giovedì 27 maggio 2010

Sequestrato il Force Blue Briatore: «Ma io do lavoro»

Il Secolo xix

Briatore sul Force Blue in una foto d’archivio

Flavio Briatore chiama da Londra. «Sì, sono a Londra, c’è qualcosa di male anche in questo? Ci vivo da 25 anni, e allora»? L’ex team manager della Renault, radiato e poi perdonato dalla F1 e ora indagato dalla procura di Genova per contrabbando e frode fiscale, sta facendo il giro dei giornali per smentire l’intervista della moglie, Elisabetta Gregoraci, al settimanale Diva e donna.

Sua moglie dice che il vostro bambino, il piccolo Nathan Falco, piange sempre perché sente la mancanza del suo yacht “Force Blue”, sequestrato dalla Guardia di finanza e ora bloccato a Genova. Ma è vero?

TORTURA E CASO CUCCHI - L'associazione per i diritti umani punta il dito anche sulla mancanza di norme specifiche contro il reato di tortura, senza il quale sono potenzialmente sempre presenti i rischi di casi come quello del giovane Cucchi. «Sono pervenute frequenti denunce di tortura e altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonchè segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse», dice Amnesty. L'Italia, infatti, ricorda l'ong, «a distanza di 20 anni non ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura», di conseguenza i maltrattamenti commessi da pubblici ufficiali in servizio vengono perseguiti come reati minori. Tra i casi citati anche quello di Emmanuel Bonsu, il ragazzo di origine ghanese, pestato e insultato a Parma e i maltrattamenti inflitti nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001. Amnesty chiede per questo «l'adozione di meccanismi di prevenzione della tortura e dei maltrattamenti», come previsto dal Protocollo della Convenzione, «un'istituzione indipendente di monitoraggio sui luoghi di detenzione» e «un organismo di denuncia degli abusi della polizia».

Redazione online
27 maggio 2010



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Caso Claps, disposto l'arresto per Restivo «Elisa pugnalata e morta dissanguata»

Corriere della Sera

L'uomo è attualmente detenuto in Inghilterra per un altro omicidio, quello della sarta Heather Barnett

indiscrezioni sul risultato dell'autopsia

Caso Claps, disposto l'arresto per Restivo
«Elisa pugnalata e morta dissanguata»


Danilo Restivo
Danilo Restivo
SALERNO - Svolta nel caso Claps: la magistratura di Salerno ha disposto l'arresto di Danilo Restivo per l'omicidio della studentessa potentina scomparsa il 12 settembre 1993, il cui cadavere è stato ritrovato il 17 marzo scorso nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza. La richiesta, avanzata dalla Procura generale di Salerno, è stata firmata dal gip. Il provvedimento è in corso di notifica a Restivo in Inghilterra, dove l'uomo è detenuto per un altro omicidio, quello della sarta Heather Barnett. L'accelerazione nelle indagini potrebbe essere stata impressa dalla comparazione tra il dna di Restivo e le tracce trovate nel sottotetto della chiesa.

L'AUTOPSIA - Nel frattempo, emergono anche alcune indiscrezioni sull'autopsia effettuata sul corpo della ragazza. A quanto riferisce l'Adnkronos, Elisa Claps è stata pugnalata più volte con un'arma da taglio e a punta ed è morta dissanguata. I risultati sono emersi nell'autopsia svolta presso l'istituto di medicina legale di Bari. Non sono emersi, invece, elementi per sostenere che Elisa sia stata finita per soffocamento. Secondo gli inquirenti, inoltre, Elisa è stata uccisa nel luogo in cui è stato ritrovato il corpo e l'omicidio è avvenuto nel giorno stesso della sua scomparsa.

L'ULTIMO INCONTRO - Danilo Restivo, per sua stessa ammissione, è stato l'ultimo ad aver visto in vita Elisa Claps, la mattina del 12 settembre '93. I due si incontrarono nella chiesa della Trinità, dove Restivo voleva consegnarle - secondo quanto ha dichiarato lui stesso - un regalo. Restivo ha poi raccontato che Elisa si allontanò dalla chiesa, mentre lui si trattenne alcuni minuti in preghiera. Sulla vicenda ha lungamente indagato prima la Procura di Potenza, e poi quella di Salerno. Per fatti legati alla scomparsa di Elisa Claps, Restivo ha già subito una condanna definitiva per false dichiarazioni al pubblico ministero.

