sabato 5 giugno 2010

Natalì preso a bastonate, l'aggressore urlava: adesso chiama Marrazzo

Il Messaggero

Roberta, morto impiccato, conosceva carabinieri del ricatto e Brenda.
Rachele: operata coi soldi dell'ex governatore

   

ROMA (5 giugno)

Due trans, uno morto e l'alltro aggredito. Entrambi sono collegabili alla vicenda di Piero Marrazzo, l'ex presidente della Regione Lazio. Roberta è stato trovato morto impiccato, Natalì è stata presa a bastonate da un pregiudicato che cercava proprio lei e che mentre la prendeva a bastonate urlava il nome del giornalista.

Su queste vicende ci sono strane coincidenze. Roberta abitava in via di Tor di Quinto dove è stato trovato morto. L'aggressione a Natalì è avvenuta in via di Tor di Quinto. I due trans conoscevano Brenda (altro trans trovato morto) e i carabinieri del presunto ricatto all'ex presidnete della Regione Lazio, Piero Marrazzo.

Il trans Roberta trovato morto ieri impiccato nella sua abitazione in via Tor di Quinto a Roma aveva avuto a che fare con i carabinieri coinvolti nel caso Marrazzo, l'ex presidente della Regione Lazio travolto dallo scandalo per i suoi rapporti con i transessuali. «Roberta aveva avuto un anno fa un problema con quei quattro carabinieri coinvolti nell'inchiesta sul presunto ricatto a Piero Marrazzo. In particolare con Carlo Tagliente (attualmente agli arresti domiciliari), che lo vessava per una questione di documenti e permesso di soggiorno». A riferirlo è Rachele, una amica di Roberta.

Carlo Tagliente, ai domiciliari dal 27 maggio, è uno dei quattro carabinieri della compagnia Trionfale coinvolti nell'inchiesta sul presunto ricatto ai danni dell'ex Governatore del Lazio Piero Marrazzo. Gli altri tre sono Nicola Testini, l'unico ancora in carcere ma per l'omicidio del pusher Gianguarino Cafasso (morto il 12 settembre scorso per una sospetta overdose di eroina), Luciano Simeone e Antonio Tamburrino anche loro ai domiciliari ed entrambi coinvolti, e quindi indagati in concorso, per la morte di Cafasso.

Rachele aggredito dopo la testimonianza sul caso Marrazzo. L'amica di Roberta, ha riferito di essere stata aggredita da un giovane, presumibilmente intorno al 25 maggio, pochi giorni dopo la sua testimonianza al processo sul caso Marrazzo. Lo hanno riferito i legali della trans Rachele, gli avvocati Walter Biscotto e Nicodemo Gentile. I legali che sono gli stessi della famiglia del trans Brenda, scomparso lo scorso anno, hanno ancora spiegato che Rachele, attualmente a Palma di Maiorca, ha confermato la notizia che «Roberta, il trans morto ieri, avrebbe avuto problemi con gli ormai noti carabinieri del caso Marrazzo»

«Roberta era amico di Brenda, usciva spesso con lei e aveva abitato nel suo stesso palazzo in via Due Ponti, poi da un paio d'anni si è trasferita in viale Tor Di Quinto». A riferirlo è Rachele, un'amico di Roberta, il trans trovato morto ieri impiccato nella sua abitazione in via Tor di Quinto a Roma. «Roberta era molto depresso, era preoccupato per le condizioni economiche della sua famiglia in Brasile, composta da 11 fratelli: li aiutava inviando loro dei soldi», ha spiegato ancora Rachele, ex-trans diventata donna grazie ad un'operazione che lei sostiene di «avere pagato con una parte dei soldi avuti da Piero Marrazzo».

«Esci da questa storia». Così Roberta, il trans trovato impiccato a Roma, diceva alla sua amica Rachele riferendosi al caso Marrazzo sottolineando «la pericolosità di quella storia». A dirlo oggi è la stessa Rachele che ha ricordato anche i «problemi» di Brenda, uno dei transessuali coinvolti nel caso Marrazzo morto lo scorso anno per asfissia da fumo e che era amico di Roberta. «Brenda - ha spiegato Rachele - mi ha sempre detto che qualcuno voleva ammazzarlo e che per questo si sarebbe ucciso lei per prima. Tanto che a volte, davanti a me, sbatteva la testa al muro nei suoi momenti di disperazione».

La procura di Roma ha aperto un fascicolo, senza ipotesi di reato e senza indagati, sulla morte del trans Roberta, trovato impiccato ieri nella sua abitazione in via Tor di Quinto. Intanto l'autopsia, eseguita oggi, ha confermato che la morte è dovuta a suicidio. Gli accertamenti sul decesso sono affidati al pm Francesca Loy. Il magistrato ha compiuto oggi un sopralluogo nell'abitazione di Roberta insieme con il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed il sostituto Rodolfo Sabelli, questi ultimi titolari dell'inchiesta sul caso Marrazzo e sulla morte del pusher Gianguerino Cafasso. La presenza di Capaldo e di Sabelli era legata all'eventuale raccolta di elementi utili per collegare il caso di Roberta a quelli dei quali si stanno occupando.

Nell'appartamento, tuttavia, non sono stati trovati elementi tali da far pensare a fatti violenti. Il pm Loy, secondo quanto si è appreso, intende comunque fare luce sulle frequentazioni di Roberta e per questo motivo si accinge a disporre una serie di accertamenti, a cominciare dall'esame dei tabulati delle sue utenze telefoniche.

«Questa morte getta ulteriori ombre sul mondo dei trans di Roma. Un mondo dove ricatti, violenze e prevaricazioni la fanno da padroni». Lo hanno detto i legali del trans Brenda, Walter Biscotto e Nicodemo Gentile, coinvolto nello scandalo Marrazzo e scomparso lo scorso anno, intervenendo in merito alla morte del trans Roberta, trovato impiccato ieri notte a Roma.

Sull'aggressione subita dall'altra trans da loro assistita, Rachele, gli avvocati hanno aggiunto: «Si tratta di un episodio preoccupante commesso da un giovane, rispetto al quale stiamo raccogliendo informazioni. Questi nuovi fatti confermano l'esistenza di torbide situazioni ancora tutte da chiarire nell'ambito delle quali sicuramente è da ricercare quel movente che ha portato anche alla morte di Brenda».

Aggredito il trans Natalì. Si trova ricoverato in ospedale per una sospetta frattura al polso il trans Natalì, coinvolto nel caso Marrazzo. Il viado brasiliano, questa mattina, poco dopo le quattro, sarebbe stato aggredito e picchiato a colpi di bastone da un cliente, probabilmente drogato, all'altezza di un distributore di benzina di ponte Milvio. Prima di perdere i sensi il trans, in base a quanto si apprende, avrebbe notato l'arrivo di una pattuglia dei carabinieri che ha poi chiamato il 118. L'ambulanza ha trasportato Natalì a Villa San Pietro.

È stato fermato dai carabinieri del nucleo radiomobile il presunto aggressore della trans Natalì
. E' un pregiudicato 35enne di Montelibretti. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Natali era appena entrato nell'auto del cliente quando hanno iniziato a litigare. Il trans è ricoverato a Villa San Pietro con 30 giorni di prognosi.

«Ora chiama Marrazzo». Il trans Natalì è stato caricato su un auto di lusso, da un signore distinto e ben vestito, che chiedendole una prestazione sessuale l'ha fatta salire in macchina nei pressi della moschea di Forte Antenne a Roma, dove il trans lavora. Dopo aver percorso un breve tratto di strada l'uomo si è fermato ad un distributore di benzina con la scusa di dover fare carburante, e ha tirato fuori un bastone di legno picchiando Natalì e urlandogli: «Ora chiama Marrazzo».

A riferire la dinamica dell'aggressione, avvenuta quasi all'alba, è il legale della trans, Antonio Buttazzo. L'aggressore, un italiano, ha chiesto al trans se si chiamasse Natalì, poi gli ha chiesto di salire in macchina. Il distributore di benzina dove Natalì è stato aggredito si trova poco distante dalla stazione dei carabinieri di Tor di Quinto, ha riferito ancora l'avvocato. Natalì era diretto in macchina con il suo aggressore verso la propria abitazione, quando al distributore è stato picchiato selvaggiamente subendo ferite alla nuca e su tutto il corpo.

Il trans ha perso i sensi, mentre l'uomo è scappato. Subito dopo Natalì ha chiamato i carabinieri che l'hanno immediatamente soccorsa. Al momento il trans è ricoverato all'ospedale Villa San Pietro di Roma con varie contusione ed una sospetta frattura scomposta al polso destro.





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Tre esperti Oms nel libro paga delle compagnie farmaceutiche

La Stampa



Rivelazione choc del British
Medical Journal: «Indussero i governi a comprare i vaccini»
ROMA

La gestione della pandemia di nuova influenza H1N1 da parte dell’Oms fu «poco trasparente», secondo uno studio del British Medical Journal, una delle riviste mediche di riferimento. Secondo il BMJ, l’Organizzazione mondiale della Sanità occultò di proposito un elemento chiave, cioè il legame finanziario tra alcuni dei suoi esperti e le case farmaceutiche Roche e Glaxo, fabbricanti del Tamiflu e del Relenza, i farmaci antivirali contro l’H1N1. L’Oms indusse i governi di mezzo mondo a fare scorte di questi vaccini.

