giovedì 29 luglio 2010

Scaturchio, sede occupata dai dipendenti

Corriere del mezzogiorno

Dura protesta per le mancate garanzie occupazionali da parte dei nuovi proprietari della pasticceria



Fotogallery

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Lettera di Mussolini a Roosevelt: il Duce esprime ammirazione e auspica incontro

IL Messaggero

I National Archives svelano i dubbi di Joseph P. Kennedy, padre del futuro presidente, sulla guerra contro Hitler

  

WASHINGTON (29 luglio) - Una lettera autografa scritta nel 1933 da Benito Mussolini all'allora presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt è stata resa nota a Washington dai National Archives degli Stati Uniti. La lettera, scritta a mano, fa parte di una serie di corrispondenze e di appunti riferiti agli anni della presidenza Roosevelt, tra i quali figurano anche alcune lettere inviate alla Casa Bianca dall'allora ambasciatore americano a Londra, Joseph P. Kennedy, il padre del futuro presidente.

Mussolini nel 1933 esprime ammirazione a Roosevelt, ed auspica di poterlo incontrare per «discutere dei rilevanti problemi del mondo per i quali Stati Uniti e Italia hanno mutui interessi». Mussolini nella missiva definisce poi le relazioni tra i due Paesi come «cordiali e amichevoli», e sempre riferendosi ai rapporti tra Italia e Stati Uniti conclude con queste parole: «Credo fermamente e spero fortemente» che si rafforzeranno.

Il materiale reso noto dai National Archives comprende anche corrispondenze di Joseph P. Kennedy. Tra le altre, una lettera del 1939 inviata alla Casa Bianca circa un mese dopo l'invasione nazista della Polonia. Riferendosi evidentemente alla recente decisione di Londra e Parigi di entrare in guerra contro la Germania, in seguito appunto all'invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche, Kennedy esprime «gravi dubbi» circa «questa guerra di idealismo» contro Hitler. «Non vedo come alcuno in Europa possa trarre una qualche utilità nell'avere una dispersione incontrollata di comunismo». La lettera è indirizzata alla segretaria personale di Roosevelt, Marguerite LeHand.

I National Archives hanno reso noto anche lettere personali del presidente Roosevelt. Tra le altre, anche una che lui scrisse di suo pugno dall'Egitto alla sua segretaria personale Grace Tully. È il 1943, e Roosevelt è al Cairo per l'incontro col premier inglese Winston Churchill e il capo della Repubblica cinese Chiang Kai-Shek, prima della conferenza di Teheran con Stalin. Alla sua segretaria Rossevelt racconta di aver visitato le Piramidi ei di aver fatto amicizia con la Sfinge. «Il Congresso dovrebbe conoscerla» conclude.

Come i National Archives hanno reso pubblico questo materiale, a Londra la Churchill Archive Trust, la fondazione che conserva gli archivi di Winston Churcill, ha raggiunto un accordo con Bloomsbury per mettere on line per il 2012 la corrispondenza, i telegrammi, i manoscritti e le fotografie dell'ex premier inglese, dai suoi anni scolastici fino agli anni della Guerra Fredda.





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Saviano il puro vede la mafia solo quando vuole

di Vittorio Sgarbi

Stupore, sconcerto e ammirazione devono avere attraversato la mente di Luciano Canfora quando ha saputo che i diari di Mussolini, acquistati da Marcello Dell’Utri, condannato per mafia da tribunali a cui lo stesso Canfora attribuisce credibilità, saranno pubblicati da Bompiani per iniziativa di mia sorella Elisabetta. Canfora si chiede: «Mi domando perché non li abbia pubblicati Mondadori, ma in realtà il quesito è retorico e la soluzione è semplice: non li ha voluti».

Quindi la casa editrice Mondadori rifiuta una proposta di Dell’Utri. In compenso la stessa casa editrice pubblica i libri di Roberto Saviano, antimafioso di professione e politicamente avverso a Berlusconi che, attraverso la figlia Marina, ne è l’editore. Anzi, mentre Saviano a gamba tesa attacca la Lega (principale alleato di Berlusconi) per avere sottovalutato le infiltrazioni mafiose nel nord, Marina Berlusconi dà una lezione di autonomia e di libertà che contraddice tutti i pregiudizi sul potere editoriale di Berlusconi (anche se evidenzia la democrazia interna al capitalismo e quindi il prevalere della legge del mercato sopra l’interesse politico).

Dice Marina Berlusconi: «Ritengo Saviano un grande scrittore, ribadisco la stima nei suoi confronti e il più totale rispetto per il coraggio che ha avuto e per il prezzo che sta pagando. Gomorra non solo l’ho letto ma mi è anche piaciuto. L’ho trovato un libro forte, di pregio e di livello. Ma anche se non mi fosse piaciuto nulla sarebbe cambiato. Perché un editore liberale sa sempre tenere rigorosamente distinte le proprie opinioni personali dalle scelte della sua casa editrice. Quel che conta è che sia stato apprezzato da milioni di persone in tutto il mondo». Una lezione.

Ma non diversa è, rispetto alla logica editoriale e al mercato, il ragionamento di mia sorella rispetto ai diari di Mussolini. Nessuna scelta ideologica, nessuna valutazione del merito (all’opposto della insinuazione di Canfora: «Lo pubblichiamo sapendo che è controverso cioè lo diamo alle stampe per fare un piacere ai soliti noti»). Nessun piacere a nessuno. Semplicemente, spiega Elisabetta Sgarbi: «Se volessi dimostrare che i diari sono veri assumerei una posizione sbagliata, non mi arrogo il diritto di farlo, non è il mio compito, ma credo che sia mio dovere offrire un documento di estremo interesse ai lettori che saranno spinti ad approfondire l’argomento...».

Dunque, due editori puri. Due donne con l’identica posizione su materie profondamente diverse. Bompiani pubblica ciò che Mondadori non pubblica e Mondadori non teme di pubblicare ciò che il presidente del Consiglio critica. Anzi, forse Marina Berlusconi esagera perché, come Saviano pretende immedesimandosi nel ruolo di eroe e di vittima, mostra non solo di apprezzarlo ma di avere «il più totale rispetto per il coraggio che ha avuto e per il prezzo che sta pagando». Che prezzo? Crudamente Roberto Castelli specifica: «Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Noi della Lega non ci siamo limitati a scrivere quattro cose e a partecipare a quattro conferenze né siamo diventati ricchi per questo. Abbiamo corso solo rischi...». Durissimo. Ma il sospetto è lecito.

Saviano ha fatto quello che hanno fatto molti giornalisti, ma ha costruito con abilità la sua immagine. Chi, come noi, ha denunciato la mafia e fatto arrestare mafiosi, non si è calato nel ruolo dell’eroe né s’è lamentato di vivere sotto scorta, condizione che non determina particolari disagi. Saviano ha fatto molta retorica. Ma dov’era mentre la Campania, la Calabria, la Sicilia, la Puglia venivano violentate e sfigurate dagli impianti eolici voluti dall mafia e dalla camorra? Non risultano sue denunce. La mafia industriale, le aziende multinazionali che hanno saccheggiato il paesaggio italiano, convertendo gli investimenti mafiosi attraverso la corruzione politica in energia rinnovabile, Saviano non le ha viste.

Potremmo dire di lui, allora, quello che lui ha detto della Lega: dov’era Saviano quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato la sinistra, in Puglia, in Calabria e in Campania? Vada Saviano a Troia, in Puglia, dove l’amministrazione Vendola ha devastato il paesaggio con centinaia di pale eoliche. Io lo denuncio da anni. Sono stato minacciato. Sono minacciato ora che si intende convertire l’investimento mafioso nel fotovoltaico. Ho fatto arrestare e condannare faccendieri e criminali legati a questi interessi. E perché Saviano ha taciuto, anche conoscendo l’esperienza di agricoltori minacciati? E perché adesso non risponde?

Marina Berlusconi, nell’interesse suo e della casa editrice, lo pubblica. Combattere la mafia è un’altra cosa.





