mercoledì 28 luglio 2010

Due militari italiani morti in Afghanistan

Corriere della sera

Specialisti del Genio, sono rimasti colpiti nell'esplosione ordigno artigianale.
Berlusconi: «Sono addolorato»



ROMA - Due militari italiani sono morti in Afghanistan. Ne ha dato notizia il presidente di turno del Senato, Vannino Chiti. Il Senato ha immediatamente osservato un minuto di silenzio. Nella giornata di giovedì ci sarà un'informativa del governo al Parlamento: il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, relazionerà sull'accaduto e sulle condizioni in cui le truppe italiane si trovano ad operare. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha appreso della notizia poco prima di aprire la conferenza degli ambasciatori alla Farnesina, si è poi detto «rattristato» per le nuove vittime italiane.

LA RICOSTRUZIONE - Il fatto è avvenuto a una decina di chilometri a nord di Herat. I due militari, secondo quanto si è appreso, erano specialisti del Genio. Facevano parte di un team Iedd (Improvised Explosive Device Disposal), specializzato nella rimozione di ordigni esplosivi improvvisati. Quando è avvenuto l'incidente erano impegnati proprio in una operazione di disinnesco. L'intervenuto è avvenuto intorno alle 20 locali. Una bomba rudimentale segnalata dalla polizia afghana. Dopo aver verificato la presenza dell'ordigno, i due genieri hanno proceduto alla sua neutralizzazione. Ma nel perlustrare la zona circostante per accertare l'eventuale presenza di altri ordigni, sono stati investiti da una forte esplosione che ne ha causato la morte. Anche il precedente attentato che aveva causato la morte di soldati italiani, lo scorso maggio, era avvenuto nella zona di Herat, dove ha sede il quartier generale del nostro contingente.

«LE PAROLE NON HANNO SENSO» - Berlusconi ha detto che quando arrivano queste notizie così drammatiche «ci si domanda se ne vale la pena», per poi aggiungere che proprio in queste situazioni, «bisogna rafforzare l'idea che ne vale la pena». «Le parole non hanno senso», ha aggiunto, non possono «lenire il dolore. C'è solo il fatto - afferma il Cavaliere - di apprezzare chi compie la scelta personale di andare in missione. «La carriera di un soldato - dice il capo del governo - espone a certi rischi. Chi è andato in Afghanistan lo ha fatto per scelta personale». Per il premier, dunque, queste notizie «creano dolore ma è giusto fare quello che facciamo».

IL PD: «SICUREZZA INELUDIBILE» - Anche dai gruppi dell'opposizione sono arrivate parole di cordoglio e vicinanza ai famigliari delle vittime. Il Pd chiede però che il governo affronti il tema delle tutele per i militari italiani. «La vicenda purtroppo rende non più eludibile la questione della sicurezza dei nostri militari in Afghanistan - ha detto l'on Erminio Quartiani dell'ufficio di presidenza del Pd alla Camera - : per questo chiediamo che il governo riferisca alla Camera sulle condizioni in cui il nostro contingente si trova ad operare». Antonio Di Pietro, a nome dell'Idv, ha detto che «oggi è un giorno di lutto per tutto il Paese e ogni polemica sulla nostra presenza in Afghanistan risulterebbe strumentale». Tuttavia ha anticipato che «a tempo debito, ribadiremo le ragioni per le quali l'IdV è contraria a una missione che è risultata fallimentare, come dimostrato dal dossier diffuso da Wikileaks». Per il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, «l'Afghanistan non può diventare il Vietnam italiano. Ormai siamo in presenza di una guerra senza fine che porta solo alla perdita dolorosa di vite umane tra militari italiani e i civili».

Redazione online
28 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Svizzera, vietato innamorarsi del collega d'ufficio: in caso di flirt si rischia il posto

Il Mattino

ZURIGO (28 luglio) - Guai a innamorarsi di un collega, e anche seri, almeno in Svizzera, dove si rischia addirittura il posto. È scritto a chiare lettere in una direttiva del gruppo Richemont, proprietario di griffe prestigiose, dagli orologi e gioielli Cartier e dei prodotti Gucci alle penne Montblanc.

Il gruppo Richemont ha diramato dalla sua sede di Ginevra un “codice di comportamento” per i propri ventimila collaboratori che osteggia, dichiaratamente, gli amori sul luogo di lavoro. “Soprattutto quando si tratta di gente che lavora fianco a fianco”, recita il regolamento, di cui è entrata in possesso la Radio Svizzera in lingua francese.

I vertici di Richemont non replicano alle rivelazioni dell’emittente, secondo la quale i dipendenti del gruppo che, incuranti del regolamento, dovessero intrecciare un flirt “sono pregati di informare della love story i superiori, nonché l’ufficio del personale”.


Spetterà, poi, all’azienda, si presume in base alla gravità della trasgressione, stabilire l’eventuale sanzione. Che può andare dalla separazione fisica dei due amanti, destinandoli ad esempio in uffici diversi, all’estrema misura del licenziamento.Un «codice di comportamento» che devono ben rispettare i suoi collaboratori, ma che sarebbe buona norma ci dessero uno sguardo tutti, suggeriscono, «soprattutto quando si tratta di gente che lavora fianco a fianco».





Powered by ScribeFire.

Benevento, colpo al clan Pagnozzi Preso Guida braccio destro del boss

Il Mattino

  

BENEVENTO (28 luglio)

Ancora un duro colpo è stato inferto al clan Pagnozzi, il sodalizio criminale che opera in Valle Caudina, al confine tra le province di Avellino, Benevento e Caserta. Due affiliati di primo piano, Giovanni Guida e Giovanni Di Matola, sono stati arrestati dai carabinieri di San Martino Valle Caudina (Avellino) su ordinanze emesse dai giudici di sorveglianza del tribunale di Avellino e del tribunale di Salerno. Guida, considerato il braccio destro dell'anziano capo clan, Gennaro Pagnozzi, detto ò Giaguaro, con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso, si trovava in libertà vigilata ma di fatto continuava a svolgere funzioni di raccordo con gli altri affiliati al clan oltre che partecipare personalmente alle estorsioni nei confronti di commercianti e imprenditori di Montesarchio e Benevento.

Guida, dopo essere stato trasferito in carcere, è stato trasferito nella casa-lavoro di Favignana dove dovrà restare per i prossimi due anni. Per Giovanni Di Matola i magistrati di Salerno hanno revocato gli arresti domiciliari ai quali si trovava per spaccio di stupefacenti e ripristinato la cutodia cautelare in carcere.




Powered by ScribeFire.

Napoli, quattro scheletri nei campi di Nola. E' giallo

Il Mattino

  
di Antonio Russo

NAPOLI (28 luglio) - Per Maria e Gioacchino quella di ieri doveva essere una normale giornata di lavoro nei campi, con la preparazione della raccolta delle nocciole. Invece dissodando il terreno la coppia si è trovata di fronte ad un ritrovamento drammatico ed inaspettato: ossa umane che emergevano dal terreno una dopo l’altro. Il macabro ritrovamento alla periferia di Nola, sulla collina di Cicala, non lontano dal confine con il territorio di Visciano. Teschi di persone adulte, poi quella di un bambino. Chi erano? Quattro, forse cinque persone. Un’intera famiglia? Uccisi o sepolti da una mano generosa tanti anni fa dopo un’epidemia? Vittime di un rito satanico? Anche questa ipotesi si affaccia alla mente della gente del posto. C’è chi scava nella memoria, chi cerca di ricordare i casi di lupara bianca, chi addirittura va a scavare nei libri di storia della zona alla ricerca di un indizio, di una traccia magari di una famiglia scomparsa nel nulla. E perché sepolti proprio lì? Una strage familiare?

«Stavo scavando nel terreno con la zappa – spiega Maria La Manna, la proprietaria del podere – quando ho avvertito sotto la parte metallica qualcosa di duro, ma non si trattava di una pietra. Ho continuato a scavare con le mani, e mi sono trovata tra le mani un piccolo osso. Poteva sembrare il resto di un animale e non ci ho fatto troppo caso. Poco dopo però, molto vicino a quel punto, è emerso qualcosa di strano, ma comunque chiaro: era un grosso frammento di teschio umano».

«Appena mia moglie mi ha chiamato - continua Gioacchino Iovino, il titolare del podere – ho visto anch’io le ossa. Le ho detto di non toccare nulla e sono corso a prendere il telefono cellulare per chiamare i carabinieri. Io oltretutto sono presidente provinciale di un’associazione ambientale, e sono molto sensibile ai temi della legalità e della tutela dell’ambiente, quindi ho pensato subito a chiamare le autorità».

Sul posto sono intervenuti gli specialisti dei carabinieri della compagnia di Nola, i quali hanno dissotterrato le ossa di quello che sembrava un unico cadavere. Tuttavia sono bastati pochi minuti per rendersi conto che sotto un primo strato di terreno vi era molto di più: osso dopo osso sono emersi quattro scheletri. Le condizioni dei singoli corpi erano molto diverse tra loro: una delle ossature infatti era ben allineata, probabilmente la sepoltura non è stata mai toccata fino a ieri, al momento della scoperta. Altre ossa invece nelle immediate vicinanze sono state ritrovate scomposte, le une sulle altre: segno questo che nel corso degli anni chi ha lavorato il terreno ha smosso senza saperlo i resti di quelle persone.
Il numero degli individui ritrovati non è stato stabilito con facilità: è stato necessario riferirsi al numero di teschi emersi dopo gli scavi.

Oltretutto non è detto che i quattro scheletri siano gli unici custoditi da quelle zolle di terreno: chi ha effettuato quelle sepolture infatti potrebbe aver inumato anche altri corpi. Difficile dire a che epoca risalgano con precisione i cadaveri, così come è altrettanto difficile stabilire se si tratti di persone venute a mancare tutte insieme, oppure in periodi diversi.

