domenica 27 giugno 2010

Successo a Siena per la Vergine dipinta dall’artista islamico

Il Secolo xix


«Mi aspettavo che potessero esserci anche delle contestazioni, è stato bellissimo sentire un applauso così». Ali Hassoun, libanese, 46 anni, il primo pittore musulmano a dipingere il Palio di Siena, dedicato alla Madonna, commenta così la lunga ovazione ricevuta alla presentazione della sua opera che andrà in premio alla contrada vincitrice del Palio del prossimo 2 luglio.

Nei giorni scorsi c’erano state polemiche politiche sull’opportunità di affidare un’opera con connotazioni anche religiose a un pittore di confessione islamica. «Mi aspetto che il Palio sia la festa di tutti: leghisti, padani, senesi e non senesi. Siccome l’Italia del calcio ha perso, uniamoci nell’arte» ha risposto a margine della presentazione il pittore libanese che vive da anni in Italia.

Unico fuori programma quando, accorgendosi che nella rappresentazione c’è San Giorgio che trafigge il drago, un contradaiolo della contrada del Drago, che correrà il Palio del 2 luglio, ha urlato ad Hassoun: «Speriamo che tu muoia te».

Il ragazzo si è poi spiegato con Hassoun: «La mia è stata un’azione un po’ goliardica chiedo scusa. Magari poi porta fortuna al Drago» gli ha detto. E il pittore ha risposto: «Non è un drago, è un demone».

L’opera inoltre è dedicata ai 750 anni dalla battaglia di Montaperti tra Siena e Firenze: allora i senesi attaccarono i guelfi invocando San Giorgio, rappresentato da Hassoun ispirandosi a come lo dipinse il Mantegna.

A Montaperti l’esercito senese fu rinforzato da un contingente di arcieri saraceni e anche per questo San Giorgio ha fattezze mediorientali, raffigurato col volto dell’artista stesso, e indossa in quest’opera un turbante coi colori di Siena, il bianco e nero.

Altri richiami al mondo islamico sono lo sfondo che si richiama alle ceramiche dell’Alhambra e la scritta in arabo sopra alla figura della Madonna in cui è scritto “sura di Maria”, ovvero la 19esima sura del Corano che è a lei dedicata.

Inoltre sulla corona della Vergine compaiono oltre alla croce cristiana anche la mezzaluna araba e la stella di David. «Le diversità teologiche non posso spiegarle io - ha commentato Hassoun - Mi sono concentrato sulla comune figura della Madonna. La religione non vale nulla se non c’è dialogo».

Dopo le polemiche emerse anche sul quotidiano La Padania circa l’opportunità di commissionare ad un pittore musulmano il Palio, il segretario provinciale della Lega Nord di Siena, Francesco Giusti stasera ha detto che «l’errore non è nell’opera, visto che l’artista ha anche ricevuto applausi. L’errore è stato nella scelta del Comune di far realizzare il drappellone a un arabo ben sapendo quali siano le sue origini culturali. Era ovvio che con un artista così ci fossero evidenti richiami all’Islam».

Giusti ha anche osservato che «ricorrendo l’anniversario della battaglia di Montaperti era più opportuno affidare l’opera ad un’artista senese. Ora comunque - ha concluso - godiamoci il Palio».





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La lista di S. Marino, 25 i padovani

Il Mattino di Padova

La lista è il frutto di una rogatoria, con la quale il pubblico ministero romano Perla Lori ha chiesto alle autorità sanmarinesi documenti relativi al Gruppo Anphora, controllore della Smi.
Nell’elenco figurano nomi noti come Roberto Rigodanzo, già capogruppo Ds ad Abano Terme
PADOVA. Sono venticinque i padovani compresi nell’elenco di 1200 clienti della Smi Bank, l’ex-banca del Titano, salvata (dopo il clamoroso crac da 16 milioni di euro del 2007) dalla San Marino Investment, l’holding di proprietà del conte Enrico Maria Pasquini, ex-ambasciatore sanmarinese in Spagna, ora indagato.

ROGATORIA
. La «lista che scotta» è il frutto di una rogatoria (la numero 85 del 2009), con la quale il pubblico ministero romano Perla Lori ha chiesto alle autorità sanmarinesi documenti relativi al Gruppo Anphora, controllore della Smi, quell’h olding, ipotizzando un maxi-riciclaggio di decine di milioni di euro che sarebbero sfuggiti al fisco italiano. Nell’elenco figurano imprenditori (come Antonio Berloni, la cui azienda produce cucine), cantanti (come Adelmo «Sugar» Fornaciari, in arte Zucchero), personaggi dell’ambiente sportivo (come il presidente del Cesena Igor Campedelli), ma pure artigiani e impiegati. Ora la Procura della Repubblica della capitale e l’Agenzia delle entrate li passeranno al setaccio. L’obiettivo di quest’analisi è capire chi abbia portato regolarmente i suoi soldi sul Titano; chi abbia regolarizzato la sua posizione denunciando. attraverso lo scudo fiscale, i capitali detenuti all’estero; chi infine possa essere definito evasore fiscale tout court.

I PADOVANI. Il più noto della lista è Roberto Rigodanzo, di Montegrotto, esponente del Partito Democratico delle Terme, già capogruppo Ds ad Abano. Ma certo sono pure molto conosciuti i fratelli Giampietro e Giorgina Garbo, che gestiscono in città l’i mmobiliare Edil Garbo. Della lista fa parte anche Ivano Baggio, nato a Loreggia, che il primo luglio 1959 festeggerà cinquantun anni, imprenditore edile, che costruisce alloggi un po’ in tutto il Padovano. «Non riesco davvero a capire - afferma al telefono Baggio - come sono finito in quest’elenco». Di Loreggia è pure Silvia Marangon. Di Terrassa Padovana è invece originario Vittorio Baraldo, che lunedì scorso ha compiuto 70 anni. A Rovolon, il 26 dicembre 1956, è nato Gianfranco Bellin, titolare di un’azienda agricola a Selvazzano. «Sì, credo di essere io, i dati anagrafici corrispondono - puntualizza Bellin -

Non sapevo nulla di quest’e lenco, nessuno mi ha avvisato di niente. I soldi a San Marino? Mah, io fisicamente non ho portato alcunché sul Titano. Comunque lunedì (domani, ndr) chiederò informazioni al mio avvocato». GLI ALTRI. Nella lista troviamo ancora Renzo Benetti, nato a Vigonza il 16 aprile 1948. E pure Carlo Borghesan, Padova, 17 aprile 1957. Sono nati nel capoluogo anche Alfonso Miotto, Michela Rigato, Fiorenza Rossi e Claudio Zuliani (che chiude la lista dei 1200). Nell’elenco figurano pure Gianluca Furlan di Borgoricco, Giuseppe Ferraro e Giorgio Giraldo (Vigodarzere), Vittorio Frison (Montagnana), Claudio Rossi, Maurizio Rossi e Giorgio Schiavon (Este), Walter Varotto (Cadoneghe), Gabriele Zanella (Cittadella). Tutti, almeno pare, titolari di un conto nella Repubblica più antica del mondo, che i collezionisti ben conoscono per i suoi francobolli e le sue monete.

27 giugno 2010)



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La strage di Ustica 30 anni dopo

Quotidianonet

Commemorazione a Bologna in occasione del 30° anniversario dell'abbattimento del D9 Itavia

Fotogallery




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Prima Roma poi Milano: il rientro della nazionale

Libero






E' un mesto rientro quello degli Azzurri questa mattina a Fiumicino (Guarda la gallery).

