lunedì 5 luglio 2010

A Foggia, piovono soldi sull'autostrada Tir di euro si schianta: caccia alle monete

Corriere del Mezzogiorno

Rubati oltre 10mila euro dagli automobilisti di passaggio
Il mezzo veniva da Cesena ed era diretto verso una banca



FOGGIA - Per molti automobilisti in viaggio si è trattato di un incidente «fortunato». Questo pomeriggio sul tratto dell’autostrada A14 tra Foggia e Cerignola un camion di una ditta di trasporti di valori, che trasportava due milioni e mezzo di euro in monete da uno e due euro, si è schiantato lungo la carreggiata.

L'assalto alle monete sull'autostrada

IL TIR - Secondo la polizia il mezzo era partito da Cesena ed era diretto in una banca di Bari . Poco dopo le 14 e 30 è scoppiato uno pneumatico e il camion si è scontrato contro il guard rail, coinvolgendo anche un'altra automobile (entrambi i guidatori sono stati ricoverati agli Ospedali Riuniti di Foggia, ma le condizioni non sono gravi). Nell'impatto sono fuoriuscite migliaia di monete, che si sono riversate su entrambe la carreggiate.

L'ASSALTO DEGLI AUTOMOBILISTI - Difficile il lavoro della polizia e dei vigilantes intervenuti sul luogo. Molti automobilisti, infatti, vedendo migliaia di euro in monetine si sono fermati iniziando una caccia ai due euro: sono stati rubati oltre diecimila euro. E nessuno si è preoccupato dei due feriti. I rallentamenti del traffico sono stati inevitabili.

Angelo Alfonso Centrone
05 luglio 2010





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Napoli, anche il morto bloccato dal sit-in dei disoccupati

Corriere del Mezzogiorno

Via Toledo, davanti all'ennesima manifestazione dei senzalavoro si ferma anche un'auto con salma a bordo

Video

NAPOLI - «Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori». Ore 10.30, l'appuntamento per i senzalavoro napoletani, com'è abitudine, è nella trafficata via Toledo, stamane ancora più congestionata per la corsa ai saldi estivi. Un disoccupato storico, fischia ai compagni poi aggiunge: "Jamme, jà!" incitanto molti "colleghi" che nel frattempo si erano radunati all'ombra di Dante, nel bel mezzo della piazza omonima. Pochi secondi e la strada viene bloccata. Per gli automobilisti è trovarsi contro un muro umano; chi è riuscito a passare è stato fortunato, chi è rimasto è costretto a fare dietrofront.

DIETROFRONT AL CARRO FUNEBRE - Il corteo si compone in un istante tra slogan e urla da stadio mentre gli automobilisti fanno manovra e tornano indietro. Immagini già viste, quotidiane. Stupisce però che la prima macchina costretta a fare inversione sia un «carro funebre» diretto al camposanto - dunque nel pieno dello svolgimento delle sue «funzioni» - con tanto di bara e fiori. Insomma, la canicola non allenta il furore dei disoccupati organizzati anzi, tende ad aumentarla. Il corteo ha la precedenza su tutto, anche sulle "anime del purgatorio".

PIANO TRAFFICO - Nei mesi scorsi sono stati soprattutto mezzi pubblici e pullman gran turismo a soffrire grossi disagi - costretti a scavalcare cordoli antitraffico e ad usufruire degli spazi dei cantieri aperti tra via Toledo e via Medina per consentire al traffico di defluire regolarmente. Stavolta a patire il caos generato dai disoccupati è stata addirittura una povera salma diretta al camposanto: un tassello di inciviltà morale prima che politica che si aggiunge a tanti altri sotto la canicola di un rovente sole d'estate.

Antonio Cangiano
05 luglio 2010




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L'Fbi dà la caccia ai militari afghani fuggiti negli Usa

Il Tempo

In America per corsi da pilota hanno badge di sicurezza del Pentagono.
Tutti poliziotti americani hanno le foto dei dieci ancora in libertà, forse legati ai talebani.



Stato di allerta in tutti gli Stati Uniti. Caccia aperta a un gruppo di afghani. Ma questa volta non si tratta di terroristi: sono militari afghani. Infatti, diciassette soldati dell'Ana, le forze armate di Kabul, sono scomparsi in questi mesi da una base militare americana in Texas. Gli afghani seguivano corsi di addestramento per piloti e per imparare l'inglese da usare nelle comunicazioni di volo. Sale così il timore di un nuovo 11 settembre con piloti-kamikaze questa volta «invitati a entrare» negli Stati Uniti.

Un avviso di ricerca con le foto dei militari è stato diffuso dall'Ncis di Dallas a tutte le polizie locali e alle agenzie federali. Nel Be-On-the-Lookout, «bolo», il bollettino federale redatto da Naval criminal investigative service, si spiega che «i militari afghani sono disertori nel Conus (nel continente degli Stati Uniti ndr)». Una mezza ammissione arriva dalla base. «Posso confermare che 17 persone sono scomparse dal Defense Language Institute - ha riferito Gary Emery, responsabile per le pubbliche relazioni della base di Lackland- negli ultimi 2 anni.

Nessuno è però scomparso negli ultimi 3 mesi». Le sparizioni, quindi, sono avvenute nel corso di questi anni, ma l'allarme è stato mantenuto perché solo sette sono stati rintracciati. Il bollettino di ricerca è, quindi, tuttora valido soprattutto dopo gli arresti di cittadini afghani, naturalizzati americani, coinvolti in piani di attentati contro gli Stati Uniti. Secondo alcune fonti investigative, l'ultimo fuggitivo in ordine di tempo è stato il tenente pilota Javier Aryan: non ha fatto ritorno nella base Awol di Lackland da gennaio.

