sabato 24 luglio 2010

Potenza, mano nella mano a scuola: sospesi dal preside, oggi sposi felici

Il Messaggero

Furono sospesi perché scendevano le scale mano nella mano
Maurizio e Manuela, insieme da una vita


  

POTENZA (24 luglio) - Nel 1994 furono sospesi perchè scendevano «mano nella mano» le scale dell'Istituto tecnico commerciale «Da Vinci» di Potenza, oggi Maurizio Postiglione e Manuela Capriglione sono marito e moglie e hanno una figlia di un anno. Sedici anni fa, la storia dei fidanzatini «mano nella mano» fece il giro d'Italia. Maurizio e Manuela furono sospesi, tre giorni lui, due lei, secondo il preside Riccardo Latella, «per aver avuto un comportamento irriguardoso». La sospensione provocò la reazione degli studenti dell'istituto potentino che, il giorno dopo, entrarono a coppia, tutti mano nella mano. Oggi, Maurizio e Manuela compongono una famiglia, vivono a Potenza e hanno una figlia. Quella storia, per i coniugi, «è relegata alla memoria, ed è ormai solo un ricordo». Lavorano entrambi e, dicono, «di questi tempi questa è una vera notizia».




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Marea nera, un tecnico: "L'allarme disturbava ed era stato disattivato"

La Stampa

Si temeva che il dispositivo suonasse durante la notte. E BP annuncia trivellazioni davanti alle coste libiche
NEW ORLEANS

Il dispositivo di allarme installato sulla piattaforma Deepwater Horizon, all’origine della marea nera, era stato disattivato alcuni mesi prima dell’esplosione di aprile che ha provocato la catastrofe ambientale. A rivelarlo è stato oggi il capo degli elettrotecnici impegnati sulla piattaforma, Mike Williams, secondo il quale il provvedimento era stato preso per evitare che l’allarme si mettesse a suonare in piena notte. Il proprietario della piattaforma, Transocean, ha contestato la sua testimonianza, sottolineando che la configurazione dell’allarme era conforme alle pratiche marittime. «Non si è trattato di trascuratezza nel settore della sicurezza, né di una questione di comfort», ha indicato il gruppo in un comunicato.

«Deepwater Horizon disponeva di centinaia di allarmi individuali capaci di segnalare incendi o fughe di gas: tutti erano stati provati, erano in buone condizione, non in cortocircuito e controllate dal ponte», ha aggiunto la compagnia. La disattivazione dell’allarme installato sulla piattaforma Deepwater Horizon è stato «intenzionale e conforme a consolidate pratiche marine», attuato per evitare che gli allarmi localizzati si attivassero per problemi minori e continui falsi allarmi aumentassero i rischi e diminuissero la sicurezza della piattaforma.

Il gruppo petrolifero British Petroleum ha intanto annunciato che inizierà «entro alcune settimane» una nuova perforazione nel Golfo di Sirte, a nord delle coste libiche, confermando così un’anticipazione del Financial Times. Il portavoce David Nicholas ha ricordato che, in virtù di un accordo firmato nel 2007 con le autorità libiche, il gruppo ha ricevuto l’autorizzazione ad effettuare cinque trivellazioni, un'operazione che richiederà sei mesi o più. Esse avverranno a «circa 5.700 piedi» (1.700 metri), una profondità leggermente superiore a quella di Deepwater Horizon.

L’accordo siglato con la Libia è oggetto di grande controversia negli Stati Uniti da quando il gruppo è al centro delle polemiche sul presunto ruolo svolto per la liberazione del libico Abdelbaset al-Megrahi, condannato per la strage di Lockerbie. British Petroleum, su cui non si placa la bufera del disastro ambientale nel Golfo del Messico, è accusata di avere esercitato pressioni sulle autorità britanniche per ottenere la liberazione di Megrahi in cambio di un contratto di esplorazione di idrocarburi al largo della Libia.




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Mozzarelle blu, blitz alla Granarolo Nelle carte i contatti con i tedeschi

La Stampa

I dubbi dei tecnici sull'azienda. Il ministro Fazio: «Continuano i controlli sui prodotti caseari»

TORINO

Un sopralluogo nella sede della Granarolo, una delle più conosciute industrie alimentari italiane, ha permesso alla procura di Torino di raccogliere prove importanti sulla situazione della ditta tedesca che ha prodotto le «mozzarelle blu»: i tecnici della Granarolo, infatti, si erano accorti che in quell’azienda non tutto funzionava a regola d’arte, e avevano scritto i loro dubbi su documenti ora raccolti dagli investigatori. La scoperta è stata fatta ieri dagli ispettori di polizia giudiziaria inviati dal pm Raffaele Guariniello nella sede della società italiana.

Granarolo ha avuto frequenti contatti con la Milchwerk Jager Gmbh, dalla quale acquistava del formaggio a pasta filata poi rivenduto come provola dolce. Nel corso degli anni sono stati fatti numerosi «audit» (valutazioni e controlli di dati e procedure) da cui risulta che la ditta tedesca, secondo gli emissari della stessa Granarolo, non rispettava gli standard: nelle carte si parla di «non conformità». In uno dei documenti si può leggere che la Jager, pur ammettendo i rilievi mossi dagli italiani, li ha lasciati «irrisolti» o «risolti solo in parte». Dal materiale raccolto dagli investigatori risulterebbe che Granarolo ha continuato a fare acquisti in Germania perchè era troppo difficile trovare un altro fornitore. A partire dallo scorso maggio, nel prodotto - di origine tedesca - ci sono state delle segnalazioni in cui si lamenta la presenza di muffe.

Continua intanto il monitoraggio e i controlli del Ministero della Salute sui prodotti caseari. Lo assicura il ministro Ferruccio Fazio, spiegando che proseguono i controlli negli stabilimenti di produzione ed in tutte le fasi di commercializzazione delle mozzarelle su tutto il territorio nazionale, da parte dei servizi veterinari delle ASL, delle Regioni e province autonome di Trento e Bolzano, e dei Nas e degli Istituti zooprofilattici sperimentali. «A loro va un particolare ringraziamento per la costante attività svolta a tutela del consumatore e delle produzioni italiane» - si legge in una nota del ministero.

Il Ministero della Salute ha convocato inoltre un tavolo operativo con l’ Istituto Superiore di Sanità e gli Istituti Zooprofilattici per fare una valutazione dei dati analitici, ottenuti dai controlli effettuati, e dei dati scientifici attualmente disponibili. Sulla base dei risultati dell’incontro potranno essere formulate indicazioni operative indirizzate sia agli organi di controllo che alle Aziende di produzione. È stato previsto, inoltre, un incontro con le le associazioni di categoria del settore lattiero caseario al fine di sensibilizzare gli operatori del settore alimentare a mantenere elevata la collaborazione con le autorità sanitarie e pianificare strategie comuni sul fronte igienico sanitario.