Il giallo di Elisa Claps

L'AVVOCATO - Il legale della famiglia Claps, Giuliana Scarpetta, rimanda ogni commento. «Sono 17 anni che si aspetta questo momento», dice soltanto, facendo trasparire una profonda soddisfazione. «Voglio attendere di leggere il provvedimento prima di commentare, anche per una forma di rispetto nei confronti degli inquirenti. Aspetto con ansia di poter leggere anche la perizia autoptica, e domani (venerdì, ndr) chiederò di poterne avere visione». «Esprimiamo soddisfazione per un atto che invano avevamo elemosinato per 17 anni» dice invece il fratello di Elisa, Gildo Claps. La famiglia «auspica» che l'arresto «sia il primo tassello di una verità attesa da un tempo interminabile».

IL RITROVAMENTO
- L'ordine di arresto arriva a 72 giorni dal ritrovamento, nel sottotetto della canonica della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dei resti (scheletrizzati e mummificati) della studentessa di cui si erano perse le tracce quando aveva 16 anni. Il cadavere fu scoperto la mattina del 17 marzo da un operaio romeno che stava facendo un sopralluogo in vista di alcuni lavori per riparare i danni causati da un'infiltrazione di acqua piovana. La certezza che il cadavere fosse quello di Elisa arrivò già nel pomeriggio del 17 marzo, in seguito al riconoscimento di alcuni oggetti della ragazza (gli occhiali, i sandali, una maglia che la madre aveva tessuto per lei e l'orologio Swatch). I resti furono rimossi il pomeriggio del 18 marzo e trasportati al Policlinico di Bari dove il 23 marzo è cominciata l'autopsia eseguita dal professor Francesco Introna. La chiesa della Trinità fu chiusa il 17 marzo, riaprì per alcune ore la mattina del 18 e poi venne definitivamente sbarrata per consentire il lavoro degli agenti della Polizia scientifica. Giovedì 25 marzo emerse, inoltre, la notizia del ritrovamento precedente a quello «ufficiale» del 17 marzo: tra fine gennaio e inizio febbraio, il cadavere fu visto dal viceparroco della chiesa, il brasiliano don Vagno, e da due donne delle pulizie, che, però, hanno sempre smentito.

PROCESSO INGLESE - Sul fronte inglese, il giudice del Tribunale della Corona (Crown Court) di Winchester, Guy Boney, ha stabilito durante l'udienza preliminare che Restivo rimarrà in custodia fino al 24 settembre: giorno in cui sarà avviato il processo per l'omicidio della Barnett con la presentazione in aula del documento che rileva i capi di imputazione. Il nome di Restivo è stato associato anche ad un altro delitto, quello della studentessa coreana Oki Shin. Secondo l’avvocato Giovanni Di Stefano, legale dell’uomo condannato all'ergastolo per quell’omicidio, nel caso di Oki ci sarebbero «elementi in comune con gli omicidi di Elisa Claps e di Heather Barnett». L’avvocato Di Stefano ha presentato al Tribunale inglese una richiesta di incriminazione nei confronti di Restivo per l’omicidio della ragazza coreana, uccisa a Bournemouth il 12 luglio del 2002.

Redazione online
27 maggio 2010



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Da otto anni alloggiati a spese del Comune. Sfrattati dall’albergo

Corriere del Mezzogiorno

Dal 2002, il Comune di Napoli spende 6.710 euro  al giorno per i 122 sfollati in un'hotel di via Torino

La protesta

La protesta


NAPOLI

Fin dal 2002, il Comune di Napoli spende 6.710 euro al giorno per i 122 sfollati di vico Longo a Carbonara e vico Mattonelle, che dopo il crollo degli edifici in cui abitavano soggiornano nell’hotel Rivoli di via Torino, a pochi passi dalla Stazione Centrale. Ognuno di loro costa alle casse pubbliche 55 euro al giorno, pasti compresi. Ogni famiglia ha ricevuto da Palazzo San Giacomo, più volte, nel corso degli anni, l’offerta di un contributo economico per trovare una sistemazione adeguata. Tutti hanno rifiutato. Ad oggi, l’amministrazione ha speso 19.593.200,00 euro per pagar casa al gruppo di sfollati (avrebbe potuto costruire loro un grattacielo) che, fra l’altro, è al centro di un’indagine: tempo fa, all’interno delle camere assegnate ai «senzatetto», i vigili trovarono immigrati e persone provenienti da numeri civici diversi da quelli sgomberati. Praticamente, gente che non aveva alcun diritto di stare lì, mentre i reali assegnatari chissà dov’erano. Ora, in virtù dell’indagine volta ad accertare quante e quali persone abbiano realmente diritto ad abitare le camere di via Torino, e ad individuare con esattezza i responsabili di condotte illecite, il Comune di Napoli ha bloccato i pagamenti all’albergo.

