sabato 12 giugno 2010

Casa, anche la Bonino si prende un milioncino

Libero



Un milione e spiccioli. Soltanto in "diaria", Emma Bonino e Livia Turco hanno sfondato il muro delle sette cifre. Poco più sotto c'è anche Anna Serafini, moglie di Fassino. Il meccanismo è lo stesso che vi abbiamo spiegato nei giorni precedenti attraverso gli esempi di altri politici di primo piano: le tre signore percepiscono una diaria incassata, in teoria, per pagarsi vitto e alloggio nella capitale: quattromila e tre euro mensili. L'affare sta nel fatto che tutte  a Roma già ci risiedono, ergo vengono finanziate per una trasferta che trasferta non è.  Così la leader dei radicali, dopo 260 mesi di attività parlamentare, ha ammonticchiato 1.040.808 euro. Una vittoria al fotofinish rispetto alla Turco, staccata d'una manciata di euro appena: 259 mesi e 1.032.774 euro in diarie. Oltre signora Fassino (812.609) c'è anche il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, parlamentare da 219 mesi rimborsato con 876.657 euro.

A chi pensano di darla a bere, i nostri politici? Parlano parlano di austerità, di sacrifici, di misure anti crisi necessarie per rimettere in sesto l'Italia. Ma loro, quando pagano? Intanto, se si fa il conto di quanto hanno accumulato a carico nostro in questi lunghi anni di mangiate, non basterebbe neppure decurtare lo stipendio del 50% per pareggiare i conti. Un esempio per tutti? La storia di Pierferdinando Casini pubblicata ieri su Libero a firma di Franco Bechis. "A Pier Ferdinando Casini gli italiani hanno regalato un casone - ha scritto Bechis - Da quando l’ex braccio destro di Arnaldo Forlani è entrato in Parlamento nel lontanissimo 1983 la Camera gli ha corrisposto un rimborso spesa per pagarsi un appartamento a Roma che tenendo conto dell’inflazione da allora ad oggi ammonta a 1.297.007 euro, una cifra che nella capitale vale una casa di lusso".

E l'ex presidente della Camera non è certo il solo ad aver goduto dei super privilegi di parlamentare. Grazie alla diaria, l'indennità corrisposta per i parlamentari residenti a Roma, onorevoli e senatori si son fatti ricchi. Una manna, quella della diaria, che ha consentito di comprarsi casa (o di pagarsi l’affitto) nella Capitale a spese del contribuente.

I più ricchi sono quelli che hanno registrato una permanenza più lunga in Parlamento. Come Giovanna Melandri, per esempio, "Nonostante figuri da lustri alla voce “giovani promesse della sinistra”, l’ex ministro è alla Camera da un pezzo. Precisamente dal 1994: a oggi fanno cinque legislature tonde, per un totale di 182 mesi. Calcolando la diaria sull’importo attuale di 4.003 euro mensili, il totale dà 728.546 euro. Che, oltre che per quella a Roma, non è da escludere possano essere serviti anche per l’acquisto della seconda casa della Melandri, comprata in Kenya (a Watamu, vicino a Malindi) dalla moglie di Roberto Vecchioni" si legge su libero, nell'articolo a doppia firma Bolloli-Gorra.

"Altro colosso della diaria è Fabrizio Cicchitto. Il capogruppo del PdL a Montecitorio, fra Camera e Senato, fra Psi, Forza Italia e PdL, ha inanellato 205 mesi da parlamentare (esordio nella settima legislatura, anno di grazia 1976). La diaria accumulata in tale periodo assomma a 820.615 euro. A proposito di ex socialisti, da segnalare il caso di Margherita Boniver. L’ex presidentessa di Amnesty Italia è alla quinta legislatura: per 198 mesi ha ritirato lo stipendio alla Camera o al Senato, trovandoci dentro una voce “diaria” ammontante nel complesso a 792.594 euro. I recordman della Camera, tuttavia, sono Casini e Gianfranco Fini: otto legislature otto (primi timidi passi a Montecitorio nel giugno 1983: presidente del consiglio Amintore Fanfani, Roma campione d’Italia con 43 punti, ultima avveniristica novità dell’automobile la Polo, costo otto milioni). A oggi fanno 306 mesi da parlamentari. Equivalenti all’inezia di 1.224.918 euro complessivi.




11/06/2010




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L'Arabia Saudita concede un corridoio a Israele per attaccare l'Iran

Libero





Secondo l’edizione odierna del Times di Londra, l’Arabia Saudita ha effettuato test per ritirare le sue difese aeree, per consentire possibili raid dei caccia israeliani contro i siti nucleari iraniani. Riad avrebbe dunque aperto un corridoio aereo a Israele. "I sauditi hanno dato il permesso di sorvolo agli israeliani", ha dichiarato una fonte della difesa statunitense al quotidiano britannico: "hanno già effettuato test per accertarsi che i loro stessi caccia non si attivino e nessuno sia abbattuto. Tutto questo è stato concordato con il Dipartimento di stato" americano.

L’informazione troverebbe conferma anche negli ambienti militari della monarchia del Golfo, In caso di attacco contro la Repubblica Islamica, è probabile che Israele colpisca i centri strategici cruciali per lo sviluppo del programma nucleare iraniano, ovvero gli impianti d’arricchimento dell’uranio a Qom e Natanz e il reattore ad acqua pesante di Arak. Altri target identificati da Tel Aviv sono il reattore ad acqua leggera di Bushehr, una volta ultimato capace di produrre plutonio per uso militare. Gli obiettivi sono a 2.250 chilometri da Israele, al limite estremo del raggio d’azione del loro bombardieri, anche con rifornimento aereo. Un corridoio aereo ridurrebbe la distanza.

Nonostante esistano attriti fra Arabia Saudita e Israele – scrive il Times - i due governi condividono l’odio per il regime di Teheran e un identico timore per le ambizioni nucleari dell’Iran.

Intanto a Teheran, giusto un anno fa Ahmadinejad rivinceva le elezioni. L’Onda verde composta da giovani scende in piazza nell’anniversario per proseguire la protesta contro il presidente  sebbene i leader riformisti Mehdi Karroubi e Mir-Hossein Mousavi abbiano invitato i propri sostenitori a non partecipare alla mobilitazione per evitare spargimenti di sangue.

12/06/2010




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Brescia, zero passeggeri E l'aereo resta a terra

Corriere della Sera


Festa amara per i nuovi voli verso Rimini.

Il presidente: poca pubblicità, ma è solo un disguido

Trasporti
Brescia, zero passeggeri
E l'aereo resta a terra
Festa amara per i nuovi voli verso Rimini. Il presidente: poca pubblicità, ma è solo un disguido


La sala d'attesa deserta dello scalo bresciano di  Montichiari

MONTICHIARI (Brescia)

Lo avevano già ribattezzato «l'aereo dei bagnanti»: un volo low-cost che ogni fine settimana, con partenza alle 13.50, in 40 minuti avrebbe dovuto portare turisti da Brescia a Rimini. Ieri, sulla carta, al «D'Annunzio» di Montichiari si doveva festeggiare il primo decollo del volo Dnm220, gestito dalla OristanoFly. Peccato che quell'aereo nessuno l'abbia mai visto. Cancellato prima di prendere servizio. Il volo per Rimini non è decollato perché nessun passeggero si è presentato all'imbarco.

Si tratta dell'ennesima partenza falsa di uno scalo nato addirittura con l'ambizione di fare concorrenza a Malpensa e Linate, ma che dopo 11 anni di vita è inchiodato agli ultimi posti della graduatoria nazionale di traffico. La direzione di Montichiari non vuole sentire parlare di flop: «La rotta per Rimini è gestita dalla OristanoFly, la stessa che dal 3 giugno ha riattivato i collegamenti con Roma e per la Sardegna. La cancellazione del volo d'esordio per Rimini è solo frutto di un disguido — chiosa Vigilio Bettinsoli, presidente dello scalo —. La prossima settimana sarà tutto regolare. I collegamenti con la Romagna, la Sardegna e la Toscana saranno fondamentali per farci ripartire». Dallo scalo bresciano ieri sono decollati solo tre aerei: due per Londra (gestiti dalla Ryanair) e uno per Oristano via Roma (riattivato proprio dalla compagnia sarda).

