venerdì 25 giugno 2010

Ustica, bomba o missile? Il trentennale delle polemiche

Corriere di Bologna

Giovanardi: «Vorrei sapere chi ha messo la bomba»
Veltroni: «Irresponsabile». Parla anche Ciancimino: «Quella sera il ministro convocò mio padre»

 

Il relitto ricostruito nel museo della memoria di Ustica a  Bologna
Il relitto ricostruito nel museo della memoria di Ustica a Bologna

Mancano due giorni al trentesimo anniversario della strage di Ustica e si riaprono le polemiche su cosa sia realmente successo quel 27 giugno 1980, quando il DC9 dell'Itavia precipitò in mare causando la morte di 81 persone.

LE PAROLE DI GIOVANARDI - Ad accendere la scintilla, questa volta, è stato il sottosegretario alla Presidenza, Carlo Giovanardi che, in dibattiti radiofonici e televisivi di oggi, ha detto di non credere alla teoria del missile come causa della tragedia. Per lui l'unica verità è che il DC9 esplose in volo a causa di una bomba. Pista che - sempre secondo Giovanardi - non è stata sufficientemente indagata. «Io voglio sapere - ha detto il sottosegretario - chi ha fatto esplodere l'aereo, sto a quanto hanno detto tecnici e periti. Vorrei sapere chi ha messo la bomba nella toilette dell'aereo». L'ipotesi del missile, continua, è stata invece «spazzata via» dalle sentenze. Inutili, dunque, i nuovi appelli a Francia e Stati Uniti (i magistrati romani che conducono la nuova inchiesta hanno inviato nuove rogatorie internazionali ai due Paesi): «Ci hanno risposto 66 volte - dice ancora Giovanardi - ed è stato appurato che quella sera non avevano nè aerei nè navi» da cui sarebbe potuto partire l'attacco al DC9.

LE REAZIONI - Durissime le reazioni alle parole di Giovanardi. In diretta a Radio Anch'io si è scontrato con lui sulle cause - missile o bomba, appunto - della strage di Ustica il giudice Rosario Priore, che ha indagato a lungo sulla vicenda. Per la presidente dell'associazione delle vittime di Ustica, Daria Bonfietti, Giovanardi dice «cose mendaci e fa disinformazione». Duro anche Walter Veltroni: «Si parla senza alcuna responsabilità, tutti dovrebbero avere maggiore sobrietà».

CIANCIMINO - Sempre in radio - in un'intervista alla bolognese Radio città del Capo - parla anche Massimo Ciancimino, figlio di Vito. Racconta che quella sera, il 27 giugno 1980, suo padre «fu convocato d'urgenza a casa del ministro della Difesa per una riunione»: «Ricordo il malessere di mio padre - ha detto Ciancimino - nel non poter dire a un caro amico quello che era successo. Era l’ingegnere Roberto Parisi della Icem, l’azienda che aveva in gestione l’illuminazione pubblica a Palermo. Parisi perse la moglie e la figlia Alessandra sull’aereo». Ma perchè suo padre venne coinvolto? «Posso dire che mi fu detto subito che era stato un aereo francese - ha continuato - C’era una volontà di controllo del territorio, in quel momento c’erano grandi obblighi da parte della politica siciliana collusa e controllata da Roma che imponeva le scelte di alcune aree da destinare agli alleati quindi anche per questo la scelta di coinvolgere mio padre, non solo per il suo rapporto con i cosiddetti corleonesi».

25 giugno 2010




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Roma, Fontana di Trevi: ancora un blitz colorato L'acqua si tinge di rosso

di Redazione

Dopo l'azione "futuristia" di Graziano Cecchi nel 2007 torna a colorarsi la Fontana di Trevi.

L'acqua e parte della vasca si sono colorate di rosso. Vigili del fuoco e polizia municipale sono al lavoro per limitare i danni




Roma - Una piccola parte della vasca e dell’acqua di Fontana di Trevi colorata di rosso. Questo il fuori programma che stasera ha meravigliato romani e turisti e impegnato vigili del fuoco e vigili urbani della capitale. Oltre all’acqua appare colorata di rosso una parte del bordo della vasca, sulla parte sinistra del celebre monumento romano. Pompieri e polizia municipale tentano di limitare i danni armati di secchi e rotoli di carta per evitare che il colore copra altre parti della fontana. Nel 2007 Graziano Cecchini in un’azione da lui definita futurista colorò l’interà acqua della vasca di rosso.




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Arrestato capomafia latitante dal 1999

Corriere della Sera

Giuseppe Falsone, 40 anni, era tra i 18 uomini più ricercati dalle forze dell'ordine

E' stato bloccato a Marsiglia, DOVE HA FATTO INTERVENTI DI CHIRURGIA FACCIALE
Arrestato capomafia latitante dal 1999 


Una foto d'archivio di Giuseppe Falsone
Una foto d'archivio di Giuseppe Falsone
AGRIGENTO
- La polizia ha arrestato a Marsiglia il capomafia di Agrigento Giuseppe Falsone, che compirà 40 anni ad agosto. La polizia, attraverso le impronte digitali sta trovando la conferma definitiva che l'uomo arrestato sia proprio Falsone. Il boss era tra i 18 latitanti più ricercati. Era sfuggito a un mandato di cattura del 1999 per associazione mafiosa, omicidi e traffico internazionale di sostanze stupefacenti.

INTERVENTO DI CHIRURGIA FACCIALE - Falsone, a Marsiglia da diverso tempo, avrebbe fatto ricorso a interventi di chirurgia per modificare i lineamenti del viso. Il boss è considerato uno dei delfini di Provenzano che lo preferì a Maurizio Di Gati, poi divenuto collaboratore di giustizia, per gestire gli affari mafiosi della provincia di Agrigento. Affari che Falsone, considerato il secondo latitante più importante di Cosa nostra dopo Messina Denaro, aveva continuato a controllare quotidianamente anche da lontano.

MARONI: «GRANDE COLPO ALLA CRIMINALITA'» - «Grazie al lavoro straordinario della Polizia è stato inferto un altro eccezionale colpo alla criminalità organizzata con l'arresto del venticinquesimo superlatitante inserito nella lista dei trenta dall'insediamento del Governo» ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, commentato l'arresto del boss. Il ministro ha telefonato al capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, per congratularsi dell'operazione.
Il capo mafia è figlio dello storico capo mafia Vincenzo Falsone, assassinato nel 1991 insieme all’altro figlio Angelo. Giuseppe Falsone risultava ai vertici della criminalità organizzata insieme all’altro latitante Gerlandino Messina. Nella sua carriera all’interno di Cosa Nostra godeva dell’appoggio di Bernardo Provenzano che nei suoi "pizzini" lo indicava con il numero 28.

