mercoledì 7 luglio 2010

Fini-D'Alema, il giallo della cena

Corriere della Sera

«Contatti trasversali tra maggioranza e opposizione».
Ma il portavoce del presidente della Camera smentisce

ROMA - Una cena, martedì sera, con Gianfranco Fini e Massimo D’Alema seduti allo stesso tavolo. L'indiscrezione riferita dalla Velina rossa (foglio parlamentare vicino all'ex premier), ha suscitato, come era prevedibile, l'immediata curiosità di giornalisti e politici. Salvo poi essere prontamente "rettificata" dai diretti interessati.
L'INDISCREZIONE - Negli ultimi tempi, ha scritto sulla Velina rossa Pasquale Laurito, «le voci sono molte e i contatti riguardano in modo trasversale i due schieramenti di maggioranza e opposizione». «Da noi ogni contatto tra uomini politici di diversa appartenenza suscita sempre molta curiosità - ha aggiunto ancora Lautiro - ma noi vogliamo comunque riferire un’indiscrezione circa la partecipazione a una cena, svoltasi martedì sera fuori da Montecitorio, del Presidente della Camera, Gianfranco Fini e di Massimo D’Alema, di ritorno dalla Cina». «La cosa - ha aggiunto Laurito - non dovrebbe fare scandalo in ragione del ruolo dei due uomini politici, presidenti di due Fondazioni (Farefuturo e Italianieuropei), che negli ultimi tempi hanno avuto un ruolo nel movimentare la vita politica italiana e che hanno già tenuto delle attività comuni».
LE PRECISAZIONI - In realtà, a quanto si apprende, il presidente della Camera Gianfranco Fini e il presidente del Copasir Massimo D'Alema si sarebbero incontrati alla Camera, in una pausa dei lavori d'aula. Il portavoce del presidente della Camera Fabrizio Alfano ha spiegato: «Smentisco ufficialmente che il presidente Fini e il presidente D'Alema si sarebbero visti martedì sera a cena». Dunque, la situazione politica contingente non sarebbe entrata nel colloquio tra Fini e D'Alema, che, oltre all'attività del Copasir, hanno parlato del prossimo appuntamento comune delle due fondazioni, Farefuturo e Italianieuropei, che anche quest'anno, in autunno, promuoveranno un seminario insieme ad Asolo. «Non ho cenato con Fini, l'ho visto ieri alla Camera ma nessuna cena insieme» ha aggiunto da parte sua Massimo D'Alema, conversando con i cronisti a Montecitorio. «Ho una lunga lista di testimoni, anche illustri- aggiunge il presidente del Copasir- che possono confermare che ieri non ero a cena con il presidente della Camera».
Redazione online
07 luglio 2010






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Greene, uno sconosciuto al Senato Usa

La Stampa

Vince le primarie democratiche, nessuno lo conosce.
Si accende la polemica: «E' un sabotaggio»




ALICE CASTAGNERI
COLUMBIA

Il nome Alvin Greene non vi dice niente? Non preoccupatevi. Fino a poco tempo fa, in effetti, era un perfetto sconosciuto. Poi, all'improvviso, il signor Greene è diventato "famoso" e ora negli Stati Uniti il suo caso sta diventendo una vera e propria telenovela. Trentadue anni, ex militare, disoccupato da mesi e residente ancora in casa dei genitori: ecco chi è il ragazzo che martedì scordo ha vinto le primarie democratiche per il Senato nella Carolina del Sud. Di lui e del suo passato si sa davvero pochissimo: non ha un sito Internet nè un simbolo. Insomma, pare che nessuno si sia accorto della sua presenza. Poi, il colpo di scena. E il suo avversario, il democratico Vic Rawl, 64 anni, si è ritrovato al tappetto.

L'ex giudice ha parlato più volte di mistero, esternando tutti i suoi dubbi sulla "strana" vittoria: «Non si è mai visto in giro, non l'ho mai neanche incontrato». Il candidato "improvvisato", dal canto suo, risponde alle accuse sostenendo di aver fatto la campagna elettorale in tutto lo Stato, senza però ricordare bene dove. Così, c'è anche chi ha provato a chiedere qualche dettaglio in più al suo staff. Peccato, però, che al suo servizio non esista nessun gruppo. Lui, però, non ha mai dubitato del successo: «Ho lavorato bene e ce l'ho fatta, non sono rimasto poi così sorpreso». Le domande si moltiplicano, ma le risposte non arrivano. E le sue improbabili interviste sembrano non servire a molto. Greene, infatti, è sempre evasivo. L'Associated Press , però, è riuscita a scoprire che il 32enne è stato condannato in passato per aver mostrato materiale pornografico a una ragazzina del college.

Il giallo, dunque, si infittisce e in Rete si fanno le ipotesi più diverse. Alcuni quotidiani gridano al complotto, sostenendo che dietro la sorprendente vittoria ci siano in realtà i repubblicani. Dando il loro voto al candidato più debole si sarebbero assicurati un netto ventaggio nelle elezioni di novembre, dove battere Greene diventerebbe davvero un gioco da ragazzi. Secondo vari blog e il Washington Post, invece, Alvin avrebbe vinto grazie al suo nome. La "A", nella scheda elettorale prima della "V" del rivale, gli avrebbe garantito il trionfo. Non conoscendo nessuno dei candidati, gli elettori avrebbero scelto il primo della lista. In America le polemiche non mancano. Il partito ha chiesto a Greene di ritirare la sua candidatura, ma lui non ha alcuna intenzione di fare retromarcia.




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Hannover, il killer degli italiani si costituisce in Spagna

Quotidianonet

Era arrivato poche ore prima a Palma, per trovare rifugio dal patrigno.
L'uomo, un cittadino tedesco di 42 anni, avrebbe confessato.
Tutto era nato da una banale lite sui mondiali di calcio

Palma (Spagna), 7 luglio 2010

Un cittadino tedesco di 42 anni si è consegnato ai giudici di Palma, nelle Isole Baleari (in Spagna), confessando di essere l’autore dell’omicidio dei due italiani, ad Hannover, dopo una lite sui Mondiali di Calcio.

Secondo fonti giudiziarie, l’uomo ha confessato di esser arrivato ieri a Palma dove ha trovato rifugio nell’abitazione del patrigno, che lo ha consigliato di consegnarsi. L’uomo si è presentato nella tarda serata di martedì al magistrato di Palma, dove ha confessato il duplice omicidio. Il magistrato Josè Castro ha deciso l’arresto in via cautelare e l’uomo è stato internato nel centro penitenziario di Palma.

La lite era scoppiata lunedì mattina in un bar di Hannover: l’aggressore e le sue vittime discutevano dei titoli mondiali conquistati dalle rispettive nazionali, quando l’omicida è uscita dal locale ed è rientrato poco dopo con un’arma da fuoco e ha sparato ad entrambi alla testa. Un italiano è morto sul colpo; l’altro, ferito gravemente, alcune ore più tardi. Dopo il folle gesto, l’assassino ha lanciato l’arma a un paio di metri dalla porta 


IL VIDEO Cronaca di una morte assurda



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Terremotati in corteo a Roma Tafferugli e scontri con la polizia

IL Secolo xix




A Roma, ci sono stati scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine, al corteo di sindaci e cittadini delle zone colpite dal terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009, che chiedono al governo la sospensione delle tasse e misure di sostegno all’economia.


