lunedì 12 luglio 2010

Polanski resta in Svizzera Negata l'estradizione chiesta dagli Stati Uniti

di Redazione

Respinta la richiesta di estradizione del regista franco-polacco formulata dagli Usa per l'accusa di aver stuprato una 13enne nel '78.

E' libero: può lasciare la Svizzera.

E gli Usa non potranno fare ricorso




Berna
Può lasciare lo chalet di Gstaad, nell’Oberland bernese, dove ha vissuto, senza mai mettere piedi fuori, dallo scorso dicembre. Roman Polanski è ufficialmente "libero". Le autorità svizzere hanno respinto la richiesta di estradizione arrivata dagli Usa. Il regista 76enne era stato arrestato il 26 settembre scorso all'aeroporto di Zurigo, in esecuzione di un mandato di cattura spiccato dalla procura di Los Angeles per "rapporti sessuali illeciti con una minorenne" risalenti agli anni Settanta. Secondo l'accusa nel 1978 avrebbe stuprato una ragazzina 13enne. Voci di una imminente estradizione per Polanski erano circolate nei giorni scorsi, ma erano state smentite da un portavoce del dipartimento federale della Giustizia di Berna.
La cauzione Dallo scorso 4 dicembre viveva nel suo chalet di Gstaad. Il 24 novembre, infatti, il Tribunale penale federale gli aveva concesso gli arresti domiciliari dietro una cauzione di 4,5 milioni di franchi. Lo scorso aprile una corte californiana aveva rifiutato un processo in contumacia. 
Usa non potranno fare ricorso Gli Stati Uniti non potranno presentare appello contro la decisione della Svizzera. "La decisione non può essere appellata in Svizzera", ha riferito il ministro della Giustizia elvetico, Eveline Widmer-Schlump, che ha aggiunto che le autorità Usa "hanno accettato" la decisione di Berna di rimettere in libertà il regista.




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La sinistra vuole pure il premio Tatarella

Il Tempo

Aldo Busi attacca la manifestazione letteraria dedicata al politico pugliese: è un fascista.
Nell'elenco dei premiati compare lo storico marxista Hobsbawm, assenti gli autori di Destra.


Una polemica strumentale e meramente ideologica avvelena la XIII edizione del «Premio letterario Città di Bari - Giuseppe Tatarella». Lo scrittore Aldo Busi, selezionato tra i finalisti, ha preso le distanze dalla manifestazioni con dichiarazioni surreali e scomposte: «Voglio che il mio nome sia immediatamente ritirato. (...) Io non ho alcuna intenzione di far partecipare il mio Aaa! ad alcun premio letterario di merda, tantomeno a uno che porta il nome di Tatarella, un fascista almirantiano con la cui memoria non voglio avere nulla a che vedere».

Maurizio Maggiani, chiamato a prenderne il posto, ha declinato l'invito: «Non vorrei essere un crumiro». Le accuse del «vate» di Montichiari (in passato anche collaboratore del settimanale conservatore Il Borghese) hanno acceso un dibattito nel quale alcuni ambienti della sinistra hanno colto l'occasione per sparare contro il nome del premio. In certe parrocchie, infatti, è inaccettabile che possa esistere un evento culturale intitolato alla memoria di un politico divenuto il primo vice presidente del Consiglio eletto nelle fila dei postfascisti, amato anche dai suoi oppositori (Nichi Vendola ne scrisse un memorabile elogio funebre sulle colonne di Liberazione).

Raffaele Nigro, capolista trombato di Sel nelle ultime regionali e componente della giuria dalla prima edizione, in una lettera a Busi ha affondato il colpo contro «una destra pugliese che con scelta provinciale infantile e scriteriata ha imposto di marchiare questa manifestazione dedicata ai libri col nome di un politico e dunque con una coloritura politica precisa». Basta sfogliare l'elenco dei premiati per scoprire nomi sfolgoranti della sinistra, come lo storico marxista Eric Hobsbawm.

Mentre non c'è nessun autore di destra... Nicola Lagioia, rampante romanziere gauchista, si è unito al coro dei censori: «Secondo me un premio letterario non deve essere intitolato ad un politico». Eppure era stato nella giuria del premio in passato, ma ai tempi non aveva mai espresso la sua contrarietà alla intitolazione... Pietrangelo Buttafuoco, rattristato, ha commentato così: «Se fra cent'anni istituissero un premio Vendola, sarei felicissimo.

La politica è anche il luogo dove si liberano la creatività, il genio e la fantasia: qualità che Tatarella aveva e per le quali il popolo lo amava». Anche a sinistra, per fortuna non regna il conformismo. Roberto Cotroneo, autore de Il vento dell'odio (Mondadori): «È sgradevole che a Tatarella, artefice di una manifestazione culturale che non c'era, debbano toccare queste ingiurie postume». L'ex Lc Erri De Luca: «Non si capisce perché a un uomo di destra non si possa intitolare un premio letterario». Caustico Antonio Pennacchi: «Non stiamo mica parlando di un premio intitolato ad Adolf Hitler». Taglia corto Salvatore Tatarella, fratello del «vicerè delle Puglie»: «Pinuccio non merita questa guerra. Era un uomo di pace. Se fosse in vita, liquiderebbe questa polemica con un sorriso».





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L'ultima fuga del bandito scalzo

Corriere della sera

Preso alle Bahamas Colton Harris Moore, 19 anni: forse voleva rifugiarsi a Cuba

WASHINGTON(USA)

Le ultime fasi della caccia a Colton Harris Moore alle Bahamas sono state drammatiche. E sembra che il baby-bandito – ha solo 19 anni - non si sia preoccupato di nascondere la sua vera identità. Anzi, secondo una testimonianza, l’ha rivelata candidamente ad alcune persone. Che hanno allertato le autorità. Un giornalista che sta scrivendo un libro sul ragazzo ha detto: «Forse voleva sfidare la polizia».

Video

LA CATTURA - L’epilogo ha avuto come teatro un angolo bellissimo delle Bahamas. Harbour Island, a est di Eleuthera. All’arrivo degli agenti, attorno alle 24, Colton è scappato. Prima ha tentato la fuga su una barca inseguito da una vedetta della polizia, quindi è sceso a terra infilandosi nella vegetazione. Impugnava una pistola ed era scalzo. Ogni tanto gridava «vogliono uccidermi, vogliono uccidermi». Con un altro scatto si è diretto verso un molo dove si è impadronito di un motoscafo. Colton ha cercato di prendere il largo ma una vedetta della polizia si è avvicinata permettendo agli agenti di sparare sui motori fuoribordo. Solo la fortuna, che lo ha protetto tante volte in questi due anni di latitanza, ha impedito che i proiettili lo ferissero.

