sabato 10 luglio 2010

Sei algerini rifiutano di lasciare Guantanamo: in patria li torturano

Quotidianonet

Sei prigionieri algerini del carcere Usa a Cuba rifiutano di finire in una prigione del loro Paese per timore di essere torturati

New York, 10 luglio 2010

Rifiutano di lasciare Guantanamo, il carcere cubano degli Stati Uniti, temendo di finire peggio nelle carceri del propio Paese. E' la battaglia nache legale che stanno combattendo 6 detenuti algerini che temono le torture che dovrebbero subire una volta tornati nelle prigioni in Algeria.

Lo scrive oggi il Washington Post, ricordando che un tribunale ha appena dato ragione al governo quando in appello ha annullato giovedi’ la sentenza di primo grado che proibiva all’Amministrazione Usa di scarcerare uno di loro, Fahri Said bin Mohammed, 49 anni, visti i rischi di tortura in Algeria.

Fatto sta che i sei rimangono per il momento in carcere a Guantanamo, visti i rischi, mentre le organizzazioni di difesa dei diritti umani hanno annunciato l’intenzione di fare ricorso contro la sentenza, minacciando di andare fino alla Corte Suprema se necessario.





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I conti del Vaticano restano in rosso

Corriere della sera

Aumentano le offerte dei fedeli al Papa, l'obolo di San Pietro. Dallo Ior 50 milioni

La crisi economica impedisce il ritorno al «nero»

I conti del Vaticano restano in rosso



CITTÀ DEL VATICANO - I conti del Vaticano migliorano, ma restano in rosso per il secondo anno consecutivo. Sarebbero anche ritornati al pareggio se non ci fosse stata la crisi economica che, comunque, non sembra aver pesato più di tanto sulle offerte dei fedeli: l'Obolo di San Pietro - le donazioni cioè dirette al Papa - sono risultate infatti in crescita, superando gli 82 milioni di dollari.

I NUMERI - Il bilancio 2009 della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano è stato presentato sabato: sono state assorbito le perdite lasciate fuori bilancio nel 2008 in occasione della crisi finanziaria, in accordo con la prassi contabile internazionale. Dunque - come ha spiegato il portavoce vaticano padre Federico Lombardi - la situazione e «equilibrata» e «in miglioramento»: senza il retaggio del passato, le cifre - ha lasciato intendere - avrebbero potuto essere addirittura sotto il segno positivo. Nel 2009, il bilancio consuntivo consolidato della Santa Sede (intesa come organo centrale della Chiesa, con tutti i suoi dicasteri, Propaganda Fide compresa) ha fatto registrare entrate per circa 250,2 milioni di euro e uscite per circa 254,3 milioni di euro, con un disavanzo d'esercizio di 4,1 milioni di euro. Il passivo è superiore a quello registrato nel 2008 (911 mila euro) ma, precisa il comunicato vaticano, grazie ai «risultati conseguiti nel 2009, è stato possibile assorbire le fluttuazioni negative che erano state sospese nel 2008 mediante la ricezione di criteri contabili adottati internazionalmente».

IL CONTRIBUTO DELLO IOR - Tra le entrate, la nota vaticana cita 50 milioni di euro stanziati dallo Ior (la banca pontificia) «per le attività religiose del Santo Padre» e 31,5 milioni di dollari statunitensi versati dalle diocesi, specie degli Stati Uniti e della Germania. Il Governatorato dello Stato Città del Vaticano che «provvede alla gestione del territorio, delle istituzioni e delle strutture, nonché all'esercizio di attività di supporto alla Santa Sede» e gestisce tra l'altro i Musei Vaticani, ha registrato un disavanzo di 7,8 milioni di euro, avendo risentito, come altri Stati, degli «effetti della crisi economico-finanziaria internazionale». Tuttavia, il «rosso» dello Stato della Città del Vaticano si è quasi dimezzato rispetto all'anno scorso, quando il passivo era stato di 15,3 milioni di euro.

AUSTERITY - «Il contenimento dei costi generali - precisa il comunicato vaticano - ha permesso di procedere al recupero della perdita del settore finanziario generatasi nel 2008». Entrambi i bilanci sono stati esaminati durante la riunione del Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede, presieduta dal segretario di Stato Vaticano, card. Tarcisio Bertone. Tra gli altri dati confortanti per la Santa Sede vi è anche il fatto che, nonostante la crisi dei lefebvriani e numerose polemiche internazionali (ma prima dello scoppio dello scandalo pedofilia), lo scorso anno sono cresciute le donazioni all'Obolo di San Pietro, ovvero le offerte che singoli e istituzioni fanno al papa per le opere di carità: 82,5 milioni di euro, 6,7 milioni in più rispetto al 2008. I maggiori contributi nel 2009, informa il comunicato vaticano «sono pervenuti dai cattolici degli Stati Uniti, dell'Italia e della Francia»: scompare la Germania che, nel 2008, era al terzo posto della lista. Inoltre, «si conferma significativo, in rapporto al numero dei cattolici, il contributo di Corea e Giappone». (fonte Ansa)


10 luglio 2010



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Insulti e pugni Rissa al Tour tra Barredo e Costa

La Stampa

Botte da orbi all'arrivo della sesta tappa del Tour de France. Lo spagnolo Carlos Barredo e il portoghese Rui Alberto Costa hanno scatenato una rissa degna dei migliori film di Bud Spencer e Terrence Hill.

Barredo ha ripetutamente urlato "Figlio di..." a Costa. Le cause della zuffa non sono state chiarite. Entrambi i corridori sono stati multati.







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Io, mio figlio ucciso e la Guerra» L'odissea di Patrizia Aldrovandi

Il Messaggero

  

ROMA (10 luglio) - «Il caso giudiziario di mio figlio ha fatto numerose vittime, perchè ciò che è successo a Federico è stato correttamente definito come una ferita all'intera città e anche alla credibilità di parte delle istituzioni, comunque di persone che ricoprivano e ricoprono ruoli istituzionali importanti».

Patrizia Aldrovandi ha scritto una lettera aperta, tramite la Nuova Ferrara, alla città e al pm Maraiemanuela Guerra (primo magistrato titolare dell'inchiesta) che l'ha querelata per le dichiarazioni fatte in questi anni.

Per il caso Aldrovandi, dopo tre processi, due chiusi con condanne a sette poliziotti per la morte di Federico e per i depistaggi nelle indagini, e uno ancora in corso verso un ottavo funzionario, scoppia ora il caso della raffica di querele presentate sia dai poliziotti stessi che dal pm Guerra, astenuta per incompatibilità, per via di un processo che si era intrecciato con quello Aldrovandi e che vedeva il figlio del magistrato nel ruolo di spacciatore di hascisc (poi condannato). Le querele a decine sono state presentate contro la madre del ragazzo morto, Patrizia Moretti, giornalisti locali e nazionali per articoli dal 2007 a oggi, contro il presidente dell'ordine degli avvocati di Ferrara per una testimonianza al Csm per valutazioni fatte su pm Guerra, e ancora su funzionari di polizia che hanno testimoniato nei processi e poi tutto il popolo del blog che, di fatto, nell'inverno 2006 servì a far riaprire l'inchiesta sulla morte di Federico.

Per questo, Patrizia Moretti, pluriquerelata per aver chiesto giustizia, scrive che «non c'è più un caso Aldrovandi ma c'è un caso Guerra» alludendo alle querele che hanno fatto il giro d'Italia, tra le procure di Ancona, Roma, Mantova e Ferrara. E proprio dal tribunale di Mantova è arrivata oggi la notizia che il gup Pagliuca ha archiviato il procedimento a carico di Patrizia Moretti e di giornalisti dell'Ansa di Bologna e de la Nuova Ferrara, querelati per diffamazione da tre dei quattro poliziotti (poi condannati per la morte del ragazzo), per interviste che la mamma del ragazzo morto fece, facendo una analogia tra il caso di suo figlio e quello del caso Rasman, altro giovane morto a Trieste durante un intervento della polizia: il gup ha valutato che le dichiarazioni della Moretti fossero espressione di una libertà di opinione e critica verso l'operato dei poliziotti allora già sotto processo.

Patrizia Moretti nella lunga lettera aperta su La Nuova Ferrara, commenta la decisione del pm Guerra di querelare, spiegando che lei stessa non ha querelato mai nessuno, nonostante potesse farlo visto che suo figlio fu dipinto come un drogato, un matto (il processo lo ha escluso) perché «non posso portare rancore verso nessuno, se non nei confronti di quei quattro che hanno causato la morte di mio figlio. Contro di noi veniva detto sciacalli, calunniatori, questi erano gli epiteti rivolti a noi e a coloro che ci sostenevano, che pian piano diventavano sempre più numerosi. E noi non abbiamo pensato di querelare mai nessuno nonostante nelle 30 udienze alle quali non siamo mai mancati, siano state lanciate invettive nei nostri confronti o nei confronti di nostro figlio: noi non abbiamo mai querelato nessuno, mentre nostro figlio è stato definito un drogato quando drogato non era. È stato definito un pazzo furioso, quando, assicuro, pazzo non era, ma noi non abbiamo querelato. Noi crediamo che senza la stampa, senza i media, senza le televisioni, non sarebbe mai stata fatta giustizia. E mi pare che non siamo certo gli unici a pensarla così».




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Nikola Telsa, l'inventore che contende a Marconi la scoperta della radio

Libero





Oggi la città di New York festeggia il Nikola Tesla Day, una ricorrenza minore ma pur sempre un tributo non da poco conto per uno dei più grandi inventori a cavallo fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo.  Nikola Tesla (10 luglio 1856 - 8 gennaio 1943), “un genio molto particolare perché non utilizzava quasi mai formule matematiche, passava direttamente alle applicazioni pratiche che dimostravano la correttezza del principio fisico”, dice Massimo Teodorani, astrofisico di Cesena che ha scritto un libro sul grande inventore “Tesla lampo di genio” (Macroedizioni). In effetti Tesla era una persona diversa dalle altre, brillante, timido, maniaco dell’igiene, senza pulsioni sessuali.