AUDIO
"Mozzarelle blu, l'azienda sapeva"
Lanni, Longo






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Le Far Oer e il massacro delle balene

Corriere della sera

Un attivista di Sea Shepherd sotto copertura documenta la mattanza dei cetacei: sgozzati dopo essere stati intrappolati in una baia. Come nel film «The Cove»


La denuncia: «STERMINato un branco di 236 esemplari, tra loro anche molte madri gravide»
Le Far Oer e il massacro delle balene

Peter Hammarstedt, uno degli ecopirati di Sea Shepherd, autore dell'indagine sotto copertura alle Far Oer
Peter Hammarstedt, uno degli ecopirati di Sea Shepherd, autore dell'indagine sotto copertura alle Far Oer
MILANO - Si è finto per giorni uno studente svedese aspirante regista in vacanza nelle isole Far Oer, un arcipelago che sta nel mezzo dell'Atlantico tra la Scozia, la Norvegia e l'Islanda divenuto ormai quasi del tutto indipendente dalla Danimarca, a cui era storicamente legato dal punto di vista governativo. E con questa copertura è riuscito nel suo intento: documentare la Grindadrap, la mattanza delle pilot whale, i globicefali, conosciuti anche come balene dalle pinne lunghe - anche se in realtà sono mammiferi odontoceti, hanno cioè i denti, e appartengono dunque alla famiglia dei delfini -, che ogni anno avviene sulle coste dei villaggi di questo piccolo stato, sconosciuto ai più, che in Italia ha goduto di qualche momento di celebrità per avere ospitato la nazionale di calcio durante la fase delle eliminatorie dei campionati mondiali. Peter Hammarstedt è uno degli uomini di punta degli equipaggi di Sea Shepherd impegnati nelle azioni di contrasto alle baleniere giapponesi. E proprio per questo alla fine è stato costretto a fuggire a metà del lavoro, dopo essere stato riconosciuto da alcuni dei cacciatori di cetacei, che lo avevano visto nella serie tv «Whale Wars» (trasmessa anche in Italia da Animal Planet) e che lo hanno notato mentre fotografava e riprendeva le carcasse dei mammiferi allineati sulla spiaggia.

«SPETTACOLO» PER BAMBINI -L'uccisione dei cetacei è considerata una tradizione irrinunciabile dagli abitanti delle Far Oer che, come si vede nelle foto scattate dallo stesso Hammarstedt e da quelle diffuse dall'agenzia Reuters, non si fanno remore nel portare anche i bambini piccoli ad assistere allo «spettacolo» (GUARDA la fotogallery; attenzione: immagini forti). Ma la macellazione di massa che viene compiuta ogni anno in questo sperduto angolo d'Europa è qualcosa di particolarmente cruento e ricorda la mattanza dei delfini che viene compiuta in Giappone nella baia di Taiji (i mammiferi sono sospinti in un piccolo golfo da cui non potranno scappare e poi sterminati), denunciata e documentata dal film «The Cove», premiato tra l'altro anche alla notte degli Oscar e all'ultimo Festival di Cannes. Le pilot whale vengono accerchiate e poi letteralmente sgozzate con coltelli, arpioni e lame affilate.



LA MATTANZA - Hammarstedt ha raccontato dell'uccisione di un branco di 236 cetacei avvenuto nei pressi dell'abitato di Klaksvik. L'attivista di Sea Shepherd ha appreso dell'imminente massacro captando una conversazione via radio tra alcuni dei balenieri. Ha individuato l'area in cui sarebbe stato compiuto, è saltato sull'auto ed è arrivato nella cittadina, dove la mattanza era già cominciata. Da solo non ha potuto fare nulla per fermare quanto stava accadendo. Ha potuto solo cercare di documentare l'accaduto, per poi raccontarlo al mondo. Fino a quando, appunto, è stato riconosciuto e poi messo in fuga in malo modo. Hammarstedt ha anche spiegato di avere ricevuto delle minacce nelle ore successive alla sua identificazione, tanto che dal quartier generale della sua associazione gli è stato intimato di lasciare velocemente il Paese.

SPECIE PROTETTA - Le pilot whales sono classificate come «rigorosamente protette» dalla Convenzione per la Conservazione della natura e degli habitat naturali. Ciò nonostante la caccia e la successiva mattanza si ripetono ogni anno. «A differenza di quanto avviene a Taiji - spiegano quelli di Sea Shepherd -, nelle Far Oer ci sono almeno una ventina di baie adatte a compiere questo tipo di mattanza. E questo rende difficile prevedere dove esse possano avvenire e quindi predisporre azioni preventive per impedirle». «Tra gli animali uccisi - ha raccontato Hammerstedt - c'erano anche femmine gravide e balenotteri ancora non nati e attaccati al cordone ombelicale delle loro madri. Un intero branco che fino a qualche giorno fa poteva nuotare libero nelle acque del Nord Atlantico è stato sterminato in un unico bagno di sangue».

IL DOLORE DELLE MADRI - Gli abitanti delle Far Oer sostengono che il metodo da loro utilizzato per l'uccisione delle balene è quello più indolore possibile. Non la pensano così gli animalisti: «Ho visto cetacei con diversi tagli all'altezza del capo - ha detto ancora Hammerstedt -, alcuni sono stati colpiti più volte e hanno impiegato fino a quattro minuti prima di morire. I feti sono stati estratti dal ventre delle madri e lasciati morire sulla banchina. Questa razza è molto matriarcale: non posso immaginare la paura e il panico che queste madri hanno provato nel vedere le loro famiglie sterminate davanti ai loro occhi».

Alessandro Sala
23 luglio 2010(ultima modifica: 24 luglio 2010)



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Rubati i dischi d'oro e platino dei Rockets Il tastierista: «Vi prego, restituiteli»

Corriere della sera

I ladri si sono introdotti in casa di Fabrice Quagliotti e hanno sottratto i trofei guadagnati con l'album «Galaxy»

il timore del musicista è che i cimeli siano messi in vendita sul mercato clandestino
Rubati i dischi d'oro e platino dei Rockets. Il tastierista: «Vi prego, restituiteli»

Fabrice Quagliotti, tastierista dei Rockets
Fabrice Quagliotti, tastierista dei Rockets
MILANO
- Si sono introdotti nella sua abitazione alla periferia di Como e hanno rubato alcuni oggetti di valore, ma soprattutto un disco di platino e uno d'oro, trofei guadagnati con il leggendario album «Galaxy»: ora potrebbero finire sul mercato clandestino. A denunciare il furto è Fabrice Quagliotti, il tastierista storico del gruppo rock-elettronico dei Rockets, la band di «extraterrestri» che tanto spopolò negli anni 80 e che ancora oggi gode di un discreto successo europeo, pur avendo cambiato formazione. Fabrice Quagliotti da alcuni anni risiede a Como, al confine con San Fermo della Battaglia, e ora lancia un appello per tornare in possesso dei due cimeli conquistati con l'album «Galaxy» che vendette oltre un milione di copie.

L'APPELLO - «Il reale valore dei due dischi è affettivo e professionale più che per altro visto che l'oro e il platino sono solo una leggera patina», spiega Quagliotti, che in queste ore sta utilizzando i social network per far sapere ai fan del furto subito e avvertirli che un eventuale acquisto comporterebbe un reato. «Vorrei che i ladri me li facessero ritrovare», aggiunge mentre guarda sconsolato la parete vuota della sua villetta sulle colline della Spina Verde. I ladri si sono impossessati anche di altri oggetti di valore: «Ma quelli possono anche tenerseli». (fonte: Agi)

24 luglio 2010



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Troppo caldo in Germania, a rischio le patatine fritte nazionali

Corriere della sera

I tuberi coltivati quest'anno sono troppo piccoli per ottenere «bastoncini» della lunghezza giusta

dal nostro corrispondente  DANILO TAINO

BERLINO – Il rischio è una penuria di buone patate fritte in tutta la Germania: quelle lunghe, succose che si trovano nei ristoranti tedeschi e negli imbiss, i chioschi lungo le strade. Quelle che riempiono i centri delle città con l’odore di fritto inconfondibile, mischiato a quello delle cipolle e delle salsicce: delizioso per i popoli del Nord, un po’ nauseante per quelli del Sud (ragazzi esclusi, che ne vanno matti a ogni latitudine).

Succede infatti che l’ondata di caldo che nelle settimane scorse ha interessato la Germania impedisce che le Kartoffeln, tubero nazionale tedesco, crescano della dimensione sufficiente per una buona patatina fritta. La Bdv, l’Associazione dei coltivatori, ha fatto sapere che prevede un calo del 30% del numero di patate della dimensione di 10 centimetri di lunghezza e 5 di larghezza, lo standard minimo necessario a friggere delle potato-chips come si deve. Il problema è serio per i produttori, che hanno firmato i contratti di vendita prima che l’ondata di caldo colpisse il Paese e quindi si sono regolati su una produzione e su prezzi medi.