25 giugno 2010




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Via libera al dominio "xxx" L'industria del porno esulta

La Stampa

Sconfitte le lobby conservatrici. Il nuovo suffisso permetterebbe maggiori controlli. Ma alcune aziende hard sono contrarie
BRUXELLES

L'industria del porno potrebbe presto stappare bottiglie di champagne.  A breve l’Icann (responsabile degli indirizzi web per conto del governo Usa) dovrebbe dare il via libera al suffisso «.xxx» per i siti internet vietati ai minori. Come annunciato ieri in un meeting a Bruxelles da John Jeffrey, membro del consiglio d’amministrazione Icann, dopo anni di rifiuti alla richiesta di numerose aziende, l’Icann è vicino ad una svolta e l’approvazione dovrebbe arrivare oggi. 

I sostenitori del dominio «a luci rosse» sottolineano che riunire sotto un singolo indirizzo l’industria dell’intrattenimento per adulti consentirebbe maggiori controlli. Esce così sconfitta la lobby dei gruppi conservatori e religiosi che avevano fatto pressione sull’Icann per cercare di fermare il progetto. L'adozione del nuovo dominio, però, non è affatto scontata. Alcuni siti hard hanno già espresso la propria contrarietà sostenendo che il suffisso «.xxx» sarebbe un "marchio" deleterio che allontanerebbe gli utenti. Ogni singola azienda potrà dunque decidere se cambiare il proprio indirizzo internet o lasciarlo immutato.

Quello legato alla pornografia on line è un mercato fiorente di internet. Secondo gli ultimi dati della Internet Pornography Statistics, gli internauti spendono ogni secondo più di tremila dollari in contenuti ’hard’, mentre «sex» è la parola più cercata di sempre sui motori di ricerca. Il giro d’affari risulterebbe notevole: si stima che sul web esistano circa 370 milioni di siti pornografici.




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Superdottoressa, a 94 anni si laurea per la quarta volta

Il Messaggero

 

URBINO (24 giugno) - Con un vestito turchese si è presentata per discutere la tesi e uscire con la sua quarta laurea in tasca. Ma questo non sarebbe nulla se non fosse che la neodottoressa ha 94 anni suonati. Adriana Iannilli, una signora romana che aveva già battuto il record di matricola più anziana d'Italia, si è laureata oggi alla facoltà di Scienze giuridiche dell'università di Urbino in consulenza del lavoro, con il professor Paolo Pascucci.

Solo un anno fa, la facoltà di Giurisprudenza dell'ateneo le aveva consegnato l'alloro (voto finale 110 e lode) per una tesi sulla violenza alle donne. La supernonna - anzi, la superdottoressa -, che sembra annoveri nel suo passato anche qualche esperienza da modella, è laureata anche in Lingue orientali e Scienze politiche.

Il suo personalissimo cammino di conoscenza inizia nel 2004, quando il vuoto lasciato dalla morte del marito la spinge a frequentare l'università della terza età. Ma i corsi non la soddisfano e allora ecco che, alla bella età di 88 anni, si iscrive all'università “vera”, e precisamente alla facoltà di Scienze politiche di Viterbo, sobbarcandosi peraltro alla spola tra Roma e la sede universitaria. Il resto della strada è tutto in discesa, e oggi eccola di nuovo a raccogliere i frutti della sua eccezionale “carriera” da studentessa.

Adriana ha annunciato che non c'è quattro senza cinque, e che è pronta a farsi di nuovo sotto per il quinto titolo accademico.




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Lo «stipendio» del figlio diciottenne del boss? Sedicimila euro

Corriere del Mezzogiorno

A maggio il clan Di Lauro ha guadagnato, solo per lo spaccio di droga a Secondigliano, oltre 870 mila euro


NAPOLI - Nel mese di maggio il clan camorristico dei Di Lauro ha guadagnato, solo per lo spaccio di droga nelle «piazze» di Secondigliano, 870.795 euro. Ben 16.000 sono stati «girati» a uno dei figli del boss, Antonio, appena diciottenne. Lo si evince dalla contabilità sequestrata il 19 giugno scorso dai carabinieri in casa di un incensurato, sulla quale sono ora al lavoro i pm Luigi Alberto Cannavale e Stefania Castaldi, che indagano sulle attività dei Di Lauro. I quaderni di computisteria con i segreti del clan che tra il 2004 e il 2005 è stato protagonista di una terribile faida con gli scissionisti è stata trovata dagli uomini del maggiore Lorenzo D’Aloia nel Rione dei Fiori, in casa di Angelo Zimbetti, 35 anni. La dritta, gli investigatori l’avevano ricevuta dal pentito Carlo Capasso, l’uomo ha reso possibile l’individuazione dei mandanti (Cosimo e Marco Di Lauro) e di uno dei killer (Mario Buono) di Attilio Romanò, massacrato per errore in un negozio di telefonia nel gennaio del 2005.

CONTABILITA' METICOLOSA - Elencate in maniera meticolosa le entrate, in totale 2.685.475 euro, e le uscite, 1.814.680 euro: l’utile è, appunto, 870.795 euro. Queste le spese: settimane defunti (il denaro dato ai familiari delle vittime di agguati); settimane appoggi (quello per pagare i posti dove viene «parcheggiata» la droga); fornitori. Ci sono poi le sigle da F1 a F8: secondo gli investigatori, sono i figli di Paolo Di Lauro, soprannominato Ciruzzo ’o milionario, a ciascuno dei quali viene corrisposto uno «stipendio». Il boss ne aveva undici, tutti maschi: uno morì in un incidente stradale; tre (Cosimo, Vincenzo e Ciro) sono detenuti; un altro, Marco, è latitante. Non è ancora chiaro chi riceva ogni mese i soldi ricavati dallo spaccio; di sicuro F8 è stato identificato in Antonio, uno dei più piccoli, che a maggio ha incassato 16.000 euro in contanti. Ora si conoscono anche le altre spese del clan: ci sono quelle per il fabbro, quelle per il falegname («pannelli», forse per nascondere la droga), quelle per i gelati. E quelle per corrompere le forze dell’ordine: a maggio, 4.000 euro

Redazione online
25 giugno 2010




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La Procura di Roma: processare Vittorio Emanuele e altri cinque imputati

Corriere della Sera

Arriva davanti a gup la vicenda legata a riciclaggio e gioco d'azzardo che portò in cella il principe nel 2006

