mercoledì 2 giugno 2010

Sì di 32 su 47 membri. No di Italia e Usa

Corriere della Sera
Intanto la nave irlandese Rachel Cargo è in rotta verso Gaza.
A bordo il Nobel Maired Corrigan-Maguire


Tutte le immagini, gli audio e i video

MILANO

Sta diventando un caso internazionale. La risoluzione votata dal Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu è condivisa in linea di principio dai Paesi aderenti. Ma ha avuto diverse defezioni sul metodo. La risoluzione chiede ««l’invio di una missione internazionale per indagare su violazioni del diritto internazionale» rispetto al blitz delle forze israeliane contro la flottiglia di pacifisti diretta a Gaza. Approvata da 32 dei 47 membri del Consiglio. La Francia e il Regno Unito si sono astenuti. Gli Stati uniti si sono pronunciati contro. Come l'Italia. La Farnesina che ha sottolineato che non c'è stata «una posizione comune europea».

UNA RISOLUZIONE DIBATTUTA - La sessione straordinaria del Consiglio sul raid israeliano contro la flottiglia umanitaria diretta a Gaza era stata convocata martedì su iniziativa del rappresentante palestinese, del Sudan, del Pakistan a nome della Lega araba e dell’Organizzazione della conferenza islamica. Il dibattito animato di questi giorni ha evidenziato che esistono linee non condivise tra Paesi occidentali e mondo arabo sulla natura dell'inchiesta approvata sui «princìpi» dalla maggioranza dei Paesi.

LA POSIZIONE OCCIDENTALE E LA GIUSTIFICAZIONE D'ISRAELE - Da parte dell'Unione Europea «si è stimato che bisogna tenersi alla decisione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu a New York che ha chiesto martedì l'avvio immediato di un'inchiesta imparziale, credibile e trasparente rispetto ai criteri internazionali», ha detto un diplomatico occidentale. La differenza è il carattere internazionale o non del meccanismo.

Questione di lana caprina. Che così si è espressa attraverso l'intervento, prima del voto, dell'ambasciatrice americana Eileen Donahoe: «La risoluzione crea una missione internazionale prima di dare la possibilità al governo responsabile di aprire lui stesso un'inchiesta sull'incidente e sui conseguenti rischi di esacerbare una situazione giù fragile e sensibile». Tanto per capirci: la risoluzione adottata prevede che i membri incaricati siano designati dal presidente del Consiglio dei diritti dell'Uomo i cui rapporti di forza sono notoriamente in favore dei Paesi musulmani.

«Ci saremmo augurati che il Consiglio dei diritti dell'uomo, come il Consiglio di sicurezza, si fossero pronunciati all'unanimità», ha sottolineato l'ambasciatore francese Jean-Baptiste Mattéi. Mentre la maggioranza dei Paesi chiedeva di cancellare l'embargo ai palestinesi, l'ambasciatore israeliano Aharon Leshno Yaar ha spiegato le ragioni del suo Paese: «Vorrei ricordare al Consiglio- ha detto- che la Striscia di Gaza è di fatto controllata dal gruppo terroristico di Hams. Questa flottiglia, se dicente umanitaria era politica e provocatrice per natura. La minaccia sulla sicurezza di Israele è costante e reale».

CAMBIARE VOLTO A MEDIO ORIENTE - Sembrerebbe un'America poco incline alle richieste di Abu Mazen che stamattina, alla Conferenza per gli investimenti internazionali nei Territori a Betlemme, annunciava che avrebbe chiesto al presidente americano Barack Obama «decisioni coraggiose per cambiare il volto del Medio Oriente». «Il mio messaggio a Obama durante il nostro incontro a Washington la prossima settimana sarà che noi abbiamo bisogno di decisioni coraggiose per cambiare il volto della regione», ha detto in apertura di una conferenza economica di Betlemme, in Cisgiordania, il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen parlando dell'incontro che dovrebbe avere con il presidente Usa il 9 giugno. Barack Obama, dal canto suo, nelle prime ore del mattino, si era espresso al telefono con il premier turco Recep Tayyip Erdogan.

«È importante trovare modi migliori per fornire aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, senza mettere in pericolo la sicurezza di Israele, ha detto Barack Obama che ha sottolineato la necessità di arrivare a un accordo di pace organico che preveda «la nascita di uno stato palestinese indipendente, come via per risolvere la crisi». «Gli Stati Uniti continueranno a lavorare per questo obiettivo - ha aggiunto Obama - lavorando a stretto contatto con la Turchia, Israele e gli altri attori in campo perché si abbia un Medio Oriente più stabile e sicuro».

STANDING OVATION - Il discorso di Abu Mazen è continuato senza sconti a Israele, accusandola di«terrorismo di stato». E ringraziamenti alla Turchia. «Grazie alla Turchia per quanto si è esposta», ha affermato il presidente dell'Autorità nazionale palestinese. Subito dopo le parole del leader dell'Anp, che ha anche ringraziato l'Egitto, i partecipanti alla conferenza, in gran parte provenienti dal mondo arabo, hanno fatto partire un lungo applauso con una standing ovation. «Credo che questa standing ovation arriverà alla popolazione turca, che sostiene i nostri diritti», ha detto Abu Mazen parlando poi di come anche i media israeliani abbiano deplorato l'assalto alla flottiglia.

«La maggior parte dei media israeliani ha criticato questa stupida, brutale aggressione israeliana - ha detto - Spero che Israele abbia imparato la lezione e accetti ora il processo di pace e la soluzione dei due Stati». Abbas ha quindi espresso l'ulteriore speranza che «la risposta palestinese a questo massacro siano la riconciliazione nazionale e l'unificazione», con un chiaro riferimento alle divergenze tra le fazioni politiche palestinesi e alla riconciliazione tra il suo partito, al-Fatah, che guida la Cisgiordania, e quello di Hamas, che controlla la Striscia di Gaza.

RIETRO IN TURCHIA -Nel frattempo, i sei italiani fermati in Israele sono stati espulsi e sono liberi. Rilasciati questa mattina, sono in viaggio verso la Turchia gli italiani detenuti da lunedì in Israele, con altre centinaia di attivisti filopalestinesi, dopo il sanguinoso blitz contro la flottiglia di aiuti in navigazione verso la Striscia di Gaza

Gli attivisti rilasciati

La notizia del rilascio, annunciata fin dalle ore precedenti, è stata formalizzata in tarda mattinata da Betlemme (Cisgiordania) dal sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, che si trova in visita nella regione. Ed è stata subito dopo confermata dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, il quale si è detto «particolarmente grato al governo israeliano per la collaborazione offerta» e per la «rapida liberazione» degli attivisti italiani. «Sono particolarmente grato al governo israeliano -ha detto il capo della diplomazia italiana- per la collaborazione offerta e alla nostra ambasciata a Tel Aviv per l'impegno con cui ha sin dall'inizio seguito la vicenda adoperandosi per la rapida liberazione dei nostri connazionali e affinché i loro diritti fossero tutelati al massimo».

I sei - Giuseppe Fallisi, Angela Lano, Marcello Faraggi, Manolo Luppichini, Manuel Zani e Ismail Abdel-Rahim Qaraqe Awin - sono stati caricati su un pullman con altri attivisti stranieri, sotto scorta e senza possibilità di contatti con l'esterno. All'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, dove è prevista la presenza di rappresentanti diplomatici italiani, li attende un volo verso la Turchia, da dove proseguiranno per l'Italia. L'accelerazione delle procedure di espulsione è scattata sull'onda delle crescenti pressioni internazionali e dopo il via libera di ieri sera del gabinetto di sicurezza israeliano, presieduto dal premier Benyamin Netanyahu, al rimpatrio «immediato» di tutti gli stranieri fermati: inclusi quei turchi che in un primo momento avevano rischiato di finire sotto processo per la reazione violenta all'abbordaggio della Mavi Marmara, la nave guida del convoglio denominato Freedom Flotilla.

LIBERAZIONI-ESPULSIONI - Già in mattinata una cinquantina di turchi aveva lasciato il centro di detenzione di Beer Sheva, mentre nella notte era stata completata l'espulsione via terra verso la Giordania di altre 124 persone - originarie di diversi Paesi arabi e musulmani - nonchè quella di tre libanesi: tutti accolti, al di là del ponte di Allenby - che collega le due sponde del fiume Giordano - da una folla inneggiante alla «libertà della Striscia di Gaza» (l'enclave palestinese controllata dal 2007 dagli islamico-radicali di Hamas) da slogan ostili verso Israele.

A bordo delle navi della flottiglia c'erano in totale 682 persone di 42 diverse nazionalità. Almeno 9 sono state uccise nell'assalto delle forze speciali della marina israeliana, mentre più di 40 sono state ferite e sono tuttora ricoverate in ospedale; una cinquantina di persone, infine, era stata rimpatriata già fra lunedì sera e ieri, avendo accettato di firmare un provvedimento amministrativo d'espulsione. Tutti gli altri stranieri - rinchiusi temporaneamente nel centro di detenzione per essersi rifiutati di firmare tale provvedimento, che li avrebbe costretti ad ammettere di essere entrati illegalmente in Israele e non catturati in acque internazionali - dovrebbero essere rimpatriati entro domani in via extra giudiziale, sulla base di quanto stabilito dal gabinetto di sicurezza.

LA ROTTA DI RACHEL - Nonostante il blocco navale un'altra imbarcazione con aiuti umanitari sta tentando di raggiungere Gaza. La Rachel Cargo, mercantile da 1200 tonnellate riconvertito e allestito dall'associazione internazionale Free Gaza Movement, partito dall'Irlanda con a bordo aiuti, si sta dirigendo verso un porto nel Mediterraneo (non precisato per motivi di sicurezza) dove imbarcherà giornalisti e personalità, per proseguire poi alla volta di Gaza. L'imbarcazione, ribattezzato con il nome della donna americana uccisa a Gaza nel 2003, è partita lunedì da Malta.