La realtà del raccolto, invece, sarà un’offerta molto più bassa rispetto alla domanda, il che giustificherebbe prezzi più alti. «I coltivatori stanno ora cercando di rinegoziare questi contratti», ha detto alla Bbc la portavoce della Bdv, Verena Telaar. Il rischio, per loro, è quello di dover vendere le patate sotto misura per utilizzi diversi e meno pregiati e quindi dover sopportare una caduta dei loro redditi. Dal punto di vista dei consumatori, il pericolo invece non è tanto che le patatine finiscano: il mondo non può finire. E’ che la loro qualità e la lunghezza, una volta nel piatto, crollino: anche questo non facile da sopportare.

24 luglio 2010



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Il figlio aveva una fidanzata ebrea Così fu identificato Eichmann

Corriere della sera

l criminale nazista fu impiccato in Israele nel 1962

A BUENOS AIRES

Il figlio aveva una fidanzata ebrea. Così fu identificato Eichmann

Eichmann durante il processo in Israele
Eichmann durante il processo in Israele
Adolf Eichmann venne scoperto in Argentina grazie al fatto che il figlio ventenne si era innamorato di una ragazza ebrea di 16 anni, residente come la famiglia del criminale nazista a Buenos Aires. Lo rivela un documentario che va in onda domenica sera sulla prima rete televisiva tedesca Ard, basato sulle ricerche della storica amburghese Bettina Stangneth. Nel 1956 il figlio di Eichmann, Klaus, si era innamorato di Silvia Hermann, il cui padre Lothar era riuscito a scampare all'Olocausto dopo essere stato internato per sei mesi nel campo di concentramento di Dachau. Nessuno dei due ragazzi conosceva la storia delle rispettive famiglie, così quando Silvia condusse Klaus a casa dei suoi genitori, Lothar Hermann chiese al figlio del criminale nazista che cosa avesse fatto il padre in Germania durante il nazismo. «È stato in guerra ed abbiamo fatto numerosi trasferimenti, abitando per un certo tempo perfino a Praga. Papà diceva che eravamo lì per diffondere nel mondo i valori tedeschi».

RICONOSCIMENTO E CATTURA - Dopo pranzo Hermann chiese alla figlia come si chiamasse il suo ragazzo, ma dopo aver appreso il nome di Eichmann era rimasto sconvolto. Poco fiducioso nelle autorità argentine, Lothar Hermann aveva scritto a Fritz Bauer, il procuratore generale tedesco che stava dando la caccia ai nazisti superstiti. «La informo che, secondo le mie informazioni, qui a Buenos Aires vive il criminale nazista Adolf Eichmann», aveva scritto il supersite della Shoah, il quale aveva pregato la figlia, che nel frattempo aveva lasciato Klaus Eichmann, a riallacciare i suoi rapporti con il figlio dello sterminatore di Auschwitz, in modo da verificarne con assoluta certezza l'identità. Da quel momento si era messa in moto la macchina che nel maggio 1960 avrebbe permesso al Mossad, il servizio segreto israeliano, di rapire Eichmann per condurlo in Israele, dove al termine di un lungo processo venne impiccato il 31 maggio 1962. Per timore di rappresaglie da parte dei nazisti superstiti, Lothar Hermann aveva fatto emigrare nel 1974 la figlia negli Stati Uniti, dove vive tuttora con un'altra identità. (Fonte Agi)

24 luglio 2010




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L’Italia delle case fantasma Due milioni non denunciate

Corriere della sera

Scoperte con le foto aeree. In vetta Salerno, Roma e Cosenza


ROMA—Nell’ordine: Salerno, Roma, Cosenza, Napoli, Avellino, Lecce, Palermo, Catania, Bari, Vicenza, Reggio Calabria, Agrigento, Caserta, Potenza, Cuneo. Bisogna arrivare al decimo posto e poi al 15esimo per trovare due nomi del Nord nella classifica delle province con più «immobili fantasma», le case cioè che per il catasto non esistono, ma sono state scoperte grazie alle foto aeree. Un lavoro che ha fatto l’Agenzia del Territorio (ministero dell’Economia) su quasi tutti i comuni italiani. Nella classifica elaborata dalla stessa Agenzia, su 101 province le prime 13 del Mezzogiorno (quindi senza Vicenza) collezionano da sole ben 703.150 fabbricati fantasma su un totale di 2.077.048 finora scoperti, cioè uno su tre (il 33,8%). Che la casa sia al primo posto nei pensieri degli italiani è risaputo. Non per niente il 75% delle famiglie possiede l’abitazione in cui vive. Poi ci sono le seconde case, per vacanza e investimento. Insomma, un popolo di proprietari. Ma anche di evasori, come noto. Soprattutto nel Sud, in questo caso.

Roma: prima e dopo la costruzione di due fabbricati
Roma: prima e dopo la costruzione di due fabbricati
ROMA BATTE MILANO 16-1
- Vediamo qualche esempio. Nella provincia di Salerno sono stati «verificati » 139 comuni e sono saltate fuori ben 93.389 case fantasma. Nella provincia di Bergamo la caccia ha fruttato meno: in 165 comuni, trovati 17.874 immobili sconosciuti al catasto. Nell’area di Roma l’indagine ha riguardato 114 comuni per una scoperta di 68.779 edifici. In quella di Milano 129 municipi, ma le case fantasma riportate alla luce non più di 4.241, 16 volte meno. Nella provincia di Cosenza sono stati stanati 61.672 fabbricati in 154 comuni. In quella di Udine 7.944 in 122 municipi. Le differenze sono enormi anche restringendo il campo di osservazione ai singoli comuni. A Torino solo 56 immobili fantasma, a Napoli 6.891. A Milano 22, a Roma 6.372. In parte dipende, spiegano i tecnici, dal fatto che nelle città è molto più difficile individuare case costruite dal nulla, mentre sono più diffuse sopraelevazioni e aumenti di cubature non rilevabili con le foto aeree. Ma è chiaro che molto pesa la diversa propensione a evadere. Nella città di Genova sono stati scovati 717 immobili fantasma, a Reggio Calabria 6.237. A Treviso 1.300, a Taranto 2.103.

SCOPERTI CON LE FOTO AEREE - L’operazione è stata condotta dall’Agenzia del Territorio guidata da due anni da Gabriella Alemanno, in seguito al decreto legge 262 del 3 ottobre 2006 (governo Prodi). Come sono riusciti a individuare uno ad uno gli immobili fantasma? Il meccanismo è apparentemente semplice, anche se richiede tecnologie sofisticate. Il territorio italiano è stato completamente fotografato dall’alto e le immagini aeree digitali, con un altissimo grado di risoluzione (in grado di riconoscere un oggetto sul terreno con un margine di errore di appena 50 centimetri), sono state sovrapposte alle mappe catastali attraverso un software ad hoc che ha immediatamente individuato gli «oggetti emergenti dal terreno» non presenti sulle carte. Sono stati quindi scartati quelli diversi dagli immobili (alberi, pali, cumuli di terra e altro) e identificati i nuovi «corpi di fabbrica». A quel punto, bisognava risalire al proprietario. Si sono quindi prese le particelle del catasto terreni sul quale l’immobile sorge e si è individuato il titolare. Le liste delle particelle di terreno sulle quali stanno gli immobili fantasma, comune per comune, sono state quindi pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale e consegnate agli stessi municipi (oltre che pubblicate sul sito dell’Agenzia).

