giovedì 1 luglio 2010

Pensioni, «Quello dei 40 anni è un refuso da cancellare»

Corriere della Sera

Smentito l'adeguamento secondo il quale non sarebbero più bastati 40 anni di contributi dal 2016


MILANO


«È stato un refuso, lo cancelleremo». Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, risponde a chi gli chiede se prevede una modifica dell'emendamento alla manovra che introduce lo stop al requisito dei 40 di contributi per andare in pensione a partire dal 2016. «Non era intenzione né mia, né di Azzollini, né di Tremonti», ha aggiunto il ministro.

AL SENATO - Il ministro Sacconi ha parlato in Senato dove era arrivato per parlare con il relatore di maggioranza della manovra, Antonio Azzollini del Pdl, proprio dell'emendamento sulle pensioni. «Ne ho parlato con il presidente della Commissione Azzollini - ha detto Sacconi ai giornalisti -. È stato per tutti e due un refuso. Non era intenzione né del governo né del presidente della Commissione Bilancio introdurre questa norma». Anche nelle leggi Maroni e Damiano «coloro che hanno 40 anni di contributi sono sottratti dal meccanismo delle quote. Verrà mantenuto questo criterio. È un refuso nella stesura. Non era intenzione né mia, né di Tremonti né di Azzollini» negare la possibilità di andare in pensione a coloro che maturano 40 anni di contributi. Quell'aspetto «verrà cancellato», ha detto Sacconi.

COSA PREVEDEVA - L'emendamento alla manovra del relatore di maggioranza, Antonio Azzollini prevedeva che in attuazione del decreto legge dello scorso anno che già interveniva sul fronte previdenziale si stabilisce che «a decorrere dal primo gennaio 2016 i requisiti di età e i valori di somma di età anagrafica e di anzianità contributiva e il requisito contributivo di 40 anni ai fini del conseguimento del diritto all'accesso al pensionamento indipendentemente dall'età anagrafica sono aggiornati a cadenza triennale con decreto direttoriale del ministero del lavoro di concerto con il ministero dell'economia da emanarsi almeno dodici mesi prima della data di decorrenza di ogni aggiornamento».

CGIL - La novità (refuso o no) non piace alla Cgil: Vera Lamonica, della segreteria confederale, esprime un giudizio «molto negativo» sull'emendamento del relatore Azzollini e in particolare proprio sulla parte che sottopone all'adeguamento alle aspettative di vita anche il requisito dei 40 anni di contributi. «L'emendamento - spiega Lamonica - peggiora la situazione perché un lavoratore con 40 anni di contributi incappa non solo nella finestra mobile, che significa l'allungamento di un anno, ma anche nell'applicazione dei coefficienti sull'attesa di vita».

Redazione online
01 luglio 2010












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Il pentito Giuliano: mio cognato mi chiese di uccidere Gatti davanti a Gigi D'Alessio

Corriere del Mezzogiorno

Il cantante è estraneo all'inchiesta ma fu presente alla richiesta di morte:«Chiamatelo a testimoniare»

Gigi D'Alessio
Gigi D'Alessio
NAPOLI

Secondo il boss pentito Luigi Giuliano, suo cognato Giuseppe Roberti (oggi arrestato) gli chiese di aiutarlo ad uccidere Nicola Gatti nel corso di un colloquio al quale era presente anche il cantante Gigi D’Alessio (del tutto estraneo all'inchiesta), con il quale l’ex capoclan collaborava nella scrittura di canzoni. Giuliano chiarisce anche perché, a suo avviso, il cognato sbagliava a considerare la relazione tra Nicola e le figlie un disonore: Roberti, infatti, aveva accettato in silenzio la relazione tra la moglie Celeste ed il boss del Vasto Patrizio Bosti.

LE PAROLE DEL PENTITO A VERBALE - Questo il racconto di Giuliano: «Roberti Giuseppe "capa vacante’"(testa vuota, ndr) venne da me e voleva che io mi occupassi di uccidere quel giovane, che, a suo dire, aveva disonorato sua figlia Gemma, nel senso che aveva indotto quest’ultima a prendere la droga. Io gli dissi: Peppino, lo sai che io mi sono inserito in un ambiente artistico, culturale; non è che non voglio farti il piacere, solo sto cercando di uscire da quell’ambiente malavitoso. Era infatti il periodo in cui io stavo scrivendo poesie, avevo contatti con i cantanti, e poi stavo cominciando a pensare di uscire da quel mondo malefico. E poi io pensai che, se aveva sbagliato il ragazzo, aveva sbagliato anche la moglie di "capavacante", cioè mia sorella Celeste. Già nel 1984 mia sorella Celeste divenne l’amante di Bosti Patrizio; io lo venni a sapere, ne parlai nella mia famiglia e tutti mi dissero che io ero pazzo a dire una cosa del genere, che si trattava, da parte mia, di un’insinuazione calunniosa, perché non era possibile questo fatto. Celeste giurava che non era vero; ma poi il tempo mi ha dato ragione. In pratica io non mi fidavo né di lui né di mia sorella. Quanto a lui, si trattava di un confidente dei carabinieri, poi faceva trovare le armi alla polizia, facendo arrestare gente innocente; poi si è fatto i miliardi. Insomma, quando vedevo lui e la moglie, cioè mia sorella, mi veniva voglia di fuggire, perché per me loro due erano la stessa cosa. Insomma, lui mi diceva che, a causa di quel ragazzo, era entrato il disonore a casa sua, ma io pensai che lui, l’onore, non lo aveva mai avuto, proprio a causa di quello che ora ho raccontato a proposito di sua moglie».

TESTIMONI CAPASSO E D'ALESSIO - Alla domanda del pm sul periodo in cui Roberti gli fece quella richiesta, Luigi Giuliano risponde: «Verso l’inizio degli anni ’90. Dico questo perché ricordo che lui venne nell’ufficio che io avevo aperto in via Cesare Sersale, nella zona di Forcella; in questo ufficio vi era attrezzatura musicale (chitarre, pianoforti, ecc.) e lì mi incontravo con i cantanti (tra cui Gigi D’Alessio), con Massimo Capasso (un diacono) e scrivevo canzoni. Potete citare come testimoni Massimo Capasso ed anche Gigi D’Alessio, che, artisticamente parlando, è nato in quell’ufficio».

Titti Beneduce
01 luglio 2010




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Anche il pd Errani grida allo scandalo ma compra i dromedari per il Sahara

di Marcello Foa

La premessa è doverosa: l’Emilia-Romagna è una delle regioni più virtuose d’Italia assieme alla Lombardia e al Veneto. Criticarla in modo indiscriminato sarebbe ingiusto, tanto più sapendo che fine fa il denaro pubblico in Sicilia, in Calabria, in Campania. Eppure anche a Bologna, scavando tra le pieghe dei bilanci si scoprono spese anomale, talvolta esorbitanti, incarichi ingiustificati, finanziamenti assurdi; tanti e tali da far apparire perlomeno sproporzionate le grida di dolore del presidente della Regione Vasco Errani di fronte ai tagli imposti dal governo.

Sia chiaro: dover rinunciare a 731 milioni di euro non è facile. Ma è sopportabile, anche perché in passato la regione non è stata sempre irreprensibile. Tra un cantiere e l’altro ha sprecato una bel gruzzoletto di milioni. I bolognesi conoscono bene la vicenda della «Terza Torre». È il tormentone cittadino. Trattasi della terza sede della Regione, la cui costruzione fu approvata nell’ottobre del 1993. Costo? Sette miliardi di vecchie lire.

«Siamo arrivati a luglio del 2010 e il palazzo non è ancora pronto», osserva il consigliere del Pdl Alberto Vecchi. «Devono ultimare i parcheggi, nel frattempo il conto è più che quadruplicato a 28,5 miliardi di vecchie lire, pari a quasi 15 milioni di euro».
Uno spreco, che ne ha generato uno ancor più grande. Quello degli affitti. Non essendo utilizzabile la Terza Torre, la Regione è stata costretta a rinnovare la permanenza nelle sedi provvisorie in altre parti della città. Con un costo per pigioni, nel 2009, risultato pari a 50 milioni di euro, 30 in più rispetto all’anno precedente.

Il tormentone dei cittadini di Ferrara si chiama Cona, il nuovo ospedale. Nuovo si fa per dire. È in costruzione da vent’anni e verrà ultimato, forse, nel 2010. Vent’anni, un’eternità per una struttura sanitaria, che rischia di nascere già vecchia. Al costo di 285 milioni di euro.
Cose che capitano quando c’è di mezzo la Sanità. L’Asl di Forlì è sotto indagine per un buco di 60 milioni di euro, quella di Modena per 15, mentre il Pdl chiede chiarimenti sul Laboratorio unico di Area Vasta Romagna, che sarebbe dovuto costare 42 milioni di euro e che invece nel richiederebbe 55, ben 13 in più. Sempre a carico della regione.

Errani ha annunciato proprio pochi giorni fa la riduzione del 10% della propria indennità e di quella dei suoi assessori; inoltre si è impegnato a sforbiciare del 20% le spese per consulenze, missioni, incarichi. Un bel gesto, che va nella giusta direzione. Ma potrebbe essere più sostanzioso, se la Regione si decidesse a diserbare la boscaglia dei finanziamenti talvolta micro e talvolta macro a enti, associazioni o per finalità perlomeno discutibili.