A giudicare dalla profondità in cui sono state ritrovate le spoglie, abbastanza modesta, sembrerebbe improbabile che si tratti di corpi risalenti ad epoche storiche lontane: le sepolture non sembrano effettuate troppo lontano nel tempo.

Chiunque abbia inumato quei corpi, lo ha fatto comunque con metodo: l’orientamento delle salme era lo stesso, con la testa rivolta verso valle ed i piedi orientati in direzione di un piccolo edificio diroccato, situato a pochi metri di distanza. Di certo tra quei sepolti vi era un bambino: le dimensioni di uno dei teschi infatti non lasciavano adito a dubbi. Si trattava di un giovane che, date le dimensioni del cranio, non avrà avuto più di otto o dieci anni.
Difficile ipotizzare anche le cause dei decessi: anche se si trattasse di morti violente le condizioni dei resti oggi non consentono di chiarirlo. Le ossa intanto sono state asportate dagli addetti della polizia mortuaria e trasportate a Napoli, in attesa di esami scientifici che aiutino a datare il tutto con esattezza.




Powered by ScribeFire.

Napoli e Campania, cresce voglia di Lega A Melito 4 consiglieri vanno al Carroccio

Il Mattino

 
di Adolfo Pappalardo

NAPOLI (28 luglio) - Inarrestabile. Contagiosa. È la voglia di Lega Nord che colpisce, in questi giorni, molti politici locali campani. In mezzo, certo, un sentimento revanchista che potrebbe (anche) prendere piede. Magari in questa lunghissima vigilia delle amministrative della prossima primavera.
Ora è il turno di 4 consiglieri comunali di Melito, paesone a Nord di Napoli. Rispettivamente uno del Pdl, uno del Pd e due eletti con una civica di centrosinistra: «I leghisti ormai sono le uniche persone che amministrano bene il territorio», dicono facendo sapere che la loro richiesta formale di adesione è già partita verso il quartier generale del Carroccio. E, ancora, il sindaco di Agropoli Franco Alfieri, eletto alle ultime amministrative con un’ampia coalizione di centrosinistra in stile Ulivo. Perché appena qualche giorno fa alla notizia che il nuovo piano ospedaliero regionale preveda la chiusura del nosocomio cittadino, ha tuonato: «Basta, mi iscrivo alla Lega, è l’unico partito in grado di difendere i diritti del territorio. La classe politica campana ha fallito».

Lo farà davvero? Vedremo. Ma ieri l’intera maggioranza, giunta e consiglio, che l’appoggia in questa battaglia, si è autosospesa dai rispettivi partiti d’appartenenza. Nell’ordine Pd, Udc, Udeur, Verdi e Rifondazione. E tutti accarezzano, senza però darla troppo a vedere, la stessa idea. Quale? Ma iscriversi al Carroccio, naturalmente.

Non è una novità d’altronde e il rapporto con Napoli in questi ultimi due anni è cambiato. «A Napoli occorre riportare la civiltà», tuonava Paolo Grimoldi, deputato del Carroccio nel febbraio del 2008 all’insorgere dell’ennesima crisi dei rifiuti. Passa esattamente un anno e la situazione cambia radicalmente: dalla Campania partono, via mail, un centinaio di richieste di tesseramento. Cestinate? Macché. Il leader in persona è interessato a quella che non è ina boutade ma un primo sbarco nel mezzogiorno.

Così Umberto Bossi spedisce al Sud i deputati Giovanni Fava e Gianluca Buonanno. Per quel pugno di richiesta di iscrizione ma soprattutto in vista delle Europee dove il Caroccio, per la prima volta in assoluto, presenta le sue liste. Sarebbe l’occasione per sfondare al Sud. Anche se non va proprio benissimo: in Campania il Carroccio agguanta solamente 13.100 preferenze (lo 0,47 appena). Con un exploit di tutto rilievo a Castelvolturno: 532 voti di lista e 466 voti di preferenza per Carmen Santagati. Mica pochi: il 9 per cento. Ma non abbastanza per convincere i vertici della Lega a ripetere l’esperimento per le ultime regionali.

Meglio accontentarsi dei primi cittadini in quota Carroccio acquisiti in Abruzzo. Agli inizi di aprile l’eventuale discesa del partito di Bossi in Campania riprende quota. Basta una farse del ministro Roberto Maroni: «Per Milano si è già prenotato Bossi e per Napoli non è detto che non si faccia un pensierino. Almeno cominceremmo a far funzionare qualcosa», dice riferendosi alla poltrona del sindaco Iervolino. Si ricomincia mentre ci si divide tra chi la bolla come una semplice battuta e chi accarezza seriamente l’idea di portare un leghista a palazzo San Giacomo.

Marcello Taglialatela e il governatore Stefano Caldoro propendono per la prima ipotesi mentre un’Alessandra Mussolini appena eletta in consiglio regionale coglie l’occasione al volo. «Divento della Lega e mi candido sindaco», dice. Provocazione? No e spiega: «Ormai la Lega vuole uscire dai recinti territoriali. Sono stata io a invitare per la prima volta Bossi a Napoli», dice la nipote del Duce facendo intendere che sì, si può fare. Si vedrà.




Powered by ScribeFire.

Usa, craccare l'iPhone è legale

La Stampa

Apple: ma invalida comunque la garanzia
Negli Usa non è più illegale il jailbreaking dell’iPhone: lo ha deciso l’Ufficio Federale per il Copyright. Usare un software per sbloccare il telefonino di Apple e installare pplicazioni non autorizzate, insomma, non viola il DMCA (Digital Millennium Copyright Act). Ma potrebbe portare qualche cambiamento nella strategia di Cupertino, che finora è stata chiarissima: la piattaforma iOs (usata su iPhone, iPod Touch, iPad e altri prodotti che certamente arriveranno) è chiusa, e solo su App Store è possibile acquistare i programmi, dopo la preventiva approvazione di Apple.

Jobs aveva imposto un lucchetto analogo sulla musica con iTunes Store: all’inizio le canzoni si potevano ascoltare solo su iPod, attualmente invece sono compatibili con tutti gli apparecchi capaci di riprodurre file Aac (che è uno standard, non un formato proprietario). Allora fu lui a battersi per convincere le case discografiche ad abolire i Drm, oggi invece difende l’ecosistema blindato di Apple, perché – dice – “migliora l’esperienza di chi usa i nostri prodotti e impedisce che si diffondano virus e malware”.

Vero. Ma è anche vero che, ad esempio, impedisce ai consumatori americani di attivare il tethering, ossia di usare l’iPhone come modem collegato ad un computer per connettersi a internet: la funzione è attiva in Italia e in altri Paesi, ma non disponibile negli Usa, nonostante AT&T abbia promesso da tempo di attivarla. Ancora più crudele appare la limitazione dell’uso con un solo operatore telefonico: chi viaggia fuori dagli Usa e non ha un telefonino sbloccato non può acquistare un’altra Sim, ma solo chiamare utilizzando il roaming (con costi folli), perché gli iPhone americani non funzionano con schede diverse da quella AT&T. Senza dire dei mille divieti che hanno colpito anche app di libri o di fotografie, per contenuti che a Cupertino giudicano inopportuni.

Il jailbreak è diventato ormai un processo semplice, grazie a programmi che sbloccano l’iPhone (e l’iPod Touch e l’iPad) in pochi istanti, aprendo le porte all’universo parallelo delle App illegali, da scaricare gratis o a pagamento in uno store apposito. E non ci sono solo programmatori dilettanti e ragazzini intraprendenti, ma pure colossi come Google: il loro Voice Talk è stato rifiutato da Apple, che pure ha approvato senza problemi Skype, dal funzionamento analogo. Per chi aveva il jailbreak, poi, il multitasking era una funzione disponibile assai prima che Apple la inserisse ufficialmente in iOS4. Insomma, non tutto quello che gli sviluppatori indipendenti realizzano è di per sé un male, anzi spesso a Cupertino hanno adottato soluzioni pensate fuori dai loro laboratori. A pensarci bene, la stessa idea di App Store è nata così: Apple, lanciando il primo iPhone, aveva sì immaginato la possibilità di aggiungere nuove applicazioni, ma solo via web. Tempo qualche mese e la comunità indipendente aveva già trovato il modo di aggirare le protezioni e grazie a un software come Cydia  era nato il primo modello di quello che poi diventerà l’App Store. A Steve Jobs va il merito di aver intuito subito il colossale giro di affari che poteva nascere da quei pochi programmini spesso scritti male e dalla grafica approssimativa: oggi le App ufficiali arrivano a 240 mila e sono state scaricate oltre tre miliardi di volte.

Il jailbreaking non sarà illegale ma qualche rischio rimane comunque. Intanto perché non è certo che l’operazione vada a buon fine, e si rischia di rimanere con il telefonino bloccato per sempre (sono casi rari, va detto). Poi perché invalida comunque la garanzia: Apple può rifiutarsi di riparare un apparecchio che sia stato manomesso in questo modo perché il cliente non ha rispettato i termini e le condizioni d’uso indicati nel manuale, dov’è espressamente vietata qualsiasi modifica all’hardware o al software.

Non è detto che legalizzare il jailbreaking sia davvero un problema per Apple: innanzi tutto perché le App alternative, tranne poche eccezioni, non offrono molto di più rispetto allo store ufficiale, poi perché Jobs potrebbe inventare un diverso modello di business (magari puntando sulla pubblicità, come ha cominciato a fare con iAds) e renderlo altrettanto produttivo. Ma a questo punto dovrà lottare contro la pirateria, visto che nelle reti P2P, insieme alle canzoni circolano sempre più spesso le App per iPhone e i libri elettronici.




Powered by ScribeFire.

