domenica 30 maggio 2010

Addio a Dennis «Easy Rider» Hopper

Corriere della Sera
NEW YORK - Aveva compiuto da poco 74 anni Dennis Hopper, l'attore e regista simbolo della generazione hippy americana, deceduto sabato nella sua casa di Venice, in California. Hopper era da tempo ammalato di tumore alla prostata. «È morto circondato dai suoi cari», ha detto l'amico Alex Hitz. I suoi ultimi giorni sono stati particolarmente duri: pesava appena 45 chili e non era in grado di sottoporsi a chemioterapia. Per questo motivo non si era presentato al tribunale di Los Angeles per essere ascoltato nell'ambito della causa per il divorzio dalla moglie Victoria che, a suo dire, gli impediva di vedere la figlia

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Hopper e il mito Easy Rider

EASY RIDER - Il suo nome resterà per sempre legato a Easy Rider (1969), film simbolo della ribellione giovanile degli anni Sessanta di cui era sia attore (insieme a Peter Fonda e Jack Nicholson) che regista, ma la sua carriera era inziata molto prima, addirittura nel 1955 con una parte in altri due film-mito: Gioventù bruciata e Il Gigante, entrambi con James Dean. Indimenticabile poi il suo personaggio del fotografo pazzo alla corte di Marlon Brando-Colonnello Kurtz in Apocalypse Now.


29 maggio 2010





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Quando sotto l’etichetta si cela il boicottaggio

Corriere della Sera

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Dietro la «tracciabilità» una campagna mirata contro uno Stato

La Coop e l’iniziativa anti-Israele (rientrata)

Quando sotto l’etichetta si cela il boicottaggio


Una foto dal sito  dell'iniziativa «Stopagrexcoitalia»
Una foto dal sito dell'iniziativa «Stopagrexcoitalia»
Nell’Italia che gioca e minimizza con le parole, un boicottaggio prende le forme di un’aggrovigliata questione di «tracciabilità», e una campagna mirata all’ostracismo politico ed economico di uno Stato diventa un banale problema di etichetta, un diverbio a distanza sui prodotti a denominazione di origine controllata.

E invece la guerra Coop (e Nordiconad) contro i prodotti israeliani dell’Agrexco si è rivelata nel giro di poche ore per quello che era: un caso politico, una disputa che al boicottaggio ha sommato un’inedita minaccia di contro-boicottaggio. Altro che «tracciabilità». Ora, stipulato l’accordo (o la tregua), i prodotti ortofrutticoli tornano sui banconi della Coop. La quale Coop ha trovato stavolta in Internet, nei blog, nei social network, un ostacolo insormontabile per la sua strategia di minimizzazione. Dicevano che non era «boicottaggio», che era solo una questione di precisione e di lealtà di mercato, che i clienti dovevano sapere che dietro il «made in Israel» c’erano anche i prodotti raccolti e lavorati dal gigante agro-alimentare Agrexco nei Territori occupati che, come è noto, non sono ancora uno Stato palestinese, ma sicuramente non sono Stato di Israele. Però l’Agrexco ha ribattuto che quei prodotti coprivano solo lo 0,4 per cento del totale e che se c’era da adeguare l’etichetta ai canoni fissati dalle norme Ue, allora non avrebbero opposto alcun impedimento. E allora, c’era bisogno che la Coop stilasse un annuncio tanto impegnativo, nientemeno che la liberazione dei propri scaffali dai prodotti israeliani, alcuni di incerta origine? Non potevano rivolgersi direttamente all’Agrexco, come poi è stato fatto, ma solo dopo l’improvvido, e catastrofico, annuncio del boicottaggio? E poi, sicuri che non era proprio, esattamente «boicottaggio»?

I responsabili della Coop dicono di no, che non è mai stato boicottaggio. Ma poi si scopre che sul sito dell’ong «Stop Agrexco» ci si compiaceva nei giorni scorsi per «l’importante risultato della campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni» (tutto con le maiuscole) «contro l’apartheid israeliano». Solo una «questione di etichetta» o quell’accenno all’ «apartheid israeliano» non denuncia forse un’intenzione politica un po’ meno, per così dire, tecnicistica? «Boicottaggio», ecco comparire, ripetutamente e ossessivamente dai suoi promotori, la parola proibita. Così come compare, sullo stesso sito, la sequenza di azioni dimostrative che in un paio di mesi hanno vigorosamente convinto la Coop ad adottare improvvisamente la decisione ora rientrata: manifestazioni ai supermercati Coop di Largo Agosta e di Via Laurentina a Roma; manifestazioni davanti alla Coop di Pisa, Coop Italia di Casalecchio di Reno, davanti alle Coop di Pesaro e Jesi tramite l’organizzazione «Campagna Palestina Solidarietà Marche», e così via. Molto spesso comparivano volantini in cui si deplorava «il governo israeliano che si è ripetutamente macchiato di crimini contro la guerra e l’umanità». Sempre compariva la parola proibita, «boicottaggio»: quella che la Coop ha sempre negato, quella che basta dare un’occhiata a un po’ di filmati presenti sull’ubiqua e onnipresente YouTube per scoprirne il marchio «Boycott!», con i militanti che indossano la stessa maglietta inneggiante alla «Palestina libera», le stesse scene degli scaffali con i prodotti israeliani presi di mira, lo stesso linguaggio molto aggressivo.

La strategia della minimizzazione, lo sradicamento della parola «boicottaggio» dal lessico della Coop, non hanno retto stavolta alle reazioni che hanno avuto soprattutto sui blog il loro canale di informazione: in modo «trasversale», sia sulla destra che sulla sinistra. Una sinistra che, in un'accorata lettera aperta firmata tra gli altri da Furio Colombo, Emanuele Fiano e Gianni Vernetti, si è interrogata stupefatta sulle ragioni che hanno indotto un’organizzazione «progressista» come la Coop ad assecondare la campagna anti-israeliana, sottovalutando l’impatto emotivo, e il risveglio di memorie orribili, dell’estromissione dei prodotti «ebraici» dagli scaffali di un negozio. Una destra che ha visto Fiamma Nirenstein tra i principali artefici del contro-boicottaggio e che tramite il ministro degli Esteri Frattini si è espressa con un aggettivo, «razzista», dal sapore inequivocabile. Su Facebook sono nati gruppi denominati «Coop boicotta i prodotti di Israele? Noi boicottiamo la Coop» e «Io non compro né alla Coop né alla Conad» che hanno raccolto miglia di adesioni. È comparsa addirittura la tragica foto della sorridente italiana del 1938 che spensieratamente esibisce il cartello «Questo negozio è ariano» sulla vetrina della sua bottega. Si sono scritte lettere aperte a Luciana Littizzetto, testimonial della Coop. La reazione comunicativa della Coop non ha funzionato, a cominciare dalla rassicurante pagina di pubblicità acquistata sui giornali per allontanare dal marchio Coop il fantasma del «boicottaggio ». Oggi si sigla, obtorto collo, un accordo con l’Agrexco. E lo schieramento anti- boicottaggio si ritrova, bipartisan, per un’ultima manifestazione di protesta davanti a un supermercato Coop. Un clamoroso autogoal, nel migliore dei casi. Una ferita aperta con una parte dell’opinione pubblica che non si riconosce nella martellante campagna anti-israeliana


Pierluigi Battista
29 maggio 2010





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Lotta alla drogra, morto don Picchi

Corriere della Sera

era nato a Pavia nel 1930

Fondatore del Centro italiano di solidarietà (Ceis),
una delle esperienze più significative del settore in Italia


ROMA

È morto don Mario Picchi, fondatore del Centro italiano di solidarietà (Ceis), una delle esperienze più significative per la lotta alla droga in Italia. Ne dà notizia, esprimendo il cordoglio, il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti. «Con la scomparsa di don Mario Picchi - afferma Zingaretti - la nostra comunità perde un uomo che ha dedicato tutta la sua vita agli altri, soprattutto a quelli che la vita aveva messo in condizioni di gravi difficoltà per via della droga. La sua filosofia di lotta alle tossicodipendenze, il cosiddetto "Progetto uomo", è servito da esempio per molti progetti di recupero anche all'estero».

IL CENTRO - Il Centro italiano di solidarietà (Ceis) - si legge nel sito del Centro - «nasce alla fine degli anni Sessanta da un gruppo di volontari guidati da don Mario Picchi. Un portoncino in piazza Benedetto Cairoli, nel centro di Roma, in un palazzo della Santa Sede messo a disposizione da papa Paolo VI, aperto sulla strada per accogliere e dare una mano ai giovani in difficoltà. Sono emarginati, vagabondi senza tetto, 'reducì disorientati dalla cosiddetta contestazione, in vari casi assuntori di sostanze stupefacenti. Il piccolo appartamento si trova nel cuore dell'area di maggior spaccio e consumo di droga nella capitale, tra Campo dè Fiori, Piazza S. Maria in Trastevere e Piazza di Spagna. Con il fondatore, giovane sacerdote proveniente dal Piemonte e chiamato a Roma come cappellano delle Ferrovie, s'impegnano operai, impiegati, insegnanti, artisti, studenti, professionisti e semplici cittadini che desiderano mettere ciascuno a disposizione degli altri la propria esperienza e il proprio tempo. Fin dagli inizi il gruppo si è caratterizzato per il tentativo di creare collaborazioni e sinergie con enti pubblici e privati, associazioni, ordini professionali, operatori dell'informazione, amministratori locali. Nello spirito del volontariato si cerca di vivere intensamente i concetti di condivisione, comunità, servizio per gli ultimi, gratuità, e ci si propone di lottare tenacemente contro ogni forma di emarginazione cercando gli strumenti adatti per promuovere la crescita e la maturazione in particolare dei giovani, aiutandoli a liberarsi dal disagio e dalla sofferenza».

