martedì 13 luglio 2010

Gaza, ultimatum alla nave libica Israele inizia operazioni di abbordaggio

Repubblica

La marina di Tel Aviv stabilisce il contatto radio con il cargo
Amalthea, che trasporta aiuti per i palestinesi.
"Cambiate rotta o vi
fermeremo". L'aut aut scade a mezzanotte.
L'imbarcazione si trova ancora
in alto mare



TEL AVIV

Le forze armate
israeliane hanno annunciato di avere iniziato le operazioni per bloccare
la
nave di aiuti della Libia per Gaza 1
. I militari hanno
però precisato che la Amalthea  non è stata ancora abbordata. Infatti
prima di procedere alle operazioni di blocco, è stato dato un ultimatum,
che scade alla mezzanotte di oggi.

Un portavoce militare
israeliano, interpellato dall'agenzia Ansa, ha detto: "E' stato
stabilito un contatto radio con la nave in alto mare" nel tentativo di
persuaderla a non proseguire per Gaza, sotto blocco navale israeliano.
"La marina militare si sta intanto preparando ad fermarla" ha continuato
il portavoce, esprimendo la speranza che non sia necessario un
intervento da parte della stessa marina. Altrimenti, se anche dopo la
notte la Amalthea dovesse proseguire, sarà abbordata e dirottata verso
il porto israeliano di Ashdod.

 "Le autorità israeliane ci hanno
dato tempo fino alla mezzanotte di oggi per cambiare rotta e dirigerci
verso il porto egiziano di El-Arish, altrimenti invieranno le loro navi
da guerra per fermare la nostra nave e scortarla nel porto israeliano di
Ashdod", ha detto Mashallah Zwei, membro della Fondazione del figlio di
Muammar Gheddafi Seif al-Islam, che ha noleggiato la Amalthea.

"Abbiamo
spiegato alle autorità israeliane che la nostra destinazione

la sedicenne uccisa dal fidanzato trentenne «Lo adoro, è la mia vita» Il diario di Ele sull'assassino

Dal nostro inviato  Giusi Fasano



Eleonora Noventa
Eleonora Noventa
MESTRE — Eleonora baciata dall'amica del cuore, Eleonora che commenta l'Italia fuori dai Mondiali, Eleonora e il suo video al mare. E poi l'odio per la matematica, il regalo da comprare al fidanzato che si laurea e la profezia Maya dell'apocalisse. Nel diario online di Eleonora Noventa ci sono emozioni in tumulto. Ci sono entusiasmo, delusioni, passioni e inquietudini dei suoi 16 anni. E da domenica mattina anche i messaggi d'addio dei suoi 114 amici: «Ele», quella che «mi mancherai», che «sei un angelo», che «ti vorrò bene per sempre». Mille frasi spesso uguali, parole in fotocopia digitate da mani diverse della stessa generazione sulla tastiera di un computer.

Eccolo il profilo Facebook della ragazzina di Mestre che aveva osato sognare l'amore con il ragazzo che l'ha uccisa. Entri nella pagina della sua vita e la prima cosa che vedi è la faccia di Bossi che mostra, vai a sapere a chi, il dito medio della mano destra. Eleonora chiarisce accanto alla richiesta «orientamento politico»: Lega Nord. I punti di partenza che ha usato quando ha deciso di entrare nella comunità di Facebook (a marzo) sono: donna, nata il 22 marzo 1994, fidanzata ufficialmente; attività: amare il mio moroso. Poi Benito Mussolini, Xena; scuola superiore: «La mia famiglia e il mio fidanzato sono più importanti»; interessi: Michael Jackson; università: «Ahhahahahahaha me vien da rider».

Lo scambio di messaggi con gli amici era più o meno quotidiano e a vederli oggi, quegli appunti di vita, si possono ricostruire giornate nere e altre entusiasmanti. Sullo sfondo l'amore per Fabio Riccato, il trentenne che domenica mattina ha fermato il cuore di Eleonora con una 357 magnum, che le ha sparato il colpo mortale quando lei era ormai a terra, nel sangue, e che poi si è ammazzato con la stessa pistola. È il 26 giugno, ore 8.52. Eleonora scrive: «Vado a comprare il regalo di mio moroso :) ?... e oggi pomeriggio grandeeee festa a casa di mio moroso». È il regalo per il 110 e lode in Scienze naturali che lui si è guadagnato all'Università di Ferrara. Lei gli comprerà una penna e una maglietta.



Il giorno prima, alle 13.12, un altro pensiero per lui «alle due e mezza mi trovo con mio moroso ? ? Fabio ti amo da morire sei tutta la mia vita ? ? ? ? senza di te non so cosa farei ....». Tre giorni dopo, alle 13,24, «Ele» manda in rete il suo «Nel 2012 moriremo tutti». Ci mette dei puntini, sembra pensarci su un po' e forse le pare troppo cupo, quel messaggio. Così aggiunge «Me l'ha detto l'ape Maja». Si occupa di musica e di vacanze, di scuola di calcio, Eleonora. Sono tanti i messaggi di commento per le partite che la deludono o per quelle che la esaltano.

«Onore a Fabio Quagliarella grande giocatore e uomo vero!!!! Lippi vergogna» è la sua preoccupazione del mattino del 25 giugno, mentre «adotta un secchione x i compiti di matematica» (la sua materia nera) è il chiodo fisso del 30 giugno. Quel venerdì 25 giugno Eleonora aveva passato molte ore davanti al computer, aveva visto video «meravigliosi» di Michael Jackson e aveva cambiato umore più volte nel giro di mezza giornata. Alle 10.15 scriveva: «Bastaaa sono davvero stanca di tante cose :( troppi segreti, troppe bugie ... non ce la faccio davvero più: (lasciatemi stare, lasciatemi vivere... vi prego ... basta basta basta... ve lo chiedo col cuore..».

Quali segreti? Quali bugie? Il giorno prima l'umore era anche peggiore: «Sono nata piangendo mentre tutti ridevano, morirò ridendo mentre tutti piangeranno», e poi: «Non c'è più cattivo di un buono quando diventa cattivo». Era Fabio quel cattivo? - viene da chiedersi oggi. Delusa, Eleonora: «Tutti vedono quello che sembro pochi capiscono quello che sono». Era una ragazzina fragile, questo si capiva dalle sue pagine Facebook, una «che ha paura di fare casini», come diceva lei. Il «casino» più grande l'ha fatto sabato, senza saperlo: ha lasciato Fabio. E lui l'ha uccisa.

(ha collaborato Martino Galliolo)
13 luglio 2010

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Taranis, l'aereo che vola da solo

Corriere della sera

Arriva dove i caccia “umani” non arrivano. Decide
da solo. Ma saprà individuare gli obiettivi militari?

Il Robot con le ali della regina Elisabetta, il propulsore è Rolls Royce

Taranis, l'aereo che vola da solo



MILANO - L’aereo segreto della regina ha un volto. Si sapeva che il ministero della difesa britannico se ne stava occupando ed ora il velo è stato tolto lasciando tuttavia molte domande senza risposta. Insomma il segreto sulle sue vere capacità rimane e siccome sembrano straordinarie stanno generando anche delle polemiche.

DIVINITÀ CELTICA - Taranis, si chiama il jet con un nome derivato dalla divinità celtica del tuono, è il successore del mitico Spitfire ma in questo caso non ha il pilota; eliminato perché è il punto più debole di un aeroplano militare. Molti missili antiaerei vengono fatti esplodere vicino alla prua del velivolo proprio perché così colpiscono il suo pilota. Taranis è dunque un UCAV, Unmanned combat air vehicle, ed è il concorrente di un’ analoga macchina costruita negli Stati Uniti. Anche in Russia si sta facendo altrettanto e pure in Cina. L’Europa ha il progetto Neuron che però è ancora sulla carta. «Taranis è frutto di un piano straordinariamente avanzato – ha sottolineato Gerald Howarth, ministro per la strategia di sicurezza internazionale –. È il primo di questo tipo in Gran Bretagna e riflette il meglio delle capacità britanniche nelle tecnologie d’avanguardia: lo riteniamo il programma più avanzato di questo tipo a livello mondiale. Ciò permetterà di mantenere l’industria inglese alla guida di un settore strategico».


