martedì 20 luglio 2010

Machu Picchu, la montagna incantata festeggia un secolo dalla scoperta

Il Messaggero

L'attrazione torna visibile dopo le inondazioni.
Ripristinata la linea feroviaria, adesso il luogo è aperto alle escursioni



  
di Sergio Rinaldi Tufi

ROMA (20 luglio) - La scoperta scientifica di Machu Picchu (“montagna vecchia” nell’antica lingua quechua), massima attrazione del Perù e “patrimonio dell’umanità” Unesco, sta per compiere un secolo: fu nel 1911 che lo statunitense Hiram Bingham, raccogliendo le indicazioni del peruviano Augustín Lizárraga, avviò in questo stupendo avamposto di Foresta Amazzonica, 192 km a nord di Cusco, nella parte meridionale del Paese, l’esplorazione della “città perduta degli Incas”.

Se si può anticipare la celebrazione, è per buoni motivi: dopo la disastrosa piena dello scorso gennaio, in cui il fiume Urubamba aveva investito la ferrovia che conduce ad Aguas Calientes (base per le escursioni nel sito), la linea è stata almeno in parte ripristinata, e la meraviglia è di nuovo accessibile; il Perù inoltre, attraversa (pur fra cataclismi e mille problemi) una fase di sviluppo economico, e sta potenziando lo studio e la valorizzazione del suo immenso patrimonio culturale, con il contributo di altri Paesi, fra cui l’Italia.

La società Inca è, nell’area delle Ande, quella che ha lasciato più tracce: si chiamava “Tahuantinsuyu” (civiltà del Sole) ed era governata da re detti anch’essi “Inca”, generati dal lago Titicaca, a sud del Paese. Il primo storicamente accertabile è Pachacutec (1438-1471), che ha la meglio sui nemici Chancas; Tupac (1471-1493) arriva a conquistare l’Ecuador; con Huayna Capac (1493-1527) si forma un impero di 5000 kmq e di 10 milioni di abitanti, con un’architettura e un’urbanistica evolute, una vasta rete di strade (anche se gli Incas non usano la ruota), un altissimo artigianato artistico (ceramica, ori, argenti), risorse minerarie e agricole (efficaci i sistemi di irrigazione, con cui si porta anche l’acqua dalle Ande all’arida fascia costiera).

Ma Atahualpa, attestandosi a Cajamarca nel Nord, contenderà il potere al fratello Huarasc, insediato a Cuzco: nel 1533, fra errori, orrori, tradimenti, efferatezze soccomberà ai Conquistadores spagnoli di Francisco Pizarro. Dopo altri sussulti, l’ultimo Inca, Tupac Amaru, sarà sconfitto e ucciso nel 1572. I Conquistadores, con i loro cronisti, ci danno notizie su una società che era priva di scrittura: ma quella società fanno di tutto per annientarla, imponendo credenze, usi, architetture (anche se l’urbanistica “coloniale” non è priva di fascino: città dalla pianta a scacchiera, piazze, cattedrali). Machu Picchu sopravvive, nascosta nella foresta: solo la scoperta di inizio Novecento la sottrae all’oblio.

La visita è stupefacente. Quando il bus che parte da Aguas Calientes ci scarica all’ingresso del sito, c’è da fare una prima serie di gradini (alla fine saranno 3000, a 2400 metri di altitudine…): ma d’improvviso, da un costone, appare la città, mirabilmente adattata a un ripido pendio che è sovrastato da alte montagne (il ghiacciaio di Salkantay è a 6271 metri) e che a sua volta si affaccia sulle anse dell’Urubamba. Si visitano un settore agricolo, costituito da grandi gradoni terrazzati (terra coltivabile “conquistata” alle Ande), e un settore urbano, fortificato, con un impianto a “U” che lascia al centro una piazza aperta e si dispone, dall’alto in basso, con due serie di edifici costruiti in blocchi poderosi e accuratamente squadrati, spesso dotati di finestre trapezoidali. Il Tempio del Sole (“El Torreon”), la Grande Meridiana, la Tomba Reale, il Tempio del Condor… Per una volta l’archeologo non approfondisce interpretazioni e ipotesi, si gode la pura bellezza. Segnala solo che sono stati trovati scheletri in prevalenza femminili: si è parlato di “dimora delle vergini del Sole”, una specie di grande convento femminile sull’antico “Cammino Inca”, impervia strada d’altura.

Questa città, che doveva contenere circa 1000 abitanti, è solo un esempio della enorme varietà delle scelte architettoniche adottate. Sachsayhuaman è un enorme tempio presso Cusco, su tre livelli chiusi da possenti mura costruite in grandi blocchi anche più perfetti di quelli di Machu Picchu: irregolari ma perfettamente combacianti gli uni con gli altri. Non dissimile la tecnica edilizia adottata a Ollantaytambo, fortezza, o forse meglio città-alloggio, che domina la Valle Sacra degli Incas: fontane, gradoni lungo un ripido pendio, “adoratorio” sulla sommità.

Impressionanti, nella stessa Valle, i grandi terrazzamenti concentrici di Moray, certo destinati ad uso agricolo, ma forse non privi di qualche implicazione misteriosa o magica. A Cantayo troviamo acquedotti sotterranei con grandi pozzi per la manutenzione. A Raqchi è il “Partenone delle Americhe”, un grande edificio a quattro navate dedicato al dio Wiracocha: resta il muraglione centrale in mattoni crudi. Accanto erano un quartiere destinato alle “donne prescelte” (fabbricavano vasi e tessuti) e una serie di magazzini a pianta circolare.
Già prima degli Incas, altre civiltà andine avevano avuto grande sviluppo: ricordiamo quelle di Caral, di Chavín, di Paracas, di Nazca e soprattutto, a nord-ovest, quella dei Moche (o Mochica) e di Chimù. I Moche ebbero monarchi ricchi e potenti fa 200 a.C. e 600 d.C.; il regno di Chimù ne raccolse l’eredità, trasmettendola infine agli Incas. Proprio sui centri principali di queste civiltà (vedi qui accanto) si sta lavorando con progetti internazionali: Huaca del Sole e della Luna, Huaca di Cao, Sipan, Chan Chan.





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Figlia bionda, papà e mamma neri Nascita prodigiosa in Gran Bretagna

IL Tempo

La bimba con gli occhi azzurri è nata da una coppia di nigeriani.
I medici hanno assicurato che non è albina. Attonito il mondo accademico.



