domenica 20 giugno 2010

Terzigno, cinquanta euro per chiudere gli occhi: arrestati due carabinieri

Il Mattino

 

TERZIGNO (20 giugno) 


Due mesi di intercettazioni, l’allontanamento dalla caserma di Terzigno e poi l’arresto, con l’accusa di concussione. Hanno 46 e 40 anni C.D.M e G.P., i due carabinieri arrestati con l’accusa di aver chiesto soldi per evitare di effettuare controlli.

Sono stati ammanettati dai colleghi del nucleo investigativo di Torre Annunziata e ora si trovano presso il carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, in attesa dell’interrogatorio di garanzia. I due dovrebbero essere ascoltati domani dai giudici della procura di Nola, che stanno indagando sulla vicenda per competenza territoriale.

In particolare, le accuse nei confronti dei due carabinieri riguarderebbero due episodi: in uno avrebbero chiesto un simbolico caffè per evitare di controllare un cantiere edile e gli eventuali abusi edilizi commessi e in un altro avrebbero chiesto del denaro a un cinese non in regola col permesso di soggiorno. Cifre non elevate, 50 o 100 euro, in cambio della promessa di chiudere un occhio.

Due fatti ai quali, però, potrebbero aggiungersene altri: le indagini, infatti, sono andate avanti per oltre due mesi e potrebbero aver fatto emergere altri particolari sulla condotta dei due militari. Negli ultimi sessanta giorni, C.D.M. e G.P. sono stati intercettati e seguiti: dalle loro conversazioni sarebbero emerse le prove del reato commesso e, soprattutto, la necessità di sospendere i due dall’attività, anche per evitare che potessero intralciare le indagini. Si decise allora, circa venti giorni fa, di trasferirli in fretta e furia: furono mandati in due caserme del Beneventano, con mansioni ben diverse da quelle che svolgevano a Terzigno.

Probabilmente il trasferimento immediato fece loro comprendere che erano finiti sotto le lente di ingrandimento degli investigatori, anche se nessuno dei due si sarebbe aspettato che, nella notte tra giovedì e venerdì, sarebbero arrivate anche le manette. Entrambi sposati, i due carabinieri erano arrivati da meno di un anno a Terzigno.

Francesco Gravetti




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Bolzano, lui cristiano, lei musulmana: da Comune e consolato no alle nozze

Il Mattino

I diplomatici marocchini negano l'autorizzazione alla giovane che vive a Laives: la coppia ora vuole giustizia dal tribunale


BOLZANO (20 giugno) 


Un 30enne italiano e una 26enne nordafricana, in Italia dal 1998, si sono visti negare la possibilità di sposarsi e per coronare il loro sogno, si sono rivolti al giudice. I due ragazzi, che vivono a Laives, in provincia di Bolzano, da alcuni anni non hanno ottenuto il nulla osta dal consolato marocchino perché - per la legge del Paese africano - una donna non può sposare un uomo di fede diversa da quella musulmana. E ha dovuto negarlo anche il Comune di Laives, in ottemperanza all'articolo 116 del codice civile, che disciplina il matrimonio di uno straniero nel nostro Paese, per il quale un cittadino non italiano «che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all'ufficiale di stato civile una dichiarazione dell'autorità competente del proprio Paese (in questo caso il consolato), dalla quale risulti che in base alle leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio».

L'ostacolo si puo superare, secondo le norme in vigore, se l'aspirante marito si converte e abbraccia la religione islamica, cosa che l'aspirante marito non intende fare. I due fidanzati, per coronare il loro sogno, si sono rivolti al giudice. Il Tribunale di Bolzano ha fissato la prima udienza per il primo ottobre 2010.




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Appena assunto mettevo i nomi ai trovatelli e tagliavo le rette ai matti"

di Stefano Lorenzetto

Vittorio Feltri, impiegato della Provincia di Bergamo, al brefotrofio prese a calci il timbracartellini. "E al manicomio applicai la tariffa minima a tutti. Mi cacciarono: fu la mia fortuna". 

 

I 500 Tipi italiani: "il Giornale" verso il Guinnes



L’ho fatto nel 2001 per il suo successo­re, Mario Cervi, che lasciava la direzione del Giorna­le al­ compimento de­gli 80 anni. Ho pensa­to che potevo rifarlo per Vittorio Feltri, che è tornato alla direzione del Giornale do­po 12 anni e ne festeggerà 67 venerdì prossi­mo. La vera sorpresa, semmai, è che abbia accettato di lasciarsi intervistare sul quoti­diano che dirige. Mai visto nulla di simile nel­la storia della stampa.

Tutta e solo colpa mia. Confesso d’aver­gliela venduta bene: per questa puntata dei Tipi italiani, la numero 500, ci voleva qualco­sa di assolutamente anomalo. E chi meglio di Feltri, l’anomalia fatta persona? Si dà per scontato che sappiate chi è, quindi vi rispar­mio il preambolo. Giusto per riassumere: due mogli, quattro figli (Laura e Saba dal pri­mo matrimonio, Fiorenza e Mattia dal se­condo), esordio all’ Eco di Bergamo, prima assunzione alla Notte, per 15 anni inviato al Corriere della Sera, otto direzioni (Bergamo Oggi, L’Europeo, L’Indipendente, Il Giorna­le, Il Borghese, Quotidiano Nazionale, Libe­ro, di nuovo Il Giornale). Come la pensa, lo leggete in prima pagina. Quindi niente poli­tica. Qui interessa l’uomo Feltri, il tipo. Più bergamasco che italiano.

Posso dirti che rispetto a 15 anni fa, quan­do mi assumesti come tuo vicario, ti tro­vo molto meno burbero e assai più pater­no. Che ti è successo?
«Anch’io mi sono accorto d’essere cambia­to, ma non so perché. Soprattutto non capi­sco se ero meglio prima o se sono meglio adesso».

Adesso. E da che cosa te ne sei accorto?
«Non mi nasce più l’ira dentro. Ho compre­so che gli uomini sono fatti così, non puoi cambiarli. Ho tanti difetti anch’io».

L’accettazione del limite.
«Non mi è costato niente. Ero sferzante e sar­castico persino con i figli. Però non gli ho mai tirato uno schiaffone».

Come si vive sapendo d’essere amati e odiati dal pubblico in eguale misura?
«Il conforto dei lettori è gratificante, ti dà la sensazione che la tua vi­ta abbia un senso. Un tempo quando scopri­vo d’essere detestato, il che avveniva tutti i gior­ni, soffrivo molto. Oggi è subentrata l’indiffe­renza. Non leggo nem­meno più i ritagli dei giornali che mi arriva­no con L’Eco della stam­pa. Magari vedo il mio nome nel titolo, li con­servo ripromettendo­mi di darci un’occhiata più tardi ma poi me ne dimentico. Tanto sul mio conto scrivono sempre le stesse cose: killer, cattivo, cinico. Non è vero, tu ne sei te­stimone. Ma va bene co­­sì, non c’è problema».

Da quanti anni vivi sotto scorta?
«Otto».

Ti senti impedito nel­la t­ua libertà di movi­mento?
«All’inizio parecchio. Non sopportavo l’idea che, mentre io ero al ri­storante, gli agenti ad­detti alla mia sicurezza fossero costretti a starse­ne fuori, sul marciapie­de. Ho risolto a modo mio: adesso vado a ce­na con loro anziché con gli amici. Sono ragazzi in gamba, preparatissi­mi. La gente ha un’idea sbagliata dei poliziotti, li vede come marmitto­ni. Pensa che uno di loro è geologo. Sono di­ventati come dei nipoti, per me, abbiamo in­staurato un bellissimo rapporto».

Giri ancora con la pistola?
«No, la tengo in casa. Ne ho due, una a Mila­no e una a Ponteranica. Smith & Wesson».

Una 44 magnum per l’ispettore Calla­ghan.
«Eh, adesso non ti saprei dire se è una 44 o una calibro 38. Me l’hanno consigliata gli uo­mini della scorta. Ma dopo un po’ mi sono rotto i coglioni a portarla sempre nella fondi­na sotto la giacca. Spesso me la dimenticavo a casa, così ce l’ho lasciata».

A sparare chi ti ha insegnato?
«Avevo imparato sotto la naia, al Car di Or­vieto. Granatieri di Sardegna».

Tiratore scelto?
«Dattilografo. A quel tempo, 1964, chi sape­va usare la macchina per scrivere era consi­derato un astronauta, un padreterno. Fui tra­sferito a Roma, in ufficio, direzione Posto so­sta e ristoro. Avevo persino l’appartamento privato».

Hai paura d’essere aggredito?
«No. Oddio, magari non ho paura perché non mi è mai capitato... Fra l’altro io sono piuttosto reattivo, purtroppo. Quindi fini­rebbe male».

Sei una contraddizione vivente: il tuo co­gnome ricorda qualcosa di felpato che at­tenua i colpi. A che età ti sei reso conto che l’ omen non corrispondeva al nomen?
«Non ho mai fatto a botte o litigato con gli amici, per cui mi considero tutto sommato un mite. Senonché mi capita una cosa stra­na: mi trovo in questa stanza, con la mia mac­chinett a (la Olivetti Lettera 22, ndr) , i miei libri, i miei dizionari e capisco che in quel momento, davanti al foglio bianco infilato nel rullo, sono fuori dalla realtà. La testa è in ciò che devo dire. Mi sembra di non avere nemmeno i piedi per ter­ra. Perdo ogni timidezza e bado solo a mettere sul­la carta il mio pensiero in modo tale che susciti nel lettore le stesse sen­sazioni che sto provan­do io mentre scrivo».

Il tuo primo diretto­re, monsignor An­drea Spada, che inter­v­istai nel 1998 a Schil­pario, in Val di Scal­ve, dove s’era ritirato a vivere ormai ultra­novantenne dopo aver diretto per più di mezzo secolo L’Eco di Bergamo, mi confi­dò, tessendo peraltro le tue lodi: «Feltri l’è svèrgol». Che avrà in­teso dire?
«Be’,tu l’hai capito, per­ché si dice così anche dalle tue parti, è la lin­gua della Serenissima. Scentrato, sghembo. Un giudizio che condivi­do. Solo che non ti ha raccontato l’episodio più divertente. Una mat­tina entro in redazione, un corridoio lungo, sem­brava quello di unalber­go. Esce da una delle stanze il monsignore e comincia a coprirmi d’improperi, urlando come un ossesso, per un articolo uscito quel giorno. Dopo un attimo di smarrimento, intuisco che si riferisce a qualcosa che non avevo scritto io, solo che non ero nemmeno in grado di farglielo pre­sente, non riuscivo a infilarmi nella sua inte­merata. Alla fine, balbettante, mi discolpo. E lui,senza abbassare il tono di voce: “Fa ne­gòtt! Perché te se bambo anca te come tuti i òter!”, fa niente, perché sei sciocco anche tu come tutti gli altri».