L’Emilia-Romagna, ad esempio, spende due milioni di euro per «trasmissione d’informazioni»; devolve 3,1 milioni all’Ervet ovvero l’Ente per la valorizzazione economica del territorio; dona quasi 10 milioni all’Agenzia regionale prevenzione e ambiente (Arpa), pur avendo una direzione generale che già si occupa di tutela del territorio. E sembra avere un debole per l’immobiliare. Affitta, ma compra anche. E tanto, edifici e strutture per 32 milioni di euro, come ha rilevato in un’interrogazione il capogruppo della Lega Mauro Manfredini.

Anche l’assemblea legislativa, di solito attenta, si concede qualche stravaganza. Come i 200mila euro per il servizio facchinaggio e gli 1,3 milioni per alimentare il fondo per migliorare l’efficienza dei servizi, che ben si abbinano ai 20mila euro stanziati dalla giunta per finanziare l’acquisto di dromedari da latte per le popolazioni del Sahara, ai 70mila a favore di una Cooperativa agricola a Cuba e ai 300mila euro per educare la popolazione alla pace.

La Regione, che spende 5 milioni all’anno per rinnovare il parco auto, continua a sostenere la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo e l’Osservatorio per l’educazione stradale e la sicurezza, nonché altri fantasiosi enti. Ognuno col suo obolo, naturalmente, con conseguenti finanziamenti. Sommateli agli sprechi nel campo della sanità, agli edifici eternamente in costruzione, alle operazioni immobiliari, si giunge a un totale di oltre 500 milioni in spese inutili o per lo meno dubbie. Conti ipotetici, si dirà. Vero. Ma indicativi. Sottraeteli a 731 milioni di euro «scippati» dal governo. E il costo della stangata si riduce a poco più di 200 milioni. Tanti, ma non abbastanza per affamare una regione grande ed efficiente come l’Emilia-Romagna. Talmente efficiente che, se volesse, potrebbe tagliare il superfluo per salvare l’essenziale.



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Sanità a rotoli, Marrazzo in limousine E 400mila euro al cinema marocchino

di Salvatore Tramontano

Roma

Quando si parla dei conti della Regione Lazio è il caso di dotarsi di una calcolatrice ben funzionante e con pile possibilmente nuove. Perché le cifre sono enormi - e meno male che c’è l’euro, che toglie di mezzo qualche zero. La prima è l’ultima: gli 866,4 milioni di euro di minori trasferimenti dallo Stato per il 2011 e il 2012 che fanno del Lazio la terza Regione più colpita dai tagli di Tremonti dopo Lombardia e Piemonte, certamente con conti più in ordine. Anni di amministrazioni lassiste, per lo più di centrosinistra, hanno scavato crepe profonde nei pilastri contabili della Pisana, che ora si trova in pole position nella lista nera delle Regioni meno virtuose.

Da quando si è insediata, la presidente del Pdl Renata Polverini sta lavorando per porre rimedio a un deficit miliardario originato soprattutto dalla spesa sanitaria: con 1,3 miliardi di disavanzo sanitario Roma e il suo circondario «fatturano» ben più di un terzo dell’intero «rosso» nazionale, che si attesta a 3,4 miliardi. E le cifre diventano di mese in mese più drammatiche: il ministero dell’Economia ha appena stimato che il debito sanitario dell’anno corrente sarebbe già arrivato a 1,5 miliardi di euro. E il piano di rientro è un calvario senza fine: malgrado il cambio di colore dell’amministrazione regionale abbia reso più conciliante il governo nella trattativa per tornare sulla retta via, pure le misure saranno drastiche.

Per dire, il Lazio, come le altre regioni finite dietro la lavagna, non ha accesso ai fondi per le aree sottoutilizzate (Fas): circa 450 milioni svaniti per rimediare i quali la Polverini si troverà costretta a ritoccare al rialzo addizionali regionali già quasi ai massimi: l’Irpef è all’1,4 per cento, l’Irap (che varia da settore a settore) in media al 5,25 per cento, ma la finanziaria 2010 per le Regioni «canaglie» impone lo stesso un aumento automatico rispettivamente dello 0,15 e dello 0,30. «Ricordo che anticipiamo 1,4 miliardi che dovremmo avere dal ministero dell’Economia. Poi dovremmo avere 800 milioni dal Fondo di garanzia, più altri 50 al mese in attesa della delibera Cipe», elenca Polverini sconsolata, costretta come una massaia a risparmiare qua e là.

Le occasioni non mancano: dovunque Polverini mette mano ecco sprechi e irrazionalità. Restando alla sanità, qualche settimana fa Polverini ha individuato 204 milioni di risparmi strutturali nella gestione dei servizi grazie a operazioni di contenimento della spesa: la governatrice sta per dare un taglio a contratti di consulenza a professionisti esterni alle amministrazioni sanitarie (10 milioni), ai fondi contrattuali del personale sanitario (50 milioni), ad appalti vari (92,7 milioni), alla spesa per esami di laboratorio, diagnostica e assistenza ambulatoriale in convenzione con strutture sanitarie private (79 milioni).

Poi arriveranno la razionalizzazione della rete ospedaliera, con la chiusura di piccoli ospedali, e l’istituzione di uno strumento di controllo della spesa sanitaria e di quella farmaceutica.
Insomma, gli anni delle cinghie tirate dopo quelli della pazza gioia. I guai dei conti laziali arrivano da lontano, ma la gestione Marrazzo-Montino è stata decisiva per affossarli ulteriormente. Qualche mese fa, per dire, la Guardia di finanza ha trasmesso alla procura della Corte dei conti una relazione nella quale calcola un danno erariale di 243 milioni maturato dal 2004 al 2008 per non aver applicato la legge 405 del 2001 che prevede che le strutture sanitarie possano acquistare taluni tipi di farmaci con il 50 per cento di sconto.

Opportunità che la regione Lazio avrebbe trascurato di sfruttare, preferendo utilizzare la più onerosa spesa «a rimborso» che prevede l’esborso del prezzo intero salvo un piccolo sconto obbligatorio. E la durata delle degenze ospedaliere - che secondo gli esperti è il vero parametro per verificare l’efficienza delle strutture sanitarie - è circa il 40 per cento superiore rispetto a quello delle Regioni virtuose: ciò si è calcolato costerebbe ai laziali circa 70 milioni all’anno.

Grandi sperperi. E più piccoli ma non meno odiosi. Come la determinazione dirigenziale che per il 2009 stanziò 6mila euro per la fornitura di caffè e bevande durante le sedute della giunta, che quell’anno furono 48. Diviso per i 17 componenti del governo regionale, fa 7 euro e spiccioli a testa. Quindi ogni assessore durante la giunta avrebbe potuto sorseggiare 14 caffè: e poi dicono che la politica rende nervosi. Spulciando tra le fatture pagate dalla Pisana nell’era Marrazzo, spuntano anche pagamenti a un’azienda di Bruxelles che procura limousine: 34mila euro sborsati dai cittadini tra il 2006 e il 2009 per consentire a Marrazzo di essere scarrozzato nei suoi viaggi nella capitale belga.

Ma anche muoversi per Roma e per il Lazio non costa meno: 300mila euro dal primo ottobre 2009 a marzo 2010 solo per il carburante per far circolare il parco auto, 100mila euro per vestire gli autisti e 52mila per le tessere Viacard e gli accessi alla Ztl romana. Ma in un bilancio da 26 miliardi come quello approvato dalla gestione provvisoria di Montino a fine 2009 per l’anno in corso (che diventano oltre 30 in termini di cassa) ci sono soldi per tutti: 400mila euro per concorrere alle attività del primo centro euromediterraneo di cinematografia a Ouarzazate, che per la cronaca non è né in provincia di Rieti né di Frosinone, bensì in Marocco; 25mila euro per gli «oneri connessi con il funzionamento della cappella interna alla sede regionale»; 750mila euro per il solo 2010 per le spese di rappresentanza del presidente del consiglio regionale; infine, i 4.470.452,25 euro stanziati per le comunità montane (ma non dovevano essere abolite?) e i piccoli comuni.



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Festino con cocaina e trans Consigliere Pdl in ospedale

IL Secolo xix

Pier Paolo Zaccai

Pier Paolo Zaccai (42 anni), consigliere Pdl della Provincia di Roma, è stato ricoverato in ospedale in seguito a un’intossicazione da sostanze stupefacenti: secondo quanto si apprende, ieri sera il consigliere avrebbe partecipato a un festino a base di cocaina e transessuali.

Secondo una prima ricostruzione dei fatti, Zaccai si sarebbe affacciato in stato confusionale dal balcone della casa nella quale si trovava - in zona San Giovanni, a quanto pare di proprietà del transessuale - urlando frasi sconnesse e improvvisando un comizio. Poi, il malore e il ricovero al Grassi di Ostia.




Zaccai non sarebbe stato portato in ambulanza, ma sarebbe stato accompagnato in ospedale da alcuni conoscenti. Sulla vicenda indaga la polizia.

Le condizioni di Zaccai non desterebbero preoccupazione.





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Ecco la rivista per fare le bombe in casa

Corriere della Sera

E' online «Inspire», il magazine per gli aspiranti jihadisti

ESTREMISMO ISLAMICO

Ecco la rivista per fare le bombe in casa


Inspire, l'annuncio pubblicitario
Inspire, l'annuncio pubblicitario
WASHINGTON – E’ l’ultima creatura dell’imam Anwar Al Awlaki, l’uomo che ha ispirato lo sparatore di Fort Hood, l’attentatore con le mutande bomba e, forse, l’azione a Times Square. Parliamo di una rivista online in inglese – Inspire – con la quale aiutare gli aspiranti jihadisti e, soprattutto, i terroristi-fai-da-te. Il magazine è composto da una sessantina di pagine, fitte di consigli politici e suggerimenti tecnici. Tutto ciò che può servire a chi non ha la possibilità di raggiungere uno dei tanti santuari qaedisti. Così, nel primo numero, compare un articolo dal titolo che è tutto un programma: «Fare una bomba nella cucina di tua madre». Si tratta probabilmente della traduzione di un manualetto diffuso un anno fa da Al Qaeda nello Yemen. La teoria è che si possono preparare ordigni ricorrendo a prodotti commerciali. E per assemblarli non c’è bisogno di un laboratorio.