I tafferugli, ripresi da molte telecamere, sono incominciati quando i manifestanti, arrivati a piazza Venezia su una cinquantina di pullman, hanno provato a imboccare via del Plebiscito per arrivare a Palazzo Grazioli, residenza privata del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Poi il corteo si è diretto verso via del Corso per arrivare nei pressi di Palazzo Chigi, sede del governo, e la Camera dei deputati.

In entrambi i casi, la polizia ha bloccato i manifestanti, spiegando che non erano autorizzati a seguire quell’itinerario.

Dopo una “trattativa” tra forze dell’ordine e parlamentari dell’opposizione e sindaci, i manifestanti sono stati autorizzati a proseguire su via del Corso, per essere nuovamente bloccati prima di entrare in piazza Colonna, dove ci sono stati nuovi scontri.

Secondo le prime informazioni, ci sarebbero stati almeno tre feriti.









BERSANI (PD): TASSA DI SOLIDARIETA’
Una tassa di solidarietà fiscale per i terremotati d’Abruzzo. È quanto è disposto a sostenere il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che in piazza Colonna ha incontrato i manifestanti provenienti da L’Aquila che protestano perché dal primo luglio pagano nuovamente le tasse. Bersani ha criticato il governo che, ha detto, «non può far trovare la polizia davanti al Parlamento». Ai terremotati de L’Aquila, giunti a Roma con una cinquantina di pullman, ha portato la sua solidarietà anche il leader dei Radicali, Marco Pannella.

VENDOLA (SEL): «L’ITALIA PRESA IN GIRO NON MERITA I MANGANELLI»
«C’è l’Italia finta dei sogni di Berlusconi e dei suoi ministri, fatta di plastica e di set televisivi. C’è anche un’altra Italia, quella vera e reale (l’abbiamo vista oggi per le vie di Roma con le proteste dei disabili e delle loro famiglie, e con le proteste dei terremotati de L’Aquila) abbindolata dal sogno berlusconiano, presa in giro dal governo un attimo dopo aver spento i riflettori dei teatrini di posa tv»: lo afferma Nichi Vendola, portavoce nazionale di Sel, esprimendo il sostegno ai manifestanti aquilani. «Un’Italia fatta di uomini e donne pacifica ma esasperata, che non ha più fiducia in questa destra allo sfascio. Questa Italia non si merita le manganellate, bensì risposte ed atti concreti da questo governo e il diritto di poter liberamente manifestare», conclude.

LE RICHIESTE DI SINDACI, ASSOCIAZIONI, SINDACATI, IMPRESE
La sospensione di tasse e tributi per tutti i cittadini colpiti dal terremoto dell’Aquila, il congelamento dei mutui e una serie di misure di sostegno all’occupazione e all’economia, da inquadrarsi in una legge che preveda procedure efficaci per la ricostruzione e finanziamenti certi: sono le richieste che sindaci e cittadini abruzzesi indirizzano a governo e Parlamento. Al corteo romano, che fa seguito alla mobilitazione del 16 giugno all’Aquila e al consiglio Comunale “aperto” in piazza Navona, sempre a Roma, il 24 di giugno, hanno aderito enti culturali, associazioni, istituzioni, sindacati, partiti e anche aziende aquilane.

Secondo quanto spiegato, la manifestazione non rappresenta «una generica protesta di un gruppo o di una parte, ma le istanze di tutto il territorio colpito dal sisma, nelle sue diverse articolazioni politiche, sociali e territoriali».

La mobilitazione prevede anche un presidio nel pomeriggio davanti al Senato, dove è prevista la discussione sulla manovra finanziaria. Manovra che «chiede al nostro territorio, con un’economia allo stremo, di tornare a pagare tasse e tributi. E chiede la restituzioni di quanto non versato in tempi brevi, creando tra l’altro un’enorme disparità di trattamento con quanto è stato fatto in passato per i cittadini colpiti da altri terremoti», dicono nella nota gli organizzatori.





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Treni Circum nel mirino dei vandali Raid contro 50 treni in un giorno

IL Mattino

Lanci di pietre, minacce al personale, turisti terrorizzati
La linea più bersagliata è quella di Sorrento

NAPOLI (7 luglio) - Il record si è raggiunto domenica: cinquanta treni della Circumvesuviana vandalizzati in una sola giornata. D’estate la linea più bersagliata è quella per Sorrento, di inverno la tratta per Sarno. Lanci di pietre contro i convogli, assalti dei teppisti ai vagoni e risse nelle stazioni rendono la Circum un inferno per gli utenti. Con costi notevoli per l’azienda: nella sola giornata di domenica sono stati necessari 10mila euro tra danni e straordinari per il personale. In una lettera al nostro giornale lo sfogo del direttore operativo della Circum Borrelli: così sicurezza a rischio per utenti e personale.

Cinquanta treni danneggiati domenica. La punta massima. Ma dal primo luglio a ieri non è andata certo meglio sui convogli della Circum. Linee tormentate quelle della Vesuviana, dai lanci di pietre alla caduta di tronchi sui binari, dagli assalti ai vagoni da parte di giovani teppisti alle risse nelle stazioni, fino alle rapine e agli scippi che solo in parte sono diminuiti nonostante i moderni sistemi di controllo a bordo e nelle stazioni.

Il bilancio degli ultimi sei giorni segnala un particolare accanimento contro le guarnizioni delle porte dei convogli: il primo luglio è successo sulla linea Baiano-Napoli e il giorno successivo sulla tratta per Sorrento e per Sarno. Da venerdì il bollettino di guerra della Circum ha avuto una impennata di segnalazioni: plafoniere divelte e lancio di sassi sui passeggeri nella zona di San Giovanni a Teduccio. Sabato ben 15 gli episodi segnalati: vetri e porte divelte, porte aperte durante la corsa sia nel tratto di Barra che a San Giorgio a Cremano. Lunedì a Ercolano il lancio dei sassi.

Costi enormi per l’azienda di trasporto che con sei linee serve in media 38 milioni di passeggeri all’anno sulle linee ferroviarie e 43mila sulla funivia e dà lavoro a 1.800 dipendenti. Basterebbe moltiplicare gli ultimi sei giorni (solo domenica 10mila euro di danni tra materiali e straordinari per il personale) per rendersi conto di quanto è costretta a spendere la Circum nel giro di un anno. Non solo, il danno di immagine è enrome non solo per l’azienda ferroviaria ma per l’intera regione e in particolare per i comuni della fascia turistica.





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Rissa alla Camera, seduta sospesa

Corriere della Sera

Insulti e spintoni tra Barbato (Idv), colpito da un pugno, e alcuni deputati del Pdl
tensioni nel corso della discussione sul ddl Meloni sulle comunità giovanili

Rissa alla Camera, seduta sospesa


Franco Barbato
Franco Barbato
ROMA

Seduta sospesa in aula alla Camera per la rissa scoppiata tra Franco Barbato dell'Idv e alcuni deputati del Pdl. Il deputato dipietrista sarebbe stato addirittura colpito da un pungo al volto.

