martedì 6 luglio 2010

La Regina Elisabetta tira la cinghia

Il Tempo

Diminuite del 12 per cento le spese di Buckingam Palace nel 2009.
Ridotti viaggi e acquisti superflui.
Venduto l'elicottero reale.
La monarchia costa a ogni inglese 62 centesimi di sterlina.



La Regina Elisabetta rischia la bancarotta e così tira la cinghia. Buckingham Palace ha tagliato i costi legati agli impegni di Stato nel corso dell'anno passato del 12,2%, per un totale di 38,2 milioni di sterline. Il che equivale a un risparmio netto, rispetto all'anno precedente, di oltre 3 milioni di sterline. Basta restauri ai palazzi reali, acquisti superflui e persino voli aerei. Come tutti i suoi sudditi anche sua maestà Elisabetta d'Inghilterra è costretta a tirare la cinghia e fare i conti con le turbolenze economiche. Stando ai dati pubblicati da Buckingham Palace la corona inglese ha tagliato dell'8 per cento le proprie spese nel 2009. A ogni cittadino inglese nel 2009 la monarchia è costata 62 centesimi di sterlina, circa poco più di 80 centesimi di euro.

Nonostante questi risparmi, senza l'aumento richiesto dai Windsor la regina prosciugherà i propri risparmi nel 2012, in occasione dei suoi 60 anni di regno per i quali si prevedono sin da ora festeggiamenti all'insegna del risparmio. A rivelarlo sono i commercialisti della Regina, che hanno pubblicato in dettaglio le spese effettuate dal monarca per sostenere i suo doveri di capo dello Stato. «La famiglia reale - ha detto Sir Alan Reid, tesoriere della Regina - è più che consapevole del difficile clima economico attuale e ha gia preso misure per ridurre le spese in termini reali nel corso del 2009 del 2,5%». Ordinaria amministrazione a parte, il risparmio è stato ottenuto grazie alla riduzione dei viaggi di Stato - Elisabetta ha 84 anni e il principe Filippo quasi 90 - e alla vendita dell'elicottero della Regina. L'annosa questione della manutenzione dei palazzi reali, motivo di frizione tra il monarca e il governo, quest'anno è poi passato in sordina. «I finanziamenti per la gestione del patromonio immobiliare verranno ridotti quest'anno di altri 0,5 milioni di sterline», ha proseguito Reid. «Continueremo a monitorare la situazione - ha concluso - e si spera che la manutenzione essenziale possa essere affrontata sul lungo periodo».

I costi per i servigi resi al Paese dal monarca in quanto capo dello Stato vengono pagati dal governo britannico in virtù di un accordo che risale al diciottesimo secolo. Detto questo, Elisabetta II ha ovviamente un suo reddito privato, che viene regolarmente tassato ma non reso pubblico. Ad ogni modo, nel rendiconto annuale presentato da Sir Alan Reid figurano anche i costi affrontati da Carlo, principe di Galles, e Andrea, duca di York. Che nel tempo si è guadagnato il nomignolo di «Airmiles Andy» visto il gran numero di chilometri percorsi per svolgere il suo ruolo di ambasciatore del commercio del Regno Unito.


John Voice

06/07/2010





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Brennero, Coldiretti contro il latte "contraffatto"

di Redazione

Protesta di Coldiretti al valico del Brennero: ogni giorno in Italia arrivano 3,5 milioni di litri di latte straniero che poi diventa "italiano" all'insaputa dei consumatori.

Il ministro dell'Agricoltura: "Un significato particolare dopo lo scandalo delle mozzarelle blu"


 
 
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Bolzano

Ogni giorno, dalle frontiere italiane passano 3,5 milioni di litri di latte sterile, semilavorati, cagliate e polveri di caseina per essere imbustati o trasformati industrialmente e diventare magicamente mozzarelle, formaggi o latte italiani, all’insaputa dei consumatori. È quanto ha denunciato il presidente della Coldiretti Sergio Marini al valico del Brennero dove migliaia di allevatori e coltivatori provenienti dalle diverse regioni stanno manifestando a difesa del Made in Italy dopo lo scandalo della mozzarella blu prodotta in uno stabilimento tedesco e venduta con nomi italiani come "Fattoria Paradiso". In Italia secondo i dati elaborati dalla Coldiretti sono arrivati nel 2009 ben 1,3 miliardi di litri di latte sterile, 86 milioni di chili di cagliate e 120 milioni di chili di polvere di latte di cui circa 15 milioni di chili di caseina.

Complessivamente in Italia sono arrivati 8,8 miliardi di chili in equivalente latte (fra latte liquido, panna, cagliate, polveri, formaggi, yogurt e altro) utilizzati in latticini e formaggi all’insaputa dei consumatori e a danno degli allevatori perchè non è obbligatorio indicare la provenienza in etichetta. Il 68 per cento del latte importato viene da Germania, Francia e Austria, ma è rilevante anche la quota da paesi dell’est come la Polonia (5 per cento), la Lituania (3 per cento), la Slovenia (3 per cento) e l’Ungheria (3 per cento). Si utilizza anche moltissima cagliata congelata (un semilavorato industriale) proveniente da paesi lontani come la Lituania che nel 2009 ha aumentato le importazioni verso il nostro paese del 20 per cento rispetto anno 2008.

Latte, tre cartoni su quattro sono italiani

Considerando una produzione nazionale di 10,9 miliardi di chili, la Coldiretti stima che tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia sono stranieri mentre la metà delle mozzarelle in vendita sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero, ma nessuno lo sa perchè non è obbligatorio indicarlo in etichetta. Le cagliate congelate da impiegare nella produzione di mozzarelle arrivano principalmente da Lituania, Ungheria, Polonia, Germania, ma la loro presenza non viene indicata in etichetta perchè non è ancora obbligatoria l’indicazione di origine. Oltre ad ingannare i consumatori, si tratta di una concorrenza sleale nei confronti dei produttori che utilizzano esclusivamente latte fresco, perchè per produrre un kg di mozzarella "tarocca" occorrono 900 grammi di cagliata dal costo di meno di 3 euro/kg, mentre il prezzo al pubblico di un kg di mozzarella vaccina di qualità non può essere inferiore ai 6/7 euro/kg. Le stalle italiane peraltro sono le più controllate e ci sono circa 6000 veterinari contro i mille della Francia, con una media di un controllo ogni 5/6 giorni. 

Etichetta di origine territoriale

Tra gli obiettivi della mobilitazione presentati dal Presidente della Coldiretti Sergio Marini ci sono: Rendere obbligatoria l’indicazione in etichetta dell’origine territoriale del latte a lunga conservazione e di quello impiegato per le produzioni casearie. Rendere obbligatoria l’indicazione nell’etichetta dei formaggi, come le mozzarelle e i latticini, delle sostanze diverse dal latte quali le cagliate prelavorate utilizzate come ingredienti nonchè la loro origine territoriale. Vietare l’uso di caseine, caseinati e proteine concentrate del latte nella fabbricazione dei formaggi. Rendere pubblici i dati relativi alle ditte di destinazione delle importazioni di latte dall’estero attraverso internet. 

Galan: "Protesta contro la cattiva qualità" 

"Sono salito al Brennero per partecipare alla grande protesta della Coldiretti volta a far conoscere all’opinione pubblica italiana quali sono quantità e qualità di ciò che viene quotidianamente immesso nel sistema di distribuzione agroalimentare del nostro Paese. Non si può non rimanere impressionati osservando decine di tir che trasportano in Italia carne, pasta, prosciutti, formaggi ecc. importati nel nostro Paese secondo quanto previsto dalle normative comunitarie. Questa manifestazione però ha assunto un significato particolare, perchè è di poche settimane fa lo scandalo delle cosiddette mozzarelle blu. Molte cose non hanno funzionato a dovere a questo proposito. Non hanno funzionato in Germania e non hanno funzionato in Italia, se è vero come è vero che l’allarme è stato dato da una nostra consumatrice". Lo ha detto il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Giancarlo Galan. "Davanti alla gente che vive e lavora di agricoltura e nell’agricoltura ho rinnovato - ha aggiunto Galan - l’impegno a far sì che sia approvata al più presto dalla Camera dei deputati la legge sull’etichettatura, strumento indispensabile se vogliamo tutelare la salute dei nostri concittadini e i nostri prodotti. È proprio di questo che ho parlato ieri con il Presidente Silvio Berlusconi, da me rassicurato rispetto ai tempi di approvazione della legge, che di fatto è al centro della civile protesta in corso al Brennero". 





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Prezzo record per il «Vieuxtemps Guarneri», violino da 14 milioni

Corriere della Sera

Realizzato nel 1741 dal liutaio cremonese, sarà venduto dalla Bein & Fushi di Chicago

STRUMENTI

Prezzo record per il «Vieuxtemps Guarneri», violino da 14 milioni


Il «Vieuxtemps Guarneri»
Il «Vieuxtemps Guarneri»
CHICAGO

È stato ribattezzato la «Monna Lisa dei violini» e nei prossimi giorni potrebbe diventare lo strumento musicale più costoso mai esistito. Sarà la Bein & Fushi di Chicago, leader mondiale nel commercio di violini antichi, a curare la vendita del celebre «Vieuxtemps Guarneri», uno degli ultimi violini composti dal grande artigiano italiano Giuseppe Guarneri del Gesù. Lo strumento, realizzato nel 1741, appena tre anni prima della morte di Guarneri, dovrebbe essere venduto per la cifra record di 18 milioni di dollari (circa 14,3 milioni di euro). Fino ad oggi il violino più costoso del mondo è un altro Guarneri, venduto lo scorso ottobre per 10 milioni di dollari.

COLLEZIONISTI E INTENDITORI - Come racconta il Guardian, nei suoi quasi 270 anni di esistenza, il «Vieuxtemps», chiamato così dal musicista Henri Vieuxtemps che nel XIX secolo scrisse pezzi per violino e li suonò proprio con questo strumento, è passato tra le mani di grandissimi artisti come Yehudi Menuhin, Itzhak Perlman e Pinchas Zukerman. Adesso è di proprietà del finanziere e filantropo inglese Ian Stoutzker e già diversi collezionisti avrebbero dichiarato di essere pronti ad acquistarlo. Molti musicisti di ieri e di oggi ritengono che i violini creati dall'artigiano cremonese siano migliori di quelli concepiti dal più famoso Antonio Stradivari. Tra gli ammiratori di Guarneri si può annoverare anche il grande Paganini, che durante i suoi concerti allietò il pubblico con il suo famoso «cannone Guarneri», violino costruito dal liutaio cremonese nel 1743 e lasciato da Paganini in eredità a Genova, la sua città natale.




UNO STRUMENTO CON L'ANIMA - Il solista Peter Quint, che ha suonato il Vieuxtemps più volte con la Chicago Symphony Orchestra, dichiara al Guardian che il violino in vendita è davvero speciale: «Questo strumento ha la potenza più incredibile, non solo nel volume, ma anche nella qualità del suono». Dello stesso avviso l'esperto di violini Geoffrey Fushi, che conferma come il "Vieuxtemps Guarneri" sia uno degli strumenti più insoliti della produzione del liutaio cremonese. Anche la sua forma e il suo suono differiscono dagli altri violini creati dall'artigiano settecentesco: «Credo che sia una sorta di entità vivente, ecco è proprio un essere vivente - dichiara Fushi -. Tutti i musicisti che lo suonano affermano la stessa cosa. Questo violino detta da solo la musica che produce». Infine sulla competizione tra i violini Stradivari e Guarneri, l'esperto Fushi non ha dubbi: «Suonare un Guarneri è come gustare ricco cioccolato, mentre uno Stradivari ha il sapore di un gelato alla vaniglia o alle fragole. Il Guarneri è spesso più profondo, più toccante nel suono».