Svèrgol, scentrato, rispetto a che cosa?
«Do quest’impressione,di non essere affida­bile. È quello che ripete sempre anche Silvio Berlusconi: “Bisogna stare attenti, perché a questo qui non si può dire niente, si offende. Se gli girano le balle, va a casa e fa un altro giornale”».

Riconosci d’avere una morale adattiva, che modifichi a seconda degli incarichi e delle circostanze?
«Sì. Uno spirito camaleontico. Non lo faccio per interesse: solo per adattarmi al lavoro che mi è richiesto. Però alle linee fondamen­tali della mia morale, che sono la lealtà e la franchezza, non ho mai derogato. Mi dico­no: ma tu eri segretario provinciale dei giova­ni socialisti e sei diventato anticraxiano. Per forza, mi sono accorto che il Psi s’era chiuso in una torre d’avorio e tutti rubavano. Mi di­cono: poi sei diventato leghista. In quel mo­mento era giusto esserlo, oggi vedo che Um­berto Bossi difende le Province e allora lo so­no molto meno.

Mi dicono: adesso come mai sei berlusconiano? Non è che sono berlusco­niano, ma se non faccio il tifo per Berlusconi per chi dovrei farlo? Per Bersani? Per Veltro­ni? In politica non puoi combinare nulla, ha ragione il Cavaliere. Qualunque cosa tu fac­cia, scontenti sempre qualcuno e perdi con­sensi. Ti ritrovi contro l’opposizione, i sinda­cati, il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale. Insomma, non riesci a muo­verti. Parte una legge vi­ola e torna indietro bian­conera: obiezioni, com­promessi, limature. La Prima repubblica mi fa­ceva schifo, speravo che la Seconda fosse miglio­re. Adesso mi rendo con­to che non lo è».

Dirigeresti Il Manife­sto o L’Unità? Oppu­re c’è qualcos’altro nella tua vita che non faresti mai, assoluta­mente mai, per nes­sun motivo?
«Più che Il Manifesto, m’intriga L’Unità. Dal punto di vista professio­nale sarebbe un diverti­mento pazzesco. Chia­ro che non lo potrei fare, i lettori mi sommerge­rebbero di insulti. Però mi piacerebbe diriger­la. Che cosa non farei mai... Boh, non so, a vol­te temo d’essere onesto per paura, per viltà. Solo la violenza fisica per me è inconcepibile».

Feltri direttore del­l’ Unità. Riaffiora il vecchio bolscevico che è in te.
«La storia della mia pre­dilezione infantile per l’Urss è una leggenda metropolitana. Sempli­c­emente vivevo a Berga­mo, dove tutti votavano per la Dc. A 13-14 anni il concetto teorico del­l’ uguaglianza mi affasci­nava, così mi parve giusto schierarmi con gli indiani, anziché con i cowboy, come faceva­no i bambini al cinema parrocchiale. Poi co­minciai a leggere che in Russia non c’erano i partiti, imperava la dittatura del proletaria­to, vigeva la tetraggine. La simpatia per gli indiani svanì».

La vocazione al giornalismo a che età è arrivata?
«Fin dalle elementari. Portavo a scuola L’Eco e anche Il Giornale di Bergamo e li leg­gevo di nascosto durante le lezioni, tenendo­li sotto il banco. Mi piaceva la cronaca nera».

Eppure nel 1962 cominciasti a collabora­re all’ Eco come critico cinematografico.
«Non perché m’interessasse il cinema. Pur di entrare in un quotidiano mi sarei ingegna­to anche a seguire la musica sinfonica o la pallacanestro. Per primo mi diedero da re­censire un film di Jean Luc Godard, non chie­dermi il titolo, non me lo ricordo. Poi Il posto di Ermanno Olmi. Ero un fanatico di Olmi, bergamasco come me. Una volta arrivò in città Pietro Bianchi, detto Pietrino, leggen­dario critico del Giorno, che mi disse: “Ah,tu sei Feltri? Come critico non vali una cicca, però sei un cronista di razza”. Mi sarei spara­to. Non mi rendevo conto che m’aveva fatto un grande complimento».

Dimmi la verità: da quanti anni non vai al cinema?
«Per un sacco di tempo sono rimasto fermo a Ben-Hur . Ora due volte l’anno riesco ad an­darci. L’ultimo film che ho visto è stato Go­morra. Meno noioso del libro, devo dire».

Al giornale della Curia chi ti presentò?
«Monsignor Angelo Meli, il priore di Santa Maria Maggiore che aveva scoperto i resti mortali del condottiero Bartolomeo Colleo­ni. Mi preparò all’esame di maturità magi­strale da privatista. Italiano, latino, filosofia, storia: m’insegnò tutto lui. Un giorno sbottò: “Te podereset fa ol gior­nalista”. A me tremava­no le ginocchia: era il so­gno della mia vita. D’istinto sarei portato a detestare i preti. Invece mi considero l’unico mi­scredente clericale. Pro­vo una tale venerazione per monsignor Meli che per estensione la river­so su tutti i sacerdoti. Sai, a volte capita che ti venga voglia di scrivere: questi preti bisognereb­be prenderli a calci in culo... E lì, zac, mi mor­do la lingua. Perché rive­do il priore con le calze rosse, piccolo, magro, sempre elegantissimo, fisicamente fragile. Un uccellino simile al cardi­nal Tonini».

Poi s’accorse di te Ni­no Nutrizio, il fonda­tore della Notte.
«Mi ricevette in piazza Cavour, a Milano, nel Pa­lazzo dei giornali. Già t’intimoriva dando del voi. Fu di una concisio­ne spietata, come nel suo stile: “Se L’Eco di Bergamo , che è il giorna­le più brutto del mondo, non vi ha ancora assun­to, mi viene il sospetto che siate cretino. Vi ter­rò in prova per tre mesi. Se vi dimostrerete all’al­tezza, e lo ritengo assai improbabile, sarete assunto. Altrimenti tor­nerete a fare il collaboratore dell’ Eco , nell’in­teresse vostro e soprattutto nostro”.

Uscii tra­mortito dal suo ufficio. L’antivigilia di Natale una prostituta venne sgozzata mentre taglia­va una fetta di panettone per la figlioletta di due anni. La bimba fu trovata accanto al cada­vere della madre a paciugare col sangue. Ci scrissi una storiona. Alle 14 mi precipitai in edicola a comprare La Notte . Guardai subito l’ultima pagina, quella di Bergamo Notte . Niente, nella cronaca locale non c’era trac­cia del mio pezzo. Tornai in redazione affran­to: il giorno più triste della mia vita. Dopo un po’ squillò il telefono di bachelite nera, alzai la cornetta: era Nutrizio. Mi mancava il respi­ro. “Non siete cretino. Vi assumo”. Non m’ero accorto che in prima pagina campeg­giava il titolone “Delitto di Natale”, con sotto il mio articolo e la mia firma».

Qual è stato il momento più emozionan­te della tua carriera?
«Sono stati due, entrambi al Corriere : l’arre­sto di Enzo Tortora, del quale presi subito le difese, e l’alluvione in Valtellina».

Pensavo la prima nomina a direttore di una testata nazionale.
«Quando Giorgio Fattori, amministratore delegato della Rcs, nel 1989 mi offrì la dire­zione dell’ Europeo , ero molto perplesso. Per me fare l’inviato speciale del Corriere rappresentava già il massimo. Non ho la libi­dine del potere. Che poi quello di direttore è un potere del menga, lo sai bene anche tu. Il settimanale mi servì per mettermi alla pro­va, ma ero condizionato dall’ambiente ideo­­logicamente ostile, ricorderai che accoglien­za ebbi: due mesi e mezzo di sciopero.

Solo all’ Indipendente riuscii a scatenarmi: da 18.000 a 126.000 copie. Vedevo la tiratura che saliva, saliva, saliva e avevo la conferma d’essere nel giusto. Conosco l’obiezione: “Feltri fa i giornali in un certo modo solo per vendere tanto”.Non trovo nemmeno l’argo­mento per replicare. Mi sembra un’accusa talmente imbecille. Mai conosciuto nessu­no che faccia i giornali per lasciarli invendu­ti in edicola».

Quando ti definiscono l’erede di Indro Montanelli, nel tuo intimo quale reazio­ne hai?
«Non provo soddisfazione, perché non è co­sì. Lui aveva qualità che io non ho. Dire che mi dispiaccia sarebbe ipocrita. Ma dentro di me so che non è vero».

Nel 1995, dopo che lo avevi sostituito alla direzione di questo quotidiano, Monta­nelli ebbe a dire di te: « Il suo Giornale con­fesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferi­sce non vedere. Comunque, non è la for­mula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!».
«È esattamente quello che fece Montanelli per tutta la vita, tant’è che riuscì persino a diventare un’icona della sinistra. Io mi sono limitato ad adottare la sua formula giornali­stica. Ma l’ho realizzata meglio perché mi sono sempre esposto, ci ho messo la faccia. Lui invece era come Veltroni: “Sì ma an­che”. Non si schierava nettamente, il suo edi­toriale era così in chiaroscuro che alla fine non capivi mai se fosse chiaro o scuro. Il che non significa che non resti il migliore di tutti noi. Ho venduto più di lui solo perché a me la gente non fa schifo».

Che cosa pensi che apprezzino in te i letto­ri? La capacità di far stecca nel coro? La cadenza pressoché quotidiana degli edito­riali? Il parlar chiaro? La scrittura piana?
«Il fatto di non considerarmi superiore a lo­ro, il tono colloquiale, il trattarli da pari a pa­ri. Mi viene naturale».

