venerdì 16 luglio 2010

Danielona assolta dall'accuso di spaccio: «Ho preso la coca dopo la morte di papà»

IL Messaggero

L'accusa aveva chiesto per l'opinionista di Uomini e donne un anno di reclusione.
La testimonianza del fratello

 

ROMA (16 luglio) - Il giudice Maria Teresa Cialoni ha assolto Daniela Ranaldi, 55 anni dall'accusa di avere detenuto 25 dosi di droga a fini di spaccio «perché il fatto non costituisce reato». L'opinionista di Uomini e donne era stata arrestata venerdì 9 luglio. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a un anno di reclusione e a 3.000 euro di multa.

Daniela Ranaldi, difesa dall'avvocato Alessio Pica, ha negato di essere una spacciatrice ammettendo la detenzione della cocaina per uso personale. Ha detto di aver cominciato a farne uso alcuni mesi fa, dopo la morte del padre. La donna ha ribadito di «non essere una spacciatrice» e di avere «fatto una stupidaggine». Il fratello Bruno, testimone citato dalla difesa, ha spiegato al giudice che la sorella è caduta da mesi in uno stato di depressione dopo la morte del padre avvenuta lo scorso ottobre. «Il bilancino veniva usato per le medicine che quotidianamente nostro papà assumeva. Morto lui, abbiamo attraversato tutti un momento difficile, Daniela in modo particolare. Una volta - ha detto Bruno, che gestisce un locale notturno - la sorpresi mentre faceva uso dello stupefacente che teneva sul comodino della stanza da letto in un barattolo, glielo buttai via e litigammo di brutto ma sarebbe stato meglio se le avessi dato anche uno schiaffo in faccia». Il bilancino di precisione era stato sequestrato con 11 grammi di coca. Il difensore di “Danielona” aveva sostenuto l'insussistenza dell'accusa di spaccio dimostrando che per la sua attività la Ranaldi riceve uno stipendio di 1.200 euro al mese più 600 euro di extra e che comunque ha in corso contratti di sponsorizzazione.





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Io boss? Fin da giovane fingo di esserlo»

Corriere della sera

La difesa del direttore sanitario arrestato a Pavia: morbosamente affascinato

'NDRANGHETA, primi interrogatori DOPO LA RETATA TRA LE COSCHE AL NORD
«Io boss? Fin da giovane fingo di esserlo»


Carlo Antonio Chiriaco
Carlo Antonio Chiriaco
C'è chi è drogato di lavoro, chi magari è malato di saudade
, chi è roso dal demone del gioco: invece Carlo Antonio Chiriaco, il direttore sanitario dell’Asl di Pavia arrestato per associazione mafiosa e corruzione elettorale nella maxioperazione Milano-Reggio Calabria da 300 arresti, dice di essere malato di ’ndrangheta. Affascinato «morbosamente» (dice proprio così nell’interrogatorio) dalla voglia, fin da giovane, di farsi credere dagli altri un malavitoso della ’ndrangheta, per vedere poi l’effetto che fa in chi ascolta. È la singolare spiegazione che ha ritenuto di offrire ai magistrati per difendersi dalle proprie stesse parole intercettate, che dal gip Andrea Ghinetti l’hanno fatto definire «uno degli uomini più influenti della sanità lombarda» tramutato in «una risorsa insostituibile per la ‘ndrangheta in Lombardia ».

Uno che «incanala i voti di cui dispongono Pino Neri e Cosimo Barranca (capi dei clan in Lombardia e a Milano, ndr) a favore della candidatura di Giancarlo Abelli e Angelo Giammario » (parlamentare e consigliere regionale pdl): al punto da «portare l’uomo di fiducia di Neri, Del Prete, a colloquiare direttamente con Abelli, proponendogli i voti di uno dei più alti esponenti di ‘ndrangheta». Neri e Barranca? Li conoscevo ma ignoravo fossero mafiosi, sostiene ora Chiriaco.
Le mie intercettazioni? Solo millanterie, anzi proprio una patologia.

Al punto che qui la difesa, consapevole di dover comunque affrontare poi il merito di alcuni fatti valorizzati dai pm, appare intenzionata a sperimentare persino una perizia psicologica. Certo è che, anche a prescindere dai fatti scoperti dall’ultima indagine e che toccherà al difensore Maria Teresa Zampogna provare a smontare nelle prossime settimane, a posteriori appare davvero curioso come l’amministrazione pubblica abbia potuto nominare direttore sanitario dell’Asl di Pavia (budget annuale di 780 milioni di euro per 530mila cittadini) una persona condannata il 26 aprile 2007 per esercizio abusivo di professione sanitaria in relazione alla gestione del suo studio professionale odontoiatrico.

O che nel 1995, in concorso con l’esponente di ’ndrangheta Fortunato Valle, si era visto infliggere 2 anni e 2 mesi per una estorsione del 1991 quand’era già direttore di presidio presso il Policlinico S. Matteo di Pavia: condanna poi due volte rimbalzata tra conferme e annullamenti in Cassazione, fino a essere cancellata dalla prescrizione nel terzo processo d’Appello il 4 maggio 2007. E proprio la voce di Chiriaco, intercettata, ha raccontato ora agli inquirenti un retroscena di quel processo, e cioè—scrivono i giudici — «gli stratagemmi adottati, fino a preparare prove false, per uscire indenne».

Infatti «uno degli indizi pesanti che io avevo — rievoca il manager intercettatoera che mi avevano preso un’agendina che c'era scritto NATO euro 830… Io dicevo che era NATO Fortugno», cioè Fortunato Fortugno, che secondo i pm Chiriaco «fa chiamare al fine di avere un falso alibi ove se ne fosse presentata la necessità»; mentre «la Procura — ricorda Chiriaco — diceva che era NATO Valle (cioè Fortunato Valle). Ed in realtà era NATO Valle…». Del resto, il 20 ottobre 2009 Chiriaco mostra di non dubitare su chi scegliere: «L'importante è non tirarmi dietro alle spalle i Valle. Perché tra i Valle e la magistratura, preferisco avere dietro alle spalle la magistratura».

Luigi Ferrarella
16 luglio 2010



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Il killer (pentito): «Ho ucciso cinquanta persone, ma non ricordo neppure i nomi»

Corriere del Mezzogiorno

Confessione choc di Vincenzo Sarno. Saranno ora riaperti dai magistrati i fascicoli di centinaia di delitti

Vincenzo Sarno

Vincenzo Sarno

NAPOLI

Sono centinaia i casi di omicidio che sono stati o saranno riaperti sulla base delle dichiarazioni dei fratelli Sarno, gli ex boss di Ponticelli che hanno deciso di «pentirsi». Ciascuno di loro si è addossato la responsabilità di decine di assassinii: l’ultimo, l’altro giorno, è stato Vincenzo Sarno, che in aula, sollecitato dal pubblico ministero Vincenzo D’Onofrio, ha ammesso: «Ho compiuto almeno 50 omicidi, non ricordo precisamente neanche il numero, non ricordo i nomi di tutti».