Il proprietario, dunque, ha ritenuto di voler buttare in strada gli ospiti della struttura, non ricevendo più denaro da Palazzo San Giacomo. Gli sfollati, da parte loro, hanno esposto cartelli con su scritto: «Vogliamo solo tornare nelle nostre case», «Da otto anni nessuna risposta», facendoli reggere da bambini ed disabili, per ribadire il concetto che fra loro vi sono, appunto, bambini e disabili. Una donna ha anche minacciato di lanciarsi dal balcone dell’albergo. Per questo ed altri motivi si è reso necessario un intervento delle forze dell’ordine. «Fra gli sfollati ci sono molte persone oneste - dice il consigliere di municipalità Armando Simeone - che non hanno nulla a che vedere con gli episodi al centro dell’indagine. Queste persone vorrebbero risposte da parte dell’amministrazione.

Della questione si sta occupando l’assessore alle Politiche sociali, Giulio Riccio, ma anche l’assessore al Patrimonio, Marcello D’Aponte, tiene d’occhio gli avvenimenti. L’opinione condivisa dagli amministratori è che in qualche modo occorre uscire dall’impasse: non è possibile spendere due milioni e mezzo di euro l’anno, ancora dopo otto anni, per pagare camere d’albergo. Non è possibile che esista, a maggior ragione, un ragionevole dubbio sulla reale utilità del finanziamento per fini sociali (serve per tamponare l’«emergenza», o per consentire ai furbi di subaffittare le camere?). Nel pomeriggio di ieri si è ragionato, a Palazzo San Giacomo, sulla possibilità di incrementare il valore del contributo pubblico per consentire agli sfollati di trovar casa autonomamente. «Se proprio non dovessimo riuscire a raggiungere un accordo con gli sfollati - dice l’assessore Riccio - nei prossimi giorni chiederemo l’intervento della forza pubblica».

Stefano Piedimonte
27 maggio 2010



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La rabbia di Mastella: «Mai acquistati immobili per i figli con i soldi del partito»

Corriere del Mezzogiorno

Dopo i documenti presentati dai pm nel corso dell'udienza preliminare Arpac, offensiva dell'ex Guardasigilli


NAPOLI

L'ex Guardasigilli Clemente Maastella denuncia un «nuovo tentativo in atto di screditare me e la mia famiglia». Il riferimento è ai contenuti di alcuni documenti resi noti durante l'udienza preliminare di mercoledì a Napoli sull'inchiesta Arpac che attesterebbero l'utilizzo di soldi dell'Uduer da parte di Mastella per l'acquistio di immobili per suoi familiari, tramite società di comodo riferibili ai figli Elio e Pellegrino. «Non ho mai acquistato alcun immobile - smentisce Mastella - con i fondi dell`Udeur. Non ho mai intestato ai miei figli beni immobili comprati con i soldi del partito. Non mi sono mai occupato di appalti. È l'ennesimo tentativo di screditare me e la mia famiglia, che respingo con serenità e determinazione».

I FIGLI - Per parte loro, i figli di Mastella Pellegrino ed Elio, nel dichiararsi estranei a ogni ipotizzata accusa, precisano che «non risulta che alcun tipo di nuova accusa sia stata avanzata nei loro confronti» dalla procura di Napoli e che a tutt'oggi entrambi risultano "del tutto incensurati" così come «non sono imputati in alcun procedimento penale su tutto il territorio nazionale», riservandosi di sporgere denuncia-querela per i reati di diffamazione e calunnia «contro gli artefici di tali false ed infamanti affermazioni».

