mercoledì 21 luglio 2010

Violenza sessuale, condannato don Walter Il Vescovo: «Fare appello alla sentenza»

Il Messaggero

Roberto Busi, vescovo di Mantova, agli avvocati di don Mariani «Il religioso si proclama innocente, andate a fondo»

 

MILANO (21 luglio) - Dopo la condanna in primo grado per violenza sessuale del parroco mantovano don Walter Mariani, il vescovo della città, Roberto Busti, chiede agli avvocati del sacerdote di «proseguire nel normale iter giudiziario fino a giungere alla sentenza definitiva» dato che il religioso proclama «con fermezza la propria innocenza». «Il percorso del processo davanti alla legge - spiega il vescovo facendo alcune considerazioni personali - è stato lungo, faticoso apparendo, almeno a me, talvolta contorto. Ma la legge usa criteri propri, sui quali non intendo interferire, ma solo offrire qualche riflessione».

«Ora il tribunale ha emesso la sentenza di primo grado - aggiunge -. La rispettiamo». Ma oltre all'aspetto giudiziario, questa «vicenda molto dolorosa» ha anche un aspetto che riguarda la Chiesa. È stata «una situazione di grave disagio nel popolo di Dio - ha ricordato monsignor Busti - e di difficoltà per cercare e trovare qualche certezza».

«Questa vicenda ci richiama a una sempre maggiore attenzione nell'affrontare situazioni delicate riguardanti fratelli o sorelle in particolare difficoltà. È assolutamente necessario affrontarle usando gli strumenti più appropriati messi in atto dalla Comunità cristiana, nel rispetto assoluto delle persone e delle regole morali e civili. Così si evitano inutili sospetti che favoriscono la ricerca della verita».




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Romania, riesumati i corpi di Ceausescu e della moglie

Corriere della sera

L’obiettivo è quello di verificare l’identità dei due cadaveri con il test del Dna


BUCAREST - I corpi dell’ex dittatore romeno, Nicolae Ceausescu, e della moglie Elena, giustiziati oltre 20 anni fa e sepolti in un cimitero di Bucarest, sono stati esumati per prelevarne alcuni resti e permettere l’analisi del Dna. L’obiettivo è quello di verificare l’identità dei due cadaveri. Lo ha riferito un responsabile del cimitero. Nicola Ceausescu ha diretto la Romania con il pugno di ferro dal 1965 al 1989. L'ESECUZIONE NEL 1989 - Dopo una serie di manifestazioni di strada, con centinaia di morti tra i dimostranti, nel dicembre del 1989 il dittatore e la moglie sono stati costretti alla fuga. Arrestati e sottoposti a un processo sommario, sono stati giustiziati il 25 dicembre 1989. Secondo le autorità romene, i loro corpi sono sepolti nel cimitero di Ghencea a Bucarest.

IL COGNATO RICONOSCE I VESTITI - I cadaveri del dittatore romeno e di sua moglie sono stati riesumati per determinare senza ombra di dubbio la loro identità, come richiesto da tempo dai loro figli. Alla riesumazione era presente Mircea Opran, genero del dittatore, che all'emittente «Realitatea TV» ha spiegato che nella cassa del suocero c'erano solo ossa e abiti, compreso il berretto di pelle di pecora che Ceausescu aveva in testa al momento dell'esecuzione. Nei pantaloni si vedevano i fori dei proiettili. I tre figli dei Ceausescu, dei quali soltanto il 62enne Valentin è ancora vivente, avevano avanzato dubbi sull'identità dei corpi seppelliti nella tomba. Negli uffici del cimitero, o al comune di Bucarest o all'archivio militare, non esistono documenti sulla sepoltura avvenuta in gran fretta dopo il processo sommario e la fucilazione, mentre erano in corso le sanguinose battaglie della rivoluzione che portò alla caduta del regime comunista.



21 luglio 2010

Hostess derubava i passeggeri nel sonno

Corriere della sera

La 47enne addetta della Air France è stata arrestata venerdì scorso mentre scendeva da un volo da Tokyo


MILANO 



Mentre i ricchi clienti della business class dormivano, infilava le mani nelle loro tasche e nei bagagli a mano e rubava contanti e gioielli. È finita la breve, ma intensa carriera di Lucy R., la 47enne hostess manolesta dell'Air France, che dal marzo 2009 ha rapinato decine di passeggeri stranieri che viaggiavano sui voli a lungo raggio della compagnia transalpina. La donna, secondo il racconto del quotidiano Le Figaro, è stata arrestata venerdì scorso alle 4,30 dalla polizia francese sulla pista dell'aeroporto Paris-Charles-de-Gaulle mentre scendeva da un volo che proveniva da Tokyo. Proprio sulla rotta che collega la capitale nipponica a Parigi avrebbe compiuto i furti più redditizi: negli ultimi mesi tanti passeggeri nipponici avrebbero denunciato la scomparsa di fasci di euro e di yen, di gioielli costosi e di preziosi orologi: «In effetti i giapponesi sono le prede ideali», ha dichiarato un membro della polizia al quotidiano transalpino. «Viaggiano sempre con molti soldi e preferiscono pagare con in contanti piuttosto che con carta di credito».

L'INDAGINE DELLA POLIZIA - Alla fine, secondo la polizia francese, solo nell'ultimo anno sarebbero avvenuti furti su almeno 142 voli dell'Air France. L'inchiesta è stata avviata solo il 5 gennaio scorso, quando cinque passeggeri di un Boeing 777 di Air France hanno denunciato la scomparsa di circa 4 mila euro in valuta estera. Da allora le denunce si sono accumulate e i membri della polizia di frontiera hanno lavorato per mesi per scoprire l'identità del borseggiatore. Presto hanno capito che l'autore dei furti non poteva che essere un membro degli equipaggi. Alla fine il cerchio dei sospettati si è ristretto e il colpevole di almeno 26 furti è stato identificato nell'insospettabile hostess dell'Air France, la cui reputazione - rileva il quotidiano transalpino - continua a essere irreprensibile.

LE RUBERIE IN CASA - Lucy, che tuttavia rischia di passare solo un breve periodo in carcere, ha confessato le sue colpe e ha spiegato di aver commesso le ruberie perché aveva un disperato bisogno di denaro. La polizia francese, durante le indagini, ha potuto appurare che la donna amava la bella vita: «Un esame sui suoi conti bancari ha mostrato una discrepanza incredibile tra il suo tenore di vita e le sue dichiarazioni dei redditi». Gli agenti non solo hanno trovato a casa della donna assegni in bianco e carte di credito rubate, ma hanno anche scoperto che l'ormai ex hostess aveva depositato recentemente presso una banca Rouen, città in cui vive, gioielli con pietre preziose, un anello Cartier e una fede tempestata di diamanti.

Francesco Tortora
21 luglio 2010




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La gente protesta, via i gay dal Piave Il sindaco: «Sono malati, si curino»

Corriere della sera

Spresiano Decisione choc di Missiato, a capo di una civica. «Apprezzo le qualità di Gentilini»

«Facevano sesso all’aperto». Crociata del primo cittadino di centrosinistra

 

SPRESIANO (Treviso)

Una crociata per ripulire il greto del Fiume sacro alla patria, ridotto a un’alcova per amplessi gay. Arrivando dalla Marca, si potrebbe pensare che l’iniziativa riguardi Giancarlo Gentilini, lo «sceriffo» che, invocando la «pulizia etnica» degli omosessuali, scatenò a Treviso un mega kiss-in. Invece è il sindaco di Spresiano, leader di una lista civica sostenuta dal Pd che vede all’opposizione i simboli ufficiali di Lega e Pdl, a comandare l’offensiva contro quello che definisce «un degrado morale inaccettabile» da combattere a colpi di pattuglie «tutta l’estate e tutte le notti».

Per la verità gli agenti del consorzio di polizia locale «Piave» erano in azione anche ieri, come peraltro avviene già da tempo, nell’area golenale interessata dagli incontri clandestini. A ogni modo è un’operazione prettamente estiva quella messa a punto nel pomeriggio in municipio, nel corso di un vertice fra l’amministrazione comunale, gli agenti consortili e i carabinieri, d’intesa pure con la questura. «Controlli coordinati tra le varie forze dell’ordine per tutta la settimana, dal 22 luglio e fino al 22 settembre», riferisce l’assessore alla Sicurezza Giancarlo De Nardi, leghista della prima ora ancorché senza più tessera, al punto da far parte di una maggioranza «trasversale agli schieramenti e basata sui valori».

Un termine, «valori», che ripete spesso il primo cittadino Riccardo Missiato (unico precedente partitico: «Assessore della Dc a Maserada sul Piave, ma era il 1978»), nello spiegare il senso di una battaglia contro un fenomeno dettagliatamente illustrato sul web. Come si legge in numerosi siti, il punto di ritrovo è fissato nei pressi del viadotto dell’A27, vicino al monumento in onore dei Caduti. Dopodiché basta seguire la scia di preservativi usati, confezioni vuote di profilattici, guanti e salviettine, per arrivare agli anfratti dove si consumano i rapporti notturni.

«Ma anche diurni - precisa l’assessore De Nardi - qualche ragazzino si è trovato circondato in pieno giorno da due o tre uomini che hanno eloquentemente manifestato le loro intenzioni. Vogliamo mettere fine a questo scempio.. La gente protesta». Ecco allora i pattugliamenti no-stop fino al termine dell’estate, mirati anche a contrastare il mercato del sesso che fiorisce ogni notte sulla Pontebbana, attraverso le offerte dei viados. «Non voglio giudicare nessuno - premette il sindaco Missiato, che pur non volendo «essere come Gentilini» ne ammira «tante qualità» - ma sono contro il malcostume.