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La Ferrari ''invita'' Massa a far passare Alonso

Repubblica

Ecco il messaggio - ascoltato in mondovisione da tutti  - via radio dai box Ferrari verso Massa: "Fernando è più veloce di te". Un modo elegante per dirgli "fatti da parte"? Siamo al 49esimo giro e fino ad allora il brasiliano era saldamente al comando

Fa gol nella pattumiera: lo spot dell'Aston Villa

Repubblica

Per la prossima stagione calcistica l'Aston Villa promette ai suoi tifosi di fare l'impossibile. E' questo il senso dello spot virale in cui il centrocampista Stewart Downing piazza cinque palloni su cinque in altrettanti secchi della spazzatura a diversi metri di distanza da lui. Il filmato, girato per promuovere la campagna abbonamenti 2010/2011, è stato molto probabilmente editato e ha attirato l'ironia dei tifosi avversari: "E' ovviamente falso scrive un utente su YouTube sappiamo tutti che Downing è un calciatore mediocre".

a cura di Pierluigi Pisa

 

Foto e video di bambini torturati, tre anni di carcere al gallerista Tadini

Corriere della sera

La condanna con rito abbreviato per detenzione di materiale pedopornografico e tentativo di atti sessuali

l'accusa di atti sessuali con minorenne è stata riqualificata in tentativo

Foto e video di bambini torturati, tre anni di carcere al gallerista Tadini


Francesco Tadini (dal web)
Francesco Tadini (dal web)
MILANO - La polizia aveva trovato nel suo computer foto con bambini bendati, legati e incappucciati, sottoposti a sevizie e torture, e poi altri video e immagini, migliaia, con bimbi costretti ad atti sessuali. Oggi Francesco Tadini, noto gallerista milanese e figlio del pittore scomparso Emilio, è stato condannato con rito abbreviato a tre anni di reclusione dal gup di Milano Giuseppe Vanore. Il giudice, in particolare, lo ha condannato per i reati di detenzione di materiale pedopornografico e di tentativo di atti sessuali in cambio di denaro con una ragazzina di 15 anni. Il gallerista, molto conosciuto nell'ambiente artistico milanese e responsabile dello Spazio Tadini fino allo scorso febbraio (quando si è dimesso in seguito all'indagine a suo carico), era stato arrestato il 29 aprile scorso, in seguito alle indagini del pm di Milano Antonio Sangermano e della Squadra Mobile.

LA TENTATA VIOLENZA SULLA RAGAZZINA - Il pm aveva chiesto per lui una condanna a 4 anni e 8 mesi di carcere, ma il giudice ha riqualificato l'accusa di atti sessuali con minorenne in tentativo. L'uomo avrebbe cercato di avere rapporti sessuali, il 21 dicembre scorso, con una ragazzina. L'inchiesta era nata in seguito alle indagini che avevano portato in carcere una banda di albanesi e romeni che sfruttavano prostitute anche minorenni. Secondo l'accusa, Tadini sarebbe stato in contatto con una prostituta della banda e in seguito a una perquisizione nella sua abitazione gli investigatori avevano trovato i video e le immagini, da loro definiti un vero e proprio archivio dell'orrore. Il gallerista avrebbe tentato di sostenere che quel materiale gli serviva per una sua presunta «ricerca artistica» sulle aberrazioni dell'umanità.

LA VOCE AL TELEFONO - Il gallerista è stato assolto dall'accusa, contestatagli in un primo momento, di aver chiesto al telefono a una banda di romeni che gli procurassero contatti sessuali con bambine dai 3 ai 10 anni. È emerso, infatti, che non era la voce di Tadini quella dell'uomo che chiedeva rapporti con piccole vittime «da picchiare».

Redazione online
29 luglio 2010



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Mischi la spazzatura? E io ti spio con la telecamera

IL Tempo

Multa di cento euro agli inquilini dei palazzi dove l'immondizia è separata male. Da gennaio elevate già 1.079 sanzioni. Ama: gli amministratori per non pagare le contravvenzioni sorvegliano i condòmini.



L'ispettore ambientale entra nell'androne del palazzo. Apre i contenitori della raccolta «porta a porta». Fruga nel cestino riservato ai rifiuti organici e trova tre vasetti di yogurt. È una violazione del regolamento comunale. La multa scatta inesorabile: 100 euro da dividere tra tutti gli inquilini del condominio. Dall'inizio dell'anno sono già state elevate 1.079 sanzioni da 100 euro l'una per la separazione sbagliata dei rifiuti. E a pagare, quando si tratta dei condomìni, sono tutti gli inquilini in parti uguali. A meno che il «colpevole» non ammetta di aver sbagliato e si accolli interamente i 100 euro.

Insomma, la multa degli accertatori dell'Ama (così si chiamano in gergo gli ispettori ambientali), finisce per diventare un problema di convivenza. Ma c'è chi è corso ai ripari, come in un palazzo di via Sant'Andrea delle Fratte, vicino a via del Tritone, dove l'amministratore del condominio ha appeso un cartello accanto al portone con cui minaccia di installare le telecamere per cogliere in flagrante chi non separa correttamente i rifiuti (scarti organici e materiali non riciclabili negli appositi contenitori, il resto nei punti mobili di raccolta). Il messaggio è chiaro: siamo stanchi di pagare tutti per colpa di pochi. E questo non è di certo un caso isolato. I dissidi maggiori si verificano soprattutto nei palazzi dove si trovano sia le camere in affitto che gli appartamenti dei residenti. In genere, a pernottare nelle stanze in affitto sono i turisti che non rispettano la differenziazione dei rifiuti. La multa arriva lo stesso. E i residenti, volenti o nolenti, pagano.






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Catia, Asia e Caserta piangono Pierdavide «Non conoscerà il figlio che deve nascere»

Il Mattino

 
di Claudio Coluzzi

S.M.EVANGELISTA - CASERTA (29 luglio) -«Era in missione dall’aprile scorso e doveva tornare mercoledi prossimo. Non vedrà mai il figlio che Catia ha in grembo. Tutto questo è mostruoso». Stefano è un ragazzone e piange senza lacrime Davide che ha sposato la nipote Catia, 33 anni, incinta del secondo figlio. È all’esterno del villino a due piani di via Rosa Luxenburg a San Marco Evangelista, una manciata di chilometri da Caserta, dove la giovane coppia viveva dall’ottobre 2006, quando aveva corononato con il matrimonio un amore dolce e intenso.
All’ingresso della casa, sul muro, sono incisi i due nomi: Davide e Catia. Un via vai di parenti e amici prova a dare conforto a Catia. Alcuni militari in divisa, colleghi di Davide, proteggono come possono quell’immenso dolore.

Da Bisceglie, provincia di Bari, il caporal maggiore Pierdavide De Cillis era stato destinato a Caserta, alla caserma del 21mo Reggimento Genio Guastatori. Lei, figlia di un imprenditore edile di San Marco, molto conosciuto e stimato in paese, lo aveva incontrato per caso ed era nato l’amore.

Poi il matrimonio, la prima figlia Asia che ora ha 3 anni, una vita felice con il rammarico di quel lavoro che purtroppo portava Davide troppo spesso lontano da casa e dagli affetti. Ma lui era sempre allegro, innamorato dell’esercito, pronto a sminuire con la moglie e i familiari i rischi che correva in Afghanistan.
Ieri pomeriggio la tragedia si è materializzata attraverso due militari che, con tatto e gentilezza, hanno comunicato ai genitori di Catia quanto era accaduto. Ma lei era in casa, ha capito subito, e da quel momento in poi l’ansia quotidiana con cui conviveva da sempre si e purtroppo rivelata fondata. Nel peggiore dei modi. In pochi minuti la notizia della morte del militare si è diffusa in paese. Saracinesche abbassate e silenzio innaturale all’esterno dei bar. Poi il pellegrinaggio verso quel villino a due piani, a testa bassa, sfilando davanti ai due nomi incisi nel muro: Davide e Catia.

E la vedova dell’altro italiano rimasto ucciso, Mauro Gigli, ha detto tra le lacrime: «Doveva tornare in licenza la prossima settimana».





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Napoli, condannato 2 volte all'ergastolo è libero per decorrenza dei termini

Il Mattino


  
di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (29 luglio) - Ha lasciato la cella due giorni fa, dopo tre anni di detenzione ininterrotta. A scarcerarlo i giudici del tribunale del Riesame, che hanno fatto i conti e tratto le dovute conseguenze: decorrenza dei termini di custodia cautelare, può lasciare la cella Maurizio Ferraiuolo.
Libero nonostante una condanna all’ergastolo per omicidio e in attesa di un nuovo processo fissato dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli. Storia di un procedimento che non fa in tempo a chiudersi in tre gradi di giudizio, di una giustizia che sfora oltre i termini consentiti dal codice, di accuse che attendono ancora un verifica definitiva davanti a un collegio di giudici.