AL SALONE AERONAUTICO DI FARNBOROUGH - I responsabili hanno spiegato che ha richiesto quattro anni di lavoro e può portare missili e bombe laser in missioni di profondità dove i caccia “umani” non possono arrivare mantenendo la capacità di attacco agendo in completa autonomia. Infatti Taranis è un sofisticatissimo robot alato in grado di decidere da solo, anche se «l’uomo può prendere in ogni momento la guida remota del velivolo», si è precisato. Ma Taranis, nelle azioni belliche – è stato osservato – saprà distinguere bene gli obiettivi evitando inutili danni umani? E sulla facoltà di decisione totale da parte della macchina l’Air Chief Marshal Simon Bryant della Royal Air Force ha precisato: «Questa rappresenta un aspetto molto importante e sensibile al quale abbiamo dedicato molta attenzione». Quindi conferma. Con questo jet gli inglesi intendono prendere la leadership nel nuovo campo degli aerei senza pilota. Per il momento si sa che ha un’ala a delta, sistemi di rilevazione radar e ottici con trasmissione istantanea e, appunto, dispone di un «sistema autonomo di decision-making completamente integrato». Inoltre è fornito di un propulsore a getto turbo fan da 3000 chilogrammi di spinta costruito dalla Rolls Royce, con i quale mantiene una velocità «altamente subsonica». Le altre industrie coinvolte sono BAE Systems, QinetiQ e GE Aviation. Se ne parlerà certamente la settimana prossima al salone aeronautico di Farnborough, vicino a Londra.

Giovanni Caprara
13 luglio 2010



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Maxi blitz contro la 'ndrangheta: 304 persone arrestate in tutta Italia

Corriere della sera

Fermi in Calabria ma anche in alcune località del Nord: diversi anche gli arresti «eccellenti»

MILANO -

Un duro colp0 alla mafia più difficile da infiltare da parte degli investigatori. Maxi blitz di carabinieri e polizia contro la 'ndrangheta: 304 sono state arrestate in diverse parti d'Italia per vari reati. Si tratta della più imponente operazione di questo tipo degli ultimi anni.

L'OPERAZIONE - Nell'operazione sono stati impegnati 3.000 uomini dei carabinieri e della polizia di Stato. Gli arresti sono avvenuti in Calabria e in diverse località dell'Italia settentrionale. Le accuse vanno dall'associazione di tipo mafioso al traffico di armi e stupefacenti, dall'omicidio all' estorsione, dall'usura ad altri gravi reati. Gli inquirenti calabresi e lombardi, al lavoro da tempo su questa inchiesta, hanno indagato in particolare sulle infiltrazioni della 'ndrangheta nel nord Italia, sia nelle attività produttive e commerciali, sia nel mondo politico e amministrativo locale.

Oltre agli arresti, il blitz delle forze dell'ordine avrebbe portato anche al sequestro di denaro, armi e droga oltre che a «beni mobili e immobili per decine di milioni di euro». Gli arresti riferiscono gli investigatori, scaturiscono da «complesse indagini coordinate dalle procure distrettuali antimafia di Milano e Reggio Calabria»: indagini che «hanno consentito di documentare la gestione delle attività illecite in Calabria e le infiltrazioni della 'ndrangheta nel nord Italia, dove stava estendendo i propri interessi illeciti in diversi settori economici».

Tra gli arrestati c'è anche Domenico Oppedisano, 80 anni, considerato dagli investigatori l'attuale numero uno delle cosche calabresi. La sua nomina a "capocrimine" - cioè colui che è al vertice dell'organismo che comanda su tutte le 'ndrine ed è denominato Provincia - sarebbe stata decisa il 19 agosto del 2009 nel corso del matrimonio tra Elisa Pelle e Giuseppe Barbaro, entrambi figli di boss.

Video

ARRESTI IN LOMBARDIA - Diversi i fermi eseguiti dalla direzione investigativa antimafia del capoluogo lombardo, coordinata dai pm Ilda Boccassini, Alessandra Dolci e Paolo Storari, che ha arrestato Carlo Antonio Chiriaco, nato a Reggio Calabria, direttore sanitario dell'Asl di Pavia, Francesco Bertucca, imprenditore edile del pavese e Rocco Coluccio, biologo e imprenditore residente a Novara. Nell'inchiesta sono indagati anche l'assessore comunale di Pavia Pietro Trivi (per corruzione elettorale) e l'ex assessore provinciale milanese Antonio Oliviero (per corruzione e bancarotta). Tra gli indagati anche quattro carabinieri di Rho (Milano), uno dei quali per concorso esterno in associazione mafiosa.

RISVOLTI POLITICI - Arrestato anche Pino Neri, il capo della 'ndrangheta in Lombardia. Neri è accusato, tra l'altro anche di avere convogliato voti elettorali su indicazione di Chiriaco. Neri, ritenuto il capo assoluto della mafia calabrese in Lombardia, avrebbe indirizzato, su indicazione di Chiriaco, voti a favore del deputato del Pdl Giancarlo Abelli, che risulta però estraneo ai fatti e non è indagato.

IL VOLTO DELLA 'NDRANGHETA
- Ma l’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale antimafia di Milano e Reggio Calabria, che ha visto coinvolte tutte le famiglie reggine della ’ndrangheta, (nella sola provincia di Reggio Calabria sono stati arrestate 120 persone), è servita agli inquirenti anche a disegnare il nuovo volto dell'organizzazione mafiosa di origine calabrese. L'operazione ha colpito infatti le più importanti e potenti famiglie della 'ndrangheta delle province di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Crotone, oltre alle loro proiezioni extraregionali ed estere.

Di fatto sono state «destrutturate», dicono gli inquirenti, le cosche egemoni nel capoluogo reggino, nella fascia ionica ed in quella tirrenica, tra cui i Pelle di San Luca, i Commisso di Siderno, gli Acquino-Coluccio ed i Mazzaferro di Gioiosa Ionica, i Pesce-Bellocco e gli Oppedisano di Rosarno, gli Alvaro di Sinopoli, i Longo di Polistena, gli Iamonte di Melito Porto Salvo. Le cosche secondo le nuove intercettazioni e le nuove indagini svolte dagli uomini dell'Arma, sono organizzate a livello verticistico un po’ come la mafia siciliana.

C’è quindi un capo assoluto di questa «commissione che è stato arrestato dai carabinieri di Reggio Calabria e sotto di lui ci sono i capi mandamento ed i capi locali. Ma quello che emerge ancora una volta è che la ’ndrangheta cosidetta di periferia, quindi quella che non vive in provincia di Reggio Calabria, ma a Milano, Torino , in Canada o in Australia, dipende in tutto e per tutto dalla commissione provinciale reggina.

Per capire meglio basti guardare a Carmelo Novella, ucciso il 14 luglio del 2008 in un bar di San Vittore Olona; la sua condanna a morte l’avrebbe firmata da solo, andava dicendo in giro che: "la Lombardia", e cioè tutti i gruppi di ’ndrangheta trapiantati al Nord, avrebbero potuto fare da soli, senza la casa madre calabrese. La commissione ha deciso di farlo fuori senza problemi, nominando anche il suo successore alla guida dei traffici illeciti lombardi.

MARONI - Congratulazioni per l'operazione al capo della Polizia, Antonio Manganelli e al comandante generale dell'Arma, Leonardo Gallitelli sono state espresse dal ministro dell'Interno Roberto Maroni: «Si tratta in assoluto della più importante operazione contro la 'ndrangheta degli ultimi anni, che oggi viene colpita al cuore del suo sistema criminale sia sotto l'aspetto organizzativo che quello patrimoniale. Gli eccellenti risultati conseguiti in questi ultimi mesi contro la mafia - prosegue Maroni - sono il frutto di una costante ed efficace opera di coordinamento tra le Forze di polizia e la magistratura, tutte impegnate in modo straordinario nell'azione di contrasto alla criminalità organizzata».

Redazione online
13 luglio 2010



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Rispunta lo scienziato iraniano sparito «Voglio tornare subito in patria»

Corriere della sera

Secondo Teheran era stato rapito dagli americani

WASHINGTON

Rispunta lo scienziato iraniano sparito
«Voglio tornare subito in patria»


WASHINGTON – Sviluppo incredibile nel giallo dello scienziato nucleare iraniano Shahram Amiri scomparso un anno fa in Arabia Saudita. L’uomo si trova nell’ambasciata pachistana a Washington e chiede di poter tornare in Iran. In una dichiarazione diffusa dalla tv iraniana, Amiri ha sostenuto che gli americani volevano organizzare il suo rientro in patria in modo soft: «Hanno tentato di imbarcarmi su un aereo di un altro paese per farmi tornare in Iran ma non ci sono riusciti». Gli agenti, ha precisato l’emittente Press Tv, lo hanno allora portato alla sede diplomatica pachistana che ospita una sezione di interessi iraniana.