BOMBE FATTE IN CASA - Può apparire come una fanfaronata ma non lo è. Gli autori della strage di Londra hanno preparato le bombe nella loro abitazione così come Faizal Shahzad (l’uomo di Times Square) e Mohammed Game, l’attentatore di Milano. O ancora Najibullah Zazi, l’afghano-americano che voleva colpire New York. Tutti hanno impiegato fertilizzante, acetone, prodotti cosmetici. Ed hanno spesso seguito le istruzioni via Internet. Con Inspire Al Awlaki punta chiaramente ad allargare la sua base. Con messaggi mirati a simpatizzanti di lingua inglese che vivono in Africa, in Europa o negli Usa. E tenta anche di creare un’arena virtuale dove riservare opinioni, idee, articoli. Nell’introduzione della rivista si esortano i lettori a inviare i propri consigli: la piccola posta del terrorista. Le prediche dell’imam, che è nato in New Mexico, ha vissuto negli Usa ed è poi scappato nello Yemen, sono molto seguite sul web. Sulla rete sono disponibili da tempo pubblicazioni in inglese (o tedesco e spagnolo) ma quello prodotto dai qaedisti yemeniti appare come qualcosa di più ambizioso e sistematico.

Guido Olimpio
01 luglio 2010



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Napoli: esumazioni a rischio nei cimiteri Asia insolvente, stop a prelievo rifiuti

Il Mattino

 
di Giuseppe Crimaldi

NAPOLI (1 luglio) - Un nuovo ciclone rischia di abbattersi sui servizi cimiteriali di Napoli. Da questa mattina, infatti, potrebbero fermarsi le operazioni di esumazione delle salme: a causare lo stop - denuncia Andrea Santoro, consigliere comunale e presidente della commissione indagini sui cimiteri di Palazzo San Giacomo - una vertenza economica che riguarda la ditta che si occupa del prelievo dei rifiuti speciali cimiteriali.
«È proprio così - conferma Santoro - da oggi si potrebbero fermare nuovamente le esumazioni. Per l’ennesima volta a Napoli il rischio è quello della paralisi di tutte le attività relative alla esumazione ed estumulazione delle salme».
«Stamattina, infatti - è sempre Santoro a parlare - la ditta Ecologica Sud srl, che opera per conto dell’Asìa Napoli nella raccolta e nello smaltimento delle bare e dei rifiuti derivanti dalle attività cimiteriali, non garantirà più il servizio a causa di ritardi nei pagamenti».

C’è dunque il ritardo dei pagamenti all’azienda dietro l’ultima vergogna che rischia di abbattersi sui vari cimiteri napoletani.
Santoro è da tempo impegnato in una inchiesta amministrativa che corre parallelamente ad alcune indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Napoli.
«La ditta Ecologica sud - prosegue Santoro - ha comunicato lo scorso 23 giugno 2010 ai vertici dell’Asìa di non poter garantire il servizio oltre il 30 giugno. Secondo la ditta, che ha sede a Marano, non sono stati effettuati i pagamenti di due fatture, quelle relative ai mesi di maggio e giugno dello scorso anno, per un totale di circa 110mila euro». «Da quando l’attività di prelievo delle bare dopo le esumazioni è passata dal Comune all’Azienda speciale di igiene ambientale ­ spiega il presidente Santoro - è diventato impossibile appurare i costi che si stanno sostenendo e voglio sperare che non si tratti di oltre 50.000 euro al mese perché mi sembrerebbero, sinceramente, eccessivi».

«In ogni caso, - dichiara ancora Santoro - da oggi i cimiteri rischiano di finire di nuovo nel caos, perché non fare esumazioni significa non liberare le fosse da interro e quindi ritrovarci con le salme nelle sale mortuarie senza sapere dove interrarle».
«Mi auguro ­ ha concluso Santoro - che l’assessore Paolo Giacomelli, a cui va riconosciuta indubbiamente una competenza che finora era mancata ai suoi predecessori, intervenga tempestivamente per evitare una nuova emergenza, magari facendo chiarezza su quanto sta spendendo Asìa per questo servizio e chiarendo perché non lo svolge in proprio».





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Nigeria, il presidente sospende la nazionale dalle gare per 2 anni

Quotidianonet

Goodluck Jonathan, capo di Stato nigeriano, ha deciso così di punire la figuraccia rimediata dalla squadra in Sudafrica e ha deciso di sospenderla per due anni da tutte le competizioni internazionali

Abuja, 30 giugno 2010

Grande sorpresa e punizione esemplare per la nazionale nigeriana. Il presidente Goodluck Jonathan non ha digerito la figuraccia rimediata dalla squadra in Sudafrica e ha deciso di sospenderla per due anni da tutte le competizioni internazionali. Lo ha riferito un suo stretto collaboratore.

"Il signor presidente ha deciso che la nazionale di calcio si ritirerà da tutte le competizioni internazionali per i prossimi due anni per consentire alla Nigeria di riorganizzare il suo calcio", ha annunciato Ima Niboro. Il provvedimento si è reso necessario dopo la "scarsa performance della squadra", arrivata ultima nel gruppo B con un punto, frutto di un pareggio (2-2) con la Corea del Sud, dopo le sconfitte con l’Argentina (0-1) e la Grecia (1-2).





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La Ryanair programma voli con posti in piedi a 5 euro

Quotidianonet

Come su un autobus di linea così la compagnia low cost venderà, anche a meno di 5 euro, biglietti per posti in piedi su tratte da un'ora massimo.
Naturalmente prima dovranno effettuare alcuni test di sicurezza



Londra, 1 luglio 2010

L’aereo diventa un autobus: la Ryanair ha in programma di vendere posti in piedi sui voli a meno di 5 euro a biglietto. L’amministratore delegato della compagnia low cost, Michael O'Leary, ha annunciato che l’anno prossimo cominceranno i test di sicurezza per i ‘vertical seating’.

L’installazione dei sedili sarà finanziata dal pagamento della ‘fee' di una sterlina per l’uso della toilette, che sarà introdotta l’anno prossimo. Il progetto è di rimuovere le ultime dieci file di posti a sedere su 250 aerei e installare 15 serie di sedili verticali.

Per fare ancora più spazio, potrebbero essere tolte le due toilette in fondo all’aereo. In questo modo, i velivoli potranno ospitare tra i 40 e i 50 passeggeri in più e la compagnia potrebbe tagliare ulteriormente i costi dei biglietti.

La Ryanair - spiega il Daily Mail - comincerà a introdurre i posti in piedi solo sui voli interni della durata massima di un’ora, per poi estenderli su tutte le tratte.

Naturalmente, tutto ciò sarà possibile soltanto dopo i test di sicurezza: il portavoce della compagnia irlandese, Stephen McNamara, ha spiegato di essere "fiducioso che i nuovi sedili possano passare i controlli".

"La Boeing è in grado di portare un uomo sulla luna, sono sicuro che riusciranno a fare anche questo con successo", ha aggiunto McNamara. L’ottimismo della compagnia ha incontrato però i dubbi dell’Aviazione civile britannica: "Le nostre norme prevedono che i passeggeri debbano indossare le cinture di sicurezza in fase di decollo e atterraggio, se si dice ‘seat-belt’ vuol dire che bisogna stare sul sedile (‘seat’)", ha spiegato un portavoce della Civil Aviation Authority.





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Vendevano farmaci nelle ore di lavoro: 20 infermieri romani indagati

Il Messaggero

Impiegati all'Umberto I e in due Asl di Roma sud risultavano anche dipendenti di ditte specializzate in fornitura medicinali

 
di Giulio De Santis

ROMA (1 luglio) - Infermieri pagati dallo Stato. Che sarebbero stati, nelle stesse ore di lavoro, anche dipendenti retribuiti da società private o cooperative specializzate nella fornitura di medicinali generici. Una doppia pelle lavorativa indossata da venti paramedici statali, che avrebbero privilegiato le sorti del datore di lavoro privato, assentandosi più volte dal posto di lavoro pubblico. Adesso gli infermieri sono finiti nel registro degli indagati dalla Procura di Roma.

L’ipotesi d’accusa contestata sarebbe di truffa ai danni dello Stato. I venti paramedici sospettati sono impiegati al Policlinico Umberto I e in due Asl a sud della Capitale. La loro responsabilità, secondo i primi passi dell’indagine condotta del pubblico ministero Paolo D’Ovidio, sarebbe di aver occupato, in più di qualche occasione, le scrivanie delle società private o cooperative negli orari in cui i paramedici avrebbero invece dovuto prestare attenzione ai pazienti del Policlinico o del Asl di quartiere.

L’indagine, partita a febbraio del 2010, è ancora ai primi passi. Si tratta infatti di tracce investigative, anche se in alcuni casi gli inquirenti avrebbero scovato indizi che proverebbero l’assenza dal luogo di lavoro degli indagati. Non è escluso che presto l’inchiesta possa allargarsi a macchia d’olio per esaminare le situazioni in altri enti legati al mondo della sanità capitolina.