Tutti i militari scomparsi sono in possesso di badge di sicurezza rilasciati dal Pentagono che consentono l'ingresso in tutte le aree riservate. Alcuni di questi badge sono rimasti attivi per molto tempo dopo la scomparsa dei militari afghani. I badge potrebbero essere stati clonati e infatti il Pentagono ha attivato le procedure per cambiare tutti i codici delle carte d'accesso alle installazioni militari. Il timore delle agenzie federali è che i militari, molti sono piloti, altri motoristi di bordo, possano avere simpatie con i talebani e quindi, una volta negli Stati Uniti si sono dati alla macchia per colpire dall'interno il «nemico». La base di Lackland dell'Air Force ospita 3.400 militari stranieri di Paesi alleati degli Stati Uniti: tra questi 228 vengono dall'Afghanistan. Lo scorso anno altri «studenti» avevano disertato. Un ufficiale iracheno che aveva chiesto, poi, asilo politico a Houston. Disertori anche un tunisino, un militare di Gibuti e un altro della Guinea Bissau.

Maurizio Piccirilli

05/07/2010





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Orlandi, la Chiesa: "Aprite la tomba del boss della Magliana"

Quotidianonet

Dal vicariato di Roma arriva il nulla osta per controllare la tomba dl Enrico De Pedis, detto Renatino. Gli inquirenti lo ritengono coinvolto nel sequestro e nell'omicidio della ragazza, il cui corpo non è mai stato trovato





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Israele, i giovani tifano per la Germania: la rabbia di chi ha vissuto la Shoah

Quotidianonet

‘’In fondo e’ solo tifo calcistico’’. No, è la risposta di chi ha vissuto in prima persona la barbarie nazista, comprende ma trova tuttora insopportabile l’entusiasmo per i colori tedeschi: "Dimenticheranno l’Olocausto’’





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Ho trovato il volto di Gesù navigando su Google Earth"

Quotidianonet

Un appassionato di internet britannico afferma di aver individuato l'immagine sacra grazie al software che mostra le immagini del pianeta. L'avvistamento vicino a Puspokladany, in Ungheria





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Firhall, il villaggio senza bambini

La Stampa

I figli e i nipoti possono fare visita ai loro familiari, a condizione che non restino più di tre settimane



ALICE CASTAGNERI
LONDRA

Tanto verde, prati curati, un piccolo laghetto e una serie di casette una attaccata all'altra. Ecco Firhall, un bucolico paesino nelle Highlands scozzesi così perfetto da sembrare finto. In realtà, la ragione di tanta quiete e armonia è la totale assenza di bambini. Per strada, infatti, non ci sono ragazzini sullo skateboard nè in bicicletta. Un caso? No, una scelta. Questo villaggio ha deciso di "mettere al bando i più piccoli". E, come era prevedibile, ha attirato subito le critiche di molti. Chi vive qui deve rispettare alcune regole. Nessuno può tenere anatre, conigli, piccioni e api. E' consentito, però, avere un cane. Quindi, un amico a quattro zampe sì, un bambino no. Così, camminando per le vie del villaggio si incontrano solo adulti. Per acquistare una proprietà in questa zona, infatti, è necessario avere più di 45 anni. Inoltre, sul contratto di acquisto c'è una clausola in cui si dice chiaramente che è proibito vendere la casa a chi ha figli.

I più giovani possono mettere piede in questa "comunità di vecchi" , a patto che non si fermino per un periodo superiore alle tre settimane. L'agente immobiliare Lesley Ann Fraser ha detto alla Bbc che il particolare divieto è un incentivo alla vendita: «Le persone che risiedono qui non odiano i bambini, cercano solo un po' di pace». Molti dei cittadini hanno dei figli e dei nipoti, ma preferiscono "isolarsi". David Eccles, presidente di "Firhall Trust" è convinto che chi abita in questo villaggio ami i bimbi, ma che abbia semplicemente optato per un stile di vita diverso: «Consente di starsene in pace, che è quello che cercano gli anziani». Eden Guisley, presidente della "Firhall Residence Association", sostiene che la mancanza dei bambini non è l'unica ragione per cui le persone si avvicinano al posto: «Ciò che piace a chi compra un immobile è che ci sono delle regole da rispettare». E in effetti il regolamento non si discute: non più di tre adulti per casa, non è consentito stendere i panni all'aperto, è interdetto il parcheggio nel villaggio ai veicoli commerciali.

I residenti sembrano davvero andare matti per tutte queste norme da seguire. Jimmy Greig ha detto di non aver considerato così importante l'elemento "teenager": «Io e mia moglie abbiamo scelto di abitare a Firhall perchè ci piaceva la casa, il prezzo era conveniente ed è vicino all'aeroporto». Un'altra residente, Edwina Ellis, ha dichiarato di essersi innamorata dell'atmosfera : «Ci sono moltissimo uccelli e una natura favolosa. Si vedono gli scoiattoli tutti i giorni. E' un posto perfetto dove passare la vita». Qualcuno, però, ha ammesso di aver selezionato il paesino per il suo "fattore no-bimbi". «Eravano stufi di una comunità in cui i bambini sono al centro dell'universo. E poi i ragazzini e il rumore vanno di pari passo. Possiamo stare seduti a bere un bicchiere di vino senza sentire le urle di chi passa la giornata giocando a calcio», ha detto David.






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Taricone cremato in segreto

Corriere della Sera

I familiari hanno rispettato una precisa volontà del giovane.
Momenti di tensione con i fotografi


MILANO

Nella tarda mattinata di sabato è stato cremato con una cerimonia tenuta in segreto a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) il corpo di Pietro Taricone, morto il 29 giugno scorso a Terni durante un lancio con il paracadute. I familiari hanno rispettato un'espressa volontà del giovane attore. La bara è stata trasferita nel luogo della cremazione e, alle 19 della sera, le ceneri sono arrivate a Trasacco per essere tumulate nella tomba di famiglia. Alla cerimonia religiosa nella cittadina abruzzese hanno partecipato i genitori, Francesco e Rita.