Che figura era?
“Era una persona con diverse fisse”, risponde Teodorani. “Non era una cattiva persona, tutt’altro. Altrimenti non sarebbe morto povero perché avrebbe concluso cospicui affari sulle sue numerose invenzioni, che stanno alla base di molte applicazioni come il Radar e i raggi X, per dirne due. Però era un autarchico. Non sottoponeva mai il suo lavoro ai controlli dei suoi colleghi. Era un pesce fuor d’acqua all’interno di un sistema di accademie e società sottoposte al sistema politico e militare”.

A Tesla viene attribuita una lunga lista di invenzioni e brevetti. Era uno scienziato particolare, come operava?
“Lavorava quasi esclusivamente sugli strumenti, sulla fase applicativa”.

E come faceva?
“Questo è il grande mistero. Era un intuitivo, aveva come delle visioni, il progetto prendeva forma nella sua mente. Poi i principi fisici erano confermati nella teoria”.

Per sviluppare le sue teorie sull’energia elettrica, verso la fine dell'Ottocento, Tesla dovette emigrare negli Stati Uniti, il Paese con le maggiori opportunità nel campo del progresso scientifico. Tesla lavorò dapprima alle maestranze di Thomas Edison.
“Sì, ma Tesla aveva elaborato dei miglioramenti drastici all’efficienza di trasmissione dell’energia elettrica a grandi distanze senza perdite rispetto al sistema di corrente continua sviluppato da Edison. Eppure Edison per mero orgoglio non accettò mai di riconoscere le innovazioni del suo allievo. Il contrasto fra i due si acuì dopo la separazione. Tesla piantò Edison. Alla base c’era anche il denaro: Edison aveva promesso grandi guadagni a Tesla ma in realtà non lo pagò quanto pattuito".

Perché Edison cercò successivamente in tutti i modi di screditare Tesla?
"Per orgoglio. Quando Tesla lo piantò per fare esperimenti con la corrente alternata, Edison arrivò addirittura a “sacrificare” un elefante per dimostrare la pericolosità del sistema elaborato dal suo antagonista.  Edison si considerava il padre dell’energia elettrica ed effettivamente lo era, ma non poteva rassegnarsi all’idea che qualcuno migliorasse il suo progetto. Fece passare l’invenzione della sedia elettrica come l’applicazione diretta delle teorie di Tesla nonostante l’energia prodotta dagli studi di quest’ultimo fosse più sicura della corrente continua. C’era molta cattiveria da parte di Edison non ricambiata da Tesla. I finanziatori intanto avevano capito che i progetti di Tesla avrebbero migliorato il sistema e garantito un sistema più efficiente".

Passiamo ad altro. La maggior parte delle persone è convinta che l’inventore della radio sia Guglielmo Marconi, eppure c’è una sentenza di una corte americana del 1943 che dà la paternità a Tesla. Marconi visitò i laboratori di Tesla, è possibile che abbia tratto spunto o addirittura rubato l’idea? Nel 1909 Tesla accolse dispiaciuto la notizia dell’assegnazione del Nobel a Marconi e sembra che tre anni più tardi rifiutò il premio deluso. Qual è la verità?
"Non c’è una verità. La mia opinione è che entrambi fossero arrivati a conclusioni simili. È certamente vero che Marconi visitò i laboratori di Tesla, ma non penso che abbia rubato l’idea. La corte americana ha soltanto dimostrato che Tesla sviluppò per primo il progetto, che comunque era un sistema meno sofisticato di quello di Marconi. Si può affermare che in ordine cronologico il principio della radio sia da attribuire a Tesla. E per questo, lo scienziato serbo-croato si sentiva defraudato. In realtà, Tesla esagerava perché molto spesso, nel campo scientifico, capita che più ricercatori raggiungano indipendentemente gli stessi risultati".

Tra i due balla anche un’altra invenzione, il raggio della morte.
"Qui non ci sono molti dubbi. I due svilupparono due progetti completamente diversi, anche se mai realmente entrati nella fase applicativa al loro tempo.  Marconi progettò un sistema a fascio di onde radio a elevata frequenza. Un sistema il cui scopo era quello di bloccare i circuiti elettronici nell’arco di uno spazio determinato. In pratica, tutti i motori intorno a questo fascio si bloccano".

Questo progetto ha avuto un seguito, dei risvolti pratici?

"L’applicazione delle teorie di Marconi esiste già nel progetto di scudo spaziale già operativo nello spazio. Alcuni satelliti militari hanno un dispositivo a microonde con il quale possono mettere fuori uso altri satelliti o missili balistici fuoriusciti dall’atmosfera. Di sicuro Marconi lavorò su queste teorie, ma gli esperimenti in epoca fascista restano una leggenda metropolitana di cui non vi sono tracce, tecnicamente parlando".

Tesla era scettico sulla guerra, diceva che non era possibile eliminarla senza dotare gli Stati degli strumenti adeguati per prevenirla. In pratica aveva elaborato la teoria della deterrenza nucleare. Da questo pensiero nacque quindi l’idea di un raggio della pace, chiamato così perché l’avrebbe garantita visto che nessuno avrebbe potuto attaccare l’altro senza il rischio di subire pesantissimi danni.
"Il progetto di Tesla non fu mai realizzato. Funzionava in base allo stesso principio con il quale vengono accelerate le particelle elementari all’interno dei laboratori nucleari. Tesla basò il suo progetto su particelle di dimensione atomica. In pratica attraverso la loro accelerazione si può sprigionare un fascio concentrato che incendia oggetti a distanza. Un sistema a fascio di energia diretta di una distruttività devastante. Da quello che so è un’altra alternativa allo scudo spaziale".

Molti estimatori di Tesla parlando di un sistema di vibrazioni elettriche per ricavare energia a costo zero. Nel 1899 si trasferì a Colorado Springs per condurre delle ricerche sulle tensioni e le alte frequenze. Secondo i complottisti, il rifiuto dei finanziatori di Tesla a supportare questo progetto fu uno dei motivi che lo condussero all’instabilità mentale nei suoi ultimi anni di vita.
"Effettivamente Tesla mise in pratica un sistema basato sulla sua bobina per la corrente alternata. Asseriva di essere riuscito a pompare energia verso il centro della Terra per poi riassorbire l’onda di rimbalzo e trasmetterla attraverso l’aria. Utilizzava l’energia elettromagnetica. I suoi studi furono condotti perlopiù a Colorado Springs, dove lo stesso condusse innumerevoli esperimenti, alcuni anche parecchio innovativi. Qualcosa di vero c’è, ma sul tema della cosiddetta “energia libera” sono state fatte anche molte illazioni gratuite. In ogni caso Tesla riteneva che ci fosse anche un’altra forma di energia (le cosiddette “onde scalari”) oltre a quella elettromagnetica".

Per finire, si dice che Tesla fosse un sostenitore dell’eugenetica.
"Non l’eugenetica di Hitler. È spesso frainteso da chi vuole utilizzare la sua figura per i propri scopi. Tesla riteneva importantissimo curare il potenziale umano".

Ma all’inizio della seconda guerra mondiale con chi si schierò?

"Non esistono prove di una sua presa di posizione. Certamente cercò di vendere le proprie invenzioni al governo americano perciò, in un certo senso, si può dire che appoggiasse gli Alleati".

10/07/2010





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Arrestata per una pallina da cricket lanciata da dei bambini nella sua villetta

Corriere della sera

Si è rifiutata di restituirla anche ai poliziotti così la donna è finita in manette e ha passato cinque ore in una cella

vicino Southampton In gran Bretagna

Arrestata per una pallina da cricketlanciata da dei bambini nella sua villetta


Lorretta Cole (da
Lorretta Cole
MILANO - Ha pazientato per mezz’ora, mentre quella maledetta pallina da cricket continuava ad arrivare nel suo giardino, restituendola per ben sette volte agli invadenti vicini. Ma quando l’ennesimo lancio sbilenco ha colpito lo specchietto retrovisore dell’auto della suocera, mandandolo in frantumi, Lorretta Cole ha deciso di averne abbastanza e, per dare una lezione ai tre maleducati ragazzini, ha trattenuto la pallina incriminata, rifiutandosi di restituirla non solo al padre degli indisciplinati giocatori, ma anche ai poliziotti, che si sono presentati per ben tre volte a casa sua, una villetta in un vicolo tranquillo di Nord Baddesley, vicino Southampton, per convincerla alla restituzione. Risultato: la donna è finita in manette e ha passato cinque ore in una cella della centrale di polizia di Lyndhurst, nell’Hampshire, dove è stata interrogata e le hanno preso le impronte digitali e persino un campione del Dna, prima di rilasciarla su cauzione. Ora rischia l’incriminazione per furto, reato punibile con una condanna ai lavori sociali (community order), una multa o addirittura la reclusione fino a 18 settimane.

«NESSUNA RASSICURAZIONE» - «Quando la polizia si è presentata a casa mia – ha raccontato la Cole ai giornali – ho chiesto agli agenti se, restituendo la pallina, avrei avuto la rassicurazione che loro avrebbero parlato con i genitori. Ma questa rassicurazione non l’ho avuta, così ho tenuto la pallina. Comunque, quanto mi è successo è davvero un oltraggio, io stavo solo cercando di far capire a quei ragazzini che dovevano stare più attenti con la pallina da cricket, visto che l’auto di mia suocera era stata danneggiata e io temevo che quei lanci avrebbero potuto causare altri danni, ancora più gravi, e, invece, sono stata trattata come una criminale. È assolutamente ridicolo che il denaro dei contribuenti venga sprecato per arrestare una persona come me». Gli agenti della polizia dell’Hampshire si sarebbero difesi sostenendo di aver offerto alla Cole diverse possibilità per restituire la pallina, presentandosi tre volte a casa sua, ma inutilmente. «Sarebbe bastato un minimo di buon senso da parte di tutti – ha spiegato il sergente Steve Wildridge – . La signora Cole sapeva che rischiava un’incriminazione per furto e se avesse ridato indietro la palla non sarebbe successo nulla, ma il suo atteggiamento ostruzionista non ci ha lasciato altra scelta. Quanto al test del Dna e alle impronte digitali, quello fa parte delle normali procedure in caso di arresto». Ironia della sorte, i maldestri ragazzini non potranno più giocare a cricket con la loro pallina preferita, visto che questa è stata trattenuta dagli inquirenti come prova.