Storia di un detenuto condannato in primo e in secondo grado all’ergastolo, che tira un sospiro di sollievo in Cassazione, quando la suprema corte accetta di rivedere alcuni punti dell’ultima sentenza e di fissare un nuovo appuntamento in aula, rispedendo gli atti in Corte d’assise d’appello. Tutto secondo le regole del codice, in uno scenario in cui però il fattore tempo non è questione secondaria. Ed è così che lunedì sera, arriva la decisione del Riesame: libero Ferraiuolo, che potrà difendersi a piede libero dall’accusa di essere un killer.
Storie di processi infiniti.

Al centro del dibattimento il delitto di Massimo Ciccarelli, uno dei presunti ras del narcotraffico del Parco verde di Caivano ucciso addirittura nel remoto 1996. Vittima eccellente, soprannominata «Berlusconi», tanto che era importante - come hanno spiegato i pentiti in dibattimento - che venne uccisa su decisione di più clan, per impedire il monopolio della droga del Parco Verde, all’epoca una delle fonti di approvvigionamento delle sostanze stupefacenti per una buona fetta di area metropolitana. Nel commando c’erano anche due killer napoletani, uno di questi era Maurizio Ferraiuolo.

Ma chi è Maurizio Ferraiuolo? Nipote di Raffaele Stolder (a sua volta nome noto nella Duchesca), viene arrestato subito dopo l’omicidio, ma viene rimesso in libertà dal Riesame. Imputato a piede libero, viene arrestato per questi fatti quando la Corte d’assise di Napoli lo condanna all’ergastolo. Un personaggio ritenuto non organico a un clan in particolare, anche se qualche pentito lo descrive capace di mettersi al servizio di chi paga meglio e per primo. Scenari tutti da verificare, nel rispetto del principio di innocenza fino a prova contraria.

Un personaggio comunque noto alle forze di polizia giudiziaria: alla fine degli anni Novanta viene sospettato (anche se non vengono trovati riscontri) di aver svolto un ruolo nella strage del pastificio Russo di Cicciano, con tre operai uccisi per errore da parte di killer imbottiti di cocaina...





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Scandalo pedofilia, il sindaco caccia l'ex prete

Cambogia: il turismo dell'orrore 'Khmer'

Repubblica

Le autorità di Phnom Phen trasformano i luoghi di sterminio dell'ex regime di Pol Pot in siti turistici, per far conoscere al mondo le sue atrocità.

di Ermanno Accardi

Francia, in casa i cadaveri di 8 bebè La madre confessa: "Li ho uccisi io"

di Redazione

I cadaveri di otto neonati sono stati trovati in un giardino di una villetta del villaggio Villers-au-Tertre.

Sono stati fermati i genitori dei piccoli




Douai - Orrore in Francia, dove i cadaveri di otto neonati sono stati trovati in un edificio e in un giardino del villaggio Villers-au-Tertre, nella Francia settentrionale, probabilmente uccisi dalla madre, che avrebbe già confessato di averne soffocati una dozzina per nasconderli al marito. La coppia di genitori, entrambi di circa 45 anni, è stata fermata già ieri e tenuta in custodia dalla gendarmeria locale, ma la notizia è venuta a galla solo oggi.

L'incriminazione dei genitori Questa mattina, il tribunale di Douai dovrebbe avviare un procedimento giudiziario nel corso del quale l’uomo e la donna dovrebbero essere incriminati. Ma secondo la radio Rtl, la donna avrebbe già confessato di aver ucciso i figli per nascondere le sue gravidanze al marito. Sempre secondo l’emittente, avrebbe detto agli inquirenti di aver soffocato una dozzina di neonati dal 1988, seppellendoli sistematicamente nel giardino di casa. I gendarmi non escludono di trovare altri resti.

Le prime indagini Secondo la testimonianza dei vicini della coppia, gli agenti sono andati a fare ricerche anche in un’altra abitazione, a un chilometro di distanza dalla prima. È qui che ora si concentrano i loro sforzi. Formalmente, gli inquirenti parlano di "indagine per fatti criminali". Secondo altre indiscrezioni di Rtl, la storia dell’orrore inizia sabato, quando un abitante del villaggio che ha da poco acquistato la villetta al centro dello scandalo scopre ossa sospette lavorando nel giardino. Dopo un’attenta analisi, gli inquirenti confermano che si tratta di resti umani che avrebbero una decina di anni.

Sconcerto al villaggio Intanto, nel piccolo villaggio di 700 abitanti regna lo sconcerto: "Era gente educata, gentile, cortese, non facevano supporre comportamenti anormali", dice un cinquantenne vicino di casa che abita a un centinaio di metri dalla villetta degli orrori. E si dice molto "sorpreso". Come molti altri compaesani, anche lui chiede che la coppia "non venga condannata in anticipo" dal torpedone di media giunti improvvisamente sul posto. La coppia avrebbe anche due figlie adulte, di circa vent’anni, a loro volta con figli. "Sono persone normali, che hanno un loro ruolo in questa comunità. E' incredibile", dice un altro vicino. In Francia, l’infanticidio multiplo, non è eccezionale, ma se confermato, quello annunciato oggi sarebbe senza dubbio il più grave in termini numerici da una trentina d’anni a questa parte. Il caso più noto è quello dei tre ’bambini congelatì che aveva avuto per protagonista Veronique Courjault, 38 anni, una francese che per anni aveva abitato in Corea del Sud: la sua vicenda ha poi ispirato il contestato libro di Mazarine Pingeot, figlia dell’ex presidente francese Francois Mitterrand, Le cimetiere des poupees.





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Usa, è giallo sulla spia sfuggita all'arresto

Corriere della sera

Era l'ufficiale pagatore del gruppo fermato a giugno e di cui faceva parte anche «Anna la rossa»

A Mosca si ipotizza il doppio gioco: «Lavorava anche per gli Usa, è lui che ha tradito»

Usa, è giallo sulla spia sfuggita all'arresto


Robert Metsos, la primula rossa del gruppo di spie  arrestato a giugno
Robert Metsos, la primula rossa del gruppo di spie arrestato a giugno
WASHINGTON - «Tutto e il contrario di tutto». Sono le parole usate da un ex 007 per definire quello che appare nel mondo delle spie. Ed è quello che potremmo dire di Christopher Robert Metsos. Il finto canadese «di origini ungheresi» era in realtà un agente segreto. Ma al servizio di chi? Il suo nome appare nell’indagine sul network smantellato in giugno dall’Fbi. Quello dove brillava la stella di Anna Chapman.

L'UNICO SFUGGITO - Secondo l’accusa Metsos era l’ufficiale pagatore del gruppo, molto attivo e spesso in viaggio. Tanto è vero che l’unico a sfuggire alla cattura. Fermato a Cipro il 29 giugno mentre sta per imbarcarsi su un jet diretto a Budapest, viene liberato – incredibilmente - su cauzione. Doveva restare in un hotel di Larnaca e in apparenza è quello che ha fatto. Ha messo sulla porta il cartellino «non disturbare» e si è chiuso in stanza con una splendida ragazza. Ma quando non si è presentato a firmare il registro al commissariato hanno scoperto che era fuggito. Nella sua camera d’hotel erano rimaste solo delle ciabatte da spiaggia. In mano alla polizia è rimasto invece il suo computer.