LA RICOSTRUZIONE - La bagarre è scoppiata nel corso della discussione sul ddl Meloni sulle comunità giovanili. Dopo la richiesta di rinvio del testo in commissione da parte del Pdl, con l'accordo di tutti i gruppi e dello stesso ministro della Gioventù, Francesco Barbato (Idv) ha innescato la miccia. Il deputato Idv ha accusato Meloni di «essere vecchia perché ricorre a una logica di vecchia politica che fa rabbrividire anche Pomicino e Mastella». E il motivo, continua Barbato, «è che Meloni, con questo ddl, vuole finanziare la sua corrente, quella di Alemanno e del suo assessore regionale Lollobrigida che gestirà questi finanziamenti» per le comunità giovanili. A quel punto contro il deputato, a quanto riferito da diversi testimoni, si è scagliata Barbara Saltamartini del Pdl insieme con altre colleghe. Subito sono scattati i commessi a tentare di separare i contendenti, ma c'è stata molta confusione e Barbato ha avuto la peggio. «È stato colpito da un pugno al volto», ha poi riferito il capogruppo dell'Idv Masimo Donadi.

LE REAZIONI - «Non intendo dare la parola a nessuno che intenda intervenire su quanto accaduto. Che è molto grave - dichiara la presidente di turno Rosy Bindi, riaprendo la seduta. - . Rinvio ogni considerazione a una riunione di presidenza e alla capigruppo». Fabrizio Cicchitto si scusa in aula per la reazione di alcuni deputati del Pdl. «Chiedo scusa per alcuni colleghi che hanno reagito in aula», dice il capogruppo. «Lo faccio in primo luogo perché in tutta la mia storia respingo la violenza», spiega, «e in secondo luogo perché alle provocazioni di Barbato si risponde con intelligenza politica». Quanto a Barbato, aggiunge, «ritengo indegno il suo modo di fare politica».

Redazione online
07 luglio 2010






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Busi rifiuta il Premio Bari: è una merda «È anche intitolato al fascista Tatarella»

Corriere del Mezzogiorno

Lo scrittore «offeso» decide di ritirare il suo libro Aaa!
Era tra i finalisti con Fois, Nucci, Trevi e Montanari




«E’ una cosa che mi offende profondamente. Voglio che il mio nome sia immediatamente ritirato». E’ un Busi furioso quello che commenta la sua inclusione nella cinquina di finalisti del «premio Bari» di letteratura. Lo fa lui direttamente, telefonando ai giornali e dettando una irritata e velenosa dichiarazione, che spiega le sue ragioni: «Per iscrivere un libro a un qualsiasi premio letterario ci vuole il consenso dello scrittore: io non ho alcuna intenzione di far partecipare il mio Aaa! ad alcun premio letterario di merda, tantomeno a uno che porta il nome di Tatarella, un fascista almirantiano con la cui memoria non voglio avere nulla a che vedere, sotto l’egida di gente come Pedullà, Bossi Fedrigotti e gli altri componenti di quel comitato catto-fascista che mi ha scelto. D’altronde, se fosse stato catto-comunista sarebbe stato identico il mio rifiuto. Mi sento molto insultato, non solo dal premio, ma dalla mia casa editrice, la Bompiani, che non mi ha consultato in merito. Ho già dato mandato ai miei legali di far cancellare il mio nome dai finalisti del premio».

Aldo Busi era senz’altro il più clamoroso tra i cinque finalisti del premio, presentati ieri nella tarda mattinata. «Un escamotage per dare importanza a un premio di merda», secondo il diretto interessato (che, come sua abitudine, non la manda a dire). Invece, un «membro fondatore» del comitato scientifico del premio come lo scrittore Raffaele Nigro, aveva giustificato la scelta ai microfoni del Corriere in altro modo: «Una scelta un po’ provocatoria. Sono indubitabili le qualità di scrittore di Busi, ma questo certamente non è Seminario sulla gioventù. Però, è una forma di racconto dalla quale emerge il suo disagio in una società così mediatica, nella quale ci sono poteri così forti ma anche così superficiali. Volevamo mettere in mano ai giurati "popolari", gli studenti che poi dovranno decidere il vincitore del premio, un tipo di narrativa diversa dal romanzo di genere». In ogni caso, Nigro confessa di aver «tifato» per Emanuele Trevi, autore per Rizzoli de Il libro della gioia perpetua, altro finalista insieme a Fois, Montanari e Nucci. Ma ricapitoliamo gli eventi di ieri riprendendo il filo del racconto dal momento in cui il comitato scientifico ha annunciato i nomi dei finalisti. A dispetto dei catastrofici annunci delle scorse settimane, quando sembrava che il Premio Città di Bari fosse ormai agonizzante. Nessun rito funebre, dunque, per la manifestazione letteraria voluta e sostenuta a fine anni Novanta da Pinuccio Tatarella e a lui intitolata.

Al contrario, c’è aria di rinnovamento. Già a partire dai nomi del comitato, e poi via via anche nel merito delle candidature, laddove anche la sezione saggistica partecipa da quest’anno alla seconda fase del Premio, con tre titoli sottoposti al giudizio degli studenti universitari e delle scuole superiori, al pari dei cinque libri in gara per la narrativa. Saranno dunque Lucio Villari ( Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento), Sergio Luzzatto ( Bonbon Robespierre) e Riccardo Chiaberge ( Lo scisma) i primi finalisti di questo nuovo corso. Nomi altisonanti, ciascuno a suo modo, per case editrici altrettanto significative: si va da Laterza (che già si aggiudicò il premio nel 2006 con Le due Italie di Claudia Petraccone) per il saggio storico di Villari, a Einaudi per l’insolita biografia di Luzzatto (il protagonista è il fratello di Robespierre) e Longanesi per il viaggio di Chiaberge nel mondo dei «cattolici disobbedienti». Una menzione speciale è poi andata al libro su Gramsci di Pasquale Voza, che non è entrato in terzina, spiega Nigro, un po’ per ragioni di opportunità, visto che è realizzato con il contributo della Regione Puglia, un po’ perché si tratta «di un lavoro sistemativo più che di un saggio provocatorio». Quanto alla narrativa, anche in omaggio all’ordine alfabetico, il primo nome a saltare agli occhi era, ovviamente, quello di Busi.

E quel suo strano titolo Aaa! (Bompiani), assolutamente in linea con il personaggio, stravagante, dissacrante, contro. Marcello Fois accede invece alla finale con Stirpe (Einaudi), prima tappa - ottocentesca - di un’epopea familiare e, potrebbe dirsi, regionale, che l’autore sardo promette di far arrivare fino ai nostri giorni. E’ storia insolita d’un amore «indomabile» quella narrata poi da Raul Montanari in Strane cose, domani (Baldini Castoldi Dalai), mentre a chiudere la cinquina troviamo il recente finalista del Premio Strega, Matteo Nucci: il suo Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie 2010, pp. 217, euro 14.50) è molto caro al presidente di giuria Pedullà, che già lo aveva presentato con entusiasmo ai colleghi di Casa Bellonci. Ma ora, dopo il gran rifiuto di Busi, i giochi si riapriranno.

Rossella Trabace, Fabrizio Versienti
07 luglio 2010




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Omicidio Claps, la famiglia di Elisa: «Quel sottotetto una squallida alcova»

Corriere della Sera

«Giaceva buttata come uno straccio nell'angolo più oscuro, abbandonata da tutti meno da chi le voleva bene»

POTENZA

Il sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza - dove il 17 marzo scorso fu ritrovato il cadavere di Elisa Claps, scomparsa e uccisa il 12 settembre 1993 - «era diventato poco più di una squallida alcova, mentre Elisa giaceva buttata come uno straccio nell'angolo più oscuro, abbandonata da tutti meno da chi le voleva bene e disperatamente la cercava». È uno dei passaggi più duri di una nota diffusa mercoledì da Gildo Claps, fratello di Elisa, a nome della famiglia della ragazza. Claps ha commentato così la notizia, emersa martedì a Roma, del ritrovamento del dna di due uomini su un materasso che era vicino al cadavere e di un altro su uno strofinaccio sequestrato nei locali del centro Newman.