L’intrigo Amiri nasce nell’estate di un anno fa quando lo scienziato scompare durante un pellegrinaggio alla Mecca. Teheran denuncia il suo rapimento mentre voci non ufficiali sostengono che abbia raggiunto gli Usa dove avrebbe iniziato a raccontare importanti segreti. Indiscrezioni apparse sulla stampa statunitense confermavano questa tesi aggiungendo anche particolari interessanti. Compresa la storia che il presidente Obama avrebbe convinto Russia e Cina a votare nuove sanzioni contro l’Iran presentando dati forniti dal transfuga. In giugno, però, Amiri è riapparso con quattro video diffusi su Internet o dai media iraniani. Nel primo lo scienziato, parlando con una webcam, ha sostenuto di essere stato sequestrato da sauditi e americani. In un secondo, invece, diceva di trovarsi bene negli Usa e faceva accenni alla famiglia. Poi ancora un altro per raccontare che era riuscito a scappare dalle mani della Cia in Virginia. E, come contorno, circolavano ricostruzioni su pesanti minacce del regime contro i familiari di Amiri. Infine l’ultima mossa: alle 18.30 di lunedì arriva all’ambasciata pachistana a Washington.

E’ evidente che gli americani non sono riusciti a manovrare quella che poteva essere una pedina importante ed hanno subito – in apparenza – un clamoroso rovescio. Risultato opposto per gli iraniani. Su cosa sia accaduto possiamo solo fare delle ipotesi. Primo. Amiri è stato davvero rapito e gli 007 non sono riusciti a gestirlo. Secondo. Amiri si è offerto agli Usa ma, come spesso accade ai transfughi, dopo un certo periodo si è sentito solo, con la famiglia lontana e minacciata. Quindi si è pentito. Di nuovo una cattiva gestione del personaggio. Terzo. Gli Stati Uniti lo volevano rimandare indietro, fingendo un pentimento o avvalorando la storia del sequestro, per continuare ad avere una fonte. Quarto. Ci sono motivi e moventi che non sono ancora trapelati, qualcosa legato alla guerra sotterranea che Iran e Usa stanno combattendo sul programma nucleare. Siamo sicuri, non mancheranno altre sorprese.

Guido Olimpio
13 luglio 2010



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Quei commenti da Bar Sport

Corriere della sera

A fil di rete

Quei commenti da Bar Sport

Varriale e Galeazzi
Varriale e Galeazzi
Alla Rai sono da tempo abituati a suonarsela e a contarsela da soli; eppure, questa volta, sarà difficile negare il mezzo disastro della spedizione dei Mondiali in Sudafrica. Con tutta quella gente in allegra trasferta, alla faccia della crisi! Stiamo parlando di telecronache, commenti, notti «mondiali», non di ascolti: roba da filodrammatica, non degna di un Servizio pubblico.

Stiamo parlando dei commenti di Salvatore Bagni, uno che sa tutto di calcio ma che è completamente privo di autorevolezza: le sue osservazioni sono quelle tipiche che si sentono in un qualsiasi Bar Sport della riviera romagnola, le sue contraddizioni si manifestano più veloci di una ripartenza, e certe sue espressioni appaiono degne del rosso diretto (un conto è dire «forza d’inerzia», un conto è dire «finerzia », cioè inattività, passività, tutto il contrario di quello che sta succedendo in campo: «l’inerzia del gioco è ora passata a favore della Spagna »).

Non che i commenti di Fulvio Collovati o Beppe Dossena (l’unico ex torinista con l’aria antipatica) fossero migliori, anzi (domanda interessante: chi l’ha scelti e con quali criteri?). Speriamo solo che i criteri con cui è stata decisa la spedizione sudafricana non siano i soliti vigenti in Rai, cioè politici: però qualcuno dovrebbe dirci cosa ci facevano a Johannesburg Ubaldo Righetti, Carlo Longhi, Daniele Tombolini, Sandro Mazzola, Serse Cosmi e gli irreparabili Marino Bartoletti e Ivan Zazzaroni.

Le liti quotidiane fra Tombolini e Collovati restano fra le cose più stomachevoli che la Rai ha saputo regalarci. Stiamo parlando, ovviamente, anche del triste teatrino inscenato ogni sera a piazza di Siena tra Bisteccone Galeazzi e Maurizio Costanzo. Solo il rispetto per l’età ci impedisce di infierire e accodarci allo stuolo dei maramaldi. Però ci piace sottolineare che in Svizzera hanno trasmesso tutto le partite del Mondiale commentandole sobriamente da studio.
(1/continua)

Aldo Grasso
13 luglio 2010





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I desaparecidos dalla regione afghano-pakistana...

La Stampa

DI NAHEED MUSTAFA, TRADOTTO DA BEATRICE BORGATO

I desaparecidos dal fronte afghano-pakistano... "Preferirei lo ammazzassero. Basterebbe portarlo giù in strada, fingere uno scontro con la polizia e poi sparargli, ucciderlo come un cane. Così avrei almeno il suo cadavere e imparerei a vivere con la sua morte. Invece così non mi sento né viva né morta. Non so se, o quando, mio figlio tornerà a casa."

Il gruppo contava 80 persone o giù di lì. Portavano le foto in cornici dorate di figli, padri e fratelli scomparsi, e intonavano slogan per chiedere giustizia. Si ritrovano qui ad Islamabad di fronte al Parlamento, e vengono tenuti a debita distanza da chiunque abbia il minimo potere decisionale, grazie a grosse barriere di filo spinato, blocchi di cemento e un cordone di poliziotti. Gridano il nome del Presidente Zardari e del primo ministro Gilani agitando i pugni in aria; un'auto si avvicina lentamente e rallenta, dall’abitacolo fissano solo per un attimo i volti dei familiari di questi desaparecidos.

I manifestanti - di provenienza, educazione, e classe le più eterogenee - condividono un cameratismo. Molti di loro si sono incontrati a questi raduni per quasi cinque anni ormai. In questi momenti vissuti insieme si alternano le chiacchiere sulla banalità della vita quotidiana e i singhiozzi del pianto, sopraffatti dall'urgenza delle loro richieste: ‘ridatemi mio figlio’ e ‘voglio vedere mio marito’ e ancora, ‘la prego, mi dica dov'è mio padre’.

Migliaia di persone sono state prelevate dalle forze segrete pakistane, spesso su richiesta della CIA, spesso in cambio di una taglia. Le storie di queste sparizioni sono tutte uguali, prive di qualsiasi informazione, identiche nella loro brevità: era andato al lavoro e non è più tornato, era uscito per andare a scuola e non è rientrato in casa, era andato a trovare lo zio e non si è mai più visto.

I pochi che sono tornati a casa mostrano i tipici segni della tortura fisica e psicologica, hanno perso contatto con se stessi e le famiglie, incapaci di superare il trauma. Gli scarsi dettagli che emergono dipingono il quadro di una campagna di detenzione e di tortura metodica e mirata.

A un certo punto una donna si precipita fuori dalla folla e punta dritto verso di me. "Voglio dirti una cosa. Mio marito è stato preso a accusato di avere dei legami con Faisal Shahzad [l’americano di origine pakistana sospettato di avere progettato il fallito attentato di Times Square a New York nel maggio scorso]. È scomparso dal 17 maggio e non mi vogliono dire dove si trova. Ho un bambino di un mese, voglio mio marito a casa, ma nessuno mi dice dov'è! Noi non sappiamo nemmeno chi sia Faisal Shahzad". Poi scoppia a piangere e le lacrime scendono dai suoi occhiali scuri.

Spuntano delle braccia amichevoli dalla folla a consolarla. Un anziano da Peshawar in un turbante verde brillante le consiglia di aver pazienza. Suo fratello è stato preso poco più di cinque anni fa. Ne mostra una foto: capelli d'argento sotto un turbante bianco e la barba appena spuntata.

Ma le lacrime e il dolore celano una rabbia che s'inasprisce sempre più, sino a diventare incontrollabile. Mentre Zainab Khatoon invoca - per l'amor di Dio - il corpo del figlio (come riportato all'inizio), gli edifici governativi in lontananza catturano improvvisamente il suo sguardo ed è come se li avesse visti per la prima volta, e capisse che proprio in quegli uffici siede chi può darle una risposta. Allora si mette a urlare, sfoga tutta la sua rabbia controgli edifici dietro le barriere di filo spinato e la polizia, impreca e minaccia, non sfuggiranno alle maledizioni di una madre vedova che desidera solo riavere suo figlio: "Non vi perdonerò mai! Mai!"

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Testo originale: Dispatches from AfPak: Notes from a Rally di Naheed Mustafa: giornalista freelance canadese che collabora con testate cartacee e TV, è in viaggio attraverso Pakistan e Afghanistan per documentare la situazione di quei Paesi; questo "dispaccio dall'AfPak" riguarda una recente manifestazione dei familiari dei desaparecidos a Islamabad.