Le spie della porta accanto

DOPPIO GIOCO -
La tesi ufficiale è che Metsos è stato fatto scappare a bordo di un motoscafo e riportato in Russia. Ma sul giornale Moscow Times è apparsa una diversa ricostruzione. Metsos, in realtà, potrebbe essere stato un doppio agente. Lavorava per lo Svr ma anche per gli americani. E forse è stato lui a svelare la presenza dei 10 «dormienti», da Anna Chapman a Vicky Pelaez. Dunque invece che fuggire in Russia potrebbe trovarsi adesso negli Stati Uniti, ben protetto e con una nuova identità. Alle supposizioni di Moscow Times si aggiunge una circostanza curiosa. Vladimir Putin ha incontrato pochi giorni fa le 10 spie espulse dagli Usa, un colloquio annunciato in modo ufficiale. E come mai non c’era l’undicesimo uomo, Christopher Metsos? Le spie della porta accanto – così le hanno definite – continuano comunque a fare notizia. Ieri la rete Abc ha diffuso le foto segnaletiche dei 10 scattate subito dopo l’arresto. Volti tirati, sguardi fissi. Potrebbero essere dei ladruncoli o dei guidatori fermati in stato d’ebbrezza. Invece sono i protagonisti di una storia, dove deve essere ancora scritto l’ultimo capitolo. Guido Olimpio
29 luglio 2010



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All'asta la dentiera di Churchill

Corriere della sera

Il figlio del dentista: «Impedì a mio padre di partire per la guerra perché finisse il suo lavoro»



DAL NOSTRO INVIATO

LONDRA – La dentiera dorata è di quelle che hanno fatto la storia del mondo. Winston Churchill la portava per riuscire a parlare



chiaramente quando faceva i discorsi alla radio nei giorni cruciali della Seconda Guerra Mondiale. Oggi quei preziosi denti finti, fatti a mano come si faceva un tempo, verranno messi all’asta a Aylsham, nella contea di Norfolk in Inghilterra, dal figlio del dentista che li aveva costruiti. Il prezzo di partenza è di 4.700 euro.

IL FIGLIO DEL DENTISTA - «Churchill considerava il lavoro di mio padre fondamentale tanto che gli impedì di partire per la guerra – racconta alla Bbc il proprietario Nigel Cudlipp -. La dentiera aveva bisogno di aggiustamenti continui». Anche perché nei momenti d’ira Churchill la scagliava contro le pareti. «Mio padre diceva sempre – racconta ancora Cudlipp – che poteva capire come stava andando la guerra da quanto lontano finivano le protesi». Il primo ministro più famoso del Regno Unito ha sofferto di problemi dentali sin da quando era bambino.

DOPPIA DENTIERA - Durante la guerra girava sempre con due dentiere per affrontare qualsiasi emergenza. In questi anni la protesi è stata conservata gelosamente in un cassetto nella casa di Cudlipp. Ne esiste solo un altro esemplare che può essere ammirato nel museo del Royal College of Surgeons a Londra: «Questi sono i denti che hanno salvato il mondo! Senza di loro le parole di Churchill non avrebbero avuto lo stesso suono» ha detto alla Bbc Jane Hughes, una delle responsabili del museo. All’inizio dell’anno la stessa casa d’aste di Aylsham aveva venduto un sigaro appartenuto al leader per 5.200 euro. Ma non è tutto. Presto gli appassionati di storia potranno anche consultare l’intero archivio di Churchill. Nel 2012, infatti, saranno messi on line migliaia di lettere, telegrammi, documenti e fotografie dello statista e attualmente conservati a Cambridge nel Churchill Archive Trust. Ma per vederli bisognerà pagare.

Monica Ricci Sargentini
29 luglio 2010



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Mafia, latitante catanese preso in Veneto dopo 11 anni: faceva jogging

Quotidianonet

Vito Zappalà, 61 anni, è stato preso in provincia di Treviso: fuggiva a una condanna a 29 anni per traffico di droga aggravato dalle modalità mafiose

Catania, 29 luglio 2010

È stato catturato a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, il latitante catanese 61enne Vito Zappalà. La polizia di Catania, coordinata dal Servizio Centrale Operativo e con la collaborazione della Squadra Mobile di Treviso, ha rintracciato l’uomo per le vie di Mogliano Veneto, nei pressi dell’abitazione dove dimorava, a conclusione della sua seduta giornaliera di jogging.
Zappalà era ricercato dal 1999 perchè sottrattosi alla condanna di 29 anni di reclusione, riconosciuto colpevole dei reati di spaccio e traffico di sostanze stupefacenti con l’aggravante delle modalità mafiose.
Il latitante è stato riconosciuto tra gli organizzatori di un’associazione per delinquere, che operava tra il Belgio e l’Italia, finalizzata allo spaccio e traffico di stupefacenti, con l’aggravante di essere armata e di essersi avvalsa delle condizioni di assoggettamento e di omertà, tipiche dell’associazione mafiosa, e legata al clan Laudani intesi ‘Mussi di ficurinia', che opera nella zona nord di Catania e nella fascia jonica della provincia.





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Addio Wes C. Skiles Grande fotoreporter morto nel suo oceano

Quotidianonet

E' deceduto mentre stava realizzando riprese subacquee nell'oceano a largo della Florida. Aveva da poco portato a termine uno dei servizi più pericolosi della sua carriera, 'Profondi oscuri segreti'





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Già raccolti 16mila euro per gli orfani in Kenya

di Francesco Maria Del Vigo

A un passo dalla meta la sottoscrizione per dare un pavimento e rendere vivibili anche in inverno le aule delle scuole che con l'aiuto dei lettori del Giornale sono state costruite negli slum di Kariobangi e Korogocho a Nairobi


 


A un passo dalla meta. La sottoscrizione che abbiamo aperto agli inizi di luglio per dare un pavimento ai bambini di Alice for Children, l'associazione che si occupa delle adozioni a distanza degli orfani del Kenya, ha quasi raggiunto l'obiettivo: 18 mila euro. La cifra necessaria per rendere vivibili, anche nella stagione invernale, le aule delle scuole che con il vostro aiuto sono state costruite negli slum di Kariobangi e Korogocho.
Nairobi è una metropoli da quattro milioni di abitanti, più della metà dei quali abita nelle baracche: un incubo di fango, lamiera e detriti. Una fogna a cielo aperto in cui attecchiscono malattie e vivono migliaia di bambini abbandonati. Negli anni Novanta l'Aids ha spazzato via un'intera generazione di kenyani, lasciando sola la generazione successiva, bambini orfani che spesso nascono già condannati a un destino da sieropositivi.
Negli slum un minorenne solo è una vita in pericolo, in balia delle malattie e della violenza. Alice for Children ha costruito delle piccole oasi in mezzo a queste periferie desolate. Korogocho e Kariobangi sono due tra i ghetti più popolosi. Un groviglio di esseri umani che tentano di sopravvivere in tutti i modi, al di qua e al di là della legge. Non tutti ci riescono. In Kenya la speranza di vita è arenata sui 47 anni e la mortalità infantile altissima.
Alice ha dato una speranza ai "nostri" bimbi. Studiare, crescere in un ambiente sano, protetto e controllato, sono il primo passo per un avvenire lontano dalla violenza dei ghetti e della strada. Studio e salute, i requisiti minimi per poter sopravvivere e crearsi futuro. Tutti i nostri piccoli, grazie a un'assicurazione ad hoc, possono ricorrere a cure sanitarie gratuite. Un diritto fondamentale che in Africa è un lusso per pochi. Grazie ai lettori del Giornale ora un centinaio di orfani può studiare, dormire in un letto pulito e rifugiarsi nell'abbraccio di uno dei tanti volontari di Alice.
Siamo stati tra di loro, li abbiamo visti ballare scalzi nella polvere per festeggiare il nostro arrivo e chiederci di voi, i genitori a distanza, le persone che dall'Europa cercano di recapitargli un po' dell'affetto che il destino non gli ha dato. Abbiamo toccato con mano quello che è stato costruito con le vostre donazioni e abbiamo visto quello che serve ancora ai figli degli slum. Sono già stati raccolti più di sedicimila euro, grazie al vostro impegno e alla vostra sensibilità, ora serve ancora un piccolo sforzo per migliorare la loro vita. Ancora una piccola donazione per dare un pavimento alle aule dei nostri bambini.




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Motociclista morto in via Veneto: ora il tassista chiede i danni

Il Messaggero

Il fratello della vittima: «Incredibile, oltre il dolore la beffa».