Una casa spuntata nella campagna romana
Una casa spuntata nella campagna romana
FINO A UN MILIARDO DI RENDITA
- Una volta scoperto, il proprietario poteva accatastare spontaneamente l’immobile oppure, passati 7 mesi, subiva l’accertamento dell’Agenzia e infine l’accatastamento d’ufficio, contro il quale eventualmente ricorrere. Al 30 aprile scorso erano già stati messi in regola 531mila edifici, 209mila dei quali volontariamente, per una rendita catastale emersa di 257 milioni di euro. Al 30 giugno il dato complessivo è salito a 864.065 immobili accatastati per un rendita totale di 452 milioni di euro, dicono all’Agenzia del Territorio.

Insomma, quasi la metà degli immobili fantasma è stata regolarizzata, con le buone o le cattive. Di questo passo non è irragionevole prevedere che il risultato finale potrebbe avvicinarsi a un’emersione della rendita vicina al miliardo di euro. La cautela è d’obbligo, dicono i tecnici, perché una parte dei presunti immobili fantasma potrebbe rivelarsi composta di baracche o altre strutture non accatastabili, ma alla fine questi casi dovrebbero comunque essere una minoranza. E un forte aumento del gettito è sicuro. Sulle nuove rendite catastali si pagano infatti le relative imposte, nazionali e comunali, dall’Irpef all’Ici alla Tarsu, la tassa sullo smaltimento dei rifiuti. Il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, si è spinto a dire che si potrebbero ottenere fino a 5 miliardi di euro in più all’anno. Stime più prudenti, di fonte tecnica, parlano di 3 miliardi.

L'ULTIMA OPPORTUNITÀ - Con questo obiettivo in testa, il governo ha utilizzato la manovra economia (in dirittura d’arrivo alla Camera) per dare una spinta alla regolarizzazione della restante parte di immobili fantasma, concedendo fino al 31 dicembre di quest’anno per l’accatastamento spontaneo, pagando il costo della pratica di regolarizzazione, oltre agli oneri di costruzione (concessione edilizia) e alle imposte dovute (Ici, Tarsu) per i cinque anni precedenti, che dovrebbero essere richieste dai comuni. Per chi non si metterà in regola, dal primo gennaio 2011, l’Agenzia del Territorio procederà all’attribuzione di una rendita catastale presunta, con maggiori spese per il proprietario. Senza contare che in questo caso le sanzioni aumentano.

UNA SFIDA PER I COMUNI - Per ora il nuovo gettito viene diviso tra Stato ed enti locali, ma è chiaro che con il federalismo fiscale, tutta questa partita diventerà di competenza dei comuni. Il decreto legislativo sull’autonomia impositiva degli enti locali, che il governo dovrebbe varare la prossima settimana, prevederà infatti, al termine di un percorso graduale di almeno tre anni, il passaggio della titolarità delle imposte immobiliari ai comuni, magari con l’accorpamento degli stessi (l’ipotesi dell’Imu, l’imposta immobiliare unica). È interesse dei municipi, quindi, che tutte le case fantasma vengano alla luce e sarà compito degli stessi rifarsi di tutte le imposte e tasse dovute. Ci vorrà insomma competenza, efficienza degli uffici, volontà di combattere l’evasione.

Per non parlare dell’aspetto urbanistico, che è tutto un altro capitolo. L’operazione immobili fantasma, infatti, riguarda la regolarizzazione col catasto, per il pagamento delle relative imposte. Ma poi bisogna vedere se la casa emersa è a posto dal punto di vista dei vincoli urbanistici. Il governo sottolinea questo aspetto per dimostrare che non c’è alcun nuovo condono edilizio. Se per esempio una casa fantasma è stata costruita su una spiaggia o in un parco naturale, spetta al Comune demolirla e da questo punto di vista nulla è cambiato. Il decreto della manovra dice infatti che l’Agenzia del Territorio gira ai comuni i dati sui nuovi accatastamenti «per i controlli di conformità urbanistico-edilizia », perché, aggiunge lo stesso articolo 19, «restano fermi i poteri dei comuni in materia urbanistico-edilizia e l’applicabilità delle relative sanzioni ». Li eserciteranno? Al Sud come al Nord?

Enrico Marro
24 luglio 2010



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Uccide il suo capo al culmine di un litigio: «Era un dittatore voleva licenziarmi»

Corriere della sera

Assicuratore romano massacra sessantenne con una mazza da baseball e getta in cadavere in una scarpata


ROMA - «Avevo paura di essere licenziato». Sarebbe questo il motivo che ha spinto un assicuratore romano, Flavio Pennetti, 30 anni a uccidere il suo capo-agenzia all'Assirsk Massimo Carpifave, 60 anni, al culmine di un violento litigio, a gettarne il cadavere in una scarpata lungo la strada che collega Leonessa a Rieti - dove si erano recati insieme per una questione relativa ad un'auto di lusso - e a ad occultarlo ricoprendolo con sassi e terriccio.

E' un nuovo, drammatico caso di omicidio sul lavoro dopo quello di Massarosa (Lucca), dove un ex rappresentante 51enne, licenziato, ha ucciso due dirigenti della sua azienda e poi si è sparato. Per il delitto di Rieti, l'agente assicurativo avrebbe utilizzato una mazza da baseball. L'omicida ha confessato alla polizia di Roma, dopo essere stato rintracciato venerdì sera, ed è stato sottoposto a fermo per omicidio volontario ed occultamento di cadavere.

Il logo della compagnia  di assicurazioni per cui lavoravano Carpifave e Pennetti
Il logo della compagnia di assicurazioni per cui lavoravano Carpifave e Pennetti
GLI INSULTI -
«Era un dittatore. Mi ha insultato in tutti i modi, poi quando ha cominciato a parlare della subagenzia ho accumulato uno stress nervoso impressionante. E quando sono sceso per far rientrare il parafango con la mazza non ce l'ho fatta più e l'ho ucciso». Questa la confessione di Flavio Pennetti, 30 anni, subagente dell'Assirisk di Massimo Carpifave, ucciso a colpi di mazza da baseball ieri. Pennetti ha cercato di mentire alla polizia di Rieti che l'ha convocato in commissariato, continuando a sostenere di aver lasciato Carpifave a Roma. Ma il controllo delle microcelle dei due telefonini - quello di Pennetti e quello di Carpifave - ha smentito le parole dell'assicuratore che non ha retto all'interrogatorio ed è crollato. L'assicuratore ha pianto, poi ha raccontato le cose come sono successe e ha portato la polizia nel luogo dove aveva occultato il corpo di Carpifave e dove aveva gettato gli abiti sporchi di sangue.

DISCUSSIONE IN AUTO - I due colleghi lavoravano insieme in un'agenzia di assicurazioni sulla Cassia. Venerdì mattina erano andati insieme con l'auto del più giovane a Leonessa per concludere un affare, ma nel tardo pomeriggio - lungo la strada del ritorno - tra i due è nata una violenta discussione che avrebbe spinto Pennetti, timoroso di poter perdere il lavoro, a colpire violentemente e ripetutamente la sua vittima con una mazza da baseball, fino ad ucciderlo. Poi ha nascosto il cadavere: nessuno lo avrebbe ritrovato, probabilmente, se non avesse lui stesso condotto gli agenti sul luogo della «sepoltura». Pennetti, dopo essersi disfatto della mazza da baseball gettandola nei boschi, ha ripreso il viaggio e - durante il cammino - si e è liberato anche di altri oggetti appartenuti al suo capo.

È stata la moglie di quest'ultimo a denunciare alla polizia di Roma - alle 21 di venerdì - la scomparsa del marito, che non riusciva più a rintracciare al telefono: la donna ha chiamato il commissariato Tor Carbone, spiegando che il giovane collega era già arrivato a Roma e le aveva detto di aver lasciato suo marito presso la sede dell'agenzia, ma che questi - più volte da lei chiamato - non rispondeva alle telefonate. La polizia ha subito chiesto al magistrato di turno l'autorizzazione a indagare anche attraverso intercettazioni per rintracciare il sospetto, che è stato poi fermato in tarda serata e condotto in commissariato.tarda serata e condotto in commissariato.