Dall’aereo 777 Alitalia sono sbarcati poco dopo le 8 il Presidente federale Abete, il Ct Lippi e alcuni giocatori: il capitano Cannavaro, Pepe, De Santis, Quagliarella, Bonucci, Montolivo, Pazzini, Gilardino e Di Natale. Tra gli ultimi a scendere le scalette dell'aereo De Rossi, l'unico dei quali sotto l'aereo ha ricevuto qualche incitamento da diversi operatori aeroportuali che si erano lì radunati. In totale sono sbarcate circa 40 persone, compreso parte dello staff tecnico, ci sono anche Riva, Peruzzi e Di Livio. Sono rimasti tutti in silenzio: lungo il tragitto dall'aereo alla sala arrivi nessuno ha parlato. Alcuni indossano occhiali da sole per nascondere sguardi tesi e insoddisfazione. Gli unici a dispensare qualche sorriso sono De Rossi e Di Natale. Nella zona del ritiro bagagli si è radunata una piccola folla di viaggiatori in quel momento presenti che ha circondato, incuriosita, la delegazione azzurra, alla quale è stato fatto un piccolo cordone di agenti di polizia e militari della Guardia di Finanza. Qualcuno ha anche scattato foto ricordo.

Ma la tranquillità è terminata presto. All’uscita della sala arrivi una ventina di tifosi hanno accolto i giocatori con ripetute grida: «Vergognatevi, vergogna» e ancora «Vergogna, mandateli a lavorare» e «Troppi soldi». (GUARDA IL VIDEO)

Il tutto è durato qualche minuto. I più colpiti dalle urla sono stati Cannavaro e Gilardino ma anche per Marcello Lippi. In più plotoni di giornalisti e fotografi. In silenzio gli Azzurri son passati in silenzio e via via sono saliti nelle auto che li stavano attendendo.

Gratitudine per Lippi e forte delusione - «Sono grato e riconoscente a Lippi per quello che ha fatto per me». Sono state queste le prime parole pronunciate da Alberto Gilardino all'uscita dell'aeroporto di Fiumicino. «Peccato essere usciti prematuramente, questa è stata la cosa più dolorosa». Anche Leonardo Bonucci poco prima di lasciare l'aeroporto ha detto: «La delusione è forte, non tanto per non aver giocato quanto la conclusione così affrettata dell'avventura. Ero a disposizione del mister - ha aggiunto - che ha ritenute giuste altre scelte: su questo nulla da commentare. Purtroppo è andata male. Ora torno a casa un paio di giorni, poi vado in vacanza.

Dopo un anno così tirato ho bisogno di pausa per ricaricarmi bene per il prossimo anno». Poi uno sguardo al futuro: «Bari è una città che porterò sempre nel cuore, mi ha dato tanto così come i tifosi, che saluto con tanto affetto. Spero di fare presto un salto a Bari per poter salutare tutti. La Juventus? Al momento non so ancora nulla: se le notizie arriveranno a breve, ne saprete qualcosa in più in più». Sulel contestazioni Bonucci sottolinea: «Se ci aspettavamo contestazioni in più? Un po’ di apprensione per l'arrivo c'era ma era anche giusto che i tifosi sfogassero la delusione: è andata male ma noi ci abbiamo messo sempre il massimo in tutto».

Eravamo come ipnotizzati - «Non ho ancora rivisto in tv le immagini della partita persa a Johannesburg contro la Slovacchia, ma nella mia testa l'ho rivissuta tante volte come una specie di incubo». Così commenta il rientro dal Sudafrica il centrocampista Riccardo Montolivo. «Eravamo come ipnotizzati, di fronte ai nostri avversari, bloccati, una cosa davvero incredibile», ha aggiunto il calciatore che, come il compagno di squadra Gilardino, è stato avvicinato da parecchi tifosi per le foto e gli autografi di rito. «Siamo distrutti - ha aggiunto a Fiumicino Montolivo - il rammarico è enorme: più passa il tempo e più ci rendiamo conto dell'occasione che abbiamo buttato via, e dispiace».

L’arrivo a Malpensa - È atterrato poco dopo le 10 a Milano Malpensa il volo Alitalia dapprima atterrato a Roma con a bordo la parte di delegazione della Nazionale italiana rientrata da Johannesburg e che non si è fermata nella capitale. All'uscita da un varco lontano dal terminal 2 presidiato dalle forze dell'ordine, si sono potuti riconoscere Gigi Buffon, Andrea Pirlo e Rino Gattuso. Occhiali da sole e telefonino all'orecchio. Ad attenderli una cinquantina di giornalisti, fotografi e cameraman. Si è poi avvicinato qualche curioso che si è limitato a scattare qualche foto. Nessuno si è fermato a parlare con i giornalisti.

Nuova squadra - Il segretario di Stato Vaticano cardinale Tarcisio Bertone, rispondendo a una domanda dei giornalisti sulla Nazionale italiana, prima di parlare al VII Simposio internazionale dei docenti universitari in corso all'Università Lumsa di Roma, ha detto: «Adesso ci sono tanti accusatori, ma noi dobbiamo cercare una nuova squadra e un nuovo allenatore».

26/06/2010







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Morta la giornalista Rina Gagliardi Fu fra i fondatori del Manifesto

IL Secolo xix



Rina Gagliardi è morta questa mattina alle 7 nella clinica Villa Margherita di Roma.

La Gagliardi, nata nel 1947, ha passato la vita nelle redazioni dei giornali della sinistra, dal Manifesto (che contribuì a fondare) a Liberazione e, dalla sua nascita, a Gli Altri. Ad annunciarlo è stato Piero Sansonetti, che ha ricordato brevemente il cursus della giornalista, che è stata anche parlamentare: veniva dalla scuola Normale di Pisa ed è stata senatrice nella legislatura precedente all’attuale e vicecapogruppo di Rifondazione Comunista; aveva tre soli grandissimi amori: la politica, la musica e - ha concluso Sansonetti - suo marito, Dado.

Veltroni: ci mancherà
«La notizia della morte di Rina Galiardi, per tutti noi che l’avevamo conosciuta, arriva quasi incredibile, come un fulmine a ciel sereno. Rina è stata per anni, forse meglio per decenni, una voce importante per la politica: dalle colonne del Manifesto, come dagli altri giornali che aveva animato, nei suoi interventi pubblici, anche dai banchi parlamentari, dove è stata nella scorsa legislatura, le sue parole arrivavano e coglievano nel segno. Voce critica, voce talvolta ruvida, ma questo era anche il suo tratto, sempre presente quando si trattava di cose importanti»: così Walter Veltroni ha ricordato la giornalista scomparsa.

«L’appassionava il destino della sinistra, coglieva il senso di snodi importanti come l’impatto che il femminismo aveva sulla politica e sulla vita quotidiana, analizzava acutamente i mutamenti sociali. Tante volte ci è capitato di essere su posizioni lontane, ma su tutto faceva agio la sua sincerità e la sua passione. Non amava le cose facili, Rina, o i sentimenti semplici, non a caso il titolo del libro che ci ha lasciato suona così: “Devi augurarti che la strada sia lunga”. Ci mancherà».

Schifani: voce autorevole della sinistra
«Appresa la notizia della scomparsa della senatrice Rina Gagliardi, il presidente del Senato, Renato Schifani, esprime, anche a nome dei colleghi senatori - si legge in una nota - i sentimenti del più sincero e profondo cordoglio. Autorevole componente dell’Assemblea di Palazzo Madama nella XV legislatura, con lei ci lascia una delle voci più autorevoli della sinistra italiana».





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Napoli, primario Cardarelli lavora 11 ore stroncato da un infarto a fine turno

IL Mattino

 
di Maria Pirro

NAPOLI (27 giugno)



Era in servizio da undici ore. La mattina l'aveva impegnata in sala operatoria, il pomeriggio in ambulatorio. Aveva appena finito di assistere i pazienti ed era entrato nello spogliatoio per riporre il camice bianco, quando ha avuto un malore e ha perso conoscenza. Una sua collega ha gridato aiuto. Un attimo dopo era già tardi.

È sotto choc l'ospedale Cardarelli per la morte improvvisa di un professionista stimato: Filippo Minieri, dirigente medico responsabile della chirurgia endovascolare, di 60 anni, sposato e padre di tre figli, originario di Pozzuoli ma residente da tempo a Posillipo. «Arresto cardiocircolatorio», è la causa del decesso indicata nel referto.