I media russi contro il ministro georgiano: «Faceva la spogliarellista»

Corriere della sera

La 28enne Vera Kobalia, titolare dell'Economia, si difende: è uno scatto del college, risale a 10 anni fa

il caso
I media russi contro il ministro georgiano: «Faceva la spogliarellista»


Vera Kobalia
Vera Kobalia
TBILISI (Georgia) - Da spogliarellista a ministro dell'Economia. Una fotografia pubblicata dal tabloid russo Komsomolskaya Pravda che mostra il nuovo ministro Vera Kobalia in una posa sexy, ha messo in serio imbarazzo il governo del presidente Mikheil Saakashvili. Secondo il racconto della rivista, la foto hot della ventottenne Kobalia, che lo scorso mese ha assunto l'importante incarico ministeriale senza avere alcuna precedente esperienza politica, sarebbe stata scattata in uno strip club di Vancouver, in Canada, Paese in cui la giovane ha vissuto per circa quindici anni. I media russi, in gran parte controllati dal governo, hanno fortemente calcato la mano sulla foto , ironizzando sul torbido passato della seducente «spogliarellista» georgiana.
VERITÀ E DISINFORMAZIONE - In realtà non vi è alcuna prova che questa foto sia stata scattata in uno strip club e secondo alcuni media internazionali la storia sarebbe stata costruita ad arte dai media russi per colpire il governo del «nemico» Saakashvili. L'Independent di Londra afferma che lo scatto è stato recuperato dalla pagina Facebook dello stesso ministro. Nella foto si vede la Kobalia stretta in un vestitino succinto che balla e si diverte assieme ad altre donne. Il ministro non ha voluto commentare le illazioni dei media russi. Ha rivelato che la foto è stata scattata circa 10 anni fa in un locale in Florida, dove era in vacanza assieme a sua sorella e a tre amici: «Se la peggiore cosa che l'opposizione o chiunque altro può trovare su di me è una mia vecchia foto del college non ci vedo nulla di male» ha spiegato ai media georgiana la ventottenne.

DIGIUNO POLITICO - I quotidiani russi hanno rincarato la dosa chiedendosi come sia possibile che una giovane ragazza, digiuna di politica e senza nessuna credenziale, possa da un giorno all'altro diventare ministro dell'economia di uno stato come la Georgia. Secondo la versione ufficiale, la Kobalia, che in Canada aveva lavorato per una televisione locale, avrebbe incontrato la prima volta il presidente Saakashvili durante il viaggio di quest'ultimo alle Olimpiadi invernali di Vancouver lo scorso febbraio. Al momento della nomina a ministro, la maggior parte dei media georgiani e importanti personalità del paese orientale hanno espresso stupore e perplessità e non hanno appoggiato la decisione di Saakashvili: «Penso che chiunque avrebbe saputo trovare una persona con più esperienza e più qualificata della signorina Kobalia» dichiarò seccato Nodar Dzhavakhishvili, ex capo della Banca nazionale georgiana.
POLITICA IN MANO AI GIOVANI - Le critiche non hanno fatto cambiare idea al quarantatreenne Saakashvili, che da quando è diventato capo di stato, all'indomani della Rivoluzione delle Rose del 2004, ha cercato di svecchiare la politica georgiana affidandosi ai giovani (molti membri del governo hanno tra i 20 e 30 anni). Lo scopo del presidente georgiano è costruire un paese nuovo e spazzare via l'eredità sovietica: «Il nostro piano è di non avere nel governo nessuna personalità che ha prestato servizio durante il periodo sovietico - ha dichiarato lo scorso autunno Saakashvili -. Molti dei membri del governo nemmeno ricordano cosa succedeva in quei tempi». Intanto secondo alcuni osservatori locali, nei primi giorni al comando del dicastero, il ministro con il presunto passato da spogliarellista ha mostrato di avere stoffa. La Kobalia ha infatti licenziato buona parte del personale del centro d'informazione turistico di Tbilisi dopo aver scoperto che i dipendenti si erano assentati dal lavoro per assistere a un concerto jazz in una località sul mar Nero.
Francesco Tortora
28 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

In Vaticano si entra coperti Assalto ai negozi di foulard

Il Tempo

Gli Svizzeri bocciano gambe e spalle nude. Borgo Pio fa affari d'oro. Le donne si prendono un foulard e si coprono le spalle, poi ne comprano un secondo per le gambe, perché la gonna o il calzoncino non è permesso.



Tutti i giorni la stessa storia. Migliaia di turisti si mettono in fila per entrare al Vaticano. E giunti al varco arriva l'altolà della guardia svizzera: «Così non si entra. Avete le gambe e le spalle scoperte, siamo spiacenti». Oltre le Mura non si va, se il calzoncino non è lungo almeno oltre il ginocchio e la maglietta non copre bene il corpo. È questione di pudore. Di rispetto per i luoghi sacri. Vale anche per i romani che si recano alla farmacia dentro lo Stato Pontificio o passano i cancelli per pregare nella chiesa di Sant'Anna. Così, per non perdere le meraviglie della Città del Vaticano, scatta la corsa nei negozi più vicini per cambiare look. Proprio di fronte l'entrata controllata dalle guardie svizzere, in via Porta Angelica, ci sono i negozi di souvenir. È lì che romani e stranieri si «rifugiano».
«Arrivano a decine - racconta un dipendente del negozio Biro srl -, la gente che viene da fuori è colta di sorpresa e cerca un rimedio. Le donne si prendono un foulard e si coprono le spalle, poi ne comprano un secondo per le gambe, perché la gonna o il calzoncino sopra il ginocchio non è permesso. L'uomo si salva se ha il "pinochietto", se no deve ripiegare sul pantalone». Da queste parti i turisti meno attenti a un abbigliamento «casto» sbarcano dall'Est Europa, «oppure sono giovani spagnoli».
Al Sant'Anna Souvenir spiegano «che un tempo, almeno fino allo scorso anno, vendevamo anche i pantaloni di carta. Un prodotto usa e getta proprio per chi voleva un rimedio rapido e "indolore", nel senso che costavano solo 1,50 euro». Ma da quando non sono più in commercio si vendono montagne di fazzoletti l'anno, in particolare d'estate. Costo: da un euro e cinquanta centesimi per quelli fabbricati in Cina, fino a cinque euro per il made in Italy. «Più di cinquanta turisti al giorno - dice un negoziante di Borgo Pio - entrano da noi per comprare un coprispalle». Che è il prodotto più richiesto anche sulle bancarelle lungo la via, come quella gestita da Dulal. I commercianti, insomma, possono contare sull'errore di chi si reca in Vaticano.
Eppure molti preferirebbero rinunciare a qualche vendita in cambio del rispetto del luogo. È il caso di chi gestisce una bottega di fronte la Santa Sede: «Come si fa ad andare a San Pietro così? Queste ragazze vanno in giro tutte scosciate, neanche fossero al mare. Un tempo non era così - dice la bionda signora dietro il banco immersa tra santini e ricordi -, c'è una perdita di valori. Dove pensa di andare la gente quando viene da quetse parti? Il Vaticano meriterebbe più rispetto».




Powered by ScribeFire.

Gatto poco in forma litiga con prodotti dietetici

La Stampa



特訓するねこ。



Powered by ScribeFire.

La Stampa pubblica un'intervista a Buzz Aldrin. Falsa

Il Disinformatico



Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di "cabezit85" e "napobear".

Mentre un pubblico ministero italiano oscurano per tutto il mondo un intero blog perché alcuni suoi post sono sospettati di diffamazione e si preparano leggi che punirebbero con multe da migliaia di euro i blogger che non rettificano i post entro 48 ore, La Stampa – non un blog, non un sito di chiacchiere, ma un giornale – se ne esce con un articolo completamente inventato. O per dirla tutta, falso.

L'articolo, "La mia Luna vuole una base", è firmato da Antonio Lo Campo ed è confezionato come se Lo Campo avesse fatto delle domande all'astronauta lunare Buzz Aldrin, in occasione della sua apparizione pubblica a Tagliacozzo (AQ), e questi gli avesse risposto. Non è vero.

Non è vero perché Aldrin non ha rilasciato interviste in quell'occasione. Non è vero perché le risposte attribuite all'astronauta sono in realtà trascrizioni rimaneggiate (e oltretutto maldestramente errate) di quello che Aldrin ha detto al pubblico presente. Non è vero perché anche le azioni attribuite ad Aldrin ("Un modellino del celebre «Lem» cade dal tavolino e lui con uno scatto lo riprende, lo alza e lo fa discendere lentamente") non sono mai avvenute.

Come lo so? Semplice: io ero lì. Ero l'interprete di Aldrin, ho le registrazioni audio e video integrali di tutto quello che è stato detto, e il modellino del LM (che non è affatto caduto) è il mio, portato a Tagliacozzo per l'occasione. La Stampa e Antonio Lo Campo sono cascati male nel tentativo di vantarsi pubblicamente di un'intervista di prestigio con un astronauta protagonista dello sbarco sulla Luna, pubblicata proprio in occasione del quarantunesimo anniversario di quell'impresa. Non si sono resi conto che hanno cercato di rifilare una patacca ai propri lettori proprio sotto il (lungo) naso del vostro cacciatore di bufale.

I fatti documentano che l'intervista pubblicata da La Stampa e firmata da Antonio Lo Campo è un falso. Ho scritto al direttore, Mario Calabresi, per chiedere la rettifica dell'articolo. Ora vediamo quanto tempo ci mette il giornale a rettificare e a chiedere scusa ai lettori per aver rifilato loro una notizia falsa. A quanto ammontano le multe e le sanzioni per i giornali che pubblicano notizie false e non le rettificano entro 48 ore?