Assunta Almirante, fu la testimone di nozze della vittima, Massimo Carpifave
Assunta Almirante, fu la testimone di nozze della vittima, Massimo Carpifave
CANDIDATO PER AN
- Donna Assunta Almirante e l'ex assessore regionale e attuale consigliere regionale del Lazio Antonio Cicchetti furono testimoni di nozze della vittima Massimo Carpifave. Lo racconta lo stesso Cicchetti. «Si sposò due-tre anni fa e siamo stati io e Donna Assunta ad essere suoi testimoni. Sono quelle amicizie che si coltivano a distanza perchè ci vede raramente. Con la moglie avevano una casa in una frazione di Leonessa e qualche volta sono andato a pranzo a casa loro. Lui - ha concluso - di sicuro era più assorbito dal suo lavoro di assicuratore che dalla politica». Nel 2001 Massimo Carpifave si candidò nella lista di An alle comunali di Roma ed ottenne 420 preferenze non riuscendo ad essere eletto.

La vittima era molto conosciuta a Leonessa. «È stato un omicidio efferato che ha scosso la comunità», ha commentato il sindaco del comune reatino Paolo Trancassini, che conosceva ad anni la vittima. «Era residente in una villetta a Leonessa, da giovanissimi ci frequentavamo, veniva a prendermi per andare a giocare a pallone. Tornava spesso a Leonessa. Da giovane militava nel Msi, poi si è anche candidato un paio di volte, al Comune di Roma nel 2001 con An ed anche alla Camera nel 2006 con la Lega Nord senza essere mai eletto, ma non ha mai fatto politica a Leonessa».

Redazione online
24 luglio 2010



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Uccise un bambino a 10 anni, torna in carcere per pedofilia

David Rothschild: "Salverò gli oceani a bordo di 12mila bottiglie di plastica"

La Stampa

Avventura nel Pacifico con una barca a vela ricilata. Domani l'arrivo a Sydney


FABIO POZZO

Aye, Aye, Sir». Sissignore. Comandi, Signore. Se il «Plastiki» fosse un vascello britannico impegnato nelle guerre napoleoniche, l’equipaggio potrebbe avere un problema. Basterà «Signore» per un Rothschild?

In realtà, la questione a bordo di questa moderna zattera che si rifà al «Kon-Tiki» dell’esploratore norvegese Thor Heyerdahl, non si pone. Intanto, perché c’è da pensare all’approdo a Sydney, previsto per domani, che segna la fine di un viaggio durato 125 giorni, per oltre 7.990 miglia solcate nella grande macchia blu che s’allarga sul mappamondo e che prende il nome di Oceano Pacifico. Poi, perché il «Plastiki» non è un vascello ottocentesco, ma un catamarano di diciotto metri costruito con 12.500 bottiglie di plastica pressurizzate e tenute insieme da una colla organica a base di canna da zucchero, spinto da una vela di plastica riciclata, alimentato da pannelli solari e da una cyclette e con addirittura un orto in coperta.

Infine, perché il trentaduenne barone David Mayer de Rothschild, erede di una delle famiglie più ricche del mondo, ramo britannico (è figlio di Evelyn, nominato Sir dalla regina Elisabetta nel 1989), non ha nulla che ricordi un arcigno comandante della Royal Navy d’antan: barba, capelli lunghi, biondo, alto, amante dei suoi cani, i denti puliti, gli scherzi, il karaoke e la luna piena. Un «ambientalista trendy», lo hanno definito, perché al lusso dei Rothschild ha preferito una coltivazione di erbe rare in Nuova Zelanda.

C’è un Napoleone, però, da combattere. No, niente Piccoli Grandi Corsi all’orizzonte. Il nemico del giovane barone è la plastica. Un’ossessione, la sua. Tanto da calcolare la durata del suo viaggio in numero di bottiglie gettate nei rifiuti negli Stati Uniti: 2,5 milioni all’ora, che moltiplicati per le 3.000 ore che il «Plastiki» è stato in mare fanno 7.500 milioni di pezzi. Un’ossessione che, se vogliamo scendere più a fondo nella sua battaglia, ha un nome e cognome: Great Pacific Garbage Patch. Un avversario da combattere con un’organizzazione, Adventure Ecology, e con il viaggio del «Plastiki» da San Francisco a Sidney per sensibilizzare il pianeta sull’inquinamento da plastica degli oceani e per spingerlo a riutilizzare e riciclare i rifiuti.

A questo punto, però, va fatto un passo indietro. Nel 1992 una tempesta coglie un cargo in navigazione dalla Cina a Seattle nel bel mezzo del Pacifico: tre container cadono in mare e si frantumano lasciando libero il loro carico di 29 mila paperelle gialle di plastica. Un oceanografo americano, Curtis Ebbesmeyer, si mette a seguire il peregrinare di queste «naufraghe» (che faranno il giro del mondo) per studiare le correnti superficiali oceaniche. Ebbesmeyer individua in tutti gli oceani una serie di Gyre, correnti circolari che raccolgono e concentrano i rifiuti, specialmente quelli plastici. Almeno sette, che nel tempo si trasformano in immense discariche fluttuanti.

La più grande si chiama Great Pacific Garbage Pacht ed è una gigante «zuppa di plastica» mescolata dal vortice del Nord Pacifico (Pacific Vortex): è formata da miliardi di frammenti che il mare non è riuscito a distruggere. Alcuni sostengono che sia grande tre volte la superficie della Spagna. Un «nuovo continente» che è stato scoperto quasi per caso, durante una regata, da un altro americano, Charles Moore, nel 1997.

Questo immenso blob di moderna spazzatura è diviso in due grandi isole-discariche fluttuanti, una massa orientale, a sud-ovest del Giappone, e una occidentale, a nord-ovest delle Hawaii. David, salpando con il «Plastiki» da San Francisco, ha attraversato la «zuppa». Ed è stato come ha raccontato Moore. «Per miglia e miglia di navigazione salivo sul ponte e intorno a me c'era solo plastica». Poi, l’Oceano ha detto la sua, con tempeste, raffiche cattive e onde alte come montagne, che hanno creato anche qualche problema al catamarano del barone e del suo equipaggio di cinque persone, il quale - dopo aver visitato gli stati-arcipelago di Kiribati, Samoa occidentale e Nuova Caledonia - ha toccato terra australiana a Mooloolaba, nel Queensland. Da qui il «Plastiki» è ripartito per Sydney.

Il giovane barone, ad ogni tappa, in collegamento internet con l’ufficio delle Nazioni Unite per l’Ambiente, col suo blog, ha lanciato il suo messaggio in bottiglia: «Ho visto tanta spazzatura in mare aperto, soprattutto plastica. Quello che dobbiamo fare è cambiare atteggiamento, imparare a riciclare e a non gettare immondizie soprattutto negli oceani». Quanto alla discarica galleggiante del Pacifico, assicura che «esiste, ma nessuna nazione si assume la responsabilità di questo Stato fatto di rifiuti». E avverte: «Sappiate che non è una cosa lontana dalla nostra vita... Dove credete che finiscano i pezzettini di plastica che ingoiano ogni giorno milioni di pesci?».




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Indegni di essere genitori" Riabilitati dopo sette anni

La Stampa

Difesero i parenti accusati di violenza sulle figlie:«Avevano ragione»



ROBERTA MARTINI
VERCELLI

«Sono innocente. Non sapete che cosa state facendo». Un grido, la voce di Gianluca, neanche trent’anni e una condanna pesante a spezzargli la vita. Violenza sessuale, sulle tre nipotine. Era il maggio del 2008. Era svenuto e un’ambulanza lo aveva portato lontano dal Tribunale. Oggi Gianluca è un uomo che piange e che ride insieme. Che guarda negli occhi il padre, Giuseppe: insieme avevano diviso la condanna, a 8 anni, insieme dividono l’assoluzione. La Corte d’appello di Torino, dopo tre ore di camera di consiglio, ha stabilito che il fatto non sussiste. Non hanno toccato le tre bambine neppure con un dito. E Giuseppe, che ha 62 anni, e di parole ne ha sempre trovate poche in vita sua, cerca le mani del suo legale, Massimo Mussato: «Avvocato, erano sette anni che non respiravo», gli dice.