TENSIONI - Durante le inumazione delle ceneri a Trasaccoci sono stati momenti di tensione che hanno coinvolto un cameraman e alcuni fotografi. L'episodio è accaduto all'esterno del cimitero nuovo all'arrivo dell'auto all'interno della quale viaggiava l'attrice compagna di Taricone. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della stazione del Comune del Fucino. La salma de «ò guerriero» era stata provvisoriamente messa nella tomba della cappella di famiglia, vicino a quella del nonno che si chiamava come lui.

IL RICORDO - Intanto il RomaFictionFest ricorda Taricone. Oggi, lunedì, in apertura della manifestazione, alla Multisala Adriano di Roma, in occasione della proiezione di 'Tutti pazzi per amore 2', serie di fiction cui Taricone aveva partecipato, alla presenza di tutto il cast artistico capitanato da Emilio Solfrizzi, il produttore Carlo Bixio e il regista Riccardo Milani insieme alla direzione del Festival saliranno sul palco per salutare ancora una volta l'attore. Prima della proiezione sarà anche proiettato un video in cui Taricone canta una canzone di Eros Ramazzotti.


05 luglio 2010







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Nichi, il "cialtrone" che fa il secessionista

di Giancarlo Perna

Vendola smascherato da Tremonti come governatore incapace di sfruttare i fondi Ue in Puglia reagisce con le minacce: "La mia gente dice che bisogna staccarsi dall’Italia".

In realtà soffre perché il governo ha affidato il denaro al rivale Fitto


 


Incluso a pieni voti nella lista tremontiana dei «cialtroni» incapaci di spendere i fondi Ue per il Sud, il governatore della Puglia ha perso la trebisonda. Anziché replicare a tono alla garbata giornalista de La Stampa che gli chiedeva conto dei suoi acclarati demeriti, Nichi Vendola ha dato in escandescenze. Doveva semplicemente spiegare perché sta mandando in fumo 3.064 milioni di euro destinati alla Puglia se solo la Regione si degnasse di approntare un decente piano di spesa. Ripeto: seimila miliardi di vecchie lire che Bruxelles è pronta a versare sull’unghia in cambio di uno straccio di idea su come utilizzarli.
Beh, invece di dire qualcosa di intelligente, Vendola ha minacciato la secessione dal Paese. Imbufalito ha detto: «Al Sud, sta montando la rabbia: sento dire adesso basta, meglio separarsi dal resto dell’Italia». Non è ancora chiaro se pensi a una solitaria Repubblica di Puglia o a un’uscita collettiva da Napoli a Palermo, Sardegna compresa. In attesa di capire se si punti al trasloco del tacco o dell’intero mezzo stivale, spiego la ragione primaria del travaso di bile.
A rodergli particolarmente le budella è, infatti, la decisione di Giulio Tremonti di affidare la somma nelle mani di Raffaele Fitto: sia il ministro delle Regioni - vista l’insipienza vendoliana - a fare il programma e presentarlo all’Ue. Ma Fitto, agli occhi tardo comunisti di Nichi, ha il grave difetto di essere del Pdl e pugliese. Quindi avversario politico e rivale regionale. Un affronto che gli ha fatto tintinnare l’orecchino al lobo. «Se bloccano quei fondi per la Puglia - ha detto il governatore dimezzato - è come scoppiasse la bomba atomica».
Vagli a spiegare che a bloccarli è la sua inadeguatezza e che compito di Fitto è sbloccarli. Ma siccome i soldi sono soldi, il solo pensiero che a maneggiarli siano altri, lo manda in bestia. Non sia mai che Fitto li spenda bene e la Puglia ne ricavi vantaggio. Che ne sarebbe di Nichi se accadesse? La fine della luna di miele con i pugliesi già durata cinque anni, il brusco risveglio dal sogno di farsi capataz dei conterranei per i prossimi dieci emulando il regno di Formigoni in Lombardia, l’incubo che il suo pavoneggiarsi da statista si riveli per quello che è: un bluff impastato di retorica, chiacchiere e abissale vanagloria.
Ecco perché l’intervista, a mano a mano che procede, si libra nel surreale. Anziché individuare una strategia per riacciuffare il denaro Ue, evitandone lo storno verso Paesi più concreti, Nichi si autosviolina.
«Sono appena stato a Shanghai e sa perché?», chiede all’intervistatrice. Pare di vederlo mentre pitoneggia la giornalista cercando di imbambolarla. Segue un attimo di silenzio denso di mistero, poi riprende: «La regione più industrializzata della Cina chiede a noi (pugliesi, ndr) come risolvere i suoi enormi problemi di smaltimento rifiuti, ripulitura delle acque, qualità dell’aria». Già. Per tutto il Celeste Impero, da Shanghai a Pechino, è tutto un invocare: «Ven-do-la, plego, da-le a noi, tua licet-ta per smalti-le la mon-ne-zza».
Con che faccia Nichi evochi proprio i rifiuti per vantare benemerenze, non si capisce. La Puglia è una pattumiera a cielo aperto. Per il Corpo forestale dello Stato è il regno delle discariche abusive. Si contano a centinaia, mentre quelle ufficiali sono in via di esaurimento. Il 60 per cento delle cavità naturali (le meravigliose grotte pugliesi) è ricettacolo di rifiuti: auto, rottami, inquinanti vari. In base al rapporto di quest’anno di Legambiente, la terra governata dal redentore della Cina occupa saldamente il secondo posto nel ciclo illegale dei rifiuti, è al top per i traffici internazionali dei rifiuti in entrata o in uscita, imperano le ecomafie. Il tutto per il caparbio rifiuto di Vichi, imbevuto di ecologismo pecoraroscaniesco, di utilizzare i termovalorizzatori dei quali ha ordinato il blocco.
Quanto alle acque, meglio stendere un velo pietoso. La Regione è titolare del più noto acquedotto d’Italia - quello pugliese, appunto - che è anche il più bucherellato. Gli sprechi sono mastodontici. Nonostante ciò Vendola si è messo alla testa del movimento che vuole impedirne la privatizzazione - e modernizzazione - suggerita dal governo. Se è con questo bagaglio che Vichi darà una mano alla Cina, il pericolo giallo è bello che risolto: il lanciatissimo Paese si inabisserà nella preistoria e chi s’è visto, s’è visto.
Per li rami della strampalata intervista, trova anche spazio la protesta di Nichi per le farragini burocratiche che ostacolano le grandi opere. Non è perciò colpa sua se non gli riesce manco un brogliaccio per intercettare i tre miliardi e passa di fondi Ue. Che le scartoffie siano di inciampo, non ci piove. Basterebbe però attrezzarsi e ingaggiare qualche fine cervello sul mercato - se non ce l’ha in casa -, anziché piagnucolare a mezzo stampa. È nel Mezzogiorno che l’uso dei finanziamenti europei non decolla. In Lombardia, con gli stessi ostacoli, si utilizzano che è una bellezza.
In conclusione, messo di fronte alle difficoltà, il governatore, anziché di rimboccarsi le maniche, prende una scorciatoia da Bossi dei poveri: urla che il Sud è stufo e minaccia la secessione di Bari. Ridicolo se non fosse penoso. Se già ciurla con lo Stato alle spalle - e con l’Ue che gli offre tre miliardi su un vassoio d’argento - figurarsi come se la caverà domani con la sola consulenza di Lecce, i consigli di Foggia, i punti di vista di Brindisi. Può darsi però che abbia ragione lui. Seceda. Sarà la volta che, messo alle strette, proverà almeno a cavare un ragno dal buco.
Adesso, comunque, dà solo prova di strafottenza smargiassa per nascondere impreparazione e impotenza. È il limite delle classi dirigenti del Meridione. Mentre l’Umberto vaneggia di autodeterminazione, ma almeno lo fa da una posizione di forza, Vichi fa altrettanto senza neanche avere un santo cui votarsi. E dell’Italia - la vera vittima dei tornei verbali dei politici - chissene importa. È il corpore vili che da destra e da sinistra si tagliuzza a piacimento.
Quando Vendola nel 2005 fu eletto per la prima volta governatore, pianse. «È gioia?», gli fu chiesto. «È dolore - rispose -. Soffro perché entro nel cuore del potere». Aggiunse: «Per essere felici col potere bisogna amarlo e io sono disamorato del potere. Ho paura di sporcarmi la faccia». Perfetto. Se l’è sporcata. Faccia fagotto.