Ma a fermare la sua fuga è stato un banco di sabbia sul quale si e' arenato il battello. Disperato, il baby-ladro ha gettato in mare il computer ed ha puntato la sua pistola alla testa minacciando di suicidarsi. Gli agenti lo hanno convinto ad arrendersi. La caccia all’uomo si è conclusa, dopo due ore frenetiche, con l’ex fuggiasco portato via in catene e senza scarpe. Ora sarà interessante capire perché Colton abbia deciso di raggiungere le Bahamas. Ottime per una vacanza ma non per la latitanza. Certo, il volo dall’Indiana fino a Great Abaco su aereo rubato ha accresciuto la fama del bandito scalzo.

Ma lo ha fatto finire in trappola. A meno che Colton non avesse in mente un altro “balzo”. Qualcuno ha raccontato che nei pochi giorni trascorsi sulle isole il ragazzo si sarebbe informato su Cuba. Voleva rifugiarsi all’Avana come i dirottatori degli anni ’70? Sperava di trovare accoglienza sotto la bandiera di Castro creando un clamoroso caso? E non temeva di essere arrestato? Colton è un ladruncolo scaltro e non un rifugiato politico in cerca di asilo. Aspettiamo di sentire la sua verità. Guido Olimpio
12 luglio 2010



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Addio a Giorgio Alpi, padre di Ilaria Errani: «Piegato dalla ricerca della verità»

Corriere della sera

Si è spento a Roma dopo una lunga malattia

Ilaria Alpi

Ilaria Alpi

Giorgio Alpi, urologo e padre di Ilaria, la giornalista Rai uccisa in Somalia, è morto ieri pomeriggio a Roma dopo una lunga malattia. Il funerale si svolgerà martedì 13 luglio alle 10 nella chiesa di Santa Chiara, in piazza Giochi Delfici.


Al cordoglio si unisce il presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani: «Non vi è dubbio che più che il dolore per quella morte, a piegare Giorgio sia stata la inesausta ricerca della verità, condotta inutilmente per sedici anni. Ancora oggi non è stata fatta chiarezza sul duplice omicidio dei due inviati Rai (Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ndr) che, col loro sacrificio hanno onorato la professione giornalistica». Alla moglie di Giorgio, Luciana, Errani promette «di non lasciarla sola»: «Continueremo con convinzione a sostenere il Premio che porta il nome di Ilaria e che ogni anno conduce a Riccione decine di giornalisti, impegnati a riflettere sui diritti e doveri della loro professione».


12 luglio 2010





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Bastona il Pd e ci fa soldi alla festa

IL Tempo




Per la deputata Pd Anna Paola Concia è un manifesto di «una stupidità allucinante». Ed esplode la polemica. Ma la vera sorpresa, passata la bufera, arriva visitando gli stand della festa allestita nel parco delle terme di Caracalla. Lì, tra una salsiccia e una patata fritta, ecco comparire, imponente, uno striscione pubblicitario del tonno Callipo. No, non è un caso. Tra i vari bar e ristoranti, infatti, quest'anno c'è anche la Piazza di Pizzo (Calabro s'intende). Si tratta di uno stand in cui è possibile degustare specialità calabresi.

L'idea è di Nicola Galloro, consigliere provinciale a Roma, nato nel 1949 in provincia di Vibo Valentia. Il fatto è che, trattandosi di Pizzo, gran parte dei prodotti, compresi i tartufi gelato che vanno letteralmente a ruba, portano il marchio Callipo (azienza fondata a Pizzo che lì ha la sua sede legale). Non solo, ma sui banchi ecco il ricettario Callipo per cucinare al meglio il famoso tonno. Niente di male s'intende, se non fosse che Pippo Callipo, patron dell'omonima ditta, è stato il principale oppositore di Agazio Loiero, candidato governatore del Pd in Calabria, alle ultime Regionali. Non solo, ma sostenuto dall'Idv e da Pannella, ha ottenuto il 10% dei consensi contribuendo (anche se non è risultato determinante), al crollo dei Democratici. Chissà se anche Loiero, come i suoi compagni di partito romani, ama i tartufi di Pizzo.

Dalla Capitale a Modena, o meglio a Bosco Albergati a Castelfranco Emilia dove quest'anno, dal 23 luglio al 9 agosto, si svolgerà la prima festa regionale del Pd dell'Emilia Romagna (il 26 luglio ci sarà Dario Franceschini, il 29 Rosy Bindi, il primo agosto Pier Luigi Bersani e Vasco Errani). Qui a far notizia è, ancora una volta, il manifesto. E non solo perché rappresenta una Quercia stilizzata (simbolo degli indimenticati, almeno da queste parti, Ds), ma perché sotto la scritta «29ª Festa di Bosco Albergati» compare la traduzione in arabo. Il Pdl ha colto la palla al balzo per scatenare la polemica («Ora che hanno intrapreso questa strada perché non chiamarla direttamente Festa della Mezzaluna» ha tuonato il consigliere regionale modenese Andrea Leoni). Ma il Pd guarda al futuro. Un giorno, infatti, potrebbero votare anche gli immigrati, meglio conquistarli subito.

Spostandosi verso Nord ecco Torino. Qui il Pd celebrerà la festa nazionale dedicata all'Unità d'Italia (28 agosto - 12 settembre). La location scelta è quella di piazza Castello che «ospitò il primo Parlamento italiano». Qualche giorno fa, su Torino Sette (settimanale della Stampa), Gabriele Ferraris ha bocciato la scelta chiedendo ai dirigenti democratici di ripensarci: «Li supplichiamo in ginocchio di risparmiarci lo spettacolo di gazebo, bancarelle, capanne, igloo e tende beduine nelle piazze "nobili" di Torino». Immediata la risposta di Gianfranco Morgando (segretario regionale del Pd) e Gioacchino Cuntrò (segretario di Torino): «Scorgiamo una contraddizione nel suo ragionamento.

A pagina 11 dello stesso numero (di Torino Sette, ndr), a proposito dei concerti di Traffic, leggiamo "Charlotte prende piazza Castello" mentre nell'editoriale del 2 luglio troviamo un elogio degli Mtv Days, che si sono svolti a piazza Castello. Perché Mtv sì e Bersani no? Perché la Gainsbourg (Charlotte, attrice e cantante francese ndr) sì e Rosy Bindi no?» La risposta è semplice, nonostante la sortita a Sanremo del segretario, questo Pd non è ancora abbastanza pop.