Montichiari si conferma una cattedrale nel deserto dei cieli: i soci — principalmente enti pubblici — devono ripianare ogni anno un debito che è arrivato a sfiorare i 30 milioni di euro. I passeggeri e le compagnie latitano, preferendo muoversi sugli scali di Bergamo e Verona, ciascuno dei quali dista dal D'Annunzio 40 chilometri al massimo. I trentadue poliziotti assegnati allo scalo, assieme a finanzieri, vigili del fuoco e controllori di volo lavorano in concreto solo pochi minuti al giorno. Ieri c'erano dieci taxi in fila davanti agli arrivi. «Neppure una corsa in tutta la mattina», dice uno degli autisti. «Ma non chiamateci aeroporto fantasma — sbotta Bettinsoli —. Abbiamo 100 dipendenti e altrettanti lavoratori stipendiati da cooperative o ditte di servizio. Il nostro core business è legato ai cargo». Sarà, ma anche i cargo non sembrano gradire il D'Annunzio. «Tutta colpa del costo del carburante — spiega il presidente —. A Montichiari si paga il 18% in più rispetto a Malpensa e il 16% in più di Orio al Serio. Anche questo problema sarà risolto entro poco tempo, con un approvvigionamento diverso».
Giuseppe Spatola
12 giugno 2010



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Padova, «Siete gay e vestiti da comunisti» Coppia presa a bastonate in centro

Il Messaggero

Camminavano abracciati: calci e pugni da un altro uomo
Gli amici dell'aggressore li avrebbero ulteriormente minacciati

 

PADOVA (12 giugno)

Due giovani sono stati presi a bastonate nel centro di Padova da un uomo vistosamente irritato dal fatto che camminavano abbracciati e che, dal modo di vestire, a suo avviso non potevano che essere "comunisti".
È successo la notte di mercoledì scorso: gli aggrediti, di 27 e 31 anni, hanno riportato otto giorni di prognosi ciascuno e hanno denunciato il pestaggio alla Digos di Padova, che sta selezionando i filmati del luogo dove si sono svolti i fatti e delle zone circostanti per risalire al responsabile.

L'aggressore, un giovane sui 25-27 anni, italiano, era seduto con altre persone al tavolino di un locale di Larga Europa, il "P.Bar". Al passaggio dei due li ha ripetutamente insultati in quanto gay e perché secondo lui dall'abbigliamento non potevano che essere comunisti. Ad una loro richiesta di spiegazioni, li ha raggiunti colpendoli con calci e pugni. Ad uno ha rotto gli occhiali da vista causandogli una ferita all'occhio destro, l'altro è stato colpito alla bocca e con un calcio.

Gli amici dell'aggressore non l'hanno fermato
, ma, secondo quanto denunciato, fattisi attorno hanno consigliato ai due malmenati di andarsene, se no sarebbe stato peggio per loro. I due giovani si sono allontanati e hanno chiamato la polizia, che è immediatamente intervenuta, ma nel frattempo al bar non c'era più nessuno. Indagini sono in corso per individuare l'autore del pestaggio e le persone che erano con lui.




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Inchiesta G8, il pranzo che inguaia Matteoli

Il Secolo xix

Clicca e scarica i verbali dell’interrogatorio
qui quello che riguarda il pranzo all’Harry’s Bar
qui (1 - 2 - 3) gli altri

Le inchieste sulla “cricca” rischiano di arenarsi tutte nella Capitale, dopo la sentenza della Cassazione. Ma la procura di Firenze dà il colpo di coda. Deposita una serie di verbali: con un interrogatorio che imbarazza il ministro Matteoli.
Il 17 maggio scorso i pm Giuseppina Mione e Luca Turco interrogano a Firenze Geraldo Mastrandrea. È un magistrato del Consiglio di Stato distaccato al ministero delle Infrastrutture come capufficio legislativo dal maggio 2008. Ovvero, con l’arrivo di Altero Matteoli. I magistrati fiorentini vogliono sapere qual è il suo ruolo nella “guerra” tra la Btp dell’imprenditore Paolo Fusi e la Astaldi per l’appalto della scuola dei Marescialli di Firenze. Che è poi il primo episodio da cui parte tutta l’inchiesta sul sistema della “cricca”.
I pm, in particolare, vogliono sapere del ruolo di Matteoli nella controversia giuridica che Fusi, amico del coordinatore Pdl Denis Verdini, ha scatenato contro Astaldi. Minacciando di chiedere un maxi danno erariale, 40 milioni di euro, allo Stato.
Il suo tentativo è quello di “rientrare” nell’affare che lui giudica «scippato» alla sua azienda. e che sarebbe anche all’origine del pesante indebitamento di Btp con le banche, a cominciare dal credito cooperativo fiorentino presieduto da Verdini con le banche.
Racconta Mastrandrea ai pm: «Un giorno verso fine maggio, massimo prima metà di giugno, il ministro riceve Fusi e io ero in ufficio, mi chiama e alla sua presenza dice: guardi qui c’è una situazione...». Fusi, prosegue il racconto di Mastrandrea, aveva portato a Matteoli una bozza di denuncia alla corte dei conti e sosteneva «in maniera ossessiva che c’era stata una truffa, che gli era stato tolto questo appalto, ma che loro avevano un lodo favorevole che avrebbe condannato il ministero a pagargli 30 e passa milioni di euro». A quel primo incontro Mastrandrea racconta che, oltre al ministro e a Fusi, erano presenti dei dirigenti della Btp. I pm chiedono: Fusi si conosceva già con Matteoli? La risposta: «Ho avuto l’impressione che si conoscessero, per il fatto della Toscana». Da lì in poi, racconta il dirigente, Fusi e i suoi avvocati si fanno sempre più insistenti. Con lui e con gli altri dirigenti incaricati di gestire la faccenda.
I pm gli chiedono anche se in quest’opera di “pressing” venga contattato da Verdini e Mastrandrea, nel negare, apre uno squarcio inedito sul ministro e su un incontro fuori dalle sedi istituzionali. Racconta il capo del legislativo: «Un giorno, intorno al 20-25 ottobre, il ministro mi convoca all’Harry’s bar dicendomi: mi raggiunga a questo pranzo». Il dirigente corre subito e con Matteoli trova Verdini e Fusi. «Io ho avuto proprio l’impressione che il ministro volesse in qualche nodo dimostrare a Fusi che aveva fatto un lavoro di “messa in contatto”. Il ministro mi disse: che cosa state facendo? ». Lui risponde vago: «Abbiamo fatto questa delibera, adesso vedremo».
Tra le altre carte depositate dai pm fiorentini un rapporto di 224 pagine del Ros. Le “prove” delle corruzioni. Favori, posti di lavoro, cadeaux. Orologi Audemars-Piguet Chopard regalati dai costruttori ai mandarini del ministero. Un incarico alla figlia di un dirigente delle Infrastrutture in un’azienda del giro Balducci.






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Noi facevamo scoop anche senza avere una sola registrazione"

Il Tempo

Parla l'ex cronista de "Il Tempo" Ulderico Piernoli: "Troppo spesso nelle intercettazioni si perde di vista il reato e ci si infila di tutto. Sui giornali poi esce il gossip e così si imbrattano di fango persone che non c'entrano nulla".
 

«I giornalisti tornino ad alzare il culo dalle sedie altro che leggi bavaglio». Non va per il sottile Ulderico Piernoli per anni inviato de Il Tempo, poi caporedattore al Tg2 e oggi direttore del Tgnews di Televita. Giornalista da strada, inviato sui fronti di guerra è stato testimone per anni di fatti di cronaca tra gli anni di piombo e le mattanze di mafia.

Allora non ci troviamo di fronte a un tentativo di censura?
«Assolutamente no. È una legge che rimette un po' d'ordine in anni di libero arbitrio. Fatto salvo che tutto quello che arriva in mano al giornalista va pubblicato, la verità è che in questi anni è arrivato alle redazioni di tutto e di più. Brogliacci di investigatori che i pm si sono limitati a copiare e incollare senza discernere fra ciò che riguardava l'indagine propriamente detta e il contorno, magari piccante. Troppo spesso nelle intercettazioni si perde di vista il reato e ci si infila di tutto. Sui giornali poi esce il gossip e così si imbrattano di fango persone che non c'entrano nulla con le conseguenze che sappiamo».

Una volta come si faceva questo mestiere?
«Infatti. Mi meraviglia sentir dire che ora non sarà più possibile fare inchieste e pubblicare notizie. Penso agli anni in cui cominciai questa professione. Giornalisti di "giudiziaria" del calibro di Guido Guidi de La Stampa, Franco Salomone de Il Tempo, Roberto Martinelli del Corriere della sera e tanti altri che giravano per i tribunali, pubblicavano scoop e inchieste senza avere bisogno di intercettazioni».