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Mosca, sequestrata la telecamera al figlio di Celentano

Corriere della Sera

Stava facendo delle riprese «senza autorizzazione nella piazza Rossa
Il caso
Mosca, sequestrata la telecamera al figlio di Celentano


Giacomo Celentano (dal web)
Giacomo Celentano (dal web)
MILANO

Piccolo incidente con la polizia in piazza Rossa per il cantante Giacomo Celentano, il secondogenito di Adriano e Claudia Mori: sabato scorso, dopo essersi esibito in un ristorante moscovita proponendo canzoni del popolare repertorio del padre, è stato fermato dai poliziotti mentre un suo cameraman filmava la piazza. Gli agenti gli hanno chiesto se aveva l'autorizzazione, ma non capendo il russo, il suo cameraman ha continuato a girare. La pattuglia ha deciso quindi di sequestrare la telecamera. Ma, come riferisce oggi la stampa, gli organizzatori russi del concerto sono andati al commissariato spiegando che si trattava del figlio del noto artista italiano e ottenendo la restituzione dell'apparecchio. Dal 29 marzo scorso, il leader del Cremlino, Dmitri Medvedev, appassionato di foto, ha cancellato il divieto di scatto in piazza Rossa, ma resta la necessità di chiedere una autorizzazione per le riprese video. (Fonte Ansa)

05 luglio 2010






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Cancro? E il matrimonio va a pezzi: se ti ammali ci lasciamo

Corriere della Sera

Se il tumore colpisce lei la separazione è sette volte più probabile.
Storie di separazioni e tradimenti