A bordo, 15 attivisti, tra cui un Nobel per la pace nordirlandese. Uno dei membri dell'equipaggio, Derek Graham ha spiegato che il luogo del raid in cui lunedì hanno perso la vita nove attivisti verrà raggiunto tra venerdì sera e sabato mattina. «Dopo quello che è successo lunedì mattina, siamo più determinati che mai a continuare la nostra missione», ha alla tv di Stato irlandese Rte. Graham ha asicurato che le autorità israeliane verranno informate dell'esatta posizione dei passeggeri della nave e verrà chiesto a chi è a bordo di tenere comportamenti pacifici.

Non saranno più di 15 gli attivisti che verranno imbarcati e non si esclude che tra di essi vi possano essere alcuni italiani. Si sa inoltre che sarà a bordo anche il premio Nobel per la pace Maired Corrigan-Maguire (vinto per il suo impegno per la pace in Ulster) e lalto responsabile dell'Onu, Denis Halliday. Dalla nave hanno fatto sapere che «in caso di abbordaggio da parte di navi israeliane» gli attivisti a bordo della Rachel «non opporranno resistenza e si sdraieranno a terra con le mani alzate».

La Rachel è sostenuta anche dal governo irlandese che ha chiesto al governo israeliano di lasciarla passare. «Siamo in continuo contato con il governo israeliano», ha dichiarato il primo ministro Brian Cowen al Parlamento. «È imperativo che non ci siano altri conflitti e altro sangue sparso|su quella che è niente di più che una missione umanitaria», ha aggiunto il ministro degli esteri irlandese Micheal Martin.

La Rachel Corrie doveva, secondo programma, arrivare oggi a Gaza. Dopo il blitz ha modificato il programma. Ora si troverebbe «tra Creta e la costa dell'Africa del nord». Ieri Brian Cowen aveva messo in guardia Israele. «Se succederà qualcosa, qualsiasi cosa, ai nostri cittadini, sarà causa di conseguenze più gravi» ha detto in Parlamento. Il governo irlandese esige che la Rachel Corrie sia autorizzata a «terminare il suo viaggio e a scaricare il suo carico umanitario a Gaza» .

AIUTI DA TERRA - Altri aiuti stanno arrivando da terra. Venticinque camion carichi di rifornimenti medici per Gaza e 400 palestinesi hanno passato la frontiera tra la Striscia e l'Egitto, dopo l'apertura, per il secondo giorno, del valico di Rafah. Inoltre altri 150 palestinesi circa hanno ricevuto trattamenti medici in Egitto per poi fare ritorno nella Striscia. A decidere l'apertura del valico di Rafah era stato il presidente egiziano Hosni Mubarak dopo l'attacco alla Flottiglia di pace. I 400 che hanno passato la frontiera, secondo fonti di sicurezza egiziana, dispongono di permessi di lavoro per l'Egitto e altri paesi Arabi.

A inviare i 25 camion di aiuti medici, inoltre, è stata l'Unione dei medici arabi. Mubarak non ha specificato per quanto tempo resterá aperto il valico. Contemporaneamente, Israele ha iniziato a trasferire nella Striscia gli aiuti trovati a bordo delle navi della Flottiglia di Pace, secondo quanto ha riferito all'agenzia tedesca Dpa il maggiore Guy Inbar. Su una decina di camion sono stati portate attrezzature mediche, sedie a rotelle e alimenti. Secondo il militare, comunque, la quantità di aiuti trovati a bordo delle navi è inferiore a quanto Israele consente di inviare a Gaza ogni giorno.

Redazione Online
02 giugno 2010



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Pedofilia, indagato capo vescovi tedeschi

Corriere della Sera
La procura di Friburgo: monsignor Robert Zollitsch accusato di complicità in casi di abusi sessuali su minori

BERLINO

Il presidente della Conferenza episcopale tedesca Robert Zollitsch è indagato per complicità in casi di abusi sessuali su minori. Lo riferisce la procura di Friburgo, confermando le indiscrezioni dell'emittente televisiva Ard e del quotidiano Südkurier.

LE ACCUSE - Il capo dei vescovi tedeschi è accusato di aver coperto le molestie sessuali di un sacerdote ai danni di un minore negli Anni Sessanta. L'apertura dell'inchiesta è stata confermata dal procuratore capo di Friburgo, Wolfgang Maier. La procedura è stata avviata in seguito alla denuncia di un cittadino, presentata a fine maggio, in cui si accusa Zollitsch di aver fatto assumere nel 1987 come referente un sacerdote di cui erano note le tendenze pedofile e gli abusi sessuali già compiuti. I fatti si sarebbero verificati nella cittadina di Birnau, alla cui procura sono stati già trasmessi gli atti provenienti da Friburgo. Secondo la presunta vittima, ha spiegato il procuratore Maier, l'arcidiocesi di Friburgo era a conoscenza di queste violenze e nonostante questo nel 1987 Zollitsch - che all'epoca era responsabile del personale dell'arcidiocesi - confermò il posto del sacerdote nella comunità di Birnau, sul Lago di Costanza.

LA SMENTITA - L'arcidiocesi di Friburgo ha seccamente smentito le accuse: «Sono destituite da qualsiasi fondamento» ha scritto in una nota. Non appena venne a sapere delle accuse contro il sacerdote, Zollitsch, secondo la ricostruzione dell'arcidiocesi «avvertì subito l'ordine» di appartenenza chiedendo di trarne «le necessarie conseguenze». Inoltre, si sottolinea nella nota, «soltanto nel 2006» si è venuto a sapere che negli anni Sessanta «vi fu almeno un caso» di pedofilia.

IL CASO MIXA - L'indagine su Zollitsch segue le recenti dimissioni di monsignor Walter Mixa, fino al mese scorso vescovo di Augusta, dopo l'avvio da parte della Procura bavarese di Ingolstadt di un'indagine per presunti abusi sessuali. L'indagine era stata poi fermata per mancanza di prove.

Redazione online
02 giugno 2010




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Lo spettacolo aereo delle Frecce Tricolori

La Stampa

Come da tradizioni le Frecce Tricolori si sono esibite nel cielo di Roma in occasione della Festa della Repubblica.

Fotogallery



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Giallo in Australia Pioggia di pappagalli "Sembrano ubriachi" E cadono dagli alberi

Quotidianonet

Gli uccelli sembrano non in grado di coordinare i movimenti.

Lo strano fenomeno nel nord del Paese.

Stupiti i veterinari, che non riescono a scoprire la causa


Sydney (Australia), 2 giugno 2010

Centinaia di pappagalli apparentemente ubriachi stanno cadendo dagli alberi e dal cielo in una cittadina nel nord dell’Australia. Ed è grande lo sconcerto tra i veterinari che, cercando di curarli, non capiscono cosa stia accadendo.

"Sembrano proprio ubriachi. Cadono dagli alberi e non sono così coordinati come al solito: cercano di saltare ma non ce la fanno a raggiungere il ramo successivo", racconta Lisa Hansen, un chirurgo all’ospedale veterinario Ark Animal Hospital, a Palmerston, vicino Darwin.

Lo strano fenomeno accade ogni anno nella località, situata nello stato australiano del Territorio del Nord, ma quest’anno è in proporzioni assolutamente eccezionali. È ancora buio fitto sulle cause dei sintomi: gli esperti non hanno ancora capito se si tratti di un misterioso virus oppure qualche alimento che altera le sue funzioni motrici.

L’ospedale veterinario ha curato fino 30 pappagalli 'ebbri' in una sola volta: i volatili vengono messi nelle gabbie dove rimangono a lungo immobili come se stessero recuperando da una sbornia; per contrastare i sintomi, viene loro somministrato un porridge dolciastro con frutta fresca. A volte occorrono giorni di 'terapia intensiva' prima che siano in grado di volare di nuovo.

Fonte Agi





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Napoli, rapinò un anziano di 3 euro Condannato a sei anni di carcere

Il Mattino

NAPOLI (2 giugno) 

Gli agenti del commissariato di San Giorgio a Cremano hanno arrestato Felice Muzi, di 28 anni. L'uomo, resosi responsabile di rapina, era destinatario di un provvedimento, emesso dalla Procura della Repubblica - Ufficio Esecuzioni Penali, per l'espiazione di 3 anni di reclusione.

Secondo l'accusa, Muzi circa 4 anni fa, rapinò di 3 euro un anziano in piazza Garibaldi a Napoli puntandogli un coltello alla gola. A seguito di attività investigativa fu arrestato e condotto in carcere. Dopo tre anni di detenzione, fu scarcerato - da quanto si apprende - per decorrenza dei termini e messo in libertà.

Nella giornata di ieri, è stato raggiunto da un provvedimento definitivo di carcerazione che lo condanna all'espiazione di altri 3 anni di reclusione. Gli agenti lo hanno prelevato dalla sua abitazione nel comune vesuviano e condotto al carcere di Poggioreale.




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2 giugno, big Lega disertano la parata E' polemica. Alemanno: brutto segnale

Il Mattino

Napolitano celebra la festa della Repubblica: «I valori della Costituzione hanno forza propulsiva»

 

ROMA (2 giugno) - Parata delle Forze armate in via dei Fori imperiali per la festa della Repubblica. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano ha assistito dal palco presidenziale alla sfilata con accanto il premier Silvio Berlusconi e il presidente del Senato Renato Schifani.

I big della Lega disertano la parata. Il Carroccio era presente con i due vice capogruppo di Camera e Senato, Sebastiano Fogliato e Lorenzo Bodega, e con e il sottosegretario Francesco Belsito. Assenti il ministro dell'Interno Roberto Maroni e il leader Umberto Bossi. Non ha presenziato alla sfilata neanche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ma perché nella prima mattinata è partito per una visita ai militati italiani in Afghanistan.

«Abbiamo vissuto anni non sempre facili anni di duro lavoro resi però fecondi dalla forza propulsiva dei valori della nostra Carta costituzionale: democrazia, libertà, eguaglianza, giustizia. Su quei valori fondanti abbiamo costruito l'Italia di oggi, soggetto protagonista della comunità internazionale e di un'Europa che è chiamata a rafforzare la sua unità», ha affermato il presidente della Repubblica nel messaggio inviato al Capo di Stato Maggiore della Difesa Vincenzo Camporini in occasione del 2 giugno. «Le difficoltà del periodo che stiamo vivendo, i rischi che oggi corrono la nostra sicurezza e il nostro benessere - ha aggiunto Napolitano - vanno affrontati con la consapevolezza dei risultati raggiunti».