In questi sette anni, da quando la nipote più grande, appena adolescente, ha detto all’assistente domiciliare che la seguiva nei compiti «Il nonno fa sempre lo stupidino e mi alza la gonna», è successo di tutto. Le tre sorelle sono state affidate ad una comunità, ai genitori è stata sospesa la patria potestà. Inaffidabili e poco protettivi, secondo il Tribunale dei minori, perché parevano non credere alle bambine, perché le lasciavano frequentare la casa, nella frazione vicina, in Valsesia, dove vive la famiglia di Giuseppe e di Gianluca.

«La mia nipote più grande - dice adesso Gianluca - oggi ha vent’anni. Ero un bambino quando è nata, siamo cresciuti insieme. Quando lei ha detto quelle cose su di noi, non ci volevo credere. Ho pensato che fosse stata istigata, che qualcuno gliele avesse suggerite». «Quelle cose» sono racconti di violenze ripetute, per quasi quattro anni, dal 2000 al 2003, nella casa dei nonni, quando le bambine hanno 10, 8 e 5 anni. Prima è soltanto una ragazzina a parlare, poi si aggiunge la seconda sorella, poi la terza. Le tre sorelle vengono ascoltate con un’audizione protetta, sottoposte a perizie per stabilire la loro capacità di capire i fatti e di raccontarli, per stabilire se in qualche modo siano state suggestionate. Una perizia fisica però dice che la violenza non c’è. «Sono sempre state fantasiose, si sono condizionate l’un l’altra», hanno cercato di dire i genitori.

Giuseppe e Gianluca vengono arrestati: «Sono venuti a prendermi nel supermercato dove lavoravo - racconta Gianluca -. Cinque minuti prima ridevo con i miei colleghi, cinque minuti dopo avevo le manette». Restano un anno in carcere, un anno agli arresti domiciliari. Tornano in libertà durante il processo di primo grado, che prosegue per tre anni e per quaranta udienze, davanti al Tribunale di Vercelli. Quando i giudici si ritirano una prima volta in camera di consiglio, ne escono chiedendo nuovi accertamenti. La seconda volta, invece, è con una sentenza di condanna: più lieve rispetto alle richieste del pubblico ministero, Antonella Barbera, che voleva una pena di 13 anni.

I due difensori, Massimo Mussato e Metello Scaparone, presentano una memoria sterminata in appello: 160 pagine. Ricorre anche la procura di Vercelli, che chiede una pena più pesante degli otto anni stabiliti dal Tribunale. Questa volta le udienze sono tre, l’ultima con il verdetto che assolve: «Mi ha dato la forza papà. “Dai, che dobbiamo uscirne”, mi ha detto. Quando ho sentito quelle parole, “per non aver commesso il fatto”, sono scoppiato a piangere».

Oggi due delle sorelle, diventate maggiorenni, hanno lasciato la comunità. «C’è stata qualche timida telefonata, per riavvicinarsi alla famiglia - racconta Davide Balzaretti, il legale dei genitori -. Adesso chiediamo al Tribunale di revocare la sospensione della patria potestà. La terza ragazza, che ha 15 anni, deve tornare con la sua famiglia».




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Cambogia, khmer rosso alla sbarra

La Stampa

Davanti a un tribunale misto con membri dell'Onu il primo processo della storia a un responsabile di quegli orrori. Il compagno Duch risponde delle torture a 16 mila persone


PHNOM PENH

A oltre trent’anni dal regime che causò 1,7 milioni di morti, al termine di un processo frenato da pressioni politiche e lungaggini burocratiche, il «compagno Duch» - responsabile della prigione di Tuol Sleng e primo Khmer rosso alla sbarra - conoscerà lunedì prossimo il suo destino, con un verdetto attesissimo nel Paese e dalla comunità internazionale.

Kaing Guek Eav, sotto cui 16 mila persone morirono dopo orrende torture, è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità davanti al tribunale misto istituito dall’Onu e dalla Cambogia, a Phnom Penh.

Gli osservatori si attendono una condanna esemplare, fino ai 40 anni di reclusione richiesti dai procuratori; data l’età dell’ex professore di matematica diventato aguzzino, 67 anni, ciò equivarrebbe a un sostanziale ergastolo.

Nel Paese, che grazie al processo ha iniziato un primo esame di coscienza sugli orrori di quei quasi quattro anni di regime, la voglia di giustizia è palpabile. Ma lo è anche il timore che a Duch - nel frattempo diventato cristiano evangelico - sia inflitta una pena più lieve, che gli permetta un giorno di tornare in libertà, considerando anche la sua collaborazione con la corte e gli 11 anni già passati dietro le sbarre.

Duch, catturato nel 1999 dopo essere stato identificato da un fotoreporter nella giungla cambogiana, si è ripetutamente scusato con le vittime e i loro familiari, aggiungendo di provare un «rimorso lancinante». Ma nel giorno delle arringhe finali ha spiazzato tutti chiedendo di essere assolto, in quanto non aveva altra scelta che quella di eseguire gli ordini.

Il cambio di atteggiamento ha sorpreso anche uno dei suoi avvocati, il francese Francois Roux; pochi giorni fa, Duch lo ha sostituito con un legale cinese. Nonostante in carcere ci siano altri quattro ex leader dei Khmer rossi, è alta la probabilità che il «compagno Duch» sia l’unico ad arrivare alla conclusione del processo.

L’ideologo e «fratello numero due» Nuon Chea, il capo di Stato Khieu Samphan, il ministro degli esteri Ieng Sary e la moglie Ieng Thirith - quasi tutti ultraottantenni e con problemi di salute - finora non hanno dimostrato nessuna disponibilità a collaborare. Il processo nei loro confronti dovrebbe iniziare il prossimo anno. Ma la corte, dai costi già triplicati rispetto alle previsioni iniziali, è perennemente a corto di finanziamenti. E le autorità cambogiane - che al loro interno hanno diversi ex Khmer rossi, a partire dal premier Hun Sen - hanno più volte segnalato di non assecondare la volontà del tribunale di rivangare a fondo il passato.



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Ragazzo di 15 anni truffa la Apple con "app" pirata

La Stampa

Un'applicazione pirata permetteva di accedere a Internet gratis
A prima vista "Handy Light" sembrava un'innocua applicazione per iPhone tra le altre. Venduta sull'App Store al costo di 0,99 dollari, l'(in)utility permetteva di trasformare lo sfondo dello smartphone in una torcia colorata, attraverso una semplice sequenza di tasti. Ma, come  riportato dal "Daily Telegraph",  la app si è rivelata un vero e proprio cavallo di troia. Dietro alcune configurazioni da completare, si nascondeva, infatti, un codice segreto che permetteva di accedere a Internet gratis, trasformando l'iPhone in un modem da 3G. A truffare il colosso della tecnologia è stato Nick Lee, un aspirante web designer di appena 15 anni.

Tenendo conto che per lo stesso servizio in versione ufficiale, bisogna sottoscrivere un piano da 20 dollari al mese, si può facilmente immaginare il successo di "Handy Light", che si è presto conquistato il secondo posto nella classifica dei più venduti sul sito.

Il prodotto è stato ritirato a poche ore dalla sua messa in vendita, non appena il video di Youtube che mostrava la procedura segreta ha iniziato a circolare su Internet. Tutti coloro che hanno già scaricato l'applicazione incriminata, potranno però continuare a usarla tranquillamente. Molto probabilmente il ragazzo non vedrà nemmeno un centesimo dei soldi che gli spettano secondo la classica ripartizione "70-30", ma può consolarsi con la soddisfazione di essere stato uno dei pochissimi infiltrati sfuggiti al sistema di filtraggio dell'iPhone. 