MILANO

Una malattia grave in famiglia mette seriamente alla prova la solidità di una coppia: tante difficoltà pratiche e psicologiche finiscono per minare in modo irrecuperabile il rapporto, mandando in frantumi l’intimità sessuale e sentimentale. Le probabilità di separazione o di divorzio, però, sono sette volte superiori nel caso che sia la moglie ad ammalarsi. I motivi? Spesso, dopo esserle stato vicino durante il periodo delle cure, il marito la abbandona. Ma accade anche che a fare le valigie sia lei, perchè combattere il cancro rende le donne più forti e consapevoli delle proprie capacità.
LO STUDIO – In uno studio pubblicato sulla rivista Cancer ricercatori del Seattle Cancer Care Alliance hanno analizzato le statistiche dei casi di divorzio di 515 pazienti colpiti da varie forme di tumore al cervello e da sclerosi multipla, seguiti per un arco temporale di cinque anni, dal 2001 al 2006. I risultati hanno confermato quanto era già emerso dai pochi studi sul tema svolti in passato: circa il 12 per cento delle coppie va incontro a divorzio o separazione se uno dei due coniugi sviluppa il cancro. Ma ben il 21 per cento delle coppie tende a separarsi quando ad ammalarsi è lei, mentre soltanto il 3 per cento dei matrimoni s’infrange se è l’uomo ad essere colpito dalla malattia. La rottura è più frequente nelle coppie giovani (quelle con una storia insieme più breve o formate da persone di giovane età), mentre i coniugi anziani o sposati da lungo tempo sembrano reggere meglio l’impatto. Un fatto, comunque, risulta evidente: la separazione influisce negativamente sia sulla qualità di vita residua dei malati che sulle terapie. I pazienti soli, infatti, hanno più probabilità di venire ricoverati in ospedale e minori chance di partecipare a sperimentazioni o di sottoporsi a diversi cicli di trattamenti.
LA COPPIA SCOPPIA, DOPO - «Nella mia realtà confermo in pieno i dati dello studio americano – commenta Patrizia Pugliese, responsabile del Servizio di psicologia all’Istituto Tumori Regina Elena di Roma - : se un’unione va in crisi nella stragrande maggioranza dei casi è il marito che se ne va e la separazione riguarda soprattutto le persone giovani o le unioni formate da poco. Ma scoppiano davvero sole le coppie che avevano già dei problemi, magari trascurati, lasciati sopire per anni. E la malattia li mette in evidenza, li esaspera». Di solito, spiega l’esperta, marito e moglie restano molto uniti finché «c’è da fare»: intervento chirurgico, chemio e radioterapia, accompagnamenti per le visite, gestione di casa, famiglia e figli mentre il coniuge è più debole o ricoverato. I problemi arrivano dopo, nel follow up. Quando c’è tempo per riflettere e bisogna tornare alla «normalità», raccogliere le forze dopo la paura che la malattia porta con sé, programmare il futuro facendo i conti con il cancro e i cambiamenti avvenuti. Quando si torna a casa, alla quotidianità. E all’intimità, che troppo spesso non prevede il sesso.
STORIE DI SILENZI… - «Mio marito è stato splendido», racconta Roberta, 47 anni, operata quattro anni fa di un carcinoma al seno e ora in cura per una recidiva. «Si è fatto carico di tutto. Era onnipresente, per me e per nostra figlia: portava me alle visite e lei a scuola, ai corsi di nuoto, la seguiva alle gare. Coordinava i turni in ospedale e mi è stato molto vicino. Casa, spesa, vacanze, pensava a tutto lui. Cucinava, persino, e sorrideva». Eppure ora sono in crisi: lui rivendica gli sforzi fatti e mette in evidenza l’abisso che separa i suoi molti impegni rispetto a quanto fanno normalmente «gli altri uomini». Lei ringrazia, ma si sente sola.

Con il dolore, la paura di morire e la sensazione sgradevole di non sentirsi più amata né desiderata, solo accudita. «Luca fa, fa tantissimo, si sente Superman in confronto ad amici e colleghi – continua Roberta -. Ma non mi parla, non mi vuole ascoltare. Quando ho tentato di parlargli delle mie ansie, ha sempre tagliato corto. E se mi vede pensierosa o solitaria s’infastidisce piuttosto che chiedermi cos’ho. Mi basterebbe un “come stai?” di tanto in tanto. E una carezza, un bacio, magari qualcosa in più». L’incapacità di comunicare i bisogni emotivi è uno degli scogli più grandi da superare: il malato si sente senza appoggio, incompreso, abbandonato a timori che il cancro ha scatenato. E il partner non sempre è in grado d’intuire cosa sta succedendo. «Comunicare è l’unica soluzione – dice Pugliese -. Bisogna esporre chiaramente pensieri e bisogni, da entrambe le parti. Perché i silenzi sedimentano e si creano mura invalicabili»
. …E DI TRADIMENTI – E il sesso? Tornare a farlo, appena possibile, è il consiglio degli esperti. Compatibilmente con i tempi di recupero dai trattamenti, ovviamente. Magari trovando strade nuove per una sessualità che, soprattutto agli inizi, potrebbe non consentire il tradizionale rapporto completo. Ma baci, carezze e «preliminari» sono parte fondamentale di una coppia che voglia restare unita.

«Dovevo capirlo prima, ho sbagliato anch’io – ammette Sonia, che a 44 ha ritrovato la serenità e i piaceri dell’intimità con un nuovo compagno -. Avevo 35 anni quando mi hanno diagnosticato un carcinoma ovarico, convivevo con il mio ex da tre anni, ma stavamo insieme da sei. Ho subito un intervento e la chemio, per fortuna è andato tutto bene, ma noi due ci siamo persi. Dopo le cure lui non mi cercava più: era paziente e comprensivo o disinteressato? Forse entrambi, all’inizio. Io soffrivo di secchezza vaginale, dolore alla penetrazione e non avevo molta voglia. Non mi sentivo desiderata, evitavo il discorso. Giorno dopo giorno, senza parlarne, sono passati cinque anni. Cinque anni senza rapporti, per me. Lui si era trovato un’amante».
IL MALATO E’ LUI? CHIEDE AIUTO CON L’AMANTE - Simona Donegani, psicologa del Programma Prostata dell’Istituto Tumori di Milano dal 2003, di storie da raccontare ne avrebbe tantissime, tutte molto simili: vede circa 20 nuovi malati ogni settimana. Sono uomini a cui viene diagnosticato un tumore alla prostata, perlopiù over 60, vicini alla pensione. «Su di loro l’impatto della malattia è durissimo – spiega l’esperta -, sia a livello psicologico che sessuale perché l’uomo sente di perdere il suo potere di capofamiglia e vede messa in dubbio l’immagine virile che ha di sé. Incontinenza e disfunzione erettile, poi, sono un duro colpo da sopportare».