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New York, ristoranti in allarme: arrivano le pagelle da esporre all'ingresso

IL Messaggero

   

dal nostro corrispondente Anna Guaita

NEW YORK (13 luglio) - Ci sono 24 mila ristoranti e trattorie a New York, e non tutti sono immacolati. Ma finora, quando un cliente voleva scoprire se un ristorante era pulito, doveva andare in internet e documentarsi sul sito delle ispezioni sanitarie della città di New York. Dalla fine del mese, la pagella che misura il livello di igiene e pulizia di ogni locale sarà appesa all’ingresso: una A blu significa che il locale ha superato l’ispezione, una B verde vuol dire che l’ha superata ma il luogo non è in regola su tutto, e una C gialla significa che sono state riscontrate numerose e gravi violazioni.

La lista delle possibili infrazioni sanitarie è molto lunga, e a ogni infrazione viene assegnato un valore in punti. La pagella riflette la somma totale di questi numeri. Non tutte le infrazioni sono gravi, e infatti alcune valgono pochi punti, mentre le più gravi costano al locale un sacco di punti. Com’è intuibile, quel che costa caro sono la presenza di insetti, di cibi non lavati o prodotti scaduti o avariati, la scarsa pulizia del personale e degli utensili, la presenza di prodotti pericolosi vicino ai cibi, la conservazione degli alimenti a una temperatura non corretta, o di prodotti scongelati e poi ricongelati.

La reazione dell’Associazione dei ristoranti davanti a questa riforma è di grande allarme. Il consigliere legale dell’associazione, Robert Bookman, ha sostenuto che sarebbe stato più saggio fare un periodo di prova di sei mesi, piuttosto che attivarla così di colpo. A suo giudizio, succederà che moltissimi ristoranti che si vedranno affibbiare una C si troveranno in crisi, e dovranno licenziare il personale oppure chiudere: "Questo avrà un effetto negativo sull’economia della città" dice Bookman.

L’assessore alla sanità, Thomas Foley, pensa invece che il rischio di ricevere un voto negativo spingerà tutti i locali a rispettare con più diligenza le norme sanitarie, e così si otterrà che "le condizioni igieniche di New York miglioreranno". Nell’annunciare la riforma, difatti, la città di New York ha notato che negli ultimi anni il numero dei ristoranti colpevoli di violazioni gravi e ripetute è aumentato, e di conseguenza sono aumentati anche gli ordini di chiusura forzata. Sono aumentati i casi di infezioni e avvelenamenti dei clienti, delle denunce e dei ricoveri in ospedale: "Intendiamo ridurre drasticamente questi incidenti" insiste l’assessore Foley.

Allo stato attuale, nei 24 mila ristoranti di New York vengono serviti 800 milioni di pasti all’anno,
e vengono effettuate 55 mila ispezioni. Ma i clienti raramente sanno che un certo locale è stato multato magari perché aveva topi in cantina o serviva carne mezza marcia. Con la riforma, il numero degli ispettori passerà da 150 a 186, e il numero delle ispezioni sarà quasi raddoppiato. Lo stanziamento di fondi per questo progetto viene anch’esso quasi raddoppiato e passa da 3,5 milioni di dollari all’anno a 6,5.

Se il ristorante ottiene una A alla prima ispezione, tutto bene. Se invece riceve una B o una C, dovrà sottoporsi a una nuova ispezione dopo almeno una settimana. Nel frattempo, se non vuole esporre una pagella che rischia di spaventare i clienti, può scegliere di appendere una quarta pagella che dice "In attesa di voto". Se il ristorante non supera le seguenti ispezioni, dovrà appendere la pagella cattiva, e dovrà sottoporsi a continue ispezioni a intervalli di circa 30 giorni, fino a quando non supererà l’esame o non sarà costretto alla chiusura. E’ comunque diritto del proprietario del ristorante fare ricorso e chiedere di spiegare le proprie ragioni o contestare il giudizio di un ispettore davanti al Tribunale Amministrativo. Non tutti i ristoranti riceveranno subito la pagella: ci vorranno circa 14 mesi prima che gli ispettori possano controllare tutti i locali, e nel frattempo, spera Foley, chi sa di avere "panni sporchi" potrà rimettersi in carreggiata. La legge tuttavia non si applica ai rivenditori di strada. E chi ha visitato New York (ma anche chi guardi i programmi televisivi americani, come "Csi New York" o "Law and Order") sa quanto numerosi siano questi carretti, e quanto poco consigliabili possano apparire quegli hot-dogs o quegli spiedini fumanti, soprattutto con le temperature tropicali di questi giorni.





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Le mani della camorra anche sull'Algeria: bloccato «tesoro» di dinari algerini falsi

Corriere del Mezzogiorno

Emesse numerose ordinanza di custodia cautelare. In una stamperia clandestina 345 mila banconote fasulle

Dinari algerini

Dinari algerini

NAPOLI

Arresti nelle province di Caserta, Avellino, Foggia, Bari e Milano. In manette anche il capoclan Beneduce, famiglia camorristica di Pozzuoli. I finanzieri del Comando Provinciale Napoli, coordinati dalla Procura della Repubblica, stanno eseguendo in varie località del territorio nazionale, numerose ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei componenti di un’organizzazione criminale transnazionale, capeggiata da un boss della camorra, attiva in Italia, Francia e Svizzera, finalizzata alla contraffazione della moneta algerina ed europea.

INDAGINI - I provvedimenti cautelari costituiscono l’epilogo di complesse ed articolate indagini che, in due anni, hanno consentito il sequestro di una stamperia clandestina, di 345 mila banconote algerine del taglio di mille dinari contraffatte e migliaia di banconote del taglio di cento euro contraffatte. Sono in corso anche sequestri di beni e disponibilità finanziarie dell’organizzazione.

CLAN DI POZZUOLI - Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi c’è il boss Gaetano Beneduce, capo dell’omonimo clan di Pozzuoli (Napoli). Nel corso delle indagini sono state trovate banconote algerine contraffatte il cui valore, ha spiegato nel corso di una conferenza stampa il procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli, sarebbe bastato per pagare gli stipendi di 2 milioni e mezzo di cittadini algerini. All’incontro con i giornalisti ha preso parte anche un consigliere diplomatico dell’ambasciata algerina di Roma, il quale ha reso noto che l’operazione della Guardia di Finanza sarà argomento di discussione nel corso della visita ufficiale che il ministro degli Esteri, Franco Frattini, farà domani in Algeria.

IN FRANCIA - Alle indagini hanno preso parte anche poliziotti e magistrati francesi, dal momento che il traffico riguarda anche la Francia. I dinari erano stampati su carta filigranata originale, provento di una rapina avvenuta nel novembre del 2006 nei pressi del porto di Marsiglia. In quella circostanza nell’assalto morirono diverse persone.


13 luglio 2010





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Fidel: "Rischiamo la guerra nucleare" Il lider maximo in tv dopo 4 anni

La Stampa

Castro difende Iran e Nord Corea «Gli Usa vogliono spazzarli via»
L'Avana libera i primi dissenti:7 sono in viaggio verso Madrid



WASHINGTON

Dopo quattro anni senza dare interviste, Fidel Castro è riapparso nella tv cubana, durante una “tavola rotonda” nella quale ha tra l’altro difeso la Corea del Nord e l’Iran, sottolineando che in Medio Oriente «una guerra nucleare è imminente».

Seduto dietro a un tavolo, dove erano posati diversi fogli, Castro era vestito con un giubbotto leggero nero e grigio e con una camicia a quadri, di fronte al giornalista cubano Randy Alonso. Alle sue spalle c’era un quadro con l’immagine dell’eroe nazionale dell’Avana Josè Martì.

Fin dalle prime battute, Fidel (84 anni, convalescente dopo l’intervento chirurgico del 2006) ha parlato tra l’altro del «rischio imminente di una guerra» in Medio Oriente, riprendendo così il tema affrontato più volte nelle ultime settimane nelle "Riflessioni" che pubblica all’Avana.

Durante il programma (non è stato precisato se fosse in diretta o registrato), Fidel ha parlato lentamente, sfogliando i fogli e i documenti che aveva in mano, con voce a tratti più affaticata. Nel suo intervento, Castro ha tra l’altro accusato Washington di aver provocato, lo scorso giugno, l’affondamento della corvetta sudcoreana “Cheonan” per innescare un conflitto tra Seul e Pyongyang. L’obiettivo di Washington, ha aggiunto, è quello di «spazzare via la Corea del Nord, che preoccupa gli Usa perchè controlla tecnologia nucleare».

L’ex presidente ha difeso in modo ancora più enfatico l’Iran, sottolineando che il presidente Mahmud Ahmadinejand «non è un uomo improvvisato» e risponderà di fronte ad un’eventuale attacco nucleare. È la seconda volta in pochi giorni che Fidel fa una apparizione: lo scorso mercoledì, è stato infatti fotografato durante una visita a un centro studi all’Avana.