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Dvd porno invece delle merendine: sequestri dispenser in aree servizio Latina

IL Messaggero

Bambini incuriositi e imbarazzo dei genitori. La Finanza è intervenuta in sette impianti. Sigilli a distributori sigarette

 

LATINA (24 luglio) - Oggettistica hard e dvd porno nel dispenser delle merendine e genitori imbarazzati costretti ad arrampicarsi sugli specchi per rispondere alle domande dei bambini incuriositi. La Guardia di finanza di Latina è intervenuta in sette aree di servizio dislocate sulle principali arterie a nord della provincia e ha sequestrato altrettanti dispenser.

Sigilli anche ai distributori di sigarette che non avevano il controllo dell'età degli acquirenti (lettura della banda magnetica di un documento di riconoscimento). In questo caso sono state elevate 50 sanzioni amministrative mentre quattro tabaccai sono stati multati perché vendevano sigarette a minorenni. Segnalato anche il promoter di una nota marca di sigarette e il tabaccaio che l'ospitava.




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Corea del Nord: «Pronti a guerra sacra, dissuasione nucleare contro Usa»

Il Messaggero

Tensione per le esercitazioni navali di Usa e Corea del Sud. Israele accusa: Corea del Nord vende missili in Medio Oriente

 

ROMA (24 luglio) - Sale la tensione in Estremo Oriente a meno di 48 ore dall'avvio delle grandi esercitazioni navali, con un robusto supporto aereo, di Usa e Corea del Sud nelle acque del mar del Giappone: la Corea del nord ha minacciato il ricorso ad una «potente dissuasione nucleare» poche ore dopo che il segretario di Stato americano Hillary Clinton aveva invitato i Paesi asiatici al varo della stretta dei rapporti con la Corea del Nord. Pyongyang dapprima ha minacciato una «risposta fisica» come reazione alle manovre militari in programma da domenica a mercoledì prossimi, considerate una «violazione della propria sovranità». In nottata, poi, l'annuncio più esplicito e bellicoso: la Corea del Nord è pronta «ad una guerra sacra di rappresaglia», ha scritto l'agenzia ufficiale nordcoreana Kcna citando la Commissione della difesa nazionale di Pyongyang.

«L'esercito e il popolo della Corea del Nord - dice la Kcna - si opporranno in maniera legittima con la loro potente dissuasione nucleare alle esercitazioni di guerra nucleare, le più rilevanti mai organizzate dagli Stati Uniti e le forze dalla marionetta sudcoreana». Il palcoscenico del nuovo scontro tra Washington e Pyongyang, a conferma delle turbolenze destinate ad aumentare, è il Forum dell'Asean (l'Associazione delle nazioni del sudest asiatico) sulla sicurezza regionale di Hanoi, in Vietnam, il più grande consesso di dialogo sulla sicurezza nell'area Asia-Pacifico. L'ex First Lady, invitando a rafforzare le pressioni sulla giunta militare del Myanmar per le riforme democratiche e a mandare un «segnale chiaro» all'Iran e alle sue ambizioni nucleari, ha rimarcato che «la misura della solidità della comunità internazionale è la risposta che genera alle minacce dei Paesi aderenti, sia dei vicini sia nella regione».

Gli Stati Uniti, appena mercoledì, hanno annunciato nuove sanzioni contro Pyognyang («tutte finalizzate a colpire il regime»), proprio mentre il capo della diplomazia americana era in visita in Corea del Sud, sulla linea smilitarizzata al 38° parallelo che taglia in due la penisola. Nel mirino, secondo le prime indiscrezioni, è finito un centinaio di conti bancari esteri, sospettati di essere al servizio di operazioni illecite di Pyongyang sulla proliferazione e compravendita di armi. «Sono manovre contro la sovranità della Corea del Nord e la sua sicurezza» ha ribattuto Ri Tong-il, portavoce della delegazione del Nord al Forum, cui aderiscono 27 Paesi, tra cui quelli dell'Asean, le potenze regionali come Cina, Giappone e Russia insieme a Stati Uniti, Unione europea e Canada.

«E' una minaccia per la penisola coreana e per la regione asiatica nel complesso» ha osservato ancora Ri Tong-il sulle imponenti esercitazioni, aggiungendo che la posizione della Corea del Nord è chiara: «Ci sarà una risposta fisica alla minaccia degli Usa sul piano militare». L'iniziativa di Washington e Seul, cui si aggiungerà per la prima volta assoluta il Giappone con il ruolo di osservatore, è stata decisa come reazione all'affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan (costato la vita a 46 marinai), la cui responsabilità è stata attribuita a Pyongyang, che da parte sua ha sempre smentito ogni coinvolgimento. «Un messaggio per colpire la condotta aggressiva contro il Sud», ha ribadito l'ex First Lady, che prenderà forma con lo schieramento della portaerei a propulsione nucleare Uss George Washington, di una ventina tra navi e sottomarini, di oltre 200 aerei e di un totale di 8.000 militari. Troppi mezzi e uomini, tanto da far irritare la Cina.

Israele ha accusato davanti all'Onu la Corea del Nord di fornire missili balistici a paesi del Medio Oriente, sottolineando che queste armi «mettono in pericolo la stabilità» della regione: lo ha reso noto oggi la radio militare israeliana. «Israele è preoccupata di tali forniture poiché i missili mettono in pericolo la stabilità del Medio Oriente» ha affermato la delegazione israeliana all'Onu in una lettera indirizzata alla commissione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che discute delle sanzioni internazionali contro la Corea del Nord, ha precisato la radio. Nel maggio scorso, il ministro israeliano degli Esteri Avigdor Lieberman aveva accusato la Corea del Nord di fornire armi e razzi agli islamisti palestinesi di Hamas come pure ai libanesi di Hezbollah, dando anche aiuto ai programmi di sviluppo missilistico della Siria e dell'Iran.




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Il centro tennis di Monterusciello Spreco, erba incolta e «scheletri»

Corriere del Mezzogiorno

Dopo trenta anni ecco cosa rimane del progetto ambizioso di un «college» per gli sportivi del Sud

NAPOLI - Lo spreco ha un numero: 5,960 miliardi. Di vecchie lire, ovviamente. Cinque miliardi e novecentosessanta milioni su cui si sono posati degrado e abbandono. Tutto questo per descrivere un progetto rimasto solo abbozzato: il «Centro college di addestramento al tennis per l'Italia meridionale». Progetto ambizioso: una serie di campi da tennis, pensati per ospitare squadre in arrivo da tutta l'Europa, addestramento all'avanguardia per sfornare campioni della racchetta. Un progetto tracciato prima degli eventi sismici del 1980 e approvato con delibera dell'aprile 1982, sotto la guida dell'avvocato Mario D'Oriano, allora sindaco di Pozzuoli.

Doveva essere un campus da tennis: giudicate voi

4 CAMPI Al COPERTO
- Questo grande progetto, del quale oggi sono «abbozzate» solo pochissime strutture, prevedeva la realizzazione di molteplici opere in un'area molto vasta. Ben quattro campi da tennis al coperto, un «centrale» e sedici campi scoperti. Palestra, pista d'atletica, centro polifunzionale e foresteria. Tutto ai margini della costruzione del megaquartiere di Monterusciello, che ad oggi conta numerose strutture fatiscenti, incomplete e mai utilizzate. Proprio come i campi da tennis.