Altrettanti delitti aveva confessato nelle scorse settimane il fratello Giuseppe: persone uccise nell’ambito di regolamenti di conti o per le loro eccessive ambizioni o per fare favori ad altri gruppi criminali, ma anche perché sospettate di essere confidenti della polizia. Centinaia di casi archiviati perché non era stato possibile individuare responsabili e moventi, dunque, saranno riaperti e riesaminati. I Sarno, ovviamente, oltre ad autoaccusarsi come mandanti, hanno anche fatto i nomi degli esecutori materiali di quegli omicidi: vicende per le quali nessuno era mai stato indagato potranno ora essere chiarite, consentendo ai familiari degli uccisi di avere giustizia.

Tra i morti di cui Enzo Sarno non ricorda neppure il nome, c’è un uomo assassinato a San Vitaliano nel 2001. Quell’anno, infatti, la Guardia di Finanza fece a Napoli un grosso sequestro di masterizzatori utilizzati dal clan per produrre cd contraffatti. In quel periodo Enzo Sarno era in prigione: quando ne uscì, si informò su come la Guardia di Finanza avesse individuato il laboratorio clandestino. Gli fu fatto il nome di un affiliato che nel frattempo si era trasferito a San Vitaliano: senza pensarci troppo, il boss ordinò che fosse ucciso. Probabilmente, invece, non era lui il responsabile della «soffiata», ritengono oggi gli investigatori. Sarno ha fornito poi ulteriori particolari sul tragico caso di Anna Sodano, la prima collaboratrice di giustizia della zona orientale di cui aveva già parlato l’altro collaboratore Carmine Caniello: convinta a rientrare nel quartiere dalla località protetta dove era stata inviata, venne attirata in una trappola, violentata da tre affiliati e poi uccisa; il corpo non èmai più stato trovato.

Titti Beneduce
16 luglio 2010




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“Truffa carosello”: scoperti falsi acquisti di telefonini a San Marino per 50 milioni

Il Messaggero

La Guardia di Finanza di Terni che ha arrestato otto persone tra Umbria, Lombardia e Lazio.
Usati ignari camerieri filippini

 
di Corso Viola

TERNI (15 luglio) - Un’organizzazione ramificata in mezza Italia, che in meno di un anno ha evaso più di 50 milioni di euro e che usava come prestanome per società di comodo anche ignari camerieri filippini. Pensavano di farla franca grazie all’interessamento di un appuntato della Finanza, che li aveva più volte tranquillizzati sulle verifiche fiscali in corso. Ma ora si trovano tutti in carcere, mentre l’appuntato delle fiamme gialle è stato denunciato per millantato credito. La Guardia di Finanza di Terni, coordinata dal comandante provinciale Domenico Solfaroli Cammillocci, ha scoperto il maxi giro di fatture false tramite il sistema delle frodi carosello messo in atto della banda di commercianti e professionisti.

Perquisite decine di abitazione private e le sedi delle società utilizzate dall’organizzazione, sequestrati anche 400 mila euro in una banca del centro di Terni. L’operazione ha riguardato le province di Terni, Perugia, Roma, Lecco e Milano. I militari hanno dato esecuzione alle otto ordinanze di custodia cautelari emesse dal gip di Terni, Maurizio Santoloci. Per gli investigatori venivano emesse decine di fatture per operazioni inesistenti. Il meccanismo era quello, classico, delle cosiddette frodi carosello: prevedeva considerevoli acquisti di apparecchi di telefonia da San Marino e da paesi della Comunità europea che poi, attraverso l’interposizione fittizia di alcune società create ad hoc, realizzavano il sistema fraudolento. In modo che i commercianti coinvolti oltre a vendere gli apparecchi a prezzi concorrenziali evadevano il fisco (sono indagati anche per “notevole turbativa delle regole economiche di mercato”).

Tre gli arrestati a Roma, tra cui i due camerieri filippini usati come prestanome, tre a Foligno e Spoleto (tutti imprenditori del settore), uno a Lecco e uno a Terni. L’operazione è ancora in corso e gli accertamenti proseguiranno nei prossimi giorni per ricostruire tutti i flussi commerciali e finanziari illecitamente posti in essere dall’organizzazione per cercare di recuperare parte dei soldi frodati allo Stato.





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Assolti i 'mercenari' Spinelli e Stelfio, rapito in Iraq con Quattrocchi

Quotidianonet

Bari, 16 luglio 2010

La Corte d’assise di Bari ha assolto i 'mercenari' Salvatore Stefio e Giampiero Spinelli, perche’ il fatto non sussiste, dall’accusa di arruolamento non autorizzato al servizio di uno Stato estero.

Stefio, insieme con Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Fabrizio Quattrocchi, furono vittime di un rapimento in Iraq nel 2004, in cui Quattrocchi fu ucciso, gli altri tre liberati dopo 56 giorni di prigionia. Il pm, Manfredi Dini Ciacci, aveva chiesto la condanna a quattro anni di reclusione per entrambi.

Stefio e Spinelli erano in particolare accusati di aver reclutato Didri Forese, Cupertino e Agliana. Per la pubblica accusa avevano violato l’articolo 288 del codice penale che vieta agli italiani di organizzare servizi di scorta e di vigilanza negli Stati in cui l’Italia ha in corso interventi militari, anche di ‘peacekeeping’.

Nel corso del dibattimento hanno deposto come testimoni, tra gli altri, l’attuale e il ministro degli Esteri del governo Prodi, Franco Frattini e Massimo D’Alema, e l’ex ministro della Difesa Antonio Martino.





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Poliziotta “malata” ma faceva la cuoca

Il Secolo xix

Troppo forte il mal di testa per andare al lavoro e prestare servizio come agente in forza alla polizia stradale. Ma non per lavorare come cuoca nel ristorante del marito. Una poliziotta del comando di Savona, Marina P., 52 anni, nel frattempo andata in pensione, è accusata di truffa ai danni dello Stato.

Secondo l’accusa da febbraio a settembre del 2003 avrebbe percepito indebitamente un’indennità di malattia pari a circa 7 mila euro.

Ieri mattina in Tribunale si è tenuta l’udienza del processo davanti al giudice Marco Rossi in cui è stato ascoltato come testimone il maresciallo dei carabinieri Stefano Girelli, all’epoca comandante della stazione di Noli che aveva sorpreso la poliziotta nelle cucine del ristorante «Mea Culpa» a Tosse, gestito dal marito Roberto H. Il maresciallo, ha raccontato ieri in aula, l’aveva sorpresa con grembiule e cappello dopo essersi recato nel ristorante per prenotare il pranzo da offrire ai carabinieri di servizio ai seggi elettorali della zona.

«Non stavo lavorando» si è sempre difesa la donna, assistita dall’avvocato Fazio dello studio Mazzitelli, i cui certificati medici sulle forti emicranie incompatibili anche per lavori d’ufficio sono finiti nel fascicolo del pubblico ministero e del giudice Rossi. Il comandante della stazione dei carabinieri segnalò il caso al comando della polizia stradale, dove la donna per le precarie condizioni di salute era stata assegnata a mansioni da centralinista.

«Una vicenda assurda che si ridimensionerà nella portata dell’accusa, ne siamo convinti- spiega l’avvocato Marco Fazio, difensore della donna- i problemi di salute della mia cliente erano reali, a tal punto che per quegli stessi motivi per cui era in malattia nel periodo oggetto del processo, è andata poi in pensione».