LA VITA - Don Mario Picchi era nato a Pavia nel 1930. Sacerdote dal 1957, dopo 10 anni in Piemonte, viene chiamato a Roma, con l'incarico di cappellano del lavoro presso la Pontificia Opera di assistenza. È autore di numerosi libri, alcuni tradotti in varie lingue. Il suo «Progetto Uomo» è stato pubblicato in varie edizioni. Ha ricevuto molti riconoscimenti, anche a livello internazionale, tra cui l' Award della World Federation of Therapeutic Communities (1992); il premio Provincia di Roma per la Solidarietà (2003); la decorazione «Simon Bolivar» della Repubblica Boliviana (2004); il premio della European Federation of Therapeutic Communities (2007) ed è stato insignito del titolo di Grande ufficiale al merito della Repubblica Italiana (fonte Agi).


29 maggio 2010





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L'eruzione del vulcano Tungurahua

Corriere della sera

Una straordinaria immagine dell'eruzione del vulcano Tungurahua.
Situato nella zona centrale dell'Ecuador, alto 5023 metri, Tungurahua continua ad eruttare lava ormai dal 1999 toccando il picco nel 2006.
Negli ultimi mesi l’attività della bocca centrale del cratere si è intensificata obbligando le autorità locali a bloccare l'aeroporto della città di Guayaquil (Epa

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Quell'amianto sulle ossa degli eroi

Avvenire

Di Luigi Fiori, sottobrigadiere del 12° Battaglione, s’intravedono alcune costole e una tibia. Di Luigi Campurra, sommergibilista dello Jalea, spunta invece il retro del teschio. Sui terrazzamenti del Sacrario di Redipuglia la malta grattata via dal tempo lascia scorgere dietro alle solenni targhe bronzee con nomi e cognomi dei caduti quei poveri resti che le autorità civili e militari si preparano ad onorare il 2 giugno per la Festa della Repubblica. Dando sepoltura a 100.187 soldati, infatti, il principale cimitero italiano della Grande Guerra è la cornice deputata per le più alte celebrazioni istituzionali.

Ma quelle ossa che il decadimento della gigantesca scalea razionalista progettata negli anni Trenta dall’architetto Giovanni Greppi e dallo scultore Giannino Castiglioni rende visibili apre interrogativi sulla sicurezza della struttura, frequentata ogni anno da centinaia di migliaia di visitatori fra cui scolaresche di ogni ordine e provenienza.

Alcuni testi, fra cui La Grande Guerra 1914-1918 del Consorzio Culturale Monfalconese, consultabile pure in Internet, dicono infatti che nel ’34 per sistemare i trentamila caduti onorati nel Cimitero di Guerra sul colle Sant’Elia furono usate casse di eternit. E probabile quindi che quattro anni dopo siano state usate quelle stesse bare per traslare quelle salme nel nuovo Sacrario voluto da Mussolini, affiancandole ai resti dei caduti sugli altri campi di battaglia del Carso.

Recipienti di cui oggi non rimarrebbe più traccia. Il tenente colonnello Armando Di Giugno, a lungo anni direttore del Sacrario, parla però di «casse in ferro» e il professor Lucio Fabi, uno dei più accreditati studiosi della zona, di «casse di zinco». Ma questo rende ancor più incomprensibile il loro deperimento. Franco Visintin, responsabile della pro loco di Fogliano Redipuglia e coordinatore dei «Sentieri di Pace», dice di aver sentito parlare di «casse metalliche sigillate nei loculi con lastre di eternit». Se anche così fosse, la visibilità dei resti dimostrerebbe che i diaframmi sono venuti meno.

Brevettato nel 1901 dall’austriaco Ludwig Hatschek, il composto di cemento e amianto al tempo era considerato indistruttibile, "eterno" come indica il nome, e quindi il non plus ultra per mettere a dimora i corpi dei caduti in un edificio «che con la sua poderosa costruzione ne assicura la perpetua conservazione», come ricorda ancor oggi la Guida al sacrario edita dal ministero della Difesa.

Schierati come una falange in assetto da battaglia dietro ai sacelli dei generali Antonio Chinotto, Tommaso Monti, Giuseppe Paolini, Giovanni Prelli,  Fulvio Riccieri e del Duca d’Aosta, che riposa nella cripta sormontata da un enorme blocco di marmo rosso della Val Camonica del peso di 75 tonnellate, i corpi dei 39.857 soldati identificati della IIIa Armata risalgono le pendici del Monte Sei Busi in 22 colombai sovrapposti fino all’ossario che custodisce i resti dei rimanenti 60.330 compagni ignoti.

Il museo del Sacrario, ospitato dalla Casa Terza Armata ai piedi del Colle Sant’Elia, ricostruisce le varie fasi della sua edificazione esponendo foto che mostrano le casse alloggiate negli alveari in attesa di muratura. E che il Regio Esercito sul finire degli anni trenta utilizzasse l’eternit per seppellire i caduti della Grande Guerra lo testimonierebbero anche i resti di alcuni soldati traslati nel ’66 a Redipuglia dal Lago Doberdò dentro casse, sembra, di cemento-amianto poi murate nell’ossario assieme al loro contenuto. Così, quando un fulmine qualche decennio dopo colpì il 17° gradone e si dovettero rimuovere i lastroni di bronzo per riparare il danno, lo spettacolo che si parò agli occhi delle maestranze fu eloquente: il sigillo dei loculi aveva ceduto e nelle cavità si distinguevano chiaramente le ossa; segno evidente che tempo, infiltrazioni ed altri fattori ambientali avevano disfatto i sarcofagi di eternit liberando l’amianto attraverso crepe e interstizi. Un degrado che, data l’età e il critico stato di conservazione, investe probabilmente l’intero monumento. Negli anni la prematura scomparsa di alcuni addetti del sito per malattie riconducibili all’amianto ha rinfocolato gli interrogativi, ma il Ministero della Difesa ha sempre escluso pericoli. Tuttavia nel 2002 fu proprio il Ministero a pretendere eccezionali misure di sicurezza per alcuni restauri alla parte alta della struttura.

Le dimensioni del Sacrario lasciano facilmente intendere che se a Redipuglia fossero state usate realmente casse di eternit l’opera di bonifica raggiungerebbe cifre proibitive. Nell’eternit, infatti, la fibra d’amianto costituisce circa il 20% dell’impasto e l’aggressione degli agenti ambientali tende a deteriorare il cemento lasciando affiorare l’asbesto che finisce così col disperdersi nell’aria; il che, considerato un chilo di amianto a cassa, farebbe poco meno di 40 tonnellate. Tenuto poi conto che la deperibilità del materiale in condizioni come quelle del Sacrario può essere stimata attorno ai 30-40 anni, il posto costituirebbe un rischio per la salute pubblica già dagli anni Settanta-Ottanta.
Massimo Gatto




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Le auto che non sentono la crisi: sempre più folte le flotte blu dei politici

Il Messaggero

Nei garage istituzionali l'Italia è leader: 624.330 auto blù contro le 72.00 degli Usa.
E in Abruzzo arrivano le Audi A6


 
di Mario Ajello


ROMA - Autoblù... mi piaci tu. E non c’è manovra ”etica” che tenga, non c’è taglio economico che regga, non c’è stangata nè controsterzata che funzioni, non c’è esempio virtuoso che valga (ai ministri inglesi è stata tolta la Jaguar e girano in metropolitana) davanti al parco macchine della ”casta” che in questi anni è cresciuto come un soufflè assai difficile da sgonfiare. Ci vorrebbe un terremoto per eliminare la montagna di autoblù (sarebbero addirittura 624.330, secondo il ministro Brunetta che ne ha sette) che portano a spasso i potenti a spese dei contribuenti in preda a rabbia e fatalismo alla Totò: «E io pago....»? Macchè, il sisma c’è stato, e la Regione Abruzzo ha reagito regalandosi nuove e fiammanti quattro ruote, con tanto di vetri oscurati, sedili in pelle e tivvù analogica con navigatore, computer di bordo e telecamerina e questi optional possono arrivare a costare - in listino - fino a tremila euro. Gli assessori abruzzesi potrebbero dire: ma noi mica abbiamo la metropolitana o quei bus rossi a due piani che fanno tanto swinging London, quindi....

Quindi, con apposita delibera della giunta, ecco arrivate per la Regione, disastrata di suo e in un contesto di disastro economico generale, undici Audi A6, grazie a una sorta di affitto triennale con la Consip, la Spa del ministero dell’economia. La berlina del presidente Chiodi costerà 1.791,85 euro al mese. Le altre dieci: 1.579,38 euro mensili a testa. Totale: 21.102,78 euro ogni trenta giorni. Che è più di quanto paga il Veneto, territorio assai più esteso dell’Abruzzo. Siccome le vecchia autoblù avevano 190.000 chilometri sulle spalle, ecco il ricambio in salsa aquilana. Col sovrappiù di 43,75 euro mensili per la tivvù analogico-digitale piazzata nell’abitacolo e che tornerà utilissima a «lorsignori» - come li chiamava il mitico Fortebraccio - per gustarsi i Mondiali sudafricani di quest’estate.

Il rischio Grecia e l’austerity si fermano insomma davanti ai garage istituzionali. Perchè è tutto da dimostrare che il taglio del 20 per cento delle autoblù, previsto dalla manovra economica, riesca a superare la prova parlamentare. Anche se ci riuscisse, il super-record italico non verrebbe insidiato. Guidiamo largamente la classifica delle autoblù nel mondo, con le nostre quasi seicentocinquantamila, e dietro il Belpaese (anzi Blùpaese) arrancano con abissale distacco gli Stati Uniti (appena 72mila macchine istituzionali), la Francia (63mila) e l’Inghilterra (56mila). Il cameo di Giulio Andreotti, nel film con Alberto Sordi, «Il tassinaro», non ha fatto scuola. La bici di Cameron qui verrebbe investita da una delle 175mila macchine in dotazione dei Comuni, delle Regioni e delle Province (che non solo non verranno abolite loro ma neppure le loro autovetture) e, se fosse passata la proposta del senatore pidiellino Gallo, neppure verrebbero tolti i punti alla patente dell’autista della berlina istituzionale - magari in dotazione di un peone - che investisse il premier britannico.