Simona Marchetti
10 luglio 2010



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Pianosa, l' isola «violata»

Corriere della Sera

Yacht che lanciano l'ancora in zone protette, sub in aree marine, turisti dove è possono stare solo in pochi

Arcipelago Toscano Pianosa, l' isola «violata»



LIVORNO - Yacht che lanciano l'ancora nelle zone protette, sub che si immergono nelle aree marine, turisti che arrivano in massa nelle isole dove lo sbarco è consentito solo a un numero ristretto di visitatori. E ancora tentativi di trasformare paradisi ambientali in residence, continuo passaggio di petroliere e allarme per possibili trivellazioni al largo con lo spettro di un disastro come nel golfo del Messico. Mai come quest'anno le isole dell'Arcipelago Toscano, sotto la tutela del parco naturale e al centro dell'area protetta del santuario dei cetacei, avevano subito attacchi così preoccupanti. E non passa giorno che dai bollettini di capitaneria, forestale e guardie ambientali non arrivino notizie di nuove violazioni.

IL DILEMMA - L'ultimo ha come protagonista Pianosa, già isola carcere per mafiosi e terroristi, e oggi al centro di un dibattito tra chi la vorrebbe trasformare sempre più in area protetta e chi la vorrebbe aperta al turismo. Oggi nell'isola possono sbarcare non più di 250 persone al giorno. E invece, da accertamenti preliminari, pare che i vacanzieri sbarcati sull'isola piatta (Pianosa appunto) siano molti di più, tanto far scattare un'inchiesta di Forestale e Parco sul così detto overbooking. Non è un problema di poco conto. Gli accessi sono stati calcolati dai biologi analizzando le risorse dell'isola e una violazione continua potrebbe danneggiare il già precario ecosistema. «Pianosa come tutte le isole del Parco va difesa e non concederemo deroghe», aveva promesso il presidente del Parco Mario Tozzi, ricercatore del Cnr e volto famoso della tv. Come se non bastasse la scorsa settimana sempre a Pianosa, nella zona numero uno, la più vietata dell'isola perché custodisce un tesoro biologico inestimabile ed è il paradiso di uccelli rari che qui nidificano, è arrivato un megayacht.


IL CASO - A violare «lo spazio ecologico» un’imbarcazione inglese carica di passeggeri che si è avvicinata all’isola e ha gettato l’ancora incitando i turisti al fare il bagno e a scatenarsi in mille giochi d’acqua. «Una vacanza esclusiva e proibita in grande stile - spiega Umberto Mazzantini, responsabile di Legambiente Arcipelago Toscano - che avrebbe potuto creare guai seri se la Forestale non avesse bloccato il natante e multato l'equipaggio». Il problema è che lo sconfinamento dello yacht con bandiera di Sua Maestà è solo l'ultimo episodio in ordine cronologico di uno scempio estivo che si consuma al largo del Tirreno. Pochi giorni prima gli agenti della forestale erano intervenuti di nuovo sanzionando un'imbarcazione, con a bordo altri turisti stranieri. E anche stavolta, come era accaduto sabato, hanno comminato ai trasgressori una multa di circa 400 euro, troppo pochi per fermare l'invasione. Anche perché sono già decine i casi che si segnalano soprattutto nelle zone off-limits. A rischio, secondo gli ecologisti, c’è anche l’isola di Montecristo, l’isola più proibita dell’Arcipelago. Montecristo, famosa anche per il romanzo di Dumas, è riserva biogenetica ed è proibito non solo sbarcare ma anche fare il bagno nelle vicinanze. Anche qui ci sono yacht, soprattutto stranieri, che si avvicinano e gettano l’ancora in zone proibite. Forestale e capitaneria fanno il possibile, ma con i tagli e la riduzione del personale la sorveglianza diventa sempre più difficile.

Marco Gasperetti
mgasperetti@corriere.it
10 luglio 2010



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Il primo sorso d'acqua

Mo’ diamo la bomba ai giornali e po’ vedite che succerarrà...»

Corriere del Mezzogiorno

Fu pubblicato a febbraio su un sito internet, condito pure da presunte rivelazioni di un pentito di camorra 

 

ROMA


Un dossier su presunte frequentazioni che, nelle intenzioni degli autori del complotto, avrebbero dovuto mettere in imbarazzo Stefano Caldoro, l’attuale presidente della regione Campania. Una trama destinata a fare «esplodere una bomba mediatica» ed escludere l’allora candidato del Pdl dalla competizione elettorale. Dossier poi pubblicato a febbraio su un sito internet, www.campaniaelezioni.altervista.org, condito pure da presunte rivelazioni di un pentito di camorra («Caldoro fece un patto con noi» sarà il titolo dello scoop diffamatorio da parte del sito, subito oscurato) ma mai approdato sulla stampa nazionale, come desideravano invece gli autori del complotto che infatti avevano avuto l’idea di spedirlo a La Repubblica, «in una busta accussì, vedite che succerarrà..», si legge in un’intercettazione.

Ai tempi in cui Caldoro era in corsa per le ultime elezioni, è questo quanto avrebbero ordito, in combutta con l’attuale assessore per l'avvocatura della Regione Campania, Ernesto Sica, che per questo è indagato per violenza privata, i componenti della società segreta destinataria degli arresti disposti l’altro ieri dalla procura di Roma. La notizia emerge dalla lettura dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip De Donato contro il faccendiere sardo Flavio Carboni, il geometra di Avellino, ex sindaco di Cervinara nonché magistrato tributario Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, ex assessore socialista napoletano ai tempi della prima repubblica; tutti accusati di aver tentato, attraverso la corruzione, l’abuso d’ufficio, la rivelazione e l’utilizzo di segreti istruttori, di condizionale il funzionamento democratico del nostro Paese.

Dalle intercettazioni si evince che Sica, all’epoca sindaco del comune di Pontecagnano, svolse un ruolo cruciale nell’attività diffamatoria ai danni di Caldoro. Emblematica è una conversazione dello scorso 20 gennaio, quando Arcange- lo Martino, riferendosi al dossier su Caldoro, già consegnato ai vertici del Pdl, dice a Sica: «Noi abbiamo messo in piedi una cosa strepitosa e allora questa cosa va accompagnata e assecondata fino all’ultimo minuto perché la partita, secondo l’arbitro, fischia». E Sica: «Tu pensi che una valanga mediatica sia opportuna?…Ci vorrebbe un regista mediatico..». Il 23 gennaio Sica e Martino ritornano sull’argomento e Sica dice: «… mò tanto uscirà quella bomba e uscirà al momento opportuno!!».

L'8 febbraio arriva quindi al cellulare di Martino un sms illuminante: «Dici a Nicola (Cosentino, ndr) che dovrebbe uscire il rapporto di Caldoro con (...), forse del problema ha parlato anche un pentito, che fine abbiamo fatto (…) povero Berlusconi!». Successivamente è Sica a comunicare a Martino il giorno esatto in cui scoppierà la «valanga mediatica»: «Stiamo utilizzando questi nuovi mezzi informatici, eh», dice l’attuale assessore. E poi: «Penso che il giorno cruciale è mercoledì».

La società segreta fondata da Carboni, Martino e Lombardi, in quel periodo, da quanto emerge dalle carte si stava particolarmente attivando per sostenere la candidatura di Nicola Cosentino e il complotto ordito contro Caldoro serviva a sbaragliare la concorrenza. Pasquale Lombardi, in particolare, risulta in contatti diretti con Cosentino e a settembre scorso gli telefona, per informarlo del risultato di una riunione durante la quale era stata consolidata la sua candidatura.

Da quanto ricostruiscono gli investigatori, i partecipanti a quell’incontro, avvenuto presso la residenza romana del capogruppo del Pdl Denis Verdini, cioè a palazzo Pecci Blunt, in piazza dell’Ara Coeli, sono oltre a Carboni, Martino e Lombardi anche il senatore Marcello dell’Utri, il sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo e due magistrati della Corte Costituzionale, Martone e Miller. Successivamente, il 2 ottobre, Lombardi e Cosentino tornano a parlare al telefono delle pressioni esercitate su Verdini e Lombardi non disdegna volgarità in puro dialetto napoletano. Dice a Cosentino: «Lui ( Verdini n.d.r.) è rimasto contento per quello che stiamo facendo per il 6 (giorno del giudizio sul lodo Alfano) e allora giustamente… lui ci deve dare qualche cosa e ci deve dare te e non andà a scassà o cazz’, in italiano.

Ti pare?». La cricca segreta, infatti, si stava attivando, scrive il gip, per condizionare l’esito della sentenza della Suprema Corte sul lodo e la candidatura di Cosentino doveva essere la contropartita. E il darsi da fare del gruppo, secondo l’accusa, diventa reato anche quando Lombardi riceve la visita di un generale, rimasto anonimo nell’ordinanza, che lo informa degli imminenti guai giudiziari in arrivo per l’onorevole Cosentino. Le pressioni di Lombardi a quel punto si rivolgono al presidente della corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, a cui l’avellinese da del tu, chiedendogli di fissare al più presto l’udienza sul ricorso contro la richiesta di arresto per l’onorevole. E il gruppo risulta pure in contatto con il sottosegretario Caliendo, che appare condividere gli stessi interessi dei suoi interlocutori, mentre tenta di condizionare alcune nomine attraverso pressioni su giudici del Csm, come quella a procuratore della Repubblica di Nocera Inferiore.