Com'è previsto in questi casi, nella struttura sanitaria è intervenuta la polizia che ha acquisito la scarna documentazione clinica e, su disposizione dell'autorità giudiziaria, ha poi seguito il trasferimento della salma nell'istituto di medicina legale del secondo policlinico. A metà settimana si terranno i funerali nella chiesa di Santa Maria della Consolazione in via Villanova, anche se sin da venerdì sera, sin dalle prime ore del lutto è cominciato un più lento e intimo commiato nella struttura sanitaria.


Filippo Minieri aveva dedicato più della metà della sua vita al Cardarelli. «Nel 1978 eravamo stati assunti a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro», ricorda l'amico e collega Antonio Muzj, responsabile della chirurgia vascolare di pronto soccorso. Insieme con i professionisti Giovanni Amabile e Giuseppe Piccolo, negli anni '80 i due giovani medici avevano portato la chirurgia vascolare nell'ospedale. 

«Prima non c'erano attività specialistiche, se non sporadiche».

Poi arrivarono i riconoscimenti, conquistati sul campo. «Negli anni '90 operammo anche l'ex presidente della Regione Antonio Rastrelli». E nel 2002 è stata creata ufficialmente l'unità operativa complessa di chirurgia vascolare, sotto l'egida del primario Carlo Ruotolo. «Adesso, eseguiamo oltre mille interventi l'anno in regime di elezione e attraverso il pronto soccorso», spiega Muzj ma ha la voce rotta dalla commozione per la perdita dell'amico, collega e compagno «anche di tanti momenti difficili».

«Filippo Minieri era un professionista competente e disponibile, stimato da tutti», lo ricorda anche il neurochirurgo Piero Cafasso, e aggiunge: «Purtroppo, non è il primo caso di morte improvvisa al Cardarelli.


Il 2009 e il 2010 sono stati anni terribili: almeno dieci colleghi e operatori sanitari sono scomparsi prima di andare in pensione». L'ultimo lutto, venerdì sera, è arrivato anche al termine di una giornata segnata dalle accese proteste: in mattinata operatori sanitari e rappresentanti sindacali avevano occupato la direzione generale per sollecitare il pagamento dello stipendio, non ancora accreditato sui conti bancari.

Quindi il manager aveva inviato una nota al presidente della giunta regionale, al subcommissario alla sanità e al prefetto per segnalare «la preoccupazione che il protrarsi di tale situazione possa pregiudicare l'assistenza agli ammalati».




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Lutto nel teatro: è morto Aldo Giuffrè Con il fratello Carlo fece grande Napoli

Il Mattino

  

MILANO (27 giugno)

È morto a Roma Aldo Giuffrè: aveva 86 anni compiuti il 10 aprile scorso. Era a nato a Napoli nel 1924. Lo ha reso noto all'Ansa il fratello Carlo. Il grande attore teatrale e cinematografico si è spento, ieri notte, dopo un'operazione di peritonite al San Filippo Neri Il primo e grande maestro per lui fu Eduardo De Filippo, con il quale studiò e lavorò in una lunga gavetta con il fratello Carlo: ma Aldo, attore versatile come sapeva essere attraversò ogni mezzo espressivo, dalla radio, al cinema, alla tv passando dai ruoli comici a quelli drammatici.

Debuttò in teatro nel 1942 con la compagnia di Eduardo De Filippo in Napoli milionaria. Esordì poi come annunciatore radiofonico non ancora ventenne, e dai microfoni di Via Asiago annunciò, il 25 aprile 1945, la fine della guerra. Aveva una bellissima voce che all'inizio degli anni ottanta però, in seguito ad un'operazione alla gola perse il suo bel timbro pastoso napoletano ma non gli imped� di continuare nella recitazione. Fino alla fine degli anni Cinquanta lavorò soprattutto in teatro, con qualche pausa cinematografica da caratterista di lusso.

Al cinema esordì nel 1947 in Assunta Spina di Mario Mattioli in una ruolo drmattico, poi recitò in Ieri oggi e domani di De Sica, o Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone, ma partecipò anche negli anni settanta nelle commediole a sfondo erotico. Ma non si negò nemmeno alla fiction televisiva (La figlia del capitano) e sul piccolo schermo raggiunse la popolarità anche come conduttore di varietà come Senza rete nel 1973. Nel 1972 il fratello Carlo lo convinse a recitare insieme: nacque così la compagnia dei due Giuffrè che collezionò una lunga serie di successi, molto dei quali provenienti dal grande repertorio classico napoletano.

In 15 anni misero insieme, tra l' altro, Francesca da Rimini, Pascariello surdato congedato di Petito, A che servono questi quattrini di Curcio, La Fortuna con l' effe maiuscola di De Filippo e Curcio. Di nuovi divisi nel 1987, sono tornati a calcare le scene insieme nel 1994 in un'occasione storica come la riapertura del Teatro Verdi di Salerno per recitare La fortuna con la F maiuscola. È stato, tra l'altro, anche scrittore ed autore di romanzi come quello dedicato ai guitti Coviello, in un logorante cammino teatrale nella provincia italiana che Giuffrè aveva conosciuto dal 1947, quando iniziò la sua carriera di attore. A sessant'anni da quel debutto Aldo Giuffrè, con inesauribile vivacità continuava a guardare avanti e scrivere: «I teatranti Io sono uno di loro. Questo è certo. Quei difetti sono i miei difetti, quelle ingenuità sono le mie ingenuità, quelle fatiche hanno visto anche il mio sudore, quelle delusioni hanno visto anche le mie amarezze. Sono riuscito solo a star lontano da certe umane miserie: dalle invidie e dai complessi d'inferiorità. Per il resto sono e rimango un teatrante».





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Dai caccia fantasma al caffè di Gheddafi E se la verità battesse la ragion di Stato?

Corriere della Sera

Le indagini - Silenzi, depistaggi e l’attesa di nuove carte

Dai caccia fantasma al caffè di Gheddafi
E se la verità battesse la ragion di Stato?

Trent’anni sono un tempo infinito per i familiari di quelle 81 vittime che devono ancora avere giustizia

A volte le conseguenze della ragion di Stato sono imprevedibili. Trent’anni fa, Muammar Gheddafi era il nemico numero uno dell’Occidente. Pur di eliminarlo il presidente americano Ronald Reagan autorizzò una spedizione transoceanica di alcune squadriglie di cacciabombardieri che martellarono inutilmente Tripoli e Bengasi. Oggi il colonnello va a bere il caffè a Piazza del Popolo. Peccato però che da allora nessun capo di governo (soluzione bipartisan) gli abbia mai chiesto ufficialmente di rispondere alle domande della magistratura sulla strage di Ustica. Eppure si è sempre definito come la vittima designata di quella sera in cui 81 cittadini italiani furono uccisi a bordo di un aereo in volo da Bologna a Palermo. Questione di petrolio?

Trent’anni sono un tempo infinito per i familiari di quelle 81 vittime che devono ancora avere giustizia. Ma forse sono un tempo sufficientemente congruo perché la verità storica affiori su quella giudiziaria e sopra la montagna di carte processuali (più di tre milioni) che almeno una cosa, incontrovertibilmente, la raccontano. C’erano almeno sei caccia che prima, durante e dopo l’esplosione volavano in prossimità del DC9 Itavia, tutti con il transponder spento (per impedire ai radar di essere identificati). E che dunque l’aereo di linea si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Lo dice una commissione di tecnici della Nato, di cui faceva parte anche un alto ufficiale della nostra Aeronautica. Sono stati loro, chiamati nel 1999 a rispondere ad una rogatoria formale (con l’assenso di tutti i paesi membri dell’Alleanza, nessuno escluso) che, sulla base dei dati radar decodificati grazie ai manuali del sistema integrato di difesa aerea, hanno certificato lo scenario di guerra non dichiarata che qualcuno si ostina ancora a ignorare. Ciò che quella perizia afferma è semplice e agghiacciante.

