domenica 25 luglio 2010

Nazisti, Eichmann tradito dalla love story tra suo figlio e una ragazza ebrea

Il Messaggero

Ombre sul Vaticano e sui servizi segreti occidentali.
Per spronare il Mossad all'azione dovette intervenire Ben Gurion

 
di Eric Salerno

ROMA (25 luglio) - Un documentario della studiosa tedesca Bettina Stangneth sulla poco nota storia d’amore che portò alla cattura del criminale nazista Adolf Eichmann ripropone interrogativi e ombre sul comportamento del Vaticano e dei servizi segreti occidentali che aiutarono i boia tedeschi a fuggire indisturbati dall’Europa alla fine della guerra e anche dei servizi segreti israeliani che spesso ebbero un atteggiamento blando nei loro confronti. Eichmann, considerato uno dei massimi artefici della “soluzione finale” - il genocidio degli ebrei - come tanti altri gerarchi e militari di Hitler, era riuscito a rifugiarsi in Argentina, con moglie e figli, grazie alle complicità di chi era già entrato nella logica della “guerra fredda” e considerava i nazisti alleati potenziali del blocco anti-comunista.

A Buenos Aires, Eichmann viveva sotto l’identità falsa ottenuta in Italia dalla vasta rete di connivenza con i criminali nazisti. Il nuovo nome, Riccardo Klement (Clement), documenti falsi perfetti, e un contegno riservato ma non tanto da destare sospetti, lo facevano passare per uno dei tanti tedeschi che in quegli anni, prima e dopo la guerra, erano approdati in Argentina.

Un altro di questi era Lothar Hermann, avvocato di lontane origini ebraiche che nel 1936 per motivi politici era stato internato nel campo di concentramento di Dachau e poi era riuscito a emigrare. Nel 1956, tra sua figlia Sylvia e Nick (o Klaus), uno dei figli di Eichmann sbocciò la storia d’amore che avrebbe portato il nazista al patibolo.

Il ragazzo non nascondeva il suo odio per gli ebrei. Al contrario, sembra che andasse fiero del passato nazista del padre e ne parlasse tranquillamente con la sua giovane amica. Hermann, insospettito dai racconti di Sylvia che gli aveva anche fornito i nomi degli altri figli di Klement-Eichmann e di sua moglie (non erano stati mai cambiati), si rivolse per posta al procuratore generale tedesco Fritz Bauer. E questi si rivolse al Mossad, il servizio segreto israeliano.

Gli israeliani, all’epoca, avevano altre priorità e non erano veramente interessati a dare la caccia ai criminali nazisti. Alcuni di loro, oltretutto, arrestati in Italia dalle forze alleate furono poi liberati e reclutati dal Mossad come agenti da utilizzare nella loro guerra contro gli arabi. Con la Germania post-bellica, inoltre, era da poco nato un nuovo rapporto e le autorità (tedesche e israeliane) avevano deciso, in quella fase, a non “infierire” sui carnefici. Nel 1958, l’intervento di Bauer fu “archiviato”. Il Mossad non ritenne necessario approfondire la segnalazione nonostante fosse abbastanza documentata.

Un anno più tardi, il procuratore tedesco, decise di recarsi personalmente a Tel Aviv. Si era accorto che i suoi capi non erano interessati a dare la caccia a Eichmann e, con informazioni nuove alla mano, voleva convincere il Mossad. Secondo una testimonianza racconta nei mesi scorsi dal quotidiano israeliano Haaretz, fu necessario un intervento diretto del premier Ben Gurion per spronare i servizi segreti ad agire. L’operazione fu affidata a Mossad e Shin Bet (l’agenzia che si occupa della sicurezza interna) e l’11 maggio 1960 Eichmann fu affrontato all’uscita della sua abitazione in Argentina, drogato, caricato su un aereo israeliano e portato a Tel Aviv per essere processato. E giustiziato.





Powered by ScribeFire.

Di Pietro: io assolto da accusa di truffa, mi sono difeso senza gridare ai complotti

Il Messaggero

Inchiesta sui rimborsi elettorali: il pm chiede l'archiviazione
Il leader Idv: «Chi è innocente si affida alla magistratura»


  

ROMA (25 luglio) - «L'inchiesta avviata dai magistrati contro il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, per truffa e falso sui rimborsi elettorali si è conclusa. E il pm ha chiesto l'archiviazione del procedimento penale, anche questa volta, per totale insussistenza dei fatti»: lo ha comunicato lo stesso Di Pietro nel suo blog per sopperire al «silenzio» dei giornali. «Ritengo doveroso informare l'opinione pubblica di un fatto che mi riguarda - scrive Di Pietro - e di cui, a giugno, tutti gli organi di informazione avevano dato notizia con ampie aperture in prima pagina. Ora, invece, a vicenda conclusa, in molti fanno finta di non sapere. Il mese scorso tutti gli organi di informazione dettero la notizia che la Procura della Repubblica di Roma aveva aperto un'indagine nei miei confronti per truffa e falso». Ma lui, precisa, invece di farsene «un cruccio», di «imprecare contro i magistrati» e di «sparare al vento accuse di complotti o ritorsioni», si è difeso e ora dice di essere pronto «a stringere la mano» agli accusatori «qualora essi - almeno ora, alla luce degli accertamenti svolti dalla magistratura - ne accettino le conclusioni».

Di Pietro racconta la sua vicenda giudiziaria illustrando tutte le accuse che gli sono state mosse. E riferisce della conclusione a cui sono arrivati i magistrati, secondo i quali «non appare configurabile una non trasparente gestione» dei fondi elettorali, visto che questi «risultano depositati presso il conto corrente bancario intestato al partito». Il pm, prosegue il leader dell'Idv, dice anche che «dalla documentazione acquisita emerge che i fondi erogati e depositati sul conto corrente dell'Idv non risultano poi essere transitati su altri conti intestati a diverse persone giuridiche. Si deve pertanto escludere l'esistenza - sottolineano i magistrati - di quelle condotte censurabili che si evidenziano nell'esposto».

Questo, osserva Di Pietro, «mette una pietra tombale sulle mille illazioni che sono state fatte circolare a proposito della gestione finanziaria dell'Italia dei valori. Invito tutti dunque ad avere fiducia nella magistratura e ad affidarsi ad essa per far valere le proprie ragioni. Anche se questa è una strada che possono scegliere solo coloro che sanno di non aver commesso nulla di male».





Powered by ScribeFire.

Il primo nero della politica russa combatte contro la corruzione: «È il nostro Obama»

Corriere della sera

Jean Gregoire Sagbo è stato eletto consigliere in una città a nord di Mosca. E ha cominciato a cambiarle faccia

originario del benin, è arrivato in unione sovietica nel 1982 per studiare

Il primo nero della politica russa combatte
contro la corruzione: «È il nostro Obama»


Jean Gregoire Sagbo
Jean Gregoire Sagbo
MILANO - Nella cittadina russa di Novozavidovo la gente non finiva di sbalordirsi a causa di Jean Gregoire Sagbo perché non avevano mai visto un uomo di colore. Adesso che Sagbo si è lanciato in politica vedono in lui un'altra cosa molto rara, ovvero un politico onesto. Originario del Benin, un mese fa è stato eletto consigliere municipale. Un fatto straordinario in un Paese dove il razzismo è radicato e spesso violento. Fatto sta che ora il 48enne è visto semplicemente come uno che difende il benessere dei suoi diecimila concittadini.

PROGRAMMA - Ha promesso di ridare vitalità alla città impoverita e sporca di immondizia dove ha vissuto per 21 anno con la sua famiglia. Nel suo programma c'è la diminuzione della tossicodipendenza, la bonifica di un lago inquinato e il riscaldamento in tutte le case. «Novozavidovo sta morendo - ha detto in un'intervista -. Questa è la mia casa, la mia città. Non possiamo vivere così». «La sua pelle è nera ma la sua anima è russa» è stato il commento del sindaco Vyacheslav Arakelov. Ma Sagbo non è il primo nero nella politica russa: Joaquin Crima, della Guinea-Bissau, ha partecipato alle elezioni amministrative in un distretto del sud un anno fa ma è stato sconfitto, nonostante la stampa lo definisca "l'Obama russo". Titolo che adesso è toccato a Sagbo. Ma lui si schernisce: «Il mio nome non è Obama. Questo è solo sensazionalismo. Lui è nero e io sono nero, ma la situazione è completamente diversa». Attratto dall'ideologia comunista, Sagbo è arrivato in Unione Sovietica in 1982 per studiare economia a Mosca. Là ha incontrato sua moglie, nativa di Novozavidovo. Nel 1989 la coppia è andata a vivere nella città a 100 chilometri dalla capitale per stare vicina ai suoceri.