Gli interventi in pubblico del lider maximo coincidono con una delle fasi storiche più importanti e delicate degli ultimi anni a Cuba, dopo l’annuncio del rilascio di 52 prigionieri politici, nell’ambito del dialogo promosso dalla Chiesa con il governo di Raul Castro. I primi sette sono attesi in Spagna già nelle prossime ore. Ma nelle sue dichiarazioni Fidel non ha fatto alcun riferimento a tali tematiche.



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Australia, ubriaco tenta di cavalcare coccodrillo di 5 metri

Libero





Dopo essere stato cacciato da un pub perché troppo ubriaco, è entrato in uno zoo ed ha tentato di cavalcare un ferocissimo coccodrillo di 5 metri di lunghezza: è successo ad un australiano di 36 anni. Per fortuna nulla di grave: l'imprudente se l'è cavata con un profondo morso alla gamba essendo riuscito a scappare dall'animale infastidito dalla sua "invasione". L'uomo è stato comunque operato d'urgenza per riparare le lesioni.

«Per qualche ragione aveva deciso di scavalcare il recinto e saltare sulla groppa del coccodrillo, che si è arrabbiato e lo ha azzannato alla gamba destra», ha detto il sergente di polizia Roger Haynes alla radio "Abc". «È fortunato ad essere vivo, era un grosso esemplare di acqua salata, famoso perché non molla mai la presa».

Il proprietario dello zoo, Malcolm Douglas, ha detto che il rettile di nome "Fatso" ( che tradotto significa ciccione) è uno dei suoi ospiti più grandi e può uccidere con un morso. Per fortuna era una notte fredda e l'animale era più letargico del solito. Douglas ha spiegato: «Quando la temperatura si abbassa i riflessi rallentano perché sono animali a ssangue freddo, e probabilmente è il fattore che gli ha salvato la vita».

13/07/2010





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Iran, donna salvata da lapidazione ora rischia l'impiccagione

Libero






Il mondo si è mobilitato per salvarle la vita. Questa è la storia di Sakineh Mohammadi Ashtiani, una madre di 42 anni che da cinque anni è rinchiusa nel carcere di Tabriz, finita in carcere perché accusata di adulterio. Un tribunale islamico l'ha condannata, quattro anni fa, alla pena di morte e nel 2007 arriva la conferma della Corte Suprema: la morte deve essere per lapidazione, la pena prevista in caso di tradimento. La pena di morte per lapidazione è una delle pene più terribili. Si tratta di una vera e propria tortura: la vittima viene sotterrata e le viene lasciata fuori solo la testa. Le pietre che le vengono scagliate contro devono essere appuntite ma non troppo grandi per infliggere imemdiatamente la morte.

Ma era scattata una mobilitazione a livello internazionale poiché il caso della donna era molto incerto. Lei, infatti, è stata condannata sulla base di una confessione del suo avvocato. Confessione che, però, dice sia stata estorta dopo 99 frustate. Sakineh è stata accusata di aver avuto rapporti con due uomini fuori dal matrimonio. Ma suo marito è morto. Proprio per questo anche all'interno delle istituzioni iraniane si era aperto un dibattito sulla legittimità della condanna  e sull'eventuale vergogna che poteva ricadere sul Paese nel caso in cui la donna fosse stata lapidata.

Ma la vicenda di
Sakineh non si è ancora conclusa. Infatti ora rischia l'impiccagione. A lanciare l'allarme è stata lei stessa che ha espresso i suoi timori in una conversazione con Mina Ahadi, un'attivista iraniana membro del "Comitato Internazionale Contro le Esecuzioni" che ha sede in Svezia. La Ashtiani ha affermato di «essere consapevole di aver scampato il pericolo della lapidazione e ringrazia per questo il mondo intero - ha dichiarato Ahadi, citata dal quotidiano "The Times" - Ha ancora però il terrore di essere impiccata», ha precisato l'attivista secondo cui la donna nelle ultime ore è stata minacciata di impiccagione dalle stesse guardie del carcere in cui è rinchiusa.

Due giorni fa le autorità iraniane hanno deciso di rivedere la sentenza di condanna a morte per lapidazione inflitta alla Ashtiani. «Le condanne come quella alla lapidazione verranno attentamente riviste e probabilmente cambiate», ha dichiarato all'agenzia d'informazione "Irna" il responsabile diritti umani, Mohammad Javad Larijani, facendo particolare riferimento al caso della Ashtiani. La donna era stata condannata sulla base di una confessione ottenuta dopo aver subito 99 frustate, come ha denuncato il suo avvocato difensore Mohammad Mostafei. Questa confessione era stata poi ritrattata.

13/07/2010







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Napoli, case comunali in mano ai clan con falsi parenti sullo stato di famiglia

IL Mattino

 
di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (13 luglio) - Come fanno sedici persone a vivere sotto lo stesso tetto, in una casa di appena ottanta metri quadrati è il primo punto interrogativo. Poi, a leggere lo stato di famiglia, ci sono altri nodi da sciogliere: nello stesso nucleo familiare, quello dei sedici parenti, si contavano almeno sei cognomi differenti. Tutti parenti (per caso?) a carico di un pensionato. Strani particolari, quanto basta comunque a spingere le indagini più in là, a studiare lo strano caso delle famiglie allargate napoletane. Ce ne sono tante, stando al primo censimento avviato dai carabinieri del comando provinciale di Napoli, guidato dal colonnello Mario Cinque.

Non tutte hanno numeri tanto vistosi, ma ci sono alcuni casi che meritano attenzione. Quanto basta ad indagare sulla gestione dei lotti di case popolari, quelle di proprietà del Comune per intenderci, da sempre target della camorra: fenomeno vecchio (dal dopo terremoto) oggi vivo più che mai.
Anzi: un fenomeno che si ripropone con metodi sempre più ligi alla forma e apparentemente puliti. Se ne sono accorti gli uomini della compagnia di Poggioreale, guidata dal capitano Massimo Ribaudo. Rione Sant’Alfonso dei Liguori (tra Poggioreale e l’Arenaccia), ma anche tanta parte della periferia orientale: Ponticelli, San Giovanni, Barra.

C’è un’indagine, destinata ad approdare dritto in Procura, ci sono già i primi frutti. Si lavora a ritroso, gli inquirenti hanno ricostruito lo schema usato dalla camorra per impossessarsi delle case messe a disposizione dal Comune di Napoli per le famiglie meno abbienti: tutto avviene agli uffici circoscrizionali, tutto passa attraverso una semplice sottoscrizione. Una dichiarazione, con cui il legittimo assegnatario assume di avere un tot numero di parenti a carico.

Seguono nomi e cognomi, tra cui anche quello sponsorizzato dal clan di riferimento. Un pezzo di carta che consente al cartello di turno di entrare anche formalmente nella casa comunale e di farvi girare a proprio piacimento i propri familiari. Welfare criminale, che vale consenso e radicamento territoriale. Quanto al primo e unico legittimo destinatario, qui il problema si risolve in modo spiccio, senza badare ai lacci della burocrazia: se il titolare è orbitante ai margini del cartello criminale, incassa due-tremila euro e lascia la casa senza troppo disturbo; se invece è solo vittima del «sistema» non può neppure pretendere un soldo per togliere il fastidio.

Episodi che si ripetono nel corso degli anni, che hanno assunto uno spessore vistoso, su cui sta andando avanti un fitto monitoraggio da parte degli inquirenti. Vicenda complessa, destinata ad arricchire un fascicolo del pool anticamorra napoletano. Si parte dai casi più eclatanti, come la storia dei sedici finti parenti uniti sotto lo stesso tetto (almeno da un punto di vista formale) e dallo stesso stato di famiglia. Nuclei allargati a dismisura, insufficienti (o nulli) finora i controlli da parte degli uffici comunali. Stesso scenario da Poggioreale ai «bronx» di periferia, dove recentemente sono stati i carabinieri della compagnia di Torre del Greco a mettere a segno un altro blitz nei bunker costruiti con i fondi post terremoto: anche qui case comunali offerte come merce di scambio a pusher sottoposti a turni massacranti. Anche qui case gratis a spacciatori e vedette messe a guardia del sistema economico. Scenario vecchio in grado di assumere tante facce, di ripulirsi con espedienti sempre nuovi e al passo con i tempi.

Ed è così che basta una semplice autocertificazione per gonfiare uno stato di famiglia e per scalzare il legittimo assegnatario, quanto basta per fare posto al fiduciario di turno in uno scenario destinato a riprodursi negli anni. Soldi pubblici, case consegnate ai meno abbienti, graduatorie di aventi diritto nel mirino: la svolta è nell’aria, ora si indaga sugli stati di famiglia gonfiati dalla camorra.