Tre degli esperti che collaborarono, nel 2004, alla stesura delle linee guida dell’Oms, avevano in precedenza ricevuto compensi per le loro prestazioni dalla Roche e dalla Glaxo, compagnie che hanno accumulato 7 miliardi di dollari di profitti dalla vendita dei vaccini. Le critiche sul British Medical Journal si aggiungono a quelle già espresse dal COnsiglio d’Europa che recentemente ha accusato l’Oms di opacità, sebbene per un’altra ragione: le identità dei 16 consiglieri che affiancarono il direttore Margaret Chang durante la fase di emergenza sono rimaste segrete, in teoria per evitare eventuali pressioni da parte dell’industria farmaceutica.




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Se sposi una donna israeliana l'Egitto ti toglie la nazionalità

di Redazione

Lo ha stabilito l'Alta corte egiziana.

Gli uomini coinvolti potrebbero essere circa trentamila


 

Via la nazionalità egiziana se sposi una donna israeliana. Lo ha stabilito l'alta corte egiziana, confermando il verdetto di primo grado emesso nel maggio dello scorso anno. E ora la sentenza dei giudici potrebbe toccare circa trentamila uomini. All'origine della decisione c'è l'avvocato Nabih el Wahsh, che si è rivolto al Consiglio di Stato sostenendo la necessità di togliere la nazionalità agli egiziani sposati a donne israeliane.

«La maggioranza sono sposati a israeliane considerate sioniste e solo un dieci per cento di loro è sposato con un'araba israeliana», ha affermato. Secondo El Wahsh la legge egiziana proibisce il matrimonio fra egiziani e «persone considerate sioniste» e anche ai figli di queste coppie miste andrebbe, a suo giudizio, impedito di svolgere il servizio militare. L'alta corte egiziana ha stabilito che starà al ministro dell'Interno chiedere al consiglio dei ministri di adottare le misure necessarie, anche nei confronti dei figli della coppia mista.

I ministri degli Esteri e dell'Interno avevano fatto ricorso contro la sentenza di primo grado, sostenendo che una decisione di questa portata deve essere presa in sede parlamentare e non giudiziaria. L'Egitto è stato il primo paese arabo a firmare un accordo di pace con Israele nel 1979.




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I silenzi e le ambiguità dell’onorevole Di Pietro

Corriere della Sera
Dalla laurea agli immobili: le voci (a volte senza risposta) sul leader Idv

IL CASO

I silenzi e le ambiguità dell’onorevole Di Pietro



Non è vero che la stampa sia sempre cattiva con lui. Lo scorso 17 maggio Antonio Di Pietro era uscito dalla procura di Firenze dirigendosi con piglio sicuro verso piazza della Repubblica, dove troneggiava e fumava un finto reattore nucleare di cartapesta, propedeutico alla raccolta di firme dell’Italia dei valori per un referendum sul tema. Tra applausi, cori e foto ricordo con i suoi sostenitori, l’ex pubblico ministero si era definito un «teste d’accusa».

Di Pietro disse che aveva spontaneamente scelto di mettere a disposizione degli ex colleghi la sua esperienza di investigatore. I magistrati che seguono l’inchiesta sugli appalti per le Grandi Opere l’avevano convocato come persona informata sui fatti, invece, con tanto di apposito decreto di notifica. C’è differenza.

Quel giorno il dettaglio era diventato una nota a margine, le cose che contano in fondo sono altre. Un peccato veniale. Giocare con le parole, dire e non dire, abbellire la realtà, è tutto lecito. Solo che spesso Antonio Di Pietro trasforma le sue piccole furbizie in metodo. Non risponde, non del tutto almeno, oppure parla d’altro, evocando complotti e mandanti occulti. Altre volte, semplicemente, tace. E non si accorge che così facendo fa il gioco dei suoi detrattori, una legione sempre più numerosa.

Vecchia storia, questa delle sparate che si mischiano a silenzi e a repliche invece puntuali. Ancora attuale, però. L’approccio mediatico rimane invariato nel corso del tempo, e non accenna a migliorare, dando così un indubbio contributo alla genesi di leggende metropolitane che riguardano anche su dettagli non proprio fondamentali nella complessa biografia dell’onorevole. Ad anni alterni torna fuori, tra dubbi e ironie, il suo personale tour de force per laurearsi in Legge alla Statale di Milano.

La tesi venne discussa nel 1978, il giovane Di Pietro ci arrivò sostenendo 22 esami in 32 mesi, compresi «mattoni» quali diritto privato, pubblico, amministrativo. L’istituto di presidenza della facoltà confermò a suo tempo che tutto era in regola. Ma le illazioni, falsità di vario genere, sono proseguite, nel silenzio del diretto interessato, al quale basterebbe poco per mettere a cuccia i detrattori.

Di Pietro, è un dovere ricordarlo, ha sempre vinto in tribunale, su questioni ben più importanti dei propri titoli di studio. «Non luogo a procedere», quindi prosciolto prima di un eventuale processo da accuse anche infamanti come quella di concussione, generata dall’inchiesta- monstre del Gico di Firenze. Quella brutta storia poggiava su un tema ricorrente della sua vita, il contrasto tra l’azione pubblica, del magistrato prima e del politico poi, con una condotta privata spesso pasticciata, non priva di ambiguità e zone d’ombra.

A metterlo su quella graticola furono le sue relazioni con l’avvocato Giuseppe Lucibello e l’amico costruttore Antonio D’Adamo i quali a loro volta intrattenevano— questa era l’ipotesi di accusa—affari con il finanziere Pacini Battaglia. La rilevanza penale dell’intreccio era pari a zero, ma le personalità pubbliche non si giudicano solo dal proprio casellario giudiziale. Proprio per questo, l’alone di mistero che grava su alcuni punti della biografia dell’ex magistrato nuoce non solo a lui,ma anche alle sue opere.

«Vogliono infangare Mani Pulite» ripete ogni qual volta vengono pubblicati articoli che riesumano i suoi molto presunti legami con i servizi segreti italiani e americani. Può essere. Ma certi silenzi, come quello sulla surreale vacanza alle Seychelles durante la quale l’allora neo magistrato scrisse un dossier di 172 pagine su Francesco Pazienza che poi finì nelle mani dei servizi segreti italiani, non aiutano. E neppure certe dimenticanze sui viaggi americani, ultimo in ordine di tempo quello fatto in compagnia dell’ex amico Mario Di Domenico.

Dopo la recente pubblicazione di una sua foto che lo ritraeva con il dirigente del Sisde Bruno Contrada, il Corriere lo invitò a un confronto sul tema. Risposta non pervenuta. Sono dettagli, omissioni probabilmente ininfluenti. Ma portano ramoscelli da ardere a chi sostiene l’inverosimile tesi che Mani Pulite sia stata guidata a tavolino dall’intelligence Usa. Creano un danno ad una pagina importante della storia italiana, comunque la si giudichi, della quale Di Pietro è giustamente orgoglioso.

Possibile che i suoi ultimi impicci siano il frutto dei rancori di vecchi amici. Ma è lui a sceglierseli, i compagni di viaggio. E con molti di essi, da Elio Veltri a Di Domenico, finisce quasi sempre male, all’insegna della reciproca incomprensione. Nel primo caso si tratta di una querelle sui rimborsi elettorali delle Europee, che secondo Veltri sarebbero stati gestiti in modo privato. Nell’altro, l’accusa di un uso «non associativo» dei soldi del partito apre la strada a illazioni sulla passione immobiliare di Di Pietro, con proprietà che vanno da Curno alla Bulgaria.

In questo campo l’attività è frenetica. Tra il 2002 e il 2008 l’ex pm ha speso 4 milioni di euro nella compravendita di nove case, tutte passate sotto l’ombrello della An.To.Cri. La sigla è l’acronimo di Anna, Toto e Cristiano, i suoi tre figli. Si tratta della società di famiglia, dalla quale Di Pietro, nella veste di presidente dell’Idv, ha preso in affitto alcuni immobili per conto del partito. Nulla di compromettente, lo ha stabilito una inchiesta della procura di Roma, che ha archiviato ogni denuncia. Ma anche qui, alcuni comportamenti, come l’acquisto di case tramite prestanome, o di immobili «proibiti» per legge ai parlamentari in carica, lasciano il fianco scoperto alle critiche di chi afferma che il paladino della questione morale dovrebbe agire con meno disinvoltura nei suoi interessi privati.

Paolo Flores D’Arcais sostiene da tempo che un certo modo di fare «democristiano» si sia impossessato del fondatore dell’Idv. Nel settembre 2009 Micromega, giornale diretto dal filosofo romano, pubblicò una inchiesta sul partito dell’ex magistrato. «C’è del marcio in Danimarca» era il titolo, e quel che seguiva era anche peggio. Il capostipite degli impresentabili, ovvero quel Sergio De Gregorio scelto da Di Pietro come capolista in Campania per le politiche del 2006, il voltafaccia con annesso passaggio al centrodestra fu velocissimo, veniva appena nominato.

