sabato 3 luglio 2010

Cuneo, , prima tomba islamica: polemiche Lega e Pdl

La Voce

Cronaca
Foto  Cuneo, , prima tomba islamica: polemiche Lega e Pdl


I genitori hanno voluto seppellirlo secondo rito maghrebino

Cuneo, , prima tomba islamica: polemiche Lega e Pdl

Raccoglie i resti di un bambino di 9 anni

Cuneo – A Fossano, piccolo paese del cuneese, si turba la pace di una famiglia che piange ancora il giovane figlio di nove anni, morto recentemente e appena seppellito, secondo rito islamico, nel cimitero del paese in un angolo isolato in un piazzale vuoto. La piccola tomba è rivolta verso la Mecca, così come i genitori maghrebini hanno deciso. Prime polemiche di Pdl e Lega, che sono praticamente insorte contro la ‘scandalosa’ pratica: il timore è che tale precedente possa diventare un’attrazione per i defunti stranieri, e musulmani. Già si parla di una raccolta di firme o addirittura di un referendum popolare.

Il piccolo Soufian è morto a maggio, travolto da un’auto pirata mentre correva in bicicletta. Ai suoi funerali, il 27 maggio, hanno partecipato centinaia di persone del paese, di ogni credo e religione. Il sindaco Francesco Balocco (Pd) ha autorizzato la famiglia a seppellire la salma secondo il loro volere, appellandosi al terzo articolo della nostra Costituzione: “Ogni camposanto è di per sé laico, aperto ai defunti, credenti o non credenti e appartenenti a qualsiasi confessione”.



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Via al Gay Pride: matrimonio saffico e striscioni contro il Vaticano

Corriere della Sera

La comunità omosessuale in corteo: celebrate nozze gay e lesbo e un bacio collettivo inaugura la sfilata

ROMA

«Siamo più di centomila!». Via al Roma Pride, il corteo dell'orgoglio gay nella Capitale che sabato 3 luglio sfila dalla Piramide Cestia e lungo le vie del centro. Colorati e festosi ma soprattutto desiderosi di dire no alla violenza, i partecipanti (piùà di centomila secondo gli organizzatori) raggiungeranno piazza Venezia passando per Piazza di Porta San Paolo, Via Piramide Cestia, Viale Aventino, Piazza di Porta Capena, Via di San Gregorio, Via Celio, Piazzale del Colosseo, Via dei Fori Imperiali.

«Roma Pride 2010», sfilano i gay

MATRIMONIO E BACIO - Un matrimonio simbolico di una coppia gay e di una coppia lesbica accompagnato da un bacio collettivo dei manifestanti ha dato il via alla manifestazione della comunità gay e lesbica della Capitale. I carri, la musica e i colori dell'orgoglio gay accompagnano il corteo. I manifestanti sono scesi per le strade con cartelli per chiedere e rivendicare i loro diritti: «Anche una coppia gay è famiglia», «Né Stato né Dio sul corpo mio», «Vaticano Guantanamo mentale». «Abbiamo deciso -hanno spiegato gli organizzatori- di celebrare questo rito che non è solo civile ma che è anche di civiltà e che in Italia ci viene ancora negato. Presenti alla sfilata, tra gli altri, anche alcuni ragazzi con bandiere di Sinistra ecologia e libertà, Vladimir Luxurha e l'assessore provinciale alla Cultura, Cecilia D'Elia. Al corteo si è aggiunta anche la parlamentare Pd, Paola Concia arrivata alla manifestazione in ritardo ma che si è detta felice perchè ha assistito alla partita Argentina-Germania, tifando per i tedeschi connazionali della sua compagna.

LA CORONA - Prologo ai festeggiamenti dell'orgoglio Lgbt, la deposizione di una corona di fiori colorati al monumento ai caduti del nazifascismo a Porta San Paolo, in memoria delle vittime dell'omofobia, della transfobia e della violenza: protagonisti del gesto i tre portavoce, Mattia Cinquegrani, Luana Ricci ed Esther Ascione.

«PRIDE È DI TUTTI» - «La nostra battaglia ha un solo obbiettivo che tutta la società cresca. Quando siamo aggrediti ci sentiamo soli. Ma non c'è peggior solitudine che la divisione. Il Pride è di tutti. Da qui al prossimo Pride dobbiamo essere uniti. Non permettiamo più la divisione del movimento». Così gli organizzatori dal palco di piazza Venezia dove ci sono stati gli interventi di chiusura dell'edizione del 2010. Lo slogan lanciato dal palco è «unità». A prendere la parola poi è stata l'attrice Violante Placido che ha detto: «A Roma negli ultimi mesi ci sono state aggressione vergognose e Roma deve dare un altro esempio come Capitale d'Italia».


PETARDI E STRISCIONI - La giornata è stata però funestata da due avvenimenti: i petardi lanciati ieri notte al Gay village di Roma, che hanno ferito lievemente due persone, e uno striscione di Militia Christi nei pressi del Colosseo che recita «Gay pride: diritti alla perversione». «Quello che sta accadendo a Roma in queste ore non può che sollevare la nostra preoccupazione e il nostro sdegno - commenta Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay, in prima fila al corteo - I petardi gettati nella notte al GayVillage sono conferma di un clima che è scivolato in terreni pericolosi e densi di veleni, ma la comunità lgbt è forte e di questa forza dobbiamo essere consapevoli, mostrando coraggio e determinazione». «Ancora più sconcertante - prosegue - alla luce dei fatti, lo striscione di Militia Christi apparso sulle pareti del Colosseo: segno evidente che qualcuno con nessun senso di responsabilità e con nessuna considerazione della dignità e della libertà delle persone ha scelto il terreno dello scontro anziché quello del rispetto reciproco». «I petardi al GayVillage sono un affronto a questa libertà come anche lo striscione di Militia Christi, ma siamo consapevoli - conclude - di essere dalla parte del giusto».

L'APPELLO DI LUXURIA - «Faccio un appello alle transessuali: non usate cocaina e non andate con clienti che la usano». Lo ha detto Vladimir Luxuria, che sta partecipando al Roma Pride 2010. Parlando del caso di Zaccai, consigliere provinciale di Roma del Pdl, coinvolto in un episodio di trans e coca, Luxuria ha aggiunto: «Alla fine, Morgana ha dichiarato che lei non fa uso di cocaina. Dunque, io esorto tutte le trans a non accettare clienti con polvere bianca. Questi episodi ci danno una picconata. Io non posso sempre difenderle». «Quest'ultimo caso - ha aggiunto - almeno ha fatto capire che andare a trans non è prerogativa degli uomini di sinistra».

MINISTRO CARFAGNA - «Una manifestazione gioiosa, serena e partecipata, che ha risposto nel modo migliore, cioè ignorandole, alle inaccettabili provocazioni della vigilia». Cosi il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, mentre è in corso a Roma il Gay Pride. «Le istituzioni - spiega Carfagna riferendosi ai petardi al Gay Village e allo striscione di Militia Christi - condannano fermamente ogni tentativo di aggressione o intimidazione, respingono al mittente sterili provocazioni, si battono e si batteranno sempre contro ogni forma di discriminazione o pregiudizio». «Per questa ragione - conclude in una nota il ministro - desidero esprimere solidarietà ad Imma Battaglia e a tutti gli organizzatori dei Gay Village per l’attacco subito ed ai promotori del corteo di oggi: le battaglie, siano esse politiche o culturali, certo non si conducono coprendo manifesti o con scritte ingiuriose».

Redazione online
03 luglio 2010






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Masaniello e le lenzuola di Ventriglia

Corriere della Sera

La storia del Banco di Napoli, dove i poveri dei Quartieri impegnavano la biancheria usata, si confonde con quella dell’antica capitale borbonica



Ha fatto crac pure ‘o babà Vesuvio. Il tracollo della celeberrima pasticceria Scaturchio, messa all’asta, ha segnato un anno che già era nato male. Niente da dire sui nuovi padroni: erano già proprietari dei ristoranti «Palazzo Petrucci» e «Mimì alla Ferrovia » e godono fama di professionisti coi fiocchi. Lo schianto della bottega dolciaria sotto una montagna di debiti, valutati dal Sole 24 Ore in 9 milioni, rappresenta però un piccolo trauma epocale. La «Scaturchio», dove assicurano che «tutto sarà come prima, stessa frutta candita, stessa pasta di mandorle, stessa pasta reale…», non era solo una pasticceria: era una leggenda.

