domenica 18 luglio 2010

Esselunga contro comune di Modena e Coop

di Redazione

L'Esselunga di Bernardo Caprotti sferra un nuovo attacco alle Coop: due pagine a pagamento sui quotidiani intitolate "Concorrenza e libertà", per denunciare un presunto "patto occulto" tra Coop Estense e Comune per impedire la costruzione di un supermercato.

Bondi: "Squarcio sul sistema di potere delle regioni del centro Italia"

 
Modena 


L'Esselunga di Bernardo Caprotti, come aveva annunciato due giorni fa, sferra un nuovo attacco contro le Coop (già nel mirino con il libro 'Falce e carrello' edito nel settembre 2007 da Marsilio) con due pagine a pagamento su diversi quotidiani nazionali. Al centro c'é un presunto 'patto occulto' tra Coop Estense e Comune di Modena per impedire la costruzione di un supermercato della catena milanese a Modena, in via Canaletto, su un terreno acquistato da Esselunga ma mai edificato per mancanza di permessi dall'amministrazione comunale. Accuse già smentite venerdì dal sindaco Giorgio Pighi e dal presidente di Coop Estense, Mario Zucchelli, che hanno annunciato ricorsi all'autorità giudiziaria.

"Concorrenza e libertà" titola Esselunga le due pagine sui quotidiani, che riportano le dichiarazioni rese al Resto del Carlino il 6 luglio dall'assessore Pd all'Urbanistica Daniele Sitta, secondo cui "Coop ed Esselunga per tanti anni non sono riuscite a trovare una soluzione condivisa", e dopo l'estate il Comune disporrà un cambio di destinazione d'uso per quel terreno, che sarà disponibile solo per residenze e terziario.

Esselunga spiega, con foto dell'area, che "nel marzo 2000 acquistò per 24 miliardi di lire il lotto 'A' (44.820 mq pagati 540.000 lire al mq) del comparto, facendo affidamento sul Programma di riqualificazione urbana (Pru) approvato dal Comune di Modena il 12 aprile '99 e sulla scheda di Piano regolatore. Il successivo progetto di Piano particolareggiato di iniziativa privata allora in corso di approvazione prevedeva, fra l'altro, un supermercato con il fronte su via Canaletto, proprio sull'area di proprietà Esselunga. All'asta giudiziale del febbraio 2001, Coop Estense - aggiudicandosi per 23 miliardi di lire il lotto 'B' (8.834 mq pagati 2.600.000 al mq) - divenne partecipe del comparto e poté così opporsi all'attuazione di quanto già programmato".

Il 24 novembre 2008 - prosegue Esselunga - l'assessore proponeva ancora una volta ai rappresentanti di Caprotti di insediarsi in un altro luogo e di cedere a Coop Estense il proprio lotto in via Canaletto. "In mancanza di ciò, o di un accordo fra Esselunga e Coop Estense per realizzare qualcosa, il Comune - dichiarò Sitta - avrebbe cambiato le 'destinazioni d'usò, cancellando 'l'uso commercialé. Esselunga rispose seduta stante che non avrebbe rinunciato al suo supermercato, che non si sarebbe ritirata, che prima o poi anche a Modena sarebbe arrivato il libero mercato".

Il 4 maggio 2009 Pighi (Pd) ribadiva pubblicamente che, in mancanza di un accordo tra Coop Estense ed esselunga, il Comune avrebbe annullato il 'commerciale'". "Questa decisione può sembrare equanime, imparziale: tra i due litiganti nessuno fa niente", afferma Esselunga, che sottolinea: "Non è così. Il lotto 'A' ha tutti i requisiti per il commerciale, la dimensione, l'affaccio sulla via e le previsioni di Piano del Comune. Nel lotto 'B', piccolo, irregolare e 'messo la' dietrò, come chiunque può ben capire, é impensabile piazzare un supermercato che funzioni.

Pertanto l'esborso di 23 miliardi da parte di Coop Estense nel febbraio 2001, per assicurarsi un pezzo di terra affacciato sulla ferrovia ove l'insediamento di un supermercato non era neppure immaginabile, evidenzia chiarissimamente il suo intendimento originario. Nei fatti: l'eliminazione del commerciale da via Canaletto da parte del Comune significa l'eliminazione dell' unico supermercato possibile, quello di Esselunga. L'altro non c'é, non ci sta. Noi non accetteremo questa condotta senza farne un caso nazionale. Lealmente già abbiamo espresso, e qui confermiamo, questa nostra determinazione".

Il sindaco Giorgio Pighi già venerdì si era rivolto alla Procura della Repubblica e aveva affermato che "al Comune di Modena risulta solo che Bernardo Caprotti ha perso il ricorso contro l'Amministrazione comunale sulla vicenda del terreno acquistato da Esselunga". "Siamo curiosi di leggere - aveva detto Mario Zucchelli (Coop Estense) - se Caprotti se la prenderà anche con quei giudici penali, civili e amministrativi che nelle cause da lui intentate contro Coop Estense ed il Comune sino ad ora gli hanno sempre dato torto".

Bondi: documento impressionante "E' impressionante il documento pubblicato dalla società Esselunga sui maggiori quotidiani italiani": lo afferma il coordinatore del Pdl Sandro Bondi in una nota nella quale sottolinea che "si tratta di una vicenda che per l'appunto chiama in causa la concorrenza e la libertà, aprendo uno squarcio sul sistema di potere delle Regioni del centro Italia". Secondo Bondi "se è vero che la questione morale affonda le proprie radici nell'occupazione delle istituzioni da parte dei partiti, allora la vera questione morale emerge proprio dove l'alternanza fisiologica al potere locale è assente da decenni e dove l'intreccio tra potere politico e mondo economico è così compenetrato da risultare quasi un blocco unico. Non oso pensare - conclude - che cosa risulterebbe se la magistratura si rivolgesse a scandagliare anche questo sistema di potere". 




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Hamas vieta il narghilè alle donne

di Redazione

A Gaza giro di vite per garantire la "pubblica decenza".

Si potrà fumare in casa, all'interno degli alberghi o in caffé recintati.

Per ora invece nessun divieto per le sigarette nei luoghi pubblici


 
Gaza - Nuovo giro di vite "islamico" di Hamas nei confronti della donne di Gaza e dei minorenni, ai quali, da adesso, viene vietato di fumare in pubblico il narghilé. Molte donne provavano piacere a concedersi abbondanti boccate durante le ore di relax in spiaggia, o sotto le tende. Ma ora, nel nome della pubblica decenza, non potranno più farlo. Volendo egualmente coltivare ancora quella abitudine, dovranno cercare posti più appartati: ad esempio all'interno degli alberghi o in caffé ben recintati.
L'iniziativa di Hamas e' stata subito denunciata da una organizzazione umanitaria locale, a-Damir, che l'ha trovata arbitraria ed ingiustificata. Il divieto - viene precisato da Gaza - non riguarda per il momento le sigarette, che restano lecite. Qualcuno ha osservato, con toni beffardi, che le donne di Gaza potrebbero forse protestare per la privazione del narghilé passando in massa al fumo in pubblico di sigari o pipe, che per il momento nella Striscia non hanno molti estimatori e verso i quali di conseguenza non sono stati ancora elaborati divieti.




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Cosa farò fra tre mesi senza il mio farmaco?»

Corriere della sera

Angela, 25 anni, affetta da morbo di Wilson, ha lancaito una richiesta di aiuto sul web




«Sono una ragazza di 25 anni, affetta dal morbo di Wilson...». La mail ai mezzi d'informazione sembra l'ultima speranza per Angela. E non solo per lei. Anche Franco e Anna, suo fratello, di 37 anni, e sua sorella, di 32, vivono nell'attesa di una buona notizia. Angela studia economia all'Università di Cosenza, ma la sua vita è in provincia di Crotone, a Roccabernarda, poco più di tremila abitanti. Porta il cognome degli Iaquinta. In Calabria sono un'infinità. Uno, Vincenzo, cugino di cugini, è noto a tutti per essere diventato campione del mondo con la Nazionale di calcio. Al contrario la storia di Iaquinta Angela non riesce a farsi strada. Anzi, rischia di finire nel dimenticatoio.

TRE FRATELLI UNA MALATTIA - Angela, Franco e Anna sono affetti dal morbo di Wilson, malattia che deve il nome al suo primo osservatore, il neurologo britannico Samuel Alexander Kinnier Wilson, che nel 1912 ne osservò e descrisse i sintomi: un accumulo di rame nel fegato e nel cervello che può provocare gravi danni e anche la morte. Dal morbo di Wilson non si guarisce, ma si può controllarlo con un farmaco. Che comincia a essere difficile da trovare. La famiglia di Angela ha già vissuto un momento terribile nel 1985 quando, un quarto fratello, Tommaso, a soli 16 anni, anche lui colpito dal morbo di Wilson, non ce la fece.

Rientrò in tutta fretta dalla Svizzera dov’era emigrato con la famiglia in cerca di fortuna. Ma in Calabria fu fatta una diagnosi sbagliata: epatite C. D’altronde il morbo di Wilson è un vero puzzle scientifico, difficile da diagnosticare perché può essere confuso con molte altre condizioni. Ma se la diagnosi giusta arriva tardi, l’esito può essere fatale. Come nel caso di Tommaso. «Oggi — dice Angela — anche noi ci sentiamo in pericolo».

IL FARMACO - «Da quando sono piccola assumo un farmaco, il «Pemine» — prosegue Angela — che serve a tenere sotto controllo la malattia. Adesso scopro che la casa farmaceutica che ne è titolare ha deciso di interromperne la produzione. Sono venuta a conoscenza del fatto solo per caso, navigando su Internet. Ci dicono che c’è disponibilità del prodotto solo per altri tre mesi. E dopo? Io e i miei fratelli non siamo gli unici in Italia con questa patologia, riconosciuta come «rara» dallo Stato italiano. Rara e ora anche senza cure». Addio, dunque, alle nove pillole di cui Angela ha bisogno ogni giorno?

