sabato 29 maggio 2010

Niente trapianti ai disabili mentali» Il Veneto finisce sott'accusa

La Regione: nessuna discriminazione Sanità - Polemica sui pazienti con QI inferiore a 70
«Niente trapianti ai disabili mentali» Il Veneto finisce sott'accusa

ROMA - È uno dei problemi cruciali della donazione d’organo: la priorità con cui «assegnarli». I malati in lista di attesa sono tre volte più numerosi e rispetto alla disponibilità di reni, fegato e cuori. E allora bisogna scegliere, con il rischio di discriminare.

L’accusa di ingiustizia e discriminazione viene mossa da tre docenti universitari alla delibera con cui la Regione Veneto avrebbe previsto l’esclusione delle persone con ritardo mentale dalle liste dei trapianti. In un articolo pubblicato su American Journal of Transplantation, Nicola Panocchia e Maurizio Bossola, del servizio di emodialisi del Policlinico Gemelli, e Giacomo Vivanti, psicologo californiano, passano in rassegna la letteratura giuridica e costituzionale. Concludono che non esiste un motivo razionale per negare un organo a pazienti non in grado di intendere e volere.

«L’incapacità di migliorare la qualità di vita e la presunta scarsa aderenza alla terapia sono le giustificazioni» avanzate da chi è favorevole alla selezione, scrivono Bossola e Panocchia. E aggiungono che queste tesi non sono sorrette dai dati scientifici. Intervistato dall’Ansa Bossola insiste: «Tutte le regioni prevedono come unici criteri di esclusione la malattia psichiatrica grave, le psicosi, invece in Veneto c’è una controindicazione assoluta che riguarda tutte le malattie mentali». L’assessore alla Sanità Luca Coletto respinge le critiche: «Le nostre linee guida non indicano priorità ma raccomandano anzi la valutazione caso per caso. Questi pazienti sono semplicemente definiti come persone cui porre speciale attenzione. Il nostro è un sistema d’avanguardia. È bene riflettere su questi interrogativi per non utilizzare in modo improprio le risorse».

Ma cosa c’è scritto nella delibera in questione (è la 851 del 31 marzo 2009)? Si parla di «controindicazioni assolute al trapianto d’organo» in caso di, tra l’altro, «danni cerebrali irreversibili» e «ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 50». Tra le «controindicazioni relative» figura invece il «ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 70». La convinzione del direttore del Centro Nazionale Trapianti Alessandro Nanni Costa è che «nessuno in Italia sia mai stato penalizzato a priori». In ogni caso, la polemica mette in risalto uno dei maggiori scogli della bioetica dei trapianti e della medicina in generale.

Se è innegabile la limitatezza di organi disponibili, i cittadini sono tutti uguali? Oppure devono prevalere altri principi, ad esempio il rispetto di chi ha donato e dunque la necessità di dare il suo rene o il suo fegato ad una persona che potrà averne il massimo giovamento sul piano della qualità della vita? E ancora. Non potrebbe configurarsi come accanimento terapeutico il fatto di imporre un trapianto, e le pesanti conseguenze dei farmaci antirigetto, a un malato che non è capace di comprendere la cura?

Anni fa fece scalpore l’avvio di un programma di trapianti su pazienti sieropositivi. Non erano ancora arrivare le terapie che oggi consentono di sopravvive all’Aids molto a lungo, quasi fosse una malattia cronica. E ci si chiese se rispondesse a criteri di giustizia sprecare organi e tanto denaro pubblico per chi non avrebbe potuto godere pienamente di quella nuova possibilità di vita. Adriano Pessina, direttore del centro di bioetica della Cattolica, sostiene il principio dell’universalità dei trattamenti: «Non devono essere ignorati i diritti dei disabili.


Margherita De Bac
29 maggio 2010



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Che cavolo è successo?» È morto l’amico Arnold il primo baby eroe in tv

di Massimo M. Veronese


Non era mai cresciuto e non ce l’ha fatta a diventare vecchio. Il tempo, a quarantadue anni, gli è sfuggito via e lui non se n’è nemmeno accorto. Gary Coleman, che nessuno sa chi è se non fosse conosciuto da sempre con il nome di Arnold, era ricoverato da mercoledì scorso in un ospedale dello Utah, dopo essere stato aggredito da emorragia cerebrale, dicono sia caduto in casa battendo violentemente la testa, ma chi lo sa. È rimasto lucido fino a ieri mattina, poi è precipitato nel buio dal quale non è tornato più. I medici non hanno fatto in tempo, perché il tempo era la sua maledizione, nemmeno a intervenire chirurgicamente. Aveva già avuto un malore nel febbraio scorso durante le riprese della trasmissione televisiva The Insider, era il suo terzo ricovero in pochi mesi.

«What you talkin’ about, Willis», «Che cavolo stai dicendo, Willis», tormentone globale al confine tra gli anni Settanta e gli Ottanta, Arnold lo ha ripetuto per nove anni in 189 puntate, senza stancare mai, nella serie tv che gli Stati Uniti chiamavano: Different Strokes. Era il mio amico Arnold, guadagnava cento milioni delle vecchie lire a puntata, era ospite fisso alla Casa Bianca, era piccolo, nero e sbagliato ma aveva l’America ai piedi come un Obama bonsai. Era nato con una gravissima disfunzione ai reni, Arnold, i farmaci che dovevano curarlo lo avevano invece condannato a restare bambino per sempre, un adulto infine di un metro e quarantadue di altezza per trentotto chili di peso. Aveva avuto fortuna, ma per niente: i guadagni divorati dai genitori adottivi, due trapianti di reni falliti, la condanna quotidiana alla dialisi, lo sfascio familiare.

E poi il lavoro, quello vero, lontano dalla gloria, mai grande abbastanza. Si è improvvisato venditore di auto di lusso, sorvegliante in un centro commerciale, ma ha perso anche quello, perché una tipa lo aveva preso in giro per quello che era stato e non era più, tre mesi con la condizionale di prigione per averla massacrata di botte. Pensare che voleva battersi invece con Arnold Schwarzenegger per diventare governatore della California. In prigione ci è finito di nuovo nemmeno un anno fa, per colpa della moglie, l’attrice Shannon Price, che l’aveva accusato di violenza domestica. Per riconciliarsi erano andati in tv, nel reality giudiziario Divorce Court. Reale e virtuale come tutta la sua vita.

E adesso, mai come adesso, si riparlerà della maledizione di Arnold, di Todd Bridges che nei guai con la legge c’è finito quando ancora era Willis, il fratellino di Arnold. Non solo droga ma anche detenzione abusiva di armi e di esplosivo. Venne arrestato per aver tagliato la gola a uno spacciatore di Los Angeles in una lite, lo salvò in extremis Johnnie Cochran, l'avvocato che ha evitato il patibolo a O.J. Simpson. O di Kimberly, Dana Plato, uccisa a 34 anni da un cocktail di Valium mescolato con un potente analgesico, il Loritab. La principessina d’America non era riuscita a farsi assumere nemmeno come custode di un bagno pubblico e piena di cocaina era finita in galera per aver rapinato un negozio di videocassette e falsificato le ricette mediche per procurarsi mille pastiglie di Valium: «Meno male che mi hanno arrestato perché sennò a furia di impasticcarmi di Valium sarei morta di overdose». Non si aspettava di rivedere Arnold così presto. Ma è sempre stato il tempo la sua maledizione.



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Coniglio sgozzato? "No, l'abbiamo fotografato e subito liberato"

Il Mattino di Padova

"Solo una goliardata, l'animale è sano e salvo".
Così si difendono i due universitari greci accusati dall'associazione "100% Animalisti" di aver sgozzato e mangiato almeno uno dei conigli che vivono allo stato brado nella zona tra il palasport e il Net Center

di Elvira Scigliano

PADOVA.

Anthony Thomopoulus e Dimitri Santorinios (i soprannomi, non i nomi reali che gli interessati non svelano), i due universitari greci accusati da «100% Animalisti» di aver sgozzato e mangiato un coniglio selvatico, si difendono a denti stretti.

Tuttavia, vuoi la difficoltà di esprimersi in italiano, vuoi la confusione generata dal duro attacco degli attivisti, le loro versioni non concordano. Anthony parla di un «coniglio comprato sotto il Salone e poi cucinato in pentola con le patate». L’amico Dimitris si riferisce invece a «due conigli diversi: uno proveniente dalla macelleria e l’altro, quello delle foto, catturato nel giardino del college Bepi Colombo e poi liberato, sano e salvo». Entrambi inoltre chiedono scusa «all’università, alle associazioni animaliste e alla città che ci ospita: era solo uno scherzo, non volevamo fare del male al coniglio, non siamo così barbari». E le foto? «Era una goliardata - assicurano - non ci siamo resi conto che era una cosa grave. Abbiamo parlato anche con la residenza universitaria, con loro abbiamo chiarito e siamo pronti a confrontarci con gli animalisti».

Intanto, dall’università il professor Luigi Filippo Donà Dalle Rose, referente del rettore per i programmi europei di mobilità studentesca, fa sapere che «c’è stato un incontro con il prorettore agli esteri. Il nostro atteggiamento è innanzitutto di dispiacere, ma prima di prendere qualsiasi decisione vogliamo incontrare i ragazzi e ragionare con loro. Se il fatto è accaduto, fermo restando che è avvenuto al di fuori dall’università, è decisamente una cosa poco civile. Speriamo di poter svolgere una parte del nostro ruolo che è quello di educare dei ragazzi a diventare uomini».