Il conducente: non ne so nulla, forse è stata la mia assicurazione


 

ROMA (28 luglio) - «Dopo il dolore la beffa, mio fratello è morto travolto da un taxi e il tassista ha chiesto pure i danni. Questa storia ha dell’incredibile». Chi parla è Marco Cerini, fratello di Alberto, l’autista della Trambus-open 110, che il 19 luglio scorso, mentre percorreva via Veneto alla guida di una Honda SH poco prima dell’ambasciata americana, si è scontrato con un taxi impegnato in una manovra che i Vigili definiscono «vietata». Il motociclista è morto pochi istanti dopo l’impatto, il tassista sotto choc ha detto di non averlo visto arrivare. «La lettera dell’assicurazione è arrivata il 21 luglio - racconta Marco Cerini- per noi è stato un colpo, non riuscivamo a credere che fosse vero. Nella lettera la nostra assicurazione ci chiedeva di fare una dichiarazione su quanto era accaduto perché c’era una richiesta di danni da parte della compagnia del tassista».

E’ amareggiato Marco Cerini, dice che se proprio doveva ricevere una lettera dal tassista si aspettava parole di conforto: «Magari una lettera in cui ci diceva di essere addolorato per quello che era successo, e invece chiede dei danni che tra l’altro non vedo come possa pretendere. Ha torto marcio, i mezzi sono ancora sotto sequestro, c’è un’inchiesta in corso e lui chiede i danni, lo trovo davvero un fatto gravissimo. Questo signore ha avuto un comportamento inspiegabile, non ha fatto passare un giorno dalla morte di mio fratello che si è preoccupato di farci scrivere dall’assicurazione. Tra l’altro la sua è una richiesta a dire poco campata in aria».

La mattina del 19 luglio, Alberto Cerini stava scendendo con lo scooter da Porta Pinciana verso piazza Barberini, quando si è trovato davanti il taxi messo di traverso: l’autista aveva svoltato a sinistra per imboccare via Liguria con una manovra sulle doppie strisce. Dai rilievi dei vigili urbani del I gruppo è risultato che il centauro non correva. «Il nostro avvocato ha già fatto le sue mosse - dice Marco Cerini - non siamo preoccupati per la richiesta dell’assicurazione, siamo solo frastornati per quello che è successo».

Ma il tassista dice di non sapere nulla della richiesta di danni. «Forse è una procedura che la mia assicurazione ha fatto senza avvertirmi - dice - probabilmente è una prassi. Io ho soltanto consegnato quella che si chiama raccolta dati, dove ho anche detto che l’incidente è avvenuto mentre stavo girando a sinistra in un punto dove non avrei potuto girare. Non chiedo alcun risarcimento alla famiglia, anch’io sono distrutto per quello che è successo».

P.Vu.





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Arrestata l'imprenditrice Acanfora, è la leader dei piccoli imprenditori di Napoli

Corriere del mezzogiorno

Con la mediazione del consigliere di Castellammare, Tommasino, poi ucciso, avrebbe chiesto l'aiuto del clan

Olga Acanfora

Olga Acanfora

NAPOLI - L’ imprenditrice Olga Acanfora, presidente del Gruppo piccola Industria dell’ Unione Industriali di Napoli e prima donna al vertice dell'associazione, è stata arrestata dagli agenti della Questura di Napoli con l’ accusa di estorsione aggravata nell’ ambito delle indagini per l’omicidio del consigliere comunale di Castellammare di Stabia Luigi Tommasino, ucciso nel febbraio del 2009. Il provvedimento è stato emesso su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

La Acanfora, con la mediazione di Tommasino, consigliere comunale del Pd, avrebbe, tra la metà del 2008 e gli inizi del 2009, chiesto l’ intervento del clan D’ Alessandro attivo a Castellammare di Stabia, per estorcere la riduzione dei costi di lavori professionali prestati alla sua azienda.

Olga Acanfora, amministratrice dell’associazione «Meta Felix» e componente del cda del Centro di medicina psicosomatica di Castellammare di Stabia, con interessi anche nel settore immobiliare, era stata eletta al vertice del gruppo piccola industria di Confindustria Napoli il 23 luglio 2009. Sposata, due figli, è il primo presidente donna del gruppo piccola Industria. Il consigliere comunale di Castellammare di Stabia Luigi Tommasino, 43 anni, del Pd, fu ucciso il 3 febbraio 2009, nei pressi di casa, mentre era in auto con il figlio piccolo, da sicari ritenuti affiliati al clan D’ Alessandro. Il movente dell’omicidio sarebbe stata una somma di denaro non restituita al clan. Uno dei sicari, Catello Romano, 19 anni, era iscritto alla stessa sezione del Pd di Tommasino. Le indagini per l’omicidio del consigliere comunale hanno portato all’arresto di Salvatore Belviso, ritenuto il braccio destro del boss Vincenzo D’ Alessandro.

Già nell'ottobre del 2009 la Acanfora fu ascoltata come persona informata dei fatti su un giro di false fatturazioni. Poi ad un certo punto, la sua veste cambiò: da teste potenziale a indagata. Allora la donna ricopriva l'incarico di vicepresidente dell’unione industriali di Napoli, rappresentante per Palazzo Partanna della sezione Sanità. Successivamente venne iscritta nel registro degli indagati nel corso delle indagini sulla morte del consigliere comunale di Castellammare di Stabia Tommasino.


29 luglio 2010





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Storace: "Uno scippo ad An. Ora faremo causa"

di Antonio Signorini

Il leader della Destra: "Pronta una class action assieme alla vedova Almirante per revocare l’eredità a Fini".

Poi attacca: "Così calpesta la storia, è un furto fatto sul nostro sangue".

E ricorda: "Nell'Msi abbiamo diviso persino il pane"


Roma

Francesco Storace, leader della Destra, cosa ha pensato quando ha letto la storia dell’appartamento donato ad An e ora di proprietà del «cognato» di Gianfranco Fini?
«Se si dimostrerà vera è una vicenda turpe che fa a pugni con certe grida alla moralità».

Quelle di Fini?
«Certo, del resto Fini ci ha abituato a queste cose. Ora si proclama moralizzatore e campione di legalità, ma poco tempo fa difese il diritto di Cuffaro a rimanere governatore nonostante una condanna per vicende legate alla mafia».

Dell’appartamento di Montecarlo l’ha colpita più l’aspetto patrimoniale o quello emotivo?
«Ho provato grande amarezza. C’è una vita passata insieme, il pane diviso tra militanti e dirigenti nell’Msi prima e in An poi. Io non me la sarei mai immaginata una cosa del genere. Si dice che Di Pietro abbia comprato case con i soldi del partito, ma in questo caso i soldi sono di un benefattore. Mi auguro veramente che abbiate scritto una montagna di balle».

E le sembra possibile?
«Ho visto che l’avvocato di Tulliani annuncia causa. Quindi, come minimo, non si tratta di omonimia».

Si sente coinvolto anche a livello di portafogli?
«Io sono tra i fondatori di An e l’appartamento, se sarà confermato quello che è stato scritto, è un bene che era stato ceduto al partito del quale io sono stato fondatore insieme ad altri».

Poi però voi ve ne siete andati da An.
«Nel testamento della Colleoni c’è la cessione di queste proprietà a sostegno della “buona battaglia”. E chiunque, giudici compresi, può capire che quella battaglia è esattamente l’opposto rispetto alla strada che ha preso quell’appartamento».

Ma la signora che ha fatto la donazione non era di An?
«Era fascista, veniva dall’Msi e fece questa scelta. Ci fu anche una cena con Fini. Ma lei i suoi beni li aveva dati al presidente di An, non a Fini in quanto tale. Se sarà confermata la cessione dell’immobile, sarà uno scippo fatto sul nostro sangue».

Possibile che volesse darlo proprio a Fini?
«Di sicuro escludo che la volesse cedere a Giancarlo Tulliani. Poi questa vicenda ne solleva un’altra».

Quale?
«Quella degli immobili passati dall’Msi ad An».

L’Msi aveva un patrimonio immobiliare vasto come quello del Pci?
«Nessuno ci cedeva in affitto le sedi e noi facevamo collette per comprarle oppure c’erano le donazioni dei militanti. Alla fine il partito aveva un bel patrimonio. Con le ipoteche ci pagavamo le campagne elettorali. Erano tempi epici quelli».

Quindi c’erano altri beni oltre all’eredita della signora Colleoni?
«Erano soprattutto immobili ceduti da chi identificava l’Msi e poi An come gli eredi del neofascismo. In molti già ebbero delle difficoltà con il passaggio ad An, figuriamoci adesso che An è scomparsa e finiranno in una fondazione. Io ho parlato con Assunta Almirante e anche lei è determinata ad opporsi».