Addio ai 15 pacchi di Pemine che ogni mese gli Iaquinta ritirano dalla farmacia? Angela è un fiume in piena: «Grazie ai sacrifici di mio padre siamo riusciti ad arrivare fino ad oggi conducendo una vita quasi normale in "compagnia" delle medicine. Ma che cosa accadrà tra novanta giorni?». E prosegue: «Oggi il morbo di Wilson è ben noto e si conoscono i danni che provoca. D'accordo, non si riesce a guarire, ma si può sopravvivere. Ora, incredibilmente, sparisce il farmaco che ci dà speranza. A questo punto chiedo a tutti: è giusto privarci delle cure per dei meri conti economici?» Ecco perché Angela ha chiesto anche a Corriere.it che cosa fare.

Nino Luca
17 luglio 2010(ultima modifica: 18 luglio 2010)




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Palermo volta le spalle a Borsellino: meno di cento persone al corteo

Corriere della sera

Pochi siciliani, pochissimi palermitani. Il fratello Salvatore: «Siamo a una svolta nelle indagini»


Il 18mo anniversario della strage di via D'Amelio
Palermo volta le spalle a Borsellino: meno di cento persone al corteo


Le statue danneggiate di Falcone e Borsellino
Le statue danneggiate di Falcone e Borsellino
PALERMO - Sarà stato il gran caldo, sarà stata la voglia di mare, sarà stato che alle 9 del mattino di una domenica di metà luglio non si possono ipotizzare folle oceaniche, fatto sta che c'erano meno di cento persone al corteo in memoria della strage di via D'Amelio, che il 19 luglio 1992 uccise Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Meno di cento persone - molte non siciliane, pochissime di Palermo - con in mano un'agenda rossa (quella di Borsellino, sparita a mai più ritrovata dopo l'esplosione) cantando Bella Ciao hanno chiesto che si arrivi alla verità sulla strage di via D'Amelio. Il corteo, partito dal luogo dell'esplosione dell'autobomba, è giunto al castello Utveggio che avrebbe ospitato una sede riservata del Sisde.
«ANTICAMERA DELLA VERITÀ» - «Siamo prossimi a una svolta nelle indagini sulla strage di via D'Amelio e ora, più che mai, dobbiamo stare attenti che le porte blindate che ancora ci separano dalla verità non ci vengano chiuse in faccia per l'ennesima volta». Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato. «In un momento così delicato non c'è solo il rischio, ma la certezza che ci siano tentativi di depistaggio, anche istituzionali. Mi riferisco alla protezione negata al pentito Gaspare Spatuzza. Dannosa per le indagini che tentano di fare chiarezza sui tanti misteri legati alla morte di mio fratello, sarebbe anche la legge sulle intercettazioni, un provvedimento iniquo da bocciare in toto». Borsellino ha, infine, criticato «il silenzio di quegli esponenti delle istituzioni che solo a 18 anni dalla strage hanno ricordato particolari che, se fossero stati conosciuti prima, avrebbero potuto dare un input diverso alle inchieste».

18 luglio 2010



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Morto il giornalista tv Mino Damato

La Stampa

Aveva 73 anni



ROMA

È morto venerdì pomeriggio Mino Damato, popolare giornalista e conduttore tv. Era nato a Napoli nel 1937. Lo si è appreso oggi dalla famiglia.

Dopo l'esperienza nella carta stampata, Damato era diventato inviato per la Rai, realizzando servizi per il Tg1 da zone di guerra, come Cambogia, Vietnam e Afghanistan, da cui ha realizzato la prima diretta televisiva durante l’invasione sovietica. Dagli anni Settanta agli anni Ottanta è stato autore e conduttore di trasmissioni come Avventura, Racconta la tua storia, In viaggio tra le stelle e ancora Tam Tam, Italia Sera, Domenica In... - programma di cui si ricorda una sua camminata a piedi scalzi sui carboni ardenti - e Esplorando. Dal 1988 al 1990 ha ideato, realizzato e condotto Alla ricerca dell’Arca, trasmissione che ha ricevuto 3 Telegatti. Nel 1991 per Telemontecarlo sua è la realizzazione e la conduzione di Incontri Televisivi con la direzione fotografica di Vittorio Storaro. Nel 1992 per Retequattro ha ideato, realizzato e condotto, Incontri sull’Arca con la direzione fotografica di Vittorio Storaro e la scenografia di Dante Ferretti.

Assente da tempo dal piccolo schermo, negli ultimi anni si era impegnato nella lotta contro l'Aids dedicandosi al volontariato e alla solidarietà. Nel 1995 aveva creato la Fondazione Bambini In Emergenza per occuparsi dei bambini abbandonati e malati di Aids. Per primo Damato adottattò una bimba romena sieropositiva, morta nel 1996 a nove anni.




Mino Damato passeggia sui carboni ardenti - Domenica In 1985/86



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Poveri con ville, yacht e Ferrari

Il Tempo

Fisco, i conti non tornano.
I ricchi sono 76mila ma le auto di lusso un milione. 94mila le barche oltre i dieci metri.






Alberto Di Majo
18/07/2010






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Dipinge (e guida) senza le mani, per non dipendere dallo Stato

di Stefano Lorenzetto

Bruno Carati, tetraplegico dalla nascita, si recò in pellegrinaggio a Loreto: "Non chiesi alla Madonna di guarirmi, ma di farmi diventare un bravo pittore"


 

La prossima volta, prima di aprir bocca, pensateci bene. È facile parlare. Ma fare è tutta un’altra cosa, quando si ha a disposizione soltanto la bocca. Io ci ho provato, ieri sera a tavola, a dividere a metà una pera, a pelarla con cura e a tagliarla a fettine, senza mani, tenendo un coltello fra i denti, come avevo visto fare poche ore prima a Bruno Carati con un’abilità e una rapidità tali da lasciarmi senza parole: non sono arrivato neppure a scalfire la buccia.

Allora ho deciso che la prossima volta, prima di lamentarmi a voce alta per le avversità della vita, penserò a questo tetraplegico di 68 anni, totalmente privo dell’uso delle mani, che da quasi mezzo secolo ha rinunciato alla pensione di Stato spettante agli invalidi civili totali (256,67 euro al mese) per l’orgoglio di mantenere da solo la famiglia. Potendo contare unicamente sulla propria bocca.
Pur scosso in continuazione dall’irrefrenabile tremore della paralisi spastica, conseguenza dell’abnorme aumento del tono muscolare provocato dalle lesioni dei centri motori cerebrali, Carati sa cavarsela benissimo in mille lavori di alta precisione.

Gli basta serrare l’utensile giusto fra i denti: con un pennello dipinge quadri, ceramiche e tessuti; con una forchetta crea sculture; con un bastoncino di legno da 25 centimetri scrive al computer, così come fino a ieri batteva a macchina sulla Olivetti Lettera 32; con un compasso disegna circonferenze perfette; con uno scatto flessibile fotografa; con un cacciavite avvita; con un paio di forbici sagoma i modelli di cartone sui quali spalma il Das per trasformarli in lampadari, specchiere, portafiori, portaombrelli oppure in reggicornette e reggirasoi che gli servono per telefonare e farsi la barba. Infine con le forbicine da manicure taglia le unghie alla moglie che non può riuscirci da sola.

Già, perché Carati, originario di Milano, è sposato dal 1972 con Angela Fermi, 67 anni, nata a Gerola Alta, in Valtellina, a sua volta invalida a causa di una poliomielite infantile che le ha tolto l’uso del braccio destro. In chiesa, davanti al prete, usò la bocca anche per infilarle l’anello al dito. La coppia abita a Castelseprio, nel Varesotto, e ha un figlio, Manuel, 37 anni, tecnico informatico, studente fuoricorso di ingegneria elettronica, che s’è sposato nel 2007 ed è andato a vivere a Gallarate.

Per cui non è difficile decifrare il titolo dello spettacolo a loro dedicato, Tre con una mano sola, che la compagnia teatrale Itineraria sta portando con successo in giro per l’Italia: alla nascita di Manuel, e per tutta la prima infanzia, questa famiglia poté contare soltanto sulla mano sinistra di Angela. Il che rende davvero insondabile il mistero di due anziani coniugi che ancor oggi riescono ad accoglierti sereni e sorridenti in una villetta dove la filodiffusione rallegra tutte le stanze e la fontana zampillante nel giardino, al centro del curatissimo prato all’inglese, appare come la rappresentazione perfetta dello slancio vitale bergsoniano.

«Da che mondo è mondo», spiega la voce narrante appena scende il buio in sala, «il teatro racconta storie inventate che sembrano vere. Noi questa sera raccontiamo una storia vera che pare inventata». L’aspetto più incredibile di questa storia è che Carati raggiunge da solo e a proprie spese le sedi delle recite - Milano, Livigno, Macugnaga, perfino Santa Cesarea, all’estremità dello Stivale - guidando una Opel Astra col cambio automatico, che s’è fatto costruire su misura e che ha una specie di manubrio per bicicletta al posto del volante.

La moglie gl’infila la mano sinistra nell’impugnatura a forcella che serve per sterzare, gli blocca i piedi in due staffe saldate ai pedali dell’acceleratore e del freno e via! Governando tutto - marce, indicatori di direzione, luci, clacson, tergicristalli, climatizzatore, autoradio - col solito bastoncino di legno serrato fra i denti, munito per precauzione di un laccetto nel caso dovesse sfuggirgli di bocca. I comandi sono raggruppati in una pulsantiera collocata al posto dell’aletta parasole. Non manca un computer palmare col navigatore.