Acqua passata. Piuttosto, in 40 pagine di testo veniva fatta una radiografia completa sulla vena «inciucista e politicante» che permeava l’Idv, facendo nomi e cognomi dei riciclati presi a bordo. Dai transfughi dell’Udeur a quelli di Forza Italia, passando per il capo della Campania Nello Formisano, «che insieme all’ex dc potentino Felice Belisario ha riempito il partito delle mani pulite di faccendieri e arrivisti, in larga misura di provenienza democristiana».

Una mazzata, che fece scalpore ma generò un dibattito che lo stesso Flores giudica «sterile e improduttivo ». E la promessa di chiarire tutto— dice in una intervista a La Stampa—si è rivelata una promessa da marinaio. Ci sono argomenti, pubblici e privati, che vengono lasciati cadere quando invece il primo a trarre beneficio da una maggiore chiarezza sarebbe proprio Di Pietro. Tanto più che quando si spiega, l’ex magistrato lo fa bene. All’inizio di quel 2009 per lui infausto, il suo nome spuntò nell’inchiesta napoletana su Global Service, il mega appalto dei servizi pubblici.

Tra gli altri, era stato arrestato Mario Mautone, provveditore alle Opere Pubbliche della Campania che Di Pietro aveva chiamato a lavorare al ministero delle Infrastrutture da lui diretto. Numerose intercettazioni allegate agli atti dimostravano come il suo primogenito Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso per l'Italia dei Valori, tentasse tramite Mautone di sistemare gli amici, e sembravano anche dare conto delle preoccupazioni del padre per tenerlo fuori dall’indagine, della quale risultava essere al corrente.

Di Pietro prese carta e penna, e scrisse un memoriale dettagliato, che diede ai magistrati e alle stampe. Le voci e i sussurri sul suo conto si zittirono immediatamente. In quell’occasione mostrò la sua faccia migliore, argomentando e spiegando. Rimasero solo le accuse di familismo spinto, e l’unico caduto sul campo fu Cristiano, costretto a dimettersi dal partito. Oggi è passato poco più di un anno, ma sembra un secolo. Secondo Di Pietro la pubblicazione dei verbali dell’architetto Zampolini va letta come «parte di una strategia eversiva» nei suoi confronti, decisa da «mandanti e beneficiari occulti». Colpa delle lobby, di una informazione schierata contro di lui. All’appello dell’invettiva mancano i giudici comunisti, ma con qualche allenamento possiamo arrivarci.

Marco Imarisio
05 giugno 2010



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Trans suicida, «aveva avuto problemi con carabinieri del caso Marrazzo»

Corriere della Sera

Un'amica di Roberta, il viado che si è tolto la vita venerdì sera: Tagliente la vessava per documenti e permessi

ROMA - La trans Robertatrovata morta venerdì seraimpiccata nella sua abitazione in via Tor di Quinto a Roma aveva avuto a che fare con i carabinieri coinvolti nel caso Marrazzo, l'ex presidente della Regione Lazio travolto dallo scandalo per i suoi rapporti con i transessuali.

L'AMICA - «Roberta aveva avuto un anno fa un problema con quei quattro carabinieri coinvolti nell'inchiesta sul presunto ricatto a Piero Marrazzo. In particolare con Carlo Tagliente (attualmente agli arresti domiciliari), che la vessava per una questione di documenti e permesso di soggiorno». A riferirlo è Rachele, una amica di Roberta. (fonte Ansa).


05 giugno 2010





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Israele cattura Rachel Corrie, adesso va ad Ashdod»

Corriere della Sera

Lo ha riferito attraverso Twitter l'organizzazione pacifista Perdana. I passeggeri a bordo stanno bene


LARNACA - La Rachel Corrie è stata catturata dalla marina israeliana, che l'ha costretta a dirigersi verso il porto israeliano di Ashdod. Lo riferisce attraverso Twitter l'organizzazione pacifista Perdana, comproprietaria della nave. Tutti i passeggeri a bordo stanno bene. La nave è visibile da Gaza.
Anche fonti dell'organizzazione Free Gaza hanno reso noto su Twitter che la nave dei pacifisti Rachel Corrie è stata presa con la forza dalla marina israeliana ed è rimorchiata verso il porto di Ashdod. L'esercito israeliano ha confermato che soldati delle forze speciali sono saliti a bordo della nave irlandese Rachel Corrie, riferisce il sito di Haaretz. L'abbordaggio si è svolto senza feriti o violenze. I soldati sono giunti sulla nave via mare su piccole imbarcazioni e non si sono calati dagli elicotteri come è avvenuto lunedì sulla nave turca Mavi Marmara, dove sono morte nove persone. Un portavoce dell'esercito ha detto che l'abbordaggio è avvenuto con l'assenso degli attivisti del Free Gaza Movement che si trovano a bordo. 

La nave irlandese, in navigazione verso la Striscia di Gaza, aveva ignorato le richieste della marina israeliana di cambiare rotta e dirigersi verso il porto Ashdod (sud di Israele). Le forze israeliane «non avranno altra scelta se non quella di abbordare la nave» se continuerà a puntare verso la Striscia di Gaza aveva confermato il capitano Aryi Shalicar, dell'ufficio stampa delle forza armate israeliane. «Sono quattro ore che proviamo a contattare l'equipaggio per chiedere di cambiare la rotta verso Ashdod (sud di Israele) di non violare il blocco (imposta da Israele attorno alla Striscia di Gaza), ma per ora non c'è cooperazione». «Se non avremo altra scelta, abborderemo la nave per fermarla, perchè questo è il nostro compito», aveva aggiunto.

ISPEZIONE - «Israele - ha ripetuto il portavoce militare - non ha problemi a far attraccare la Rachel Corrie ad Ashdod e ad aiutare poi l'equipaggio a trasferire gli aiuti a Gaza» via terra. Ha tuttavia aggiunto che occorrerà prima «ispezionare il carico, per verificare che non vi siano esplosivi o munizioni». Israele ha imposto severe restrizioni attorno alla Striscia di Gaza, fin dall'avvento al potere nell'enclave palestinese degli islamico-radicali di Hamas, nel 2007. Gli attivisti, tuttavia, considerano illegittimo tale blocco, la cui revoca è chiesta con crescente insistenza anche da diversi attori della comunità internazionale: tanto più dopo il sanguinoso blitz di lunedì compiuto dalle forze speciali israeliane contro una flottiglia guidata dalla nave turca Mavi Marmara che cercava a sua volta di forzare l'embargo.

PROIBIZIONE - Venerdì sera il ministero degli Esteri irlandese e quello israeliano avevano delineato un'ipotesi di accordo affinchè l'ultima nave della Freedom Flotilla decisa a superare il blocco potesse attraccare ad Ashdod con la garanzia israeliana dell'apertura di un corridoio via terra attraverso il quale lo stesso equipaggio avrebbe potuto poi consegnare il suo carico di aiuti a Gaza, previ i controlli di sicurezza. Ma gli attivisti filo-palestinesi a bordo hanno fatto sapere di non volervi aderire. «Noi - ha dichiarato nella notte per telefono dalla nave uno dei pacifisti, John Graham - non abbiamo intenzione di accettare alcuna intesa che ci voglia coinvolgere legittimando l'assedio (navale israeliano) contro la Striscia di Gaza».

ERDOGAN VALUTA SE MANDARE MARINA A ROMPERE ASSEDIO - Tayyip Recep Erdogan sta valutando se usare la sua Marina per rompere l'assedio di Gaza. Lo scrive Debkafile, un sito considerato vicino all'intelligence israeliana, che cita i servizi segreti turchi. Il premier turco starebbe addirittura pensando di salire a bordo egli stesso di un futura nave di attivisti filo-palestinesi, convinto che Israele non avrebbe il coraggio di intervenire per bloccarlo.

USA: «BLOCCO INSOSTENIBILE» - Secondo fonti di Debkafile ad Ankara, l'amministrazione di Obama è comunque in stretto contatto con il premier turco per cercare di raffreddare gli animi. A proposito del blocco su Gaza, Hammer ha detto che «la situazione attuale è insostenibile e deve essere cambiata». Gli Usa lavorano attivamente con Israele, l'Autorità Palestinese e altri partner internazionali, «per mettere a punto nuove procedure per la consegna di materiale e assistenza alla popolazione di Gaza, evitando nel contempo l'importazione di armi».

ATTIVISTI UCCISI CON COLPI ALLA TESTA A BRUCIAPELO -Intanto oggi il quotidiano britannico Guardian, citando le autopsie svolte in Turchia, scrive che i nove attivisti turchi uccisi dalle forze armate israeliane nel corso del blitz contro la Freedom Flotilla sono stati raggiunti da almeno una trentina di colpi d’arma da fuoco. Si tratterebbe di pallottole da 9 millimetri, sparate in molti casi da distanza ravvicinata; cinque delle vittime sono state colpite alla testa, scrive il medico legale turco, incaricato di effettuare le autopsie dal ministero della Giustizia di Ankara. In particolare, Ibrahim Bilgen, 60 anni, è stato colpito da 4 proiettili alla tempia, al petto, ai fianchi e alla schiena. Un diciannovenne, Fulkan Dogan, con cittadinanza americana, è stato raggiunto da cinque colpi sparati da meno di 45 centimetri, alla faccia, alla nuca, due volte alle gambe e una alla schiena. Altri due uomini sono stati uccisi da almeno quatto colpi ciascuno e cinque delle vittime hanno ricevuto proiettili nella schiena, ha riportato Yalcin Buyuk, vice-presiente della commissione di medicina legale.




