un miraggio. Anzi, un simbolo di quella libertà che gli è stata sottratta, ingiustamente. Non mi è facile spiegare se e come sia cambiato Silvio dopo questi 160, terribili giorni. L'ostinazione ed il senso del dovere sono quelli di un tempo. Compreso il rispetto della giustizia, sia quella con la G maiuscola che quella, ben più misera, che la nostra famiglia ha sperimentato dallo scorso febbraio. E che mi ha profondamente delusa, anche dal punto di vista umano. E' grottesco che si parli, a proposito del nostro codice, di presunzione di innocenza.

Mio marito è innocente e lo dimostrerà nelle sedi opportune. Nel caso nostro, al di là delle contestazioni di diritto, quel che mi ha ferito è stata la totale assenza di qualsiasi forma di rispetto nei suoi confronti. Anzi, il susseguirsi di piccole o grosse prevaricazioni e di promesse mai mantenute, quasi che si voglia far pagare a Silvio la decisione di mettersi a disposizione della giustizia senza alcuna condizione, facendo ritorno in Italia per fare il proprio dovere di cittadino. E' stata una decisione naturale, presa di comune accordo senza esitazioni. E lui nelle stesse condizioni si comporterebbe di nuovo allo stesso modo, nonostante quel che ha passato. Ma non posso dimenticare che ieri, quando si è sposato mio fratello, Silvio non c'era. In un certo senso, dunque, è il Silvio di una volta. Ed è la sua prima grande vittoria. Ad aiutarlo, poi, c'è un'indefessa curiosità intellettuale. Il tempo libero forzato gli ha offerto la possibilità di leggere molto, documentarsi e riflettere. Non ha perduto la voglia di esplorare terreni nuovi, alla ricerca di innovazione. Sotto la scorza della disciplina dell'ingegnere, chi lo conosce capisce che qualcosa è cambiato: è più indulgente verso il prossimo, a partire dai suoi manager che in passato hanno provato sulla loro pelle quanto Silvio possa essere esigente verso di sé e gli altri. Ora vedo che lui ha capito l'importanza di aver creato una vera squadra. Chissà, forse questa esperienza, lungi dal fiaccare la sua resistenza ed il suo spirito, lo ha completato come uomo e come imprenditore.
Non vorrei che queste parole servissero a far passare in secondo piano la gravità di quel che stiamo passando. Silvio è privato della sua libertà da cinque, lunghi mesi. Negli ultimi ottanta giorni, passati a fare il giro della propria stanza, gli è stato negato anche il diritto all'ora d'aria. Ed è tutt'altro che certo che possa presentarsi al processo a piede libero per difendersi da accuse che non sono suffragate da prove.
La sua, insomma, è una storia di straordinaria ingiustizia. Al solo pensarci io, che non ho la pazienza di Silvio, fremo dalla rabbia. Poi mi capita di ripensare ad un episodio della settimana scorsa: si era fulminata una lampada alogena, Silvio l'ha cambiata e mi ha dato la vecchia per buttarla in pattumiera. «Che devo fare - ho chiesto - la metto tra gli oggetti da riciclare?». «Io - mi ha detto - quella parola non la voglio sentire più: in casa mia il verbo riciclare è proibito». E ci siamo fatti una bella risata liberatoria. In attesa che torni il tempo della giustizia.

Monica Aschei Scaglia

(Silvio Scaglia, fondatore ed ex amministratore delegato di Fastweb, è agli arresti domiciliari per l'inchiesta sui presunti casi di riciclaggio che ha coinvolto anche Telecom Sparkle. Amici e ex colleghi in un blog ne chiedono la liberazione)
01 agosto 2010





Powered by ScribeFire.