Può essere che qualcuno si offenda, allora io rispondo che rispetto tutti. Ma devo anche far rispettare la legge, per cui chi va fuori dalle regole e dal buon senso dev’essere allontanato ». Sui gay il primo cittadino ha idee destinate ad alimentare polemiche. «Sono delle persone ammalate - afferma - devono essere comprese e posso comprenderle. Però non possono offendere, andando ad occupare un territorio dove ci sono persone che non sono della loro stessa tendenza. Devono farsi curare, se sono curabili, altrimenti devono stare dentro le loro mura, perché non possono invadere la libertà altrui».

Angela Pederiva
21 luglio 2010



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Don Luciano svela i segreti del computer “fantasma”

Il Secolo xix


Per settimane aveva negato, con inspiegabile ostinazione, l’esistenza di un altro computer, che però poi la polizia aveva ritrovato. Ma lo aveva fatto soltanto per motivi di privacy. Perché quel computer lo utilizzava quasi esclusivamente per inviare e ricevere mail diciamo di carattere personale, che pare non avessero niente a che vedere con la vita parrocchiale. Una corrispondenza che aveva intrapreso soprattutto con persone di sesso femminile e in modo particolare con una giovane vedova alassina, con la quale aveva instaurato un rapporto di particolare amicizia.

Un “segreto” che don Luciano Massaferro, il sacerdote di 45 anni parroco di San Vincenzo e San Giovanni Battista ad Alassio, in carcere da ormai quasi sette mesi (lo saranno tra otto giorni esatti) con la pesante accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazzina di soli dodici anni, ha mantenuto sino a lunedì mattina. Quando si è presentato a sorpresa nell’aula al secondo piano del palazzo di giustizia e per quasi mezz’ora ha fornito delle dichiarazioni spontanee, spiegando ai giudici del collegio del tribunale (presidente Giovanni Zerilli, giudici a latere Laura De Dominicis e Marco Rossi) i motivi che per molto tempo lo avevano spinto a nascondere almeno una parte della verità.

2 Agosto, il memoriale della strage diventerà patrimonio Unesco

Corriere della sera

La nomina «per la cultura della pace» 

 

La lapide con i nomi delle vittime nella sala d'aspetto della  stazione di Bologna

La lapide con i nomi delle vittime nella sala d'aspetto della stazione di Bologna
Il memoriale della strage del 2 agosto 1980, nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, diventerà patrimonio Unesco per la cultura della pace.

L’ufficializzazione della nomina, anticipata dal presidente dell’associazione Paolo Bolognesi, arriverà il 29 luglio in occasione della presentazione delle cerimonie per il trentennale della strage. Bisognerà invece aspettare settembre per assistere allo scoprimento della nuova targa che sarà posizionata sul primo binario accanto allo squarcio che ricorda lo scoppio della bomba: lo slittamento è dovuto a «impegni improrogabili» dei rappresentanti delle istituzioni. La data a cui si lavora, a questo punto, è quella del 21 settembre, giornata mondiale della pace dell’Onu.

«Siamo contentissimi, il riconoscimento sarà una ricchezza per tutta la città», ha commentato Bolognesi, ancora in attesa di sapere da Roma quale sarà il rappresentante del governo presente a Bologna per la cerimonia del 2 agosto, quest'anno al suo trentennale.

21 luglio 2010




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Al Capone, il barista che divenne Scarface, fa litigare i nipoti. 60 anni dopo

Il Mattino

 

WASHINGTON (20 luglio) 




È morto da più di sessant'anni ma il mito di Al Capone continua a vivere e a scatenare passioni. Stavolta si tratta dello scontro tra i suoi discendenti, raccontato in prima pagina dal Wall Street Journal. Al centro della guerra tra i 'Capones', non c'è alcun patrimonio da ereditare. Le enormi proprietà di 'Scarface' furono infatti tutte confiscate dallo Stato. Piuttosto, a provocare la faida familiare è un altro bene altrettanto prezioso: la memoria, il marchio, e i possibili guadagni conseguenti. È bastato che una pronipote, Deirdre Marie Capone, oggi settantenne, scrivesse un libro di ricordi per far scoppiare la bagarre tra i discendenti, veri o presunti.


Il volume in questione, che uscirà in autunno, s'intitola «Uncle Al», dedicato appunto ad Alphonse Gabriel Capone, il boss dei boss, simbolo del gangsterismo americano, morto per un arresto cardiaco nel 1947 a soli 48 anni. Nel libro, Deirdre, una tranquilla nonna della Florida, vuota il sacco e racconta cosa vuol dire crescere con un cognome così ingombrante. Deirdre scrive che lei, come tantissimi altri parenti, appena ha potuto ha scelto di cambiare cognome e per anni ha tenuto nascosto ai suoi figli la sua vera storia.

Un libro che però non è andato giù ad altri discendenti di Al. «Lo zio è morto sessant'anni fa. Lasciamolo riposare in pace...», protesta Theresa Hall, anche lei pronipote del boss. La pensa così anche un'altra parente, citata dal Wall Street Journal: «È il momento di fermarci, e chiederci tutti a chi giova riparlare di quella storia». Ovviamente Deirdre replica a ogni critica senza battere ciglio: «Sono stata seduta sulle sue ginocchia, ho toccato la sua cicatrice: quanti storici hanno scritto di lui senza aver mai ascoltato la sua voce?».

Ma il libro non è l'unico motivo di scontro tra i 'Capones'. Nessuno di loro ha mai avuto problemi con la giustizia, spesso si tratta di persone umili, al massimo della middle class. Per anni hanno preferito evitare ogni pubblicità. Recentemente però, le cose sono cambiate. Chris Knight Capone, un giovane newyorchese, ha scritto due anni fa un libro in cui sostiene di essere il nipote di Scarface: il padre Bill sarebbe il frutto di una relazione extramatrimoniale. E per dimostrarlo ha chiesto alla Corte di Chicago di riesumare il corpo di Al Capone e fare il test del Dna. Richiesta che ha fatto insorgere indignati decine di eredi. Ma al di là delle prove di laboratorio, ormai a scatenare l'avidità di queste famiglie è la chimera di poter lucrare sulla memoria di un parente così celebre.

Tanto che alcuni hanno proposto di mettere in piedi una società in grado di tutelare i diritti d'immagine del 'brand' 'Al Capone. Deirdre ha già fatto sapere che ci proverà in California, l'unico Stato americano dove è possibile fare i soldi trasformando un proprio caro estinto in un marchio di fabbrica. La stessa idea che ha avuto anche Chris.




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Campania Digitale, licenziati giornalisti e operatori. Si salvano solo i dirigenti

Corriere del Mezzogiorno

Annunciata la fine del rapporto a cinque cronisti e due tecnici. Restano presidente e vice del Cda e il direttore

NAPOLI

«A Campania Digitale pagano solo cinque giornalisti e due operatori a cui è stato annunciato il licenziamento. Si salvano il presidente Raffaele Sansone, il vicepresidente Gianmaria Scala, il direttore Stefano Porro, oltre a una folta schiera di amministrativi, addetti alla comunicazione e alla segreteria». È quanto si apprende da una nota diffusa dall'Ordine dei giornalisti della Campania in merito ai tagli apportati alla testata giornalistica della Regione.

«I vertici di Campania digitale, società in house della Regione - denuncia Ottavio Lucarelli, presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Campania - hanno cancellato il Progetto news Campania lasciando in vita altri siti e altri progetti. Chiedo al presidente della giunta regionale Stefano Caldoro e all'assessore al Personale, Pasquale Sommese, di verificare cosa accade a Campania digitale e se i criteri che hanno portato alla scelta di colpire i giornalisti e gli operatori corrispondono alla delibera di giunta del 2 luglio che ha revocato una serie di finanziamenti in seguito allo sforamento del Patto di stabilità da parte della giunta Bassolino».

«La decisione di Campania digitale - sottolinea Lucarelli - aggrava in ogni caso una pesante crisi occupazionale nell'informazione dovuta anche alla mancanza di una legge a sostegno dell'editoria regionale». «Appare strano che un Consiglio di amministrazione scaduto proceda ad atti di straordinaria amministrazione non in linea con i criteri enunciati dal presidente Caldoro. La legge regionale sulle nomine, in via di pubblicazione, infatti scioglie tutti i Consigli di amministrazione delle partecipate della regione compreso quello di Campania Digitale».

È quanto osserva il capogruppo del Pdl Fulvio Martusciello in relazione al licenziamento di sette giornalisti di «Campania Digitale». «Quest'ultimo colpo di coda dell'era bassoliniana - sottolinea Martusciello - con il licenziamento di sette giornalisti senza che si riduca la struttura amministrativa, sarà cancellato dal nuovo Consiglio di amministrazione che entrerà in attività con la pubblicazione della legge regionale sulle nomine».

21 luglio 2010






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La Torre Velasca cerca acquirenti

Corriere della sera

La compagnia assicurativa Fonsai, gruppo Ligresti, mette in vendita uno dei simboli architettonici della città


«Un pezzo di storia non ha prezzo. Ma ha certamente un valore». Manca solo un pezzo allo slogan pubblicitario: la storia è in vendita. La compagnia assicurativa Fonsai della famiglia Ligresti ha messo sul mercato la Torre Velasca, simbolo e orgoglio della Milano del boom, monumento architettonico alzato tra il 1956 e il ’58 dai Bbpr (Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers). Ventisette piani, il tetto a 106 metri d’altezza sulla «locomotiva d’Italia», una vista mozzafiato sul Duomo. Come si dice? Si valutano offerte. La Torre con le «bretelle», visione contemporanea del bastione medievale, rappresentò la rinascita nel cemento per la città devastata dai bombardamenti: l’allunaggio sul futuro.