Suo era il brevetto del «Ministeriale», inventato con quel nome («quanta burocrazia! Pare un affare ministeriale! ») in onore di una diva del café chantant, Anna Fougez, che all’anagrafe faceva Annina Laganà Pappacena. Suo il brevetto del «babà Vesuvio », a forma del vulcano. Sue tante altre ricette celeberrime. Tutto spazzato via da un degrado gestionale da spingere il curatore fallimentare a sbottare: «Non ho trovato alcuna documentazione contabile a eccezione dei libretti di lavoro». Spiega il rapporto appena edito dalla Banca d’Italia, in verità, che è tutta l’economia campana a versare in condizioni allarmanti.

Una riduzione del Pil del 5,4%, superiore di un punto perfino a quella del resto del Sud. Un crollo dell’export del 16,9%. Un «forte peggioramento della situazione occupazionale» riassumibile in tre dati: 1) E’ campana la metà delle persone che hanno perso il lavoro nel 2009 nel Mezzogiorno. 2) Il tasso dei disoccupati è schizzato al 12,9% contro il 7,8 italiano (e il dossier sottolinea che in realtà sarebbe al 18% tenendo conto dei cassintegrati e di quanti non cercano più lavoro perché scoraggiati). 3) Il 38% del calo occupazionale è concentrato nell’industria. Un panorama da brividi.

Tanto più che parallelamente «tra il 2006 e il 2008, la spesa delle Amministrazioni pubbliche locali campane è aumentata, al netto degli interessi, del 4,4% in media all’anno». Di più: alla fine del 2009 il debito di queste amministrazioni «è ancora cresciuto raggiungendo i 13,1 miliardi (erano 12,1 alla fine del 2008) e il 13,9% del Pil regionale, circa il doppio rispetto al complesso delle altre regioni italiane ». Di più ancora: i fornitori dello sgangherato sistema sanitario sono così convinti che la Regione ci metterà una vita a pagare i 5 miliardi abbondanti che deve loro, da aver ceduto a terzi parte di questi crediti, pari a «2,2 miliardi, oltre il 28% del totale nazionale». Un disastro. Che spinge la destra a scaricare tutto sul «catastrofico Regno Bassoliniano». Parole pesanti. Velenose. Basate su tante accuse. La gestione della Sanità denunciata da Bankitalia. La distribuzione di «birbe» (il tozzo di pane quotidiano, nell’antico linguaggio della fame) a migliaia di clientes. Come i 3.500 sottoccupati coinvolti per 600 euro il mese nel progetto «Isola» e mandati a distribuire casa per casa sacchetti per la raccolta differenziata anche dove la raccolta differenziata non c’è.

Una scelta politica che ha coltivato una sventurata cultura del lavoro (assenteismo da record planetario: «per quel che mi danno, perché dovrei lavorare?») e gonfiato un’aspettativa che, tradita infine dal governo, ha spinto due settimane fa i rivoltosi a bloccare la stazione centrale, incendiare cassonetti e interrompere la messa in Duomo. Per non dire del tormentone costosissimo della «monnezza», che fece svergognare Napoli sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo e che ancora non è stato risolto, a dispetto dei trionfi berlusconiani, se è vero che montagne di rifiuti continuano a rovesciarsi a ondate nelle strade e che i giornali raccontano che a Scampia, «i narcos, piuttosto che spingere la gente a protestare, organizzano per così dire la raccolta della spazzatura quando questa arriva a ostruire le strade » e «così facendo, non viene richiamata l’attenzione delle forze dell’ordine».

E come giustificare la lentezza biblica («E’ di tutta evidenza l’enormità del ritardo», secondo la Corte dei conti) del progetto di risanamento dell’area industriale di Bagnoli, che solo in queste settimane, un secolo esatto dopo l’apertura dello stabilimento siderurgico e venti anni dopo lo spegnimento del grande altoforno, vede profilarsi i primi risultati concreti? «A Bagnoli— ha spiegato Rocco Papa, già vice di Rosa Russo Iervolino—ognuno immaginava di realizzare la propria utopia. Risultato: tutto si è ingolfato». Cosa sia successo lo ha raccontato Antonello Caporale su Repubblica (che certo di destra non è) a proposito dei soldi arrivati tra il 2000 e il 2007: 32 miliardi di euro da Bruxelles, 14 da Roma e 5 dai privati per un totale di 51. Un fiume amazzonico di soldi. Sperperati in cose talora demenziali. «Decreto dirigenziale n. 386, "Progetto ponte tra l’Eccellenza Campana e le Potenzialità russe". 500 mila euro di spese suddivise così: 50 mila a consulenze specialistiche, 40 mila a studi e indagini di mercato, 25 mila a interpretariato e traduzioni, 215 mila a spese per fiere e workshop, 50 mila per il classico sito web.

Poi viaggi, comunicazione, eccetera. In sintesi: il nulla ». Ancora: «Decreto dirigenziale n. 456: "DolCina, progetto per il lancio di prodotti liquoristici della provincia di Benevento nel mercato cinese"… » E poi 70 mila euro per lo studio «Elementi di memoria storica della Castagna di Montella». E 250 mila per un volume più dvd dedicato a Giustino Fortunato, il grande meridionalista che certo si chiederebbe: ma è questo il modo di gestire il Meridione? L’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato, titolare della Seda, «rarissimo se non unico caso di multinazionale con cuore e cervello a Sud» e più precisamente ad Arzano, il «Nordest napoletano» caratterizzato da folti cespugli di aziende e aziendine che lavorano più o meno sommerse, risponde di no.

A Paolo Grassi del Corriere del Mezzogiorno, però, ha spiegato che è troppo facile scaricare tutto su un capro espiatorio e pensare che tutto si risolva magicamente col federalismo: «Questa riforma non ha niente a che vedere né con il rilancio economico del Paese e del Meridione, né con il rigore. Di più, penso che renderebbe ancor più pesante la dinamica dei conti pubblici, rischiando di farli letteralmente esplodere. Se poi aggiungiamo che non unisce ma spacca l’Italia...». Esagerato? «Non è un rischio, è una certezza. Del resto sono gli stessi fautori della riforma, e mi riferisco ai leghisti, che dicono chiaramente (...) che il loro obiettivo è di disarticolare l’Italia». Parole dure.

Anche sul governo di quel Berlusconi che gli offrì un ministero e pensò a lui come candidato governatore: «Di solito il benaltrismo viene utilizzato per attaccare un governo che cerca di fare le cose. Lo si incalza, cioè, dicendo si dovrebbe fare ben altro. Qui invece viene utilizzato dal governo per non fare le cose. Invece di mettere mano alle riforme veramente necessarie si tirano fuori iniziative fuori contesto». Il governo non guarda al Sud? «Poco o niente. Ma questo è ovvio in un’Italia che da venti anni or centrodestra e centrosinistra, ci tengo a specificarlo, che cedono spesso e volentieri alle sirene del Carroccio…».

E allora cosa fare: un partito del Sud? Per carità: «Lacererebbe ulteriormente l’Italia… ». La banca! «Ecco quello che ci vorrebbe: una vera Banca del Sud!», hanno strillato per anni in coro vari meridionalisti di vario colore. Finché Giulio Tremonti non ha deciso di accontentarli. Facendo sbottare Giuseppe Castagna, direttore generale del Banco di Napoli: «Siamo già noi la banca del Mezzogiorno e dei meridionali. Non credo proprio che un istituto di credito, pur se a forte vocazione pubblica, possa avere una presenza pari alla nostra. Forse solo i carabinieri sono più capillari di noi nel Meridione».

Uomo d’acqua, si vanta di avere nuotato da Napoli a Capri, da una sponda all’altra del Nilo e attraverso il Canale di Suez. Ma in particolare di aver partecipato alla maratona acquea Santa Fé-Coronda, sul Rio Paraná, in Argentina, a dispetto dei caimani. Che al Banco di Napoli avvertissero il bisogno di qualcuno capace di restare a galla tra i flutti e indifferente agli alligatori la dice lunga. La storia di quello che è stato il più importante istituto di credito del Mezzogiorno, infatti, aiuta forse a capire l’anima della capitale borbonica del Regno delle due Sicilie meglio di cento trattati di sociologia. A partire da un dettaglio nient’affatto secondario: un cortile interno. Nove porte, nove targhe, nove sigle diverse. «’O cortile ‘e sindacat’ », nel grande palazzo del Banco di Napoli in via Toledo, dirimpetto ai vicoli dei Quartieri spagnoli, non poteva avere nomignolo migliore. Su 7 mila dipendenti, i sindacalisti sono 800. Uno ogni nove. Abbondante.