Primo. Il DC9 fu «agganciato» da uno o due aerei non identificati dopo il decollo da Bologna e prima di sorvolare Firenze. Aerei che per coprirsi sfruttarono il segnale radar del DC9 fino al cielo di Ustica. È molto probabile che si trattasse di caccia libici provenienti da Banja Luka (ex Yugoslavia), dove effettuavano la manutenzione. Nelle carte della sede Sismi di Verona (quelle sfuggite a un incendio che distrusse l’archivio), c’è il riscontro. Con un’informativa che chiarisce come i servizi segreti francesi ci avessero fatto sapere che quel vizietto di consentire ai libici di tornare verso Tripoli sorvolando il Tirreno doveva finire, altrimenti il prossimo l’avrebbero buttato giù. Secondo. Sull’appennino, il DC9 e la sua «coda» furono incrociati da un intercettore F104S da addestramento con a bordo i capitani Ivo Nutarelli e Mario Naldini (morti nel 1988 a Ramstein, durante una tragica esibizione delle Frecce tricolori). L’incrocio deve essere stato talmente ravvicinato e allarmante che, affermano i tecnici dell’Alleanza, prima di atterrare nella base di Grosseto i due ufficiali segnalarono la massima emergenza secondo le procedure previste dalla Nato. Cioè, volando a triangolo sulla pista e «squoccando» per tre volte col microfono senza comunicare via radio.

Terzo. I tabulati radar indicano che mentre il DC9 volava verso Ustica, dalla base dell’aeronautica francese di Solenzara (Corsica) e probabilmente da una portaerei sconosciuta (alcune tracce originano dal mare), si alzarono in volo almeno sei caccia le cui traiettorie si riscontrano senza ombra di dubbio in prossimità dell’aereo di linea prima, durante e dopo l’esplosione. A quel punto, erano quasi le nove di sera. Ma sorprendentemente, in 13 risposte alle rogatorie della magistratura italiana, il governo francese ha sostenuto che l’attività della base di Solenzara terminò alle 17,30 nonostante tutti i radar e le testimonianze dirette smentiscano questa versione (una è del generale Nicolò Bozzo, braccio destro di Carlo Alberto Dalla Chiesa all’antiterrorismo, che si trovava proprio a Solenzara in vacanza). A Solenzara si decollò e atterro fino alle 22,30.

L’inchiesta della magistratura per accertare le cause della strage non si è mai interrotta, nemmeno dopo la sentenza ordinanza del giudice Rosario Priore che rinviò a giudizio per depistaggio e con l’aggravante dell’alto tradimento i quattro generali al vertice dell’Aeronautica nel 1980 (assolti dalla Cassazione). E in questi giorni la Procura della Repubblica di Roma è in attesa che dalla Nato arrivi un supplemento di perizia che potrebbe portare all’identificazione di due o forse tre di quei caccia fantasma che erano in volo quella sera. Se così fosse, la verità su Ustica sarebbe davvero a portata di mano. Ed è per arrivare a questo risultato che da più di un anno, con discrezione estrema, attivando tutti i canali diplomatici e giuridici a sostegno dei magistrati romani, sta lavorando il capo dello Stato.

Giorgio Napolitano è abituato a misurare le virgole e a pesare le parole, dunque non è un caso che poco più di un mese fa abbia parlato di Ustica affermando che questa strage è segnata da «intrighi internazionali che non possiamo oggi non richiamare, insieme con opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato, ad inefficienze di apparati e di interventi deputati all’accertamento della verità». Ma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, che nel 1980 guidava il governo, da un paio d’anni è andato ben oltre, dichiarando apertamente (e a verbale) di aver saputo già all’epoca che ad abbattere per errore il DC9 in un’azione di guerra contro aerei militari libici fu un caccia francese. E che il pilota di quel caccia, una volta rientrato alla base e scoperto cosa aveva fatto, si sarebbe suicidato.

Qualche giorno fa il portavoce del Quai d’Orsay ha affermato che Parigi è pronta a collaborare con le autorità italiane. E siccome il governo francese non può non sapere che la Nato sta per rispondere alla rogatoria italiana (deve dare il proprio benestare) i segnali suggeriscono un cauto ottimismo. Gli unici immobili nel tempo sono i sostenitori della tesi della bomba. Dimenticano (o faticano ad accettare) che l’aereo aveva due ore di ritardo, che il volo era di cinquanta minuti e che non esiste nessuna bomba al mondo piazzata nella toilette che può disintegrare un aereo lasciando intatta la tavoletta del water. Ma anche il racconto di Cossiga ha faticato ventotto anni ad uscir fuori. Io lo ascoltai da altre fonti un paio di settimane dopo la strage. Il Corriere della Sera fece l’ipotesi del missile il giorno dopo. Il resto sta ancora sotto il coperchio della ragion di stato. E certo nei fondi di quel caffè che Gheddafi sorseggia, tranquillo, in una piazza di Roma.

Andrea Purgatori
27 giugno 2010



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Miracolo a Valencia: Webber “vola”, ma si salva.

IL Secolo xix

Terribile incidente per la Red Bull di Mark Webber che dopo un impatto con la Lotus di Kovalainen ha preso il volo per poi andare a scontrarsi violentemente contro le barriere di pneumatici del circuito cittadino di Valencia. Incolume il pilota australiano che dopo l’incredibile incidente ha lanciato via il volante ed è uscito dalla sua monoposto.

Webber può considerarsi un miracolato perché la sua vettura mentre piroettava in aria stava ricadendo sull’asfalto dalla parte dell’abitacolo, ma per fortuna prima di abbattersi al suolo la Red Bull si è raddrizzata e le ruote hanno toccato terra prima della scocca riposizionando la vettura dalla parte “giusta”. Il video qui sotto è più eloquente delle parole:

 

Dopo l’incidente di Webber al nono giro la gara è stata neutralizzata con l’entrata in pista della safety-car.

Il terribile incidente capitato a Mark Webber, completamente distrutta la sua Red Bull, è sembrata l’esatta fotocopia di quello accaduto stamattina in Gp2 al pilota ceco del team Super Nova Yosef Klar, entrato in collisione con un’altra vettura. Anche la vettura di Klar era decollata con una velocità stimata oltre i 200 chilometri orari per poi ricadere al suolo e scivolare per molte decine di metri fino a schiantarsi contro un muro di gomme di protezione.

Come Webber, grazie alla resistenza della cellula di sopravvivenza della monoposto, il pilota ceco non ha avuto praticamente conseguenze a parte una contusione al gomito e un dolore al dorso. La maggior parte delle vetture hanno approfittato dell’ingresso della safety-car per sostituire le gomme: le due Ferrari che hanno ritardato il pit-stop hanno perso alcune posizioni con Alonso scivolato in nona piazza e Massa in quindicesima. Sempre in testa la Red Bull di Vettel seguita dalla McLaren di Hamilton.

Cripte, sepolcri e attacchi dalla Chiesa Se i magistrati copiano Dan Brown

Corriere della Sera


Belgio: l’azione degli uomini di legge in un Paese senza governo e secolarizzato

di VITTORIO MESSORI


Dal Belgio, per la Chiesa cattolica, buone notizie. Buone? Forse sì, almeno in una prospettiva di Realpolitik. In effetti, anche chi può aver ragione passa, se esagera, dalla parte del torto. E, poi, vale pur sempre il detto, secondo il quale ne uccide più il ridicolo che la spada. Cominciamo dalla esagerazione — non sai se grottesca o ignobile — della magistratura belga, che invia una brigata di gendarmi per sequestrare l’intera Conferenza episcopale del Paese. Severi ufficiali confiscano tutti i telefoni dei prelati e impediscono ogni comunicazione con l’esterno. Per impedire che cosa?

Che i vescovi telefonino in Vaticano, chiedendo un blitz liberatorio della Guardia Svizzera, reparto paracadutisti? O che avvertano qualche monsignore, intento a pratiche disdicevoli nel palazzo stesso, di ricomporsi subito e di congedare il partner minorenne, visto che in casa sono giunti i severi custodi della moralità laica? Che telefonino ai complici, nelle singole diocesi, di far sparire ogni traccia di esercizio sessualmente scorretto, dopo che ormai da anni in Belgio — e non solo lì — tutto è stato setacciato sia dalle autorità religiose che da quelle statali?