Hai mai pensato di monetizzare la tua po­polarità mettendoti in politica, come fe­ce Guglielmo Giannini col Fronte del­l’Uomo qualunque nel 1944?
«Non è che qui al Giornale non faccia politi­ca. Ma almeno posso farla da padrone in ca­sa mia, non da peone».

Fondando un movimento tuo, intende­vo dire.
«No, no, no». (Espressione di disgusto). «Ma come t’è saltato in mente?Le riunioni,i conve­gni, le assemblee, i congressi, le liste elettora­li... Mi romperei i coglioni, diventerei matto».

Non mi hai mai parlato della tua infanzia.
«C’è poco da dire. Da adolescente non lega­vo con i miei coetanei, ero sempre solo. Le domeniche diventavano interminabili».

Che ricordo hai di tuo padre?
«Si chiamava Angelo, era funzionario in Pro­vincia. Morì a 43 anni, morbo di Addison, una malattia della corteccia surrenale. Io ne avevo 7. Me lo ricordo alto, magro, elegante, severo nell’aspetto. Era un avido lettore di quotidiani. Al momento del giornale radio noi figli - Ariel, il primogenito, Mariella e io ­dovevamo stare zitti ed era una dura prova. Entrainella sua camera mezz’ora prima che spirasse. Mi salutò con un cenno della ma­no, mi baciò. Anche se ero solo un bambino, capii subito che sarebbe morto. Non so per­ché, ma lo capii».

Raccontami di tua madre.
«Si chiamava Adele. Doveva lavorare fuori casa per mantenere i tre figli. Era responsabi­le dell’Associazione commercianti, la sera rincasava tardi. Ricordo ancora la sofferen­za tremenda di quelle lunghe attese. A ogni scampanellata che risuonava nel palazzo dove abitavamo correvo ai vetri appannati della finestra per vedere chi stesse entran­do. Ma lei non tornava mai. È morta a 89 an­ni. In assenza di mia madre, sono stato alle­vato dalla zia Tina, sua sorella, una figura che ancor oggi resta scolpita nella mia men­te. Le ho voluto molto bene».

Sei rimasto vedovo a 24 anni.
«Sì, con due gemelline di pochi mesi. Una conseguenza del parto. La mia prima mo­glie si chiamava Maria Luisa, eravamo coeta­nei. A quel tempo lavoravo all’Ipami,l’Istit­u­to provinciale di assistenza materna e infan­tile, cioè al brefotrofio. Impiegato, assunto per concorso. Tenevo i registri degli “infanti esposti all’abbandono”.In pratica davo i no­mi ai trovatelli. La lettera iniziale corrispon­deva all’anno di nascita, come per i cavalli. Esempio: nel 1959 i nomi cominciavano per A, nel 1960 per B, e così via. Avrei anche do­vuto controllare l’orario d’ingresso e d’usci­ta di infermiere, puericultrici e maestre, ma non lo facevo mai. Un giorno presi a calci il timbracartellini».

Ma no.
«Ma sì, e perciò fui trasferito in Provincia a occuparmi delle rette dei manicomi. Metti che la minima fosse 200 lire, da aumentare in base alla fascia di reddito. I parenti dei ma­lati mi facevano pena. E siccome con 200 lire i conti mi venivano anche più facili, applicai la minima a tutti, indistintamente. Quando il segretario generale Livio Mondini se ne ac­corse, mi convocò nel suo ufficio: “Senti, io volevo molto bene a tuo padre. Sarai anche un ragazzo intelligente, non dico di no, ma la tua intelligenza la usi male. Qui non posso tenerti. Cercati qualcos’altro”. E io, che già collaboravo all’ Eco , lo presi in parola».

Con grande apprensione di tua madre e di tua zia, suppongo.
«Be’, sai, i vecchi di una volta non capivano che razza di mestiere fosse quello del giorna­­lista, lo consideravano una via di mezzo fra il commesso viaggiatore e l’attore. Ma come? Hai un posto fisso, di ruolo, e lo lasci? Ragio­navano così».

Il giorno che tu mi assumesti al Giornale, eri ansioso di conoscere il commento di mia madre. Te lo rife­rii: «Vanità, tutta va­nità». Mi parve che ne fossi rimasto mol­to colpito.
(Ride). «Stupendo. Era lo stesso clima che si re­spirava in casa mia».

L’acme della tua vani­tà sarebbe tornare al Corriere come diret­tore, confessa.
«In passato avevo que­sta fissa, lo ammetto. Re­sta il giornale più gran­de, ci ho passato una parte della mia vita. Nel 1996 stava per accade­re. Era settembre, mi pa­re. Una domenica Luca Cordero di Montezemo­lo venne a trovarmi a Bergamo. Fra di noi non c’era frequentazio­ne. Andammo a pranzo al Pianone, un ristoran­te in città alta. E lì mi fe­ce la proposta. Credo che avesse avuto un pre­ciso mandato, perché entrammo nei dettagli. Avrei dovuto essere no­minato agli inizi del 1997, quando in effetti Paolo Mieli se ne andò. Poi qualcuno del giro dell’Avvocato mi riferì che la Fiat ci aveva ri­pensato: in quel mo­mento non potevano permettersi un diretto­re che non fosse appiat­tito sulle Procure».

E oggi per quale moti­vo, se resti il più bravo a rimettere in se­sto i bilanci, non ti chiamano al Corriere, calato di 178.000 copie al giorno rispetto al 2007?
«Capirai, lì ci sono 15 editori, io già fatico ad andare d’accordo con uno solo.Per sistema­re i conti devi far del male: in via Solferino ci vorrebbe la Rivoluzione d’ottobre. La crisi dell’editoria,accentuata da quella economi­ca, è diventata strutturale. Il giornale supermercato è finito. Bisogna passare al giornale boutique, un oggetto di lusso con poche pa­gine, pochi redattori fissi e molti collaborato­ri esterni ben pagati. Il Corriere non sfugge alla regola».

Hai confessato che di notte sognavi di tor­nare in via Solferino e cominciavi a suda­re. Ti capita ancora?
«Sempre. Torno al Corriere, mi rimettono al tavolone che Luigi Albertini aveva copiato da quello del Times e provo una profonda afflizione. Allora chiedo d’essere ricevuto dal direttore e protesto timidamente: in fin dei conti ho guidato otto giornali, promuovetemi almeno inviato. Ma lui mi rimanda nel salone Albertini a fare un lavoro che non mi piace».

L’ultima volta che faccia aveva il direttore apparso nel sogno?
«Quella di Ferruccio de Bortoli, che però non è mai stato mio direttore, era solo mio compagno di banco al Corriere d’Informazione. A Fer­ruccio non l’ho detto. Non vorrei che si mon­tasse la testa».

Facciamo un’ipotesi da fantascienza: Car­lo De Benedetti piglia un colpo di sole, op­pure si accorda col Cavaliere per interes­si di bottega, e decide di chiamarti a Repub­blica al posto di Ezio Mauro. Primo: tu ci vai? Secondo: che Re­pubblica faresti?
«Ti sembrerà ridicolo, ma ho sempre avuto simpatia per Carlo De Benedetti, sono stato ospite varie volte a casa sua in via Ciovassino, qui a Milano. Nel 1995, o forse era il 1996, fui in­vi­tato a pranzo nell’abi­tazione romana del suo socio Carlo Caracciolo. Il quale fu prodigo di elogi. Non mi offrì nien­te, ma dal tono dei di­scorsi si capiva che il colloquio era mirato a studiarmi da vicino. Io me la cavai dicendo che, se fossi diventato direttore di Repubblica, avrei finalmente prova­to l’emozione di perde­re copie. Anche se tu sai benissimo come si dovrebbe fare un giornale come La Repubblica».

No, non lo so. Come si dovrebbe fare?
«Esattamente come lo stanno facendo».

Ti ho visto fotografato con Mauro e tutti i capintesta della Federazione nazionale della stampa, dell’Ordine dei giornalisti e dell’informazione libera, democrati­ca, laica e pluralista a protestare contro la legge sulle intercettazioni. Facevi im­pressione.
«Immagino bene, faceva impressione anche a me. Ma quella legge è un pasticcio. Perché nella filiera dello sputtanamento bisogna pu­nire solo il terminale rappresentato dai gior­nalisti? Le telefonate private, ininfluenti per le indagini, devono essere distrutte, non en­trare nei fascicoli giudiziari. Punto e basta».

Quindici anni fa le copie, come dimostra­sti al Giornale , si potevano raddoppiare. Adesso non più. Che cos’è cambiato?
«Quindici anni fa non c’erano Ballarò , il Tg24 di Sky ogni mezz’ora, il Tgcom, Inter­net, i blog, i social network e tutte quelle me­nate lì. Oggi la mattina, quando ti presenti all’edicola, hai la sensazione d’avere fra le mani il giornale di due giorni prima».

Se tutte le energie che dedichiamo alla politica le applicassi­mo a inda­gare sui rag­giri delle banche, sul­l­e porcherie degli spe­culatori di Borsa, sul prezzo della benzina che resta alto anche quando le quotazio­ni del barile di petro­lio precipitano, sui nemici dei nostri fi­gli, sugli inganni ali­mentari e anche sul­le cose buone della vi­ta, secondo te riusci­remmo a vendere qualche copia in più?
«No. Però faremmo un giornale più completo, migliore. Solo che qui ormai ti querelano non appena intingi la pen­na nel calamaio».

Hai sempre diretto quotidiani d’opinio­ne, che i lettori com­prano soprattutto per il tuo editoriale. A che serve aggiun­gerci tante pagine? Avresti dovuto prece­dere Giuliano Ferra­ra e fondare Il Feltro al posto del Foglio.
«A parte che Giuliano è bravissimo, e sottoli­neo tre volte bravissi­mo, al massimo avrei venduto 1.000 copie in più».

Tra i mostri sacri del giornalismo italia­no, chi ti sta di più sullo stomaco?
«Barbara Spinelli. La uso al posto del Tavor. Al terzo capoverso del suo editoriale domeni­cale sulla Stampa casco in coma profondo».

Chi vorresti portarti al Giornale?
«Tre firme, sempre della Stampa: Massimo Gramellini, Luca Ricolfi e mio figlio Mattia, che però non verrebbe mai. Poi mi prende­rei Ernesto Galli della Loggia, Angelo Pane­bianco, Paolo Mieli e Piero Ostellino dal Cor­riere e con un investimento di pochi milioni fotterei la corazzata di via Solferino».