Il triplo, in proporzione, di quelli del gruppo Intesa Sanpaolo del quale l’istituto di credito partenopeo oggi fa parte, che non raggiungono il 4%. Quella stessa proporzione, il 12% e passa, è immutabile da anni. Sono cambiati solo i numeri: una volta c’erano 13 mila dipendenti e 1.600 delegati. Un record planetario. Una sola differenza, forse, c’è: adesso i rappresentanti sembrano avere un po’ meno potere. Allora erano padreterni. Non si muoveva foglia che il sindacato non volesse. Promozioni, trasferimenti, nomine: tutto era subordinato al suo placet.

I segretari delle organizzazioni facevano carriera, diventavano alti dirigenti, condizionavano le scelte aziendali. Dettavano legge, come quando nel 1990 accettarono un piano di esodi imponendo che per ogni padre pensionato venisse assunto il figlio: 500 padri in uscita, 500 figli in entrata. Poi sono arrivati i «lombardo-piemontesi». E il giocattolo, ahiloro, si è rotto. Per secoli che da queste parti avevano adattato i conti alla politica. A cominciare dalla rivolta di Masaniello nel 1647. Quando i quattro Banchi dei pegni, radici del «Banco» di oggi, vennero presi d’assalto dai ribelli. I quali dopo aver saccheggiato le dimore patrizie volevano impegnare gli argenti razziati: «Quanto mi date?». Per quieto vivere pagarono.

Quando la rivoluzione finì e i legittimi proprietari rivendicarono i beni loro sottratti, il colpo fu duro. E dura, tra guerre, epidemie, eruzione del Vesuvio, è stata tutta la vita della banca. Esposta ai capricci della sorte almeno quanto ai capricci dei Borboni. Per centinaia di anni i Banchi sono stati l’anima di una città che muore e rinasce continuamente. C’è un dettaglio che rivela tutto. Siamo nel 1983. Il governo di Bettino Craxi, nella convinzione che le banche siano orti di proprietà della politica, manda alla guida del Banco Ferdinando Ventriglia, potentissimo direttore del Tesoro e probabile depositario di alcuni dei segreti più scottanti della prima Repubblica, a cominciare dalla fantomatica lista dei 500 grandi evasori su cui si favoleggiò per anni.

Com’è possibile, chiede Ventriglia, che il Monte dei pegni dell’istituto perda 9 miliardi di lire l’anno? Lo portano ai magazzini: montagne e montagne di lenzuola. Usate. Che riempiono tutto fino ai soffitti. Il valore minimo dei beni che si potevano impegnare era di 5 mila lire e le famiglie povere dei Quartieri, quando non sapevano come svoltare la giornata, si regolavano così. Impegnando le lenzuola. Che solo raramente andavano poi a riscattare. Una silenziosa e interminabile processione che si traduceva per il Banco di Napoli in una perdita secca: e chi te lo compra un lenzuolo usato? Narrano le cronache che Ventriglia decise di farla finita aumentando il tetto da 5 a 20 mila lire e che per il blitz attese Ferragosto. Non calcolò che i poveri dei «bassi» non ci vanno, in vacanza.

Come seppero, uscirono dai vicoli e riempirono via Toledo assediando minacciosi la banca. Dalla quale «’o Viceré» potè uscire solo a notte fonda. E scortato dalla polizia. Per capire cos’è il Banco bisogna andarci, a via Toledo. Che il marchese Alphonse-François de Sade descriveva come «superba» sia pure «fetida e sudicia» per le botteghe di macelleria che invadevano la strada e «il ritmo tumultuoso e il perenne, quotidiano frastuono». E osservare quel palazzo con le finestre dai vetri d’alabastro (d’alabastro!), piazzato davanti ai vicoli dei Quartieri.

Se non lo osservi con attenzione girandogli intorno quasi non ci fai caso: è praticamente lo stesso isolato del municipio, palazzo San Giacomo. Solo che la facciata di questo guarda il mare, il porto e il Maschio Angioino. Come se la politica non avesse il coraggio di guardare in faccia i bassi. Quel compito spetta al Banco di Napoli. Punto fermo in un caos perenne e totale. «Regnum neapolitanum paradisus est sed a diabolis habitatus», dice un antico proverbio citato nel 1707 all’università di Altdorf e ripreso tra gli altri da Benedetto Croce: «Il regno napoletano è un paradiso, ma popolato da diavoli».

Una città dove si prende l’autobus al semaforo bussando sul vetro al conducente. Dove circolare in motorino senza casco equivale a una sfida al potere e alla legalità. Dove i vigili per strada bisogna cercarli con il lanternino, visto che dei 2.200 in servizio ce ne sono 500 «inabili» per l’«incrocite», una misteriosa infezione dovuta agli incroci.

Dove la camorra, come racconta a tinte forti Roberto Saviano, è padrona. Dove l’Istituto autonomo case popolari, secondo la Corte dei conti, incassa mediamente 13 euro e 58 centesimi al mese per abitazione e più del 50% degli affittuari degli alloggi pubblici, come ha denunciato il procuratore della Corte dei conti Arturo Martucci di Scarfizzi aprendo l’ultimo anno giudiziario, non paga la pigione. Dove il commercio abusivo è dappertutto, anche sui marciapiedi davanti al Banco, e i giovani africani aprono e chiudono sveltissimi i loro teli pieni di falsi nell’intervallo fra il passaggio di un’auto civetta e l’altra.

Il Banco «è» Napoli. Con tutti i suoi pregi, tutti i suoi difetti. Con la sua storia antichissima e marcata, anche molto dopo l’Unità d’Italia e l’imbarco di Garibaldi per Caprera, dal diritto di battere moneta. Con i suoi compromessi obliqui. Con i suoi strettissimi legami con la politica, che a lungo ha finanziato e dalla quale è stato a lungo inondato di presidenti, funzionari, commessi e portaborse scelti per la tessera. Come sia finita si sa: un buco di 12.400 miliardi di lire.

Nove miliardi di euro di oggi. Ispezioni della Banca d’Italia. La scoperta di scelleratezze leggendarie. Che spinsero al commissariamento nonostante qualche istituto di credito fosse in condizioni perfino peggiori. E che ancora oggi, a distanza di 15 anni, hanno uno strascico. La società «Sga», messa in piedi per recuperare i crediti, è ancora lì. E ancora lì stanno i tre commissari e i 70 dipendenti e la trentina di consulenti. Tutti regolarmente retribuiti. E non poco, se si pensa che la spesa per gli organi societari ammonta a 800 mila euro l’anno. C’è chi dice che basterebbe ripercorrere la storia recente per sconsigliare una nuova avventura bancaria targata Sud.

Ma Tremonti non ha dubbi: senza una banca il Sud non si può risollevare. Certo è che quando il progetto è stato presentato a Napoli, poco prima delle «regionali» in Campania (coincidenza...) giurando che non stava per battezzare l’ennesimo carrozzone, il ministro dell’Economia si premurava di dichiarare: «C’è la fila per entrare». Oddio, come «banca meridionale» è piena di «polentoni». Gli azionisti sono il Tesoro in mano al lombardo-veneto Tremonti, l’Unioncamere del cuneese Ferruccio Dardanello, l’Ismea controllato dal ministro dell’Agricoltura padovano Giancarlo Galan, le Poste amministrate dal veronese Massimo Sarmi, le Banche di credito cooperativo che fanno riferimento alle coop bianche del bolognese Luigi Marino... «Terroni» niente?

Ma sì: nel meno importante comitato promotore. Ci sono i presidenti delle Bcc meridionali, quello tarantino dell’Ismea Arturo Semerari, l’avvocato «finiano» Gianluca Brancadoro... Il «gioiello» è il vicepresidente dell’Unioncamere, Pasquale Lamorte. Già deputato dc di lungo corso, sottosegretario, strenuo difensore della Cassa del Mezzogiorno. Della serie: rinnovamento nella continuità. Ma i soldi? Chi mette i soldi? Pochi, il Tesoro e gli enti pubblici. Un po’ di più (un centinaio di milioni) le Poste e le banche di credito cooperativo, cioè le ex casse rurali e artigiane.