Forse c'erano di meno?
«La verità è che all'epoca non si poteva fare copia-incolla. I brogliacci della questura con le trascrizioni dovevano essere riscritte e quindi veniva preso solo quello che effettivamente era d'interesse per le indagini. Ora i pm copiano tutto nelle loro ordinanze anche cose insignificanti ai fini dell'inchiesta giudiziaria».

E la tua esperienza personale?
«Ho seguito le inchieste e i processi delle Brigate Rosse, il primo maxi processo di Mafia. I verbali delle confessioni di Buscetta e quelli degli interrogatori venivano pubblicati e ce li contendevamo tra colleghi. La verità e che quei verbali erano pieni solo di notizie attinenti ai fatti. Oggi, soprattutto le intercettazioni, sono un mix di tante conversazioni a volte insignificanti tra gente che è estranea alla stessa inchiesta, ma che possono diventare un'arma politica e come tale usata dai giornali. Per ritornare alla mia esperienza, ricordo ancora quando fu rapito il rampollo della famiglia Getty, Paul III, dopo la sua liberazione riuscii a impossessarmi del verbale con il racconto della sua prigionia. Fotocopiai tutto e lo rimisi a posto. Sul giornale uscì in esclusiva tutto il racconto».

Sul filo del rasoio...
«Certamente. Questo vuol dire però lavorare sul campo, non aspettare via mail o sul telefonino le notizie. Notizie che spesso sono interpretazioni della verità così come viene dispensata dalla gola profonda di turno. Altro aspetto che andrebbe indagato. Mi chiedo, infatti, che fine abbia fatto l'inchiesta sui due reporter di Repubblica filmati mentre entrano negli uffici della Procura di Trani. Gli stessi che poi hanno pubblicato sul giornale i documenti che lì erano custoditi. Chi ha indicato dove fossero le carte? Questo è il vero tema».

 Vuoi dire che i giornalisti si fanno manipolare?
«I giornalisti si devono dare una regolata. Il problema non è l'intercettazione ma l'uso che se ne fa. Pensiamo all'inchiesta della procura di Bari sullo scandalo sanità in Puglia. Lì c'è un giro di tangenti e di corruzione ed è intercettato un certo Tarantini. Eppure sui giornali per mesi si è parlato delle telefonate di Silvio Berlusconi e della signora D'Addario, di professione escort. L'inchiesta scomparsa, sepolta sotto paginate di gossip. Il processo mediatico ha fatto già troppe vittime illustri. Penso a Rino Formica o a Calogero Mannino, triturati sulla stampa e poche righe quando dopo decenni sono stati assolti».

Che fare?
«Darsi una mossa ed evitare di ragionare, seduti in redazione, intorno a teoremi senza fare la tara a quello che viene sapientemente distribuito per scopi non certamente di giustizia».

Maurizio Piccirilli
12/06/2010




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Ripreso mentre fa avances ad attore che si finge omosessuale: prete sospeso

Il Messaggero

BERGAMO (12 giugno)

Prete faceva avances a un attore che si è finto omosessuale. Dopo un servizio mandato in onda da Le Iene, un sacerdote bergamasco di 51 anni è stato sospeso dall'incarico che ricopriva al santuario di Caravaggio (Bergamo). Il programma andato in onda ad aprile lo aveva ripreso con una telecamera nascosta dopo la segnalazione di un giovane, che accusava il sacerdote di molestie sessuali. Anche l'incontro con l'attore, ripreso da una telecamera nascosta, era sfociato ben presto in un esplicito tentativo di approccio.

Nonostante gli accorgimenti per non svelare l'identità del sacerdote, chi conosceva il prete lo ha subito riconosciuto e ha avvisato il vescovo di Cremona (diocesi da cui dipende il santuario di Caravaggio), che lo ha sollevato dall'incarico. Il prelato ha spiegato al quotidiano L'Eco di Bergamo, che oggi riporta la notizia, che si tratta di una sospensione provvisoria, poiché «i casi di questo genere - ha detto - vengono poi trattati a Roma. Dal nostro punto di vista non possiamo prendere altre decisioni, né aggiungere alcun commento. Possiamo solo aspettare».




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Assume disabile e gli ruba stipendio: arrestato dirigente di cooperativa sociale

Il messaggero

 

ROMA (12 giugno)

Conosceva il suo disagio mentale e lo aveva assunto per questo nella società che dirigeva, in modo da approfittarne corrispondendogli solo una minima parte di quello che avrebbe dovuto pagargli. È così che un giovane romano di 23 anni, dirigente di una cooperativa sociale specializzata in servizi di manutenzione per conto terzi, è stato arrestato dai carabinieri della Stazione Roma Aventino dopo che la storia è venuta a galla a seguito di accertamenti effettuati dall'Inps.

L'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale aveva comunicato agli anziani genitori dell'invalido di 45 anni che il proprio figlio non avrebbe più percepito la pensione di inabilità poichè risultava incompatibile col suo attuale status di lavoratore stipendiato. Solo allora la denuncia sporta ai carabinieri ha permesso di accertare le responsabilità del giovane imprenditore. Il 23enne, infatti, aveva assunto l'invalido per lavori saltuari e ogni mese gli faceva firmare la busta paga di 800 euro quando, nella realtà, gliene corrispondeva solo 100.

Scoperta la truffa i militari hanno arrestato il giovane. Continuano le indagini dei carabinieri sulla voluminosa documentazione della cooperativa acquisita per accertare eventuali altri illeciti.




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A Caserta il pizzo sulla patente: chi paga i vigili non perde i punti

di Carmine Spadafora

Due arresti in un comune in provincia di Caserta, altri sei indagati: distruggevano i verbali.

Coinvolto anche il titolare della società che gestiva gli autovelox


 

Caserta

Due vigili urbani arrestati, altri sei indagati e sospesi dal servizio per due mesi, con l'accusa di associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato, abuso d'ufficio, peculato, falso ideologico e materiale in atti pubblici commessi da pubblici ufficiali incaricati di pubblico servizio. In sostanza gli otto vigili urbani, in forza al Comune di Piedimonte Matese (Caserta) e il titolare di una società, la «All Service srl», (per l'imprenditore la misura del divieto di dimora in Campania), convenzionata con il comune di Piedimonte Matese per la gestione degli apparecchi per la rilevazione automatica della velocità, sono accusati di aver manipolato oppure distrutto verbali elevati per violazione dei limiti di velocità.

Avrebbero così procurato un danno alle casse comunali pari ad oltre 20mila euro. Gli indagati avrebbero non solo consentito agli automobilisti indisciplinati e multati di evitare il pagamento delle sanzioni o di pagarle con importi ridotti, ma anche di evitare l'applicazione delle sanzioni accessorie, consistenti nella decurtazione dei punti dalla patente di guida. Insomma il «pizzo» anche sulle multe. Chi pagava si ritrovava la patente ancora immacolata.

L'indagine è stata coordinata dal Procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) Luigi Gay e condotta dalla Guardia di finanza. Le fiamme gialle hanno eseguito perquisizioni nelle abitazioni degli indagati e in Comune e hanno acquisito oltre cinquemila verbali di contravvenzioni per violazioni al codice della strada, compilati nel triennio 2005-2007. Gli investigatori hanno anche eseguito accertamenti informatici e interrogato oltre trecento persone coinvolte nella vicenda.

Il procuratore aggiunto Gay ha definito la vicenda «un complesso ed esteso fenomeno criminale, che da anni veniva gestito da appartenenti alla Polizia municipale di Piedimonte Matese». In particolare i pubblici ufficiali coinvolti, costituendo una vera e propria «associazione per delinquere finalizzata alla commissione di un numero elevatissimo di reati contro la fede pubblica, la pubblica amministrazione ed il patrimonio», hanno, di fatto, per anni, strumentalizzato per interessi privati il servizio pubblico - spiegano in Procura - concernente la rilevazione delle violazioni del codice della strada per superamento dei limiti di velocità, attraverso la soppressione o la falsificazione degli originari verbali di contravvenzione con l'ausilio tecnico della ditta preposta alla gestione degli autovelox».

Il comune di Piedimonte Matese nel triennio 2005-2007 aveva stipulato un contratto di appalto con la «All Service srl», impegnatasi a fornire tecnici e attrezzature per la rilevazione delle infrazioni stradali. La «All Service» si occupava anche dello sviluppo delle foto, della ricerca dei proprietari delle auto sorprese in flagrante dagli autovelox e della spedizione dei verbali elaborati e dell'eventuale formazione del ruolo.