I medici britannici sono rimasti sconcertati e i genetisti non hanno saputo spiegare come sia potuto succedere: una bimba di pelle bianca, bionda e con gli occhi azzurri è nata da una coppia di genitori neri. La coppia britannica di origine nigeriana è formata da Ben e Angela Ihegboro, genitori già due figli, la piccola Dumebi di 2 anni e Chisom, un maschietto di 4 anni, riferisce il Daily Mail. Il padre, quando ha visto la terzogenita appena venuta alla luce al Queen Mary hospital di Sidcup, non ha potuto fare a meno di chiedere: "ma è lei mia figlia?". La piccola è stata chiamata Nmachi che vuol dire "bellezza di Dio", sua madre ha detto che è "bellissima, una bimba prodigio", si legge, e i medici hanno assicurato che non è albina.

SCIENZIATI INCREDULI -  "Una nascita straordinaria", ha commentato sul tabloid inglese Bryan Sykes, docente di genetica umana all'Università di Oxford. Per l'accademico i due genitori potrebbero avere antichi antenati di pelle chiara. "Le regole della genetica sono complesse - spiega Skyes - e spesso non conosciamo le cause di eventi come questo. C'è un grande mix genetico nelle popolazioni Afro-Caraibiche, ma non in Nigeria". Nascite prodigiose come questa hanno grande eco sulla stampa popolare britannica. Il Daily Mail ricorda a tal proposito il 2006, quando da una coppia mista nacquero due gemelline. Due gocce d'acqua in tutto e per tutto, tranne che per il colore della pelle: una era bianca, l'altra nera.





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Costrinse tre ragazzi al saluto romano La Cassazione: «Violenza e lesioni»

Corriere della sera

Le vittime erano state costrette ad alzare il braccio destro e a gridare «Viva il duce»

Costringere qualcuno, «esercitando violenza», ad «alzare il braccio destro gridando "Viva il duce"» è reato. Lo sancisce la Cassazione, confermando la decisione della Corte d’Appello di Bologna, che aveva condannato un ragazzo per «lesioni dolose e violenza privata» nei confronti di tre giovani vittime.

Il ragazzo era stato condannato dalla Corte d’Appello per «aver dato manforte a un amico - si legge nella sentenza - che stava esercitando violenza nei confronti di tre giovani nel tentativo di indurli ad alzare il braccio destro gridando "Viva il duce"». L'amico è stato giudicato in un procedimento separato. Il ragazzo in questione, invece, aveva fatto ricorso in Cassazione sostenendo di essere intervenuto solo per proteggere il suo amico, che aveva dato inizio all’azione di prepotenza, temendo una reazione degli altri tre ragazzi. La Quinta Sezione Penale, però, ha riconosciuto la responsabilità del giovane nel tentativo di costringere le tre vittime e ha rigettato il ricorso. I Supremi Giudici hanno ritenuto «ragionevole e immune da vizi logici» la sentenza della Corte d’Appello, condannando il ragazzo anche al pagamento di mille euro, oltre alle spese processuali.


20 luglio 2010





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Licenziato operaio Fiat di Termoli, partecipò al presidio di Pomigliano»

Corriere della sera


I Cobas: «Il Lingotto passa alla repressione di lavoratori e sindacalisti»il lavoratore fa parte del coordinamento provinciale dello Slai di Campobasso «Licenziato operaio Fiat di Termoli, partecipò al presidio di Pomigliano»


La Powertrain di Termoli
La Powertrain di Termoli

MILANO
Un operaio della Fiat Powertrain di Termoli, del coordinamento provinciale dello Slai Cobas di Campobasso, è stato licenziato dall'azienda per aver partecipato al presidio davanti al Giambattista Vico di Pomigliano d'Arco lo scorso 22 giugno, in occasione del referendum in fabbrica.

«NON L'HANNO FATTO ENTRARE» - È quanto dichiara Vittorio Granillo, del coordinamento del sindacato di base, annunciando un'azione legale in difesa dell'operaio, Giovanni Musacchio. Per i sindacati di base, «la Fiat, non riuscendo ad avere consensi, passa alla repressione nei confronti degli operai e dei sindacalisti». «Abbiamo assistito in questi giorni alle azioni di forza da parte dell'azienda - ha proseguito Granillo - che ha dapprima licenziato i delegati Fiom a Melfi e adesso il rappresentante dello Slai Cobas». Secondo quanto reso noto da Granillo, l'operaio si era recato in fabbrica a Termoli per il secondo turno di lavoro: «Ma non lo hanno fatto entrare e gli hanno comunicato il licenziamento davanti ai cancelli, preannunciando la successiva lettera a casa. Secondo quanto gli hanno spiegato, Giovanni aveva usufruito di un permesso per accudire la propria figlia. Un permesso che però terminava alle 14, ed è stato allora che il nostro esponente ha raggiunto gli altri delegati di Termoli arrivati a Pomigliano d'Arco».

FIOM: VENERDÌ SCIOPERO DI 2 ORE - Nel frattempo, la Fiom ha proclamato un nuovo sciopero dei lavoratori del gruppo Fiat «per il salario, per i diritti, per il lavoro» e «contro i licenziamenti» di alcuni sindacalisti. La protesta di due ore, fissata per venerdì 23 luglio, è stata decisa dal coordinamento nazionale Fiom del Lingotto. Mercoledì 28 luglio, i rappresentanti della Fiom incontreranno invece i gruppi parlamentari e le forze politiche in piazza Montecitorio a partire dalle 11. La Fiom rivendica la corresponsione immediata di una cifra non inferiore all’anno scorso (600-800 euro) a tutti i dipendenti, anche a quelli in cassa integrazione, relativa al premio di risultato; il ritiro dei licenziamenti a carattere «intimidatorio»; e l’apertura di un negoziato sulle prospettive industriali e occupazionali del gruppo.

Redazione online
20 luglio 2010



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In Calabria un miliardo di buco per far morire la gente in corsia

Libero





Il triste episodio, accaduto lo scorso 13 luglio, ma portato alla luce solo ieri, riguarda una bambina nata all' ospedale di Rossano. La piccola è deceduta mentre stava per essere trasferita in elisoccorso al reparto di Neonatologia dell ospedale dell'Annunziata, a Cosenza. E, sul terribile episodio dai contorni ancora confusi e imprecisati, la Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari e i disavanzi sanitari regionali ha aperto un’indagine. "Libero", sulla questione della sanità malata nel Mezzogiorno, ha condotto un'inchiesta.

di Nino Sunseri

Il ministro Sacconi, con amara ironia, dice che i conti nella sanità in Calabria, prima degli ultimi interventi venivano trasmessi “per tradizione orale”.
 Non a caso alla Ragioneria Generale dello Stato, secondo cui il debito sanitario della Regione ha raggiunto il miliardo di euro (ma non ne sono certi), la chiamano «contabilità omerica»: gli incaricati andavano dai dirigenti delle Asl e si facevano dare a voce i numeri di bilancio. E infatti i conteggi sono tutt’altro che consolidati.