Francesco Tortora
06 luglio 2010



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Napoli, prete adesca 15enne in chat sorpreso a fare sesso in Tangenziale

IL Mattino


NAPOLI (6 luglio) - Un sacerdote è stato sorpreso in Tangenziale a Napoli, mentre in auto consumava un rapporto sessuale con una liceale di 15 anni, adescata via chat. Secondo quanto pubblica oggi il quotidiano Leggo, la ragazza non sapeva di trovarsi con un sacerdote: si tratta di M.D.M., che da religioso opera a San Giorgio a Cremano, nel Napoletano, e che per ora è stato denunciato a piede libero per violenza sessuale in danno di minori.

Nell'auto dell'uomo è stato trovato anche l'abito talare. Il prete, sotto la quarantina, aveva corteggiato la ragazzina per mesi, sostenendo di essere un professore - questo è quello che ha raccontato la quindicenne - e diventando un punto di riferimento per lei, figlia di genitori separati, con qualche problema nel relazionarsi ai coetanei.

Ieri è stato sorpreso sul fatto dalla Polstrada di via Cinthia a Fuorigrotta, e identificato. «Credevo fosse mio amico - ha detto la minorenne all'assistente sociale con cui si è confrontata dopo la denuncia prima di essere riaffidata alla madre - non immaginavo fosse un prete». Intanto le indagini continuano, con la perquisizione della casa dell'uomo.




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Hannover: morto anche il secondo italiano, è caccia al killer dei Mondiali

Corriere della Sera

Non ce l'ha fatta il connazionale colpito insieme a un pizzaiolo a seguito di una lite sulla coppa del Mondo

Video

MILANO

Ormai è caccia all'uomo. Tanto che la polizia tedesca non ha esitato a pubblicare le primi immagini dell'uomo in fuga il killer che ha ucciso due italiani lunedì in un locale di Hannover.

CACCIA ALL'UOMO - È morto durante la notte in ospedale anche l'altro italiano, Giuseppe Longhitano, di origini siciliane, che lunedì mattina era stato ferito gravemente con colpi di arma da fuoco in un bar di Hannover, mentre si trovava in compagnia di un suo connazionale, Franco Siccu, 47 anni, originario di San Vero Milis (in provincia di Oristano), che era deceduto poco dopo in ospedale. Lo ha annunciato la polizia di Hannover in un comunicato. La seconda vittima aveva 49 anni e le sue condizioni erano apparse subito «gravissime», come ha detto la polizia.

Italiano ucciso ad Hannover

«L'uomo è deceduto durante la notte a causa delle ferite riportate», si legge nel comunicato diffuso questa mattina dalla polizia di Hannover. Nella nota, la polizia spiega inoltre che il sospetto omicida - Holger B., un cittadino tedesco di 42 anni residente ad Hannover - è ancora ricercato.

Il killer dei Mondiali

IMMAGINI SUL WEB - Proprio per questo sono state diffuse via internet alcune sue immagini mentre ritira del contante dallo sportello automatico di una banca vicino al bar in cui è stato commesso il duplice omicidio. La prima vittima della sparatoria, che aveva 47 anni, era morta in ospedale lunedì mattina, poco dopo il ricovero. Entrambi gli italiani erano stati colpiti alla testa dopo una lite sulle coppe del mondo delle nazionali italiana e tedesca.

Redazione online
06 luglio 2010



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Abuso di potere: i casi Cucchi, Uva, Gugliotta, Aldovrandi

Corriere della Sera

MILANO

Stefano Gugliotta, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi: quattro casi di atti violenti compiuti da agenti di polizia. Storie note di cronaca al vaglio della Magistratura. Vicende, le più clamorose, al centro di «Abuso di Portere» titolo del sesto reportage della serie Vanguard Italia, realizzata dal network italiano di video-reporter indipendenti di Current, in onda mercoledì 7 luglio alle ore 21.10 sul canale 130 Sky.

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TESTIMONIANZE

Le testimonianze e le ricostruzioni di amici e parenti delle vittime raccontano, davanti alle telecamere di Current, il dolore e lo strazio di una dura e controversa battaglia per conoscere la verità dei fatti, contro uno Stato che a volte si nasconde, mostrando una faccia diversa da quella a cui è abituato il cittadino. Versioni che stridono con le dichiarazioni pubbliche del capo della Polizia Antonio Manganelli: «Il nostro è un palazzo di cristallo, trasparente.

Esistono, però, possibili smagliature fisiologiche». Nicola Tanzi segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia raggiunto dai microfoni Vanguard parla di stress. «Lamentiamo la mancanza di psicologi. Questa è un'attività particolare, c’è necessità di avere controllo e di parlare con qualcuno quando succedono episodi drammatici». Stress che secondo il segretario del Sap si aggiunge alla frustrazione di sentirsi non considerati dal Governo: «Oggi - dice Tanzi - il poliziotto si sente abbandonato. E' entrato nell’ottica che per lavorare deve anticipare di tasca propria, anche i soldi per entrare in missione. Mancano una serie di risorse economiche necessarie e indispensabili per le attività di polizia. Vedersi tagliato lo stipendio o la liquidazione, come prevede la nuova manovra, farà aumentare questo stress».

«Effettivamente - commenta Luigi Manconi ex sottosegretario alla Giustiza, presidente dell’associazione per i diritti civili A Buon Diritto - i casi Cucchi, Uva, Gugliotta, Aldrovandi sebbene siano vicende assai diverse per dinamica e apparati coinvolti, sembrano segnalare una sorta di clima, di umore, che dominerebbe l’atteggiamento delle forze dell'ordine e che va verso un uso non controllato della forza. Il problema della trasparenza è fondamentale».

I CASI

Eppure, se da un lato Nicola Tanzi assicura che «non c’è copertura da parte del dipartimento nei confronti del poliziotto che non sa fare il proprio lavoro o non sa rispettare la legge», dall'altra ci sono i casi Cucchi, Uva, Aldrovandi (unico con una condanna in primo grado a carico di agenti di polizia) che provano il contrario. Sorelle e madri dei tre uomini morti in carcere o in ospedale dopo essere stati fermati dalle forze dell'ordine raccontano di depistaggi, di omissioni e coperture e continuano senza sosta a chiedere: «Che sia fatta luce su quello che è successo, perchè non si verifichino più casi come questi».

Colpisce l'intervista del 25enne Stefano Gugliotta, pestato da 3 agenti il 5 maggio 2010 nei pressi dello stadio Olimpico durante serata della partita Roma-Inter. La scena viene ripresa da un videoamatore e le immagini rimbalzano dal web ai telegiornali. Gugliotta viene incarcerato per 6 giorni e liberato grazie a quel filmato, alla mobilitazione della società civile e di movimenti politici. Ne ricava lesioni su tutto il corpo, un dente rotto e l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. La sua vicenda ha ancora una dinamica e delle responsabilità tutte da chiarire. Da quel giorno Stefano non è mai più andato sul luogo del pestaggio, ci torna per la prima volta con Francesca Biagiotti, reporter Vanguard per Current.

«Non ci sono ancora mai passato da quando sono uscito, perché io non esco più da solo. Mi sevglio ogni ora. Purtroppo, adesso fumo due pacchetti di sigarette al giorno» racconta il ragazzo durante il tragitto. Poi si ferma a qualche centinaio di metri. Non ce la fa. Non si vuole avvicinare e inizia a raccontare: «Ero in motorino. Giro l'angolo e il cellerino mi ferma. Non avevo il casco. Ho pensato mi farà la multa. Eppoi un sacco di botte, non ho più ricordi lucidi. Mi sono ripreso ed ero in regime d'isolamento, ci sono rimasto sei giorni». Stefano il giorno della scarcerazione disse in conferenza stampa «voglio solo dimenticare», oggi a Current dice «non lo scorderò mai più».


06 luglio 2010





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Pedofilia, bufera sulla Chiesa belga «Dossier Dutroux in arcivescovado»

Corriere della Sera

I media locali: durante le perquisizioni trovato materiale sul mostro di Marcinelle e sulle sue vittime

BRUXELLES

Si allarga sempre di più lo scandalo pedofilia che ha travolto la Chiesa belga. Nel corso delle perquisizioni all'arcivescovado di Mechelen, in Belgio, lo scorso 24 giugno, gli investigatori avrebbero infatti sequestrato anche materiale relativo al «mostro di Marcinelle» , il pedofilo Marc Dutroux, all'ergastolo per aver rapito, sequestrato e violentato sei ragazzine, uccidendone quattro. In particolare, sarebbero state trovate decine di foto delle esumazioni dei corpi delle piccole Melissa e Julie. Lo riferisce il quotidiano belga, in lingua fiamminga, Het Laatste Nieuws. Il materiale, scrive il giornale, è stato ritrovato negli scantinati del palazzo dell'arcivescovado e gli inquirenti considerano la scoperta alquanto «bizzarra». La Chiesa belga invita alla prudenza. Sentito dall'agenzia di stampa Belga, il portavoce dei vescovi Eric de Beukelaer, si dice sorpreso dalla rivelazione. «Non ne sappiamo niente di questi dossier», sottolinea il portavoce spiegando che durante le perquisizioni e gli interrogatori nessuno ha fatto riferimento a questi documenti. «Sono stato interrogato io stesso - ha aggiunto il portavoce - e mai sono stato sentito su questi documenti. L'arcivescovado è enorme. Molti documenti sono stati inviati, ma non so niente. Bisogna essere prudenti».

INTERROGATO L'EX PRIMATE - Nel frattempo, l'ex primate della Chiesa del Belgio, il cardinale Godfried Danneels, è stato sentito interrogato dalla polizia a Bruxelles dopo le perquisizioni del 24 giugno scorso nella sua abitazione. Sempre secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa Belga, il cardinale Danneels, 77 anni, è entrato in mattinata nella sede della polizia per essere ascoltato sul dossier. L'ex primate è stato accusato da un sacerdote, ora in pensione, di non aver denunciato caso di pedofilia commessi da membri del clero nel periodo in cui era alla guida della Chiesa in Belgio, e cioè dal 1979 al 2009.


06 luglio 2010





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Celentano, il guru prigioniero della via Gluck

di Luigi Mascheroni

Il cantante-predicatore insulta la giunta Moratti: terroristi che vogliono assassinare Milano.

Non si è accorto che al posto dei prati ci sono già le case


 

Adriano Celentano, icona nazional-popolare del buonismo ecologicamente corretto, è un simpatico e infantile sognatore che abbonda di buoni propositi demagogici cui fa difetto, però, il sano pragmatismo della politica.
Sarà per questo che predica spesso, a sproposito.
Ieri, in una breve e pesantissima lettera pubblicata da Repubblica, ha raso moralmente al suolo Palazzo Marino, definendo l’esecutivo milanese una «giunta terroristica». Il motivo? Aver deciso di «rendere edificabile gran parte del Parco Sud». Cosa peraltro non vera.

Da cantante pop passato prima al ruolo di predicatore-guru e da qualche tempo a quello di profeta apocalittico, Celentano nel suo j’accuse torna con la passione e la superficialità che lo (...)
(...) contraddistinguono sul tema della cementificazione della città. Come quando, tempo fa, tra il serio e il faceto, si candidò a sindaco di Milano in vista delle elezioni del 2011. Speriamo che lo diventi davvero, così poi vediamo. Conoscendo, per esperienza della Storia, i danni che fanno i poeti e gli artisti quando ottengono incarichi politici...