Che dovrebbero mettere a disposizione anche le strutture fisiche. Già, perché il nuovo istituto meridionale non avrà sportelli propri, ma utilizzerà quelli già esistenti delle «casse» e forse degli uffici postali. Direte: che razza di banca è una banca così, che non c’è? Tranquilli: non è una banca-banca, piuttosto una cosa simile a quelle che una volta si chiamavano gli «istituti a medio termine». Ovvero, una struttura che raccoglie il denaro da chi non lo rivuole subito indietro per prestarlo alle imprese. Certo è che, banca o non banca, non è cambiato moltissimo da quando il Cavour, dice la leggenda, sospirò morendo «Ah, il reste les napolitaines... ». «La questione meridionale», al di là del rancore dei neoborbonici e delle loro ricostruzioni storiche su misura, resta.

Dicono i dati Unioncamere che, fatto 100 il patrimonio complessivo (case, terreni, titoli, depositi...) degli italiani, le famiglie aostane o milanesi svettano a 135,5, quelle napoletane sprofondano a 75. Le prime hanno mediamente un «tesoro» di 518 mila euro, le seconde non arrivano a 290. Quanto ai redditi, il paragone tra quelli delle famiglie del Nord e quelle partenopee toglie il fiato: le prime possono mediamente contare su 83 mila euro, le seconde su 37... Ed è difficile immaginare che possa essere una Banca del Mezzogiorno a cambiare questi destini. Tanto più se dovesse essere gestita come il vecchio Banco di Napoli delle lenzuola a pegno...

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
03 luglio 2010



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Ecco Lesbo, Drag e Cool: le "nuove" 500 per il Gay Pride

Corriere della Sera

Cinque modelli realizzati ad hoc per le manifestazioni in corso nel week end a Madrid


MILANO

C'è la versione "Drag" e quella "Lesbo"; la versione "Leather" e quella "Cool". Cinque modelli in tutto. Disegnati in occasione delle sfilate del Gay Pride che si tengono a Madrid in questo week end. La Fiat presenta in Spagna le "nuove" 500: le vetture personalizzate, che sfileranno lungo le strade della capitale spagnola durante la marcia dell'orgoglio omosessuale, saranno poi esposte nella Plaza de Vázquez de Mella. Non è prevista la vendita.

Le 500 per il Gay Pride Le 500 per il Gay Pride Modelli personalizzati Fiat


I MODELLI- Ogni modello è stato disegnato cercando di cogliere le caratteristiche estetiche dei gruppi che l'azienda ha deciso di rappresentare. La "Drag 500", ad esempio, è ornata di piume rosa e paillettes. Un rossetto gigante, con uno smack sulla fiancata, caratterizza invece la vettura "Lesbo". "Bear Fiat 500" è rivestita come un pelouche gigante, "Cool 500" è la più brillante di tutte, mentre la "Leather 500" punta su cuoio e borchie. Un'iniziativa, quella della Fiat, legata esclusivamente al Gay Pride di Madrid. Insomma: solo vetture da guardare, per ora.

Redazione online
03 luglio 2010



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Norvegia: base jumper si lancia e va a sbattere bloccandosi contro la parete

Corriere della Sera

Christian Cassini è rimasto intrappolato su una cengia della montagna a circa 400 metri da terra

MILANO - Una disgrazia sfiorata: Cristian Cassini, un base jumper argentino, si butta giù da un monte alto 800 metri. Vola per diverse centinaia di metri, poi apre regolarmente il paracadute con una manovra che vista dal basso sembra perfetta, ma all'improvviso il paracadute gira all'indietro e lo sportivo va a sbattere contro la parete a strapiombo. L'uomo rimbalza alcune volte. E' accaduto a Gudvangen, in Norvegia, nel corso dell'Ekstremsportveko, il più grande festival di sport estremi del Paese.

SOCCORSO - A fondo valle gli spettatori capiscono subito che l'incidente è grave. Scatta il soccorso, arriva un elicottero. Il saltatore del vuoto, infatti, è rimasto intrappolato su una cengia della montagna di pochi metri quadrati, a circa 400 metri da terra. Un video amatoriale documenta tutta la drammatica sequenza del lancio. Spattacolare e complicata si rivela pure l'operazione di salvataggio: con delle attrezzature speciali i soccorritori si calano sulla roccia e dopo una mezz'ora riescono a portare in salvo l'uomo. In queste circostanze lo sportivo argentino ha avuto una gran fortuna, riferiscono gli organizzatori. Cassini, infatti, oltre allo spavento non ha riportato ferite.
Elmar Burchia
03 luglio 2010



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Roberto Saviano - Il sistema camorra

Shock! I giovani, la camorra e Saviano

Inchiesta di Repubblica. Sentite cosa sostengono i giovani di Casal di Principe parlando di Saviano. "poteva farsi i fatti suoi", "se si stava zitto stava meglio", "è nu scemo","la camorra non dava fastidio a nessuno". Sono queste le nuove generazioni della zona? Giovani, omertosi e ignoranti?

Quel sisma cambiò il Dna dei siciliani

La Stampa

La scossa che distrusse Messina provocò una fuoriuscita di radon e modificò il codice genetico



LAURA ANELLO

PALERMO

Le ampiezze dei tracciati del terremoto sono così grandi che non sono entrate nei cilindri dei sismografi. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di grave». La «parte» che gli addetti dell'osservatorio ximeniano di Firenze non riescono in prima battuta a identificare era Messina, epicentro della madre delle catastrofi del XX secolo. Alle 5,41 del 28 dicembre 1908 il terremoto fa crollare il 90% dei palazzi, seppellisce 80 mila dei 140 mila abitanti, provoca uno tsunami che con tre onde successive alte più di dodici metri inghiotte i poveretti che avevano cercato scampo sul mare. Ma innesca anche - liberando grandi quantità di gas radon - una modifica del Dna che caratterizza ancora, dopo generazioni, la popolazione vicina allo Stretto.

Questa l'ipotesi di un pool di esperti siciliani capitanati dall'ematologo Calogero Ciaccio, il fondatore della Banca del cordone ombelicale di Sciacca dalla quale sono passati dal 1999 al 2006 diecimila codici genetici di donatori di midollo e di sangue. Una scoperta destinata a innescare un nuovo dibattito su Darwin nella comunità scientifica internazionale. E che porta lontano, alla storia del collo lungo delle giraffe. Serve a raggiungere gli alberi per mangiare, d'accordo. Ma che cosa ha determinato questa caratteristica? La grande roulette del Dna che ha tirato fuori a caso un gene che si è rivelato competitivo e si è affermato? Oppure proprio quelle fronde così alte? Se il padre dell'evoluzionismo sosteneva che le mutazioni delle specie sono spontanee (e che, se vantaggiose, vengono selezionate per il futuro), questo studio teorizza invece che è l'ambiente a influenzare direttamente i geni, e in particolare un sistema del Dna che si chiama HLA. Nei siciliani e nei calabresi dello Stretto è più frequente la molecola DR11, con percentuali sovrapponibili alla forza delle onde sismiche di un secolo fa: si trova nel 54% della popolazione di Messina, nel 44 di quella di Caltanissetta - nel cuore della Sicilia - e solo nel 38% di quella di Trapani, al capo opposto dell'isola. Dati che hanno fatto accendere la lampadina all'équipe di studiosi.

E che li hanno fatti saltare dalla sedia quando hanno scoperto che nell'Italia peninsulare si riproduceva esattamente la stessa situazione: molecola molto presente nelle città vicine allo Stretto, sempre meno via via che si risale lo Stivale: 56 per cento a Reggio, 44 a Vibo Valentia e 38 a Cosenza. Tutto quadrava per sostenere che Scilla e Cariddi erano state l'epicentro di un piccolo terremoto genetico. Ma dovuto a che cosa? Dominazioni straniere, incursioni, flussi migratori, epidemie? Le riunioni con storici e studiosi locali hanno escluso qualsiasi spiegazione che avesse un capo e una coda. Sul tavolo è rimasto il disastro di Messina, dodicesimo grado della scala Mercalli, 7,2 di quella Richter, un cataclisma che seppellì più di mezza città: gli aristocratici e i borghesi che poche ore prima avevano celebrato il rito laico della prima dell'Aida al teatro lirico (restò sotto le macerie anche il tenore-Radames) e il popolo che aveva festeggiato Santa Lucia.