La Cassazione si è espressa a chiare lettere sull’incompatibilità del doppio lavoro del dipendente pubblico. Per i giudici di Piazza Cavour lavorare in un struttura statale comporta come conseguenza l’impossibilità di essere impiegati in una azienda privata. Ed è proprio l’incompatibilità tra il ruolo di infermiere e quello di dipendente di una società il punto focale intorno al quale ruota l’inchiesta.

Secondo gli investigatori, gli infermieri si sarebbero dedicati, principalmente, ai destini delle cooperative o delle società private dove erano assunti tanto da assentarsi, talvolta pure per diverse ore, dal posto occupato nell’ente statale. Inoltre, sempre secondo gli inquirenti, anche quando indossavano il grembiule del paramedico, le loro attenzioni sarebbero state indirizzate principalmente ad ingrossare i guadagni delle società, facendo in modo che i pazienti acquistassero i medicinali venduti dalle ditte in cui erano assunti. Il suggerimento caldeggiato ai pazienti dagli infermieri sospettati però non sarebbe al vaglio degli investigatori.

L’acquisto di medicinale generici era pur sempre un consiglio. E il suggerimento, per quanto interessato, non danneggiava le casse del Policlinico o quello delle Asl. Così come non intaccava il portafogli del paziente, libero di scegliere dove andare ad acquistare le medicine. Certo l’opera di convincimento non sempre si è conclusa con risultati lusinghieri, perché almeno in uno dei casi, una cooperativa è fallita. L’inchiesta, pur essendo ancora in una fase embrionale, avrebbe già evidenziato la responsabilità di diversi indagati, almeno secondo l’accusa.

In molti casi ad inchiodare i paramedici alle loro responsabilità ci sarebbe le e-mail che avrebbero indirizzate dai computer delle ditte private quando il loro dovere stato quello di aggirarsi tra i corridoio del Policlinico oppure sedere negli uffici delle Asl. In questi casi gli inquirenti hanno proposto il patteggiamento della pena per limitare i danni della condanna. Soluzione, a tutto oggi, respinta dagli interessati.





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Padova. Petizione dei genitori per il maestro del Sud: "E' bravo, resti qui"

Mafia, la polizia ha isolato il dna di Messina Denaro

Quotidianonet

Il latitante di Castelvetrano (Trapani) è considerato il capo di Cosa Nostra.
Secondo gli investigatori, potrebbe aver modificato il proprio aspetto e non esistono sue foto recenti o impronte digitali

Palermo, 1 luglio 2010

Il dna familiare del capo di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, è stato isolato dal gabinetto di polizia scientifica di Roma, che ha comunicato e messo a disposizione i risultati del proprio lavoro, durato alcuni mesi, alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che con i pm Teresa Principato, Paolo Guido e Marzia Sabella coordina le ricerche del 48 enne capomafia di Castelvetrano (Trapani).

Il codice genetico dell’ultimo superlatitante di mafia, inafferrabile da 17 anni e considerato l’artefice della strategia stragista del ‘93 a Roma, Firenze e Milano, è stato individuato attraverso l’analisi di reperti riconducibili ai consanguinei: abiti, pettini, spazzolini da denti hanno consentito di estrarre elementi utili per la comparazione e l’individuazione dei tratti comuni ai fratelli del latitante e dunque anche allo stesso Matteo.

Il dna potrà servire, nel caso in cui dovesse essere fermato un sospetto, come elemento di identificazione certo, ed è l’unico a disposizione degli inquirenti, perché le impronte digitali di Messina Denaro, che si diede alla latitanza quando era ancora incensurato e che non è mai stato in carcere, non esistono negli archivi delle forze dell’ordine.

Gli investigatori della Squadra Mobile di Trapani, che assieme allo Sco e al Ros danno la caccia al capomafia, hanno cercato di recuperarle negli archivi del distretto militare di Palermo in cui, diciottenne, Matteo Messina Denaro aveva passato la visita di leva, nel 1980: ma i dati vengono distrutti dopo dieci anni.

Secondo chi indaga, il superlatitante potrebbe avere modificato il proprio aspetto: non esistono sue foto recenti e quelle ritoccate al computer, sulla base di testimonianze di 'pentiti' ormai datate, non vengono considerate affidabili. Tra l’altro, nel caso di altri latitanti, come Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo, queste ricostruzioni non sono mai risultate fedeli. I dubbi sull’eventuale identificazione di un personaggio sospetto potrebbero dunque sorgere.

Nei giorni scorsi, a Marsiglia, è stato catturato dalla polizia il latitante di Agrigento Giuseppe Falsone, reso irriconoscibile da un’operazione di chirurgia plastica con cui si è ritoccato il volto. Il boss non ha ammesso di essere il ricercato numero due della mafia siciliana e la sua identificazione è stata resa possibile da una perizia calligrafica e dall’esame delle impronte digitali.

Ma anche nel caso della grafia il guardingo e diffidente Messina Denaro, per scrivere le sue lettere, usa 'amanuensi' e segretari che gli ricopiano le lettere a mano o al computer.

Fonte Agi





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Un ex generale della finanza si spara in casa durante la perquisizione

Corriere di Bologna

Angelo Cardile era coinvolto nell'inchiesta Rimini Yacht

Un ex generale della Guardia di Finanza in pensione, Angelo Cardile, si è suicidato questa mattina a Bologna dopo che alla sua porta avevano bussato gli ex colleghi delle Fiamme Gialle per fare una perquisizione. L’uomo, letto il decreto, si sarebbe spostato da solo per qualche istante in una stanza e poi si sarebbe sparato un colpo di pistola al capo. L’inchiesta, nell’ambito della quale è stata disposta la perquisizione, è il filone bolognese dell’indagine sulla società Rimini Yacht, sulla compravendita di imbarcazioni di lusso, di cui è titolare la pm Antonella Scandellari. A quanto sembra, sempre oggi ci sarebbero state altre perquisizioni, che hanno riguardato altri ufficiali della Finanza ancora in servizio. Sembra anche che Cardile avesse un ruolo nella società oggetto dell’indagine.


01 luglio 2010





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L'addio a Taricone Lite sugli striscioni

Corriere della Sera

Sophie saprà oggi della morte del papà

TRASACCO (L’Aquila)

Pietro Taricone portava il nome di suo nonno e adesso dorme sepolto vicino a lui, nel nuovo cimitero di Trasacco, comune della Marsica chiuso per lutto. C’è uno striscione, all’inizio del paese: «Muore giovane chi è caro agli dei», famosa citazione del poeta greco Menandro. L’hanno lasciato lì i «camerati » di Casapound, che di Taricone erano buoni amici: «Ma lui non era un fascista, era solo un uomo libero, per questo aveva voluto incontrarci, senza pregiudizi o preconcetti di sorta», racconta ora Gianluca Iannone, il leader carismatico del movimento di destra estrema.

Video

Taricone, l'ultimo saluto del suo paese

Taricone, nel febbraio scorso, aveva contribuito anche a fondare il gruppo di paracadutismo sportivo di Casapound, dal nome non proprio pacifico: «Istinto rapace». Per simbolo avevano scelto insieme un artiglio, ispirandosi all'iconografia dei vecchi indiani d'America. In queste ore l’artiglio è comparso su diversi muri d’Italia: da Sassari a Bolzano, da Udine a Lamezia Terme, da Aosta a Palermo. Tutti i parà che si sono lanciati con lui adesso gli rendono onore: «Cieli blu, Pietro», «Ciao Pietro, vola libero». L'amicizia con Casapound, però, ha scatenato un caso.

Ieri sul sito roma.indymedia. org — canale di libera informazione per molti gruppi antifascisti e no global — la notizia degli striscioni dedicati a Taricone era titolata così: «Casapound ricorda Pietro Taricone... sperando facciano tutti la stessa fine». Per non parlare del forum, che registrava commenti di una violenza verbale inaudita, tali da far inorridire perfino la stragrande maggioranza dei partecipanti. Sulle spoglie del giovane attore, insomma, s’è consumato un macabro balletto. «Noi non rispondiamo a questi idioti — dice Iannone — Lui era gonfio di vita, era la forza tranquilla e adesso ci manca già. Meglio, dunque, opporre un dignitoso silenzio».

La fascinazione di Taricone per Casapound nacque una sera del 2008, quando i ragazzi in camicia nera assaltarono la «bolla» del Grande fratello, a Ponte Milvio, la tensostruttura che ospitava gli aspiranti partecipanti al reality di Canale 5. Un’azione di protesta al grido di «La casa non è un gioco» per rivendicare il diritto alla casa, quella vera. A Pietro, che aveva sempre vissuto con distacco e senso critico il successo spaventoso avuto nella prima edizione del «Gf», quell’azione restò impressa: «Casapound mi piace moltissimo, mi piace il mutuo sociale, mi affascina l'idea del fare a prescindere dalle ideologie, credo che questo sia il futuro della politica...», disse una volta a Vanity Fair.

Così, un anno fa, si presentò a sorpresa nella sede del movimento, mentre era in corso una conferenza su «Nicola Bombacci e la sinistra fascista». Fu un colpo di fulmine. «L’idea che Pietro voleva realizzare con noi - ricorda Gianluca Iannone - era quella di diffondere il più possibile nelle scuole il paracadutismo, sport elitario perchè estremamente costoso, attraverso la formula dei prestiti d’onore, con rateizzazioni agevolate per gli studenti. Credeva nello sport come alternativa alla discoteca e agli altri svaghi superficiali. Ci credeva seriamente».