GLI «ADEGUAMENTI» - Nel 1990 il Coni comunicò alcune prescrizioni al Comune per adeguare il progetto. Vennero aggiunti, così, sette campi a coppie, servizi per il pubblico, centrale termica, reti fognarie e idriche, sistemazione del verde, strade pedonali e cunicoli di collegamento che dal centro polifunzionale portavano al campo di gara centrale. Di tutte le opere fu realizzato solo il muro di recinzione, il conglomerato cementizio del campo di gara centrale, la struttura di copertura delle due coppie di campi coperti, parte del centro polifunzionale e i cunicoli di collegamento. Del resto nemmeno l'ombra.

ALTRI SOLDI - Un'opera incompleta e un macigno per le amministrazioni che si susseguirono. Il progetto originale, infatti, subì ulteriori modifiche: a marzo 2004, su iniziativa dell'assessore Giovanni Di Gennaro, fu inoltrata l'ipotesi di primo lotto, che prevedeva il completamento di alcuni campi, della rete viaria e pedonale e di una recinzione provvisoria che separa la zona completata dalla parte in via di completamento. Il 30 marzo dello stesso anno, la proposta venne approvata con delibera n. 1216. Altri soldi: un milione e cinquecentomila, stavolta si parla di euro, finanziati con contributi regionali. Nel 2006 il comune di Pozzuoli chiedeva di approntare un progetto definitivo di secondo lotto con il campo di gara centrale, wc per il pubblico, il cunicolo sotterraneo. Il 10 febbraio dello stesso anno la commissione straordinaria - il comune era stato sciolto per infiltrazioni camorristiche - approvava il progetto definitivo. A novembre 2006 la giunta regionale comunicava l'assegnazione del contributo costante annuo del 5% su un importo di cinquecentocinquantamila euro.

L'ERBA INCOLTA - Un lungo iter burocratico, denaro speso e sprecato, risorse pubbliche servite per costruire manufatti inutilizzati e ormai abbandonati in mezzo al nulla. Ad oggi, infatti, resta solo qualche «scheletro» dell'ambizioso campus tennistico, una struttura fatiscente in cemento e tanta erba incolta intorno. Un palese fallimento del ceto politico di cui, forse, qualcuno dovrebbe chiedere conto.

Riccardo Volpe
23 luglio 2010




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Svizzera, deraglia treno: una vittima e 42 i feriti

di Redazione


Il treno dei ghiacciai Glacier Express è deragliato questa mattina vicino a un viadotto tra Lax e Fiesch, nell'Alto Vallese: una persona è morta e altre 42 sono rimaste ferite, sei passeggeri sono ricoverati in gravi condizioni


 


Ginevra - Il treno dei ghiacciai Glacier Express è deragliato questa mattina vicino a un viadotto tra Lax e Fiesch, nell’Alto Vallese: una persona è morta e altre 42 sono rimaste ferite, secondo quanto riferito dall’agenzia SwissInfo. Sei passeggeri si trovano in gravi condizioni. Dalle prime informazioni sarebbe emerso che a bordo del treno si trovavano numerosi turisti asiatici. L’agenzia svizzera riferisce che le operazioni di soccorso sono rese difficili dal territorio impervio in cui ha avuto luogo l’incidente. 

Elicotteri e ambulanze Numerosi elicotteri, ambulanze ed esponenti delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco sono accorsi sul posto per il primo intervento. Ancora poco chiara la dinamica dell’incidente, riferisce SwissInfo: il treno era partito da Briga ed era diretto a Oberwald. Ad uscire dai binari sarebbero stati le ultime tre carrozze del treno.




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Confeziona bomba in casa, ma esplode

Corriere della sera

Ucciso dall'ordigno. Voleva sgombrare il viale di casa


VITERBO - Voleva sgombrare il vialetto di casa dalle auto parcheggiate in divieto. E così, fuori di sé, ha confezionato un ordigno rudimentale con della polvere da sparo o del tritolo che possedeva illegalmente. Ma quando ha provato a lanciarla dal balcone gridando frasi sconnesse, la bomba gli è scoppiata tra le mani uccidendolo. È accaduto a Marta, in provincia di Viterbo. La vittima è un uomo di 84 anni, Quinto Venanzi, esperto in esplosivi per avere lavorato molti nelle cave. La moglie e una vicina di casa sono rimaste ferite e sono state trasportate nell'ospedale Belcolle di Viterbo, ma le loro condizioni non sarebbero gravi.

INDAGINI - A quanto pare l'ordigno è esploso prima del tempo perché la miccia era troppo corta. Sono ora in corso indagini da parte dei carabinieri e della Digos di Viterbo per accertare contro chi l'anziano volesse tirare l'ordigno. Secondo quanto si è appreso, poco prima di dare in escandescenze e di confezionare la bomba, il pensionato avrebbe litigato con un parente. Alcuni vicini di casa hanno raccontato che da un po' di tempo veniva colto da ira quando vedeva le auto parcheggiate davanti all'ingresso della sua casa, in via Quattordici Maggio, nel centro storico del paese. La scena che si è presentata ai soccorritori è stata drammatica: frammenti della testa dell'uomo sono stati raccolti a circa 30 metri di distanza dal luogo dell'esplosione. Il corpo del pensionato è stato ridotto a brandelli. Stando all'esito delle prime verifiche eseguite dai vigili del fuoco, l'esplosione non avrebbe causato danni strutturali all'abitazione. L'area è stata transennata dalle forze del'ordine. (Fonte Ansa)

23 luglio 2010



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Il Web contro l'obbligo di rettifica Ecco la lettera al presidente Fini

La Stampa

In Rete l'appello anti-bavaglio «Così il ddl uccide la libertà»
Il web si mobilita per dire No Legge Bavaglio alla Rete. Tra i firmatari dell'appello al Presidente Fini e all'On. Bongiorno per fermare il comma 29 del Ddl intercettazioni: Guido Scorza, Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione, Vittorio Zambardino, Scene Digitali, Alessandro Gilioli, Piovono Rane, Filippo Rossi, Direttore Ffwebmagazine e Caffeina magazine, Arianna Ciccone, Festival Internazionale del Giornalismo e Valigia Blu,Stefano Corradino, Articolo 21.



Per aderire all'appello, che ha raccolto in poche ore circa 2.000 sottoscrizioni tra blogger, utenti della rete e giornalisti, su Facebook basta iscriversi alla pagina "No Legge Bavaglio alla Rete" (ogni iscrizione vale una firma) o si può firmare online qui. La Lettera sarà spedita ai destinatari Lunedì 26 luglio.

Ecco il testo:Al Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati On. Giulia Bongiorno Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati A tutti i Deputati
 
La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel Palazzo.

La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata, illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni, eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.

Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger rischia più di un giornalista ma ha meno libertà.

Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12.500 euro, infatti, significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri economici e politici.

Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale "Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere".

Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati.

L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini siano costretti a rinunciarvi.



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No legge bavaglio alla rete

La Stampa










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Indonesia: preghiere alla rovescia

Repubblica

Per mesi i musulmani indonesiani hanno pregato nella direzione sbagliata: ora, però, il consiglio degli Ulema fa marcia indietro e ammette che c'è stata un'errata valutazione della posizione della Mecca

Nel marzo scorso gli Ulema avevano emanato un editto per specificare che bisognava pregare verso ovest, ora però si sono accorti che in questo modo si guarda verso l'Africa e non l'Arabia Saudita rendendo opportuna una correzione di prospettiva verso nord. I religiosi si sono scusati con i fedeli ma hanno ribadito che in fondo non conta la direzione, più importante è pregare Dio con fede.

Gaza: nel tunnel proibito

Repubblica

I contrabbandieri palestinesi riaprono con la fiamma ossidrica uno dei tunnel sotterranei che attraversano il confine con l'Egitto nei pressi del passaggio di Rafah, chiusi con una lastra di metallo dalle autorità egiziane

Tutti in coda per vedere il fiore gigante

Repubblica

Nei giardini botanici di Tokyo è sbocciato, dopo quasi 20 anni, un "Amorphophallus Titanum": è alto quasi un metro e mezzo, durerà soltanto due o tre giorni