Angela Camuso
10 luglio 2010




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La “libellula” solare ha vinto scommessa volando di notte con l'energia del giorno

IL Messaggero

GINEVRA (8 luglio) - Volare di notte grazie al sole: è questa la storica impresa conclusa stamattina da Solar Impulse Hb-Sia, il velivolo a propulsione solare elvetico rimasto nei cieli svizzeri per oltre 26 ore senza ricorrere a un solo goccio di carburante e senza inquinare. Si tratta di una prima mondiale. «Questa tappa ci avvicina al volo perpetuo senza carburante», si è entusiasmato lo svizzero Bertrand Piccard, ideatore del progetto.

Traguardo finale sarà di compiere il giro del mondo. L'aereo sperimentale Solar Impulse Hb-Sia, decollato ieri mattina alle 06:51 dall'aerodromo di Payerne, nella Svizzera occidentale, è atterrato questa mattina nello stesso aerodromo alle 09:00, dopo essere riuscito a volare tutta la notte grazie all'energia accumulata durante la splendida giornata estiva. La velocità media è stata di 23,2 nodi (43 km orari) e la massima di 68 nodi (126 km orari).

Un coro di applausi ha accolto il delicato atterraggio del velivolo, simile a un'enorme libellula, e il pilota, Andrè Borschberg, co-fondatore di Solar-Impulse insieme a Piccard. «È da oltre 40 anni che piloto ma questo volo è stato il più incredibile di tutta la mia carriera», ha detto Borschberg. In particolare, «osservare il livello di energia aumentare in pieno volo grazie al sole», ha aggiunto visibilmente felice. Altrettanto entusiasta Piccard, già famoso per aver compiuto il giro del mondo senza scalo a bordo di un pallone aerostatico.

Solar Impulse ha oggi dimostrato che la nostra sfida «è possible», ha detto Piccard. Il prototipo - ha spiegato - avrebbe potuto proseguire il suo volo, avendo potuto catturare sufficiente energia per risalire in altitudine e trascorrere un'altra notte in cielo. Ha sorvolato la regione, superando gli 8.500 metri di altitudine per poi scendere a 1.500 metri nella notte. Le prossime tappe - hanno annunciato i promotori - saranno la traversata dell'Atlantico e il giro del mondo a bordo di un secondo prototipo la cui costruzione sarà avviata questa estate.

Il Solar Impulse Hb-Sia ha il peso di un'automoble e un'apertura alare di 63,4 metri, paragonabile a quella di un Airbus A-340. Le ali sono coperte da 12 mila celle fotovoltaiche capaci di alimentare quattro motori elettrici. Il velivolo sperimentale aveva compiuto il suo primo storico volo il 7 aprile. Giovedì scorso, un problema tecnico verificatosi all'ultimo minuto aveva costretto gli organizzatori a rinviare il decollo per il volo notturno.





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Australia, finisce con l'auto nel ristorante: ferita bimba

Il Mattino

SYDNEY (8 luglio)
Spettacolare incidente in Australia dove un automobilista è piombato con la sua vettura in un sushi-bar frequentato in quel momento da decine di persone.



L'immagini dell'impatto sono state riprese dal sistema di videosorveglianza. Una sequenza impressionante che fortunatamente non ha avuto un epilogo tragico. Feriti una bimba di nove anni ed altre cinque persone.




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Blocco Gaza, Israele avverte l'Onu: stop a nave libica di aiuti o interverremo

Il Mattino

 

ROMA (10 luglio) - Israele è impegnato in un serrato sforzo diplomatico per impedire che una nave carica di aiuti umanitari libici salpi oggi dalla Grecia con l'intenzione di forzare il blocco marino imposto alla striscia di Gaza. Qualora l'impegno diplomatico non avesse effetto, ha annunciato la televisione israeliana, l'unità d'elite della marina militare riceverà l'ordine di intercettare l'imbarcazione (che batte bandiera moldava) e di condurla verso il porto israeliano di Ashdod, a sud di Tel Aviv. In un incontro con il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, l'ambasciatrice di Israele Gabriela Shalev ha affermato che l'iniziativa libica ha «intenti provocatori» che destano preoccupazione nel suo governo.

Shalev ha sostenuto che di recente Israele ha accresciuto il volume degli aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese della Striscia. Secondo Israele, ha aggiunto, gli aiuti raccolti dalla Libia possono essere facilmente inoltrati a Gaza via terra e dunque non esiste alcuna necessità di forzare il blocco marino. Nelle settimane scorse Israele ha ribadito che esso resta necessario per impedire possibili forniture di armi agli integralisti di Hamas che controllano la Striscia. Da parte sua la televisione israeliana ha riferito che Israele ha chiesto l'intervento di alcuni Paesi (fra cui l'Italia) affinché convincano i dirigenti libici a rinunciare all'invio della nave a Gaza.

La missione libica è stata organizzata da Saif al Islam, uno dei figli di Gheddafi. A bordo della nave ci sono 27 persone e 2mila tonnellate di aiuti umanitari. Dopo il raid israeliano del 31 maggio contro la Freedom flotilla, in cui morirono nove attivisti turchi, erano state organizzate altre navi in partenza da Iran e Libano. Le missioni sono state però annullate in seguito alle pressioni internazionali e all'allentamento del blocco, da parte israeliana, per il trasferimento di beni via terra.





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Ufo avvistato nei cieli della Cina, traffico aereo paralizzato

IL Mattino

 

SHANGAI (8 luglio) - Un oggetto volante non identificato ha bloccato il traffico aereo nella parte orientale della Cina. Lo riferisce l'agenzia Nuova Cina. Secondo le informazioni, l'oggetto non identificato è stato avvistato intorno alle 9 di ieri sera ora locale nei cieli di Hangzhou, capitale della provincia orientale cinese dello Zhejiang.

L'Ufo è stato poi visto anche a Ningbo e a Wuxi, due città della stessa provincia, obbligando alla chiusura momentanea dell'aeroporto di Hangzhou. Nessun commento ufficiale dalle autorità aeroportuali sull'origine del velivolo. L'aeroporto della capitale dello Zhejiang è stato poi riaperto successivamente e i voli ripresi. L'autorità cinese ha avviato una inchiesta sull'accaduto.




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Casalesi, sequestrato il lago d'Averno Era l'oasi del boss Setola

Il Mattino

Lo specchio d'acqua cantato da Virgilio frequentato dal boss
Blitz all'alba, espropriati beni per 15 milioni.
Sigilli al Country Club

NAPOLI (10 luglio)
Operazione anticamorra della Dia di Napoli contro il clan dei Casalesi. In applicazione di un decreto emesso dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli nei confronti di affiliati al clan , è stato sottoposto a sequestro preventivo anche il lago di Averno, uno specchio d'acqua della zona flegrea, ricco di importanti siti storici, cantato da Virgilio nell'Eneide.




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Il decreto che la Dia di Napoli riguarda, soprattutto, il lago leggendario che ancora oggi rinnova suggestivi ricordi narrati dall'epopea virgiliana e dantesca, del mito dell'entrata agli Inferi e della tradizione della Sibilla. Il Lago d'Averno è un lago vulcanico che nel 1750 fu donato dai Borboni ad una nobile famiglia napoletana con un lascito regio, poi tramandato agli eredi che l'hanno venduto nel 1991 alla società Country Club srl della famiglia Cardillo.

È di proprietà di un prestanome del boss dell'ala stragista dei Casalesi, Giuseppe Setola, la società Country Club tra i cui beni vi è anche il lago d'Averno, sequestrato dalla Dia di Napoli in applicazione di un decreto della magistratura. La società Country Club srl nel 2008, pochi giorni dopo l'arresto di Giuseppe Setola, fu acquistata da Gennaro Cardillo, di 43 anni, imprenditore nel settore turistico-alberghiero, attualmente detenuto, ritenuto un prestanome di Setola.

Le indagini svolte dalla Dia e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia napoletana hanno evidenziato che Cardillo ha favorito Setola e gli altri componenti del gruppo camorristico, sia nella fase della latitanza che in quella di supporto logistico per le operazioni criminali, con la messa a disposizione di ristoranti e camere d'albergo. Tra le strutture identificate vi è l'agriturismo Terra Mia, il ristorante Aramacao e la stessa società Country Club, tutte sottoposte oggi a sequestro.

«Gennaro Cardillo - è scritto nel decreto di sequestro - ha operato acquisizioni di beni, direttamente o tramite la sua società, del tutto sproporzionate rispetto ai redditi dichiarati. Tale sproporzione impone la presunzione di illecita provenienza dei mezzi impiegati per gli acquisti in mancanza di ogni attuale giustificazione circa la lecita provenienza dei mezzi medesimi». «Irrilevante - si aggiunge - è la circostanza che vi siano iscrizioni ipotecarie nei confronti della società, in quanto uno degli strumenti utilizzati per occultare l'illecita dei mezzi impiegati per l'acquisizione dei beni è costituito dal ricorso al credito esterno rispetto al quale assume rilevanza, ancora una volta, tra il capitale acquisito a credito e i redditi dichiarati; nel caso di specie, Cardillo, come si desume dalle dichiarazioni presentate, non aveva certamente i mezzi per ricorrere a significativi capitali di credito esterni». La società «Terra mia» aveva rilevato negli anni scorsi il ristorante e agriturismo «Il licaone», immerso nel verde e con una vista mozzafiato sul lago. Qui, come hanno raccontato alcuni collaboratori di giustizia, si incontravano Setola e altri affiliati al clan dei casalesi. Sempre nella stessa zona Cardillo gestisce la discoteca Aramacao. Il decreto di sequestro è stato emesso dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e dai pm Giovanni Conzo, Alessandro D'Alessio, Catello Maresca, Alessandro Milita e Cesare Sirignano. Le operazioni di sequestro sono state coordinate dal dirigente della Dia, vicequestore Maurizio Vallone.