Di recente ha perso qualche calcinaccio, le facciate sono state imbavagliate e ristrutturate, e ora il grattacielo (un termine che appare così fuori tempo) è pronto a cambiare padrone. La vendita è condotta da Immobiliare Lombarda, la società che assiste Fonsai nell’operazione. La Torre è composta da una fascia di negozi al piede, diciassette piani di uffici, e poi magazzini e appartamenti: attualmente sfitta per un terzo, può produrre un reddito annuo di circa 5,25 milioni di euro (ma non viene indicata la valutazione complessiva dell’immobile). Le offerte vanno presentate entro il 3 dicembre. La storia ha i suoi tempi.

Armando Stella
21 luglio 2010



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Balena piomba su una barca in Sudafrica. Salvi i due a bordo

Corriere della sera

Ora le autorità indagando per capire se l'imbarcazione si era tenuta ad almeno 300 metri di distanza dal cetaceo

Spettacolare incidente davanti alle coste di Table Bay, a Città del Capo. Balena piomba su una barca in Sudafrica. Salvi i due a bordo


Il salto della balena
Il salto della balena
MILANO - «Per fortuna siamo ancora vivi», è il commento dei due velisti Ralph Mothes, 59 anni, e della sua compagna Paloma Werner, 50. Il fine settimana scorso la coppia si trovava sul loro yacht davanti alle coste di Table Bay, a Città del Capo, quando d'improvviso dall'acqua è sbucata una balena di almeno 14 metri di lunghezza. Il cetaceo si è lanciato sulla barca a motore distruggendola e mancando di poco gli occupanti. I due istruttori dell'accademia di vela di Cape Town erano usciti in mare sulla loro barca di una decina di metri per una tranquilla gita domenicale, raccontano al quotidiano sudafricano Independent. «Abbiamo visto questa balena nuotare intorno alla nostra imbarcazione per circa mezz'ora quando di colpo si è avvicinata e ci è piombata addosso».


La barca vela dopo lo scontro
La barca vela dopo lo scontro
SCAFO IN ACCIAIO - Il cetaceo, un giovane esemplare di balena australe, è letteralmente volato sulla barca distruggendo l'albero prima di atterrare in acqua e allontanarsi in mare. «Grazie a Dio lo scafo era in acciaio, se fosse stato in vetroresina sarebbe affondato e saremmo stati rovinati», hanno spiegato. L'imbarcazione infatti non ha subito danni strutturali. Un turista che si trovava su un'imbarcazione di passaggio è riuscito a catturare l'incredibile sequenza dell'incidente.

INCHIESTA DELLE AUTORITA' LOCALI -
Intanto però le autorità locali stanno indagando se per caso la balena non sia stata provocata dalla coppia di velisti. In questo periodo dell'anno sono numerose infatti le balene a largo della costa occidentale di Città del Capo, raggiunta dai cetacei per riprodursi. E, stando alle locali disposizioni di legge, le barche devono tenersi almeno a 300 metri di distanza da loro. Elmar Burchia

21 luglio 2010



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Arabo si finge israeliano per sedurre un'ebrea . Condannato per stupro

Corriere della sera


I due avrebbero fatto sesso consensualmente, ma quando lei ha scoperto la bugia lo ha denunciato
la Corte di Gerusalemme ha stabilito una pena di 18 mesi di carcere. Arabo si finge israeliano per sedurre un'ebrea . Condannato per stupro

GERUSALEMME - Non sarà certo il primo uomo ad aver mentito a una donna pur di conquistarla, ma una bugia è costata davvero cara al palestinese Sabbar Kashur. Il fattorino trentenne, originario di Gerusalemme est, si è finto ebreo per sedurre una ragazza israeliana. Poco dopo essersi conosciuti, i due avrebbero fatto sesso consensualmente, ma quando l'israeliana ha scoperto la vera identità di Kashur, l'ha denunciato per stupro. Dopo più di un anno di processo lunedì scorso è arrivata la sentenza: la Corte distrettuale di Gerusalemme ha stabilito che il palestinese dovrà scontare 18 mesi di carcere per aver commesso il reato di «stupro con inganno».

PROCESSO – Le autorità israeliane temono che questa sentenza possa scatenare nuove violenze razziali e aumentare la tensione tra palestinesi ed ebrei. Sebbene ormai vivano da decenni fianco a fianco, in Medio Oriente sono davvero rare le relazioni sentimentali tra membri delle due popolazioni. Proprio per questo il processo di Sabbar Kashur ha catturato l’attenzione di entrambe le comunità. Secondo il resoconto della ventenne israeliana, i due si sarebbero conosciuti fuori a una drogheria nella parte occidentale di Gerusalemme, abitata principalmente da israeliani, nel settembre del 2008. Kashur, che è sposato e padre di due figli, si sarebbe presentato come uno scapolo ebreo alla ricerca di una moglie.

Il trentenne palestinese ha raccontato in tribunale una diversa versione: "E’ stata lei ad avvicinarsi - ha dichiarato Kashur durante il processo - Era interessata alla mia moto e abbiamo cominciato a parlare. Non le ho detto nessuna bugia. Mi sono presentato come Dudu perché è così che tutti mi chiamano, anche mia moglie". Ciò che è certo è che poco dopo i due hanno avuto un rapporto sessuale consensuale in un palazzo vicino. Più tardi, scoperto l'inganno, la ventenne ha denunciato Kashur: "Se non avesse pensato che l'accusato era uno scapolo ebreo interessato a una relazione seriamente romantica, lei non avrebbe ceduto" ha scritto nel verdetto finale il giudice Zvi Segal che ha rilevato come non si tratta del classico "stupro con forza", ma di una violenza altrettanto subdola.

"SENTENZA RAZZISTA" - Kashur non ci sta e ha già dichiarato che farà ricorso in appello. Per quasi due anni è stato agli arresti domiciliari e la Corte non ha preso in considerazione l'opzione di una punizione più lieve come i classici sei mesi di lavoro nei servizi sociali. Per il trentenne si tratta di una chiara sentenza razzista: «Mi hanno tenuto chiuso in casa per due anni senza nessun motivo - spiega Kashur al quotidiano israeliano Haaretz (http://www.haaretz.com/print-edition/news/jurists-say-arab-s-rape-conviction-sets-dangerous-precedent-1.303109)

Se fossi stato un ebreo non mi avrebbero incolpato di nulla. Quello che ho fatto non è uno stupro. La ragazza era consenziente e sapeva ciò che stavamo facendo». Dello stesso avviso Elkana Laist, difensore d'ufficio, che ha definito il verdetto "paternalistico nei confronti delle donne": Gideon Levy, noto editorialista e membro della direzione del quotidiano Haaretz, ha fortemente critica la sentenza: "Vorrei fare solo una domanda al giudice - ha scritto Levy sulle colonne del quotidiano israeliano - Se quest'uomo fosse stato un ebreo e avesse finto di essere musulmano per circuire una donna araba, che cosa sarebbe successo? Sarebbe stato condannato per stupro? Naturalmente la risposta è no".

Francesco Tortora
21 luglio 2010



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Il sindaco guarda a destra. Il Pd:espulso

Corriere del Mezzogiorno

Torre Annunziata, Starita vara una giunta con Noi Sud. Bufera nel partito: «Un papocchio, fuori 5 consiglieri»

NAPOLI


Terremoto politico a Torre Annunziata, l'ennesimo. Il sindaco Giosuè Starita, fautore di una nuova giunta semitrasversale, si ritrova senza partito: il Pd ha deciso di promuoverne la procedura di espulsione. Col primo cittadino, sono finiti nel mirino del coordinamento guidato dal segretario Francesco Porcelli anche 5 consiglieri dissidenti della correntina «progressisti democratici», e cioè Gaetano Veltro, Francesco Donadio, Domenico Solimeno, Antonio Russo Guarro e Carmine Fabbrocino. Dopo l'epilogo infelice della giunta Monaco, dunque, un altro caso agita le acque del comune oplontino.

BATTI E RIBATTI - Il motivo? Starita ha aperto la giunta a «Noi Sud», espressione del centrodestra. Dalla sua conta anche Api di Rutelli, Verdi e Prc, ma solo come adesione morale visto che i rifondaroli non hanno neanche un consigliere. Questione di numeri, di «stabilità amministrativa» sottolinea il sindaco che al Corriere tiene a ribadire che «coinvolgere le forze moderate è determinante per la governabilità. Un'esperienza allargata ai partiti moderati ma l'impronta resta sempre di centrosinistra, in maniera lampante, chiarissima.

Mi vogliono espellere? Vedremo». Ma gli altri 5 consiglieri Pd, e in generale il coordinamento cittadino del partito di Bersani, non la pensano così (supportati anche dalle affermazioni del neosegretario provinciale Tremante) e condannano una mossa politica bollata come un «compromesso inaccettabile». Il Pd accusa altresì Starita di aver pagato «debiti» elettorali, attingendo ad unità del centrodestra e rifiutando l'ipotesi di un governo di tecnici «con i migliori professionisti della città riconducibili sempre nell'alveo del centrosinistra».

In tal modo, sempre secondo i democrat oplontini, l'inquilino di palazzo Criscuolo «ha tradito il mandato degli elettori di Torre: quella varata è una giunta papocchio...Starita ha giocato su due tavoli, partecipando a riunioni con noi e con quelli là». Divisioni su divisioni che spaccano l'atomo e che rischiano di scatenare, in condizioni differenti, un nuovo caso Castellammare, centro storicamente «rosso» espugnato dal Pdl dopo la politica delle scissioni fratricide della giunta Vozza.