Da vaudeville anche il colonnello comandante dell’operazione che, davanti al passaporto diplomatico del Nunzio apostolico, presente all’adunata episcopale, si consulta con i superiori, questi con il ministro (virtuale, tra l’altro, da tempo il Belgio non ha più un governo). Alla fine, seppur con rammarico, il Nunzio è lasciato uscire, pare addirittura con telefonino. Astuto, e certo fruttuoso, anche l’intervento dei tecnici informatici per il prelevamento del disco fisso del computer dell’ex cardinale primate : molto probabile, in effetti, che l’anziano porporato tenesse proprio lì messaggi e foto compromettenti, magari scambi di affettuosità con giovanetti adescati su Facebook.

Ma il ridicolo più devastante, per i magistrati d’assalto belgi, lo si è raggiunto con le tombe dei due cardinali arcivescovi nella cripta della millenaria, splendida cattedrale di quella Malines, Mechelen in fiammingo, che per antico privilegio, è tuttora la metropoli religiosa del Paese. Non escludiamo che, oltre a Dan Brown, anche Umberto Eco possa prendere ispirazione dall’episodio per aggiungere un capitolo a una nuova edizione de Il pendolo di Foucault.

Che, come si sa, è una beffarda presa in giro di personaggi come questi giudici, ossessionati da enigmi, misteri, codici segreti: sempre e solo cattolici, s’intende. Gli inquirenti, evidentemente già creduli di loro, sono cascati nello scherzo di un buontempone: «Andate nell’antica cattedrale, scendete nella oscura cripta, aprite i venerati sepolcri dei Porporati: lì troverete le pergamene che provano il complotto dei sacerdoti attuali, adepti di culti pederastici come già lo furono i loro predecessori, i Templari».

Tutti sanno, infatti, che il modo più rapido e sicuro per nascondere dossier compromettenti è convocare una squadra di operai, farli lavorare ore attorno a dei sarcofaghi artistici per staccare il pesantissimo coperchio in pietra senza troppo danneggiarlo, sollevarlo con apposite macchine e, prima di richiuderlo e risigillarlo, riempirlo con i documenti che attestano i riti osceni dei prelati. Il tutto di notte, ovviamente, visto che la cattedrale di Malines è tra le più frequentate non solo dai devoti ma anche dai turisti che potrebbero insospettirsi per il va e vieni di muratori e di mezzi.

Ma che fare poi, di quegli operai? Si sa che gli egizi, terminato e chiuso l’accesso al labirinto che portava alla camera sepolcrale della piramide, procedevano allo sgozzamento rituale sul posto di tutti coloro che, avendoci lavorato, conoscevano il segreto. Ma è cosa che ricordiamo sottovoce, perché non vorremmo essere presi sul serio dai belgi, che potrebbero indagare per una possibile strage di muratori ordinata dal Primate.

In ogni caso, al di là di battute amare: quello degli abusi sessuali è un caso troppo grosso per essere lasciato a simili inquirenti. Il segretario di Stato ha fatto il suo dovere protestando, ma lasci stare confronti con bolscevichi russi e anarchici spagnoli, che erano terribilmente seri nella loro ferocia. Si potrebbe, invece, ricordare cose evidenti ma dimenticate da un Belgio che si vanta di essere uno dei Paesi più secolarizzati, dove l’emarginazione dei cattolici è ogni giorno crescente. Lo Stato nacque, nel 1830, per la libera unione di valloni e fiamminghi: parlavano lingue diverse, avevano tradizioni e storie diverse, ma erano uniti da un cattolicesimo solido e fervente.

 Dunque, non sopportavano la sottomissione al persecutorio calvinismo olandese. L’unione è durata sino a quando il Paese si è riconosciuto come cattolico: ora, quell’unico collante si è dissolto e il Belgio è ormai una finzione ingovernabile. Forse, anche simili operazioni confermano la confusione di uno Stato che da anni non riesce a esprimere neppure un governo ma, almeno nella intellighenzia, sembra unito soltanto dall’avversione anti-romana.

27 giugno 2010




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Tutti i trucchi dei trafficanti messicani

Corriere della Sera
Tutti i trucchi dei trafficanti messicani
I codici dei contrabbandieri, le piste della droga e i segreti per beffare la "Border Patrol".
Ecco il primo di una serie di racconti lungo il confine tra Usa e Messico


Il rotolo di fieno è solo l'involucro di una partita di  droga in arrivo dal Messico



NOGALES (Arizona)
Un camioncino qualsiasi, non diverso dalle decine che tagliano ogni giorno i territori vicini al confine con il Messico. Sul pianale una «balla» di fieno di forma cilindrica. A prima vista nulla di sospetto. Ma gli agenti della Border Patrol in pattuglia nel settore di El Paso (Texas) hanno deciso di eseguire un controllo. Il veicolo è stato fermato ed ispezionato. Ecco la sorpresa: il rotolo di fieno era in realtà un involucro per celare una partita di droga proveniente dal vicino Messico.
«Merce umana» viaggia nel camioncino clonato dal veicolo  dell'ente per l'energia elettrica

È questo uno dei tanti trucchi inventati dai contrabbandieri per cercare di beffare la guardia di frontiera americana. Nascondono la droga nel doppiofondo, nei copertoni, all’interno dei serbatoi. I più scaltri arrivano anche a «clonare» i veicoli dell’ente per l’energia elettrica o di quelli per la manutenzione stradale. Stesso colore, stesse insegne, numeri del mezzo copiati: all’interno dei camion stupefacenti o immigrati clandestini.

CORRIDOI DI PASSAGGIO - Durante una recente visita al confine nella zona di Nogales (Arizona) diverse fonti ci hanno confermato che i trafficanti messicani hanno creato dei posti di osservazione in territorio statunitense. Le bande ingaggiano delle spie che prendono posizione su colline e alture. Uomini che vengono riforniti di cibo e acqua, possiedono binocoli, a volte visori notturni e apparati radio. Proteggono i «corridoi di passaggio» – spesso in zone disabitate – e segnalano l’eventuale presenza di pattuglie della polizia. Si sentono così sicuri e potenti da sparare con il Kalashnikov sugli agenti.

Il camion fermato dalla polizia di frontiera viaggiava

STATALE NUMERO 8 - Particolarmente battute le piste nel deserto a cavallo della Strada numero 8, a sud di Phoenix e che si spinge ad ovest fino a Yuma. Spesso i trafficanti di droga e uomini, dopo aver varcato il confine Usa, cercano di raggiungere l’arteria dove sono in attesa dei complici. In un rapporto del quale abbiamo potuto consultare una copia si evidenzia come i contrabbandieri hanno creato un codice di comunicazione rudimentale quanto efficace. Una bottiglia mezza vuota lasciata in un certo punto e in una determinata posizione può rappresentare un segnale.

Così come il nastro adesivo o delle strisce di stoffa legate casualmente sugli alberi aiutano a indicare un sentiero ideale. Chi vi scrive ha recuperato uno di questi «reperti» ai piedi del Brown Canyon, ad una trentina di chilometri dal posto di frontiera di Sasabe. Legata a una recinzione per le vacche, in mezzo alla campagna desertica, una bottiglia nera di una particolare marca d’acqua. Invece di una corda hanno usato un foulard con teschi colorati. Sulla terra rossa decine di impronte di suole di scarpe e i resti di un accampamento di fortuna. È qui che hanno atteso pazienti i clandestini, cercando l’ombra che non c’è per ripararsi da un calore soffocante. Qualcuno, poi, nella notte li ha prelevati e condotti a nord verso un destino tutto da scoprire.