LE BUGIE - Nella nota, Claps ha attaccato con forza il presidente del centro Newman, Rocco Galasso, l'arcivescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo, e don Vagno, il sacerdote brasiliano che avrebbe scoperto il cadavere ben prima del 17 marzo. Gildo Claps ha parlato di «costante e ipocrita difesa della propria immagine, da quella della Chiesa a quella del centro Newman», mentre emerge che «in quella chiesa evidentemente tutto poteva accadere senza che nessuno ne facesse parola. Dal barbaro omicidio agli atti sessuali consumati a pochi metri dai poveri resti di Elisa». La lettera definisce «raccapricciante per nostra madre scoprire che quel sottotetto era diventato poco più di una squallida alcova». Riferendosi a monsignor Superbo, Gildo Claps ha definito una «farsa» il ritrovamento del cadavere il 17 marzo e ha chiesto al presule di «invitare don Vagno e quanti altri sono a conoscenza della verità a compiere un atto di carità cristiana e a squarciare questo sordido velo che ancora ricopre le circostanze della scoperta del corpo». Infine, Claps ha detto chiaramente che «don Vagno ha mentito sul particolare degli occhiali: la perizia lo dimostra inequivocabilmente». Il sacerdote disse di aver preso in mano gli occhiali e di averli riposti vicino ai resti del cadavere ma gli esami hanno dimostrato che le lenti non vennero mai toccate. Inoltre, Claps ha definito «offensivo per noi e per la memoria di Elisa l'equivoco fra cranio e ucraino che è stato causa, a dire del vescovo, dell'incomprensione rispetto ai tempi del ritrovamento. E ancora noi genitori - ha concluso Claps - abbiamo bisogno di essere rassicurati su quello che accade nelle parrocchie per non ritrovarci un giorno a scoprire quello che stiamo apprendendo dopo il ritrovamento del corpo di Elisa». Il fratello della ragazza, che all'epoca della morte aveva 16 anni, ha rinnovato l'appello a tutti a «spazzare via l'ipocrisia e l'omertà che avvolgono questa vicenda. Lo dobbiamo ad Elisa e a ciascuno di noi per non vergognarci di appartenere a questa comunità».

NUOVI ESAMI - Intanto venerdì prossimo la polizia scientifica di Potenza effettuerà nuovi accertamenti nel sottotetto della chiesa della Trinità su richiesta di Eva Sacchi, uno dei periti nominati dalla Procura generale di Salerno, competente sull'omicidio di Elisa Claps. La chiesa è sotto sequestro dall'1 aprile e dal 17 marzo, giorno del ritrovamento del cadavere, è interdetta al pubblico, con sospensione di tutte le funzioni religiose. Nel nuovo sopralluogo gli esperti di ricerca tracce dovranno fare accertamenti sul bottone rosso trovato sotto la salma mettendolo a confronto con l'abito talare del precedente parroco, don Mimì Sabia, deceduto nel 2008. Altri accertamenti riguardano il pavimento del sottotetto e le tegole del tetto per un confronto con delle tracce trovate sotto le suole delle scarpe di Elisa Claps. Per l'omicidio della ragazza la Procura ha emesso un mandato di arresto europeo (Mae) nei confronti di Danilo Restivo, detenuto in Inghilterra per l'omicidio della sarta Heather Barnett. Le autorità inglesi finora non hanno concesso la consegna provvisoria richiesta tramite Eurojust e sembrano intenzionate a non farlo perché ogni 28 giorni notificheranno il mandato a Restivo in videoconferenza. In questo modo il termine dei 30 giorni previsto dalla disciplina del Mae viene volta per volta ri-aggiornato.

Redazione online
07 luglio 2010





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Ecco «il mostro» dei Los Zetas

Corriere della Sera

Il mezzo blindato dei narcotrafficanti messicani viene usato negli assalti a più alto tasso di rischio
i fuorilegge si sarebbero ispirati a veicoli usati nella guerra in iraq
Ecco «il mostro» dei Los Zetas


«Il mostro» dei Los Zetas
«Il mostro» dei Los Zetas
WASHINGTON (USA) - E’ “il mostro” dei Los Zetas. Un camion blindato in modo artigianale dall’organizzazione criminale messicana. Il mezzo, usato durante un assalto in una cittadina della regione di Taumalipas (centro/nord est), è stato però messo fuori uso ed incendiato dopo un feroce combattimento. I meccanici dei Los Zetas lo avevano dotato di protezioni laterali, attorno alla cabina di guida e sul tetto: in questo modo i banditi potevano sparare senza il timore di essere colpiti.
ARMI E MEZZI BLINDATI - Le bande dei narcos ricorrono molto spesso all’uso di mezzi blindati. Di solito grossi Suv americani o giapponesi sui quali sono applicate piastre e vetri speciali. Inoltre installano a bordo mitragliatrici e fucili di precisione – tipo i micidiali Barrett calibro 50 - con i quali ingaggiano gli avversari a lunghe distanze. Ma il camion ha rappresentato una novità: sembra che i Los Zetas si siano ispirati ai veicoli impiegati in Iraq e nella guerra civile nello Sri Lanka. Come ci ha confermato una fonte della sicurezza a Tucson (Arizona), le gang si muovono in lunghe colonne di mezzi che «investono» l’obiettivo da più direttrici: un quartiere rivale, un villaggio, una caserma della polizia vengono presi d’assalto con un intenso tiro. Oppure incrociano i cortei rivali tentando di bloccarne l'avanzata. I miliziani sono armati con Kalashnikov, Ar 15, mitragliette di origine europea e granate. E per potere sostenere conflitti a fuoco prolungati ricorrono - per i loro Ak - a caricatori a tamburo che contengono 75 proiettili. I mitra, in questa configurazione, ricordano quelli dei gangster degli anni ’30 a Chicago. Tra le formazioni criminali i Los Zetas sono considerati tra i più temibili. Il nucleo originale era composto da soldati delle forze speciali passati poi con i narcos. Oggi nelle loro file contano anche ex membri di unità scelte guatemalteche, i «kaibiles». Per lungo tempo i Los Zetas hanno rappresentato il braccio armato del Cartello del Golfo ma se ne sono poi distaccati mettendosi in proprio gestendo traffici di droga, clandestini e petrolio.
Guido Olimpio
07 luglio 2010



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Ercolano, trovati ossa e teschio tra i rifiuti sono le reliquie trafugate di un santo

IL Mattino

ERCOLANO (6 luglio)

Sarebbero reliquie di San Clemente Martire le ossa trovate domenica scorsa tra i rifiuti a Ercolano. Secondo quanto accertato dalla polizia sono state trafugate da una cappella sconsacrata del comune vesuviano, un tempo adibita a chiesa privata, di proprietà della famiglia Vitozzi. Le ossa sono state trovate domenica scorsa in una cassetta di legno rivestita di velluto rosso, contenente un teschio, alcune ossa ed un'ampolla di vetro con all'interno altre reliquie. Dopo il ritrovamento i poliziotti, su disposizione dell'autorità giudiziaria, affidarono le ossa alla facoltà del II Policlinico per i rilievi di medicina legale. Le indagini hanno consentito di risalire alla cappella dove erano contenute e, nel corso di un'ispezione, è stato accertato che la teca di vetro posta sotto l'altare, contenente le reliquie del santo, era vuota. Il proprietario della cappella si è accorto solo grazie all'intervento delle forze dell'ordine che il lucchetto della porta d'ingresso della cappella era stato forzato e che le reliquie erano state trafugate. Sono ora in corso indagini per identificare l'autore del furto.