Ogni tanto, simbolicamente, c’è un sindaco che fa il beau geste. Alemanno rinuncia alle due Lancia Thesis che aveva Veltroni e gira con una Croma presa in comodato d’uso dalla Fiat. Un primo cittadino agrigentino, Zambuto, consegna una Thesis al concessionario, si fa dare in cambio uno scuolabus per i bimbi della città e guida la sua Panda senza autista. Quelli del Siar (il Sindacato italiano autisti di rappresentanza) sostengono che le autoblù sono soltanto 3.420, e sarebbero diminuite rispetto alla vecchia cifra di 3.850. Ma basta dare un’occhiata a Palazzo Chigi, per vedere - oltre al ridicolo dei papaveri di governo che per percorrere cento metri s’infilano in un bolide super-corazzato - questa cifra choc: fra affitto dei veicoli, carburante, parcheggi e manutenzione, più di nove milioni di euro all’anno costano le quattro ruote dell’esecutivo.

Se a queste si aggiungono tutte le altre della flotta tricolore in blù che parlano ogni lingua della politica e ogni dialetto delle contrade italiane (nella Campania di Bassolino gli innumerevoli autisti regionali arrivavano a guadagnare 3.000 euro netti al mese eneesuno glieli può toccare, mentre nel Lazio è capitato che l’ex autista di Nicola Mancino sia diventato un capopopolo dei voti berlusconiani nel Basso Lazio, e stiamo parlando del senatore Fazzone), si arriva a un costo per le casse dello Stato di 21 miliardi di euro, cioè quasi il costo dell’attuale manovra economica che è di 24, fra affitto, pedaggi, guidatori, benzina. E a poco finora sono serviti i ”vaffa” dei passanti (mescolati però all’esercizio del vip watching), o le adunate internettiane del gruppo su Facebook intitolato «Basta alle troppe autoblù», di fronte alla carovana di Audi A 6 (le predilette della ”casta”), Bmw, Alfa e Lancia che costituiscono tanti Palazzetti mobili attraverso la Capitale e lungo la Penisola, sorvolanti sul traffico e in fondo parlanti. Raccontano di una crisi che, da dietro i vetri oscurati, forse non si riesce a vedere come meriterebbe.




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Concorso-vigili

Il Mattino

Graduatorie provvisorie
Ma c'è un esposto: «Ecco le irregolarità»


 

NAPOLI (29 maggio)

Un esposto in Procura per denunciare piccole e grandi irregolarità del maxiconcorso bandito dal Comune. Il consigliere del Pdl Andrea Santoro ha raccolto in questi giorni decine e decine di segnalazioni che parlano di timbri mancanti sugli elaborati, di buste da sigillare che si aprono, si chiudono e si riaprono con estrema facilità, di candidati costretti a consegnare il foglio delle risposte senza che fosse assegnato loro in quell’istante il previsto codice a barre.

Ma anche di strane coincidenze, come la presenza di più coppie di nomi, con lo stesso cognome, che nelle primissime graduatorie pubblicate hanno riportato lo stesso punteggio. «Questo significa che due fratelli, due sorelle, due cugini, a meno che non si tratti di casi di omonimia, hanno dato le stesse risposte e, a giudicare dai decimali, hanno compiuto anche gli stessi errori». Quanto basta a Santoro per dire che «i controlli sono stati blandi».

E per bussare alla Procura. Se poi, in queste ore, si aggiungeranno altre segnalazioni degne di nota, Santoro è pronto a sostenere il ricorso al Tar di chi vorrà vedere riconosciuti i propri diritti. Intanto, dal suo ufficio di via San Marco, lancia un appello al sindaco: «Questo concorso - spiega l’esponente dell’opposizione - è fondamentale perché selezionerà gran parte del personale che nei prossimi anni farà funzionare la macchina comunale, ma siamo sicuri che al momento si stanno selezionando i più bravi e non anche i più furbi?».

L’accusa è rivolta in primo luogo all’amministrazione comunale che avrebbe preferito «scaricare tutte le responsabilità sul Formez, il quale, a sua volta, ha demandato parte dei controlli alla società Cnipec». E poi agli organizzatori che, secondo le testimonianze raccolte da Santoro, non sarebbero riusciti a impedire che i candidati potessero consultare i propri appunti o potessero comunicare con i vicini. Per Santoro, restano poi ancora forti dubbi su altri aspetti organizzativi.

«I candidati sono stati costretti a consegnare il proprio elaborato senza l’apposizione del codice a barre che in modo anonimo avrebbe dovuto vincolare i foglio delle risposte alla busta sigillata contenente i dati anagrafici». Prova certa di una irregolarità consumata, un libro delle domande che il consigliere stringe tra le mani.

«Questo volume - spiega Santoro - mi è stato fatto recapitare in modo anonimo. Di regola, non sarebbe mai dovuto uscire dall’aula. La sua provenienza potrebbe anche essere diversa, ma non ci rinfranca più di tanto: potrebbe venire dalla tipografia che lo ha stampato, anche se stranamente non è segnato il nome dello stampatore. Oppure dallo spedizioniere che lo ha consegnato alla commissione. Ma chi ci garantisce che qualche copia non sia uscita fuori in uno di questi passaggi?».

Enrica Procaccini



CLICCA E SCARICA L'ELENCO DEGLI AMMESSI - CF6/N

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Stella marina da guinnes

Il Mattino

 

LONDRA (29 maggio) - Gigante, bellissima, ma soprattutto un'accanita predatrice. È la stella marina da guinness scoperta in Gran Bretagna. Per il momento si trova al centro Sealife di Weymouth nel Dorset, ma presto verrà trasferita in Finlandia.

«Con le sue venti punte - ha detto il biologo marino Chris Brown - è una vera e propria bellezza». «Starà con noi solo per due settimane - ha concluso l'esperto -, ma non ne ho mai vista una di tale grandezza e ne ho d'esperienza. Ci mancherà».

Guarda il video sul sito AdnKronos





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Messaggio esoterico di Michelangelo celato in affresco della Cappella Sistina

Il Mattino

Nella raffigurazione della separazione della luce dalle tenebre
c'è un messaggio nascosto: lo dice uno studio americano


ROMA (29 maggio)

Un messaggio segreto nelle volte della Cappella Sistina. Una sorta di «codice Michelangelo» nascosto per secoli agli occhi di Papi, cardinali, storici e critici d'arte, oltre che a migliaia e migliaia di turisti. E' quello di cui ipotizzano l'esistenza due professori della Johns Hopkins University, Ian Suk e Rafael Tamargo. I due esperti di neuroanatomia hanno guardato in alto, all'affresco della separazione della Luce dal Buio, e in un dettaglio della figura di Dio hanno intravisto la traccia misteriosa.

Secondo i due scienziati americani, all'altezza della gola e del collo del Creatore ci sarebbero, nel disegno di Michelangelo, alcune irregolarità anatomiche. Mentre tutti gli altri personaggi ricevono la luce da sinistra e dal basso, il collo è illuminato di fronte e leggermente da destra: quanto basta per chiedersi perché. La risposta, pubblicata sulla rivista Neurosurgery, esclude la possibilità di un errore del maestro rinascimentale. E scorge piuttosto un «messaggio segreto».

ln quel particolare deformato, infatti, il maestro della Sistina avrebbe raffigurato, in filigrana, la forma di un cervello umano. E lì vicino, nella parte centrale della tunica della figura divina, si potrebbe nascondere anche il disegno di un midollo spinale che sale fino all'attacco con il cervelletto.

I due esperti della Johns Hopkins University hanno preso le mosse da uno studio del medico americano Frank Meshberger, che già nel 1990 aveva intravisto in un altro pannello della Cappella Sistina, il celeberrimo affresco della creazione di Adamo, la perfetta riproduzione anatomica di un cervello. Dopo aver provato a sovrapporre il dettaglio del collo di Dio all'immagine di un cervello visto dal basso, Suk e Tamargo hanno notato che i due disegni combaciavano perfettamente.

Se le raffigurazioni anatomiche sono intenzionali, cosa significano? I due esperti non si spingono a interpretare l'iconografia, anche se con cautela ipotizzano che il messaggio in codice faccia riferimento al rapporto conflittuale dell'artista toscano con la chiesa cattolica. A suo tempo, Meshberger aveva sostenuto che, con la rappresentazione del cervello, Michelangelo aveva voluto suggerire che Dio stava infondendo nel primo uomo non soltanto la vita ma anche la suprema intelligenza divina.

La passione di Michelangelo per le tavole anatomiche non è una novità. Ma ogni piccola scoperta nel cuore della Sistina accende l'immaginazione di chi crede all'esistenza di un puzzle esoterico più ampio.





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Gay aggredito, ha rischiato di perdere un occhio

di Redazione

Nella notte tra martedì e mercoledì un ragazzo romano di 22 anni è stato insultato e aggredito nella zona di via Cavour.

Ricoverato d'urgenza per diverse ferite e tagli: ha rischiato di perdere l'uso di un occhio



 

Roma

Gli hanno urlato "frocio, frocio" e poi lo hanno colpito ripetutamente con calci e pugni all’addome e al volto fino a farlo cadere. È accaduto nella notte tra martedì 25 e mercoledì 26 maggio, tra l’1.30 e le 2 a un ragazzo romano di 22 anni, nei pressi di via Cavour, nella Capitale. Il ragazzo aggredito si è rivolto a Gay Help Line 800.713.713, il numero verde antiomofobia, per denunciare l’episodio e ha deciso di sporgere denuncia grazie al servizio di assistenza legale gratuita che l’associazione mette a disposizione. A rendere nota la vicenda è Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma. Gli aggressori, spiega il responsabile dell’ufficio legale di Gay Help Line, Daniele Stoppello, erano quattro italiani tra i 25 e i 30 anni e, dopo averlo lasciato privo di sensi per terra, gli hanno poi sottratto il cellulare con il quale, prima di essere colpito stava parlando al telefono con un amico al quale è riuscito a chiedere aiuto e che lo ha poi raggiunto sul luogo della violenza. Il ragazzo aggredito è stato ricoverato d’urgenza in ospedale, riportando diverse ferite, tagli e contusioni al volto e rischiando di perdere l’occhio.