«In un mondo sempre più interdipendente non potrà esservi vera sicurezza se permarranno focolai di minaccia; non potrà esservi vero benessere se anche soltanto una parte dell'umanità sarà costretta a vivere nell'indigenza. Dobbiamo lavorare insieme per la sicurezza e il benessere comune: insieme in Italia, insieme in Europa», ha continuato il presidente della Repubblica.

Alla parata, durata solo 80 minuti (dieci in meno della tradizionale ora e mezzo), sono sfilati circa 6000 militari, 262 mezzi e nove velivoli, le Frecce tricolori. L'anno scorso i partecipanti erano stati 6400 e 7200 nell'edizione precedente: un calo progressivo, complice soprattutto la crisi economica. Le tribune sistemate in via dei Fori imperiali, grazie anche alla bella giornata, sono tutte affollate.

La polemica sull'assenza della Lega. «La Lega era ben rappresentata» alla parata militare e «ogni polemica è strumentale», ha detto Bodega, appena conclusa la sfilata. Rispondendo poi a una domanda sul significato della festa della Repubblica, Bodega ha detto che «è una festa che ricorda importanti avvenimenti che devono avere il rispetto di tutti».

Pdl diviso sulla Lega. «Questo è un brutto segnale, ma quello che conta è che l'83% degli italiani è orgoglioso di far parte di un'unica grande nazione. Tutto il resto è retorica, chiacchiere che non hanno valore», ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ricordando che «secondo l'ultimo sondaggio di Mannheimer l'83% degli italiani si sente molto orgoglioso di appartenere all'Unità nazionale».

«L'assenza di Maroni non è un problema», è invece l'opinione del capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri. «Non credo che per questa sua assenza qui Maroni possa essere considerato un cattivo ministro dell'Interno: o si vuol forse sostenere il contrario? Anche altri anni era stato assente; ma erano presenti sul palco alcuni sottosegretari ed esponenti della Lega nord. Sono questioni che vengono, anche giustamente, poste soltanto dai giornalisti...».

«La scelta dei più importanti esponenti leghisti di disertare le celebrazioni ufficiali di oggi è un'offesa agli italiani che festeggiano la nascita della Repubblica. Fa tristezza pensare che la Lega rinunci a rispettare la storia del popolo che rappresenta e governa per difendere una "paccottiglia" ideologica inaccettabile, una mescolanza di secessione e magia celtica che ha il suo baricentro in quella forma di doppio razzismo che ha come bersaglio tanto lo straniero che la popolazione meridionale. L'Italia non si merita questa miseria politica», ha detto in una nota l'eurodeputato IdV Luigi de Magistris.





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Auto di Bond all'asta E' nel film "Goldfinger"

di Redazione

Il prossimo 27 ottobre la mitica Aston Martin Db5 verrà battuta all'asta dal suo proprietario, lo statunitense Jerry Lee.

E' una delle due auto utilizzate in "Goldfinger" e "Thunderball" completa di targhe girevoli e mitragliatrici (false)




Londra - L’Aston Martin Db5 protagonista della saga cinematografica di James Bond verrà messa all’asta il prossimo 27 ottobre: la casa londinese RM Auctions si aspetta che la sportiva color argento raccolga non meno di cinque milioni di dollari.

Film La vettura è una delle due originali utilizzate in "Goldfinger»

"e "Thunderball", completa di gadget come (false) mitragliatrici, targhe girevoli e cortina fumogena (nessun dettaglio sul sedile passeggero eiettabile); a metterla all’asta è il suo unico proprietario, lo statunitense Jerry Lee: questi l’acquistò nel 1969 per 12mila dollari e da allora la coupé è rimasta quasi sempre nel suo garage.



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Conquista l'Everest, muore subito dopo

Corriere della Sera

Lo scozzese Peter Kinloch si accascia 200 metri dopo avere iniziato la discesa. I compagni costretti a lasciarlo

Inutili i tentativi di soccorrerlo. L'arrivo del maltempo costringe la squadra a fuggire

Conquista l'Everest, muore subito dopo


Peter Kinloch in una foto tratta dal suo profilo Facebook
Peter Kinloch in una foto tratta dal suo profilo Facebook
MILANO

Lo hanno lasciato a morire in cima a quel monte Everest che aveva conquistato solo poche ore prima, pazzo di felicità per aver raggiunto la sua quinta vetta ed essere così ad un passo dal completare la «Seven Summit Challenge». Il 28 enne Peter Kinloch aveva iniziato la discesa da neanche 200 metri, quando all’improvviso ha cominciato ad inciampare e a lamentarsi, dicendo che non riusciva a vedere bene. Immediatamente soccorso dagli altri partecipanti alla spedizione himalayana e da tre sherpa arrivati dal campo-base dopo la richiesta di aiuto e che per quasi 12 ore gli hanno somministrato ossigeno e steroidi per cercare di evitargli il congelamento, lo sfortunato ragazzo non è, però, riuscito più a riprendersi e, alla fine, quando ormai erano le 2 del mattino, i compagni si sono rassegnati ad abbandonarlo al suo destino, lasciandolo in un posto chiamato «Mushroom Rock» a 8.595 metri di altezza, anche perché le condizioni meteo erano rapidamente peggiorate e i superstiti rischiavano di rimanere intrappolati a loro volta in cima alla montagna.

Peter sulla vetta del Monte Bianco durante una precedente  spedizione (da Facebook)
Peter sulla vetta del Monte Bianco durante una precedente spedizione (da Facebook)
EMORRAGIA CEREBRALE - Stando a quanto riporta il Daily Mail, pare che l’improvvisa perdita della vista lamentata da Kinloch (un informatico che lavorava per la polizia, descritto in ottime condizioni di salute e non certo il tipo da correre rischi) possa essere stata causata da un’emorragia cerebrale. «Arrivare in cima alla montagna è stato faticoso – ha detto al tabloid un membro della spedizione che ha chiesto l’anonimato –, ma Peter sembrava stare bene ed era di ottimo umore, tanto che poco prima di raggiungere la vetta ci aveva confidato che conquistare l’Everest era per lui la realizzazione di un sogno lungo 25 anni. Poi però, all’improvviso, quando abbiamo cominciato la discesa, sembrava che perdesse la coordinazione e continuava ad inciampare, sebbene intervallasse queste scivolate con la normale camminata. Pochi minuti dopo, però, Peter ha detto a David O’Brien (il capo della spedizione, ndr), che non ci vedeva più. Per la verità, il ragazzo non sembrava sorpreso da quello che gli stava capitando, anzi era assolutamente calmo e ha raccontato che gli era già successo prima, sebbene mai in montagna».

SOCCORSI SENZA SUCCESSO - A quel punto, i tre sherpa e O’Brien hanno cercato di farlo scendere ad un’altitudine meno pericolosa per il corpo umano, ma dopo quattro ore avevano percorso appena 60 metri. «Peter cominciava a dare segni di congelamento a due dita – ha proseguito il testimone – anche se restava lucido e non sembrava soffrire per l’altitudine. Quelli della squadra di soccorso hanno fatto davvero tutto quanto in loro potere per salvarlo, arrivando loro stessi ad un passo dal dover chiedere aiuto». Ora il corpo di Kinloch (con addosso il berretto e la sciarpa della sua adorata Inverness Caledonian Thistle”, squadra di calcio della Prima Divisione Scozzese) riposerà su quella stessa montagna che già è diventata la tomba di molti scalatori nel corso degli anni.

IL RECUPERO DELLA SALMA - Ancora non si sa se le autorità tibetane appronteranno un piano per recuperare la salma, anche perché ogni tentativo in tal senso potrebbe rivelarsi assai pericoloso. E mentre la sua fidanzata turca, Gul Cosguner, ha lanciato un accorato appello al Times affinchè Peter «possa tornare a casa», per il padre di Kinloch «il solo conforto che ci rimane è sapere che mio figlio ha realizzato una delle sue aspirazioni». Anche se per farlo ci ha rimesso la vita.

Simona Marchetti
02 giugno 2010



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Parcella da 22 milioni, la Bresso difende Fuksas

Corriere della Sera

L’esponente pd: cifre normali, ma lo scelse Ghigo

MILANO

Ventidue milioni di euro per progettare il nuovo palazzo della Regione: il grattacielo trasparente di via Spina 1. Una parcella eccessiva, secondo Roberto Cota. Anche se il destinatario si chiama Massimiliano Fuksas, ed è uno degli architetti più famosi del mondo. Per il neogovernatore del Piemonte questa non può essere una giustificazione, anche perché «la Regione si trova ora con un pesante buco — spiega —. Oltre 500 milioni che mancano all’appello sul bilancio 2010 e che dovremmo trovare tagliando gli sprechi. Questa è l’eredità ricevuta dalla precedente amministrazione di centrosinistra ed è mio dovere denunciarla per non esserne corresponsabile. In questa situazione, quello di Fuksas è uno spreco ingiustificato».

L’ex governatrice, Mercedes Bresso, risponde a tarda sera al suo cellulare. «Sono in vacanza a Creta e non conosco le ultime vicende politiche. Quella di Cota, però, mi sembra una polemica insulsa. Prima di tutto vorrei ricordargli che è un progetto deciso da Ghigo, mio predecessore alla Regione e "coinquilino" di Cota nel Pdl. Io l’ho solo trovato e adattato. Quanto è stato pagato a Fuksas corrisponde a una parcella professionale pari a meno del 10 per cento del totale, che è 300 milioni di euro, ed è stata stabilita in base ai tariffari dell’Ordine degli architetti. Lui ci ha fornito, per la nuova sede della Regione, progetto preliminare ed esecutivo. Stiamo parlando di un grattacielo per 3mila persone, sia chiaro, e non di un bungalow. Un progetto complesso, di ecologia sostenibile. Parte del compenso di Fuksas è stato pagato da Ghigo, parte da noi, e parte ora credo tocchi a lui. Non vedo dunque quale sia lo scandalo».