UN SOLO IMMOBILE - «L`unica società riferibile al sottoscritto ed al fratello - precisa Pellegrino Mastella- è la Servizio Sviluppo S.r.l., con sede in Roma (di cui gli stessi oggi sono gli unici due titolari, ognuno al 50%), che è proprietaria di un solo immobile ubicato in Roma, la cui legittimità e liceità dell`operazione di acquisto è ampiamente documentata, da atto pubblico (atto di compravendita) per un importo totale di 1.600.0000 versato alla società come finanziamento soci avendo gli stessi ricevuto un mutuo bancario ipotecario dell'importo di 1.100.000 e restante della somma attraverso assegni circolari tratti dal conto corrente degli stessi dell` importo di 250.000 ciascuno. Il tutto, ci consta, è già passato al vaglio di chi di dovere». In ogni caso «eventuali presunte illecite distrazioni di denaro del partito Udeur finalizzate all'acquisto di immobili ubicati in Roma per il tramite di una società, in precedenza né di proprietà né gestita dai sottoscritti, certamente non possono costituire fatti-reati addebitabili a noi fratelli».


27 maggio 2010





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Coperta l’opera di Banksy, valeva centomila dollari

Corriere del Mezzogiorno

Il murale nascosto dalla scritta di un writer
Chiesta tutela per l'altra opera del centro storico


L'opera di Bansky in via Benedetto Croce cancellata da un writer

L'opera di Bansky in via Benedetto Croce cancellata da un writer

NAPOLI - Coperta l’opera di Banksy in via Benedetto Croce La famosa rilettura della Santa Teresa del Bernini affrescata di fronte al chiostro di Santa Chiara del più conosciuto esponente mondiale della guerrilla art, l’inglese Banksy, è stata coperta da un murales dalle più che dubbie qualità artistiche. Se si tratti di una inconsapevole ignoranza da parte di qualche para-artista nostrano, in questo caso da considerare doppiamente vandalo, oppure di una copertura consapevole tesa alla ricerca di notorietà indiretta probabilmente non lo si saprà mai, ma non c’è dubbio che il danno derivante dal murale dell’ignoto writer è enorme. Primo perché le opere di Banksy nella città partenopea sono rarissime, e secondo perché hanno anche un notevole valore economico (alcuni artwork del writer sono stati venduti a prezzi che si aggirano intorno ai 100 mila dollari).

L’opera di Banksy rappresentava, attraverso la rilettura del dipinto del Bernini, una pungente critica al consumismo: Santa Teresa era raffigurata in posizione stesa con in grembo una coca cola, un panino e delle patatine di McDonald.

Lo stencil cancellato: guarda le immagini

Una vera e propria estasi consumistica più che mistica. L’artista inglese oltretutto era stato attento a non imbrattare gli elementi in piperno incassati nel muro, facenti parte del vecchio tracciato greco napoletano, limitandosi a disegnare sulle aree di intonaco circostanti.

Il vandalo nostrano invece, oltre alla copertura, è stato in grado di fare di peggio: la scritta a caratteri cubitali ricopre ance le parti archeologiche della parete di via Benedetto Croce. Napoli però non è l’unica città dove le opere di Banksy vengono bistrattate, volutamente o per errore: nel settembre 2009 un murales disegnato dall’artista di Bristol su un palazzo londinese, utilizzato anche per la cover della canzone Crazy Beat del gruppo inglese Blur, aveva avuto la stessa sorte della Santa Teresa. In quel caso però i colpevoli furono degli operai inconsapevoli del valore economico e simbolico dell’opera che si accingevano a distruggere. L’estasi di Banksy per fortuna non era l’unica opera del writer di Bristol presente sui muri di Napoli: ancora intatta, e magari da preservare, la madonna disegnata in piazza Gerolomini. E ora tutti chiedono di tutelarla.

Alessandro Ingegno
26 maggio 2010(ultima modifica: 27 maggio 2010)



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2 Agosto, nei 30 anni della strage il governo non ci sarà

Corriere di Bologna

Il cambio di programma, più volte invocato dai parenti delle vittime, dovrebbe evitare gli abituali fischi

La cerimonia dell'anno scorso

La cerimonia dell'anno scorso

Per la prima volta, quest'anno nessun rappresentante del governo parlerà dal palco durante la commemorazione della strage alla stazione di Bologna. Ed è l'unica novità prevista per il trentesimo anniversario del 2 Agosto: più volte invocato dai parenti delle vittime, il cambio di programma dovrebbe evitare gli abituali fischi al ministro di turno.