Ha rischiato di perdere un occhio "Le lesioni riportate dal mio assistito sono gravissime - spiega Stoppello - È necessario fare piena luce su questa vicenda e, per questo, forniremo tutti i dettagli e gli elementi utili agli inquirenti perché siano trovati i responsabili". Poi, un appello alle forze dell’ordine "perché rintraccino i colpevoli di questa aggressione così violenta: sono troppi i casi di omofobia irrisolti di cui non sono stati individuati i responsabili - dice Marrazzo - come, ad esempio, la coppia di ragazzi gay aggredita a Campo dè Fiori, quella aggredita ai Fori Imperiali e il ragazzo aggredito al bus notturno qualche settimana fa".

Primi soccorsi "In via Cavour, uno dei miei due amici, arrivati per soccorrermi, ha chiesto dei fazzoletti in un bar per tamponare il sangue, ma loro si sono rifiutati. Questo mi è stato riferito, io non ero cosciente e il mio sangue colava. Ricordo ancora i miei aggressori che sghignazzavano mentre mi colpivano", ha raccontato il ragazzo. "Probabilmente mi hanno seguito. Poi mi hanno pestato dietro un parcheggio, in una zona isolata - ha spiegato il giovane omosessuale attraverso le parole dell’avvocato Stoppello - Mi auguro la collaborazione di qualcuno, ma spero che nessuno abbia assistito a quanto è successo, perchè sapere che qualcuno ha visto e non parla mi farebbe ancora più male". 

Polverini: "Aggressione che non deve rimanere impunita" "Sono gesti di inciviltà che non devono rimanere impunita". Così Renata Polverini, presidente della Regione Lazio, commentando l’aggressione. "Al ragazzo - continua Polverini - va tutta la mia solidarietà, con l’augurio di una pronta guarigione. Si tratta di forme di violenza e intolleranza inaccettabil che condanniamo con fermezza. È importante che vengano accertate e punite le responsabilità, così come è necessario contrastare l’omofobia, e ogni altra forma di discriminazione, rafforzando la cultura del rispetto degli altri, anche tenendo alta l’attenzione". 





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Messaggio alieno dietro i cerchi nel grano? Crop Circle, la fantasia supera la realtà...

Il Mattino

 
di Marco Piscitelli


NAPOLI (29 maggio)



Sbucano all'improvviso, soprattutto nelle ore notturne. Figure geometriche perfette nei campi di grano che spesso sconvolgono per qualche giorno la vita di piccole e grandi comunità. Le piante sono appiattite in modo uniforme e non sono mai spezzate. La zona diventa un luogo di "pellegrinaggio". Nascono leggende, c'è chi specula, chi vuole raccontare a tutti i costi la sua versione. Un mistero per molti, un semplice scherzo per altri.

Aumentano gli avvistamenti. Quello dei cerchi nel grano (Crop Circle) è uno dei fenomeni che più appassionano gli esperti di ufologia e del mondo del paranormale. Gli avvistamenti (GUARDA) sono aumentati col passare del tempo, da quando, negli anni '80 presero forma i primi Crops Circle nel Regno Unito. Varie ipotesi sono state avanzate negli anni per spiegarne l'origine. I più scettici parlano di figure create direttamente dall'uomo per beffare i creduloni. Altri affermano che si tratta di un segnale inviato ai "terrestri" da forme di vita aliene.

Ufo nei campi. Le storie che si raccontano sui cerchi sono diverse, alcune bizzare, ma pur sempre affascinanti. La teoria più conosciuta chiama in causa le astronavi aliene. Secondo testimoni oculari sparsi per il mondo, che avrebbero assistito alla formazione dei cerchi, la figura nasce dopo l'atterraggio sul suolo terrestre di un velivolo alieno. In pratica l'Ufo tocca terra e nel ripartire lascia un segno visibile del suo arrivo sul nostro pianeta.

Le sfere di luce. Come dimostrerebbero alcuni filmati pubblicati nel corso degli anni su YouTube (GUARDA) i cerchi nel grano sono opera di entità aliene sotto forma di sfere luminose. In alcuni video si vedono piccole palle luminescenti sorvolare a bassissima quota i campi. Al passaggio delle sfere si compone l'immagine. Un lavoro a regola d'arte realizzato sia di notte che giorno. Le sfere operano in un tempo ristrettissimo: bastano pochi secondi ed il gioco è fatto.

Il Cicap: è una forma d'arte. Contro tutte le teorie si è sempre espresso il Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale). Secondo gli esperti tutti i cerchi nel grano possono essere realizzati dall'uomo in poche ore, con pochi mezzi e con tutti o in parte i fenomeni ad essi collegati. Sul sito del Comitato c'è una intera sezione dedicata ai Crop Circle. Per gli uomini del Cicap «si è di fronte a delle opere che appartengono a una nuova forma d'arte, che come tutte le forme d'arte ha dei maestri e degli allievi. Come di solito avviene, con il passar del tempo gli allievi superano i maestri. Il Cicap ritiene quindi che la giusta chiave di lettura sia quella di interpretare i Crop Circles come espressioni artistiche, e che dietro a tutto questo non ci sia nulla di paranormale o alieno, ma un folto gruppo di artisti che approfittano dell'oscurità per dare vita ad una vera e propria forma di "Land Art", seppure avvolta da un affascinante alone di mistero». (Tutte le risposte del Cicap alle più frequenti domande sui Crop Circle)

Realizzare i cerchi nel grano. Ma come si realizza un Crop Circle? Ci vogliono strumenti ad alta tecnologia? La risposta è no. Con mezzi rudimentali è possibile stupire amici, parenti e, perché no, un'intera comunità (GUARDA). Come dimostrano alcuni video in rete, per appiattire il grano bastano un metro a nastro, delle tavole di legno e dei paletti per marcare le posizioni. Si entra nel campo di notte attraverso le linee che vengono usate dai mezzi agricoli per non lasciare tracce. Bastano solo due persone: usando il metro a nastro si tracciano le prime linee. Uno dei due resta al centro della figura mentre l'altro, con il metro in mano, inizia a tracciare con i piedi una circonferenza. Dopo aver realizzato le "linee guida" si può appiattire con i piedi il grano servendosi della tavola di legno. Basta ripetere l'operazione in altri punti per formare figure "complesse". Il sito internet Circlemakers.org ospita un gruppo di eccellenti realizzatori di cerchi «artificiali». I fondatori del sito vogliono dimostrare che è possibile riprodurre forme sbalorditive con l'uso di semplici attrezzi.



Dai radar di Capodichino rapporto negativo: nessun avvistamento strano quella notte




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Bergamo, la provincia cambia bandiera Spunta 'Berghem' scritto in dialetto

Quotidianonet

La scritta, da anni al centro di polemiche, spicca sotto lo stemma e ha uno sfondo verde scelto direttamente dal presidente leghista Ettore Pirovano



Bergamo, 29 maggio 2010

Il dialetto sbarca sulla bandiera ufficiale della Provincia di Bergamo. La scritta 'Berghem' (nome dialettale della città) spicca sulla nuova bandiera dell’amministrazione provinciale, che domani sarà issata per la prima volta al rifugio di Ca' San Marco in occasione dell’inaugurazione della targa dedicata a Papa Giovanni XXIII.

La scritta spicca sotto lo stemma ripreso dal gonfalone (un’aquila nera 'incoronata' e un cervo dorato che salta) e ha uno sfondo verde scelto direttamente dal presidente leghista Ettore Pirovano, che ha spiegato: "La vecchia bandiera aveva troppo rosso" (in realtà c’erano il giallo e il rosso, colori di Bergamo).

Ora, grazie a un accordo con il Cai, Pirovano vorrebbe issare queste bandiere su tutti sui pennoni dei rifugi. Costo: 60 euro l’una, giustificato dalla scelta di un nylon nautico, materiale resistente alle intemperie. Manca ancora il via libera da Roma, per cui la bandiera non può ancora essere utilizzata in cerimonie ufficiali.

La scritta 'Berghem' è da anni al centro di polemiche, quando venne aggiunta ai cartelli della città dalla precedente Giunta comunale di centrodestra, per essere poi tolta dalla successiva amministrazione di centrosinistra (che l’aveva sostituita con la scritta 'Città dei Mille' e il profilo di Garibaldi). Ora che il Comune è tornato nelle mani di Pdl e Lega Nord, c’è chi chiede di togliere Garibaldi e rimettere la vecchia scritta.

L'iniziativa però sta ricevendo un'accoglienza molto dura da parte di nemici, amici e anche da esponenti di parte neutrale. Il più duro è il deputato Pd Antonio Misiani, che ha anunciato di voler "contrastare la bandiera in tutte le sedi: imporre nelle istituzioni colori e simboli di partito è una vergogna e una prevaricazione. Nella Bergamasca stanno chiudendo fabbriche su fabbriche. Ci aspetteremmo che l’amministrazione provinciale si occupasse di questi problemi, perchè solo un imbecille o un provocatore può pensare di impiegare tempo e soldi dei cittadini per cambiare la bandiera della Provincia".

Meno duro ma critico Carlo Saffioti, coordinatore del Pdl bergamasco: "Siamo stati messi di fronte a un fatto compiuto, una forzatura che non è apprezzata. Ci sono temi più importanti da affrontare, sui quali tra noi e la Lega c’è piena sintonia. Sulla bandiera servirà un approfondimento".

Al di fuori dell’ambito politico, da registrare la reazione poco benevola del presidente del Cai bergamasco Paolo Valoti all’annuncio di Pirovano che la bandiera sarà issata su tutti i rifugi. Valoti ha fatto sapere di non essere stato consultato, e di essere disponibile a esporre solo simboli istituzionali "riconosciuti e condivisi da tutti i bergamaschi" e non "bandierine".