Alessandro Chetta
21 luglio 2010




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Autolavaggio extralusso per fuoriserie

Corriere della sera

Derbyshire, il servizio costa fino a 8.500 euro. Autolavaggio extralusso per fuoriserie


MILANO - C’è chi lava l’auto in un self service, cercando il minimo sforzo con la minima spesa; chi la porta in un centro specializzato, sapendo di cavarsela meno a buon mercato e chi, invece, si affida alle sapienti cure di Gurcharn Sahota, trentenne del Derbyshire, che ha aperto l’autolavaggio più caro di Gran Bretagna (e forse del mondo) dove una sessione di pulizia richiede oltre 250 ore di lavoro e l’impiego di ben 100 prodotti fra lucidi e cere, per un conto finale superiore alle 7.200 sterline (quasi 8.500 euro).


Sahota al lavoro (dal sito)
Sahota al lavoro (dal sito)
LA CLIENTELA - Manco a dirlo, i suoi clienti sono tutti personaggi famosi (perlopiù giocatori, attori della tv e stelle della musica), che scelgono il suo Elite Detailing per le loro lussuose fuoriserie e il massimo del servizio è rappresentato dalla levigatura e lucidatura sia interna che esterna di ogni centimetro dell’auto per cinque volte e dall’utilizzo di un microscopio computerizzato per esaminare gli eventuali graffi alla carrozzeria. Gurcharn, che guida una vecchia e scassatissima Golf, ha iniziato la sua attività cinque anni fa e se prima lavava le auto dei vicini nel garage della casa dei genitori, usando una normale spugna e un secchio pieno di acqua, adesso ha modernizzato il sistema di lavaggio e quello stesso garage è diventato un locale high-tech dove ogni giorno si vedono passare vetture del calibro di Lamborghini, Porsche e addirittura una McLaren F1 Gtr, anche se i nomi dei clienti restano top secret.

«Quando ero un ragazzino – ha raccontato l’uomo al Daily Star – adoravo lavare le macchine dei vicini di casa a tal punto che lo facevo gratis. Ora io lavo alcune fra le macchine più veloci e potenti del mondo e se hai un gioiello da 500 mila sterline (poco meno di 600 mila euro) vale la pena spendere qualcosa in più per la sua manutenzione, anche perché io voglio solo la perfezione nel mio lavoro». E visto che gli affari sembrano davvero andare a gonfie vele, Gurcharn ha deciso di allargarsi, aprendo un altro autolavaggio superlusso a Worcester.

Simona Marchetti
20 luglio 2010



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Inchiesta trans, sarà riesumata la salma di Cafasso per scoprire causa morte

Il Messaggero

 

ROMA (21 luglio) - Il gip del Tribunale di Roma Renato Laviola ha affidato al professore Giovanni Arcudi, docente all'Università di Tor Vergata, la perizia medico-legale per scoprire le cause della morte di Gianguerino Cafasso, il pusher coinvolto nell'inchiesta sul caso Marrazzo. Il giudice ha anche autorizzato la riesumazione del cadavere per il prelievo dei liquidi biologici.

Cafasso è deceduto in una stanza di un albergo nella zona di via Salaria nel settembre scorso a causa, ufficialmente, di una overdose da speedball, sostanza formata da percentuali di eroina e cocaina. La decisione del giudice è giunta al termine dell'incidente probatorio, al quale la procura si era opposta, sollecitato dagli avvocati di Nicola Testini, Valerio Spigarelli e Marina Lo Faro, e svolto oggi presso il Tribunale di Roma. Testini, per la morte di Cafasso, è accusato di omicidio premeditato aggravato assieme ad altri due carabinieri, Luciano Simeone e Carlo Tagliente.

Arcudi avrà ora sessanta giorni di tempo per scoprire le cause della morte e in particolare cosa sia avvenuto tra l'assunzione della droga e il decesso. Il consulente dovrà, inoltre, stabilire se Cafasso soffrisse di patologie specifiche. La prossima udienza dell'incidente probatorio è stata fissata per il 28 settembre dove verranno illustrati i risultati della perizia.




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Il sangue trasportato con l'auto blu Così il sindaco di Quarto risponde ai tagli

Corriere del Mezzogiorno

Il servizio di prelievi del comune flegreo rischiava la sospensione per la mancanza di fondi nell'Asl Na 2

 

Il sindaco-medico Sauro Secone nel suo studio
Il sindaco-medico Sauro Secone nel suo studio

NAPOLI

Dall'auto blu all'ambulanza blu, la politica di austerità imposta alla sanità campana da Governo e Regione costringe gli amministratori locali a prendere decisioni alquanto fantasiose. È successo infatti che l'Asl Napoli 2 Nord non avendo più autisti disponibili per trasportare il sangue delle trasfusioni dal comune di Quarto all'ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli era intenzionato a sospendere i prelievi. E così il sindaco del Pd Sauro Secone, che è anche medico di base del paese di cui è il primo cittadino, ha deciso di mettere a disposizione la sua auto blu e addirittura il suo autista fino a che non verrà ripristinato il servizio regolare.


L'auto blu che ora diventerà «ambulanza»
L'auto blu che ora diventerà «ambulanza»
LA VICENDA - Il direttore del distretto sanitario Gaetano Orlando aveva inviato al sindaco una lettera con una richiesta di aiuto. «Verificata l’impossibilità di assicurare il trasporto dei prelievi di sangue dal punto prelievi di Quarto al laboratorio centrale ospedaliero per mancanza di autisti del Distretto sanitario numero 38 si comunica che i prelievi di sangue saranno sospesi dal 21 luglio - si leggeva nella missiva - Per non interrompere un servizio così importante per la popolazione di Quarto, si richiede la disponibilità di un autista munito di mezzo che accompagni un dipendente del Distretto presso l’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli. Nel frattempo abbiamo chiesto alla direzione strategica aziendale la soluzione del disservizio segnalato, ricevendo assicurazioni sulle probabilità di risoluzione del problema in tempi brevi».

La risposta del sindaco-medico, che oltre ai doveri che gli derivano dal suo ruolo politico sentiva evidentemente anche l'impellenza di obbedire al giuramento di Ippocrate, non si è fatta attendere. In men che non si dica ha convocato una Giunta comunale che ha deliberato di mettere a disposizione gratuitamente all’Asl la sua auto di servizio, con tanto di autista, per garantire il trasporto delle provette di sangue . «È un servizio troppo importante per i cittadini per essere interrotto. Garantiremo il servizio fino al prossimo 30 settembre – ha spiegato il sindaco Secone, che non ha risparmiato critiche a Governo e Regione – Questo è l’effetto della politica dei tagli alla spesa sociale ed alla sanità imposti dal Governo nazionale e dalle Regione Campania, ma siamo ben lieti di mettere a disposizione dei cittadini di Quarto l’auto blu».

Alfonso Bianchi
21 luglio 2010






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Stipendi ridotti per deputati e senatori

Corriere della sera

La manovra prevede anche il taglio di 550 euro al mese per i parlamentari. Sarà deciso la prossima settimana

 

NELLE TASCHE DEL PARLAMENTO
Stipendi ridotti per deputati e senatori



MILANO - Dopo due lunghe riunioni congiunte di Camera e Senato, tenutesi tra mercoledì pomeriggio e giovedì mattina, i questori del Parlamento sono anche giunti alla decisione di tagliare del 10% alle indennità di deputati e senatori. Si tratta di una misura stabilita in relazione alla riduzione delle spese prevista dalla manovra economica. La proposta prevede anche il blocco triennale dei meccanismi di adeguamento automatico degli stipendi. Mentre il limite pensionistico è stato elevato a 60 anni per le pensioni di anzianità.

UNA VOCE DI STIPENDIO- L'indenntiià dei parlamentari, prevista dalla Costituzione all'art. 69, come spiega il sito del Parlamento, è la prima voce del trattamento economico per i parlamentari ed è quella «che nel linguaggio comune è definita "stipendio"» a cui seguono altre voci: la diaria e i rimborsi: per le "spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori", per le spese accessorie di viaggio e per i viaggi all'estero, per le spese telefoniche. A completamento del trattamento economico dei parlamentari ci sono le voci sull'assegno di fine mandato, le prestazioni previdenziali e sanitarie e sui trasporti. La legge n. 1261 del 31 ottobre 1965 fissa l'indennita «in misura non superiore al trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate».

Tale misura era già stata ridotta (dall'art. 1, comma 52, della legge 23 dicembre 2005, n. 266) durante la finanziaria del 2006. L'importo mensile - che, a seguito della delibera dell'Ufficio di Presidenza del 17 gennaio 2006, è stato ridotto del 10% - è pari a 5.486,58 euro, al netto delle ritenute previdenziali (€ 784,14) e assistenziali (€ 526,66) della quota contributiva per l'assegno vitalizio (€ 1.006,51) e della ritenuta fiscale (€ 3.899,75).