Marina P. fu poi valutata anche da una commissione medica interna alla Questura.

Ieri in aula le schermaglie tra il pm onorario Cristina Pittaluga, i legali e il testimone carabiniere si sono concentrate su cosa stesse esattamente facendo Marina P. nel ristorante del marito il giorno dell’arrivo del maresciallo.

Secondo la difesa non stava lavorando. Invece per il maresciallo Girelli che avviò poi una sua indagine l’ ex agente era intenta ai fornelli a cucinare. E non soltanto in quell’episodio. Di parere opposto i familiari e i clienti: «Era in visita».

La prossima udienza del processo è stata fissata per il 18 novembre. La questione sembravi essersi conclusa dopo un lungo iter giudiziario arrivato sino in Cassazione che invece ha disposto che il processo venisse celebrato. Da qui l’accusa di truffa ai danni dello Stato. Pena prevista in caso di condanna da uno a cinque anni. Ieri il rinvio al 18 novembre. Per quella data è prevista la sentenza.





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Il giuramento del boss: «In Liguria amministriamo noi»

Donna russa 79enne vive nell'aeroporto di Tel Aviv

Libero





Una donna di origine russa vive ormai da diversi mesi nell'aeroporto "Ben Gurion" di Tel Aviv, proprio come il personaggio di Tom Hanks nel film "Terminal" di Steven Spielberg. L'alloggio della donna è una semplice panca di metallo, posizionata a pochi passi dalla zona di controllo dei passaporti.

Raissa Simonova
, di 79 anni, sarebbe "vittima di alcuni impedimenti burocratici" e- secondo quanto dichiarato dall'anziana- finora non avrebbe quindi potuto beneficiare degli aiuti garantiti agli immigrati. Nella sala dell'aeroporto di Tel Aviv riceverebbe uno sporadico aiuto dai lavoratori che le porterebbero beni di prima necessità.

Simonova, alla stampa locale, ha detto di non potersi lamentare dato che da giovane è "sopravvissuta alla Guerra Mondiale"- e ha aggiunto- "non avevo sostentamenti, se non un pò di pane e patate". E ora che la vicenda ha suscitato non pochi interessi da parte dei media, il Sindaco della città di Raanana, a Nord di Tel Aviv, ha assicurato che le troverà un tetto dove vivere in condizioni umane.

Ma il caso di Simonova non è stato il primo. Anche il profugo iraniano, Meheran Karimi Nasseri, era infatti rimasto per diversi anni nel Terminal dell'aeroporto "De Gaulle", a Parigi.

16/07/2010





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Intervista al boss Misso/ «Strage del 904 Non c'entro. Ero nemico di Pippo Calò»

Il Mattino

   

NAPOLI (16 luglio) - Sono passati esattamente 25 anni e 7 mesi dalla strage del Rapido 904. Era il 23 dicembre 1984 quando una bomba fece esplodere, nella galleria di San Benedetto Val di Sambro, un intero vagone del treno che da Napoli doveva arrivare a Milano. Un massacro nel quale persero la vita 17 persone. E del quale oggi parla colui che è stato indicato come il principale mandante, dopo la riapertura dell'inchiesta da parte della Procura partenopea. Giuseppe Misso, 63 anni, ex boss del Rione Sanità, ora pentito (la sua collaborazione con la giustizia è iniziata due anni e otto mesi fa), parla per la prima volta di quella tragica pagina di storia italiana.

Una delle tante rimaste, a distanza di quasi 26 anni, ancora senza un colpevole. L'ex padrino di Largo Donnaregina, attualmente rinchiuso in carcere dove sta scontando una pena per associazione camorristica, non usa mezzi termini: «Non sono colpevole di quella strage. La Corte d'Appello di Firenze mi ha assolto da quell'accusa, poi confermata dalla Corte di Cassazione».

E, sui presunti rapporti con Cosa Nostra e Pippo Calò, indicato quest'ultimo come uno dei principali responsabili dell'eccidio, dice senza esitare: «Non l'ho mai conosciuto. D'altronde non avrei potuto avere legami con lui, essendo uno degli appartenenti al gruppo dei corleonesi, ai quali si opponeva Gerlando Alberti junior, con cui invece io ero in buoni rapporti ma soltanto per le rapine».

La camorra dunque c'entrerebbe nella strage del Rapido 904 «solo per motivi legati ai rapporti criminali con un gruppo siciliano di rapinatori». È questo ciò che si legge nelle parole di Giuseppe Misso, ex boss del Rione Sanità, che parla dal carcere dove è rinchiuso dopo la riapertura dell'inchiesta sul massacro del 23 dicembre '84 da parte della Procura di Napoli. L'ex capoclan conobbe Gerlando Alberti jr (nipote dell'omonimo boss di Cosa Nostra) tramite due componenti della sua cosca, di origini siciliane, Franco Caccamo e Vito Lo Monaco, entrambi rapinatori. Furono loro a mettere in contatto Misso e Alberti per organizzare rapine sull'asse Sicilia-Napoli a partire dalla fine degli anni '70.

Il boss, ora pentito, fa sapere che «non avrebbe mai potuto essere amico di Pippo Calò essendo quest'ultimo acerrimo nemico di Alberti jr, che apparteneva alla cosiddetta mafia perdente». Calò faceva, infatti, parte del gruppo dei corleonesi e di Riina, che si opponevano ad Alberti jr. Il cartello criminale di Peppe 'o nasone nel dicembre '84 aveva sì un ruolo di primo piano nello scenario criminale italiano, ma «solo nell'organizzazione di rapine».

Le accuse sul suo coinvolgimento nella strage? «Solo un'infamia», dice. Giuseppe Misso non avrebbe dunque, mai fatto piazzare sul treno né nascosto nelle cave delle Fontanelle l'esplosivo che sventrò un intero vagone del convoglio circa 26 anni fa. «Non sono colpevole di quella strage - rimarca - da quell'accusa sono stato assolto. Pippo Calò? Non l'ho mai conosciuto».

La Procura di Napoli ha riaperto l'inchiesta sulla strage del Rapido 904. Perché, secondo lei?

«Lo dovrebbe chiedere a chi ha lo ha deciso».

L'ex procuratore Vigna, in un'intervista di Rosaria Capacchione sul Mattino del 12 luglio, parla dei suoi rapporti con Cosa Nostra. Cosa risponde?

«Invito a leggere il mio romanzo "I leoni di marmo"».

Nell'intervista Vigna dice anche che lei frequentava gli stessi ambienti della destra eversiva conosciuti da Pippo Calò.

«Io e Calò non ci siamo mai conosciuti. Sfido chiunque a dimostrare il contrario; tra l'altro Gerlando Alberti jr faceva parte della mafia perdente e dunque, in quegli anni, era un cosiddetto "scampato" alla furia omicida dei corleonesi di cui Calò era un esponente di spicco. Pertanto io non potevo essere amico e frequentatore ora degli uni, ora degli altri. Ci sarà mai, invece, qualcuno che abbia il decoro e la dignità di chiedermi scusa per tutte le sofferenze che ho dovuto patire e che perdurano ancora in relazione a questa vicenda? Sono stato assolto dalla Corte d'Assise d'Appello di Firenze e la Cassazione ha confermato il verdetto di assoluzione».