L’architetto romano, interpellato direttamente, preferisce evitare ogni commento. Dal suo studio si limitano a riferire asettici «che è salito su un aereo e che per due giorni non sarà rintracciabile. È anche senza cellulare, dunque...». In realtà, sulla questione Fuksas si era già espresso nell’aprile 2004. Polemizzando — sorpresa — proprio con la neogovernatrice Mercedes Bresso. L’esponente del Pd, infatti, al suo insediamento aveva subito contestato questo progetto per l’eccessiva onerosità e ventilato l’ipotesi di bloccarlo per ripiegare su un’ex sede Fiat di corso Marconi. «È come buttare delle decolletes nuove e ripiegare su un paio di scarpe vecchie», aveva commentato ai tempi Massimiliano Fuksas. Aggiungendo infuriato: «Ci ho lavorato per oltre 5 anni: l’idea di accantonarlo è un peccato per me e credo anche una grossa perdita per Torino. È un tradimento. E pensare che quel progetto piaceva tanto anche al sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che mi ha più volte detto che era ciò che ci voleva per la città e per rilanciare il quartiere Spina 1...». Poi però, per sua fortuna, Mercedes Bresso ha cambiato idea.

Angela Frenda
02 giugno 2010





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Il rapinatore meno credibile del mondo: cassiere l'ignora

McDonald's e lo spot col ragazzo gay: «Venite come siete». Dibattito in Francia

Corriere della Sera
La nuova pubblicità della catena e le polemiche. Boom di commenti su YotuTube

Video


MILANO

Lo slogan finale «Venite come siete» ricorda il titolo di una celebre canzone dei Nirvana (Come as you are) che elogia la tolleranza e l'autenticità. Sta ottenendo grandi consensi l'ultima campagna pubblicitaria di McDonald's girata in Francia che per la prima volta ha come protagonista un ragazzo gay. Lo spot che da qualche settimana va in onda sulle tv d'Oltralpe, ma che si può vedere con i sottotitoli in inglese anche su YouTube, ha conquistato rapidamente il popolo del web: la versione sottotitolata, postata lo scorso 26 maggio, è stata vista finora da più di 420.000 utenti del popolare sito di video sharing.

PADRE E FIGLIO - La pubblicità è ambientata in uno dei tanti ristoranti della catena sparsi in Francia. All'inizio si vede un ragazzo, seduto a un tavolo, mentre suo padre si accinge a pagare alla cassa. A un certo punto squilla il telefono del giovane e quest'ultimo dice: «Stavo pensando proprio a te. Guardavo la foto di classe». Dopo qualche secondo il ragazzo continua: «Mi manchi anche tu. Scusami, mio padre sta arrivando, devo attaccare». Proprio in quel momento il padre arriva al tavolo, con tanto di panini e bibite e dopo aver guardato la foto ricordo, dice al figlio: «Che peccato che nella tua classe ci siano solo uomini. Avresti potuto avere tante donne adesso». Il figlio guarda il padre con sorriso beffardo. Poi entrambi cominciano a mangiare mentre lo slogan «Venite come siete» compare sullo schermo.

TOLLERANZA - Secondo un portavoce di McDonald's lo spot vuole ribadire che la catena non fa discriminazioni ed è aperta a tutti. Come spiega bene il tabloid britannico Daily Mail, la pubblicità ha accesso un dibattito molto interessante tra gli utenti di YouTube. Alcuni tra questi hanno commentato il video rilevando che uno spot del genere non può essere trasmesso sulle tv americane perché automaticamente il McDonald's sarebbe boicottato dalle lobby religiose: «Non la vedremo mai negli States - chiosa un internauta di Los Angeles. I gruppi cristiani osteggerebbero per sempre i prodotti di McDonald's». Un altro utente di Memphis invece ironizza: «Non ho capito. McDonald's con questa pubblicità intende dire che ti servirà anche se sei gay? Grazie McDonald's per non espellere dai tuoi locali le persone basandoti sulla loro sessualità».

Francesco Tortora
02 giugno 2010



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Macché disarmati, sparavano dai boccaporti»

di Redazione


Come capita molto spesso nelle famiglie israeliane, la storia e le esperienze dei padri finiscono col coinvolgere anche i figli. Il mio amico Hfrem, autorevole giornalista di un importante quotidiano di Tel Aviv, nell'ottobre del 2000, mentre era impegnato come ufficiale della riserva nei territori palestinesi, si trovò a vivere l'orrore di Ramallah, quando due giovani riservisti disarmati vennero catturati, letteralmente massacrati di botte e i loro corpi maciullati furono gettati da una finestra della locale stazione della polizia palestinese, sotto l'occhio delle telecamere.

Un orrore indicibile, una barbarie e uno scempio inammissibile per chiunque, tanto più inaccettabile per la cultura e la religiosità ebraica. E quello stesso incubo ha avvolto lunedì notte Itai, il più giovane dei figli di Hfrem, incursore dell'S'13 (HaShayetet, le forze speciali della marina israeliana).
«Vedevamo attraverso i binocoli all'infrarosso le navi avvicinarsi, incuranti dei nostri avvertimenti», racconta Itai, rileggendo l'ultimo appello radio del suo comandante: «Nave Mavi Marmara, vi state avvicinando a un'area di ostilità che è sotto blocco navale.

L'area di Gaza, la regione costiera e il porto di Gaza sono chiusi a tutto il traffico marittimo. Vi invitiamo a dirigervi immediatamente verso il porto di Ashdod, per i controlli del vostro carico, dopo di che la consegna delle forniture umanitarie avverrà attraverso i valichi ufficiali via terra, e sotto il vostro controllo». La risposta è stata: «Negativo, negativo. La nostra destinazione è Gaza. Nessuno ci fermerà». «Da quel momento - prosegue Itai - tutto si è accelerato, ci siamo imbarcati sugli elicotteri con il preciso ordine di abbordare la Mavi Marmara e di convincere, ma senza alcun atteggiamento aggressivo, il comandante a fermare subito le macchine. In ogni caso non eravamo autorizzati a fare ricorso alle armi, se non in caso estremo. Il mio team aveva fucili caricati con proiettili di gomma e gas antisommossa».

«Quando siamo arrivati sulla verticale della Mavi Marmara abbiamo visto che la nostra prima squadra che si era calata sul ponte era letteralmente circondata da decine di individui armati di spranghe di ferro, coltelli, asce, catene, una folla urlante che aggrediva i nostri soldati con una violenza spaventosa. Abbiamo visto lanciare oltre la murata uno dei nostri, non sapevamo se era vivo o morto. Tre commilitoni giacevano sul ponte, in una enorme pozza di sangue, nonostante fossero esanimi continuavano ad essere brutalmente picchiati con degli idranti. A quel punto siamo intervenuti, ci siamo calati sul ponte e lì abbiamo visto che il gruppo dei cosiddetti pacifisti era molto numeroso e ben organizzato».

Itai, che finora ha parlato tutto d'un fiato, fa una lunga pausa. Per poi riprendere: «Ho avuto la sensazione di rivivere l'incubo di mio padre, il linciaggio di Ramallah. Ognuno dei miei compagni appena calato dall'elicottero veniva circondato da tre o quattro di loro, lo afferravano, lo isolavano in un angolo della nave e quindi lo picchiavano selvaggiamente, altri cercavano di trascinare i nostri sotto coperta. Come tutti quelli che erano scesi con me, eravamo a mani nude coi nostri fucili caricati con proiettili di gomma».

«Ho cercato di impugnare il mio fucile ma un colpo ha spezzato la mano che teneva l'arma, poi hanno iniziato a spararci addosso con armi da fuoco, erano proiettili veri e provenivano da vari boccaporti della nave. Ho impugnato la pistola con la sinistra e ho sparato in quella direzione. Poi ho visto calare dall'alto decine di miei commilitoni... Altro che pacifisti: quelli sono chiaramente dei provocatori, organizzati, venuti per attaccarci, ed io...».

Hfrem interrompe con un sorriso dolce il figlio, invitandolo ad andare a riposare. «Sai - mi dice -, si deve riprendere dallo shock, sapessi quanto ci ho messo io dopo Ramallah...».



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Quegli strani pacifisti con molotov e coltelli

di Roberto Fabbri

Che strani pacifisti viaggiavano a bordo della «Mavi Marmara». La nave teatro dell’abbordaggio delle forze speciali israeliane conclusosi con il massacro di una decina di persone trasportava gente armata di coltelli e bastoni, che hanno usato generosamente; gente che ha lanciato bottiglie molotov; e che ha anche ferito diversi soldati israeliani, oltre a scaraventarne uno, sbarcato sul ponte della nave da un elicottero, dall’altezza di dieci metri.

Strani pacifisti davvero. Preparati a usare una violenza brutale, tanto da prendere di sorpresa gli incursori della marina israeliana che si aspettavano di dover contrastare al massimo qualche forma di resistenza più o meno passiva. E invece no. «Quelli volevano ammazzarci - ha detto ai media israeliani “capitano R.”, un membro del secondo commando che si è calato dall’elicottero sulla nave turca -. Ognuno di loro che ci si avvicinava voleva ammazzarci».

Capitano R. ha raccontato una storia drammatica, sostenendo che i tre quarti dei “pacifisti” ha partecipato a quello che la marina israeliana ha definito «un linciaggio». «Mi sono calato con la corda per secondo - ha ricostruito -. Il mio commilitone che è sceso per primo è stato circondato da un gruppo di persone. All’inizio era una lotta uno contro uno, poi ne sono arrivati sempre di più. Ho dovuto affrontare terroristi armati di coltelli e bastoni. Quando uno di loro è venuto verso di me con un coltello ho dovuto sparare».

L’ufficiale racconta come sia poi stato scagliato sul ponte sottostante. «A quel punto una ventina di persone sono venute su di me da ogni direzione. Mi sono saltati addosso e mi hanno gettato di sotto (un’immagine tratta da un filmato documenta questo fatto, ndr)». Ma anche lì la situazione aveva poco a che fare con la resistenza passiva in stile gandhiano dei pacifisti: «Ho sentito la lama di un coltello nello stomaco. Con un altro soldato siamo riusciti a saltare in mare».