In che modo?
«Stiamo valutando una class action che coinvolga tutti gli iscritti ad An. Oppure una revocatoria, per capire se qualcuno si è approfittato della disponibilità dei beni».

Parliamo di un ricorso che renderebbe nulla la cessione dell’appartamento di Montecarlo?

«Certo, ed eventuali altri atti di vendita di beni che fanno parte del testamento di Anna Maria Colleoni. Il lascito è a favore di una comunità e chiunque faccia parte di quella comunità può chiedere una revocatoria».

Contate di rientrare in possesso di parte del patrimonio di An?
«Intanto vogliamo vedere le carte e poi vogliamo il censimento di tutti questi immobili che appartenevano ad An. La vedova Almirante intende fare valere le sue ragioni perché chi ha calpestato la nostra storia non può avere quei beni».

Non potete nemmeno rivendicare la proprietà tutta per voi.
«Una soluzione potrebbe essere quella di coinvolgere tutti gli eredi di quel partito, compresa La Destra, nella gestione dei beni dell’Msi e di An. Le fondazioni servono a questo».

Quanti sono gli immobili che erano di An?
«Centinaia, forse migliaia. Il valore è di 50 milioni di euro come minimo».

Esistono ancora militanti che nominano erede un partito?
«Prima si dava anche la vita per un’idea. Oggi la politica ha un valore infinitamente inferiore. Cito Fini: “Nella Prima Repubblica rubavano per il partito ora per se stessi”. E non sto facendo un riferimento agli ultimi fatti. Sarebbe una cinica speculazione».





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Bevono per sbaglio lavanda vaginale, boom di intossicate. Sotto accusa lo spot

Corriere della sera

Lo spot tv avrebbe tratto in inganno le consumatrici.
E ora si pensa di cambiare il colore della confezione

la denuncia dei Centri antiveleni di Milano-Niguarda e Pavia

Bevono per sbaglio lavanda vaginale, boom di intossicate. Sotto accusa lo spot


Lo spot del Tantum rosa
Lo spot del Tantum rosa
MILANO - Bevono lavanda vaginale per errore, a volte finendo al pronto soccorso. I Centri antiveleni italiani, tra cui quelli di Milano-Niguarda e Pavia, hanno avuto 50 segnalazioni in un mese, tra dicembre e gennaio. E le due strutture hanno deciso di sollevare la questione all'Agenzia italiana del farmaco, che si è messa subito al lavoro. A destare l'allarme il Tantum rosa, diventato farmaco da banco dopo un passato da Sop, medicinale senza obbligo di ricetta per cui non si può fare pubblicità. Sdoganato il bando, il Tantum rosa diventa protagonista di uno spot «che sembra aver tratto in inganno le consumatrici. Se prima di dicembre - fanno notare dal centro pavese - rilevavamo 0,5 casi al mese per uso errato accidentale, dopo l'arrivo dello spot sul piccolo schermo e la classificazione del medicinale come farmaco da banco l'incidenza è salita a ben 16 casi in un mese solo nel nostro centro». L'azienda produttrice corre ai ripari e modifica lo spot, sottolineando a più riprese «l'uso esterno» del medicinale. I casi a questo punto diminuiscono, stando ai dati forniti dal centro di Pavia, ma mantenendo comunque una media più alta rispetto al passato: 9 in 20 giorni, tra il 9 gennaio e il 29 gennaio 2010, contro i 16 casi registrati in precedenza dal Cav pavese. Comunque ben al di sopra dell'incidenza pre-spot di 0,5 al mese.

COLORE DELLA CONFEZIONE - Sulla questione la commissione di farmacovigilanza dell'Aifa ha presentato una relazione al Comitato tecnico-scientifico, che ha approvato il documento. La strada indicata consisterebbe nella modifica del colore della confezione del medicinale, che passerebbe da rosa a nera o blu, evitando così di confondere e indurre in errore le donne. Il timore è che alcune di loro acquistino e assumano il Tantum rosa confondendolo con altri farmaci da banco che hanno la confezione del medesimo colore e che vanno assunti oralmente. A quelle che hanno finito per berlo, come fosse uno sciroppo, la lavanda vaginale ha causato «qualche problema, ma conseguenze certo non drammatiche», precisa Marcello Ferruzzi, del Cav del Niguarda: sintomi gastroenterici e stordimento, ma anche vertigini, parestesie agli arti e allucinazioni. Il sospetto di alcuni addetti ai lavori è che il Tantum rosa venga usato in alcuni casi per "sballarsi", magari associato all'alcol. La benzidamina avrebbe infatti anche un effetto euforizzante. (Fonte: Adnkronos)


28 luglio 2010



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Yoko Ono contro la scarcerazione dell'assassino di Lennon

Libero





Yoko Ono, di 77 anni, la vedova dell'ex cantante dei Beatles John Lennon, si è opposta ancora una volta alla richiesta di libertà condizionale per l'assassino di suo marito. La donna ha inviato una lettera alla commissione che tra qualche giorno dovrà valutare la scarcerazione di Mark Chapman in prigione ormai da 30 anni per l'omicidio del chitarrista. L’avvocato di Yoko ha dichiarato: «La sua opinione non è cambiata».

Chapman, oggi 55enne e affetto da disturbi psichici, comparirà il prossimo 9 agosto davanti a una commissione di tre esperti incaricata di decidere sulla richiesta di scarcerazione. Per la precisione è la sesta presentata dagli avvocati dell'uomo dal 2000, anno in cui sono scattati i termini per libertà condizionale.

In tutte le occasioni precedenti Yoko Ono, ha scritto alla commissione ribadendo la sua opposizione al rilascio dell'assassino di suo marito: «Ho paura che possa diventare un incubo, che porti di nuovo caos e confusione - aveva dichiarato la donna in una delle lettere precedenti - Io stessa e il figlio di John torneremmo a non sentirci sicuri per il resto della nostra vita».

John Lennon è stato assassinato a New York l'8 dicembre del 1980, mentre tornava a casa dallo studio di registrazione insieme alla moglie.



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Nord Corea, punizione per Nazionale Atleti alla gogna e ct in cantiere

La Stampa

Umiliazione pubblica dopo le 3 sconfitte al Mondiale



GIANLUCA ODDENINO

Marcello Lippi può considerarsi fortunato. Il suo fallimento al Mondiale è stato salutato da qualche insulto dei tifosi al rientro in Italia e nei suoi giri in barca. Nulla a che vedere col trattamento riservato al «collega» della Corea del Nord al rientro in patria. I giocatori e l’allenatore della nazionale nordcoreana ufficialmente sono stati rimproverati dal governo per le pessime performance in Sudafrica, ma in verità avrebbero subito una pubblica umiliazione. Il ct Kim Jong-hun, infatti, sarebbe stato mandato a lavorare in un cantiere edile, mentre l’intera squadra è stata costretta a restare in piedi il 2 luglio scorso su un palco allestito al Palazzo della Cultura popolare, appena tre giorni dopo il rientro dal Sudafrica, per essere sottoposta a una feroce critica ideologica di sei ore.

Una vera e propria gogna, che lontanamente richiama il trattamento subito dai giocatori della Corea del Nord nel 1966. Eliminarono l’Italia dal mondiale inglese, ma al ritorno il «premio» fu una deportazione nei campi di lavoro. Ora l’aggiornamento del trattamento per «l’incapacità mostrata nel seguire le indicazioni fornite dal “caro leader” Kim Jong-il». Dopo il debutto positivo col Brasile (sconfitta di misura per 2-1), la Corea del Nord era naufragata col Portogallo per 7-0 (al punto che la tv di stato dopo il quarto gol aveva oscurato la diretta) e chiudeva il gruppo G con un’altra sconfitta con la Costa d’Avorio (3-0).

Troppo per i gerarchi nordcoreani che hanno pianificato la punizione esemplare. Circa 400 funzionari, tra cui il viceministro del Partito dei Lavoratori e ministro dello Sport, Pak Myong-chol, altri atleti e studenti hanno preso parte alla pubblica critica, mentre a Ri Dong-kyu, il telecronista della tv pubblica Kctv, è stato affidato il compito di elencare punto per punto gli errori di ogni singolo giocatore. Roba da Fantozzi. «Il ct e i calciatori - spiega una fonte alla Radio Free Asia - sono stati costretti a restare in piedi. Alla fine della sessione i giocatori hanno a loro volta criticato l’allenatore».