Gli inquirenti della Procura di Santa Maria Capua Vetere avrebbero accertato che nel sistema truffaldino i vigili acquisivano preliminarmente dalla società «All service», tramite posta elettronica, le «prestampe» relative alle infrazioni rilevate, contenenti i dati identificativi degli automobilisti che avevano trasgredito il codice della strada, allo scopo di individuare, preliminarmente e arbitrariamente, i nomi da eliminare dalla lista, ai quali non veniva notificato il verbale di contravvenzione, ma veniva recapitato un nuovo verbale, modificato e quindi falsificato rispetto a quello originario.



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Battaglia Terme, c'è l'esame di dialetto per chi vuole fare il vigile urbano

Il Mattino di Padova

"Non è una provocazione - assicura l'assessore leghista Alfredo Bedin - si tratta di una decisione presa per andare incontro a quella parte della cittadinanza che qui è composta in gran parte da anziani"


BATTAGLIA TERME.

Niente posto di vigile urbano a chi non sa il dialetto veneto. A stabilirlo, è il bando per l’assunzione di un nuovo agente di polizia locale pubblicato per un concorso ancora aperto. Tra i criteri, l’assegnazione di 2 punti su 30 per la comprensione della «parlata veneta». Al prossimo agente che prenderà servizio, dunque, non basterà conoscere a menadito codici, leggi e regolamenti della strada.

Durante la prova di cultura generale, dovrà dimostrare alla commissione tecnica di capire parole o domande in dialetto veneto. Questo nonostante il Comune non sia esattamente un baluardo del Carroccio. Il sindaco Pdl Daniele Donà è espressione di una civica moderata. A prevalere è stata però la proposta dell’assessore leghista Alfredo Bedin che spiega così il provvedimento.

«Non è una provocazione - dice Bedin - si tratta di una decisione presa per andare incontro a quella parte della cittadinanza che qui è composta in gran parte da anziani. E’ giusto che possano rivolgersi ai dipendenti dell’amministrazione pubblica in modo diretto e con l’idioma che li ha visti nascere e crescere. Vogliamo solo far sì che il posto non sia vinto da chi è di passaggio, ma risiede qui da tempo. L’obiettivo è che quanto meno il nuovo dipendente capisca e si faccia capire».

A sdrammatizzare ci pensa il vicesindaco Alessandro Baldin: «Un vigile deve pur sapere se qualcuno lo offende in dialetto veneto». Dura, invece, la minoranza del Partito Democratico. «Avevamo già espresso le nostre perplessità sull’opportunità di inserire in organico un terzo vigile visti i problemi al bilancio - dice il consigliere comunale Angela Temporin - Dopodiché vorremmo ricordare che lavorerà in una zona turistica ed essendo Battaglia parte del nuovo distretto, farà servizio anche ad Abano e in tutti i Comuni termali. Eppure nel concorso si chiede attenzione alla parlata veneta e neanche un po’ a una lingua straniera, all’inglese o al tedesco per esempio. Questo la dice lunga», è la sua conclusione.
(11 giugno 2010)




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Per soldi Prodi difende i petrolieri che hanno avvelenato l’Atlantico

di Redazione

L’ex premier reclutato dalla Bp con l’incarico di "ridare un buon nome" alla multinazionale dopo il disastro ecologico nel golfo del Messico 


 

Le facce si comprano. Basta pagare. La macchia nera che galleggia nel Golfo del Messico e minaccia gli oceani di mezzo globo non è facile da cancellare. È qualcosa che resta nella testa della gente come il più grande disastro ambientale della storia. Quel mare nero di petrolio è un marchio d’infamia. È per questo che la Bp, il colosso energetico britannico, sta cercando di ripulire in fretta la sua maschera. Che fare? Serve un gruppo di esperti internazionali. Gente con la faccia giusta. Rassicurante. Magari un buon parroco che dica ai fedeli «tranquilli, non c’è problema, tutto si sistema». La multinazionale è andata in giro per il mondo e ha pescato Romano Prodi. Il professore, secondo il Times, avrebbe detto sì.

Prodi deve rassicurare e pensare a una strategia per ridare il buon nome ai signori del petrolio. L’oro nero, come la pecunia, non olet. Non importa che l’ex premier italiano per governare con le sue coalizioni arcobaleno negli anni abbia indossato anche il sorriso ambientalista: da tempo, a sinistra, il sole non ride più. Né Pecoraro Scanio né i mulini a vento. I suoi elettori che bazzicano la sinistra equa e solidale saranno contenti. Il professore invita i giovani a cacciare i vecchi a calci ma intanto sogna un ritorno alla grande in politica. Nel frattempo si dedica agli affari, con questa mission: come far passare una multinazionale, che ha appena dipinto di nero un oceano, come una banda di buoni samaritani? È un’impresa per cui serve una bella faccia tosta. E, appunto, certe facce si pagano. Tanto.

Il professore non è uomo che si tira indietro quando c’è da incassare. Non lo ha mai fatto. Gratis, lui, non si lascia mettere il cappello in testa da nessuno. È un uomo tutto di un pezzo, morale. Volete che dica che il petrolio non inquina. Pagate. È una cosa che fanno tutti. Lui ci aggiunge l’aria da prete. Quando la British Petroleum si sposò con la Amoco lanciò un nuovo slogan per sottolineare la sua vocazione verde: «Non solo petrolio». E con l’elio come stemma, simbolo, virtù. Energia pulita, bianca, leggera, solare, che non sporca. Energia pura e stellare come quel buco nero galleggiante che nuota nel golfo.

Non c’è dubbio che Prodi con il suo sorriso tirato riuscirà a risolvere questa difficile equazione. Il problema è che la Bp non è riuscita, per ora, a ripulire il mare. I tecnici ci stanno provando. Ma finora tutti i tentativi sono falliti. Qualche tempo fa hanno ammesso: non sappiamo cosa fare. La situazione è così disperata che hanno perfino chiesto aiuto agli internauti. Hanno aperto un sito per ricevere consigli su come cavolo si può prosciugare quel mare di petrolio. Non sorprende, quindi, che abbiano pensato anche a Prodi. E lui deve essere convinto di riuscire.

In fondo cosa volete che sia una marea nera in confronto ai veleni di D’Alema, le congiure di Marini, le esternazioni di Bertinotti e il Pd di Veltroni?
È vero. La Bp non sarà l’Ulivo né l’Unione, ma l’impresa è altrettanto disperata. Quella piattaforma è diventata un incubo. Obama, oltretutto, è sempre più nervoso. La macchia nera ha oscurato i paradisi della Florida. Fa male ai pesci, all’uomo e al denaro. Il presidente statunitense è sbottato: «Vorrei sapere di chi è il sedere che devo prendere a calci». Tutti si sono girati dall’altra parte, fischiettando. Ecco il guaio in cui si è andato a cacciare il professore. L’obiettivo è sempre lo stesso: far dimenticare alla gente i disastri compiuti. Possibilmente senza essere preso a calci. Dopo tutto il professore ha una certa età.




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Le bugie anticattoliche, ecco a bufala della foto di Ratzinger "nazista"

di Andrea Tornielli

Nel suo saggio autodefinito "documentatissimo", il giornalista-scrittore Eric Frattini parla di un’immagine in cui un giovane Papa fa il saluto hitleriano in tonaca.

Ma è un falso: l’altro braccio è stato "tagliato" 