IN ATTESA DI CONFERMA - La misura dovrà essere ratificata dagli uffici di presidenza di Montecitorio e Palazzo Madama la prossima settimana. Il taglio, è stato deciso, verrà calcolato sull'indennità. Per i deputati l'indennità ammonta a 5.486,58 euro nette al mese per 12 mensilità: il che vuol dire che ai deputati il taglio costerà circa 550 euro al mese

Redazione Online
21 luglio 2010



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Liceo condannato a pagare 35 mila dollari a un’alunna lesbica

Servizi e cultura, Napoli maglia nera viabilità, trasporti e e rifiuti: spese record

Il Mattino


NAPOLI (21 luglio) - Napoli città dei paradossi: si spendono cifre da primato per avere servizi da terzo mondo. Al punto che per trasporti e servizi il capoluogo campano merita la maglia nera, almeno secondo i dati della fondazione milanese ”Civicum“ che analizza i bilanci comunali rispetto ai risultati effettivamente ottenuti. Questione rifiuti, emergenza continua: ma perché se a Napoli vengono investiti ogni anno 196 euro per ogni abitante contro una media nazionale di 169, vale a dire 27 euro in meno? E ancora: come mai i napoletani possono vantare appena quattro metri quadrati di area verde pro capite, meno di un quinto di quanto dispongono gli italiani con 21 metri quadrati a disposizione a fronte di un investimento che per il Comune pesa in termini circa dell’8% del bilancio? Paradossale ma non tanto quanto i trasporti che sono il vero punto dolente: 217 milioni di euro l’anno investiti, 225 euro per cittadino rispetto agli 82 del resto d’Italia: ma i servizi lasciano sempre più a desiderare.




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Dai pentiti fasulli all’oscuro movente del depistaggio

Corriere della sera


ROMA


Pezzi delle istituzioni, settori dello Stato, sottobosco della politica, apparati deviati, rappresentanti infedeli. Non c’è espressione che non sia stata utilizzata per descrivere ed evocare una situazione che qualche investigatore più avvertito aveva intuito fin dai primi giorni successivi alla strage di via D’Amelio, e cioè che dietro l’eliminazione del giudice Borsellino e degli agenti di scorta (a meno di due mesi dall’eccidio che aveva ucciso Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini addetti alla protezione con modalità altrettanti eversive) non c’era soltanto la mafia. Qualcun altro doveva aver spinto affinché i boss di Cosa nostra portassero a termine un’azione che nell’immediato fu un pessimo affare pr l’organizzazione criminale, visto la stretta repressiva che ne seguì.

Ora, a 18 anni da quell’esplosione, forse per la prima volta un’indagine giudiziaria si sta avvicinando a quella realtà nascosta. Su via D’Amelio, come sul fallito attentato a Falcone nella sua villa dell’Addaura, nel 1989. E questo provoca quel corto circuito di frasi riassunte nell’affermazione secondo la quale la verità sarebbe ormai a un passo, e chissà se la politica avrà la forza di sostenerla.
Il problema è che, seppure mai così vicina, quella verità ancora non la conosciamo. Sappiamo che quella passata finora come tale non lo è più.

Il pentito Gaspare Spatuzza ha dato prova (secondo tutti i magistrati che hanno vagliato le sue deposizioni) di essere affidabile quando ha riscritto la storia dell’autobomba esplosa in via D’Amelio (fin dove la conosce), ritagliando un ruolo per sé e smentendo i falsi «collaboratori di giustizia » che avevano portato a ben due sentenze definitive. Da queste rivelazioni si è risaliti al depistaggio organizzato 18 anni fa con i pentiti fasulli; per quell’episodio sono indagati tre poliziotti e un quarto—l’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, responsabile di quelle indagini — lo sarebbe se non fosse morto qualche anno fa. Ora non può difendersi, né dare la sua versione di una ricostruzione alla quale partecipò direttamente e che adesso si sta sgretolando.

Quel che sembra certo, però, è che depistaggio ci fu. E un depistaggio deve avere un movente. Una ragione che necessariamente evoca i meccanismi della politica e del potere. Che cosa si voleva coprire con una verità fabbricata a tavolino? C’era solo l’ansia di arrivare a un risultato immediato nel momento in cui lo Stato appariva in ginocchio di fronte all’offensiva mafiosa, oppure ci fu qualche trama per nascondere patti o alleanze indicibili? È possibile che Borsellino fu eliminato con una tempistica addirittura controproducente per Cosa nostra, ma obbligata dall’opposizione del magistrato a quella «trattativa» tra Stato e mafia di cui pure si parla da diciott’anni e che adesso acquista contorni un po’ più concreti?

Questo è un ulteriore novità delle ultime indagini, oltre all’acclarato depistaggio sulla strage di via D’Amelio: la consistenza di contatti tra uomini delle istituzioni e dell’organizzazione mafiosa, intesa come trattativa, o qualcosa di simile. Il presidente dell’Antimafia Giuseppe Pisanu ne ha parlato nella sua relazione, prima ancora dell’audizione dei procuratori. Così come ha ricordato ipotetici coinvolgimenti con uomini dei servizi segreti (uno è indagato per concorso in strage, dopo un riconoscimento seppure traballante del pentito Spatuzza) e altre entità: «Un intreccio tra mafia, politica, grandi affari, poteri occulti, gruppi eversivi e pezzi deviati dello Stato che più volte, e non solo in quegli anni, abbiamo visto riemergere dalle viscere del Paese».

Così ha scritto Pisanu, basandosi su acquisizioni giudiziarie già note e su quanto sta emergendo dalle nuove indagini. Che purtroppo rischiano di concludersi fornendo più domande che risposte. Anche per via di una certa tendenza a dimenticare da parte dei politici dell’epoca, alcuni dei quali hanno pensato bene di riferire solo oggi particolari che possono aiutare a disegnare un quadro più rispondente alla realtà; come il fatto che Borsellino fosse stato informato, poco prima di morire, dei contatti fra i carabinieri del Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, rivelato dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli nel 2009.

Sono tasselli dai quali potrà emergere una nuova verità giudiziaria, che difficilmente potrà essere esaustiva. Poi toccherà ancora alla politica.

Giovanni Bianconi
21 luglio 2010



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E' morto David Warren Inventò la scatola nera

di Redazione

E' morto ieri a 85 anni in una casa di riposo di Melbourne David Warren, inventore della "scatola nera", che registra le conversazioni in cabina di pilotaggio e i dati degli strumenti



Sidney - E' morto ieri a 85 anni in una casa di riposo di Melbourne David Warren, inventore della "scatola nera", che registra le conversazioni in cabina di pilotaggio e i dati degli strumenti. Warren, a cui era stato detto inizialmente dalle autorità australiane che la sua invenzione era inutile, nel 1957 aveva venduto il prototipo a una compagnia britannica. Solo nel 1976 l’Organizzazione internazionale aviazione civile (Icao) l’avrebbe adottata come congegno standard su scala globale.
Il papà della scatola nera La biografa di Warren, Janice Peterson Witham, ha detto al quotidiano The Age che le lezioni apprese dalla scatola nera recuperata dopo i disastri aerei hanno salvato innumerevoli vite, identificando gli errori umani e i guasti tecnici. Nel 1934, quando Warren aveva 9 anni, il padre morì in un incidente aereo. Chimico di professione, nel 1953 aveva lavorato nei laboratori di ricerca aeronautica e aveva partecipato alle indagini sui disastri dei primi aerei jet Comet. I test avevano dimostrato che il carburante non era la causa, e Warren concluse che un registratore a nastro nella cabina di pilotaggio avrebbe fornito indizi vitali. Nel 1957 Warren costruì un prototipo usando un registratore a prova di incendio e di urto, ma i colleghi e le autorità australiane non riconobbero alcuna utilità all’idea. Fu un dirigente aereo britannico, in visita in Australia, a restare ammirato dell’invenzione e a invitarlo a Londra, dove una compagnia locale cominciò a fabbricare il congegno.




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Pino Pelosi causa incidente e fugge: arrestato sulla Roma-Fiumicino

Il Messaggero

Domani il processo per direttissima.
Gravissimo il pregiudicato che era con lui.
Forse una gara fra auto

 

ROMA (20 luglio) - Pino Pelosi, l'uomo condannato per il delitto di Pier Paolo Pasolini, è stato arrestato dalla polizia dopo aver provocato un incidente sulla Roma-Fiumicino poco dopo le 16.

Pelosi sarà processato domani per direttissima: dovrà rispondere di guida in stato di ebbrezza, omissione di soccorso, lesioni gravissime e rifiuto di sottoporsi all'alcoltest e al narcotest. Pelosi era al volante di una Renault Clio che ha sbandato finendo più volte sul guard-rail. L'auto viaggiava ad alta velocità in direzione Roma e potrebbe aver ingaggiato una corsa con un'altra auto. Subito dopo l'incidente l'uomo si era allontanato a piedi, rifugiandosi nel vicino centro commerciale Parco Leonardo, dove è stato fermato dalla Polaria. Il passeggero che viaggiava con lui, un pregiudicato di 38 anni, è ricoverato al San Camillo in condizioni gravissime. L'incidente ha avuto pesanti ripercussioni sul traffico fino a oltre le 17.

La prima ad arrivare sul luogo è stata una pattuglia della Polaria, la Siena 4, che in quel momento stava percorrendo la Roma-Fiumicino verso la capitale. I due agenti, dopo aver chiamato il 118 per soccorrere il ferito ancora chiuso dentro l'abitacolo della Clio e dopo aver raccolto testimonianze di alcuni automobilisti, si sono messi alla ricerca del guidatore. Una volta rintracciato, Pino Pelosi è stato fermato e condotto all'Aurelia Hospital, dove si sarebbe rifiutato di sottoporsi all'alcoltest e al narcotest. Pelosi è stato poi dimesso e trasferito in camera di sicurezza.