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Marea nera: installato il nuovo tappo

Il Secolo xix

È stata completata l’applicazione del nuovo tappo sul pozzo petrolifero di Macondo, nel Golfo del Messico, responsabile della più grande catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti. Lo ha annunciato la Bp che ha avviato i test per controllarne l’efficacia che dureranno tra le sei e le 48 ore. Saranno chiuse le valvole del gigantesco coperchio per controllare la pressione interna del pozzo e verificare il flusso del petrolio. Dalle prime immagini tv il nuovo tappo spesso 5 metri e del peso di 40 tonnellate posato dai robot sottomarini sembra aver fermato completamente la fuoriuscita di greggio e sarebbe la prima volta negli 84 giorni da cui è iniziata l’emergenza. Ma la Bp ha avvertito che si tratta di «un sistema che non è mai stato sperimentato a queste profondità», 1600 metri, «e in queste condizioni, e la cui efficienza e capacità di contenere petrolio e gas non può essere garantita».


Il comandante Guardia costiera Thad Allen ha parlato di «progressi significativi ma ha sottolineato che sarà necessario attendere i test per sapere se l’operazione ha avuto successo. Sabato era stato rimosso un altro tappa che arginava solo in parte la fuoriuscita di greggio. La possibile svolta è arrivata poche ore l’annuncio di una nuova moratoria dell’Amministrazione Obama sulle trivellazioni sottomarine che stavolta dovrebbe essere a prova di ricorso legale.




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Caravaggio, condanna a quindici anni

Il Secolo xix

Nel 1603 Caravaggio fu condannato a morte. Per decapitazione. Pena non eseguita per fuga del condannato. Nel 2010 la pena si fa ben più mite: ventuno anni di reclusione, ridotti a quindici con le attenuanti generiche.



Le accuse: diffamazione e omicidio volontario. Ma a giudicare l’artista c’è un’altra corte, quella riunita ieri sera a Palazzo Tursi, a Genova, per rifare il processo. In una simulazione seria ma divertita. Il pubblico ministero Anna Canepa, della Direzione antimafia, aveva chiesto dieci anni per l’omicidio di Ranuccio Tomassoni, ucciso da Caravaggio in duello. La corte è stata più severa. Per l’altro reato, la diffamazione per gli insulti contenuti in una lettera al collega Giovanni Baglione, è stata invece accolta la richiesta dell’avvocato dell’artista, il professor Enzo Roppo: «Il fatto non costituisce reato, Caravaggio ha solo espresso il suo diritto di critica».

La giuria è d’accordo. Inoltre, osserva il magistrato, «per cause evidenti il reato si considera estinto». Resta il dubbio se questo sarà l’ultimo processo all’artista, che amava ripetere con aria di sfida: «I miei peccati sono solo mortali». I docenti Margherita Rubino e Lauro Magnani hanno introdotto il caso, mentre le conclusioni le ha tratte il procuratore antimafia Pietro Grasso con il sindaco Marta Vincenzi.

Caravaggio è stato giudicato secondo le norme di oggi. Quindi, «nessuna richiesta di pena di morte», sospira soddisfatta Canepa, che nell’esporre le ragioni dell’accusa auspica, non senza ironia, che la difesa «non sostenga, come spesso accade, la prescrizione del reato». La giustizia, sottolinea, «dev’essere uguale per tutti». Canepa si limita a chiedere dieci anni per omicidio doloso non preterintenzionale, con l’attenuante della provocazione da parte della vittima: «Dai fatti risulta solo che Caravaggio uccise durante un duello a Roma il rivale Ranuccio Tomassoni». Troppo clemente? Forse. La giuria sceglie infatti una condanna esemplare, il massimo della pena: 21 anni. «Alla fine si possono riconoscere le attenuanti generiche e ridurre la pena di un terzo» spiega però Marchesiello. In merito alla diffamazione, Canepa sostiene l’insufficienza di prove: «Il foglio del 1603 con gli insulti a Baglione, non era chiaro.

Non risultava da alcuna perizia che la calligrafia fosse di Caravaggio e chi ha messo in giro il testo ha poi ritrattato. Quindi nessuna diffamazione. E io, se non sono convinta, non accuso». Canepa giura di non aver subito il fascino dell’artista. E per fugare ogni dubbio si rivolge alla corte chiedendo: «Giudicate l’uomo. Non è un processo all’arte di Caravaggio». L’avvocato Roppo cavalca la metafora del chiaroscuro dell’arte di Caravaggio per far simpatizzare la corte con il suo assistito. E poi, senza lanciarsi in un’arringa troppo accorata - «lo stile alla napoletana del secolo scorso non mi si confà, preferisco uno stile sobrio ma deciso» - chiede l’assoluzione per il reato, sostenendo proprio il diritto di critica artistica accolto dalla corte: «Di queste cose in quegli anni si discuteva per strada. Che c’è di male se ha preso una posizione sull’arte del Baglione?». Roppo non cede neanche sul reato di omicidio intenzionale: «Ranuccio era l’esponente di una vera e propria gang urbana, e tra i due c’erano ruggini.

Durante il duello è caduto a terra, Caravaggio si è quindi scagliato per ferirlo alla gamba secondo le regole dei duelli, ma inavvertitamente lo ha colpito allo stomaco». La giuria, però, non gli dà retta. Nemmeno Roppo, d’altronde, ha il coraggio di dichiarare il suo assistito «non colpevole». Accusa e difesa si trovano su un punto: «Caravaggio non era uno stinco di santo, ma un uomo talentuoso protetto dal cardinal Del Monte. Una personalità difficile, di natura violenta». Nel 1603 Caravaggio fu condannato a morte. Non gli bastarono le protezioni e dovette lasciare Roma, per poi morire a Port’Ercole nel 1610 senza sapere che il Papa gli aveva accordato la grazia. Sono passati oltre 400 anni, ma di Caravaggio si continua a discutere.

Della sua sentenza di condanna. Ma anche dei suoi quadri, rubati dalla mafia. «Cosa Nostra si occupa anche di traffici di opere d’arte» spiega il procuratore nazionale dell’antimafia Grasso. Qualche speranza di ritrovare il Caravaggio sparito? «Le dichiarazioni del pentito Spatuzza» dice Grasso, ottimista, «riaccendono le speranze».





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Ndrangheta, cade la "cupola" del Nord Colpite cosche più potenti: 320 arresti

di Redazione

"Il crimine" è la più grande operazione degli ultimi anni: 120 arresti in Calabria, 200 nel Nord, soprattutto in Lombardia. Inchiesta condotta dal pm Boccassini. Infiltrazioni mafiose nelle attività produttive e nel mondo politico.

La struttura era a cupola, con una struttura detta "la Lombardia".

Preso il boss Neri e il suo successore, Zappia. Decapitate tutte le 'ndrine principali in Calabria




Milano - Il più grande blitz degli ultimi anni contro la 'ndrangheta. Tremila uomini delle forze dell'ordine impegnati nella cattura di 320 persone in Calabria e in diverse località dell'Italia settentrionale. Le accuse vanno dall'associazione di tipo mafioso al traffico di armi e stupefacenti, dall'omicidio all'estorsione, dall'usura ad altri gravi reati. La maxi operazione di carabinieri e polizia è ancora in corso e, a breve, si attendono nuovi particolari. Gli inquirenti calabresi e lombardi, al lavoro da tempo su questa inchiesta, hanno indagato in particolare sulle infiltrazioni della 'ndrangheta nel nord Italia, sia nelle attività produttive e commerciali, sia nel mondo politico e amministrativo locale. Oltre agli arresti, il blitz delle forze dell'ordine avrebbe portato anche al sequestro di denaro, armi e droga. 

Decapitate le cosche La maxi-operazione "Il crimine" ha colpito le più importanti e potenti famiglie della 'ndrangheta delle province di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Crotone, oltre alle loro proiezioni extraregionali ed estere. Di fatto sono state ''destrutturate", dicono gli inquirenti, le cosche egemoni nel capoluogo reggino, nella fascia ionica e in quella tirrenica, tra cui i Pelle di San Luca, i Commisso di Siderno, gli Acquino-Coluccio e i Mazzaferro di Gioiosa Ionica, i Pesce-Bellocco e gli Oppedisano di Rosarno, gli Alvaro di Sinopoli, i Longo di Polistena, gli Iamonte di Melito Porto Salvo.  

Preso il Brigante Al centro dell’operazione, gli appartenenti al clan di ’ndrangheta Commisso di Siderno, inserito secondo gli inquirenti a pieno titolo nell’imprenditoria e nel settore della finanza attraverso prestanome. Tra le figure di spicco finite in manette, il capoclan Cosimo Filomeni, detto il Brigante. Nel maxi blitz è stato arrestato Pino Neri, considerato il capo dell'ndrangheta in Lombardia. Associazione a delinquere di stampo mafioso, riciclaggio e infiltrazione nei pubblici appalti le accuse nei confronti degli arrestati. 