AGENTE IMMOBILIARE - Oggi Sagbo è un padre di due figli e di lavoro fa l'agente immobiliare, dato come consigliere non è pagato. Non aveva intenzione di entrare in politica ma i suoi concittadini lo hanno convinto a farlo, vedendo il suo impegno nel rendere più bella la strada dove vive, pulendola e piantando fiori. Dieci anni fa ha organizzato un gruppo di volontari e ha iniziato un progetto che si è trasformato in un giorno annuale di raccolta dell'immondizia. Denis Voronin, un 33enne di Novozavidovo, non ha dubbi: «I politici di prima erano tutti criminali». E dice che i soldi del bilancio cittadino sparivano continuamente. I residenti pagano il riscaldamento e l'acqua calda, ma arriva poco di entrambi. Nel municipio c'è un solo bagno, che consiste in un buco a terra. Ma Sagbo ha già ottenuto dei successi: per esempio ha avviato una raccolta di fondi per sistemare i campi da gioco. «È l'unico miglioramento che ho visto negli ultimi cinque anni - dice una donna -. Lui è uno di noi».

Redazione online
25 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Gli Emirati Arabi: «Il Blackberry mette a rischio la sicurezza nazionale»

Corriere della sera

Il timore è che lo smartphone possa essere usato per violare la legislazione del Paese

MILANO - Il Blackberry è pericoloso: potrebbe essere usato in modo tale da mettere a rischio la sicurezza nazionale. Almeno così la pensano gli Emirati Arabi, che hanno deciso di correre ai ripari, dichiarando che prenderanno provvedimenti per «salvaguardare i consumatori e la legge». Ci sono dei precedenti: il Bahrein ha bandito in aprile l’utilizzo delle chat via BlackBerry, sulla base di presunti timori di «caos e confusione» che potrebbero nascere dal condividere e diffondere notizie di carattere locale con queste modalità. Di conseguenza, in Bahrain ora è possibile avviare procedimenti legali nei confronti di chi frequenta chat sui telefoni BlackBerry. Il provvedimento aveva suscitato critiche da parte dell'organizzazione internazionale «Reporters Without Borders», che ha parlaro di «atto di censura». Altri Paesi del Golfo potrebbero ora porsi sulla stessa linea, vietando alcune applicazioni del Blackberry.

RISCHI PER LA SICUREZZA - L'autorità per le Telecomunicazioni degli Emirati ha comunicato che la Research In Motion (RIM), la compagnia che produce il terminale Blackberry, stava operando «oltre la giurisdizione della legislazione nazionale». «A causa del modo in cui i dati dei Blackberry vengono utilizzati e archiviati, nella forma attuale, alcune applicazioni consentono di fare un cattivo uso del servizio, causando serie ripercussioni dal punto di vista sociale, giuridico e della sicurezza nazionale». Gli Emirati affermano di essere al lavoro per risolvere «questa criticità con l'obiettivo di trovare una soluzione che salvaguardi i nostri consumatori e rispetti la legge». (fonte: Reuters)


25 luglio 2010





Powered by ScribeFire.

In carcere la vittima dell’usura «Al Nord omertà inaccettabile»

Corriere della sera

Linea dura della Boccassini: qui non comanda la criminalità, chi tace dà appoggio alle cosche

MILANO

È stato strozzato dai tassi di interesse del 20% mensile impostigli da una famiglia di ’ndrangheta. Ma alla polizia, perfino dopo l’arresto del clan 15 giorni fa, continua a negare di essere mai stato vittima di usura. E anzi spaventa un altro usurato che invece sta parlando, gli dice «sei pazzo a dire quelle cose», gli prospetta che quando i clan lo verranno a sapere reagiranno male: «Magari anche verso tuo figlio». Così, per la prima volta, l’antimafia milanese ha fatto arrestare una vittima di usura per «favoreggiamento» dei suoi usurai, con la speciale aggravante della finalità di «voler avvantaggiare non questo o quel singolo indagato ma la famiglia di ’ndrangheta in quanto tale».

« Questi comportamenti e atteggiamenti omertosi
vanno immediatamente bloccati e repressi perché l’idea che sia meglio avere i clan alle spalle piuttosto che il rischio di un procedimento penale è semplicemente inaccettabile», motiva il giudice delle indagini preliminari Giuseppe Gennari nell’ordinare l’arresto di Francesco A., 53 anni, gestore di un bar e di alcune società immobiliari. «O si dà atto che il territorio lombardo è in totale balia della criminalità organizzata, il che non è, oppure — argomenta il giudice— condotte omertose vanno giustamente sanzionate per quello che sono: favoreggiamento di un gruppo criminale che non può pensare di sostituirsi allo Stato». È la linea dura con la «società civile» che il nuovo procuratore aggiunto del Direzione distrettuale antimafia milanese, Ilda Boccassini, sta incarnando da mesi insieme alla collega Alessandra Dolci e agli «esperimenti» giuridici del pm Paolo Storari, teorico dello smantellamento di quel «capitale sociale dell’organizzazione criminale» costituito dalle «relazioni con imprenditori e politici coinvolti in un rapporto sistematico di cointeressenze».

Video

Ecco così non soltanto gli ormai continui sequestri di beni e società
, che seguono le retate antimafia come quella recente dei 300 arresti, ma anche ad esempio la fresca condanna a 4 anni e mezzo di un imprenditore che si rappresentava come vittima della pressione intimidatoria di una cosca sui lavori di movimentazione terra nell’hinterland milanese. Ecco, in un altro processo, la Procura teorizzare che un imprenditore non affiliato alla ’ndrangheta, non prestanome dei boss, e nemmeno finanziato dai clan, di fatto «contribuisce a realizzare un utile strumento di appoggio» alle cosche anche solo se «con il libero esercizio della sua attività imprenditoriale agevola l'attività di indagati per usura, estorsione riciclaggio e associazione mafiosa»: col risultato di andare incontro alla «sospensione» giudiziaria della sua impresa «dall’attività economica Calabria») e la più prosaica realtà documentata dalle intercettazioni e dalle ammissioni di un altro degli usurati:

«I Valle padre e figlio (Francesco e Fortunato), con la mediazione di una terza persona, hanno finanziato l’imprenditore e intendono rientrare della loro prestazione— riassume il giudice —. Nella fase di recupero interviene anche Ciccio Lampada», personaggio di spicco di un’altra famiglia di ’ndrangheta imparentata con i Valle, «il quale rintraccia il debitore» (che per la paura aveva addirittura chiuso il bar ed era scappato da casa), «lo accompagna dal "nonno" Valle e lo invita caldamente a trovare una soluzione al suo problema, magari anche cedendo il suo bar. I metodi sono sempre gli stessi: minacce più o meno esplicite, riunioni davanti a tutta la "famiglia", induzione di una forte condizione di preoccupazione e pressione in capo al debitore».

E come negli altri casi, aggiunge il giudice, «il debitore è un imprenditore con beni immobili, sui quali i Valle allungano le loro mire» attraverso i cancelli da aggiustare, come nelle intercettazioni gli usurai chiamano i prestiti man mano rinegoziati per strozzare il debitore: «...più tardi io ho un appuntamento con uno che mi deve aggiustare un altro cancello, tu devi sapere quanto vuole e quanto non vuole... E se ci conviene di aggiustarlo...». esercitata e in particolare dall’utilizzo del complesso aziendale, ivi comprese le partecipazioni societarie detenute». Nel caso di ieri, invece, l’arresto dell’usurato per favoreggiamento degli usurai nasce dall’abisso tra le bucoliche deposizioni rese dalla vittima in Questura aMilano dopo l’arresto a inizio mese della famiglia Valle («i miei rapporti con loro erano e sono tuttora di amicizia, essendo essi miei compaesani e precisamente della città di Reggio

Luigi Ferrarella
25 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Love Parade: 19 le vittime della ressa Muore ragazza bresciana di 21 anni

di Redazione

Tragico bilancio: diciannove persone schiacciate nella ressa scatenata dal panico alla Love Parade di Duisburg, nell'Ovest della Germania. La calca in un tunnel che conduceva al luogo del festival. Molto alto il numero dei feriti: almeno 340

(Video).

Di Brescia la vittima italiana: Giulia Minola, 21 anni. Un'altra italiana ferita. Testimonianze drammatiche: "E' stato pazzesco". Il dolore della Merkel e del Papa



Duisburg - C'é anche una italiana tra le vittime della spaventosa ressa nel tunnel di accesso alla Love Parade di Duisburg: si chiamava Giulia Minola, 21 anni, di Brescia. Un'altra ragazza, che si trovava con Giulia, è rimasta ferita, per fortuna in modo lieve. Il bilancio della tragedia, provvisorio, è fermo a 19 morti e 340 feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. Tra le vittime, hanno annunciato le autorità dell'Aja e Canberra, figurano anche un olandese ed una australiana. Le autorità di Duisburg hanno attivato un numero di emergenza per chi cerca notizie di familiari che si teme siano rimasti coinvolti nella tragedia. Il numero da chiamare è 0049 203 94 000. 