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Ecco i documenti che dimostrano il maxidebito risalente al 2001

di Redazione

Nel 1997 Telekom Serbia fu acquistata da Telecom Italia. Un affare da 900 miliardi di lire gestito dal conte Gianni Vitali, che incassò una parcella da 22 miliardi per la «mediazione». I soldi rientrarono in Italia tramite la finanziaria guidata da Loris Bassini, imprenditore nato a Predappio. Una parte di questi proventi, più di 4 miliardi, venne «girata» al deputato finiano Italo Bocchino e alla moglie Gabriella Bontempo attraverso due operazioni: un assegno da 1,26 miliardi alla Goodtime Sas (controllata dalla Buontempo) e un’anticipazione da 2,4 miliardi di crediti che la presidenza del Consiglio avrebbe dovuto dare al quotidiano Roma, di cui Bocchino era editore. Ora Bassini sostiene di avere un credito di 800mila euro dalla Goodtime Sas e si è rivolto all’ufficiale giudiziario che ha disposto il pignoramento.







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Napoli: a Chiaia spariti gli incassi delle card elettroniche, aperta inchiesta

IL Mattino

 

NAPOLI (21 luglio) - Chiaia, già nel mirino per la colossale truffa dei finti invalidi, torna alla ribalta delle cronache giudiziarie: da una serie di accertamenti effettuati nel data base della municipalità risultano spariti gli incassi della card elettroniche, i nuovi documenti di identità che progressivamente stanno sostituendo quelli cartacei;: una cifra che va dai 26mila ai 40mila euro. E non è tutto, perchè all’ammanco vanno aggiunti anche gli incassi mancanti per le marche da bollo. Uno scenario inquietante che induce gli investigatori a verificare la possibilità che il denaro sottratto sia da collegare proprio al giro di affari illeciti per i finti invalidi: il denaro versato dai napoletani per le card elettroniche potrebbe essere stato utilizzato per le mazzette collegate alle pensioni di invalidità.




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Processo «Sud ribelle»: assolti i no global nell'anniversario di Carlo Giuliani

Corriere del Mezzogiorno


Decisione della corte d'appello di Catanzaro
Tra gli imputati c'era anche l'ex deputato Caruso


L'ex deputato Prc Francesco Caruso
L'ex deputato Prc Francesco Caruso

NAPOLI - E due. Due sentenze, in primo grado e in appello, che scagionano i 13 militanti della rete no global «Sud ribelle» dall'accusa di «associazione sovversiva» in relazione agli incidenti accaduti nel corso del G8 di Genova e del Global forum di Napoli del 2001. A decidere l'assoluzione è la Corte d’appello di Catanzaro.
CAMERA DI CONSIGLIO - Dopo due ore di camera di consiglio la Corte, presidente Fortunato Rosaro Barone, ha confermato la sentenza di assoluzione emessa in assise a Cosenza il 24 aprile del 2008 che era stata impugnata, successivamente, dalla Procura della Repubblica cosentina. La procura generale rappresentata dal pm Marisa Manzini che ha sostenuto l’accusa, dopo avere confermato solo l’accusa ad associazione a delinquere semplice e turbativa del possesso, aveva chiesto la condanna a tre anni e sei mesi per l’ex parlamentare di Rifondazione comunista Francesco Caruso, Luca Casarini, Francesco Cirillo, Anna Curcio e Antonino Campennì e due anni e quattro mesi per gli altri imputati.
I NO GLOBAL: «ACCUSE INSOSTENIBILI» - In un comunicato, il coordinamento «Liberi tutti» esprime soddisfazione per l'assoluzione: si trattava di «un impianto accusatorio insostenibile come si è intuito subito, fin dalla scelta della Procura generale di Catanzaro di rinunciare in partenza a molti dei motivi di appello presentati....Un processo durato già più di otto anni e 40 udienze complessive. Una sentenza che arriva in una data particolarmente simbolica, a nove anni dall'assassinio senza processo di Carlo Giuliani e da quelle giornate in cui fu fatto un vero agguato ai movimenti, con le cariche violente e i pestaggi in piazza, le scene cilene della scuola Diaz, le sevizie di Bolzaneto. Anche per questo il presidio che si è tenuto fuori la corte di appello di Catanzaro ha tenuto un collegamento costante con le iniziative genovesi in piazza Alimonda. Per rivendicare ancora verità e giustizia, soprattutto per il gruppo di manifestanti usato come capro espiatorio dai giudici genovesi con condanne a decenni di carcere grazie all'uso di reati da codice di guerra».
Redazione online
20 luglio 2010




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Romania, riesumati i corpi di Ceausescu e della moglie

Corriere della sera

L’obiettivo è quello di verificare l’identità dei due cadaveri con il test del Dna
sono stati giustiziati il 15 dicembre 1989
Romania, riesumati i corpi di Ceausescu e della moglie



BUCAREST - I corpi dell’ex dittatore romeno, Nicolae Ceausescu, e della moglie Elena, giustiziati oltre 20 anni fa e sepolti in un cimitero di Bucarest, sono stati esumati per prelevarne alcuni resti e permettere l’analisi del Dna. L’obiettivo è quello di verificare l’identità dei due cadaveri. Lo ha riferito un responsabile del cimitero. Nicola Ceausescu ha diretto la Romania con il pugno di ferro dal 1965 al 1989.





L'ESECUZIONE NEL 1989 - Dopo una serie di manifestazioni di strada, con centinaia di morti tra i dimostranti, nel dicembre del 1989 il dittatore e la moglie sono stati costretti alla fuga. Arrestati e sottoposti a un processo sommario, sono stati giustiziati il 15 dicembre 1989. Secondo le autorità romene, i loro corpi sono sepolti nel cimitero di Ghencea a Bucarest.

21 luglio 2010

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Se il difetto fisico è razzismo politico

di Marco Zucchetti

Tutti a parlare di "pari opportunità" e lotta alla discriminazione.

Ma tra loro i parlamentari non si perdonano nessun handicap Dini "un rospo", Ferrara "Platinette barbuto", Brunetta "tascabile", Rotondi "testa a kiwi"


 
Se Lombroso entrasse in Parlamento, li farebbe arrestare via tutti. Una retata di musi incarogniti, gnomi, gargoyles, donne cannone, grandi obesi, befane, orbi, pelati e sciancati degna di un circo dei freak. Ma prima che i signori onorevoli montino in bestia, si fermino. E si ricordino come a definirsi mostruosi l’un l’altro siano proprio loro.

Già, perché a ben vedere le Aule della politica non differiscono molto dalle aule delle elementari, dove i bulletti si accaniscono sui bimbi quattrocchi, che portano l’apparecchio o hanno i brufoli. Il difetto fisico, la tara che macchia una fantomatica «bella presenza», è il grimaldello più facile per smontare anche l’avversario di partito, non solo il compagno di banco. E così succede che - accanto alle belle parole per le pari opportunità e la lotta al razzismo - Montecitorio e Palazzo Madama diventino delle sedi staccate dei laboratori del dottor Mengele.

Uno degli handicap meno accettati è quello della statura. Non quella morale, per carità. È che le misure contano, in politica come fra le lenzuola. Colpa di De André e della sua canzone «Un giudice»: ora tutti si accaniscono sul «diversamente alto». Massimo D’Alema, che liquidò il ministro Brunetta come «energumeno tascabile», è solo l’ultimo, insieme al disegnatore Spataro che ribattezzò il ministro Meloni «ministronza». In principio fu un più elegante ed anonimo parlamentare che nel ’71, durante il voto per far eleggere Amintore Fanfani capo dello Stato, scrisse sulla scheda: «Nano maledetto, non verrai eletto». Ultimo erede della dinastia dei folletti è Silvio Berlusconi, soprannominato «Al Tappone» da Travaglio e sbeffeggiato in ogni salsa. Tanto da farlo reagire: «Prodi dice che sono basso. Lui è di sicuro più largo».

E qui passiamo all’altra categoria che in questa nuova Sparta andrebbe gettata dalla rupe o abbandonata sul monte Taigeto: gli obesi. Anzi, anche solo i paffutelli. Giù Bettino Craxi, il Cinghialone; giù Spadolini, che Forattini ritraeva elefantiaco e ipodotato; giù Isabella Bertolini, la «cicciona di Modena» (Iva Zanicchi dixit); giù pure Giuliano Ferrara, «il Platinette con la barba» che secondo Travaglio dovrebbe stare al circo «tra la donna cannone e la donna barbuta». E pazienza se Ferrara ha pure dichiarato di essere affetto da una malattia genetica, la sindrome di Klinefelter. D’altronde pure Andreotti era gobbo ma mica l’ha passata franca. Un handicap non vi salverà dalla furia eugenetica.

Se anche sono passati decenni da quella filastrocca in cui si recitavano i nomi dei democristiani «Piccoli, Storti, Malfatti e Malvestiti», l’aria non è cambiata. Nella politica italiana l’apparenza conta, altro che ingannare. E così si potrebbe coniare un altro mantra: calvi, brutti e scheletrici. In particolare, i primi sono più bersagliati dei napoletani a Pontida. Oltre ai magistrati di Tangentopoli che si riferivano a Craxi come al «Pelato», è Travaglio il Torquemada della calvizie. Una vera ossessione, la sua per le chiome, dalle «meches» di Filippo Facci al «riporto asfaltato a rastrelliera» del giudice Marra. Negli anni Travaglio ha poi definito Berlusconi Cavalier Bellicapelli, Crescina, Bellachioma, Foltocrinito e Peluria. Senza contare il soprannome per il ministro Bondi, rinominato «Cantatrice calva» (quando non «Pallore gonfiato»).