Nonostante le difficoltà, comunque, il matrimonio regge. In oltre sette anni, su circa 3 mila pazienti, la psicologa ricorda bene gli unici tre casi di separazione: «Tre coppie con grandi differenze d’età. Lui ultra 60enne, lei molto più giovane con l’intervento prostatectomia radicale vedeva rompersi l’idea di famiglia che avevano progettato. È stata l’impossibilità di avere dei figli a rendere la crisi irreversibile. E in tutti e tre i casi la separazione è stata ben accettata anche dall’uomo».

Solitamente, invece, la donna accudisce il partner, è avvezza a offrire supporto emotivo, a sacrificarsi e non le dispiace cercare una nuova sessualità fatta più di preliminari (se per effetti collaterali legati alle cure la penetrazione diventa un problema). Lui spesso diventa geloso, possessivo, teme un tradimento, ma il tempo e il dialogo aggiustano le cose. «Per le donne, passati i 60 anni, nella stragrande maggioranza dei casi il sesso penetrativo non è la cosa fondamentale – continua Donegani -. Ma lo è per i maschi, che quando si presentano da me (chiede supporto psicologico solo un paziente su dieci circa, ndr) sono molto frustrati». E se non mancano i casi di uomini che, una volta lasciata la malattia alle spalle, decidono di “cambiare vita”, dedicandosi a nuove esperienze e nuovi amori, la maggior parte di quelli che chiede aiuto per la vita di coppia lo fa perlopiù accompagnato dall’amante, perché con la moglie spesso non c’è più intimità.
UNA DONNA SU QUATTRO LASCIA IL MARITO – Gli studi scientifici sul tema «cancro e divorzio» scarseggiano e dati italiani non ne esistono, ma secondo le stime fornite dall’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) nei mesi scorsi il 25 per cento delle 400mila italiane ad oggi guarite dal cancro al seno ha chiesto la separazione perché il coniuge si è dimostrato inadeguato ad affrontare la prova. Di fronte a questi dati bisogna tenere presente che, con la diagnosi precoce, è sempre più alto il numero di donne che affrontano il cancro molto giovani, fra i 30 e i 40 anni.

E che le possibilità di guarigione sono elevate. Sconfiggere il cancro, così, può equivalere a una seconda occasione: dopo aver sfiorato la morte si ritrovano l’entusiasmo e la voglia di vivere, di ripartire da zero. Ricominciare a vivere, dopo mesi di agonia e angoscia, spesso vuol dunque dire lasciarsi alle spalle molte cose e se una donna su quattro lascia il marito, cresce sempre di più pure il numero di ex-pazienti che diventano mamme (il 5 per cento) e che tornano al lavoro (il 40 per cento dopo due mesi dalla diagnosi, il 74 dopo due anni).
TRE CONSIGLI PER RESTARE UNITI – Come far reggere il matrimonio all’urto di una malattia grave? Le psicologhe concordano su tre punti fondamentali. Primo, chiedere un sostegno psicologico fin dalla diagnosi: aiuta a sentirsi meno soli e a non commettere gli errori più comuni per le coppie in questa situazione, prevenendo conflitti di coppia, distacchi e separazioni. Secondo, la parola d’ordine è comunicare. Chiedere al partner cosa gli fa paura, se prova dolore, quali sono le sue aspettative e i suoi bisogni. Terzo, non perdere l’intimità e riprendere la sessualità il prima possibile. Non esistono tempi obbligatori di stop da rispettare (a parte quelli legati all’intervento chirurgico) e non è detto che sesso equivalga solo al tradizionale rapporto completo. Si può sperimentare altro, i preliminari diventano più importanti e a un’intimità di baci e carezze non esistono limiti. È fondamentale che il malato si senta desiderato e il partner non si senta escluso, ma vicino.
Vera Martinella (Fondazione Veronesi)
29 giugno 2010(ultima modifica: 05 luglio 2010)




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La corsa al vitalizio costa 18 milioni

Il Tempo

Alla Regione Lazio fioccano le richieste di ex onorevoli per ottenere l'assegno.

Al vaglio del Consiglio l'ipotesi di alzare l'età pensionabile e diminuire il contributo. 
PRIVILEGI
A 2.500 ex parlamentari rimborsi e viaggi gratis


Alcuni ex consiglieri hanno già presentato la domanda, altri lo faranno nelle prossime settimane. Alla Regione Lazio è partita la corsa al vitalizio. Gli ex onorevoli ne hanno diritto a 55 anni ma possono richiederlo anche a 50.  Basta che accettino una decurtazione del 5 per cento. Lo faranno. Soprattutto perché maggioranza e opposizione stanno preparando la sforbiciata alle pensioni d'oro. Il capogruppo di Rifondazione Comunista, Ivano Peduzzi, ha presentato una proposta di legge che porta l'età minima per ottenere il vitalizio a 65 anni e taglia l'assegno del 50 per cento.

Non solo. La modifica riguarda anche quelli che ricevono l'assegno da alcuni anni e la reversibilità versata ai familiari degli eletti alla Pisana. Il consigliere del Pdl Giancarlo Miele, invece, presenterà nei prossimi giorni un provvedimento che, pur non toccando l'importo dell'assegno, sposta in avanti l'età pensionabile. Di questi tempi, con i sacrifici richiesti ai dipendenti statali, la stretta sulla spesa pubblica e la revisione dei criteri per andare in pensione, la maggioranza del Consiglio regionale sarebbe pronta a dare il via libera alla riduzione dei privilegi dei politici.