Giulia Minola studiava Moda e Design a Milano. Stava facendo un giro per l'Europa iniziato venerdì scorso e che sarebbe dovuto durare una settimana. Giulia viveva, con la famiglia, in una palazzina in un quartiere residenziale di Brescia dove ora stanno giungendo familiari e amici per consolare i genitori. In viaggio era andata con un'amica torinese, una compagna di studi, di cui però la famiglia non conosce il nome. I familiari di Giulia partiranno domani per Duisburg. La salma della ragazza, a quanto si è appreso, non verrà messa a disposizione dei parenti prima di martedì. La famiglia, attraverso una nota diffusa alla stampa, "chiede il silenzio e il rispetto del lutto". "Era una ragazza bellissima, una ragazza tosta, molto seria", dice un'amica di famiglia uscendo dall'abitazione in cui viveva Giulia Minola, in via Luca Marenzio 7. "Questa era la sua vacanza" conclude la donna prima di andarsene. 

I testimoni: "Scene pazzesche" Con il passare delle ore, i contorni della tragedia si definiscono meglio, anche grazie alle numerose sequenze filmate dai partecipanti e pubblicate su Youtube e raccontate su Twitter e Facebook, e scatenano le polemiche su sicurezza e comportamento delle forze dell'ordine. "L'unica musica che ho sentito sono state le sirene e gli elicotteri!! Non riuscivamo a credere a quello che stava succedendo", ha scritto Marco, originario di Belluno e attualmente residente in Germania. 

Altri si trovavano nel tunnel, i loro racconti fanno rabbrividire: "Sono arrivato al tunnel verso le 17. C'erano troppe barriere, i passaggi erano troppo stretti per essere superati agevolmente", ricorda Alexis, 28 anni, di Wuppertal: "Era pazzesco. La polizia stava su delle scale e cercava di tirare fuori la gente. Alcuni hanno provato a distruggere le barriere". "Ho fatto un corso di pronto soccorso, ho cercato di aiutare un po'. La gente era disidratata, alcuni continuavano a bere alcol e assumere droghe", racconta invece Anneke, 18 anni, una neozelandese: "Poi sono andata a ballare, aveva bisogno di rilassarmi". 

"Profondo dolore" per la "tragedia" di Duisburg è stato espresso oggi dal papa, subito dopo l'Angelus domenicale a Castelgandolfo. "Ricordo nella preghiera - ha detto - i giovani che hanno perso la vita". La cancelliera Angela Merkel si è detta "sconvolta", mentre il presidente Wulff ha chiesto di fare "chiarezza". 

Sulla stampa tedesca infuriano le polemiche: troppo pochi 1.200 agenti di polizia per controllare una massa di oltre 1,4 milioni di persone, scrivono in molti sottolineando anche le carenze dell'organizzazione. "L'organizzazione era carente. Non c'era molto da bere se non alcol. E anche se il parco era pieno, hanno continuato a far arrivare gente", denuncia Patrick, 22 anni. Le drammatiche immagini finite su Youtube sembrano confermare queste tesi: in una in particolare, si vedono i vani tentativi di una manciata di agenti di far defluire la folla dalle scale del cavalcavia che sovrasta il tunnel pochi minuti prima della tragedia. L'invito degli agenti ad arretrare viene accolto da una selva di fischi e decine di diti medi alzati. Una ragazza ha commentato il video così: "Non la chiameranno più Love Parade, ma Death Parade". 

Chiusura definitiva della manifestazione L'organizzatore della Love Parade, Rainer Schaller, ha annunciato, dopo la tragedia, la definitiva chiusura della manifestazione. "Le parole non bastano per spiegare le dimensione dello sconcerto", "la cosa più importante è che si chiariscano i fatti", ha aggiunto, stando all'agenzia Dpa, ricevuta a Vienna. 

Inchiesta della polizia La Procura di Duisburg ha ufficialmente aperto un'inchiesta, mentre ridimensiona le cifre dell'affluenza all'evento. L'area dove si svolgeva il concerto "poteva accogliere oltre 300.000 persone, ma non è mai stata piena", ha sostenuto in conferenza stampa Wolfgang Rabe, capo dell'unità di crisi. Secondo gli organizzatori, la Love Parade ha richiamato, nel corso dell'intera giornata, circa 1,4 milioni di persone. Per Rabe, le "sole cifre attendibili" sono quelle relative alle persone arrivate via treno, che alle 14 risultavano essere 105.000. Il capo dell'unità di crisi non ha fornito ulteriori dettagli sull'accaduto, evocando l'inchiesta aperta dalla Procura. 



Powered by ScribeFire.

Afghanistan, si uccide un militare italiano Era tornato a Kabul dopo una licenza

IL Messaggero


ROMA (25 luglio) - Un militare del contingente italiano in Afghanistan si è ucciso oggi con un colpo di arma da fuoco nel suo ufficio presso l'aeroporto di Kabul: lo hanno comunicato fonti dello stato maggiore della Difesa. I familiari sono stati avvisati. Il militare era tornato da poco da una licenza in Italia e prestava servizio da alcuni mesi a Kabul, dove è di stanza un piccolo contingente italiano che supporta il comando della missione Isaf della Nato.




Powered by ScribeFire.

Video delle nozze con fucili, parte un colpo: cineoperatore resta ucciso

Corriere della sera

L'idea: utilizzare le armi della famiglia per riprese «particolari». Indagati i genitori dello sposo

la tragedia ad altofonte (Pa). Il matrimonio è stato rinviato
Video delle nozze con fucili, parte un colpo: cineoperatore resta ucciso

MILANO - Per una coppia di 25enni Altofonte, nel Palermitano, doveva essere il giorno più bello della vita. Lui, che è militare nel Nord Italia, era tornato nel suo paese d'origine per realizzare il suo sogno, sposare la sua fidanzata e portarla con sé nella città in cui lavora. Invece la festa per il matrimonio si è trasformata in tragedia. L'operatore che stava girando con la telecamera il video-ricordo delle nozze, in casa dello sposo, è stato ucciso da un proiettile partito accidentalmente da un fucile, legalmente detenuto, che doveva essere utilizzato per alcune scene da inserire nel filmato. Il matrimonio è stato rinviato a data da destinarsi, e ora i genitori dello sposo sono indagati per cooperazione in omicidio colposo. Al dramma, in questa storia, si aggiunge anche una tragica fatalità: la vittima, Calogero Scimeca, 45 anni, di Ciminna, coniugato con figli, era lì soltanto come sostituto di un collega che, avendo avuto un incidente, gli aveva chiesto la cortesia di sostituirlo.

LE ARMI - Secondo i carabinieri, sarebbe stato lo stesso Scimeca a chiedere ai familiari dello sposo, Ignazio Licodia, se in casa avessero delle armi per fare delle riprese particolari, «a effetto», da utilizzare per montare il video del matrimonio. I parenti degli sposi - la dinamica precisa non è ancora chiara e i testimoni si sono avvalsi tutti della facoltà di non rispondere - hanno preso alcuni fucili, tra cui una carabina calibro 22 regolarmente denunciata, per scegliere quale usare per le riprese. Dalla carabina, accidentalmente, è partito un colpo che ha centrato il fotografo alla testa. Alla scena hanno assistito, oltre allo sposo, anche il padre, la madre, la sorella e un cugino, mentre il fotografo in quel momento era fuori dall'appartamento. La drammatica notizia ha subito fatto il giro del paese, e molti parenti della coppia hanno appreso della tragedia mentre aspettavano gli sposi nella Chiesa Madre di Altofonte per il matrimonio, che è stato rinviato a data da destinarsi.

L'INDAGINE - Tutti i testimoni presenti alla tragedia sono stati ascoltati nella caserma dai carabinieri di Altofonte dal sostituto procuratore Giuseppe Fici che ha incaricato il dottore Paola Pugnetti, di effettuare l'autopsia sul cadavere che è stato trasferito nell'Istituto di medicina legale a Palermo. «Siamo rimasti scossi, sorpresi, sconvolti non ci credevamo....», dicono alcuni parenti. «Io l'ho saputo mentre ero a casa - racconta il vice sindaco, l'architetto Angela Busellini - sono stati gli amici e i parenti a telefonare agli invitati per disdire la cerimonia». Lo sposo e la sposa, V.A., sono sotto choc. Le indagini dovranno stabilire se ci siano state delle responsabilità e il motivo per cui il fucile fosse carico. Sull'incidente indagano i Carabinieri di Monreale e la sezione investigazioni scientifiche del Comando provinciale, coordinati dal pm Giuseppe Fici. Le armi sequestrate saranno inviate al Ris di Messina per gli esami balistici. Il sindaco di Altofonte, Vincenzo Di Girolamo, ha deciso di sospendere i festeggiamenti di domenica sera in onore della patrona Sant'Anna, in segno di lutto.

Redazione online
25 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

La portaerei Washington lascia il porto Al via le manovre contro la Corea del Nord

Corriere della sera

Pyongyang minaccia ritorsioni: «Dissuasione nucleare» Usa e Seul vogliono lanciare un messaggio chiaro dopo l'affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan




Alle 7 locali, (mezzanotte in Italia) la portaerei a propulsione nucleare USS George Washington ha lasciato il porto di Busan, nel sudest della Corea del Sud, seguita da una flottiglia di cacciatorpedinieri. La manovra nel mar del Giappone «Invincible spirit» è cominciata. Stati Uniti e Corea del Sud metteranno in campo, fino a mercoledì 28 luglio, 8.000 militari americani e sudcoreani, una ventina di navi e sommergibili, fra cui la portaerei George Washington, e circa 200 aerei, fra cui il caccia F-22 Raptor. L'obiettivo è lanciare «un messaggio chiaro» alla Corea del Nord, che ha minacciato di ricorrere «ad una potente dissuasione nucleare» in risposta all'imponente esercitazione, che peraltro è la prima di una serie di sei manovre. «Il comportamento aggressivo della Corea del Nord deve cessare», hanno dichiarato questa settimana in un comunicato congiunto il segretario americano alla Difesa Robert Gates e il suo omologo sud coreano Kim Tae-Young.