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Cinquant'anni fa i morti di Reggio Emilia

La Stampa

Oggi i familiari chiedono la revisione del processo



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7 maggio 1960, morti in piazza a Reggio Emilia

FRANCO GIUBILEI

Quella del 1960 fu un’estate di fuoco e di piombo. Era in carica il governo Tambroni sostenuto dal Movimento sociale e nelle piazze italiane scoppiava la protesta: il 30 giugno c’era stata la rivolta di Genova contro l’annunciato congresso del Msi, il 5 luglio a Licata la polizia aveva sparato uccidendo una persona e ferendone altre ventiquattro, il 6 luglio a Roma le forze dell’ordine avevano caricato un corteo antifascista con la cavalleria. Il 7 luglio a Reggio Emilia l’episodio più tragico: la manifestazione indetta dal sindacato viene repressa nel sangue dal reparto celere, sul selciato della piazza principale restano i cadaveri di cinque operai. Lauro Farioli aveva 22 anni, Ovidio Franchi 19, Marino Serri 41, Afro Tondelli 36 ed Emilio Reverberi 39. Oggi i familiari chiedono la revisione del processo che si era chiuso nel 1964 davanti alla corte d’assise d’appello di Milano con l’assoluzione con formula piena del vicequestore Giulio Cafari Panico e dell’agente Orlando Celani (per insufficienza di prove), accusato di aver sparato ad Afro Tondelli. Ad appoggiarli ci sono la Cgil di Reggio, l’Anpi e, per l’assistenza legale, l’avvocato Ernesto D’Andrea. La sera del 6 luglio 1960, la Cgil reggiana proclama uno sciopero cittadino per protestare contro le violenze del governo Tambroni. La prefettura della città emiliana però nega l’autorizzazione alla manifestazione pubblica, vietando gli assembramenti in piazza e concedendo solo lo spazio chiuso della Sala Verdi, capienza solo 600 posti.

L’indomani invece sono migliaia le persone che vogliono assistere al comizio del segretario della Camera del lavoro Franco Iotti, così un gruppo di circa 300 operai delle Officine meccaniche reggiane decide di riunirsi davanti al monumento ai caduti. Alle 16,45 cominciano le cariche del reparto celere, con le camionette lanciate contro i manifestanti, i lacrimogeni e i getti degli idranti. Di fronte alla resistenza degli operai, alle sassate e ai tavolini dei bar scagliati contro di loro, i poliziotti imbracciano le armi da fuoco e sparano. Il primo a cadere è Lauro Farioli, colpito al petto da una raffica di mitra. Poi è la volta di Marino Serri, ex partigiano, raggiunto dalle pallottole mentre cerca di aiutare il ragazzo. Ovidio Franchi, la vittima più giovane, si prende un proiettile all’addome mentre cerca di spostare una staccionata per far passare un’ambulanza. Emilio Reverberi, ex partigiano, viene falciato da una raffica di mitra quando si affaccia su piazza Cavour (oggi piazza Martiri del 7 luglio) da una strada laterale, Afro Tondelli, anche lui un passato nelle formazioni partigiane, viene ucciso da un poliziotto che viene visto da testimoni mentre estrae la pistola, si inginocchia, prende la mira e fa fuoco.

Nel cinquantennale della giornata più drammatica dell’estate 1960, Istoreco (Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea di Reggio Emilia), Cgil e Comune hanno organizzato una serie di commemorazioni, convegni di approfondimento e mostre dedicati all’episodio che ispirò anche una famosa canzone di lotta, “Per i morti di Reggio Emilia”, scritta da Fausto Omodei.






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Prof migliore d'Italia: disoccupato

La Stampa

La Gelmini lo premierà come "docente dell’anno"
ma è precario e quindi resta senza cattedra




FRANCESCO MOSCATELLI
INVIATO A UGGIATE (Como)

È il professore più bravo d’Italia. È rimasto senza lavoro anche quest’anno. Si chiama Luca Piergiovanni, ha 37 anni, e insegna(va) italiano alle medie «G.B. Grassi» di Uggiate-Trevano, in provincia di Como. Una settimana fa, mercoledì 30 giugno, ha ricevuto questa mail: «Gentile collega, a nome del presidente nazionale dell’Anp (l’Associazione nazionale Dirigenti e Alte professionalità della Scuola), ti esprimo vive congratulazioni per il tuo successo nell’aggiudicazione del premio “Docente dell’anno”». Le motivazioni? «Per il tuo impegno nell’innovazione didattica attraverso l’uso delle tecnologie».

Un trionfo. Peccato che lo stesso giorno sia scaduto il suo ennesimo contratto a termine.
Luca è un professore del 2010. Di quelli che danno del tu al computer. Da un paio d’anni, quando si parla di «strategia delle tre i», lui e i suoi studenti girano l’Italia per spiegare agli altri come si fa: hanno vinto il premio «A scuola di innovazione» del Ministero dell’Istruzione, hanno partecipato al «Forum della Pubblica amministrazione» di Roma, al «Toscana Lab», hanno esportato in Lombardia i corsi di alfabetizzazione informatica per anziani e hanno aperto un sito internet multimediale dedicato alla musica e alla letteratura (www.chocolat3b.podomatic.com). Idee e progetti che andrebbero valorizzati. E che invece hanno il respiro corto del precariato.

«All star» color fucsia ai piedi, e piercing d’acciaio sotto il labbro, Luca apre la porta della sua casa di Valmorea, un minuscolo comune incollato alla Svizzera, e, nonostante si sia appena iscritto per la quinta volta al centro per l’impiego, prova a sorridere. L’appartamento, in affitto a 400 euro al mese (spese e bollette escluse), stona decisamente con il suo look: le pareti sono rivestite con una vecchia carta da parati grigia, i mobili sono di mogano scuro. «Vivo qui da cinque anni, ma sono sempre sul punto di traslocare - spiega Luca, sfoderando un fortissimo accento toscano - . Il mio posto è stato tagliato e a settembre non so se potrò insegnare e nemmeno dove mi spediranno». Originario di Arezzo, laureato con 110 e lode in Lettere a Perugia, Luca aveva tentato la carriera accademica. «Dopo due pubblicazioni scientifiche, tante pacche d’incoraggiamento e tre anni di tira e molla, ho deciso di frequentare i corsi di abilitazione all’insegnamento - ricorda -. Dalle mie parti, però, trovare un posto era impossibile. Nemmeno una supplenza.

E dire che c’era una scuola media proprio a cento metri da casa mia. Per non cadere in depressione, a 32 anni, sono tornato al mio lavoro del liceo: il disc jockey. Facevo 3 o 4 serate a settimana: dance anni ’70-’80, house, musica latina. Per campare ho fatto di tutto: il karaoke sulla riviera romagnola e il barman alle feste cubane. Quando ho ricevuto una proposta da Como mi è sembrato di rinascere».