Daresti un posto da editorialista all’ex di­rettore di Avvenire, Dino Boffo?
«Subito. È un profondo conoscitore del mon­do cattolico e un sociologo della religione. Scriverebbe editoriali eccellenti».

Il nostro amico Renato Farina che fa?
«Fa il deputato. L’Ordine dei giornalisti ne ha decretato la morte professionale. Io non capisco: Adriano Sofri, condannato per omi­cidio, può scrivere dappertutto, da Repubbli­ca al Foglio. Farina no. Ma perché? Chi ha ammazzato? E Piero Marrazzo? Ti risulta che sia stato censurato dall’Ordine?».

Dopo grandi infatuazioni, in te subentra­no rapidissimi disincanti. Nel giro di sei mesi ti annoi di tutto e di tutti: direzioni, giornali, giornalisti, amicizie, politici. Come mai? Che cosa ti servirebbe per non farti appannare il sensorio?
«A Libero sono rimasto 9 anni, un caso limi­te. La ripetitività dopo un po’ mi stronca».

«On fait toujours la même chose», come dice il cinese della Condizione umana di André Malraux, si fa sempre la stessa co­sa. Dovresti saperlo, ormai.
«Sì, ma non riesco a rassegnarmi. Per cui se oggi venissero a propormi la direzione della Gazzetta del Sud o del Messaggero , chiaro che non accetterei, ma la tentazione di farlo sarebbe forte».

Ti annoia anche nutrirti?
«Mi siedo a tavola con appetito. Dopo due forchettate vorrei alzarmi e andarmene. Pro­seguo per noia. Di mio sarei vegetariano, tranne che per il salame. Lo mangio perché non mi ricorda il povero maialino, ma una zucchina».

C’è almeno un sapore di cui non ti sei an­cora stufato?
«Mah, cosa vuoi, a volte mi rompono i coglio­ni persino le sigarette». (Indica il posacene­re). «L’acqua,forse. Mentre scrivo il mio edi­toriale faccio fuori a sorsate una bottiglia di minerale, ma è un movimento meccanico della mano, afferro e ingollo, senza render­mi conto. Meno male che non è vino: sarei perennemente ciucco».

Sei stufo di tutto, eppure non vuoi smette­re di fare giornali.
«Il giornale è la vita. Noi viviamo attraverso le vite degli altri. Smettere di fare i giornali equivarrebbe a smettere di vivere».

Non riesci a immaginarti a far la spesa spingendo il carrello dell’Esselunga. Guarda che tocca a tutti,che c’è di strano?
«Lo so. Non riesco a immaginarmi a fare so­lo quello. È ben diverso».

Perché non hai mai voluto imparare a usa­re il computer? Cervi, a 80 e passa anni, c’è riuscito e non torne­rebbe indietro.
«Non ho mai avuto que­sta esigenza d’imparare a farlo. Figurati, fino al 1989 i pezzi li dettavo al telefono. E poi mi danno fastidio le lucine. Io de­vo vedere la materia. Sul monitor è tutto vago: c’è, non c’è, schiacci un bottone e sparisce tutto. Una follia. Con la fatica che faccio, non posso ne­anche palpare il foglio? Ma scusami! Vuoi mette­re la Olivetti? M’incaz­zo, sacramento, mi s’in­castrano i martelletti, s’attorciglia il nastro, la scuoto... Se mi viene ma­le l’articolo, do la colpa a lei. Una fisicità che col computer va persa».

In compenso utilizzi moltissimo gli Sms.
«Sono talmente pigro, che preferisco scrivere piuttosto di telefonare. Mi ha insegnato mia fi­glia Fiorenza. Siccome il dizionario automati­co non prende tutte le parole, è un esercizio fantastico per trovare i sinonimi».

L’amicizia esiste?
«Io ci credo. Nella vita contano la forza e l’amo­re. Il resto non conta».

Passi per essere un tombeur de femmes.
«È vero, ma io non me ne sono mai accorto».

Tua moglie, Enoe Bonfanti, se n’è fatta una ragione o ci sta male?
«A mia moglie ho dato tutto quello che pote­vo dare sul piano del sentimento e della gra­titudine. Era maestra all’Ipami, ci sposam­mo un anno dopo che ero rimasto vedovo. Anche sul piano materiale non le ho mai fat­to mancare nulla. Io non ho niente. È tutto suo. E non spende un soldo».
Quanti nipotini hai?
«Cinque, da 1 a 25 anni. Se la prima nipote fosse stata stupida come me, che mi sposai a 22, e come sua madre Laura, che si maritò a 19 appena finita la maturità, sarei già bisnonno».

Che rapporto hai con i nipoti?
«Mi piacciono molto per 15-16 minuti. Poi mi rompono. Con i figli no, è diverso, il rapporto è paritario».

Ricordo male oppure a uno dei tuoi bimbi facesti mangiare il pepe, ingannandolo, per insegnargli a non fidarsi di nessuno, nemmeno del proprio padre?
«Ricordi bene. A Fiorenza. Insisteva nel giocare a tavola col macinino. Alla fine, spazientito, la invitai ad assaggiare il pepe. Scoppiò a piangere per il bruciore. Però non se l’è più scordato».

Non è bello non avere nessuno di cui fidarsi.
«Eh, lo so, ma in quel momento mi veniva a pennello».
Di quante persone ti fidi veramente?
(Ci pensa). «Sei o sette».

Quante qui in redazione?
«Cazzo, che brutta domanda. Non le ho mai contate».

Hai due vite parallele: dal lunedì al venerdì abiti a Milano, il sabato e la domenica torni a Ponteranica. Che cosa ti ha impedito di trasferirti definitivamente a Milano?
«Niente. Anzi, l’ho sempre considerata la capitale del giornalismo e vado molto fiero del mio Ambrogino d’oro. Ho ricevuto da Milano molto più di quello che le ho dato. Ma quando sono qui mi viene la nostalgia di Bergamo e quando sono a Bergamo mi viene la nostalgia di Milano».

Ponteranica com’è?
«Un paese modello. Perfettamente pulito. Funziona tutto. Ora c’è un sindaco della Lega, ma era così anche quando lo governava la sinistra. I miei sondaggi vado a farli alla trattoria Falconi, un covo di leghisti e di comunisti. C’è chi frequenta la Bocconi e chi la Falconi».

Sei davvero parsimonioso come ti dipingono?
«I capricci me li sono tolti tutti. Ora mi piace fare regali. Spendo parecchio in abbigliamento. Si vede che ho bisogno di apparire meglio di quello che sono».

Hai perso molti soldi per colpa della crisi?
«Non ho ben controllato. Sono ancora fermo agli anni Sessanta, quando a fine mese mi davano lo stipendio in banconote, dentro una busta color nocciola in cui mettevano anche gli spiccioli. Appena ho accumulato un po’ di risparmi, compro una casa. Almeno i mattoni posso toccarli, anche se cadono per terra restano miei. Una volta il direttore del Credito bergamasco mi costrinse a fare i... come si chiamano... contro pronti...».

I pronti contro termine.
«Ecco, quelli. Un’altra volta mi fece perdere una barcata di quattrini investendo 120 milioni di lire in azioni della new economy. Adesso quando mi si avvicina un funzionario della banca per propormi questo o quel prodotto, gli rispondo secco: ma perché non si fa i cazzi suoi, che ai miei so pensarci benissimo da solo, come può constatare dal conto? Bei tempi quando le banche erano come le chiese, tutti zitti e al loro posto».

Sei fiero d’essere italiano?
«Sì. Be’, fiero...». (Si stringe nelle spalle). «Non mi dispiace. Se fossi neozelandese, mi accontenterei».

Che cosa pensi dei tuoi connazionali?
«Sono convinto che lo Stato sia povero e gli italiani ricchi. Mangiano meglio, si vestono meglio, vivono meglio di tutti gli altri europei. In Germania alla sera cenano con pane e formaggio giallo. Per me di giallo c’è solo la polenta. Invece da noi ristoranti, trattorie, pizzerie a ogni angolo, sempre pieni. Il problema semmai è il Sud che non riesce a integrarsi».

Come mai la secessione viene chiesta soltanto dal Nord, anziché dal Sud?
«Me lo chiedo anch’io. Servirebbe nei meridionali uno scatto d’orgoglio. Sostengono che siamo egoisti? Lo siano anche loro. Via, ce ne andiamo! Perché stare insieme per forza? Che assurdità: si può divorziare tre volte dalla propria moglie, ma non da Platì o da Caltagirone».

Qual è la cosa più bella che hai fatto nella tua vita?
«Rendermi utile a qualche estraneo con la consapevolezza che non mi avrebbe dimostrato alcuna riconoscenza».

Una volta hai confessato di non essere mai stato felice. Quand’è che ti sei avvicinato di più alla felicità?
«La felicità è fatta di lampi che però illuminano tutta la vita. Non puoi godertela: solo ricordartela. Già tanto. Bisogna sapere che il resto è una macinazione di passi».

Illuminami con uno di questi lampi.
«Ero felice il giorno in cui fui assunto alla Notte. Più ancora il giorno in cui Mattia guarì. Aveva 7 o 8 anni quando diagnosticarono che sarebbe morto. Con due anni di cure, un medico omeopata lo salvò».

Perché non vai mai in vacanza?
«Perché riesco ad annoiarmi benissimo qui senza andare in ferie. E poi ci sono sempre, in vacanza. Il mio lavoro coincide col mio hobby. Nel fine settimana mi affaccio alla finestra e vedo la Maresana (un monte, ndr). Ma dove vuoi che vada?».

Rammento quando ti recasti ad Arcore per lamentarti del fatto che, nonostante la Mondadori fosse entrata nell’azionariato del Giornale, languivano gli investimenti, avevamo un minimo garantito pubblicitario da foglio di provincia, non si decidevano a darci le rotative a colori. Berlusconi osservò che eri troppo stressato e si offrì di prenotarti un resort in Messico.
«No, mi mise a disposizione una delle sue ville in Sardegna. Imbarazzato, evitai di rifiutare per non offenderlo. Presi tempo. Lui è fatto così. “Usi il mio aereo come fosse il suo”, mi ha persino detto. Ma ti pare? Ha insistito così tanto che una volta ho voluto provarlo per volare fino a Roma a vedere il derby di galoppo. Sedili in pelle, radica dappertutto, champagne appena salito a bordo. Ho giocato a fare il signore per un giorno».