L’auto ha la targa del Canton Ticino, TI 84325, perché quando Carati, trent’anni fa, si presentò alla Motorizzazione civile di Varese chiedendo d’essere ammesso agli esami per la patente, si sentì rispondere: «Vuol guidare l’auto con la bacchetta magica? È matto?». Ma lui nel 1997 ha superato anche quest’ostacolo, prendendosi il domicilio a Stabio, nel distretto di Mendrisio, in modo da poter conseguire la patente in Svizzera. Da allora ha già percorso 150.000 chilometri con la prima auto, una Opel Corsa, e altri 50.000 con la seconda, una Opel Astra. Mai un incidente.

Ecco spiegato anche l’altro titolo, Una vita a modo mio, che l’artista ha voluto dare a un documentario di 20 minuti sulla propria avventura umana e professionale. S’è l’è addirittura montato da solo al computer con un programma di video editing, Studio Plus, nel quale riesce a districarsi meglio di un grafico, manovrando il mouse col mento e trascinando i file con le labbra, così come ieri, col solo ausilio della lingua, riusciva a infilare nella vecchia Rolleiflex i rullini delle pellicole 6x6. È la stessa sbalorditiva precisione che gli ha consentito di cimentarsi persino nella vetrocromia: puzzle di centinaia di tesserine, come nelle vetrate a piombo, che formano dipinti trasparenti, ogni celletta un colore diverso, e se la paresi spastica si traduce talvolta in una sbavatura, niente paura, corregge da solo con un cotton fioc.

Carati va a presentare Una vita a modo mio nelle scuole, perché vuole insegnare ai giovani che non esiste guerra d’indipendenza contro il destino che l’uomo non sia in grado di vincere. E sì, se non fosse per quegli spasmi che a tratti gli impacciano le esse e lo rendono leggermente balbuziente, lui, più che Frank Sinatra, avrebbe meritato di cantare in palcoscenico My way.

Da quanto tempo è in sedia a rotelle?
«Non ho mai camminato. Colpa del forcipe che usarono in ospedale per farmi nascere».
I suoi ebbero un risarcimento?
«Un povero materassaio e una casalinga nella Milano del tempo di guerra? Ma si figuri!».
A che età s’accorse di non essere come gli altri bambini?

«Fu un automatismo. Cominciai da subito a mangiare come i cagnolini, cioè nel modo in cui mi nutro ancor oggi quando sono in casa, mentre al ristorante m’imboccano. Di quel periodo m’è rimasta la voglia di giocare a pallone. Ricordo che la mamma mi faceva appoggiare i miei piedi sui suoi e poi, sorreggendomi per le ascelle, percorreva il più velocemente possibile qualche breve tratto di strada, per darmi l’illusione di poter correre come tutti gli altri bambini. Imparai a giocare a boccette tenendo fra le labbra il mestolo della polenta. Da allora mi sono consumato i denti, a furia di stringerli. Quando dipingo, uso un bite protettivo».

Che scuole ha frequentato?
«Sono arrivato fino alla terza media. Alle elementari non mi volevano. Una maestra in pensione mi preparò privatamente: prima, seconda e terza in due anni. I più duri della mia vita. Poi sono stato nella scuola speciale Gaetano Negri, in via Sant’Erlembaldo, fino ai 15 anni. Ho studiato storia dell’arte e tedesco per conto mio».
Andava bene negli studi?

«Sì, se non fosse stato per i temi. Il foglio protocollo era troppo lungo per cominciare a scrivere dall’alto con la penna tenuta fra i denti. Mi toccava partire da metà scrivendo a rovescio, da destra verso a sinistra, e poi rivoltarlo e continuare normalmente fino a riempire l’altra metà».
Com’era trattato dai suoi compagni?

«Benissimo. Ero l’unico a scrivere con la bocca, gli altri potevano usare le mani. Perciò mi raccoglievano le cose da terra, mi soffiavano il naso. In quell’istituto conobbi Angela, di nome e di fatto: il mio angelo custode. Quando i bidelli mi caricavano di peso sullo scuolabus, era lei a raddrizzarmi le gambe. La rividi molti anni dopo. La portai in gita a Celle Ligure e le chiesi di sposarmi». (Interviene la moglie: «Nessuno dei nostri parenti era d’accordo. Dicevano che da soli non avremmo mai potuto farcela. Mia suocera era una santa donna, ma gelosissima di Bruno. Purtroppo questo scemotto è figlio unico. Dopo 32 anni che lo accudiva, la madre si sentì derubata, fu come portarle via lo scopo della sua vita. Per sei mesi si rifiutò di venirci a trovare»).
In che modo ha imparato a dipingere paesaggi e fiori?

«Fu un miracolo che mi accadde a 17 anni, al santuario di Loreto. C’ero andato con un pellegrinaggio dell’Unitalsi, accompagnato da mio padre. Anziché chiedere alla Madonna la grazia di guarirmi, la supplicai d’aiutarmi a diventare un bravo pittore, visto che da un paio d’anni avevo imparacchiato a tenere i pennelli fra i denti. E come fu come non fu, all’uscita dalla Santa Casa si presentò a noi un signore. Era un commendatore di Milano, direttore di banca: Jacopo Gazzini.

Spiegò a mio padre che nel Liechtenstein era appena stata costituita la Vdmfk, cioè l’Associazione internazionale degli artisti che dipingono con la bocca o con il piede. Da allora è la Vdmfk, che espone le mie opere in tutto il mondo e le commercializza sotto forma di calendari o di biglietti d’auguri, a passarmi tutti i mesi lo stipendio fisso che mi ha consentito di mantenere la famiglia senza dipendere dallo Stato».
Nel Paese dei falsi invalidi, forse il vero miracolo è questo.
«I rapporti col mio Amico di lassù devono essere molto buoni. Prima di partire con l’auto, gli dico sempre: dammi una mano Tu, mi raccomando». (La moglie ha una sua teoria: «Secondo me, appena usciamo dal garage, Lui guarda solo noi»).
Costano tanto i suoi quadri?

«Dai 300 euro ai 2.000 delle tele più grandi».
Perché tanti altri nelle sue stesse condizioni non riescono a rendersi indipendenti come ha fatto lei?
«Per mancanza di volontà e di amor proprio. Solo per quello. Io non lo faccio per sembrare come gli altri, so benissimo di non esserlo. Lo faccio perché mi piace risolvermi i problemi da solo. Quando in Italia mi rifiutarono la patente, ci feci una mezza malattia. Poi un mio amico avvocato mi informò che nelle leggi dell’Unione europea vi era uno specifico articolo che contemplava lo sterzo ad asta, anziché a volante. Così, nel giro di 15 giorni, diedi l’esame di teoria a Chiasso. Severissimo. Per la pratica mi presentai a Bellinzona. Rimasero stupiti dai miei tempi di reazione: non sapevano che negli spastici sono superiori alla norma».

Per avere un’auto speciale tutta sua come ha fatto?
«Me la sono disegnata e sono andato a farmela costruire alla Sb di Vigliano Biellese, un’officina specializzata in modifiche di guida per disabili. All’impianto elettrico ha provveduto mio figlio. I pulsanti del quadro comandi li ha presi da un Mig».

E dove ha trovato un aereo da caccia sovietico in disarmo?
«Non lo saprò mai neppure io. Non ha voluto dirlo a nessuno. Ha cercato accessori che non si guastassero. Mi ha detto: “Papà, non posso aggiungere un problema ai tanti che hai già, neppure per sbaglio”. Prim’ancora m’ero fatto costruire la tricicletta, tre ruote e stesso tipo di manubrio, con un poggiatesta che spinto all’indietro funge da freno. Adesso sono molto tentato dal farmi modificare una Mercedes coupé».

Ma non ha paura di distrarsi dalla guida mentre agisce sui comandi con la bacchetta?
«Questo è quello che temono tutti. Non sapete che esiste la coda dell’occhio?».
La polizia stradale l’ha mai fermata?

«Una decina di volte. In Svizzera gli agenti cantonali non fanno una piega. In Italia, appena aperto l’abitacolo, i carabinieri vanno in confusione, non sanno più che cosa controllare. All’uscita dal casello autostradale di Sesto Calende, un militare dell’Arma, imbarazzato, è arrivato a chiedermi il bollo doganale, che non c’entra nulla con la circolazione stradale e al massimo può interessare alle autorità elvetiche. I più carini sono stati i poliziotti che mi hanno fermato a Francavilla Fontana, nel Brindisino: domande su domande, e come fa a fare questo e come fa a fare quello, talmente curiosi che non mi lasciavano andar via».

È vero che lei e sua moglie siete più in viaggio che a casa?
«È vero. A primi di agosto torneremo in Puglia, a Torre Canne, e ci resteremo fino al 27. E il 29 partiremo per Bormio, da dove ce ne andremo solo a fine settembre, quando chiuderanno l’albergo».
Perché proprio a Bormio? Ci fa freschetto a settembre, il termometro scende sotto i 10 gradi.
«È il paese dove ci siamo sposati. E poi c’è Chiara che ci aspetta. Ha 37 anni e da 15 è tetraplegica, paralizzata nel letto per le lesioni spinali riportate in un incidente di moto.

Le teniamo compagnia, la sproniamo. Ha già cominciato a dipingere con la bocca. Anche se il raggio d’azione del pennello, a causa dell’immobilità della testa, non supera i 10 centimetri».
Che cosa pensa di quest’Italia dove tutti aprono la bocca a sproposito?
«Sono piuttosto scioccato dalle liti e dal chiacchiericcio senza costrutto. Ho l’impressione che negli ultimi vent’anni il genere umano si sia inesorabilmente avviato verso il declino».
È stata una privazione dura non poter mai accarezzare sua moglie e suo figlio?