Se non ci fossero i blog a fare da controllori alle invenzioni dei giornalisti, se non ci fosse modo per chi sta al di fuori delle redazioni di denunciare pubblicamente questi abusi della fiducia concessa da chi legge e compra un giornale, episodi patetici come questo la farebbero franca. Ma i blogger ci sono, signori miei, e non hanno nessuna intenzione di farsi zittire.



Powered by ScribeFire.

Youtube pagherà i diritti alla Siae

di Redazione

Siglato l'accordo di licenza tra Siae e Youtube per coprire l’uso della musica in streaming in Italia attraverso la piattaforma di video on line. La licenza dura fino al 31 dicembre 2012


 

Roma - Siae e Youtube annunciano di aver siglato un accordo di licenza che copre l’uso della musica in streaming nei video in Italia attraverso la piattaforma di video online. La licenza ha una durata di tre anni, fino al 31 dicembre 2012. Come risultato dell’accordo, autori, compositori ed editori musicali rappresentati da Siae saranno ricompensati quando viene utilizzata la loro musica.

L'accordo tra Siae e YouTube Interpellata, la Siae ha sottolineato che la corresponsione dei diritti d’autore non sarà a carico dei navigatori che fruiscono via Internet della musica in video. Tuttavia nè la Siae nè Google hanno fornito i dettagli relativi al quantum dei pagamenti e alle modalità ma si sono limitati a ricordare che intese analoghe sono state già raggiunte in Gran Bretagna e Spagna. Manlio Mallia, direttore dell’Area attività internazionale e accordi broadcasting e new media, Siae ha dichiarato: "Questo accordo segna un momento importante nell’attività di tutela svolta dalla Siae, con l’obiettivo di assicurare agli autori e agli editori un compenso che tenga conto dell’intensità di utilizzo delle loro opere su una piattaforma molto popolare, che costituisce oggi uno dei principali veicoli di diffusione e di valorizzazione del repertorio musicale". Christophe Muller, direttore delle partnership di YouTube ha aggiunto: "Abbiamo dedicato grande attenzione ad instaurare relazioni che permettano agli utenti di YouTube di godere della loro musica preferita e scoprirne di nuova sulla piattaforma. Siamo davvero molto soddisfatti di aver raggiunto un accordo con Siae, che aiuta gli artisti rappresentati a guadagnare e può consentire a nuovi talenti musicali di emergere".





Powered by ScribeFire.

Dopo la mozzarella blu in Sardegna spunta la ricotta rossa

IL Mattino

  

SASSARI (28 luglio) - Dopo le mozzarelle blu, la ricotta rossa. Stavolta niente denunce e niente allarmismo, ma una signora di Olbia, per di più incinta al settimo mese, dopo aver acquistato una confezione di ricotta in un supermercato, l'ha aperta e si è accorta dell'anomalia del colore: anziché bianca, infatti, la ricotta era rossa. "Non ho perso tempo, ho telefonato ai Nas di Sassari e li ho informati dell'accaduto - ha raccontato la donna al quotidiano La Nuova Sardegna - ho precisato di non averla mangiata, e poi l'ho consegnata alla stazione dei carabinieri per farla analizzare". Con ogni probabilità l'intera partita dovrebbe essere già stata sequestrata, in attesa dei risultati delle analisi.




Powered by ScribeFire.

Codice della strada: approvato il nuovo codice in vigore già da venerdì

IL Mattino

ROMA (28 luglio)

Zero alcol per i neopatentati, divieto di vendere alcolici negli autogrill dopo le 22, ritiro della patente dopo tre infrazioni gravi. Per il grande esodo di agosto gli italiani dovranno attenersi alle nuove regole sulla sicurezza stradale che il Senato ha approvato stamane in via definitiva


Le novità maggiori riguardano l'alcol, la causa numero uno, insieme alla stanchezza e alla distrazione, degli incidenti mortali sulla strade italiane. I destinatari delle nuove regole sono soprattutto i giovani, ma il disegno di legge non riguarda solo loro. Il divieto assoluto di bere anche un solo goccio di alcol riguarda chi ha preso la patente da meno di tre anni, ma anche tutti coloro che lavorano al volante: autisti, tassisti, camionisti. Per costoro è previsto il licenziamento per giusta causa se subiscono la sospensione della patente per guida in stato di ebbrezza.

Per tutti è previsto
un aumento delle sanzioni se si è sorpresi a guidare con un tasso alcolico superiore a quello consentito dalla legge. Sempre con l'obiettivo di limitare i danni del bere, il disegno di legge vieta la vendita degli alcolici nei locali pubblici: scatterà alle tre di notte e durerà fino alle sei di mattina, con deroghe previste solo per Ferragosto e Capodanno. La stretta sarà più severa per gli autogrill, dove non potranno essere vendita superalcolici a partire dalle dieci di sera.

Per i ristoranti sarà obbligatorio possedere un etilometro, da mettere a disposizione dei clienti, per una prova prima di mettersi al volante. Unica concessione agli amanti della bottiglia, la concessione di tre ore al giorno di guida per recarsi al lavoro o per assistere un familiare disabile per coloro che hanno avuto la patente sospesa. Ma le nuove regole del codice della strda non riguardano solo la piaga dell'alcol sulle strade. Tra un passaggio e l'altro in commissione, i parlamentari hanno avuto modo di dare il via libera alla targa personalizzata e di stabilire che per continuare a guidare gli ultraottantenni dovranno sottoporsi a una visita medica ogni due anni.

Un'altra mini-stretta riguarda mincar e motorini: decuplicate le sanzioni per chi produce e commercializza minicar che superano i 45 km/h (si rischieranno fino a 4.000 euro di multa) e per le officine che tuccano i motocicli (multe fino a 3.119 euro). Sulle minicar sarà obbligatorio l'uso delle cinture. Infine, i limiti di velocità sulle autostrade. Al termine di una lunga discussione il Parlamento ha deciso di confermare la facoltà per le società autostradali di portare i limiti a 150 km/h nei tratti a tre corsie, a patto però che sia presente il tutor.




Powered by ScribeFire.

Fini, la compagna, suo cognato e una casa a Montecarlo

LIbero





Anna Maria Colleoni era una contessa romana. Nobildonna d'altri tempi e fascista convinta, ha lasciato questo mondo nell'ormai lontano 1999. Il suo testamento parlava chiaro: la signora ha lasciato case e terreni di sua proprietà ad Alleanza nazionale. Nel pacchetto, oltre a fabbricati nella capitale e qualche terreno in giro per il Lazio, rientra anche un'abitazione nel Principato di Monaco: 70 metri quadri in una palazzina di gran pregio. Per lungo tempo nessuno ha abitato fra quelle mura signorili, rimaste iscritte tra le disponibilità del partito ma non sfruttate. Improvvisamente due anni fa l'immobile (che nel frattempo ha raggiunto il valore di circa 25, 30mila euro a metro quadro) è passato di mano, finendo nel paniere di una misteriosa Ltd, una società off shore con sede chissà dove in giro per il mondo. Contestualmente, a un'impresa di costruzioni vengono commissionati alcuni restauri: giù qualche parete interna e pavimenti rimessi a nuovo. Il nome del committente dei lavori attira l'attenzione: Tulliani Giancarlo. Giancarlo come il fratello di Tulliani Elisabetta, compagna del presidente della Camera nonché ex leader di An, Gianfranco Fini.
Sulla pista dell'appartamento si è messo ieri Gian Marco Chiocci, inviato de Il Giornale. Deciso a vederci chiaro e far luce su chi (e soprattutto a quale titolo) abitasse nel luossoso condominio al 14 di boulevard Princesse Charlotte, il reporter è arrivato a Montecarlo. Individuata la palazzina, Chiocci s'è trovato davanti la pulsantiera del citofono e tra i cognomi ha letto "Tulliani". Qualche passo più in là, la porta della casa in questione, anche qui un campanello con scritto "Tulliani" in bella evidenza. L'inviato citofona ed è l'inizio dei suoi guai: un tale che somiglia ("come una goccia d'acqua" scrive Chiocci) al fratello della fidanzata di Fini, appresa l'identità del giornalista e il motivo della visita rifiuta d'aprire e rispondere alle domande. Anzi, chiama la Gendarmerie che in pochi minuti si fionda in loco. Il reporter viene accusato di violazione della privacy dal signor Tulliani e i solerti agenti monegaschi se lo portano via per interrogarlo, lo fotosegnalano come si fa coi delinquenti e infine lo invitano a lasciare il Principato. Resta da capire il perché di tanta agitazione davanti a una semplicissima domanda: chi ci vive qua?

28/07/2010





Powered by ScribeFire.

Caso Claps, perquisita la casa dei genitori di Danilo Restivo

IL Secolo xix

La polizia ha perquisito a Casa Santa Erice (Trapani), su disposizione della magistratura di Salerno, l’abitazione dei genitori di Danilo Restivo, indagato in Italia per l’omicidio della studentessa potentina Elisa Claps e in Inghilterra, dove è detenuto, per l’omicidio della sarta Heather Barnett.

Al termine degli accertamenti i genitori di Danilo Restivo, assistiti da un legale, sono stati accompagnati negli uffici della Dia di Trapani per firmare i verbali di sequestro. I coniugi Restivo abitano da circa tre anni in un appartamento nel quartiere periferico di Casa Santa, al confine tra i comune di Trapani ed Erice. La coppia ha sempre condotto una vita riservata, con particolare attenzione alla privacy, anche prima che il nome del figlio finisse sulle pagine dei giornali. Si sono opposti ad esempio, unici condomini, all’installazione di una videocamera all’ingresso dello stabile.

Lo spiegamento di forze dell’ordine ha tuttavia richiamato l’attenzione di numerosi curiosi e di persone residenti nella zona.


Caso Claps, tutte le indagini su Restivo - rileggi



Powered by ScribeFire.