Ora, però, il problema vero è Sophie. Il problema è dire a sua figlia che papà non tornerà più a casa. La mamma, però, l’attrice Kasia Smutniak, ha deciso che oggi — non si sa come — glielo dirà. Stringerà i pugni, guarderà negli occhi la sua bambina di soli sei anni e troverà finalmente la forza di pronunciare quelle parole dure come sassi. Kasia ieri è rimasta tutto il giorno con lei, mentre a Trasacco veniva tumulata la salma e mamma Rita e papà Francesco piangevano ancora disperati, accarezzando la foto del figlio.

Taricone, l'addio su Facebook

Il sindaco del paesino, Gino Fosca, alla fine ha pronunciato un discorso: «Dobbiamo tanto a Pietro e così come tutta Italia anche noi non lo dimenticheremo mai e ne andremo fieri per sempre». Migliaia di persone in queste ore hanno già visitato la tomba, portando fiori e biglietti. Da Roma è arrivato pure un pezzo di scenografia del «confessionale» del Grande Fratello di dieci anni fa. Un pezzo di sfondo rosso, un brandello di nostalgia.

Fabrizio Caccia
01 luglio 2010




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Muore Egidio Sterpa, firma storica del Giornale

di Redazione

E' morto oggi a Milano: aveva 84 anni e si è spento all’ospedale Fatebenefratelli dove era ricoverato da una decina di giorni.

Firma del Giornale sin dal 1974, quando Montanelli fondò il quotidiano.

Sterpa aderì prima al Partito liberale, poi a Forza Italia


 
Milano
Quando nel 1974 Indro Montanelli sta per dare vita a Il Giornale, Egidio Sterpa non ci pensa due volte: lascia Roma e Il Tempo per trasferirsi a Milano ed essere presente sin dal primo numero. Sterpa si è spento ogg, all'età di 84 anni, all’ospedale Fatebenefratelli dove era ricoverato da una decina di giorni.




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Torna a risplendere il "Cristo Redentore" nella città di Rio

Libero





La celebre statua del "Cristo Redentore" che domina la baia di Rio de Janeiro è tornata a risplendere dopo un restauro certosino, durato 4 mesi. I lavori sono costati ben 4milioni di dollari.

Il Cristo con le braccia aperte, si erge sulla cima della montagna del Corcovado, gettando lo sguardo sugli abitanti di Rio. La statua era stata danneggiata a causa delle intemperie e, durante tutto il periodo del restauro, era rimasta completamente circondata da impalcature, che ne riducevano così la visibilità per gli abitanti di Rio e i turisti.

Una volta completate le operazioni è tornata alla sua bellezza originaria, con una novità. Il "Cristo Redentore" è stato infatti illuminato di verde e giallo, proprio in onore della Nazionale che partecipa ai Mondiali. Il monumento è alto 38 metri e, da 80 anni, veglia sulla ciittà di Rio, attraendo, ogni anno, circa 2milioni di turisti.

01/07/2010





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Lippi e l'isola che non c'è Scappa da Elba e Giglio per gli insulti della gente

Quotidianonet

Aveva detto: "Dopo i mondiali scappo su un'isola", ma per l'ormai ex ct della nazionale cenare al Giglio non è stato facile per le offese dei turisti tifosi, tanto da fare marcia indietro. Stesso trattamento all'Elba



Lo aveva detto: "Dopo i mondiali scappo su un'isola", ma non aveva previsto una cosa, gli indigeni potevano non volerlo. Così Marcello Lippi, ormai ex ct della fallimentare Nazionale azzurra, abituato a veleggiare per arcipelago toscano, dopo aver sfuggito la stampa e le proteste dei tifosi da Fiumicino, ieri a bordo del suo Dast, un cabinato di 15 metri, è attraccato all'Isola del Giglio al largo di Orbetello per cenare.

Ma cena e passeggiata sul lungomare sono state accompagnate da insulti e frasi decisamente pesanti, tanto che, pagato il conto, il Paul Newman delle panchine ha deciso nella ritirata o meglio nella fuga dall'isola che tanto aveva desiderato dopo il Sudafrica.

Ma Marcello ci ha riprovato e come tutti i turisti si è presentato anche a Porto Azzurro per bere un cocktail, ma la reazione dei presenti è stata la stessa, poco cordiale ad usare un eufemismo. Ma il ct è sempre freddo e a tutti quei "vergogna" lui ribatteva con cortesia ferma "buonasera, buonasera" tirando dritto, come quando guidava gli azzurri. Gli amici da scudi e un buon sigaro, poi il ritorno a bordo per studiare una rotta che porti il Dast più lontano, magari in Corsica dove è Domenech il bersaglio degli indigeni....





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Lippi, schiaffi dal tricheco

La Stampa

Ha fatto il pieno di clic: oltre 100 mila visualizzazioni in poche ore.
E' il video-parodia della pubblicità di una celebre marca di chewing gum.
Il ct Marcello Lippi viene schiaffeggiato da un tricheco gigante e i tifosi azzurri esultano.







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Sciopero delle toghe, alt di Mancino

La Stampa

Il vicepresidente del Csm: «E' una reazione eccessiva»



ROMA

Il vicepresidente del Csm critica lo sciopero dei magistrati. «Mi auguro una ripresa della trattativa e un modo più moderato di reagire rispetto a una manovra che non riguarda solo i magistrati». dice Nicola Mancino. «La cosa migliore - aggiunge- è ripristinare le regole del dialogo a partire dal Guardasigilli». Secondo il vicepresidente del Csm inoltre «autonomia e indipendenza della magistratura non dipendono dai livelli di remunerazione».

Quella voluta dalle toghe è una giornata di sciopero per protestare contro gli «irragionevoli ed iniqui» tagli introdotti con la manovra finanziaria. Una protesta, quella contro la manovra, annunciata già all’inizio di giugno, che vede compatte tutte le magistrature. Le toghe incroceranno le braccia pur garantendo i servizi essenziali, come previsto dal codice di autoregolamentazione: nel settore civile, in particolare, il divieto di astensione è limitati ai processi relativi ai licenziamenti e ai procedimenti sommari di natura cautelare, inclusi quelli previsti dalle leggi speciali in tema di repressione delle condotte antisindacali e discriminatorie.

Per quanto riguarda il penale, lo sciopero non toccherà i procedimenti con imputati detenuti, quelli per reati prossimi alla prescrizione, e il compimento di atti urgenti. I magistrati di sorveglianza dovranno invece trattare in ogni caso quei procedimenti relativi a condannati in fase di sospensione dell’esecuzione della pena e attività non aventi carattere processuale. Dovranno essere anche assicurati gli adempimenti urgenti e indifferibili dei pubblici ministeri.



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La Regione Lazio e la crisi: 13 nuovi assunti a 12mila euro al mese

IL Messaggero

ROMA (1 luglio)

Ottime notizie dalla Regione Lazio. Certo, causa debiti si taglia la sanità e ci si avvia a un ulteriore aumento di Irpef e Irap, però la situazione non deve essere tanto malvagia se la nuove presidente, Renata Polverini, è riuscita a dare tredici nuovi posti di lavoro da 12 mila euro al mese a un gruppone di politici, formando una giunta quasi tutta di assessori esterni: significa in soldoni altra gente da pagare oltre ai già in sovrannumero 73 consiglieri.

Di più: la Regione Lazio si oppone ai sacrifici chiesti da Tremonti, ma le cose devono andare benone se negli uffici si assumono più persone di quante ne servano. Così, quando una componente dello staff del segretario generale, assunta da pochi giorni, (solo per caso giovane e bionda e non un impiegato sovrappeso, con la barba e stempiato) ha espresso il desiderio di andare in missione all’estero con il premier, la Polverini non ha risposto come avrebbe fatto il vostro capoufficio ”ma qui come facciamo, siamo quattro gatti”. No, ha detto ”per carità, vai pure”.

D’altra parte, pare, il presidente del Consiglio riteneva tanto importante offrire la possibilità a una neoassunta dalla Regione Lazio (solo per caso giovane e bionda e non un impiegato sovrappeso, con la barba e stempiato) di fare esperienza a Toronto al G20. La Regione Lazio deve passarsela molto bene e avere abbondanza di personale, perché in qualsiasi posto di lavoro se sei stato assunto da pochi giorni difficilmente ti beneficiano senza batter ciglio di un lungo permesso.

Non retribuito, permesso non retribuito, si è affrettata a precisare la Polverini (e ci mancherebbe pure il contrario, deve avere pensato l’impiegato sovrappeso, quello con la barba e stempiato). In sintesi: in un periodo in cui si chiedono sacrifici, sacrifici veri, ai cittadini di Roma e del Lazio, questi esempi come immagine hanno la gradevolezza di un concerto di unghie che grattano la lavagna. A proposito: di questo passo fra qualche mese anche il mantra Marrazzo però.. non funzionerà più.




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Pd contro Cirielli: ha nominato settanta consulenti e consiglieri

Corriere del Mezzogiorno

Il dossier:25mila euro per il premio a Noemi
Sotto accusa gli sprechi del governo di centrodestra

Il presidente Edmondo Cirielli

Il presidente Edmondo Cirielli


SALERNO

Settecentomila euro per spazzaneve e spargimento sale sulle strade da dicembre 2009 a febbraio 2010, 350mila euro per l’immagine mediatica dell’ente, 140mila euro per la festa dei cittadini angresi famosi nel mondo durante l’ultima campagna elettorale ad Angri. Sono solo alcuni dei costi sostenuti dalla Provincia e ritenuti, dal gruppo consiliare del Pd «sprechi di denaro pubblico». C’era tutto lo stato maggiore del partito democratico, ieri mattina nella sala giunta di Palazzo Sant’Agostino, per denunciare i presunti sperperi del governo locale di centrodestra: il deputato Fulvio Bonavitacola, il segretario provinciale Michele Figliulo, i consiglieri Alfonso Buonaiuto, Giovanni Coscia, Nino Savastano, Paolo Russomando e Simone Valiante, Fausto Postiglione di Sel e il dirigente del Pd Nello Mastursi. I democratici hanno puntato l’indice anche contro i costi sostenuti dalla giunta Cirielli che «ha nominato settanta tra consulenti e consiglieri politici».