Gli arresti sono il frutto di indagini coordinate dalle procure distrettuali antimafia di Milano e Reggio Calabria, l'indagine è nata dal sostituto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci. È così stato possibile documentare la gestione delle attività illecite in Calabria e le infiltrazioni della ’ndrangheta nel Nord Italia dove stava estendendo i propri interessi illeciti in diversi settori economici. Sono stati sottoposti a sequestro preventivo beni mobili ed immobili per 50 milioni di euro. 

Arresti eccellenti Nella maxi operazione è stato arrestato per associazione mafiosa e corruzione il direttore dell'Asl di Pavia, Carlo Antonio Chiriaco. Nell'inchiesta sono indagati anche l'assessore comunale di Pavia, Pietro Trivi (per corruzione elettorale), e l'ex assessore provinciale milanese, Antonio Oliviero (per corruzione e bancarotta). Tra gli indagati anche quattro carabinieri di Rho (Milano), uno dei quali per concorso esterno in associazione mafiosa. 

Il boss della Lombardia Pino Neri, boss della ’ndrangheta in Lombardia arrestato oggi per associazione mafiosa, è accusato anche di avere convogliato voti elettorali su indicazione di Antonio Chiriaco, direttore della Asl di Pavia, anche lui finito in carcere per associazione mafiosa e corruzione. Neri avrebbe indirizzato, su indicazione di Chiriaco, voti a favore del deputato del Pdl Giancarlo Abelli, che risulta estraneo ai fatti e non è indagato. Le indagini, condotte dalla Dia di Milano, hanno anche portato all’arresto di Francesco Bertucca, 57 anni, imprenditore edile di Pavia, e di Rocco Coluccio, biologo e imprenditore. 

Insieme al direttore dell’Asl di Pavia sono accusati di essere stati organici alla ’ndrangheta e di essere il punto di congiunzione con l’organizzazione agli ordini del boss Neri. Nel corso dell’operazione gli uomini della Dia hanno eseguito anche 55 perquisizioni e sequestrato beni immobili, quote societarie e conti correnti. Secondo le indagini, l’ex assessore provinciale milanese Antonio Oliviero, invece, sarebbe stato in rapporti con l’imprenditore Ivano Perego, arrestato per associazione mafiosa, e responsabile della Perego Strade. La società sarebbe stata controllata dalla famiglia Strangio, una delle più note della mafia calabrese. Quanto ai carabinieri di Rho indagati, gli altri tre rispondono di corruzione. 

La successione Hanno eletto il boss in un centro di aggregazione intitolato ai magistrati antimafia Giovanni Falcome e a Paolo Borsellino i vertici dei clan calabresi del Nord. È successo il 31 ottobre 2009 a Paderno Dugnano, quando Pasquale Zappia, uno degli arrestati di oggi, è stato eletto per alzata di mano "mastro generale". L’elezione è stata filmata dagli investigatori e il video è agli atti dell’inchiesta. Zappia era così succeduto a Giuseppe Neri. 

Struttura a cupola Secondo i pm la struttura è verticistica, a cupola, come quella mafiosa. C’è un capo assoluto di una commissione che è stato arrestato dai carabinieri di Reggio Calabria e sotto di lui ci sono i capi mandamento e i capi locali. La ’ndrangheta di periferia, quindi quella che non vive in provincia di Reggio Calabria, ma a Milano, Torino, in Canada o in Australia, dipende in tutto e per tutto dalla commissione provinciale reggina. Per capire meglio basti guardare a Carmelo Novella, ucciso il 14 luglio del 2008 in un bar di San Vittore Olona (Pavia). La sua condanna a morte l’avrebbe firmata da solo, andava dicendo in giro che: "la Lombardia", e cioè tutti i gruppi di ’ndrangheta trapiantati al Nord, avrebbero potuto "fare da soli", senza la casa madre calabrese. La commissione ha deciso di farlo fuori senza problemi, nominando anche il suo successore alla guida dei traffici illeciti lombardi. 

Maroni: "'Ndrangheta colpita al cuore" "Si tratta in assoluto della più importante operazione contro la ’ndrangheta degli ultimi anni, che oggi viene colpita al cuore del suo sistema criminale sia sotto l’aspetto organizzativo che quello patrimoniale". Così il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, congratulandosi con il capo della polizia, Antonio Manganelli, e con il comandante generale dell’Arma, Leonardo Gallitelli, "per l’eccezionale operazione antimafia condotta oggi in varie regioni d’Italia. Gli eccellenti risultati conseguiti in questi ultimi mesi contro la mafia - prosegue Maroni - sono il frutto di una costante ed efficace opera di coordinamento tra le forze di polizia e la magistratura, tutte impegnate in modo straordinario nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata".




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De Mita compra il superattico col supersconto

di Anna Maria Greco

Dopo anni di cause legali l'ex premier e segretario Dc è pronto ad acquistare dall'Inps i locali nel centro storico di Roma in cui vive dal 1988.

La cifra? 3,4 milioni di euro. Peccato che il prezzo di mercato sia almeno il triplo


 
 
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Roma

Ciriaco De Mita sta per concludere uno dei più grossi affari della sua vita. Compra la casa-simbolo del potere del­­la casta, quella dei tanti miste­ri che, dopo anni di cause e in­chieste giudiziarie nessuno è riuscito completamente a sve­lare.

È il famoso attico e superatti­co in via in Arcione, a due pas­si da Fontana di Trevi, in pie­no centro storico di Roma. Delle dimensioni esatte non si è mai riusciti a sapere, an­che perché dal 1988 quando fu occupato dalla famiglia De Mita sono stati fatti diversi la­vori e probabilmente chiuse delle zone del terrazzo: sareb­bero circa 550 metri coperti e 200 aperti.

L’ex-presidente del Consi­glio vuole pagare 3 milioni e 400 mila euro all’Inps, che ne è attuale proprietario. Otter­reb­be così un immobile di pre­gio a meno di 5mila euro a me­tro quadro, quando il merca­to ne pretende sui 15mila. La trattativa sarebbe prati­camente conclusa, ma De Mi­ta tira sul prezzo. Vuole otte­nere tutti i vantaggi possibili oltre all’appartamento in sé. Da sempre ha monopolizzato uno dei due ascensori, che per uno speciale congegno si ferma esclusivamente al quar­to piano, il suo.E per salire sul­l’unico rimasto fanno ogni mattina la fila i quasi 100 di­pendenti della Commissione di vigilanza del fondo pensio­ni, che occupa un altro appar­tamento nel palazzo.

Ma a De Mita non basta, pri­ma di comprare vuole defini­re la pertinenza di una serie di ampi spazi utilizzati negli an­ni dalla famiglia: da 2 cosid­dette «cantine» di circa 40 me­tri quadri al mezzanino con belle finestre nel cortile (dove troneggiano enormi e rumo­rosi impianti di condizionato­ri d’aria), ad un ampio ex ne­gozio su 3 piani usato come «magazzino», fino agli 80 me­tri quadrati di portineria una volta usati come alloggio dei domestici di casa De Mita e ora vuoti.

La splendida casa è nata dal­la fusione di ben 3 apparta­menti e ha 11 finestre su via in Arcione più 5 su via del Trafo­ro del Tritone, con un superat­tico che è un appartamento in sé e sui 4 lati l’enorme terraz­zo che vede il Torrino del Qui­rinale da una parte e Palazzo Chigi dall’altra.

Il tutto restaurato ad arte e superblindato con vetri anti­proiettile, solidi pannelli con­tro gli sguardi indiscreti e por­te d’acciaio, oltre che impre­ziosito da marmi, maioliche, parquet e rifiniture di grande pregio, secondo gli ordini dei De Mita. Proprio per questi la­vori il politico della prima Re­pubblica finì negli anni ’90 di fronte al Tribunale dei mini­stri, che lo rinviò a giudizio con l’accusa di aver utilizzato fondi neri del Sisde.

Il boss di Nusco si trasferì nell’autunno dell’88 nel palaz­zo settecentesco appena ri­strutturato a suon di miliardi di lire dall’Inpdai (allora pro­prietario), lasciando la ben più modesta e periferica abita­zione di cooperativa sulla via Ardeatina.

Da allora, l’ex presidente della Dc attualmente eurode­putato dell’Udc, ha resistito ad ogni scandalo, causa, in­chiesta giudiziaria, interroga­zione parlamentare pur di ri­manervi. D’altronde, per decenni De Mita ha usufruito di un affitto a dir poco agevolato. L’am­montare del canone è sempre rimasto un «segreto di fami­glia », ma il rinnovo del con­tratto di locazione del 2000, l’ultimo consultabile con mil­le­difficoltà all’Ufficio del Regi­stro, parla di 71.562.540 lire annue ed evidentemente è poi stato prorogato in attesa dell’acquisto. All’inizio, assi­curano fonti ben informate, l’affitto era attorno ai 50 milio­ni l’anno.