Al Gaslini si è spenta Edy, la piccina volata dalle scale

IL Secolo xix

Marco Fagandini
Francesca Forleo


Il cuore della piccola Edy Gaido ha smesso di battere ieri mattina alle dieci e un quarto. Lottava con la morte da un mese e quattro giorni. Da quando, la sera di quel maledetto 23 di giugno, s’era infilata con una manovra che resterà per sempre un mistero sotto la ringhiera della scala sul pianerottolo di casa, al quarto piano di un palazzo di via Scarpanto, a Genova Pegli. Da lì era scivolata dodici metri più sotto, senza che la mamma, che sino a un secondo prima la teneva per mano, potesse fare nulla per salvarla.

Un volo fatale, dagli esisti tragici per la bambina, tre anni e mezzo appena, figlia di un appuntato dei carabinieri, istruttore del centro sub di Voltri, e di una commessa del supermercato Pam che si trova attaccato alla caserma. Stranamente, la bimba non si era fratturata ossa o vertebre, ma il trauma cranico era apparso subito gravissimo.







Powered by ScribeFire.

Caravaggio, esperti a Roma: Martirio San Lorenzo non è del maestro

Il Messaggero

La tela ritrovata sarebbe opera di un pittore seguace del Caravaggio

 

ROMA (27 luglio) - Non è di Caravaggio e non c'è nemmeno la mano del grande maestro lombardo nel Martirio di San Lorenzo, di proprietà dei Gesuiti. Dopo il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, che ha negato ieri dalle pagine dell'Osservatore Romano una possibile attribuzione, anche altri autorevoli esperti, convocati oggi a Roma dalla soprintendente del Polo museale Rossella Vodret, non hanno dubbi e si uniscono alla smentita.

La tela ritrovata, concordano pur dopo un'analisi all'impronta la Vodret, Gianni Papi, Marco Bona Castellotti, Sybille Ebert Schifferer, Beatrice De Ruggeri, sarebbe piuttosto opera di un caravaggesco, ovvero di un pittore seguace del Caravaggio, quasi certamente meridionale, di area campana o forse ancora più a sud, verso la Sicilia e Malta. Di più potranno dire le indagini diagnostiche, annunciate per settembre dalla soprintendenza e finanziate dall'Abi, sponsor per i gesuiti anche del primo restauro della tela.

Mentre il direttore della Chiesa del Gesù, padre Daniele Libanori, rivela che i gesuiti «sono stati sorpresi e spaesati» dalla decisione dell'Osservatore Romano di pubblicare in prima pagina nel giorno dell'anniversario della morte di Caravaggio, e con un titolo strillato, l'articolo della studiosa Salvucci Insolera, che con ogni prudenza ne proponeva l'attribuzione prestigiosa. «Tutto questo interesse che poi ne è derivato ci ha stupito e ci è sembrato improprio», commenta, «anche per questo abbiamo poi voluto consultare sempre la soprintendenza e abbiamo deciso di esporlo agli studiosi».

Tra questi, il toscano Gianni Papi, che è il curatore della grande mostra in corso a Firenze sui Caravaggeschi, fa i nomi di Michele Cassarino e di Marco Minniti: «potrebbe trattarsi di un quadro realizzato tra la Sicilia e Malta», dice. Un'ipotesi che convince la soprintendente Vodret, per la quale si tratta comunque di un quadro «molto interessante» con alcune «parti di grande qualità», come l'idea di ritrarre il santo prono sulla graticola, e «cadute importanti».

Per la soprintendente potrebbe avere un senso l'attribuzione al siciliano Minniti, amico del Caravaggio, e la tela potrebbe risalire al secondo decennio del Seicento, quanto il genio lombardo era morto da poco. Non crede ad una attribuzione a Minniti, invece, Sybille Ebert Schifferer, che pensa piuttosto ad un pittore della cerchia meridionale tra Napoli e la Calabria. Pensa a «certi aspetti della pittura maltese» Marco Bona Castellotti.

Delle indagini diagnostiche si occuperà Beatrice De Ruggeri, anche lei convinta che la tela non sia di Caravaggio. Gli esami, che costeranno tra i 2.500 ed i 3.000 euro, richiederanno, spiega, qualche settimana di lavoro. Ancora da indagare anche la provenienza del quadro, che è di proprietà dei gesuiti. L'ultima collocazione nota, precisa padre Libanori, è del 1927. «Era molto sporco e scuro - dice - abbiamo pensato di restaurarlo in omaggio ai 400 anni dalla morte di Caravaggio». Nessun particolare stupore per il ritrovamento: «Nelle nostre case - aggiunge accanto a lui un altro gesuita - ci sono stati e ci sono tesori che nemmeno noi conosciamo, solo negli ultimi tempi ci siamo impegnati in un inventario».





Powered by ScribeFire.

Scuola, l'allarme di Treviso: alle medie incapaci perfino di capire l'italiano

IL Messaggero

Sconfortante il quadro disegnato dalla dirigente scolastica
provinciale: hanno problemi con verbi, sintassi e lettura

  

TREVISO (27 luglio) - La favola di Pinocchio non sembra avere insegnato molto agli studenti delle scuole medie e superiori a Marca, classificati dalla stessa dirigente dell'Ufficio scolastico provinciale, Maria Giuliana Bigardi, come degli irrecuperabili "somari".

Il quadro è sconfortante: gli studenti delle scuole medie hanno un uso della lingua italiana "usa e getta" e non riescono a comprendere a fondo letture di brani anche brevi. Hanno un lessico limitato, non padroneggiano la sintassi e si cimentano a fatica con i verbi, che sanno coniugare solo all'indicativo. Una situazione che raramente migliora alle scuole superiori, dove è difficile trovare studenti in grado di sostenere la lettura di un articolo di giornale, anche breve. Bigardi si è soffermata in particolare sulle grandi difficoltà incontrate dai ragazzi all'esame di terza media ( «maggiori rispetto alla prova di matematica») nell'affrontare le prove sull'uso della lingua italiana predisposte dall'Invalsi.

«È risultato evidente che la grande maggioranza dei ragazzi magari comprende i fatti narrati in un racconto e visualizza i personaggi - ha sottolineato Bigardi - ma non è in grado di andare in profondità per la difficoltà, in generale, di padroneggiare la sintassi, al punto di non saper gestire un verbo che non sia in forma indicativa. I ragazzi hanno l'abitudine alla frammentazione, riservano attenzione solo su frasi molto brevi e anche il loro lessico è limitato». Condizioni che, non permettendo un approfondimento anche minimo del significato, generano l'«usa e getta del sapere e delle competenze», come lo ha definito la direttrice dell'Ufficio scolastico. «Gli studenti delle scuole medie, in sostanza, si lasciano vivere riflettendo poco. Una situazione che purtroppo raramente migliora nelle scuole superiori dove è difficile trovare giovani in grado di sostenere la lettura anche di un breve articolo di giornale».





Powered by ScribeFire.

Ercolano, torna l'antica spiaggia con Villa dei Papiri e i fornici degli scheletri

Corriere del Mezzogiorno

Tre milioni di euro per gli scavi. Tra qualche mese i beni negati di nuovo visitabili. Restauro per tutti i mosaici

Gli scheletri di Ercolano, intatti dopo l'eruzione del 79 d. C.

Gli scheletri di Ercolano, intatti dopo l'eruzione del 79 d. C.

NAPOLI

Più di tre milioni di euro arrivano per gli scavi di Ercolano e tra qualche mese sarà possibile passeggiare sull’antica spiaggia, osservare nei fornici restaurati gli scheletri degli antichi abitanti, e integrare la visita della città antica con quella della famosa Villa dei Papiri. Saranno restaurati inoltre tutti i mosaici calpestabili per un totale di 1300 metri quadri.

Gli interventi completano il secondo piano predisposto dal commissario delegato Marcello Fiori e già approvato dal Ministero per i Beni e le attività culturali per un totale di 35 milioni di euro. A fine luglio partiranno le prime gare, l’inizio dei lavori è previsto entro settembre. Tra i mosaici che saranno restaurati quelli della Casa dei Cervi, del Bel Cortile, dell’Albergo, del Salone Nero, dell’Alcova, del Tramezzo di legno, le Terme maschili e femminili, di Nettuno e Anfitrite, dello Scheletro, le Terrazze del Criptoportico della Palestra.

Suggestivo il progetto per la spiaggia, con un impegno di due milioni e mezzo di euro e con il ricongiungimento della visita all’area della Villa dei Papiri, attraverso il tunnel di collegamento dove saranno posti schermi e stratigrafie che illustreranno gli effetti dell’eruzione che distrusse Ercolano. I lavori saranno effettuati con la formula del ’cantiere eventò già sperimentata con successo al Pompei nell’insula dei Casti Amanti. Un particolare impianto di illuminazione dell’area consentirà passeggiate notturne dall’inconsueta prospettiva del mare. Entrambi i progetti sono stati predisposti a cura della British School at Rome nell’ambito dell’Herculaneum Conservation Projectun’iniziativa del Packard Humanities Institute in collaborazione con la Soprintendenza e la British School at Rome.


28 luglio 2010





Powered by ScribeFire.

C’è un solo ascensore, i consiglieri fanno tardi e la seduta va deserta

Corriere del Mezzogiorno

Il Consiglio comunale non si è tenuto per mancanza del numero legale: stavolta però per un motivo grottesco

Il palazzo di via Verdi dove si svolge il Consiglio comunale

Il palazzo di via Verdi dove si svolge il Consiglio comunale

NAPOLI

Il Consiglio comunale non si è tenuto per mancanza del numero legale. E fin qui, la notizia non è nuova. Decine e decine di volte, infatti, la risicatissima maggioranza della sindaca ha fatto flop. Stavolta, però, la vicenda più che politica è grottesca: perché al momento dell’appello, ore 11 del mattino, i consiglieri comunali sono alle prese con l’unico ascensore che nella sede di via Verdi funziona in quel momento; ascensore che può portare fino ad un massimo di tre persone. E siccome nessuno corre per far presto, complice il caldo, così come nessuno intende fare cinque piani a piedi per raggiungere l’aula, ecco che al momento dell’appello — chiamato dal vicepresidente Moretto (Pdl)— in aula la maggioranza non c’è e la seduta si scioglie. Incredibile, ma al Comune di Napoli accade pure questo.