IL PREMIO A NOEMI - «Tante sono le incongruenze di questa amministrazione — ha precisato il capogruppo Buonaiuto — a partire dalle scelte fatte che sono in palese contraddizione con quanto indicato nel programma elettorale presentato ai cittadini lo scorso anno. A ciò aggiungiamo un clima di intimidazione nei confronti di dirigenti e dipendenti, la cui dignità è stata più volte calpestata». Poca trasparenza, invece, per Michele Figliulo: «Se provate a visitare il sito internet della Provincia vi renderete conto che non è un portale trasparente, visto che l’ultima delibera consiliare risale al luglio 2009 e l’ultima delibera di giunta al maggio scorso.

Per non parlare delle determine, in quanto sono pubblicate solo quelle dei settori attività produttive e governo del territorio». Scelte «opinabili» quelle denunciate dal Pd, come il finanziamento al Valva Film Festival del 2009 quando fu premiata Noemi Letizia in vista di un suo «futuro da attrice». «La commissione ambiente — ha aggiunto Postiglione — non si riunisce mai perchè non viene raggiunto il numero legale e dunque è impossibile avanzare proposte e provvedimenti in materia ambientale». Ma tornando ai consulenti, è su questo argomento che Fulvio Bonavitacola ha affondato il colpo: «Nemmeno l’Onu ha una sfilza di consiglieri così lunga come quella della Provincia. Sono tutti impegni a titolo gratuito ma a carico dell’ente ci sono i rimborsi spese, l’uso di mezzi e attrezzature e quant’altro possa necessitare al lavoro degli stessi consulenti».

Umberto Adinolfi
29 giugno 2010




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Statua che lacrima, una mamma grida al miracolo: «Mia figlia ora sta meglio»

Corriere del Mezzogiorno

La bimba è malata di leucemia. I frati francescani avrebbero visto del liquido sul volto di Sant'Antonio

La statua di Sant'Antonio nel santuario di Polla

La statua di Sant'Antonio nel santuario di Polla


SALERNO

In un sogno ha visto Sant’Antonio di Padova che le diceva «ti ho esaudito, ti ho ascoltata». Da allora le condizioni della sua bimba di tre anni, affetta da una grave forma di leucemia, sarebbero nettamente migliorate. È accaduto nel Salernitano, a Polla, proprio lì dove la statua di Sant’Antonio da giorni, secondo quanto raccontano i monaci del santuario a lui dedicato, lacrima. Il primo episodio si sarebbe verificato quindici giorni fa. Alcuni religiosi , primo fra tutti padre Domenico, avrebbero notato del liquido sulla statua lignea custodita all'interno dell'edificio sacro. Il fenomeno si sarebbe poi ripetuto per due volte nella giornata di sabato 12 giugno (di pomeriggio e in serata) ed una volta domenica 13 giugno (nella prima mattinata). I fedeli della diocesi avevano subito gridato al miracolo e decine e decine di persone erano giunte dalla provincia e oltre per poter vedere la statua, tenuta però sotto chiave dai religiosi.

LA TESTIMONIANZA - Quella della mamma della bimba malata, però, sarebbe la prima testimonianza di un «segno». I genitori della piccola, che per ora preferiscono restare nell’anonimato, hanno raccontato quanto accaduto ai frati francescani che nel loro convento custodiscono la statua. «Dopo aver partecipato ai festeggiamenti in onore del Santo, il 13 giugno scorso, ed aver ricevuto la benedizione dei bambini», racconta la mamma, «la notte tra il 17 ed il 18 giugno ho sognato di essere sull’uscio di casa affaccendata e preoccupata, mentre alle mie spalle un fascio di luce avvolgeva una voce che mi parlava dicendomi: "ti ho esaudita, ti ho ascoltata".

Attonita mi sono voltata e ho scorto una figura giovane che identifico con Sant’Antonio da Padova», continua il racconto della donna, «a cui mi sono rivolta per invocare la guarigione di mia figlia». Martedì pomeriggio la signora si è presentata al convento di Polla ed ha raccontato tutto ai frati francescani, i quali hanno diffuso la notizia. Intanto martedì sera il vescovo della diocesi di Teggiano-Policastro, monsignor Angelo Spinillo, ha incontrato i genitori della piccola facendosi raccontare i punti salienti dell’accaduto. Nei prossimi giorni Spinillo istituirà la Commissione d’indagine storico, teologico e scientifica che avrà il compito di esaminare i fatti relativi al fenomeno della presunta lacrimazione della statua lignea di Sant’Antonio.

LE «LACRIME» AL RIS - Il liquido prelevato, però, è stato anche inviato ai carabinieri del Racis di Roma, incaricati di analizzarlo per verificare se si tratta di un liquido contenente tracce di Dna. Il vescovo Spinillo, alcuni giorni fa aveva dichiarato: «Sarei uno sciocco se avessi la presunzione di dare una risposta certa a tale fenomeno. Comprendo che tutti vorrebbero sapere, capire, vedere, toccare. È umano. Ma qui abbiamo bisogno di essere più attenti e meno curiosi. Per questo non è ora opportuno sbilanciarsi in discussioni che appaghino la curiosità, ma piuttosto sarà utile la pazienza e l’aprire l’anima alla verità per lasciarsi guidare dal Santo nella fede che illumina il cammino della nostra vita».

Redazione online
30 giugno 2010




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Sfregio al Palio di Siena: San Giorgio con la kefiah dipinto sul gonfalone

di Nino Materi

Il Comune ha affidato la realizzazione del tradizionale drappo a un artista libanese che ha inserito nell’opera chiari riferimenti alla religione di Maometto.

Lega: "I musulmani ci scippano i nostri simboli più cari"




Siena

«Le mani dell’Islam sul Palio di Siena», come scrive il quotidiano leghista La Padania? Oppure «L’abbraccio tra Dio e Allah», come sostiene il Comune di Siena? Troppo allarmante la prima ipotesi, troppo ecumenica la seconda. In mezzo, la scelta - religiosally correct (alias, un po’ ruffiana) - di affidare a un artista di origine libanese, Alì Hassoun, l’incarico di dipingere il «drappellone», lo stendardo di seta premio per la contrada vincitrice dello storico Palio di Siena.

E lui, il «pittore arabo», che ti fa? Un bel quadro catto-islamico con versetti che sarebbero piaciuti a Maometto e un San Giorgio che, posto ai piedi della Madonna, invece dell’elmo, indossa una tipica kefiah con i colori bianco e nero della città di Siena. Apriti cielo. Quelli del carroccio sguainano subito lo spadone di Alberto da Giussano e vanno alla carica di Alì Hassoun, l’«infedele».

Ma il sindaco, Maurizio Cenni, non ci sta e getta il bastone tra le ruote del carroccio: «Un’insensata paura dell’altro, una polemica inutile che vuole fare solo strumentalizzazioni». Sta di fatto che, con la commissione del dipinto ad un artista islamico, si rompe un altro tabù, dopo quello che fino ad un a quarantina di anni fa voleva il drappellone realizzato esclusivamente da artisti senesi. Da quella data in poi molti sono stati i grandi nomi che si sono succeduti in questo compito, sia italiani (Mino Maccari, Renato Guttuso, Renzo Vespignani, Bruno Caruso, Valerio Adami e Luigi Ontani) che stranieri (Eduardo Arroyo, Jim Dine, Folon e Botero). Fino ad oggi però mai era stata commissionata l’opera ad un artista non cattolico.

«Mi aspetto che il Palio sia la festa di tutti: leghisti, padani, senesi e non senesi - dice Hassoun -. Siccome l’Italia del calcio ha perso, uniamoci nell’arte». Uniti mica tanto, almeno a udire le urla di un ultrà della contrada del Drago, il quale - accortosi che nel drappo c’è San Giorgio che trafigge un drago - si è rivolto ad Hassoun dicendogli: «Speriamo che muoia te, altro che il drago...». Pronta la replica del pittore: «Quello trafitto da San Giorgio non è un drago, è un demone...».

L’opera è dedicata ai 750 anni dalla battaglia di Montaperti tra Siena e Firenze: allora i senesi attaccarono i guelfi invocando San Giorgio, rappresentato da Hassoun ispirandosi a come lo dipinse il Mantegna. A Montaperti l’esercito senese fu rinforzato da un contingente di arcieri saraceni e anche per questo San Giorgio ha fattezze mediorientali, raffigurato col volto dell’artista stesso, e indossa in quest’opera un turbante coi colori di Siena, il bianco e nero. Altri richiami al mondo islamico sono lo sfondo che si richiama alle ceramiche dell’Alhambra e la scritta in arabo sopra alla figura della Madonna in cui è scritto «sura di Maria», ovvero la diciannovesima sura del Corano che è a lei dedicata. Inoltre sulla corona della Vergine compaiono, oltre alla croce cristiana, anche la mezzaluna araba e la stella di David.

«Le diversità teologiche non posso spiegarle io - ha commentato Hassoun - Mi sono concentrato sulla comune figura della Madonna. La religione non vale nulla se non c’è dialogo». E - a proposito di «dialogo» - il segretario provinciale della Lega Nord di Siena, Francesco Giusti, ha pensato bene di chiudere fraternamente la polemica: «L’errore non è nell’opera, ma nella scelta del Comune di far realizzare il drappellone ad un arabo, ben sapendo quali siano le sue origini culturali».