Accantonando un momento Travaglio, alfiere dell’offesa discriminatoria (così, per completezza, ricordiamo Maurizio Belpietro «Via col mento», Alessandro Sallusti «Zio Tibia», Mario Giordano «Voce bianca» e Gianfranco Rotondi «Ministro con la testa da kiwi»), anche la bruttezza è una colpa. Lapidata sulla pubblica piazza Rosy Bindi. Da Cossiga, che la definì «brutta, cattiva e cretina», così come da Sgarbi e Berlusconi, che la descrissero come «più bella che intelligente». Una battuta poco cavalleresca in cui il Cavaliere incappò anche con Mercedes Bresso, «che quando si sveglia si guarda allo specchio e si rovina la giornata». Nel mirino anche Lamberto Dini, il premier dall’occhio sporgente che accese un dibattito in Rifondazione: «Baciare il rospo?», si leggeva sui manifesti elettorali.

Eppure neanche gli slanciati si salvano. Fassino? «Troppo magro, gli regalerò un panettone» (copyright Berlusconi). Fini? «Un pennellone», lo definì la Mussolini. La stessa che disse di Bossi: «Sembra una mucca». E si sbarazzò (momentaneamente) del Cav: «Si è rifatto le borse agli occhi e si è dimenticato delle borse degli italiani». E allora via, «leghisti scimmie», Gasparri «faccia da cameriere a cui non hanno dato la mancia», Luxuria «scherzo della natura». Insulti a vista, disprezzo a pelle. Un etto di troppo, due diottrie in meno, un ciuffo bianco e sei fatto. Fuori dal consorzio dei perfetti. Come se ce ne fossero ancora, tra l’altro.

Non resta che fare come Silvio, che a forza di battute non ne ha risparmiata una a se stesso, e quando è nato il nipotino si è rallegrato: «Finalmente uno più piccolo e più pelato di me». Perché a forza di offese, si è persa l’ironia, mentre l’autoironia non c’è mai stata. Perché in fondo è vero quello che diceva Cioran: «Frequentare gente è un supplizio perché leggiamo i nostri difetti nei loro occhi».



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Sanità, i verbali sugli appalti: "Vendola sapeva"

di Massimo Malpica

Nell’ordinanza sugli arresti nella sanità pugliese spunta il nome del governatore.

La lady Asl Cosentino: "Lo informai delle pressioni".

Nelle intercettazioni nominati pure D’Alema, Finocchiaro e Franceschini.

A nominare Baffino è la moglie del senatore Pd Tedesco


 
Roma

Supporto elettorale in cambio di appalti. Sia per trovare un posto nella lista del Pd al Senato alle politiche del 2008 all’allora assessore pugliese alla Sanità, Alberto Tedesco, sia per assicurargli un buon risultato elettorale. Arrivando a caldeggiare il suo nome con big del Pd come Anna Finocchiaro, Dario Franceschini e Massimo D’Alema.

Nell’ordinanza che sabato scorso ha spedito ai domiciliari cinque tra manager della sanità e imprenditori pugliesi, su richiesta del pm dell’antimafia di Bari Desirée Digeronimo, si raccontano le ingerenze dell’attuale senatore del Pd per «turbare» gare poi assegnate alle imprese a lui vicine, tra cui quelle della famiglia altamurana Columella, che ricambiava col sostegno «politico». E saltano fuori nomi eccellenti. Oltre agli esponenti del Pd «compulsati» per favorire la candidatura di Tedesco, anche l’attuale governatore pugliese, Nichi Vendola.

Tirato in ballo da Lea Cosentino, la «lady Asl» barese, che racconta ai magistrati di aver riferito al presidente della Regione «le pressioni esercitate a favore della famiglia Columella da parte di Tedesco (...) soprattutto sotto il profilo del condizionamento della commissione esaminatrice». Vendola, interrogato, confermò di aver parlato con Tedesco perché «preoccupato dalle voci». Ma l’assessore restò al suo posto, fino a quando si dimise perché indagato, e volò poco dopo in Senato a occupare lo scranno liberato da Paolo De Castro, eletto all’europarlamento.

A finire ai domiciliari sono stati Michele Columella e Francesco Petronella, legale rappresentante e titolare «occulto» della Vi.Ri, e tre dirigenti della Asl di Bari: Antonio Colella, Nicola Del Re e Filippo Tragni. Respinte dal gip le richieste di arresto per il segretario particolare di Tedesco, Mario Malcangi, e per il genero del politico, Elio Rubino.

Ma è proprio Tedesco, secondo il teorema dei pm, e stando a quanto riportato nell’ordinanza, al centro di questo «spaccato» che mostra «gravi condotte lesive degli interessi pubblici». Per il senatore del Pd, indagato per corruzione, turbativa d’asta e violazione del segreto d’ufficio, però, la procura barese non ha chiesto misure cautelari, «essendo al vaglio ulteriori episodi di indebite ingerenze nella gestione della cosa pubblica».

Il provvedimento del gip di Bari è incentrato su tre gare d’appalto, per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti speciali (valore 5 milioni di euro) e per le forniture del nuovo istituto oncologico di Bari (due gare per 4,6 milioni di euro). Aste «turbate» per i pm grazie all’interessamento dell’attuale senatore. Che, in cambio degli appalti, avrebbe ottenuto i voti controllati dai Columella. Una convinzione degli inquirenti supportata da numerose intercettazioni. La prima è tra Petronella e Mariella, moglie di Tedesco. È il 22 febbraio del 2008, la signora è preoccupata che il marito non venga messo in lista.

Petronella: «Stavo parlando con il senatore Piglionica, non so se tu lo conosci (...) dove lui ha fatto una serie di chiamate, non so a chi, non farmi dire chiacchiere, di cui una sicura alla Finocchiaro... al presidente... e mi ha detto che non è deciso niente anzi per loro sta dentro, per Donato Piglionica sta in lista». Mariella: «Ma dove? A che punto? Se è vero, non è vero? Quelli lo fanno per tenerselo buono (...) tu gli hai detto a quelli che sono 50mila voti che volano?». P: «Io ho detto di più a Donato (...) e Donato ha detto “sentite che qua si perde un patrimonio”». (...)M: «Bisogna avere un contatto su Roma!». P: «Sì ma Donato ha parlato... Finocchiaro, Mariella.

La Finocchiaro non è l’ultima arrivata». Stesso tema, stessi interlocutori l’8 marzo. La signora Tedesco spiega che il marito «si è visto con D’Alema», e riassume così quanto Baffino avrebbe detto: «Potevi andare a quel posto (in lista, ndr) perché chi ha detto che non esca, e comunque tu hai un paracadute (...) tu sei un leader indiscusso in Puglia, sei il migliore, sei il più bravo, meglio di te non c’è nessuno perciò la devi prendere in quel posto».

L’ironia è dovuta dal collocamento non nei primissimi posti della lista. Petronella consola la signora, e parla di una «telefonata di Franceschini che disse “non ti preoccupare”», quanto basta per «stare relativamente tranquilli». Poi le dice di voler dire a D’Alema «non ti illudere che i voti ad Altamura se non te li do io non te li dà nessuno». Tedesco, alla fine, risulterà il primo dei non eletti.
E proprio questa posizione apparentemente scomoda finirà per essere il suo paracadute. Eleggendo De Castro alle Europee, il Pd libererà il suo seggio. E così Tedesco, già colpito dalle indagini pugliesi sulla malasanità, sbarcherà in Senato.



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Un prestito, la casa da pignorare: Bocchino story

di Gian Marco Chiocci

l mediatore di Telekom Serbia, Loris Bassini: "Ha usato due miliardi di lire della provvigione per salvare il suo giornale Ma in commissione, ai colleghi che indagavano con lui sulla compravendita, non disse mai nulla".

Ecco i documenti che svelano il maxidebito

 

Forlì

C’è un uomo, incavolato nero, originario della terra del Duce, che sta ossessivamente inseguendo la famiglia Bocchino per farsi ridare indietro un mucchio di soldi. Quest’uomo, nato a Predappio, ex consulente per le coop rosse, finanziatore di Italo Bocchino e della consorte Gabriella Buontempo per quattro miliardi di vecchie lire, da tempo prova a pignorare il pignorabile a casa del più finiano dei finiani. Forte di un provvedimento immediatamente esecutivo del tribunale di Forlì le ha tentate tutte. Ma per quattro volte, in sette mesi, l’ufficiale giudiziario non è riuscito a varcare l’uscio tuttora invalicabile essendo nel frattempo sopraggiunta una decisione di sospensiva che ha rimandato l’eventuale «esproprio» a data da destinarsi.
Quest’uomo che incontriamo in un hotel alle porte di Forlì, è Loris Bassini, finanziere d’assalto, noto alle cronache per aver gestito il rientro in Italia dei 22 miliardi spettanti al conte Vitali per la mediazione di Telekom Serbia oggetto di accertamenti della commissione d’inchiesta di cui faceva parte proprio Italo Bocchino. Che, per inciso, a nessuno dei colleghi commissari ha mai raccontato della sua frequentazione con Bassini grazie al quale ha salvato il suo vecchio giornale (il Roma) salvando pure la società della moglie (la casa cinematografica Goodtime). Quest’uomo batte cassa, batte i pugni sul tavolo, batte là dove duole il dente di Bocchino.
Signor Bassini, una raccomandazione: Italo Bocchino ha la querela facile, se non le dispiace accendiamo il registratore
«Accenda pure. Tanto la querela, Bocchino, non gliela fa. Perché noi facciamo parlare gli atti ufficiali (cenno d’assenso all’avvocato Silvia Masotti, seduta accanto, ndr)».
Da dove cominciamo?
«Dai quattro miliardi di finanziamenti che Bocchino e la moglie ottennero grazie a me. Il primo fu di un miliardo e 800 milioni di lire a Gabriella Buontempo la cui società cinematografica navigava in cattive acque. Mi feci convincere al prestito da Silvana Spina, un’amica comune, consulente nella mia Finbroker, che diventerà poi socia della Bocchino nella Goodtime ad affare avviato. Presi a frequentare con assiduità casa Bocchino a Roma, pranzi e cene. Successivamente l’onorevole mi chiede di fare un’altra operazione, di “salvataggio” del giornale Roma. Siccome non avevo più soldi, l’operazione da 2 miliardi e 400 milioni di lire venne fatta, tramite me, dalla finanziaria Finbrocker di San Marino, quella della mediazione del conte Vitali per Telekom Serbia».
Le somme sono state restituite?
«Che fa, sfotte? Nel 2001 feci un prestito alla Goodtime Enterprise di Gabriella Buontempo Sas per un miliardo e 850 milioni. Di questa somma, però, un miliardo e due lo erogai il 26 maggio 2001 con un assegno (vedi sotto, ndr). I soldi dovevano servire a ripianare il buco, non c’era certezza sui tempi della restituzione anche se la signora garantiva che aveva tanto lavoro con la Rai».
Il secondo finanziamento...
«Bocchino mi chiede di scontare un credito da due miliardi e rotti di lire vantante nei confronti della presidenza del Consiglio dei ministri per l’edizione del Roma. Gli dissi che non avevo più soldi ma che nella Finbroker c’erano quelli che il conte Vitali aveva trasferito dalla Svizzera a San Marino. Avevo questa fiduciaria, procedemmo con la cessione del credito, e facemmo questa operazione con la Spina, Bocchino e indirettamente con il conte Vitali, che sostiene di non aver ricevuto niente indietro».