PORTAEREI - L'iniziativa di Washington e Seul, cui si aggiungerà per la prima volta il Giappone con il ruolo di osservatore, è stata decisa come reazione all'affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan il 26 marzo (costato la vita a 46 marinai), la cui responsabilità è stata attribuita a Pyongyang, che da parte sua ha smentito ogni coinvolgimento. «Un messaggio per colpire la condotta aggressiva contro il Sud» ha detto il segretario di Stato Usa Hillary Clinton.
Corea, grandi manovre in mare

LA MISSIONE
- «Alcune navi della Settima Flotta americana, tra cui un sottomarino a propulsione nucleare, sono destinate a raggiungere la Washington nel mar del Giappone», hanno riferito i vertici militari. La superportaerei da 97 mila tonnellate della classe Nimitz, nave ammiraglia della Settima Flotta, sarà il centro delle operazioni cui parteciperà una flotta di 20 navi e oltre 200 aerei, tra cui gli F-22 Raptors, i potentissimi caccia della US Air Force, che volerannno in missione di addestramento per la prima volta nello spazio aereo coreano. Le esercitazioni andranno avanti fino a mercoledì, prime di una serie messa a punto da Washington e Corea del Sud in funzione di deterrenza contro Pyongyang.

LA RISPOSTA DI PYONGYANG - La Corea del Nord ha minacciato il ricorso a una «potente dissuasione nucleare» di fronte alle manovre militari congiunte previste da Stati Uniti e Corea del Sud cominciate oggi nel Mar del Giappone. L'agenzia di stampa ufficiale Kcna ha parlato di «guerra sacra di rappresaglia», citando La Commissione della difesa nazionale di Pyongyang. «Tutte questa manovre di guerra non sono altro che pure provocazioni mirate a zittire la Repubblica popolare democratica della Corea con la forza delle armi - ha aggiunto l'agenzia -. L'esercito e il popolo si opporranno in maniera legittima con la loro potente dissuasione nucleare».

SANZIONI - Già venerdì la Corea del Nord aveva minacciato una «risposta fisica» alle rappresaglie annunciate dagli Stati Uniti, che mercoledì hanno annunciato nuove sanzioni che il governo considera una violazione della dichiarazione del 9 luglio delle Nazioni Unite. In quella occasione, il Consiglio di sicurezza aveva condannato l'attacco, pur evitando di accusare direttamente Pyongyang, e aveva chiesto l'adozione di «misure idonee e pacifiche contro le persone responsabili dell’incidente», raccomandando di «evitare qualsiasi nuovo attacco o atto ostile contro la Repubblica di Corea (Corea del Sud, ndr) o nella regione». Nel mirino delle nuove sanzioni, secondo le prime indiscrezioni, sarebbe finito un centinaio di conti bancari esteri, sospettati di essere al servizio di operazioni illecite di Pyongyang sulla proliferazione e compravendita di armi.

INCONTRI - Sul fronte delle trattative diplomatiche si terrà giovedì 29 luglio una terza riunione («provvisoriamente concordata») tra il comando Onu a guida Usa di stanza a Seul e la delegazione di militari della Corea del Nord, nell'ambito del confronto avviato la scorsa settimana sull'affondamento della Cheonan. Il secondo confronto, tenuto sempre «a livello di colonnelli», era durato 100 minuti. L'iniziativa ha lo scopo di arrivare a una riunione «a livello di generali» per verificare, attraverso un «gruppo congiunto di valutazione», se la tragedia della Cheonan sia o meno violazione dell'armistizio del 1953 che chiuse la guerra di Corea. La nota del comando menziona la dichiarazione presidenziale del Consiglio di Sicurezza dell'Onu del 9 luglio che ha chiesto «piena adesione all'armistizio e incoraggiato la risoluzione delle questioni in sospeso con mezzi pacifici». Le parti, in vista del prossimo incontro, hanno «accettano di sviluppare proposte concrete sulla base delle procedure dell'armistizio».

ISRAELE - Sale la tensione anche con Israele, che ha accusato davanti all'Onu la Corea del Nord di fornire missili balistici a Paesi del Medio Oriente, sottolineando che queste armi «mettono in pericolo la stabilità» della regione. «Israele è preoccupata di tali forniture poiché i missili mettono in pericolo la stabilità del Medio Oriente» ha affermato la delegazione israeliana all'Onu in una lettera indirizzata al Consiglio di sicurezza. A maggio il ministro israeliano degli Esteri Avigdor Lieberman aveva accusato la Corea del Nord di fornire armi e razzi ai palestinesi di Hamas e ai libanesi di Hezbollah, dando aiuto ai programmi di sviluppo missilistico della Siria e dell'Iran.
Redazione online

24 luglio 2010(ultima modifica: 25 luglio 2010)



Powered by ScribeFire.

Vecchie ossa e pallettoni L’Unità fa un po’ orrore

di Massimiliano Parente


«Obbedisco!», così risuona nei timpani scolarizzati la mesta storiella dell’Unità d’Italia, che disgraziatamente ci troviamo a dover celebrare, quando gli anniversari, i centenari, sono più funerei dei funerali, sono funerali di funerali. Tra l’altro, poiché Vittorio Feltri mi ha chiesto una riflessione sull’Unità d’Italia, e avendo risposto anch’io garibaldinamente «Obbedisco!», per fare le cose bene e ambientarmi sono andato al Museo Centrale del Risorgimento di Roma, e credevo di morire, li mortacci loro. Un luogo tristissimo, da suicidio, con una scelta di oggetti di necrofilia fetish più istruttiva di qualsiasi libro di Storia e di Galli della Loggia. C’è una pagnotta di pane o segale rattrappita con cui i veneziani dovettero nutrirsi durante non so quali giornate di valorosa resistenza contro gli austriaci invasori.

C’è la coperta rappezzata dove fu trasportato Garibaldi quando fu ferito a una gamba, e lo stivale di Garibaldi bucato dal pallettone che lo ferì, e la cassetta degli attrezzi foderata di velluto cremisi contenente gli strumenti medici per curare Garibaldi dalla ferita, e perfino il pallettone stesso. Non mancano i jeans di Garibaldi, minuscoli, e delle due l’una: o i mille partirono con i calzoni alla zuava, o Garibaldi era un nano. Tutto questo tra una quantità di croste celebrative e patetiche cianfrusaglie simili a ex voto che non avrebbero provocato un’erezione intellettuale neppure a Enzo Biagi, ma forse a Gianni Minoli ancora sì.

E comunque sia «Obbedisco!», e io al Museo del Risorgimento volevo solo sentire qualche brivido, sentire qualcosa, una palpitazione d’amor patrio. Ho pensato che magari ricordavo male, sono passati tanti anni da quando odiavo la Storia italiana in particolare e gli storici in generale. Invece mi è preso un attacco di sbadigli e soffocamento, come ogni volta che vedo un monumento ai caduti in una piazza, un mezzo busto di Mazzini, un Vittorio Emanuele a cavallo. Dopo dieci minuti sono battuto in ritirata, aria, e circumnavigando il Vittoriano mi sono liberato con qualche fantasia delle mie, per esempio pensando che sarebbe bellissimo se si potesse trasformare il Vittoriano in un McDonald’s.

Ci penso sempre anche guardando San Pietro, quanto ci starebbe bene una M gigante e luminosa di McDonald’s lassù, sulla cupola di Michelangelo. Oh, se almeno si fosse riusciti a portarne a termine una giusta, e magari da Porta Pia arrivare fino al Vaticano e far piazza pulita, e invece no, neppure di aprire brecce siamo capaci, ne apriamo una e ci fermiamo prima. Tant’è che se andate a Porta Pia è stato eretto, molto eretto, un monumento dello scultore Pubblio Morbiducci, un enorme bersagliere rimasto lì, in posa scattante, come se lo avessero freddato e imbalsamato mentre correva slanciato, pronto a infilzare il papa con la baionetta, e a guardarlo, sebbene sia inguardabile, mi viene da piangere, un’altra occasione mancata.

Quando escono da scuola i giovani non vogliono più sentirne parlare, dell’Unità d’Italia, e hanno ragione, meglio impersonare un marine giocando a Call of Duty. La Storia d’Italia è noiosa, dall’Ottocento al Novecento tutta una Storia stracciona che va avanti a singhiozzi e a sospiri e a lacrime tricolori, tante piccole ribellioni poco convinte e sempre abortite sul nascere, passando tra primi e secondi triumvirati, il trio Armellini-Saffi-Mazzini da imparare a memoria neppure fosse una poesia, e intorno uno scoppiettìo di moti rivoluzionari simili a petardi e una sfilza di «radiose giornate», tanto radiose quanto sfigatissime, inutili, tronfie, retoriche, patetiche, destinate al fallimento quando al di là dell’oceano da un secolo avevano messo su gli Stati Uniti, e gli storici di qua a dire che non hanno Storia.