«Quel drappellone non deve entrare nella chiesa di Santa Maria in Provenzano. La preghiamo: oggi non benedica un’immagine che non è cristiana...», hanno scritto due senesi (Alessandra Pepi e Giampaolo Bianchi) in una lettera all’arcivescovo monsignor Antonio Buoncristiani, pubblicata sul quotidiano La Nazione. Nessuna risposta, finora, da monsignor Buoncristiani. Un cognome che è comunque una garanzia.





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Manovra e Regioni: ecco gli sprechi da tagliare

di Salvatore Tramontano

Consigli ai politici spendaccioni. I governatori strillano: manovra insostenibile.

Noi abbiamo spulciato i bilanci di alcune Regioni.

Risultato: si possono risparmiare milioni.

Lazio: sanità a rotoli e 400mila euro al cinema marocchino.

Emilia Romagna: Errani e i dromedari per il Sahara


Ogni giorno una lacrima. Il piagnisteo delle Regioni sta facendo da colonna sonora a questa estate di tagli e manovre: si ha l’impressione che i governatori fatichino a capire che la stagione delle vacche grasse sia ormai tramontata per sempre. L’Italia non può più permettersela. E se chi comanda in Lombardia o in Emilia, in Veneto o Liguria, vuole davvero approdare al federalismo deve far quadrare i conti. Vale al Nord e, ancora di più, nel Mezzogiorno: ora anche le Regioni devono fare la loro parte.

La risposta dei governatori, mai così compatti, è un grido disperato: «Così ci rovinate». Le Regioni virtuose, con i conti in regola come la Lombardia, dicono che non tocca a loro pagare per errori altrui, quelle messe male come la Calabria invocano le malefatte economiche dei loro predecessori e si lamentano sui debiti da pagare. Tutti, buoni o cattivi, non vogliono rinunciare a nulla. Ma questo, signori governatori, è un atteggiamento miope. La questione si può ribaltare: magari la necessità di risparmiare è un’occasione storica per eliminare tanti sprechi. Non la sanità o il welfare, ma i vizi, le clientele, i favori ai professionisti dei sussidi e dei finanziamenti pubblici, i posti di lavoro creati ad hoc e la costellazione delle consulenze. Tutto questo è davvero indispensabile?

Questo giornale è andato a spulciare nei bilanci di tre Regioni: Lazio, Campania e la virtuosa Emilia-Romagna. Il risultato è: tanti sprechi per tutti. Ce ne sono grandi e piccoli. Ci sono sviste ed esempi di cattiva amministrazione. Marrazzo, solo per fare un esempio, trascurò di sfruttare uno sconto del 50% sull’acquisto di alcuni medicinali: bruciando 243 milioni di euro in 4 anni. Nell’ultimo bilancio del Lazio ci sono piccoli sperperi simbolici: contributi per misteriosi enti cinematografici marocchini ma soprattutto i 7 euro di caffè ad assessore durante ogni seduta della giunta.

Chi vive a Bologna conosce bene la storia della «Terza Torre». Sembra una leggenda metropolitana. Invece è vera. Parliamo della terza sede della Regione: approvata la costruzione nel 1993, dall’iniziale costo di 7 miliardi delle vecchie lire si è arrivati nel 2010 a quasi 15 milioni di euro. E il palazzo non è ancora pronto. Manca il posto auto. E cosa dire dei 20mila euro stanziati per finanziare l’acquisto di dromedari da latte per le popolazioni del Sahara o dei 300mila euro per educare la popolazione alla pace?

Un occhio di riguardo merita la Campania, sempre capace di strappare un sorriso a caro prezzo. Basta ricordare i 40mila euro pagati dalla Regione per le nuove divise degli autisti della giunta. Peccato però che tutte le taglie siano risultate sbagliate. Poca cosa in confronto ai 20 carri gru acquistati per consentire ai vigili urbani di rimuovere le auto in doppia o tripla fila: ci sono voluti 2 milioni e mezzo di euro per accorgersi che i carri erano troppo larghi per entrare nel deposito.

Meno male che c’è la Sicilia. Da ieri mattina la Corte dei conti sta «processando» la Regione autonoma, Regione speciale. L’accusa sta rivelando numeri che fanno impallidire gli sfarzi di Versailles. Nel 2009 la Sicilia ha speso 13 milioni in consulenze. È un esercito di esperti che campa a spese del contribuente. La sanità costa un milione l’ora e qualche dubbio sull’eccellenza degli ospedali siciliani resta. I burocrati costano a ogni cittadino 214 euro l’anno e spesso vengono assunti, dice la Corte dei conti, senza concorso e per soli meriti clientelari.





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Torino-Cremona per uccidere le due ex Sul killer-suicida 7 denunce di stalking

di Redazione

Gaetano de Carlo, 55 anni, carrozziere, inizia la sua follia ieri mattina a Chieri uccidendo l'ultima fidanzata, Maria Montanaro, 36 anni, con tre colpi di pistola alla faccia.

Poi la folle corsa in auto fino a Rivolta d'Adda, dove uccide un'altra ex, Sonia Balconi, 42 anni.

Il marito di quest'ultima lo aveva denunciato ben 7 volte per stalking. Poi il killer si toglie la vita rivolgendo la pistola contro di sé a Trucazzano (Milano)

 


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Lodi

Torino-Cremona, sola andata. Per farla finita con le donne del suo passato. Amate e perseguitate. Poi si è suicidato. Ha deciso di cancellare tutto con il sangue Gaetano De Carlo, 55 anni. Ieri mattina ha ucciso a Chieri Maria Montanaro, 36 anni, la bella compagna che lo aveva lasciato da poche settimane: tre colpi di pistola al volto. Poi la fuga in auto a Rivolta d'Adda (Cremona) e l'omicidio dell’altra ex, Sonia Balconi, 42 anni: un colpo di pistola, in faccia. Quindi ha guidato fino a Trucazzano, facendola finita con un colpo alla testa.

L'omicidio di Chieri Una lunga scia di sangue, che parte da Riva di Chieri, poco più di 3.800 anime in provincia di Torino. Lì questa mattina ha bussato alla porta dell’ex, 36 anni. Una carezza al labrador Lola, e al gatto Felix, gli amici a quattro zampe di quell’amore profondo e tormentato, poi l’ennesima discussione. Che questa volta, però, è finita con tre colpi di pistola, sparati a distanza ravvicinata, che hanno tolto per sempre il sorriso a quella donna. Poi la fuga, a bordo di un auto, inseguito dai carabinieri del comando provinciale di Torino che da subito avevano fatto cadere i loro sospetti su di lui.

De Carlo braccato Un carrozziere di origini napoletane, con un figlio ormai grande da una precedente unione. Un uomo geloso, con alcuni precedenti penali alle spalle. Sempre per violenze, sempre ai danni di donne. Scattano i posti di blocco e partono le prime intercettazioni telefoniche. Si teme che il ricercato stia scappando all’estero, ma le ricerche ai confini con la Francia danno esito negativo. Gli investigatori parlano con le amiche e i vicini di casa della giovane uccisa. Una ragazza "bella e riservata", come la descrivono, tormentata da quell’amore tribolato "con un uomo che veniva da fuori". E dalle testimonianze emerge anche un sms che la vittima avrebbe ricevuto ieri sera dall’ex: "Vengo lì e ti ammazzo".

L'omicidio di Rivolta d'Adda I sospetti diventano certezze, mentre la caccia all’uomo si sposta in Lombardia, nel Cremonese, dove l’uomo viveva e lavorava. E proprio qui, nel pomeriggio, scatta il secondo allarme: a bordo di un auto, parcheggiata in una piazzola del Parco della Preistoria di Rivolta d’Adda, c’è il cadavere di una donna. Anche lei uccisa a colpi di pistola, tre al petto e uno alla testa. Sonia Balconi era pure lei una ex di De Carlo, diventata nel tempo una sua vittima di stalking. L’uomo sa che, per rientrare dal lavoro, la donna avrebbe percorso la strada che costeggia il Parco della Preistoria e le tende un agguato. Spara un primo colpo contro il finestrino, mandandolo in frantumi. Sonia, ferita, percorre una sessantina di metri prima di fermarsi. Scende dalla vettura e viene raggiunta da altri tre colpi che la finiscono. Il collegamento tra i due omicidi diventa evidente quando i carabinieri risalgono all’identità della vittima, un’altra ex del ricercato.

Il suicidio La caccia all’uomo, però, dura ancora poco: la corsa folle del duplice omicida si ferma a Corneliano, una frazione di Trucazzano (Milano), dove viene ritrovato privo di vita. Si è sparato alla testa con la stessa arma usata per uccidere le "sue" due donne. De Carlo era stato denunciato per molestie (reato successivamente qualificato come stalking) e minacce per ben sette volte dal marito della seconda donna uccisa. De Carlo lavorava come carrozziere in provincia di Bergamo e abitava a Vailate (Cremona).







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Sprecano e piangono miseria

di Salvatore Tramontano


Ogni giorno una lacrima. Il piagnisteo delle Regioni sta facendo da colonna sonora a questa estate di tagli e manovre: si ha l’impressione che i governatori fatichino a capire che la stagione delle vacche grasse sia ormai tramontata per sempre. L’Italia non può più permettersela. E se chi comanda in Lombardia o in Emilia, in Veneto o Liguria, vuole davvero approdare al federalismo deve far quadrare i conti. Vale al Nord e, ancora di più, nel Mezzogiorno: ora anche le Regioni devono fare la loro parte.La risposta dei governatori, mai così compatti, è un grido disperato: «Così ci rovinate».