Una punizione che non ha colpito i due giocatori del Nord nati e residenti in Giappone: An Yong-hak e Jong Tae-se. Quest’ultimo era scoppiato in lacrime alle note dell’inno nordcoreano prima del match col Brasile. Forse per questo è stato risparmiato: anche i dittatori hanno un cuore.




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Canada, ritrovata nave scomparsa 155 anni fa nella ricerca del Passaggio a Nordovest

IL Messaggero

 

ROMA (28 luglio) - Gli archeologi di Parks Canada hanno ritrovato intrappolata dai ghiacci nell'Artico l'Investigator, una nave abbandonata 155 anni fa durante la ricerca della spedizione di Sir John Franklin, l'esploratore inglese scomparso nel 1845 mentre cercava con le navi Erebus e Terror il passaggio a Nord Ovest. Il relitto è stato ritrovato a otto metri di profondità, nelle acque di Banks Island, nella Mercy Bay da alcuni anni libera dai ghiacci.

L'Investigator, agli ordini del capitano Robert McClure, fu inviata nel 1850 alla ricerca delle due navi della spedizione di Franklin, ma rimase bloccata dai ghiacci a Mercy Bay per oltre due anni. Parte dell'equipaggio abbandonò la nave in un tentativo disperato di trovare soccorsi via terra. Una parte, rimasta invece sulla nave, fu tratta in salvo dalla Northern Star. All'Investigator fu riconosciuto l'ottenimento del risultato mancato da Franklin, con l'attribuzione della scoperta del Passaggio a Nordovest.





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Lascio la casa ad An". E Fini ci mette il cognato

di Gian Marco Chiocci

La contessa Colleoni regalò a Gianfranco l’appartamento monegasco per sostenere la "battaglia del partito". Ora ci vive il fratello della Tulliani. 

 

La casa faceva gola a tutta Monaco. Tulliani rinchiuso a finestre sprangate minaccia querele. Storace: "Faremo causa"



 
Da Monterotondo a Montecarlo. Il gran premio immobiliare Colleoni-Fini-Tulliani durato undici anni, corso a milletrecento chilometri di distanza, accende il verde ai semafori nel lontano 1999 allorché la contessa Anna Maria Colleoni, discendente del celebre capitano di ventura, il 12 giugno muore nella sua tenuta di Monterotondo, a venti chilometri da Roma. Dieci giorni dopo la dipartita, aperto il testamento, si scopre che Alleanza nazionale erediterà beni per due miliardi e mezzo di lire, ivi compreso l’appartamento del Principato di Monaco attualmente occupato da Giancarlo Tulliani, «cognato» di Gianfranco Fini.
La città di Monterotondo dalla fine della guerra è sempre stata amministrata dalla sinistra, da cui il soprannome di Stalingrado del Centro Italia. È qui che la nobildonna coltivava i suoi interessi e l’amore, sviscerato, per la politica. Da sempre fervente fascista, figlia di fascisti, Anna Maria Colleoni non faceva mistero delle sue simpatie destrorse tant’è che gli esponenti locali di Alleanza nazionale la adottarono e ne difesero le istanze nei confronti del Comune contro il quale, di tanto in tanto, la signora si confrontava per problemi di confinato, vincoli e di potenziali espropri della sua terra ricca di albicocche. Tanto era il trasporto per la fiamma di Giorgio Almirante che quando, a metà degli anni ’90, le si prospettò l’occasione di incontrare a tu per tu Gianfranco Fini in una saletta riservata del ristorante Villa Ramarini prenotato per festeggiare l’elezione dell’allora consigliere comunale Roberto Buonasorte (oggi alla Regione con la Destra di Storace) non si fece pregare due volte.

Scortata dal futuro consigliere Marco Di Andrea, la contessa andò incontro a colui che riteneva il degno erede della sua antica fede e stringendogli le mani gli sussurrò che quando sarebbe morta il partito avrebbe ereditato ogni suo avere: «Caro Gianfra’, se te comporti bene quando me moro te lascio tutto. Da camerata a camerata». Gianfranco Fini, molto carinamente, fece gli scongiuri. «Stia serena, camperà cent’anni». Lei ricambiò l’augurio mantenendo gli impegni. A dicembre del 1997 prese carta e penna e stilò un testamento olografo, che poi recapitò, via pony express, al notaio Giuseppa Spadaro. Un unico foglio, ventidue righe scritte personalmente a penna.
Chissà, forse immaginando quel che Fini avrebbe combinato nel tempo, aggiunse una postilla tutta da leggere. «Io sottoscritta Anna Maria Colleoni dichiaro liberamente di nominare erede universale dei beni mobili e immobili che mi appartengono al momento del mio decesso, il partito Alleanza nazionale nella persona del suo attuale Presidente on. Gianfranco Fini come contributo per la buona battaglia».
La «buona battaglia» a cui la contessa si riferiva sicuramente nel 1997, e fors’anche nel 1999, probabilmente non era quella che Fini sta ancora finendo di combattere. Ne sono convinti i vecchi camerati di Monterotondo che alla Colleoni intestarono il circolo di An in via Fratelli Bandiera (ex Santucci), in gran parte transitati con Storace, il resto confluiti nel Pdl. Talmente convinti che, alla luce di quel che sta emergendo in queste ore, rileggendo attentamente le volontà della nobildonna sta maturando l’idea di portare in tribunale l’erede universale.

Come fare? Gli ex aennini Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte sono i capofila di questa «rivolta» anche perché si sentono traditi dal loro vecchio partito che mai si preoccupò di consultare i politici locali sull’opportunità di utilizzare in loco parte dei proventi delle vendite degli immobili ereditati per realizzare opere sociali a cui la stessa contessa teneva tanto. «Un dato è certo. Tra il ’97 e il ’99 la Colleoni donò tutto al partito, e a Fini in subordine, in nome della buona battaglia. Una buona battaglia che Fini ha condotto sino ai giorni della morte della contessa, tant’è che la signora non ha mai revocato il testamento del ‘97.

Dai primi anni 2000, però, Fini ha cambiato pelle a partire da certe, plateali, prese di distanza di valori storici della destra». Ecco il punto. Il punto della «buona battaglia», sul piano giuridico, sarebbe un «onere» ineludibile, interpretabile ai sensi dell’articolo 647 del Codice civile che testé recita: «Onere: tanto all’istituzione di erede (in questo caso il partito, ndr) quanto al legato può essere apposto un onere». Come dire: io ti lascio questo patrimonio e tu lo devi utilizzare per la «buona battaglia» voluta dalla contessa. «L’onere impossibile (…) rende tuttavia nulla la disposizione se ne ha costituito il solo motivo determinante», e in questo caso la «buona battaglia» lo è.


Ma c’è di più. Di Andrea e Buonasorte fanno notare come l’articolo successivo, il 648, offre un’indicazione importante su come avviare la pratica per l’annullamento dell’atto. «Leggete bene. Si dice che “per l’adempimento dell’onere può adempiere qualsiasi interessato”, dunque qualunque iscritto di An può rivolgersi alla magistratura. E si legge anche che nel caso di inadempimento dell’onere, quindi laddove tu Fini non fai la buona battaglia che stava a cuore alla contessa, l’autorità giudiziaria, e dunque il tribunale, può pronunziare la risoluzione della disposizione testamentaria.
Che vuol dire? Che se ti levo la qualifica di erede, tu Fini o tu partito, mi ridai tutto indietro».

Il ragionamento, a sentir loro, si chiude a meraviglia: «Letto il codice, letta la storia politica di Fini ai giorni nostri, letto l’articolo del Giornale sulla casa di Montecarlo, qualunque iscritto ad Alleanza nazionale può recarsi in tribunale e dire: siamo venuti a conoscenza di questa problematica, chiediamo formalmente che tutti i beni della contessa Colleoni vengano tolti al partito», con ovvia eccezione per alcuni legati che la contessa ha riservato ad alcuni nipoti non avendo avuto figli.
«Rispetto a tutto questo enorme patrimonio – attacca Di Andrea – avremmo potuto piantare una grana infinita ma abbiamo voluto evitare per rispetto del partito di cui facevamo parte. E che anziché prendere tutto e scappar via avrebbe potuto lasciare qualche briciola al circolo monterotondese di An.