 
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Quell’immagine un po’ inquietante viene esibita sul Web come la prova regina: Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, non è stato soltanto iscritto a forza nella Hitlerjugend, come lui stesso ha raccontato nella sua autobiografia, ma era così convinto dall’ideologia hitleriana da fare il saluto nazista persino mentre indossava i paramenti sacerdotali. La foto, ripresa da molti siti Internet e inserita in brevi filmati su Youtube, ritrae un Ratzinger giovanissimo, magro, con i capelli neri, con lo sguardo serio e compunto, mentre veste la stola sacerdotale e ciononostante alza convinto il braccio destro con la mano tesa.
Una delle tante bufale antiratzingeriane, come se ne trovano a bizzeffe navigando in rete, ma che da qualche giorno ha ricevuto la sua consacrazione scritta nientemeno che in un «saggio documentatissimo e sconvolgente» - come si legge nella quarta di copertina – un libro-inchiesta scritto da Eric Frattini, «professore universitario, giornalista e scrittore eclettico, appassionato di storia e di politica», autore di una ventina di volumi, alcuni dei quali schierati contro il Vaticano. La sua ultima creatura è I papi e il sesso (ed. Ponte alle grazie).
Non è questo il luogo per citare le innumerevoli perle presenti nel testo, che denotano la scarsa conoscenza che l’autore ha della materia trattata, e ci riferiamo - ovviamente - alla storia della Chiesa, non a quella del sesso. Ad attirare l’attenzione, a pagina 377, è la citazione dell’esistenza di una foto «in cui si vede il futuro Papa vestito da sacerdote mentre fa il saluto nazista». Quale attinenza abbia l’argomento nazista con il tema portante del libro – il sesso – non è dato di saperlo, anche se appare piuttosto evidente che Frattini, non riuscendo a trovare nulla che possa accostare l’attuale Pontefice a qualcuno dei suoi lontani predecessori dai costumi non irreprensibili, abbia voluto presentarlo almeno come un nazista.
Frattini, essendo «professore universitario» nonché «appassionato di storia», come si legge nell’autobiografia all’inizio del volume, alla foto di Ratzinger che sembra fare «Heil Hitler!» ha voluto dedicare anche una nota in calce (numero 28, pag. 426) che recita: «L’autore non è riuscito a risalire alla persona che scattò questa seconda foto, in cui Ratzinger è ritratto vestito da sacerdote mentre fa il saluto nazista, né a verificare se si tratta di un fotomontaggio. La fotografia potrebbe essere stata realizzata tra il 1944 e il 1945, quando il futuro Papa aveva diciassette o diciotto anni».
In effetti, invece di cercare negli archivi l’autore della foto, sarebbe bastato navigare qualche minuto sul Web, per accorgersi della bufala, anzi del taglio tattico. Sarebbe bastata una Garzantina, il sito Internet della Santa Sede oppure Wikipedia per scoprire che l’attuale Pontefice è stato ordinato prete a Frisinga il 29 giugno 1951, dunque sei anni dopo la fine del Terzo Reich e della guerra.
Qualche «clic» in più con il mouse, senza dover consultare polverosi archivi (basta digitare su un motore di ricerca le chiavi «Ratzinger» e «1951»), gli avrebbe permesso di scoprire che quella foto è stata scattata nei giorni immediatamente successivi all’ordinazione sacerdotale, quando Joseph Ratzinger, insieme al fratello maggiore Georg, anch’egli ordinato prete lo stesso giorno, e a un altro sacerdote novello originario del paese, Rupert Berger, celebrarono la loro prima messa a Traunstein, nella parrocchia di Sant’Osvaldo.
La presunta foto nazista è in realtà un tarocco: nell’originale – reperibile facilmente sul Web – si vede benissimo Ratzinger, accanto al fratello, che impone entrambe le mani per benedire i fedeli. Dunque non faceva alcun saluto romano o nazista, peraltro fuori tempo massimo, ma semplicemente benediceva. Ovviamente rivestito della stola sacerdotale. Non c’è che da sottoscrivere almeno in parte la presentazione forse un tantino trionfale che l’editore ha posto in quarta di copertina: il volume di Frattini non è «documentatissimo» ma nemmeno documentato. Rimane, invece, inequivocabilmente «sconvolgente». Sì, che si continui a dar credito a certe bufale anticattoliche.




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Ecco perché spendo 29 miliardi in armi"

di Vittorio Macioce

Nei giorni dei tagli e dei sacrifici chiesti a tutti scoppia il caso del maxi budget per la Difesa, superiore alla manovra. Ma il ministro La Russa avverte: "Molti acquisti sono stati decisi dai miei predecessori, io ho ridotto di 5 miliardi i costi"


L’Italia ripudia la guerra. Questo c’è scritto su quella vecchia carta che chiamano Costituzione. Sarà anche vero. Ma per questa guerra che non s’ha da fare qui si spende una Finanziaria. Sono un po’ di giorni che sui giornali si fanno i conti in tasca ai generali. Il concetto è più o meno questo: ci stiamo tutti impiccando per arrivare a fine mese. Lo Stato taglia, ricuce, toglie e perdona. La parola d’ordine è far dimagrire il grande pachiderma pubblico. La crisi è infettiva. Non dobbiamo fare la fine della Grecia. Servono gli antibiotici. E via così. Niente tagli però per le armi. Le forze armate, si comincia a dire, si stanno rifacendo il guardaroba. Si compra o si è comprato: 15 miliardi per l’acquisto di 131 caccia F-35, 915 milioni per 2 sommergibili, 1,3 miliardi per 8 aerei a pilotaggio remoto, 12 miliardi per sistemi digitali per l’esercito, 120 milioni per sistemi anti-carro. 

Se si sommano tutte le spese per «difendere la pace» da qui al 2026 sullo scontrino c’è scritto 29 miliardi di euro. Tanto per dire: cinque in più della manovra di Tremonti. Il conto della spesa ha fatto vibrare l’Unità, incazzare il manifesto, protestare l’opposizione e divertire sulla Stampa Massimo Gramellini, che si è chiesto a cosa serve questo armamentario da «Apocalypse now». È chiaro. Non si sta qui a fare il coro. Ma le domande non fanno mai male. Male che va uno passa per stupido. Servono tutte queste armi? Non si poteva fare come in Germania, dove qualche taglio l’hanno fatto? I cacciabombardieri di Ignazio La Russa sono un lusso? Il ministro ha risposto. Eccolo, qui, al telefono che dice la sua. È la versione di Ignazio. 

Ministro, ma servono tutti questi cacciabombardie­ri?
«Speriamo di no».

Come speriamo di no!
«Se uno fa il mutuo per costruir­si una casa anti sismica non spera che venga il terremoto. Mica dice: qui serve una bella scossa così giustifico la spesa».

La Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra.
«Ma non dice di alzare le ma­ni se ti attaccano e, di fatto, pre­vede le operazioni di pace».

D’accordo. Ma c’è la crisi. Tagli ovunque. Non possia­mo rinunciare a qualche cac­cia?
«Primo. Non li ho ordinati io. Non sono gli aerei di La Russa. È una storia che comincia ne­g gli anni ’80».

È colpa della Prima Repub­blica?
«No. È una scelta fatta in un certo scenario geopolitico. Non è che se ti serve un aereo vai al supermercato e lo com­pri. Bisogna programmare. Io tra aerei, portaerei e tutto il re­sto sto ancora pagando 21 mi­liardi di ordini vecchi».

Ne abbiamo ordinati 121. Magari a qualcuno si può ri­nunciare.
«Appunto».

Come appunto?
«È quello che ho fatto».

Quando?
«Sono andato da Tremonti e gli ho detto: Giulio, tu non mi hai chiesto nulla, ma ho taglia­to le spese per gli armamenti».

Quanto?
«Gli Eurofighter non sono più 121 ma 96. Venticinque in meno».  

Valore in euro?
«Due miliardi. Ma non mi so­no fermato qui. Erano state or­dinate 10 fregate. Ne prendia­mo solo sei. Le altre quattro de­cidiamo se acquistarle o meno nel 2013. Altri due miliardi. Poi abbiamo rinviato l’aereo spia che dovevamo prendere con gli israeliani e il sistema anti­carro. E altre cose».

In totale?
«Cinque miliardi».

E icentotrentuno F-35, quin­di­ci miliardi di euro spalma­ti da qui al 2026. Questa è ro­ba sua.
«Non ho ancora firmato l’or­dine».

Firmerà?
«Vedremo».

Se non firma farà infuriare l’industria pesante italiana.
«Ci sono in ballo anche posti di lavoro».

Gli aerei verranno assem­blati in Italia?
«È questo il punto. Ho chie­sto c­he il 70 per cento dell’inve­stimento abbia un ritorno in la­voro qui in Italia».

Non ha tagliato gli elicotte­ri.
«Servono. Quelli per il tra­sporto sono fondamentali per le missioni all’estero e anche per l’Italia».

Cosa ha ottenuto in cambio da Tremonti?
«Nulla. Ma l’ho invitato a ri­cordarsi di questi tagli».

Un promemoria.
«Lo chiami come vuole. Que­sti tagli non rientrano nella contabilità ordinaria. Si tratta di spese che vengono suddivi­se nel corso degli anni. Mi au­guro che Giulio ne tenga con­to».

Quando c’è da discutere gli stipendi dei militari?
«Non solo. I soldati vanno an­che addestrati. E questo co­sta».

Taglio di qua, ma prendo di là.
«Non sono così cinico. Ma c’è bisogno di razionalizzare le forze armate. Così il peso è dise­guale».

Cioè?
«Troppi generali, troppi ma­rescialli e pochi soldati. A noi i soldati servono evanno assun­ti. Non posso mica mandare in Afghanistan un maresciallo di sessant’anni».