Comunque, ieri Celentano dalle pagine del giornale di Carlo De Benedetti - un capitano d’industria e signore dell’alta finanza, non propriamente un attivista di Greenpeace che gestisce agriturismi - ha messo in guardia i milanesi dal mostro della cementificazione, incitandoli a «svegliarsi». Ma è Celentano che si è assopito nella favolosa età dell’oro della Milano degli anni Cinquanta, quelli pre-boom e delle case in mezzo al verde. Vive in uno stato di eterna giovinezza continuando a ripetere lo stesso refrain anacronisticamente succube del mito del Ragazzo della via Gluck. Wa wa!

Questa è la storia di uno che vorrebbe continuare a giocare nei prati, ma che dimostra di abitare fuori dal tempo. La sua lettera a Repubblica - scritta e consegnata per altro senza neppure rileggerla, in spregio alle elementari regole della sintassi e sprezzante del lettore - è piena di ingenui proclami demagogici che fanno molto share, ma povera di proposte che possano aiutare la discussione.
Utopico buon senso comune, nient’altro. E - al netto di accuse poco eleganti come «giunta terroristica», «Milano assassinata», «ambigua banda comunale» - per di più fuori tempo massimo. Come ha fatto notare l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli «Celentano ha perso qualche passaggio di quello che è accaduto nel nostro consiglio comunale: maggioranza e opposizione hanno deciso che nel Parco Sud non si costruisce. Il cantante continua a ripetere slogan che per la città sono vecchi e inutili».

Mentre il consiglio è riunito, fra ieri e oggi, in una seduta fiume di 25 ore per discutere sul nuovo Piano di governo del territorio, destra e sinistra a Milano stanno definendo un accordo molto pragmatico che salvaguardi il Parco Sud ma che lo tenga collegato alla città metropolitana. Tra il non toccare niente e la speculazione edilizia, si può trovare una via di mezzo, un compromesso. Che è il compito, appunto, dei politici. Ai cantanti, come è noto, si lasciano i sogni. Con i quali i cittadini possono dormire sonni tranquilli ma non certo vivere meglio. Per questo servono infrastrutture, strade, piste ciclabili... Il Parco Sud è una «campagna» che nell’ultimo decennio ha conosciuto una colonizzazione di milanesi-metropolitani in cerca di costi più bassi e qualità della vita più alta: continua a rimanere il grande polmone verde di Milano, ma con gli stessi servizi di quando contava la metà della popolazione. Il mondo va avanti, perché la musica non cambia?

I nostri governanti - scrive Celentano - «hanno ben pensato di firmare i nuovi sfaceli con una colata di cemento che non avrà precedenti nella storia». Storia, a sua volta, che il cantante ripete da 1966, quando presentò al Festival di Sanremo il suo primo brano impegnato ecologicamente, Il ragazzo della via Gluck. Al quale l’amico Giorgio Gaber diede da lì a poco una divertente risposta, cantando di quel ragazzo, appena sposato, che cercava una casa senza trovarla perché a causa del «piano verde» della città le abbattevano tutte per farci dei prati... Antiche bagattelle fra cantautori. Il fatto è che, 45 anni dopo, il capo del clan che dà dei terroristi ai politici si ostina a cantare la stessa canzone.



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I soldati israeliani ballano in pattuglia

Corriere della sera



Ma ora potrebbero essere puniti


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Foto proibite nell'arcivescovado belga "Quei dossier non erano della Chiesa"

La Stampa

I magistrati di Bruxelles al lavoro sulle carte spuntate dai faldoni sequestrati dopo il blitz di giugno



MARCO ZATTERIN
BRUXELLES

Cosa ci facevano nell’archivio dell’arcivescovado di Malines le foto dei corpi appena esumati dalle vittime di Marc Dutroux? E decine di immagini delle piccole Julie e Melissa che dovevano essere blindate negli archivi segreti della magistratura belga?

Secondo il quotidiano fiammingo Het Laatste Nieuws sono queste due delle domande su cui si stanno arrovellando i magistrati del parquet di Bruxelles, gli stessi che giovedì 24 giugno hanno ordinato la discussa perquisizione nella sede della Chiesa cattolica belga.

Dall’esame dei 475 dossier su casi di presunti preti pedofili sequestrati alla Commissione di inchiesta istituita dall’episcopato belga, sono spuntati centinaia di documenti che in apparenza non hanno nulla a che fare con l’oggetto dell’’inchiesta. "rapporti della magistratura destinati alla Giustizia e non alla Chiesa", scrive il quotidiano.

Colpiscono le "centinaia di foto" sull’affare Dutroux, il più tristemente noto fra i pedofili del paese piatto, e decine di immagini dei due corpicini scattate nel momento del drammatico ritrovamento.

Cosa ci facevano nei dossier della Chiesa? I giudici indagano. L’inchiesta diventa sempre più intricata.



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Sventata truffa ai danni di Sky Falsi abbonamenti anche ai morti

Il Tempo

 

REGGIO EMILIA (5 luglio) - Cinque persone arrestate, una sottoposta all'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, 42 denunciate, un centinaio di contratti «taroccati» stipulati con l'utilizzo fraudolento di carte di credito : è l'esito dell'operazione «Full HD» condotta dai carabinieri della stazione di Reggio Emilia Santa Croce, che hanno sventato una truffa per oltre 100.000 euro a Sky e hanno messo fine ad un «giro» di falsi abbonamenti.

Con un sistema collaudato, che vedeva anche la complicità di un promoter Sky, gli indagati erano riusciti a mettere in piedi - secondo l'accusa - un giro illecito d'affari attraverso la stipula di abbonamenti Sky, con abbinato tv Lcd «Full HD», intestati a ignari cittadini (anche politici e sportivi) o addirittura a persone decedute, i cui dati venivano acquisiti dai necrologi dei quotidiani locali. Le indagini erano cominciate a gennaio. I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip Angela Baraldi su richiesta del titolare dell'inchiesta, il pm Marco Imperato.

La complicità di un promoter Sky, ora licenziato, ha permesso ad altre cinque persone di truffare l'azienda coinvolgendo una quarantina di utilizzatori dei contratti fraudolenti sottoscritti. Facebook è stato di grande aiuto ai carabinieri della stazione Santa Croce di Reggio Emilia, per accertare i legami tra il sestetto che aveva orchestrato il raggiro e le persone indagate intestatarie dei contratti.

Il network ha infatti consentito di ricollegare tutte le amicizie desunte dall'analisi dei profili degli indagati. Questa mattina i militari dell'Arma hanno operato un quinto arresto, che sembra aver chiuso il cerchio intorno al giro di falsi abbonamenti. Risultano pertanto arrestate cinque persone, mentre una sesta è stato sottoposta all'obbligo di presentazione all'autorità giudiziaria: 42 invece le persone denunciate.

In carcere il pluripregiudicato Raudel Guerra Zamora, cubano di 38 anni, mentre sono agli arresti domiciliari Giuseppe Marrazzo, 26 anni, originario e residente a Pagani (Salerno), Daniele Stanco di 21 anni, originario di Modena e residente a Reggio Emilia, Samuele Zizza, ventenne originario e residente a Reggio Emilia, il tunisino Aymen Ziraoui di 25 anni.

Ai carabinieri erano giunte denunce da parte di cittadini titolari di carte di credito, che non avevano mai autorizzato prelievi su di esse, e da Sky Italia che, avendo ceduto decine e decine di tv lcd e decoder a soggetti che poi non avevano attivato l'abbonamento, aveva patito un danno al momento quantificato in oltre 100.000 euro. I presunti truffatori avrebbero messo in atto il giro illecito attraverso la stipula di abbonamenti Sky con televisore incluso con ignari cittadini o addirittura con persone decedute.

Le indagini erano cominciate a gennaio, quando i militari avevano notato cinque persone dall'atteggiamento sospetto in un punto vendita Sky all'interno di un centro commerciale. Il gruppetto, formato anche da due noti pregiudicati, era stato seguito e filmato, così si era scoperto un andirivieni tra il punto Sky e una cartoleria dove venivano eseguite fotocopie e copia-incolla di documenti di identità ricostruiti con generalità di persone inesistenti ma raffiguranti persone reali, alcune delle quali defunte.

I presunti truffatori ritagliavano persino foto di necrologi dai giornali locali. Ispezioni dei carabinieri anche nei cestini della spazzatura all'esterno della cartoleria avevano portato al recupero di ritagli di queste operazioni illecite. Passando al setaccio tutti i contratti Sky stipulati nella provincia di Reggio Emilia, i militari hanno scoperto che una settantina erano taroccati e uniformemente addebitati su undici carte di credito, in alcuni casi anche con dieci contratti sulla stessa carta.





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Caso Orlandi, il sopralluogo nella tomba di De Pedis non si farà subito

Il Messaggero

La Procura è soddisfatta per la disponibilità del Vicariato

La famiglia di Renatino: pronti a esami ma basta speculazioni


 

ROMA (5 luglio) - Una decisione importante perché‚ «finalmente il Vaticano si dice disponibile a collaborare alla ricerca della verità». La Procura di Roma ha accolto con soddisfazione la decisione del Vicariato capitolino di consentire l'ispezione della tomba di Enrico De Pedis, detto Renatino, sepolto nella basilica di Sant'Apolinnare, e ritenuto dagli inquirenti coinvolto nel rapimento di Emanuela Orlandi, scomparsa il 28 giugno del 1983.

Da piazzale Clodio si ribadisce, comunque, che per il momento non verrà effettuato il sopralluogo presso il sepolcro dell'uomo, ex presunto boss della banda della Magliana. Circa sei mesi fa, inoltre, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, accompagnato dal capo della squadra mobile, Vittorio Rizzi, ha già effettuato un sopralluogo nella cripta della basilica che sorge a poca distanza da piazza Navona. I pm titolari dell'inchiesta sul sequestro prima di recarsi nuovamente nella chiesa vogliono effettuare ulteriori accertamenti e audizioni. In ambiti giudiziari, comunque, si sottolinea come la Procura non abbia mai fatto istanze in proposito al Vaticano, ma viene preso atto di tale gesto «con favore, considerando i tanti anni in cui non c'è stato alcun tipo di collaborazione».

Dal canto loro i familiari di De Pedis hanno dato la loro disponibilità a compiere esami sulla salma del loro congiunto. «Se deve essere compiuto un accertamento si proceda, ma finisca questa speculazione continua», afferma l'avvocato Maurilio Prioreschi che assiste, assieme al collega Lorenzo Radogna, la moglie e i fratelli di Renatino a cui gli inquirenti hanno prelevato, in via preventiva, campioni del Dna. «Cosa si crede di trovare nella tomba? - si domandano gli avvocati della famiglia -. C'è il corpo di un uomo che fu ammazzato in modo cruento, con dei colpi di pistola in viso. Non c'è nessun mistero. Non servirà l'esame del dna, basterà l'esame esterno dei resti per capire. Vogliamo che questa storia finisca - ha continuato l'avvocato Prioreschi - Una volta che verranno compiuti gli esami dei consulenti sarà ribadito quello che la logica impone: De Pedis non c'entra nulla con la Orlandi».