Il rosario, in realtà, era appena iniziato. «Nel 2005 ho avuto un contratto completo fino al 31 agosto - spiega -. A partire dall’anno successivo, però, le cose sono peggiorate: ogni anno una scuola diversa, contratti in scadenza il 30 giugno e pochissime ore di lezione a settimana». Lo stipendio? Ottocento euro al mese, compresi i consigli di classe, i colloqui con i genitori e la correzione dei compiti. Quest’anno ha toccato il fondo con uno «spezzone orario»: due classi, dodici ore a settimana. Per raggiungere quota 18 ore e lo stipendio base di 1300 euro al mese si è dovuto inventare alcuni corsi pomeridiani. «Intendiamoci: non sono un martire. Ma quando sento parlare di fannulloni mi viene da piangere - continua Luca -. Ci sono altre migliaia di persone, anche più anziane di me, nelle mie stesse condizioni.

Ci chiamano ragazzi, ma mi sembra assurdo che a 37 anni uno non possa pensare di crearsi una famiglia. Mi hanno detto che alle premiazioni per il “Docente dell’anno” ci sarà il ministro Gelmini. Sto preparando una lettera da consegnarle: com’è possibile che in Italia il merito e l’impegno non paghino mai?». Fuori dalla finestra del salotto svetta il monte Generoso, che divide l’Italia dalla Svizzera. «Chissà dove finisco dopo le vacanze. Alla mia ragazza hanno offerto un posto dall’altra parte del confine. Quasi quasi ci vado anch’io. Se rimango qui, rischio di trovarmi ancora a fare il dj alle feste cubane. Altro che figlioli».




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Il “caro estinto” si anima: al posto delle ceramiche arrivano foto e filmati digitali

Il Messaggero

 
di Marco Giovannelli

ROMA (5 luglio) - L’elettronica entra nei cimiteri. E se è abbastanza frequente vedere sulle cappelle piccoli pannelli solari per alimentare la luce perpetua al posto dei tremolanti lumini, presto potremmo vedere anche le “digital frame” (le cornici fotografiche elettroniche) sostituire le foto in ceramica del caro estinto. Il romano Toni Paolombi (esperto di sicurezza, una specie di super bodyguard) ha ideato e brevettato un sistema per animare le foto cimiteriali.

«Non l’hobby dell’elettronica ma 18 anni fa ho perso mia madre e davanti a me avevo solo un’immagine fissa e una fredda lastra di marmo - ricorda Toni -. Non avevo più belle sensazioni. Ero sempre più triste e quattro anni fa ho cominciato a pensare a qualcosa di diverso per ricordarla».

Toni racconta delle ore trascorse in internet a cercare “qualcosa” che lo potesse aiutare. «Programmi per animare le foto ne ho trovati tanti ma mancava sempre il supporto ideale per tradurre in realtà i miei progetti. Poi in commercio sono stati messi i digital frame e ho pensato che potevo unire tutte le mie idee».

Il primo passaggio è stato superare la difficoltà dell’alimentazione e ora ci sono due modelli della cornice elettronica funeraria: uno a batteria garantito per 4 anni di funzionamento continuo (ideali per le tombe a terra) e uno alimentato a corrente corredato da un piccolo trasformatore. Il secondo passaggio è stato l’utilizzo reale dell’apparecchio che, con una scheda di memoria fino a 4 giga byte, oltre alle foto può gestire piccoli filmati. «Il prototipo l’ho testato sulla lapide di mia madre e sono quasi due anni che funziona perfettamente. E’ incastrato nel marmo perché l’apparecchio ha una profondità di 2,5 centimetri e protetto dalle intemperie con un cristallo siliconato. Sono soddisfatto e ora ho un’immagine diversa di mia madre. I costi? Per ora c’è il brevetto, non sono un industriale e comunque non mi interessa arricchirmi ma dare un ricordo migliore delle persone care che abbiamo perso».




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Dall'Europa al Maghreb, i viaggi delle spose bambine

La Stampa

Le ragazze cresciute in Occidente vengono portate nei Paesi d’origine e consegnate ai mariti scelti dalle famiglie



DOMENICO QUIRICO
CORRISPONDENTE DA PARIGI

Zhara è una di quelle madonne berbere arcanamente belle, un poco selvagge. Ha 17 anni, era felice quando contava lo scorrere dei mesi e si accorgeva che luglio si avvicinava: sarebbe partita in vacanza, tornava nel Maghreb dei suoi avi. Che importava se lì il caldo ti fascia come un turbante e il sole è presente in tutte le cose. Sì, la Francia, l'Essonne a due passi da Parigi è la sua nuova patria, il luogo dove è nata. Ma il Maghreb è un ricordo incantato, vagante in una dolce esitazione che rende la vita a ciò che fu. Dove si vive con poco, non si esce dal Corano e dal deserto. Le parole le fuggono dalla bocca come la farina da un sacco quando parla di quella terra. Poi le passa per il volto come un temporale.

Quando racconta che i suoi genitori le annunciarono che quella era una vacanza speciale, i parenti le avrebbero presentato “un cugino” che doveva sposarla. Era già tutto deciso dalle famiglie, nessuna paura: avevano controllato, era un giovanotto che andava bene per lei, sarebbe stata felice. Nel bene e nel male, per sempre. Era la tradizione, nel serpente di cemento dove vive la sua famiglia buona parte delle ragazze della sua età si sono sposate così: durante le vacanze. E poi Zhara cominciava ad essere vecchia, rischiava di non trovare nessuno che la accettasse. I matrimoni nel Maghreb si celebrano quando le spose hanno 12, 13 anni. E la pazienza è stata inventata per i poveri.

«Io non lo volevo questo cugino, non l'avevo mai visto, - sillaba con il cruccio che il tempo non ha cancellato - io ho un ragazzo, era mostruoso che i miei genitori volessero impormi una cosa del genere».
Zhara ha avuto fortuna, ha incontrato le donne del collettivo Femmes relais che si battono contro i matrimoni forzati. Invece di andare all'aeroporto con il padre, ha bussato alla porta della associazione che l’ha inviata in un centro di accoglienza. Poi è iniziata la lunga, aspra trattativa con i genitori. Quando si sono rassegnati, è tornata a casa.

Non tutte hanno la stessa fortuna. Fatouma, studentessa senegalese, espansiva, esuberante, esclamativa come la ricordano le compagne: partita per le “vacanze”, sposata a forza non è mai ritornata. Su di lei la legge «di quello che tutti sanno ma nessuno osa denunciare» si è chiusa definitivamente.
Si calcola che ogni anno settantamila adolescenti francesi tra i dieci e i 18 anni siano costrette a questi estivi matrimoni forzati. Vengono affidate contro la loro volontà a uomini incruditi dalla idea di esser padroni di vita di morte e di lussuria su quelle donne. Spesso il loro matrimonio è stato deciso quando erano appena nate, «per dar loro il tempo di amare l'uomo che dovevano sposare», spiegano i genitori, pacatamente implacabili.

La statistica ci restituisce il terribile contorno numerico del fenomeno, tipico dell’estate alla fine delle scuole. Ma non racconta il suo nucleo più feroce: gli stupri, le violenze, le botte che vengono utilizzate per strappare il consenso alle ragazze. E poi le umiliazioni di una vita quotidiana senza affetto, la depressione, spesso il suicidio.