L’espulsione dei due studenti di Scienze politiche è comunque esclusa. Semmai «potremmo scrivere una lettera - aggiunge il professore - all’università di provenienza. Casi di questo tipo sono molto rari, si contano sulle dita di una mano. Da quando esiste il programma Erasmus sono più di 12 mila i nostri giovani che sono andati all’estero e quasi 7 mila quelli che abbiamo accolto».

Tuttavia i «100% Animalisti» non vogliono ascoltare ragioni: ieri Paolo Mocavero ha presentato un esposto alla Forestale, all’Asl, ai carabinieri, al sindaco e alla polizia municipale. Resta da capire da dove è arrivato quel coniglio finito in pentola con le patate e più buono di un souvlaki.
(28 maggio 2010)




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Graduatoria per la scuola materna negati 4 punti alla mamma precaria

Il Mattino di Padova

Per il Comune di Padova è come fosse una semplice casalinga.
Con lo stesso criterio utilizzato per i centri estivi, già al centro di polemiche, la donna si è vista abbassare il punteggio in graduatoria. "Dovrò rivolgermi a una scuola privata e pagare di più"

di Enrico Ferro


PADOVA

Vorrebbe mandare sua figlia alla scuola dell’infanzia comunale, ma è precaria. Dunque per il Comune di Padova è come se fosse una semplice casalinga. Con lo stesso criterio utilizzato per i centri estivi una mamma si è vista negare 4 punti aggiuntivi in graduatoria. Un caso-limite, che ha spinto la donna a rivolgersi al mattino, per denunciare la grave ingiustizia di cui è rimasta vittima. Innanzitutto val la pena specificare chi è il soggetto in questione: 43 anni, madre di due figli, insegnante in vari licei cittadini, precaria da oltre 10 anni. Il marito lavora fuori città.

«Il Comune di Padova assegna 4 punti se entrambi i genitori lavorano - racconta - quest’anno non ho mai lavorato e quando sono andata a fare domanda per la scuola materna ho segnalato la mia situazione. Certo, sono disoccupata, ma ho prospettive di impiego. Ma evidentemente questo non interessa, visto che non mi hanno abbonato i 4 punti che avrebbero aiutato la mia bambina nella graduatoria. Io mi sono opposta, ma ho scoperto che proprio non c’è modo di uscirne». La corsa per un posto alla scuola materna è molto agguerrita e probabilmente la figlia di questa donna non ce l’a vrebbe fatta neppure con i quattro punti che le sono stati negati. «Certo, magari non sarebbe entrata nemmeno lo stesso, ma la mia ora diventa una questione di principio - sottolinea - Il mondo del lavoro è cambiato e ci sono tante persone con lavori intermittenti. Per esempio, se a breve troverò un lavoro, non potrò permettermi di avere la bimba a casa. A questo bisogna aggiungere il fatto che mio marito lavora fuori città e quindi non posso contare sul suo aiuto. Il risultato è che dovrò spendere una cifra esorbitante in una scuola privata. Non si può penalizzare in questo modo chi dal mondo lavorativo è già abbastanza penalizzato».

Il ragionamento non fa una grinza e chiama in causa una prospettiva, quella dei precari, sempre più spesso sottovalutata. «La scuola pubblica - riprende la donna - dovrebbe essere per chi ha più bisogno, non per chi ne ha meno. Per esempio so che il Comune di Bologna dà punti in più ai disoccupati. Io non sono precaria per scelta, ma perché purtroppo il mondo del lavoro ora offre solo questo al momento. Il mio nome e il mio volto sono molto conosciuti in città, perché ho insegnato nei principali licei cittadini. Purtroppo non sono ancora riuscita ad avere un contratto a tempo indeterminato. E forse non l’avrò mai. Ma ora ho deciso di battermi per provare a cambiare questo sistema».

La donna si è decisa a rendere pubblico il suo caso dopo aver letto dell’esclusione dei figli dei disoccupati dai centri estivi. «Mi sono indignata perché il criterio è lo stesso. E quindi mi sembrava giusto raccontare quello che anche io, che ritengo di fare parte di una categoria debole, sto subendo. Qualche giorno fa ho anche ricevuto la risposta ufficiale da parte del Comune, che con quattro righe in croce liquida la mia osservazione. Si fa un gran parlare di aiuto e solidarietà, ma poi quando ci sono i casi concreti tutti fanno finta di non vedere e di non sentire. E anche un regolamento assurdo come quello in vigore in questa città, è sufficiente e complicare ancora di più una vita già abbastanza ingrata. Per lo meno dal punto di vista lavorativo. Spero che questa mia denuncia serva a qualcosa, magari ad altri nella mia situazione».

(28 maggio 2010)




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Ai maschi indiani il condom va largo

Libero






Una brutta scoperta - Tutto è partito con un sondaggio realizzato su 1000 persone. Da lì si è poi passati a una ricerca vera e propria. Lo studio, condotto dall'Indian Council of Medical Research e durato due anni, dimostra che più di metà degli uomini indiani hanno problemi con i preservativi. 
Nello studio più di 1200 volontari si sono sottoposti alla misurazione del proprio organo genitale. Sono stati presi uomini di diverse classi sociali e religioni. La conclusione è dunque la seguente: il 60% degli uomini dell'India ha un pene più piccolo rispetto alle misure standard dei preservativi. Si parla di differenze che variano da 3 a 5 centimetri. Mica noccioline.

Profilattici "Made in India"
- Il dottor Chander Puri, specialista nella salute riproduttiva, in occasione dell'Indian Council of Medical Research dice alla BBC che l'India dovrebbe fabbricare da sola i propri profilattici perché quelli realizzati con le misure internazionali standard non sono adatti. E il problema è serio poiché il paese è uno con il più alto rischio della malattia dell'Hiv.

Una questione di timidezza - Il dottore in conclusione ha sottolineato che nelle farmacie sono in vedita dei profilattici con delle misure diverse da quelle standard ma che gli uomini provano vergongna ad avanzare "certe richieste". E così preferiscono andare nei distributori automatici sparsi nelle città:
«Comdom di misura più piccola sono venduti in India ma in pochi sanno che esistono profilattici con delle misure diverse - spiega il dottore - Si sviluppa dell'ansia e normalmente ci si intimidisce ad andare in farmacia e chiedere comdom più piccoli».

28/05/2010







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Approfittare della luce

La Stampa

YOANI SANCHEZ

Migliaia di avaneri viaggiano grazie al dito oppure - che poi è la stessa cosa - chiedendo a qualche autista in prossimità dei semafori il favore di farli salire a bordo. La maggior parte di questi viaggiatori alternativi sono giovani donne, visto che è più facile ottenere un passaggio per chi indossa una gonna – meglio se corta – piuttosto che per un ragazzo o un’anziana.

All’incrocio tra due viali si vedono persone piegarsi sui finestrini per domandare la direzione dell’auto e chiedere di poter percorrere un tratto con loro. Molte volte i conducenti mentono perché non vogliono far salire estranei nei loro veicoli e dicono che sono quasi arrivati a destinazione oppure che devono fare inversione di marcia. Si potrebbe redigere un simpatico catalogo di tutte le giustificazioni che gli assidui dell’autostop devono sentire da parte di chi non vuole aiutarli. Dietro il volante, una voce li avvisa che “ha le gomme con poca pressione e non sostengono il peso di un’altra persona” o che deve passare a prendere il capo che vive alcuni isolati più avanti”.

Alcuni autisti alzano i cristalli oscuri prima di arrivare agli angoli delle strade dove molte persone attendono per un “passaggio”, oppure aumentano il volume della radio per non sentire la preghiera che proviene dai marciapiedi. Sia che l’auto sfoggi una targa statale come una privata, il “no” è la risposta ricorrente che dall’interno delle carrozzerie viene rivolta a chi si fa bruciare dal sole della nostra “eterna estate”. Risibili o spaventose sono anche le storie di tentativi e di insinuazioni che i conducenti – dall’alto del loro potere – rivolgono alle grate ragazze che riescono a essere trasportate. Vanno dallo sguardo penetrante che sale lungo le cosce e lo specchio retrovisore orientato verso la zona inguinale fino alle carezze lascive a mo’ di pedaggio.