 
Vittorio Emanuele parla ai cronisti ai tempi degli arresti domiciliari

ROMA
 
Vittorio Emanuele di Savoia e altre 5 persone avrebbero messo in piedi, a partire dal 2004, un’associazione per delinquere «impegnata nel settore del ’gioco d’azzardo fuori legge’, attiva nel ’mercato illegale dei nulla osta’ per videopoker procurati e rilasciati dai Monopoli di Stato attraverso il sistematico ricorso allo strumento della corruzione e del falso». La Procura di Roma, con il pm Andrea De Gasperis, ha chiesto il rinvio a giudizio del principe, ritenendo che l’organizzazione da lui guidata era «dedita anche al riciclaggio di denaro proveniente da attività illecita tramite l’instaurazione di relazione con Casinò autorizzati, a cominciare da quello di Campione d’Italia con cui Savoia e altri imputati avevano ’instaurato un rapporto stabile’ che prevedeva l’impegno (di uno degli altri imputati) di coinvolgere, «con l’evidente finalità di farli giocare, facoltosi personaggi siciliani», suoi amici.




DA POTENZA A ROMA - La vicenda è quella per la quale, nell’estate del 2006, Vittorio Emanuele fu arrestato e finì in carcere, a Potenza. Vi rimase una settimana. Poi gli furono concessi i domiciliari. Era il ’Savoiagate’, l’inchiesta nata a Potenza nel 2006 e condotta dal pm Henry John Woodcock, poi trasferita a Roma lo scorso febbraio quando lo stesso tribunale lucano dichiarò la propria incompetenza territoriale accogliendo un'istanza della difesa del principe. Il 14 luglio prossimo sarà il gup, Marina Finiti a pronunciarsi sui rinvii a giudizio sollecitati dalla procura. Vittorio Emanuele, che si è sempre dichiarato estraneo ai fatti contestati, rimase in carcere per una settimana.

GLI ALTRI IMPUTATI - Insieme con Vittorio Emanuele di Savoia sono sotto accusa l’imprenditore messinese Rocco Migliardi detto ’Rocco delle macchinette’ («soggetto legato alla criminalita’ organizzata», stando al capo di imputazione), il suo braccio destro Nunzio Laganà, Ugo Bonazza, Gian Nicolino Narducci e Achille De Luca, ritenuti dall’ufficio dell’accusa, organizzatori della ’holding del malaffare’. Per la difesa semplici collaboratori del principe o persone che avevano cercato di accreditarsi nel suo entourage.

«IL PRINCIPE E' SERENO» - «Il principe Vittorio Emanuele è sereno e tranquillo e ha piena fiducia nella magistratura», ha detto all'AdnKronos Filippo Bruno di Tornaforte, portavoce di Casa Savoia, in merito alla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla procura di Roma per il principe Vittorio Emanuele con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al falso e alla corruzione per ottenere licenze per il gioco d'azzardo. Tra l'altro, sottolinea Filippo Bruno di Tornaforte, «i filoni più importanti dell'inchiesta sono stati già archiviati».

Redazione online
25 giugno 2010



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Crisi economica: la Grecia mette in vendita le sue isole

Corriere della Sera

Cessione di alcune "perle", tra le quali cui anche parte di Mykonos e Rodi. Le più economiche a 2 milioni di euro



ATENE - Come una nobildonna caduta in disgrazia ha deciso di recuperare il blasone perduto vendendo i suoi gioielli più preziosi. Secondo indiscrezioni apparse sul Guardian di Londra, la Grecia è pronta a mettere sul mercato alcune delle sue isole più belle del Mar Mediterraneo. Altre potrebbero essere affittate per lunghi periodi di tempo. Tutto per ripianare gli enormi debiti che il paese ha contratto negli ultimi mesi con l’Unione Europea e con il Fondo monetario internazionale per evitare il collasso economico.


INVESTIMENTI PRIVATI - Il quotidiano britannico conferma che anche una grande area nella splendida Mykonos, la principale destinazione turistica ellenica, sarà messa in vendita. Questo territorio, di proprietà del governo, dovrebbe essere ceduto a un magnate straniero pronto a investire diversi milioni di euro per la costruzione di un resort turistico iper-lussuoso. Altri lotti di territorio in vendita si trovano sull'isola di Rodi e potrebbero essere comprati da acquirenti russi e cinesi. Anche Roman Abramovich, il ricco proprietario del Chelsea, sarebbe interessato all'acquisto di una delle isole greche, anche se uno dei suoi portavoce - contattato dal quotidiano britannico - ha smentito l'affare.

MINUSCOLE E DISABITATE - La maggior parte delle 6000 isole greche nel Mar Mediterraneo sono minuscole e solo 227 sono popolate da esseri umani. La decisione di metterle in vendita nasce anche dalla consapevolezza del governo di non riuscire a costruire in questi territori infrastrutture di base che possano produrre rendite economiche. Proprio per questo ci si affida ai privati che investendo svariati milioni di euro potrebbero creare nuove opportunità di lavoro in un paese nel quale la disoccupazione sta diventato il peggiore degli incubi. Inoltre i governanti ellenici sperano di attrarre non solo i supericchi, ma anche "semplici" milionari. La quotazione di alcune isole non supera i due milioni di euro - dichiara il Guardian - meno di una casa nei quartieri londinesi di Chelsea e di Mayfair. Secondo il sitoweb "Private Islands" specializzato nella vendita di atolli sparsi nel mondo, alcuni autentici gioielli come l'isola di Nafsika, un'oasi di 1235 acri nel Mar Ionio, potrebbe costare al massimo 15 milioni di euro.

TRISTEZZA E FIDUCIA - Oltre alle isole, la Grecia sta pensando di cedere agli stranieri anche le aziende produttrici di acqua e la rete ferroviaria, mentre poche settimane fa è stato annunciato un accordo con la Cina per l'esportatazione di olio d'oliva. Da parte sua la City di Londra ha accolto favorevolmente l'idea della vendita delle isole: "E' vergognoso che si debba arrivare a questo - dichiarata al Guardian Gary Genkins, un analista della casa d'investimento "Evolution Securities" - Tuttavia ciò dimostra che la Grecia è pronto a tutto pur di rispettare i suoi obblighi". Dello stesso avviso Makis Perdikaris, direttore di Greek Island Properties, che conferma al quotidiano britannico "di essere molto triste perché vendere la terra da sempre appartenuta alla popolazione greca, dovrebbe essere davvero l'ultima risorsa". Poi, senza batter ciglio, continua: "Ora, però la cosa più importante è sviluppare l'economia e attrarre investimenti stranieri per creare infrastrutture. Il Paese deve portare a casa denari"


Francesco Tortora
25 giugno 2010




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Pakistan: Yahoo e Google sotto stretta sorveglianza

Corriere della Sera


Chiusura immediata per tutti i collegamenti che pubblicheranno materiale antiislamico

Sono sette i siti controllati per i loro contenuti


ISLAMABAD - Web sotto stretta osservazione in Pakistan: in particolare sette siti, tra cui anche Google, Yahoo e Amazon, per verificare se pubblicano contenuti antiislamici o genericamente blasfemi. L'iniziativa segue la decisione già presa nei giorni scorsi dall'Alta Corte di Lahore di bloccare Facebook e YouTube, "per aver pubblicato materiale blasfemo e offensivo nei confronti della morale islamica".