La tradizione ha resistito alla emigrazione, al tumultuoso mutare delle abitudini e dei costumi. Nella “cité” non puoi sgarrare: disobbedire al padre o al fratello maggiore è impossibile e pericoloso. I genitori, spesso in assoluta innocenza, confessano di agire così per assicurare il bene dello loro figlie, per difendere la tradizione e la cultura di origine. Un definitivo atto di resistenza contro l’integrazione fatto sul corpo di queste adolescenti. La maggior parte delle ragazze accettano di salire sull’aereo pur sapendo che possono rifiutare, che c'è una legge che punisce i matrimoni forzati. Ma non si può vivere nelle banlieu se sei ribelle. La educazione della République, laica e femminista, è una scorza sottile, sotto pulsa e prevale quella che impone il rispetto degli avi e soprattutto la obbedienza assoluta al padre.

In origine era la abitudine delle famiglie arrivate dal Maghreb, dal Senegal e dal Mali. Ora si sta estendendo alle comunità pachistana, turca, delle Comore, ai vietnamiti. E non riguarda solo le ragazze. Le famiglie obbligano al matrimonio anche i ragazzi quando scoprono che sono omosessuali o dediti alla droga: un modo per salvare le apparenze, per sottrarli alle chiacchiere assassine della “cité”.







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Santoro perde la causa: voleva far chiudere un giornale romagnolo

di Paolo Bracalini

Roma

Rai per una notte, e direttore della Rai per un pomeriggio. Ma non era lui la vittima sacrificale di diktat e editti? Adesso invece è Michele Santoro a farli, direttamente e in persona, investendo presidenti di garanzia o giornali di provincia, rei di lesa maestà (ovviamente la sua). L’ultimo ultimatum è per Paolo Garimberti, l’ineffabile presidente Rai, cui Santoro ha scritto con la consueta grazia una simpatica letterina che contiene il seguente ordine: riferire al direttore generale che lui andrà in onda a settembre, cascasse il mondo, dopo le meritate vacanze nella nuova villa di Amalfi. E che si sbrigasse, questo signor presidente, e provvedesse immantinente a far togliere quell’odioso punto di domanda vicino al nome Annozero, nei palinsesti autunnali. Che si mettesse un punto e basta, comanda Santorescu, al limite un punto esclamativo. Non bastasse nemmeno questo, il giornalista ricorda quel che sanno benissimo gli uffici legali e la direzione generale Rai - ah, se lo sanno -, e cioè che «Annozero è in onda grazie a una sentenza del giudice confermata in Appello e che chiunque ne ostacolerà la regolare programmazione sarà personalmente responsabile». Garimberti avvisato, mezzo salvato.

Forte della sentenza e di uno share invidiabile, pompato dall’aura di martirio in cui è maestro, è Santoro che comanda il presidente Rai, è lui che si autorinnova il mandato televisivo includendo se stesso nei programmi dell’anno a venire. Con un tono perentorio che i suoi collaboratori conoscono benissimo, a meno di non far parte della «Cupola», come in Rai chiamavano il cerchio ristretto dei fidati di Don Michele. Sembra di indovinare, nel campione dell’antibavaglio Santoro, un ego talmente vasto da farli sopportare male le decisioni avverse o le critiche. Infatti, lui paladino dell’informazione urticante e scomoda, appena può querela i giornali. Poi però, come ricorda lui alla Rai, ci sono le sentenze. E non sempre vanno nel verso sperato.

Come quest’ultima, fresca di qualche giorno, località Rimini. Il tribunale della città romagnola ha appena rigettato l’atto di citazione fatto da Santoro quattro anni fa contro La Voce di Romagna, condannando l’anchorman a pagare le spese legali. La vicenda è esemplare per gli studiosi del santorismo, perché si vede - lo rileva il giudice - come Santoro applichi un metro diverso per sé e per gli altri giornalisti. Tutto parte da una puntata di Annozero del 2006, su San Marino, l’evasione fiscale, la bella vita dei furbetti, sparsi tra il Titano e Rimini, piccola capitale - nella vulgata santoresca - del briatorismo in salsa romagnola: tutti con lo yacht, tutti habitué del paradiso fiscale a due passi da casa. Normale che qualcuno si offendesse, e infatti è successo, tanto che la Voce di Romagna ha replicato facendo il verso a Santoro: se tutti in Riviera sono furbetti dall’evasione facile, Don Michele è uno di noi. E perché? Presto detto. Succede che la consorte di Santoro, la signora Sanya Podgayansky, sia figlia della seconda moglie di Iliano Annibali, famoso imprenditore della zona, proprietario di uno yacht, di una lussuosa villa a Covignano e con ottimi rapporti con San Marino.

Insomma l’identikit perfetto del generico j’accuse santoriano ad Annozero. Una provocazione (meglio, «una operazione speculare a quella utilizzata da Annozero» scrive il giudice), che però Santoro aveva preso malissimo, citando in giudizio l’editore (Giovanni Celli, fratello dell’ex direttore generale Rai, una maledizione proprio...) e il direttore, con una richiesta di risarcimento danni esorbitante: 6 milioni e 200mila euro. La Voce aveva anche raccontato altri dettagli del Santoro in versione romagnola: i suoi soggiorni al Gran Hotel di Rimini (simbolo del lusso in Riviera), i lavori di ristrutturazione di una villa vicina a quella del suocero Annibali, sul colle di Covignano. Quanto basta per far infuriare il difensore della libera stampa e fargli chiedere il bavaglio per i presunti diffamatori. Il tribunale di Rimini però gli ha dato torto, e il 26 giugno ha stabilito che «gli scritti, nel loro complesso, non hanno travalicato il limite connesso all’esercizio del diritto di critica, ricorrendo all’esposizione di un fatto sostanzialmente vero». Chi di sentenza colpisce, di sentenza perisce.




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L’Idv si schiera con il mafioso pur di processare Mantovano

di Anna Maria Greco

Roma

Per il caso Spatuzza l’Italia dei valori chiede la testa di Alfredo Mantovano. Dopo aver fatto fuoco e fiamme per avere un’audizione in Commissione antimafia del sottosegretario agli Interni, le opposizioni la trasformano in un processo al presidente della Commissione ministeriale che ha negato al pentito di mafia il programma speciale di protezione. E mentre il gruppo Pd abbandona la seduta sostenendo di non avere avuto i documenti «indispensabili» per valutare la decisione, il partito di Antonio Di Pietro afferma che Mantovano è «inadeguato» a rimanere alla guida dell’organismo ministeriale per i pentiti. «In quel ruolo - dice Luigi Li Gotti - è depositario di tanti segreti delicati sulle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, ma ha dimostrato di fare un uso politico e strumentale della legge». Fa una certa impressione vedere che l’ex pm di Mani Pulite e i suoi, pur di sostenere le loro tesi, si schierino a difesa di un pentito di mafia.