Al momento nel registro degli indagati sono iscritte tre persone: si tratta di Sergio Virtù, l'autista di Renatino, Angelo Cassani detto «Ciletto» e Gianfranco Cerboni "Giggetto". I tre, secondo gli inquirenti, avrebbero avuto un ruolo attivo nelle fasi del sequestro.




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A 2.500 ex parlamentari rimborsi e viaggi gratis

Il Tempo

Per le pensioni spesi più di 200 milioni.
Assegni a 50 anni: dai 3
ai 10 mila euro al mese.


Sono ex politici, ma ancora privilegiati. In tutto quasi 2.500. Ex
parlamentari o ex consiglieri regionali che, tuttavia, possono contare
su stipendi rilevanti: dai 3 ai 10 mila euro al mese. Senza considerare
gli assegni di reversibilità per i familiari dei parlamentari scomparsi.
Per i vitalizi il Senato spende 81 milioni all'anno: 59 milioni e 400
mila euro sono gli assegni diretti, 17 milioni e 600 mila i contributi
di reversibilità e 4 milioni e rotti altre spese connesse. La Camera dei
deputati, ovviamente, paga molto di più. Gli ex deputati ottengono 138
milioni 200 mila euro, di cui 96 milioni 700 mila per vitalizi diretti,
24 milioni e 500 mila per assegni di reversibilità e il resto di altre
spese. Poi ci sono anche i costi per rimborsare i viaggi degli ex, 1
milione e 200 mila euro, e, in generale, i trasporti: un altro milione e
810 mila euro soltanto al Senato.
Ma anche le Regioni fanno la loro parte. Il Lazio assegna agli ex
consiglieri che abbiano finito una legislatura 3.200 euro netti al mese a
partire da 55 anni (o 50 con una decurtazione del 5 per cento). Va
meglio a quelli che hanno passato due mandati al servizio dei cittadini:
5.200 euro al mese. A quelli che hanno trascorso alla Pisana tre
legislature vanno invece 6.200 euro al mese. Sempre che non abbiano
avuto incarichi particolari. Perché in quel caso gli ex sbancano
davvero, qualsiasi cosa facciano adesso. Infatti gli ex presidenti del
Consiglio e della Giunta regionale ottengono 2.311,43 euro in più, il
vicepresidente della Giunta 1.783,08 euro, assessori e vicepresidenti
del Consiglio 1.485,89 euro, i presidenti dei Gruppi, delle Commissioni
consiliari e i consiglieri segretari 891,50 euro, infine i
vicepresidenti di Commissione 594 euro. Alla Camera e al Senato il
vitalizio scatterebbe a 65 anni, dopo 5 anni in Parlamento ma, grazie
alle riduzioni previste per chi ha più di una legislatura, si scende a
60. Fanno eccezione quelli che sono stati deputati prima del 1996 che
possono conquistare l'assegno anche a 50 anni. Nemmeno l'eventuale
interruzione della legislatura cambia granché. Perché in questo caso,
sia in Parlamento sia in Consiglio regionale, bastano 2 anni e 6 mesi
per maturare il vitalizio.

Bisogna però riscattare i due anni e mezzo mancanti. In Parlamento
l'assegno viene calcolato sulla base dell'indennità lorda e il periodo
in cui sono stati versati i contributi. Si va dai 3.200 euro al mese ai
10 mila. Se poi si considera che molti ex riescono comunque a restare in
sella, cioè a ottenere incarichi in enti o organizzazioni varie, allora
per chi fa parte della casta è una manna continua. La manovra economica
ha riconosciuto piena autonomia a Camera e Senato e ha previsto di
tagliare del 10 per cento gli stipendi soltanto ai membri del governo
che non abbiano un posto in Parlamento. Dieci: Gianni Letta, Guido
Bertolaso, Giancarlo Galan, Feruccio Fazio, Daniela Santanchè,
Bartolomeo Giachino, Giuseppe Pizza, Francesco Belsito, Enzo Scotti e
Giuseppe Reina. I veri e propri tagli alla politica, evidentemente,
possono attendere.


Alberto DI Majo
05/07/2010



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Quattro colpi al cuore del pentito

Il Tempo

Sparatoria all'Aurelio.

La vittima è Carmine Gallo, camorrista condannato all’ergastolo e beneficiario di sconti di pena.

Il killer lo ha ucciso dopo una lite.

Caccia all’operaio di una ditta.




Un boss di camorra ucciso durante una lite. Con quattro colpi di pistola: uno al collo, due al petto e l'ultimo alla coscia. In pieno giorno, nel cuore di Montespaccato, ai confini dell'Aurelio. È la fine che ha fatto Carmine Gallo, detto o' Longo, 52 anni, di Torre Annunziata: nel '92 condannato all'ergastolo dalla corte d'Assise di Napoli, collaboratore di giustizia, ritenuto reggente dell'omonimo clan campano dopo l'assassinio nel 2008, una famiglia da una decina di anni in guerra coi Gionta per la gestione di racket, usura e traffico di sostanze stupefacenti, trasferitosi nei pressi dell'ex residence Bastogi. Gli investigatori della Squadra mobile già stanno sulle tracce del presunto killer. Si tratterebbe di un addetto di una ditta del posto che distribuisce bevande, incensurato. Ieri pomeriggio gli uomini della sezione Omicidi guidata da Stefano Signoretti sono stati a casa del latitante: i parenti tutti a bocca cucita. Ma la fuga non dovrebbe durare a lungo.
Il movente? Sullo sfondo l'ombra dello sfruttamento della prostituzione del traffico di droga. Ma sono ipotesi, tra le quali non si esclude l'omicidio di camorra. Ieri intorno alle 10 Carmine Gallo arriva sulla sua Fiat Stilo in via Cornelia. Parcheggia l'auto di fronte una pizzeria, scende, taglia la strada ed entra nel bar Bondolfi per un caffè. Pochi minuti e su via Cornelia arriva un furgonicino con la scritta Caffè Haiti. A bordo ci sono due persone. Il collaboratore di giustizia va a parlare con loro. Ma la discussione forse è con uno soltanto, quello alla guida. I due si agitano poi vengono quasi alle mani, parte qualche spintone. Ma non molti, perché il tizio estrae la pistola e comincia a sparare.

Carmine Gallo tenta di scappare. Dai fori sul corpo perde sangue, tracce ematiche che restano sull'asfalto e segnano il percorso che ha fatto per sfuggire alla morte. A piedi il boss imbocca via Bistagno, passa davanti alla scuola elementare «Carlo Evangelisti», a un asili nido. Il killer spara ancora poi risale sul furgonicino e fugge. Carmine Gallo continua a morire. Barcolla, non riesce a parlare, continua a trascinarsi fino all'altezza del civico 24. Sono tutte villette diverse l'una dall'altra. In cerca d'aiuto, arranca fino al citofono della casa sul lato sinistro, sporca il citofono con le mani imbrattate del suo sangue. Poi sbanda sul lato opposto. S'accascia a terra, distende le gambe, appoggia il busto al muretto dove è fissato il cancello d'ingresso e lì rimane fino all'ultimo respiro. Abbandonato come un sacco. Quando i sanitari del 118 arrivano sul posto Carmine Gallo è già cadavere: la testa è piegata sulla spalla sinistra. La fontana di sangue ha bagnato tutto quel lato del corpo. Nel primo pomeriggio la prima scoperta: uomini di squadra mobile e commissariato Aurelio hanno trovato il furgoncino abbandonato con la scritta Caffè Haiti. Su volante e asta del cambio tracce di sangue.




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Iran, il taglio dei capelli deve rispettare i valori islamici

Il Secolo xix

No al codino, sì al gel, ma senza eccessi. Il ministero della Cultura e della Guida islamica iraniano ha stabilito una serie di pettinature da uomo considerate in linea con i valori «islamici» e quindi non vietate, secondo quanto riferisce l’agenzia Ilna.

La stessa agenzia mostra una serie di fotografie di modelli che sfoggiano i tagli consentiti, pubblicate in «un giornale di acconciature approvate dal ministero». E Jaleh Khodaiar, incaricata di organizzare un `Festival del pudore e del velo´ in programma a fine luglio, ha aggiunto che in quella occasione sarà pubblicato un catalogo dedicato alla materia.

Le acconciature proposte nelle foto sono per lo più corte, qualcuna cotonata in stile Little Tony e altre quasi scolpite con evidente uso del gel. Nessuno spazio invece per i capelli lunghi raccolti in una coda - sfoggiati da diversi anni da molti uomini a Teheran, anche avanti con gli anni - né per i crani rasati. Le acconciature presentate, sottolinea la signora Khodaiar, si ispirano «alla cultura e alla religione degli Iraniani», così come «alla legge islamica».

La polizia per la morale iraniana ha avviato da diverse settimane una delle solite campagne estive per fare rispettare con più severità l’obbligo del velo islamico per le donne, ricorrendo a fermi, ammonizioni e multe, ma anche per scoraggiare gli uomini dall’usare un abbigliamento troppo ispirato alle mode occidentali, giudicato sconveniente. In alcune di queste campagne negli anni precedenti anche diversi barbieri sono stati multati o hanno avuto i loro negozi chiusi per avere praticato tagli ritenuti influenzati dalla «decadenza occidentale».



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La ragazza del G20 «Dama bianca? Io parlo tre lingue»

Corriere della Sera


«Mi attaccate perché sono carina»

il caso
La ragazza del G20
«Dama bianca? Io parlo tre lingue»


Federica Gagliardi su Facebook
Federica Gagliardi su Facebook
ROMA - La dama bianca è nerissima. «Non sono né un’ochetta, né una dama, né una tenera. È chiaro?». Ma in Italia, sa com’è, una ragazza attraente al seguito di Berlusconi in Canada, inevitabilmente attira su di sé sguardi e cattiverie: «Appunto, sì, cattiverie». Ci vuole un poco di gentilezza per convincerla a raccontarsi. Lei prima si schermisce: «Non sono così importante... ». Ma poi, sorridendo, si apre.
Racconta dettagli privati — «vivo ancora con mamma e papà, mi appoggiano in tutto»—e scenari futuri: «Se farò politica? Per adesso mi preparo, certo mi piace. Ma chissà, non ho la palla di vetro». Non ce n’è bisogno: da anni lei insegue quel sogno, la politica. È stato tutto chiaro una settimana fa: Federica Gagliardi è stata catapultata sui giornali per via della partecipazione al G20 canadese. «È stato istruttivo, basta con questo chiacchiericcio». Oggi è tornata alla normalità, al lavoro trovato da poche settimane: assistente del segretario generale della Regione Lazio. Dica la verità: è così arrabbiata per le dicerie dei colleghi, invidie? «No, ce l’ho coi giornali: indossavo un abito casto, bianco perché c’erano trenta gradi. Ma perché raccontarmi così? Solo perché sono bionda e carina? Fossi stata brutta non vi sareste accorti di me».
È passata dal nulla al vertice dei grandi del mondo: «Ma ho fatto un sacco di gavetta, anche in uno studio legale». Ha fatto altro: candidata con l’Idv, collaborazioni con un assessore di Veltroni, con An, infine il comitato Polverini. Mesi fa l’incontro con Berlusconi, lei al comitato Polverini e lui in visita in una delle iniziative preelettorali: «Gli ho chiesto di fare un’esperienza internazionale. Ed è arrivata la telefonata ». E lei cos’ha fatto? «Mi sono andata a documentare, sul G8 e sul G20». Certo però è insolito che una sua richiesta al premier sia stata subito accolta: «Ma no, ho i titoli necessari». Sì ma vede, Federica: l’Italia è piena di ragazzi che collezionano titoli. «Ma è anche il Paese del gossip. Io parlo tre lingue, ma chi l’ha scritto? Adesso, vedrete, finirò nel dimenticatoio...».
Al. Cap.
06 luglio 2010



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Dna rivela in Puglia il Neanderthal italiano

La Stampa

I risultati delle prime indagini sull'Uomo di Altamura mostrano particolarità uniche in Europa





BARI
Un cacciatore caduto in un inghiottitoio carsico dove ha trovato la morte dopo una lenta agonia è il Neanderthal italiano. Si tratta dell’Uomo di Altamura, uno scheletro fossile trovato nel 1993 in Puglia, sulle Murge, che sta rivelando importanti risvolti scientifici per l’antropologia italiana e del Sud Europa. I risultati delle prime indagini sono state presentate dalla Direzione regionale per i beni culturali del Ministero. Uno studio del dna ha stabilito che la scoperta si colloca nella variabilità genetica dei Neanderthal del Sud Europa, intorno ai 40.000 anni fa.