Potrebbe anche essere possibile che il buco abbia raggiunto la soglia di 1.800 milioni. Tutto dipende dal calcolo dei crediti e dalla possibilità di recuperarli. Operazione non sempre facilissima in una terra dove non sempre le forze dell’ordine hanno il controllo totale del territorio.
Gli specialisti di Kpmg, che di bilanci nella loro vita ne hanno visti a milioni, hanno alzato le mani. Hanno bisogno di un supplemento di istruttoria per capire che cosa è successo. Anche perchè la Calabria è l’unica Regione che non copre le spese della sanità con risorse proprie. Arriva tutto da Roma. Ma non è ben chiaro l’ammontare dei trasferimenti.
 
Più buchi che altro, come sta venendo fuori dalla Commissione Bicamerale di inchiesta sui disavanzi sanitari.  Un quadro di sprechi senza fine.  Contano le gare di appalto e l’erogazione degli stipendi. Il lavoro dei dipendenti si paga a parte.
 Nella media della Regione, dove ci sono ospedali da 10-20 posti letto con 100 medici, il rapporto tra produzione e costi, secondo la Corte dei Conti, è del 47,3%. Non a caso andrebbero chiusi diciannove delle trentanove case di cura pubbliche esistenti.

I cinque ospedali della Piana di Gioia Tauro producono per 23 milioni di euro, ma ne costano 76 ai contribuenti, 52 dei quali solo per il personale. Complessivamente i dipendenti sono più di 33.500 di cui quattromila medici. Al netto, ovviamente dei precari il cui numero, per definizione, è imprecisato.
 In uno degli ospedali della Piana di Gioia Tauro i ci sono addirittura 26 cuochi, anche se il servizio mensa è appaltato all' esterno. Il presidio  di Acri produce per 7 milioni e ne costa 27. Quello di Scilla fattura 12 milioni e costa 36.
 
A Catanzaro sono riusciti a spendere 924.600 euro per pagare «il personale religioso convenzionato»: 10 suore caposala e due cappellani. Per razionalizzare, invece di chiudere gli ospedali più piccoli, si tolgono materassi e lenzuola, lasciando in piedi tutto il resto. Un po' come succede a Napoli, che vanta la collina più ospedalizzata del mondo: sei nosocomi a poche centinaia di metri l' uno dall' altro con quattromila posti letto.

I centri convenzionati per le analisi, in Calabria come in Campania, si sprecano. In Emilia-Romagna ci sono tanti punti di raccolta, ma un centro unico che fa milioni di analisi l’anno: costano 50 centesimi l' una, mentre in Calabria la stessa analisi costa 6-7 euro. La spesa per farmaci rappresenta il 28% della spesa sanitaria, ovvero 213 euro pro-capite nella media nazionale: a Bolzano però sono 149, in Toscana 175, nel Lazio diventano 251, in Sicilia 266 e in Calabria 277 euro.

Per la verità nel tentativo di arginare le spese della sanità in Calabria sono state trovare soluzione non prive di fantasia. Era il 28 novembre del 2006 quando la Giunta Regionale, assessore Lo Moro, con una mossa a sorpresa e dall’aria fortemente innovativa nominò i nuovi manager della sanità calabrese.
A Crotone ci mandarono perfino un tedesco, Thomas Schael, che rivoltò l’azienda come un calzino. Subì un forte isolamento politico, fu rimproverato per le sue "ispezioni a sorpresa", rimosso quando denunciò la presenza di un buco nell’azienda crotonese di 70 milioni di euro. Non fu un gran successo.

Dalle regioni del Sud, secondo i dati della Corte dei Conti, l' 8,8% dei malati fugge al nord per curarsi. Ne scappano 63 mila l' anno dalla Campania, 54 mila dalla Calabria, 37 mila dalla Sicilia. E tutto questo costa. I 12 miliardi di debito accumulati fino al 2005 sono stati tamponati con i prestiti del Tesoro che le Regioni (le solite) dovranno ripagare entro il 2037. Ammesso che il problema, e la Corte dei Conti dubita fortemente, si sia risolto. Forse la sanità non è più «la casa allagata con il rubinetto aperto» come si diceva una volta. Ma resta ancora, per molti, un albero della cuccagna.



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Va a letto con 300 donne grazie a Facebook: cacciato

Quotidianonet

Un ex minatore del Galles, già allontanato più volte, aveva escogitato un trucco: si registrava come donna e ci provava con le lesbiche







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Imprigionato in un corpo immobile Ingegnere inglese chiede di morire

Corriere della sera

Dopo un incidente Tony Nicklinson muove solo testa e occhi.
Ma il suicidio assistito è punito dalla legge


MILANO

Da cinque anni Tony Nicklinson vive intrappolato in un corpo che non riconosce più, dopo un devastante ictus che lo ha colpito durante un viaggio d’affari ad Atene nel 2005 e che lo ha lasciato completamente paralizzato, eccezion fatta per la testa e gli occhi, le sole parti che riesce ancora a muovere. Una condizione nota in medicina con il nome di "locked-in syndrome" (ovvero, sindrome da chiavistello o dell’uomo incatenato), che l’ingegnere 54enne non è più disposto a sopportare, tanto da aver iniziato una battaglia legale, che rischia di arrivare fino alla Suprema Corte, per permettere alla moglie Jane di "ucciderlo" senza per questo essere accusata di omicidio, come invece succederebbe con le attuali leggi vigenti in Inghilterra. L’idea dell’uomo, che comunica utilizzando una tastiera Perspex, sarebbe quella di morire in casa propria, con tutta la sua famiglia accanto (ha due figlie, Lauren, 22 anni, e Beth, 20), piuttosto che essere costretto a volare fino in Svizzera, dove, invece, l’eutanasia è legale.