A me la storia del Risorgimento fa schifo, e anche il concetto del Risorgimento fa schifo, e anche la letteratura del Risorgimento fa schifo, una letteratura edificante strappalacrime e mortuaria e terribilmente kitsch mentre altrove Melville, Flaubert, James, Dostoevskij sfornavano capolavori. Basti pensare a Edmondo De Amicis e a quella cagata di bestseller istituzionale intitolato Cuore, che doveva inculcare il valore dell’obbedienza ai piccini dandogli come modelli piccole vedette lombarde e piccoli patrioti padovani e piccoli scrivani fiorentini, tutto destinato a restare piccolo anche da grandi, oggi chiamerebbero il Telefono Azzurro per violenza psicologica sui minori.

E quando, dopo tutta quella fatica e radiose giornate e sangue versato e «Obbedisco!» arriva Massimo D’Azeglio, per dire «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani»? Prego? Altra frase rimasta lì, surgelata come un bastoncino Findus, come un Quattro salti in padella, come il bersagliere di Porta Pia. O forse D’Azeglio voleva dire «si tratta di farsi gli italiani»? In tal caso avrebbe avuto ragione Federico De Roberto, che l’imbroglio dell’Unità d'Italia lo racconta nel suo meraviglioso I viceré, dove i candidati onorevoli organizzavano già dei truffaldini «meeting» elettorali, subito storpiati dai siciliani in «metingo», con precocissime spallucce all’opportunismo e all’affarismo dei nuovi politici dell’Italia finalmente unita.

Infatti non fa in tempo a iniziare la tanto agognata Unità d’Italia che passiamo alla Storia per il «trasformismo», il parlamentarismo cialtrone, la partitocrazia, gli accordi sottobanco, i doppi giochi, le furbizie, Depretis, le Pentarchie, i ribaltoni, tutto come oggi. E riguardo ai Savoia lasciamo perdere, io ho sempre lottato perché tornassero in Italia, quando non potevano rientrare, perché mi sembrava ingiusto che le colpe dei padri ricadessero sui figli, poi ho visto Emanuele Filiberto in televisione, l’ho sentito parlare, l’ho visto ballare, infine l’ho sentito cantare Italia Amore mio a Sanremo e mi sono ricreduto, è giustissimo, nel caso dei Savoia, che le colpe ricadano sui figli, e anche sui nipoti di Emanuele Filiberto, e anche su Pupo e i figli di Pupo, esiliateli.

E poi ma quale Unità d’Italia, siamo seri: gli italiani non si sentono uniti su niente, neppure sul 25 aprile, quando a voler essere pignoli dovrebbero far sventolare anche le bandiere americane e ringraziare più la Quinta Armata del generale Clark che i supposti eroi della Resistenza, altra bufala. Al massimo gli italiani si sentono uniti nel calcio, non durante l’anno perché si ridividono nelle rispettive tifoserie contrapposte ma ogni quattro anni, per i mondiali, quando gioca la nazionale, dove però quelli di sinistra non possono più dire «Forza Italia» e quindi, poverini, dicono «Forza Azzurri», e Berlusconi li ha fregati due volte, perché Forza Italia è pure azzurra.

La vera Unità d’Italia, piuttosto, l’hanno creata due guerre mondiali e soprattutto Mussolini, e bisogna ammettere, anche Berlusconi, perché politicamente o sei berlusconiano o sei antiberlusconiano, e televisivamente gli italiani sono stati uniti più dalla Finivest, Dallas, Dynasty, Drive In, il Costanzo Show, Casa Vianello, Striscia la Notizia, che dai Savoia o Cavour o D’Azeglio o la Dc, e quindi poche storie, poca Storia, grazie a Silvio più uniti di così si muore, e purtroppo molti sono morti di Risorgimento senza sapere che per unirsi sarebbero bastate le tette di Tinì Cansino, quelle sì da monumento, quelle sì da «Obbedisco!».



Powered by ScribeFire.

Gli tolsero le figlie, dopo sette anni dicono: "Un errore"

di Redazione

Caso giudiziario a Vercelli. I giudici affidarono le bambine a una comunità accusando i genitori di essere "indegni". Ora li riabilitano. 


Una frase buttata lì da una ragazzina di 14 anni mentre faceva i compiti con un’insegnante di sostegno: «Il nonno fa sempre lo stupidino e mi alza la gonna». Fu l’inizio del calvario. Per due famiglie: per i genitori dell’adolescente e per il nonno e uno zio.

La giovane aveva due sorelle, più piccole, all’epoca 9 e 10 anni. Era l’ottobre del 2003, la famiglia viveva a Vercelli. Le tre bambine, un mese dopo, vennero affidate dai giudici ad una comunità, mentre ai genitori che si ostinavano a difendere il nonno e lo zio fu sospesa la patria potestà. Inaffidabili e poco protettivi, secondo il Tribunale per i minori, perché parevano non credere alle bambine, perché le lasciavano frequentare la casa, nella frazione vicina, in Valsesia, dove vivevano i due presunti bruti.

Undici mesi più tardi il nonno e lo zio delle tre ragazzine si ritrovarono le manette ai polsi. Accusa: violenza sessuale aggravata. Un anno di cella, un’altro ai domiciliari. Al processo di primo grado, nonostante tutto i genitori delle ragazzine si schierano dalla parte degli accusati. Li difendono. Una perizia medica dice che violenze non ce ne sono state. «Sono sempre state fantasiose, si sono condizionate l’un l’altra», spiegano i genitori. Non basta: nonno e zio vengono condannati a 8 anni. Intanto le ragazzine crescono in comunità.

Ora, sette anni dopo, al processo d’Appello ecco i giudici fare retromarcia. Nonno e zio assolti per non aver commesso il fatto. Oggi due delle sorelle, diventate maggiorenni, hanno lasciato la comunità. «C’è stata qualche timida telefonata, per riavvicinarsi alla famiglia - racconta Davide Balzaretti, il legale dei genitori -. Adesso chiediamo al Tribunale di revocare la sospensione della patria potestà. La terza ragazza, che quasi 16 anni, deve tornare con la sua famiglia».




Powered by ScribeFire.

Stop alle maxi-password la chiave giusta è originale"

Repubblica

La maggior parte degli utenti usa combinazioni molto popolari. E i pirati informatici ne approfittano. Sceglierne una complicata rischia di essere controproducente. L'idea di due ricercatori Microsoft: "I servizi web bandiscano quelle molto comuni" 

di VITO D'ERI

 



CONTRORDINE, internauti di tutto il mondo: "Una password sicura non deve essere necessariamente lunga e complicata". A dirlo sono due ricercatori del colosso informatico Microsoft, Stuart Schechter e Cormac Herley, che hanno realizzato uno studio specifico 1 assieme a Michael Mitzenmacher della Harvard University. La loro ricerca è partita da una considerazione secondo cui, su base mondiale, centinaia di migliaia di persone finiscono per scegliere le stesse password.

Le password "popolari". La conferma di ciò che si è sempre supposto si è avuta dal Social Media "Rock you" che, nel 2009, a causa di una falla nei sistemi informatici, ha reso pubbliche 32 milioni di credenziali di suoi iscritti. Da una loro analisi statistica si è visto come esistano vere e proprie password "popolari", ovvero identiche combinazioni di caratteri scelte da un ampio numero di utenti. Il problema, a questo punto, è che i pirati informatici conoscono perfettamente queste password e le sfruttano per i loro attacchi a migliaia di diversi account web. Dal momento che queste password sono molto popolari, è statisticamente molto probabile che prima o poi l'attacco vada a buon fine.

Combinazioni complicate, pro e contro. L'ideale sarebbe quindi scegliere password non popolari. Per crearle esistono diversi programmi che le generano a partire da numeri casuali o da informazioni relative all'utente

Putin ha incontrato le spie "Avranno un futuro brillante"

Repubblica

Il primo ministro russo ha detto di aver cantato con loro canzoni sovietiche. "Hanno fatto l'interesse della loro madrepatria per molti anni, senza poter contare sull'immunità diplomatica"

 

E va al raduno delle Harley

FAROS (Ucraina) - All'inizio di luglio, il primo ministro russo Vladimir Putin ha incontrato le spie russe 1 che vivevano negli Usa. Non solo: ha anche detto di aver promesso loro un radioso futuro in Russia: "Non ho alcun dubbio sul fatto che avranno tutti una vita interessante e brillante". Parlando con i giornalisti durante una breve visita in Ucraina 2, l'ex agente del Kgb (i servizi segreti dell'Unione Sovietica) operativo nell'allora Germania Ovest si è sbottonato sul caso diplomatico che riempie i giornali di tutto il mondo da settimane.