Da parte sua, la sindaca giustifica il tutto prendendosela non con i consiglieri di maggioranza e con Moretto, che in quel momento sostituiva nell’appello il presidente Impegno: «Appartengo ad altre logiche, ritengo assurdo iniziare l’appello sapendo che è in funzione un solo ascensore e senza concedere qualche minuto di elasticità», ha detto Iervolino. Dunque, per la prima cittadina la colpa è degli altri. Anzi, la sindaca ha pure precisato che «il trentunesimo consigliere comunale di maggioranza, mentre le opposizioni erano assenti, è giunto un secondo dopo l’appello», aggiungendo poi che «all’ordine del giorno avevamo un importante provvedimento per la città» sul Piano Sociale di Zona che si sarebbe dovuto discutere ed approvare. Ma perché, se il provvedimento era così importante, la maggioranza non è stata solerte nel presentarsi in aula? Del resto, le convocazioni del Consiglio sono indette un’ora prima per un’ora dopo, quindi già dalle 10 del mattino i consiglieri sarebbero potuti essere in aula. Invece no. Tutti si sono ridotti all’ultimo minuto e ieri s’è consumato l’ennesimo flop di questa maggioranza che sembra rimanere tale più perché l’opposizione non ha ancora scelto il candidato sindaco che per un’effettiva coesione. Basti pensare che sono oramai molti mesi che il Pd, il partito di maggioranza che sostiene Iervolino, non ha il capogruppo.

E proprio l’ex capogruppo, oggi nell’Udc, Fabio Banincasa, attacca frontalmente la maggioranza: «L’assenza del numero legale— dice — non può essere considerata come un fatto accidentale giustificabile con il guasto dell’ascensore o la difficoltà nel parcheggio, essendo, per contro, del tutto evidente che la delibera sul piano sociale di zona, ha creato divisioni e contrasti all’interno della maggioranza». «Sintomatica di tali dissidi— spiega Benincasa— è la ripetuta e ferma sollecitazione all’approvazione del piano che nei giorni scorsi era stata invano fatta da alcuni colleghi della sinistra che, evidentemente, erano consapevoli delle diversità di vedute. Di certo c’è solo che anche la due giorni di Consigli appena trascorsi ha dimostrato che ormai gli unici provvedimenti che l’aula riesce ad approvare sono quelli di bilancio, attorno ai quali la maggioranza riesce, per un primordiale istinto di autoconservazione, a fare quadrato». Sarcastico Domenico Palmieri del Nuovo Psi: «Poiché amministra il centrosinistra— dice— provveda almeno a riparare l’ascensore. Anche perché, oramai guasto da almeno un paio di mesi, rischia di far saltare altre sedute oltre a provocare non pochi disagi agli utenti del Palazzo».

Ancor più ironico Francesco Nicodemo del Pd, che pure era in aula: «Tutta colpa dell’ascensore guasto. Il marrano che ha impedito alla maggioranza di avere i numeri in consiglio comunale è stato l’ascensore guasto, ormai in questo stato da due mesi, chissà che il presidente Impegno non se ne accorga, dichiaratamente elettore del centrodestra. I miei colleghi hanno difficoltà a salire cinque piani a piedi e l’ingorgo presso l’unico ascensore funzionante è stato fatale. Alle 11 precise noi giovani consiglieri abbiamo fatto i gradini delle scale due alla volta per rispondere presente all'appello, purtroppo i nostri colleghi non sono prestanti più come un tempo. Forse sarebbe il caso di installare un teletrasporto».

Paolo Cuozzo
28 luglio 2010





Powered by ScribeFire.

Dalla camicia nera alle toghe rosse, la deriva di Gianfranco

di Giancarlo Perna

Con il suo metodo l'ultimo pm d'Italia potrebbe decidere le sorti del Paese a scapito della democrazia.

Senza Silvio, Fini sarebbe il capataz di un partitino nostalgico del fascismo


In questo Paese, tra politica e giustizia c’è un rapporto come tra cane e gatto. Non c’è alcun rispetto l’una per l’altra. Solo sospetti.

Da quasi vent’anni però - dall’epoca di Mani pulite - i giudici prevalgono sui politici senza per questo essere migliori. Basta considerare i tempi biblici dei processi e la moltitudine degli errori giudiziari. I politici, stanchi di prendere ceffoni gratuiti, hanno anche pensato ultimamente di ripristinare la più ampia immunità parlamentare voluta all’origine dalla Costituzione e ristretta con Tangentopoli. L’assurdo è che, mentre ne discutevano, sono riusciti invece a darsi un’altra zappa sui piedi. Poche settimane fa, hanno stabilito un’eccezione al divieto di intercettarli senza previa autorizzazione delle Camere: i giudici potranno utilizzare i colloqui dei parlamentari se captati non sulle loro utenze ma su quelle di terzi. La beffa è doppia: anziché aumentarsi le difese, come era nelle intenzioni, le hanno diminuite; proprio mentre il Parlamento discute come limitare le intercettazioni, ne hanno allargato l’ambito. Questo la dice lunga sulla lucidità di deputati e senatori.

Cova nei politici un cupio dissolvi. Ma all’origine c’è la miope volontà di utilizzare l’arma giudiziaria per risolvere le beghe tra loro. Ognuno, sperando che non capiti a lui, profitta dell’inchiesta sul collega per liberarsi dell’avversario. Poi, tenta di stornare da sé la stessa mannaia facendosi furbescamente paladino delle toghe e della loro «meritoria attività di pulizia».

Tra gli zelatori recenti dell’attivismo giudiziario, si è distinto Gianfranco Fini. La sua ultima uscita è stata: «Chi è indagato deve dimettersi da ogni incarico politico». Prima di lui lo aveva detto solo Totò Di Pietro, un uomo dalla inarrestabile vocazione di brigadiere. La mossa di Fini è il passo decisivo per consegnare ai tribunali la residua libertà di parlamentari e partiti. Se il criterio fosse effettivamente adottato, ogni singolo pm di ogni più remota procura d’Italia - il più fesso, il più ignorante, il peggio maldisposto - potrebbe impalare il governo più popolare e votato.

Il presidente della Camera, che in passato aveva criticato la partigianeria di certa magistratura, si è convertito strumentalmente al giustizialismo. Da un lato, si assicura contro iniziative che potrebbero riguardare lui, i suoi amici e parenti stretti. Dall’altro, attacca per questa via i molti che nel Pdl sono nel mirino di giudici non di rado strabici. Il primo, ovviamente, è il Cav che ha più cause in corso che pori della pelle. Dicendo che chi è indagato deve dimettersi, Fini ha inteso in primo luogo Berlusconi. Non ha avuto, naturalmente, il coraggio di dirlo, vuoi per la sua natura allusiva, vuoi perché avrebbe dovuto trarne le conseguenze. Sono infatti diversi lustri che cresce e ingrassa grazie al plurigiudicato.

Quando il Cav lo prese sotto la sua ala, Gianfranco era il pittoresco e nostalgico capataz di un piccolo partito emarginato che si ispirava al fascismo. Condotto per mano dal manigoldo che oggi vorrebbe epurare, ha trasformato il Msi in An e ha cominciato a viaggiare in Europa. Le sue amicizie, un tempo limitate a Le Pen, si sono dilatate nel vasto mondo. Incapace, in passato, di farsi eleggere sindaco di Roma è riuscito poi a essere vicepremier e ministro degli Esteri. Ha stretto le mani di capi di Stato, è stato ricevuto con ogni onore a Gerusalemme nonostante il mussolinismo degli esordi. Ora, è presidente della Camera. Però, non passa giorno che non tenti di azzannare, come la pariniana vergine cuccia, il piede che lo ha catapultato verso cotante altezze. Se c’è un uomo che non si è fatto da sé, questo è Fini.

Per Gianfranco, dunque, chiunque susciti le attenzioni di una toga deve ritirarsi a vita privata. Il principio, in sé, si può accettare. Parte dei politici sono al di sotto di ogni sospetto. Maneggioni, arroganti, con un forte senso dell’impunità. Altri però sono del tutto onesti o solo lievemente peccatori. Se la giustizia, da noi, fosse neutra e celere, qualche mese da Cincinnato ci può stare. Ma le cose stanno all’opposto. Ben oltre la metà degli imputati di Tangentopoli sono risultati alla fine innocenti. Ma per proclamare la loro estraneità alle accuse ci sono voluti decenni. Imputato di corruzione, il socialista Rino Formica è stato assolto dopo 17 anni. In omaggio alla teoria pudibonda di Fini si ritirò dall’agone a 66 anni. Quando è stato riabilitato, due mesi fa, ne aveva compiuti 83. Per la stessa accusa, in Germania, Helmut Kohl è stato sulla graticola sei mesi. Riconosciuto colpevole, ha risarcito le somme intascate e, senza isterie, è tornato rispettabile come prima.