Nicola Imberti

12/07/2010





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Estate, nella pattumiera 1 frutto su 4

Libero





Con l’estate e le alte temperature aumenta il consumo di frutta e verdura, ma si verificano anche maggiori problemi nella conservazione con perdite di prodotto fino al 25% tra produzione, commercio e consumo, dovute all’eccessiva maturazione. È quanto afferma la Coldiretti che sottolinea anche che queste perdite rischiano di rendere più salato il conto per le famiglie in aggiunta a gelati, acqua e spese energetiche per ventilatori e condizionatori. E allora se 1 frutto su 4 rischia di essere sprecato per ottimizzare la spesa e non buttare via niente, la Coldiretti ha elaborato un vademecum in dieci punti con importanti consigli da seguire per mantenere la freschezza della frutta e verdura.

Nel punto di vendita - Secondo Coldiretti, occorre: effettuare acquisti ridotti e ripetuti nel tempo, scegliere i frutti con il giusto grado di maturazione: non appassiti o con aspetto turgido e non eccessivamente necrotizzati nei punti di taglio. Verificare l’etichettatura e preferire le produzioni e le varietà locali da acquistare direttamente dai produttori o nei mercati degli agricoltori di campagna amica che non essendo soggette a lunghi tempi di trasporto durano di più. Preferire varietà di stagione che hanno tempi di maturazione naturali. Prediligere, compatibilmente con le esigenze, frutti interi (esempio cocomero) che si conservano più a lungo.

Il trasporto -
Sarebbe opportuno fare la spesa poco prima di recarsi a casa ed evitare di lasciare troppo a lungo la frutta e verdura dove il sole e le alte temperature favoriscono i processi di maturazione ed è opportuno nel caso di trasferimento con auto climatizzata riporre i prodotti nel sedile posteriore piuttosto che nel bagagliaio. Mantenere separate le confezioni delle diverse varietà di frutta e verdura acquistate che vanno riposte in contenitori di carta piuttosto che in buste di plastica.

Accorgimenti domestici - È importante seguire alcuni piccoli accorgimenti anche tra le mura di casa propria: bisogna mantenere separata la frutta e verdura che si intende consumare a breve da quella che si intende conservare più a lungo: la prima può essere messa in un portafrutta al buio eventualmente coperta da un tovagliolo e opportunamente lontano dal sole, mentre la seconda va posta in frigorifero lontano dalle pareti refrigeranti. Infine è meglio che la frutta venga posta stesa nel contenitore per evitare ammaccature e sviluppo di marcescenze.

Frutta e verdura fresca con l'estate sono alimenti impòortanti poiché contengono vitamine, sali minerali e liquidi preziosi. Questi, afferma Coldiretti, aiutano a mantenere l'organismo in efficienza e combattere il rischio di colpi di calore. ma c'è di più: aiutano a garantire anche una
tintarella invidiabile. Con l'eccessiva sudorazione dovuta al caldo vengono infatti persi acqua e sali minerali che possono essere reintegrati con frutta e verdura di stagione che in molti casi contiene vitamina A e caroteni che favoriscono anche la produzione nell’epidermide del pigmento melanina per donare la classica tintarella alla pelle.

Nella classifica stilata dalla Coldiretti per l’effetto tintarella il primo posto spetta alle carote che contengono ben 1200 microgrammi di Vitamina A o quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile, ma sul podio salgono anche gli spinaci. A pari merito c'è anche il radicchio mentre al terzo posto si posizionano le albicocche seguite da cicoria, lattuga, melone giallo e sedano, peperoni, pomodori, pesche gialle, cocomeri, fragole e ciliege che presentano comunque contenuti elevati di vitamina A o caroteni. Questi vegetali, conclude la Coldiretti, sono dunque alimenti che soddisfano molteplici esigenze del corpo: nutrono, dissetano, reintegrano i sali minerali persi con il sudore, riforniscono di vitamine, mantengono in efficienza l’apparato intestinale con il loro apporto di fibre e si oppongono all’azione dei radicali liberi prodotti nell’organismo dall’esposizione al sole, nel modo più naturale ed appetitoso possibile.

12/07/2010





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Australia: ecco il cellulare che funziona anche quando non c'è più campo

Corriere della sera

Un nuovo software permette di bypassare le torri della telefonia mobile e di chiamare in assenza di segnale

i nuovi telefonini possono essere utilissimi per operare in zona di disastro

Australia: ecco il cellulare che funziona anche quando non c'è più campo


MILANO

Potrebbe costituire una svolta nel caso degli interventi di soccorso. O nei luoghi più remoti della terra. Ricercatori australiani hanno sviluppato un software che incorpora la funzione delle torri della telefonia mobile in versione compatta negli stessi telefoni cellulari, permettendo loro di comunicare anche dove non c'è ricezione.

L'APPARECCHIO - La tecnologia, messa a punto da scienziati dell'università Flinders di Adelaide, utilizza un'interfaccia WiFi, normalmente usata per internet, per trasmettere la voce senza dover transitare da un punto centrale di raccolta ed è stata collaudata con successo in remote aree desertiche dell'Australia centrale, dove non vi è ricezione nè da tralicci nè da satelliti. Il segnale fra diversi telefoni cellulari è per ora limitato a poche centinaia di metri, ma aggiungendo nuovi congegni e piccoli trasmettitori, il raggio si potrà estendere a distanze molto maggiore e la qualità del suono migliorerà, ha detto alla radio australiana Abc il professor Paul Gardner-Stephen della Scuola di scienze dei computer dell'ateneo, che guida il progetto.

«Usando l'interfaccia WiFi di cui sono ormai dotati molti telefoni cellulari, possiamo trasmettere la voce in una maniera che non richiede di passare per un punto centrale di raccolta», ha aggiunto Gardner-Stephen. Il sistema potrà assicurare una rete istantanea di telefoni cellulari in disastri come i terremoti, nei quali i tralicci della telefonia possono andare distrutti, osserva lo scienziato. «L'esperienza ha dimostrato che nella grande maggioranza dei disastri la prima risposta viene da persone ed entità del posto, e il sistema potrà assicurare facili comunicazioni. In un terremoto, entro pochi minuti e non dopo 48 o 72 ore, sarà possibile cominciare a liberare le vittime dalle macerie e a ristabilire l'ordine», ha concluso lo scienziato.