Putin non ha precisato dove ha incontrato le spie ma ha detto di aver cantato con loro canzoni dell'epoca sovietica e di aver detto loro di ammirare ciò che hanno fatto. Soprattutto perchè, ha spiegato, "hanno fatto l'interesse della Russia per molti anni, senza poter contare sull'immunità diplomatica".

Belluno, via libera alla caccia ai bambi Scoppia la polemica

Quotidianonet

Il calendario venatorio 2011 della provincia veneta prevede la possibilità di sparare anche "esemplari giovani e femmine". Insorgono le associazioni ambientaliste e scatta il 'tam tam' tra il popolo del web

Belluno, 24 luglio 2010

Infuria la polemica per l'approvazione del calendario venatorio 2011 in provincia di Belluno: per la prima volta potranno essere abbattuti anche i cuccioli di cervo. Secondo quanto scrive 'Il Gazzettino', dal prossimo 17 aprile fino al 29 maggio, nel mirino dei cacciatori potrebbero entrare anche i cerbiatti visto che all'elenco sono stati aggiunti anche "esemplari giovani e femmine", esemplari che finora erano sempre state considerate categorie protette.

La notizia del provvedimento sulla prossima stagione della caccia nella provincia veneta ha scatenato subito forti reazioni e non solo da parte delle associazioni ambientalistiche. In molti hanno scritto mail alle redazioni dei giornali, tra cui anche a quella di 'Quotidiano.net', per chiedere che non si alzino i fucili contro i 'bambi'. "Vergogna, questo è solo l'ennesimo passo in dietro nel progresso civile di un paese", scrivono in una sorta di tam tam che si rincorre sul web.

"Spareremo ai piccoli di cervo, ma solo agli esemplari di almeno dieci mesi", rispondono i cacciatori bellunesi sempre dalle pagine del 'Gazzettino'. E la la Polizia provinciale, responsabile per la fauna selvatica, aggiunge: "Non è assolutamente vero che le femmine e i piccoli di cervo siano categorie protette: già dal 1993, potevano essere abbattuti mentre il divieto è in vigore dal 5 settembre fino al 15 ottobre per le femmine di cervo che allattano e fino al 30 novembre per gli altri ungulati. Il prelievo di femmine e piccoli è un principio gestionale oramai assodato e indiscusso in tutto il mondo, perché una corretta gestione faunistica deve prevedere di mantenere le popolazioni con un corretto rapporto tra sessi e classi di età. Se così non fosse l'Ispra (istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ben si guarderebbe dall'esprimere parere favorevole al calendario venatorio".

Anche la Provincia puntualizza che "l'unica vera novità di questo calendario è la possibilità di esercitare la caccia primaverile ai cervi, pratica ormai diffusa in tutta Europa, perché in questa stagione è più facile valutare correttamente i capi da abbattere". Per quanto riguarda le critiche mosse dagli animalisti, la Polizia provinciale chiarisce che le nevicate del 2008 hanno inciso marginalmente sulla popolazione di cervo, già ai livelli del 2007, mentre la rabbia non ha decimato gli ungulati.

La rabbia degli animalisti e del popolo del web, però, non sembra essersi placata e la diatriba sembra destinata a durare ancora.




Powered by ScribeFire.

Il presidente Granarolo "Un danno tremendo Non siamo dei furbetti"

IL Resto del carlino

Gianpiero Calzolari sul caso delle mozzarelle blu: "Un momento duro, incontrerò i sindacati. Sono sicuro che ne usciremo ma anche molto preoccupato. Il danno è stato tremendo e mette in discussione il lavoro di anni"

QUALCUNO vi ha danneggiati?«Non lo so ma il danno c’è ed è pesante».

Gianpiero Calzolari, presidente di Granarolo, prende fiato. «Ho il cellulare scarico a forza di chiamate e continuo a non capire».

Cosa non capisce?«Siamo la più bella azienda casearia italiana. Abbiamo impostato tutto il nostro lavoro sulla qualità. Queste notizie distruggono il lavoro nostro e della filiera della regione. Un lavoro di anni».

Alcuni supermercati hanno iniziato a ritirare i vostri prodotti.
«La questione per ora è limitata. Ma capisco le scelte della grande distribuzione. Speriamo di uscirne subito».

Economicamente le mozzarelle blu hanno già pesato?«Non so quantificare il danno ma sì, hanno pesato».

Sono ipotizzabili un sabotaggio o uno sgarbo politico?«Non so che dire. Siamo dei contadini, in fondo. Non siamo mica dei furbetti».

La Jager vi forniva la materia prima per le provole dolci.
«Una piccola fornitura, di cui ci siamo lamentati subito. I rapporti con loro sono stati chiusi un mese fa».

Perché così tardi?
«Abbiamo aspettato che l’azienda si mettesse in regola, ma questo non è avvenuto. D’altro canto non c’erano sul mercato molti fornitori di quella materia».

Come la mettiamo però con quelle mozzarelle blu?
«L’unica certezza è che, al momento, non ci è stato segnalato alcun problema sanitario e abbiamo appreso tutto dalla stampa. Non è strano?».

Ma una segnalazione su quel lotto di mozzarelle c’era già stata.
«Riguardava un’altra catena che aveva chiesto dei chiarimenti. Li abbiamo forniti, tutto era a posto e non c’erano rischi per la salute o la qualità dei prodotti. Quella segnalazione era nella norma».

Ma lei come si sente?«Sono sicuro che ne usciremo ma anche molto preoccupato. Il danno è stato tremendo e mette in discussione il lavoro di anni».

E l’occupazione?
«Abbiamo circa duemila persone che gravitano attorno a Granarolo e mille imprese legate all’indotto: non voglio nemmeno pensare a ricadute negative. Ma domani, in qualche modo, parlerò con i lavoratori e i sindacati. E’ il minimo».

di VALERIO BARONCINI




Powered by ScribeFire.

Viaggiare nel tempo non è più un film

di Vittorio Macioce

Gli scienziati: "Andare nel passato si può". E così si realizza il sogno della fantascienza che per tutto il Novecento ha cercato strade e macchine per muoversi tra le ere. Da ora in poi potremmo vivere senza rimpianti: per ogni errore fatto potremmo tornare indietro e cancellarlo



È cominciato con la chiusura per quasi quattro di un tratto dell’Autostrada del Sole e con 23 km di coda da Piacenza verso sud il fine settimana da bollino rosso dei vacanzieri italiani.
L’avvio tormentato dell’esodo è andato risolvendosi nel corso del tardo pomeriggio di ieri, quando code e attese hanno continuato a riguardare solo i valichi di frontiera, in particolare il traforo del Monte Bianco e la dogana autostradale di Brogeda verso la Svizzera.

Due incidenti, avvenuti tra le 4 e le 5 di notte sulla A1 e che hanno visto coinvolti quattro mezzi pesanti, rispettivamente al km 83 ed al km 85, hanno causato per alcune ore il blocco del traffico sulla A1 tra Fidenza e Fiorenzuola, in direzione Milano. La chiusura del tratto, con all’interno una coda di 4 km, è durata fino alle dieci di mattina.

Nel frattempo, però, si era andato creando un «serpentone» di 23 km di auto in direzione opposta, a partire dal bivio con la complanare di Piacenza verso sud, a causa dei curiosi fermi a guardare il carico dispero di mezzi pesanti coinvolti nell’incidente, costituito da frutta e da materiale ferroso. Nel corso della mattinata Autostrade per l’Italia ha indicato percorsi alternativi, e i tempi registrati sono stati al massimo pari a 1 ora e 20 minuti per percorrere il tratto compreso tra Piacenza sud e Fidenza, in direzione Bologna. Rallentamenti anche sulla carreggiata sud A3 nel tratto calabrese compreso tra Torano e Rose Montalto, dove un’auto Š finita contro la barriera di protezione con un bilancio di un morto e tre feriti. Il traffico è stato comunque intenso per l’intera mattinata a ridosso delle principali città verso le località di villeggiatura.

Sulla A4 Milano-Brescia la coda è stata di 2 km in entrata alla barriera di Milano est verso Venezia, mentre sulla A9 Lainate-Como-Chiasso 30 minuti di attesa per percorrere il tratto tra Fino Mornasco ed il bivio per la A9 verso Lainate. Un km di coda sulla A12 Roma-Civitavecchia all’altezza del bivio con l’Aurelia e altrettanto sulla A27 Mestre-Belluno tra Belluno ed il bivio con la statale verso Cortina. Inoltre, al Traforo del Monte Bianco, 1 ora e mezza è l’attesa prevista al piazzale Francese. Nel corso della giornata, grazie anche al divieto di circolazione dei mezzi pesanti fino alle 23, il traffico è andato migliorando.




Powered by ScribeFire.