Consapevoli di certe usanze, molte ragazze preferiscono percorrere a piedi lunghe distanze piuttosto che cadere sotto le grinfie di chi pensa che per aiutare ha il diritto di approfittare. La sensibile differenza la fanno certi autisti che dicono “sì” e non esigono niente in cambio del favore di condurci da qualche parte, neppure il numero di telefono per rimanere in contatto. Grazie a loro parte di questa città riesce a muoversi ogni giorno, al ritmo incostante dettato dal caso e dalla brevità della luce rossa.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Vi racconto mio marito Tobagi"

La Stampa

«La P2 dietro la sua morte»
MICHELE BRAMBILLA


Ci sono tanti modi per cominciare un’intervista con una persona che non ha mai rilasciato interviste eppure ha tante cose da dire. Forse per l’emozione che mi provoca l’incontro (ero al «Corriere d’Informazione» quella mattina del 28 maggio 1980 e ricordo le lacrime del capocronista Mario Palumbo) scelgo il modo più idiota e chiedo a Stella Tobagi: «Come sta?». E come vuoi che stia una persona che sta vivendo il trentesimo anniversario dell’omicidio di suo marito? Ma questa donna - sarà così anche nelle due ore successive di colloquio - è sempre sorridente e ha occhi luminosi. Risponde: «Bene, ci sono comunque tanti motivi per stare bene». Stella Tobagi abita ancora nella casa in cui abitava allora. Le finestre del soggiorno si affacciano sul parco Solari. La vietta qui dietro è via Salaino: è lì che Walter Tobagi, 33 anni, inviato speciale del «Corriere della Sera» e presidente del sindacato lombardo dei giornalisti, fu accoppato da una banda di giovani delinquenti: figli della buona borghesia che volevano giocare alla rivoluzione proletaria.



Che cosa ricorda di quella mattina? «Tutto, in modo molto nitido. Avevo accompagnato a scuola Luca. Walter era in casa con Benedetta. Quando rientrai era già sveglio, ma ancora a letto. La sera prima, come al solito, aveva fatto molto tardi, era stato a un dibattito. Gli portai, come sempre, la mazzetta dei giornali. Poi uscii con Benedetta, volevo andare in viale Coni Zugna a comperare una torta di verdura».

Chi le disse che avevano ucciso suo marito? «Non me lo disse nessuno. Lo vidi. Tornando dal parco Solari cominciai a sentire le sirene. Mi misi a correre con Benedetta, non le dico che avevo il cuore in gola perché era più che sentirsi il cuore in gola. Arrivai in via Salaino praticamente insieme con la polizia. Vidi che un agente aveva in mano il tesserino da giornalista di Walter. Gridai: ma è mio marito, fatemi passare!».

Benedetta era lì con lei? «Sì. Non mi sono mai perdonata di averla portata lì».

Quanti anni aveva Benedetta? «Tre. L’altro nostro figlio, Luca, ne aveva sei».

Da quanti anni eravate sposati? «Nove. Ma non so quanto tempo abbiamo passato insieme. Walter faceva l’inviato, lavorava sempre anche la domenica: poi insegnava all’università e faceva il presidente del sindacato, e con i colleghi erano sempre riunioni, riunioni... Quando li sbattevano fuori dall’Associazione lombarda venivano qui a continuare a casa nostra... Parlavano fino a notte fonda, fumavano... Però erano anni intensi, e anche molto belli».

Qual è l’ultimo ricordo sereno di voi due insieme? «Pochi giorni prima che lo uccidessero, a Venezia. Lui ci andò per lavoro, io volli fargli una sorpresa e mi feci trovare alla stazione. Ma sa che non riuscimmo a pranzare insieme neanche a Venezia? Non so quante volte abbiamo mangiato insieme neppure qui a casa. Lui mi telefonava dal “Corriere” e mi diceva: sto uscendo. Ma arrivava sempre due ore dopo, quanto cibo ho dovuto buttare via».

Lei non ama il mondo del giornalismo. «No. Non l’ho mai amato. Non mi piaceva neanche il “Corriere”, ero un po’ anarchica e lo consideravo troppo asservito al potere. Poi non mi piaceva la competitività, anzi la rivalità fra i giornalisti: si scannano per una firma in prima pagina. Adesso capisco quanto bene ha fatto Walter con i suoi articoli, ma prima pensavo che il giornalismo mi ha portato via troppo di lui. Quando eravamo fidanzati andavo a prenderlo all’”Avvenire”, cenavamo in orari che per me, che sono mattutina, erano impossibili. E poi non eravamo mai soli: c’erano sempre dei suoi colleghi, io mi sentivo tagliata fuori perché i giornalisti parlano sempre delle loro cose».

Però ha sposato un giornalista. «Io non ho sposato un giornalista, ho sposato Walter. Io e lui eravamo un tutt’uno. L’ho conosciuto che avevo sedici anni. Tutti lo ricordano oggi come un cronista che voleva capire per spiegare. Ma io l’ho conosciuto come un uomo che amava per capire. Mi ricordo un giorno in cui gli dissi che non capivo i miei suoceri, che abitavano con noi. Walter mi disse: non li devi capire, devi volergli bene. E io compresi che faceva così anche con me».

Signora, posso chiederle perché non ha mai rilasciato un’intervista? Perché non si fida dei giornalisti? «Non è per quello. È che lei sa bene che cosa è successo dopo la morte di Walter. C’è stata una caccia agli assassini dentro il “Corriere”. Il direttore Franco Di Bella veniva qui e insisteva: Stella, devi raccontarmi che cosa ti confidava Walter, forse capiamo chi lo voleva morto».

Lei non crede che ci siano state complicità all’interno del «Corriere»? «Ci fu senz’altro un’atmosfera di grande ostilità, una campagna velenosa fatta da alcuni colleghi di sinistra e dalla corrente sindacale di Rinnovamento. Ma non credo che il mandato a uccidere sia partito da via Solferino, né che lì dentro ci siano stati dei complici. Ecco, io tacevo perché temevo strumentalizzazioni politiche».

I socialisti hanno sostenuto a lungo l’ipotesi della «pista interna» al «Corriere», o al sindacato. «Craxi veniva qui, si sedeva dov’è seduto lei adesso. Mi dava del tu, e io gli davo del lei. Portava dei giocattoli ai bambini, ma io li davo ai poveri, sapevo che Luca e Benedetta non gradivano».

Lei pensa che il Psi abbia strumentalizzato suo marito? «Non mi piacque quando misero la sua faccia sui manifesti elettorali. Walter, poi, non era neanche più iscritto al partito».

Lei pensa che quei giovani terroristi agirono da soli?
«Io penso che furono loro a decidere di uccidere Walter. Ma ho il sospetto che qualcuno li abbia lasciati fare».

A chi pensa? «Penso alla P2. Ci sono molti elementi che me lo fanno credere».

Ad esempio? «Senta, erano in molti a sapere che Walter era sotto tiro. Avevano già cercato di rapirlo. Persino io mi ero accorta che lo pedinavano. Non mi faccia dire di più».

Ha mai incontrato Marco Barbone, uno degli assassini? «Venne qui dopo la sua rapida scarcerazione. Credo che furono i suoi avvocati a consigliargli quel gesto».

Le chiese perdono? «No. Mi portò una scatola di cioccolatini, che abbiamo lasciato andare a male».

Ha avuto un risarcimento? «Cento milioni dallo Stato e l’assicurazione sulla vita che il “Corriere” gli stipulò due mesi prima che lo ammazzassero. Dagli imputati niente. Barbone risultava nullatenente. Gli chiedemmo una cifra simbolica, ma ci rispose che se lo avesse fatto avrebbe provocato un trauma ai suoi figli».

Ha avuto un risarcimento? «Cento milioni dallo Stato e l’assicurazione sulla vita che il “Corriere” gli stipulò due mesi prima che lo ammazzassero. Dagli imputati niente. Barbone risultava nullatenente. Gli chiedemmo una cifra simbolica, ma ci rispose che se lo avesse fatto avrebbe provocato un trauma ai suoi figli».

Lei non crede al pentimento di Barbone? Ha un giudizio negativo sul suo conto? «Non lo giudico».

Che rapporto ha oggi con il «Corriere»? «Ci sono degli amici. E ho molta stima di Ferruccio De Bortoli, ha grandi qualità umane».

Signora, lei prima ha detto che ci sono tante cose che l’aiutano comunque a stare bene. Posso chiederle quali sono? «Questi due figli meravigliosi. La solidarietà di tanta gente. La condivisione del lavoro di mio marito che ha continuato a dare frutti. La fede, che non ho per nulla perduto, anzi. E poi Walter: per me lui è sempre stato vivo, io lo sento vivo adesso».





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Siamo i più spiati d'Italia

Il Tempo

La Capitale ha il record nazionale di agenzie investigative: in due anni sono raddoppiate.

Tra i più pedinati gli ex coniugi per gli assegni di mantenimento e i dipendenti assenteisti.


Investigatore privato C'erano una volta gli investigatori privati solitari, il cappello calato sugli occhi, i piedi sulla scrivania, chiusi in ufficetti scalcinati con le pale del ventilatore perennemente accese sul soffitto, in attesa del cliente che bussava alla porta. Oggi, invece, c'è un'azienda investigativa, una struttura organizzata complessa e con professionalità differenziate. Roma pullula di agenzie investigative private, dal 2007 al 2009 sono addirittura raddoppiate: da 130 a 259 (sono i dati della Camera di Commercio di Milano). In pratica siamo i più «spiati» d'Italia, più di Milano (ne ha 258) e Napoli (220). Un incremento del 99% in città e del 68,65% a livello regionale.