MESSA AL BANDO - Già a maggio il governo pakistano aveva messo al bando YouTube e il social network Facebook per aver lanciato un concorso sulle caricature di Maometto. Lo stop era stato stabilito da una sentenza emessa sempre dall'Alta Corte di Lahore, sollecitata a pronunciarsi in seguito a una petizione presentata dal Movimento degli avvocati islamici. Solo il primo giugno questi siti web erano tornati di nuovo fruibili dagli utenti. Ora si accendono i riflettori anche su Google e Yahoo. Khurram Mehran, portavoce dell' Authority per le telecomunicazioni ha spiegato che se si «troverà qualsiasi link con contenuti antiislamici sarà bloccato immediatamente, al momento però senza chiudere l'accesso alle home page dei siti».

25 giugno 2010




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Nei guai l'impiegato Robin Hood

La Stampa

Dava contributi pubblici alle famiglie bisognose senza che ci fossero richieste 
PATRIZIO ROMANO
ALPIGNANO



Indagine della Guardia di Finanza negli uffici comunali di Alpignano. Dal 20 aprile scorso la GdF sta rivoltando come un guanto l'ufficio Casa. Sotto la lente di ingrandimento dei militari le erogazioni a sostegno degli affitti e poi anche la Locagev, che gestiva le case affittate da privati a canone agevolato a persone indicate dal Comune, con una serie di agevolazioni e garanzie. A far partire l'inchiesta è stato l'ufficio Casa stesso, quando un tecnico si è trovato di fronte dei cittadini modello, che vedendosi arrivare dei soldi dal Comune hanno chiesto spiegazioni.

«Un paio di residenti - ammette il sindaco Sergio Andreotti - vedendosi tra le mani un assegno per il sostegno all'affitto per l'anno 2006 si sono presentati per sapere come mai davamo quei soldi senza che loro avessero fatto richiesta». Immaginarsi lo stupore. «Era vero - continua il sindaco - tra le carte non esisteva nessun domanda a loro nome». E così negli uffici inizia una indagine interna. «Abbiamo scoperto che di cittadini beneficiati ce n'erano 22 - conferma -, per un totale di 20 mila euro dati senza ragione. E che ora siamo costretti a chiedere indietro».

Non solo. Frugando tra le carte è emerso che una ventina di cittadini, pur avendo fatto domanda, non avevano i requisiti a posto, ma i soldi li avevano avuti ugualmente. «Un altro danno per 9 mila euro» confida Andreotti. Insomma, da una prima sommaria analisi fatta dagli stessi dipendenti sembra che uno di loro agevolasse persone in difficoltà. «Sembra quasi che abbia avuto uno comportamento alla Robin Hood» dichiara il sindaco. Solo che invece di prendere ai ricchi per darli ai poveri usava fondi regionali.

Una spiegazione non riesce a darsela. «Come sia accaduto non lo so - si giustifica Andreotti -. Una cosa è certa, le persone a cui sono stati dati i soldi erano davvero in difficoltà. Comunque, appena il segretario generale Giorgio Guglielmo mi ha sottoposto il caso gli ho detto di agire di conseguenza. E ha inviato l'esposto alla Procura». Ora è tutto uno sfilare di persone convocate. E mentre la GdF analizza le carte sequestrate e non ha ancora chiuso l'indagine, la politica è già sul piede di guerra. «Se risulterà tutto vero - dice Josè Accalai, consigliere di minoranza - chiederemo le dimissioni dell'assessore Voerzio. Anche se il dipendente si è comportato come un Babbo Natale, fatti così non devono avvenire».




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Cinesi, integrati ma "solitari"

La Stampa

Una ricerca di Cesnur, Università e Crt.
«La nostra forza? Famiglia, lavoro e niente vacanze»



LETIZIA TORTELLO
TORINO
Integrati, ma separati. Non sono più i cinesi degli involtini primavera o del riso cantonese. Vogliono emergere, moltiplicano le vetrine, de-etnicizzano le insegne, traducono in italiano e diversificano i menù. Sanno fare bene persino la pizza. Ai piccoli ristoranti hanno affiancato i laboratori tessili, i negozi e i mercati, la vendita al dettaglio e ora, per la prima volta, la piccola imprenditoria, come bar, tabaccherie, centri estetici.

E' l'arcipelago laborioso e discreto degli orientali che vivono sulle rive del Po. Quattromila e ottantuno residenti, anche se il dato vero, tra immigrazione clandestina e attesa dei permessi di soggiorno, ne conta più di 10 mila. S'inseriscono con intraprendenza sul mercato economico, ma fanno vita a parte. Il 50% dichiara senza vergogna di lavorare più di 50 ore a settimana. Non fa vacanze, non le concepisce. Un altrettanto 50% vive nelle Circoscrizioni VI e VII, nel tratto urbano che sta tra Borgo Dora (dove si concentra il 70% delle loro attività) e Barriera di Milano. Leggono prevalentemente quotidiani nella loro lingua, solo due terzi conosce l'italiano, il 90% continua a esprimersi nel dialetto d'origine. Ma ancora oggi guardano più alla Cina che all'Italia. Nonostante il paese natio sia vicino nella mente, ma lontano nei progetti di ritorno.

L'identikit dei cinesi sotto la Mole è tracciato dalla prima ricerca complessa e articolata - una delle più ampie d'Europa - condotta dal Centro Studi sulle Nuove Religioni (Cesnur) e dall'Università e pubblicata per conto della Fondazione Crt con il titolo «Cinesi a Torino. Storia/storie e identità. Attività economiche. Vita culturale, strutture religiose» (Il Mulino). Mette ai raggi x la nostra comunità orientale. Una delle prime a essere sbarcata in Piemonte a inizio del secolo scorso, ma anche una delle più giovani (solo il 3% oltrepassa i 60 anni). Che cerca con forza segnali d'integrazione: lavori regolarmente retribuiti, contatti con il tessuto sociale urbano, casa di proprietà, sempre più figli nelle scuole di quartiere. Integrazione modello? In un certo senso sì.