Guido Olimpio
27 giugno 2010



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Berloni, Zucchero e gli altri: un miliardo a San Marino

Corriere della Sera


La Guardia di Finanza ha acquisito una lista con 1200 nomi: anche i calciatori Amoruso e Palombo 
 

ROMA—Un miliardo di euro. È l’entità delle somme che, a sentire gli investigatori, almeno 1.200 italiani hanno depositato o fatto transitare a San Marino negli ultimi quattro anni e mezzo. La lista dei presunti evasori fiscali è stata acquisita dalla Guardia di Finanza durante alcune perquisizioni avvenute nei mesi scorsi sul Titano a caccia di tracce utili per individuare gli eventuali riciclatori di denaro sporco che potrebbero aver utilizzato la ex Smi Bank e gli strumenti forniti da Iti Finanziaria e Iti Leasing e la fiduciaria Anphora, riconducibili al conte Enrico Maria Pasquini.

Tra i nomi su cui la magistratura vorrebbe avere mano libera per svolgere accertamenti, il cantante Zucchero, Clara Nasi (moglie di Pasquini, imparentata con la famiglia Agnelli), i fratelli Antonio e Marcello Berloni (dell’omonimo gruppo industriale), Adolfo Guzzini (presidente e ad della iGuzzini), Giancarlo Morbidelli (fondatore della casa motociclistica), il re dei prosciutti Sante Levoni, l’ex calciatore Lorenzo Marronaro, il presidente del Cesena (appena promosso in serie A) Igor Campedelli, i giocatori Nicola Amoruso (Atalanta) e Angelo Palombo (Sampdoria), Matteo Melley (avvocato e presidente della fondazione Carispe), l’immobiliarista romano Valter Mainetti (con la società Sorgente ha acquistato grattacieli a New York). «Il rapporto di Walter e Paola Mainetti con la società fiduciaria Smi—ha precisato l’azienda— si è limitato ad una intestazione fiduciaria di un immobile. L’operazione, normalissima per chi opera sui mercati internazionali, è stata effettuata nella massima trasparenza e regolarmente dichiarata alle autorità italiane competenti».

Nessuno dei personaggi i cui nomi appaiono nell’elenco è indagato. E le Fiamme Gialle incaricate dell’inchiesta della pm romana Perla Lori, almeno allo stato, non hanno la possibilità di compiere verifiche approfondire per accertare la sussistenza di violazioni fiscali. Per questo, è in atto un duro scontro con le autorità di San Marino. Il giudice del Titano Lamberto Emiliani ha dato via libera alla rogatoria che ha consentito l’esecuzione delle perquisizioni (tra i documenti sequestrati, c’è la lista per il momento composta solo di nomi e cognomi, date e luoghi di nascita dei soggetti) ma l’iter si è poi bloccato.

Apparentemente le autorità della Rocca sono collaborative: in realtà, secondo i magistrati romani, oppongono una sorta di resistenza passiva. Come? E’ presto detto: alla richiesta di conoscere i flussi di denaro in entrata e uscita di ogni contribuente (peraltro non c’è alcuna certezza che si tratti di reali intestatari dei conti, si sospetta che in parecchi casi ci si trovi di fronte a prestanome) è stata opposta la necessità di far pervenire singole rogatorie nominative.

Un lavoro enorme, praticamente impossibile da portare a termine rispettando i tempi di prescrizioni e scadenze processuali varie. C’è di più: nell’elenco sequestrato dalla Guardia di Finanza i nomi sono poco più di 1.700. Da San Marino, ne sono stati «cassati» 500. Motivo? Alle toghe romane sono stati forniti solo i nomi degli italiani residenti nel nostro Paese. E se un cittadino italiano ha trasferito la residenza, in maniera più o meno fittizia, a Montecarlo? Niente da fare, quel nome viene gelosamente custodito dal Titano nelle sue (per ora) inviolabili casseforti.

Flavio Haver
27 giugno 2010




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Umiliati dai boss e dallo Stato

La Stampa

Denunciarono il racket, imprenditori napoletani in miseria: «Le istituzioni ci hanno abbandonati»



FRANCESCA PACI

C’è il sole alto sul Golfo di Napoli che s’intravede dai vicoli di San Sebastiano al Vesuvio, la Svizzera partenopea dove professionisti e uomini d’affari ristrutturano ruderi da 4 mila euro al metro quadrato. Ma in casa Orsino le luci sono accese. Luigi e la moglie Giuseppina, 56 e 51 anni, aspettano con le persiane serrate l’ufficiale giudiziario che da un giorno all’altro verrà a cambiare la serratura della villa in cui vivono dal 1979, come se trincerarsi dentro l’ultima delle proprietà rimasta loro dopo l’assedio di camorristi, usurai, creditori, ritardasse almeno un po’ la consapevolezza d’aver perduto la guerra cominciata 18 anni fa.

«Non finiremo a rovistare nella spazzatura, c’è un limite all’umiliazione della dignità umana: se vengono a buttarci fuori ci facciamo saltare in aria» dice Luigi, camicia gialla e jeans lisi, seduto nel salone senza più quadri né suppellettili dove un paio di computer Ibm Ps2 e un sofisticato mangianastri d’epoca pre-cd rivelano il momento esatto in cui le sue finanze, fino ad allora cospicue, hanno smesso di prosperare.

L’orologio è fermo al 1992: «Lavorando sodo avevamo trasformato un negozio di mobili di Portici da 50 mq in uno spazio venti volte più grande, ad avviarne un altro a Sant’Anastasia, più tre punti vendita abbigliamento». Sono anni di passaggio. Sebbene il boom economico italiano cominci a sgonfiarsi e Maradona sia già un eroe del passato, gli affari vanno e gli Orsino, oltre ai locali commerciali e l’abitazione di San Sebastiano, vantano una villa a Diamante, una barca da dieci metri, un loft a Roccaraso. Non resterebbe loro che da godersi la vita se in agguato non ci fosse Gomorra, il regno delle tenebre di cui il tredicenne Saviano inizia a prendere coscienza.

A ripensarci ora sembra un film. Luigi versa il tè freddo, lusso estivo del pacco Caritas che don Enzo gli consegna ogni mattina in parrocchia: «Un giorno un sedicente amico mi propone l’acquisto dei 180 mq con parco al centro di Ercolano cedutigli da un mio parente che aveva un debito con lui e io, per non lasciare in mezzo alla strada quel poveretto, sborso subito trecentotrenta milioni di lire in contanti». I vampiri fiutano il sangue: «Dopo una settimana vengono da me due gorilla dei Vollaro, un clan potente e feroce che fino allora mi aveva ignorato. Sapevo che tanti commercianti pagavano in silenzio anche un milione di lire al mese».

Omertà obbligata: la legge a sostegno degli imprenditori sotto usura sarebbe arrivata solo sette anni dopo. Il tempo di morire: «Un pizzo contenuto l’avrei sopportato, ero benestante. Ma quelli chiedono subito 5 milioni, 10, 15, un’escalation con raffiche di mitra sulle vetrine e nel giardino di casa, dove una sera trovo morto il nostro cane pastore Dark. In pochi mesi eccomi ostaggio del mio ex amico, ormai rivelatosi uno strozzino, che dopo avermi consigliato di non oppormi ai Vollaro si offre di prestarmi i soldi a tassi fino al 300%». Il gioco si fa duro, Luigi Orsini prova a giocare ma è stretto tra estorsori e usurai, le forze svaniscono rapidamente con il patrimonio.

Prima che decida di rivolgersi alla Procura di Nola passano 12 anni durante i quali, incalzato dalla rate, cede una dopo l’altra tutte le attività, licenzia i 19 dipendenti, con la pistola puntata firma finti atti di trasferimento di proprietà delle ville di Ercolano, Diamante e Roccaraso: «Impossibile opporsi. Un pomeriggio dopo che avevano minacciato mio figlio all’uscita da scuola mi portano a casa del boss Vollaro, un tipo con la vestaglia di seta e i capelli impomatati. Ho preso schiaffi, pugni, sono stato gettato dalle scale, nel 2001 ho avuto un infarto e oggi ho 3 bypass. Pensavo che denunciando, come mi incoraggiava a fare lo Stato, sarei riemerso, invece sono solo».