Il fossile trovato ad Altamura (Bari) ha una particolarità che lo rende unico in Italia ed in Europa: è intatto, anche se disarticolato, perchè ha tutte le ossa. Diversamente, per gli altri reperti italiani ed europei si hanno solo ossa isolate o frammenti di scheletro. È una ricerca che è destinata a proseguire quella avviata sul fossile che fu scoperto nel 1993 nelle campagne di Altamura, in località Lamalunga.

A scoprirlo fu un gruppo di spelelogi che da due anni esplorava un complesso ipogeo molto esteso fino ad arrivare ad una nicchia (’absidè in gergo tecnico) e rinvenire un cranio rovesciato, ricoperto dalle concrezioni di roccia che ne conferiscono un aspetto perlato.

Due anni fa gli studi sono ripartiti di slancio. Al momento della scoperta furono fatti solo degli studi antropologici che stabilirono che si tratta di un ominide di 160 centimetri circa di statura, collocato in un lasso temporale molto ampio (dai 250 ai 50 mila anni fa). Un apposito comitato scientifico sta ora conducendo un’analisi multidisciplinare. L’anno scorso dalla grotta di Lamalunga è stato estratto un frammento della scapola e questo piccolo reperto ha aperto scenari di grande interesse scientifico.

I primi risultati di un certo rilievo sono arrivati dall’analisi del dna mitocondriale. Gli studi genetici finora condotti sui reperti di Neanderthaliani, datati tra 100.000 e 36.000 anni fa, hanno escluso la possibilità di un contributo del Neanderthal al profilo genetico umano moderno. La comunità scientifica mondiale, infatti, assume come tesi di base che il Neanderthal sia estinto. Sull’Uomo di Altamura è stato condotto uno studio su una sequenza parziale di dna antico, attraverso indagini rigorose. Le conclusioni di questo studio, secondo David Caramelli, dell’Università di Firenze, «sono compatibili con le attuali ricerche paleoantropologiche e dimostrano come le popolazioni Neandertaliane potessero essere suddivise in almeno tre gruppi secondo la loro distribuzione geografica: Europa occidentale, Europa Meridionale ed Asia occidentale».

L’Uomo di Altamura si colloca nella «variabilità genetica dell’Europa meridionale» ed ha affinità con reperti trovati in Spagna (El Sidron) ed in Croazia. Lo studio, finora parziale, ha confermato che si tratta di un soggetto di sesso maschile perchè nella sequenza è stato trovato il gene della spermatogenesi. Lo studio del dna antico, in campo paleoantropologico, è una scienza destinata ad aprire squarci molto importanti nella conoscenza tanto che per un reperto umano trovato in Europa si è potuto stabilire che apparteneva ad un individuo dai capelli rossi.

Secondo Giorgio Manzi, dell’Università La Sapienza di Roma, è «d’interesse assolutamente straordinario» la possibilità di svolgere accertamenti su altre ossa e soprattutto sul cranio. Una prima indagine evolutiva ha infatti aperto un enigma: il cranio presenta anche degli aspetti anatomici pre-neanderthaliani e sarebbe un ’unicum’ se il reperto si collocasse in una fase evolutiva intermedia. Sta di fatto che al momento lo scheletro è inamovibile. Si trova nelle viscere della grotta, ad una profondità di oltre 10 metri, raggiungibile dopo attraversamenti anche di decine di metri in cui si può solo strisciare. L’inamovibilità del fossile è una condizione fondamentale posta dal Ministero per la sua tutela. Nel frattempo stanno procedendo le indagini sulla datazione che vengono condotte con due tecniche, quella del C-14 (carbonio 14) e quella con il ciclo uranio-torio.

Insieme allo studio del fossile, avrà slancio anche una scrupolosa indagine sulla grotta. Nella sala principale di essa ci sono due grandi coni detritici che toccano la volta, ciò indica l’esistenza di aperture che a lungo funzionarono come trappole naturali per animali e che risultano ora occluse a seguito dell’accumulo dei detriti. Come ipotesi di lavoro, si può ritenere che in una fase in cui i detriti si erano accumulati avvicinandosi alla volta, gli animali caduti nel pozzo potessero sopravvivere per un certo tempo, spostandosi nella grotta senza tuttavia avere la possibilità di uscirne. Quest’ipotesi di lavoro potrebbe giustificare la presenza di uno scheletro umano alla fine di un lungo e stretto corridoio, distante dal verosimile punto di ingresso.

L’uomo potrebbe essere caduto durante la caccia oppure potrebbe essere stato travolto dalle acque in un canale naturale e scaraventato all’interno della grotta, attraverso un pozzo che intercettava una galleria di scorrimento. Una successiva piena potrebbe averlo trasportato in un ramo secondario di assorbimento, dove rimase incastrato tra le stalattiti. L’acqua lo sommerse e ricamò sul suo scheletro, con l’alabastro, merletti di concrezioni a "cavolfiore". Attraverso gli altri pozzi e sospinte dai flussi stagionali, numerose carcasse di animali raggiunsero la grotta. Ne sono stati trovati i resti e sono riferibili a riferibili ad un daino, ad cervo, ad un "bos primigenius" (un bovino), ad un cavallo, ad una iena e ad una volpe.




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Zampolini: "Vi svelo l’affare di casa Lunardi"

La Stampa

L'architetto della cricca: «Pagato 3 milioni, ne valeva almeno 7.
E Balducci fu risolutivo»




FRANCESCO GRIGNETTI
INVIATO A PERUGIA

C’era anche l’architetto Angelo Zampolini, il 3 giugno 2004, nelle sale del sontuoso palazzo di piazza di Spagna che ospita il dicastero vaticano di «Propaganda Fide». Era il giorno in cui il cardinale Angelo Sepe firmò l’atto di vendita per il palazzetto di via dei Prefetti che il figlio dell’allora ministro Lunardi, Giuseppe, incamerò a nome di una società di famiglia. Zampolini, che una volta di più si rivela cruciale per quest’inchiesta, era nella stanza vicina «nel caso fossero sorte difficoltà tecniche». Fu un ottimo affare per Lunardi: cinque piani nel cuore del centro storico della Capitale acquistato al prezzo di tre milioni di euro. «Il valore dell’immobile - spiega ancora Zampolini, interrogato dai magistrati il 18 maggio, verbale ora agli atti del procedimento contro l’ex ministro Lunardi - era sicuramente superiore ai tre milioni indicati. All’incirca almeno 7 milioni, anche 8». Per quella compravendita sia Lunardi, sia il cardinale di Napoli sono indagati per corruzione. Scrivono infatti i pubblici ministero Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi nel loro atto d’accusa: «A fronte di tale acquisto, Pietro Lunardi, all’epoca ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, consentiva, grazie a tale sua qualifica, che la congregazione Propaganda Fide accedesse al finanziamento Arcus, in difetto dei presupposti, per l’importo di 2 milioni e mezzo di euro».

Zampolini in quell’occasione non ebbe grande ruolo. «Ciò che posso aver fatto è di recapitare i documenti di Propaganda Fide allo studio del notaio; se sono intervenuto è stato perché me lo può aver chiesto Balducci che era consultore di Propaganda Fide e si occupava degli immobili». Fu importante piuttosto il giudice Sancetta, oggi indagato anche lui, che era capo di gabinetto di Lunardi, il quale «d’ordine del signor ministro», fece in modo che la pratica per il finanziamento a Propaganda Fide avesse priorità assoluta. «Procedura non frequente», segnalava la Corte dei Conti nei giorni scorsi.

Lunardi, Balducci, Anemone: un triangolo che torna spesso dagli atti di quest’indagine. Ne ha parlato il tunisino Hidri Fathi, il quale, interrogato per l’ennesima volta, ha precisato: «Ho incontrato più di una volta la figlia di Lunardi, una volta perché l’ho accompagnata presso l’ufficio di Anemone; un’altra volta le ho consegnato una busta, non so bene che cosa contenesse, dalla raccomandazione ricevuta da Anemone nella circostanza ho pensato che ci fosse un assegno». Ma nei racconti di Zampolini torna anche Guido Bertolaso e la storia dell’appartamento di via Giulia. Il sottosegretario nega di averlo mai avuto in uso; ma l’architetto conferma. «Di Bertolaso - dice ai magistrati - ho sentito parlare la prima volta quando Anemone mi disse che cercava un appartamento: io l’ho aiutato a trovarlo, era quello di via Giulia; ho saputo dopo che la casa era per lui, me lo disse lo stesso Curi, il proprietario. Se non sbaglio fu consegnato un acconto inziale di alcuni mesi. Diego mi diede i soldi in contanti. Successivamente Raffaele Curi, di professione regista, si rivolgeva a me per avere il pagamento dei canoni maturati, tanto che, alla fine, a causa dei lunghi ritardi, si è determinato a risolvere il contratto».

Era il 2005 o il 2006, ricorda Zampolini. La pigione di 1500 euro al mese. «Fu Anemone a consegnarmi i soldi per pagare l’affitto e io li trasferivo al regista». Quanto ai rapporti tra i due, «so che c’era confidenza, ma non so fino a che punto». Anche con Scajola il costruttore era molto amico. «Notai che si davano del tu... So che si sono conosciuti in occasione dei lavori all’interno dell’appartamento di servizio presso il ministero dell’Interno». Fecero almeno due sopralluoghi tutti assieme finché il ministro non trovò l’appartamento di suo gradimento. Lo stesso accadde con Ercole Incalza, il super-consigliere di Lunardi, coinvolto nell’acquisto farlocco dell’appartamento di via Gianturco. «Ho fatto un sopralluogo con lui e sua moglie».

A scorrere gli atti, comunque, continua a sbalordire la capacità della Cricca di avere amicizie dappertutto. Il nipote di monsignor Camaldo lavora da Anemone. La figlia di Publio Fiori beneficia di lavori. Lo stesso si può dire per i coniugi Bologna-Figliolia, lui consulente al ministero, lei ex gip del tribunale di Roma e soprattutto sorella di quell’Ettore Figliolia che è capoufficio legislativo della Protezione civile e prima «tramite tra Balducci e Rutelli per i lavori del 150°». Una ragnatela. Come dice il tunisino Fathi: «Anemone conosceva tutti... Portavo regali di Natale, argenti, vestiti. Quando ritiravo a volte pagavo, erano cifre nell’ordine di 8-10 mila euro. Recapitavo regali per tutti: attori, registi, politici, preti». Al centro il giovane costruttore ma soprattutto il suo amico, Balducci. Solo con Di Pietro Balducci non aveva feeling. «Raccontava che era un tipo irruento. Chiedeva di avere un’entratura in Vaticano, ma Balducci diceva di non trovarsi bene con lui perché affermava di non condividere il suo stile».