Redazione online
12 luglio 2010



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Alle radici dell’odio che incendiò Trieste

di Francesco Perfetti

Intende probabilmente assumere, nelle intenzioni degli organizzatori, un valore altamente simbolico (e, quindi, politico) la partecipazione, a Trieste, al grande «concerto dell’amicizia» diretto da Riccardo Muti con l’orchestra Luigi Cherubini composta da 600 giovani, di ben tre presidenti della Repubblica: Giorgio Napolitano per l’Italia, Danilo Türk per la Slovenia, Ivo Josipovic per la Croazia. È nella scelta stessa della data del concerto, il 13 luglio, la dimensione simbolica dell’avvenimento. Proprio a Trieste, infatti, il 13 luglio 1920, esattamente novanta anni or sono, scoppiarono gravissimi incidenti culminati con l’incendio dell’Hotel Balkan, dove aveva sede la società Narodni dom, cioè la «casa del popolo» slovena, una sorta di organismo rappresentativo delle più significative organizzazioni degli sloveni triestini.

Quell’episodio è passato, poi, alla storia come una specie di «battesimo del fuoco» dello squadrismo fascista, ma in realtà esso si inserisce come momento, se non terminale, certo assai significativo, in una lunga vicenda che, nell’immediato primo dopoguerra - mentre sullo sfondo politico internazionale si svolgevano le trattative alla Conferenza per la pace e si consumava l’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio e dei suoi legionari -, vide le popolazioni italiane della Dalmazia jugoslava costrette a pagare un altissimo prezzo per la rivalità politica italo-jugoslava in termini di vessazioni, soprusi e manifestazioni xenofobe anti-italiane.

È una circostanza, questa, che - pur in un clima di “buonismo” politico e a distanza di tanti decenni dai fatti - merita comunque di essere ricordata e sottolineata perché la memoria storica non può e non deve essere mai messa in ombra a favore di una diffusa tendenza a confondere il giusto desiderio di una ritrovata capacità di convivenza civile con il riconoscimento o con l’ammissione di colpe e responsabilità attraverso gesti o rituali simbolici.

Chi volesse conoscere in dettaglio le vicende, politiche e umane, della minoranza italiana in Dalmazia all’indomani della fine del primo conflitto mondiale e della dissoluzione dell’Impero asburgico, potrà ricorrere alla lettura delle dense, documentate ed equilibrate pagine che lo storico Luciano Monzali ha dedicato a questo argomento in numerosi lavori e, in particolare, al volume Italiani di Dalmazia 1914-1924 pubblicato qualche anno fa dalla casa editrice Le Lettere.

Vi troverà ricostruita la politica estera italiana nell’Adriatico e nei Balcani, e ben illustrata la sua influenza sul futuro delle popolazioni dalmate italiane, in un primo momento illuse sulla possibilità di una unione con la madrepatria, e, poi, dopo la stipula del trattato di Rapallo del novembre 1920, costrette a operare una scelta drammatica tra una vita difficile nel Regno jugoslavo e la sopravvivenza a Zara italiana, ovvero l’emigrazione nella penisola. Vi troverà, ancora, le premesse di quegli scontri fra italiani e slavi dei quali gli incidenti di Trieste del luglio 1920 rappresentarono un picco.

È bene ricordare subito - anche ai fini dell’accertamento storico delle responsabilità - che i fatti di Trieste ebbero un diretto antefatto negli incidenti di Spalato di due giorni prima. In questa città la tensione covava da tempo e le violenze anti-italiane, frutto della propaganda xenofoba del governo di Belgrado, erano tutt’altro che rare: il 27 gennaio 1920, per esempio, al termine di una manifestazione nazionalista jugoslava di protesta contro il preteso imperialismo italiano, erano state fatte oggetto di atti vandalici e teppistici molte istituzioni italiane come il Gabinetto di Lettura, le sedi della Società Operaia e del Consorzio di consumo e molti negozi.

Qualche mese dopo, l’11 luglio, però, incidenti di gran lunga più gravi coinvolsero marinai e ufficiali italiani, da una parte, e dimostranti jugoslavi, dall’altra. Quel giorno, al termine di una conferenza anti-italiana, i dimostranti si diressero verso i luoghi di ritrovo degli italiani, tra i quali il Gabinetto di Lettura. Qui, due ufficiali italiani furono costretti ad asserragliarsi. Il comandante della nave Puglia, impegnata a Spalato a garanzia delle clausole armistiziali, Tommaso Gulli, decise di recarsi a recuperarli.

Lo scoppio di una bomba a mano tra la folla innescò una sparatoria fra gendarmi jugoslavi e marinai italiani. Rimase ucciso il motorista Aldo Rossi e furono feriti gravemente il cannoniere Pavone e il comandante Gulli, morto il giorno successivo dopo una operazione chirurgica. Una inchiesta immediatamente predisposta dal Ministero della Marina, riassunta in un telegramma, conservato nell’Archivio Storico del Mae (Ministero affari esteri), indirizzato dall’allora Segretario Generale del Ministero degli Esteri Salvatore Contarini alla R. Legazione di Belgrado, mostrava senza possibilità di equivoco che «militari armati serbi» avevano colpito militari italiani e avevano «eccitato la folla contro di essi».

Come conseguenza diretta dei disordini costati la vita a Gulli, il 13 luglio scoppiarono tumulti antislavi in diverse località: Trieste, Fiume, Zara, Pola e Pisino. A Trieste, in particolare, la notizia suscitò emozione e in molte finestre vennero esposti tricolori abbrunati. I fascisti guidati da Francesco Giunta organizzarono un comizio nel corso della quale fu accoltellato un giovane italiano. L’assassinio dette il via a disordini contro negozi gestiti da sloveni e sedi di organizzazioni slave e socialiste. I dimostranti raggiunsero il Narodni dom circondato da 400 soldati e guardie regie. Dall’edificio furono lanciate bombe a mano e sparati colpi di fucile. Fu ucciso un sottotenente del Regio Esercito e rimasero ferite diverse persone. I militari risposero al fuoco e divampò l’incendio, che distrusse l’edificio.

La dinamica degli incidenti è ricostruita in un fonogramma di Crispo Moncada inviato al Presidente del Consiglio il 14 luglio, conservato negli Archivi del Mae. Vi si legge: «... Iniziatasi con comizio in Piazza Unità manifestazione svolgevasi ordinatamente. Mentre parlava avv. Giunta... rimaneva ucciso cittadino italiano da colpo di pugnale infertogli proditoriamente nella piazza stessa da slavo che riuscì a dileguarsi. Notizia comunicata al pubblico da oratore produsse vivissimo fermento ed esasperazione. Folla eccitatissima sbandossi improvvisamente in varie direzioni. Parte dimostranti si diresse correndo piazza Oberdan sostando dinanzi al fabbricato Hotel Balkan sede del Circolo slavo consueto centro di riunione e di propaganda antiitaliana emettendo grida ostili.