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Gli affari e i nomi dei potenti Trovato il grande archivio

Corriere della Sera
I pm ora trattano per convincere Anemone a parlare

L’indagine

Sequestrati dal suo commercialista migliaia di documenti

Gli affari e i nomi dei potenti
Trovato il grande archivio


ROMA — Appalti pubblici, ristrutturazioni, incarichi ai consulenti: è stata trovata nell’archivio del commercialista Stefano Gazzani la nuova lista tuttora all’esame dei pubblici ministeri di Perugia. Sono 34 i faldoni sequestrati nello studio del professionista che curava gli affari di Diego Anemone, ma anche quelli del Provveditore Angelo Balducci e del funzionario Mauro Della Giovampaola. Migliaia di documenti acquisiti dai carabinieri del Ros che servono a ricostruire l’attività dell’imprenditore accusato di corruzione, l’elenco dei suoi clienti, i rapporti economici con i privati, ma soprattutto con gli enti pubblici. E uno dei «contenitori» ritenuto di maggior interesse investigativo è il numero 33, contrassegnato dalla dicitura «appunti Gazzani». Proprio per cercare di ottenere nuove conferme a quanto già emerso dalle intercettazioni telefoniche e dall’esame dei documenti contabili, i magistrati hanno proposto allo stesso Anemone una sorta di patto che preveda una linea morbida in cambio della sua collaborazione. E non escludono, nonostante le smentite ufficiale dei legali, di riuscire ad aprire una breccia.

Le due cassette
È il verbale di sequestro allegato al fascicolo processuale messo a disposizione degli indagati, a rivelare quanto è stato portato via dai militari dell’Arma: oltre al computer personale di Gazzani, quelli dei suoi collaboratori, almeno quattro chiavette Usb e le chiavi di due cassette di sicurezza che si trovano in una banca di San Marino. Poi c’è l’intero archivio con i faldoni divisi per nominativo e contenenti tutti i documenti relativi alle aziende, compresa la contabilità. E ancora: l’elenco dei clienti e quello dei consulenti utilizzati per effettuare i lavori, soprattutto quelli pubblici. Tra le carte, è stato rintracciato pure il resoconto di una verifica fiscale effettuata dalla Guardia di Finanza negli anni scorsi. «Tutto è stato fatto secondo le regole - afferma l’avvocato Bruno Assumma - e lo dimostreremo proprio analizzando questa documentazione ».

Gli inquirenti sono convinti che numerosi lavori, soprattutto quelli effettuati negli appartamenti di privati, servissero ad Anemone a rafforzare la rete che gli consentiva poi di aggiudicarsi gli appalti pubblici. Il resto lo avrebbero fatto le «mazzette » versate. Nel «porto franco » di San Marino Gazzani è stato certamente svariate volte. Lì aveva accompagnato anche la madre di Claudio Rinaldi, il commissario dei Mondiali di Nuoto accusato di corruzione perché sospettato di aver preso soldi in cambio di alcune autorizzazioni concesse ad Anemone. E dunque il contenuto delle due cassette potrebbe rivelare nuovi dettagli su eventuali tangenti versate a funzionari e politici.

La trattativa
Proprio per avere chiarimenti su quanto emerso sino ad ora, i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi avevano convocato Anemone per un interrogatorio. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere », ha spiegato lui, ma qualcosa potrebbe cambiare nel suo atteggiamento. Sono stati gli stessi magistrati a prospettargli l’ipotesi di una collaborazione nel tentativo di aprire uno spiraglio. Sul tavolo della trattativa la Procura di Perugia può mettere il ritiro dell’istanza sul commissariamento delle aziende. L’udienza è fissata per mercoledì prossimo 9 giugno, dunque i tempi sono stretti. Però basterebbe una minima apertura dell’indagato per orientare le scelte dell’accusa. Una sorta di accordo che potrebbe comprendere anche il via libera al patteggiamento.

Ufficialmente i difensori smentiscono. «Posso escludere - dichiara l’avvocato Claudio Cimato - che il mio cliente abbia intenzione di parlare. Del resto non abbiamo ancora visto le carte processuali e fino alla discovery completa non ci sarà alcun cambio di linea». Parole che ricalcano quelle pronunciate un mese fa, nonostante Anemone avesse appena accettato di rispondere alle domande di un finanziere che si era presentato nel carcere di Rieti un’ora prima del suo ritorno in libertà. In quell’occasione l’imprenditore smentì la versione fornita dal generale dei servizi segreti Francesco Pittorru sulle due case regalate. «I soldi erano un prestito», aveva messo a verbale l’alto ufficiale. Anemone spiegò che aveva detto il falso.

Fiorenza Sarzanini
05 giugno 2010



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Ecco il giallo della crocerossina che ha stregato Berlusconi

di Paolo Bracalini

 

Qualche dozzina di secondi, il tempo di sagomare una falcata da amazzone davanti alle autorità repubblicane lì riunite, e la gran parata ai Fori imperiali è percorsa da un brivido, un venticello tiepido che scombussola gli illustri ormoni di cotanto palco. Cammina, ondeggia, andatura marziale-sexy, guanti bianchi, labbra carnose, un filo di trucco, guance illuminate da un delicato rossore, la croce sul petto ornato solo di medaglia, la livrea statuaria ingentilita dal velo nero che scende sulla schiena come una ciocca di capelli (pudicamente nascosti dal copricapo). Insomma un condensato di sogni erotici da merlo maschio italiano: l'infermiera premurosa e formosa, il rigore pudìco e le movenze fascinose, il contrasto freudiano tra religione e sensi, sempre in agguato.

La sexy-crocerossina, «bombastica» come direbbe Dagospia è una specie di miraggio nel protocollo istituzionale del 2 giugno, anche perché non c’è solo lei, ma, ubbidiente al suo comando gentile, un drappello di crocerossine altrettanto snelle, alte, elastiche e ben addestrate. Ecco, dopo la sfilata di migliaia di soldati, tripudio del machismo patriottico, l'apparizione del plotone di volontarie alle grandi manovre è un elisir per la vista di ministri, sottosegretari, capi di Stato e di governo. Silvio Berlusconi, notoriamente sensibile alle grazie femminili, ne individua la comandante, esclama qualcosa, i presenti convengono col presidente: trattasi di esemplare degno di nota, e sia detto senza offesa alcuna per gli altri ufficiali passati in rassegna prima di lei. Ma chi sarà mai? Edwige Fenech? Un’attrice strappata da un set di Tinto Brass? Una sosia della giovane Veronica Lario? In effetti la somiglianza con l’ex moglie del Cavaliere colpisce, anche perché lascia giocare con la fantasia, tra realtà e finzione, territorio esplorato dalla Lario, giovane attrice teatrale, protagonista della commedia di Fernand Crommelynck Il magnifico cornuto con Enrico Maria Salerno, e più tardi al cinema con il wertemülleriano Sotto... sotto... strapazzato da anomala passione.

Se si vuol passare dalla fantasia alla realtà, tuttavia, il gioco diventa più complicato. La Croce rossa è chiusa a riccio per difendere l’identità della misteriosa comandante apparsa ai Fori imperiali (e così anche delle sue sottoposte, brave, buone e belle). Anzi, il Corpo (e che corpo...) delle Ausilarie della Cri è «blindato in un dignitoso mutismo verso un interesse così frivolo», come spiega, tuonando al telefono, sorella Monica Dialuce, segretario generale delle Infermiere volontarie della Croce rossa italiana. Vorrebbero, e giustamente, che si parlasse del loro straordinario impegno ad Haiti, della loro preziosa opera negli ospedali militari, in quelli civili, nelle postazioni di pronto soccorso, negli ambulatori, nei centri di assistenza... Ma la cura, se proviene da mani affusolate e visi angelici, acquista un che di divino e provvidenziale.

Nella riservatezza da clausura che le consorelle mantengono sulla capo-parata, si riesce a sapere soltanto che è ufficiale della Croce rossa, e l’età: 46 anni, portati da atleta, come si conviene a delle volontarie preparate come militari. Il nome? «Siamo tutte sorelle, il nome non importa» spiega la Dialuce. Ogni anno selezionano, dopo dieci giorni di addestramento in caserma, l’élite che rappresenterà il Corpo alla sfilata del 2 giugno, per scortare la bandiera della Repubblica italiana. Le più dignitose nel portamento, le più eleganti, le più formate dall’addestramento semi-militare. In una parola: le più belle. Liberi tutti, adesso, d’immaginare di essere soccorsi e curati dal drappello di supercrocerossine dei Fori imperiali e dalla loro comandante.





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Volano insulti tra Speroni e Cicchitto: "Pdl un bordello" "Sei un troglodita"

di Francesco Cramer

L’eurodeputato leghista: "Apre alle puttane della prima Repubblica".