La legge segue il suo corso. Intanto le banche chiudono i conti degli Orsini, i fornitori ricorrono al pignoramento, il listino dell’asta fallimentare svende negozi e case compresa l’ultima - la villa adorna di sfacciatamente rigogliosa bouganville dove abitano mamma, papà, l’unico figlio prossimo alla laurea in Economia con le tasse universitarie pagate dal sindaco Giuseppe Capasso e due gatti macilenti - venduta il 13 ottobre scorso nonostante, grazie all’associazione antiracket di Portici, la Prefettura avesse avviato la procedura di sospensione del sequestro prevista dalla legge 44. Causa burocrazia, l’ok arriva il 25 novembre: troppo tardi per il giudice che, a discrezione, ordina agli ufficiali giudiziari di procedere.

Fosse vissuto a Londra, meno di tre ore d’aereo a nord della stessa Europa, sarebbe bastato che Luigi Ursini dichiarasse bancarotta per lasciarsi i creditori alle spalle e ripartire. Qui gli resta solo di raccomandarsi al Paternostro che sta nei cieli perché gli rimetta i suoi debiti. Almeno lui. Luigi stringe a se la moglie che una volta a settimana accompagna le vecchine in chiesa per 5 euro l’ora: «Se un imprenditore sbaglia investimento è colpa sua, ma quando cade perché la criminalità controlla il territorio al posto dello Stato è diverso. Avrei voluto poter lavorare come fossi nato a Bergamo o a Torino». Ma è nato sotto il Vesuvio e , giura, ci resterà: «Con gli ultimi soldi ho comprato due taniche di benzina, se siamo condannati a morte, facciamo da soli».




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La nuova faccia non salva il boss Giuseppe Falsone

La Stampa

Durante la sua latitanza, il boss mafioso Giuseppe Falsone arrestato ieri sera in Francia dalla Squadra mobile di Agrigento in collaborazione con i servizi segreti si è sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica facciale. Giuseppe Falsone aveva addosso una carta di identità francese con un nome italiano. Di recente il boss mafioso agrigentino si sarebbe sottoposto ad una rinoplastica e ad altri interventi di chirurgia facciale per non farsi riconoscere. «Falsone -ha confermato il procuratore di Palermo Francesco Messineo- ha deciso di cambiare le sue sembianze sottoponendosi ad una plastica facciale, ma questa è una vicenda che dobbiamo ancora approfondire. Al momento siamo soddisfatti per la sua cattura».




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Usa, la Kelloggs ritira dal mercato 5 tipi di cereali: "Fanno vomitare"

Quotidianonet

Spariscono dagli scaffali 28mila confezioni dopo che almeno una ventina di persone si è sentita male e 5 hanno avuto attacchi di nausea: "Hanno un odore tremendo e sanno di cera"


Washington, 27 giugno 2010

Kellogg ha ritirato dal mercato 28 milioni di scatole di cereali il cui gusto di cera aveva causato attacchi di nausea e vomito in almeno 5 casi. Si tratta dei cereali tra Corn Pops, Froot Loops, Honey Smacks e Apple Jacks imballati in sacchetti di alluminio: hanno cattivo gusto ed emanano un odore sgradevole.

La Kellogg’s ha precisato che il consumo di questi cereali potrebbe provocare diarrea presso i soggetti sensibili. E infatti almeno 20 persone, tra cui cinque che hanno vomitato dopo avere consumato il prodotto, si sono lamentate per l’odore ed il gusto di cera dei cereali.




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I guru della sinistra

di Nicola Porro

Ieri Gad Lerner, il volto della Sette, televisione della Telecom, nonché firma della Repubblica di Carlo De Benedetti ha tirato fuori gli attributi. Pardon: ha praticato il suo consueto stile coraggioso, di giornalista che non guarda in faccia nessuno. Ha rispolverato un po’ di sano leninismo e ne ha cantate quattro. A beneficio di chi si fosse colpevolmente perso «Il profitto e l’operaio», pregevole pezzo, saggio, disamina, nonché coraggiosa denuncia pubblicata appunto ieri sul quotidiano romano, ricordiamo il tema centrale.

Scrive Gad: «Credo non sia possibile discutere di giustizia sociale e di redistribuzione del reddito, ma anche di economia e finanza, prescindendo da queste nude cifre». E cosa saranno mai queste nude cifre? Sono quelle che mettono in evidenza la fortissima disparità di trattamento tra lo stipendio di un operaio e quello del suo «padrone», o tra quello del medesimo operaio e i suoi manager. Gad raddrizza la penna e snocciola i numeri.

Ci saremmo dunque aspettati uno svolgimento molto semplice. Si parte da Telecom, l’azienda che gli elargisce poco meno di un milione di euro l’anno. Non è giusto che un volto televisivo si becchi 10 volte lo stipendio di un povero sfigato di redazione, che tra l’altro rischia il prepensionamento. C’è qualcosa che non va se un volto televisivo viene liquidato dall’azienda nel 2001, per poi essere ripescato subito dopo, e si porta a casa una buonuscita miliardaria. Roba che un giornalista normale si sogna dopo trent’anni di onesto lavoro. Ma Gad dopo aver utilizzato il suo stipendio contro se stesso, avrebbe potuto fare di più. Tirare in ballo presidente e amministratore delegato della sua Telecom.

Sì, sì proprio loro: Franco Bernabè e Gabriele Galateri di Genola. Quest’ultimo viene pagato più in funzione della lunghezza del suo cognome e dei predicati (che vi abbiamo risparmiato) che delle effettive deleghe che ha in azienda: praticamente nessuna. Nei nostri sogni, scrive Gad: GGG quest’anno si è portato a casa 1,750 milioni di euro. Eppure il titolo Telecom è lì affossato sotto l’euro, i ricavi per i morsi della concorrenza si sono ridotti e il piano di licenziamenti corre. Come fa ad attribuirsi uno stipendio così alto?

E più o meno per gli stessi motivi come si giustifica Bernabè, che è arrivato a quota 3,4 milioni di euro, in crescita dell’80 per cento rispetto all’anno scorso? Gad, nonostante lavori alla Telecom e scriva per Repubblica, ha coraggio da vendere (siamo sempre nel delirio onirico). Sentite questa. E De Benedetti? E i milioni di euro che si riconosce in dividendi ogni anno grazie a Cir, L’espresso e compagnia cantante? La rabbia dice bene Gad si rivolge verso bersagli sbagliati, «ma si guarda bene dal prendersela con i redditi di capitale, con le rendite finanziarie, con i compensi dei manager che appartengono al suo sistema di potere».

Quando Gad le canta, le canta alla grande e se ne infischia del sistema di potere: zac, un turbine di moralismo retributivo verso Telecom e financo De Benedetti. Abbiamo sognato. Sulla prima pagina di Repubblica, il giornalista a busta paga Telecom, in realtà non se l’è presa con il suo favoloso stipendio, non ha censurato la sua buonuscita miliardaria, non ha preso di mira la coppia Bernabè-Galateri, non ha fatto i conti in tasca al finanziere De Benedetti. No, cari amici. Ha sempre la schiena dritta, per carità.

Ma il manager che viene pagato troppo si chiama Marchionne e il capitalista che si riconosce dividendi da favola è Berlusconi. Le nude cifre riguardano sempre gli altri. Il fatto che Gad prenda dieci, venti volte (ma che importanza ha) lo stipendio di un giornalista qualsiasi, il fatto che De Benedetti si quoti e lucri sul suo conto corrente (CDB Web Tech, qualcuno se la ricorda) il fatto che i manager di Telecom Italia (come quelli di tutto il mondo, per la verità) si staccano assegni milionari, non se l’è mai sognato di scrivere.