Dalle finestre di detto fabbricato vennero esplosi vari colpi di rivoltella e lanciate bombe a mano rimanendo ferite due guardie regie e vicecommissario di pubblica sicurezza...». Il rapporto prosegue raccontando la reazione dei militari, l’incendio appiccato dai dimostranti e che non fu possibile, poi, contenere perché all’interno dell’edificio erano custoditi esplosivi come si evince dallo stesso rapporto: «... durante incendio furono sentiti alcuni scoppi attribuiti a bombe e munizioni che hanno ostacolato opera spegnimento...». Infine il rapporto elenca le altre azioni poste in essere dai dimostranti contro la tipografia che stampava un giornale jugoslavo, contro alcune abitazioni e qualche ufficio slavo, ma sottolinea anche le centinaia di «arresti di facinorosi» e le misure adottate per evitare che la situazione degenerasse e il bilancio di morti e feriti si aggravasse.

La retorica, fascista prima e antifascista poi, ha attribuito agli incidenti di Trieste significati, in positivo o in negativo, ben diversi da quelle che nella realtà avevano. Quegli incidenti, infatti, lungi dall’essere il simbolo del nascente squadrismo fascista - altrimenti, si potrebbero porre sullo stesso piano, quale espressione di un altro nascente squadrismo di segno contrario, quelli di Spalato - erano il risultato della drammatica condizione nella quale si erano trovati a vivere gli italiani di Dalmazia.



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Insulti a Sallusti, dall'Odg sanzione a D'Alema

di Redazione

L'ordine dei giornalisti del Lazio ha sanzionato l'ex premier del Pd, in quanto giornalista, per la frase ingiuriosa ("Ma vada a forsi fottere...") rivolte all'indirizzo del condirettore del Giornale durante Ballarò: "La sanzione è quella dell'avvertimento"




Roma

Per il "ma vada a farsi fottere" si paga. Sanzionato per gli insulti in diretta. Nella riunione dell’8 luglio scorso l’ordine dei giornalisti del Lazio ha comunicato al giornalista Massimo D’Alema "la sanzione dell’avvertimento del Consiglio per le frasi ingiuriose rivolte durante la trasmissione televisiva Ballarò del 4 maggio 2010 al collega Alessandro Sallusti". Lo rende noto un comunicato dove si precisa che nella stessa riunione, alla giornalista Antonella Piperno è stato dato "l’avvertimento del presidente per un articolo a sua firma apparso su Panorama del 22 aprile 2010 in cui si parlava dell’attività professionale di Maria Luisa Busi".



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Era il re delle cybertruffe: manette a giovane biellese "Ricavi" per 500mila euro

di Redazione

Dopo 66 denunce e almeno mezzo milione di euro di incassi è stato arrestato dalla poilizia postale.

Gianluca Curatolo, 27 anni, "lavorava" da casa, disperso nei boschi di Veglio.

Usava Ebay per truffare la gente

 

Biella

Catturato il re delle cybertruffe. È stato arrestato dalla polizia postale di Biella: è un 27enne di Veglio, che dal 2008 ai primi mesi di quest’anno ha messo a segno centinaia di truffe su Ebay ricavandone si stima almeno mezzo milione di euro. Si tratta di Gianluca Curatolo, che operava dalla sua abitazione in un paesino disperso fra i boschi del Biellese nordorientale. Il giovane era già stato denunciato dalla polposta biellese per diffamazione a mezzo Internet il 1 luglio, perché in diverse occasioni aveva pubblicato su siti porno il numero di telefono di persone da lui truffate perché lo avevano segnalato su Ebay come truffatore.

Le denunce Soltanto in questi primi mesi del 2010 a suo carico risultano ben 31 denunce per truffa informatica, cui bisogna aggiungerne 23 del 2009 e 12 del 2008. L’operazione è partita dal tribunale di Ravenna che ha emesso un’ordinanza di carcerazione a suo carico per l’esecuzione di una condanna a 6 mesi di reclusione per una truffa a danno di un 26enne della città romagnola nel 2008. Curatolo metteva in vendita su Ebay e altri siti analoghi, oggetti high tech, accessori, videogiochi e telefoni cellulari a prezzi ridotti rispetto a quelli di mercato, oggetti che non venivano mai spediti all’acquirente malgrado il versamento della somma pattuita sulle carte ricaricabili.





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Omicidio-Suicidio Lei voleva riprendersi la vita

Poliziotto arresta padrona: il cane lo morde

Repubblica

A rendere più complicato del previsto un arresto nella città di Burnaby, in Canada, ci ha pensato un jack russell terrier. Il cane ha preso di mira l'agente che stava ammanettando la sua padrona - sospettata in seguito a una sparatoria - mordendolo alle calcagna e strappando i suoi jeans fino al ginocchio.



 

Il fotografo degli sposi cade nell'acqua santa

Repubblica

Nelle infinite combinazioni di piccoli incidenti matrimoniali, questa è certamente una delle più originali: mentre gli sposi si incamminano verso il fondo della chiesa dopo aver pronunciato il fatidico Sì, un fotografo li precede muovendosi con le spalle verso la porta. Quanto basta per fargli perdere l'orientamento, inciampare in un collega e finire nell'acqua benedetta del fonte battesimale
A cura di Benedetta Perilli

Bowling, strike impossibile con tiro senza speranza

Repubblica

Vedendo scivolare goffamente questo giovane sulla pista da bowling, proprio al momento del lancio, nessuno avrebbe scommesso su un tiro vincente. Lui per primo si gira sconsolato dando le spalle ai birilli. Eppure la palla, che sembra destinata al corridoio esterno, si accentra lentamente e mette a segno un incredibile strike. Il "tiro con scivolata" è già un classico per gli amanti del bowling.

La Zanicchi (Pdl): ''Fini fuori dalle palle''

Repubblica

L'eurodeputata ospite a "Un giorno da pecora" su Radio Due: "Ha fondato il Pdl? Anch'io ho fondato un asilo..."

Tifosa colpita con un pugno: lei impazzisce di gioia

Repubblica

Nel disperato tentativo di agguantare una palla che stava finendo fuori dal campo Ichiro Suzuki, giocatore dei Seattle Mariners, sbatte involontariamente il guantone sul volto di una fan seduta sugli spalti
E lei, invece di accusare il colpo, impazzisce di gioia per il violento incontro ravvicinato, suscitando l'ironico commento dei telecronisti: "Oh mio Dio! Oh mio Dio! Devo scriverlo subito su Twitter"

Isola di Pasqua, lo spettacolo dell'eclissi di sole

Repubblica

Migliaia di persone hanno assistito, rigorosamente muniti di speciali occhiali, allo spettacolo dell'eclissi sopra il Pacifico Meridionale. Per circa quattro minuti il sole è stato oscurato dalla luna

Leggende metropolitane sui cosmetici: ecco come nascono in rete

Corriere della sera

Ricostruita la storia dei tre falsi allarmi più clamorosi che continuano a girare sul web
Un mix di verità ed equivoci alimentato dal tam-tam in rete

MILANO

È probabilmente capitato a tutti di leggerle e rileggerle, ma dove? Di sicuro era sullo schermo di un computer, ma era una e-mail "girata" da un'amica premurosa e preoccupata, che a sua volta l'aveva ricevuta da un'amica? O qualcosa letto su un blog? Se ne discuteva in un forum al femminile? Le notizie, comunque, erano allarmanti: rossetti al piombo; bagno schiuma, shampoo, dentifrici e deodoranti cancerogeni.