Berlusconiani e finiani compatti: "Insulti gravi, intervenga Bossi"


 

Roma

Ogni tanto Francesco Speroni da Busto Arsizio va giù duro come un caterpillar. Per lui, ex ministro del primo governo Berlusconi, ex tecnico di volo, leghista della prima ora, eurodeputato del Carroccio, ieri era un giorno di quelli. Intervistato da Affaritaliani.it ha sparato a zero sul Popolo della libertà, creando un putiferio politico tra gli alleati di governo. «Il Pdl è un bordello e Cicchitto un rudere della Prima Repubblica», ha scalciato il leghista col vezzo delle cravatte in cuoio stile Texas. «È un troglodita», la reazione stizzita del capogruppo pidiellino alla Camera, che ha incassato la solidarietà di molti colleghi di partito, finiani compresi.

Partito da valutazioni di carattere politico in cui dichiarava di veder bene, in futuro, «Berlusconi presidente della Repubblica e Tremonti premier», Speroni ha proseguito affermando che «Tremonti ha una visione settoriale e deve fare quadrare i conti, mentre Berlusconi ha una visione più generale». Finendo poi per lanciare la granata sia al Cavaliere che al suo partito: «Non mi piacciono tutti quegli inviti che Berlusconi fa a Casini, Rutelli e altre porcherie. Questo mi dà molto fastidio perché erano avversari anche quando eravamo alleati».

Fin qui niente di strano, visto che il Carroccio non ha mai fatto salti di gioia quando si è ventilata l’ipotesi di allargare l’alleanza ai centristi. Ma poi non s’è fermato qua, Speroni: «Sentir dire ogni volta “Vieni qui, questa è la tua casa...”. È vero che il Pdl a volte assomiglia più a un bordello che a una casa ma non esageriamo». Alla parola bordello, chiaramente, è partita la richiesta di specificare: «Bordello? In che senso?». E lui: «Detto apertamente, perché entrano tutte le puttane della Prima Repubblica. Tutta la Prima Repubblica è dentro lì». Boom. Non solo: «Non posso dimenticare che Cicchitto era capogruppo dei socialisti; nella Lega non c’è nessuno che apparteneva alla Prima Repubblica, e anche molti ex An non digeriscono questo fatto. Cicchitto era un loro avversario e adesso è il loro capogruppo». Ce n’è abbastanza per un terremoto politico, prima di concludere con un’altra scossa: «Può darsi che gli stia bene ma mi dà fastidio che Berlusconi continui a invitare tutti i ruderi della Prima Repubblica».

La scudisciata del leghista provoca l’immediata reazione di Cicchitto, dipinto come un rottame dell’Italia che fu: «Essendo notoriamente un troglodita, Speroni non è in grado di parlare né della Prima, né della Seconda e neanche della Terza Repubblica». Liquidato con sarcasmo, prima di pungerlo ulteriormente: «Per fortuna la Lega alla Camera, al Senato e negli enti locali ha una classe politica di altro livello». Anche Osvaldo Napoli non ci sta e sfida a duello Speroni nell’andare alla conta di quanti hanno le radici in un passato scomodo: «Ricordo a Speroni, che afferma che nella Lega non vi sono esponenti della Prima Repubblica, che nel caso sono a sua disposizione per elencarne a decine: le acquisizioni in questo ultimo periodo di persone ascrivibili a quella categoria da parte del suo partito sono diventate quotidiane». E anche Giorgio Stracquadanio lo pizzica: «Speroni non poteva trovare altro sistema che attaccare il capogruppo del Pdl per uscire dall’anonima irrilevanza del suo dolce far nulla europeo». E ancora, più esplicito che mai: «Speroni rappresenta l’antiquariato della Lega ed è forse mosso dall’invidia della bella e meritata carriera di personalità politiche come l’ex capogruppo alla Camera Roberto Cota, che oggi guida con sagacia il Piemonte, o dell’attuale capogruppo Marco Reguzzoni».

«Siamo certi che Umberto Bossi correggerà immediatamente le insultanti parole dell’eurodeputato della Lega», scommette l’onorevole Jole Santelli anche se, per ora, il Senatùr tace. Parla, invece, il finiano Benedetto Della Vedova. Anche lui in difesa di Cicchitto: «Ho letto l’attacco gratuito e sguaiato del leghista. Mi spiace ma non mi stupisce che da parte della Lega giungano con tanta leggerezza e libertà d’interferenza, giudizi liquidatori su figure centrali del Pdl, come appunto quella di Cicchitto». Non solo: «Al di là della polemica e del dissenso interni con il capogruppo, fisiologici in un grande partito come il nostro, voglio manifestare la mia solidarietà a Cicchitto».

Per un giorno, grazie a Speroni, pidiellini e finiani si sono stretti la mano.







L’analisi Ripensare l’adesione turca all’Unione Europea

di Livio Caputo

di Livio Caputo

C'è chi dice che l'Occidente non può permettersi di perdere la Turchia e perfino chi sostiene che la vistosa deriva «mediorientale» del governo turco, sotto la guida del partito islamista Akp, è colpa dell'Unione Europea, perché trascina troppo in lungo i negoziati per l'adesione di Ankara. Ma, analizzando gli ultimi avvenimenti, è forse il caso di rovesciare il problema: ha un senso insistere con queste trattative, con la prospettiva di prendersi «in casa» un Paese musulmano di 75 milioni di abitanti che sta gradualmente ripudiando le sue radici laiche, decapitando con un processo-farsa il vecchio establishment kemalista e adottando una politica estera in contrasto con i nostri interessi?

È chiaro che in questo momento una rottura non farebbe che aggravare le tensioni e che perciò è meglio proseguire con lo stanco rituale che si trascina a Bruxelles ormai da cinque anni. Sarà tuttavia opportuno che chi dovrà prendere la decisione finale tenga bene a mente quello che sta succedendo in questi giorni: Ankara che prima avalla e incoraggia una spedizione di pseudopacifisti decisi a forzare il blocco navale di Gaza e, dopo il suo tragico epilogo, dichiara, prima ancora che sia stata accertata la sequenza dei fatti, che «Israele deve essere punito per questo atto di terrorismo di Stato» (il premier Erdogan), che «la Turchia non perdonerà mai questo attacco» (il presidente Gül); Ankara che accoglie come eroi i reduci dalla spedizione, con migliaia di persone in piazza che urlano (in arabo!) «Allah è grande», «Morte a Israele» e «Siamo tutti palestinesi» e i parenti dei caduti che non esitano a dichiarare che tutti aspiravano in realtà a diventare martiri; Ankara, infine, che sempre per bocca del suo primo ministro proclama - contrariamente alla posizione ufficiale di Ue e Stati Uniti - che «Hamas non è una organizzazione terroristica».

Ma non è solo per questo che Erdogan, da premier di un Paese che nei sogni dell'Europa doveva fare da ponte con il mondo islamico, si è trasformato in un eroe della piazza araba. Da quando, in seguito alla spedizione punitiva israeliana contro Gaza, fu protagonista di un clamoroso litigio pubblico con il presidente Peres, il premier turco ha praticamente rotto con l'ex alleato israeliano e preso iniziative incompatibili con una (sia pure ipotetica) appartenenza alla Ue: ha stabilito una specie di asse con Damasco e Teheran, ha offerto insieme con il brasiliano Lula una «soluzione» al problema dell'atomica iraniana che fa il gioco di Ahmadinejad e si oppone a nuove sanzioni contro il regime degli ayatollah. Intanto, sul fronte interno dà sempre più spazio alle forze islamiche, con il risultato di cambiare l'atmosfera tollerante del Paese. L'assassino del vescovo Padovese avrà anche impugnato il coltello perché ha avuto delle visioni, ma forse queste visioni non ci sarebbero state se la Turchia fosse rimasta quella di cinque anni fa.



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Così ho ucciso sei “pacifisti” per salvare i miei compagni»

di Gian Micalessin


Un tuffo nell’inferno, una lotta per la sopravvivenza dove solo l’addestramento gli ha consentito di salvare la propria pelle e quella di tre compagni gravemente feriti. Ma per farlo ha dovuto mettere mano alla pistola, sparare, abbattere uno dopo l’altro sei dei cosiddetti “pacifisti” che continuavano ad attaccare lui e gli altri incursori stretti a quadrato intorno ai compagni caduti.

Il sergente S., l’ultimo della squadra di quindici commandos delle forze speciali israeliane calatisi sulla Mavi Marmara all’alba di lunedì, racconta così la drammatica operazione rivelatasi sin dai primi attimi una trappola ben organizzata. «Ci venivano incontro con lo sguardo da assassini», ricorda in un’intervista il sergente che - mentre attende sull’elicottero Black Hawk sospeso sopra la tolda - assiste all’assalto subito dai suoi compagni. Non secondi, ma lunghissimi minuti perché - spiegano altri suoi colleghi - dopo la discesa dei primi cinque incursori bisogna sostituire la corda. Osservando dai visori notturni, il sergente S. capisce che la plancia è «un vero campo di battaglia» percorso da «una folla di mercenari».

Nell’intervista al Jerusalem Post il sergente descrive anzitutto quel che vede sotto di lui. «Tre compagni che mi avevano preceduto erano a terra feriti, uno aveva lo stomaco aperto da un colpo di arma da fuoco, un altro aveva una pallottola nel ginocchio, un terzo aveva perso i sensi dopo esser stato colpito da una sbarra di metallo alla testa». I tre sono i più alti in grado della squadra. Con loro fuorigioco, il comando passa a lui. Il sergente S. urla ai compagni ancora in piedi di far quadrato intorno ai feriti, ma la situazione è tutt’altro che facile.