«No. L’amore non ha bisogno delle mani».
Ma c’è qualcosa che proprio non le riesce di fare?
«Ballare».
La definizione «diversamente abile» le sta bene?
«Mi ha sempre stupito questa formula ipocrita per camuffare una realtà che invece è quella che è. Io sono un handicappato. Non è mica una parolaccia. Anche lei, che porta gli occhiali, ha un handicap».
Le capita mai di fantasticare su come avrebbe potuto essere la sua vita?
«Sì. Da piccolo mi sarebbe tanto piaciuto fare il chirurgo. Ma purtroppo, con queste mani...».

(504. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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Sprechi: spese alle stelle, ecco chi ha sbancato le Regioni

di Antonio Signorini

I governatori ora piangono miseria, ma secondo uno studio della Cgia di Mestre dal 2001 al 2008 le loro uscite sono raddoppiate.

Sul podio la Basilicata a quota +102%, l’Emilia di Errani (pasdaran della protesta contro i tagli del governo), il Lazio di Marrazzo


 

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Roma

La manovra economica «è un salasso», «le regioni non riusciranno a fare fronte alle deleghe della riforma Bassanini», diceva pochi giorni fa Vasco Errani, nel suo ruolo di presidente della Conferenza delle regioni. Il «sindacalista» dei governatori ha pienamente ragione, almeno per quanto lo riguarda. Perché a leggere i dati sulla spesa della giunta che governa ininterrottamente dal 1999, si capisce che di soldi gliene servono tanti. E sempre di più.

Dal 2001 al 2008, la spesa complessiva dell’Emilia Romagna è cresciuta del 100,7 per cento. Raddoppiata proprio nei primi sette anni di vigenza della riforma che prende il nome dal ministro del governo Prodi, che ha passato alcune competenze dallo stato centrale alle regioni.
Quelle competenze che, per un po’, i governatori delle regioni hanno minacciato di «restituire» al governo.

Errani, esponente Pd più ascoltato dal segretario del partito Pier Luigi Bersani, è in buona compagnia. Meglio dell’Emilia Romagna, in quanto a spesa con il turbo, c’è solo la Basilicata che ha il primo posto, con un aumento del 102,3 per cento, grazie alle spese firmate prima dal presidente Ds Filippo Bubbico e poi, dal 2005, da quello Pd, ancora in carica, Vito de Filippo. E a loro che spettano i due blocchi più alti del podio.

I dati sono elaborati dalla Cgia di Mestre e certificano come siano le regioni di centro a spendere di più. Nel complesso l’aumento è stato di 62 punti, contro i 53 del nord e i quasi 34 del sud. Ma parlare di un male endemico delle regioni rosse non è del tutto corretto, visto che, scorrendo il dato della spesa corrente - escludendo quindi quella per investimenti - il primato dell’aumento più consistente passa dalla Basilicata al Lazio con un 125,7 per cento, messo a segno rispettivamente durante le presidenze di Francesco Storace (fino al 2005) e Pietro Marrazzo, fino al 2009.

Medaglia bipartisan anche se si considerano solo le spese per l’amministrazione. Ad avere usato i poteri devoluti dallo stato alle autonomie per ingrossare l’apparato amministrativo è stata in primo luogo la Calabria. L’amministrazione calabrese costa quasi il 130 per cento in più, grazie a un aumento realizzato in un arco di tempo equamente suddiviso tra il centrodestra di Giuseppe Chiaravalloti e il centrosinistra Agazio Loiero. Durante le due gestioni, la Calabria si è guadagnata anche un altro primato un po’ anomalo, quello della spesa per i trasporti, con una crescita della spesa del 246,1 per cento dai 313 milioni del 2001 al miliardo e 82 milioni del 2008. Uno sforzo economico del quale i cittadini calabresi pare non abbiano visto grandi frutti.

Tornando alla spesa per l’amministrazione, il secondo posto dopo la Calabria nella classifica degli aumenti più consistenti, va alla Toscana, con un aumento dell’87 per cento, tutto da realizzato durante il mandato di Claudio Martini, esponente Pd ed ex governatore. Segue la Sicilia con un aumento del 62 per cento.

In generale la Cgia di Mestre ha registrato nell’arco di tempo in questione un aumento medio di poco inferiore al 50 per cento della spesa regionale, solo in parte giustificato dalle nuove competenze. E per nulla giustificato dall’aumento dei prezzi che, nei sette anni in questione, è stato solo del 17,5 per cento. Pesa molto la sanità, per la quale si spende il 55 per cento in più in tutto il paese, con un record delle regioni centrali, più 90 per cento.

«Quello che ci preoccupa - commenta il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi - è che a fronte di un aumento della spesa totale pari a 66,2 miliardi (con una variazione del +47,7 per cento), ben 49 miliardi sono riconducibili ad aumenti delle spese correnti. Vale a dire che il 74 per cento dell’aumento della spesa totale delle Regioni è addebitabile alle spese correnti, quelle destinate alla produzione e al funzionamento dei servizi prestati e non agli investimenti». Quella spesa che i governatori, nella partita con il governo sulla manovra, dicono di non potere tagliare in nessun modo.



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India, nuova moda: un'iniezione per sopportare i tacchi a spillo

di Redazione

Un’iniezione per aumentare la resistenza ai tacchi a spillo.

È quanto propongono alcune cliniche di bellezza di New Delhi alle donne che amano le scarpe con i tacchi alti, ma che non sono disposte a soffrire


 
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Nuova Delhi


Un’iniezione per aumentare la resistenza ai tacchi a spillo. È quanto propongono alcune cliniche di bellezza di New Delhi alle donne che amano le scarpe con i tacchi alti, ma che non sono disposte a soffrire. "Grazie a una procedura che dura dai 15 ai 20 minuti, i dottori iniettano nel piede una sostanza chimica che elimina il dolore per almeno nove mesi", spiega il Times of India in un articolo in prima pagina. L’intervento costa dalle 15 alle 20 mila rupie (dai 250 ai 330 euro) e consiste nell’immissione di acido ialuronico nella pianta dei piedi in modo da creare dei «cuscinetti» artificiali che aumentano la "resistenza" dei piedi. "In questo modo una donna può camminare con i tacchi per tutta la giornata senza alcun dolore", dicono soddisfatti i medici, che però mettono in guardia sugli effetti negativi alla spina dorsale.




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Speculazioni, cacao a livelli record

La Stampa

Un fondo compra il 7% della produzione mondiale. Prezzi, i più alti da oltre 30 anni



SANDRA RICCIO
TORINO

La speculazione di Borsa ha scoperto il cacao. Alle fiammate del petrolio e i rialzi record dell’oro, adesso segue la corsa del prezzo di gianduia e praline. Il copione è sempre lo stesso: pochi operatori esperti del settore che comprano in gran silenzio enormi quantità di contratti futures su un tipo di materia prima, ne gonfiano artificialmente la quotazione e poi li rimettono sul mercato a prezzi più alti. Intascando, ogni volta, somme da capogiro. Cosa è successo questa volta?

La scorsa settimana, sulla piazza di Londra il valore di una tonnellata di cacao ha toccato livelli da primato, raggiungendo il prezzo più alto degli ultimi 33 anni, a quota 2.443 sterline. In pochi mesi il rialzo è stato quasi del 50%. Negli ultimi cinque anni il prezzo è più che triplicato. Soltanto che nei mesi passati non si sono verificati particolari problemi di raccolto, né tanto meno rialzi nella domanda mondiale di cioccolato e affini. Niente che possa aver giustificato, insomma, l’esplosione delle quotazioni in Borsa. Per questo sullo strano andamento erano già intervenute, qualche settimana fa, le grandi aziende che consumano, trasformano e commerciano cacao. Esasperate dal pericoloso andamento dei prezzi, ma anche dall’assenza di controlli e di trasparenza nel mercato inglese delle commodity agricole, ben 16 grandi società dell’industri internazionale avevano minacciato di abbandonare il mercato di Londra (Liffe) e di rivolgersi per il propri acquisti alla piazza di New York (Ice). Il sospetto era che dietro agli improvvisi rincari ci fosse una non meglio definita manipolazione dei prezzi.
Ora i sospetti hanno assunto contorni più chiari. A definirli è stato il Financial Times che, ieri, ha rivelato la presenza di un hedge fund tra le tante mani che negli ultimi tempi hanno operato sul cacao. Soltanto nella giornata di giovedì, il fondo speculativo Armajaro, con base a Londra, ha esercitato contratti futures sul cacao per oltre 240 mila tonnellate. Una cifra da capogiro che corrisponde al 7% della produzione mondiale e che è stata manovrata tutta in un giorno, poche ore prima dello scadere del contratto. Una tecnica usata per manipolare il prezzo.

Ora gli operatori si chiedono che cosa succederà nei prossimi mesi. L’enorme quota di cacao fisico appena assunta verrà rimessa sulla piazza o sarà tenuta da parte per far salire ulteriormente il prezzo del cacao? Intanto si annunciano nuove regole per il settore. Stando a quanto affermato da qualche operatore di Borsa, nel quadro della nuova riforma finanziaria potrebbe essere introdotto anche un nuovo corso per la piazza londinese delle materie prime agricole. La proposta è quella di allineare anche questo mercato alle regole già fissate per la rivale di New York. Sulla piazza americana ci sono, infatti, forti limitazioni all’acquisto di materie prime agricole (grano, caffè, zucchero, cacao, tanto per fare qualche esempio) per quegli operatori che non le lavorano direttamente. Sarebbe un grosso colpo per gli hedge fonds della City.