Che cosa ti piace dei tuoi adorati cavalli?
«L’eleganza. Senza di loro, l’uomo vivrebbe ancora nelle caverne. E noi come li ripaghiamo? Facendone bistecche quando sono stanchi di galoppare. Lo stesso con le mucche che ci hanno nutrito del loro latte. Che barbarie! Guarda, mi piacciono tutti gli animali, a parte le zanzare. Ho qualche perplessità sul coccodrillo».

Mi ha sorpreso vedere che tieni la foto del tuo micione Ciccio come sfondo del telefonino.
«Non parlarmene. È morto la vigilia di Pasqua. Aveva 17 anni. Era un trovatello. Io l’avevo chiamato Fausto in onore a Bertinotti, ma fino all’ultimo giorno in casa è stato per tutti Ciccio. Me lo sono sognato la notte scorsa».

Hai anche la passione per la civetta. Mi toccò dissuaderti: la volevi mettere nella testata del Giornale in occasione di una riforma grafica. Ti obiettai che l’uccello notturno ha fama di portare iella e tu soprassedesti, perché all’argomento sfiga sei sensibile.
«Civette, gufi... Una passione irrazionale».

Se non fossi diventato giornalista, che professione avresti potuto fare?
«L’avvocato penalista. Il giudice no, meglio di no: avrei assolto tutti».

Il coraggio è una virtù importante per un giornalista?
«Sai che non lo so? Io non so se sono coraggioso. Forse sono soltanto sfrontato».

Una dote indispensabile per far bene questo mestiere?
«La curiosità».

La tua paura più grande qual è?
«Non la morte in sé, ma l’itinerario per arrivarci: le flebo, il prete che tenta di farmi fare quello che non intendo fare, le facce addolorate di quei pirla intorno al letto. Almeno quando morirò non vorrei avere rotture di balle».

So che ti piacerebbe morire d’infarto o, meglio ancora, fucilato, modalità per la quale ti stai dando parecchio da fare.
«Comunque di un colpo secco».

L’ho chiesto a Dagospia e ha svicolato. Ci riprovo con te: dimmi una cosa che non hai mai rivelato a nessuno.
(Riflette). «Ne avrei due. Da ragazzo mi sono preso una fucilata per davvero. Mi arrampicavo con i miei amici su un ciliegio. Alla fine il contadino perse la pazienza e mi sparò con lo schioppo caricato a sale. Mi colpì a un polpaccio. Tu non hai idea del dolore bestiale. Per paura non dissi nulla in casa e mi curai da solo».

E la seconda?
«Non so se posso raccontartela».

Dài, magari la metto nel titolo.
«Avevo 12 anni. Rovesciai una scrivania per sfilare 5.000 lire da un cassetto chiuso a chiave. Non se ne accorse nessuno. Ma io a distanza di 55 anni provo ancora vergogna di me stesso. Ho fatto molta fatica a dirtelo».

La cinquecentesima puntata dei Tipi italiani è finita. La vogliamo chiudere qui, questa serie, che dici?
«Io andrei avanti. È troppo bella».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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Fregi in rovina, marmi spaccati il viaggio nel cantiere sul Duomo

Repubblica

Da 45 anni la vetta della Madonnina non riceve alcuna cura. "Occorrono 9 milioni di euro"

di ZITA DAZZI

 

Otto angeli fanno la guardia alla Madonnina. Vista da vicino fa impressione, col suo contorno dorato che si staglia nell’azzurro di una giornata che ritaglia i confini di Milano col pennello. I quattro metri d’altezza della Madonnina dall’ultimo ballatoio della guglia maggiore spaventano chi è abituato a guardarla dalla piazza.

FOTO Il viaggio nel cantiere

Passeggiare nello spazio angusto di questo minuscolo terrazzino a strapiombo sul vuoto di piazza Duomo è un’esperienza difficile per chi soffre di vertigini, ma utile a capire perché l’arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini, lanci un appello accorato: «I restauri della guglia maggiore devono partire al più presto. Servono quasi nove milioni per far partire il cantiere. Sono soldi che la Veneranda Fabbrica del Duomo non ha, ma non c’è più tempo, non si può aspettare».

Per trovare fondi la Veneranda Fabbrica ha lanciato una stagione di concerti estivi sulle terrazze, ma con l’introito dei biglietti non si potrà pagare che una minima parte dei lavori. Il Comune ha chiuso i rubinetti già da anni, lo Stato anche. Dal governo sono arrivati segnali di disgelo, promesse d’aiuto, «ma niente di concreto», scuote la testa preoccupato Manganini. Parole esplicite che non si può che sottoscrivere dopo aver salito uno a uno le centinaia di piccoli gradini scavati, come tutto il Duomo, nel marmo di Candoglia, cava sul lago Maggiore. «Un materiale bellissimo, dalle sfumature magiche che vanno dal rosa pallido al blu, passando per un’infinita gradazione di grigio panna. Ma è un materiale delicato, che sembra “bere” l’acqua, che viene consumato dagli agenti atmosferici, vento, pioggia, gelo».

Gli effetti del clima si vedono bene girando nei pochi metri di spazio del terrazzino attorno alla guglia eretta su progetto di Francesco Croce nel 1767. I fiori e le piccole decorazioni di marmo che ornano trafori e archetti sembrano palline di gelato che si sciolgono al sole, tanto bucherellate da sembrare tufo invece che marmo. Per terra, tra i tubi innocenti e i giunti di ferro che terranno su i ponteggi attorno ai quaranta metri della guglia maggiore, ci sono lastre di marmo cadute e frammenti di fregi sbriciolati.

L’ultimo restauro importante risale al 1962. Da 45 anni nessuno ha più messo le mani su questa massa di 320 metri cubi di marmo, un grande volume che da vicino sembra un gigantesco origami, decorato dalle mani di generazioni di artisti scalpellini. «Il Duomo è il segno, il simbolo della città anche per chi non crede nella religione cristiana — spiega monsignor Manganini — Le guglie orientate verso l’alto sono il segno del trascendente, ma il Duomo è anche popolato di statue di uomini e di donne: non si fa un discorso sulla trascendenza senza un riferimento antropologico. E poi ci sono i mostri sui doccioni: le nostre paure umane». E una delle paure più grandi, per chi amministra la Chiesa milanese, è quella di non trovare i soldi per fare i restauri, ora che gli operai sono in cima, con i caschi e le imbracature di sicurezza, per allestire un cantiere eccezionale che si estende in verticale, da 65 a 108 metri d’altezza.

Per qualche mese nemmeno la statua della Madonna si vedrà più. Per altri quattro anni le impalcature chiuderanno la vista della guglia con le sue 48 statue di angeli, di sibille e di profeti, con le sue mensole settecentesche, con i suoi baldacchini a gabbione, con i pannelli scolpiti, le guglie minori, le gugliette, gli archi rampanti, i trafori, i gabbioncini, le scale e gli archetti. Poco di tutti questi capolavori di intarsi si intuisce dalla piazza, ed è un peccato per i milanesi non poterlo vedere da vicino.

Sulla guglia maggiore salgono solo gli addetti ai lavori e i controlli sono strettissimi, perché di turisti in giro sulle terrazze e in cattedrale ce ne sono 1012mila al giorno. Per salire alla Madonnina, dall’ultimo ballatoio c’è solo una scaletta di ferro, come quelle delle barche. «I lavori saranno complessi, anche solo il trasporto del materiale a questa altezza è un problema. Il ponteggio stesso dovrà resistere a condizioni di vento e di peso speciali. Dovrà essere fatto tutto con precisione scientifica: una mappatura del degrado con rilievi fotogrammetrici sia sulle parti marmoree sia su quelle in ferro che sostengono la pietra». Il marmo rosa di Candoglia sulla guglia maggiore è ingiallito e annerito dallo smog. Tutte le superfici saranno ripulite, consolidate, stuccate, mentre le decorazioni danneggiate e irrecuperabili verranno sostituite. Ma con quali soldi, ancora non si sa.
(18 giugno 2010)




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Schiavi di Hitler, risarcimenti sospesi e a Marzabotto scatta la protesta

Repubblica

L'associazione dei familiari delle vittime della più grande strage nazista in Italia protesta: si dovrà aspettare la fine del 2011 perchè la Germania risarcisca chi fu costretto ai lavori forzati. E chiede una legge che riconosca il danno da occultamento dei fascicoli nell'armadio della vergogna


Marzabotto protesta dopo che è diventato legge il fatto che, per il risarcimento chiesto alla Germania, gli "schiavi di Hitler" dovranno aspettare fino al 31 dicembre del 2011. Lo rende noto l'associazione familiari delle vittime della più grande strage nazista in Italia, dopo che il 16 giugno l'aula del Senato ha approvato in via definitiva la conversione in legge del decreto di proroga sulle elezioni dei Comites, gli organismi rappresentativi degli italiani all'estero, che contiene anche le norme sui cosiddetti "schiavi di Hitler", i cittadini italiani che furono brutalmente deportati e costretti a lavorare in stato di schiavitù nelle fabbriche belliche del Terzo Reich durante la guerra. Un risarcimento ottenuto dopo una lunghissima battaglia legale portata avanti da una cinquantina di italiani superstiti

(La vicenda).

In risposta all'approvazione del disegno legge n. 63 l'Associazione familiari delle vittime degli eccidi nazifascisti di Grizzana-Marzabotto-Monzuno 1943-1944 ha convocato un'assemblea di tutti i superstiti e i familiari sabato 3 luglio. All'ordine del giorno l'Informativa per il danno da  occultamento dei fascicoli di indagine nel cosiddetto 'Armadio della vergogna' (gli atti restarono fermi per decenni, ndr), la responsabilità dello Stato Tedesco ed effetti del decreto 63/2010 che sospende fino al 31 dicembre 2011 tutti i titoli esecutivi riguardanti i risarcimenti nei confronti dello Stato Tedesco. "L'Associazione esprime la protesta - si legge nell'atto di convocazione - per l'approvazione del decreto e si auspica che venga finalmente presa in considerazione la proposta di una legge che riconosca il danno da occultamento dei fascicoli nell'armadio della vergogna a livello nazionale".