Essendo da noi tutto diverso, si può capire che i politici non ripieghino al primo assalto. Non si è dimesso da premier nel 2008, Romano Prodi, accusato di abuso d’ufficio dal pm De Magistris. Anzi, ha reagito da par suo e la procura di Roma ha avocato a sé l’inchiesta, archiviando la pratica: per il nostro piacere, nemmeno un giorno di vacatio da Palazzo Chigi. Idem per Max D’Alema, ministro degli Esteri del medesimo Prodi, preso di mira dal gip, Clementina Forleo. Per la signora, Max aveva concorso in aggiotaggio nell’ambito della scalata alla Bnl e c’erano - a suo dire - delle intercettazioni a inchiodarlo. Clementina chiese alla Camera di poterle utilizzare. Ma D’Alema, impennandosi, disse che al tempo dei fatti era parlamentare europeo e pretese che fosse l’Aula di Strasburgo a pronunciarsi. Insomma si difese, invocando lo scudo dell’immunità Ue, anziché dimettersi come oggi il suo amico Fini vuole che facciano gli scalzacani del Pdl, Berlusca, Verdini, Cosentino & co. E l’ebbe vinta perché i colleghi europei negarono l’uso delle registrazioni lasciando Clementina con le pive nel sacco.

Nemmeno - udite - si è dimesso, un anno e mezzo fa, il pupillo di Fini, Italo Bocchino, altro santarellino dell’ultima ora. Italo - sospettato di turbativa d’asta e di rapporti poco chiari con un imprenditore - ha aspettato la sentenza di assoluzione continuando a ricoprire la carica di vice capogruppo dei deputati Pdl. Non risulta che, nelle more, Gianfranco gli avesse ingiunto di dimettersi. Ma gli amici, si sa, sono piezze ’e core.

Diciamo, per concludere, che la regola finiana arriva fuori tempo massimo. Non l’ha rispettata quasi nessuno e chi l’ha fatto - visti i tempi biblici delle sentenze - si è buggerato da solo, autocondannandosi da innocente. Fini queste cose le sa. Se oggi fa il virtuoso sulla pelle del Berlusca, è che spera di cavargliela per rivestirla lui. Come se bastasse il manto per proclamarsi re.





Powered by ScribeFire.

Coop, manager-pentito svela gli stipendi d’oro

di Stefano Filippi

Caso Unipol, speculazioni, corsa al profitto: l’ex dirigente Mario Frau rende pubblici in un libro i segreti dell’organizzazione dove ha lavorato per 25 anni.

I presidenti delle grandi sedi guadagnano fino a un milione l’anno e non vanno in pensione


 

Le coop sono organismi geneticamente modificati, centri di potere politico ed economico lontanissimi dai principi ispiratori, governati da una casta oligarchica slegata dai soci e alla ricerca del profitto a tutti i costi, al pari di una qualsiasi altra società. Non lo scrive Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, in una riedizione di Falce e carrello ma un ex manager coop, Mario Frau, in un libro appena pubblicato dagli Editori Riuniti intitolato La coop non sei tu.

Frau ha lavorato nel movimento cooperativo per 25 anni, è stato consigliere delegato della piemontese Novacoop e membro della Direzione nazionale dell’Ancc, il massimo organo di governo del sistema. Nel 2006 ha dato le dimissioni, nauseato - spiega - da «una gestione troppo personalistica del presidente», da «operazioni immobiliari di stampo speculativo come la Spina 3 di Torino» e dall’assalto alla Bnl condotto dall’Unipol di Giovanni Consorte assieme ai «furbetti del quartierino».

Frau parla di contraddizioni, trasformazioni e degenerazioni avviate negli Anni ’80, gli anni degli spot con il Tenente Colombo, dei primi ipermercati e della finanziarizzazione del sistema. In origine, le coop garantivano ai soci servizi e prodotti a prezzi bassi e se chiudevano i bilanci in utile ne distribuivano loro una parte. Oggi invece questo «ristorno» è quasi inesistente (nel 2007 Coop Adriatica e Coop Estense hanno restituito lo 0,3 per cento del fatturato), gli utili vengono incamerati per aumentare il patrimonio e raramente i prezzi sono più bassi rispetto alla concorrenza.

Con il «prestito sociale», certifica Frau, nel 2009 le «nove sorelle» coop hanno raccolto 12 miliardi e 110 milioni di euro, una somma quasi pari al giro d’affari complessivo: l’attività finanziaria ha raggiunto quella della distribuzione alimentare. I supermercati sono filiali di una banca mai autorizzata da Bankitalia, sottratta ai relativi controlli e soggetta a un regime fiscale di favore, con investimenti in prodotti finanziari e partecipazioni in società del sistema Legacoop. La cosiddetta tutela del risparmio è in realtà un’attività finanziaria a fini di lucro, che distribuisce briciole ai soci e determina un sistema di concorrenza sleale verso le banche e le altre catene distributive, le quali per crescere devono indebitarsi a costi largamente superiori.

«Lo spirito di solidarietà e mutualità è stato sacrificato per sposare la logica del mercato, della competizione e del profitto alla pari delle imprese di capitale - dice Frau - con la differenza che queste ultime pagano le tasse sul 100 per cento degli utili, mentre le coop soltanto sul 55 per cento. Nonostante la Costituzioni tuteli la «funzione sociale» e il «carattere di mutualità e senza fine di speculazione privata», le coop non svolgono più da tempo tali funzioni avendo scelto di operare sul mercato inseguendo il profitto e la speculazione in tutti i campi dell’economia: dalle assicurazioni (Unipol e Aurora) alla grande distribuzione (marchi Coop e Conad), dal settore immobiliare e abitativo a quello delle grandi opere infrastrutturali, fino alla raccolta del risparmio su vasta scala».

Il collateralismo con Pci-Psi-Pds-Ds con le annesse corsie preferenziali nell’ottenere le autorizzazioni ha garantito privilegi e creato una distorsione del mercato, «muri antistorici» e «barriere all’entrata». Collateralismo politico, riduzione dei benefici per i soci, vantaggi fiscali, raccolta del risparmio, regole interne che blindano contro qualsiasi ipotesi di scalata: ecco i pilastri che hanno consentito alle coop di occupare grandi spazi commerciali, sfruttando sia i vantaggi dell’economia di mercato sia quelli esclusivi delle società cooperative.

A ciò si aggiunge la casta degli intoccabili formata dai manager, con relativi stipendi: i presidenti delle grandi coop stanno nella fascia tra i 500mila e il milione di euro annuali, più i bonus che loro stessi si sono attribuiti come indennità di uscita. Anche se, invece di andare in pensione, spesso restano alla guida di società minori che assicurano gettoni e benefit vari.



Powered by ScribeFire.

Quando l'orgoglio dei terroni si trasforma in un bestseller

di Giordano Bruno Guerri

Un libro prende le difese del Sud nella storia d'Italia e diventa un caso editoriale.

La tesi? Il meridione è arretrato perché è stato derubato dai conquistatori del Nord


 

Ha scalato per settimane le classifiche dei saggi più vendu­ti, e da settimane è stabilmente al primo posto, senza segnali di flessione, anzi. E parliamo di un autore - Pino Aprile - di lun­go e onorato corso giornalisti­co, ma non famosissimo, né no­to alle patrie tv. Per di più il suo libro ha un titolo - Terroni (Piemme) - che sembra poter allettare soltanto dei veterole­ghisti, arcaici come l'espressio­ne ancora usata con disprezzo per indicare gli italiani del Sud.

Invece Terroni è la rivendica­zione dell'orgoglio meridiona­le, oltre che un tentativo di spie­gare - in modo appassionato e polemico - come l'Unità d'Ita­lia abbia danneggiato il Sud e quanto sia costata ai suoi abi­tanti: ridotti, decennio dopo de­cennio, a italiani di seconda scelta, forza lavoro malsoppor­tata al Nord, presunti pelandro­ni e certamente similmafiosi nelle loro terre. Buttato di traverso alle cele­brazioni per i 150 anni dell'Uni­tà, il libro di Aprile non ha il pre­gio del rigore storiografico, ma quello di una furia iconoclasta nel raccontare fatti noti soltan­to agli storici, fatti tenuti nasco­sti a tutti gli studenti che si sono seduti sui banchi delle scuole italiane dal 1861 a oggi.

Dun­que ignoranti anche dagli stes­si meridionali: che adesso ­non soltanto loro - scoprono certe verità in Terroni e ne fan­no una sorta di Bibbia delle ri­vendicazioni del Sud. Sostenu­to com'è dai numerosi- piccoli ma combattivi- gruppi neobor­bonici come dal Partito del Sud di Antonio Ciano, sindaco di Gaeta, il volume di Aprile po­trebbe diventare il testo sacro di una futura Lega Meridiona­­le, contrapposta a quella di Bos­si: specialmente se l'attuazione del federalismo fiscale provo­cherà i danni che al Sud tutti si aspettano.

Da tutto ciò nasce il successo di un saggio violento quanto ben scritto, che sa portare un' idea dove vuole farla arrivare. A causa del suo ben maggiore equilibrio non ebbe lo stesso successo un libro bello come Sud. Un viaggio civile e senti­mentale, di Marcello Venezia­ni (Mondatori 2009). E per lo stesso motivo temo che non avrà lo stesso successo (corna e stracorna) il mio Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimen­to e del brigantaggio, in uscita a fine anno, sempre da Monda­dori.

Il successo di Aprile era prevedibile, e non a caso appe­na Terroni uscì organizzai un dibattito in piazza fra lui, Vene­ziani e me, che si terrà a Mono­poli il 5 agosto nell'ambito del progetto Cantiere Cultura. Sa­ranno interessanti soprattutto le reazioni del pubblico. Le mie tesi non sono dissimili da quelle di Aprile, anche se equilibrate dai necessari distin­guo, e anche se non sono 'terro­ne' come lui. L'annessione del Sud fu una guerra di annessio­ne e di conquista, spietata e bru­tale.

Il Regno delle Due Sicilie non era il paradiso in terra, cer­to, ma neppure l'inferno. Il pa­ternalismo borbonico permet­teva pure ai più poveri di vivere decentemente anche nelle con­dizioni di arretratezza feudale con le quali venivano gestite le terre coltivabili. La vita cultura­le, almeno quella alta, era di tut­to rispetto. Le industrie, in parti­colare quelle metalmeccani­che e tessili, erano all'altezza- e a volte superiori - a quelle del Nord. Soprattutto, le casse del­lo S­tato e la circolazione mone­taria erano più ricche che nel re­sto d'Italia messo insieme.