Nicklinson nella situazione attuale, assistito dalla  moglie
Nicklinson nella situazione attuale, assistito dalla moglie
«SENZA DIGNITÀ» - «Sono paralizzato dal collo in giù e non riesco a parlare - ha detto Nicklinson in una dichiarazione pubblica - e ho bisogno di aiuto per fare la maggior parte delle cose. Devo essere lavato, vestito e alimentato attraverso un tubo per due volte al giorno e non mi posso grattare se ho prurito o toccare il naso. Una vita del genere mi ha tolto la mia dignità di uomo e non intendo andare avanti così per i prossimi vent’anni o giù di lì, sono stufo di vivere e non sono affatto grato ai medici che mi hanno salvato la vita. Se potessi tornare indietro, non chiamerei mai più quella maledetta ambulanza e lascerei che il destino facesse il suo corso». Il suo legale, l’avvocato Saimo Chahal, ha presentato un’istanza all’Alta Corte per chiedere la revisione giudiziaria del regolamento imposto a febbraio dal Director of Public Prosecutions (il nostro procuratore della Repubblica), Keir Starmer, sulla punibilità o meno nei casi di suicidio assistito. «Qualunque cosa faccia la signora Nicklinson - si legge nella lettera del legale di famiglia - è mossa da compassione e basata sul fatto che lo stesso signor Nicklinson è arrivato a tale decisione in maniera lucida e ragionata. E, come sapete, il consenso non è una difesa all’omicidio. Il volere di entrambi è di sapere se la signora Jane sarà processata per omicidio nel caso in cui assistesse il marito a porre fine alla sua vita avendo un ruolo attivo».
ERGASTOLO - Secondo gli avvocati di Nicklinson, la legge sull’omicidio costituisce un’ingerenza sproporzionata al diritto di autonomia personale sancito dall’articolo 8 della Convenzione europea sui diritti umani e chiedono, pertanto, che la legge sia cambiata, per riconoscere la differenza fra eutanasia e omicidio. In Inghilterra, il suicidio assistito è punito con 14 anni di galera, ma nel caso in cui la donna fosse ritenuta colpevole di aver ucciso il marito, anche se fosse stato quest’ultimo a incoraggiarla a farlo, la pena sarebbe l’ergastolo. «Dev’essere possibile cambiare la legge - ha spiegato Jane al Guardian - anche se nessuno dice che sia una cosa facile. Vedere il mio povero Tony soffrire in questo modo è una cosa indicibile. Il rugby era la sua passione e lui per carattere era l’anima di ogni festa e il fatto che ora non riesca nemmeno a comunicare è estremamente frustrante. Bisogna cambiare la legge e questo è il solo modo per mio marito di avere quello che vuole, anche se non mi chiederà mai di aiutarlo, se pensasse che potrei essere accusata di omicidio». Nicklinson, che trascorre la maggior parte del tempo a guardare la tv o a scrivere le sue memorie grazie a un’apposita tastiera manovrata da un cordino che porta al collo, necessita di continua assistenza e durante la notte ha un’infermiera che si occupa di lui e che gli pulisce la saliVa o lo aiuta a muovere gli arti.
I RISCHI - «La situazione del signor Nicklinson è davvero tragica – ha detto al Daily Mail Sarah Wootton, chief executive dell’associazione Dignity in Dying - e la sua richiesta di morire è una domanda difficile da porre alla società, perché non ha risposte facili. Di certo, la legge vigente non è dalla parte dei Nicklinson e sarebbe impossibile non provare simpatia per questa famiglia, anche se il diritto del signor Tony di stabilire la sua morte deve essere necessariamente bilanciato con le preoccupazioni circa l’impatto che potrebbe avere la legalizzazione del suicidio assistito su gruppi di persone potenzialmente vulnerabili». Un timore che è anche del rappresentante di Care not Killing, secondo cui «rimuovere o ammorbidire la pena per la cosiddetta "dolce morte" lascerebbe persone vulnerabili senza un’adeguata protezione legale e contribuirebbe a rafforzare l’idea che la vita di una persona malata o disabile valga meno delle altre».
Simona Marchetti
20 luglio 2010



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Il tesoro nascosto di Kafka riemerge dai caveau di Zurigo

Corriere della sera

complessa vertenza giudiziaria oppone Biblioteca Nazionale di Gerusalemme alle eredi

Riportati alla luce manoscritti e disegni dello scrittore ceco: appartengono alle sorelle Ruth ed Eva Hoffe

complessa vertenza giudiziaria oppone Biblioteca Nazionale di Gerusalemme alle eredi

Il tesoro nascosto di Kafka riemerge dai caveau di Zurigo


Franz Kafka
Franz Kafka
MILANO - Un tesoro nascosto, conservato per decenni nei caveau di una banca a Zurigo, e ora portato alla luce. Manoscritti e disegni di Franz Kafka sono stati recuperati dalle casseforti dell’Ubs di Zurigo, dove da oltre mezzo secolo sono depositate alcune delle opere dell’autore de Il processo, il grande scrittore ceco morto di tubercolosi nel 1924 in Austria. L'apertura dei caveau - spiegano diversi quotidiani internazionali - è stata richiesta da un tribunale israeliano in una vertenza che oppone lo Stato ebraico a due sorelle che hanno ereditato l'archivio dell'editore Max Brod, amico di Franz Kafka. Secondo Haaretz, dalle casseforti è emerso «un vero tesoro letterario». Esso include, fra l'altro, diverse lettere e il manoscritto originale di un breve e ben noto racconto di Kafka (il giornale non precisa quale) che gli studiosi non avevano mai potuto esaminare da vicino.

L'ARCHIVIO DI BROD - L'archivio di Brod, contenuto in ben quattro casseforti, si trovava nei caveau di UBS dal 1956. L'apertura delle casseforti di Zurigo segue quella di altri caveau appartenenti all'amico dello scrittore che si trovavano in due banche di Tel Aviv. L'obiettivo è conoscere l'esatto contenuto dell'archivio. Ma non sarà tuttavia possibile conoscere la lista delle opere custodite nei caveau di Zurigo, perché le sorelle Ruth ed Eva Hoffe, che hanno ereditato l'archivio, hanno chiesto alla giustizia israeliana di imporre il silenzio stampa sull'esito del controllo.

LE SORELLE HOFFE - Nato nel 1883 a Praga, Kafka avevano incaricato il suo amico Max Brod di bruciare la sua opera alla sua morte, ma, venendo meno alla volontà dello scrittore, Brod, emigrato a Tel Aviv nel 1939 per sfuggire al nazismo, pubblicò i testi. Prima di morire designò la sua segretaria, Ilse Esther Hoffe, come suo erede. Quest'ultima, a sua volta, ha lasciato tutti i suoi beni alle figlie. Alla morte della madre, tre anni fa, Ruth ed Eva Hoffe hanno voluto farsi confermare l’eredità dalle autorità israeliane. A Tel Aviv è quindi in corso un processo per stabilire se le eredi possano disporre liberamente di questo patrimonio. La Biblioteca nazionale di Israele a Gerusalemme ha colto l’occasione per tentare, secondo il direttore Shmouel Har-Noï, di «recuperare i manoscritti di Kafka».

Redazione online
20 luglio 2010



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Un compromesso tra Pechino e Google "L'azienda rispetterà le leggi cinesi"

Quotidianonet

Il governo ha rinnovato la licenza che permette al colosso di Mountain View di operare nel Paese.
Ecco i termini dell'intesa

Pechino, 20 luglio 2010

Il governo cinese ha confermato il rinnovo per un anno della licenza che permette a Google di operare nel Paese in quanto l’azienda statunitense ha accettato di rispettare le leggi sulla censura: lo ha reso noto il Ministero dell’Industria e della Tecnologia di Pechino.