Sia chiaro, e ora non scherziamo più, le inveterate di Gad sulle retribuzioni, oltre ad avere questo piccolo difettino di riguardare sempre gli altri, anche se avessero preso di mira i propri vicini di casa, non reggono. Lerner sembra uscito dal Tallone di ferro di Jack London, più che da una cultura capitalista (sì capitalista, c’è poco da vergognarsene) in cui le retribuzioni sono legate al merito. Anche a quello di Gad che riesce a fare ascolti nella sua trasmissione superiori alla media di rete e a portarsi così a casa un lauto e meritato stipendio.



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Ma non siamo tutti dei furbetti»

di Redazione


NORMALI OPERAZIONI SOCIETARIE


Nel 2000 ho costituito una società, la Open Casa Srl con sede a Milano. La compagine era composta da vari soci. Partecipavo alla società con il 40% di quote a me intestate e il 15% controllate tramite una fiduciaria. Su consiglio del mio commercialista, dott. Marino Gabellini di Rimini, (in rapporto con la Smi, realtà legata alla famiglia Agnelli e la Banca del Titano), ho incaricato la Smi Fiduciaria di San Marino a svolgere tale ruolo. Per l’incarico e la partecipazione di Smi Fiduciaria nella società ho depositato la somma di 5.164,57 euro (pari ai 10 milioni di lire di allora) per gli adempimenti tecnici legati alla costituzione della società. Nessun altro versamento o rapporto è stato posto in essere con la Smi Bank di San Marino né oggi né allora. Quindi non ritengo di essere accostabile «tra i furbetti di San Marino» o tra «gli italiani che hanno i conti all’estero», per l’esigua entità della somma, ma anche e soprattutto perché versata non per «scappare al fisco italiano», ma per costituire un rapporto tra la fiduciaria e la mia persona in Open Casa Srl. Quindi non un «investimento all’estero» ma un adempimento tecnico per costituire la società.

SOLDI DEPOSITATI VICINO A CASA

Leggo il mio nominativo accostato a una lista di circa 1.200 persone definite «i furbetti di San Marino», denominate così in quanto avrebbero portato somme all’estero e più precisamente nella Smi Bank di San Marino. Vorrei precisare che vivo e lavoro a San Marino da molti anni, sono sposato con una donna sammarinese, ho due figli e sono residente nel castello di Serravalle, lavoro onestamente e non sono un furbetto, non ho grossi capitali e non li porto all’estero, i miei soldi li tengo nella Banca più vicina a casa. Chiedo di specificare la residenza delle persone citate nella lista e di eliminare il mio nominativo dalla lista dei furbetti.

Marco De Gregorio



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Senegalesi? Via dal mio albergo" Cacciati tre operai nel Veneziano

Quotidianonet

L'azienda di Brescia aveva prenotato la stanza ai tre che dovevano ristrutturare un'abitazione a Meolo. Dopo gli insulti del titolare, invano trattenuto da moglie e figlio, i tre hanno cercato un'altra sistemazione

Venezia, 26 giugno 2010


"Siete senegalesi? Via dall’albergo!". Tre operai stranieri si sono sentiti rispondere così mercoledì scorso in una pensione di Meolo, nel Veneziano. A riportare la notizia è ‘Il Gazzettino', che riferisce che i tre, dipendenti di un’azienda di pavimentazioni geotermiche di Brescia e in Italia da una decina di anni, erano a Meolo per dei lavori in un’abitazione.
Terminata la giornata, verso le 21,30, si sono recati presso l’albergo, già precedentemente prenotato dalla loro azienda.

Il figlio della titolare, spiega il quotidiano, stava già prendendo le loro ordinazioni per la cena, quando è sopraggiunto il padre che si è scagliato verbalmente contro i tre senegalesi, insultandoli e cercando di cacciarli dal locale. Il figlio e la madre hanno tentato di calmare l’uomo che dava in escandescenze, portandolo in un’altra stanza.

Mortificati per lo spiacevole episodio, i tre senegalesi hanno cercato un altro albergo, riuscendo a trovarlo soltanto a tarda sera, vicino a Treviso, ma il giorno dopo hanno denunciato l’accaduto ai carabinieri di Meolo.




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Napoli, dossier contro sprechi della Lega Zaia: meridionalisti, cominciate a lavorare

Il Mattino

 

NAPOLI (26 giugno) 


Un dossier sugli "sprechi" compiuti dalle amministrazioni leghiste in alcune città del Nord è stato presentato oggi da alcuni movimenti meridionalisti, quali Altro Sud e Insieme per la rinascita, e dal commissario regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli. L'iniziativa, è stato sottolineato, nasce in seguito alle recenti affermazioni di alcuni esponenti della Lega nei confronti del Sud "sprecone" e dei meridionali. «I leghisti - affermano i rappresentanti dei movimenti - ci hanno fatto tanti discorsi di moralizzazione, ma anche al Nord alcuni amministratori portano avanti la politica del "magna magna"». 


Secondo i dati raccolti nel dossier, per il Palazzo della Provincia di Treviso un appalto che doveva costare 35 milioni di euro, ne è costato 80 e sono stati spesi circa 530mila euro in sedie. Nel mirino dei movimenti in difesa del Sud anche il film su Barbarossa «costato 30 milioni» e la costituzione dell'Orchestra di Brescia «che costa 200mila euro all'anno». Vi sono, secondo i promotori dell'incontro di oggi, amministratori leghisti che «non badano a spese per promuovere la cultura padana e non disdegnano di utilizzare le carte di credito affidate agli assessori». «Come si può vedere - affermano i meridionalisti - ci sono buoni e cattivi amministratori al Nord come al Sud e, pertanto, i napoletani chiedono rispetto e la fine delle lezioni di morale».


Partenopei che hanno, inoltre, denunciato la realizzazione delle magliette padane in Bangladesh sebbene, come detto dalle associazioni, «i leghisti affermino che i soldi devono restare in Padania». Alla presentazione del dossier sono intervenuti Gino Sorbillo, titolare della omonima pizzeria di via Tribunali, e Marco Ferrigno, artigiano di pastori, che hanno aderito all'iniziativa anti-leghista con l'affissione di cartelli in cui si invitano i leghisti e non entrare nei loro locali. Iniziativa che, fino ad oggi, vede coinvolti 100 esercizi commerciali partenopei.

In serata è arrivata la risposta del governatore del Veneto Luca Zaia. «Prima di dare fiato a queste struggenti sciocchezze, bisogna essere in grado di leggere i bilanci ampiamente deficitarii delle amministrazioni del Mezzogiorno e, con onestà, assumersi le proprie responsabilità». Il presidente del Veneto commenta così l'iniziativa dell'associazione "Insieme per la rinascita. E invita il gruppo di meridionalisti a cominciare «la nobile arte del lavoro». «In un momento in cui il Meridione dovrebbe richiedere a gran voce amicizia e solidarietà - afferma Zaia - lascia attoniti l'attacco alla Lega e al suo federalismo da parte di un gruppo di sedicenti giovani meridionalisti in cerca di rinascita. Mi chiedo che senso abbia attaccare il federalismo, l'unica speranza che il Meridione ha per un futuro in cui non sia costretto a chiedere aiuto ad altri per la propria sopravvivenza quotidiana. 



Quando si parla di sprechi delle amministrazioni leghiste bisogna essere informati: sarò lieto di accompagnare chiunque di loro a far visita alla mia Regione e alla provincia di Treviso, che da sempre dimostrano comportamenti virtuosi e contrari a ogni spreco». «Se fosse vero poi - prosegue il governatore del Veneto - che secondo questo gruppo di autolesionisti non sarebbero graditi i leghisti che scelgono di trascorrere le proprie vacanze nel Sud, bisognerebbe informarne gli operatori turistici meridionali, che da sempre fondano una cospicua parte della loro economia sui lavoratori del Nord che scelgono le località del nostro Mezzogiorno». Zaia conclude con un consiglio: «Un ultimo consiglio mi pare doveroso: se prima di perder tempo a cercare di provare l'impossibile, questo gruppetto cominciasse la nobile arte del lavoro, farebbe un favore a sè e a tutto il Mezzogiorno italiano perchè, come ammoniva un grande piemontese, lavorare stanca».




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