Gli immobili sottoposti a sequestro questa mattina nella zona flegrea, in provincia di Napoli, nel corso di una operazione condotta dalla Direzione investigativa antimafia di Napoli hanno un valore di mercato di oltre 15 milioni di euro, senza trascurare il patrimonio artistico, faunistico e archeologico-paesaggistico del Lago d'Averno. Lo stesso specchio d'acqua (uno dei cinque che si trovano da località lago Patria a Lucrino) è stato oggetto, negli anni scorsi, di una lunga e articolata battaglia legale sulla sua destinazione. Gli investigatori della Dia, nel corso delle indagini, hanno ricostruito i passaggi di proprietà delle strutture finite sotto attenzione, partendo da un atto del 1991 nel quale per la somma di 1 miliardo e 200 milioni veniva acquistato lo stesso lago d'Averno per un miliardo e 200 milioni di lire.





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Gheddafi jr a Rapallo: condannato a pagare per i lussi in albergo

Corriere della sera

Al Saadi dovrà versare 400 mila euro

la storia -Champagne, aragoste e un seguito di camerieri e guardie

Gheddafi jr a Rapallo: condannato a pagare per i lussi in albergo


Al-Saadi, terzogenito di Gheddafi
Al-Saadi, terzogenito di Gheddafi
GENOVA — Tutto quello che rimane — a ricordo di quei giorni—è un enorme Suv nero, con il motore Porsche e una cilindrata impossibile («Beve come una spugna, chi lo comprerebbe mai un mostro simile? », è la domanda che tutti si pongono guardandolo). Il Suv è nel piazzale del Grand Hotel Excelsior di Rapallo dove uno dei figli di Gheddafi, Al Saadi, detto l’Ingegnere (vuol essere chiamato sempre così), ha soggiornato fra il 2007 e il 2008 prima di andarsene in Costa Azzurra, lasciando il suv e il conto da pagare. E ieri il giudice Del Nevo del tribunale civile di Chiavari ha condannato il terzogenito del colonnello libico a risarcire il Grand Hotel: dovrà corrispondere l’intero importo del conto, 392 mila euro più 5.000 euro di spese legali. Al Saadi era arrivato a Rapallo nell’estate del 2007 quando si parlava di una sua possibile carriera come calciatore nella Sampdoria di Riccardo Garrone, dopo una passata esperienza nel Perugia di Gaucci e nell’Udinese.

Gheddafi junior, tesserato con i blucerchiati, tirò qualche calcio in allenamento e tutto finì lì. Ma Al Saadi si fermò in Riviera. Sarà per dispetto, sarà per non toccare un bene che rimane del proprietario libico, il macchinone nero è rimasto all’aperto per quasi due anni, ma sembra non soffrire il tempo: è sempre lucente. E fa da memento del «buco» lasciato dall’ingegner Gheddafi per il soggiorno di una quarantina di giorni fra gennaio e febbraio del 2008. Giorni in cui Al Saadi e il suo seguito (segretario personale, camerieri, guardie del corpo, preparatore atletico, autista, addestratore di due ferocissimi cani da combattimento) hanno occupato una lussuosa suite (Gheddafi junior) e diverse camere dell’hotel.

Il Grand Hotel Excelsior a Rapallo
Il Grand Hotel Excelsior a Rapallo
A questo drappello si sono aggiunti gli amici invitati alle feste nel Grand Hotel a spese dell’anfitrione. Aragoste e champagne, ovviamente. Quando il conto è stato presentato, Gheddafi junior ha firmato per accettazione, è partito per Cannes (dove ha iniziato a coltivare la passione per il cinema, una predilezione per i film western), ma il saldo non è mai arrivato. Precedentemente i conti erano sempre stati pagati dall’ambasciata. C’è da immaginare che il Grand Hotel abbia tentato tutte le strade della diplomazia prima di rivolgersi al tribunale.

E ieri si è arrivati al dunque. Giovedì l’ultima udienza, in un semi-deserto palazzo di giustizia di Chiavari. Solitario testimone il direttore del Grand Hotel. L’ambasciata libica — interpellata dal giudice— non si è presentata e non ha fornito alcuna spiegazione. Il giudice ha deciso ieri pomeriggio depositando la condanna al pagamento nei confronti di Al Saadi Gheddafi, al quale tuttavia, non sono stati richiesti gli interessi in quanto «non imprenditore ». Tutta la vicenda è stata trattata con grande cautela dal Grand Hotel—perfino con segretezza — per non irritare l’importante ospite che, dopo aver rinviato all’ambasciata per la soluzione dei «dettagli» della sua permanenza a Rapallo, si è lavato le mani della questione. L’ambasciata ha — a sua volta —fatto sapere che se non parte ordine da Tripoli dalle sue casse non esce un euro.

Erika Dellacasa
10 luglio 2010



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Usa-Russia, scambio di spie in diretta tv

Corriere della sera

I dieci «agenti della porta accanto» tornano a Mosca al posto di 4 informatori della Cia

VIENNA

Alle due del pomeriggio, sotto un sole da tropico
, la vita reale sconfigge Ian Fleming, e John Le Carré, e Graham Green. Tutti e tre insieme. Neppure loro, infatti, neppure i più grandi scrittori di spionaggio, avrebbero forse immaginato ciò che accade ora su una pista dell'aeroporto Schwechat di Vienna, nell' anno 2010, a vent'anni e passa dal crollo del muro di Berlino. «Il più grande scambio di spie dai tempi della guerra fredda», così dicono i telegiornali: 10 spie russe che hanno ammesso la loro colpa davanti ai giudici americani tornano a casa loro, a Mosca, e 4 russi già condannati per spionaggio a favore degli Usa vengono scarcerati e spediti in Occidente, dopo aver ricevuto la grazia dal presidente Dmitri Medvedev.

Anna, la spia russa

La vittoria del realismo politico, del rapporto pragmatico fra Barack Obama e il Cremlino: questo sarebbe appunto il grande scambio degli spioni. Ma nei fatti, alle due del pomeriggio viennese, è un piccolo e silenzioso balletto. Eccolo. Ragazzoni in tuta hanno appena affiancato due scalette semi-coperte a due aerei che stanno parcheggiati l'uno vicinissimo all'altro. Una delle scalette, in particolare, è sormontata da una specie di pesante mezzaluna, un'ala nera di pipistrello. Non è però un riparo contro il caldo: sta lì per nascondere 4 persone che scendono dallo Yak-42 appena arrivato da Mosca, con la sigla del ministero russo della protezione civile e una sorta di girasole sulla fiancata; lì accanto, ugualmente seminascoste, altre 10 persone scendono dal Boeing 767-200 della Vision Airlines appena arrivato dall' aeroporto La Guardia di New York. Compare per un attimo fra gli aerei un furgone senza finestrini, da lontano è difficile capire.

Ma alla fine, si saprà che i due gruppi si sono scambiati i posti: i 10 russi giunti dall'America ripartiranno per Mosca, e i 4 loro connazionali giunti da Mosca ripartiranno per la Gran Bretagna (due di essi sbarcheranno in una base della Raf nell’Oxfordshire) e per New York. Fra i primi, c'è una figura già celebre: Anna Chapman, la bella ragazza che campeggia sulle prime pagine dei tabloid anche qui in Austria (titoli goliardici: «La bomba russa del sesso scambiata con lo scienziato atomico »). E anche fra i secondi, che da anni erano rinchiusi in una prigione vicino al Circolo polare artico e in altre prigioni a Mosca, vi è un nome noto: Igor Sutyagin, lo scienziato nucleare accusato di aver passato all'Occidente i disegni dei sottomarini atomici.

Le vite di costoro, mentre si svolge la danza dello scambio, si incrociano per pochi momenti su questa pista, fra i voli delle vacanze che arrivano o partono per Malta, Heraklion, Olbia, Antalya. Isolati nel loro angolo, i due aerei delle spie sono invece come prigionieri di una bolla fuori dal tempo, lontani da tutto e tutti. Finché l'aereo russo decolla verso l'Est, e l'altro verso Ovest. Il balletto si è compiuto in un'ora e mezzo. Lasciando però nell'ombra molti dettagli, davvero alla Le Carré. E' un po' un mistero, per esempio, la Vision Airlines, la compagnia di charter usata per portare fin qui le spie russe: ha sede a Las Vegas, da anni vola a Kabul e Bagdad, porta spesso «diplomatici, funzionari del governo, addetti civili », e una volta è stata citata in giudizio da certi dipendenti per via delle paghe non commisurate al rischio; ma offre anche voli nel Grand Canyon e lungo il Colorado, ai turisti avventurosi (ieri il suo sito Internet non era accessibile).

Restano ignoti, di tutta questa storia, soprattutto gli stati d'animo degli esseri umani che ne sono stati protagonisti. Vicky Pelaez, per esempio, peruviana di 55 anni arruolata dal Cremlino, che cosa avrà pensato stasera mentre l'aereo la portava a Mosca? Pare che i russi le abbiano offerto duemila euro al mese, la casa gratis, e la «nanya», una baby sitter per i bambini. E la promessa di potersene andare a Lima, quando lo vorrà. E Anna Chapman? A Londra e a New York ha conosciuto tutti gli agi dell'Occidente, chissà mai se un giorno li rimpiangerà, nella ritrovata «Casa Russia ». Tanto più visto che sia lei che i suoi colleghi prima di partire si sono impegnati a non vendere i diritti delle loro storie, almeno negli Usa. Un distinto signore di nome Kim Philby, che molti anni fa la precedette su quella stessa strada (Londra-Mosca sola andata) di simili rimpianti non parlò mai: ma stando alle sue biografie, un po' lo aiutò il whisky, e molto la fede nel comunismo, che non prevedeva comodi voli con la Vision Airlines.