Ma cosa c'entra il cambiamento della domanda con questo boom di offerte? «In tempi di crisi noi andiamo controcorrente - spiega Vincenzo Francese, amministratore delegato di Axerta spa - I clienti ci chiedono di accertare tutto quello che può tutelare i loro interessi in sede giurisdizionale. In pratica abbiamo il compito di raccogliere le prove da esibire in giudizio. E per far questo c'è bisogno di un'organizzazione». Altro che corna e tradimenti? «Per la privacy non si può pedinare la fidanzata, così come il vicino di casa ecc. Ma piuttosto fare controlli sul coniuge per verificare la consistenza dei suoi redditi ai fini dell'assegno di mantenimento così come verificare la moralità del suo comportamento per l'affidamento dei figli».

I vostri clienti abituali sono però le aziende «Infatti! Soprattutto vogliono accertare comportamenti sleali da parte dei dipendenti, collaboratori ecc, scovare gli assenteisti per malattie e infortuni. E ne becchiamo tanti che si fingono malati e invece fanno altri lavori. È una truffa anche nei confronti dello Stato». Mi pare di capire che il mercato del lavoro è attivo dalla vostre parti? «Certo, e assumiamo pure gente. È un lavoro redditizio, dai 3000 euro lordi in su. Insomma non è un attività di basso livello economico. Però ci serve una forza lavoro non troppo giovane. Ci vogliono persone con esperienza, che conoscono come vanno le cose nel mondo». Dei cinquantenni rimasti senza lavoro, per esempio? «Sì, quelli sono perfetti».

Natalia Poggi

27/05/2010





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Regolamento Ue, dal 1 giugno cambia il menù di pesce: addio telline e seppie

Il Messaggero

ROMA (29
maggio)

Nuove regole per la pesca, la Ue impone nuove
distanze dalla costa e dal 1 giugno le tavole potranno dire addio a
seppie, calamaretti e telline, con l'entrata in vigore del Regolamento
Mediterraneo.
Il nuovo regolamento impone l'utilizzo per la
pesca nel Mediterraneo, di maglie più larghe che rendono impossibile,
ad esempio, la cattura dei calamaretti e dei rossetti essendo molto
piccoli, e nuove distanze dalla costa a non meno di 1,5 miglia per le
reti gettate sotto costa, che diventano 0,3 per le draghe usate per la
cattura dei bivalvi, come telline e cannolicchi che vivono e si
riproducono a pochi metri dalla costa. Prelibatezze che godono di una
solida tradizione gastronomica italiana ma che si scontrano con
l'obiettivo dichiarato dell'Ue di tutelare le specie a rischio e il
nutrimento dei pesci adulti.

Il Regolamento Mediterraneo è
penalizzante soprattutto per l'Italia,
Paese per antonomasia della
piccola pesca a cui è dedita il 5% della flotta. E ora occorre saper
affrontare una nuova realtà che, a detta delle associazioni di
categoria a partire dall'Agci Agrital, deve essere governata, dopo aver
giocato a Bruxelles senza successo la carta di deroghe e proroghe. E se
non sono mancate le proteste, come quella dell'associazione Marinerie
d'Italia davanti al ministero delle Politiche agricole a Roma, oggi si
pensa ai Piani di gestione da presentare all'Ue, ovvero a deroghe per
maglie e distanze dalla costa che permetterebbero la cattura delle
specie messe a rischio dalle nuove disposizioni; ma anche a misure
economiche in grado di alleviare i pescatori penalizzati.

Qualche
novità per vongole e cannolicchi:
una circolare ministeriale
infatti, rende noto la Federcoopesca, informa che è in via di
perfezionamento la procedura per una deroga. Un rinvio possibile anche
per le telline perchè, secondo la Lega Pesca, la Commissione europea
potrebbe escludere dal Regolamento Mediterraneo il divieto dei
rastrelli da natante, trattandosi di attrezzi non trainati. Per ora si
sta a guardare e nell'incertezza, ben venga un bel piatto di spaghetti
con le telline, tanto per non dimenticare un sapore che ha meritato il
riconoscimento di slow food.


I pesci che scompariranno dal piatto approfondimento


Da due mesi non riceviamo la posta» Protestano gli abitanti di Paestum

IL Mattino

 

PAESTUM (29 maggio) 


Due mesi senza ricevere la posta. È quanto accade nel Comune di Capaccio-Paestum, in località «Ponte Barizzo». A denunciare la vicenda sono i residenti della frazione che ora minacciano di rivolgersi alla magistratura.

Nonostante negli ultimi giorni il servizio sia ripreso, infatti, i disservizi rimangono, e la posta continua ad essere recapitata «a singhiozzo». Tra l'altro, il problema non riguarda solo la contrada di «Ponte Barizzo, ma anche quella di «Rettifilo», altra frazione del Comune particolarmente colpita dal disservizio.

«Negli ultimi mesi - ha spiegato il sindaco di Capaccio, Pasquale Marino - il nostro Comune non è stato servito con la consueta precisione ed affidabilità, addirittura a Ponte Barizzo la corrispondenza non è stata consegnata per quasi due mesi. Ciò ha creato problemi enormi, costringendo alcuni residenti a pagare anche more per bollette mai ricevute o recapitate con grave ritardo».

Il primo cittadino di Capaccio-Paestum ha quindi sollecitato Poste Italiane ad attivarsi immediatamente. «Invito la Direzione Provinciale di Salerno e tutti gli uffici postali ubicati sul nostro territorio - ha concluso il sindaco - ad ovviare tempestivamente a questa problematica, che sta arrecando notevoli disagi ai cittadini».




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Un inno alla droga nel quadro di Botticelli»

Il Secolo xix



Altro che un inno all’amore: il quadro “Venere e Marte” di Botticelli, custodito alla National Gallery di Londra, sarebbe piuttosto un “inno alla droga”, e raffigurerebbe gli effetti di un potente allucinogeno. L’ipotesi è di David Bellingham, che ha trovato “nascoste” nel dipinto alcune bacche della cosiddetta “erba del diavolo”, una pianta conosciuta fin dall’antica Grecia perché “rende pazzi”. L’esperto d’arte, riferisce il Times, si è accorto della presenza dei frutti nel dipinto mentre faceva uno studio sulla figura di Venere nell’arte, e la sua analisi sarebbe stata confermata da un botanico.

Un satiro in basso a destra nel quadro porgerebbe delle bacche di stramonio, una pianta ricca di alcaloidi dall’effetto allucinogeno. Nel quadro i due amanti sono uno di fronte all’altro, ma mentre Venere è vestita Marte è quasi completamente nudo. «Questo frutto è offerto allo spettatore - spiega Bellingham - e i sintomi dello stramonio sembrano essere raffigurati nella figura maschile. Questa droga allenta i freni inibitori, e spinge a spogliarsi, inoltre dà un senso di estasi».


”Marte e Venere”




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strage di Erba, venduto All'asta camper dei coniugi Romano

Libero





E' stato venduto alle 11 di stamattina il camper con cui Olindo Romano e Rosa Bazzi andavano in vacanza prima di finire in carcere per la strage di Erba. La vendita è avvenuta alla casa delle aste giudiziarie di via Palestro a Como a una coppia che, per quanto saputo, dovrebbe essere residente nella zona.

Ma all'asta c'erano anche altri oggetti appartenenti ai coniugi Olindo. Poteva essere comprata anche la Seat Arosa su cui è stata ritrovata la traccia ematica che i periti hanno ricondotto a Valeria Cherubini e al marito Mario Frigerio, lei una delle 4 vittime della mattanza di via Diaz, lui l’unico superstite e supertestimone che ha inchiodato con i suoi ricordi lucidi gli autori di uno dei fatti di cronaca nera più sconvolgenti degli ultimi decenni in Italia. L’auto per ora non è stata piazzata.

Il 15 aprile scorso, invece, si era fatto un primo tentativo di vendita dell’appartamento di proprietà dei due coniugi ma era fallito. L’importo base era di 126mila euro, rispetto ai 144mila euro stabiliti dal perito, ma non sono arrivate offerte. Si ritenterà il 30 settembre prossimo con un ribasso del 25% che porta il prezzo a 91.560 euro. L’appartamento è proprio quello sotto dove viveva Raffaella Castagna e il figlioletto Youssuf.

A ottenere la vendita all’asta dei beni di proprietà dei due coniugi condannati all’ergastolo in primo e secondo grado, era stato Manuel Gabrielli, avvocato di parte civile per Frigerio, per raccogliere un po' di soldi per le spese mediche e le cure riabilitative cui ancora oggi l’ex commerciante è sottoposto.

«Se sarà venduta prima della sentenza della Cassazione vorrà dire che, in caso di assoluzione come auspichiamo, andremo a riprenderci la casa. Quest’asta non si sarebbe dovuta fare prima di una sentenza definitiva», sbotta l’avvocato Schembri. Oltre ai due veicoli e all’immobile, tutto sotto sequestro giudiziario penale, Gabrielli aveva ottenuto anche il sequestro del Tfr, circa 3.500 euro, dell’ex spazzino.

29/05/2010





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Malawi: il presidente grazia coppia gay

Corriere della Sera
«Non approvo, ma lo faccio per motivi umanitari».
Decisivo un incontro con il segretario generale dell'Onu

LILONGWE (Malawi)

Il presidente del Malawi, Bingu wa Mutharika, ha concesso la grazia alla coppia gay che il 20 maggio scorso era stata condannata a 14 anni di prigione. La decision, è stata presa dopo un incontro fra il capo dello Stato e il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon «per motivi umanitari». «Questi ragazzi hanno commesso un crimine contro la nostra cultura, la nostra religione e le nostre leggi», ha commentato il presidente. «Ciò nonostante, in qualità di capo dello Stato, li perdono e chiedo il loro immediato rilascio senza condizioni. Ho fatto questo per motivi umanitari, ma questo non significa che io approvi questi fatti».