NIENTE DISCORSI UFFICIALI - A confermarlo è stato il commissario Anna Maria Cancellieri, intervistato dall’emittente Radiotau: «L’unica differenza è che non ci saranno discorsi pubblici dal palco se non quello del rappresentante del comitato dei parenti», ha spiegato, aggiungendo che «tutti gli altri avverranno nella sala del consiglio comunale prima della partenza del corteo». La stessa Cancellieri parteciperà alla cerimonia, seguirà la manifestazione e salirà sul palco ma non parlerà.

NIENTE RICORDO UNITARIO - Saltato definitivamente anche il progetto di un momento comune di ricordo con le vittime di Ustica e della Uno Bianca: «Ho trovato un tavolo di lavoro, ma mi sono subito resa conto che era impossibile fare qualunque cosa», ha chiarito la Cancellieri. A mettersi di traverso soprattutto Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione delle vittime del 2 Agosto. Per il commissario, quindi, «il momento unitario è già stato trovato al Quirinale, quando il Capo dello Stato ha ricordato tutte le vittime del terrorismo».


27 maggio 2010





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Sprechi, una casta da record: in Italia oltre 620mila auto blu

di Gabriele Villa

Nel 2009 erano 608mila, cinque anni fa meno di 200mila.

Ogni anno questa flotta costa alle casse dello Stato 21 miliardi di euro tra noleggio, pedaggio, autisti e benzina e potrebbe riempire 1.200 campi di calcio.

Negli Usa sono appena 73mila



 

Il ministro Brunetta ha già cominciato a contarle una ad una. E sarà un appello che non prevederà appello. Perché le tante, troppe auto blu, in uso alla casta di Stato, saranno inesorabilmente tagliate. La potatura dei privilegi a quattro ruote è, nell’ambito della manovra finanziaria targata Tremonti, forse una di quelle accolte con maggior sollievo e soddisfazione dalla gente, esasperata e nauseata da anni di uso e abuso smodato da parte dei politici di una comodità esagerata e costosa.

Ma quante sono le auto blu in Italia? Allacciate le cinture dell’indignazione per affrontare con noi i dati dell’ultimo censimento utile, aggiornato al primo trimestre del 2010.
Oggi come oggi le vetture in circolazione con a bordo un politico o un boiardo di Stato sono 629.120, una discreta impennata rispetto al 2009 quando erano 607.918. Un’inguardabile sterzata, rispetto a tre anni fa, quando erano 574mila e a cinque anni fa quando erano «soltanto» 198.596.

Sommando gli stipendi degli autisti, i rifornimenti di carburante e i pedaggi autostradali di queste auto, secondo l'Associazione dei contribuenti, che ogni anno nel suo studio prende in esame sia le auto di proprietà delle amministrazioni che quelle in leasing, in noleggio operativo e noleggio lungo termine, in carico a Stato, Regioni, Province, Comuni, municipalità, Asl, comunità montane, enti pubblici, enti pubblici non economici, società misto pubblico-private e società per azioni a totale partecipazione pubblica, la spesa annua legata a questo antistorico privilegio motorizzato supera i 21 miliardi di euro.

Ma d’altra parte è così che si conquistano i record. Sì, perché se l’austera Gran Bretagna ha deciso di mandare tutti i suoi politici a lavorare con i mezzi pubblici, è anche vero che l’Italia del buonismo e della comodità è al primo posto al mondo nella classifica delle macchine di Palazzo. Le auto blu sono infatti 73mila negli Usa, 65mila in Francia, 55mila nel Regno Unito e 54mila in Germania, 44mila in Spagna, 35mila in Giappone, 34mila in Grecia, che ha già i suoi bei problemi che sappiamo, e 23mila in Portogallo, fanalino di coda nella top ten. «Dopo il censimento, che si concluderà a metà giugno - ha annunciato Brunetta - pensiamo a forme di razionalizzazione come il car sharing o l’auto blu collettiva verificandone l’uso, i consumi di carburante, la manutenzione, l’impiego degli autisti, etc...». Così, secondo Brunetta, si potranno ottenere enormi risparmi: «Il 50 per cento di quello che si spende attualmente».