L’intera gestione dell’eredità della contessa non c’è piaciuta. Siamo rimasti molto male». Buonasorte incalza: «Al senatore Pontone, l’amministratore dei beni di An, dicemmo che non era nostra intenzione speculare su questa eredità ma che almeno ci dessero una giusta riconoscenza delle grandi battaglie combattute in questo paese. Non volevamo toccare palla, non ci interessava lucrare. Tant’è che quanto il senatore Pontone ci rispose che il partito aveva bisogno di fare cassa per le elezioni e quindi doveva vendere al miglior offerente, alzammo le braccia rassegnati». S’intromette Di Andrea: «Va poi tenuto conto che sul terreno della contessa noi presentammo un progetto per una edilizia che andasse un po’ incontro al sociale, contemplasse pure un dopolavoro e un parco giochi per bambini intestato alla contessa. Il fondo fu venduto a un costruttore della zona. Niente di quel poco che chiedevamo ci è stato dato».






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12 milioni di computer infettati E' un ventenne il re degli hacker

La Stampa

Danneggiati i database delle maggiori banche in più di 190 paesi: malware venduti online per mille euro


TORINO

In un'operazione congiunta l'FBI e le autorità internazionali hanno arrestato un hacker ritenuto responsabile della creazione del codice di un virus altamente pericoloso che ha infettato oltre 12 milioni di computer in più di 190 Paesi e danneggiato i database delle maggiori banche e corporazioni di tutto il mondo.

Il giovane Iserdo, 23 anni, è stato stanato a Maribor in Slovenia, dopo una lunga e difficoltosa indagine della Polizia criminale slovena condotta insieme ad agenti americani e della Guardia Civil Spagnola. La sua cattura giunge cinque mesi dopo la scoperta di un'enorme cyber-truffa e l'arresto di tre presunti creatori di un'organizzazione conosciuta come «botnet Mariposa». Con il termine si intende una rete di computer che, ad insaputa dei proprietari, viene controllata da pirati informatici in grado di sottrarre i dati sensibili degli utilizzatori: i cybercriminali si infiltravano, infatti,  nel personal computer di ignari proprietari, spedendo elevate quantità di mail infette per colpire specifici server e impossessarsi dei dati sensibili. Nel mirino della banda, coordinata da un 31enne di origini basche, numeri e password di carte di credito, informazioni personali e credenziali bancarie di oltre 800 mila persone cadute nella trappola informatica. La pericolosa organizzazione è riuscita ad infiltrarsi attraverso le debolezze del browser Internet Explorer, successivamente ha contaminato le porte USB fino ad arrivare al software di messaggistica istantanea MSN.

Gli agenti hanno rifiutato di fornire alla stampa le vere generalità del giovane hacker e esplicitare le accuse mosse contro di lui. Jeffrey Troy, direttore della divisione informatica dell'FBI, ha affermato che l'arresto di Iserdo - avvenuto dieci giorni fa - è cruciale, il maggior colpo assestato alla banda. «Per usare un'analogia, rispetto al ladro che si potrebbe intrufolare in casa vostra, noi abbiamo arrestato colui che potrebbe dargli il piede di porco, la mappa e la possibilità di accesso alle più belle case del vicinato».

Troy si aspetta a breve molti fermi in Spagna e Slovenia: presumibilmente si spera di riuscire a rintracciare tutti coloro che hanno comprato sulla rete il malware venduto da Iserdo e soci in pacchetti personalizzati o con caratteristiche aggiuntive speciali, per un prezzo variabile da 500 dollari per la versione base a più di mille dollari per quelle avanzate. L'indagine è stata una delle più complicate mai affrontate e ha interessato oltre un centinaio di specialisti tra agenti federali statunitensi, ricercatori ed esperti di industrie private. A lungo è stato facile per la banda nascondere la propria identità al traffico Internet con sistemi di «anonymizer» per mascherare il proprio indirizzo IP e facendo attenzione a utilizzare computer rubati. Il botnet Mariposa - ora smantellato - era uno dei più grandi al mondo, molto più sofisticato rispetto a quello che in passato è stato utilizzato per penetrare Google Inc. e che ha portato il motore di ricerca a minacciare di ritirare i propri server dalla Cina.



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Le stragi nascoste dei superkiller Usa

La Stampa

La "Black Unit" deve eliminare i capi ma uccide troppi civili



FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK

Stazionano a Camp Marmal, la base di Mazar-e-Sharif, si muovono soprattutto di notte e hanno il compito di catturare o uccidere in gran segreto militanti taleban ed esponenti di Al Qaeda di elevato profilo i cui nomi sono contenuti in una «lista nera» riservata. È la Task Force 373, il commando militare «top secret» che combatte parallelamente alle truppe dellAlleanza in Afghanistan e la cui esistenza è stata svelata da Wikileaks alcuni giorni fa.

Dai documenti pubblicati sul sito emerge che per le sue operazioni la TF 373 utilizza principalmente tre basi militari: quelle di Kabul, Kandahar e Khost. È composta da uomini scelti di Esercito, Marina e Marines, e nonostante lavori assieme alle forze speciali della coalizione di stanza in Afghanistan, recluta la maggior parte dei suoi uomini dallo Special Force Group di Forth Bragg, in Carolina del Nord. Sono elementi addestratissimi che operano in squadre con dotazione di armamenti e attrezzature sofisticate, e si muovono a bordo di elicotteri Chinook e Cobra della flotta del 160 Reggimento di aviazione per le operazioni speciali, di base a Hunter Army Airfield, in Georgia.

Il comando di questa «Black Unit», come vengono tecnicamente definite le task force che operano sotto copertura, è affidato, sembra, al generale Raymond Palumbo, e il nucleo afghano ha il compito di uccidere obiettivi di «alto profilo» o catturali e detenerli senza processo. Dai documenti pubblicati su Wikileaks è emerso il profilo di almeno duemila figure di rilievo appartenenti alle formazioni taleban o ai nuclei di Al Qaeda, il cui nome è transitato sulla «kill or capture list», conosciuta con lacronimo Jpel.

I documenti rivelano che nelle azioni della TF 373 sono morti però diversi civili, donne, bambini e funzionari della polizia afghana, persone innocenti finite per caso o errore nelle missioni ombra i cui esiti tragici venivano puntualmente insabbiato o falsati dalle autorità della coalizione. La notte dell11 giugno 2007, ad esempio, la TF 373 ha partecipato a una missione con le forze speciali afghane per catturare o eliminare il comandante taleban Qarl Ur-Rahman attorno a Jalalabad. Ma poco prima di entrare in azione è iniziato un confuso conflitto a fuoco terminato con larrivo di un AC-130 le cui mitragliatrici hanno spazzato raso al suolo tutta larea. Il rapporto segreto che ne è seguito recita: «7 x ANP KIA, 4 x WIA». Voleva dire che le persone colpite dalle raffiche nella notte erano poliziotti afghani, sette dei quali morti e quattro feriti. Le autorità della coalizione si sono limitate a raccontare in un comunicato di uno scontro a fuoco e dellintervento di supporto aereo, senza menzionare niente sugli undici poliziotti.

Nonostante le tensioni crescenti tra popolazione, autorità locali e militari, la TF 373 ha continuato a condurre operazioni ad alto rischio come quella che ha visto le truppe speciali confrontarsi con i taleban nel villaggio di Laswanday alla fine del 2007, a poca distanza da dove qualche mese prima erano rimasti uccisi sette bambini in un altro blitz dellunità. Il bilancio dello scontro anche in quel caso è stato tragico: di dodici americani e tre bambini feriti, quattro civili, una ragazza e una donna uccisi, una fattoria devastata. Nessun miliziano è stato eliminato o catturato.

Numerosi documenti mostrano infine che gli obiettivi Jpel sono stati catturati e trasferiti in una prigione speciale chiamata Btif, ovvero Bagraham Theatre Internment Facility, e detenuti per anni senza processo, in celle comuni o vecchi hangar. Ad ogni prigioniero si attribuiva un numero, al dicembre 2009 erano 4288 i prigionieri transitati al Btis, alcuni persino sedicenni. Sono 757 quelli ancora reclusi.




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