Luigi Offeddu
10 luglio 2010





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La Zanicchi senza freni: «Fini? Fuori dalle palle»

Corriere della sera

La frase mentre era ospite del programma di Radio2 «Un giorno da pecora»

Zanicchi in radio: "Gianfranco vada fuori dalle p.." Ascolta

MILANO - «Fini vada fuori dalle palle. Non è del Pdl. Se vuole andare che vada». L'invito al presidente della Camera Gianfranco Fini arriva dall'eurodeputata del Pdl Iva Zanicchi ospite del programma di Radio2 «Un giorno da pecora» in trasferta a Strasburgo.

LA CORREZIONE - «Io stimo Berlusconi - continua la cantante emiliana - e mi auguro che ancora una volta con una delle sue zampate possa fare in modo che Fini poggi la sua testolina sulle Palle... ». «Ma cosa dice signora Zanicchi»,  chiedono stupiti i due conduttori Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro. «Voglio dire sulle spalle di Berlusconi», precisa l'eurodeputata.  


07 luglio 2010(ultima modifica: 09 luglio 2010)



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La libertà di stampa di Bocchino: bavaglio al «Giornale»

di Redazione

Cari colleghi,

torniamo sull'episodio accaduto qualche giorno fa in Aula ai fini di una utile e comune riflessione.
In primo luogo è un evidente errore politico e comportamentale cadere nelle provocazioni altrui, reagendo con comportamenti che anche minimamente possono essere caratterizzati da elementi di violenza.
Quasi in ogni seduta l'On. Barbato adotta un atteggiamento volutamente provocatorio. Di conseguenza si tratta di un comportamento abituale - che certamente richiede anche richiami più netti da parte della presidenza della Camera sulla base degli articoli 59 e 60 del regolamento - ma proprio per questo non si deve reagire alle provocazioni con risposte sbagliate e incongrue.

Facendo riferimento alla storia del nostro Parlamento certamente nessuno può dare lezioni, perché anche da sinistra nel passato sono stati provocati scontri e risse, ma comunque nessun deputato del Pdl - partito di governo e di maggioranza relativa, soggetto politico nel quale sono confluiti i moderati, i riformisti, i rappresentanti della destra democratica - deve mai più commettere errori di questo tipo. Perdipiù in una situazione di crisi economico-sociale, in una realtà mediatica nella quale prosegue l'opera di demonizzazione del presidente Berlusconi, in una società percorsa anche da inquietanti e contrapposte tendenze alla violenza bisogna evitare in ogni modo che il Parlamento dia esempi negativi proprio su questo terreno.
Il ferimento del presidente Berlusconi di qualche mese fa - al quale è stato dato da parte della magistratura che si è occupata del caso una risposta a nostro avviso elusiva e preoccupante - è stato un campanello d'allarme che dovrebbe far riflettere tutti.

Detto tutto ciò, alcune valutazioni sulle recenti vicende parlamentari. Il gruppo parlamentare del Pdl alla Camera ha il dovere politico di sostenere i provvedimenti del governo. A parte la bioetica una generalizzata libertà di coscienza determinerebbe conseguenze devastanti sull'indirizzo politico e sull'identità del gruppo. Sul disegno di legge presentato dal ministro Giorgia Meloni è stata fatta una riunione nel corso della quale tutti gli aspetti di esso sono stati esaminati e approfonditi. Nel corso della riunione nessuno aveva avanzato i rilievi che poi sono stati mossi in Aula da parte di qualche nostro collega.

Noi siamo evidentemente rispettosi della libertà di pensiero e di parola di ogni singolo deputato, ma essa va conciliata con la disciplina del gruppo e con l'esigenza politica di sostenere i provvedimenti del governo. Fra l'altro questa contestazione proveniente da colleghi del nostro gruppo ha portato al mutamento di linea da parte di altri gruppi parlamentari di opposizione che invece avevano espresso il loro consenso al provvedimento.
Di conseguenza da un lato manifestiamo la nostra piena solidarietà politica al ministro Giorgia Meloni, dall'altro lato abbiamo convenuto sulla proposta del presidente Donato Bruno di ritornare in commissione per creare le condizioni della sua approvazione.

Questa lettera inviata agli appartenenti al gruppo anche a seguito del recente episodio in Aula, vuole essere uno strumento di comunicazione politica e di dialogo che ci ripromettiamo di continuare a usare, consapevoli evidentemente della necessaria e sempre produttiva dialettica all'interno del nostro gruppo parlamentare.
Cogliamo l'occasione per ringraziare tutti i colleghi che in Aula, in commissione e sul territorio assicurano l'azione parlamentare e politica del Pdl.



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Batancourt, rapita dalla guerriglia ora cita la Colombia per danni

di Roberto Fabbri

La donna politica è stata prigioniera per oltre sei anni delle Farc, esercito rivoluzionario di ultrasinistra.

Adesso chiede oltre 6 milioni di danni a Bogotà

 

Quando si dice l’ingratitudine umana. Molti ricordano ancora la delicata vicenda umana di Ingrid Betancourt, la politica colombiana sequestrata nel 2002 durante un’arroventata campagna elettorale per le presidenziali del suo Paese che la vedeva candidata per un partito ecologista. La donna finì nelle grinfie delle Farc, l’«esercito rivoluzionario» colombiano di estrema sinistra, che la tenne prigioniera nella giungla per sei anni in condizioni molto dure da sopportare. Solo nel luglio del 2008 fu possibile ottenere la liberazione sua e di altri 14 ostaggi: per strapparli ai guerriglieri fu necessario truccare dei commandos da membri di un’associazione umanitaria che si erano offerti volontari per trasferirli in elicottero in un’altra località. Perfino il presidente francese Nicolas Sarkozy (la Betancourt ha la doppia nazionalità) si era impegnato di persona per la sua salvezza.

Adesso arriva la sorpresa. A due anni di distanza dalla fine del suo incubo, Ingrid Betancourt ha deciso di citare per danni lo Stato colombiano: la donna lo considera responsabile del suo rapimento e chiede un risarcimento di oltre sei milioni e mezzo di dollari (circa cinque milioni di euro) per lo stress emotivo subito negli anni trascorsi in prigionia e per i mancati guadagni nello stesso periodo.
Non è stato possibile conoscere nel dettaglio le ragioni per cui Ingrid Betancourt ritiene che le sue personali sofferenze debbano essere messe in conto al suo Paese.

Va ricordato tra l’altro che nel 2002, quando la candidata alle presidenziali decise di spingersi in una regione rurale in cui si svolgevano combattimenti tra l’esercito colombiano e i guerriglieri, preferì ignorare l’invito che le fu rivolto dalla sicurezza nazionale a tenersene prudentemente lontana, visti i rischi per la sua persona che poi si rivelarono fin troppo reali. E comunque le autorità colombiane si impegnarono a fondo per la sua liberazione, lanciando con il sostegno americano un’operazione militare che ebbe come effetto collaterale quello di infliggere un colpo assai duro alla guerriglia di estrema sinistra, che finanziava le sue attività con i sequestri e il traffico di droga.

Quello che è certo è che la Betancourt, che oggi ha 48 anni, ha nei confronti del suo Paese un atteggiamento che appare piuttosto contraddittorio. In particolare, sebbene sia stata nominata in diverse occasioni come un possibile futuro candidato alla presidenza della Colombia, ha trascorso la maggior parte di questi due ultimi anni di riconquistata libertà all’estero, principalmente in Europa. In compenso, partecipa sempre volentieri alle iniziative che ricordano la sua passata drammatica esperienza di prigioniera delle Farc: l’ultima che l’ha vista presente, presso l’ambasciata degli Stati Uniti nella capitale colombiana Bogotà, risale appena alla settimana scorsa.





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Abusi intercettazioni: il giudice infanga Caldoro

di Redazione

L'inchiesta sulla "nuova P2": agli atti ci sono le conversazioni tra un arrestato e alcuni alti magistrati.

La lobby millantava poteri: "Gli amici senza di noi non vanno avanti".

Carboni e Co. avrebbero diffuso sul web e nel Pdl la falsa notizia che l'attuale presidente della Campania "andava a trans"


 

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Massoneria deviata e magistratura. C’è un warning nell’inchiesta sulla P2 dell’eolico. Dalle carte sul presunto «gruppo di potere occulto» che hanno portato all’arresto di Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, al di là di uno spaccato esilarante che vede il terzetto proporsi come «risolvi-problemi» senza risolverne mai uno, emerge una fitta rete di conoscenze con alti magistrati.

L’attempato Lombardi, dietro lo scudo di un’associazione giuridica, è l’addetto ai rapporti di corridoio con le toghe. A tutti dà del tu. Il suo ego è smisurato anche al telefono («gli amici devono capire che senza di noi non possono andare avanti sicché loro ci devono rispettare sotto ogni aspetto») laddove si propone di risolvere questioni più grandi di lui. Vedi il lodo Alfano allorché tenta l’avvicinamento dei giudici della Consulta cercando di capire quanti membri stiano di qua e quanti di là. Tenta attraverso Antonio Martone, ex presidente dell’Anm, conosciuto in un incontro allargato a numerosissime persone a casa del coordinatore del Pdl, Denis Verdini. Ci prova col deputato Renzo Lusetti, già Pd («Mi devi dire se tieni qualche amico nella Corte costituzionale, sì? (...) Lo so ehhh, ho capito, vengo da te perché ti devo parlare urgentemente»).

Dopodiché attiva un altro canale: Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale. «Pronto Cesare?». E giù con le richieste: «No, dicevo, siccome il 6 ottobre si verificherà il lodo del ministro, i tuoi amici e colleghi su che posizioni stanno?». Mirabelli prende tempo, è senza parole. Lombardi: «Senti, quella donna della Consulta, dice che è sua amica...». Mirabelli: «Beh... non è che gli interventi vengono garantiti...». Lombardo annuisce, insiste, rilancia: «Vabbè ci sentiamo domani professo’. Mi stanno mettendo in croce gli amici miei, che sono anche amici suoi eh eh». Il lodo Alfano è finito com’è finito. Il flop di Lombardi è straordinario. E non è l’unico, come dimostrano i maldestri tentativi di accreditamento presso il sottosegretario Nicola Cosentino. Tentativi che lo portano a farsi ricevere ripetutamente dal magistrato più importante d’Italia: il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone.