Al resto ci penserà la scure Tremonti. In effetti se ci sono o ci sono stati casi limite, come per esempio nella Regione Campania della gestione Bassolino con autisti pagati fino a 3mila euro netti, una flotta di vetture con cento guidatori, per un costo di 5 milioni di euro l’anno, anche il traffico a quattro ruote di chi lavora per la presidenza del Consiglio rischia di venir sconvolto. In quest’ambito il servizio automobilistico cosiddetto «dedicato» conta circa 200 addetti, e rappresenta una spesa di circa 5 milioni e 700mila euro l’anno di soli stipendi.

L’altro, quello che viene definito di «reperibilità e pronto impiego», ha un costo medio di 250 euro a singolo «accompagnamento», e comporta un esborso di circa 3 milioni di euro l’anno. Naturalmente i costi salgono o scendono in questo caso in base al numero degli «accompagnamenti» annui effettuati. Nell’ultimo semestre del 2009 sono stati 6.777 (circa 18 al giorno, per una cifra di 4.500 euro spesi quotidianamente solo per far spostare gli uomini della presidenza).

Complessivamente il servizio «a chiamata» ha toccato una spesa annua di 3 milioni e 329mila euro nel 2009. A questi milioni di euro vanno aggiunti i costi dell’affitto dei veicoli (467mila euro nel 2009), del carburante (128mila euro nel 2009) e di parcheggi e manutenzioni (95mila euro nel 2009). In tutto sono poco più di 9 milioni di euro l’anno. Costose, superflue, odiate dalla gente comune, è tempo che le auto blu finiscano definitivamente in parcheggio. Anche se per sistemarle tutte e 629mila servirebbero 1.200 campi di calcio. Ingombranti, no?



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Zero euro agli azionisti Parmalat

Il Tempo

La società aprì un buco di 14 miliardi danneggiando centomila risparmiatori.
Confermata la condanna all'ex patron per il crac: dieci anni di carcere e 100 milioni da risarcire.
Ma lui è nullatenente.

Giustizia è fatta. Sulla carta. È confermata dalla Corte d'Appello di Milano la condanna per aggiotaggio e ostacolo all'autorità di vigilanza a Calisto Tanzi, per il crac Parmalat. Sconterà dieci anni di reclusione. E dovrà sborsare circa 105 milioni di euro - insieme ai manager Giovanni Bonici e Luciano Silingardi - per risarcire i risparmiatori. O meglio, dovrebbe. Ma anche stavolta gli ex azionisti Parmalat resteranno a mani vuote. Con molta probabilità non recupereranno un euro. L'ex manager di Collecchio non potrà accontentare gli oltre 32 mila piccoli risparmiatori che si sono costituiti parte civile nel processo, dopo essersi ritrovati nel cassetto carta straccia al posto di obbligazioni. Il grande bluff è frutto del declino di Tanzi che trascina migliaia di italiani. Un tempo il patron della Parmalat era considerato uno degli uomini più ricchi d'Italia. Oggi non è più così. È considerato nullatenente.

Al di là dei quadri e delle opere d'arte sequestrate dalla Guardia di finanza che impedì, con un blitz, al diretto interessato di nascondere tutto. La questione viene chiarita anche dall'avvocato Grosso, legale del Comitato dei risparmiatori: «Sarà difficile prendere praticamente quei soldi ha detto l'avvocato - perché si tratta di soggetti che non hanno disponibilità», la sentenza a favore dei risparmiatori stabilisce «un principio importante».

Insomma, una vittoria vera per la giustizia. Ma teorica per chi ha perso quei soldi comprando anni fa azioni e obbligazioni. La vicenda è nota. Alla fine del 2003 Parmalat crolla sotto il peso di un buco da oltre 14 miliardi di euro, trascinando nel baratro oltre 100.000 risparmiatori in Italia e all'estero che avevano sottoscritto obbligazioni del gruppo. Al centro del procedimento milanese non c'è la bancarotta - per cui è in corso un altro processo a Parma - ma le operazioni, le attività e le informazioni che secondo la ricostruzione dell'accusa ingannarono il mercato e gli organi di vigilanza sulla reale situazione del gruppo.

Fabio Perugia

27/05/2010





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Lo scherzo di una radio spagnola a Massimo Moratti

La Stampa

Ecco lo scherzo giocato a Massimo Moratti dalla radio spagnola Cadena Ser. Un finto Florentino Perez concorda con il patron nerazzurro un appuntamento per parlare di Mourinho. L'interista ci cade in pieno: «Sì, con Mourinho ho parlato, ma adesso dobbiamo parlare noi».