Si tratta del primo commento ufficiale cinese alla vicenda Google, innescata proprio dai meccanismi di censura messi in atto dal governo di Pechino nel tentativo di controllare l’accesso ai contenuti della Rete.

L’accordo implica che Google “non fornirà informazioni in grado di minacciare la sicurezza nazionale o gli interessi cinesi, non inciterà all’odio razziale, non propalerà notizie legate alla superstizione, non minaccerà la pace sociale né diffonderà contenuti a carattere pornografico, violento o diffamatorio”, conclude il ministero.

L’azienda statunitense spiega che l’intesa permette che i sistemi attivi su Google.cn (musica, traduzione, ricerca di prodotti) non siano sottoposti ad alcuna censura: per tutti gli altri servizi sarà però necessario spostarsi su Google.com.hk, attivo a Hong Kong. La Cina rimane il principale mercato internet mondiale con 420 milioni di utenti registrati alle fine di giugno, secondo le stime ufficiali.





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Totti alla Lega: «Non posso rispondere a chi non canta l'inno nazionale»

Il Mattino

«Pensino di più all'Italia, sono fiero di essere romano»
Poi torna sul calcio a Balotelli: «Ho pensato di smettere»


  

RISCONE DI BRUNICO (20 luglio)

«Non posso rispondere a gente che non canta nemmeno l'inno nazionale». Francesco Totti di nuovo contro la Lega. Il capitano giallorosso è tornato oggi sulle polemiche scoppiate dopo alcune sue dichiarazioni che avevano scatenato le reazioni del partito di Umberto Bossi.

«Sono fiero di essere romano ci sono sempre invidie tra Roma e nord - ha detto oggi Totti a Riscone di Brunico, vicino a Bolzano, dove la Roma è in ritiro pre campionato -. Io credo che dovrebbero pensare più all'Italia e a cose più importanti che a quello che dico, ma non mi sembra che ci pensino».

«È vero che ho pensato di smettere alla fine della scorsa stagione», ha poi detto Totti tornando sulle polemiche scoppiate dopo il calcione dato a Balotelli. «C'è stato un momento in cui ho pensato di smettere per quello che era successo però alla fine parlando con delle persone importanti mi hanno fatto cambiare idea perché quando c'è la passione è difficile andare su altre strade».





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Tour, Contador si scusa con Schleck

La Stampa

«Il fair play è importante»

PARIGI

Il corridore spagnolo Alberto Contador ritiene di essersi «probabilmente sbagliato» per non aver aspettato il lussemburghese Andy Schleck, costretto ad uno stop a causa di un guasto meccanico nel corso della 15/a tappa del Tour de France, tra Pamiers e Bagneres-de-Luchon.
Lo scatto di Contador, proprio nel momento di difficoltà del rivale, ha permesso allo spagnolo di
guadagnare secondi preziosi e di ottenere la maglia gialla.



«Forse mi sono sbagliato e mi dispiace. È una cosa che non mi piace. Per me il fair-play è molto importante», ha detto il corridore dell’Astana, già due volte vincitore del Tour (nel 2007 e nel 2009), in un messaggio video inviato su Youtube la notte scorsa, attraverso il suo sito web ufficiale. Nel messaggio lo spagnolo ha aggiunto che sperava che questa polemica non avrebbe rovinato i suoi «buoni rapporti» con il lussemburghese.

Quest’ultimo, molto risentito a fine corsa ieri, ha criticato il rivale ed il suo team, l’Astana, per mancanza di fair- play: «Io non avrei mai approfittato della situazione. È chiaro - ha detto Schelck - che queste persone oggi non vincono il premio del fair play. Quando mi hanno visto in difficoltà forse avrebbero potuto aspettarmi».




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Sud, una famiglia italiana su cinque non ha soldi per andare dal medico

IL Messaggero

 

ROMA (20 luglio) - Una famiglia meridionale su cinque non ha i soldi per andare dal medico e una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. È quanto rivela il rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno 2010. Secondo la Svimez, nel 2008 nel 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per i vestiti e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo le bollette. Otto famiglie su 100 hanno rinunciato ad alimentari necessari, il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (in Sicilia e Campania circa il 25%).





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Addio ad Antonio Parlato, padre nobile della destra napoletana

Corriere del mezzogiorno

deputato del msi dal 1979

È morto questa notte, dopo una lunga malattia

Antonio Parlato
Antonio Parlato
La destra napoletana perde il suo “padre nobile”: è morto questa notte, dopo una lunga malattia, Antonio Parlato. Nato a Napoli il 1 luglio 1939, Parlato è stato uomo politico e studioso di economia, questione meridionale, storia medievale. Deputato del Msi dal 1979 per quattro legislature consecutive, è stato sottosegretario al Bilancio con delega al Mezzogiorno nel primo governo Berlusconi. È stato il recordman assoluto per proposte di legge e interrogazioni parlamentari presentate, circa 11.000 in totale.
ARTICOLI E LIBRI - Fu capogruppo in Consiglio comunale a Napoli di Alleanza Nazionale. Vicecommissario straordinario dell’Inail fino al 2003, propose ed ottenne che fosse redatto e pubblicato il primo “bilancio sociale” di una pubblica amministrazione. Dal 2004 era presidente dell’Ipsema, la Cassa previdenziale dei lavoratori marittimi. Ha scritto migliaia di articoli e decine di libri, tra i quali “Uscire dal capitalismo”, “I diritti del Mezzogiorno”, “I nuovi primati del Sud”, “Corradino di Svevia, l’ultimo ghibellino”, “Flavio Gioia e la Bussola”, “Responsabilità sociale di impresa”, “Ulisse e le sirene di Positano”, “Sua maestà il baccalà”. E’ stato direttore di Nautes, bimestrale dell’Ipsema, sulla cultura e l’ economia del mare, e direttore del sito quotidiano telematico “Iniziativa meridionale”.
Carlo Tarallo
20 luglio 2010




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La foto del giorno/ Cartello pazzo... tutti divieti, compreso quello di "propietà"

Il Mattino

  

Spettabile Redazione
Forse gli abitanti di questa strada, a Pozzuoli, vicino all'Accademia, andavano di fretta. Avevano così fretta a segnalare allo sventurato e quanto mai, imprudente, viaggiatore che di lì, per quella stradina (la loro?) non era semplicemente vietata la sosta, ma non era neppure consentito il passaggio. Neppure per errore. La freccia lo indica: obbligo a sinistra, ovvero (re)immettetevi di nuovo sulla via Domiziana.
E se proprio non vi è chiaro il motivo ve lo spiegano ancor con maggiore eloquenza: la strada porta a una "propietà privata". Ebbene sì, una propietà. Messo lì in bella evidenza. Capita, o no?