L’obiettivo è concordare i modi e i tempi per una rapida fissazione e l’accoglimento del ricorso contro la misura cautelare che ha colpito Cosentino. Il 7 gennaio Lombardi chiama Carbone: «Stai in Cassazione stamattina? Ok, ti raggiungo verso mezzogiorno». Scrive il Gip: «Nella tarda mattinata dello stesso giorno, evidentemente dopo aver raccolto informazioni in Cassazione, informa Cosentino della necessità che i difensori depositino un’istanza di rinuncia dei termini». L’indomani Lombardi contatta la segreteria del presidente Carbone, chiede di fissare subito l’udienza. Carbone, di persona, richiama di lì a poco: «L’udienza è fissata per il 28 gennaio».

Lombardi: «Preside’ (...) e na’ putimmo fa nu poco prima, evve’?». C: «Statte buono...». Seguono svariate chiamate fra i due. Lombardi: «Ieri sono stato con molti amici bravi (...) che hanno parlato molto bene, e dicono che dovresti stare altri due anni in Cassazione per mettere a posto le cose (...) Ti stimano perché hanno visto che tu sei al di sopra di tutti (...). Vabbè comunque mercoledì sto da te e ti dico quello che hanno detto i miei amici». Non contento, nei giorni a seguire, Lombardi spende addirittura il nome di Gianni Letta. Millanta una conoscenza inesistente e nell’occasione dice a Carbone che ha pronto un presente: «Stamme a senti’, mi so fatto portare l’olio buono e te lo porto domani mattina, ci vediamo in Cassazione e facciamo il trasbordo».

Morale della favola: il ricorso di Cosentino viene rigettato, Lombardi incassa l’ennesima figuraccia. Finita? Macché. Forte di più conoscenze al Csm, il Nostro si fa avanti per sponsorizzare alcune toghe a Isernia, Nocera Inferiore, Milano. Ne discetta al telefono il 21 ottobre 2009 con Celestina Tinelli, membro laico, area centrosinistra. Lombardi: «Su Milano (corte d’Appello, ndr) dovremo vedere per l’amico Alfonso (Marra, ndr)». Tinelli: «Altro problema». L: «Madonna mia, e come si fa? (...) Ho capito, è opportuno che ne parli un poco col presidente delle Cassazione, con Carbone, secondo te, anche per Marra?». T: «Sìììì assolutamente (...). Lì è Berruti che ha creato il problema». Lombardi interpella Marra, che di fronte ad alcune presunte manovre contro di lui sbotta: «Io li brucerò vivi, perché io ho tutte le esperienze che mica ha lui, capisci?».

Marra va oltre: «Parla con Berruti, bisogna avvicinà ’sto cazzo di Berruti». L: «Si deve fare questo, questo tiene il fratello che è deputato con Berlusconi». M. «No, vabbuò, famme o favore, tiriamo fuori il fratello». Nelle telefonate si fa spesso riferimento a «Giacomo», che i carabinieri identificano in Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia. Lombardi lo scomoda ripetutamente, per caldeggiare Marra. L: «Sono stato dal presidente, ti ringrazia e dissi che Giacomo si impegna al massimo per quello che te desideri, per cui devi fare due cose, m’ha detto sì, mo’ agge parlate pure per quanto riguarda Alfonso (Marra, ndr) e che pure lui ci sta. Su Berruti te la devi vedere te (...). Allora, faticatello, mo’ adda faticà tu pecché io l’agge faticata già».

Pur di vedere Marra a Milano, il 20 novembre Lombardi si incontra con Nicola Mancino, vicepresidente del Csm. Prima di andare si consulta con Caliendo. Poi si vanta del summit con Martino: «Abbiamo fatto un ottimo lavoro, grazie a Dio quello che dovevo fare per i nostri amici, diglielo anche a quell’amico tuo a Milano». Ma Lombardi non è sicuro di Mancino, telefona a chiunque. Morale: Marra ce la fa, Lombardi esulta: «Abbiamo fatto il presidente!». Così si propone a Formigoni spiegando di essere in grado di risolvere il problema dell’esclusione della lista «Per la Lombardia».

Crede di avere Marra dalla sua. «È fatta» confida a Martino. Macché. Il 3 marzo il ricorso viene rigettato. Lombardi sibila: «Che figura di merda...». Non contento ricontatta Caliendo per far partire un’ispezione nei confronti del collegio che ha bocciato il ricorso. Il capo degli 007 di via Arenula, Arcibaldo Miller, dice no.





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lo spillo

di Redazione

A parte il fatto che prima o poi bisognerà pur fare un discorso su tutte le rassegne stampa di mamma Rai (e in particolare sulla subdola faziosità di quella di Gr Parlamento), oggi tocca occuparsi dell’«Edicola» di Televideo. La quale già dall’altra sera ha tirato giù le serrande e inalberato un perentorio cartello: «La rubrica non è in onda per lo sciopero dei giornalisti contro il disegno di legge sulle intercettazioni».

E fin qui si può discutere sui tempi (il suicida black out dell’informazione era previsto per venerdì, non già per la sera di giovedì), ma si tratta di legittima adesione al suddetto harakiri. Il problema è la successiva frase assassina: «I quotidiani non sono in edicola venerdì 9 luglio». E questa è una balla bella e buona: almeno la metà dei giornali di cui si «nutre» abitualmente la rassegna stampa di Televideo (dal Giornale al Foglio, da Libero al Riformista, da Mf a Italia Oggi) erano regolarmente in edicola venerdì 9 luglio.

Prima domanda (molto retorica): è ammissibile che la tv di Stato, pagata con i nostri soldi, disinformi i suoi spettatori in modo tanto spudorato e danneggi altre testate giornalistiche in maniera così plateale? Seconda domanda (ancora più retorica): pensate che vedremo presto le truppe cammellate dei repubblicones, quelle che hanno dato il tormento a Minzolini per mesi, protestare davanti a Viale Mazzini per questa scorrettissima forma di censura? Buon bavaglio a tutti.



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Il polpo Paul: Spagna campione, Germania terza

di Redazione


Gli ultimi pronostici sul Mondiale del cefalopode di Oberhausen.

Fin qui ha totalizzato percorso netto.

Per la finalissima di domenica Paul prevede la vittoria degli spagnoli di Del Bosque contro l'Olanda.

Per la finale di consolazione fiducia ai tedeschi contro l'Uruguay






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Moratti jr si fa la mega-casa, ma non vuol pagare

di Luca Fazzo

Gabriele, figlio del sindaco di Milano Letizia e del petroliere Gianmarco, ha trasformato un laboratorio in una casa di lusso.

Il giudice: deve pagare 127mila euro di lavori.

Nello stabile di via Ajraghi, alla periferia di Milano, costruiti box a scomparsa, piscina e poligono di tiro


 


Milano
«Il modello sembrava che fosse la caverna di Batman», dice - scherzando ma non troppo - uno dei tecnici che ha partecipato ai lavori. Parcheggi a scomparsa, piscina, poligono di tiro: tutto in uno stabile destinato a laboratorio, e trasformato - senza variante d’uso - nella residenza avveniristica di un giovanotto che non badava a spese. Budget quasi illimitato, al momento del progetto. Ma a lavori pressoché ultimati, al momento di pagare il conto, il giovanotto ha iniziato a recalcitrare. A sostenere che i lavori erano malfatti. La faccenda è finita in mano ai giudici, i quali hanno ordinato al giovane di pagare. E questa storia rischia ora di creare qualche grattacapo, se non altro in termini di immagine, alla illustre famiglia di cui il giovanotto fa parte. Un cognome importante, a Milano. Molto importante.
E sì: perché il giovanotto in questione si chiama Gabriele Moratti, ed è il figlio trentaduenne del sindaco Letizia Moratti e di suo marito Gianmarco. Per un po’, il padre ha provveduto a saldare i conti. Poi ha smesso. Il tribunale ha ordinato il sequestro di un quinto dello stipendio mensile che Moratti senior passa a Moratti junior. È dalle carte della vicenda processuale, in corso davanti al tribunale milanese, che si evincono i dettagli della vicenda. Sono queste carte a raccontare con una certa dovizia di particolari la storia che si può sintetizzare così: il figlio del sindaco di Milano ha trasformato senza autorizzazione uno stabile artigianale in una megacasa da molte centinaia di metri quadri. E poi non ha pagato il conto.
La vertenza giudiziaria vede contrapposti Gabriele Moratti e una azienda milanese di alta tecnologia applicata alle abitazioni (ovvero di domotica, nel linguaggio degli addetti ai lavori), la Hilite. É la Hilite, davanti alla ostinazione di Moratti figlio a non saldare il conto, a rivolgersi alla magistratura. Il 16 marzo di quest’anno, il tribunale emette un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo a carico di Gabriele Moratti per l’importo di 127mila euro. Il 5 maggio Hilite cerca nuovamente, senza successo, di farsi pagare. Il 25 maggio scorso, la società fa scattare il pignoramento dei beni di Gabriele Moratti presso il Monte dei Paschi di Siena. Il 27 maggio la banca risponde di avere bloccato, a disposizione del creditore, un conto corrente dal saldo decisamente modesto (poco più di duemila euro) e un dossier titoli per circa seimila euro. Hilite fa scattare anche il blocco del quinto dello stipendio di oltre seimila euro mensili che Saras, l’azienda paterna, versa a Gabriele Moratti per il suo lavoro di amministratore: 1.242 euro. Moratti junior fa ricorso, l’udienza viene fissata per la prossima settimana.
Fin qui la vicenda giudiziaria. Ma nelle carte spunta anche il tema, potenzialmente più delicato, del rispetto delle norme urbanistiche. Tutto ruota intorno a un indirizzo: via Cesare Ajraghi, strada decisamente periferica (è una traversa di viale Certosa) ma tranquilla e residenziale. Nel fascicolo sono infatti comprese le visure catastali sulle tre porzioni in cui è diviso lo stabile di via Ajraghi acquistato dal giovane Moratti. Tutte le porzioni risultano accatastate sotto la voce C3, ovvero «laboratori per arti e mestieri». Ma dai contratti per i lavori di ristrutturazione, anch’essi inseriti nel fascicolo della causa, compaiono indicazioni esplicite che il «laboratorio per arti e mestieri» è stato trasformato in una residenza di superlusso: si parla di camere da letto padronali e degli ospiti, di giardino, di area party con poligono di tiro, piscina, palestra.