Solo un'ipotesi, agli inizi timida e trepidante. Poi sempre più rafforzata dalle controprove. A partire dalla misurazione della radioattività in Sicilia e in Calabria, il cui livello è perfettamente sovrapponibile alla presenza del DR11: più è alta, più è diffusa la molecola nel Dna della popolazione. Per finire con la scoperta della bassa incidenza del tumore al polmone negli abitanti dello Stretto rispetto al resto della Sicilia e della Calabria, nonostante l'alta percentuale di radon, che è la seconda causa di insorgenza della malattia dopo il fumo. La mutazione genetica sarebbe insomma una risposta della natura per proteggere la popolazione dagli effetti del gas. Eureka. Proprio come il collo lungo delle giraffe, destinate altrimenti a morire di fame.

Una difesa che risparmia la vita, ancora oggi, a duecento persone ogni anno, e che ha una memoria lunga: a dispetto delle leggi di Mendel sulla trasmissione dei caratteri ereditari, da coppie con un solo partner portatore del Dna "terremotato" sono nati il 75 per cento dei figli con la stessa caratteristica e non il 50. A questo punto manca la prova del nove. Cioè il test genetico sulle vittime del sisma. I carabinieri del Ris di Messina hanno già esumato cento scheletri dalle chiese. Se la particella «protettiva» non è frequente come oggi, sarà sicuro che è stato il terremoto a indurre il cambiamento. E parte della genetica, probabilmente, dovrà essere riscritta.




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Svizzera, all'ospizio stanze per italiani

La Stampa

In una casa di riposo un reparto dove si parla, si mangia e ci si cura solo nella nostra lingua



GIOVANNI CERRUTI

BERNA

L’altro giorno, con il suo bastone e un elegante maglioncino azzurro, è arrivato anche il signor Ugo. «Benvenuto!», l’ha accolto la signora Elisa che è sempre ben curata, orecchini e anelli, braccialetti e permanente, magari parla un po’ troppo e però si può capire: al prossimo giro fa 90 anni. Una settimana prima di Ugo si era presentato il signor Giovanni, con la sua macchina da scrivere elettrica e guai a chi me la tocca. E così le stanze sono al completo: dieci donne e due uomini al nono piano del «Domicil Schwabgut», la casa di riposo di Berna Ovest. E’ il reparto «Mediterraneo». Niente svizzeri, solo italiani. Può sembrare una delle tante stranezze o una delle tante buone idee del Paese degli orologi a cucù.

Ma già all’ingresso di questo palazzone di undici piani, dove c’è il bar, la palestra e la ciotola per il gatto, si capisce che la Svizzera è avanti. «Capita quel che succederà anche in Italia tra non molti anni - dice Lorenzo Calabria, il delegato della Parrocchia di Sant’Antonio all’«Anzianità e Immigrazione» - L’emigrazione si è stabilizzata. Hanno lavorato qui, hanno la loro pensione e non vogliono tornare in Italia. Però chiedono di rimanere tra loro. Con la loro lingua, i loro cibi, le loro abitudini». Si apre l’ascensore e al nono piano s’incontra il tricolore. Quadri, fotografie, riviste, radio, televisione, infermiere, assistenti, cuoche, medici: tutto e tutti parlano italiano. «Ci sono voluti dieci anni per arrivare a questo nono piano, è stata una conquista - spiega Anna Rudeberg, romana con marito svedese, medico, dirigente del Consiglio generale degli italiani all’estero - Molti di loro se tornassero in Italia si sentirebbero stranieri in patria.

Grazie alla municipalità di Berna chi non ha i 1.500 euro per la retta mensile ottiene un sussidio, è un riconoscimento per gli anni di lavoro in Svizzera». Immaginarsi l’Italia fra trent’anni. «Ma anche qui ci sono stati problemi -dice Calabria- In certi Cantoni non vogliono che si creino aree riservate alle nazionalità. E pensare che a Friburgo gli svizzeri tedeschi non vogliono stare con gli svizzeri francesi». L’invenzione di Berna è questa struttura dove ogni piano fa da sè, autonomo e autosufficiente. Molto meglio del gemello Erlenhof di Zurigo, dove un reparto "Mediterraneo" è per italiani, spagnoli e portoghesi. Berna è diventato il modello, e se a Lucerna hanno deciso di non seguire l’esempio, da San Gallo fanno sapere che il prossimo "Mediterraneo" sarà da loro. Sono mille i pensionati italiani di Berna, e più di 50 mila in tutta la Svizzera. Le case di riposo o sono private, con rette da nababbo, o sono pubbliche con tariffe agganciate alla pensione.

Nella Svizzera dei Referendum, la Missione Cattolica dei Padri Scalabriniani, il Consolato e le associazioni collegate al Consiglio generale degli italiani all’estero, ne hanno organizzato uno per conoscere i desideri degli immigrati che vogliono rimanere. «Nessuno voleva una casa di riposo solo per italiani, non volevano isolarsi - spiega Anna Rudeberg -, ma ricreare una loro comunità italiana». Certo, se non fosse rimasto vedovo un mese fa il signor Ugo sarebbe ancora a casa sua, tra i ricordi di una vita cominciata a Parma e continuata qui come meccanico di precisione per l’industria aeronautica. E la signora Elisa, se non avesse qualche acciacco di troppo, sarebbe ancora nel sua cucina a preparare fegato alla veneta per gli amici. «Ma almeno qui stiamo tra noi, con la nostra lingua e gli odori del nostro pane, e posso dimenticare il primo periodo del mio arrivo in Svizzera, anni ‘50, da Vicenza a Berna, quando lavoravo in un bar e mi chiamavano «Tschingg». Che sta, più o meno, per Terrona».

Oggi è giorno di lasagne, e nelle camere si sente profumo di caffè. La signora Luisa, che è di Torre Annunziata, ha la cuccuma napoletana. «Però - dice ancora la signora Elisa - a ben pensarci c’è un qualcosa che non va bene in cucina. Mi sa che la cuoca parla italiano, ma non è italiana...». Ecco, su questo, al nono piano potrebbero andare avanti a discutere fino a sera. Simona Mighali, 25 anni, assistente infermiera con genitori pugliesi, il flacone di disinfettante alla cintura, li guarda con tenerezza. «Quando ero in Italia, dopo la guerra lavoravo al bar Garibaldi di Valdagno - sta raccontando Elisa all’amica Luisa - e nemmeno sapevo dove stava la Svizzera. Ho sempre lavorato, ho scoperto che qui avrei guadagnato di più, e adesso so che sono stata meglio». In Italia non torna. Il marito non c’è più. «Ma la mia mamma è sepolta qui, anche se in Italia i cimiteri sono più belli». Le case di riposo no. «Lo so, lo so, ho un cugino che mi chiama e si lamenta sempre...».




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Gli sposi dal notaio per separarsi»

Corriere della Sera

Semplificazione per chi non ha figli. Alfano studia una proposta di legge

Famiglia - L’annuncio del Guardasigilli al consiglio nazionale dei professionisti.

«Gli sposi dal notaio per separarsi»


ROMA

La separazione dal notaio anziché in tribunale, ma solo se non ci sono «minori da tutelare». È una delle ipotesi per snellire la giustizia civile alla quali lavoreranno nelle prossime settimane il ministro per la Giustizia, Angelino Alfano, e il Consiglio nazionale del notariato (cioè l’organo di autogoverno della categoria). Ieri il Guardasigilli è stato l’ospite d’onore della prima riunione del nuovo Consiglio dei notai: ha simbolicamente presieduto i lavori. E ha lanciato la proposta: istituire un tavolo di «consultazione permanente con il notariato per individuare soluzioni per il funzionamento della giustizia civile».

Claudia Pandolfi e Massimiliano Virgili, sposi nel 1990  per 75 giorni
Claudia Pandolfi e Massimiliano Virgili, sposi nel 1990 per 75 giorni
Tradotto: individuare nuove competenze da assegnare ai notai per alleggerire il lavoro dei magistrati civili. Fra queste, appunto, ci potrebbe essere in tempi ragionevolmente brevi «la composizione patrimoniale nel caso delle separazioni senza figli», cioè l’attribuzione dei beni fra marito e moglie. E, con un intervento legislativo più complesso, ma «se c’è la volontà nel giro di qualche mese », anche l’intera separazione dal notaio. Il percorso è stato illustrato da Giancarlo Laurini, presidente del Consiglio dei notai. «I dati dimostrano che laddove come categoria siamo stati chiamati a coadiuvare i giudici, le cose hanno funzionato bene: mi riferisco per esempio al controllo degli atti societari, che ci è stato affidato nel 2000. E il contenzioso su queste materie non esiste. Diciamo che abbiamo una funzione preventiva. Il giudice risolve i conflitti decidendo, la nostra azione permette di prevenirli».