Il problema comunque non è nuovo. Secondo un rapporto dell’Onu, la quota di prodotti agricoli in mano ai fondi speculativi e ai grandi investitori si aggira intorno al 25-30% del totale. I contraccolpi si fanno sentire sui Paesi produttori che nel caso del cacao sono la Costa d’Avorio, il Brasile, Ghana e Nigeria.

Non mancano anche le ripercussioni sul carrello della spesa. Già qualche operatore del settore ha preannunciato aumenti per tutti i prodotti a base di cacao. Per gli amanti del cioccolato si prospetta un inverno amaro.




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Leghista multato sul treno al controllore: «Comunista, sono consigliere»

Il Messaggero

Il consigliere regionale della lega in Veneto era in viaggio senza aver timbrato il biglietto

  

VENEZIA (17 luglio) - Non aveva timbrato il biglietto e ha pagato la multa, ma solo dopo aver protestato con il controllore: «Guardi, sono un consigliere e non è che voglia essere trattato meglio degli altri, però..Lei è comunista?». Il protagonista dell'episodio è Santino Bozza, consigliere regionale della Lega in Veneto, che ha sfogato la sua indignazione per il trattamento “subito” in treno con un intervento-fiume davanti ai colleghi della seconda commissione consiliare che aveva all'ordine del giorno proprio l'esame di una proposta di modifica della legge sulle multe a carico degli utenti privi di biglietto o che non lo hanno obliterato sulle tratte venete di Trenitalia.

Un resoconto dettagliato del siparietto che è finito nei verbali ufficiali della seduta. «Credo che l'assessorato si sia mosso grazie a una mia denuncia perché a me personalmente è capitato tutto questo», ha esordito il consigliere del Carroccio, secondo quanto riferisce il Corriere Veneto. In realtà il progetto di legge era già stato approntato nella scorsa legislatura, ma la precisazione non ha fermato l'irruenza del leghista, che ha praticamente monopolizzato la seduta: «Si viaggia in vagoni da bestiame, io salgo a Monselice e mi siedo passata Padova. Mi è capitato di incappare in un biglietto non obliterato quando ho preso di corsa il treno di ritorno - si è giustificato - Sono salito e, guarda caso, 10 metri dopo - non 10 km ma 10-20-100 metri - mi si è avvicinato il controllore».

A nulla sono valse le spiegazioni di Bozza sul biglietto non timbrato: «L'ho preso stamattina, lo oblitero quando lo faccio... guardi sono anche consigliere, non è che ho voglia di essere trattato meglio degli altri, però..» Niente da fare, 50 euro di multa: «Non li ho in tasca, pago con il bancomat». Ancora niente da fare, i controllori non hanno la macchinetta. E il diverbio si è acceso: «Perchè uno deve avere per forza 50 euro in tasca? - ha chiesto il consigliere - sono passato a una multa di 100 euro. Voglio che i controllori abbiano il bancomat», ha tuonato il leghista davanti alla commissione. «Ma è vero che ha chiesto al controllore se era comunista?», ha domandato il vicepresidente dell'Assemblea regionale, il Pd Franco Bonfante: «Sì, gliel'ho chiesto», ha ammesso il consigliere del Carroccio.




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Lombardi: "Quando vidi Mancino"

La Stampa

Il geometra: «Gli avrò parlato della nomina di Marra alla Corte d'appello»



GUIDO RUOTOLO
ROMA

Si racconta come uno voglioso di fare soltanto bella figura con il capo, quando si difende dall’accusa di aver tentato di condizionare l’esito della decisione della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano: «Ho tentato di interessarmi per acquisire meriti con il capo del mio partito, con Silvio Berlusconi, affinché potesse ritenersi che ero in grado di arrivare anche ai giudici della Corte Costituzionale».

È un millantatore che si dà un gran daffare ma che alla fine non ottiene nessuno degli obiettivi che voleva raggiungere, Pasquale Lombardi, il «geometra» che si faceva passare per giudice tributarista? «Ammetto di aver contattato il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, che ormai non conta più nulla».

È il 10 luglio scorso quando Pasquale Lombardi viene interrogato dal gip nel carcere di Avellino. Lui, l’imprenditore Arcangelo Martino, Flavio Carboni o gli altri indagati eccellenti (Marcello Dell’Utri e Denis Verdini) si contendono la palma di «Venerabile», il 33° della Loggia P3 la cui esistenza è stata ipotizzata dal procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo. Una banda di «pensionati» per dirla con Silvio Berlusconi, o una organizzazione paramassonica con l’obiettivo di condizionare la vita delle istituzioni?

A leggere il suo interrogatorio, Pasquale Lombardi nei fatti è costretto ad ammettere gli episodi contestati, confermando così le ipotesi dell’accusa (e qualche schizzo di fango lo fa arrivare addosso a Nicola Mancino, vicepresidente del Csm). Per esempio, a proposito del suo interessamento in Cassazione alla «pratica» Cosentino (era stato presentato il ricorso al Palazzaccio contro l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Nicola Cosentino per concorso esterno in associazione mafiosa), Lombardi ha ammesso di aver contattato il presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone.

«Dopo l’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti, poiché l’onorevole Cosentino mi ha chiesto se conoscessi qualcuno in Cassazione perché per il 28 gennaio del 2010, data fissata per la discussione del ricorso, era previsto uno sciopero degli avvocati, ho chiamato - ha spiegato Lombardi - il presidente Carbone per sapere se il ricorso sarebbe stato comunque trattato. Non ricordo dell’indicazione che mi fu data di far rinunciare ai termini per la trattazione del ricorso da parte dei difensori dell’onorevole Cosentino».

Altro episodio centrale che è emerso dalle indagini dei carabinieri di Roma è quello dell’incontro a casa del triumviro del Pdl, Denis Verdini. In quell’occasione, secondo l’accusa, si parlò anche della Consulta che doveva discutere il Lodo Alfano. «Confermo l’incontro svoltosi in casa dell’onorevole Verdini - ammette l’indagato - al quale erano presenti Dell’Utri, l’onorevole Caliendo, il giudice Miller, non ricordo se fosse presente anche Martone (l’ex avvocato generale della Cassazione, ndr). In quell’occasione non abbiamo parlato dell’imminente giudizio di costituzionalità del lodo Alfano ma soltanto della candidatura per la presidenza della Regione Campania. In particolare la presenza di Miller (Arcibaldo, capo degli ispettori di via Arenula, ndr) era legata a una sua possibile candidatura».

C’è poi il blocco di contestazioni sulle «raccomandazioni» di magistrati da promuovere: «Alfonso Marra, Gianfranco Izzo e Paolo Albano». Il gip chiede all’indagato perché quei magistrati si siano rivolti a lui: «Perché ho molte conoscenze e amicizie nell’ambito politico e giudiziario». Ammette di essersi rivolto ad alcuni componenti del Csm (Ferri, Carrelli Palumbi, Saponara, Bergamo): «Effettivamente mi sono incontrato con l’onorevole Mancino (Nicola, vicepresidente Csm, ndr) con il quale avrò parlato incidentalmente della nomina di Marra» (a presidente della corte d’Appello di Milano, ndr).




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Fedele Confalonieri: "Ecco il vero Berlusconi, vi racconto la sua vita tra show, affari e politica"

di Redazione

Il presidente di Mediaset ripercorre oltre mezzo secolo di amicizia con il Cavaliere.

"Già ai tempi del piano bar aveva il vizietto della gonnella, ma è il vero Re Mida".

"Io Silvio lo conosco dalle scuole medie.

Era l'embrione di quello che è, spigliato e intraprendente, lavorava e studiava"


 


Un trono e mezz’ora per raccontare la sua vita. Così è apparso giovedì notte su Raidue Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, ospite della trasmissione «Big». Intervistato dalle «Brutus», la coppia Annalisa Bruchi e Silvia Tortora, lo storico braccio destro del Cavaliere ha ripercorso tutta la sua parabola imprenditoriale, raccontando il «suo» Silvio Berlusconi. Dalla Edilnord alla Fininvest, passando attraverso i duetti come cantanti e la passione per il Milan, un’intervista che mette a nudo il loro sodalizio e che pubblichiamo integralmente.
Presidente Confalo­nieri buonasera. Lei è pre­sidente Mediaset dal ’94. Cominciamo questa inter­vista con una sua passio­ne: la musica. Lei nel 2007 si è diplomato al Conserva­torio di Milano in pianofor­te a settant’anni: la possia­mo chiamare maestro?
«Certo. Dovete, eh, eh».

Maestro, è prevista una sua esibizione in futuro? E cosa interpreterebbe?
«No, no, sarebbe patetico».

Lei a un certo momento ha smesso di suonare perché lei razionalmente si è reso conto che non era poi così dotato e che questa non era la sua strada?
«Pensare di avere duemila persone che ti stanno ad ascoltare in una sala da con­c­erto e tu devi a memoria suo­nare bene, dargli quel calore, quel colore, quella cantabili­tà, è una professione che fa ve­ramente tremare i polsi».

Comunque lei da giovane si è molto divertito perché aveva la sua band, i Roxy prima, i Cinque diavoli poi. Dalle balere lei era ar­rivato con la sua band a suonare a Saint Vincent.
«Sì, si faceva da professioni­sti, ma divertendosi perché eri giovane».

Comunque è risaputo che il suo cantante era Silvio Berlusconi.
«È stato anche Silvio Berlu­sconi».

Ma è vero che lei una volta l’ha licenziato?
«È una vecchia storia. È sta­to un licenziamento per giu­sta causa. Doveva cantare e suonare il contrabbasso, ed era sempre giù a ballare con le ragazze. Un viziettino che non ha perso, forse».

Lei viene da una famiglia che ha una grande cultura musicale. Il nonno mater­no era musicista.
«Il bello di quell’epoca era che trovavi gente che sapeva cantare anche l’opera. La massaia, il ragazzo del forna­io. Quando ero bambino c’era la radio, i dischi erano rari. Mio papà amava Puccini e ti comprava gli spartiti della Bohèm e o della Tosca».