Fonte Agi





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Tagli alla cultura: definanziati 232 enti Bondi: no a riduzioni indiscriminate

Il Messaggero

Le voci contro di Ornella Vanoni e Antonello Venditti.
E c'è un errore: il Vittoriale è già privato. Alberoni: situazione grave


  

ROMA (29 maggio)



La manovra finanziaria colpisce anche la cultura: 232 enti non riceveranno più i fondi statali e il rischio di chiusura è più che concreto. La manovra finanziaria prevede infatti il taglio dei fondi statati a 232 istituti culturali. Nell’articolo 7 (comma 22) del “Decreto legge recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” si legge che a decreto approvato «lo Stato cessa di concorrere al finanziamento degli enti, istituti, fondazioni e altri organismi». Poi segue un elenco con 232 nomi, tutti importanti, molti di fama internazionali, praticamente tutti legati per la loro sopravvivenza alle sovvenzioni statali.

Bondi: no a tagli indiscriminati. «Condivido l'esigenza di una manovra che imponga sacrifici a tutti ma non sono d'accordo con i tagli indiscriminati alla cultura, specie se la lista degli istituti tagliati dal finanziamento pubblico contiene eccellenze italiane riconosciute nel mondo». Lo dice il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, che, in tarda serata, interviene per precisare il suo giudizio sul provvedimento. Sì, sottolinea il ministro, a «profonde riforme della cultura come quella delle fondazioni liriche ora in parlamento che modificherà definitivamente il settore. Ma no a tagli indiscriminati che non possono essere decisi se non con il mio ministero». Insomma, Bondi che inizialmente sembrava concorde con l'atteggiamento del governo ora fa una parziale marcia indietro. «Avrei voluto poter concertare dove intervenire e in che modo farlo per ridurre le spese. Mi rammarico che ciò non sia avvenuto».

Ma su chi si abbaterà la scure dei tagli? Decine di fondazioni sorte per ricordare anniversari di italiani illustri come Mario Soldati o il Pinturicchio. Ma anche la Triennale di Milano e la Quadriennale di Roma, l’associazione musicale Giovanile (Agimus) e l’Associazione nazionale combattenti e reduci. La società Geografica italiana e le fondazioni Adriano Olivetti di Roma e quelle milanesi Arnoldo e Alberto Mondadori e Giangiacomo Feltrinelli, nonché il museo Poldi Pezzoli. Ma ci sono anche le fondazione Arena di Verona e festival dei Due mondi di Spoleto, il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, le fondazioni Gioacchino Rossini di Pesaro, Giorgio Cini di Venezia e l’Istituto Gramsci di Roma. Ma anche la fondazione Lirico-sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari e il Gabinetto Vieusseux di Firenze.

Nessuna indicazione per il personale. Tutti questi enti insieme altre decine perderanno i finanziamenti dello Stato ma lo Stato, cioè il governo con la sua manovra economica, non indica che fine farà il personale, migliaia di lavoratori che rischiano il posto.

Dal mondo della cultura si è levato subito un grido di dolore, di richiesta di interventi del presidente Napolitano ma anche di accuse. «I tagli sono un segno d’inciviltà di un Governo che ritiene inutili le spese per la cultura» per l’assessore regionale dell’Umbria alla cultura, Fabrizio Bracco, che considera «da valutare soprattutto le conseguenze di questa scelta per la Fondazione del Festival dei Due mondi di Spoleto. Decidendo tagli di fondi per istituzioni come il Festival di Spoleto il Governo non coglie neanche il valore economico e di attrattiva dal punto di vista turistico e culturale, preferendo invece sparare a zero su investimenti considerati, a torto, improduttivi».

Ornella Vanoni: la cultura è sempre la prima a rimetterci. «La cultura è sempre stata la prima a rimetterci. Purtroppo». È questo il giudizio espresso da Ornella Vanoni, commentando i tagli a settori della cultura. La cantante ha voluto precisare che «non è solo la cultura che sta soffrendo. Stanno soffrendo anche certi commercianti, la gente. La cultura è importantissima ma occorre che il Paese stia bene. Gli italiani non sono abituati a tirare la cinghia. Non siamo tedeschi o inglesi. Se però dobbiamo tirare la cinghia, voglio vedere che anche loro, i politici, lo fanno. Ci sono stipendi degli italiani che sono irrisori e poi vedo politici, che per aver fatto due legislature, si prendono sette mila euro per tutta la vita. Allora togliamo i soldi a quelli lì e diamoli alla cultura».

Venditti: se si tocca l'eccellenza è finita. Per Antonello Venditti «se si toccano le cose di eccellenza allora è proprio finita». Il cantautore romano è critico sui tagli alle fondazioni liriche decisi dal governo. «Non c'è nessuna cura nelle cose da tagliare. La nostra capacità di pensare al futuro è sempre più ridotta, almeno da parte dei nostri governanti».

Archeologi: salvare gli istituti umanistici, La Confederazione Italiana Archeologi esprime profonda preoccupazione. «Non possiamo accettare tacitamente - sostiene il presidente Giorgia Leoni - che alcuni tra i più prestigiosi istituti archeologici perdano l'insostituibile apporto che deriva loro dai finanziamenti statali e che vengano, quindi, destinati alla inattività se non addirittura alla definitiva chiusura. Nella lista figurano istituti che con le loro ricerche hanno permesso all'Italia di svolgere un ruolo da protagonista nella conoscenza del patrimonio archeologico del nostro paese e dell'intero bacino del Mediterraneo, svolgendo spesso anche un ruolo fondamentale di veicoli diplomatici».

Appello a Napolitano dagli astrofisici. La soppressione dell'istituto nazionale di Astrofisica (Inaf) porterebbe a conseguenze drammatiche sull'attività del settore astrofisico e astro-spaziale. Lo scrive il consiglio scientifico dell'ente, che secondo la manovra economica andrebbe accorpato al Cnr, in una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al ministro Mariastella Gelmini. «L'INAF occupa una posizione di assoluto rilievo nella ricerca sia a livello nazionale che a livello internazionale - si legge nel documento - degli 86 ricercatori Italiani che ISI-Thompson riporta tra i più citati al mondo, 13 operano nel settore delle Scienze Spaziali e sono ricercatori dell'Inaf o ad esso associati. Ci sfugge come si possa giovare al Paese sopprimendo l'Istituto che ha consentito questi successi».

Galluzzi: è la morte del museo Galilei. «C'è poco da commentare: questo è un atto di morte». Così il direttore dell'Istituto e Museo di Storia delle Scienze di Firenze, Paolo Galluzzi, commenta il taglio dei fondi statali che sarebbe previsto nella manovra del Governo e che interessa da vicino anche l'istituzione fiorentina. «Noi dallo Stato abbiamo un contributo di 1 milione e 750 mila euro - aggiunge -. È metà del nostro bilancio. Se la notizia è vera, lo apprendiamo da voi perchè nessuno dei nostri referenti ai ministeri si è fatto sentire, e sarà pubblicata in Gazzetta, il consiglio di amministrazione non potrà che riunirsi e avviare le procedure per il fallimento. Il nostro è uno strano Paese: il prossimo 10 giugno noi inaugureremo il Museo Galileo Galilei, uno dei più belli al mondo, per chiuderlo il giorno dopo».

La storia e la memoria del cinema italiano sono destinati a sparire: è il grido di allarme di Francesco Alberoni, da otto anni presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia e della Cineteca Nazionale, alla luce dei tagli previsti dalla manovra. «Nel nostro caso - spiega Alberoni - non si tratta di tagli ma proprio di stop ai finanziamenti: significa smettere di insegnare e produrre cinema e soprattutto di conservarlo, buttando a mare migliaia di titoli che hanno fatto la storia del cinema italiano. Il nostro è il caso di una di quelle istituzioni che sono totalmente finanziate dallo Stato (10 milioni di euro, ndr) e senza quel denaro significherebbe sparire. E con noi sparirebbe la Cineteca Nazionale che conserva e restaura tutti i film italiani». Per questo Alberoni fa appello al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al capo dello Stato che dovrà firmare il decreto e anche, dice, «ad Umberto Bossi che tanto si è prodigato per aprire una sede del Centro Sperimentale a Milano e che ora forse non sa che anche quella è destinata a sparire».

«Il Centro Sperimentale di Cinematografia lombardo non è in discussione in quanto finanziato per intero dalla nostra Regione, sicuramente l’appello del professor Alberoni è rivolto al Centro Sperimentale di Cinematografia nazionale che ha sede a Roma e che è finanziato interamente dallo Stato». Lo afferma il Sottosegretario al cinema della Regione Lombardia Massimo Zanello in merito alle dichiarazioni di Francesco Alberoni, presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia, per quanto riguarda i tagli previsti dalla manovra finanziaria.

Il Vittoriale degli italiani è già privato e quindi «l’inserimento nell’elenco dei 232 istituti che non riceveranno più fondi statali è curiosa e anche un pochino sgradevole». Lo dice Giordano Bruno Guerri, il presidente della Fondazione del Vittoriale degli Italiani, che figura al numero 150 dell’elenco allegato alla manovra finanziaria. «Il Vittoriale ha rinunciato spontaneamente al finanziamento del governo l’anno scorso - spiega Giordano Bruno Guerri - Il governo ha approvato il decreto di privatizzazione e il 16 dicembre del 2009 è stato varato il nuovo statuto per privatizzazione. Quindi di fatto dal primo gennaio è una fondazione di diritto privato e non più una a fondazione statale. Del resto il contributo dello Stato era di 43 mila euro l’anno e quindi rinunciarci non è stato un grande sacrificio. Considero curioso l’inserimento in questo elenco, ed anche un pochino sgradevole. Il Vittoriale è in attivo e si finanzia da solo».




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Vigna: "In quelle stragi lo zampino dei Servizi"

La Stampa

L'ex capo della Dna: «Una certezza,
Cosa nostra non si è mossa da sola»
FRANCESCO LA LICATA
GUIDO RUOTOLO

ROMA

«Non fu solo Cosa Nostra a gestire la campagna stragista del ’92 e ’93. Penso che pezzi deviati dei Servizi segreti siano stati gli ispiratori, e qualcosa anche di più, delle bombe di Firenze, Roma e Milano».