E dagli atti societari ai matrimoni in crisi, il passo potrebbe essere molto breve. «Noi siamo professionisti particolari, abbiamo un ruolo super partes, di controllo. Non rappresentiamo interessi di parte. Per questo sarebbe molto semplice affidarci il ruolo della composizione nelle separazioni», aggiunge il notaio Laurini. Del resto, i tempi di attesa nei tribunali sono spesso molto lunghi: 3 o 4 mesi solo per avere la prima udienza. E se—anche nel caso di separazioni consensuali— ci sono beni da spartire, i tempi possono allungarsi fra perizie e verifiche. Dal notaio i tempi potrebbero subire un sensibile accorciamento. E i costi? «In realtà non si tratterebbe di attività lucrose per noi. Mettiamo a disposizione le competenze e la professionalità per permettere ai tribunali civili di occuparsi di altre questioni», dice ancora il leader dei notai, spiegando di aver già parlato della questione con il ministro.

E da via Arenula, sede del dicastero della Giustizia, i tecnici confermano che «allo studio ci sono varie ipotesi per snellire le procedure civili, anche per le separazioni». L’ipotesi di affidare al giudice di pace le competenze per i conflitti fra marito e moglie è stata scartata perché—fra i motivi— rischierebbe di allungare i tempi, anziché accorciarli. «I notai, almeno per le questioni patrimoniali, hanno però le competenze adatte», aggiungono dal ministero. «All’estero ci sono Paesi nei quali l’intera separazione e anche il divorzio sono affidati ai notai », sottolinea Giancarlo Laurini, ricordando che «anche al seguito di Cristoforo Colombo c’era un notaio mandato dalla regina di Spagna per certificare la presa di possesso delle nuove terre». Figuriamoci se può essere un problema certificare la fine di un amore.

Paolo Foschi
03 luglio 2010



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Lista Falciani, un ambasciatore tra i primi nomi

Corriere della Sera

Verifiche su 25 persone con soldi in Svizzera Ci sono anche un manager e un marchese

Lista Falciani, un ambasciatore tra i primi nomi


ROMA

Quelli che hanno superato il milione di dollari sono tutti ultrasettantenni. E adesso dovranno spiegare come mai abbiano scelto la filiale ginevrina della banca inglese Hsbc per mettere al sicuro il proprio «tesoretto». Tra i primi a farlo sarà l’ambasciatore Giuseppe Maria Borga, seguito da Donatella Marchini e da Alessandro Scarpaccini che hanno un deposito ciascuno con una somma perfettamente uguale: 1.035.501 dollari.

Benestanti e prestanome
Eccoli i primi nomi della «lista Falciani», gli italiani che hanno trasferito soldi all’estero e sono stati scovati dopo il «tradimento» del responsabile del sistema informatico dell’istituto di credito, Hervé Falciani appunto, scappato con l’elenco dei clienti. Ecco le prime 25 persone inserite nella più ampia rosa dei cento stilata in base ai «canoni di pericolosità fiscale» e adesso sottoposti a verifica dalla Guardia di Finanza perché hanno portato fuori dall’Italia un totale di 8 milioni e 299 mila dollari. Li hanno scelti - in un totale di 6936 «posizioni» - perché risulta che non hanno presentato denuncia dei redditi, oppure perché la loro dichiarazione è stata ritenuta «incongrua » rispetto alle somme che hanno movimentato. È la procura di Torino ad aver avviato le indagini per accertare eventuali episodi di riciclaggio. Alle Fiamme Gialle sono state affidate le verifiche su eventuali reati commessi. Ma i controlli riguardano soprattutto la regolarità dei versamenti al fisco.

E dunque si estendono anche all’eventualità che alcuni di loro siano prestanome degli effettivi titolari. Al quarto posto della lista c’è Antonia Cesareo, 66 anni, che può contare su una provvista di 831.908 dollari, seguita a poca distanza da Guido Hermann Targiani che invece di soldi ne aveva portati in Svizzera 729.955. Nei giorni scorsi hanno tutti ricevuto un avviso a presentarsi per essere informati di quanto è stato scoperto, ma soprattutto per fornire giustificazione a questo trasferimento di soldi oppure chiarire se nel frattempo si sono avvalsi dello «scudo» varato dal Parlamento nell’ottobre del 2009. Chi non ne ha usufruito e non potrà dimostrare la liceità del proprio comportamento rischia di pagare una multa che va dal 20 al 50 per cento della cifra occultata al fisco, oltre alla tassa sul reddito maggiorata fino al 400 per cento. Ha 87 anni Ida Di Nola e un gruzzolo pari a 540.489 euro. Una cifra di molto inferiore la possiede Mario Baccari che di anni ne ha 81 e 61.425 dollari sul conto. Tra i più giovani ci sono Andrea Moccaldi, 37 anni, che risulta titolare di un conto con 342.675 dollari e Karim Amiji, 35, che oltrefrontiera ne ha portati 82.917. Provvista sostanziosa anche per Cherifa Hadjsadok, 44, con un deposito che ammonta a 401.896 dollari. E per Sabrina Piperno che di anni ne ha 42 e sul conto della Hsbc ne ha messi 514.530.

I conti frazionati
Al decimo posto della lista c’è Laurence Victor Journo con una provvista di 285.638 dollari. I nomi stranieri non devono ingannare. Si tratta sicuramente di cittadini italiani visto che sono titolari del codice fiscale, così come ha già accertato l’Agenzia delle Entrate a cui sono state chieste una serie di verifiche incrociate con altri dati che ha già a disposizione. L’interesse primario per il recupero delle tasse non versate riguarda infatti l’intera movimentazione che si può ricostruire attraverso l’analisi del dossier titoli, gli eventuali acquisti di valuta, i fondi di investimento. E poi bisogna stabilire se c’è stato un frazionamento tra membri della stessa famiglia. È l’ipotesi suggerita esaminando i conti di Anna Rosa, 56, Stefano 54, e Marco Estri, 50, che hanno rispettivamente: 115.615, 115.250, 114,991 dollari.

Le provviste basse
Francesco Locatelli, classe 1930, vanta un conto con 261.304 dollari. Niente a che vedere con quei 132 depositi che superano i 10 milioni di dollari, ma è comunque una cifra consistente. Di poco inferiore quella di Francesco Sette, 53 anni, che ha 188.863. Mara Tonizzo, 57, ha 113.764; Renata Mariotti, 61 anni, può invece contare su 112.576 dollari. Gli investigatori si interrogano adesso su quei depositi inferiori agli 80.000 dollari per capire come mai si sia deciso di tenere i soldi all’estero e così rischiare di incappare nelle maglie del fisco. È la domanda che sarà posta a Robert Miller, classe 1945, che risulta aver portato a Ginevra 79.097 dollari oppure a Haym Markovits, 61 anni, che ne ha trasferiti 40.844. Consuelo Palmerini ha 38 anni, che motivo aveva di tenere all’estero 21.866 dollari? Oppure Maria Luisa Leone, 75 anni, che ne ha 22.396. L’ipotesi è questo soldi possano essere parte di una provvista più ampia che è stata divisa su conti correnti intestati a persone diverse, oppure su banche diverse. Ma è anche possibile che si sia deciso, per un motivo lecito, che era più agevole non lasciarli in Italia. Per non rischiare le multe, gli interessati dovranno adesso dimostrarlo visto che in materia fiscale è stato introdotto l’inversione dell’onere della prova e dunque è il contribuente a dover portare gli elementi a proprio favore.

Fiorenza Sarzanini
03 luglio 2010



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Gay discriminati?Google li paga di più

Corriere della Sera

La svolta dell'azienda di Mountain View: gli eterosessuali sposati godono di maggiori sgravi fiscali.

Il caso

Gay discriminati?Google li paga di più


MILANO

Buste paga più pesanti per i gay che lavorano in Google. La società di Mountain View che recentemente è stata indicata dalla Camera internazionale di commercio gay e lesbica internazionale (IGLCC) come una delle 5 multinazionali più "gay friendly" del mondo, ancora una volta non ha smentito la sua fama di azienda estremamente attenta e sensibile verso il mondo omosessuale. Da questo mese i dipendenti gay di Google riceveranno un aumento di stipendio e avranno un compenso maggiore rispetto ai colleghi eterosessuali sposati perché quest’ultimi possono godere di maggiori sgravi fiscali. L’extra, scrivono i giornali d'oltreoceano, controbilancerà le maggiori imposte sul reddito che gli omosessuali sono costretti a pagare per coprire le spese dell'assicurazione sanitaria dei loro partner.