Infatti suo zio Giovanni Borghi, mister Ignis, reci­tava nel dopolavoro della sua fabbrica e lei lo accom­pagnava al pianoforte. Co­m’erano quei momenti?
«Ma quante cose sapete! Questo era il ’46,io ero bambi­no e facevano il dopolavoro e ricordo che era una pièce, era un vaudeville che preparava­no, che si intitolava “ Un mi­lanès in mar ”, e ricordo che mio zio faceva il capitano in quella pièce. Con gli operai, con le maestranze, ed era un modo per divertirsi».

Però suo zio le ha trasmes­so anche la passione per gli affari.
«Mi riporta all’epoca della guerra, l’epoca ’43-’44-’45 quando a Comerio nasce la Ignis. Comerio era il paese do­ve eravamo sfollati. I miei zii e mio nonno avevano un ne­gozio di elettricista, ma di quegli elettricisti che faceva­no tutto, idraulici ecc. Erano quattro fratelli, mia mamma era la sorella, e quindi da lì, mio zio è stato un grandissi­mo imprenditore, un genio, un antesignano, quello che ha portato il frigorifero in Ita­lia. Un uomo che aveva fatto la quinta elementare ma con un’intelligenza straordinaria e una capacità gestionale che è nella storia dell’imprendito­ria italiana. E poi di una sim­patia unica».

Dai frigoriferi alle televi­sioni. La sua vita è segnata dall’elettrodomestico. Dal Cavalier Borghi passia­mo al Cavalier Berlusconi. Come nasce la sua amici­zia con Berlusconi?
«Direi dai calzoni corti per­ché eravamo insieme alle me­die e poi al liceo dai salesiani e quindi quando avevamo 14-15 anni, lui ha un anno più di me anche se ne dimo­stra meno ovviamente, dob­biamo sottolinearlo, forse con qualche “aiutino” maga­ri. Quindi non eravamo nella stessa classe, eravamo nella stessa scuola e siamo diventa­ti amici, e lo siamo tutt’ora».

Ma com’era da giovane?
«Credo che fosse già l’em­brione di quello che è adesso, molto spigliato, molto intra­prendente. Già allora si dava da fare per vendere, tral’altro sempre elettrodomestici. La­vorava anche studiando. Il papà era impiegato di banca, che poi è diventato direttore, e quindi ci si dava da fare».

Da 40 anni il vostro è an­che un sodalizio professio­nale. Perché decise di la­sciare la sua attività per an­dare a lavorare con lui?
«Beh, l’attività non andava un granché bene, per cui Sil­vio mi diceva: “ Vieni a lavora­re con me”».

Ma lei l’ha fatto perché ra­zionalmente aveva capito che lui era uno che sareb­be arrivato?
«Quando io sono andato as­sieme a lui, lui era già arriva­to, stava finendo Milano 2».

Non fu magari un fatto di amicizia? Credeva pro­prio in quest’uomo?
«Era nel ’73 ed è stata una scelta razionale. Poi giusta­mente hai un amico e...».

No, perché di solito con gli amici è anche facile litiga­re e per cui uno evita di mettercisi in affari...
«Però guardi, Berlusconi non è mai rancoroso, puoi liti­garci, puoi discuterci e non c’è mai astio,malanimo, si ri­solve sempre molto positiva­mente con lui».

Arriviamo al 1978, dai mat­toni alle televisioni. Una sera riunisce i suoi più stretti collaboratori e vi di­ce: “Da oggi ci occupiamo di televisione”.
«Berlusconi è sempre stato molto sorprendente. La pri­ma reazione era di dire: “Do­ve diavolo vuole andare?”. E qui va dato atto a Berlusconi che non ha mai buttato via soldi. Ha preso un miliardo di fido,non ha preso soldi dal­­l’edilizia, e si è messo in gioco in prima persona. Ricordo che prese come collaborato­re, dal circolo nostro dell’Edil­nord, Carlo Bernasconi che si occupava allora di muratori, architetti, ingegneri, geome­tri. Lo portò a comprare i dirit­ti per la televisione a Los An­geles, a Roma: i primi acqui­sti famosi, le star. Carlo Ber­nasconi è stato un altro degli attori principali come colla­boratori vicini a Berlusconi. Ma Berlusconi ha fatto da so­lo come sempre e senza spen­dere troppo. Berlusconi è an­che molto attento, come tutti i bravi imprenditori che non buttano via i quattrini».

Che cosa appassionava del mondo della televisio­ne Silvio Berlusconi?
«Sa, Berlusconi è un uomo di spettacolo nato. Quando cantavamo e suonavamo in­sieme era uno che ci sapeva veramente fare. Se avesse se­guito quella carriera sarebbe diventato un grande uomo di spettacolo. E qui trovava pa­ne per i suoi denti. Insomma Berlusconi all’inizio si occu­pava di tutto, era uno che en­trava negli studi, che rivede­va gli scritti, le battute di tutti. La famosa boutade di Enzo Biagi, che se avesse avuto un filino di seno avrebbe fatto an­che l’annunciatrice, era una battuta scherzosa ma signifi­c­ativa di quanto si interessas­se di tutto».

L’impero Fininvest cresce velocemente anche grazie alle televisioni. Canale Cinque, Italia 1, Retequat­tro, fino a superare la Rai con un programma ormai diventato storico: il “Drive in”. Ma a lei che è un musi­cis­ta raffinato e un grandis­simo lettore, piaceva la te­levisione che facevate?
« Spettacoli come Drive in o Striscia la notizia o altre cose mi piacciono eccome, come certe fiction. È chiaro che poi ognuno ha i suoi gusti».

Ma lei quanto entra nelle scelte editoriali e nei con­tenuti dei programmi?
«C’era una cosa che diceva Berlusconi all’inizio: che se una cosa piaceva a me... E se non mi piaceva, voleva dire che poteva andare. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Se gli altri han fatto dieci, Ber­lusconi ha fatto novanta. Og­gi nei contenuti non c’entro per niente, la tv la fa Pier Sil­vio e la fa molto bene».

Mi tolga una piccola curio­­sità: però lei il “Grande Fra­tello” l’ha mai visto?
«Io l’ho visto all’inizio e mi ha incuriosito molto e sono andato anche a Cinecittà a vedere questa specie di ac­quario e i ragazzi che erano lì. Poi mi ricordo quando par­tì di avere avuto un incontro con il cardinal Tonini e ave­vamo fatto una specie di fo­rum ad Avvenire con Boffo e si discuteva di questo. Toni­ni era un po’ scandalizzato dal fatto che si usasse una ter­m­inologia come il confessio­nale, al limite del blasfemo secondo lui. Signori, il reali­ty è dieci anni che c’è e ha fat­to ancora il record di ascolti. Non si può pensare che quel­lo che piace al pubblico sia necessariamente brutto e volgare. Bisogna avere ri­spetto per quello che pensa la maggior parte della gente. Poi, come televisione si po­trebbe anche fare qualcosa di più per insegnare: una brutta parola, la televisione pedagogica. Però io credo che ci voglia. Perché - dico la verità - alla Rai io devo un bel po’ della mia cultura. Quando la Rai è partita nel ’54, io mi ricordo che ogni ve­nerdì c’era una commedia. Ho visto l’ Amleto di Gas­sman in televisione, Alber­tazzi, i grandi sceneggiati che arrivavano alla portata di tutti, i Fratelli Karamazov piuttosto che Guerra e Pace . Quindi è stata veramente una cosa importante per l’educazione. Il melodram­ma era fatto ad altissimo li­vello, Del Monaco io l’ho vi­sto in televisione. Purtroppo questo si è perso, forse va sul conto della competizione con la televisione commer­ciale, la frenesia dell’audien­ce. Oggi ancora di più c’è la frammentazione. Ma la frammentazione potrebbe portare indietro l’orologio. Parlo di un concorrente con il quale siamo ai ferri corti, ma c’è un bellissimo canale che si chiama Classica che tutto il giorno e per sette od otto o nove euro al mese ti fa vedere cose straordinarie».

Lei è considerato da sem­pre il volto umano del ber­lusconismo. Quanto è im­portante il suo ruolo all’in­terno dell’azienda?
«Alla fine alla base di tutto c’è la fortuna. Tu hai la fortu­na di essere amico di Berlu­sconi sconi e a 35 anni ti trovi Berlu­sconi che cresce, va...».

È troppo modesto.
«Non è modestia. Adesso, anche senza essere fatalisti, non è che sei tu che ti sei fatto. Nasci in una casa, hai la possi­bilità di studiare, di vivere in una città... chissà quanti geni sono nati in Africa, però mal­nutriti e nella tribù diventava­no tutt’al più lo stregone o il raccontastorie. Alla base di tutto c’è la fortuna».

Ma perché lei in più di 35 anni non ha mai pensato di andare via dall’azien­da? Razionalità o affetto?
«Al di là dell’affetto e della ragione, io credo che nessu­na persona che abbia lavora­to in questo gruppo a un cer­to livello si sia divertito tanto quanto me a lavorare. Io so­no entrato e Berlusconi face­va i quartieri, le città con tut­to quello che vuol dire di inte­ressante, di bello, di aperto. Non è solo per i soldi: essen­do un generoso Berlusconi ti fa anche guadagnare bene. Ma poi sei andato a fare l’am­ministratore del Giornale ne­gli anni di piombo, a Monta­nelli hanno sparato nelle gambe. Era l’unico giornale, quello di Montanelli insieme al Tempo di Roma, che era fuori dal coro del compro­messo storico. Siamo nella se­conda parte degli anni Set­tanta e nel ’ 78 hanno ammaz­zato Moro. Poi c’è la televisio­ne e tu hai la possibilità di vi­vere quest’avventura di una rivoluzione veramente cultu­rale perché dagli anni di piombo in quel momento passiamo al consumismo e a riscoprire che l’America non era il diavolo e che si poteva fare la pubblicità e che era be­ne sia per l’economia che per il Paese cambiare modelli. Poi questo accidente va pure in politica nel ’94. Io ero con­trario, però l’ha indovinata lui. A uno che ti ha fatto vive­re da vicino in prima fila in platea, o almeno entro le pri­me dieci file, delle cose così, non puoi che dirgli grazie e non puoi che essere conten­to. Avrei dovuto pagare il bi­glietto ».