Una battaglia «sponsorizzata» anche dal presidente del Consiglio regionale Mario Abbruzzese che ha assicurato che l'assemblea discuterà presto della modifica del vitalizio. Dunque lo spettro di una modifica radicale ha spinto alcuni ex consiglieri a richiedere immediatamente il vitalizio, con la speranza che la nuova norma non tocchi i diritti acquisiti, sia pure da pochi mesi. «Hanno tutti paura di dover rinunciare all'assegno - spiega Peduzzi - ma non è possibile continuare in questo modo. Si può andare in pensione a 50 anni quando al resto degli italiani si chiede invece di continuare a lavorare? E poi la Regione Lazio deve necessariamente tagliare le spese, soprattutto nella sanità: è giusto che cominci dai privilegiati». Ma per gli ex consiglieri i «diritti» non si discutono.

Il primo a presentare la domanda è stato un politico del Pdl che ha 53 anni e che, con due legislature passate in Consiglio regionale, otterrà poco meno di 5 mila euro al mese. Poi, allo scoccare del cinquantacinquesimo anno d'età conquisterà l'intero vitalizio: 5.200 euro. «Ho 49 anni - spiega un altro ex consigliere - Aspetterò ancora qualche mese e poi anch'io chiederò di avere l'assegno. Spero di fare in tempo». «A me arriverà automaticamente, ho 64 anni - dice un ex rappresentante della lista civica Marrazzo - Lo sto aspettando». Con una legislatura alle spalle riceverà 3.200 euro al mese. Stessa situazione di un altro ex, sempre della lista civica: «Mi hanno detto che non devo nemmeno compilare la richiesta, visto che ho superato i 55 anni. Ma ancora non ho visto niente».
In tutto sono 287 i vitalizi pagati dalla Regione Lazio. Tra questi 16 contributi di reversibilità. Costano 18 milioni di euro all'anno. Se passasse la modifica del regolamento ci sarebbe un risparmio di 7 milioni. «Ma non è detto che gli attuali consiglieri vogliano realmente tagliare gli assegni - dice ancora il capogruppo di Rifondazione - Tutti sono d'accordo ma l'Aula ha tentato già nella scorsa legislatura di ridurre i vitalizi e, alla fine, non ci è riuscita». Insomma si vedrà nei prossimi mesi. In ogni caso gli ex consiglieri non si danno per vinti. Ma di spese da tagliare alla Regione Lazio ce ne sono parecchie. A partire dai monogruppi.

Nel 2009 erano nove su diciotto i partiti formati da un unico consigliere. Ognuno ha diritto all'indennità di capogruppo (quasi 1.800 euro al mese in più sullo stipendio base di 8 mila euro) e a una segreteria di cinque addetti. Mica male. Anche perché spesso negli staff dei singoli rappresentanti spuntano «casualmente» amici e parenti dei consiglieri stessi. La spesa per i piccoli partiti che non si sono nemmeno presentati alle elezioni ammonta a più di 3 milioni di euro all'anno. Poi ci sono le Commissioni: 16 permanenti e 2 speciali. Il presidente di ogni organismo consiliare ha diritto a un'indennità di 1.400 euro al mese mentre i due vicepresidenti ottengono 700 euro ciascuno. Inoltre ogni numero uno di Commissione può contare sull'auto blu e su una segreteria di 5 persone. Costo totale: 4 milioni di euro all'anno.

Se si aggiunge che tutte le altre Regioni italiane hanno, al massimo, 8 Commissioni, allora il Lazio si conferma come il più spendaccione. Ma anche qui ci sarebbe la volontà politica di cambiare rotta. È stato Pier Ernesto Irmici (Pdl) a presentare una proposta di legge per tagliare sei Commissioni, arrivando, dunque, a dieci. Questa settimana il partito principale del centrodestra si riunirà per tirare le fila e mettere la modifica all'ordine dei lavori. Non sarà facile, visto che all'interno della stessa maggioranza ci sono parecchi dissapori.







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In compagnia di Fido: norme e prudenza

La Stampa

GERMANO PALMIERI
Il possesso di uno o più cani è sicuramente appagante in termini di compagnia (soprattutto per bambini e persone sole), utilità (si pensi ai cani guida per ciechi o a quelli in dotazione alle forze dell’ordine), sicurezza: è il caso dei cani da guardia e di quelli da pastore.
C’è però un rovescio della medaglia, rappresentato dai danni e dai fastidi che possono essere provocati dall’animale, soprattutto se oggetto di una gestione imprudente o scriteriata. Per non parlare dei reati riconducibili al possesso di un cane; reati di cui l’animale è incolpevole strumento o vittima innocente: si pensi, rispettivamente, ai disturbi provocati dall’abbaio dovuto alle condizioni estreme in cui l’animale è costretto a vivere, o al suo abbandono da parte di un proprietario becero.
In questo focus esamineremo le conseguenze riconducibili ai danni provocati dall’animale, ed i reati di cui si può rendere responsabile il proprietario o il detentore dell’animale.
Norme e responsabilità
L’art. 2052 del codice civile stabilisce che il proprietario di un animale, o chi se ne serve per il periodo in cui l’ha in uso, è responsabile dei danni causati dall’animale, sia che fosse sotto custodia, sia che fosse smarrito o fuggito.
Questa presunzione di responsabilità può essere superata solo se il proprietario o chi si serve dell'animale prova il caso fortuito, ossia l’intervento di un fattore esterno idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra il comportamento dell’animale e l’evento lesivo: esimente non ravvisata dalla Cassazione (sentenza n. 6454 del 19/3/2007) nel morso inferto dal cane a un visitatore che si era recato nell’abitazione del proprietario, avvicinandosi all’animale: è infatti irrilevante dimostrare di aver usato la normale diligenza nella custodia dell’animale (Cass. 6/1/1983, n. 75), o che il danno è stato causato da un impulso imprevedibile dell’animale; così, non è stato considerato un caso fortuito il fatto che un cane si fosse liberato dalla catena alla quale era legato.
Al caso fortuito è assimilabile la colpa del danneggiato, se questi ha tenuto un comportamento tale da costituire la causa dell’evento: come nel caso di chi, introdottosi abusivamente nel fondo altrui, si avvicini eccessivamente al cane impegnato a mangiare e venga aggredito dall’animale (Cass. 23/2/1983, n. 1400), o di chi, introdottosi nel magazzino del proprietario del cane nell’ora di chiusura al pubblico, venga assalito dalla bestia (Trib. Pordenone 10/4/1989).
In Italia muoiono ogni anno, travolti da autoveicoli, circa 20.000 cani, di cui quasi 5.000 fra luglio e agosto, mesi di punta di questa ecatombe: ciò che la dice lunga sul numero di veicoli in circolazione, ma anche sul numero di coloro che sono soliti sbarazzarsi dell’animale per andare in vacanza.
Il primo comma dell’art. 2054 c.c. stabilisce che il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose (quindi anche ad animali) dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Da ciò discende che, se non viene fornita questa prova e il proprietario dell’animale agisce in giudizio per il risarcimento del danno esistenziale patito a causa della perdita dell’animale, questo gli è dovuto (Giudice di pace di Ortona 8/6/2007).
In precedenza (sentenza del 7/3/2002) il Giudice di pace di Venezia non aveva riconosciuto la risarcibilità del danno esistenziale consistente nel turbamento sofferto per aver assistito all’aggressione e al ferimento del proprio cane da parte di un altro cane.
Come ovviare ai danni
Per coprire le spese derivanti dall’obbligo di risarcire i danni prodotti dagli animali di cui si abbia la detenzione si può stipulare una polizza assicurativa, con o senza franchigia: nel primo caso l’assicurazione copre il danno solo per la parte che supera l’importo concordato, restando la residua quota (franchigia) a carico dell’assicurato. Pagando un supplemento di premio la copertura assicurativa può riguardare anche le spese veterinarie conseguenti a malattia o infortunio dell’animale, nonché i danni da questo provocati quando sia stato affidato, per esempio, a un amico, a un domestico o a un dog sitter.