E anche qui polemiche sui costi. Trentacinque missio­ni di peacekeeping negli ulti­mi quindici anni.
«Noi abbiamo impegni inter­n­azionali ed è onesto rispettar­li. Sono missioni che servono a garantire la pace, non giochet­ti di qualche dottor Stranamo­re. Stiamo comunque studian­do il modo per ridurre il peso delle missioni.Ci sarà un’acce­lerazione per lasciare i Balca­ni».

Bombardieri in missioni di pace. Anche questo non suo­na strano? 
«Missione di pace non signifi­ca che non si usa la forza. Detto questo i nostri bombardieri vo­l­ano in Afghanistan senza bom­be».

Senza bombe?
«Senza bombe. Meglio evita­re guai».

E allora a che servono?
«Fanno operazioni di moni­toraggio».

Disarmati.
«Hanno un cannoncino che usato a volo radente colpisce in maniera mirata i terroristi. Poi mi raccontano che basta il rumore dei bombardieri per spaventare i nemici».

Quando andremo via dal­l’Afghanistan?

«Nel 2013 tutte le operazioni verranno svolte dalle forze af­gane. Questo non significa au­tomaticamente il ritiro, ma gra­dualmente si va verso il disim­pegno».

Tanti sforzi. Ma Bin Laden è ancora libero.



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E "il Fatto" spiega come aggirare le nuove regole grazie a internet

di Felice Manti

Fatta la legge sulle intercettazioni, trovato l’inganno. Virtuale. Mettere tutto su internet, con un indirizzo .com e un capiente e conveniente server in qualche Paese asiatico. Tutto: atti giudiziari in pdf, intercettazioni telefoniche, fotografie, semplici atti d’indagine. Poi, basterà linkare l’indirizzo di questo enorme database giudiziario sul proprio blog in Italia e il gioco è fatto. Perché rimandare a un sito esterno tecnicamente è «segnalazione telematica», non una «pubblicazione», e dunque è assolutamente lecita.

A lanciare la «disobbedienza virtuale» alla riforma delle intercettazioni è stato il Fatto quotidiano di ieri, che ha spiegato come, a rigor di legge, dare a un utente di internet la possibilità di «scaricare» atti giudiziari tecnicamente secretati non si configura come violazione della norma appena approvata dal Senato: «Non è sufficiente che il server di un sito sia all’estero per non dover sottostare alla legislazione italiana - ha spiegato ieri il quotidiano diretto da Antonio Padellaro - come indicato dalla direttiva europea sul Commercio elettronico, fa fede invece la residenza dell’editore».

Dunque, qualsiasi straniero con un server all’estero, ma anche «singoli blogger, testate online, portali Web di quotidiani non italiani» non devono rispettare la legge sulle intercettazioni e «potranno tranquillamente pubblicare atti di inchieste italiane». Non basta: una volta pubblicati su internet, secondo il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, i giornali «possono riprendere la notizia» e riferire ciò che il sito ha pubblicato.

La magistratura, in questo caso, nulla potrebbe. Oscurare un sito straniero è possibile solo per pedofilia o gioco d’azzardo. Figurarsi la politica. A imbavagliare il web ci aveva provato il centrosinistra, quando (coprendosi di ridicolo) aveva preteso di allargare a internet la par condicio e venne preso a pernacchie perfino dall’Unione Europea.

Ma i giornali sono pronti a «bruciare» certe notizie di cronaca giudiziaria, mettendole in rete prima che su carta? Qualcuno l’ha già fatto. L’Espresso annunciò, il giorno prima dell’uscita del settimanale, che le intercettazioni telefoniche tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e l’ex direttore generale della Rai Agostino Saccà erano disponibili (e scaricabili...) sul proprio sito. Il primo scoop del web di un quotidiano è del 1° marzo 1997: il Dallas Morning News diffuse sul proprio sito, sette ore prima di andare in edicola, che uno degli autori della strage di Oklahoma City aveva ammesso la sua responsabilità. Era la trascrizione di una conversazione telefonica con il suo avvocato.
felice.manti@ilgiornale.it





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Repubblica» e «Stampa» gridano al golpe ma è soltanto una bufala

di Stefano Zurlo


I giornali si vestono a lutto. L’informazione, par di capire, muore con la nuova legge. La Repubblica e La Stampa celebrano il funerale della libera stampa. La Repubblica è una collezione di post-it gialli. Che recitano sempre la stessa massima: la legge-bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati. La Stampa fa di più e due rubriche di punta, Buongiorno di Massimo Gramellini e Jena di Riccardo Barenghi, escono in bianco per protesta contro il solito presunto silenziatore. Insomma, a scorrere la titolazione dei giornali c’è da pensare che gli italiani non sapranno più nulla. Nulla di nulla. Nulla su nessuna inchiesta fino al fatidico termine delle indagini preliminari che, con la lentezza della nostra giustizia, vuol dire anni e anni di black out.

Peccato che non sia così. Peccato che a leggere il testo della norma, certo l’ennesimo, scritto, cancellato e riscritto non si sa quante volte, si scopre che il flusso informativo rimarrà costante nel tempo. Peccato che il bavaglio non ci sarà. Quelle che non si potranno più pubblicare in alcun modo saranno solo e soltanto le intercettazioni. Per il resto il legislatore distingue, esattamente come il vecchio, fra la pubblicazione integrale di un atto d’indagine, vietata oggi come domani, e la sua sintesi, libera oggi come nel futuro. Certo, la nuova norma dovrebbe, con il condizionale per via di possibili aggiustamenti e rimaneggiamenti in corso d’opera, costringere il giornalista ad adottare una linea di sobrietà, di sintesi, di essenzialità. A togliere, per intenderci, una volta per tutte le virgolette. Ma fra la sintesi e il black out ce ne corre.

L’Aquila, è il titolo di ieri di Repubblica a pagina 12, raffica di inchieste sulle new town. A fianco il solito post-it ammonisce il lettore. Ma è un allarme che francamente non si capisce. Perché nel pezzo si dà una sintesi delle inchieste del Gico e della Procura antimafia sulla costruzione di 145 palazzine per i terremotati. Ora, pur avendo a che fare con l’eterno cantiere legislativo, non è chiaro cosa potrebbe cambiare domani. Perché la nuova norma specifica che gli atti coperti da segreto potranno sempre essere pubblicati «per riassunto». Cosa vuol dire per riassunto? Appunto, non si potrà fotocopiare un atto o aprire le virgolette a riga 1 e chiuderle a riga 80 o 90, ma una narrazione, anche robusta, anche dettagliata, anche analitica, potrà essere svolta.

Dunque i lettori di Repubblica sapranno tutto sulle new town. E non verrà mutilato nemmeno il pezzo che sta subito sotto: Infiltrazioni, ruggine e lavori a metà Il dossier: quelle case fanno acqua. Qui si dà conto di una relazione di una sessantina di pagine dell’Ufficio tecnico del comune dell’Aquila. Figurarsi. Il solito post-it induce a tristi retropensieri ma oltre i retropensieri c’è ben poco. Per carità, forse, ma ci permettiamo di essere scettici, non si potranno più pubblicare i passaggi del documento riportati fra virgolette. Le virgolette del documento diventato parte di un’inchiesta. E dunque pubblicabile solo per riassunto. Forse. Ma a voler essere pedanti, anche oggi il codice di procedura penale, al comma 2 dell’articolo 114, vieta «la pubblicazione anche parziale degli atti non più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari», salvo poi rimangiarsi il divieto al comma 7, di cui è stata data un’interpretazione ultrasoft. Adesso sarà impossibile virgolettare anche solo una riga?

Può darsi e, sia chiaro, nessuno vuole alzare un peana alla nuova norma, confusa e frutto di infinite mediazioni e compromessi, ma certi allarmismi sono fuori luogo. Gli stessi post-it gialli di Repubblica, in prima battuta, martellavano un messaggio ancor più allarmante: con la legge bavaglio non leggerete più questo articolo. Oggi nessuno si azzarda più a sostenere questa lettura, ma l’impressione generale è sempre quella.

Repubblica, ieri, ma questa volta a pagina 13, titola: Firenze, salta il processo a Balducci. La Cassazione: competenza di Roma. Qui, come si capisce subito, siamo ormai alle porte del dibattimento e dunque tutte le eventuali censure si troverebbero in fuorigioco. In offside. Sotto, trova posto il tormentone su Scajola e la sua casa al Colosseo. Ora salta fuori che anche la ristrutturazione per un totale di duecentomila euro, non fu pagata dall’ex ministro. Cosa cambierà? Secondo quel che si ricava dal testo, nulla. In questa storia non ci sono intercettazioni, semmai interrogatori e verbali. Non si potrà più riportare quei documenti per intero, e lo stesso accadrà per le ordinanze di custodia, ma il nocciolo potrà essere raccontato. Magari aggiungendo, con la necessaria prudenza, la polpa.