«Ma il vero punto di riferimento è ancora la famiglia - dice Chen Ming, 35 anni, presidente dell’Associazione italiana Nuova Generazione Italo-cinese - valore fondamentale nella nostra cultura. E' ancora insufficiente la partecipazione alla vita sociale e troppo pochi parlano l'italiano». Gu Ailian, responsabile del Coordinamento donne della comunità: «Altro terreno su cui lavorare è l'assistenza sanitaria: il 60% ricorre alla medicina fai da te».




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Blitz nella cripta di una cattedrale belga Si cercano i dossier sulla pedofilia

Corriere della Sera

Controlli a Mechelen. I media: «I poliziotti cercavano documenti nascosti nella tomba di un arcivescovo»

MILANO

Torna la tempesta sulla chiesa cattolica belga, con una serie di nuove perquisizioni effettuate dalla polizia, dopo le ultime denunce di abusi sessuali da parte di preti pedofili. I controlli di giovedì, hanno riguardato, oltre all'arcivescovado, anche la cripta della cattedrale Saint Rombout a Mechelen. Lo riferiscono venerdì diversi quotidiani del Belgio, secondo i quali gli agenti sono scesi fino nella cripta alla ricerca di dossier sulla pedofilia che sarebbero stati nascosti nella tomba di un arcivescovo.

NESSUN NASCONDIGLIO - I poliziotti avrebbero utilizzato anche martelli pneumatici, ma non sarebbe stato trovato alcun nascondiglio segreto. Secondo una fonte giudiziaria citata dal quotidiano De Morgen, le perquisizioni sono state fatte nell'ambito dell'inchiesta denominata «Operazione Chiesa». «Se dai dossier sequestrati dovesse emergere che alcuni ordini religiosi hanno impedito sistematicamente, per decenni, che i pedofili potessero essere giudicati, allora per la legge formerebbero un'organizzazione criminale. È complice anche chi aiuta a garantire l'impunità», ha indicato la fonte del De Morgen.

SI SCAVA NEL PASSATO - La priorità del giudice Wim De Troy, che conduce l'inchiesta, scrive anche il quotidiano La Derniere Heure, è di stabilire se il comportamento della chiesa, «da più di venti anni», può costituire «complicità in senso penale». Il ministro della giustizia dimissionario Stefaan De Clarck (il Belgio non ha un nuovo governo dopo le elezioni del 13 giugno scorso), in un'intervista, si è detto sorpreso delle perquisizioni, ma ha precisato che la magistratura è indipendente e che spetta a quest'ultima decidere se sono necessarie perquisizioni. (Fonte Ansa)

25 giugno 2010




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Francia, condannato a 30 anni il cannibale del carcere di Rouen

Corriere della Sera

L'uomo prelevò un pezzo di polmone dal torace  del compagno di cella e ne mangiò un pezzo


ROUEN - Trent'anni di carcere per il «cannibale del carcere di Rouen». Arriva la condanna per l'uomo accusato di aver ucciso un compagno di cella e di averne poi divorato parte dei polmoni: la sentenza è stata emessa da un tribunale di Rouen, nell'ovest della Francia. La pena è conforme a quella richiesta dall'accusa. «Un uomo che precipita nell'orrore non è necessariamente affetto da follia», aveva affermato la rappresentante dell'accusa, Elisabeth Pelsez, sostenendo che al momento dei fatti la capacità di intendere e di volere dell’imputato era «alterata» ma non «assente».

LA VICENDA - Nicolas Cocaign, 38 anni, doveva rispondere di omicidio e di «atti di barbarie». Con il cranio rasato e tatuaggi sul volto, l'uomo - battezzato dalla stampa e dagli altri prigionieri come «il cannibale della prigione di Rouen» - uccise Thierry Baudry, 41 anni, nel gennaio 2007, al termine di una lite sulla pulizia della cella che condividevano. Obbedendo «a un impulso di aggressività», Cocaign, allora in attesa di giudizio per un tentativo di stupro, colpì a calci e pugni il suo compagno di cella, prima di soffocarlo con una busta della spazzatura. L’imputato aprì quindi il torace della vittima con un rasoio, rimosse una costola e prelevò un pezzo di polmone, convinto fosse il cuore. Ne mangiò una parte cruda, prima di cucinare il resto su una stufa di fortuna. «Volevo prendere la sua anima», ha spiegato al giudice. Nella cella era presente un terzo prigioniero, che non intervenne, e che si è suicidato in prigione nel 2009. (fonte: Apcom)

25 giugno 2010




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Ma il Nilo di oggi è come quello degli antichi romani

Avvenire


«Decine di milioni di egiziani vivono grazie alle acque del Nilo. Cosa succederà se Uganda, Etiopia e Sudan cominceranno a prendere più acqua? L’Egitto andrebbe sicuramente in guerra». È quanto ha affermato martedì scorso, 15 giugno, Alexandros Papaioannou, Policy Advisor della Nato, ad un convegno al Senato su clima e sicurezza, organizzato da Giuseppe Esposito, vicepresidente del Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica). Il tema è scottante se si considera che i Paesi a monte del grande fiume esigono un accordo quadro di cooperazione sull’intero bacino idrografico, a cui però si oppongono tenacemente Egitto e Sudan. Si tratta di una vecchia storia che affonda le radici nel passato e sulla quale vale davvero la pena riflettere.

A parte la civiltà egiziana che si sviluppò lungo le sponde del Nilo, vi sono testimonianze raccolte da alcuni storici latini che parlano di almeno una missione esplorativa alla ricerca delle sorgenti del fiume. Ne parla Seneca in un trattato, De Nubibus, in cui offre particolari sulla spedizione mandata da Nerone (61 d.C.) «ad investigandum caput mundi», avendo egli stesso udito, dalla viva voce di due pretoriani, il racconto del loro tentativo di scoperta del «caput Nili». Anche Plinio il Vecchio (70 d.C.) parla della spedizione neroniana in vista di un’eventuale guerra di conquista. A Meroe, capitale dell’impero omonimo, situata circa 200 chilometri a nord della moderna Khartoum e 800 chilometri a sud di Assuan, i capi della spedizione ricevettero – come scrive esplicitamente Seneca – istruzioni del re e lettere commendatizie per i re che avrebbero incontrato nell’interno («a rege Aethiopiae instructi ausilio commendatique proximis regibus ad ulteriora»).