Divertimenti, soddisfazio­ni personali... Però qual­che guaietto è arrivato, giu­diziario anche.
«Tantissimi. Berlusconi è un uomo che divide, ovvia­mente. Però uno come Berlu­sconi veramente è unico. E qui non mi fa velo l’amicizia, perché se c’è uno con cui di­scuto molto spesso è lui. Però il suo curriculum è lì da vede­re e da apprezzare».

Interviene Pier Silvio Ber­lusconi: Zio, come faccia­mo a convincere chi sai tu e so io a spingere sul Milan sempre e comunque?
«Il Cavaliere ha stretto. Pe­rò credo che anche qui abbia ragione, perché si spende troppo nel calcio, ci sono del­le spese veramente eccessi­ve. Non è educativo buttare i soldi dalla finestra».

Ma lei, quando il Milan per­de, cosa combina?
«Se non siete tifose non po­tete capire. Perché il tifoso è una persona che quando vin­ce la sua squadra è aux anges , per dirla alla francese, cioè vi­ve un’atmosfera. Invece se perde è ridicolo, perché uno dice: “Ma come, quello è un imprenditore, quello è uno scrittore, è una persona che dovrebbe essere seria,equili­brata”. E invece va in momen­tanea depressione, vede tut­to nero, non guarda niente. È ridicolo, però è qualcosa che ha del religioso, mi scuso per il suono un po’ blasfemo».

Pensavo che entrasse ne­gli spogliatoi e li strango­lasse con le sue mani.
«Io poi non c’entro col Mi­lan, sono solo un tifoso».

Però ci hanno raccontato che quando perde lei va via prima e di solito è la vol­ta che segnano: è vero o è una cattiveria?
«È successo e per scaraman­zia qualche volta lo rifaccio».

Comunque sappiamo che lei ha molti meriti per l’ac­quisto del Milan. Galliani dice che per lei il Milan è il vero welfare.
«Il vero welfare è se il Milan ha vinto. Perché se non ha vin­to è veramente l’opposto. Mi ricordo che la decisione di comprare il Milan Berlusco­ni la prese in aereo mentre tornavamo da Saint Moritz. E fu come segnare un gol nella finale di coppa, perché si sa che se Berlusconi arriva da qualche parte, è un Re Mida: trasforma in oro tutto quello che tocca».

Lei è un uomo molto razio­nale ma anche di grandi passioni. Quella per la poli­tica non l’ha mai tentata?
«A me piace la politica da spettatore. La politica è la pri­ma delle scienze e forse è an­che l’attività più nobile».

Niente discese in campo?
«Ma no, basta lui. Anni fa mi hanno avvicinato a Palaz­zo Marino, ma no. Anche per­ché il sindaco credo sia uno dei mestieri più difficili: se c’è una buca nella strada è colpa tua anche se sei stato il più bravo sindaco della sto­ria... ».

Ha dei rimpianti?
«No, direi di no».

E in Dio crede?
«Ho studiato otto anni dai salesiani, quindi un’educa­zione religiosa ce l’ho avuta. E poi devo dire anche che mi mandavano a messa tutte le mattine. Mi ricordo che suo­navo l’armonium e quindi suonavo anche le canzonette e c’era la solita spia che una volta andò dal consigliere a dire: “Quello suona Ger­shwin e Cole Porter”. E lui dis­se una bellissima frase: “Om­nis lingua laudat Deum”, “Ogni lingua loda Dio”. Per cui, credo o non credo? Biso­gna credere. Non possiamo non dirci cristiani».

È il momento del bilancio. Lei nella sua vita ha usato più testa o più cuore?
«Sembra un coccodrillo, non un’intervista. Comun­que credo tutte e due. Nelle scelte importanti la razionali­tà deve prevalere. Poi però è chiaro che la razionalità de­v’essere mitigata e dev’esse­re accompagnata dal calore, dal sentimento per gli altri. Quindi razionalità ma nello stesso tempo cuore».
Vabbè vince la ragione, me l’aspettavo,giustamen­te lei ha detto che la razio­nalità è quella che ha pre­valso, quella che deve pre­valere. Quindi le faccio do­no di un aforisma di Elias Canetti che dice: “Chi è ve­ramente intelligente na­sconde di avere ragione”.
«Che grande autore, Auto da fé è uno dei più bei libri che abbia mai letto».  



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Il figlio di Cicciolina picchiato in comunità

di Redazione

Picchiato nella comunità di recupero dove si trova dal 16 giugno. Lunedì Ludwig C., figlio dell’attrice Ilona Staller (in arte “Cicciolina”), 17 anni, accusato di spaccio di sostanze stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale, comparirà davanti al Tribunale della Libertà: in discussione l’appello presentato dal suo legale, l’avvocato Luca Di Carlo, noto per aver difeso, in Italia, le star pop-rock Michael Jackson e Rod Stewart. A denunciare l’accaduto, finito al pronto soccorso dell’ospedale San Paolo di Civitavecchia, lo stesso avvocato che ha tentato, inutilmente, di incontrare il suo assistito.

«Il ragazzo è riuscito a parlare solo con la madre, con la quale sono fidanzato da un anno, - spiega Di Carlo -. Quando mi sono presentato davanti al cancello del centro cui è stato affidato dal gip, la direttrice non mi ha fatto entrare. Assurdo, andremo in udienza per il Riesame senza avere avuto la possibilità di conferire. Un diritto per qualsiasi indagato». «È stato aggredito brutalmente - dice Ilona Staller a il Giornale - pazzesco che accadano queste cose in un centro protetto».

Sul referto medico, in cui vengono prescritti antidolorifici e ghiaccio, i sanitari hanno riscontrato traumi e contusioni alla mandibola e al torace. Secondo il legale della Staller il giovane è terrorizzato e non sarebbe in grado di parlare liberamente al telefono. «L’ordinanza di soggiorno presso questa comunità - spiega ancora l’avvocato Di Carlo - è stata emessa da un giudice in seguito alla denuncia di due ragazzi fermati dai carabinieri e che avrebbero raccontato di aver acquistato sostanza stupefacente da lui.

Subito dopo è stata eseguita una perquisizione personale e domiciliare ma non è stato trovato nulla. Solo nel garage condominiale, in uso a più persone, hanno recuperato un involucro con della droga. Non è stato effettuato l’esame tossicologico su Ludwig, tanto che ci risulta incomprensibile una misura restrittiva in una comunità per tossicodipendenti». Accade tutto alla fine di maggio quando una pattuglia dei carabinieri della compagnia Cassia si accorge di uno strano movimento in strada. Ci sono tre giovani, due maggiorenni, al buio.

La radiomobile si ferma per un controllo ma questi fuggono. Due vengono acciuffati, il terzo si dilegua. I due fermati hanno addosso alcune dosi di hashish. «Ce l’ha vendute quell’altro» dicono. Quando i militari si presentano in casa della ex pornostar, già deputata radicale, non trovano nulla. In garage, però, ci sono 49 grammi di “fumo” e tre di cocaina. Ma di tutto ciò il 17enne sostiene di non saperne nulla.



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Redlove, la mela con la polpa rossa

Il Secolo xix


Si chiama Redlove (amore rosso), è tutta color sangue, fino al torsolo, e promette di diventar presto la mela dei desideri di tutta la Gran Bretagna. Frutto del duro lavoro di un agricoltore svizzero, Markus Kobert, che per 20 anni ha incrociato diverse specie di mela provenienti da tutto il mondo, i suoi diritti per il mercato britannico sono stati acquistati dal grossista ortofrutticolo Suttons. Suscitando l’immediato interesse di altri 1.500 coltivatori sparsi nel Regno.
«Questa è la prima mela al mondo dalla polpa rossa», ha detto un portavoce della Suttons al Daily Mail. «Ha un sapore dolce e fruttato ed è ideale sia da mangiare cruda che cotta». Già perché il suo originale colore non si perde quando sottoposto ai vari trattamenti della cucina. Risultato: la tradizionale crostata di mele, solo per fare un esempio, assume grazie alla Redlove un carattere tutto suo. «Per produrre questa mela - continua il portavoce - è stato impiegato un processo di selezione naturale». Niente Ogm quindi.