Parla Pier Luigi Vigna, procuratore a Firenze quando esplose il Fiorino in via dei Georgofili, procuratore nazionale antimafia in tutti gli anni nei quali l’amico fraterno Gabriele Chelazzi indagava (da pm) sui mandanti esterni alle stragi. La tesi di Vigna porta nei fatti a Massimo Ciancimino che parla della presenza e del ruolo di pezzi dei servizi, «il signor Franco». Vigna esprime perplessità sul riconoscimento da parte di Gaspare Spatuzza del collaboratore del «signor Franco» sulla scena della strage di via D’Amelio: «Un generale che imbottisce di esplosivo un’auto? A distanza di tanti anni i riconoscimenti sono difficilissimi».

Procuratore Vigna, il presidente emerito della Repubblica Ciampi ricorda che la notte del 27 luglio 1993, con le bombe di Roma e Milano e il black-out di Palazzo Chigi, temette un golpe cileno.
«Perché nelle stragi furono coinvolti anche non mafiosi? Delinquenti non affiliati a Cosa Nostra, come il magazziniere romano dei 300 chili di esplosivo che servivano per gli attentati, come lo stesso Scarano, il postino del comunicato di rivendicazione delle stragi. Noi procedemmo subito contestando ai mafiosi di Cosa Nostra l’aggravante di aver agito con finalità di terrorismo o di eversione. Cosa Nostra con questo agire voleva condizionare lo Stato, voleva che fossero cancellate una serie di leggi».

Il famoso papello di richieste: eliminazione del 41 bis, della legge La Torre...
«I detenuti con l’eliminazione del 41 bis avrebbero tratto vantaggi; la neutralizzazione dei pentiti avrebbe consentito la revisione dei processi; la cancellazione della legge sulle misure di prevenzione sarebbe stato un regalo a tutto il popolo dei mafiosi, detenuti e non».

Le stragi di Firenze, Roma e Milano furono solo farina del sacco di Cosa Nostra?
«Da quello che mi risulta, solo in due occasioni Cosa Nostra è emigrata sul continente per realizzare delle stragi. La prima volta fu il 23 dicembre del 1984, quando nella stessa galleria dove si era verificata la strage dell’Italicus fu fatto scoppiare il treno Napoli-Milano: 15 morti e 130 feriti. Fu condannato, tra gli altri, Pippo Calò, e in primo grado anche l’onorevole del Msi Massimo Abbatangelo e il gruppo camorristico di Giuseppe Misso. Ma poi la filiera napoletana, che portava alla destra, fu assolta in Cassazione. Una uscita di scena singolare perché i giudici della Cassazione confermarono la condanna a quattro anni e passa per favoreggiamento di un poliziotto napoletano che pochi giorni prima della strage rivelò a un magistrato: “Ci faranno intossica’... Natale...”».

Perché quella strage?
«Si voleva rappresentare al Paese, nell’anno di Buscetta e del maxi blitz contro Cosa Nostra, che il problema per il Paese era solo l’eversione».

Dieci anni dopo, le bombe a Roma, Firenze e Milano. Per favorire la nuova forza politica che stava nascendo?
«La primissima indicazione che venne dal Viminale è che si doveva guardare alla criminalità internazionale. Noi seguimmo subito la pista interna anche perché analizzando la tipologia della miscela degli esplosivi emerse che era identica a quella della strage del 1984. Ricordo che nella prima informativa della Dia, la Divisione investigativa antimafia, si parlava non solo di Cosa Nostra ma anche di imprenditori disonesti, di massoneria, di soggetti deviati dei servizi segreti. Mi chiedo se davvero Cosa Nostra pensasse che proseguendo nella stagione stragista avrebbe ottenuto quanto chiedeva. A distanza di tanti anni continuo a non credere che quello che è accaduto fuori dalla Sicilia sia frutto di una pensata di Cosa Nostra».

Chi fu il suggeritore?
«Uccidere Chinnici, Falcone o Borsellino perché nemici è nella natura di Cosa Nostra. Non è stata solo la mafia a devastare il territorio colpendolo al cuore, pensando di poter distruggere un simbolo del Paese come la Torre di Pisa, o di infettare le spiagge di Rimini con siringhe. Senza qualche aggancio esterno, Cosa Nostra non si sarebbe mossa, non avrebbe traslocato a Roma, Firenze e Milano...».

Aggancio esterno, o entità? Parliamo di politica? Di 007 deviati?
«Una certezza: Cosa Nostra non si è mossa da sola. Se guardo ai risultati di questa offensiva, devo constatare che sul piano politico vi è stata una tenuta delle istituzioni. Nessuna richiesta avanzata dalla mafia è stata esaudita. Il 41 bis e le misure di prevenzione oggi sono provvedimenti molto più rigidi di prima. Allora dobbiamo guardare ai “deviati”. Quello è un periodo di “deviazione”. Il 1993 è anche l’anno dello scandalo dei fondi neri del Sisde, del tentato golpe di Saxa Rubra, dell’esplosivo sul rapido Siracusa-Torino piazzato da un funzionario dei Servizi di Genova, di un ordigno inerte in via dei Sabini a Roma, del black-out a Palazzo Chigi di cui parla il presidente Ciampi. Insomma, c’erano pezzi dei Servizi che ragionavano ancora come se il Muro di Berlino non fosse crollato. Mani Pulite aveva demolito la Prima Repubblica e qualcuno aveva interesse che le richieste di Cosa Nostra fossero accolte per dare peso a una organizzazione mafiosa che iniziava a globalizzarsi. Che era ricca, economicamente forte. In grado di consentire relazioni anche internazionali...».




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Rizzoli e il Corriere della Sera Una lettera e una risposta

Corriere della Sera
Le ragioni dell'ex editore del Corriere della Sera e la replica del direttore del nostro giornale

IL PASSAGGIO DI PROPRIETA’ DEL 1984

Rizzoli e il Corriere della Sera
Una lettera e una risposta


Caro Direttore, è con profondo stupore e amarezza che ho letto l'articolo pubblicato venerdì a pagina 39 del Corriere della Sera a firma Sergio Bocconi sulle vicende della vendita Rizzoli. L’articolo comprende infatti una serie di falsità e inesattezze tali da farmi tornare col ricordo agli anni in cui i giornali basavano i loro scritti sulle «veline» fornite loro dai potenti di turno, politici o padroni che fossero. In particolare, le vicende giudiziarie che mi riguardano sono raccontate in modo impreciso e sconclusionato. Per fare il punto della situazione ad oggi, 28 maggio 2010, desidero informare Lei e i Suoi lettori che io, Angelo Rizzoli, sono tuttora un cittadino incensurato che non ha condanne a suo carico né procedimenti penali pendenti nei suoi confronti. Cosa che certamente non tutti gli imprenditori, inclusi i Suoi azionisti, potrebbero affermare.

È vero che io ho ricevuto tre ordini di carcerazione preventiva e ho trascorso tredici mesi in carcere per sei procedimenti penali da tutti i quali —salvo un'unica eccezione—sono stato assolto o prima del rinvio a giudizio o fin dalla sentenza di primo grado. Aggiungo che io ho trascorso tredici mesi di carcerazione da malato di sclerosi multipla, una malattia incompatibile con la permanenza in carcere e, come potrebbe testimoniare un qualunque studente di medicina, portatrice di rischi gravissimi per l’incolumità e la vita stessa del paziente. Inoltre, per rendere più amaro il mio soggiorno in carcere, mi sono state sospese tutte le cure destinate ad alleviare le sofferenze causate dalla malattia. Ciononostante, al termine della carcerazione preventiva, io sono stato prosciolto da tutte le accuse. È rimasta in piedi soltanto un'imputazione di bancarotta impropria collegata all’amministrazione controllata del Gruppo Rizzoli che si è sviluppata secondo due singolari caratteristiche: 1) il caso più unico che raro in Italia di una bancarotta che viene sancita priva della dichiarazione di fallimento che la deve necessariamente precedere e nonostante l'amministrazione controllata si sia conclusa in bonis; 2) l'accusa di associazione a delinquere con Bruno Tassan Din—certamente imputato colpevole—ma anche con mio fratello Alberto Rizzoli arrestato ingiustamente, scarcerato, prosciolto e risarcito dallo Stato per ingiusta detenzione anni prima del processo. Un'associazione a delinquere zoppa quindi, nella quale manca il terzo imputato necessario perfino alla sua qualificazione.

Le ricordo inoltre che, nell’ambito di queste vicende, mio padre Andrea è morto di infarto poche settimane dopo il mio arresto e quello di mio fratello; che le mie sorelle sono state indagate, sequestrati i loro beni, private dei documenti per l'espatrio e minacciate di arresto. A causa di quella terribile tensione mia sorella minore, Isabella, si è suicidata a 22 anni buttandosi dalla finestra di casa. Ricordo, infine, che dopo una condanna a due anni e quattro mesi in Corte d'Appello con le motivazioni che ho citato, la Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento anche perché nel frattempo era stata abolita l'amministrazione controllata, come in questi decenni moltissimi altri articoli del Codice Penale Rocco che, come Lei sa, risale al 1930.

Si trattava in ogni caso dell'unico caso in cui l'amministrazione controllata veniva equiparata al reato di bancarotta, non ve ne sono stati altri in Italia. Quanto alla crisi finanziaria che portò all’amministrazione controllata alla fine del 1982, sono minuziosamente descritte nella sentenza finale del processo relativo al Banco Ambrosiano le operazioni che hanno portato alla spogliazione dell'Azienda e, più in particolare, il trasferimento dei 150 miliardi di aumento di capitale, sottoscritto da La Centrale Finanziaria S.p.A., non già nelle casse della Rizzoli, ma presso alcuni conti della Banca Rothschild di Zurigo denominati Zinca, Recioto, Telada ad opera di funzionari di quella stessa Banca fiduciari di Bruno Tassan Din e Umberto Ortolani, come emerge con chiarezza sia dalle carte del processo Ambrosiano a Milano, sia dalle sentenze della Corte Suprema d'Irlanda a Dublino, sia dalle sentenze del Tribunale Federale di Zurigo che ha condannato i vertici della Banca svizzera a vari anni di reclusione per avere distratto circa 180 milioni di dollari di fondi destinati alla Rizzoli verso conti del cosiddetto «gruppo dei BLU» (Bruno Tassan Din, Licio Gelli, Umberto Ortolani), conti che sono stati tutti regolarmente individuati dalle magistrature italiana ed elvetica.