La seduta a Palazzo San Macuto è movimentata. Il Pd non vuole che Mantovano parli, insiste per consultare i testi delle dichiarazioni fatte dal pentito a tre procure, Palermo, Caltanissetta e Firenze, per verificare se davvero Gaspare Spatuzza ha fatto dichiarazioni «a rate» e la sua attendibilità è inquinata dalle rivelazioni sui rapporti mafia-politica al processo Dell’Utri, arrivate 6 mesi dopo lo scadere del termine fissato per legge dei 180 giorni. Questo, per la Commissione ministeriale, giustifica il no all’inserimento del pentito nel piano speciale di protezione. «Secondo le nostre informazioni - spiega Giuseppe Lumia del Pd - dai verbali risulta invece che i riferimenti a rapporti di politici con la mafia sono stati fatti già prima dello scadere del termine». Il Pd chiede anche i verbali del dibattito nella Commissione ministeriale, sostenendo che ci sono stati contrasti interni e ne vuole capire le ragioni. I documenti non ci sono e prima che Mantovano inizi a parlare tutto il gruppo si alza ed esce. Il sottosegretario risponderà poi che solo le procure possono decidere se consegnare i verbali all’ Antimafia o se è necessario proteggerne il segreto. Quanto ai lavori della Commissione ministeriale, è tutto secretato, addirittura i nomi dei componenti. «È singolare - dice Mantovano - che il Pd contesti a me il “reato” di mancata violazione del segreto di indagine».

I rappresentanti dell’Idv rimangono alla seduta e Li Gotti sferra un attacco durissimo. Contesta a Mantovano lo stesso calcolo dei 180 giorni, facendolo partire non dalle prime dichiarazioni di Spatuzza, il 26 giugno 2008, ma dal momento in cui firma nel verbale «illustrativo» l’impegno a parlare su determinati temi, il 18 dicembre 2008. Sei mesi che fanno la differenza per far dire all’Idv che le dichiarazioni del pentito su Dell’Utri e Silvio Berlusconi non sono affatto «tardive».
La reazione è durissima. Mantovano non ha dubbi e dorme «sonni tranquilli» di fronte alla richiesta di dimissioni. «Stento ancora a credere che un professionista del calibro dell’avvocato Li Gotti faccia tanta confusione sul termine iniziale della collaborazione di un “pentito”. La legge lo fa decorrere dal momento in cui il dichiarante “manifesta la volontà di collaborare”; lui lo sposta invece alla sottoscrizione del “verbale illustrativo”, che si colloca alla fine dei 180 giorni. Insomma, per l’illustre penalista, Spatuzza avrebbe potuto parlare per 5 anni, poi firmare il verbale e quindi avere ancora 6 mesi a disposizione!».



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Santoro sfida la Rai : «In onda a settembre, basta ostruzionismo»

Corriere della Sera

«Togliere sul palinsesto il punto interrogativo che ci riguarda sbloccando tutte le procedure aziendali»
Lettera a Garimberti
Santoro sfida la Rai : «In onda a settembre, basta ostruzionismo»


Michele Santoro
Michele Santoro
ROMA — Primo punto, molto chiaro (secondo l'autore della lettera, cioè Michele Santoro): «Annozero» tornerà in onda il 23 settembre su Raidue. Secondo punto: non ci sono più trattative, quindi bisogna «togliere i punti interrogativi dal palinsesto superando un incomprensibile ostruzionismo». Lo scrive Santoro in una lettera inviata a Paolo Garimberti, presidente della Rai, che ieri ha deciso di non replicare.
Scrive comunque Santoro: «Ho atteso a lungo e invano indicazioni chiare per "Annozero", per me e la mia squadra. Ma è evidente a tutti che le scelte editoriali della Rai non dipendono solo dalla valutazione del prodotto, dalle attese degli spettatori, dalle esigenze degli investitori pubblicitari e, più in generale, dagli interessi del servizio pubblico. "Annozero" è al primo posto tra i programmi della nostra azienda per rapporto costo-ricavi ma il consiglio d'amministrazione non ha ritenuto nemmeno di rispondere alla nostra precedente lettera». Michele Santoro non fa giri di parole e spiega poi a Garimberti: «Le ho scritto per chiederle di comunicare al Direttore generale che Michele Santoro, dopo un anno di duro lavoro, se ne va in vacanza e tornerà a fine agosto per fare "Annozero" che andrà in onda a partire dal 23 settembre. Sarebbe utile quindi provvedere cortesemente a togliere dal palinsesto il punto interrogativo che ci riguarda sbloccando tutte le procedure aziendali attualmente oggetto di un incomprensibile ostruzionismo».
Di fatto Santoro accantona per sempre l’ipotesi di una trattativa con Mauro Masi per la sua uscita dall’azienda e chiede pubblicamente (e polemicamente) a Garimberti di spiegare al direttore generale che la sua trasmissione tornerà regolarmente in onda: «Le ricordo che "Annozero" è in onda grazie ad una sentenza del giudice confermata in appello e che chiunque ne ostacolerà la regolare programmazione ne sarà personalmente responsabile». Visto che Garimberti non ha replicato, è probabile che se ne discuterà in Cda, convocato per oggi. E ieri chi è vicino a Masi assicurava che oggi il direttore generale dovrebbe chiarire il futuro del conduttore di «Annozero». Un altro consiglio di amministrazione è previsto per giovedì. In programma le nomine per le consociate. Giuliano Urbani non dovrebbe più presiedere la Sipra, come era stato immaginato, ma la Newco Rai International dove Claudio Cappon sarà amministratore delegato. Alla presidenza Sipra dovrebbe restare Roberto Sergio con amministratore delegato Aldo Reali e Nicola Sinisi alla direzione generale. A Rai Cinema Franco Scaglia presidente con Paolo del Brocco amministratore delegato e un solo direttore generale, non due come ipotizzato.
Paolo Conti
07 luglio 2010



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Caso Claps, trovato Dna di due uomini tra reperti del sottotetto della Chiesa

Corriere della Sera

Estratto da residui di sperma isolati su un materasso.
Un terzo Dna da residui trovati in uno strofinaccio

ROMA - Tra i numerosissimi reperti sequestrati nel sottotetto e nei locali attigui della Chiesa della Trinità di Potenza, dove il 17 marzo scorso è stato ritrovato il cadavere di Elisa Claps, è stato isolato dai periti nominati dal gip di Salerno il Dna di due diverse persone di sesso maschile. Lo ha riferito martedì ai consulenti delle parti, nel corso di un incontro che si è svolto a Roma - secondo quanto apprende l'Ansa - il professor Vincenzo Pascali, Direttore dell'Istituto di medicina legale dell'Università cattolica di Roma, che coordina un gruppo di periti.
IL TERZO DNA - Due diversi Dna sono stati estratti da residui di sperma isolati su un materasso che era nel sottotetto, un terzo Dna da residui di sperma trovati in uno strofinaccio sequestrato nei locali del centro culturale Newman, che ha sede nei locali della canonica sottostanti al sottotetto. Due dei Dna - uno proveniente dai residui isolati dal materasso, l'altro da quelli dello strofinaccio - sono risultati sovrapponibili e, dunque, di una stessa persona.
Claps, i confronti fotografici della perizia

Il terzo Dna è risultato diverso dai primi due, e, dunque, di un'altra persona. I due Dna saranno confrontati nei prossimi giorni con quello di Danilo Restivo, unico indagato per il delitto di Elisa Claps e detenuto nel Regno Unito per l'omicidio di una sarta inglese. Il materiale genetico di Restivo sarà estratto da oggetti personali sequestrati dalla polizia inglese, rimasti finora sigillati e aperto oggi in presenza dell'avvocato Mario Marinelli, legale del'indagato. Restivo, infatti, in assenza del suo legale, non aveva voluto sottoporsi a prelievo di sangue o saliva al momento dell'arresto. (fonte: Ansa)




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