NUOVO CORSO – Il nuovo corso è stato annunciato da Cynthia Yeung, membro del team che si occupa dello sviluppo strategico di Google. La dirigente ha anche rilevato che agli omosessuali saranno garantite le stesse ore di permesso che hanno gli eterosessuali per ragione mediche o familiari. Nell'azienda di Mountain View lavorano centinaia di omosessuali. Domenica scorsa 300 dipendenti di Google erano presenti all’annuale marcia omosessuale di San Francisco che quest'anno celebrava, tra l’altro, il quarantesimo anniversario del primo gay pride negli Usa. Contemporaneamente, in diverse città del mondo, gay di tutto il globo hanno sfilato per rivendicare l'orgoglio omosessuale: "Abbiamo sfidato la pioggia a Boston, ci siamo goduti il sole a New York e abbiamo marciato assieme all'organizzazione omosessuale israeliana a Tel Aviv e a Haifa - ha rivelato la Yeung - I dipendenti di Google inoltre parteciperanno all'Europride, manifestazione che quest'anno si tiene in Polonia e ad altre parate gay, inclusa la prima marcia omosessuale di Tokyo. Infine celebreremo la stagione dell'orgoglio gay anche a Singapore.

BATTAGLIA - Sono ormai anni che Google si batte per i diritti degli omosessuali e si è schierata apertamente a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Sergey Brin, che nel 1998 assieme a Larry Page fondò il popolare motore di ricerca, è stato molto chiaro sull'argomento: "Noi rispettiamo le forti convinzioni delle persone - ha dichiarato Brin in un'intervista del 2008 - ma riteniamo che questa sia una battaglia di uguaglianza. Non dovremmo mai eliminare il diritto di ciascuno di sposare la persona che ama, qualunque sia il suo orientamento sessuale.

Francesco Tortora
03 luglio 2010



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Ferrara si accorda per la raccolta rifiuti e scrive sul sito: «Non siamo a Napoli»

Corriere del Mezzogiorno

Gaffe del Comune estense sul suo portale online; dopo un'interpellanza arrivano scuse e rimozione

Il contestato annuncio sul sito del Comune di Ferrara, ora  rimosso

Il contestato annuncio sul sito del Comune di Ferrara, ora rimosso

NAPOLI - Che il dramma dell'emergenza rifiuti a Napoli tra il 2008 e il 2009 lasci ancora il segno nel resto della Penisola, lo si capisce da quanto è avvenuto a Ferrara. Sul sito online del Comune della città estense è comparsa la notizia di un accordo con Hera Sot, una delle prime multiutility italiane nel business Ambiente per rifiuti raccolti e trattati. Il titolo della comunicazione da parte dell'orgogliosa amministrazione è il seguente: «Non siamo a Napoli».

Accortosi della gaffe, il portale d'informazione Estense.com scrive un articolo a riguardo pubblicando il contenuto di un'interpellanza di un consigliere comunale d'opposizione che chiede le scuse e la rimozione del titolo dal sito. A Ferrara si scatena la bufera: alla fine il Comune è costretto fare il mea culpa e a rimuovere il titolo offensivo per i partenopei. Secondo il consigliere Pdl Francesco Rendine «tali specifiche geografiche risultano offensive non solo per i napoletani ma anche per tutti quei cittadini ferraresi che amano una delle città più belle del mondo».

Dal canto suo, l'amministrazione comunaleferrarese ha precisato in una nota che «la pagina segnalata (http://ferrara.comune.fe.it/index.phtml?id=1104 ndr) è relativa al progetto Agorà avviato negli anni scorsi e concluso nel 2008. Tale pagine è archiviata dall’inizio di questa legislatura e non raggiungibile dall’home page del Comune di Ferrara, ma rintracciabile solo attraverso i motori di ricerca. L'attuale sindaco (seppur non responsabile) - quale rappresentante dei cittadini ferraresi - ha voluto porgere le proprie scuse sia ai napoletani che agi stessi ferraresi, perché non condivide ed approva l'infelice affermazione pubblicata nel passato».

Nessun messaggio di sfondo razzista o denigratorio di Ferrara nei confronti di Napoli e dei napoletani (la sala stampa del comune estense è dedicata, tra l'altro, a Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra nel 1985), ma la «burla» di qualche funzionario comunale che gestiva il sito, passata in un primo momento senza controllo.

Sul portale Estense.com intanto sono fioriti i commenti più svariati sulla notizia, da chi dice: «Vergogna! La città dei moralisti e dei luoghi comuni! Ecco Ferrara: tutti bravi a criticare e ed accusare gli altri» a chi sostiene: «Non c’era neanche bisogno di scusarsi, dopotutto hanno solo detto la verità!».

La dicitura «Non siamo a Napoli», inoltre, è quanto mai scorretta, anche perché la società Hera Sat è ben presente in Campania, avendo partecipato con Set spa alla realizzazione delle centrali termoelettriche a ciclo combinato di Teverola e di Sparanise nel Casertano (che coprono almeno il 30% del fabbisogno energetico campano). Inoltre, Hera è presente in regione attraverso numerose aziende di servizi quali, ad esempio, Amav ambiente, Penisolaverde, Leucopetra, Consorzio Costa d’Amalfi Ambiente, Yele, Castellammare di Stabia multiservizi.

Marco Perillo
22 giugno 2010
(ultima modifica: 24 giugno 2010)

Famiglia, Cassazione: se la moglie è più forte può essere maltrattata

di Redazione

Le mogli che hanno un carattere "forte" e che non si lasciano "intimorire" dal clima di intimidazione al quale le sottopone il marito corrono il rischio di vedere assolto il coniuge dal reato di maltrattamenti proprio per via della fermezza della loro forza d’animo.

Questa l'ultima degli "ermellini"


 

Roma - Le mogli che hanno un carattere "forte" e che non si lasciano "intimorire" dal clima di intimidazione, comprensivo di percosse, al quale le sottopone il marito corrono il rischio di vedere assolto il coniuge dal reato di maltrattamenti proprio per via della fermezza della loro forza d’animo. La Cassazione, infatti, ha annullato la condanna a 8 mesi di reclusione nei confronti di un marito accusato di aver maltrattato la moglie per tre anni. Dinanzi alla Suprema Corte il marito aggressivo ha sostenuto con successo che non si trattava di maltrattamenti in quanto la moglie "non era per nulla intimorita" dal comportamento del coniuge ma solo "scossa, esasperata, molto carica emotivamente".

Il caso di Sandro F. In particolare, Sandro F. (45 anni) era stato condannato in primo grado dal tribunale di Sondrio, nel settembre 2005, e anche la Corte d’appello di Milano, nell’ottobre 2007, lo aveva ritenuto colpevole di maltrattamenti ai danni della moglie Roberta B. condannandolo a 8 mesi di reclusione con le attenuanti generiche. Ad avviso della Corte d’appello "la responsabilità dell’imputato era provata sulla base di sue stesse ammissioni, anche se parziali, e sulla testimonianza di medici, conoscenti e certificati medici, da cui si ricava una condotta abituale di sopraffazioni, violenze e offese umilianti, lesive della integrità fisica e morale" della moglie sottoposta a "continue ingiurie, minacce e percosse". Dinanzi ai Supremi giudici Sandro F. ha sostenuto che non era stata ben considerata la circostanza che sua moglie "per ammissione della stessa di carattere forte, non fosse intimorita dalla condotta del marito".

Donna coraggiosa In sostanza secondo l’uomo i giudici avevano "scambiato per sopraffazione esercitata dall’imputato" quello che era solo "un clima di tensione fra coniugi". La Cassazione - con la sentenza 25138 - ha dato ragione a Sandro F. rilevando che non si può considerare come "condotta vessatoria" l’atteggiamento aggressivo non caratterizzato da "abitualità". I fatti "incriminati" in questa vicenda - prosegue la Cassazione - "appaiono risolversi in alcuni limitati episodi di ingiurie, minacce e percosse nell’arco di tre anni (per i quali la moglie ha rimesso la querela), che non rendono di per sè integrato il connotato di abitualità della condotta di sopraffazione" necessaria alla configurazione del reato di maltrattamenti. "Tanto più che - conclude la Cassazione - la condizione psicologica di Roberta B. per nulla intimorita dal comportamento del marito, era solo quella di una persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente". Così la condanna a 8 mesi è stata annullata "perchè il fatto non sussiste".