Lettera firmata





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Montami a costo zero" spot choc in Sicilia

Libero





Uno spot “volgare e sessista” tanto che l’Assessorato alla Famiglia del comune di Milazzo, in Sicilia, ne ha richiesto l’immediato ritiro. Il cartellone pubblicitario è stato anche oggetto di contestazioni da parte del gruppo cittadino "Donne Libere".

Lo spot, della ditta di impianti fotovoltaici “Cauldron”, raffigura una donna nuda accucciata, e in una posizione molto ambigua, sul pavimento e lo slogan principale recita: “Montami, a costo zero".

Nel comunicato dell’associazione, la pubblicità è stata definita "volgare e sessista" con un messaggio "stereotipato e non rispettoso della dignità ed integrità umana, risulta degradante e produce un impatto mediatico diseducativo".

Dall'Assessorato hanno commentato: "Il messaggio pubblicitario deve sempre tenere conto delle ragioni dei destinatari che, in questa occasione, non hanno mancato di far sentire il loro disappunto. Auspichiamo pertanto un pronto ritiro della pubblicità con un messaggio meno discutibile e più positivo".

19/07/2010




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Truffe online Smascherata banda di hacker: 19 arresti

Quotidianonet

L'organizzazione aveva messo in piedi un colossale giro di affari grazie all`alleanza con gruppi di hacker russi specializzati nel furto di dati informatici

Roma, 20 luglio 2010

E` una delle più grosse organizzazioni criminali mai individuate nel settore del hacking, della contraffazione di carte di credito e delle truffe via internet quella che è emersa dall`indagine ‘Match Point’, sviluppata dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e che oggi ha portato all`esecuzione di 19 arresti tra la capitale, Pisa, Cosenza e Siracusa.

L`organizzazione, gestita da un pregiudicato calabrese ex collaboratore di giustizia, aveva messo in piedi un colossale giro di affari grazie all`alleanza con gruppi di hacker russi specializzati nel furto di dati informatici, mediante intrusioni sui server di importanti società finanziarie, e nella gestione di un florido mercato clandestino di informazioni riservate su carte di credito e conti correnti in favore di organizzazioni criminali operanti in tutto il mondo.

Il gruppo criminale attivo in Italia acquistava su chat criptate i dati necessari per falsificare carte di credito, documenti d`identità, buste paga, atti societari, con cui venivano svolte decine e decine di truffe on-line e in danno di istituti bancari ed esercizi commerciali.
Tra i cittadini truffati, anche molti utenti della rete internet alla ricerca di case di villeggiatura per la stagione estiva. La banda era stata già colpita nel maggio scorso con altri 23 arresti.





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Trovato champagne in fondo al mare: vale una fortuna

Repubblica

Una trentina di bottiglie scovate nel relitto di una nave affondata nel mar Baltico: ognuna potrebbe valere 50 mila dollari

 di Daniela Accadia


Cile: giocatore tenta di strozzare l'arbitro

Repubblica

Un raptus di follia che poteva sfociare in tragedia senza il pronto intervento di altri calciatori: durante Deportes Concepcion-Rangers, match di seconda divisione cilena, il paraguaiano Josè Pedrozo ha cercato di strangolare l'arbitro, Marcelo Miranda che lo aveva appena espulso

 L'episodio è avvenuto al 77', due minuti dopo la decisione di Miranda di fare ripetere per la terza volta un calcio di rigore al Deportivo (che era già in vantaggio 1-0): Pedrozo - già ammonito - commette un brutto fallo a metà campo ricevendo il secondo giallo. I nervi - già a fior di pelle - saltano definitivamente, e il paraguaiano mette le mani al collo dell'arbitro, salvato dai compagni di Cardozo, che fatica a calmarsi e prova un nuovo assalto (bloccato da un placcaggio stile rugby) prima di essere accompagnato fuori dal campo.

Miranda ha deciso di non sporgere denuncia, ma le forze dell'ordine presenti allo stadio hanno agito d'ufficio, informando la Procura locale

I clienti del Ventaglio all’attacco La Procura sommersa di denunce

di Laura Verlicchi

Viaggi del Ventaglio è ufficialmente fallita, ma non per la Rete: il sito, rutilante di panorami esotici in technicolor, continua a promettere «viaggi e soggiorni esclusivi». Ma a chi vuole prenotare, appare la scritta «fuori servizio per manutenzione». Un eufemismo per mascherare il crac del gruppo, precipitato in un buco da 200 milioni: e i consumatori vanno all’attacco. È «indispensabile - sostiene il presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti - la pubblicazione di un avviso circa l’attuale stato del gruppo», specificando esplicitamente «che non è possibile acquistare pacchetti viaggio con tale tour operator nè sul sito nè in agenzia».

E il Codacons, con un esposto presentato alle procure della repubblica di Roma e Milano, chiede di indagare in merito alla vicenda e di accertare le responsabilità e gli eventuali profili penali connessi, come quello di concorso in truffa aggravata. «La magistratura dovrà verificare le responsabilità di quei soggetti che, pur essendo a conoscenza della situazione a dir poco critica, hanno consentito la vendita di vacanze “bufala“ a migliaia di ignari cittadini, soggetti che devono essere puniti col carcere», afferma senza mezzi termini il presidente Carlo Rienzi.

Ma la sua richiesta è solo l’ultima di una serie: sono già centinaia, infatti, le denunce arrivate alla Procura di Milano da parte di piccoli creditori che si erano rivolti alla società turistica e che poi hanno visto annullare il proprio viaggio a causa della difficile situazione finanziaria in cui versa il gruppo. Che, ribadisce la Consob, era dal 2005 nella cosiddetta «black list», circostanza che è di per sè un campanello di allarme per investitori e risparmiatori.

Per il momento, comunque, la situazione è ancora in una fase interlocutoria: il pm Luigi Orsi sta ancora analizzando le carte per valutare se ci sono ipotesi di reato e non ha aperto una inchiesta.
E oggi si riunirà per la prima volta il comitato dei curatori fallimentari, formato dai commercialisti Giuseppe Verna - che in qualità di commissario giudiziale ha bocciato, il 29 giugno, il concordato preventivo presentato dai legali della società turistica, in quanto contrario all’interesse dei creditori - e Vito Potenza, insieme all’avvocato Alberto Redeghieri Baroni.