Nonostante ciò che asserisce il Vostro Sergio Bocconi, il cosiddetto «pattone» di cui si parla nell’articolo è una bufala; un'invenzione giornalistica poiché, a quanto mi risulta, esistono solo appunti informali e non del tutto decifrabili, scritti dal Tassan Din con l'ausilio di Ortolani e Gelli ma senza alcuna mia partecipazione, presenza o conoscenza. Io ho semplicemente firmato con Roberto Calvi, Presidente de La Centrale, un accordo ufficiale in data 29 aprile 1981 che è un atto pubblico facilmente rintracciabile tra le carte dell'archivio Rizzoli e Nuovo Banco Ambrosiano.

Quanto all’intervento dei nuovi azionisti, questo è avvenuto in una situazione in cui tutti i miei beni, incluso il 50,2% delle azioni della Rizzoli, mi erano stati sequestrati dai magistrati di Milano e affidati a dei custodi giudiziari che li hanno venduti, a chi loro indicato dai giudici del Tribunale, senza negoziarli e con l'esplicita minaccia nei miei confronti di farmi tornare in carcere nel caso di una mia opposizione. Poiché ritengo che questi comportamenti abbiano creato a me, alla mia famiglia e alla mia vita danni incalcolabili, oltre che ingiuste sofferenze e gravi persecuzioni, dopo aver chiuso, senza condanne, il lungo iter giudiziario penale che mi ha visto coinvolto per 25 anni, ho ritenuto di chiedere un risarcimento che compensasse almeno in parte le ingiustizie subite. Come ho avuto modo di dirLe anche personalmente, caro Direttore, io non ho alcuna intenzione di tornare al Corriere della Sera né come editore, né come azionista e nemmeno come visitatore. Chiedo solo che la verità su queste vicende ancora oscure venga definitivamente accertata per non essere ancora una volta il capro espiatorio di operazioni più o meno illecite e spregiudicate realizzate da altri soggetti nel loro esclusivo interesse.

Angelo Rizzoli

Caro Rizzoli,
ci conosciamo da più di trent'anni. Il nostro è un rapporto amichevole, sincero. Dunque, uso il lei con una certa fatica. Ma lo facciamo entrambi per rispetto di chi ci legge. Quando lei era presidente del gruppo, che portava il nome del suo grande nonno e del suo grande papà, io ero un suo semplice giornalista. Ripensando a quegli anni assai dolorosi, e abbiamo avuto modo di parlarne più volte, sono convinto che lei abbia pagato un prezzo personale assai elevato, e abbia subìto una lunga e penosa detenzione.

Sulle sue spalle giovanili pesarono eredità ingombranti, ambizioni eccessive e, soprattutto, amicizie pericolose. Lei, certamente, fu vittima di molte circostanze. Ma non una vittima priva di responsabilità personali. Conoscendola, mi aspetterei che qualche errore, a trent'anni di distanza, lo riconoscesse. Posso aiutarla? L'affiliazione alla loggia P2, che non era, come qualcuno pensa oggi, un'innocente società di mutuo soccorso. L'essersi consegnato, per scelta o necessità, a personaggi del calibro criminale di Licio Gelli, Umberto Ortolani, Bruno Tassan Din. E quest'ultimo («certamente colpevole» come scrive nella sua lettera) era il consigliere delegato del gruppo editoriale del quale lei era presidente.

Dunque, l'aveva nominato, o subìto, certamente non controllato. Lei dice che quei tre signori intascarono parte delle risorse messe a disposizione dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Solo loro tre? L'aumento di capitale fu effettivamente versato nelle casse della società di cui lei era presidente; come risulta dall’istanza di ammissione all’amministrazione controllata da lei firmata (non può adesso disconoscere quella firma); e dalla relazione del commissario, Luigi Guatri, del 20 gennaio 1983, oltre che dal rapporto del collegio sindacale sul bilancio della Rizzoli al 31 dicembre 1981.

E ancora, ma l'elenco potrebbe essere lungo, la decisione di acquistare nel '74 l'editoriale del Corriere della Sera, tutta a debito, fu certamente una mossa azzardata che portò già nel '77 il gruppo Rizzoli allo stato di insolvenza, con perdite nel triennio 1980-82 stimate in circa 300 miliardi di lire (anche questo appare nella relazione, già citata, del commissario Guatri). Il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, nonostante le responsabilità dei suoi amministratori (tra i quali lei, caro Angelo) seppe risollevarsi, grazie al lavoro e al sacrificio delle sue maestranze e alla riduzione degli interessi passivi accordata dai creditori, in particolare il Nuovo Banco Ambrosiano. È raro che una società, con oltre 600 miliardi di debiti, quasi tutti a breve, esca in bonis da un'amministrazione controllata. Ma ciò avvenne anche in nome della sua famiglia, verso la quale continuiamo ad avere affetto e gratitudine. Si rilegga le relazioni del commissario giudiziale con minore partecipazione emotiva. E poi ne riparliamo.

Veniamo alla cessione. L'intera vicenda è stata oggetto di accertamenti giudiziari, in sede civile, tutti conclusisi con la sua condanna. Quando, nell'84, si presentarono due offerte, lei stesso, ancora una volta con una lettera a sua firma indirizzata ai custodi giudiziali, e diramata dall'Ansa, dichiarò di aver scelto la proposta Gemina perché riteneva che desse il massimo di affidamento ai fini del salvataggio del gruppo. In quell'occasione, lei realizzò dieci miliardi di lire, a fronte di una partecipazione sostanzialmente priva di valore, oltre alla liberazione delle fidejussioni bancarie per decine e decine di miliardi e la rinuncia, da parte della società, ad esperire azione di responsabilità nei suoi confronti, peraltro già deliberata. Caro Rizzoli, sarebbe oltremodo ingeneroso ricordare quanto lei disse davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, a giustificazione della scelta di cedere parte delle azioni a Calvi e allo stesso Tassan Din. E il cosiddetto «pattone», di cui parlava Sergio Bocconi nell’articolo che dava la notizia della proposta di una commissione d'inchiesta parlamentare sul passaggio di proprietà dell'84, un articolo corretto senza nessuna falsità, esiste eccome, ed è un documento di dodici pagine sottoscritto da lei, Gelli, Calvi, Ortolani e Tassan Din.

La verità, caro Rizzoli, bisogna dirla tutta. E allora si devono rileggere le sentenze del Tribunale civile di Milano del '92 e della Corte d'appello civile di Milano del '96: entrambe hanno respinto in linea di fatto le sue doglianze sulla cessione. Così come si deve ricordare la sentenza del Tribunale civile di Brescia del '98 che la condannò al risarcimento dei danni per diffamazione nei confronti di Giovanni Bazoli, allora presidente del Nuovo Banco Ambrosiano. Non contesto il diritto di ciascuno, lei compreso, di far valere le proprie ragioni e i propri interessi. Ma lei si ricordi di quello che ha scritto. E firmato. Caro Angelo, un'ultima cosa. Lei afferma di essere stato assolto definitivamente dall'accusa di bancarotta con sentenza della Cassazione del 2009. Dovrebbe anche dire che quella sentenza non ha affatto ritenuto che gli amministratori dell'epoca non fossero responsabili di distrazioni e falsi in bilancio, ha semplicemente revocato le decisioni in sede penale, perché la bancarotta impropria non è più prevista (ma solo dal 2006) come reato. I fatti sono stati commessi, purtroppo per lei… e per noi.

(f. de b.)
30 maggio 2010



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Vicenza, baby-amanti scoperti mentre fanno l'amore: lei ha 11 anni, lui 13

Il Messaggero

Frequentano la scuola media. Hanno ammesso di avere rapporti da tempo

VICENZA (29 maggio)

Convinti del loro amore sono andati oltre: baby amanti a 11 anni lei e 13 lui. E' stata la madre della ragazza a trovarli sul divano di casa mentre avevano rapporti sessuali. Di fronte alla scoperta i due hanno anche candidamente ammesso che non era la prima volta.
Figli di immigrati africani regolari i giovani, studenti di scuole medie dell'area intorno a Bassano del Grappa si frequentavano ormai da tempo. La donna ha fatto rivestire la figlia e l'ha accompagnata all'ospedale non prima di aver informato i genitori del ragazzino. Dai medici è arrivata la conferma che la piccola aveva in effetti avuto rapporti sessuali completi. Sono stati gli stessi sanitari bassanesi a informare le forze dell'ordine che a loro volta hanno segnalato la coppia alla procura dei minori.

Dai primi rilievi degli investigatori i due ragazzi si sarebbero avventurati a scoprire la vita da soli, consenzienti, senza forzature esterne. In virtù anche della loro età non sono imputabili di reato.





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Caricature di Maometto online Il Bangladesh oscura Facebook

La Stampa

«Resterà bloccato fino a nuovo avviso»
Il Bangladesh ha «temporaneamente» bloccato l’accesso a Facebook. Lo hanno annunciato le autorità locali, sostenendo che il sito di social network viene usato per la satira politica e per offendere il paese a maggioranza musulmana.

La commissione nazionale di sorveglianza delle Telecomunicazioni (Btrc) ha ordinato a due provider di bloccare il sito, dopo l’arresto di un giovane, Mahbub Alam, che aveva postato immagini satiriche di due esponenti politiche, la primo ministro Sheikh Hasina e la leader dell’opposizione Khaleda Zia.

«Il website resterà bloccato fino a nuovo avviso», dice l’ordine, mentre il presidente di Brtc, Zia Ahmed, ha spiegato ai media che alcune immagini e cartoon potrebbero urtare la suscettibilità religiosa della popolazione musulmana.