Un filmato dell’esercito diffuso dalla Tv israeliana mostra l’esplosione a bordo di una bottiglia molotov. E la ricostruzione parla di attivisti in attesa con spranghe dei soldati che si calavano dagli elicotteri. Le corde gettate dall’alto sono state legate all’antenna per mettere in difficoltà gli elicotteri e i soldati gettati a terra e colpiti anche con coltelli e biglie di vetro. Un militare ha detto che gli attivisti filo-palestinesi hanno anche sparato contro il commando.

Tutt’altri i contenuti dei racconti dei “pacifisti” della Marmara. «Non avevamo armi a bordo», dice la deputata arabo-israeliana Hanin Zuabi. Non spiega, però, come è possibile che sette militari israeliani siano rimasti feriti, due gravemente. Norman Paech, ex deputato del partito tedesco di estrema sinistra «Die Linke», assicura di aver «visto personalmente» che a bordo sono stati usati «per difesa» solo bastoni di legno. Un vero pacifista, anche lui.



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La cassiera di Di Pietro nella casa della cricca

di Redazione

Dopo il caso Pedica, la fedelissima Silvana Mura, tesoriera dell'Idv: abita in un appartamento di Propaganda Fide nel cuore di Roma.

Nei verbali dell’architetto Zampolini si fa riferimento anche a un immobile in via della Vite per il giornale dell’Idv



 

Paolo Bracalini - Gian Marco Chiocci

Roma

Hanno gridato così tanto contro la «cricca», contro Scajola, contro i vip della lista Anemone che alla fine, s’è appreso ieri sfogliando i verbali del noto architetto Zampolini, anche l’Italia dei Valori avrebbe bussato al­le sacre porte di Propaganda Fide. Ovviamente per avere uno straccio di appartamento in affitto, anzi due. E lo avrebbe fatto in un periodo in cui il provveditore alle opere pubbliche Angelo Balducci, arrestato nell’in­chiesta sui Grandi Eventi, dettava leg­ge nella distribuzione dei prestigiosi immobili dell’istituto religioso in qualità di consultore laico della Con­gregazione, membro designato del «comitato di saggi» a cuiera deman­data l’ultima scelta sulle ambite pro­prietà.

L’architetto che ha ammesso di agire quale «braccio operativo» di Diego Anemone, un tutt’uno a sua volta con Balducci, è sfilato nuovamente in procura per rispondere alle do­man­de dei magistrati interessati a fa­re luce sulla compravendita e sulle lo­cazioni di case e palazzi ai vip. Fra una domanda e l’altra ci si è ritrovati a parlare di due appartamenti, uno nella prestigiosissima via della Vite, nel cuore di Roma, e un altro nell’al­trettanto prestigiosa via Quattro Fon­tane, alle spalle del Quirinale, che so­no finiti nella disponibilità del partito di Antonio Di Pietro o di persone a lui vicine.

Nel vuotare il sacco Zampoli­ni si è soffermato a lungo anche sul misterioso appartamento di via Giu­­lia, citato nella lista Anemone, che so­lo recentemente si è scoperto essere nella disponibilità di Guido Bertola­so ( «la casa mi è stata messa a disposi­zione da un amico », aveva detto il ca­po della protezione civile). Sino ad oggi nessuno aveva collegato quel­l’appartamento a Diego Anemone: l’ha fatto l’architetto Zampolini nel suo ultimo faccia a faccia in procura, rivelando che i lavori di ristrutturazio­ne di via Giulia sono stati interamen­te a carico dell’imprenditore.

Insomma, quali sono veramente i rapporti tra l’ex ministro delle Infra­strutture Antonio Di Pietro e l’ex pre­sidente del Consiglio dei lavori pub­blici Angelo Balducci? Tonino si è sempre chiamato fuori, dicendo di «averlo spostato due volte» quando era ministro. Il suo fedelissimo Stefa­no Pedica, però, deputato Idv e consi­gliere dell’ex ministro, ha abitato in un alloggio di Propaganda Fide, nel periodo in cui gli immobili della con­gregazione erano gestiti proprio da Balducci, alloggio poi ristrutturato da una società di Anemone, altro esponente della «cricca». Sembra che quell’appartamento in un primo tempo fosse destinato proprio a Di Pietro, una circostanza che - se con­fermata - risalterebbe ancora di più alla luce di un altro, nuovo fatto.

An­che la tesoriera dell’Idv Silvana Mu­ra, storico braccio destro di Tonino, soprattutto sulle questioni che inve­stono la gestione economica del par­tito, ha abitato dal 2006 e abita tutto­ra in una casa di Propaganda Fide. Un appartamento non grande (un bi­­locale, 4,5 vani, come si legge nella vi­sura catastale) ma in una zona di grande pregio, in via delle Quattro fontane 29, nel cuore di Roma, come risulterebbe anche dai verbali di Zampolini. Il particolare non irrile­vante (scoperto dal sito Iltribuno. com ) è che l’appartamento, prima che subentrasse la Mura, era nelle di­sponibilità di Anna Di Pietro, la figlia di Tonino, che poi lo lasciò per stabi­lirsi a Milano e studiare alla Bocconi. Quell’alloggio,a quanto risulta,fu tro­vato sempre grazie alle entrature ec­clesiali di Pedica, anch’egli «inquili­no » della congregazione, da cui nel 2007 ebbe in assegnazione una casa a Prati, elegante quartiere a due passi dalla Santa Sede.





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Così ha funzionato il «trappolone» di Hamas

di Gian Micalessin

Gli analisti israeliani più vicini al governo di Benjamin Netanyahu ne sono convinti, Hamas ha organizzato un bel trappolone per rompere l’embargo e c’è riuscito grazie alla collaborazione di alcune organizzazione umanitarie assolutamente colluse e di altre ridotte al ruolo di “utili idioti”. Tra i complici assoluti ci sono i fondamentalisti turchi di Ihh, il Fondo di aiuto umanitario che ha armato la Mavi Marmaris abbordata dagli israeliani e altri due mercantili.

Tra gli utili idioti - secondo il sito Ngo-Monitor.org dedicato al controllo delle organizzazioni sospettate di contiguità con i palestinesi - vi sarebbero primattori dell’assistenza umanitaria come Amnesty international, Human Rights Watch e Oxfam. Se la contiguità dei volontari turchi di Ihh appare evidente dalle foto che ritraggono il suo fondatore Bulent Yildirim in compagnia di Khaled Meshaal, segretario generale di Hamas in esilio a Damasco, quella degli “utili idioti” non è meno importante.

La cassa di risonanza fornita ai cosiddetti “pacifisti” della flotta per Gaza è fondamentale, secondo gli analisti di Ngo-Monitor.org per avvalorare l’impressione di un attacco brutale e indiscriminato e rilanciare l’idea di un embargo odioso quanto illegittimo perché rivolto contro la popolazione civile. Amnesty International, ad esempio, pretende dal governo israeliano «un’indagine credibile e indipendente sulle uccisioni messe a segno dalle sue forze armate». Human Rights Watch, pur sottolineando di non aver potuto svolgere un’inchiesta, non perde l’occasione per denunciare «un blocco di Gaza che corrisponde a un’illegittima punizione collettiva».

Entrambe le organizzazioni dimenticano i video che documentano l’assalto ai soldati israeliani da parte di una ciurma “pacifista” armata di spranghe, del capitano degli incursori sceso per secondo sulla Mavi Marmaris e salvatosi per miracolo dal linciaggio.
Per il Centro palestinese per i diritti umani, finanziato dall’Unione europea, l’azione israeliana è un «crimine odioso... un attacco caratteristico della lunga serie di crimini di guerra e delle gravi violazioni messe a segno a danno dei civili».

In quello e in tutti gli altri comunicati non si fa accenno al rifiuto di Hamas di rinunciare alla pretesa di distruggere Israele, al rapimento e alla detenzione del militare Gilad Shalit prigioniero da quattro anni, alle campagne a colpi di missili e mortaio contro i centri abitati israeliani e al contrabbando di armi e munizioni provenienti dall’Iran.

Insomma per le organizzazioni umanitarie le ragioni dell’ umanitarismo stanno sempre da una parte sola e non includono mai lo Stato ebraico. Opinione lecita, se espressa a tavolino. Perversa se utilizzata per montare una campagna utilizzata da Hamas per rompere l’assedio e garantirsi un nuovo riarmo.

Una campagna che sta già dando i primi risultati. Ieri Il Cairo pur di non venire assimilato a Israele ha aperto il valico di Rafah sul lato sud della Striscia. Grazie alla forzata benevolenza di un Egitto timoroso di disordini interni e scontri alla frontiera l’embargo di Gaza è dunque infranto e Hamas può nuovamente muovere non solo merci e persone, ma anche armi e denaro.



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Un’altra nave pronta a sfidare l’embargo Israele: non passerà

di Sabrina Cottone

nostro inviato a Haifa

La battaglia di Gaza continua. Il fronte aperto è diplomatico oltre che militare. Cinquecento cittadini sono stati trattenuti da Israele in attesa del rimpatrio, molti si trovano ancora in prigione. La Nato chiede di «liberare i detenuti», l'Onu, la Francia, la Turchia si muovono con durezza, l'Iran alza i toni e all'unisono i vertici di Hamas.

Tel Aviv si sente sotto assedio. Il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, accusa l'Onu di essere «ipocrita» dopo che l'alto commissario per i Diritti umani, Navy Pillay, accusa: «Se Israele avesse tolto il blocco, non sarebbe al centro di una bufera». Lieberman ricorda le cinquecento persone uccise negli ultimi mesi in Thailandia, Algeria, Pakistan, India, Iran senza clamori né sanzioni.
Il blitz della Marina israeliana sulle barche di Free Gaza ha toccato i nervi di mezzo mondo. Seicento fermati, molti detenuti nel carcere di Beer Sheva in attesa di accertamenti, poi lentamente rilasciati.

Quaranta i turchi, quaranta britannici, nove francesi, un gruppo di tedeschi tra cui due deputate, sei italiani. I nostri connazionali stanno bene, assicura il sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, dopo che l'ambasciatore a Tel Aviv li ha visitati in carcere. Sembra che la più provata sia l'unica donna del gruppo, la giornalista torinese Angela Lano. E il ministro degli Esteri Franco Frattini fa sapere in serata che «non sono voluti andar via: hanno chiesto il processo di identificazione». Potrebbero volerci circa tre giorni per il rientro in Italia.