Qual era la sua attività nel dicembre 1984?

«Ero uno dei rapinatori più importanti che operavano nel settore».

Quale pena sta scontando?

«Sono trascorsi due anni e otto mesi da quando ho iniziato a collaborare con la giustizia e credevo di meritare il beneficio di una parvenza di libertà (lunedì scorso la Corte d'Appello non ha concesso all’ex boss le attenuanti speciali previste dall'art. 8 del D.L. 13 maggio 1991, ndr), cosa che non è avvenuta, nonostante abbia scontato un'intera pena per associazione camorristica».

Com'è cambiata la sua vita?

«Ora credo possa esistere un mondo migliore, più umano e comprensivo».

Cosa farà quando uscirà dal carcere?

«Sposerò Lina, la mia compagna e mi dedicherò alla mia passione: la letteratura».





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Afghanistan, feriti tre militari italiani durante uno scontro a fuoco: uno è grave

Il Mattino

Sparatoria a Bala Murghab: prognosi riservata per un ufficiale colpito al polmone.
Gli altri due soldati feriti in modo lieve

 

ROMA (16 luglio) - Tre militari italiani sono rimasti feriti in uno scontro a fuoco avvenuto oggi nell'ovest dell'Afghanistan. Lo si apprende da fonti della Difesa. Lo scontro a fuoco, secondo quanto si è appreso, è avvenuto a sud di Bala Murghab, una delle aree da sempre più pericolose della regione occidentale dell'Afghanistan. I militari italiani erano impegnati in un'attività a supporto delle forze di sicurezza afgane, quando c'è stato il violento scontro a fuoco.

Dei tre feriti, uno è grave ed ha riportato lesioni a un polmone e a una spalla; le condizioni di un altro vengono definite serie, per lesioni all'inguine, mentre il terzo non sarebbe grave.

Il militare ferito in Afghanistan «non versa in imminente pericolo di vita, ma la prognosi rimane riservata. E' un ufficiale. Attualmente è ricoverato presso l'ospedale da campo di Herat».». Lo ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi.

Colpito anche un elicottero. Nel violento scontro a fuoco di Bala Murghab, i cui tre militari italiani sono rimasti feriti, è stato coinvolto anche un elicottero del nostro contingente che è stato danneggiato. L'attacco ai militari italiani e afghani da parte di un numero imprecisato di insorti è avvenuto intorno alle 11 locali. L'elicottero danneggiato trasportava il militare italiano ferito più gravemente. L'elicottero ha dovuto fare dunque una sosta in una base spagnola e poi è ripartito per Herat, dove il ferito è stato ricoverato in un ospedale da campo.

Altri combattimenti nella zona italiana. Un comandante dei Talebani è stato ucciso, insieme a diversi insorti, in un'operazione militare nella provincia di Farah, nell'ovest dell'Afghanistan, dove sono dispiegati i soldati italiani. È quanto si apprende da una nota Isaf, in cui si precisa che il comandante dei Talebani ucciso, il mullah Akhtar, era responsabile per l'ingresso di combattenti stranieri in Afghanistan dal vicino confine con l'Iran. Teatro dell'operazione, condotta ieri dalle forze di sicurezza afghane e dai militari della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf), è stato un campo di addestramento di combattenti nel distretto di Bala Baluk. Quando i militari si sono avvicinati al campo, un gruppo di insorti ha aperto il fuoco contro i soldati. È quindi intervenuto un velivolo della coalizione che ha fatto fuoco contro gli insorti.

Durante lo scontro, gli insorti hanno fatto esplodere un ordigno improvvisato (Ied), ma nessun soldato è rimasto ferito, precisa la nota. Nessun civile, secondo Isaf, è rimasto ferito nell'operazione. Il comunicato, tuttavia, non precisa la nazionalità dei soldati di Isaf che hanno partecipato all'operazione.

Bomba davanti sede italiana a Herat. Un attentatore suicida a bordo di un'auto si è fatto esplodere stamani nei pressi dell'ingresso sud della base del Regional Command West (Rc-W) di Herat, nell'Afghanistan occidentale, a guida italiana. È quanto si apprende da nota di Rc-W, in cui si precisa che l'autobomba è esplosa alle 6.25 ora locale (le 3.55 in Italia). Nessun danno a persone o cose è stato riscontrato all'interno di Camp Arena. L'attentatore a bordo dell'auto si è scagliato contro un veicolo della polizia afghana in transito. Per l'esplosione tre agenti afghani sono rimasti feriti e sono stati ricoverati nell'ospedale spagnolo di Camp Arena. L'area dell'esplosione è stata cordonata dalla forze di Isaf per indagare su quanto avvenuto.





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Stalking, lasciato dalla fidanzata le telefona di notte da 24 anni

Il bigliettaio della stazione ferroviaria si rifiuta di contare le monete, lo straniero respinto chiama la polizia

Messico: il chip sottopelle non blocca i rapimenti. Ora le gang lo estraggono

Corriere della sera

Sequestrato l'ex presidente del Senato che si era fatto impiantare un microchip, ma non è bastato

Diego Fernandez de Cevallos in mano ai narcos che vogliono 30 milioni di dollari

Messico: il chip sottopelle non blocca
i rapimenti. Ora le gang lo estraggono


Diego Fernandez de Cevallos (da yucatan.com)
Diego Fernandez de Cevallos (da yucatan.com)
WASHINGTON – Diego Fernandez de Cevallos, importante e facoltoso uomo politico messicano, si era fatto installare un micro-chip sotto la pelle. Una «cimice» che, in caso di sequestro o di qualsiasi altra emergenza, avrebbe permesso di rintracciarlo. Non è bastato. Da metà maggio de Cevallos, meglio conosciuto come Don Diego, è in mano ad una banda di rapitori. Ex presidente del Senato, 69 anni, è stato sorpreso da un commando vicino alla sua tenuta di Queretaro.

RIMOSSO IL CHIP - E i banditi erano bene informati sulle misure di protezione adottate dal politico: come prima mossa hanno rimosso il microchip. Successivamente la gang ha inviato una foto con uomo bendato molto somigliante a Don Diego. Quindi è partita la trattativa con la famiglia. La prima richiesta era di 50 milioni di dollari, ora sono scesi a 30. Sul sequestro si sono diffuse molte voci. All’inizio si era ipotizzato che i banditi volessero in cambio il padrino della coca, Ignacio Coronel Villareal, il cui arresto sarebbe stato tenuto segreto. Quindi si è sospettato il coinvolgimento di una formazione armata dell’estrema sinistra. In Messico l'industria dei sequestri fa a gara con quella della droga. Centinaia di persone sono portate via da gruppi criminali ben organizzati e molti dei rapimenti non sono neppure denunciati. Dal 2008 una società privata ha lanciato sul mercato il chip anti-sequestro ed è stato subito un successo. La «cimice» costa attorno ai 5 mila euro, ai quali bisogna sommare circa 2000 euro di canone annuale.