Denaro, terre e industrie face­vano gola ai Savoia, molto me­no romantici di patrioti, il cui motto era: 'L'Italia è un carcio­fo da mangiare foglia a foglia.' Infatti l'ex Regno delle Due Sici­lie venne depredato di tutto: l'oro delle sue banche venne per lo più reinvestito al Nord, le industrie smantellate e trasferi­te più vicino alle Alpi; le terre, anche quelle sottratte al clero, non furono date ai contadini ­come aveva promesso Garibal­di - ma cedute a basso prezzo alla borghesia settentrionale o agli antichi feudatari divenuti improvvisamente filounitari.

A rimetterci fu il popolo, che d'improvviso si vide sconvolta l'esistenza da invasori (i cosid­detti plebisciti furono una truf­fa di Stato) che imponevano re­gole e leggi tali da cancellare con un tratto di penna abitudi­ni secolari: basti pensare alla le­va obbligatoria imposta dal nuovo Stato. Fu così che nac­que il fenomeno sprezzante­mente definito 'brigantaggio'. Gli uomini che sono passati alla storia (per modo di dire, perché i testi di storia ne parla­no pochissimo) come 'bri­ganti', a volte erano veri ban­diti, ma oggi li chiamerem­mo partigiani. Fu una guerra civile, la lotta che si svolse fin dal 1860 fra 'i piemontesi' e decine di migliaia di contadini saliti sui monti e appoggiati da buo­na parte della popolazione.

Il neonato Regno d'Italia, per stroncare la ribellione, dovette impiegare quasi metà dell'eser­cito e- dall'agosto del 1863- un provvedimento liberticida, la legge Pica, che metteva in stato d'assedio quasi tutto il Sud. Una legge che permetteva ai tri­buna­li militari di fucilare chiun­que senza possibilità d'appello e che - per la prima volta nella nostra storia - premiava i pre­sunti 'pentiti' con denaro e li­bertà facile. Solo così il fenome­no venne sconfitto, negli anni successivi. Nel frattempo, però, c'era sta­to un numero non calcolabile di morti (i documenti furono in gran parte distrutti).

Fra i milita­ri, di certo, ci furono più caduti che i 7/8.000 di tutte e tre le guer­re d'indipendenza messe insie­me. Fra i 'terroni' si possono calcolare almeno centomila vit­time, fra morti in combattimen­to, in prigione, fucilati, per sten­ti e malattie. Le crudeltà, come in tutte le guerre civili, furono ef­ferate: se alcuni briganti mutila­vano i soldati e ne mangiavano il cuore, i soldati stupravano, saccheggiavano, esibivano le teste mozzate dei nemici. In­cendiavano paesi interi, come Pontelandolfo e Casalduni, completamente rasi al suolo per vendicare l'uccisione di 40 bersaglieri.

E Pino Aprile non usa mano leggera, per un para­g­one con i metodi usati dai nazi­sti nella Seconda guerra mon­diale. Le conseguenze principali fu­rono sostanzialmente tre, a 'pa­cificazione' avvenuta. Prima di tutto, la spaventosa miseria del Sud, che tra fine Ottocento e ini­zio Novecento costrinse milio­ni e milioni di meridionali a emigrare in Europa e nelle Americhe. Seconda conse­guenza, una sorta di rassegna­zione rancorosa da parte dei conquistati, sintetizzabile con la frase: 'Ci avete voluto? Ades­so manteneteci.'

Infine il bri­gantaggio - e il modo usato per combatterlo- rafforzarono a di­smisura mafia, camorra e 'ndrangheta. Oggi possiamo dire che an­che il meridione d'Italia ha fini­to - molto tardivamente - per trarre vantaggi dall'Unità. Ma non è possibile dire se, rimasto indipendente, avrebbe finito per somigliare più a uno state­rello balcanico o nordafricano, o sarebbe diventato una terra felice, con tutte le sue genti al so­le, con un'economia propria, il turismo e un ruolo rilevante nel Mediterraneo. Di certo, nascondere quel che avvenne non è servito a una crescita del Paese e della nostra coscienza nazionale: in quasi ogni famiglia del Sud si tramanda il ricordo di antichi lutti, di antichi soprusi subiti. E' per questo che il libro di Pino Aprile - che arriva come uno schiaffo in faccia a chiunque lo legga - ottiene tanto successo. E' come svegliarsi e scoprire che l'incubo appena sognato era una realtà.




Powered by ScribeFire.

Morto lo showman Souza: ordinò i delitti per fare audience

Corriere della sera

Deceduto per una grave malattia il conduttore ex deputato accusato di essere il mandante di 5 omicidi

BRASILE

Morto lo showman Souza: ordinò i delitti per fare audience


Wallace Souza
Wallace Souza
MILANO - È morto in un ospedale di San Paolo, in Brasile, lo showman Wallace Souza. Il conduttore tv, ex deputato regionale ed ex agente di polizia, era accusato di essere il mandante dell'omicidio di cinque narcotrafficanti. L'uomo avrebbe ordinato i delitti per fare aumentare l'audience del suo programma, «Canal Livre» e avere, di conseguenza, sempre più popolarità. Il suo decesso rende di fatto impossibile stabilire la verità nell'inchiesta che lo vedeva coinvolto. Dallo scorso marzo, Wallace Souza era ricoverato (e piantonato) in un ospedale di San Paolo: soffriva di una grave patologia epatica cronica.

«IO INNOCENTE» - L'ex poliziotto ha sempre respinto al mittente le accuse a lui rivolte. «Io sono quello che ha lanciato inchieste parlamentari sulla criminalità organizzata, sul sistema carcerario, sui traffici di droga tra la polizia e sulla pedofilia» si è sempre difeso. A scatenare però sospetti sul conduttore il fatto che le sue troupe si fossero trovate in alcuni casi sul luogo dei delitti prima dell'arrivo della polizia.

Redazione online
28 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Barcellona ha deciso: vietata la corrida

Corriere della sera

Il parlamento catalano ha approvato l'abolizione nella regione con 68 voti a favore, 55 contrari e 9 astensioni

SCELTA STORICA

Barcellona ha deciso: vietata la corrida




MILANO - La comunità autonoma della Catalogna, di cui Barcellona è capoluogo, ha deciso di vietare la corrida. Il parlamento catalano ha infatti approvato l'abolizione nella regione dello spettacolo con i tori con 68 voti a favore, 55 contrari e 9 astensioni. La decisione arriva al termine di una lunga stagione di polemiche.

NORMA IN VIGORE DAL 2012 - La Catalogna è ora la prima regione spagnola a proibire le tradizionali manifestazioni nazionali dei tori. La norma entrerà in vigore nel gennaio 2012, fino ad allora la Plaza Monumental potrà ancora programma le corride. Il dibattito al Parlamento catalano si incentrava su un'iniziativa legislativa popolare sostenuta da 180.000 firme che chiedeva la fine dello spettacolo «barbaro».


28 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

I postini suonano anche di pomeriggio

La Stampa

Recapiti dalle 8 alle 16. Dalle 14 alle 20 servizi su misura



ROMA

Il postino torna a suonare due volte: dal primo gennaio 2011 nuovi orari e nuove modalità di recapito per Poste Italiane che, in vista della liberalizzazione del mercato, ha deciso di venire incontro alle diverse esigenze dei clienti rivoluzionando i servizi di consegna della posta. Così è stato firmato un accordo con i sindacati che introduce un nuovo orario di lavoro per i portalettere: la consegna della corrispondenza prioritaria, raccomandata e commerciale verrà eseguita dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 16; mentre dalle 14 alle 20 saranno forniti servizi "su misura", che costituiscono l'aspetto più innovativo dell'intesa, come Dimmiquando, Chiamami, Aspettami, recapito telegrammi, messo notificatore, ritiro a domicilio, ritiro posta registrata.

Servizi, questi ultimi, che saranno assicurati anche il sabato dalle 8 alle 14, assieme alle consegne urgenti di telegrammi e Raccomandata 1. Il riassetto dell'intera filiera del recapito, della rete logistica e dei trasporti - spiega Poste Italiane - consentirà all'azienda di proporre «soluzioni innovative, che migliorano ulteriormente l'articolazione oraria e la gamma dei servizi, rispetto agli operatori postali europei di Finlandia, Austria, Portogallo, Spagna, Grecia, Belgio e Svezia, che hanno adottato a loro volta il sistema di consegna della corrispondenza su cinque giorni».

In Europa anche Deutsche Post è intenzionata a seguire l'esempio, e negli Stati Uniti Us Postal Service è in attesa del via libera del Congresso per allinearsi al modello scelto dagli altri operatori. L'intesa siglata da Poste Italiane e sindacati - afferma ancora l'azienda - garantisce la riqualificazione degli addetti per consentirne l'inserimento nella rete degli uffici postali e potenziare il servizio agli sportelli. Il nuovo piano sarà introdotto in via sperimentale nei capoluoghi di provincia e, successivamente, esteso ai centri maggiori. L'accordo firmato prevede inoltre un aumento della quota 'verdè della flotta aziendale per il recapito, con l'acquisto di 1.500 quadricicli elettrici Free Duck e 1.000 nuovi autoveicoli. «Il modo di comunicare è profondamente cambiato in questi anni ed è in continua evoluzione - ha spiegato l'amministratore delegato di Poste Italiane, Massimo Sarmi -. Per questo anche il modello di recapito ha bisogno di adeguarsi: Poste Italiane ha analizzato la nuova realtà e questo accordo à la risposta al cambiamento di scenario e di abitudini».



Powered by ScribeFire.