(19 giugno 2010)




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Scusi Mr. Churchill, qui è vietato fumare

Repubblica

di Michele Smargiassi


Almeno Yousuf  Kash ebbe il coraggio di farlo davvero, a suo rischio e pericolo, perché Winston Churchill era notoriamente un collerico. Anche questa piccola nuova viltà, dobbiamo dire, fa parte della tentazione del fotoritocco digitale: ti cambia la faccia senza che tu possa reagire.
L’aneddoto sul fotografo canadese è noto: in piena guerra (1941) realizzò il ritratto-icona del grande politico britannico strappandogli di bocca a sorpresa, un secondo prima dello scatto, il sigaro da cui il leader non si separava mai, forse neanche nel sonno, e sir Churchill ebbe appena il tempo di scoccargli quell’occhiata furibonda che grazie al noto effetto trasfigurante della fotografia diventò poi la smorfia dell’eroica determinazione a non mollare nonostante sangue, sudore e lacrime.

Churchill no cigarChurchill cigar

Ma chi è invece questo nonnetto arzillo che sorride a bocca aperta e parrebbe pure sdentata, apparso nel poster sulla facciata del museo interattivo Britain at War Experience, scoperto dal Daily Mail? È sempre lui, il metallico Winston, ma ci vuole un po’ per riconoscerlo, perché il sigaro non ce l’ha, e il cipiglio neppure. Che è successo? Che il politically correct ha fatto un altro dei suoi penosi disastri.
Con l’aggravante che, nonostante le indagini del giornale londinese, non si riesce neppure a capire chi abbia disintossicato con l’aerografo o con Photoshop il vecchio Churchill. I dirigenti del museo cadono dalle nuvole e fanno notare che nell’esposizione figurano perfino vecchie pubblicità di sigarette del tempo di guerra, dunque. Dunque peggio mi sento: ormai le foto-correzioni benpensanti, la sterilizzazione morale delle fotografie, sono alla portata del primo che passa, e che non se ne assume neppure la responsabilità. Questo è il circuito dell’immagine con cui dobbiamo fare i conti.

Sartre senzaSartre sigaretta

Va detto, non da oggi. Questa maleducazione di togliere la cicca di bocca a chi ha tutto il diritto di farne un elemento del proprio look anche per i posteri è annosa, e risale anche a prima dell’era delle facili furberie elettroniche. La stessa identica cosa capitò nel 2005, a Parigi, a un altro celeberrimo tabagista, Jean-Paul Sartre: dalla foto usata per il poster della mostra che gli dedicò nientemeno che la Bibliothèque Nationale de France, l’eterna sigaretta gli scompare dalle dita, lasciandolo con una mano disancorata e inutilmente galleggiante nell’aria, gesticolatore incomprensibile e ridicolo. In quel caso ci si giustificò adducendo obblighi legali: c’era da rispettare la legge Envin che proibisce di raffigurare in un manifesto il fumatore in azione.

Malraux francobolloMalraux sigaretta

johnsonDello stesso eccesso di zelo rimasero vittime altri illustri fumatori come André Malraux, pure lui privato d’ufficio della memorabile clope all’angolo della bocca, senza la quale Malraux, lo sanno tutti, non sarebbe Malraux.

Anche negli Usa precise disposizioni dell’U.S. Mail vietano l’apparizione di sigarette sui francobolli, per cui negli album filatelici americani restano denicotinizzate dal pennello puritano le effigi di Jackson Pollock, Thornton Wilder, James Dean, del bluesman Robert Johnson e perfino, ma questa è davvero una mutilazione che grida vendetta al cielo, Humphrey Bogart.
E pensate a quando partirà la campagna anti-alcolici. Bisognerà ritoccare l’ottanta per cento dell’archivio di Robert Doisneau.


Scritto sabato, 19 giugno 2010 alle 09:00




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Immondi, sporchi e occidentali" L'Iran lancia la fatwa contro i cani

Repubblica

Con nessuna ciocca di capelli in vista e senza cani al guinzaglio. La campagna moralizzatrice di Teheran con il nome di «nuova iniziativa per la sicurezza morale» è un nuovo shock per i giovani. Ma non è nuova

 DI VANNA VANNUCCINI


 
PERIODICAMENTE all'inizio dell'estate la "polizia morale" cerca di impedire alle ragazze di spacchettarsi un po', far prendere un po' d'aria ai capelli, o portare a spasso il cane nel parco - occasione classica secondo i teocrati per indurre in tentazione i maschi ugualmente possessori di cani. Ma quest'anno si è aggiunto l'effetto sorpresa. L'estate scorsa infatti passò senza giri di vite sui codici di vestiario o il possesso di animali domestici: con le manifestazioni di massa seguite alla fraudolenta rielezione di Ahmadinejad, la polizia aveva altro cui pensare. Alcuni teorizzarono perfino che vi fosse una specie di contropartita: voi smettete le manifestazioni e noi vi lasciamo andare in giro vestiti (quasi) come volete e con i vostri cani al guinzaglio.

Si sbagliavano. Dopo la repressione delle proteste con la violenza che sappiamo, la campagna "moralizzatrice" è ripartita con particolare virulenza. Un mese fa il ministro dell'Interno avvertì che le forze di polizia erano di nuovo al loro posto sulle strade, dopo una breve assenza perché occupate a domare la "sedizione post-elettorale". Subito dopo fa il capo della polizia di Mashhad ha annunciato che le multe per abiti o comportamenti non consoni alla morale sarebbero salite da 50 a 1300 dollari, una cifra pazzesca. E ieri, su richiesta del quotidiano conservatore Javan, il grandayatollah Nasser Makarem Shirazi ha emesso una fatwa contro i cani (chiunque può chiedere una fatwa a un grandayatollah, anche per email). «Indubbiamente il

Trovato morto a Malta lo scienziato esperto di proliferazione nucleare

Alexander Pikayev, 48 anni, era di nazionalità russa . Trovato morto a Malta lo scienziato esperto di proliferazione nucleare. Per la polizia forse un incidente: l’uomo è caduto e ha battuto la testa su uno spigolo 

Alexander Pikayev (a sinistra) durante una riunione di  lavoro (dal web)
Alexander Pikayev (a sinistra) durante una riunione di lavoro (dal web)
WASHINGTON

 
Alexander Pikayev, 48 anni, scienziato di nazionalità russa e grande esperto di proliferazione nucleare. Lo hanno trovato senza vita in un appartamento di Malta. Per la polizia potrebbe essersi trattato di un incidente: l’uomo è caduto ed ha battuto la testa su uno spigolo provocandosi una ferita letale. Ma questa è solo la prima ipotesi e serviranno altri accertamenti.

LA MOGLIE - A dare l’allarme è stata la moglie di Pikayev. Da Mosca, dove si trovava per motivi familiari, ha cercato di contattare al telefono il marito e non avendo risposta ha avvisato la polizia. Gli agenti hanno precisato che la porta dell’appartamento era chiusa dall’interno e non vi erano segni apparenti di effrazione. Su un tavolo c’era un computer acceso contenenti testi legati al lavoro dello scienziato. E secondo la stampa maltese la vittima era completamente nuda. Pikayev, dopo aver ricoperto prestigiosi incarichi in Russia, era diventato per un certo periodo il condirettore dell’ufficio moscovita della Carnegie. E il suo settore di ricerca era la proliferazione nucleare. Il suo ultimo libro, infatti, era dedicato al delicato confronto con Iran e Corea nel Nord, due paesi impegnati in ambiziosi progetti atomici. La tragica fine del ricercatore è davvero un incidente? O qualcuno ha voluto farlo passare per tale? Nulla, dicono a Malta, fa pensare ad un’aggressione. E alcuni colleghi non escludono che Pikayev abbia avuto un infarto: colto fa malore sarebbe poi caduto provocandosi la ferita al capo.

Guido Olimpio
20 giugno 2010



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Vive in Sudafrica da quattro anni, la Rai non si arrende: «Paghi il canone tv»

Il Messaggero

ROMA (19 giugno)

Vive da anni in Sudafrica, ma alcune settimane fa si è vista recapitare, al suo indirizzo di Città del Capo, una cartella esattoriale di Equitalia che le sollecitava il pagamento del canone Rai per il biennio 2007-2008 nonostante lei, nel 2006, avesse chiesto la disdetta dell'abbonamento e comunicato il trasferimento all'estero.

Protagonista dell'insolito episodio è Monica Renzanigo, 46 anni, di origini bergamasche, ma da quattro anni residente in Sudafrica. «Passati pochi giorni dal trasloco - racconta la mamma della donna - mia figlia ha inviato una raccomandata allo sportello abbonamenti tv di Torino per disdire l'abbonamento, specificando di essersi trasferita e di aver portato con sé, oltre a mobili e vestiti, anche il televisore».

Proprio qui sta l'intoppo: l'abbonamento Rai infatti si paga per il possesso del televisore, che è rimasto di proprietà della donna, anche dopo il suo trasferimento. «Questo può valere quando l'apparecchio si trova sul suolo italiano, non certamente in quello africano o in qualsiasi altro territorio extra-italiano - ha continuato la mamma - sta di fatto che, dopo aver trasmesso alla Rai la certificazione che mia figlia risiede in Africa e non possiede più alcun apparecchio televisivo in Italia, per tutta risposta mi sono vista recapitare a casa mia nei giorni scorsi la richiesta di pagamento per il canone 2009».

A questo punto, la signora si è rivolta all'Unione bergamasca consumatori, che ha invitato la donna a non pagare la cartella esattoriale: «Ci troviamo davanti all'ennesima situazione incomprensibile - spiega Angelo Cotti, presidente dell'Ubc - forti del parere espresso dal nostro legale, abbiamo consigliato alla signora di non versare assolutamente nulla, in attesa che l'ufficio abbonamenti Rai si renda conto di come stanno effettivamente le cose».




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Ecco come il Pd ha creato il grande buco di Roma

Il Tempo

La Corte dei Conti svela le ragioni del maxi deficit della Capitale. Gli sperperi dell'era Veltroni: titoli tossici e mala gestione del "caro estinto" sotto accusa. Incerto il recupero di crediti concessi alle società partecipate.