Esattamente come avviene o dovrebbe avvenire oggi. Dunque, i silenzi sdegnati di Buongiorno e di Jena sulla Stampa di ieri non sono del tutto comprensibili. La norma è criticabilissima come tutte le norme, ma lasciare le righe in bianco «per abituarsi a quando la legge sulle intercettazioni impedirà di affrontare gli argomenti che nutrono da sempre i corsivi di satira e di costume» è onestamente un’esagerazione. Che non trova riscontri nella realtà. Un’esagerazione doppia, nel loro caso, visto che Gramellini e Barenghi non sono certo cronisti di giudiziaria. E siamo certi che continueranno a pungere con i loro editoriali.



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Intercettazioni, è giravolta a sinistra Al governo Prodi il bavaglio piaceva

di Paolo Bracalini

Per i leader dell'opposizione la legge sulle intercettazioni è la "fine" della democrazia.

Ma solo due anni fa era "necessaria" e votarono compatti il ddl Mastella: un testo perfino più restrittivo di quello appena approvato dal Senato.

Ecco come hanno cambiato idea. "Repubblica" e "Stampa" gridano al golpe ma è soltanto una bufala




L’effetto è quantomeno, direbbero gli psichiatri, «perturbante». Come altro reagire, se non con un misto di stupore e incredulità, al confronto balistico tra le sparate dei paladini della libertà di stampa adesso, sul ddl intercettazioni, e quelle di due anni fa, sempre su un ddl intercettazioni? Leggere per credere. Coloro che ora promettono il Vietnam alla Camera, o l’occupazione del Palazzo d’Inverno, sono gli stessi che il 17 aprile 2007 approvarono con maggioranza sovietica (447 sì, nessun no), a Montecitorio, il famigerato ddl Mastella.

Un testo lievemente più restrittivo di quello che sta sollevando l’indignazione dell’opposizione, allora al governo: divieto di pubblicazione, anche parziale, di tutti gli atti fino alla conclusione delle indagini; ammende e galera per giornalisti e pubblici ufficiali colpevoli della fuga di notizie; tetto massimo di 90 giorni per le intercettazioni; controlli severi sulle spese sostenute dalle Procure per le intercettazioni; taglio netto ai centri di ascolto (da 163 a 26).

Insomma, il famoso bavaglio, ma quella volta lì il centrosinistra lo indossò con gran piacere, cercando anzi di accelerare il più possibile l’iter della sua legge anche al Senato, come chiedeva a gran voce il vicepremier Rutelli: «Il Parlamento dovrebbe approvare il prima possibile il disegno di legge. La magistratura indaghi pure, faccia le intercettazioni, però finché non c’è una verità non sbattiamo sui giornali delle persone che si trovano prima ricattate e poi svergognate».

Nessuno stupore, in fondo è scritto nel programma di governo del Pd, l’attuale programma, al capitolo 4 sulle proposte democratiche per la «Giustizia»: «Il divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni - si legge - serve a tutelare i diritti fondamentali del cittadino. È necessario ridurre drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinare sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali».

Lì ci fu anche un dettaglio, che scatenò la furia garantista piddina: la pubblicazione delle telefonate Fassino-D’Alema-Consorte sulle scalate della Unipol (impubblicabili se il ddl fosse stato legge). Un piccolo dettaglio, ovviamente, che però fece tornare di grandissima attualità e urgenza il tema della privacy dei cittadini (e degli onorevoli...) in fatto di telefonate. Piace dunque rileggere le esternazioni di qualche notabile Pd, in quel tempo poi non tanto remoto.

Tra i più infervorati sostenitori del bavaglio, ma non è una sorpresa, il giornalista-ex premier Massimo D’Alema, che quel giugno era particolarmente in vena di vendetta contro le detestate iene dattilografe: «Lo spettacolo di questi avvocati che vanno e ricopiano sui polsini frasi e poi corrono giù dalle scale per portarle al giornalista che sta sotto il palazzo di Giustizia - spiegò tra lo schifato e il rabbioso - è indecente, una specie di suk arabo, che è un reato. Mi aspetto che qualcuno venga perseguito». Il coro unanime anti-intercettazioni risvegliò anche Prodi, che adesso si dice molto preoccupato. Tre anni fa era preoccupato del contrario: «Pagine intere di giornali dedicate alla diffusione di intercettazioni che nulla dimostrano rischiano di alimentare un clima di scontro verso le istituzioni che è inopportuno e pericoloso».

Nel frattempo il suo ministro dell’Economia Padoa-Schioppa denunciava l’eccessivo costo delle intercettazioni, chiedendo di darci un taglio, mentre Dario Franceschini era ancora più inflessibile: «La pubblicazione delle intercettazioni è inammissibile». Luciano Violante? Pronto a rimbrottare i colleghi magistrati: «Se i processi si fanno a mezzo stampa la credibilità degli uffici giudiziari è a rischio». Persino il sobrissimo Giuliano Amato squittì un attacco contro la barbarie delle intercettazioni sui giornali: «È una follia tutta italiana che qualunque cosa venga detta al telefono, se tocca incidentalmente un processo, esca sui media, quale che sia la sua rilevanza.

È chiaro che il sistema non funziona, non è possibile che dalle sedi giudiziarie esca tutta questa roba». D’accordissimo la Finocchiaro, che adesso invoca l’intervento della Corte costituzionale. Nel 2007 invocava invece «una nuova legge per evitare in futuro il prodursi di un mercato nero di materiale riservato e la conseguente immotivata lesione del diritto alla privacy dei cittadini».

Tutti d’accordo per confezionare un bel bavaglio tutto nuovo, e Di Pietro? Ad un certo punto sostenne che la sua esclusione dalla costituente Pd fosse dovuta alla sua posizione troppo giustizialista sulle intercettazioni. In realtà, anche Tonino la raccontava diversamente da oggi, agitando manette e paventando la gattabuia: «L'utilizzazione delle intercettazioni telefoniche - spiegò - va regolamentata, prevedendo sanzioni di vario tipo soprattutto per chi fornisce notizie e per chi le pubblica. Durante l’indagine preliminare del pm tutti gli atti non possono essere pubblicati». Anche per lui, un leggerissimo detour...






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Donne accerchiano poliziotti nel Napoletano «Con voi qui non si vende la droga»

Il Mattino

NAPOLI (11 giugno)

Circa 80 persone, in prevalenza donne, hanno accerchiato e minacciato i poliziotti in servizio di controllo all'interno del ''Parco Verde'' di Caivano (Napoli), colpevoli, con la loro presenza, di impedire lo spaccio della droga e altre attività deliquenziali.
Una donna, Vania Schiavoni, di 29 anni, è stata arrestata con l'accusa di minacce, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e denunciata, in stato di libertà, per oltraggio. La rivolta è scattata quando i poliziotti hanno fermato il conducente di un'autovettura e di un ciclomotore per un controllo, uno dei quali risultato familiare di Vania Schiavoni.

«Noi dobbiamo vivere, abbiamo i figli e non prendiamo uno stipendio», hanno gridato i rivoltosi agli agenti che, grazie all'ausilio di altre pattuglie giunte sul posto, hanno potuto evitare il peggio. Dopo l'arresto della donna, un gruppo di sue conoscenti, tutte donne, a bordo di auto e scooter, hanno raggiunto il commissariato di polizia di Afragola (Napoli) dove hanno minacciato gli agenti in servizio.

Due donne, una pluripregiudicata e la moglie di un pluripregiudicato recentemente arrestato per detenzione e spaccio di droga, sono state denunciate in stato di libertà. Processata con rito direttissimo, Vania Schiavoni è stata condannata a sei mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena. Due degli agenti hanno riportato contusioni guaribili in pochi giorni.





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Roma, vigilessa sequestra prodotti ad abusivo: fermata dai carabinieri

Il Messaggero

E' accaduto in Piazza di Spagna

ROMA (11 giugno)

Una vigilessa è stata fermata in Piazza di Spagna dai carabinieri dopo aver sequestrato merce contraffatta a un ambulante. L'agente è stata portata per l'identificazione nel comando provinciale dei carabinieri, in piazza San Lorenzo in Lucina, dove è stata raggiunta dalla vice-comandante della polizia municipale, Donatella Scafati.