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Scoperto il più antico Champagne della storia in un relitto nel mar Baltico

Corriere della sera

I sub: «Ne abbiamo bevuta una: fantastica!». Forse era un dono di Luigi XVI allo zar Pietro il Grande

Trenta bottiglie di Veuve Clicquot risalenti al 1780
Scoperto il più antico Champagne della storia in un relitto nel mar Baltico


Un Veuve Clicquot attuale
Un Veuve Clicquot attuale
HELSINKI - Quando l'hanno stappato non ci volevano credere: «Un gusto fantastico, assolutamente favoloso. C'è ancora un fine perlage di bollicine». Un gruppo di subacquei senza saperlo ha scoperto un tesoro: 30 bottiglie di Champagne risalenti probabilmente al 1780, le più vecchie «ancora bevibili» al mondo. Ognuna, se messa all'asta, potrebbe partire da un prezzo di oltre 50 mila euro e se venisse confermato che... Ma raccontiamo tutta la storia.
SORPRESA - Una squadra di sommozzatori sta effettuando ricerche nel mar Baltico al largo delle isole Åland (finlandesi, ma abitate da una minoranza svedese) quando il 6 luglio scopre un relitto di una nave sconosciuta: sui resti non ci sono indicazioni per risalire al nome dell'imbarcazione. La visibilità sul fondo a 55 metri di profondità è bassissima: «Meno di un metro, non si vedeva niente. Allora ho trovato una bottiglia e l'ho portata in superficie, sperando che ci potesse dare un'indicazione», ha raccontato Christian Ekström, a capo della squadra di subacquei. «Sul tappo c'era il simbolo di un'ancora e, dopo alcune ricerche, la Moët & Chandon ci ha detto che un tempo la Veuve Clicquot usava questo simbolo per i suoi prodotti ed era l'unica marca di Champagne a utilizzarlo. Allora abbiamo chiamato un'enologa per vedere se era ancora bevibile. Non solo lo era, ma la conservazione perfetta (assenza di luce, temperature basse e costanti sul fondo del mare) gli ha permesso di mantenere tutte le sue caratteristiche».
PRODUZIONE - «La Veuve Clicquot cominciò la sua produzione nel 1772 e le prime annate sono state pronte una decina di anni dopo, quindi non più tardi del 1782», continua Ekström. «Ma queste bottiglie non possono essere datate dopo il 1788-1789, perché sappiamo che con la Rivoluzione francese si arrestò la produzione. Magari si tratta proprio delle prime bottiglie prodotte e sarebbe fantastico averle trovate». Sul tappo si riesce a leggere ancora la scritta «Juclar», i laghi di Andorra da dove proveniva il sughero. Finora il più vecchio Champagne «bevibile» è un Perrier-Jouet del 1825, stappato l'anno scorso da alcuni enologi in Gran Bretagna. «Di questo del Baltico ne ho conservato ancora un bicchiere che tengo in frigorifero e non riesco a staccarmi da lui: ogni cinque minuti vado là a inebriarmi con il suo aroma», ha confessato l'enologa Ella Grüssner Cromwell-Morgan, che ha assaggiato il vino e compiuto ricerche storiche. «Il suo colore è oro ambrato. Il profumo è molto intenso, con note di tabacco, ma anche di uva e di frutti bianchi, di rovere e idromele. Il boccato è veramente sorprendente, molto zuccherino ma allo stesso tempo con la giusta acidità. Lo si spiega con il fatto che a quel tempo lo Champagne era molto meno secco di oggi perché non si riusciva a gestire bene il processo di fermentazione», spiega l'enologa.
STORIA - Queste bottiglie però potrebbero avere un'importanza non solo enologica, ma anche storica. «Potrebbe addirittura trattarsi di un dono del re di Francia Luigi XVI allo zar di Russia Pietro il Grande», spiega l'enologa. «Moët ha trovato documenti che parlano di una spedizione che non arrivò mai a destinazione. Se la data e la provenienza delle bottiglie ritrovate nel Baltico fossero confermate, si tratterebbe del più vecchio Champagne del mondo». E se fosse vero che si tratta proprio del vino che Luigi XVI mandò allo zar, altro che 50 mila euro a bottiglia... «Le bottiglie potrebbero valere diverse centinaia di migliaia di euro l'una», dice Grüssner Cromwell-Morgan. Lunedì alle isole Åland si terrà una riunione con le autorità locali per decidere a chi appartiene il contenuto del relitto: un vero tesoro.
Paolo Virtuani
17 luglio 2010



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New Trolls, dal beat alle liti sul nome

Corriere della sera

Una querelle tra canzoni, fotografie, carte bollate. Ultimo atto una lettera dal nucleo storico: «Tu non c'eri»

DOPO LA REUNION DEI FONDATORI DUE GRUPPI PER L'EREDITà DEL «COMPLESSO» GENOVESE
New Trolls, dal beat alle liti sul nome


Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D'Adamo, fondatori nel  65 dei New Trolls e ora La leggenda New Trolls
Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D'Adamo, fondatori nel 65 dei New Trolls e ora La leggenda New Trolls
MILANO

New Trolls. Mito e leggenda. E una querelle sul chi è «New Troll» che tradisce le sonorità del rock progressivo strimpellato da generazioni per finire tra sberle musicali, dischi e blog. Finito anche in tribunale, quello di Genova, che con un’ordinanza nel 2008 vietava ai vecchi componenti di usare singolarmente il nome, ma solo un «richiamo» .
Ultimo atto: una lettera di Giorgio D’Adamo (oggi componente del gruppo «La leggenda New Trolls») a Riky Belloni (oggi leader del «Mito New Trolls»), anche lui dal '77 proprietario del «marchio» New Trolls.

Riky Belloni, dal '76 nei New Trolls, oggi leader del Mito New TRolls
Riky Belloni, dal '76 nei New Trolls, oggi leader del Mito New TRolls
MITI E LEGGENDE CONTRAPPOSTI - «Caro Ricky, o forse sarebbe ormai il caso di rivolgersi a te come “Egregio Sig. Belloni"», scrive D’Adamo deciso a entrare in questa «lite da cortile» e pronto a rispolverare le origini.
«Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D'Adamo si incontrano alla fine del 1965 e cominciano a fare musica insieme. Tu non c’eri». Questo l’esordio fatto di storie, canzoni e una filippica di «tu-non-c'eri». La faccenda è infuocata. E vede da una parte Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D'Adamo, dall’altra, Ricky Belloni. L'avvocato del nucleo storico lo scorso gennaio aveva annunciato il ritorno del gruppo con una chiara divisione di panni e “marchio”: «La reunion del gruppo, che ora si chiama La Leggenda New Trolls - scriveva - mentre del Mito New Trolls fa parte solo Ricky, Arturo Belloni».

Il 45 giri di «Quella carezza della sera»  del 1978
Il 45 giri di «Quella carezza della sera» del 1978
AUTORI E DIRITTI - «I New Trolls non esistono più», sentenziava Ricky-Arturo, entrato nel gruppo nel 1976. “Una reunion non può esistere senza la mia presenza e quella di Giorgio Usai, basti pensare che sono l’autore del più grande successo del gruppo e di molte altre canzoni che hanno fatto la storia dei New Trolls». Toni polemici accentuati ogni volta che parte il refrain sulla paternità di Quella carezza della sera. Stessa canzone a cui fa riferimento la lettera di D’Adamo. «Nel 1976, dieci anni dopo la fondazione del gruppo, sei stato chiamato a farne parte, caldamente voluto da me e da Gianni Belleno, avendo noi tre condiviso l'esperienza del tour con Fabrizio De André. Da allora, se ben ricordo, avevamo messo in atto la regola di firmare tutti le canzoni non importa scritte da chi di noi, in modo da poter scegliere i pezzi da incidere senza motivazioni che potessero riguardare il proprio interesse personale». E incalza: «Mi risulta che tu abbia bene sfruttato questa regola, perché in realtà hai avuto un parte di autore molto limitata nella stesura di Quella carezza della sera e di pochi altri pezzi minori, passati poi nel dimenticatoio». Niente polemica, per carità, aggiunge e «se anche il tuo contributo a Quella carezza della sera fosse stato superiore a quanto io mi ricordi, pensi che solo questo ti autorizzi ad essere un New Trolls?»

Un 45 giri  dei New Trolls degli anni Sessanta.
Un 45 giri dei New Trolls degli anni Sessanta.
MUSICA NON RICORDI - C’è stato un momento la band sembrava dover tornare insieme. «Ho preso anch’io parte ad un incontro con De Scalzi e gli altri per parlare di una possibile reunion», aveva rivelato al sito PopOn.it lo stesso Ricky Belloni, che poi aveva però rifiutato. «Alla proposta di unirmi al gruppo ho preferito declinare piuttosto che portare in giro solo il ricordo di quella che è stata la storia dei New Trolls», avera rilanciato Belloni ancora da un blog. «Oramai sono abituato a suonare con musicisti eccezionali, presenti nel mio vero gruppo». A Belloni aveva ancora risposto con motivazioni artistiche che pesano come macigni, De Scalzi: «Basta prendere la copertina di qualsiasi disco fino al 1977 per scoprire che i New Trolls hanno queste facce qui», indicando quelle dei quattro componenti «La leggenda New Trolls». Figuriamoci se Belloni restava zitto. A sua volta rilancia: «I New Trolls hanno più di quarant’anni, e in quella formazione sono stati solo per nove anni. Io ci ho suonato per i restanti trent’anni e ho scritto le canzoni che li hanno portati al successo, come Quella carezza della sera».

La copertina del 45 giri di «Una miniera», 1969
La copertina del 45 giri di «Una miniera», 1969

COVER BAND A CHI? - Ora cerca di chiudere D’Adamo: «Ti ricordo che personaggi ben più autorevoli di te, musicalmente parlando, hanno scritto musica e parole per noi: Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla, Sergio Bardotti, Luis Enriquez Bacalov… Nessuno di loro si è mai sognato di arrogarsi il diritto di essere un New Trolls!». E per concludere: «Tu vai in giro a suonare la nostra musica, non la tua (se c'è). E allora perché ti indigni se ti chiamano cover band? È esattamente quello che fai. Il fatto che ti abbiano portato a firmare il deposito del nome, in un breve periodo in cui collaboravi con una parte del gruppo originale, pensi che ti dia davvero dei diritti di paternità musicale che non hai acquisito nella vita e sul palco? Perché non dimostri le tue capacità suonando la tua musica, ripeto, se ce l'hai, invece di andare in giro vendendo te e la tua band per un gruppo che non siete adesso e che non siete mai stati nel passato?». A i fan la sentenza.
Luisa Pronzato
17 luglio 2010



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