Un canone mensile tra i 2 e i 3mila euro al mese, quello che oggi si chiede per un appartamento di soli 80-100 metri quadri nel quar­tiere chic dei Parioli. Adesso l’ex premier sta per coronare il suo sogno, renden­do finalmente sua la casa sul­le cui maniglie d’ottone ha già da tanto tempo impresso le sue iniziali stilizzate e intrec­ciate come in un blasone nobi­liare: «DM». La svolta c’è stata nel 2002, quando gli enti previdenziali hanno messo all’asta gli im­mobili, compresi quelli di pre­gio dell’Inpdai. Tra questi, ca­sa De Mita. E qui nasce un al­tro piccolo giallo: sui giornali fu pubblicato il bando che in­cludeva solo l’appartamento. Poco dopo, un errata corrige includeva anche altri spazi «di pertinenza», quelli ogget­to di molte diatribe. Nel 1997 l’Inpdai aveva fatto causa al­l’i­llustre inquilino per aver oc­cupato abusivamente le canti­ne e alcuni locali al piano ter­ra, chiedendo anche i danni. Ma ottenne la restituzione so­lo di questi ultimi, nel 2003.

Intanto, il resto del palazzo era stato acquistato da privati per 8,2 milioni di euro e De Mi­ta aveva esercitato il diritto di prelazione per casa sua. Ma il prezzo non gli piaceva e iniziò una lunga battaglia legale con l’Inpdai e poi con l’Inps per far scendere la cifra e avere ga­ranzie sull’uso degli spazi esterni all’appartamento. Ora, la trattativa sarebbe arri­vata a conclusione. Ed è vici­na la realizzazione di un so­gno da 3 milioni e 400 mila eu­ro.




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Street art, prosciolto Bros. Il giudice: «I suoi graffiti non sono punibili»

Corriere della sera

Per prescrizione e mancanza di querela. Il writer:
«Ma non si è detto se la nostra è arte o vandalismo»


MILANO

Il writer Daniele Nicolosi, in arte Bros, uno dei principali esponenti della «street art» italiana, è stato prosciolto a Milano dall'accusa di aver imbrattato alcuni edifici. Il giudice ha dichiarato la prescrizione per un episodio, un graffito sulle mura del carcere di San Vittore; l'estinzione del reato perché è stata ritirata la querela riguardo ad un edificio privato; mentre in un terzo caso ha giudicato improcedibile la causa per mancanza della querela. In sostanza, il giudice monocratico della VI sezione penale di Milano, Guido Piffer, non ha assolto nel merito delle accuse il writer milanese di 28 anni, ma ha dichiarato o i fatti prescritti o improcedibili per mancanza o remissione della querela. Il Comune di Milano, invece, costituitosi parte civile, aveva chiesto la condanna di Bros - che ha al suo attivo importanti mostre e cataloghi - al pagamento di una provvisionale per un totale di 18 mila euro, anche per danni di immagine, oltre che per le spese sostenute dall'amministrazione per pulire gli edifici dai graffiti, sostenendo che quello praticato da Bros fosse un deturpamento e un imbrattamento di edifici pubblici e privati. La difesa, invece, aveva «puntato» sull'arte del giovane milanese, sostenendo che quelle realizzate dal writer sono forme di espressione artistica e dunque non possono essere punite come reato.

Assolto il re della «street art»

I graffiti contestati - Al vaglio del giudice Guido Piffer della sesta sezione penale c’erano i graffiti realizzati da Bros sul muro del carcere di San Vittore, sulla pensilina del parcheggio delle biciclette alla fermata della metropolitana di piazzale Lodi e sulla sede di un’immobiliare di via De Angeli 4. Quest’ultimo, Bros, 28 anni, lo aveva realizzato nel 2007 insieme a un altro writer, pure denunciato, ma la proprietaria ha rimesso la querela. Di qui il primo non luogo a procedere per remissione di querela, appunto. Invece Bros è stato poi prosciolto per difetto di querela per quando riguarda l’opera realizzata sempre nel 2007 sulla pensilina di piazzale Lodi perché, esclusa dal giudice l’aggravante dell’aver imbrattato un muro nel centro storico della città, il writer sarebbe stato perseguibile non d’ufficio, come è accaduto, ma solo con una querela da parte dell’Atm. Infine, il giudice ha ritenuto prescritto il caso del graffito di San Vittore, perché realizzato nel 2004. Piffer, che ha accolto tutte le richieste del pubblico ministero Ivana Casale, tra trenta giorni depositerà le motivazioni. A carico di Bros resta dunque solo il costo della remissione della querela da parte della proprietaria dell’immobile privato, che ammonta a circa 75 euro.
«ARTE O VANDALISMO: RESTA IL DILEMMA» - Il 28enne milanese, tra i più noti esponenti della «street art» europea, che ha tra l’altro esposto le sue opere al Pac e al Palazzo Reale del capoluogo lombardo, non è stato quindi condannato ma nemmeno assolto nel merito delle accuse, dato che il giudice non ha sancito, come l’artista sperava, che i graffiti sono arte e non imbrattamento, o peggio vandalismo. Uno scontro culturale ancora prima che giudiziario, che ha contrapposto in questo processo accusa e difesa, con quest’ultima che aveva chiesto l’assoluzione con formula piena per Bros, reo solo di aver esercitato la propria arte. L’imbrattamento è un reato che, con la riforma del luglio 2009, ha visto un inasprimento delle pene e il passaggio della competenza dai giudici di pace a quelli dei tribunali ordinari. E il processo a Bros era il primo a venir celebrato con le nuove norme. «Con questa sentenza non si è risolto di certo l'enigma tra arte e vandalismo», ha commentato Bros. Sulla concezione del graffito come opera d'arte, aveva puntato molto la difesa del giovane writer, che aveva chiesto l'assoluzione con formula piena. «Sono contento perché non dovrò pagare tutti questi soldi», ha spiegato il giovane, che ha chiarito inoltre che avrebbe preferito «un'assoluzione nel merito». Per il futuro, ha concluso, «non cambia niente, io continuerò a portare in giro la mia arte».
DE CORATO: «LA LEGGE NON PREVEDE DISTINZIONI» - «La legge non prevede distinzioni tra graffitari di serie A e di serie B. Per Bros, come per gli altri autorevoli o sedicenti esponenti della street art, non si capisce perché si dovrebbero fare delle eccezioni - ha detto Riccardo De Corato, vicesindaco del Comune di Milano, commentando la decisione dei giudici milanesi. De Corato, che si è costituito parte civile nel processo al writer, ha poi aggiunto: «A quanto pare il signor Bros è doppiamente fortunato, perchè già il pm aveva deciso di esercitare l'azione penale solo per due dei 17 episodi contestati dalla polizia locale. Episodi per cui il Comune ha chiesto un risarcimento di 18mila euro. E successivamente, - ha concluso - in virtù della prescrizione e di una querela dei vigili che misteriosamente è stata smarrita in Procura, è finito tutto a tarallucci e vino».
Redazione online
12 luglio 2010



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Falcone e Borsellino falsi eroi» Gruppo Facebook, denunciati autori

Corriere della sera

Dovranno rispondere di diffamazione e istigazione a commettere reati «Falcone e Borsellino falsi eroi» Gruppo Facebook, denunciati autori. Identificati i creatori della pagina web contro i magistrati. Sono due fratelli del Nord Italia


Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Saranno soddisfatti gli oltre 20 mila iscritti al gruppo su Facebook «Segnaliamo e facciamo chiudere il gruppo "Falcone e Borsellino falsi eroi"». Dopo circa sette mesi di indagini, la polizia postale di Palermo è riuscita ad identificare e denunciare gli autori del gruppo anti-magistrati sul social network. Si tratta di una sorella e di un fratello, A. F. ed S.F., rispettivamente di 20 e 24 anni, commessa in un grande magazzino lei e disoccupato lui, entrambi residenti in una provincia del nord Italia ed incensurati.

FOTOMONTAGGI E FRASI OFFENSIVE - I due, ai quali sono stati anche sequestrati un notebook e degli hard disk, avevano postato nella bacheca del loro gruppo su Facebook fotomontaggi e commenti offensivi nei confronti dei due giudici antimafia. Identificati dalla polizia postale di Palermo, fratello e sorella hanno ammesso le loro responsabilità in merito ai fatti contestati, probabilmente senza rendersi conto della gravità di quanto commesso. Ora dovranno rispondere di diffamazione ed istigazione a commettere reati. Fondamentale, per la riuscita dell’attività investigativa la collaborazione con Facebook dai cui server, ubicati in California, sono stati tratti i dati informatici necessari agli investigatori per risalire agli autori del gruppo web

redazione online
12 luglio 2010




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