Sta dicendo che Bocchino sapeva che quei soldi erano del protagonista di Telekom Serbia sul quale lo stesso Bocchino, insieme ai membri della commissione d’inchiesta, indagava?
«Ma certo!».
Stia attento che querela.
«Macché querela. Spieghi, piuttosto, come mai non si è ricordato di far presente ai colleghi commissari questa frequentazione “economica” con me e col conte Vitali. E se ha tempo provi a spiegare come mai la “sua” commissione ha convocato persino quel tal Igor Marini e non il sottoscritto, ascoltato ripetutamente dai magistrati. In un passaggio dell’ordinanza di Torino si dice che quando i giornali parlano della provvista di Vitali, Bocchino manda un fax alla Spina, socia della moglie, lamentandosi perché non le aveva detto nulla sulla provenienza dei soldi. Per i pm il fax era concordato, l’onorevole si voleva precostituire un alibi».
Nella sentenza d’archiviazione di Telekom Serbia, però, i giudici optano per la buona fede di Bocchino...
«Nella sentenza si dice anche che la Spina ha messo in contatto la famiglia Bocchino con il conte Vitali, il dominus dell’affaire sul quale Bocchino indagava in Parlamento».
Si calmi, Bassini. Torniamo ai prestiti
«Nel 2004 chiedo indietro i soldi del primo finanziamento ma nel 2005 vengo arrestato per una bancarotta. Un anno dopo torno alla carica ma mi accorgo che la signora Bocchino temporeggia».
In che senso?
«Prende tempo, non parla di soldi. Io ribadisco che la cifra è quella concordata ed erogata ma quando vado a tirare fuori le carte mi accorgo che sono andate disperse. Per una botta di culo tempo dopo ritrovo copia dell’assegno da un miliardo e due, grazie al quale il 28 aprile 2009 ottengo il decreto ingiuntivo. Così da maggio a dicembre di quell’anno tentiamo quattro pignoramenti (due verso la società della moglie di Bocchino, due contro la stessa signora) ma nessuno va in porto perché, a casa Bocchino, e presso la società, l’ufficiale giudiziario non riesce a entrare. E ancora. Nello stesso giorno in cui la prima raccomandata con il decreto ingiuntivo (8 maggio 2009) arriva a casa Bocchino, la società della Buontempo viene cancellata dal registro delle imprese! Una coincidenza stupefacente al pari dell’immediato cambio della sede della società appena cancellata. A dicembre 2009, falliti i tentativi, il tribunale di Forlì sconfessa un suo giudice che in precedenza aveva emesso il decreto e concede una sospensiva nell’esecuzione del pignoramento in attesa della sentenza. La motivazione si basa su questa tesi della Buontempo: sì, è vero che quell’assegno a firma Loris Bassini l’ho incassato ma i soldi li dovevo ridare alla Spina, che poi li doveva ridare a Bassini, quindi non li devo a Bassini. Capite la follia!?».
Finita?
«Macché. A un certo punto optiamo per il pignoramento di casa della signora Buontempo, che risulta usufruttuaria mentre l’onorevole è nudo proprietario. In via delle Tre Madonne, dove la Buontempo ha il domicilio, niente. Chiuso. Nella casa di corso Vittorio Emanuele la porta si apre... ».
E chi c’era dietro?
«Nessuno della famiglia Bocchino bensì il prefetto Vito Mattera, il quale dichiara di essere in affitto dalla Buontempo (pur risultando residente altrove!). Optiamo per il pignoramento presso terzi così che l’affitto il prefetto lo versa a noi. A forza di rincorrere ovunque i Bocchino siamo riusciti a mettere un’ipoteca su una casetta in Abruzzo. Se vuole continuo... ».



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Al Sud pagelle migliori di quelle del Nord Più bravi o solo più furbi?

di Enza Cusmai

Anche quest’anno medie più brillanti e molte più borse di studio al Sud rispetto al Nord.

Quasi sempre per merito dei professori.

Il commento di Giordano Bruno Guerri


 

Rassegniamoci. Anche quest’anno la maturità degli studenti italiani viaggerà su due binari. Al Nord voti dignitosi e pochi cento e lode, al Sud medie più brillanti e tanti punteggi massimi a cui attribuire una borsa di studio. Il cervellone del ministero dell’Istruzione ha analizzato più della metà dei risultati nazionali e i non ammessi continuano a salire. Per ora si attestano al 6,8 per cento (quasi 35 mila studenti), ma tra qualche settimana saranno distribuiti i dati definitivi delle votazioni, che non sorprenderanno nessuno. Saranno, come sempre, i ragazzi delle scuole meridionali a fare bella figura. E ad essere premiati con borse di studio di circa 600 euro).

L’anno scorso per esempio gli studenti più bravi erano pugliesi e in Puglia c’è stato anche il record dei promossi a pieni voti: 523, quasi 15% del totale nazionale, molto più della laboriosa Lombardia, dove gli studenti modello erano 210 studenti. Un dato anche più impressionante se si considera che nel tacco d’Italia i diplomati non superano quota 31 mila, mentre nelle scuole lombarde sono stati quasi il doppio, 51.315.

Ma le eccellenze sono tante anche in Campania e in Calabria. Manica larga dei professori, si era malignato quand’era salito agli onori della cronaca il caso del liceo classico «Gioacchino Fiore» di Rende, Cosenza, dove 24 studenti avevano portato a casa il 100 e lode. Manica larga dei professori, avevano ribadito gli esperti del ministero. Persino Lucrezia Stellacci, direttrice dell’ufficio scolastico della Puglia. aveva ammesso che «certi risultati non sono dovuti solo alla bravura dei discenti, ma anche ai diversi metri di valutazione».

Che sono poi quelli discrezionali delle commissioni d’esame: in camera caritatis largheggiano. Basta leggere l’ultimo rapporto dell’Invalsi, sulla prova quiz dell’anno scorso in terza media: i supervisori hanno denunciato a chiare lettere «comportamenti opportunistici» in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e in misura minore in Basilicata e Molise. In pratica, in tutto il Sud, i ragazzi copiano a man bassa davanti alle domande trabocchetto. Lo hanno capito subito gli esperti che si sono ritrovati in mano dei questionari fotocopia. Irritante e anche un po’ inutile il giochino. Scoperto e denunciato.

Già, ma di chi è la colpa di questa figuraccia? Chi permette agli studenti di copiare, peggio, chi fornisce loro le risposte giuste? I docenti ovvio, che spesso in questo modo fanno fare bella figura ai ragazzi e si mettono in bella mostra pure loro perché si sa. Così al ministero dell’Istruzione c’è irritazione. Confermano che «la maturità è diventato solo un rito di iniziazione», con risultati «falsati geograficamente dal comportamento degli insegnanti».

Forse è per questo che il ministro Gelmini vuole distribuire borse di studio solo a chi supera test oggettivi e non ha chi può vantare voti eccelsi. La Merkel ha aperto la strada con le borse di studio basate solo sul valore. La Gelmini intende fare altrettanto. Basta pastette nelle commissioni d’esame, basta suggerimenti nei questionari.
Ora invece accade il seguente paradosso: quando si misurano gli apprendimenti a livello oggettivo, il Sud crolla di diversi punti percentuali rispetto al centro-Nord. (salvo le copiature di massa, stanate dagli esperti Invalsi); quando si passa alle prove discrezionali, la situazione si capovolge.

Anche l’ultima analisi dei temi della maturità conferma questa contraddizione. La scarsa padronanza della lingua italiana è drammatica al Sud e persino gli studenti liceali che hanno ripetuto qualche anno di scuola «mostrano livelli di competenza più bassi non solo di quelli dei loro compagni in regola, ma in molti casi anche di quelli degli stessi studenti in ritardo nei Tecnici e nei Professionali». E alla maturità magari pigliano il massimo dei voti.





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