Nel primo minuto di scontri - quando hanno avuta la meglio sui tre incursori piovuti sulla tolda - i “pacifisti” si sono impadroniti di almeno due pistole. Ma non sono le uniche a sparare. Qualcuno a bordo fa fuoco con altre armi che – stando a quanto ammesso negli interrogatori dal comandante della Mavi Marmara - spariscono in mare non appena gli israeliani assumono il controllo della situazione.

Intanto però sulla tolda si combatte una vera battaglia. «Quando appoggio il primo piede a terra me li vedo venire incontro, distinguo le asce, le spranghe e i tubi di ferro con cui cercano di colpire me e gli altri». Il sergente non sa che - come rivelato ieri da alcuni ufficiali di Shayetet - altri tre suoi compagni feriti e tramortiti sono stati portati nelle cabine del ponte inferiore dove rischiano di diventare ostaggi. Sa però che deve assolutamente impedire alla torma scatenata di sopraffare lui e i feriti.

«Vedo la rabbia assassina negli occhi di chi mi attacca, capisco che sono pronti a ucciderci, ma mentre ci colpiscono io e gli altri riusciamo a spingere i nostri tre compagni insanguinati fino ad una paratia del ponte». A quel punto il sergente S. esegue macchinalmente quanto imparato in tre anni e mezzo di addestramenti. Ordina a tre uomini di stringersi intorno ai feriti mentre lui forma un terzo perimetro con i rimanenti. Hanno la Glock d’ordinanza in mano, sono pronti come impone l’addestramento delle forze speciali a sparare per uccidere.

Il sergente mira al cuore, preme il grilletto per sei volte. Per sei volte uno fra gli attaccanti cade per terra. Gli altri suoi compagni uccidono altri tre “pacifisti” e a quel punto la carica si ferma, la folla infuriata incomincia a ritirarsi con morti e feriti. Il sergente S. ordina di cessare il fuoco, comunica alle navi d’appoggio di mandare una squadra medica e un gruppo di rinforzo. «Non potevo permettermi esitazioni – conclude -, per salvarli dovevo eseguire quello per cui sono stato addestrato».



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Auditorium degli sprechi lega Di Pietro e cricca

di Paolo Bracalini

Nel 2007 il comitato interministeriale di cui faceva parte il leader Idv inserì l’opera di Isernia tra quelle previste per l’Unità d’Italia.

I costi? Lievitati da 5 milioni a 56. Zampolini: "Osteggiava le opere volute da Prodi e Rutelli, poi disse sì"


 

Isernia, 21mila abitanti. E un Auditorium che, partito con una gara da 5 milioni di euro, potrebbe finire per costarne 56 di milioni, nemmeno fosse il Metropolitan di New York. Miracoli della cricca, la banda di costruttori e dirigenti pubblici esperti nella lievitazione dei costi, ben introdotta anche in Molise grazie alla compiacenza dei ministri del governo. Quello Berlusconi? No, quello Prodi.

L’organismo governativo da cui parte l’infinito cantiere ancora del tutto in fieri nella piccola cittadina molisana, e che dovrebbe portare (ma gli esperti lo escludono) a inaugurare il nuovo teatro nel marzo del 2011, è la famosa Struttura di missione per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, costituita con decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri il 15 giugno del 2007, dunque in piena stagione Prodi (premier), Rutelli (Beni culturali), Di Pietro (Infrastrutture), tutti membri della suddetta Struttura. Sul cartellone esposto in prossimità del cantiere a Isernia, si leggono chiaramente i nomi di due protagonisti della cricca: dott. ing. Mauro Della Giovampaola, coordinatore dei lavori, e dott. ing. Riccardo Miccichè, responsabile del procedimento. Sì, proprio l’«ingegnere-parrucchiere» per cui è stato messo sulla graticola Bondi, in base a dei sospetti sui lavori agli Uffizi. Invece eccolo qui, il parrucchiere-edile Miccichè, già all’opera come responsabile dei lavori all’Auditorium di Isernia, grazie al via libera del governo Prodi, comunicato da un esultante ministro e vicepremier Rutelli il 29 dicembre del 2007.

L’architetto Zampolini, un altro professionista della compagnia di giro, ha tirato in ballo, per questo appalto, l’allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Inizialmente, ha raccontato Zampolini ai magistrati, Tonino «osteggiava gli appalti che erano stati programmati per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Erano lavori fortemente voluti da Romano Prodi e da Francesco Rutelli, mentre lui era contrario. Si convinse soltanto quando nel programma dei lavori fu inserito l’Auditorium di Isernia, per il quale erano stanziati oltre 20 milioni di euro. Appena fu approvato il progetto lui concesse il via libera anche a tutte le altre opere». Il leader Idv ha negato qualsiasi interessamento, facendo capire di non saperne nulla, anche se di solito Di Pietro è molto attento e informato su quanto succede nel suo Molise.

Quel che è certo è che il ministro Di Pietro segnalò ai colleghi della Struttura, con una lettera del dicembre 2007, il rischio di anomalie nell’assegnazione degli appalti per le celebrazioni dei 150 anni, indicando in particolare due casi sospetti di lievitazione dei costi: l’appalto a Firenze per il nuovo Parco della cultura e della musica e il nuovo Palazzo del cinema di Venezia. Nessun appello, invece, per quanto stava succedendo nella «sua» Isernia. Anche se l’Oice (l’Associazione che rappresenta le organizzazioni italiane di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica) proprio pochi giorni prima aveva messo in guardia il ministro Di Pietro, con una lettera datata 25 novembre, per contestare alcuni dei bandi di gara tra cui proprio quello dell’Auditorium di Isernia. Di Pietro però non rilevò particolari anomalie in quell’appalto.

I molisani, invece, ne hanno scoperte e ne stanno scoprendo ancora molte di anomalie, e l’inchiesta sulla cricca ha solo confermato delle certezze sugli sprechi in atto in quel cantiere. Su PrimapaginaMolise, quotidiano di inchieste on line, un esperto del ramo, l’architetto Franco Valente, ha ricostruito l’incredibile iter dell’appalto. Iniziato nel 2005 con un bando pubblico del Comune di Isernia, che prevedeva la realizzazione dell’opera per un costo massimo di 5 milioni di euro. Incredibilmente, dopo l’individuazione di un vincitore della gara, l’Ufficio tecnico comunale fa lievitare il preventivo da 5 a 42 milioni, in parte finanziati dalla Regione. Poi, per vie tortuose e sommamente opache, l’affare finisce a Roma, nelle nebbie della Struttura, e il costo - grazie a una perizia di variante - schizza a 56 milioni di euro (almeno fino a che i magistrati non hanno scoperto il trucco). Per farsi un’idea, l’architetto Valente ha fatto un calcolo semplice: 56 milioni, diviso 700 posti... fa 80mila euro a sedia.





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Presidi e questori, addio anticipato allo Stato

Corriere della Sera
Nei ministeri verso la pensione 95 dirigenti, presentate all'Inps 1.500 domande

MANOVRA

Presidi e questori, addio anticipato allo Stato


ROMA

Cento milioni di euro. Tanto dovrebbe costare allo Stato quest'anno, secondo il Tesoro, la fuga dei dirigenti pubblici verso la pensione, messa in atto prima dell'entrata in vigore della manovra, per evitare la rateizzazione, fino a tre anni, delle buonuscite superiori a 90 mila euro, da cui sono esclusi coloro che vanno in pensione per raggiunti limiti di età. E intanto, da Pechino, il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, dice di non sentirsi «spaventata dal fatto che le donne possano andare in pensione anche un po' più in là nel tempo».

Cento milioni, dunque. Ma verrà rispettata la stima? A giudicare dalle indiscrezioni, l'impatto potrebbe essere superiore. A determinare un fuggi fuggi generale è stata la prima versione del decreto, che poneva il tetto a 24 mila euro, facendovi rientrare praticamente tutti, perché una buonuscita, dopo 35-40 anni di servizio, supera i 50 mila euro. Secondo il Tesoro, nel 2010 dovrebbero essere 800 i soggetti spinti verso la pensione, per un importo medio di circa 130 mila euro. Nel 2011, invece, a uscire dovrebbero essere in 2.100, per 280 milioni, spesa compensata da 680 milioni di risparmi, con un saldo positivo, per le casse dello Stato, di 400 euro. Altri 240 milioni verrebbero infine risparmiati nel 2012. Ma intanto anche in via XX Settembre è in atto la fuga tra i 15 mila dipendenti: una settantina le domande di pensionamento tra i dirigenti di prima e seconda fascia. Tra i primi, che sono 70, le domande sono state 7. All'Inps sono stati circa 1.500 i dirigenti a presentare domanda di pensionamento ma il fenomeno starebbe rientrando. Lo conferma Guido Abbadessa, membro del Consiglio di Vigilanza dell'istituto, per il quale «più di qualcuno ha ritirato la domanda dopo l'innalzamento del tetto a 90 mila euro».