Guido Olimpio
15 luglio 2010(ultima modifica: 16 luglio 2010)



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L’auto blu al mare: figuraccia del moralista Idv

di Gabriele Villa

Il capogruppo al Senato Belisario, sempre pronto a denunciare sprechi e ingiustizie, era a Roma mentre il suo autista sfrecciava al lido di Policoro col lampeggiante acceso e più persone a bordo.

E scatta la denuncia per peculato




«Le modifiche al codice della Strada devono servire per ridurre gli incidenti ed evitare le stragi che ogni anno avvengono sulle strade italiane. Per questo vanno introdotte norme che amplino la sicurezza e tra queste certamente non ci possono essere quelle che aumentano i limiti di velocità. Con la vita non si scherza, non si può scherzare, e tutti senza eccezione alcuna devono rispettare le regole: questo vale anche per le auto blu». Era giusto il 4 maggio dell’Anno Domini 2010, quando il senatore dell’Idv, Felice Belisario, così sentenziava dalle pagine virtuali del suo sito internet. Parole sante.

Valori veri, non quelli dell’Italia dei medesimi, ma quelli della prudenza e del rispetto della legge. Sempre e comunque uguale per tutti, come ci ricorda, ogni giorno, Antonio Di Pietro. Già. Ma se poi quelle parole ti tornano indietro come un boomerang due mesi dopo? Ma se un’auto blu, mettiamo proprio quella assegnata (chissà a quale titolo poi?) al senatore Belisario, viaggia talmente a velocità sostenuta da venir fermata da un pattuglia dei carabinieri? E se poi dentro quell’auto blu i militari scoprono che non c’è nemmeno il senatore Belisario ma altre persone? Beh, allora, qualche riga sui giornali questa curiosa vicenda, forse la merita.

È ciò che puntualmente ha fatto, denunciando l’accaduto, la Gazzetta del Mezzogiorno che scrive: «L’auto blu assegnata al senatore Felice Belisario, eletto in Basilicata e capogruppo al senato dell’Italia dei valori, era al lido di Policoro, in provincia di Matera, nel pomeriggio di qualche giorno fa. Ma con le due o tre persone a bordo, uomo al volante compreso, il senatore non c’era. La berlina, una Lancia, ha incuriosito una pattuglia dei carabinieri della Compagnia in fase di normale controllo del territorio poiché aveva il lampeggiante blu sul tetto e andava a velocità sostenuta. Da qui l’alt e la successiva verifica. Tutto in regola. A parte l’assenza del senatore Belisario a bordo. I carabinieri hanno inviato una segnalazione dell’accaduto all’autorità giudiziaria. L’ipotesi: peculato».

Pubblicando la notizia sul suo sito web, la Gazzetta del Mezzogiorno ha acceso l’indignazione di molti lettori. Leggiamo qualcuno dei commenti più teneri: «Questa è li-taglia dei valori - persi o trovati? - valutate!» scrive Paolo Miraglia da Matera. «Come mai un senatore qualsiasi ha un’auto blu e autista a disposizione? Che ci facevano l’autista e company sull’auto blu se il senatore non c’era?» si domanda, giustamente Anto68 da Bari. Mentre Antonio, da Potenza si sfoga: «Finalmente lo hanno fermato! Per le strade di Potenza, soprattutto Viale Marconi, l’autista in questione crede di essere su una pista di Formula1. E meno male che è al servizio di un autorevole esponente del partito de la giustizia è uguale per tutti. Chissà se varrà anche per lui?».

Imbarazzante, ammettiamolo. Sì perché Felice Belisario, 61 anni compiuti da pochissimo, non è soltanto il capogruppo dei senatori dell’Idv è anche, assieme, naturalmente, a Tonino l’Immarcescibile, l’altro Grande Moralizzatore del partito della pulizia, l’uomo che non si lascia sfuggire un’occasione che è una per bacchettare Silvio Berlusconi e il suo governo. Per spiegare al popolo italiano come le cose andrebbero fatte per il loro bene, nel rispetto, appunto, delle regole della trasparenza e dell’onestà. Così dal suo sito ogni giorno è buono per fare un piccolo comizio: «Il governo Berlusconi - scrive, sconsolato, il 6 luglio - è in piedi solo perché, ad oggi, non c’è un’opposizione sufficientemente determinata e coesa capace di creare un’alternativa all’attuale maggioranza parlamentare.

Altrimenti il Caudillo di Arcore sarebbe a casa da un pezzo». E il 13 luglio: con questi «fior di galantuomini Idv non può e non deve collaborare, non ci sono governi di solidarietà nazionale che tengano. Nessuna riforma è possibile: sarebbe come consegnare i principi fondanti della nostra Patria nella mani del carnefice». Tornando all’imbarazzante episodio, l’autista di Belisario, Antonio Scavone, ha detto ai carabinieri che si stava recando dall’assessore regionale dell’Idv, Rosa Mastrosimone, ma i militari non gli hanno creduto e lo hanno denunciato. Dal canto suo Belisario dice di non saperne nulla e garantisce che mercoledì 7, quando dovrebbe essere avvenuto l’episodio, Scavone era con lui a Roma e non a Policoro.

C’è anche da dire che il capogruppo dipietrista di Palazzo Madama non è granché fortunato con gli autisti. Nel 1994, quando era nel Ppi, il suo collaboratore Numida Leonardo Stolfi, fu arrestato per sfruttamento della prostituzione, nel 2000 è stato condannato a nove anni e mezzo. E ora è di nuovo in cella come esecutore materiale di un omicidio. Mentre Antonio Scavone, descritto come un giovane molto focoso e dai modi piuttosto bruschi, è stato espulso dai carabinieri per motivi disciplinari. Ma, insomma, senatore Belisario ci pensi un attimo prima di predicare bene, altrimenti sono figuracce.





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Bogotà, turismo sessuale Condannato un italiano

di Redazione

Paolo Pravisani, 72 anni, originario di Udine, è stato ritenuto colpevole di pedofilia, detenzione di materiale pedopornografico e induzione alla prostituzione.

In Colombia è la prima sentenza di questo tipo contro uno straniero




Bogotà -  Paolo Pravisani (72 anni, originario di Udine), coinvolto nella morte per overdose di un quattordicenne, Yesid Torres, è stato condannato per pedofilia, detenzione di materiale pedopornografico e induzione alla prostituzione. Era finito sotto processo dopo che Torres era stato trovato morto, per un’overdose di cocaina, il 23 settembre del 2009 nell’appartamento di Pravisani, nel quartiere "Crespo" di Cartagena.



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Alfano sbugiarda «Repubblica» con un post-it

di Redazione

Roma

Chi di post-it ferisce... Stavolta il contrappasso del post-it tocca a Repubblica, il quotidiano leader della fiera battaglia anti-bavaglio e zeppo, pagina dopo pagina, di facsimile di fogliettini gialli che - tra un’intercettazione e l’altra - ricordano che la legge voluta dal governo «nega ai cittadini il diritto di essere informati».