CASO - Il caso di Steven Monjeza, 26 anni, e di Tiwonge Chimbalanga, 20, aveva suscitato vive proteste nel mondo intero. I due erano stati arrestati il 27 dicembre scorso dopo le nozze simboliche. L’omosessualità è illegale in 37 Paesi africani. L'Uganda sta valutando un inasprimento delle pene, che comprenderebbe condanne fino all’ergastolo e la pena capitale per i recidivi.


29 maggio 2010





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G6, Maroni: kamikaze fai da te, fenomeno grave

di Redazione

Il ministro Maroni: "I cosiddetti terroristi fai da te, persone cresciute nei nostri paesi e spesso con la cittadinanza, che improvvisamente si trasformano in attentatori, rappresentano un fenomeno allarmante".

Poi una porposta per la sicurezza ai mondiali: "Collaborazione tra le intelligence"



 
Varese - Europa e Stati Uniti devono costituire un fronte comune contro il terrorismo perchè, per sconfiggere "minacce comuni", non si può prescindere dalla cooperazione e lo scambio di informazioni d’intelligence tra i diversi Paesi. Il monito arriva dalla giornata conclusiva della riunione informale dei ministri dell’Interno del G6 europeo, a Varese, cui hanno partecipato anche l’attorney general statunitense, Eric Holder, e la commissaria agli Affari interni dell’Ue, Cecilia Malmstrom. La nuova frontiera del terrorismo - ha sostenuto il titolare del Viminale, Roberto Maroni, che ha presieduto i lavori - è il ’fai da tè, un fenomeno contro il quale è necessario opporre una forte "strategia di prevenzione".


Terrorismo fai da te "I cosiddetti terroristi ’fai-da tè, persone cresciute nei nostri Paesi e spesso con la cittadinanza, che improvvisamente si trasformano in attentatori, rappresentano un fenomeno allarmante", ha affermato. Nell’incontro con i colleghi di Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Polonia, Maroni ha citato il caso di Mohammed Game, il libico che si è fatto esplodere davanti ad una caserma di Milano, confezionando un ordigno seguendo le istruzioni apprese su Internet. Contro questo fenomeno occorre "una strategia di prevenzione basata sullo scambio di informazioni tra i nostri Paesi e tra questi e gli Stati Uniti", ha spiegato, precisando che, a questo riguardo, la collaborazione tra la polizia italiana e quella statunitense è "eccellente".

Mondiali, collaborazione intelligence Per garantire la sicurezza delle squadre di calcio presenti ai mondiali di calcio è utile rafforzare il collegamento tra i servizi di intelligence dei Paesi europei. Lo ha detto Roberto Maroni al termine dell’incontro dei ministri del G6. Per quanto riguarda la sicurezza per i prossimi mondiali in Sudafrica, ha osservato Maroni, "non ci sono novità rispetto alla situazione che conosciamo". L’obiettivo comune, ha detto il ministro dell’Interno, è di "definire un sistema di protezione e di sicurezza di tutte le squadre europee presenti ai mondiali attraverso un collegamento di intelligence dei nostri Paesi. Potrebbe essere un esperimento interessante che rafforza un collegamento che peraltro già c’è". Nel caso poi, in cui le squadre europee venissero eliminate, "abbiamo un pò scherzosamente, ma neanche tanto, proposto che chi segue le squadre europee rimanga per dar man forte ai colleghi degli altri Paesi".  





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Ciampi: «Nel '93 ebbi paura, Italia rischiò il colpo di Stato: si faccia luce»

Il Mattino

L'opposizione: governo accolga l'esortazione, serve inchiesta
Napoli (Pdl): perché Ciampi parla solo dopo tanti anni?

  

ROMA (29 maggio)

«Oggi non esito a dirlo: ebbi paura che fossimo a un passo dal colpo di Stato». Carlo Azeglio Ciampi, che nel '93 era presidente del Consiglio, ricorda la notte del 27 luglio (quando ci furono le bombe a Milano e a Roma) e dice che ora il Paese «ha diritto di sapere chi ordinò quelle stragi per evitare che quella stagione si ripeta e perché senza verità non c'è democrazia».

«Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio - dice in una intervista a Repubblica - A mezzanotte mi informarono della bomba di Milano. Chiamai subito Manzella a Palazzo Chigi. Mentre parlavamo udimmo un boato in diretta: era l'esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Arrivai a Palazzo Chigi all'una e un quarto, alle tre convocai lo Stato supremo di difesa. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi "presidente, dobbiamo agire". Il golpe, grazie a Dio, non ci fu». Ciampi non sa dare risposte sulla mano dietro le stragi, anche se, dice, «parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole».

Garavaglia: il governo accolga le esortazioni di Ciampi. «Quella notte io c'ero. I telefoni di Palazzo Chigi non rispondevano, ma abitando vicino mi recai là - racconta la senatrice del Pd, Mariapia Garavaglia - Il governo accolga l'esortazione di Ciampi a fare chiarezza e andare fino in fondo sui fatti del luglio 1993. Anche il governo Ciampi doveva fare una dura Finanziaria pressato da due emergenze: morale, per tangentopoli, e finanziaria, per la svalutazione della lira. Oggi come allora la manovra finanziaria è circondata da difficili scenari, e per questo serve grande determinazione e senso dello Stato».

Napoli: gravissime le parole di Ciampi. «Provo lo smarrimento proprio di una persona ingenua quando leggo affermazioni di gravità inaudita come quelle del presidente Ciampi - dice Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati Pdl - Se Ciampi ebbe quella sensazione, quali misure ritenne allora di prendere? E se la vita della Repubblica ha versato in così grave pericolo, perché mai esso è stato taciuto per 18 lunghi e interminabili anni?. E perché mai i protagonisti di allora ricordano, tutti insieme e all'improvviso, la gravità di un rischio tanto grave? Perché dopo quella notte e dopo ben 18 anni la magistratura brancola ancora nel buio? Qualcuno ne ha bloccato le indagini o paralizzato le capacità investigative? Quanti mafiosi e loro boss sono stati arrestati da allora e fino al 2001? E quanti dal 2001 a oggi? Non sappiamo se analoghe sensazioni e paure abbiano attraversato l'animo di Ciampi, presidente del Consiglio dall'aprile del '93, o dell'allora capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, mentre andava in scena lo spettacolo quotidiano di deputati, senatori, ministri, imprenditori e amministratori indagati e molti arrestati in massa e tradotti in carcere per esservi tenuti finché non avessero raccontato quel che il pm di turno desiderava ascoltare da loro. Hanno mai pensato o temuto che anche quello potesse essere un colpo di Stato?».

D'Alia: opportuna commissione d'inchiesta sulle stragi. «Le parole di Ciampi devono farci riflettere, e parecchio, sulle stragi dei primi anni Novanta - dice Gianpiero D'Alia, capogruppo Udc al Senato - Non sono parole dette a cuor leggero, sulle quali né la politica né le istituzioni possono pensare di fare come lo struzzo. Il Parlamento se ne occupi con una specifica inchiesta parlamentare».

Bonelli: esposto dei Verdi alla procura. «Le dichiarazioni del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e le importanti informazioni rese pubbliche dal Presidente Ciampi non possono essere lasciate cadere nel vuoto perché gli italiani hanno diritto di sapere la verità - dice il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli - Noi Verdi presenteremo un esposto alla procura di Roma chiedendo di accertare se le bombe della mafia del '93 fossero solo il prologo ad una strategia per sovvertire l'ordine costituzionale. Solo il dubbio che una forza "anti-stato" abbia collaborato con la mafia per una strategia della tensione, da qui qualcuno ha tratto vantaggio, getta una luce fosca sull'ultimo periodo della nostra storia. E' gravissimo che il governo su questo ancora non abbia detto nulla: in gioco c'è la credibilità della nostra democrazia e delle nostre istituzioni».

Orlando: credibilità dello Stato a rischio. «Siamo in tanti a sostenere che le stragi avvenute agli inizi degli anni Novanta abbiano costituito per le istituzioni democratiche del nostro Paese una sfida - dice il portavoce dell'Idv, Leoluca Orlando - È necessario che si faccia piena luce in sede giudiziaria su queste vicende. Fin quando non emergerà tutta la verità e non verranno colpiti i responsabili dentro e fuori le istituzioni, non solo sarà a rischio la credibilità dello Stato, ma anche la tenuta democratica dell'Italia. Il Paese non può definirsi tale fino a quando ci saranno in ruoli di responsabilità uomini collusi e coinvolti in un disegno eversivo».