Di qualche settimana fa la stretta sui social network in Pakistan. Le autorità pachistane avevano bloccato l’acceso a facebook e Youtube per aver pubblicato delle immagini sul profeta Maometto giudicate «blasfeme» dall’Alta Corte di Lahore.

(Nella foto folla in piazza contro Facebook nelle vie di Karachi)




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Spot brasiliano anti-Argentina Polemica in rete

La Stampa

I Mondiali sudafricani sono alle porte e le schermaglie tra i "nemici giurati" argentini e brasiliani sono già iniziate.
La birra carioca Skol ha lanciato una serie di pubblicità in cui prende in giro i vicini.
In pochi giorni il video è rimbalzato su siti e blog argentini che hanno dato sfogo alla loro rabbia.

In questo spot alcuni amici assaggiano la birra brasiliana e imporvvisamente iniziano a eseguire passi di samba, togliendosi la maglia argentina che indossano. «Viva il Brasile e il miglior calcio del mondo», urlano in chiusura di spot.

Video 1
Video 2
Video 3





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L’energia verde che inquina il paesaggio della valle etrusca

Corriere della Sera

Abitanti in rivolta, lite tra sindaci
Tutta colpa dei pannelli fotovoltaici

IN PROVINCIA DI VITERBO - Gli investimenti sul turismo, la protezione dell’Unesco. E ora ettari di schermi tra la riserva del monte Rufeno e il parco della Val d’Orcia

L’energia verde che inquina il paesaggio della valle etrusca


Acquapendente. 3 Aprile 2010.

«O’ che fai?». «Spiano ». «Per la vigna?». «Noo. Pannelli solari. Tredici ettari ». La storia della vallata ferita inizia così. Con la ruspa che mastica in zolle una distesa di fiori gialli. E con l’operazione di intelligence di Carletti Finaldo, contadino. È lui a lanciare l’allarme, in quella porzione di verde e di pace annessa all’antico borgo medievale immerso in un’atmosfera senza tempo: le viuzze del centro, battute per secoli dai pellegrini della via Francigena; i ruderi delle mura che videro soggiornare in città Ottone il Grande di Sassonia; la cripta romanica di San Sepolcro con la leggendaria pietra segnata dal sangue di Gesù. Ma il grido di Finaldo arriva il giorno di sabato santo. E i vicini, tutti intenti a sfornare pizze di Pasqua, non prendono troppo sul serio quell’omone dal volto scolpito che gira con un codazzo di dodici minuscoli cani.

Una distesa di pannelli solari? Proprio in questa vallata etrusca stretta tra due parchi: la riserva naturale del monte Rufeno e il Parco della Val d’Orcia patrimonio dell’Umanità protetto dall’Unesco? «Suvvia, non è possibile», gli risponde Aimone Bisacchi, allevatore di cavalli. «Ma se ci fanno una testa così con la vocazione del turismo naturale. Ci hanno dato i fondi per restaurare i ruderi. E adesso fanno una bruttura là in mezzo?», aggiunge scuotendo la testa. Il tarlo però comincia a diffondersi tra gli abitanti di Acquapendente, località Trevinano, podere San Luca: due agriturismi, un paio di fattorie, qualche antico casale, prati a perdita d’occhio pettinati dal vento, farfalle, un piccolo stagno con polifonia di rane, e, quando il sole affonda dietro il monte Amiata, un passeggio di istrici, cinghiali e caprioli.

Tempo di ripensarci e la scampagnata di Pasquetta si trasforma in riunione operativa. La verità viene fuori pian piano. Ed è quella temuta da Finaldo: l’impianto fotovoltaico si farà. Il progetto prevede un grande lago di schermi neri di 5 chilometri di lato prodotto dalla Green Consulting srl di Terni. Il più infuriato è il signor Ivano che si scopre «collaborazionista». A lui avevano solo chiesto di far passare un cavo sul proprio terreno. Nessuno aveva spiegato perché. E lui si era fidato del vicesindaco presente, Claudio Colonnelli. Chiederà indietro il permesso. Intanto scatta l’allarme rosso. E alla testa del neonato comitato spontaneo si mette Andrea Bonsignori, ex sindaco di Radicofani e ora consigliere comunale, che spiega: «Questa parte di terra aveva cominciato a configurarsi come perfetta per investimenti agrituristici: vicina al territorio toscano ed umbro, campagna con vista mozzafiato, strade sterrate difficili per le automobili ma perfette per le camminate». Lesley Bowles, guida turistica inglese, mostra lo sterrato indignata: «C’è gente che ha investito denaro.

E ora viene beffata senza essere nemmeno avvisata?». Tutti si domandano chi ha autorizzato l’avvio dei lavori. Sindaco e vicesindaco della frazione fanno a scaricabarile. Anche l’assessore all’Ambiente del Comune di Acquapendente, Claudio Speroni, dice di non saperne niente. A guardare le carte, invece, questa vicenda comincia il 25 settembre del 2009 quando la Green Consulting richiede all’Ufficio Amministrativo Pubblicazione Albo Pretorio del Comune di Acquapendente (Viterbo) di pubblicare un avviso pubblico per un’istanza di verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale di un impianto fotovoltaico da realizzarsi in località San Luca. La pubblicazione termina il 12 novembre. Nessuno si fa vivo. Del resto nessuno ne sa nulla. Il 15 dicembre c’è una prima conferenza servizi. Lo stesso giorno il sindaco di Acquapendente, Alberto Bambini, in un fax alla Provincia di Viterbo esprime parere favorevole. Con una sola condizione (già offerta nel progetto): un perimetro di rampicanti per mitigare l’impatto visivo.

A domanda precisa ora il sindaco Bambini dice di aver sospeso il giudizio: «Verificheremo. Non credo sia devastante. Certo un cambio di paesaggio c’è. Ma non è invasivo. E poi tecnicamente è difficile dire di no. Si punta sulle energie rinnovabili. Ma abbiamo già rifiutato l’eolico, e le biomasse. I Comuni e le Regioni, come la Puglia, che ci hanno provato hanno avuto torto alla Corte Costituzionale. E poi è un investimento da 3 milioni di euro: dà posti di lavoro». L’ingegner Francesco Saverio Guarino, della Green Consulting, concorda e fornisce una stima francese allettante: «Ogni 10 Mgw, pari a 20 ettari di terreno impegnati, danno lavoro fino a 18 persone, tra giardinieri, personale di manutenzione eccetera. Ogni ettaro, che oggi ai contadini rende 500 euro scarsi l’anno, col solare rende tra i 3.000 e i 3.500». Per non parlare di chi acquisterà l’impianto. OgniMgw vale 3 milioni di euro. In 7 anni l’investitore si rifà dell’intera somma investita e comincia a guadagnare con la vendita dell’energia. Altro che Bot e Cct, le percentuali di rendita sono pari al 15-20%». È proprio quel ricco margine di guadagno che in tutta Italia non è sfuggito a speculatori, truffatori e criminalità organizzata. Tutti al lavoro a reinventarsi maghi della green economy. Per tipi senza scrupoli rende di più e fa più chic di altri traffici meno politically correct. Ognuno ci ha messo del suo. C’è chi ha fatto incetta di terreni agricoli per un pugno di euro, rivendendoli a prezzi maggiorati ai produttori di energia, senza avere uno straccio di permesso. E c’è chi ha lucrato sugli incentivi per le energie rinnovabili. Nettamente superiori alla media europea. Nel 2009 avrebbero superato i 2 miliardi di euro. Quest’anno i 3. Nel 2015 dovrebbero salire a 5. A 7 nel 2020. Tutti pagati dai contribuenti in bolletta. Un affare che ha scatenato anche appetiti mafiosi come testimoniano clamorose inchieste recenti. Così si è scoperto che il business «pulito », tutto raggi di sole e soffi di vento, nasconde insidie pesanti e possibili giri di mazzette per far chiudere gli occhi ad amministratori distratti o compiacenti pronti a sposare la tesi (che convince però anche molti in buonafede) dell’urgenza delle energie rinnovabili ad ogni costo. Anche di devastare il paesaggio.

Ma lassù, aldilà del crinale verde punteggiato da fiori rubino, c’è chi la vede in modo opposto. E Acquapendente si riscopre terra di frontiera. Lì, dove finiva lo Stato Pontificio e iniziava il Granducato di Toscana, è provincia di Siena. E la musica è totalmente diversa. Il sindaco di Radicofani è già sul piede di guerra. Teme che quella distesa di schermi neri possa mettere a rischio il patrocinio dell’Unicef. E in una lettera di fuoco inviata al sindaco di Acquapendente lo mette nero su bianco chiedendo garanzie: «Ci troviamo nei fatti nella paradossale situazione di scontare gli effetti». E, ritenendo che in un territorio «di grande pregio ma particolarmente vulnerabile » il fotovoltaico vada limitato all’autoconsumo o collocato in zone extragricole, chiede una «valutazione interregionale sull’impatto ». L’ingegner Guarino minimizza: «L’impianto potrebbe anche essere di minori dimensioni. Consente all’erba di crescere sotto i pannelli e agli animali di passarci tranquillamente. Siamo agli sgoccioli delle procedure. Aspettiamo la valutazione di impatto ambientale che per questo genere di opere è semplificata. Contiamo per giugno di avere il via libera». Ma un assaggio di ciò che accadrà in località San Luca si può avere a un paio di chilometri dal centro di Acquapendente. Basta porsi sul patio della signora Caterina Bartolini. Sotto tranquillanti da venti giorni. Da quando, a ridosso del suo muro di cinta, sono giunte le ruspe. Manco a dirlo: fotovoltaico senza preavviso. Invano ha chiesto aiuto ai vigili. Ora si dispera: «Sono dei pazzi. Montano questi schermi neri di silicio che si vedono benissimo nonostante la recinzione. E possono raggiungere una temperatura di 70 gradi: gli animali che passeranno sotto li faranno fritti e noi arrosto ».

Virginia Piccolillo
30 maggio 2010



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