Spese autorizzate senza soldi in cassa. Entrate sovrastimate e incerte (come gli incassi delle multe dei romani) e l’utilizzo di risorse, stanziate per gli investimenti, per pagare la gestione corrente. Comincia così la storia di un buco. Quello del bilancio del Comune di Roma, nella gestione che va dal 2004 al 2007, firmato da Walter Veltroni. Una voragine ormai conosciuta nella sua entità ma del quale, grazie alla Corte dei Conti che ha passato al setaccio le carte, oggi sono note anche le cause. E cioè tutta una serie di comportamenti contrari all'ortodossia delle leggi della contabilità che hanno compromesso la stabilità del bilancio. Ecco cosa hanno messo in evidenza i giudici.

L'avanzo di amministrazione
Il Campidoglio ha fatto «costantemente ricorso fin dalle previsioni iniziali all'iscrizione in bilancio di quote di avanzo di amministrazione proveniente da esercizi pregressi» spiegano i togati. Una procedura contabile che si scontra con le norme del Testo Unico degli enti locali che consente sì di usare quote di risparmi degli esercizi precedenti. Non in fase di previsione, però. Ma solo nel corso dell'esercizio. Quando questo sia effettivamente evidenziato. È la prudenza a ispirare la norma, puntualmente tradita.

Fondi in conto capitale per le spese correnti
È una delle leggi della tenuta della contabilità pubblica. E cioè gli stanziamenti in conto capitale, quelle risorse che servono per investimenti non possono finanziare le spese correnti. I soldi per costruire un ponte o un strada, insomma, non possono essere utilizzati per pagare gli stipendi ai dipendenti dell'ente locale. Tranne casi eccezionali autorizzati con una specifica legge. Una disposizione puntualmente aggirata dalla giunta gestita da Veltroni. Soprattutto in alcuni casi.

Cimiteri
È uno degli esempi più lampanti di comportamenti non rispettosi della corretta gestione finanziaria. La Corte ha, infatti, rilevato che i proventi per affittare uno spazio al cimitero utilizzato da chi passa a miglior vita sono stati contabilizzati in un particolare titolo del bilancio. E assimilati di fatto a entrate come oneri di urbanizzazione che si possono spendere per pagare la spesa corrente in ragione del 60% di quanto iscritto in bilancio. Una prassi che non trova riscontro in nessun manuale. Né nelle regole del sistema informativo né nei principi contabili.

Una pratica sbagliata (le entrate pluriennali vanno computate ogni anno per una quota uguale) e che se rimpolpa il bilancio il primo esercizio lo depaupera progressivamente negli anni. Non solo. I proventi delle concessioni sono state girati integralmente a una società partecipata dal Comune che li ha gestiti senza specificare quale parte sia andata alla manutenzione ordinaria e quale alla straordinaria. «Non sono noti i criteri con cui la società gerente distingue i due budget in argomento». Insomma la Corte considera che il bilancio della società non sia ispirato alla trasparenza richiesta dalla legge.

Multe ed evasione
A pesare sugli equilibri economici, e a generare parte del buco, anche l'iscrizione nel bilancio di previsione di incassi considerati di facile riscossione ma in realtà legati a eventi di natura incerta e non ciclici. È il caso dei proventi delle multe e il recupero dell'evasione tributaria. Troppo facile insomma scrivere tra le entrate un determinato quantitativo di denaro derivante da incassi generati da automobilisti indisciplinati. Prima si incassa poi si spende è il principio. Non seguito dai politici comunali. Sono i magistrati a ricordare che queste «entrate dovrebbero finanziare spese solo in caso di realizzo o comunque rinviabili a esercizi successivi senza compromissione del regolare funzionamento dell'ente». Non osservare questa regola espone il bilancio a rischi di squilibrio in corso di gestione.

CreditiLa Corte mette nel mirino anche le entrate relative a prestiti concessi alle società partecipate con obbligo di restituzione. Tenere conto di queste poste per portare l'equilibrio nel bilancio ha introdotto altri elementi di incertezza. Si tratta certo di soldi che devono rientrare. E questo è pacifico. Dunque vanno considerate come tali. Solo che il loro effettivo incasso è condizionata dall'assetto dei rapporti economici con i soggetti beneficiari delle anticipazioni nonché dalla effettiva capacità di questi di disporre di introiti da destinare allo scopo. Anche qui insomma entrate aleatorie e incerte nel tempo.

Spese fuori bilancio Secondo la Corte dei Conti fino al 28 aprile 2008 ci sono 829 milioni di euro di fatture per acquisto di beni e servizi non contabilizzate. Una somma parziale che non comprende le sentenze esecutive. Il faro dei togati sulle scritture contabili ha messo in evidenza che negli esercizi antecedenti al 2008 sono state contratte obbligazioni senza copertura, senza cioè verificare l'effettiva possibilità finanziaria, e senza annotazioni di impegno. Un'inosservanza totale della procedure contabili che deriva dalla mancanza di un meccanismo di numerazione delle fatture e dalla mancanza di adeguati meccanismi di controllo.

Residui attivi La Corte dei Conti ha infine tenuto conto dei ricalcoli dei residui attivi, e ha riscritto, riconteggiando, la storia contabile del quadriennio: nel 2004 a fronte di un risultato di amministrazione di 1.014.094,288 euro, il risultato ricalcolato è di 507.258,730 euro. Più stretta la forbice relativa al 2005 e al 2006 ma è nel 2007 che la differenza si impenna: a fronte di 427.769,119 euro di risultato di amministrazione, il ricalcolato è di -712.503,029.

Filippo Caleri
19/06/2010




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Le case della "cricca", corruzione: indagati il cardinale Sepe e Lunardi

di Massimo Malpica

L' attuale arcivescovo di Napoli, da prefetto di Propaganda Fide, avrebbe approfittato di una operazione immobiliare per fare pressioni sul governo e ottenere fondi per ristrutturare immobili. Avviso di garanzia anche all’ex ministro Lunardiper l'acquisto di un palazzo a Roma






Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica


Per i pm c’è il cardinale corruttore e il ministro corrotto. L’inchiesta sulla cricca scivola via fra sacro e profano. Il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, già responsabile della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (Propaganda Fide) è indagato dalla procura di Perugia. Nell’informazione di garanzia si fa riferimento al concorso in corruzione aggravata e continuata (articoli 319, 319 bis, 81 e 110 del codice penale) con l’aggiunta del 321 (pene per il corruttore). Con il religioso, iscritto a modello 21 con le medesime accuse (eccetto il 321) c’è anche l’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi: di mezzo c’è una storia di appalti in Vaticano come contropartita alla casa dell’ex ministro.

Ma andiamo per gradi. In una strampalata intervista a Repubblica pochi giorni fa Lunardi aveva gettato la croce addosso a Scajola e Bertolaso assolvendosi dai peccati che gli inquirenti umbri ritengono abbia commesso in relazione all’acquisto di un intero palazzetto di 42 vani su quattro piani in via dei Prefetti nel centro di Roma, a due passi dalla Camera, per soli 2,8 milioni di euro. Secondo i pm, e secondo alcune fonti vaticane interne all’istituto religioso, nel valeva come minimo sei. Uno sconto così forte, inspiegabile, ha insospettito gli inquirenti. Che sulla base delle dichiarazioni dell’architetto Zampolini, braccio destro di Anemone, e su una serie di riscontri incrociati, si sono convinti che più di qualcosa non quadra.

Lunardi, peraltro, è sempre più sotto osservazione anche per la ristrutturazione di quest’immobile che sarebbe stata affidata, pure qui con trattamenti di favore, a imprese riconducibili a quel Diego Anemone che già nel 2002 gli ristrutturò una casa nei dintorni di Parma «perché mi doveva un favore, voleva sdebitarsi». Quale fosse il favore lo ha confessato candidamente lo stesso Lunardi. «Lo avevo aiutato ad acquistare i terreni della Banca di Roma su cui avrebbe edificato il futuro Salaria Sport Village, chiamai un funzionario della banca. Perché l’ho fatto? Perché era un amico di Balducci». Nel professarsi «una persona per bene» Lunardi ha poi spiegato che appena nominato ministro dei Lavori pubblici fu costretto a cercare una nuova sistemazione perché il padrone di casa gli aveva raddoppiato l’affitto.

Così chiese aiuto a Balducci che da solerte «agente immobiliare vaticano» gli mise sotto il naso duemila case di proprietà di Propaganda Fide. La scelta cadde su uno stabile su 4 piani che poi l’ex ministro decise di acquistare. La trattativa andò per le lunghe, sempre a detta di Lunardi, e alla fine il «papa rosso» della Congregazione, Crescenzio Sepe, dopo aver consentito a Lunardi di alloggiare gratis per quattordici mesi, si decise ad alienare quel palazzetto a un prezzo che ha mandato su tutte le furie il successore alla guida di Propaganda Fide. E cioè, il cardinale Ivan Dias: indispettito dalla rendita insufficiente ricavata dal fitto e dalla vendita dei pezzi pregiati del patrimonio di Propaganda Fide (a cominciare da quello in via di Prefetti a Lunardi) il porporato indiano dispose di rivedere i canoni più bassi riservati ai vip.

L’operazione, fra veti incrociati e raccomandazioni politiche, si arenò prima ancora di partire. Quanto al palazzo di Lunardi, non si poteva fare più niente. L’affare immobiliare era andato in porto, con gravi perdite per le economie del «ministero degli esteri della Chiesa». A forza di indagare gli investigatori hanno scoperto che Lunardi compra la casa un mese prima dell’acquisto dell’appartamento al Colosseo da parte di Scajola: il notaio è lo stesso, Gianluca Napoleone. L’architetto pure, Zampolini. A ristrutturare ci pensa in entrambi i casi Anemone. Di Scajola e Lunardi, e di presunti intrallazzi, parla l’autista di Balducci, Laid Ben Hidri Fathi.

L’alto prelato, a cui rispondeva direttamente il gentiluomo del Papa, Angelo Balducci, che nella congregazione ricopriva l’incarico di consultore laico e «gestore» dell’immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide, stando agli indizi in mano alla procura di Perugia (che lo sentirà prossimamente anche per la vicenda dell’appartamento in via Giulia affittato a Bertolaso) avrebbe fatto pressioni per ottenere dal governo (Lunardi alle Infrastrutture, Bondi alla Cultura) quattrini per 51 milioni di euro per una serie di ristrutturazioni dei palazzi vaticani.