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Ruffini come Santoro Un giudice impone a Rai e Pd di digerirlo

di Paolo Bracalini

Nuovi Santori crescono. La farsa della tv pubblica controllata dai partiti e gestita dai tribunali del lavoro ha trovato un altro simulacro, Paolo Ruffini, ex direttore di Rai Tre che non ha mandato giù la trombatura (prassi ordinaria in Rai), ma avendo fatto causa e avendola vinta adesso pretende il reintegro sulla vecchia poltrona. Problema: su quell’attrezzo si è piazzato un altro direttore, sempre di area piddina, Antonio Di Bella, ma di rito molto differente, bersaniano e non catto-progressista. Questioni loro, affari di bottega (sempre oscura), ma che nelle mani dei soliti tromboni diventa affare di Stato e sine qua non democratico. Ruffini, figlio e nipote di poteri forti (il padre ministro Dc, il prozio cardinale), è stato silurato nel novembre scorso in ossequio alla logica dello spoil system che vige in Rai dalla notte dei tempi, ma soprattutto in ossequio al puro calcolo di correnti e gerarchie tutte interne al Pd.

Eletto segretario del Pd Pierluigi Bersani a fine ottobre 2009, dunque sconfitta l’ala popolare-cattolica dei Franceschini, sale nelle quotazioni Rai l’ex Telekabul e cade invece in disgrazia la pattuglia dei moderati in versione progressista, tipo appunto Paolo Ruffini. Urge sostituzione, e infatti arriva in tempi record, dopo un’attesa trascinata comicamente per mesi in vista dell’esito del congresso Pd, vero editore di RaiTre. Quindi, con Bersani eletto al soglio democratico, salgono Di Bella alla direzione del Tre e Bianca Berlinguer al Tg. E il «cardinale» Ruffini? Ripagato con un’altra direzione, come usa in questi casi, quella di Rai Premium e Rai Educational. Ruffini però non accetta, rilascia interviste furenti, arruola i conduttori della sua ex rete, da Floris a Fazio, che ne rivendicano in coro la riesumazione.

Nel frattempo, però, Ruffini arruola pure l’avvocato di fiducia che presenta il conto al Tribunale di Roma, il quale ieri ha emesso il verdetto. Un provvedimento d’urgenza con cui «fa ordine alla Rai di adibire il ricorrente (il nostro Ruffini, ndr) all’attività lavorativa come dirigente editoriale di Raitre con adibizione alle mansioni svolte prima del 25/22/2009», data della trombatura che, spiega il giudice del tribunale civile Eliana Paci, «non appare dettata da reali esigenze di riorganizzazione imprenditoriale, presentando invece un chiaro connotato di motivazione discriminatoria e quindi illecita», confermata secondo il magistrato dalle parole del dg Masi che in Vigilanza Rai aveva parlato di una anomalia della tv pubblica italiana perché ospita «programmi contro» (il governo). Ora la via al martirio è spianata, anche se la via crucis televisiva si è fatta parecchio affollata ultimamente.

Santoro docet, Ruffini discit. Si intravede dunque una categoria protetta di dirigenti Rai: gli inamovibili, ontologicamente diversi dagli altri colleghi, che possono essere cancellati (l’elenco dei dispersi in Rai è lungo un chilometro) senza trovare sponde amiche o tribunali pronti a rifare gli organigrammi del servizio pubblico. Il giudice rileva che la rimozione di Ruffini dalla direzione di Raitre non è avvenuta «per ragioni connesse ad esplicite responsabilità professionali nello svolgimento dell’incarico o a ragioni collegate al mancato raggiungimento di risultati o obiettivi editoriali». La domanda sarebbe: ma quando mai un dirigente Rai è stato rimosso per ragioni non politiche?

Comunque, adesso che succede? L’ipotesi che Di Bella lasci l’ufficio a Ruffini è da scartare totalmente. Per il momento la Rai si limita a rimanere nel caos, sua condizione abituale. L’avvocato di Ruffini parla come fosse il direttore generale («Per legge Paolo Ruffini è il direttore di Raitre»), l’azienda fa ricorso e si riserva di individuare nell’immediato incarichi equivalenti alla direzione di Raitre, il presidente Garimberti sentenzia evanescente: «Le sentenze della legge vanno rispettate». E quindi? Mistero buffo. L’ipotesi più credibile è che si affidi a Ruffini una direzione importante come quella (già indicata al momento del cambio) di Raidigit, la testata che racchiude i canali digitali, dalla Rai4 di Freccero ai canali Premium a quelli nuovi di sport e all’imminente Rai5, su cui però aveva messo gli occhi la Lega Nord. Pazienza. La democrazia è salva.



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Reportage: "Io, nel campo libico delle carni da gommone"

Quotidianonet

Visita nella base di Tripoli nata dopo il trattato con l'Italia.
Ottocento stipati in due capannoni in condizioni di vita "al limite della decenza"


TRIPOLI (Libia), 29 maggio 2010

SE AL PORTO di Zuwara i trafficanti di uomini si sono riconvertiti a far filtrare dalla frontiera tunisina qualche cassa di alcool, se dalla costa libica non salpano più verso Lampedusa bagnarole cariche di sogni e disperazione e sulle piste del Sahara i camion della speranza e della morte si sono ridotti a un terzo rispetto ad un anno fa, una ragione ci sarà. Anzi, c’è. Ora i libici fanno sul serio. E’ uno dei frutti dell’accordo di Bengasi del 30 agosto 2008 tra Berlusconi e il leader Gheddafi che dopo la ratifica del marzo del 2009 ha iniziato a porre radici nell’estate dello scorso anno. Racconta una fonte occidentale a Tripoli che il regime ha agito su due fronti. Uno più politico presso le cabile (le tribù) che traevano profitto dall’immigrazione clandestina sulla quale percepivano una sorta di «tassa di transito»: ora basta, era il messaggio, la tolleranza è finita. E il secondo fronte è stato strettamente giudiziario: prima con l’approvazione di una legge che introduce il reato di traffico di clandestini e poi, nelle scorse settimane, con una raffica di arresti che ha colpito le nove teste dell’idra criminale che gestiva il traffico e un selezionato numero di funzionari pubblici, doganieri e poliziotti.

Quasi 500 arresti tra le mafie di Zuwarah, Zlitan, Sebha, Bengasi, Marzuch, Tobruch, Kufrah, Awbari e naturalmente Tripoli. E novantatre tra gli infedeli servitori della Jamahirija. Il combinato disposto è stato il blocco delle partenze verso l’Europa e la riduzione degli arrivi a quanto il mercato interno libico — dove già ci sono 2 milioni di immigrati, spesso trattati come schiavi — può sopportare. «L’accordo italo-libico — osserva Margherita Boniver, che ha guidato una delegazione del comitato Shengen da lei presieduto — ha dato frutti estremamente positivi soprattutto in materia di contrasto ai flussi di immigrazione illegale. Tra noi e i libici c’è un linguaggio che ci accomuna: quello della fermezza e dell’umanità nel trattare le centinaia di migliaia di persone che fuggono dalla povertà».

MA SULL’UMANITÀ ci sono idee discordanti. Al campo di Twisha, 35 chilometri a sud della capitale, il migliore dei 18, messo a nuovo in occasione della visita della dellegazione italiana, le condizioni sono precarie. «Prigioni al limite della decenza», chiosa il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni. Visto da fuori, il campo, a parte mura e filo spinato, pare quasi gentile. Prati verdi, panchine. Peccato che gli oltre 800 disperati che sono rinchiusi stanno in delle specie di capannoni industriali, con portoni di metallo e finestrelle da 40 centimetri chiuse da ferritoie. All’interno niente letti, solo stuoie. Niente sala refezione, due bagni, un cortiletto recintato per prendere un po’ d’aria. In trecento metri quadri 300 persone. «E il problema — osserva il vicepresidente del comitato, Ivano Strizzolo (Pd) — è anche che i libici non hanno limiti di permanenza: potrebbero rimanerci anche anni». E spesso ci rimangono.

«Sono condizioni accettabili per un Paese sottoposto a un flusso così inteso — ribatte la Boniver — e poi hanno aperto un centro sanitario e le condizioni complessive sono largamente migliorate». Sarà. Secondo Laurence Hart, rappresentante a Tripoli dell’organizzazione internazionale delle migrazioni «se vi sono violazioni dei diritti umani queste non risponono ad una strategia del governo ma al sovraffollamento dei centri». Per Amnesty o l’Unhcr violazioni dei diritti umani ci sono eccome. «Non solo alberghi a 5 stelle — ribatte il presidente della commissione esteri libica Suleiman Shuhumi — ma il trattamento è dignitoso e certo non c’è tortura».

«QUANDO i controlli erano lenti — chiosa un funzionario del campo — dicevate che li mandavamo a morire, ora che sono più stretti vorreste un trattamento come in Svezia. Non volete più barconi sulle vostre coste? Lasciateci lavorare». A modo loro, e lontano dai nostri occhi.

dall'inviato Alessandro Farruggia





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Arrestato a Madrid cammorrista evaso nell'89

di Redazione

Metteva in collegamento i cartelli del narcotraffico sud americano con la criminalità europea: Pasquale Claudio Locatelli è stato arrestato in Spagna dai finanzieri con l’accusa di associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti




Madrid (Spagna)

La polizia spagnola ha arrestato all’aeroporto internazionale di Madrid Pasquale Claudio Locatelli, considerato il principale narcotrafficante della Camorra, latitante dal 1989, quando evase da un carcere francese. Lo ha annunciato oggi il ministro dell’Interno spagnolo in un comunicato. Locatelli, 58 anni, era ricercato in Francia e Italia, che lo considerano responsabili dell’intermediazione tra i produttori colombiani di cocaina e le organizzazioni europee di narcotraffico. Secondo la nota avrebbe anche rapporti con i trafficanti di hascisc nel nord Africa. Secondo quanto accertato dagli investigatori, Locatelli, di 58 anni e di origini bergamasche, era uno dei principali «collettori» tra i cartelli sudamericani e nordafricani produttori rispettivamente, di cocaina e hashish, e numerose organizzazioni delinquenziali operanti su scala europea e balcanica.