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Barletta e Andria al posto del vicolo Corto Nuovo Monopoli: sul web si votano le città

Corriere del Mezzogiorno

Per i 75 anni Hasbro farà un'edizione speciale del gioco tramite un sondaggio on-line.
In lizza Andria e Foggia


Il Monopoli
Il Monopoli
Barletta, Andria, Trani e Foggia nel prossimo tabellone del Monopoli, il cult dei giochi da tavola che da quest'anno ha cambiato il nome in Monopoly. Per festeggiare il traguardo dei 75 anni il leader dei giochi da tavola Hasbro metterà in commercio una nuova edizione del gioco, nella quale le città italiane prenderanno il posto dei classici Vicolo Corto e Parco della Vittoria.
IL REFERENDUM - Sul sito www.monopolyitalia.com è stato inserito un sondaggio tra i navigatori, decisivo per decidere quali località entreranno a far parte del nuovo tabellone. Per esprimere la propria preferenza si avrà tempo fino al 28 luglio. Intanto, nella speciale classifica Barletta si trova al quarto posto con 67mila voti (dietro a Chieti, Reggio Calabria e Catanzaro), Andria al sesto con oltre 50mila preferenze e Foggia al 17esimo posto con 14mila clic. Risultano molto indietro in classifica Bari, Monopoli, Lecce e Taranto. Salvo “imprevisti” e “probabilità” nel nuovo Monopoli sarà la Bat a rappresentare la Puglia.
Angelo Alfonso Centrone
05 luglio 2010





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Argenti, vestiti e ristrutturazioni I nuovi nomi della lista Anemone

Corriere della Sera

I testimoni: lavori per la figlia di Fiori e assunzione per il nipote del prelato

PERUGIA

Ristrutturazioni nelle case di politici e alti funzionari statali, argenti e vestiti dal valore di almeno 8.000 euro regalati a prelati e personaggi del cinema in occasione del Natale. Le nuove carte dell’inchiesta di Perugia sugli appalti per i Grandi Eventi forniscono ulteriori dettagli sulla «rete » messa in piedi dal provveditore alle opere pubbliche Angelo Balducci e dall’imprenditore Diego Anemone, entrambi accusati di associazione per delinquere e corruzione. Aggiungono particolari sul trattamento riservato a Guido Bertolaso e all’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi. E confermano il filo diretto che legava il costruttore agli ambienti del Vaticano e, in particolare, a monsignor Francesco Camaldo, il cerimoniere di Sua Santità che sarebbe riuscito a far assumere il nipote in una delle sue aziende.
Nel fascicolo trasmesso al tribunale dei ministri dai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi viene ricostruito il presunto «scambio» tra lo stesso Lunardi e il cardinale Crescenzio Sepe, all’epoca presidente di Propaganda Fide: l’acquisto del palazzo di via dei Prefetti ad un terzo del valore, concesso dalla Congregazione che poi ottenne un finanziamento di 5 milioni di euro per il rifacimento della propria sede in piazza di Spagna. Ma sono contenuti anche gli atti ufficiali dell’affare e, soprattutto, i verbali di quelli che vengono ritenuti testimoni chiave per l’accusa. Primo fra tutti l’architetto Angelo Zampolini. Nella relazione i due sostituti sottolineano di avere a disposizione «gli elementi per procedere all’iscrizione nel registro degli indagati per corruzione di Pietro Lunardi, in concorso con altri soggetti» e, in particolare, con il cardinale Sepe. Ribadiscono come la competenza ad indagare su quanto avvenuto sia proprio della Procura di Perugia e poi chiedono al tribunale dei ministri che le carte possano essere trasmesse alla Camera dei deputati — Lunardi è attualmente deputato —per poter proseguire l’inchiesta. A questo punto, dopo avere svolto i primi accertamenti, sarà il tribunale a dover stabilire se effettivamente ci siano gli indizi sufficienti e se l’indagine possa rimanere qui in Umbria oppure — come sollecita la difesa—essere trasferita ai colleghi della capitale.
Il palazzo per Lunardi
È il 18 maggio scorso quando il professionista delegato alle operazioni immobiliari viene interrogato dai magistrati. E rivela: «Sapevo che Anemone e il ministro Claudio Scajola erano in confidenza, notai che si davano del tu e avevano un rapporto diretto. Una volta ho potuto notare che Anemone aveva molta confidenza anche con familiari di Scajola». Versione nettamente diversa da quella fornita dall’interessato, che invece aveva detto di non ricordare neanche chi fosse Anemone. E sul palazzo di via dei Prefetti venduto a Lunardi, l’architetto dice: «Non ho svolto un ruolo attivo, posso aver recapitato i documenti da Propaganda Fide allo studio del notaio. Ero presente il giorno del rogito, ma in una stanza separata, nel caso fossero sorte difficoltà tecniche. Il valore dell’immobile era sicuramente superiore ai tre milioni di euro indicati. All’incirca almeno sette milioni, anche otto. Io mi sono occupato del passaggio carrabile. Mi occupai della Dia (dichiarazione di inizio lavori) per uno degli immobili. Anemone era presente. Credo che all’inizio i lavori fossero eseguiti da lui e poi sono stati proseguiti da un’altra ditta di sua fiducia».
La figlia di Fiori
In un interrogatorio precedente aveva già svelato di aver versato 900 milioni di euro in assegni circolari per l’acquisto dell’appartamento vista Colosseo di Scajola. Adesso gli viene mostrata la cosiddetta «lista Anemone» che contiene l’elenco dei lavori fatti in case private ed enti pubblici per conoscere i retroscena di eventuali vantaggi concessi. E lui non si sottrae: «So che hanno fatto lavori per Della Giovampaola (Mauro, anche lui indagato, ndr), ma non so essere più preciso. Caiazza so che era un dirigente del Provveditorato, nulla so di lavori per lui. So che Rinaldi (Claudio, commissario per i Mondiali di Nuoto, ndr) ha degli immobili in via Appia, ma nulla so di lavori per lui. So di lavori che hanno svolto alla facoltà di Architettura, ma nulla di più. So che avevano un lotto di lavori al palazzo della Minerva, anche se l’indicazione qui non è esatta. Posso riferire che il professor Bologna, forse Luciano, è stato un consulente del Provveditorato. È coniugato con un giudice donna, sorella di Ettore Figliolia che ho conosciuto in quanto era il tramite tra Balducci e Rutelli per i lavori dei 150 anni». Il riferimento è a Luisanna Figliolia, giudice a Roma che fu coinvolta nell’indagine sul fallimento Cecchi Gori. Aggiunge Zampolini: «Vedo De Nicolò, ricordo che era un prelato amico di Balducci, ebbi modo di sapere che fecero lavori in via Dandolo. Fiori Alessandra è la figlia di Publio Fiori: io sono andato una volta per dare dei consigli e so che qualcuno riconducibile ad Anemone ha poi fatto dei lavori. So che Cesara Buonamici ha un immobile di Propaganda Fide e che Anemone le ha fatto dei lavori, lo so per delle confidenze fattemi da Anemone stesso. Imbrighi lo conosco in quanto è un architetto che ha lavorato con il Provveditorato».
Bertolaso e Incalza
Si affronta poi il capitolo che riguarda Bertolaso. Di fronte ai magistrati il capo della Protezione Civile ha detto che la casa di via Giulia gli fu procurata da Propaganda Fide attraverso «il mio amico Francesco Silvano, segretario del cardinale Sepe». Ed ecco la versione di Zampolini, già confermata dal proprietario dell’appartamento Raffaele Curi: «Di Bertolaso ho sentito parlare la prima volta quando Anemone mi disse che cercava un appartamento. Io l’ho aiutato a trovarlo, era quello di via Giulia. Ho saputo dopo che la casa era per lui, me lo disse lo stesso Curi. Se non sbaglio fu consegnato un acconto iniziale di alcuni mesi. Diego mi diede i soldi in contanti, successivamente Curi si rivolgeva a me per avere il pagamento dei canoni successivamente maturati tanto che alla fine, a causa dei lunghi ritardi nei pagamenti, si è determinato a risolvere il contratto. Mi sentivo responsabile anche del fatto che il canone, per il contratto che avevo procacciato personalmente, non venisse pagato. Ricordo che quando Diego mi disse che cercava l’appartamento era il 2005, 2006. La seconda volta in cui ho incontrato Bertolaso è stato all’inaugurazione della Maddalena». Zampolini ripercorre poi le fasi dell’acquisto di una casa per il funzionario delle Infrastrutture Ercole Incalza che ha sempre affermato di essere «tranquillo, quella casa è di mio genero» e ha ottenuto la fiducia del ministro Altero Matteoli. Racconta l’architetto: «All’epoca di Lunardi, al ministero c’era sicuramente Ercole Incalza. Io lo vidi in occasione della vendita dell’appartamento. Facemmo un sopralluogo con lui e la moglie: ho poi fatto da tramite per gli assegni per l’acquisto. Non ricordo chi mi consegnò i contanti se Diego, la sua segretaria oppure Fathi. Io ribadisco che mi prestavo a queste operazioni solo per farmi ben volere da Balducci. Anemone era dipendente da Balducci. Di fatto faceva ogni cosa che quello gli chiedesse. Questo rapporto gli garantiva il mantenimento della posizione di preminenza nella aggiudicazione degli appalti pubblici. A partire dal 2007 la mia frequentazione con Anemone si è molto diradata, di fondo è un tipo di cui non mi sono mai fidato».
Regali e assunzioni
A parlare dei rapporti tra Anemone e il Vaticano è l’autista tunisino Hidri Fathi Ben Laid. E sempre lui racconta gli appuntamenti con la figlia di Lunardi: «L’ho incontrata, più di una volta; una perché l’ho accompagnata presso l’ufficio di Anemone, un’altra le ho consegnato una busta: non so bene che cosa contenesse, dalla raccomandazione ricevuta da Anemone nella circostanza ho pensato che ci fosse un assegno». Poi affronta il capitolo che riguarda i prelati. E dichiara: «Andai molte volte da don Evaldo Biasini e ho consegnato e ricevuto buste con soldi. Non so a che titolo succedesse. Don Evaldo era uno di famiglia per Anemone... Anemone conosceva tutti, aveva conoscenze anche in Vaticano. Tra i tanti monsignori anche monsignor Camaldo il cui nipote lavorava presso Anemone. A tutti loro portavo regali di Natale, argenti, vestiti: tutti regali che acquistavano presso il negozio Anatriello che adesso si è spostato verso via Frattina. Quando ritiravo i pacchi a volte pagavo. Assegni o contanti, erano cifre nell’ordine di 8 o 10.000 euro. Recapitavo regali per tutti: attori, registi, politici, preti». Agli atti dell’inchiesta sono state acquisite le telefonate intercettate nel 2006 per ordine del giudice di Potenza tra Camaldo e Anemone relative anche ad un prestito di 250.000 euro che l’alto prelato ottenne da Balducci. L’autista ricorda poi i viaggi in Tunisia effettuati con l’allora Provveditore: «Quando andavo lì una volta c’era la moglie, le altre eravamo solo io e lui. Una volta è venuto Anemone. Balducci mi portava anche per fargli da interprete ma non so che cosa facesse per lavoro lì». Per scoprirlo i pubblici ministeri hanno presentato una richiesta di rogatoria alle autorità di Tunisi. Il sospetto è che si tratti di operazioni immobiliari effettuate anche per conto di altri, proprio come avveniva in Italia.
Fiorenza Sarzanini
06 luglio 2010




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Il raggio che produce energia. Gratis

di Redazione

L’energia pulita tanto auspicata dal presidente Obama dopo il disastro ambientale del Golfo del Messico forse esiste già da un pezzo, ma qualcuno la tiene nascosta per inconfessabili interessi economici. Ma non solo. Negli anni Settanta, infatti, un gruppo di scienziati italiani ne avrebbe scoperto il segreto, ma questa nuova e stupefacente tecnologia, che di fatto cambierebbe l'economia mondiale archiviando per sempre i rischi del petrolio e del nucleare, sarebbe stata volutamente occultata nella cassaforte di una misteriosa fondazione religiosa con sede nel (...)
(...) Liechtenstein, dove si troverebbe tuttora. Sembra davvero la trama di un giallo internazionale l'incredibile storia che si nasconde dietro quella che, senza alcun dubbio, si potrebbe definire la scoperta epocale per eccellenza, e cioè la produzione di energia pulita senza alcuna emissione di radiazioni dannose. In altre parole, la realizzazione di un macchinario in grado di dissolvere la materia, intendendo con questa definizione qualunque tipo di sostanza fisica, producendo solo ed esclusivamente calore.