All'Inail il fenomeno è più circoscritto: qui le uscite previste erano in ogni caso 400, nell'ultima settimana sono state presentate 130 richieste, solo la metà delle quali riferibili all'effetto-manovra. Quanto all'Inpdap, 4-5 dirigenti generali hanno chiesto il pensionamento, seguiti, a cascata, dai dirigenti di più alto livello. L'effetto su tutti i dipendenti pubblici, le cui pensioni fanno capo all'istituto, secondo Enrico Ponti, membro del Consiglio di Vigilanza, è stato cospicuo, con ritiri nell'ordine delle migliaia. Numeri che superano le previsioni di Tremonti. Il fenomeno è acuito dal fatto che la manovra impone che la buonuscita venga liquidata con i criteri del Tfr (lavoratori privati), anziché col più vantaggioso sistema del Tfs (dipendenti pubblici). In fuga, al ministero della Pubblica istruzione, ci sarebbero quattro dei 10 direttori generali e uno dei due capi dipartimento, oltre a diversi dirigenti. In sede periferica avrebbero già presentato dimissioni alcuni direttori generali di Uffici scolastici regionali e vari dirigenti degli uffici periferici. Numeri elevati anche perché il 31 maggio per i dirigenti scolastici si chiudeva una delle «finestre» per andare in pensione. Solo nel Lazio, dove i presidi sono il 10% del totale nazionale, ci sono state 32 richieste di pensionamento (ce n'erano state 86 a gennaio) e 150 telefonate di chiarimento.

Al ministero dei Beni culturali si sarebbero dimessi quattro direttori generali, mentre al ministero della Salute sarebbero andati via 11 dirigenti, il 10% del totale. Anche tra i questori è allarme generalizzato ma a causa di un'altra norma: quella che stabilisce che dal gennaio prossimo le promozioni hanno effetto giuridico e non economico. Motivo per cui, coloro che, avendo maturato 5 anni come dirigenti superiori, attendevano di potersi pensionare come direttori generali per ottenere il relativo aumento, circa 50, stanno chiedendo di uscire subito.

Antonella Baccaro
05 giugno 2010



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Israeliani intercettano la Rachel Corrie si attende abbordaggio

Corriere della Sera
Unità della marina hanno circondato la nave irlandese al largo della cose di Gaza



LARNACA - La nave irlandese «Rachel Corrie», in navigazione verso la Striscia di Gaza, ha ignorato finora le richieste della marina israeliana di cambiare rotta e dirigersi verso il porto Ashdod (sud di Israele). «Abbiamo stabilito un contatto, ma l'equipaggio non coopera», ha detto un portavoce militare, rifiutandosi di aggiungere se l'imbarcazione sia tuttora in movimento o sia invece ferma, circondata da unità israeliane. Resta tuttavia confermata, per il momento, la mancanza di qualsiasi segno di scontro.

PROIBIZIONE - Venerdì sera il ministero degli Esteri irlandese e quello israeliano avevano delineato un'ipotesi di accordo affinchè l'ultima nave della Freedom Flotilla decisa a superare il blocco potesse attraccare ad Ashdod con la garanzia israeliana dell'apertura di un corridoio via terra attraverso il quale lo stesso equipaggio avrebbe potuto poi consegnare il suo carico di aiuti a Gaza, previ i controlli di sicurezza. Ma gli attivisti filo-palestinesi a bordo hanno fatto sapere di non volervi aderire. «Noi - ha dichiarato nella notte per telefono dalla nave uno dei pacifisti, John Graham - non abbiamo intenzione di accettare alcuna intesa che ci voglia coinvolgere legittimando l'assedio (navale israeliano) contro la Striscia di Gaza».

ATTIVISTI UCCISI CON COLPI ALLA TESTA A BRUCIAPELO - Intanto oggi il quotidiano britannico Guardian, citando le autopsie svolte in Turchia, scrive che i nove attivisti turchi uccisi dalle forze armate israeliane nel corso del blitz contro la Freedom Flotilla sono stati raggiunti da almeno una trentina di colpi d’arma da fuoco. Si tratterebbe di pallottole da 9 millimetri, sparate in molti casi da distanza ravvicinata; cinque delle vittime sono state colpite alla testa, scrive il medico legale turco, incaricato di effettuare le autopsie dal ministero della Giustizia di Ankara. In particolare, Ibrahim Bilgen, 60 anni, è stato colpito da 4 proiettili alla tempia, al petto, ai fianchi e alla schiena. Un diciannovenne, Fulkan Dogan, con cittadinanza americana, è stato raggiunto da cinque colpi sparati da meno di 45 centimetri, alla faccia, alla nuca, due volte alle gambe e una alla schiena. Altri due uomini sono stati uccisi da almeno quatto colpi ciascuno e cinque delle vittime hanno ricevuto proiettili nella schiena, ha riportato Yalcin Buyuk, vice-presiente della commissione di medicina legale.





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La nave Marmara alla marina israeliana: «Tornate ad Auschwitz»

Il Messaggero


ROMA (4 giugno)

«Tornate ad Auschwitz»: questa la risposta lanciata via radio dalla nave turca Mavi Marmara quando la marina israeliana ha cercato di bloccarla. Lo riferisce la televisione israeliana di Stato, citando una registrazione delle comunicazioni radio ottenuta dal portavoce militare e pubblicata su Youtube.

Dopo l'ennesimo appello della marina israeliana a cambiare la rotta, l'uomo all'apparecchio radio della Marmara ha detto: «Noi aiutiamo gli arabi a combattere contro gli americani. Non dimenticate l'11 settembre». La tv israeliana, citando i servizi segreti, ha aggiunto che a bordo della Marmara c'erano attivisti di Hamas, di al Qaeda e dei movimenti internazionali della Jihad. L'emittente ha fatto due nomi: Adam Sakuz e Talal Albo. Il primo è stato presentato come guardia del corpo del leader della Ong turca Ihh, Bulent Yildirim. Sakuz, secondo la televisione israeliana, mantiene contatti con al Qaeda ed è salito sulla Marmara fingendosi giornalista. Albo è un esponente di Hamas. Israele è stata «costretta» a rimettere in libertà questi ed altri passeggeri della Marmara sospettati di contatti con il terrorismo internazionale in seguito ad una richiesta perentoria ed ultimativa del governo di Ankara.




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Scienziati russi a caccia dell'oro rubato da Napoleone

Il Messaggero

 

MOSCA (4 giugno) - Da due secoli è uno smacco per i russi l'oro moscovita rubato da Napoleone durante la guerra del 1812, ma stavolta gli scienziati russi credono di avere individuato il posto in cui quei preziosi vennero nascosti dall'imperatore francese, in fuga dalla vittoriosa riscossa dello zar Alessandro e del generale Mikhail Kutuzov.

Il 12 giugno parte la caccia al tesoro. Proprio nell'anniversario dell'inizio della guerra napoleonica in Russia, gli scienziati e i numerosi volontari dell' «Associazione per la ricerca dei tesori nascosti da Napoleone» andranno in una regione a 300 chilometri da Mosca, verso Smolensk, dove i francesi avrebbero inviato 200 carri che portavano i tesori della capitale russa. Il posto preciso non è indicato, per mantenere il dovuto incognito: ma stavolta i ricercatori dovrebbero avere in mano, per la prima volta, una chiave preziosa.

Un russo appassionato di ricerche che vive in Francia, Roman Aleksandrovic, ha frugato per anni negli archivi e ha finalmente trovato un disegno che egli stesso definisce una mappa. Si tratta del ritratto di un nobile che rispondeva del trasporto dei tesori rubati ai moscoviti dai francesi. Si vedono sul foglio un cielo stellato che sarebbe appunto un facsimile della mappa e un cappello stranamente gettato in terra, che indicherebbe il punto dell'oro russo.

La gente dell'Associazione ha già ispezionato il posto: era considerata una strada non frequentata dai francesi nell'Ottocento, ma sono stati trovati un bottone, pallottole e fibbie della Parigi di Napoleone. Se avranno fortuna, gli scienziati e i volontari riusciranno in ciò che la stessa Unione Sovietica, dai primi anni '60, aveva tentato invano: ritrovare le 80 tonnellate dell'oro e dei gioielli rubati a Mosca da Napoleone nei palazzi dei nobili e nelle cattedrali.





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Fuorionda Striscia, l'ex sindaco di Latina: «Il video è un falso, stato manomesso»

Il Messaggero

Zaccheo: versione originale sarà trasmessa ai cittadini




LATINA (4 giugno)

«Il video messo in onda è un falso. O era già nelle mani di qualcuno e poi è stato manomesso oppure è arrivato a Striscia la notizia con un sottotitolo sbagliato. Credo che sia dovuta alla città la messa in onda del vero video». A parlare è l'ex sindaco di Latina Vincenzo Zaccheo (Pdl) in una conferenza stampa convocata per dare notizia di una perizia fonica, commissionata dall'ex primo cittadino, sul video di una conversazione tra lui e la presidente della Regione Renata Polverini, rubato il 29 marzo scorso in occasione dei festeggiamenti per l'elezione e poi mandato in onda da Striscia la notizia il 14 aprile.

Ipotizza i reati di diffamazione a mezzo stampa e di falsificazione di supporto informatico Leone Zeppieri, avvocato di Zaccheo. Il legale annuncia che «si valuteranno i profili penali o civili della vicenda».