Un’attività che lo aveva messo in collegamento anche con il clan camorristico dei «Mazzarella» che sulla Costa del Sol aveva affondato le sue radici per l’import su territorio campano di hashish e cocaina. Su di lui gravano numerosi precedenti di polizia e risulta, inoltre, destinatario di diversi provvedimenti restrittivi, emessi anche da autorità giudiziarie estere, frutto di indagini internazionali. A consentire l’individuazione e l’arresto dell’uomo, soprannominato dai trafficanti «Mario di Madrid», è stata l’attività di pedinamento del figlio Massimiliano, iniziata dalle fiamme gialle all’aeroporto di Orio al Serio di Bergamo e conclusasi nello scalo iberico con l’arresto del latitante. All’operazione, denominata «Operazione Box», realizzata in collaborazione con l’Interpol e il secondo reparto del comando generale della GdF, hanno preso parte anche gli uomini dell’unità specializzata per il contrasto al traffico di droga e al crimine organizzato della polizia spagnola. Già arrestato nel maggio e nel luglio del 2006, Locatelli era stato scarcerato dai giudici spagnoli per vizi di forma. Al momento del suo arresto al Terminal 1 dell’aeroporto di Barajas, Locatelli aveva documenti falsi e cinque telefonini. Sull’uomo, evaso dal carcere di La Grasse 21 anni fa, pendeva un mandato di arresto della Francia e uno dell’Italia, che chiede per lui una pena di 20 anni di carcere per associazione a delinquere per traffico di droga.



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Striscia, Staffelli insegue Quaresma e lo tampona: il portoghese fa a pezzi il tapiro

IL Mattino

MILANO (28 maggio)

Staffelli e Militello sono i protagonisti di questo video: dopo aver misurato la velocità con cui Quaresma esce in auto da Appiano Gentile a oltre 140 km/h.
I due inviati di Striscia lo inseguono, poi Staffelli frena in ritardo e, forse, gli graffia l'auto.
La lite è assicurata.


 Il video da YouTube



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Pyongyaang si difende: "Non abbiamo il sommergibile incriminato"

Libero





Al via il vertice - Si aprirà oggi a Jeju, località sudcoreana, il vertice trilaterale tra Corea del Sud, Cina e Giappone originariamente dedicato a questioni economiche ma che avrà in agenda anche la crisi provocata dall’affondamento avvenuto los corso 26 marzo della corvetta sudcoreana Cheonan. Già nei giorni scorsi una commissione internazionale aveva attribuito la responsabilità del disastro, che ha provocato la morte di 46 marinai, alla Corea del Nord. Ma Pyongyang ha respinto ogni accusa, minacciando anche rappresaglie in caso di eventuali sanzioni.

Appoggi per Seoul - La Corea del Nord è stata condannata dalla maggior parte della comunità internazionale. Anche Pechino, tradizionale alleato del regime di Kim Jong-il, ha affermato di non voler proteggere i responsabili dell’affondamento.

La difesa del Nord - La Corea del Nord si difende dall’accusa di aver affondato la nave da guerra sudcoreana sostenendo di non possedere il mini-sottomarino che sarebbe stato usato nell’attacco. Secondo i media locali, la Commissione nazionale di Difesa, NDC, presieduta dal leader del regime Kim Jong-il, ha tenuto una conferenza stampa venerdì a Pyongyang. Il generale Pak Rim Su, capo del Dipartimento politico della NDC, ha assicurato che Pyongyang non possiede il sommergibile da 130 tonnellate "Salmon-class", che secondo Seul avrebbe sparato il siluro che affondò la corvetta Cheonan, nelle acque contese del Mar Giallo. «Non abbiamo niente di simile a un sommergibile Salmon-class - ha dichiarato il generale - Non ha alcun senso da un punto di vista militare che un sommergibile da 130 tonnellate trasporti un siluro pesante 1,7 tonnellate in alto mare verso il Sud, affondi la nave e poi torni indietro». Il generale ha anche respinto l'accusa di Seul, secondo cui sarebbero stati ritrovati frammenti del siluro che corrispondono perfettamente ai dettagli tecnici sul siluro stesso, illustrati in in opuscoli nordcoreani mandati da Pyongyang ad un potenziale acquirente di siluri nordcoreani.

L'accusa di Pyongyang - La Corea del Sud avrebbe organizzato l'affondamento di una delle proprie unità navali: l’accusa viene dalla
Commissione nazionale di Difesa della Corea del Nord, che avverte come la penisola sia vicina ad una situazione di guerra. Anche nei giorni scorsi Pyongyang ha più volte accusato Seoul di aver falsificato le prove del coinvolgimento nordcoreano nell’affondamento della corvetta, ma questa è la prima volta che interviene direttamente la Commissione, considerata l’organizzazione statale più potente del Paese.

29/05/2010





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Quegli Ufo «atterrati» a Crispano Ora la città sogna il turismo spaziale

Il Mattino

  
di Fabio Jouakim - Inviato

CRISPANO (29 maggio) - La strada è bloccata dalle auto in coda, le famiglie si muovono compatte come per la festa del paese, in una processione infinita che in due giorni ha portato qui almeno diecimila persone, provenienti anche dai comuni vicini. Dal suo carretto Angelo vende la «limonata del marziano», mentre con lo sguardo vigila sui ragazzini che si arrampicano sulle mura del campo sportivo rischiando l’osso del collo, pur di vedere qualcosa. È dall’altra notte che questo campo usato come pascolo, a ridosso dello stadio di Crispano, è diventato meta dei curiosi, i cui video ora affollano Youtube. Il soggetto? Alcuni disegni rettangolari sull’erba schiacciata, lasciati da una presunta visita di extraterrestri.

A scorgere gli Ufo, nel cuore della notte, tre operatori della Ego Eco, la ditta che si occupa della raccolta rifiuti. Intorno all’1.40 Pasquale Fortunato e Giuseppe Cimmino stanno gettando nel camion, guidato da Domenico Crispino, sacchetti di immondizia tra via Marconi e via Cancello, quando alzano gli occhi al cielo. E vedono, come poi racconteranno ai carabinieri della compagnia di Casoria, guidata dal capitano Luigi Lubello, «due dischi di colore arancione, della grandezza di circa un metro». A raccogliere le loro testimonianze è il tenente Gregorio Mazzara, comandante dei vigili urbani di Crispano, che con la sua digitale scatta più di una foto, dal terrazzo di un palazzo di fronte al campo. Poi le indagini si fermano: le voci di dentro parlano di un notevole imbarazzo dei carabinieri, di fronte a una relazione su due dischi rossi atterrati in un campo di erba medica. Il tam-tam supera i confini di Crispano e diventa un uragano che travolge ogni prudenza. Di bocca in bocca gli Ufo restano due, però cambiano di dimensione (variabile tra il mezzo metro e i due metri) e di colore (tra il giallo e il rosso) a seconda dei racconti. Qualcuno fa notare anche che sul bordo del campo l’erba non è stata calpestata, segno che gli ospiti sono venuti dall’alto.

Quindicimila abitanti, finora le attrazioni di Crispano erano la festa dei Gigli e una tela di Salvator Rosa nella chiesa di San Gregorio Magno: ieri il paese a nord di Napoli si è scoperto al centro di un polverone. Il caos costringe le forze dell’ordine a togliere la sordina al caso, nonostante le altre gravi emergenze da affrontare sul territorio. A mezzogiorno un elicottero dei carabinieri sovrasta l’area per i rilievi fotografici, mentre c’è chi insiste per una squadra dell’Esercito da Civitavecchia: esperti che hanno studiato la guerra batteriologica in Kosovo, Afghanistan e Bosnia, oggi invocati a Crispano per verificare l’assenza di contaminazione radioattiva sui campi, dove gli animali per ora non possono brucare.
La grande suggestione si raffredda quando, insieme a un tecnico Telecom, gli uomini della polizia municipale visionano i filmati delle due telecamere presenti davanti al campo sportivo (una fissa e una mobile, quest’ultima guasta e perciò fissa). Nonostante sia notte, il quadro è chiaro. Nessun disco volante: si vedono, sulla strada che taglia i campi, due enormi luci avvicinarsi, ma quando arrivano in primo piano si scopre che sono quelle di un Suv. Però sul luogo continuano a sciamare i visitatori, nemmeno ci fosse stato un miracolo o un’apparizione religiosa. «Magari - sorride un anziano - Immagina che ritorno turistico?».