E provando a digitare le parole incriminate, su un qualsiasi motore di ricerca, comparivano e compaiono molte pagine web che confermano la pericolosità di questi prodotti. Sono anni e anni che queste notizie girano e vengono regolarmente smentite da enti pubblici vari, ma altrettanto regolarmente vengono rilanciate da persone che sembrano, in buona fede, convinte della loro veridicità. Eppure ancora un anno fa la Food and Drug Administration, l'ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari, farmaceutici e cosmetici, pur assicurando che avrebbe continuato a monitorare la situazione, confermava che i livelli di piombo contenuti nei rossetti erano nei limiti previsti.

Ma il popolo del web, o almeno una parte, non è affatto convinta e un dubbio effettivamente viene: ma questo piombo perché non levarlo del tutto, invece che limitarsi a limitarlo? E qualche dubbio viene anche per gli altri prodotti citati. Ma andiamo con ordine. Chiarisce Marina Marinovich, presidente della Società italiana di tossicologia e docente di tossicologia al Dipartimento di Scienze farmacologiche dell'Università di Milano: «Il piombo non viene messo intenzionalmente nei rossetti per assicurarne la persistenza, come sostengono diverse "bufale" che girano su Internet.

Il piombo è un inquinante ambientale e può capitare di trovarne tracce minime anche nei rossetti. In questa notizia, ma anche nelle altre citate, c'è sempre un fondo di verità, mischiato, però, a equivoci». In che senso? «Se mi chiedono: il piombo è tossico? Io, naturalmente, rispondo di sì, ma per parlare di rischio ci vuole una combinazione tra tossicità e grado di "esposizione", bisogna cioè chiarire a quanta sostanza tossica si è esposti, in che modo e per quanto tempo. Le domande sono: quanto piombo c'è nei rossetti? E come viene in contatto con l'organismo?

Lo mangiamo? Lo mettiamo solo sulle cute e magari ne ingoiamo anche un po' mordicchiandoci le labbra? Per quanto tempo permane? La valutazione del rischio è una procedura ben consolidata: prevede l'analisi di un complesso dossier tossicologico che spazia dalle simulazioni al computer ai (quando è necessario) test sugli animali» spiega Marinovich. E che dire dell'altra storia "nera" sui cosmetici, quella relativa ai prodotti che fanno schiuma - bagni-doccia, shampoo, dentifrici - che conterebbero il Sodio lauretil solfato, un cancerogeno? «Anche qui, il solito mix di verità e confusione. È vero che questa sostanza c'è, ma non è vero che è cancerogena.

LA MAIL «RUBATA» - L'equivoco nasce da un e-mail inviata a un vero Istituto oncologico, raccolta da una segretaria - non da un medico - che, a sua volta, la inviò a un'altra persona. Il tutto senza accorgersi del fatto che nella mail era presente il marchio dell'Istituto. La mail originale non aveva riferimenti bibliografici e la fonte non era certa, ma la notizia ha cominciato a girare e da allora, dieci anni fa, non ha fatto che rimbalzare da un punto a un altro della rete».

E la storia dei deodoranti cancerogeni, come è nata? «All'origine — racconta la tossicologa — c'è una reale ricercatrice, Gabriela Casanova Larrosa, al lavoro alla Facoltà di scienze della Repubblica Orientale dell'Uruguay che ha però smentito di aver mai dato questa notizia». E nella smentita (data a Disinformatico.info, vedi qui a fian co), la ricercatrice affermava: «Non sono io la fonte del messaggio riguardante il tumore al seno e gli antitraspiranti».

E aggiungeva: «Sono semplicemente vittima di un episodio di "spamming" o qualcosa di simile; qualcuno ha preso la mia "autofirma" (senza il mio permesso) e l'ha aggiunta in fondo alla diceria che voleva diffondere, per renderla più "credibile". Chi ha fatto questo, credo si diverta a vedere con che velocità la diceria si diffonde». «E anche se un ricercatore, analizzando i linfonodi di una donna operata per tumore al seno, rilevasse la presenza di ingredienti di prodotti deodoranti, questo non significherebbe ancora nulla — puntualizza Marinovich.

Si tratterebbe della presenza concomitante di due fattori, ma non di una relazione causa- effetto». Ma questi "tormentoni" perché nascono? «Il più delle volte, credo, per scarsa conoscenza o come divertissement e qualche altra volta per danneggiare qualcuno e favorire altri. Per esempio, chi dichiara di non usare comunque gli ingredienti "chiacchierati"— risponde Elio Mignini, presidente della Società italiana di chimica e scienze cosmetologiche, Società che all'argomento ha appena dedicato un convegno .

Tutto è perfettibile, ma se le aziende rispettano la normativa sui cosmetici, i prodotti sono sufficientemente garantiti. Le maggiori autorità mediche e scientifiche, e i più autorevoli cosmetologi, hanno contribuito all'individuazione e alla minimizzazione dei rischi connessi con l'uso di questi prodotti. Non vedo come qualsiasi altra autorità, o pseudo tale, che si fa avanti su Internet, possa pretendere di garantire una migliore protezione ai consumatori».

Daniela Natali
11 luglio 2010(ultima modifica: 12 luglio 2010)








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Nullatenenti in affitto a Porto Cervo

Corriere della sera

Il 47% si dichiara senza reddito, persino con la social card

ROMA

Se vedete un signore a bordo di una fiammante fuoriserie varcare il cancello di una lussuosa villa che ha appena affittato a Porto Cervo, Capri, Forte dei Marmi, Positano, oppure, perché no, Portofino e Taormina, farete bene a compatirlo: nel 47% dei casi, secondo Contribuenti.it. è nullatenente o pensionato con la social card nel portafoglio. Accanto, s'intende, a una carta di credito oro ben fornita, trattandosi evidentemente di evasori o loro prestanome. Ma è possibile che in questo Paese la faccia tosta sia una caratteristica tanto diffusa?