Il programma d’intervento, approvato con decreto interministeriale, venne affidato all’Arcus, una Spa di Stato ideata per accelerare e risolvere i problemi di edilizia culturale, incaricata di gestire il business degli appalti nelle chiese, nei musei, nelle aree archeologiche. Fra le novanta opere da rimettere a posto dalla Sicilia alla Val d’Aosta spiccava un finanziamento ad hoc per il restauro di uno splendido palazzo in piazza di Spagna, civico 42, con annessa pinacoteca che sarà inaugurata ad ottobre. Prezzo pattuito 2,5 milioni di euro. Intorno a questo finanziamento gira il destino di Lunardi, perché gli inquirenti sono convinti che dietro Arcus ci sia del marcio. Nel Cda spunta Ercole Incalza, oggi braccio destro di Matteoli, già interrogato a Firenze per l’acquisto della casa della figlia tramite Zampolini. E per un breve periodo spunta nel Cda anche la sorella dell’onorevole Nicolò Ghedini. Un’occasione troppo ghiotta per approfondire e arrivare, chissà, al Cavaliere.



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Recuperati De Chirico e Kandinsky

di Tiziana Paolocci



Duro colpo contro i ladri di opere d’arte. Quattordici quadri di vari autori tra i quali opere di De Chirico, Fontana, Grosz e Kandinsky, per un valore complessivo che sfiora i trenta milioni di euro, sono stati recuperati venerdì notte nel corso di un’operazione congiunta portata avanti dai carabinieri e della polizia. Due le persone finite in manette che dovranno rispondere dell’accusa di ricettazione.
Le indagini, lunghe e dettagliate, sono nate dopo un furto commesso in una lussuosa abitazione del centro storico. Le operazioni della squadra mobile della questura e dei carabinieri della compagnia Cassia hanno permesso di giungere alle opere proprio poco prima che venissero «piazzate» dai ricettatori di opere d’arte sul mercato e magari acquistate da qualche collezionista senza scrupoli, pronto a sborsare cifre da capogiro pur di averle nel suo salotto.

Le tele ed alcune sculture, anche queste ritrovate dagli investigatori di polizia e carabinieri, si trovavano in un casolare della zona periferica de La Storta. Trenta milioni di euro in quadri di Kandisky, De Chirico, Fontana, Grosz e altre opere d’arte erano finiti nella spazzatura, in una discarica abusiva nelle campagne romane in zona La Storta, sulla Cassia. Li avevano nascosti lì due stranieri, che sono stati successivamente arrestati con l’accusa di ricettazione. In mezzo ai rifiuti, nascosti in sacchi di plastica neri per non dare nell’occhio, c’erano i quadri e il resto della refurtiva.

Secondo gli investigatori, che stanno ancora proseguendo le indagini, gli arrestati sono dei professionisti nell’ambito del giro di furti di opere d’arte e potrebbero far parte di una banda di stranieri formata da altri componenti, che non sono ancora stati rintracciati. Dopo il colpo messo a segno dai ladri, ai due stranieri era stato affidato il compito di cercare acquirenti italiani o ancora meglio stranieri. Sarebbe bastato un ritardo di pochi giorni e probabilmente gli investigatori non sarebbero più riusciti a trovare i quadri.

Le tele sono il bottino di un unico furto, avvenuto in un lussuoso attico romano a metà marzo ai danni di una collezionista, una psicologa romana, che aveva ereditato le tele e le sculture dai suoi genitori. Probabilmente un furto su commissione su richiesta di qualcuno che sapeva bene che in quell’appartamento c’erano quelle opere di spessore. Dopo gli arresti e il recupero della refurtiva, le forze dell’ordine hanno riconsegnato tutti i quadri all’ereditiera. I ricettatori, invece, sono finiti in manette. Alla vista di polizia e carabinieri sono rimasti visibilmente sorpresi. «Pensavamo ormai di averla fatta franca», sono state le prime parole pronunciate una volta in prigione.

«La brillante operazione deve essere uno stimolo all’individuazione e alla neutralizzazione dei ricettatori e delle vaste reti gestire dalle associazioni a delinquere con il fine del commercio anche internazionale delle opere rubate - ha dichiarato Luigi Camilloni, presidente dell’Osservatorio Sociale -. Vanno assicurati e puniti severamente questi “talebani del Lazio” perché bisogna stroncare il fiorente mercato clandestino». «Visto che il Lazio è la regione più colpita dai furti di beni culturali, sarebbe opportuno da una parte inasprire le pene per chi commette questi reati - ha aggiunto - e chi soprattutto ricetta le opere d’arte e dall’altro concedere degli sconti di pena a chi collabora fattivamente a sgominare il mercato clandestino».



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Il vuoto politico del Pd, non sa più cosa dire nemmeno agli operai

di Vittorio Macioce

Ostaggio dei suoi dogmi, la sinistra non ammette che a Pomigliano la Fiom corre verso il suicidio. E Bersani elogia i bidelli "martiri della manovra". Incapace di pensare al futuro, l'opposizione lotta contro ogni riforma

 
I bidelli. Bersani ha detto che questa manovra tartassa e colpisce sempre gli stessi poveri cristi, quelli che da una vita pagano il conto per tutti. E chi sono questi martiri, questi tartassati, questi Stakanov? I bidelli. Bersani dice proprio i bidelli. Nulla contro i bidelli, ma davvero è difficile immaginarseli come i titani che portano sulle spalle le fatiche di questo Paese. Forse è qui il problema. Sono anni che la sinistra vede un’Italia immaginaria. Il risultato è che da quattro lustri non fa politica e vaga ubriaca dribblando tutta la realtà che rischia di falsificare il suo mondo virtuale. Le fiaccole di Pomigliano sono uno specchio, un crocicchio, una porta scorrevole.

Ma ogni volta che il Pd, e tutto ciò che gli sta intorno sono costretti a fare i conti con il tempo che passa, si manifesta una crisi d’identità. Si barcamenano e sprofondano la testa nella sabbia. Non vogliono perdere quei quattro o cinque dogmi a cui aggrapparsi. Il resto è nulla. Non esiste. Poi un giorno arriva un manager senza cravatta, uno che va in giro con i maglioni blu a girocollo, e si mette a parlare come la Thatcher. Ti dice che quella fabbrica che sta sotto il Vesuvio, nata sotto il segno della Cassa del Mezzogiorno, simbolo di una stagione in bianco e nero, lontana, molto lontana nel tempo, così com’è non ha senso. Ti dice che la Fiat si è lanciata in una grande avventura.

È andata in America a spiegare ai padri di Detroit come si fanno auto piccole, ecologiche e a prezzi popolari. La cultura del lavoro di Pomigliano non è all’altezza di questa sfida. Bisogna cambiare. Niente scioperi quando c’è il mondiale. Niente furbate sui certificati medici. Altrimenti la Panda la faranno i polacchi. La Polonia è più affidabile. È terra più sicura, con meno imprevisti e non si trova nel cuore in cancrena del regno di Gomorra. La Polonia costa di meno.

Questo è il bivio. Marchionne non è un santo, ma la cultura del lavoro di Pomigliano non è al di sopra di ogni sospetto. La maggior parte degli operai è pronta ad accettare questa scommessa. Se riesce va bene alla Fiat. Ma soprattutto è una prova d’orgoglio del Meridione. È dire al mondo che al Sud si può investire. È questa la svolta, il salto culturale. Cisl e Uil lo hanno capito. La Fiom no, e sogna l’autunno caldo. In mezzo ci sono gli ignavi. La Cgil, casa madre della Fiom, e il Pd che con la vocina sussurrano un sì incerto e malfermo.

Come mai il Pd non sceglie? La sua classe dirigente sa benissimo che la battaglia della Fiom è in gran parte un suicidio. Il problema è che resta prigioniera dei suoi quattro dogmi, quella voglia di fermare il tempo, di arroccarsi a un Novecento dove ogni cosa era definita, illuminata, certa, con le mappe ben disegnate, senza ombre, senza rischio, senza scelte. Il Pd non riesce a liberarsi dal dogma: il metalmeccanico ha sempre ragione, anche quando è assenteista o finto malato. Non riesce a rimandare al museo il sindacato pesante, ideologico, liturgico, fedele al mito dell’operaio massa, avanguardia della rivoluzione, leggendario soggetto politico di un secolo che non c’è più. Non ce la fa. È come bestemmiare.

Il Pd conserva nella parte atavica della sua politica tutti i vecchi schemi. Si abbarbica, si aggrappa, si stringe come un koala impaurito al passato, interpretando giorno dopo giorno il ruolo di partito reazionario. La Costituzione diventa così il tabernacolo intoccabile, su cui non si può neppure pensare o immaginare una riforma, un passo avanti, una revisione. Come se quella Carta nata strabica e compromessa non sentisse l’usura di un’Italia che non è più quella di De Gasperi e Togliatti, del post fascismo, agricola e paesana, con il Sud che cerca fortuna al Nord, sconquassata dalla più grande migrazione interna di una terra divisa dalla fortuna e dai dialetti. No, quella Costituzione ora è sacra. E i chierici del Pd ne sono diventati la casta sacerdotale. Così se Berlusconi parla di riforme costituzionali, quelle che vent’anni fa erano il sogno dei referendari e dovevano segnare la fine della prima Repubblica, diventa subito l’eretico e il bestemmiatore. Bersani si straccia le vesti e minaccia: «Se non gli piace la Carta se ne vada a casa».

E così è su tutto. Non si cambia il welfare, non si toccano le pensioni, non si nomina la giustizia, non si tagliano gli sprechi, non si fa il federalismo, non si cambia la scuola. Tutto questo sempre sbiascicando le parole, con un quarto di sì e un tre quarti di no, con posizioni opache, cariche di eccezioni e ma o però. Tergiversano. Poi, quando si arriva al bivio, bloccano tutto. Vince quel desiderio nostalgico di reazione. Vince il paradosso. Vince l’equivoco mai chiarito. Questo. Il Pd santifica Tangentopoli e poi passa il tempo a rimpiangere la Prima Repubblica.



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