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I sessant'anni di Panatta

Il Tempo

Compleanno in famiglia per Adriano, ultimo grande campione del tennis italiano: e romano doc.
Coppa Davis: "In Cile indossammo la maglietta rossa contro il regime di Pinochet".



Il 9 luglio 1950, esattamente 60 anni fa, nasceva a Roma Adriano Panatta, ultimo grande campione del tennis italiano. Nel palmares dell'atleta capitolino, sbocciato nel 1970 con la vittoria sul mito Pietrangeli agli assoluti di Bologna, figurano un Roland Garros, un'edizione degli Internazionali d'Italia e l'unica Coppa Davis della storia azzurra. Successi che, nell'anno di grazia 1976, permisero a Panatta di issarsi fino al 4° posto del ranking mondiale, sdoganando definitivamente il tennis nel Belpaese. Allora come oggi, dopo il trionfo di Francesca Schiavone al Roland Garros, appassionati e praticanti della racchetta si moltiplicarono. Ma prima ancora di essere un tennista, Adriano è un romano legato a luoghi e tradizioni della sua città.

Adriano Panatta, lei abita a Trastevere, ma è nato al Flaminio?
«Proprio così. Sono cresciuto a viale Tiziano, dove c'era la vecchia sede del T.C. Parioli. Ho visto costruire il villaggio olimpico, demolire il vecchio stadio Torino e sorgere il Flaminio. Ero un bambino, ma ricordo perfettamente gli anni '50».

Dai primi passi ai trionfi degli anni '70, quando nacque anche la sua immagine da playboy?
«Luoghi comuni del tempo. Sono felicemente sposato dal '75. Forse è un fatto anomalo: molti miei ex colleghi hanno avuto diverse mogli, io soltanto una, che però ne vale tre!»

La famiglia è stata importante nei suoi successi?
«Molto. Il 1976 fu un anno splendido, grandi vittorie, emozioni uniche».

In primavera Internazionali d'Italia e Roland Garros.
«Un cammino trionfale, superai Borg nei quarti (unico tennista capace di battere lo svedese a Parigi, ndr). Con Solomon, in finale, ero abbastanza sicuro di vincere».

Poi la discussa trasferta Davis nel Cile di Pinochet. Come nacque l'idea della maglietta rossa indossata in doppio?
«Decisi insieme a Bertolucci. Voleva essere un segnale, una provocazione nei confronti del regime».

Qualcuno disse che ne parlò con Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano.
«Non ho mai conosciuto Berlinguer. Lui fu bravo a sbloccare la situazione: ricevette una lettera del partito comunista clandestino cileno e convinse il governo a farci giocare».

Lei ha vinto attaccando. Perché oggi nessuno scende a rete?
«Il tennis è cambiato, è monotono negli schemi. Mi sorprendo solo guardando Federer e Nadal».

Eppure la Schiavone ha mostrato che si può vincere variando.
«Nel tennis femminile è ancora possibile, il ritmo è più basso».

Dopo il ritiro si è dedicato ad altre attività.
«Ho fatto un'esperienza in politica, mi piace tutto lo sport: il calcio, la Roma, la motonautica, ora gioco anche a golf».

E poi passa molto tempo con i bambini.
«Con Yuri Chechi, Andrea Lucchetta e Ciccio Graziani stiamo portando avanti l'iniziativa «Un campione per amico», insieme all'Inpdap sto organizzando i centri estivi in Calabria: esperienze fantastiche».

Oggi però festeggerà il suo 60° compleanno?
«Non farò cose particolari, non amo le celebrazioni. Preferisco stare in famiglia».

Daniele Palizzotto
09/07/2010




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La vera storia del Conte di Montecristo

di Luca Crovi

A 166 anni dall'uscita del capolavoro di Dumas, una nuova edizione italiana fa luce sull'origine del romanzo.

Del quale finora si era sempre ripresa la stessa traduzione del 1869.

E sul quale ha pesato il giudizio di Croce


 


Quanti misteri può nascondere fra le sue pagine ancor oggi Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas (1802-70) a 166 anni dalla sua prima pubblicazione? A sfogliare la nuova edizione curata dallo studioso Claude Schopp e per l’edizione italiana da Gaia Panfili, non si può che rimanere stupiti dalla quantità di rivelazioni riguardanti questo romanzo (Donelli, pagg. LXXII-1130, euro 32). Anzitutto l’editore Carmine Donzelli, come racconta in una nota al volume, si è accorto che praticamente tutte le edizioni del romanzo di Dumas uscite in Italia fino ai giorni nostri fanno riferimento a un’unica prima traduzione: quella realizzata nel 1869 da Sonzogno.
Praticamente nessuno si è mai preoccupato di verificare il testo originale (riproposto ora per la prima volta integralmente) tanto che nelle più recenti edizioni Rizzoli (1984) e Mondadori (2003) i curatori hanno dovuto praticamente inventarsi una sorta di traduttore ufficiale di quella edizione, attribuendo a un certo Emilio Franceschini la primigenia traduzione. Donzelli attribuisce l’evento al fatto che Dumas è stato in Italia spesso un autore sottovalutato o valutato in maniera parziale da critici come Benedetto Croce e Antonio Gramsci e ricorda che solo Italo Calvino con il suo racconto apocrifo «Il Conte di Montecristo» contenuto nella raccolta T con Zero (1967) si sia preoccupato di analizzare la fuga di Edmond Dantès e il suo rapporto con l’Abate Faria.
Ma sfogliando l’introduzione alla nuova edizione del capolavoro di Dumas, scopriamo moltissime altre curiosità sull’origine e gli sviluppi di questo appassionante feuilleton. Scopriamo che il nome «Monte Cristo» deriva dall’omonima isola dove lo scrittore francese condusse in gita il principe Girolamo Napoleone Bonaparte. Ed è lo stesso Dumas in una presentazione del 1857 ai lettori intitolata Un mot a propos du Comte de Monte-Cristo a garantire a se stesso l’attribuzione dell’opera, stufo di sentirla assegnare a qualche suo collaboratore: «Grande è sempre stata l’ansia di sapere come fossero nati i miei libri, e soprattutto chi li avesse creati.
Era così semplice pensare che fossi stato io, che a nessuno è venuto in mente. In Italia, per esempio, è opinione diffusa che Il Conte di Montecristo sia opera di Fiorentino. Perché nessuno crede che La Divina Commedia l’abbia scritta io? Potrei accampare altrettanti diritti! Fiorentino avrà letto Montecristo come tutti gli altri, ma di certo non lo ha letto prima di tutti gli altri posto che lo abbia letto. Gli italiani avranno un bel reclamare la paternità di Montecristo, gli toccherà accontentarsi de L’assedio di Firenze di D’Azeglio e de I promessi sposi di Manzoni». E se quindi Pier Angelo Fiorentino (che però realmente collaborò con lo scrittore francese) non potrà più vantarsi di avere creato questo romanzo, d’altra parte Dumas ammette che in origine la sua opera era nata con un altro intento, ovvero come semplice continuazione dei suoi diari di viaggio.
La trama originaria era priva di alcuni degli sviluppi avventurosi che assumerà in seguito visto che doveva parlare semplicemente di «un signore ricchissimo che risiede a Roma e che ha nome Conte di Montecristo che rende un importante servigio a un giovane viaggiatore francese e, in cambio di tale servigio, lo prega di fargli da guida quando a sua volta visiterà Parigi (...) Nelle sue scorribande per Parigi, il Conte di Montecristo avrebbe dovuto scoprire i nemici occulti che in gioventù lo avevano condannato a una prigionia di dieci anni. Il suo patrimonio gli avrebbe fornito i mezzi per la vendetta...».
Probabilmente se il plot fosse rimasto semplicemente questo, Il Conte di Montecristo non sarebbe stato in grado di rivaleggiare con un superbestseller come I Tre Moschettieri. Alexandre Dumas racconta così ai suoi lettori che fu il suo fido collaboratore Auguste Maquet (che operò su tutto il ciclo dei Moschettieri ma anche su Il tulipano nero e La regina Margot) a dare la chiave di volta al libro. Marquet infatti davanti alla sinossi prevista del romanzo replicò: «Credo che trascuriate il periodo più interessante della vita del vostro eroe, ovvero gli amori con la catalana; il tradimento con Danglars e Fernand e i dieci anni di prigionia assieme all’Abate Faria».
Dumas capì così che la storia doveva essere articolato su tre città principali, ossia Marsiglia, Roma e Parigi, e rivoluzionò l’intera concezione dell’opera, partendo dalla caduta in disgrazia di Edmond Dantès e dalla successiva sua reclusione nel castello d’If. Se Dumas avesse dovuto scrivere un anno dopo quella stessa lettera ai lettori, probabilmente avrebbe cancellato il nome di Maquet. Infatti, fra nel gennaio 1858, Auguste Maquet porterà in tribunale Dumas per vedere riconosciuto il suo ruolo di collaboratore creativo, ottenendo un rimborso di 145.200 franchi. Perdendo però per sempre ogni diritto spettante dalle opere scritte in collaborazione con il grande romanziere.




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