Partiti da Meroe, dopo molti giorni raggiunsero delle immense paludi («post multos dies – sicut aiebant – pervenimus ad immensas paludes») coperte di erbe acquatiche («implicatae aquis herbae») così fitte che né uomo né barca grande («navigio») potevano passarvi sopra, tranne qualche barchetta con un solo uomo a bordo. La descrizione data da Seneca corrisponde ancor oggi, secondo lo studioso comboniano padre Giovanni Vantini, scomparso lo scorso 3 maggio, al lago No, immensa palude, profonda 2-5 metri, formata dalla confluenza del fiume Bahr el Ghazal col Nilo proveniente dall’Equatore. 


Le conclusioni di Vantini, che nel 1996 pubblicò un interessantissimo articolo sul mensile Nigrizia, si basano su un’operazione di sinossi (comparazione) tra quanto riferito dagli autori latini e l’attuale corso orografico del Nilo. Per Vantini, dunque, non sarebbe da escludere che i pretoriani giunsero addirittura in territorio ugandese. In effetti, nel racconto di Seneca si legge: «Vedemmo due rocce…» («Ibi vidimus duas petras, ex quibus ingens vis fluminis excidebat»).

Lo scenario sarebbe quello delle cascate Murchison, oggi Kabalega, dove il Nilo proveniente dal Lago Vittoria, precipita nel Lago Alberto, con un salto di 100 metri, in una gola di appena 60-70 metri. Alcuni storici, come il grande meroitista F. Hintze, ritengono persino che Nerone abbia mandato due spedizioni successive, perché la prima del 61 d.C., riportata da Seneca, parla di un «re d’Etiopia» che «fornì aiuti e commendatizie» ai centurioni; l’altra del 66-67, riportata da Plinio, menziona invece una regina (Candace). Una cosa è certa, nelle lingue Luo del Nord Uganda, Acholi e Lango, si trovano alcune parole come «nekare», che significa «uccidere», con evidenti assonanze latine («necare»).

Una traccia remota della possibile colonizzazione romana in Uganda? Difficile dimostrarlo, ma comunque siano andate le cose, l’interesse dei romani andò ben al di là delle geografia, non foss’altro perché l’Impero aveva estremo bisogno di materiali preziosi e soprattutto di schiavi. Testimonianze di quell’epoca indicano una presenza consistente di nubiani a Roma, utilizzati addirittura come gladiatori per i giochi nelle arene. Sta di fatto che dopo duemila anni di storia, sebbene la millenaria epopea coloniale in Africa si sia conclusa 50 anni fa, negli anni ’60, le dispute economiche relative al controllo dell’immenso bacino idrografico del Nilo non sembrano essersi sopite e per certi versi riguardano anche il nostro Paese. 


Infatti, il governo italiano e la Banca Europea per gli investimenti hanno emesso prestiti milionari, secondo l’autorevole giornale keniano «Daily Nation» del 17 maggio scorso,  per la realizzazione di almeno cinque delle dieci dighe in costruzione. Tra queste figura in territorio etiopico, la grande diga di Tana Beles, inaugurata lo scorso 14 maggio. Il tema è certamente controverso: per alcuni, infatti, tutto questo impegno è sinonimo di sviluppo e modernizzazione.

Per altri si tratta solo d’affari per le imprese con un impatto ambientale e sociale devastante sulle popolazioni locali. Per altri ancora, infine, è una pura questione di sopravvivenza. Sarà comunque la storia a giudicare la consistenza delle attuali alleanze politiche ed economiche internazionali sulle quali è comunque doveroso tenere alta la guardia. Entro il 2025, è bene rammentarlo, si stima che per ragioni demografiche e climatiche, circa 1 miliardo e 800 milioni di esseri umani vivranno in Paesi dove mancherà l’acqua. In Africa il numero potrebbe oscillare tra i 75 e 250 milioni di persone: uomini e donne che non avranno accesso a questo bene vitale.
Giulio Albanese




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Maxi rissa tra israeliani e palestinesi dopo la cerimonia per Gilad Shalit

Corriere della Sera

Scontro sulla scalinata del Campidoglio: pugni e calci, una ferita. Si ricordava il militare rapito da Hamas

 

ROMA - Maxi rissa tra israeliani e palestinesi a Roma. È finita nel modo peggiore la celebrazione che la Capitale italiana aveva voluto dedicare al soldato israeliano Gilad Shalit, il giovane da quattro anni prigioniero di Hamas, iniziata a tarda sera quando sotto al Colosseo si erano riuniti politici, rappresentanti della comunità ebraica e soprattutto giovani appartenenti al Benè Berith e dell'Ugei, circa 5 mila persone secondo gli organizzatori.

LA SCINTILLA - Non è ben chiara quale sia stata la scintilla che ha fatto esplodere gli scontri, ma a poche centinaia di metri dalla manifestazione ufficiale, nella tarda serata di giovedì gruppi di giovani israeliani e palestinesi sono venuti alle mani di fronte alla scalinata del Campidoglio. Solo la presenza massiccia di carabinieri e polizia - dispiegati in assetto antisommossa fin dalla prima serata - ha evitato il peggio. Decine di persone sono state coinvolte nella rissa: una giovane è rimasta ferita ed è stata portata in codice giallo all'ospedale Santo Spirito con contusioni e traumi. Davanti al Campidoglio, secondo quanto hanno riferito alcuni testimoni, un gruppo di circa 40 israeliani di ritorno dalla manifestazione al Colosseo in occasione della ricorrenza del rapimento del giovane militare israeliano, ha incrociato un gruppo di palestinesi e sostenitori del gruppo «Free Gaza».

CONTRO SIT-IN - I palestinesi avevano organizzato un contro sit-in davanti al Campidoglio. Da lì è partito qualche insulto e si è scatenata la rissa con scambio di calci e pugni tra le due fazioni. L'intervento delle forze dell'ordine in tenuta antisommossa ha ristabilito la calma.
Era da poco passata la mezzanotte e al Colosseo gli israeliani avevano assistito allo spegnimento delle luci alle 23 in punto (la mezzanotte in Israele) per ricordare Gilad Shalit. I manifestanti ebraici facevano ritorno al ghetto romano.