La Turchia è il paese più colpito, con quattro morti e quaranta fermati e il premier Tayyip Erdogan chiede una reazione degli Stati Uniti e va giù con durezza: «Il comportamento di Israele deve essere punito». Il governo nel pomeriggio di ieri ha anche mandato due arei militari a Haifa per verificare le condizioni degli attivisti trattenuti negli ospedali nella città al nord del Paese e riportarli a casa. La Francia alza la voce ed «esige la liberazione immediata dei suoi cittadini». Il presidente Nicolas Sarkozy parla di «uso eccessivo della forza» e insiste insieme all'Onu e all'Unione europea per l'apertura di un'inchiesta internazionale. Il premier italiano Silvio Berlusconi si dice «profondamente preoccupato» e auspica che «Israele dia un deciso segnale per la soluzione della situazione umanitaria a Gaza».

Si contano nuovi morti. In un conflitto con l'esercito israeliano scatenato da miliziani delle falangi Naser Salahuddin poco a nord di Gaza, hanno perso la vita due palestinesi e altri due sarebbero rimasti uccisi da un areo militare. L'Egitto, per alleggerire la tensione, ha aperto il valico di Rafah, piccolo confine con Gaza solitamente sbarrato se non per qualche giorno al mese. Ma è una soluzione a tempo, perché l'Egitto non sembra intenzionato a liberare definitivamente il passaggio.

La Striscia è ancora meta di abbordaggi del Free Gaza Movement e l'opinione pubblica d'Israele guarda con preoccupazione a ciò che potrebbe accadere se si dovesse arrivare a un nuovo braccio di ferro tra i contestatori e l'esercito. La prossima barca in arrivo, irlandese, si chiama Rachel Corrie, faceva parte della flottiglia Free Gaza, è rimasta ferma a Cipro per quarantott’ore per motivi logistici e adesso è pronta a dirigersi verso le coste di Israele. Ma il viceministro della Difesa israeliano Matan Vilnay ha già fatto sapere che non passerà. Il vero problema sarà la tattica da adottare per fermarla. A bordo anche il Nobel per la pace Maired Corrigan Maguire, premiata per la sua attività in Ulster, che ha fatto sapere: «Nessuna nave degli aiuti porta armi ma solo aiuti puramente umanitari... la nave deve giungere a Gaza per mostrare che il mondo ci tiene».



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Rai, l'affondo del ministro Calderoli: stop agli stipendi d'oro o si riveda canone

Corriere della Sera
«Le manovre mai belle, i sacrifici siano di tutti.
Non esistono al mondo liquidazioni come quella di Santoro»

ROMA

«Le regole della manovra devono essere applicate anche all'interno della Rai, altrimenti si ridiscute il pagamento del canone». Il ministro Roberto Calderoli non usa mezzi termini sul servizio pubblico radiotelevisivo e sugli stipendi d'oro. «Le manovre non sono mai belle, ma possono essere necessarie, a condizione, come la Lega ha chiesto, che i sacrifici siano di tutti - ha scritto in una nota l'esponente del Carroccio -. Non potendo intervenire sull'autonomia degli organi costituzionali, abbiamo chiesto loro un intervento a cui stiamo già dando seguito ma, a fronte di questi sacrifici, dobbiamo chiederne anche al concessionario del servizio radiotelevisivo pubblico, ossia alla Rai». Quindi l'affondo su Michele Santoro: «Non esistono al mondo liquidazioni come la sua o stipendi da favola pagati per "stare in panchina" e non lavorare». Redazione online

02 giugno 2010




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Gli ebrei romani: «Abbiamo di nuovo paura»

Corriere della Sera
Nel Ghetto della capitale all’indomani del corteo pro Palestina che ha lasciato strascichi. «Come nel 1982»
La vergogna di manifestare
contro gli ebrei di Roma di Aldo Cazzullo (2 giugno 2010)
ROMA

La scritta è in spray nero: «Boicotta Israele/ Boicotta l’apartheid». Campeggia sul legno che protegge il restauro del cinquecentesco Palazzo Caetani alle Botteghe Oscure. Dietro quell’immensa mole c’è l’antico Ghetto. La città ebraica nel cuore della città di Roma. Lì, almeno dal XII secolo, vive la comunità degli ebrei romani, la più antica della Diaspora nel Mediterraneo, duemila anni di radicamento tra Cesari e Papi. Il Ghetto fu abolito solo nel 1870, ultimo in Europa Occidentale, dopo l’Unità.

Lo spray, invece, ha poche ore. Risale a lunedì pomeriggio, al corteo pro Palestina. Da lì hanno gridato «assassini, fascisti» al centinaio di ebrei romani corsi con la bandiera israeliana in piazza dell’Enciclopedia Italiana, il varco accanto a Palazzo Caetani, per evitare pericolose «invasioni» del Ghetto. Alberto Mayer, 41 anni, è un commerciante ma è anche uno studioso di ebraismo: «Cantavano "Bella ciao" verso di noi. Io ho dei partigiani, tra i miei familiari. E proprio non vedo similitudine tra la Resistenza e ciò che è avvenuto in queste ore...». I manifestanti non sono entrati ma hanno lasciato una scritta. Che amolti ebrei pare un segnale

L’antico Ghetto vive ore dure. Polizia e carabinieri hanno triplicato controlli e presenza. L’angoscia stona coi cartelli che invitano all’allegro pranzo di Shabbat «T’empio lo stomaco», organizzato per sabato 5 al prezzo di 15 euro per i giovani romani dai 18 ai 35 anni, cibo kosher assicurato. Più in là, convocazione per il 4 giugno alle 9 al Tempio, 66° anniversario della sua riapertura dopo il fascismo. Prove concrete di dialogo, di confronto, di apertura. Adesso, c’è la paura che le ultime vicende riportino indietro molti, troppi orologi.

Perché tutto è cambiato in tre giorni. Per esempio l’uscita dei bambini della scuola primaria «Vittorio Polacco» in via del Tempio, angolo piazza Giudìa, come qualsiasi ebreo da secoli chiama lo slargone pedonalizzato tra l’attuale via del Portico d’Ottavia e le Cinque Scole. Fino a tre giorni fa i bambini, a scuola finita, giocavano in piazza, si rincorrevano, si perdevano d’occhio, ma non c’era paura. Adesso arrivano genitori, nonni, spalancano le macchine ( « ahò, salite qui, sbrigàteve!»). O si va via subito a piedi. Lo stesso succede ai ragazzi della secondaria «Angelo Sacerdoti». Più fluida l’uscita del liceo «Renzo Levi».

L’incubo degli ebrei romani ha una data: 9 ottobre 1982, attacco al Tempio, un attentato di estremisti palestinesi uccide Stefano Gaj Taché, di due anni appena, e ferisce 24 persone. Andrea Limentani, 35 anni, avvocato, ricorda bene quelle ore: «Lunedì hanno gridato "assassini" a noi ebrei romani. Poco prima dell’attentato del 1982, durante un corteo dei sindacati unitari qualcuno depositò una bara davanti al Tempio, sotto la lapide che commemora la deportazione degli ebrei romani del 16 ottobre 1943. Oggi, stesso clima. Un’atmosfera ostile trasversale, da destra come da sinistra, che spesso diventa antisemitismo. Sull’eccidio non può che esserci rammarico e dispiacere per il dramma dei morti civili. Ma prima di giudicare sarebbe bene capire. Perché tutto è successo su quella sola nave tra le tante altre?».

Ancora Alberto Mayer: «Tuttora non c’è una percezione esatta di cosa significhi essere ebrei italiani, romani ed essere israeliani. Noi siamo cittadini romani ebrei. Amiamo Israele. Ma possiamo nutrire un senso critico verso le sue scelte come qualsiasi altro cittadino europeo. Viviamo a Roma e, di fronte a certe manifestazioni, ci sentiamo impotenti» Il 1982? «Lo ricordo come fosse adesso, avevo 15 anni. Purtroppo le analogie sono tante. Sicuramente è diverso il clima politico».

La vita del Ghetto non si ferma. I turisti affollano i ristoranti kosher («Giggetto al Portico d’Ottavia», «Ba’Ghetto», «Kosher Bistrot Caffè»). Trionfi di carciofi alla giudìa, odore di fritti e di spezie, di dolci caramellati del mitico forno di piazza, tutto si mischia e si lega alla cucina romanesca e del Medio Oriente. Avverte Leo Terracina, 47 anni, commerciante: «Se lunedì pomeriggio non fossimo stati pronti a difendere il nostro territorio, il casino sarebbe stato inevitabile. La paura è che la prossima volta non vengano a manifestare spinti dall’antisionismo ma direttamente dall’antisemitismo. I morti? Arabi o israeliani che siano, quando ci sono, significa che tutti hanno perso».

Angelo Sermoneta, detto «Baffone», motore dell’associazione «I ragazzi del ’48» in via della Reginella: «Ma cosa c’entriamo noi ebrei romani con gli israeliani? Perché devo andare a pregare al Tempio tra camionette di polizia e carabinieri? Forse abbiamo rubato? E poi, per giudicare gli avvenimenti, aspettiamo l’inchiesta, no?». C’è la fila al forno dei dolci. Risate: «C’è la crostata?» Sembra un giorno qualsiasi. Ma no, non lo è.

Paolo Conti
02 giugno 2010






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Il supercomputer parla cinese

La Stampa

Pechino: abbiamo la seconda più veloce macchina da calcolo del mondo.
Sorpasserà l'Occidente?
FRANCESCO SISCI

Un simbolo di potenza e un segno di sviluppo scientifico di altissimo livello. I supercomputer incarnano la capacità di raggiungere i più alti livelli di sofisticazione in una tecnologia cruciale per lo sviluppo di una nazione nel XXI secolo. Per questo si capisce l’orgoglio con cui la Cina ha annunciato di avere messo in funzione «Xingyun» (nuvole), vale a dire la seconda macchina di calcolo più veloce del Pianeta, dopo «Jaguar», il computer del dipartimento dell’Energia Usa che installato a Oak Ridge, nel Tennessee.