Purtroppo lo è anche di più. Diversamente quello del «finto povero» non sarebbe diventato uno sport nazionale. Basta scorrere le notizie che finiscono in due righe in fondo a una pagina di giornale. Una volta la Guardia di finanza ha pizzicato a Siena un signore che aveva chiesto il contributo per pagare la pigione spettante agli indigenti: aveva due ville e quattro appartamenti. Proprio così. In un'altra occasione è stato sufficiente controllare a fondo il parco macchine di un caseggiato popolare per scoprire fra gli assegnatari degli alloggi i proprietari, rispettivamente, di una Porsche Carrera, una Jaguar e un Suv Volkswagen Tuareg. E questo a Padova, non a Napoli, dove il 59,9% degli occupanti abusivi delle abitazioni Iacp e addirittura il 78% di quelli comunali dichiara di vivere d'aria.

D'altra parte, come si spiegherebbero le stime, probabilmente vere per difetto, che qualificano l'Italia come la Patria degli evasori: dove 300 miliardi di euro l'anno di imponibile sfuggono completamente alla Finanze, con il risultato di veder sfumare incassi per almeno 100 miliardi? Per inciso, si tratta di una volta e mezzo la somma che ogni dodici mesi paghiamo per interessi sul nostro gigantesco debito pubblico. Una situazione, sia chiaro, che il fisco conosce fin troppo bene.

Basta ricordare le parole con cui il ministro dell'Economia Giulio Tremonti denunciò nel maggio 2004 durante una infuocata riunione della maggioranza di centrodestra la scandalosa contraddizione fra le appena 17 mila persone che allora dichiaravano un reddito superiore a 300 mila euro e le 230 mila auto di lusso uscite ogni anno dai concessionari: 13 volte e mezzo di più. Il fatto è che da allora le cose non sono certamente migliorate in modo radicale.

Non è questa la sede per indagare sulle ragioni. Ma è un fatto che nel 2007 il numero dei contribuenti con un reddito superiore a 200 mila euro non superava 76 mila, cioè lo 0,18% del totale. Esattamente, 75.689. E il 56,8% di loro, ossia più di 43 mila, erano lavoratori dipendenti, mentre il 25% era rappresentato da pensionati: 18.811.

Sapete quanti invece fra i due milioni e passa di «percettori di reddito d'impresa» dichiaravano di aver incassato oltre 200 mila euro? Soltanto 6.253. Per non dire delle società. A guardare i numeri verrebbe da pensare che fra gli imprenditori italiani ci siano eserciti di masochisti. Le società di capitali che hanno chiuso il bilancio 2007 (quello prima della grande crisi) il perdita sono state addirittura il 45% del totale. Tutti sfortunati, incapaci, sprovveduti? Oppure furbacchioni?

Fatevi un giro nelle banche dati delle Camere di commercio, e scoprirete che l'Italia è anche la Patria delle società di comodo. Quelle che vengono create da privati cittadini per custodire dietro uno schermo societario la proprietà della barca, della casa, della villa al mare. E chiudere il bilancio in perdita, in questi casi, è un toccasana fiscale mica da ridere. Senza parlare delle scatole costituite al solo scopo di rastrellare falsi crediti Iva: ma questa non è evasione, è truffa. Va da sé che una società già non particolarmente predisposta, anche per ragioni storiche, alla fedeltà fiscale, di tutto avrebbe bisogno tranne che di ulteriori incentivi a non rispettare le regole. I quali però, negli ultimi trent'anni, sono stati assai frequenti. I condoni fiscali, per esempio. Dal 1982 ce ne sono stati tre di quelli tombali, senza che l'effetto positivo tanto decantato ogni volta, quello di «far emergere base imponibile» sia stato tangibile.

Anzi. Che gli evasori, una volta regolate le pendenze passate con il fisco, ovviamente senza nemmeno subire le sanzioni che avrebbero meritato, si «immergano» di nuovo aspettando il prossimo condono, è ormai accertato. Guardiamo la vicenda del cosiddetto scudo fiscale. La prima opportunità offerta nel 2002-2003 a chi aveva illegalmente esportato capitali all'estero senza pagarci le tasse diede un risultato clamoroso: vennero regolarizzati circa 70 miliardi di euro, che per il 60% erano stati portati in Svizzera da cittadini residenti in Lombardia.

«Pochi giorni e poi partiranno controlli severissimi», proclamò il fisco. Per dissuadere gli evasori nostrani e i finti poveri con la mania delle banche offshore dal riprendere l'odioso traffico, Tremonti minacciò di installare le telecamere davanti alle frontiere elvetiche. Trascorsi appena sei anni, ecco un nuovo scudo fiscale, con risultati ancora più clamorosi. I miliardi di euro regolarizzati, questa volta, sono stati ben 106: molti di questi, è prevedibile, usciti dall'Italia dopo il 2003. Per andare da dove a dove? Ancora una volta in gran parte dalla Lombardia verso la Svizzera. Ancora... alla faccia delle telecamere.

Sergio Rizzo
12 luglio 2010





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Rissa in diretta Pannella insulta il direttore che lo abbandona

Roma

Finisce con urla e pugni sul tavolo, qualche «vaffanculo» e un po’ di «stronzo» (tutti di parte pannelliana) e con pochi margini di recupero il primo, veemente match in diretta radiofonica, e con tanto di telecamere del Tg5, tra Marco Pannella e il (quasi) ex direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin.

Visto che non si è riusciti a evitare che la notizia della «rottura» scoppiasse, tanto vale parlarne a microfoni aperti, ha deciso Pannella. Bordin, in diretta, tiene fermo il punto: le sue dimissioni dalla ventennale guida dell’emittente sono irrevocabili, «non ce la faccio più, non mi va più», troppe manifestazioni di «sfiducia» da parte dell’editore (Pannella medesimo) e troppe intrusioni interessate dei caporali di partito nella gestione della radio.

Che, va ricordato, oltre ad essere tribuna autorevole è tuttora un’impresa redditizia (assai più del Pr), potendo contare su contributi pubblici sia come organo di partito che come servizio pubblico dal Parlamento, e per questo la sua direzione forse vacante fa gola a qualche dirigente restato disoccupato, come l’ex parlamentare Marco Cappato, giù autore di una (noiosissima) rassegna stampa domenicale, o a giornalisti pannelliani doc come Walter Vecellio.

Pannella, fosse per lui, si terrebbe Bordin direttore tutta la vita (continuando a torturarlo in pubblico ogni domenica, nella trasmissione a due voci, e in privato più spesso) pur di evitare il clamore dell’addio di uno «che ormai è più popolare di me e di Emma Bonino messi insieme», come dice acidulo. Ma Bordin non ne vuole sapere: è più che disposto a continuare a fare la rassegna stampa del mattino e le sue rubriche di politica estera e giudiziaria, ma Pannella e i suoi se li sorbisca qualcun altro, ogni giorno.