Fallito attracco alla stazione spaziale: alla deriva navetta con rifornimenti

Il Messaggero

 

ROMA (2 luglio) - La navetta di rifornimento Progress 38, lanciata mercoledì dalla base di Baikonur, in Kazakhistan, è fuori controllo dopo aver fallito per problemi di telemetria l'attracco alla Stazione Spaziale internazionale (Iss). Lo annuncia l'agenzia russa Interfax citando il comandante della stazione. La Progress 38 è una navetta senza equipaggio.

Un portavoce del Centro di controllo russo dei voli spaziali ha detto che la navetta si trova ormai a tre chilometri di distanza dall'Iss. L'astronauta Alexander Skvortsov ha detto che la navetta-cargo «si sta allontanando da noi» e sta sparendo dalla vista.

Il guasto è avvenuto 25 minuti prima dell'attracco e i tecnici del centro di controllo di Mosca non sono riusciti a risolverlo in tempo breve. Di conseguenza è stato impossibile controllare il movimento del Progress nella fase delicatissima nella quale si aggancia alla Iss. La navetta cargo russa era stata lanciata mercoledì per trasportare sulla Stazione spaziale circa 860 chilogrammi di propellente, 50 di ossigeno, 100 di acqua e 1.200 fra materiali per esperimenti scientifici, pezzi di ricambio e altri rifornimenti.

Durante la fase finale dell'avvicinamento al modulo russo Zvezda della Iss il sistema di comunicazione Kurs ha perso i contatti con la navetta Progress. È stato quindi impossibile portare a termine la manovra di aggancio, prevista alle 18,58 (ora italiana) e la navetta si è progressivamente allontanata dalla stazione orbitale. È stato anche impossibile attivare tempestivamente il sistema Toru, che in casi di emergenza permette di teleguidare manualmente la manovra di aggancio dall'interno della Iss. Il Centro di controllo russo ha escluso la possibilità di un nuovo tentativo di aggancio per oggi e sta studiando se e quando sarà possibile tentare una nuova manovra.

Il mancato attracco non ha comportato nessun pericolo per l'equipaggio di sei persone dell'Iss. Lo ha detto un portavoce della Nasa.



1925, quando il re fermò Mussolini

Avvenire

Benito Mussolini, dopo il discorso parlamentare del 3 gennaio 1925, quello in cui rivendicò la propria responsabilità politica e morale nel delitto Matteotti, tentò di instaurare la dittatura, con un colpo di mano. A sorpresa, la mattina seguente, il duce si presentò dal re con un decreto di scioglimento del Parlamento che prevedeva anche l’arresto di tutti i parlamentari dell’opposizione.

Ma Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmarlo, con un’energia senza precedenti. Solo nell’autunno del 1926, dopo il quarto fallito attentato al capo del governo, il sovrano abbassò il capo di fronte alle "leggi fascistissime" che introdussero la dittatura abolendo i partiti e facendo decadere i deputati di opposizione. Il clamoroso retroscena, destinato a cambiare i libri di storia, emerge dalle pagine inedite di un documento straordinario, il memoriale di Margherita Sarfatti, che fu amante e consigliera politica di Mussolini.

Il testo integrale inedito che abbiamo potuto consultare in anteprima fu scritto in lingua inglese, probabilmente tra il 1943 e il 1944, sotto il titolo My Fault. Gli storici e i biografi dell’intellettuale ebrea per decenni hanno dato la caccia al manoscritto, che si riteneva fosse in francese e che fosse intitolato Mon erreur.

La stessa Margherita Sarfatti pubblicò alcune parti del suo memoriale su un quotidiano argentino, "Crítica", rinunciando tuttavia alla divulgazione di alcuni capitoli di notevole rilevanza politica. Ma veniamo al contenuto delle rivelazioni. La Sarfatti, che negli anni Venti fu la first lady semi-ufficiale del regime, premette su Mussolini perché ammettesse solennemente la sua responsabilità de facto nell’assassinio del leader socialista Giacomo Matteotti, avvenuto ad opera di sicari della "Ceka" fascista, nel giugno 1924.

Il 3 gennaio 1925, il capo del governo pronunciò un discorso alla Camera in cui "legittimò" a posteriori quel fatto di sangue, quale scaturigine estrema – ancorché non desiderata – della sua lunga azione ideologica e politica svolta a partire dal 1914. Le parole conclusive dell’intervento non sono state finora chiarite nel loro esatto significato. Il duce disse infatti: «L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa; gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza se sarà necessario. Voi state certi che nelle quarantotto ore successive al mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area, come dicono».

Che significava, questo riferimento sibillino al definitivo chiarimento, così imminente da non essere più rinviabile? Lo apprendiamo solo ora, grazie alle memorie postume di Margherita Sarfatti. La verità viene finalmente alla luce per la prima volta dopo ottantacinque anni. Citiamo il testo del memoriale sarfattiano: «Riguardo a questo discorso, c’è un rebus irrisolto che a quel tempo tormentò chiunque s’interessasse alla politica. Solo Vittorio Emanuele, re d’Italia, e Mussolini avrebbero potuto risolverlo. Oltre a loro, sono l’unica destinataria delle confidenze di Mussolini sulla questione [corsivo nostro, ndr]. Mussolini dichiarò solennemente in Parlamento che non sarebbero passati tre giorni senza che l’Italia vedesse le misure drastiche che egli era in grado di prendere contro l’opposizione. Tuttavia, il 4, il 5 e il 6 [gennaio] passarono senza che succedesse nulla.

Solo quaranta giorni dopo, Mussolini nominò il borioso estremista Roberto Farinacci segretario del partito come premio per la sua inalterabile truculenza. Quindi si ammalò improvvisamente, svenendo per un’ulcera allo stomaco. E il grande evento annunciato? Quando lo aveva annunciato, o vi aveva fatto cenno, in Parlamento, aveva pensato che fosse inutile chiedere il consenso, che riteneva scontato, del docile re al suo piano: l’immediato inatteso scioglimento del Parlamento, con il conseguente brillante arresto di tutti i membri dell’opposizione». Soltanto che quel "via libera" del sovrano all’abolizione delle libertà democratiche non era affatto scontato. Vittorio Emanuele, nel gennaio nel ’25, si oppose risolutamente al duce, così come aveva rifiutato di firmare il decreto sullo stato d’assedio presentatogli dal premier Luigi Facta, per bloccare la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Margherita Sarfatti è l’unica fonte in grado di ricostruire quella pagina drammatica della nostra storia, rimasta finora occultata.

Così la ninfa Egeria del fascismo racconta lo scontro di potere che oppose Vittorio Emanuele a colui che era ancora il suo primo ministro costituzionale: «Il mattino del 4 gennaio, quando Mussolini si presentò in udienza al re e gli sottopose il decreto di scioglimento del Parlamento perché lo firmasse, come misura necessaria e dovuta, si verificò una scena di una violenza senza precedenti. Inaspettatamente il re gli oppose un fermissimo e secco rifiuto. "Sono stato educato secondo principi liberali. Sono assolutamente democratico, per natura e convinzione. Ho giurato sulla Costituzione e i Savoia non sono mai stati spergiuri. Non firmerò mai". Mussolini insistette, pregò, si disperò, supplicò e persino minacciò. Invano. "È contro la mia coscienza. Non lo farò.

Se voi e i vostri uomini di partito vorrete prendervi la mia vita, fatelo; sono e soprattutto mi sento vecchio e consunto; la mia vita non è altro che un povero straccio logoro e consumato. Potete prendervela se volete. Ma ho idee e convinzioni alle quali resterò fedele fino alla fine. Rispetto la parola data, e la Costituzione appartiene ad essa. Non andrò e non desidero andare oltre i vincoli della Costituzione e violare la legge. Non firmerò, nemmeno a costo della mia vita"». Se, dunque, Vittorio Emanuele ebbe la forza e il coraggio di dire "no" a Mussolini al principio del 1925, rifiutando lo "strappo" allo Statuto, si deve aggiungere tuttavia che abdicò a questi stessi doveri a cominciare dall’anno successivo.
Roberto Festorazzi