Una perizia, ha spiegato oggi Zaccheo, esclude che la frase pronunciata nel colloquio con la Polverini fosse: «Ricordati delle mie figlie». La perizia citata da Zaccheo si conclude evidenziando «in più punti difformità evidenti tra le parole pronunciate e quelle riportate nella grafica». Zaccheo, sfiduciato dalle dimissioni di 22 consiglieri comunali all'indomani della messa in onda del video, ha annunciato che «la versione originale del video sarà trasmessa durante un incontro con la città», che sarà organizzato nei prossimi giorni. «Tutto questo è lontano dalla mia cultura - ha spiegato - Ho governato la città, non ho usato il potere».

Poi, pone una serie di quesiti: «Perché Striscia non mi ha consentito il diritto di replica? Perché, se era in possesso del video, ha atteso 15 giorni prima di mandarlo in onda? E perché quella parziale rettifica il giorno dopo, anch'essa sbagliata, che riportava la frase: «Ricordati di vedere Fini?». Zaccheo, che afferma di essere stato «pedinato per per mesi prima delle elezioni», era stato sfiduciato da alcuni consiglieri ex Fi per la frase, riferita alla Polverini: «non appaltare più a Fazzone».

La risposta di Striscia. «Non c'è nessuna manipolazione sull'audio del filmato trasmesso da Striscia; - ha risposto l'ufficio stampa di Striscia la notizia - i sottotitoli dei dialoghi sono stati realizzati dalla redazione stessa; la frase che senz'altro ha inguaiato Zaccheo è quella che si sente in maniera chiara e inequivocabile ed è: “Soprattutto ti prego: Non appaltare più a Fazzone”».

E sulla vicenda è intervenuto anche Antonio Ricci, ideatore e autore della trasmissione satirica di Canale 5: «Sono due giorni - ha commentato in modo ironico - che vengo importunato telefonicamente per questa panzana». «Sto valutando insieme al Gabibbo - ha concluso Ricci - di denunciare per stalking l'avvocato Giulia Bongiorno, legale di Zaccheo, che secondo alcune voci raccolte dal Tapiro d'oro è la vera mandante di questo oscuro complotto».





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Bastano uno slip e cento euro per smascherare il tradimento

Il Messaggero

Test del Dna sull'indumento rivela tracce estranee alla coppia

 

ROMA (4 giugno) - Con 100 dollari e un paio di mutande si può maschere il compagno o la compagna infedele. Un'azienda di Phoenix, la Chromosomal Laboratories Inc., ha appena lanciato il servizio “infidelity testing”: basta inviare l'indumento intimo del partner e i laboratori effettuano la ricerca di tracce di Dna “estranee” alla coppia.

La notizia è riportata dal quotidiano locale Phoenix New Times, secondo cui un'eventuale risultato positivo può essere ammesso in tribunale in un'eventuale causa di divorzio. L'idea di lanciare il test d'infedeltà è venuta dall'osservazione che almeno 5 richieste a settimana che arrivavano al laboratorio erano per smascherare un partner fedifrago. Se poi si hanno anche dei sospetti su chi potrebbe essere l'amante, e si ha a disposizione il suo Dna, per altri 500 dollari i laboratori possono confermare o smentire.

«In America almeno il 40% delle moglie e il 60% dei mariti ha una relazione extraconiugale - si legge sui siti messi a punto dall'azienda CaughtHimCheating.com e CaughtHerCheating.com - e il 17% dei divorzi è causato dall'infedeltà». Un numero destinato a salire se il servizio avrà successo.





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Writer pentito: «Ho coperto Banksy era buio. Che errore, chiedo scusa»

Corriere del Mezzogiorno

Hes, il giovane graffitista che ha cancellato lo stencil del creativo inglese: «Non sono un vandalo, rispetto l'arte»

NAPOLI - Parla Hes, vent'anni, il writer dello "scempio". Per scrivere il suo nome con grandi lettere in argento ha coperto in via Croce un disegno a stencil di Banksy, lo street artist più famoso e misterioso del mondo. «È successa una cosa troppo strana quella sera - spiega - Ero nervoso perché non ero riuscito a fare un graffito in un’altra zona della città. Ci tenevo molto. Quindi, con altri compagni di crew, la Bsn (il gruppo di writers, ndr), siamo andati in giro per Napoli a mettere un po' di tag, di firme. Così - prosegue - ci siamo trovati in quella zona, via Benedetto Croce, all'angolo con via San Sebastiano, un posto centralissimo, molto visibile. Perciò abbiamo pensato: dipingiamo». E così addio Banksy.

«NON SI VEDEVA NIENTE» - «Già. Ma ma il disegno anzi lo stencil di Banksy io non l’ho proprio visto, lo giuro. Era buio pesto. Non sono uno che "crossa" gli altri, cioè che copre i graffiti altrui, sono uno tranquillo. Un’opera di un artista così famoso...mannaggia...c'è anche da dire, poi, che quel muro era in condizioni veramente pessime, non avrei mai pensato che potesse esserci un pezzo di Banksy. Gli chiedo scusa - dice il giovane graffistista -, per quello che può valere. È stato un errore: i bei disegni, al di là del fatto che siano di un artista di prestigio o meno, non vanno mai coperti».

Il Banksy cancellato
Il Banksy cancellato

Hes si sfoga dicendo che ora sta pagando questa svista notturna in termini, diciamo così, di reputazione. «La gente che ha letto quell’articolo sul Corriere del Mezzogiorno mi ha insultato e continua a farlo via internet. Ho discusso anche con i miei amici, che mi hanno dato torto. Ma io non sono un vandalo, rispetto i monumenti. Per esempio, sulla fontana di piazza Monteoliveto bombardata dalle tag di tutti, la mia sigla non compare. La comunità dei writers si è scagliata contro di me. Cosa che mi dispiace molto, anche perché ormai il danno è fatto».

Alessandro Chetta
03 giugno 2010(ultima modifica: 04 giugno 2010)



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Nigeria, la strage dei bimbi-minatori

La Stampa




Cercavano l'oro a mani nude.
163 morti, quasi tutti piccoli
ABUJA

Scavare con le mani, respirare il piombo, vedere la vena d’oro che lentamente si allontana, morire avvelenati nella miniera illegale. È quanto è accaduto a 163 nigeriani, 111 dei quali bambini, uccisi in remoti villaggi del nord del Paese, dal piombo che aveva contaminato gli attrezzi per estrarre l’oro e tutta l’aria circostante.

L’annuncio è giunto oggi da fonti ufficiali governative secondo le quali i casi - in tutto 355 - si sono verificati a partire dal gennaio scorso nello stato di Zamfara, nel nord ovest del Paese, dove l’estrazione del prezioso metallo avviene nell’illegalità più totale. La zona è una delle più povere del paese e si trova a ridosso del Sahel, arida regione con caratteristiche climatiche sahariane. Henry Akpan, responsabile del settore che si occupa di Epidemiologia del ministero della salute nigeriano, ha detto che i minatori illegali, in primo luogo i bambini, «scavavano alla ricerca dell’oro, in una zona dove però c’è anche un forte concentrazione di piombo».

Akpan ha spiegato che molte delle vittime sono entrate in contatto con la terra, l’acqua e gli strumenti contaminati. I bambini giocavano nelle pozze vicine alla miniera. «Abbiano scoperto casi non comuni di dolori addominali, vomito, nausea e alcuni hanno avuto convulsioni». Le autorità, ha aggiunto il responsabile, hanno capito quello che stava succedendo, chiuso le miniere illegali, chiesto aiuto agli organismi sanitari internazionali e cominciato a evacuare la popolazione. È cominciato così l’allontanamento di decine e decine di persone dalle capanne di fango in aree abbandonate, a tre ore e mezza dalla città più vicina, il capoluogo Gusau. «Così siamo riusciti a bloccare l’avvelenamento collettivo, abbiamo vinto sul piombo», ha detto ancora Apkan. In un paese nel quale l’attività estrattiva rappresenta una delle voci più importanti per il commercio estero, petrolio, gas naturale, carbone, stagno e anche oro sono tra i "tesori" più ricercati.

Del resto i tre quarti dell’oro mondiale provengono dall’Africa e la zona interessata dalla strage da piombo è ricca di oro, rame, manganese, minerali di ferro. Ma in Nigeria, dove proprio oggi il ministero delle Finanze ha fornito cifre drammatiche sulla disoccupazione, si continua a essere letteralmente "divorati" dalle pratiche estrattive illegali. Tristemente famosi sono i giganteschi roghi che di tanto in tanto divampano lungo le condutture di greggio e fanno strage di persone che con le taniche cercano di rubare un pò di petrolio. Le cifre del resto sono molto esplicite: nel più popolato stato africano, la grande maggioranza dei 140 milioni di abitanti vive con meno di due dollari al giorno, la disoccupazione si aggira intorno al 20 per cento e la metà dei giovani tra i 15 e i 25 anni che vivono nelle caotiche e spaventose aree urbane del paese, sono senza lavoro. In quelle lontane dalle città invece, i bambini sfruttati delle miniere muoiono così, cercando di portare a termine il loro ’lavorò nella polvere d’oro.




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