I democratici licenziano il migliore: Veronesi

di Laura Cesaretti

L’ex ministro dell’Ulivo accetta dal governo la guida dell’agenzia nucleare e il Pd gli impone di dimettersi da senatore. Lo scienziato a muso duro: "Nessun problema, me ne vado". Ormai siamo alle epurazioni per "collaborazionismo"


Per il nucleare, è pronto a dire addio al Pd e al seggio di Palazzo Madama. L’oncologo e senatore Um­berto Veronesi lo ha chiarito ie­ri, dopo giorni di polemiche e di ultimatum da parte di espo­nent­i del partito che lo ha volu­to candidato alle ultime elezio­ni: «Nessun problema: sull’in­compatibilità avevo deciso pri­ma che il partito si esprimesse. Se accetto il ruolo lascio la cari­ca di senatore». Se dunque si concretizzerà, da parte del go­verno, la proposta di nomina­re Ve­ronesi alla presidenza del­la neonata Agenzia per la Sicu­rezza sul nucleare, lui si dimet­terà da parlamentare, come gli è stato chiesto dal Pd.

Ma qualcosa, al partito di Bersani, il professore la manda a dire,in un’intervista a Repub­blica : «Io sono a favore del nu­cleare da sempre. Non da oggi, non da pochi mesi», e dunque chi lo ha candidato non può ora cadere dalle nuvole per la sua disponibilità. E poi «pensa­vo che la sinistra, storicamen­te impegnata nella protezione della salute, trovasse congenia­le alla sua cultura il fatto di­met­tere come responsabile della si­curezza una persona che la rap­presenta. Invece non è stato co­sì ». Anzi, l’ala ecologista del partito è insorta, chiedendogli di avere il «buongusto» di an­darsene se aveva intenzione di accettare l’incarico. Mentre da varie parti gli è arrivata l’accu­sa velata di «tradimento».

Vero­nesi tiene a precisare che accet­tare l’incarico non equivale a vendersi al nemico, anche per­ché l’agenzia deve studiare la sicurezza del nucleare e non «decidere se e dove le centrali vanno costruite», dunque «la mia posizione nell’Agenzia non avrebbe niente a che vede­re con la politica energetica del Paese: peccato che qual­che collega del Pd non lo abbia voluto capire». Veronesi è comunque pron­to alle dimissioni dal Senato. E questo nonostante non sia ob­bligato a farlo, visto che nella legge istitutiva dell’Agenzia è stata inserita una norma che sancisce uno stretto regime di incompatibilità con il manda­to­parlamentare per tutti i com­ponenti del Consiglio del­l’Agenzia tranne uno: il presi­dente, appunto. Una «norma ad personam», ha denunciato il Pd.

E un «tentativo di giocar­ci in casa» da parte della mag­gioranza, mettendo a capo del­­l’Agenzia un fiore all’occhiello rubato allo schieramento op­posto. «Per Berlusconi - nota il parlamentare Ermete Realacci - sarebbe un gran coup de théâtre , quello che non gli è riu­scito con la Marcegaglia o con Montezemolo, tanto più in un momento in cui la politica nu­cleare del governo è in impas­se ». Dietro la scelta di Veronesi (di cui si parla addirittura co­me possibile Nobel per la medi­cina) ci sarebbero anche la spinta del Quirinale verso una scelta «bipartisan» e di garan­zia, e il lavorio diplomatico di Gianni Letta.

Anche se in una parte del Pdl c’è una fronda an­ti- Veronesi, che avanza il no­me del senatore berlusconia­no (nonchè ingegnere nuclea­re) Guido Possa. In casa Pd, dopo la polemica degli scorsi giorni, ci si è resi conto del passo falso. Il segreta­rio Bersani si è affrettato ad in­contrare l’oncologo, e ieri il suo portavoce Stefano Di Tra­glia ha assicurato che Bersani «non ha mai posto la questio­ne delle dimissioni», che c’è «massimo rispetto» per le scel­te di Veronesi e che quella del Pd non è una «contrarietà ideo­logica al nucleare», semmai una valutazione di «scarsa cre­dibilità dei piani del governo».




Powered by ScribeFire.

Caserta, colono «vicino» ai Casalesi chiede i danni allo Stato dopo lo sfratto

IL Mattino

 
di Rosaria Capacchione

CASERTA (24 luglio) - Ha detto che da quella terra, almeno per ora, non se ne andrà. I meloni, per esempio. Chi li raccoglierà se lui sarà obbligato allo sfratto? E i pomodori? E le barbabietole? A dare retta a Ettore Cantelli, colono della tenuta «La Balzana», senza di lui sarà impossibile far sopravvivere l’azienda, 220 ettari di terreno fertilissimo, gioiello zootecnico appartenuto alla Cirio e poi rilevato dalla famiglia Passarelli da Casal di Principe, in nome e per conto di Francesco e Walter Schiavone. Il clan dei Casalesi, insomma. Anzi, sempre a sentire Cantelli, lo Stato gli deve qualcosa: sei milioni di euro per migliorie apportate alle abitazioni coloniche, ai capannoni, alle recinzioni.

Così, Cantelli ha fatto due cose: ha notificato la richiesta di risarcimento al custode nominato dal tribunale 15 anni fa, e si è opposto allo sfratto. Quando gli ufficiali giudiziari si sono presentati in azienda, a Santa Maria la Fossa, si è trasformato nel più strenuo e determinato difensore delle piantagioni di meloni. Ha ottenuto una proroga, ma il 15 settembre, quale che sia lo stato delle coltivazioni, dovrà andare via.

A qualcuno potrebbe venire il dubbio che, in fondo, il nostro contadino Cantelli abbia sostanzialmente ragione e che è un vero peccato distruggere frutta e verdura faticosamente coltivate su terreni più vasti dell’intero quartiere di Fuorigrotta.

E anche il risarcimento: cos’ha a che vedere un colono con la confisca? Ma le cose, in realtà, stanno in maniera diversa. Le migliorie, per esempio, a messo che siano state fatte, non sono mai state autorizzate dal tribunale né dal custode, Salvatore Ziccardi, al quale l’ingiunzione è stata notificata una decina di giorni fa.

Passiamo al contratto di locazione. È scaduto da anni, e non è mai stato rinnovato. Anche il canone - 68.000 euro l’anno - non è stato pagato, se non per la parte spettante al proprietario della quota di azienda non confiscata, e versata nelle casse di Ipam, zuccherificio sequestrato nel processo Spartacus e dissequestrato all’indomani della morte di Dante Passarelli, che dell’azienda era il proprietario.

Infine, la figura di Ettore Cantelli. Non è un colono qualunque, perché è strettamente imparentato con la famiglia Passarelli. La figlia Susanna, infatti, ha sposato Franco, primogenito dell’imprenditore morto misteriosamente nel 2004, detenuto da oltre un anno per estorsione. Susanna Cantelli è anche la titolare dello zuccherificio Kerò, che ha rilevato mezzi e contratti che erano stati di Ipam e che è stato sequestrato la passata settimana dalla Dda di Napoli. 


Come dire, il nostro è persona di strettissima fiducia della casa. E anche del clan dei Casalesi. Una per tutte. Quattro anni fa, per la precisione alla metà di maggio del 2006, si scoprì che la Balzana era stata trasformata in un’armeria, forse in una base di appoggio per killer. Nel corso di una perquisizione, i carabinieri trovarono fucili e pistole, oltre a un discreto quantitativo di munizioni. Armi risultate rubate (un fucile era stato sottratto nel 2003 a Sant’Andrea del Pizzone, l’altro al Nord, oltre dieci anni prima) e tenute in perfetto stato di efficienza, ben oliate, pronte a essere usate. Cantelli e un suo aiutante, un bracciante albanese, furono arrestati per detenzione illegale e ricettazione di armi da fuoco e munizioni.

Solo su una cosa Ettore Cantelli ha ragione: c’è il rischio, tutt’altro che trascurabile, che l’azienda si trasformi in poche settimane in terreno incolto, perdendo di valore. Un pericolo al quale dovrebbe ovviare l’Agenzia nazionale per i beni confiscati, non ancora andata a regime, con l’immediato affidamento del bene a manager capaci di garantirne la produttività.

Ricorda Ziccardi: «Un impegno assunto, proprio a proposito della Balzana, dal direttore dell’Agenzia all’indomani della sua nascita e attesa, il 15 settembre, al suo primo banco di prova. Solo così lo Stato potrà dire di aver vinto almeno questa battaglia».




Powered by ScribeFire.

Stragi, la lettera segreta di don Vito

La Stampa

Ciancimino jr la consegna ai pm:«Borsellino contro la trattativa Stato-mafia»


GUIDO RUOTOLO
ROMA

In tempi non sospetti, siamo al novembre del 1992, don Vito Ciancimino lascia tracce dei suoi incontri con il Ros dei carabinieri, con il colonnello Mario Mori, prima della strage di via D’Amelio. Come tanti altri materiali riaffiorati dagli archivi della famiglia Ciancimino 18 anni dopo quella tragica stagione, anche questo documento è stato consegnato alla Procura di Palermo.

Si tratta di una lettera indirizzata a un dirigente di Bankitalia il cui nome era compreso in una rosa di candidati a occupare la poltrona di presidente del Consiglio, in quel convulso autunno del ’92.