«AGGREDITI E PICCHIATI» - Secondo la Rete romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, un gruppo di attivisti pro palestina - «militanti pacifisti» - aveva illuminato con candele l'intera scalinata del Campidolgio per «ricordare gli oltre 11000 civili palestinesi ristretti nelle carceri israeliane, il millione e mezzo di palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza trasformata nella più grande prigione a cielo aperto esistente al mondo e per onorare i 1417 morti palestinesi dell'operazione piombo fuso», nonché «i 9 morti della motonave Marnara che trasportava aiuti umanitari per la popolazione di Gaza, uccisi dalle forze speciali israeliane il 31 maggio scorso».

Sempre a detta della stessa Rete romana la manifestazione «si stava svolgendo compostamente e pacificamente, quando gli attivisti sono stati aggrediti all'improvviso da un gruppo di giovani che li hanno picchiati duramente provocando un ferito». I manifestanti pro palestinesi accusano la polizia di essersi «limitata a stendere un cordone per separare gli aggrediti dagli aggressori», ma di non aver provveduto «né ad identificare questi ultimi, né a disperderli».

Redazione online
25 giugno 2010




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Oltre 45mila targhe fantasma: auto blu con licenza di incidente

di Francesca Angeli

Inchiesta di Quattroruote: un quarto delle vetture non è iscritto nei registri.

Così se provocano un sinistro evitano di pagare i danni

 
Roma
 

Le auto blu? Un concentrato di inaccettabili privilegi. Non soltanto sono troppe e troppo costose per le casse dello Stato, ma molto spesso non sono neppure identificabili perché dotate di targhe «fantasma». A denunciare l’inghippo è il mensile Quattroruote, di Editoriale Domus, nel numero che uscirà a luglio.

La rivista ha preso di mira una trentina di macchine di servizio che sono state fotografate mentre erano parcheggiate intorno ai palazzi romani della politica: Senato, Camera e Palazzo Chigi. Ha scoperto così che un quarto delle auto esaminate non risulta nemmeno iscritto al Pubblico Registro Automobilistico, Pra. Se si mantenesse lo stesso rapporto in assoluto, sarebbero quindi circa 45mila le vetture non registrate in tutta Italia.

Che cosa succede dunque se una di queste auto viene coinvolta in un incidente? Senza una targa diventa impossibile identificare legalmente il conducente. In caso di infortunio dunque diventa necessario rivolgersi alla Motorizzazione civile che, per rendere noto il nome del proprietario, impone la richiesta da parte di un avvocato o di uno studio legale. La mancata registrazione al Pra, resa possibile in virtù di un Regio decreto del 1927, comporta dunque costi notevoli e inutile dispendio di tempo da parte dei cittadini. E infatti in caso di danni di modesta entità, spesso le vittime dei sinistri finiscono per rinunciare alla richiesta di risarcimento.

Le auto blu in Italia sono in tutto 629.120, notevolmente aumentate rispetto al 2009 quando erano 607.918. Un vero e proprio boom visto che cinque anni fa erano appena 198.596. Cifre clamorose rispetto a qualsiasi altro Paese: 73mila negli Stati Uniti; 65mila in Francia; 55mila nel Regno Unito; 54mila in Germania; 44mila in Spagna; 35mila in Giappone; 34mila in Grecia; 23mila in Portogallo.
Le auto blu costano ai contribuenti italiani 21 miliardi di euro l’anno (42mila miliardi delle vecchie lire) che se ne vanno fra stipendi degli autisti, carburante, pedaggi autostradali, leasing e noleggio. Qualcuno si è preso la briga di calcolare che se fossero parcheggiate tutte insieme coprirebbero 1.200 campi di calcio.

Non è questo l’unico inghippo denunciato dal mensile Quattroruote. Chi ha la targa dell’automobile che comincia con le lettere «CD» rischia infatti di vedersi recapitare a casa le multe di diplomatici e consoli. La rivista rivela come in Italia circolino vetture del Corpo consolare e del Corpo diplomatico che hanno sequenze alfanumeriche uguali a quelle di normali auto in circolazione. L’unica variante, precisano, è il colore che nelle prime è azzurro.

Questa differenza però non è rilevabile dai dispositivi che registrano le irregolarità e dunque le multe vengono recapitate a innocenti automobilisti. Un altro pasticcio, denuncia la rivista, è da attribuire al Poligrafico, incapace di gestire quanto previsto da un decreto ministeriale del ’95, ovvero che le targhe in questione abbiano una combinazione di due lettere, quattro numeri e due lettere per distinguerle da quelle normali. Se non si segue la combinazione giusta le targhe si sovrappongono e le multe arrivano anche a chi non ha commesso infrazioni.




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La D’Addario alla cassa: ottiene la licenza edilizia grazie al Comune di Bari

di Francesco Cramer

Per sbloccare la pratica che le permetterebbe di costruire il residence dei suoi sogni le aveva tentate tutte, a cominciare dalla notte con il premier.

Il Comune di Bari ha concesso la prima autorizzazione edilizia

 
Roma

Un premio alla guêpière. Alla fine ha vinto lei, Patrizia D’Addario, la escort più famosa del mondo, quella che ha fatto traballare il Palazzo, sbriciolare un matrimonio, alimentare sospetti e pruderie; quella che ha azionato il tasto «rec» per confezionarsi prove, per mesi diventata icona di sinistra perché in grado, si pensava, di far sloggiare Berlusconi da Palazzo Chigi; quell’arma biondo platino e dalle curve sinuose, spunto per la tiritera delle dieci domande e del premier sultano; quella regina del gossip diventata perfino star, flash al festival di Venezia, un libro, un cd, sfilate e serate à gogo, alla fine ce l’ha fatta. Ha trionfato visto che ha sempre detto di aver fatto quello che ha fatto soltanto per un’«oliata». Voleva superare l’ostacolo di una pratica edilizia che non c’era verso di sbloccare: adesso quella barriera non c’è più. Il comune di Bari, retto dal piddino Michel Emiliano, ha sciolto le riserve: via libera alla pratica D’Addario.

Accompagnatrice d’alto bordo reinventatasi imprenditrice col pallino di fare l’albergatrice, la signora era rimasta impigliata negli ingranaggi della burocrazia del capoluogo pugliese. Un terreno di periferia, un rustico, l’ossessione di costruire un residence. Ma il suo fascicolo rimaneva lì, bloccato, privo del timbro perché senza permessi giusti. Gli uffici comunali le sbattevano in faccia «niet» uno via l’altro: progetto non in sintonia con il piano regolatore.