«Xingyun» è parte del grandioso progetto «Albe 6000», sviluppato dalla Dawning Information Industry, dall’Accademia delle scienze del calcolo e dal Centro di supercomputer della Cina meridionale. La struttura dovrà servire per gestire sistemi complessi, per effettuare ricerche «intelligenti» su Internet e per lo studio delle sequenze del Dna. Ha una capacità di calcolo di 1,271 petaflops, vale a dire 1.271 trilioni di calcoli al secondo. Il «Jaguar» raggiunge invece 1,75 petaflops.

La velocità di calcolo è una pietra angolare per ogni sviluppo industriale e tecnologico, con ricadute in tantissimi settori, dall’agricoltura alle previsioni del tempo, fino alla missilistica. Le autorità cinesi sottolineano che «Xingyun», tra l’altro, permetterà nuove ricerche sulle armi atomiche e la progettazione di aerei supersonici di nuova generazione. Si tratta di chiari esempi della «duplicità» di questa tecnologia e questa natura contraddittoria è alla base della lunga ritrosia occidentale nel cedere al governo cinese conoscenze in questo settore strategico. Ma, adesso, l’annuncio del nuovo supercomputer rivela alcuni errori nei calcoli politici fatti dall’Occidente.

Se americani ed europei, una quindicina di anni fa, avessero sfruttato la cessione di queste tecnologie come un mezzo di scambio sia politico sia commerciale, oggi la situazione potrebbe essere molto diversa. All’epoca, infatti, decisero di non cedere in blocco l’hi tech dei supercomputer nel timore di contribuire all’impetuoso sviluppo della minacciosa industria militare cinese. Non si accorsero che, così, avrebbero potuto intrecciare un grande business con una stretta collaborazione politica. E, invece, hanno perso una grande occasione per seguire da vicino l’evoluzione della tecnologia di Pechino in un settore di assoluto valore.

Si tratta di una realtà a tutto campo, che non si può più fingere di ignorare. E, in effetti, secondo molti esperti, la vendita alla Cina di prodotti industriali sofisticati, finora proibita da Washington, potrebbe diventare la punta dell’iceberg di un rilancio economico-industriale dell’America, ancora sofferente per la crisi. L’export sul mercato cinese - potenzialmente il primo al mondo - potrebbe quindi trainare la crescita economica dell’Occidente per molti anni, unendo la possibilità di fruttuose partnership in molti settori della ricerca.

Si tratta di una scommessa e di una sfida. Non mancano i rischi, ma la nascita di «Xingyun» prova che la Cina riesce a fare giganteschi passi avanti, in molti settori «sensibili», con o senza l’aiuto di America ed Europa. E’ una realtà che sarà sempre più vera nel futuro, grazie a una forza economica crescente e alla possibilità di comprare brevetti e di attirare talenti.
Il duello fra supercomputer americani e cinesi è solo la cima di un iceberg che l’editorialista del «New York Times» Thomas Friedman definisce con l’espressione «corsa al nuovo Sputnik», ovvero una riedizione della gara russo-americana avvenuta nel Novecento per la conquista dello spazio.

Lo Sputnik del XXI secolo è la supremazia nel settore dell’alta tecnologia e la sfida fra Usa e Cina si svolge su più fronti: dallo sviluppo di fonti alternative di energia alla manifattura dei computer, dai motori di ricerca su Internet ai satelliti e ora ai supercomputer. A descrivere la forza della Cina è un mercato che già vanta il primato della produzione di laptop e auto, ha una domanda di elettricità in crescita esponenziale e attira i giganti stranieri, offrendo ingegneri qualificati in hi-tech ad appena 730 dollari al mese. Una delle conseguenze è lo spostamento in Cina di giganti americani come Applied Materials, il cui capo del settore tecnologie, Mark Pinto, si è trasferito con la famiglia a Pechino per gestire i nuovi laboratori in via di realizzazione, riunendo gli azionisti a Xiian. Se il supercomputer «Nebulae» ha scalato la classifica, è proprio grazie all’integrazione di molteplici componenti made in Usa nelle manifatture cinesi.

Ad andare all’origine della competizione è Elizabeth Economy, direttore degli studi sull’Asia al «Council on Foreign Relations» di New York, quando spiega che «la Cina predomina nelle manifatture e gli Usa nel software» per il fatto che «loro hanno stipendi più bassi, costi dei terreni minori, meno leggi e regolamenti, potendo così costruire un grande numero di fabbriche qualificate», mentre «noi continuiamo ad avere i migliori laboratori, centri di ricerca, università, professori, start up e inventori», che consentono ai programmi di giganti come Apple, Microsoft, Google e Boeing di essere sempre «molti passi avanti rispetto ai cinesi». Poiché i due rivali hanno qualità opposte, l’esito del duello potrebbe dipendere da diversi fattori: l’abilità della Cina nell’impossessarsi di brevetti Usa come la capacità dell’America di accelerare lo sviluppo delle manifatture. La corsa al nuovo Sputnik è solo all’inizio.




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Un sole delle Alpi disegnato nel frumento

Il Mattino di Padova

Un’opera gigantesca, tecnicamente perfetta, nello stile dei misteriosi cerchi nel grano
di Erika Bollettin


Il sole delle Alpi fotografato dall'alto

TRIBANO.

«Il cerchio? L'è vanti, i dise sia stà i estraterestri a farlo». Non ride l'anziano agricoltore interpellato per trovare il punto in cui a un paio di chilometri dal centro di Tribano è apparso un enorme disegno nel grano. Risponde gentilmente ma senza ironia, perchà anche lui, che abita poco distante, è andato a vederlo pensando a una pagliacciata ed è tornato a casa con più domande in testa che risposte. E si aggirano rispettosi nei perfetti corridoi aperti nel frumento anche i tanti curiosi che da lunedì sera (quando la voce della scoperta all'improvviso è rimbalzata in paese) continuano senza sosta ad andare a vedere questa cosa mai vista.

Si chiedono tutti cosa rappresenti, da terra s'intuisce la forma di un fiore: il cerchio centrale, sei petali e qualcosa altro ancora. Gli spicchi sono perfettamente delineati: le piante o sono in piedi o sono stese a terra. Solo ogni tanto fra quelle che dovrebbero stare giù se ne vede qualcuna solo inclinata ma, spiega un agricoltore, sono quelle che erano state schiacciate dal trattore durante i trattamenti, e quindi hanno il fusto più flessibile: in effetti si nota che seguono un loro particolare allineamento.

Cosa rappresenta allora quel disegno? La risposta l'avranno solo oggi leggendo il «Mattino» e vedendo le foto che il Club volo ultraleggeri Colli Euganei di Pozzonovo ha gentilmente fornito (e che a ogni buon conto anche i carabinieri di Tribano hanno chiesto e ottenuto). La figura disegnata è davvero un fiore, non è azzardato stimare il diametro in un centinaio di metri. Un disegno praticamente perfetto salvo un piccolo schiacciamento del circolo che lo racchiude nel punto più vicino alla strada. Un fiore o il «sole delle Alpi», ovvero il simbolo che la Lega nord ha scelto da tanti anni di affiancare al guerriero Alberto da Giussano.

Basta questo ad avere la certezza che si tratti di uno scherzo, di una goliardata realizzata da abili leghisti? Forse sì, ma chi ha percorso quei perfetti corridoi - larghi almeno cinque metri e perfettamente regolari, con le piante stese e «pettinate» tutte nello stesso modo - almeno in piccolo dubbio lo conserva. Praticamente tutti i visitatori hanno visto in televisione la trasmissione che spiegava come si può costruire un «cerchio del grano» perfetto camminando su delle tavole tenute con delle corde. Ma provano a immaginarsi quanta organizzazione ci voglia per fare un'opera di queste dimensioni, quanta fatica (o quante persone) e quali riferimenti servano per farlo con tale precisione, per di più di notte. Tutto senza che nessuno se ne accorga? E' vero che la zona è di campagna, ma a giro d'orizzonte si notano almeno una decina di case abitate a non più di 3-400 metri.

Un ufo di simpatie padane proveniente da Andromeda ha voluto allora rendere omaggio a Tribano al nuovo governatore leghista del Veneto? Gli appassionati trovavano ieri tanti particolari per escludere la mano marziana (spighe piegate non spezzate, mancanza di segni di calore o altri fenomeni fisici, piante schiacciate all'inizio delle formazioni, imperfezioni...). Ma il risultato resta sorprendente.

Non è neppure ancora sicuro il giorno in cui l'opera è comparsa: esisteva certamente domenica mattina, ma qualcuno dice ci fosse gi? sabato. L'area interessata è di un paio di ettari, il danno economico per le piante danneggiate è stimato sui settecento euro. «Il grano sembra pettinato, è schiacciato solo alla base ma il fusto è integro - commenta Denis Berto, il vicesindaco di Tribano chiamato sul posto a poche ore dalla scoperta -

Per questo è difficile pensare a qualche rullo o attrezzo simile, che al contrario avrebbe danneggiato tutta la pianta. Se è una ragazzata è stata veramente fatta ad arte». Ieri in molti sono arrivati portando scale nel tentativo di ottenere una visione complessiva dell'opera, moltissimi hanno fotografato la formazioni. Degli appassionati hanno effettuato una ripresa aerea utilizzando una videocamera fissata alla pancia di un aeromodello radiocomandato.



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Il miracolo di Gaia, nata dalla mamma in coma

La donna era in stato vegetativo da gennaio a causa di una emorragia cerebrale.

E subito al marito e ai medici si è presentato il dilemma: continuare o interrompere la gravidanza.

Ha vinto la vita, nel nome di una splendida bambina

 

Piccola, per una volta il vorace mondo dell’informazione ha scelto un nome di fantasia per proteggerti da troppa curiosità. Hanno scelto Gaia, ma potrebbe essere Cocciuta, Valorosa, Eroica. Io sceglierei Benedetta, perchè la tua storia così breve e già così incredibile non può che essere segnata dall’alto. Ma ovviamente l’unico nome che conti davvero, che ti accompagnerà lungo i sentieri della vita, è quello deciso dal tuo papà e dai tuoi tre fratellini. Forse, è quello che aveva già scelto la tua mamma. Lo strazio è che proprio lei non potrà mai usarlo, per cullarti e per consolarti. Non potrai mai sentirlo dalla sua viva voce, suono unico e inconfondibile, che riconosceresti tra milioni e miliardi di suoni, fino all’ultimo dei giorni.