Mercoledì Massimo Ciancimino sarà di nuovo in pellegrinaggio a Palermo, e poi a Caltanissetta, per una nuova serie di colloqui-interrogatori con i magistrati che indagano sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra, e sulla strage di via D’Amelio. E mercoledì Ciancimino jr dovrà anche spiegare la lettera nella quale il padre si assunse un ruolo di compartecipe di quella «cricca» - una decina di personalità, tra ministri in carica, funzionari e generali degli apparati di sicurezza - che, mentre crollava la Prima Repubblica abbattuta da Mani Pulite, lavorava a creare le condizioni per «una nuova entità politica».

L’incipit di questa lettera è chiarissimo: «Sono Vito Ciancimino il noto, questa mia lettera, a futura memoria, vuole essere un promemoria da ben conservare se realmente Lei deciderà di scendere in politica come da amici di regime mi è stato sussurrato. Ritengo mio dovere precisare che direttamente e indirettamente faccio parte di quel “regime” che oggi, a causa di tutti loro e anche i miei sbagli costringeranno Ella, sicuramente persona super partes, e da me stimata e apprezzata nel tempo, nel tentativo di convincerla a prendere le redini di un Paese destinato allo sfascio. Sono stato condannato su indicazione del regime per il reato di mafia per mano di persone che a confronto con alcuni mafiosi sono dei veri galantuomini».

Non veste solo i panni del «profeta» don Vito Ciancimino. Scrive al suo interlocutore: «Faccio parte di questo regime e sono consapevole che solo per averne fatto parte ne sarò presto escluso. Al momento, sono utile per i loro ultimi disegni prima del “capolavoro finale”».
E’ come se don Vito avvertisse che ben presto sarebbe finito in carcere, e ciò avvenne puntualmente un paio di settimane dopo aver spedito questa lettera.

«Dopo un primo scellerato tentativo di soluzione avanzato dal colonnello Mori per bloccare questo attacco terroristico ad opera della mafia, ennesimo strumento nelle mani del regime, e di fatto interrotto con l’omicidio del giudice Borsellino sicuramente oppositore fermo di questo accordo, si è deciso finalmente, costretti dai fatti, di accettare l’unica soluzione possibile per poter cercare di rallentare questa ondata di sangue, che al momento rappresenta solo una parte di questo piano eversivo».

Dunque, Ciancimino rivela al suo interlocutore che il colonnello Mori propone - anche se la ritiene «scellerata» - una soluzione per bloccare l’offensiva stragista. In tutti questi mesi, il figlio Massimo ha sempre sostenuto che, secondo don Vito, Mori, il signor Franco, lo stesso Provenzano suggerivano di trattare con Totò Riina e che suo padre era contrario: «Con quell’animale - diceva papà - non si può trattare».

Nella lettera spedita nel novembre del ’92, don Vito ammette che la trattativa si avvia dopo la strage di Capaci e prima di quella di via D’Amelio. Nello stesso tempo l’ex sindaco mafioso di Palermo rivela implicitamente che Paolo Borsellino era stato informato dei contatti in corso tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, e che si opponeva.

Da questo punto di vista, la lettera consegnata da Ciancimino jr ai magistrati siciliani è una conferma a quanto ha ricostruito la Procura di Caltanissetta.

La missiva di don Vito Ciancimino si conclude così: «Tutta la vecchia gerarchia politica sarà destinata ad allinearsi a questo nuovo corso della storia della nostra Repubblica, che sta buttando le sue basi non più su un semplice imbroglio (quale fu secondo don Vito il referendum monarchia-repubblica, ndr), ma su “una vera e propria carneficina”. Di tutto questo posso fornirle documentazione come prove e nomi e cognomi».




Powered by ScribeFire.

La peste del Golfo minaccia i Cajun

La stampa



I discendenti dei coloni francesi rischiano un altro esodo a causa del disastro ambientale
MAURIZIO MOLINARI

Nella contea di Terrabonne l’impatto della marea nera è tale da spingere il popolo cajun a progettare un nuovo esodo. I cajun sono i francofoni dell’Acadia, che nel 1700 decisero di abbandonare le regioni orientali del Canada dell’odierna Nova Scotia per non sottomettersi al dominio dell’impero britannico, intraprendendo a piedi un lungo cammino fino alla Louisiana allora francese, dove furono però beffati dal Trattato di Fontainebleau del 1762 con cui Parigi cedeva l’intera regione alla Spagna.

Ne seguì otto anni dopo una violenta ribellione grazie alla quale i veterani della guerra franco-indiana dimostrarono aggressività e determinazione che ancora oggi li distinguono nel confrontarsi con la piaga economica del petrolio scaturito dall’esplosione del pozzo Deepwater Horizon di British Petroleum lo scorso 20 aprile.

Se la Louisiana è lo Stato d’America più investito dai danni ambientali e finanziari dovuti ai milioni di barili di greggio riversatisi nel Golfo del Messico, i 110 mila abitanti della contea di Terrabonne a Sud-Ovest di New Orleans sono quelli che stanno pagando le conseguenze più pesanti a causa del fatto che le famiglie locali vivono soprattutto grazie alla pesca e all’industria petrolifera ovvero i due settori più colpiti dal disastro.

Se i discendenti dei profughi dell’Acadia in tutto il mondo sono circa 2,5 milioni, in Louisiana ne risiedono oltre mezzo milione concentrati attorno a Lafayette e soprattutto Houma, nel bel mezzo della contea di Terrabonne la cui frastagliata costa attorno a Chauvin ospita migliaia di pescatori e coltivatori di frutti di mare. Cibi, dialetti, tradizioni e canzoni evocano l’eredità francofona, che conta anche una propria bandiera etnica e l’antico costume di affidare la cura delle malattie gravi a un «traiteur» capace di combinare preghiere cattoliche e medicinali a base di erbe caraibiche.

Ironia della sorte ha voluto che proprio a loro la Guardia Costiera e British Petroleum si sono rivolti per recuperare le migliaia di piccole imbarcazioni necessarie a fronteggiare l’inquinamento e la «Cajun Navy» - la Marina dei cajun - si è fatta onore difendendo le proprie coste in ogni modo possibile: dalla ripulitura delle acque al posizionamento dei «boom» che assorbono greggio fino al pattugliamento per verificare lo spostamento del fronte della marea.

Basta recarsi nella base logistica creata dal Pentagono a Chauvin, nei pressi di un’accademia dei Marines, per accorgersi della massiccia presenza di pescatori cajun, disposti a impegnarsi in qualsiasi lavoro capace di accelerare la sconfitta della marea nera. Tanto impegno però ha portato risultati assai esigui perché l’ammontare dei danni ambientali si moltiplica ogni giorno e le prospettive di tornare a pescare si allontanano nel tempo.

Ciò che più preoccupa i pescatori infatti è il «danno invisibile» alla riproduzione di pesci e molluschi: temono che porterà nell’arco di due anni alla totale scomparsa di cibo dalle baie lungo la costa. D’altra parte i rimborsi offerti da Bp sono troppo esigui per costituire una valida alternativa come dimostra il caso di O’Neil Sevin, 24 anni, titolare di una azienda di pesca di medie dimensioni a cui la compagnia petrolifera ha offerto in tutto 21 mila dollari mentre le entrate medie mensili precedenti al disastro erano di 59 mila dollari.

Poiché ai cajun non piace arrendersi, in molti avevano pensato di sostituire le entrate azzerate con il lavoro svolto nella ripulitura delle acque del Golfo del Messico ma la doccia fredda è arrivata questa settimana quando Ken Feinberg, nominato dalla Casa Bianca alla guida della commissione indipendente che gestisce i 20 miliardi di dollari stanziati da Bp, ha fatto sosta nella regione colpita per incontrare i neodisoccupati.

«I soldi che ricevete da Bp per la vostra partecipazione alla ripulitura delle acque saranno scalati dai risarcimenti che avete chiesto se vi saranno accordati», ha fatto sapere Feinberg, gelando le attese di una rapida ricostruzione e rafforzando la convinzione dei cajun che forse è davvero arrivato il momento di un nuovo esodo, anche se nessuno sa quale potrebbe essere la destinazione-rifugio. Pescatori come Sevin ritengono che non sia rimasta scelta: hanno messo in vendita la casa e sono pronti a trasferirsi in cerca di lavoro, maledicendo gli inglesi «portatori di disastri», proprio come avevano fatto gli antenati nell’Acadia.

Il numero dei cartelli «Sale» (Vendita) nelle strade che da Chauvin si diramano lungo la costa lascia intendere che si tratta di un fenomeno in crescita anche se James Wilson, direttore del Centro di Studi all’Università di Lafayette, dichiara al «New York Times» che «non vi saranno migrazioni imponenti perché i cajun non riescono a vedere la loro cultura in luoghi diverso da questo, trasferendosi altrove come popolo saranno destinati a morire». Da qui la decisione del popolare cantante folk locale Drew Landry di scrivere una canzone cajun per chiedere al Congresso di Washington di correre in soccorso della sua gente al fine di evitare il ripetersi della catastrofe del Settecento. «Sono cresciuto lungo le spiagge della Louisiana del Sud - recita il "Bp Blues" - non conosco altro modo di pagare i conti che togliere il fango a piedi nudi dalle tane dei granchi e lavorare in un pozzo di petrolio».




Powered by ScribeFire.