Ieri Repubblica si è beccata un post-it giallo dal ministro Guardasigilli, Angelino Alfano, che accusa di «censura» il quotidiano diretto da Ezio Mauro. Quotidiano che, interpretando frasi estrapolate da conversazioni intercettate tra terzi, ha fatto intendere ai suoi lettori che il ministro della Giustizia avrebbe dato corda alle pressioni di Roberto Formigoni per inviare un’ispezione ministeriale al tribunale di Milano, che aveva escluso la sua lista elettorale, salvo poi, scrive Repubblica, «sentirsi in dovere di giustificarsi» col governatore per non averla mandata.

Il tutto dedotto da una conversazione tra Formigoni e tal Arcangelo Martino, di cui - precisa Alfano - «non conoscevo l’esistenza finché non ho appreso del suo arresto dai giornali». Letto l’articolo del 14 luglio scorso, Alfano si è assai irritato, e ha mandato a Ezio Mauro una breve nota di precisazione, sottolineando come «proprio dall’intercettazione pubblicata si evince l’esatto contrario» di quanto insinuato dal quotidiano: «Non ho fornito all’amico Formigoni giustificazioni, ma gli ho detto che non avrei mandato l’ispezione». E Repubblica che fa?

Pubblica la letterina, a pagina 11, ma ne «taglia» alcuni passaggi. «Giustappunto quelli più polemici», nota Alfano; quelli in cui il ministro si diceva consapevole «di quanto sia costato all’articolista riconoscere che mi ero opposto all’ispezione», e che forse per questo si è cercato, nel testo, di «gettare un’ombra su un comportamento lineare e corretto».
«Ragioni di spazio», si giustificano a Repubblica, ma il ministro non è convinto. E ieri ha pubblicato in bella vista sul suo website la lettera originaria e quella «censurata». Corredate da un post-it giallo che dice: «A proposito di censure e bavagli».

Spiega il ministro che la precisazione «si era resa necessaria a causa di un’errata interpretazione dei fatti (ovviamente in buona fede...) dei giornalisti di quella testata», e che «ovviamente, trattandosi di un quotidiano liberale e democratico come La Repubblica, ero convinto altresì che la mia nota sarebbe stata pubblicata integralmente». E invece? «Mi sbagliavo!».



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Violento e bugiardo: poliziotto incastrato sul web

Repubblica

Un poliziotto newyorkese è stato licenziato e arrestato per avere aggredito un ciclista durante una manifestazione.  L'agente aveva raccontato di essere stato investito dall'attivista, ma le immagini pubblicate su YouTube, viste da oltre due milioni di persone, hanno dimostrato che aveva mentito. Il ciclista è stato anche risarcito dal corpo di polizia della Grande Mela

 

Russia, il gestaccio dell'anchorman in diretta

Repubblica

Russia, il gestaccio dell'anchorman in diretta

(15 luglio 2010)


Rimbalza in rete un video tratto dal telegiornale del canale russo Bectn dove il giornalista in studio passa la linea alla corrispondente ma per un errore di tempo non si accorge di essere rimasto in onda mentre rivolge un gestaccio alla collega, evidentemente non molto apprezzata
(a cura di Benedetta Perilli)

Lo zombie fa troppa paura, via la pubblicità dalla Tube

Repubblica

Un ritratto classico della regina Maria Tudor che si trasforma in zombie per impaurire i viaggiatori della metropolitana di Londra. La pubblicità di "The London Dungeon", un'attrazione turistica che ricostruisce momenti sanguinosi e macabri della storia cittadina, sembra proprio aver fatto centro e il pannello digitale animato è stato rimosso dopo che decine di viaggiatori si sono lamentati perché l'immagine era troppo violenta  

(a cura di Benedetta Perilli)

Scienziato iraniano: ''Sono stato rapito'', gli Usa negano

Repubblica

Amiri sarebbe stato tenuto prigioniero "per 14 mesi da gente armata". Nel video postato su Internet un uomo che dichiara di essere il fisico nucleare afferma di essere stato sequestrato, di essere riuscito a fuggire da una prigione della Cia in Virginia, e di essere in pericolo di vita

Caso Cucchi: la famiglia parte civile, il Comune forse

Il Secolo xix

Con la costituzione di parte civile dei familiari di Stefano Cucchi e la riserva del gup Rosalba Liso sull’accoglimento di quella del Comune di Roma, è cominciata oggi l’udienza preliminare relativa alla richiesta di rinvio a giudizio di 13 tra medici, infermieri e agenti penitenziari coinvolti nei fatti sfociati nella morte del geometra di 31 anni.
Stefano Cucchi morì il 22 ottobre scorso nell’ospedale Sandro Pertini, una settimana dopo il suo arresto per possesso di droga. L’udienza di oggi è servita ad incardinare il procedimento. Il gup Liso ha ammesso come parte civile i genitori, la sorella ed i nipoti di Cucchi, mentre si è riservata per la prossima udienza del 5 ottobre di decidere sulla richiesta del Campidoglio, alla quale si oppongono i difensori degli indagati. In quell’occasione alcuni degli imputati potrebbero scegliere riti alternativi. Altre udienze, per la discussione, sono state fissate per il 19 e 26 ottobre prossimi.
A rischiare di finire sotto processo, su richiesta dei pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy, sono i medici Aldo Fierro, responsabile del reparto penitenziario del Sandro Pertini, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite e Rosita Caponetti; gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe; gli agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici; il direttore dell’ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria Claudio Marchiandi.

I reati contestati, a seconda delle posizioni, vanno dalle lesioni aggravate all’abuso di autorità, dal falso ideologico all’abuso d’ufficio, dall’abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d’ufficio, fino al favoreggiamento ed all’omissione di referto.



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Danzando ad Auschwitz, 65 anni dopo

Corriere della sera

Il video di un sopravvissuto girato con figlia e nipoti sulle note di «I will survive» fa discutere l'opinione pubblica

Video

MILANO

«Se qualcuno mi avesse detto che 60 e passa anni dopo sarei venuto qui ad Auschwitz con mia figlia e i miei nipoti , lo avrei fatto rinchiudere in manicomio» così Adolek Kohn 89 anni racconta alla Bbc la sua visita al campo di concentramento nazista in cui era stato rinchiuso durante gli anni della seconda guerra mondiale. Ma quel che fa discutere l'opinione pubblica mondiale non è tanto il fatto che Kohn dopo tanto tempo abbia voluto visitare il luogo dell'incubo quanto il fatto che lui insieme a sua figlia e ai suoi nipoti abbia realizzato un singolare video che circola da alcuni giorni su You Tube in cui all'interno del campo di concentramento balla ed esulta sulle note del celebre successo di Gloria Gaynor «I will survive», vale a dire io sopravvivrò.
REAZIONI CONTRASTANTI - Una scelta quella di Kohn e dei suoi nipoti, davvero singolare in quanto il campo di concentramento, simbolo per eccellenza della morte e del dolore diventa così paradossalmente il luogo della testimonianza della sopravvivenza, la prova concreta che al di là dell'orrore un'altra vita è possibile.