L’art. 3 dell’ordinanza del Ministro della salute 3/3/2009 per la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani, la cui validità scadrà il 23/3/2011 salvo proroga, fa obbligo, ai possessori di cani compresi nel registro tenuto e aggiornato dai servizi veterinari (vi sono indicati gli animali potenzialmente pericolosi, individuati in base alla gravità delle eventuali lesioni provocate a persone, animali o cose), di stipulare una polizza di assicurazione contro la responsabilità civile per danni causati a terzi dal proprio cane, e di applicare sempre sia il guinzaglio che la museruola all’animale quando si trovi in aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico.
L’assicurazione, che può ovviamente essere stipulata anche per gli eventuali danni provocati da animali assolutamente pacifici, non mette però al riparo dalle conseguenze penali derivanti, per esempio, dalle lesioni provocate a terzi dal proprio cane, conseguenze destinate a ricadere comunque sul proprietario dell’animale o su chi ne abbia la custodia.
Una Compagnia di assicurazione inglese ha stilato la classifica dei cani che fanno più danni: al primo posto l’alano, seguito da chihuahua, mastino, bassetthound, levriero, setter inglese, bulldog, bassotto, boxer e beagle.




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Chiesa nella bufera: in Belgio denunciati altri 300 casi di pedofilia

di Redazione

Le accuse stavolta arrivano da un sacerdote: "Tra il ’92 e il’98 segnalammo tutto all’arcivescovado ma nessuno ci ascoltò".

E il ministro della Giustizia chiede che a risarcire le vittime sia il Vaticano


La Procura di Bolzano ha aperto un’inchiesta su presunti maltrattamenti avvenuti in un asilo nido della città. Sinora sarebbero emersi una decina di casi, situazioni di bimbi che avrebbero subito pesanti punizioni da parte di due maestre. Addirittura ai piccoli che «disturbavano» sarebbe stata rifiutata la pappa.
Così, mentre ancora il magistrato sta attendendo nuovi elementi per inquadrare meglio il caso, due maestre sono state cautelativamente sospese dal servizio.
Gli episodi sono stati segnalati in un esposto presentato ai carabinieri da una famiglia ed altri nove genitori sono stati convocati dagli inquirenti. A quanto risulta hanno tutti confermato le accuse. Alcuni dei bambini - hanno denunciato i genitori - se non prendevano sonno, venivano rinchiusi in una stanza al buio o obbligati a stare fermi su dei lettini con una copertina tirata sino sopra i capelli.
In altri casi alcuni piccoli sarebbero stati costretti a rimanere per ore su una sedia con il viso rivolto contro un muro. Ad altri ancora le operatrici avrebbero tirato le orecchie con continue minacce di castighi più pesanti.
La struttura incriminata non appartiene alla rete comunale degli asili nido, ma è gestita da una cooperativa formata in gran parte da operatrici specializzate e oltre ad occuparsi della gestione di alcuni nidi d’infanzia, è impegnata anche nella formazione, all’interno di un programma del Fondo sociale europeo, ovvero quello delle Tagesmutter, le donne che accudiscono a casa propria i figli altrui, sull’onda di una consolidata tradizione del mondo di lingua tedesca.
La questione è giunta sul tavolo del magistrato sulla base della segnalazione dei genitori di uno dei piccolissimi ospiti dell’asilo nido: secondo quanto messo a verbale dai carabinieri, il bambino avrebbe denunciato una serie di disturbi psicologici, con una particolare paura del buio e persistenti disturbi del sonno.
A determinare questa situazione - secondo i genitori - sarebbe stata una serie di punizioni comminata all’interno dell’asilo nido. I casi denunciati sono avvenuti a gennaio e subito dopo i genitori hanno deciso di ritirare i figli dalla struttura.




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