Intanto, si torna a parlare di fondo di garanzia a favore dei turisti vittime di disservizi. A proporlo è il segretario nazionale dell’Adiconsum, Pietro Giordano: deve essere «gestito pariteticamente dall’Antitrust, dalle associazioni dei consumatori e delle aziende del settore, e alimentato dalle multe comminate dall’Autorità alle agenzie di viaggio e ai tour operator scorretti».
Dal canto suo, la Regione Sardegna, attraverso la Sfirs, che ha la gestione del Fondo di Garanzia istituito nell’ultima finanziaria, si è detta pronta ad intervenire per fronteggiare le difficoltà delle aziende turistiche sarde coinvolte nel crac dei Viaggi del Ventaglio.



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Messico: ultimatum dei narcos all'Fbi e all'antidroga americana

Corriere della sera

Si occupino anche delle autorità corrotte messicane.
Se no ci saranno nuovi attentati



WASHINGTON

Il fronte della narco-guerra messicana è in pieno movimento. Non c’è tregua, solo morti e sviluppi pericolosi. Da Ciudad Juarez, città al confine con il Texas, i banditi-terroristi che hanno fatto saltare un’autobomba ne promettono delle altre. E lanciano un ultimatum agli americani: se entro 15 giorni la Dea e l’Fbi – che stanno collaborando alle indagini - non si occuperanno delle autorità corrotte messicane ci saranno nuovi attentati.
CLAN RIVALI - La tesi dei gangster, legati ai Los Zetas e al cartello di Juarez, è che i dirigenti locali – dalla polizia ai politici – sono alleati del clan rivale, quello di Sinaloa. La minaccia può essere una fanfaronata, ma gli americani non la sottovalutano. Da un’analisi dei rottami della vettura-bomba si è scoperto che i narcos hanno utilizzato esplosivo rubato di recente in un impianto minerario. Dunque ne hanno in abbondanza per tornare a colpire. Nel tentativo di rispondere alla sfida, Washington ha disposto l’invio di un team di investigatori a Città del Messico, mentre dal 1° agosto inizierà lo schieramento di reparti della Guardia nazionale lungo la frontiera.
TENSIONE - Se al confine Texas-Messico c’è tensione, la situazione non è meno tranquilla in California. Diverse fonti ufficiali hanno confermato che i Los Zetas hanno lanciato una campagna di reclutamento tra i giovani di origine latina che escono dalle prigioni. Gli arruolatori organizzano incontri in diverse zone di Los Angeles, conducono una sorta di esame e poi decidono se ingaggiare il nuovo «soldato». Le reclute saranno poi usate per proteggere la catena di distribuzione della droga in California e, se necessario, impiegate come sicari dall’altro lato del confine. Lo schema – accertato da molte inchieste – è che alcuni dei killer risiedono negli Stati Uniti, ma agiscono nelle cittadine di frontiera messicane.
MASSACRO - Infine un aggiornamento sul massacro di Torreon, costato la vita a 18 persone. Secondo alcune ricostruzioni la festa attaccata dai killer era stata organizzata da lesbiche e omosessuali. E i narcos avrebbe voluto punire i gay. Ma questa tesi è stata respinta da altri osservatori. Una delle vittime, l’unica a non essere stata identificata, era conosciuta come «Mota», ossia marijuana. Inoltre in maggio, dopo una strage simile a quella compiuta nel week-end, su un blog era apparso un messaggio che annunciava dove sarebbe avvenuto il nuovo attacco. Chi ha scritto l’email era ben informato, perché la sua previsione si è avverata.
Guido Olimpio
20 luglio 2010




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Don Luciano si presenta in aula e si dichiara «innocente»

Il Secolo xix

20 luglio 2010
  | Gianluigi Cancelli


Il parroco alassino si è presentato a sorpresa all’udienza di ieri.
I suoi difensori hanno presentato una nuova istanza perchè venga rimesso in libertà.
Il pm Ferro ha dato parere contrario.
La decisione dei giudici attesa ad ore


Don Luciano durante il processo
Un autentico colpo di scena, quello avvenuto ieri mattina a palazzo di giustizia di Savona. Dove don Luciano Massaferro, 45 anni, parroco di San Vincenzo e di San Giovanni Battista di Alassio, dal 29 dicembre dello scorso anno in carcere con la pesante accusa di violenza sessuale ai danni di una ragazzina di soli 12 anni, si è presentato nell’aula quattro dove era prevista l’ultima udienza prima della pausa estiva (il processo nei suoi confronti riprenderà il 23 settembre). Ma non solo. Per oltre venti minuti il sacerdote alassino ha fornito ai giudici del tribunale una “dichiarazione spontanea” con la quale ha respinto tutte le accuse che gli sono state mosse nei mesi passati, definendo “autentica fantasia” quanto raccontato dalla presunta vittima prima alla madre e poi alle psicologhe dell’ospedale pediatrico Gaslini di Genova.
Ma quella di ieri è stata una udienza che ha riservato un’altra sorpresa: prima di chiuderla gli avvocati Mauro Ronco e Alessandro Chirivì, difensori di fiducia del sacerdote, hanno infatti presentato ai giudici del collegio del tribunale di Savona (presidente Giovanni Zerilli, giudici a latere Laura De Dominicis e Marco Rossi) una istanza con la quale hanno chiesto la scarcerazione di don Luciano Massaferro. Richiesta sulla quale il pubblico ministero Giovanni Battista Ferro ha subito espresso il proprio parere contrario.

Le ebree con velo fanno arrabbiare i rabbini

Il Secolo xix

La Setta dei Timorati (Edà Haredit), una frangia estrema dell’ebraismo ortodosso israeliano, è in stato di fibrillazione. La sua istituzione suprema, la “Corte di Giustizia” ha già convocato i suoi rabbini per una seduta straordinaria.
Il pericolo è stato avvistato alle porte del rione di Meà Shearim (a Gerusalemme) e nella vicina cittadella ortodossa di Beit Shemesh: «Va fermato!!», esortano a caratteri cubitali i poster che tappezzano gli angusti vicoli degli zeloti e gli ingressi della sinagoghe.
«Qua abbiamo a che fare con delle Talebane!», spiega un cronista di un foglio ortodosso.