Una scoperta per caso

Come ogni giallo che si rispetti, l'intricata vicenda che si nasconde dietro la genesi di questa scoperta è stata svelata quasi per caso. Lo ha fatto un imprenditore genovese che una decina d'anni fa si è trovato ad avere rapporti di affari con la fondazione che nasconde e gestisce il segreto di quello che, per semplicità, chiameremo «il raggio della morte». E sì, perché la storia che stiamo per svelare nasce proprio da quello che, durante il fascismo, fu il mito per eccellenza: l'arma segreta che avrebbe rivoluzionato il corso della seconda guerra mondiale. Sembrava soltanto una fantasia, ma non lo era. In quegli anni si diceva che persino Guglielmo Marconi stesse lavorando alla realizzazione del «raggio della morte». La cosa era solo parzialmente vera. Secondo quanto Mussolini disse al giornalista Ivanoe Fossati durante una delle sue ultime interviste, Marconi inventò un apparecchio che emetteva un raggio elettromagnetico in grado di bloccare qualunque motore dotato di impianto elettrico.

Tale raggio, inoltre, mandava in corto circuito l'impianto stesso, provocandone l'incendio. Lo scienziato dette una dimostrazione, alla presenza del duce del fascismo, ad Acilia, sulla strada di Ostia, quando bloccò auto e camion che transitavano sulla strada. A Orbetello, invece, riuscì a incendiare due aerei che si trovavano ad oltre due chilometri di distanza. Tuttavia, dice sempre Mussolini, Marconi si fece prendere dagli scrupoli religiosi. Non voleva essere ricordato dai posteri come colui che aveva provocato la morte di migliaia di persone, bensì solo come l'inventore della radio. Per cui si confidò con Papa Pio XII, il quale gli consigliò di distruggere il progetto della sua invenzione. Cosa che Marconi si affretto a fare, mandando in bestia Mussolini e gerarchi. Poi, forse per il troppo stress che aveva accumulato in quella disputa, nel 1937 improvvisamente venne colpito da un infarto e morì a soli 63 anni.

La fine degli anni Trenta fu comunque molto prolifica da un punto di vista scientifico. Per qualche imperscrutabile gioco del destino, pare che la fantasia e la creatività degli italiani non fu soltanto all'origine della prima bomba nucleare realizzata negli Stati Uniti da Enrico Fermi e dai suoi colleghi di via Panisperna; altri scienziati, continuando gli studi sulla scissione dell'atomo, trovarono infatti il modo di «produrre ed emettere sino a notevoli distanze anti-atomi di qualsiasi elemento esistente sul nostro pianeta che, diretti contro una massa costituita da atomi della stessa natura ma di segno opposto, la disgregano ionizzandola senza provocare alcuna reazione nucleare, ma producendo egualmente una enorme quantità di energia pulita».
Tanto per fare un esempio concreto, ionizzando un grammo di ferro si sviluppa un calore pari a 24 milioni di KWh, cioè oltre 20 miliardi di calorie, capaci di evaporare 40 milioni di litri d'acqua. Per ottenere un uguale numero di calorie, occorrerebbe bruciare 15mila barili di petrolio. Sembra quasi di leggere un racconto di fantascienza, ma è soltanto la pura e semplice realtà. Almeno quella che i documenti in possesso dell'imprenditore genovese Enrico M. Remondini dimostrano.

La testimonianza

«Tutto è cominciato - racconta Remondini - dal contatto che nel 1999 ho avuto con il dottor Renato Leonardi, direttore della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, con sede a Vaduz, capitale del Liechtenstein. Il mio compito era quello di stipulare contratti per lo smaltimento di rifiuti solidi tramite le Centrali termoelettriche polivalenti della Fondazione Internazionale Pace e Crescita. Non mi hanno detto dove queste centrali si trovassero, ma so per certo che esistono. Altrimenti non avrebbero fatto un contratto con me. In quel periodo, lavoravo con il mio collega, dottor Claudio Barbarisi. Per ogni contratto stipulato, la nostra percentuale sarebbe stata del 2 per cento. Tuttavia, per una clausola imposta dalla Fondazione stessa, il 10 per cento di questa commissione doveva essere destinata a favore di aiuti umanitari. Considerando che lo smaltimento di questi rifiuti avveniva in un modo pressoché perfetto, cioè con la ionizzazione della materia senza produzione di alcuna scoria, sembrava davvero il modo ottimale per ottenere il risultato voluto.

Tuttavia, improvvisamente, e senza comunicarci il perché, la Fondazione ci fece sapere che le loro centrali non sarebbero più state operative. E fu inutile chiedere spiegazioni. Pur avendo un contratto firmato in tasca, non ci fu nulla da fare. Semplicemente chiusero i contatti».
Remondini ancora oggi non conosce la ragione dell'improvviso voltafaccia. Ha provato a telefonare al direttore Leonardi, che tra l'altro vive a Lugano, ma non ha mai avuto una spiegazione per quello strano comportamento. Inutili anche le ricerche per vie traverse: l'unica cosa che è riuscito a sapere è che la Fondazione è stata messa in liquidazione. Per cui è ipotizzabile che i suoi segreti adesso siano stati trasferiti ad un'altra società di cui, ovviamente, si ignora persino il nome. Ciò significa che da qualche parte sulla terra oggi c'è qualcuno che nasconde il segreto più ambito del mondo: la produzione di energia pulita ad un costo prossimo allo zero.

Nonostante questo imprevisto risvolto, in mano a Remondini sono rimasti diversi documenti strettamente riservati della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, per cui alla fine l'imprenditore si è deciso a rendere pubblico ciò che sa su questa misteriosa istituzione. Per capire i retroscena di questa tanto mirabolante quanto scientificamente sconosciuta scoperta, occorre fare un salto indietro nel tempo e cercare di ricostruire, passo dopo passo, la cronologia dell'invenzione. Ad aiutarci è la relazione tecnico-scientifica che il 25 ottobre 1997 la Fondazione Internazionale Pace e Crescita ha fatto avere soltanto agli addetti ai lavori. Ogni foglio, infatti, è chiaramente marcato con la scritta «Riproduzione Vietata». Ma l'enormità di quanto viene rivelato in quello scritto giustifica ampiamente il non rispetto della riservatezza richiesta.

Il «raggio della morte», infatti, pur essendo stato concepito teoricamente negli anni Trenta, avrebbe trovato la sua base scientifica soltanto tra il 1958 e il 1960. Il condizionale è d'obbligo in quanto riportiamo delle notizie scritte, ma non confermate dalla scienza ufficiale. Non sappiamo da chi era composto il gruppo di scienziati che diede vita all'esperimento: i nomi non sono elencati. Sappiamo invece che vi furono diversi tentativi di realizzare una macchina che corrispondesse al modello teorico progettato, ma soltanto nel 1973 si arrivò ad avere una strumentazione in grado di «produrre campi magnetici, gravitazionali ed elettrici interagenti, in modo da colpire qualsiasi materia, ionizzandola a distanza ed in quantità predeterminate».

Ok dal governo Andreotti

Fu a quel punto che il governo italiano cominciò ad interessarsi ufficialmente a quegli esperimenti. E infatti l'allora governo Andreotti, prima di passare la mano a Mariano Rumor nel luglio del '73, incaricò il professor Ezio Clementel, allora presidente del Comitato per l'energia nucleare (Cnen), di analizzare gli effetti e la natura di quei campi magnetici a fascio. Clementel, trentino originario di Fai e titolare della cattedra di Fisica nucleare alla facoltà di Scienze dell'Università di Bologna, a quel tempo aveva 55 anni ed era uno dei più noti scienziati del panorama nazionale e internazionale. La sua responsabilità, in quella circostanza, era grande. Doveva infatti verificare se quel diabolico raggio avesse realmente la capacità di distruggere la materia ionizzandola in un'esplosione di calore. Anche perché non ci voleva molto a capire che, qualora l'esperimento fosse riuscito, si poteva fare a meno dell'energia nucleare e inaugurare una nuova stagione energetica non soltanto per l'Italia, ma per il mondo intero.

Tanto per fare un esempio, questa tecnologia avrebbe permesso la realizzazione di nuovi e potentissimi motori a razzo che avrebbero letteralmente rivoluzionato la corsa allo spazio, permettendo la costruzione di gigantesche astronavi interplanetarie.
Il professor Clementel ordinò quindi quattro prove di particolare complessità. La prima consisteva nel porre una lastra di plexiglass a 20 metri dall'uscita del fascio di raggi, collocare una lastra di acciaio inox a mezzo metro dietro la lastra di plexiglass e chiedere di perforare la lastra d'acciaio senza danneggiare quella di plexiglass. La seconda prova consisteva nel ripetere il primo esperimento, chiedendo però di perforare la lastra di plexiglass senza alterare la lastra d'acciaio. Il terzo esame era ancora più difficile: bisognava porre una serie di lastre d'acciaio a 10, 20 e 40 metri dall'uscita del fascio di raggi, chiedendo di bucare le lastre a partire dall'ultima, cioè quella posta a 40 metri. Nella quarta e ultima prova si doveva sistemare una pesante lastra di alluminio a 50 metri dall'uscita del fascio di raggi, chiedendo che venisse tagliata parallelamente al lato maggiore.

Ebbene, tutte e quattro le prove ebbero esito positivo e il professor Clementel, considerando che la durata dell'impulso dei raggi era minore di 0,1 secondi, valutò la potenza, ipotizzando la vaporizzazione del metallo, a 40.000 KW e la densità di potenza pari a 4.000 KW per centimetro quadrato. In realtà, venne spiegato a sperimentazione compiuta, l'impulso dei raggi aveva avuto la durata di un nano secondo e poteva ionizzare a distanza «forma e quantità predeterminate di qualsiasi materia».
Tra l'altro all'esperimento aveva assistito anche il professor Piero Pasolini, illustre fisico e amico di un'altra celebrità scientifica qual è il professor Antonino Zichichi. In una sua relazione, Pasolini parlò di «campi magnetici, gravitazionali ed elettrici interagenti che sviluppano atomi di antimateria proiettati e focalizzati in zone di spazio ben determinate anche al di là di schemi di materiali vari, che essendo fuori fuoco si manifestano perfettamente trasparenti e del tutto indenni».
In pratica, ma qui entriamo in una spiegazione scientifica un po' più complessa, gli scienziati italiani che avevano realizzato quel macchinario, sarebbero riusciti ad applicare la teoria di Einstein sul campo unificato, e cioè identificare la matrice profonda ed unica di tutti i campi di interazione, da quello forte (nucleare) a quello gravitazionale. Altri fisici in tutto il mondo ci avevano provato, ma senza alcun risultato. Gli italiani, a quanto pare, c'erano riusciti.