Naturalmente però, come spiega il quotidiano britannico Guardian, il video che ha avuto oltre 500mila contatti ha provocato reazioni contrastanti in tutto il mondo. Di apprezzamento, ma anche di disgusto con relative accuse di mancanza di rispetto. L'idea di realizzare il video è venuta alla figlia di Adolek, Jane che ha realizzato le riprese del video non solo ad Auschwitz, ma anche nei campi di Terezin ora in Repubblica Ceca e e Dachau in Germania. «Era importante che il video collegasse per le giovani generazioni il ricordo dell'Olocausto a qualcosa di fresco e d'attualità - spiega Jane - perché le immagini tradizionali dello sterminio nazista sono intorpidenti. Non è stato facile parlarne con mio padre ma io dovevo farlo»
Redazione online




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Calvi, Corte d'Appello: "Non è stato suicidio Il banchiere fu ucciso"

di Redazione


Motivazioni della sentenza d'appelloper la morte del banchiere, trovato impiccato il 18 giugno '82 sotto il ponte dei Frati neri a Londra: "Omicidio". Assolti Carboni, Calò e Diotallevi, come in primo grado


 
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Roma - Non un suicidio, ma un omicidio. La Corte d’assise d’appello di Roma ritiene che "Roberto Calvi non si sia suicidato" dunque "è stato ucciso". Si legge nelle motivazioni della sentenza con la quale, il 7 maggio scorso, sono state confermate le assoluzioni di Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi per l’omicidio del banchiere, trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte londinese dei Frati Neri. Gli stessi imputati erano stati assolti in primo grado il 6 giugno 2007.
La mafia La parziale riapertura dell’istruttoria nel processo, con la testimonianza tra l’altro di Massimo Ciancimino, non è servita. "Cosa Nostra, nelle sue varie articolazioni, impiegava il Banco Ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio. Il fatto nuovo, rispetto alle acquisizioni di primo grado, consiste nell’assunzione del dato per cui tali operazioni avvenivano quanto meno anche a opera di Vito Ciancimino, oltre che di Giuseppe Calò". Ma se questo "conferma la possibilità di individuare un valido movente dell’omicidio, allarga la platea delle persone a cui tale movente è possibile riferire". E poi, passaggi fondamentali nella valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. "Nessuno di coloro che hanno reso dichiarazioni interpretabili come accusatorie ha assistito ai fatti. Essi hanno, invece, porto delle informazioni che hanno riferito di aver appreso".
La posizione di Carboni Rispetto a Flavio Carboni, finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P3, i giudici scrivono: "Non vi è dubbio che nei confronti dell’imputato gravino indizi consistenti: Carboni è stato la persona che, nell’ultimo periodo di vita del banchiere, ha conseguito un rapporto privilegiato con la vittima, ne ha costantemente seguito le orme tanto da esser stato presente la stessa sera del 17 giugno 1982 nel medesimo albergo londinese". Nonostante questo per la Corte "si pongono insuperabili argomenti ed elementi di segno opposto. La pluralità di moventi alternativi non pare concentrarne uno più specifico e assorbente in danno di Carboni i cui interessi erano in sintonia col mantenimento in vita del banchiere".
E quella di Calò Sull’interesse di Calò a eliminare il banchiere "le versioni fornite dai vari collaboratori di giustizia sono risultate in contrasto tra loro o sono state smentite da altre risultanze del processo". Su Diotallevi, poi "deve convenirsi nella considerazione che poichè vi è certezza quanto al contributo di Diotallevi finalizzato all’espatrio clandestino di Calvi, analoga certezza non vi sarebbe circa l’effettiva e consapevole sua partecipazione ad un piano criminoso volto all’eliminazione del Calvi".
Troppi dubbi In conclusione "troppi sono i moventi alternativi ipotizzabili e troppi sono i soggetti e le organizzazioni che avrebbero avuto interesse all’eliminazione di Calvi: dalla mafia, alla camorra, alla P2, allo Ior e ai politici italiani (beneficiari delle tangenti o interessati a cambiare l’assetto del Banco Ambrosiano o a mutare gli equilibri di potere all’interno del Vaticano)". Non solo "in tale ambito di ipotesi non sufficientemente dimostrate, possono anche comprendersi i servizi segreti inglesi, essendosi acclarato che Calvi aveva, tra l’altro, finanziato l’invio di armi ai dittatori argentini nel periodo in cui era in atto il conflitto bellico per le isole Falkland. E così anche i servizi segreti italiani, che hanno mostrato (avvalendosi pure del loro ambiguo collaboratore Pazienza) di essere sempre informati di tutto e di aver seguito sino all’ultimo le mosse di Carboni e Calvi". 




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Perdere il lavoro per colpa di un post su Twitter

La Stampa







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Francia, vietato indossare il velo Un milione per pagare le multe

La Stampa

Un miliardario di origini algerine ha istituito un fondo per sostenere chi intende mantenere le proprie tradizioni



PARIGI

A poche ore dall'approvazione alla Camera dei Deputati d'Oltralpe della legge di interdizione del burqa e del niqab da tutti i luoghi pubblici, è già bufera sulle possibili implicazioni sociali che potrebbe comportare la sua messa in atto. In Francia oltre duemila donne, su un totale di cinque milioni di musulmani, rischiano di incorrere in multe da 150 euro e nell'obbligo di frequentare corsi di educazione civica. Pene dure anche per quei padri, mariti e fratelli che le obbligheranno a rispettare inflessibilmente la legge Coranica: un anno di carcere e fino a 30 mila euro di multa, raddoppiata in caso di costrizione di minorenni.

Di qui, la singolare iniziativa del multimilionario di origine algerina, Rachid Nekkas, il quale ha annunciato di voler istituire un fondo di un milione di euro destinato a tutte le musulmane che non vorranno rinunciare alle tradizioni privandosi del velo. «Non avranno che da inviarci la multa e, visto che nessuna legge lo proibisce, riceveranno in cambio un assegno», ha spiegato il magnate al quotidiano Le Figaro. Nell'intervista ha ribadito la sua totale disapprovazione nei confronti di un provvedimento «incostituzionale» che avvia la Francia verso un'intolleranza pericolosa tale che potrebbe minare la stabilità sociale del Paese.

Personaggio istrionico e intraprendente, Nekkaz deve parte della sua celebrità alla candidatura, poi fallita, alle presidenziali del 2007, occasione in cui promise trecento euro a tutti gli elettori in caso di vittoria. Nei giorni scorsi non ha esitato a scagliarsi anche contro lo stesso presidente Sarkozy, definendosi «molto preoccupato dalla possibilità che le persone comincino a sfruttare il proprio ruolo istituzionale per "giocare" con la Costituzione». Per questo motivo ha già versato il suo contributo di 200 mila euro, somma a cui si sono aggiunti altri 36 mila euro di donazioni di privati in meno di 24 ore.

Osteggiata dai socialisti evocando il «rischio giuridico» di un bando totale, ma nonostante questo fortemente voluta dal partito di maggioranza Ump e dai centristi di Nouveau Centre, la legge - approvata con 355 sì e un no - attende ora il via libera del Senato. I mesi che separano dalla votazione di settembre saranno impiegati per risolvere tutti i problemi giuridici che gravano sul progetto, «in modo che la sua applicazione non possa essere contestata». Il rischio di esporsi troppo facilmente ad una condanna della Corte europea dei diritti umani è alta: nei giorni scorsi sono piovute critiche non solo dal consiglio francese del culto musulmano (Cfcm), ma anche da Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie.