«Nessun fermo, ora chiariranno tutto - dice il comandante Angelo Giuliani - La vigilessa aveva sequestrato due prodotti. Il tutto era stato comunicato via radio. La vigilessa in questione è rispettata da tutti i colleghi e da tutte le associazioni sindacali. Si tratta di una persona stimata e integerrima». L'ipotesi dei carabinieri era che la vigilessa non avesse segnalato il sequestro dei prodotti.

Colpevole di contrasto all'abusivismo. Gabriele di Bella, rappresentante sindacale e istruttore della Municipale di Roma, ricostruisce così l'accaduto: «La collega era uscita dalla metro piazza di Spagna. C'è stato un fuggi-fuggi e un abusivo ha perso due borse. La vigilessa, come da prassi, le ha sequestrate, informando subito il comando, via radio. Ma il cittadino del Bangladesh cui appartenevano ha chiamato i carabinieri, che sono intervenuti sul posto. Esprimo tutta la mia solidarietà e vicinanza alla collega, che ha dimostrato senso del dovere, e che è stata colpevole di avere contrastato con fermezza la vendita di merce abusiva». Il magistrato, secondo Di Bella, sentirà la prossima settimana la vigilessa e ascolterà le registrazioni delle comunicazioni via radio.





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Gli zingari e l’integrazione a senso unico

di Paolo Granzotto

Caro Granzotto, scrivo in merito all’articolo dell’11 maggio dal titolo «Chiamparino firma la prefazione sulle fate zingare». Non trovo paradossale che un sindaco promuova la cultura rom, scrivendo la prefazione a un libro, che ha come unico intento lo scambio reciproco di culture, l’integrazione, e che favorisca una società migliore. Semmai è adeguato al ruolo. Non trovo altresì sbagliato che appoggi un’iniziativa aperta a una società multietnica. È quella che Torino vive nel quotidiano. Chiudere gli occhi sarebbe il vero paradosso. Un romanzo di questo genere, che avvicina un popolo abbandonato per troppo tempo ai margini delle nostre città, che fa nostre anche usanze e tradizioni così lontane, riavvicina pure i molti che si sentono sradicati e che in questa metropoli «cominciano a non identificarsi più». Il mio è un semplice e umile parere (molto probabilmente condiviso dal sindaco di Torino). L’obiettivo è forse il medesimo voluto dall’autore dell’articolo: quello di vivere una realtà migliore e più sicura, che comunque il sottoscritto non vede realizzabile alzando muri.

autore de «La piazza della zingara»

Be’, avendo firmato la prefazione al suo libro mi pare evidente che Sergio Chiamparino condivida il suo parere, caro Marchina. Parere sul quale in parte anch’io concordo, laddove afferma di non trovare paradossale che il sindaco di Torino l’abbia scritta, quella prefazione. Ciascuno la pensi come vuole, naturalmente, ma a me pare che non ci sia niente di scandaloso. Oltre tutto nel suo romanzo ci sono richiami alla città che Chiamparino amministra e che conosce fin nelle più remote pieghe: prefatore più indicato di lui, non lo si poteva dunque trovare.

Dove non la seguo, caro Marchina, è nel suo proporsi non tanto come romanziere, quanto come un missionario il cui scopo sarebbe non solo quello, perfettamente consono alla letteratura, di favorire lo «scambio reciproco di culture», ma anche di contribuire all’integrazione favorendo così «una società migliore». È un trito e farlocco luogo comune che la conoscenza di culture diverse sia condizione necessaria e sufficiente per accoglierle, per aderirvi, per avallarle, insomma. Qualche volta ciò accade; altre volte la conoscenza esaspera invece la diffidenza, alimentando il sentimento xenofobo.

Venire a conoscenza che nella loro cultura è legittimo e anzi, è promosso il cannibalismo non è che mi renda gli agori più vicini, più fratelli, più «accettabili». Direi piuttosto il contrario. Tornando al suo libro, io davvero non vedo come la conoscenza delle Ursitiry, le divinatrici del romanzo, possa in qualche modo favorire l’integrazione con il popolo zingaro. Tutta la letteratura in materia - e dunque anche la sua - ne esalta la «cultura», i riti, le musiche, l’abbigliamento, la parlata, le gerarchie, la poetica del nomadismo, le fate e le cartomanti in uno sforzo collettivo per celebrare la e le diversità.

In pratica per dire a noi lettori: accettateli e amateli così come sono, «diversi». E che integrazione sarebbe mai questa? Come si fa a parlare di integrazione quando la si intende a senso unico? Lei conosce bene quel mondo, caro Marchina: crede che nei campi, nelle roulottes o comunque negli alloggi zingareschi facciano presa romanzi su lombardi o piemontesi che si son fatti con le proprie mani, rispettando la legge e pagando le tasse? O su altre fate, mettiamo friulane, che si son rotte la schiena in fabbrica tirando al contempo su una famiglia?

Crede che quei romanzi possano indurli a integrarsi rinunciando magari alla «cultura» dell’accattonaggio coinvolgendovi bambini se non proprio lattanti? Deciderli a rompere con le tradizioni e passare all’ufficio collocamento? Il suo è un bel libro, interessante e scritto bene, caro Marchina. Avrà il successo che si merita: non cerchi di infiocchettarlo con i birignao buonisti e politicamente corretti, con la favola di una società multietnica che risulterebbe essere - e perché mai? - una società migliore.



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Lo shuttle militare segreto Usa scoperto e ripreso in orbita

Corriere della sera

Lanciato il 22 aprile scorso senza uomini a bordo e completamente automatico

È una navetta spia di nuova generazione
Lo shuttle militare segreto Usa scoperto e ripreso in orbita
Lanciato il 22 aprile scorso senza uomini a bordo e completamente automatico

MILANO

Come ci sono i cacciatori di asteroidi e comete altrettanto esistono agguerriti cacciatori di satelliti in orbita. Puntano i loro telescopi verso il cielo notturno per registrare la debole luce solare riflessa, transitando nelle loro traiettorie cosmiche: assomigliano a stelle in rapido movimento. Naturalmente i cacciatori sono forniti di dati orbitali adeguati senza i quali è difficile comunque individuare le flebili tracce luminose. Ma non sempre è così: quando si tratta di veicoli militari i dati scarseggiano o sono inesistenti.

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SEGRETISSIMO - Come nel caso del segretissimo shuttle militare lanciato dall’Usaf con un vettore Atlas V il 22 aprile scorso senza uomini a bordo e completamente automatico. È una navetta spia di nuova generazione (codice X-37B/OTV-1), ben più avanzata dello shuttle della Nasa che quest’anno va in pensione. Nonostante il rigoroso silenzio del Pentagono, Greg Roberts di Città del Capo (Sudafrica) e Kevin Fetter di Brockville (Toronto) hanno scovato nel buio, in modo del tutto indipendente, il veicolo segreto e ne hanno registrato il passaggio. Grazie ai due scopritori si conosce ora l’orbita precisa dell’X-37B: perigeo 401 km, apogeo 422 km, inclinazione orbitale 39,99 gradi. I dati tuttavia potrebbero variare perché lo shuttle militare è dotato di sistemi di guida e di propulsori con i quali, su comando da terra, è in grado di variare la sua posizione nello spazio. Si sa che nella stiva porta strumenti di osservazione da collaudare e si ritiene che già in questa prima missione abbia compiti specifici di ricognizione da assolvere per il National Reconnaissance Office.

CACCIA - Ma la caccia è solo a metà dell’opera. Ora i radioamatori stanno tentando di ricevere i segnali radio che trasmette a terra, individuando le frequenze sulle quali opera e che ovviamente sono anch’esse segrete. Rilevarle non significherebbe molto, tuttavia, perché naturalmente sono cifrate e incomprensibili. Il primo shuttle militare, lungo 9 metri, dovrebbe rimanere in orbita per 270 giorni: ma anche questo dato non è confermato. Certamente la fase più difficile della missione sarà il rientro sulla pista di Vandenberg in California o in alternativa alla base sperimentale di Edwards nel deserto di Mojave, sempre in California. Intanto l’Usaf sta preparando un’altra spedizione con un secondo veicolo che dovrebbe partire l’anno prossimo. L’X-35 è gestito dal 3° Space Experimentation Squadron dell’Air Force Space Command e il centro di controllo è situato nella Schriever Air Force Base in Colorado. Nel caso i controllori non fossero in grado di gestire il veicolo per qualche anomalia possono comandarne la distruzione totale: a bordo è dotato anche di esplosivi proprio per l’autodistruzione.
 
Giovanni Caprara
11 giugno 2010