L'incredibile ascesa di un clochard cinese

Corriere della sera

Comparso per caso su internet, è stato notato diventando presto una star.
E presto uscirà un film sulla sua vita

UN FOTOGRAFO ha messo online ALCUNI SCATTI del 34enne
L'incredibile ascesa di un clochard cinese


Chen Guorong
Chen Guorong
MILANO

Chen Guorong ha 34 anni e nel 1996 si recò nella città di Ningbo, nella Cina Orientale, in cerca di lavoro per mantenere la moglie e i due figli. Ma la sorte non gli fu amica: inizialmente ebbe successo nella sua ricerca, ma in seguito venne derubato di tutti i suoi averi e successivamente fu licenziato. Per la vergogna sparì nel nulla, al punto che la sua stessa famiglia lo ritenne deceduto fino a che, nello scorso gennaio, un fotografo dilettante postò alcune foto di Chen su Internet.
ELEMOSINA E PASSERELLE - Una legione di fan, soprattutto donne, ha iniziato a cliccarlo con insistenza e alla fine è stato eletto il barbone più sexy della Cina, conquistandosi il soprannome di Brother Sharp. Hanno iniziato così a giungergli proposte per comparire in alcune pubblicità e i suoi estimatori hanno raccolto per lui circa diecimila sterline, mentre la fortuna gli girava ancora una volta le spalle e il padre e la moglie morivano in un incidente. Chen Guorong, grazie alla notorietà improvvisa e divampante, ha sfilato come modello e ora un produttore cinese, Deng Jianguo, intende finanziare un film sulla sua vita tratto da un libro scritto da un cugino dello stesso Chen.
BELLEZZA E POVERTÀ - A guardarlo bene, in effetti Chen ha un certo fascino e ricorda vagamente Johnny Depp. Eppure non sarebbe bastata la sua avvenenza a strapparlo dal destino della povertà. Ci è voluto il potere del cyberspazio che ha scatenato un vero e proprio human flesh search engine intorno al ragazzo vagabondo, finito casualmente in una galleria fotografica di homeless. È iniziata così la caccia a Chen Guorong, sexy clochard che fa tendenza. La curiosità si è accesa sempre più e insieme al suo bel volto è stato notato anche il suo stile: sigaretta in bocca, capelli scompigliati, barba incolta, abbigliamento a strati con giacca a vento consumata indossata sopra un trasandato giubbotto di jeans. Insomma Chen da semplice clochard è divenuto anche un trendsetter e il suo modo di vestire ha iniziato a far tendenza. Ora uno dei siti di e-commerce più popolari della Cina, Tao Bao, propone modelli ispirati al Chen-style dai costi esorbitanti, mentre scorrono immagini del bel vagabondo e foto-ritoccate che lo ritraggono nelle locandine dei film cult.
IN ATTESA DEL FILM - Ora Chen Guorong, diventato un’icona dei senzatetto, vive a Nanchang, dove è nato, nella provincia di Jiangxi. Si dice che soffra di problemi mentali piuttosto gravi, forse è schizofrenico. Sicuramente gli ultimi cinque anni della sua vita lo hanno segnato per sempre. Si dice che sia molto timido e che parli raramente. «Sarà una storia triste quella raccontata nel film - dicono i parenti dell’affascinante clochard -, ma sarà anche una storia che racconta la felicità di una famiglia che si è finalmente ritrovata». Peccato che esistano forti dubbi sull’effettivo legame di sangue di alcuni sedicenti parenti, c’è chi dice che siano attori. In ogni caso Chen Guorong si dichiara felice. Il film chiarirà i misteri che si celano dietro questa bizzarra vicenda.
Emanuela Di Pasqua
19 luglio 2010



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Via Poma, consulenti: «Delitto efferato e crudele. E' di Busco morso sul seno»

Il Messaggero

L'imputato: la mia forza è l'innocenza


 

ROMA (19 luglio) - «È certo che si sia trattato di un morso. Ci sono i segni tipici dell'incisività di denti, lesioni che sono compatibili con l'arcata dentaria di Raniero Busco». Così i consulenti della Procura testimoniando nel corso del processo per la morte di Simonetta Cesaroni, la ragazza uccisa il 7 agosto del 1990 in un appartamento in via Poma, del cui delitto è accusato l'ex fidanzato Raniero Busco. Davanti ai giudici della III Corte d'Assise, presieduti da Evelina Canale, hanno parlato i consulenti del pm Ilaria Calò: Ozrem Carella Prada, Stefano Moriani (entrambi dell'istituto di medicina legale dell'università La Sapienza), gli odontoiatri Domenico Candida e Paolo Dionisi, il capitano del Ris di Parma Claudio Ciampini.

Che le lesioni sul capezzolo sinistra di Simonetta siano state provocate da Busco, secondo gli esperti, è evidente anche dalle comparazioni e dalle sovrapposizioni svolte. L'arcata dentaria dell'imputato, per i tecnici, è «unica, rarissima e con una stabilità negli ultimi 18 anni, oltre che compatibile» con tali lesioni su Simonetta. I consulenti hanno poi fatto una lunga disamina delle caratteristiche dell'arcata dentaria dell'imputato: morso inverso e incrociato, anteriormente unico, denti con posizione irregolare con minore capacità di incidere al centro piuttosto che ai lati.

Confronti sono stati fatti rispetto all'esame dei denti svolto nel corso della consulenza disposta nel novembre del 2008 con fermi immagine di riprese svolte all'indomani del delitto. «Quello che emerge dall'analisi - hanno detto gli esperti - è che non vi siano stati evidenti cambiamenti nella posizione dei denti, ma solo una lieve riduzione della superficie incisale data dall'usura. L'insieme delle caratteristiche del morso di Busco sono così peculiari da renderlo pressoché unico e quasi improbabile che ve ne siano un altro analogo».

Un delitto «efferato» e «crudele». Così l'uccisione di Simonetta Cesaroni è stata definita da Ozrem Carella Prada, direttore dell'obitorio dell'istituto di medicina legale della Sapienza e consulente della Procura. Il medico svolse l'autopsia sul corpo della ragazza . «Mi accorsi subito che era un delitto efferato - ha detto testimoniando - La ragazza era riversa in terra, supina, con indosso il reggiseno. Erano presenti diverse lesioni e rivoli di sangue che andavano verso il collo ad indicare che i colpi erano stati inferti quando era in terra. Aveva uno stato di rigidità su tutto il corpo. I segni sul corpo dimostravano che l'aggressore non era sicuramente una persona mancina. Sul capezzolo sinistro una deformazione: aveva una forma a goccia e non rotonda con lesioni ed escoriazioni. Quei segni potevano essere riconducibili ad un morso».

«Io non ho fatto niente, la mia forza è l'innocenza». Lo ha detto Raniero Busco al termine della 13esima udienza davanti alla terza Corte d'assise nell'aula bunker di Rebibbia. «Penso che sia tutto così assurdo, le ricostruzioni sono tutte basate su delle ipotesi», ha aggiunto Busco riferendosi alle consulenze medico-legali presentate in aula. «Penso si stia andando a senso unico» ha concluso.




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Cartelli e scritte per tutti i gusti

Corriere del mezzogiorno

Un po' surreali sui muri, per le strade e nei mercati di Napoli.

Cartelli per tutti i gusti





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