Le Regioni virtuose, con i conti in regola come la Lombardia, dicono che non tocca a loro pagare per errori altrui, quelle messe male come la Calabria invocano le malefatte economiche dei loro predecessori e si lamentano sui debiti da pagare. Tutti, buoni o cattivi, non vogliono rinunciare a nulla. Ma questo, signori governatori, è un atteggiamento miope. La questione si può ribaltare: magari la necessità di risparmiare è un’occasione storica per eliminare tanti sprechi. Non la sanità o il welfare, ma i vizi, le clientele, i favori ai professionisti dei sussidi e dei finanziamenti pubblici, i posti di lavoro creati ad hoc e la costellazione delle consulenze. Tutto questo è davvero indispensabile?

Questo giornale è andato a spulciare nei bilanci di tre Regioni: Lazio, Campania e la virtuosa Emilia-Romagna. Il risultato è: tanti sprechi per tutti. Ce ne sono grandi e piccoli. Ci sono sviste ed esempi di cattiva amministrazione. Marrazzo, solo per fare un esempio, trascurò di sfruttare uno sconto del 50% sull’acquisto di alcuni medicinali: bruciando 243 milioni di euro in 4 anni. Nell’ultimo bilancio del Lazio ci sono piccoli sperperi simbolici: contributi per misteriosi enti cinematografici marocchini ma soprattutto i 7 euro di caffè ad assessore durante ogni seduta della giunta.

Chi vive a Bologna conosce bene la storia della «Terza Torre». Sembra una leggenda metropolitana. Invece è vera. Parliamo della terza sede della Regione: approvata la costruzione nel 1993, dall’iniziale costo di 7 miliardi delle vecchie lire si è arrivati nel 2010 a quasi 15 milioni di euro. E il palazzo non è ancora pronto. Manca il posto auto. E cosa dire dei 20mila euro stanziati per finanziare l’acquisto di dromedari da latte per le popolazioni del Sahara o dei 300mila euro per educare la popolazione alla pace?

Un occhio di riguardo merita la Campania, sempre capace di strappare un sorriso a caro prezzo. Basta ricordare i 40mila euro pagati dalla Regione per le nuove divise degli autisti della giunta. Peccato però che tutte le taglie siano risultate sbagliate. Poca cosa in confronto ai 20 carri gru acquistati per consentire ai vigili urbani di rimuovere le auto in doppia o tripla fila: ci sono voluti 2 milioni e mezzo di euro per accorgersi che i carri erano troppo larghi per entrare nel deposito.

Meno male che c’è la Sicilia. Da ieri mattina la Corte dei conti sta «processando» la Regione autonoma, Regione speciale. L’accusa sta rivelando numeri che fanno impallidire gli sfarzi di Versailles. Nel 2009 la Sicilia ha speso 13 milioni in consulenze. È un esercito di esperti che campa a spese del contribuente. La sanità costa un milione l’ora e qualche dubbio sull’eccellenza degli ospedali siciliani resta. I burocrati costano a ogni cittadino 214 euro l’anno e spesso vengono assunti, dice la Corte dei conti, senza concorso e per soli meriti clientelari.
Tutto questo è soltanto normale amministrazione.



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La Corte dei conti accusa: «Costa 300 euro a testa l’esercito dei dipendenti»

di Redazione

Roma

I venti anti casta non sono arrivati in Sicilia. O, perlomeno, non ce n’è traccia nei bilanci della Regione, tanto che è toccato al procuratore generale della corte d’appello della Corte dei conti Giovanni Coppola fare il punto in termini espliciti. «Siamo di fronte ad una elefantiaca macchina regionale». Il riferimento è alla spesa per i dipendenti regionali. Tanti e costosissimi. «Se fosse in vigore il federalismo fiscale ciascun cittadino siciliano pagherebbe per la macchina regionale 294 euro a testa».

Aveva destato scalpore in passato l’alto numero di dirigenti siciliani e la situazione non è molto cambiata. «Per quanto riguarda il personale - ha detto Coppola - con la legge 19 del 2008 sembrava che l’amministrazione si incamminasse su un percorso di riduzione di dirigenti e personale senonché lo scorso anno con l’approvazione della Finanziaria si è compensato il basso rapporto che c’era tra dirigenti e personale, un dirigente ogni 5,6 dipendenti. La Regione ha pensato bene per questo di aumentare i dipendenti invece di diminuire i dirigenti, approvando una dotazione organica di 15.600 unità di personale non dirigenziale».

Qualche sforzo nella sanità, i cui costi sono diminuiti dell’1,32 per cento. Un’inversione di tendenza, su una situazione drammatica. Il costo della sanità siciliana è di un milione di euro all’ora, ha quantificato il giudice contabile. Cifra che serve soprattutto a retribuire il personale sanitario isolano, pari a 52.184 dipendenti, e pagare un sistema in convenzione tutto particolare. In Sicilia, ad esempio, c’è una Tac ogni 56mila abitanti, più che in Emilia Romagna o in Toscana. Solo che nelle regioni del centro nord i tempi di attesa sono circa 28 giorni e in Sicilia settanta.



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Troppi incidenti per la distrazione «Via la patente dopo gli 80 anni»

Corriere della Sera

La proposta del limite d'età: «Gli anziani spesso non hanno più i riflessi adatti»



ROMA

Nel 2018 saremo il Paese più vecchio d’Europa, già oggi ci supera solo la Svezia. L’aspettativa di vita è di 78 anni per gli uomini e di 84 per le donne. Una buona notizia ma anche un problema. E non solo per le pensioni. Con l'età diminuisce l'attenzione, e per chi guida l’attenzione è fondamentale come la prudenza. Per questo Mario Valducci, deputato del Pdl e presidente della commissione Trasporti della Camera, lancia la sua proposta: «Si dovrebbe pensare a un'età limite, una soglia oltre la quale non è più possibile guidare. Possono essere 80 o 85 anni, di questo si può discutere. Ma la questione va affrontata ». Valducci è anche il relatore di quella riforma del codice della strada che dovrebbe essere approvata prima della pausa estiva del Parlamento. Il limite d'età non sarà inserito in questo disegno di legge, proprio perché la Camera sta stringendo i tempi per evitare un nuovo rinvio. Ma il dibattito è aperto.

Oggi, in teoria, è possibile guidare anche fino a 100 anni. La patente deve essere rinnovata ogni 10 anni fino al cinquantesimo anno d'età, ogni 5 fino al settantesimo compleanno, e poi ogni tre. L’automobilista in pensione non ci va mai, va bene così? La proposta sull'età massima è arrivata nel corso di un convegno organizzato dalla Fondazione per la sicurezza stradale dell'Ania, l’associazione nazionale fra le imprese assicuratrici. «Dobbiamo prendere atto — spiega Sandro Salvati, che della Fondazione Ania è il presidente — che siamo un Paese di vecchi. E che le visite mediche per il rinnovo della patente spesso sono solo sulla carta». D’accordo sul tetto, quindi? «No, potrebbe essere una grande ingiustizia. Ci sono persone che a 85 anni sono sveglie come grilli e altre che a 65 non hanno più i riflessi di una volta». Ma anche secondo lui il problema va affrontato. Come, lo suggerisce Umberto Guidoni, che della Fondazione Ania è il segretario: «Oltre una certa età, ad esempio 70 anni, si potrebbe prevedere il rinnovo annuale della patente. E soprattutto chiedere un vero e proprio certificato del medico curante. Oggi, sostanzialmente, siamo all'autocertificazione ».

Quello dell’età avanzata è una tema che si intreccia con la prossima campagna della Fondazione Ania per la sicurezza stradale, una serie di spot contro la guida distratta. «Le automobili moderne — dice il presidente Salvati — sono ricche di optional che fanno scendere l'attenzione di chi è al volante». Non ci sono soltanto il cellulare e la radio, ma anche il navigatore, il monitor per la tv, l'iPod attaccato al cruscotto, il computer di bordo. Senza contare le piccole distrazioni antiche, chi si rifà il trucco e chi si accende una sigaretta. Dati ufficiali non ci sono ma l'Ania stima che il 30% degli incidenti sia causato proprio dalla guida distratta, un «virus contagioso » come l'ha definito addirittura il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki Moon. La polizia stradale sta cercando di capire se è possibile arruolare nella battaglia il tutor, il sistema che misura la velocità media in autostrada, aggiungendo delle telecamere in grado di pizzicare chi telefona al volante.

Intanto la prossima settimana partirà la campagna della Fondazione Ania «Pensa a guidare». Ricordando che nel 2008, solo in Italia, le vittime della strada sono state 4.731, una volta su dieci ragazzi sotto i 20 anni. E che nei weekend dei primi 4 mesi del 2010 si registra un aumento del 5,9%. Oltre ai lutti, al dolore e ai sogni spezzati di migliaia di persone, si tratta anche di un costo sociale insostenibile: 31 miliardi di euro l'anno, più della manovra adesso in Parlamento. Come dice Angelino Alfano siamo «all'emergenza sociale» e per questo il ministro della Giustizia invoca una «riforma del diritto penale sulla circolazione stradale che si ispiri al principio della tolleranza zero». La questione è tecnica ma di grande importanza. In alcuni Paesi, come la Francia, c'è una reato specifico, quello della criminalità stradale che in caso di incidente mortale prevede sanzioni più alte rispetto al semplice omicidio colposo. Da noi, per il momento, se ne parla.

Lorenzo Salvia
01 luglio 2010




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