Trafile con gli architetti, scadenze, altre richieste e altri intoppi: niente da fare, se non si può non si può. È stato così che, a differenza di un signor Bianchi o Rossi, la signora D’Addario ha scelto la scorciatoia, l’aiutino, il jolly. Disse più volte che ne aveva parlato anche a Berlusconi e, a fronte di una rassicurazione che poi non è arrivata mai, ha deciso il piano B: vuotare il sacco, raccontare, sputtanare, vendicarsi. Le serate a palazzo Grazioli, la combriccola Tarantini, le foto scattate in bagno e i nastri su cui registrare tutto. Da sbobinare al mondo intero qualora il via libera alla cazzuola non fosse arrivato. Sarà putiferio. E putiferio è stato.

Ma adesso Patrizia ha avuto la rivincita: quattro giorni fa il fascicolo che porta il suo nome è passato sul tavolo degli uffici della ripartizione urbanistica della sua città. Verifica delle condizioni di fattibilità dei suoi sogni, due o tre raccomandazioni per garantire sicurezza dei cantieri e rispetto del paesaggio, audizioni degli architetti e oplà: il timbro giusto è arrivato, il nulla osta concesso. I mattoni della D’Addario s’impilino pure dove e come chiede la signora, l’area è buona e non c’è neppure il rischio di alluvione.

Manca soltanto l’ultimo inghippo, quello relativo alla Sovrintendenza ai Beni ambientali e paesaggistici che di solito fa ulteriori pulci a qualsivoglia progetto. Ma il grosso è fatto, dall’amministrazione c’è il disco verde per un faldone che ha fatto capolino negli stanzoni dell’ente locale fin dagli anni Settanta, portato lì da papà D’Addario. Poi la figlia ne aveva raccolto il testimone, variato la destinazione di un intervento già autorizzato, richiesto nuovi permessi, sbattuto contro funzionari e una montagna di codicilli e di norme edilizie da rispettare.

Proprio per questo pare che nel 2008, snervata da cotanta burocrazia, la signora si sia presentata nella sede del movimento «La Puglia prima di tutto». S’era offerta come paladina dei diritti di tutti quei cittadini sommersi dalle pastoie burocratiche. Aveva chiesto un posto in lista durante le elezioni comunali della primavera di quell’anno per contribuire ad abbattere il sistema instaurato dal sindaco Emiliano. Candidatura arrivata puntuale quanto il suo flop, visto che ottenne la bellezza di sette voti sette. Ma il suo gol è sempre stato quello di sbloccare quello stramaledetto cantiere. Fallita la via politica, la D’Addario ha capito che le armi più utili per andare a rete erano altre: un telefonino, un registratore e tanto, tanto pelo sullo stomaco. Il gol è arrivato grazie all’assist dell’amministrazione Emiliano. Probabilmente è anche tutto regolare e la marcatura non è viziata da alcun fuorigioco. Se così fosse resta un’inquietante domanda: ma ne valeva davvero la pena?



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Milano, l'alba dell'auto elettrica

di Redazione

Il 30 giugno a Milano il convegno Una scossa alla città: mobilità, energia e ambiente approfondirà il tema delle auto elettriche. Tutti potranno vedere, e magari provare, una Smart a batteria


 
Le auto a emissioni zero sono al centro dell'attenzione di gran parte dei marchi automobilistici di tutto il pianeta, dalla Cina all'India, dagli Stati Uniti all'Europa. Espansione, il mensile economico del Giornale, ha fatto realizzare da Interactive Market Research un'indagine che ha coinvolto mille persone, da cui emerge che due italiani su tre vogliono l'auto elettrica. "Clamoroso, no, visto che dai concessionari di auto elettriche non ce n'è nemmeno l'ombra e praticamente nessuno è ancora mai montato a bordo di un'auto elettrica", dice il direttore del mensile Marco Gatti, che continua: "Ma a mio avviso la notizia vera è un'altra. 

E cioè che questi automobilisti, proiettati in un futuro che sta cominciando proprio ora, vorrebbero l'auto elettrica 'per inquinare meno'. Poi c'è il risparmio, ovvio, che si piazza però al secondo posto, molto molto dopo. Un po' il tam tam mediatico, un po' il marketing, un po' la moda eco, un po' la crisi e la conseguente tentazione di una maggiore sobrietà, un po' i disastri tipo quello che ha combinato Bp nel Golfo del Messico: le ragioni di questi risultati sono tante, ma il fatto resta. L'attenzione verso questo cambio epocale c'è ed è forte". 

Per toccare con mano il cambiamento, l'appuntamento è a Milano il 30 giugno, al convegno "Una scossa alla città". Dove tutti potranno vedere, e magari provare, una Smart a batteria.
Ci saranno naturalmente i costruttori di automobili elettriche: Daimler, Renault, Mitsubishi e l'italiana Sunny Car. E poi Fiamm, che fa batterie che saranno il serbatoio dell'auto di domani; Ibm per le infrastrutture elettroniche e hi-tech, Arval che gestisce flotte aziendali: le imprese sono naturalmente molto interessate alla propulsione silenziosa e pulita. Ma non bastano i costruttori di auto e di componenti per mettere in soffitta la benzina e passare agli elettroni: è importantissimo il ruolo delle utilities elettriche

A loro spetterà il compito di produrre l'energia necessaria a milioni di auto a batterie, e distribuirla attraverso le colonnine dislocate nei parcheggi pubblici, negli autosilo e centri commerciali che ci permetteranno di fare il pieno in pochi minuti sfruttando correnti molto più intense di quelle che si possono avere nel garage di casa, dove la ricarica lenta richiederà sempre una notte. Della questione parleranno A2a, che insieme a Renault sta per portare le colonnine a Milano e Brescia, ed Enel che insieme a Mercedes sta facendo la stessa cosa a Roma. 

Naturalmente, per elettrificare le nostre strade la politica avrà un ruolo di primissimo piano: "Senza un'infrastruttura adeguata e una decisa scelta di campo anche a suon di incentivi da parte di Stato, Regioni e Comuni l'auto davvero pulita resterà un sogno mio e dei due terzi degli italiani che la vorrebbero", dice Gatti. Per la politica, al convegno parleranno il sindaco di Milano Letizia Moratti, il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, il ministro per le infrastrutture Altero Matteoli. Il direttore del Ministero per l'ambiente Corrado Clini farà il punto sull'auto elettrica e la salute dei cittadini. "Al momento il nostro è uno dei pochissimi Paesi senza un piano preciso di investimenti. Ed è anche il Paese sede dell'unico grande costruttore d'auto che sul tema ha ben poco da dire. Un caso o una coincidenza?", si chiede Gatti. 

L'evento del 30 giugno ha l'ambizione di far fare un passo avanti alla questione. Per maggiori informazioni e per partecipare al convegno visitate la pagina http://www.newspapermilano.it/espansione




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