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Intercettazioni, 11 emendamenti del Pdl Si potrà pubblicare il riassunto degli atti

Corriere della Sera
Stretta sulle conversazioni, ma eliminate restrizioni per i pubblicisti.
Maroni: ddl non pregiudica indagini mafia


MILANO

«La nuova normativa sulle intercettazioni (che lunedì arriva in Senato per la discussione generale, ndr) non pregiudica per nulla le attività investigative nei confronti della criminalità organizzata. Non c'è nessun ostacolo, dal mio punto di vista io sono tranquillo». Così il ministro dell'Interno Maroni, a margine della riunione del G6 a Varese.

EMENDAMENTI - Intanto la maggioranza fa un'operazione-trasparenza sulle proposte di modifica al ddl, contestato da più parti: gli 11 emendamenti presentati da Pdl e Lega sono stati pubblicati sul sito del Pdl al Senato. La Lega, ha fatto sapere il presidente del Carroccio al Senato Bricolo, «condivide tutti gli emendamenti presentati a prima firma Gasparri, che rappresentano una soluzione equilibrata tra il diritto di cronaca e quello alla riservatezza dei cittadini. Attendiamo l'inizio dell'esame in Aula auspicando un clima di confronto tra tutte le forze politiche». «La norma era chiara, l'esecutore non l'ha applicata bene; è chiaro che la fonte, ossia il legislatore, interviene nuovamente» ha sintetizzato il ministro della Giustizia Alfano. Il gruppo del Pd al Senato ha presentato circa 160 emendamenti, che si vanno ad aggiungere ai 110 dell'Idv e ai 10 di Alleanza per l'Italia.

I DIVIETI - Alcuni emendamenti riguardano il lavoro dei giornalisti: viene autorizzata la pubblicazione «per riassunto» degli atti delle indagini. È invece vietata la pubblicazione anche parziale, per riassunto o nel contenuto delle intercettazioni, anche se non più coperte dal segreto fino alla conclusione delle indagini preliminari. Vietata la pubblicazione anche in questo caso parziale, per riassunto o nel contenuto, delle ordinanze emesse in materia di misure cautelari. Stesso divieto vale anche per le richieste di tali misure. Si potrà pubblicare il contenuto solo dopo che l'indagato o il suo difensore siano venuti a conoscenza dell'ordinanza del giudice. È sempre vietata la pubblicazione delle intercettazioni di cui sia stata ordinata la distruzione o che riguardino fatti, circostanze e persone estranee alle indagini. Un altro emendamento prevede che non ci sia alcun limite alle intercettazioni se le indagini servono alla cattura di un latitante. La disciplina prevista dal ddl si applica «anche ai procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge».

EDITORI - La maggioranza interviene anche per ridurre le sanzioni agli editori. L'emendamento, primo firmatario Gasparri, prevede di sostituire le parole «da 250 a 300 quote» con «da 100 a 200 quote». Dunque, le sanzioni per gli editori che pubblicheranno gli atti giudiziari prima dell'udienza preliminare andranno da 25.800 a 309.800 euro. Ogni quota può oscillare dai 258 ai 1.500 euro.

RIPRESE TV - L'intero comma 10, quello che riguardava la disciplina sulle riprese visive, viene soppresso. Si parlerà solo di «intercettazioni di immagini mediante riprese visive», togliendo così tutta la parte che disciplinava le riprese visive "captative" e "non captative". «Le riprese visive, insomma - ha spiegato il relatore del ddl Roberto Centaro - diventeranno oggetto di una normativa ad hoc».

PUBBLICISTI - Infine l'appello di Milena Gabanelli a Report è stato ascoltato (VIDEO): anche i pubblicisti, oltre agli 007 e ai giornalisti professionisti, potranno effettuare registrazioni di comunicazioni e riprese ai fini dell'attività di cronaca. Uno degli emendamenti stabilisce la non punibilità «quando le riprese e le registrazioni sono effettuate ai fini dell'attività di cronaca da giornalisti iscritti all'ordine professionale» e non più, come era nel testo approvato dalla commissione «giornalisti iscritti all'albo professionale».

Redazione online
28 maggio 2010(ultima modifica: 29 maggio 2010)



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Cambogia: «La ragazza della giungla» lascia ancora la civiltà e torna nella foresta

Corriere della Sera

Rochom P'ngieng, che per 18 anni era vissuta nei boschi, ci è ritornata 3 anni dopo aver ritrovato la sua famiglia

la polizia si è messa alla sua ricerca

Cambogia: «La ragazza della giungla» lascia ancora la civiltà e torna nella foresta


Rochom P'ngieng
Rochom P'ngieng
MILANO - La ragazza della giungla è tornata nella foresta. Proprio come il protagonista de «Il ragazzo selvaggio», il celebre film di François Truffaut ispirato alla storia vera di un dodicenne trovato allo stato brado nei boschi dell'Aveyron all’inizio dell’Ottocento, sembra che Rochom P'ngieng, dopo tre anni di vita «civile», non abbia resistito al richiamo della foresta e di nuovo abbia fatto perdere le sue tracce. L'ha riferito ai media asiatici Sal Lou, padre della ragazza che, nel 1989, quando aveva appena 8 anni, mentre pascolava bufali, si perse nella giungla cambogiana, in una zona a circa 600 km dalla capitale Phnom Pehn. Per diciotto lunghi anni Rochom avrebbe vissuto sola nella giungla e sarebbe stata ritrovata all'improvviso nel 2007 quando alcuni contadini la beccarono mentre tentava di rubare riso nella loro fattoria. La giovane fu più tardi riconosciuta dal padre, il poliziotto Sal Lou, e tornò a vivere con la sua famiglia.

RICERCA - La storia, che fece rapidamente il giro del mondo, in questi giorni è ritornata sulle prime pagine dei giornali orientali. Da martedì scorso, infatti, di Rochom non si sa più niente. Gli abitanti del piccolo villaggio nell'isolata provincia nordorientale di Ratanakiri affermano che probabilmente la ragazza è tornata nella giungla. Per tre giorni, suo padre assieme agli altri famigliari, ha cercato la ventinovenne anche nei villaggi limitrofi e nella sconfinata giungla: «È scomparsa martedì sera mentre stava andando a fare un bagno - ha dichiarato il padre della ragazza in un'intervista telefonica - io e mio figlio la stiamo cercando nella foresta. Non ci sono segni che facciano pensare che la sua sparizione sia uno scherzo. Sono certo che è tornata nella foresta». Anche la polizia locale, guidata da un'investigatore, Mao Vicheth, si è messa sulle tracce della giovane, mentre non manca chi cerca di speculare sulla sua scomparsa. Un indovino vietnamita ha invece dichiarato che la ragazza è stata rubata dallo spirito della montagna e ha chiesto per il ritorno della ragazza un bue selvatico, un maiale, un pollo e quattro boccali di vino.

DIFFICOLTA’ - Secondo Sal Lou da quando è tornata nel villaggio, Rochom, che conosce ancora poche parole della lingua locale, ha fatto notevoli progressi e riesce a comprendere quando un estraneo si rivolge a lei. Tuttavia, durante questi tre anni non sono mancati i problemi. La ventinovenne preferisce andare a carponi piuttosto che camminare normalmente, si rifiuta di indossare abiti e più volte ha manifestato la volontà di tornare nella giungla: «In diverse occasioni ha cercato di scappare e di tornare nella foresta, ma glielo abbiamo impedito - ha continuato Sal Lou - sembra però che questa volta ce l'abbia fatta».

Francesco Tortora
29 maggio 2010



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Il parroco di Cornigliano: gli zingari stiano lontano dalla mia gente

Il Secolo xix

clicca e ascolta don Porcile

Don Valentino Porcile
«Stiano lontano dalla mia gente, soprattutto dagli anziani e dai bambini. Fino a quando non impareranno quel valore che non conosce confini di nazionalità, religione e tempo: il rispetto per la persona»: esasperato dagli zingari, Don Valentino Porcile parroco di Cornigliano, quartiere periferico del ponente genovese, ha scritto una lettera appello ai carabinieri, al questore e al sindaco per chiedere più sicurezza nel quartiere. «Questi fratelli zingari, che fino a poco tempo fa hanno sempre trovato la porta aperta e un aiuto - scrive Don Porcile - andrò io a trovarli dove vivono per portar loro l’aiuto di cui hanno bisogno. Personalmente non mi stancherò di gettare ponti tra loro e chi, a torto o a ragione, li sente così diversi».

A spingere il parroco a chiedere un intervento per la sicurezza del quartiere e delle persone che frequentano la parrocchia, soprattutto gli anziani, sono stati i «ripetuti fatti, accaduti nelle scorse settimane, di aggressività e prepotente violenza di alcuni zingari maggiorenni e minorenni». «Ho sempre aiutato tutti e continuerò a farlo, senza distinzione di nazionalità, religione e condizione sociale», scrive il sacerdote che afferma di essere stato costretto a cambiare atteggiamento a causa del proporsi sempre più aggressivo e intimidatorio degli zingari: «rapine effettuate da minorenni, aggressività nei confronti di anziani, atteggiamenti di sfida che hanno sfiorato l’aggressione fisica al sottoscritto».

«Finché sono entrati per chiedere aiuto - scrive Don Porcile -, hanno sempre trovato la porta e il cuore aperti. Se entrano per servirsi da soli, cerchiamo di “difenderci” come possibile. Ora sono anche aggressivi, e questo è insostenibile ed inaccettabile».





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