Benedetta, la tua mamma non ha più voce per chiamarti, non ha più udito per sentirti, non ha più vista per vederti. Ma è bello pensare che abbia ancora cuore, un grande cuore di madre, per starti comunque vicina. In un altro modo, in un altro senso. Quello che è riuscita a fare lo dimostra chiaramente. Tutti stanno già parlando di voi. Di questa tua mamma così giovane, quarant’anni appena, che da gennaio vive - sopravvive - in stato vegetativo all’ospedale di Bergamo.

Quando sarai più grande, anche tu saprai e capirai il prodigio. Il papà ti racconterà la fine del mondo, del suo mondo, in una sera qualunque subito dopo le feste di Capodanno. Stavano benissimo insieme, lui e la tua mamma. Da quattro mesi aspettavano anche te, quarta creatura di una serie formidabile. Un lungo inno alla vita, all’amore, al futuro. Ma è questo futuro che improvvisamente s’inceppa. In un attimo, nell’attimo spietato di un’emorragia cerebrale.

Un giorno ti racconteranno quello che adesso si racconta all’ospedale di Bergamo. Nonostante le cure, la tua mamma si assenta. Entra in un’altra dimensione, impenetrabile agli uomini e alle loro scienze. Sembra morta, ma continua testardamente a lottare. Tu con lei. Una coppia di superdonne che non ha la minima intenzione di fermarsi così. Il tuo papà e i medici si trovano di fronte a un dilemma enorme e spropositato, per le nostre esigue capacità: fermare tutto, non fermare proprio niente. Alla fine, prendono la decisione migliore: lasciano fare a voi, supercoppia di un disegno superiore.

Benedetta, complimenti a tutte e due. Insieme avete firmato un capolavoro, qualcosa che ci concede un’idea molto vicina all’idea di creazione. La tua mamma ha continuato imperterrita a pulsare di un’energia nascosta e inarrestabile, tu hai continuato ad avanzare testarda e volitiva verso il domani. I medici, il tuo papà, tutti i tuoi cari hanno contemplato il mistero tra dolore e stupore. Non avete ceduto di un millimetro. Mai un ripensamento, mai un passo indietro. Così, quando hai compiuto 33 settimane (tanti auguri, una gran bella età), ti sono venuti a prendere con un taglio cesareo senza rischi, nè per te, nè per la tua mamma.

Benvenuta, piccola e Benedetta. A poche ore dal tuo arrivo, i medici ti definiscono in buona forma. Un miracolo di due chili, beatamente disteso dentro un’incubatrice. Certo non è il calore che vorresti sentire, in questo primo viaggio avventuroso tra gli ostacoli dell’esistenza. Avresti diritto anche tu a startene adagiata sulla tua mamma, tettando il nettare della vita, dialogando da subito in un linguaggio muto e profondo, l’unico linguaggio capace davvero di infondere fiducia e di scacciare paure.

Purtroppo, non è andata così. La tua mamma l’avrebbe voluto tanto, ti avrebbe accolta e protetta come i tuoi tre fratellini, ma stavolta non è andata così. Lei resta distesa e assente, immersa in un altro tempo e in un altro spazio, senza voce per chiamarti, senza udito per sentirti, senza vista per vederti. Ma puoi starne sicura: in qualunque luogo lei sia, è un luogo vicinissimo al tuo. La sentirai sempre, soprattutto crescendo, più ancora quando sarai madre anche tu. Ti sarà facile avvertire la sua forza, il suo esempio, la sua incrollabile fiducia nella vita. Oltre i limiti della malattia, oltre gli ostacoli del dolore. Con il suo modello vicino, sarai una madre grandiosa, almeno quanto lei.

Certo, dolce e Benedetta: prima dovrai imparare ad essere figlia. Non sarà facile, con una mamma sempre via. Ma si può fare. Il tuo papà saprà trovare le parole per farti comprendere questo strano modo di essere madre. Non devi pensare che sia un brutto modo: è un modo diverso. Senza voce per chiamarti, senza udito per sentirti, senza vista per vederti. Ma con un cuore grande. Talmente grande, che ha saputo battere la morte.





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Fermate la parata del 2 giugno: con quei soldi aiuti ai precari disoccupati»

Corriere della Sera

I promotori della campagna «Sbilanciamoci»: la sfilata costa 10 milioni di euro, spesa fuori luogo con la crisi

Le frecce tricolori alla parata del 2 giugno 2009
Le frecce tricolori alla parata del 2 giugno 2009
ROMA 


Quanto costa la parata militare del 2 giugno? In tempi di crisi e di pesanti tagli - perfino allo stesso bilancio della Difesa - sono in molti a chiedersi se non si potrebbe ridurre la spesa per la tradizionale sfilata di uomini e mezzi in programma a Roma mercoledì. La sinistra antagonista ne chiede - come da copione - la cancellazione: per «spazzare via le spese militari, dall'Afghanistan ai Fori Imperiali», centinaia di esponenti dei movimenti sociali organizzeranno il 2 giugno una contro sfilata a Ponte Sant'Angelo. Il tam tam è già partito sui social network. Mentre i moderati si rimpallano la domanda chiave: quanto costa la parata?
Rispondono Giulio Marcon e Massimo Paolicelli, promotori della campagna «Sbilanciamoci»: la sfilata militare del 2 giugno comporta una spesa che, «di fronte alla solita inesistente trasparenza della Difesa, abbiamo calcolato in circa 10 milioni di euro».

I carabinieri a cavallo nella parata del 2009
I carabinieri a cavallo nella parata del 2009
STIME AL RIBASSO -
La stima potrebbe essere al ribasso, ma è difficile dirlo con certezza, dato che nel bilancio del ministero della Difesa disponibile online non esiste un capitolo «parata», i cui costi sono semmai aggregati agli altri della gestione ordinaria, nei capitoli relativi ad ogni arma. Quel che è certo è che nel 2009, in seguito ai drammatici eventi de L'Aquila, la Difesa decise di «rendere la sfilata più sobria, riducendone la durata a soli 80 minuti, diminuendo il personale impegnato e ridimensionando i tradizionali allestimenti previsti lungo il percorso». E il ministro Ignazio La Russa annunciò che con il taglio di 10 minuti era stato risparmiato un milione di euro da destinarsi alla ricostruzione in Abruzzo. Un dono, insomma.

Reparti della marina: sullo sfondo alcune delle  impalcature il cui costo sarebbe di 700 mila euro
Reparti della marina: sullo sfondo alcune delle impalcature il cui costo sarebbe di 700 mila euro
VIGILI IN STRAORDINARI -
Prendendo questo risparmio a parametro, si potrebbe pensare che la parata (durata originaria 90 minuti) costi almeno 9 milioni di euro, ma i conti sono ben più complessi. Basti pensare ai costi accessori, come quelli a carico del Comune di Roma.
Da almeno due notti, un centinaio di vigili urbani fa straordinari oltre le 21 e fino alle ore piccole per consentire le «prove» dello schieramento di 264 Bandiere e Medaglieri, 5.890 militari, 500 civili, 209 quadrupedi, 284 mezzi. Tutti divisi in 7 settori dalla Cristoforo Colombo a Caracalla e il Celio. Nel frattempo si levano da Pratica di mare i 9 velivoli impiegati per l'esibizione delle Frecce Tricolori nei cieli della Capitale (martedì le prove).



SOSPENDERE TUTTO -
I promotori della campagna contro le storture del bilancio pubblico hanno calcolato che con i fondi destinati alla parata militare del 2 giugno si potrebbero «coprire le indennità di disoccupazione per 32.200 precari che hanno perso il lavoro». E chiedono di sospendere la sfilata dei mezzi e delle truppe della Difesa a Roma.
«Troviamo fuori luogo - spiegano Marcon e Paolicelli - che mentre si sta per varare una manovra economica che chiede pesanti sacrifici al Paese si gettino in una anacronistica parata militare diversi milioni di euro».



IMPALCATURE A NOLEGGIO
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Soltanto per le impalcature della parata «si spendono 700mila euro - sottolineano da Sbilanciamoci - Ed è bene ricordare che la Repubblica Italiana, come recita l'articolo 1 della Costituzione, si fonda sul lavoro e mai come in questo momento la Festa della Repubblica va dedicata non allo sfoggio di carri armati e cacciabombardieri, ma al lavoro, a chi lo perde e a chi è costretto a far fronte alla grande emergenza sociale causata dalla crisi». Pertanto, ribadiscono, «chiediamo che i soldi risparmiati evitando la parata vengano destinati a coprire l'indennitá di disoccupazione di 32.200 precari che hanno perso il posto di lavoro».
Nel 2009, aveva spiegato il ministro La Russa, il risparmio di 1 milione di euro era stato ottenuto «essenzialmente dalla riduzione delle tribune lungo dei Fori Imperiali e di altre strutture accessorie»: in luogo delle costose tettoie sui posti a sedere, la Difesa aveva previsto di distribuire al pubblico «ombrelli tricolori in caso di pioggia».

FESTA DI PACE - Il sito PugliAntagonista rilancia intanto l'adunata dei pacifisti a Ponte Sant'Angelo: «Sarà un'altra festa della Repubblica, quella di chi ripudia la guerra e rifiuta la menzogna delle "missioni di pace"». Dalle 10 alle 13.30, azioni di animazione con musica, parole e colori. Partecipano gruppi musicali popolari. Poi una maratona oratoria con letture collettive degli articoli della costituzione e di poesie contro la guerra. Ci sarà anche l'«atelier della pace» con i disegni dei bambini della scuola Iqbal Masih. Ci saranno i banchetti delle associazioni contro la guerra e per la raccolta delle firme per il referendum sull'acqua. All'iniziativa del 2 giugno partecipano una ventina tra associazioni e forum pacifisti.

Redazione online
01 giugno 2010



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