Dopo il Belgio, la Francia - che conta la prima comunità musulmana d’Europa - si appresta a diventare il secondo Paese del Vecchio continente a censurare il velo integrale nell’insieme del suo territorio. Al di la delle motivazioni di pubblica sicurezza avanzate dai promotori, secondo cui «le pratiche radicali che oltraggiano la dignità e l'eguaglianza tra persone (incluso la pratica del velo integrale) sono contrarie ai valori della Repubblica», il valore simbolico della decisione è ben più grande e supera il divieto già in vigore di indossare fazzoletti e simili nelle scuole e negli uffici pubblici.



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Scoperta nave del settecento durante i lavori a Ground Zero

IL Tempo

Secondo gli archeologi, l'imbarcazione probabilmente era stata sepolta tre secoli fa insieme ad alti detriti per aumentare la superficie dell'isola di Manhattan strappandola al fiume Hudson.

Una singolare scoperta hanno fatto gli operai che stanno lavorando sul sito del World Trade Center a New York distrutto l'11 settembre 2001: mentre stavano effettuando scavi hanno ritrovato una vecchia nave del Settecento di circa 10 metri. Secondo gli archeologi, riferiscono i siti di vari quotidiani Usa, la nave probabilmente era stata sepolta tre secoli fa insieme ad alti detriti per aumentare la superficie dell'isola di Manhattan strappandola al fiume Hudson.
LA SCOPERTA  - Secondo l'archeologa Molly McDonald, si spera di riuscire a estrarre l'imbarcazione già oggi, mentre alcuni specialisti navali si sono già recati sul posto per esaminare la scoperta. L'archeologa ha spiegato di voler salvare almeno parte delle assi della nave, visto che non è chiaro se sarà possibile estrarre intatta la nave. Gli esperti faranno adesso analizzare il legno per poter risalire alla data di costruzione dell'imbarcazione. Il tempo stringe, perchè gli archeologi temono che il contatto con l'aria possa rapidamente deteriorare il legno della nave. A poche centinaia di metri di distanza è stata ritrovata anche un'antica ancora larga un metro e del peso di 45 chili, ma non è chiaro se appartenesse effettivamente alla nave ritrovata






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Lombardi in cella e il Barbato sbagliato

Corriere del Mezzogiorno

L'uomo della P3 scambia il deputato dipietrista Francesco per il suo omonimo Udeur. E si racconta...

Barbato si chiama il deputato antiberlusconiano fino al midollo, e Barbato fa di cognome anche il politico mastelliano che in Parlamento puniva i «traditori» a colpi di sputi. Ecco, Pasquale Lombardi credeva che nell'infermeria del carcere di Bellizzi, dove è recluso per la vicenda P3, si fosse recato il secondo e non il primo. C'è una bella differenza. «Evidentemente mi ha scambiato per un appartenente all'Udeur (partito dell'omonimo Barbato, ndr) ex democristiano» dice Francesco Barbato, parlamentare dell'Italia dei valori. Galeotta fu l'omonimia perché «Lombardi è diventato subito un fiume in piena. Mi ha raccontato di tutto. E io ho preso appunti, sono abituato a non millantare e a riferire cose non inventate».
Come l'ha accolta Lombardi?
«Quasi come un vecchio conoscente, ritenendo forse che io fossi della vecchia covata campana della Dc. "Si accomodi onorevole, che piacere averla qui" mi diceva. L'ho anche visto un po' provato, tanto che dopo poco si è accomodato su un lettino».
Audiointervista | «Ecco cosa mi ha raccontato Lombardi»
Pasquale Lombardi
Pasquale Lombardo

Cosa le ha detto?
«Mi ha subito fatto capire la differenza tra la sua "attività" e quella di Arcangelo Martino (ex assessore socialista a Napoli, ndr) e Flavio Carboni (il faccendiere indagato per gli appalti sull'eolico in Sardegna, ndr) che "sono imprenditori e sanno trattare gli affari". Lui invece curerebbe i rapporti, diciamo, istituzionali con le alte sfere della magistratura italiana. Amicizie che, mi ha spiegato, derivavano dal suo lavoro di perito demaniale. Ha poi specificato che cominciò a farsi le ossa nella segreteria di Nicola Mancino presidente della Campania, negli anni '70. Parlando di politica regionale ha poi fatto i nomi di Renzo Lusetti e Pasquale Sommese...».
Due ex del Pd, oggi con Casini.
«Sì, diceva - parole sue - che grazie alla sua, chiamiamola, moral suasion li aveva convinti a lasciare il centrosinistra perché al Centro e poi nel Pdl c'erano grosse possibilità di fare carriera. Ricordava che Lusetti era stato candidato alla Camera nel suo collegio (con esito positivo) e che se Casini avesse fatto l'accordo con Berlusconi ci sarebbero stati margini per un suo ingresso nel governo da sottosegretario. Su Sommese invece ha esclamato: "Visto? Lasciando il Pd ha avuto l'assessorato al Personale!" nella giunta Caldoro».
E su Cosentino?
«Mi ha detto: "Noi puntavamo su Cosentino, era il nostro candidato. Caduto lui, mi sarebbe poi piaciuto Lettieri. Cosentino rappresenta il mio riferimento nel Pdl con Caliendo e l'avvocato Ignazio Abrignani. Dopodiché Lombardi mi ha parlato dei suoi tre figli».
Cosa le ha detto sui suoi figli?
«Che una, Bice, lavora con l'assessorato di Nicola Oddati (responsabile alla Cultura della giunta Iervolino a Napoli). Un altro, Gianfranco, ha appalti con il ministero della Giustizia e il terzo è architetto e si occupa di perizie per i tribunali di Benevento, Roma e Napoli».
Le ha spiegato esattamente che tipo di attività svolge?
«Il perito demaniale, che lavora un po' in tutta Italia».
Per l'intera conversazione Lombardi ha creduto di parlare con Barbato, il mastelliano?
«Credo proprio di sì. Anche perché, congedandomi, ci ha tenuto tanto a segnarsi i miei riferimenti su un blocchetto siglato col simbolo del ministero della Giustizia. Voleva presentarmi ai vertici del Popolo della libertà. Insomma, immagino non me l'avrebbe mai proposto sapendomi fedelissimo di Di Pietro, nemico giurato del premier Berlusconi. Non solo: quando ha saputo che stavo partendo per Milano mi ha chiesto di andare dal giudice Marra per salutarlo».
Alfonso Marra, il presidente della Corte d'Appello di Milano, ora trasferito dal Csm, coinvolto nell'inchiesta sull'eolico e sulla P3.
«Sì lui. "Gli dica: tanti saluti da parte di don Pasqualino Lombardi. Però prima deve incontrare il maresciallo dei carabinieri Roberto, sarà lui a portarvi da Marra" sono state le sue parole».
Nella lunga chiacchierata avuta in carcere con Pasquale Lombardi ritiene possano esserci spunti per l'indagine in corso?
«Se gli inquirenti dovessero chiamarmi sarei prontissimo a riferire le cose che ho saputo. Anzi, dirò di più, non escludo di andare spontaneamente a deporre in Procura per fare chiarezza su tali vicende. Ci sto riflettendo».
Alessandro Chetta









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