L'insabbiamento

In un Paese normale (ma tutti sappiamo che il nostro non lo è) una simile scoperta sarebbe stata subito messa a frutto. Non ci vuole molta fantasia per capire le implicazioni industriali ed economiche che avrebbe portato. Anche perché, quella che a prima vista poteva sembrare un'arma di incredibile potenza, nell'uso civile poteva trasformarsi nel motore termico di una centrale che, a costi bassissimi, poteva produrre infinite quantità di energia elettrica.
Perché, dunque, questa scoperta non è stata rivelata e utilizzata? La ragione non viene spiegata. Tutto quello che sappiamo è che i governi dell'epoca imposero il segreto sulla sperimentazione e che nessuno, almeno ufficialmente, ne venne a conoscenza. Del resto nel 1979 il professor Clementel morì prematuramente e si portò nella tomba il segreto dei suoi esperimenti.

Ma anche dietro Clementel si nasconde una vicenda piuttosto strana e misteriosa. Pare, infatti, che le sue idee non piacessero ai governanti dell'epoca. Non si sa esattamente quale fosse la materia del contendere, ma alla luce della straordinaria scoperta che aveva verificato, è facile immaginarlo. Forse lo scienziato voleva rendere pubblica la notizia, mentre i politici non ne volevano sapere. Chissà? Ebbene, qualcuno trovò il sistema per togliersi di torno quello scomodo presidente del Cnen. Infatti venne accertato che la firma di Clementel appariva su registri di esame all'Università di Trento, della quale all'epoca era il rettore, in una data in cui egli era in missione altrove. Sembrava quasi un errore, una svista. Ma gli costò il carcere, la carriera e infine la salute. Lo scienziato capì l'antifona, e non disse mai più nulla su quel «raggio della morte» che gli era costato così tanto caro. A Clementel è dedicato il Centro ricerche energia dell'Enea a Bologna.

C'è comunque da dire che già negli anni Ottanta qualcosa venne fuori riguardo un ipotetico «raggio della morte». Il primo a parlarne fu il giudice Carlo Palermo che dedicò centinaia di pagine al misterioso congegno, affermando che fu alla base di un intricato traffico d'armi. La storia coinvolse un ex colonnello del Sifar e del Sid, Massimo Pugliese, ma anche esponenti del governo americano (allora presieduto da Gerald Ford), i parlamentari Flaminio Piccoli (Dc) e Loris Fortuna (Psi), nonché una misteriosa società con sede proprio nel Liechtenstein, la Traspraesa. La vicenda durò dal 1973 al 1979, quando improvvisamente calò una cortina di silenzio su tutto quanto.

Erano comunque anni difficili. L'Italia navigava nel caos. Gli attentati delle Brigate rosse erano all'ordine del giorno, la società civile soffocava nel marasma, i servizi segreti di mezzo mondo operavano sul nostro territorio nazionale come se fosse una loro riserva di caccia. Il 16 marzo 1978 i brigatisti arrivarono al punto di rapire il presidente del Consiglio, Aldo Moro, uccidendo i cinque poliziotti della scorta in un indimenticabile attentato in via Fani, a Roma. E tutti ci ricordiamo come andò a finire. Tre anni dopo, il 13 maggio 1981, il terrorista turco Mehmet Ali Agca in piazza San Pietro ferì a colpi di pistola Giovanni Paolo II.
È in questo contesto, che il «raggio della morte» scomparve dalla scena. Del resto, ammesso che la scoperta avesse avuto una consistenza reale, chi sarebbe stato in grado di gestire e controllare gli effetti di una rivoluzione industriale e finanziaria che di fatto avrebbe cambiato il mondo? Non ci vuole molto, infatti, ad immaginare quanti interessi quell'invenzione avrebbe danneggiato se soltanto fosse stata resa pubblica. In pratica, tutte le multinazionali operanti nel campo del petrolio e dell'energia nucleare avrebbero dovuto chiudere i battenti o trasformare da un giorno all'altro la loro produzione. Sarebbe veramente impossibile ipotizzare una cifra per quantificare il disastro economico che la nuova scoperta italiana avrebbe portato.

Ma queste sono solo ipotesi. Ciò che invece risulta riguarda la decisione presa dagli autori della scoperta. Infatti, dopo anni di traversie e inutili tentativi per far riconoscere ufficialmente la loro invenzione, probabilmente temendo per la loro vita e per il futuro della loro strumentazione, questi scienziati consegnarono il frutto del loro lavoro alla Fondazione Internazionale Pace e Crescita, che l'11 aprile 1996 venne costituita apposta, verosimilmente con il diretto appoggio logistico-finanziario del Vaticano, a Vaduz, ben al di fuori dei confini italiani. In quel momento il capitale sociale era di appena 30mila franchi svizzeri (circa 20mila Euro). «Sembra anche a noi - si legge nella relazione introduttiva alle attività della Fondazione - che sia meglio costruire anziché distruggere, non importa quanto possa essere difficile, anche se per farlo occorrono molto più coraggio e pazienza, assai più fantasia e sacrificio».

A prescindere dal fatto che non si trova traccia ufficiale di questa fantomatica Fondazione, se non la notizia (in tedesco) che il primo luglio del 2002 è stata messa in liquidazione, parrebbe che a suo tempo l'organizzazione fosse stata costituita in primo luogo per evitare che un'invenzione di quella portata fosse utilizzata solo per fini militari. Del resto anche i missili balistici (con quello che costano) diventerebbero ben poca cosa se gli eserciti potessero disporre di un macchinario che, per distruggere un obiettivo strategico, necessiterebbe soltanto di un sistema di puntamento d'arma.

Secondo voci non confermate, la decisione degli scienziati italiani sarebbe maturata dopo una serie di minacce che avevano ricevuto negli ambienti della capitale. Ad un certo punto si parla pure di un attentato con una bomba, sempre a Roma. Si dice che, per evitare ulteriori brutte sorprese, quegli scienziati si appellarono direttamente a Papa Giovanni Paolo II e la macchina che produce il «raggio della morte» venisse nascosta per qualche tempo in Vaticano. Da qui la decisione di istituire la fondazione e di far emigrare tutti i protagonisti della vicenda nel più tranquillo Liechtenstein. In queste circostanze, forse non fu un caso che proprio il 30 marzo 1979 il Papa ricevette in Vaticano il Consiglio di presidenza della Società Europea di Fisica, riconoscendo, per la prima volta nella storia della Chiesa, in Galileo Galilei (1564-1642) lo scopritore della Logica del Creato. Comunque sia, da quel momento in poi, la parola d'ordine è stata mantenere il silenzio assoluto.

Le macchine del futuro

Qualcosa, però, nel tempo è cambiata. Lo prova il fatto che la Fondazione Internazionale Pace e Crescita non si sarebbe limitata a proteggere gli scienziati cristiani in fuga, ma nel periodo tra il 1996 e il 1999 avrebbe proceduto a realizzare per conto suo diverse complesse apparecchiature che sfruttano il principio del «raggio della morte». Secondo la loro documentazione, infatti, è stata prodotta una serie di macchinari della linea Zavbo pronti ad essere adibiti per più scopi. L'elenco comprende le Srsu/Tep (smaltimento dei rifiuti solidi urbani), Srlo/Tep (smaltimento dei rifiuti liquidi organici), Srtp/Tep (smaltimento dei rifiuti tossici), Srrz/Tep (smaltimento delle scorie radioattive), Rcc (compattazione rocce instabili), Rcz (distruzione rocce pericolose), Rcg (scavo gallerie nella roccia), Cls (attuazione leghe speciali), Cen (produzione energia pulita).

A quest'ultimo riguardo, nella documentazione fornita da Remondini si trovano anche i piani per costruire centrali termoelettriche per produrre energia elettrica a bassissimo costo, smaltendo rifiuti. C'è tutto, dalle dimensioni all'ampiezza del terreno necessario, come si costruisce la torre di ionizzazione e quante persone devono lavorare (53 unità) nella struttura. Un'intera centrale si può fare in 18 mesi e potrà smaltire fino a 500 metri cubi di rifiuti al giorno, producendo energia elettrica con due turbine Ansaldo. C'è anche un quadro economico (in milioni di dollari americani) per calcolare i costi di costruzione. Nel 1999 si prevedeva che una centrale di questo tipo sarebbe costata 100milioni di dollari. Una peculiarità di queste centrali è che il loro aspetto è assolutamente fuorviante. Infatti, sempre guardando i loro progetti, si nota che all'esterno appaiono soltanto come un paio di basse palazzine per uffici, circondate da un ampio giardino con alberi e fiori. La torre di ionizzazione, dove avviene il processo termico, è infatti completamente interrata per una profondità di 15 metri. In pratica, un pozzo di spesso cemento armato completamente occultato alla vista. In altre parole, queste centrali potrebbero essere ovunque e nessuno ne saprebbe niente.

Da notare che, secondo le ricerche compiute dalla International Company Profile di Londra, una società del Wilmington Group Pic, leader nel mondo per le informazioni sul credito e quotata alla Borsa di Londra, la Fondazione Internazionale Pace e Crescita, fin dal giorno della sua registrazione a Vaduz, non ha mai compiuto alcun tipo di operazione finanziaria nel Liechtenstein, né si conosce alcun dettaglio del suo stato patrimoniale o finanziario, in quanto la legge di quel Paese non prevede che le Fondazioni presentino pubblicamente i propri bilanci o i nomi dei propri fondatori. Si conosce l'indirizzo della sede legale, ma si ignora quale sia stato quello della sede operativa e il tipo di attività che la Fondazione ha svolto al di fuori dei confini del Liechtenstein. Ovviamente mistero assoluto su quanto sia accaduto dopo il primo luglio del 2002 quando, per chissà quali ragioni, ma tutto lascia supporre che la sicurezza non sia stata estranea alla decisione, la Fondazione ufficialmente ha chiuso i battenti.

Ancora più strabiliante è l'elenco dei clienti, o presunti tali, fornito a Remondini. In tutto 24 nomi tra i quali spiccano i maggiori gruppi siderurgici europei, le amministrazioni di due Regioni italiane e persino due governi: uno europeo e uno africano. Da notare che, in una lettera inviata dalla Fondazione a Remondini, si parla di proseguire con i contatti all'estero, ma non sul territorio nazionale «a causa delle problematiche in Italia». Ma di quali «problematiche» si parla? E, soprattutto, com'è che una scoperta di questo tipo viene utilizzata quasi sottobanco per realizzare cose egregie (pensiamo soltanto alla produzione di energia elettrica e allo smaltimento di scorie radioattive), mentre ufficialmente non se ne sa niente di niente?
Interpellato sul futuro della scoperta da Remondini, il professor Nereo Bolognani, eminenza grigia della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, ha detto che «verrà resa nota quando Dio vorrà». Sarà pure, ma di solito non è poi così facile conoscere in anticipo le decisioni del Padreterno. Neppure con la santa e illustre mediazione del Vaticano.



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