Il leader radicale ha allora ingaggiato un braccio di ferro: trattiamo sulla rassegna stampa, ma solo se lavori con noi ad una successione indolore. Bordin a dare il proprio imprimatur a un direttore-funzionario di partito, Cappato o Vecellio che sia, non ci pensa proprio: «Dei futuri organigrammi della radio non si occupa un direttore dimissionario».

Pannella si infuria, lo accusa di non «amare» Radio Radicale, di essere «influenzato dal contesto politico» nella sua decisione di abbandonarla, di non capire «la gravità del momento» per i radicali («Ma è sempre grave il momento per i radicali!», si spazientisce Bordin), di volersi mettere «sul mercato» grazie alla visibilità datagli dalla rottura. E in effetti, da ieri, qualche autorevole direttore ha iniziato a farsi vivo per «prenotare» la rassegna stampa, magari da mettere on-line.

Niente di definito, ma il «mercato» c’è, ed era un Bordin più rincuorato e deciso a non mollare quello che si è presentato ieri al fatidico appuntamento col capo radicale. Con addosso una t-shirt rossa su cui campeggiava una parodia: «Dubitare, disobbedire, trattare», anziché il mussoliniano «credere, obbedire, combattere». Ironica provocazione, forse finale.



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Hebron, la video risposta dei palestinesi ai soldati ballerini israeliani

Quotidianonet

Un gruppo di palestinesi, assieme a sostenitori israeliani, ha piazzato su Youtube un video con una danza che mima l’arresto di alcuni ragazzi sul ritmo di Lady Gaga come risposta a quello dei militari di Tsahal

Gerusalemme, 11 luglio 2010

E' iniziata una ‘guerra' a colpi di videoclip nella turbolenta Hebron
in Cisgiordania. Un gruppo di palestinesi, assieme a sostenitori israeliani, ha piazzato su Youtube un video con una danza che mima l’arresto di alcuni ragazzi sul ritmo di una canzone di Lady Gaga, in risposta al video di qualche giorno fa in cui un gruppo di soldati israeliani improvvisa una danza durante una pattuglia ad Hebron. Lo racconta il sito di Haaretz.


Il primo video apparso su Youtube, per il quale l’esercito promette un’azione disciplinare contro i responsabili, mostra sei soldati israeliani della brigata Nahal, armati e bardati di giubbotti antiproiettile, che avanzano circospetti fra le strade deserte della città mentre sullo sfondo si sente il richiamo del muezzin alla preghiera. Ma improvvisamente irrompono le note di Tik Tok della cantante americana Kesha e i soldati si mettono disinvoltamente a ballare una sorta di macarena.
Nella videorisposta palestinese, la danza si svolge in un bazar, dove tre ragazzi mimano la perquisizione e l’arresto di altri tre che indossano la keffiah palestinese, al ritmo di Poker face.




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La Tavola rotonda di Re Artù? In realtà era l'anfiteatro di Chester

Corriere della sera

Secondo alcuni esperti la roccaforte di Camelot sarebbe stata una struttura in pietra e legno di epoca romana

lo rivela un documentario che verrà trasmesso da History Channel il prossimo 19 lugli

La Tavola rotonda di Re Artù?
In realtà era l'anfiteatro di Chester


I resti dell'anfiteatro di Chester
I resti dell'anfiteatro di Chester
MILANO - La figura di Re Artù è sempre stata un enigma, così pure la leggenda dei suoi cavalieri e di quella Tavola Rotonda attorno alla quale si diceva si riunissero prima di ogni battaglia contro gli odiati Sassoni. Ma un documentario che verrà trasmesso da History Channel il prossimo 19 luglio alza finalmente il velo sul controverso monarca, la cui esistenza sarebbe stata spesso messa in dubbio dagli studiosi di storia inglese, mentre un’altra scuola di pensiero lo avrebbe identificato in un condottiero romano-britannico vissuto fra il V e il VI secolo. A quanto pare, infatti, alcuni esperti avrebbero individuato la posizione precisa della roccaforte di Artù, scoprendo così che la famosa Tavola Rotonda di Camelot esisteva davvero, ma anziché essere un classico tavolo di legno o di marmo, era, piuttosto, uno spazio circolare all’interno dell’anfiteatro di Chester, una massiccia costruzione in pietra e legno alta oltre 12 metri, risalente all’epoca romana e capace di contenere fino a 10 mila persone.

LA RICOSTRUZIONE DEGLI STUDIOSI - Stando alla ricostruzione fatta dagli studiosi e che verrà presentata in King Arthur’s Round Table Revealed, la struttura circolare del quartier generale di Artù ben si conciliava con le gerarchie dell’epoca, con i nobili della regione che sedevano in prima fila nell’arena, mentre quelli di rango inferiore si posizionavano più indietro, sui banchi di pietra. E la scelta di Chester non sarebbe stata affatto casuale, visto che proprio in quel luogo il Re avrebbe riportato una delle sue maggiori vittorie nelle 12 battaglie combattute in 40 anni contro i pagani Sassoni.

«Anziché costruire appositamente Camelot – ha spiegato al Mail on Sunday lo storico inglese Chris Gildlow – Artù ha seguito la logica, scegliendo di utilizzare una struttura già esistente, lasciata dai Romani e i primi riscontri che abbiamo relativi alla Tavola Rotonda dimostrano come essa non fosse affatto un tavolo da pranzo di forma circolare, bensì un luogo in grado di ospitare mille persone alla volta.

Sappiamo inoltre che una delle due più grandi battaglie di Artù ebbe luogo in una città conosciuta come la Città delle Legioni e ci sono solo due posti che possono vantare tale titolo: una era St Albans, mentre la posizione dell’altra è sempre rimasta avvolta nel mistero, ma la recente scoperta in un anfiteatro di un monumento commemorativo in pietra dedicato ai martiri cristiani lascerebbe supporre che la location misteriosa fosse proprio Chester.

E se a questo aggiungiamo che nel VI secolo un monaco chiamato Gildas, che scrisse i primi resoconti sulla vita di Artù, parlò della Città delle Legioni riferendosi al santuario dedicato ai martiri all’interno di essa, ecco la prova conclusiva: ovvero, Chester, con il suo santuario nell’anfiteatro, era il luogo dove si riunivano Re Artù e la sua corte e dove, perciò, si trovava la sua leggendaria Tavola Rotonda».

Simona Marchetti
11 luglio 2010



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