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Pierro, rivolta del clero per la maxistatua

Corriere del Mezzogiorno

Contro la scultura del presule di Salerno distribuiti i richiami di Papa Benedetto XVI alla sobrietà

SALERNO — Altro che vanitas ecclesiastica: l’arcivescovo di Salerno, monsignor Gerardo Pierro, non ha avuto problemi ad autorizzare l’installazione, nel giardino del seminario di Pontecagnano, di una statua raffigurante se stesso. Che gli è stata donata da alcuni sacerdoti della diocesi, in occasione del 75esimo compleanno del presule, che per il proprio padre spiriturale più che devozione sembrano avere un culto particolare. La scultura, alta quattro metri ed in puro marmo di Carrara, da martedì scorso troneggia nel giardino seminariale intitolato a Giovanni Paolo II. Sul piedistallo si staglia l’epigrafe che celebra il pastore della curia salernitana: «A monsignor Gerardo Pierro, arcivescovo primate metropolita di Salerno Campagna Acerno al compiersi del suo 75˚ anno di età con viva gratitudine l'arcidiocesi eresse». Mentre sacerdoti e seminaristi applaudivano all’inaugurazione dell’opera d’arte, qualche momento di sbigottimento l’hanno vissuto alcuni presuli non preparati all’evento.

L'arcivescovo «di pietra»

LA SORPRESA -
E non solo per la maestosità della statua, ma soprattutto perchè qualche ora prima era stato fatto girare un richiamo di Papa Benedetto XVI pronunciato durante l’omelia della messa in «Cena Domini» del Giovedì Santo: «Preghiamo il Signore — aveva detto Joseph Ratzinger — che le nostre mani servano sempre di più a portare salvezza, a portare la benedizione. Chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinchè non accolgano e lascino entrare in noi le vanitates, le vanità, le nullità, ciò che è apparenza». Qualche sorpresa l’autocelebrazione artistica l’ha provocata anche nei due ospiti presenti all’evento. «Eravamo stati invitati per il taglio del nastro degli spogliatoi e dell’arredo di alcune sale» confessa il sindaco di Pontecagnano, ed assessore regionale, Ernesto Sica che con il primo cittadino di Salerno Vincenzo De Luca erano le autorità civili invitate. «Poi però — continua Sica — siamo andati via. Diciamo che nel momento topico non c’eravamo».

DE LUCA, IL PRECEDENTE E LA JELLA - De Luca, forse, un po’ di invidia deve averla provata. E non solo perchè, qualche anno fa, durante una chiacchierata con i giornalisti, scherzosamente rivelò che avrebbe gradito che le sue ceneri fossero seppellite sotto la costruenda «Piazza della Libertà», la piazza più grande d’Europa simbolo della nuova Salerno. «In verità non credo che esista una norma specifica del diritto canonico che vieti l'installazione di statue autocelebrative— rivela il professore Valerio Tozzi, docente universitario di diritto ecclesiastico — in ogni caso non c'è bisogno di un canone per dire che questa decisione è inopportuna. E rappresenta il colmo della mancanza di modestia che non è sicuramente nella linea della chiesa. Oltretutto il vescovo non sembra essere nemmeno superstizioso: dalle nostre parti una scelta come questa porta jella».

PIERRO E I GUAI GIUDIZIARI - Di certo monsignor Pierro, che a breve lascerà l’incarico salernitano per raggiunti limiti d’età, per quel seminario ha rischiato un processo. E quella fu solo la prima indagine, finita con l’archiviazione del caso, che lo vide coinvolto. Ora, però, l’arcivescovo ha una gatta da pelare ben più complicata: il rinvio a giudizio, con l’accusa di truffa ai danni dello Stato, per l’Angellara Home. L’ex colonia per ragazzi poveri trasformata in albergo di lusso che, purtroppo, ancora non ha statue.

Felice Naddeo
27 maggio 2010



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Assalto contro la casa della maestra d’asilo: molotov da uno scooter

Corriere della Sera
Scarcerata dopo le accuse di maltrattamenti

Il caso Era uscita di cella tre giorni fa tra le proteste

Assalto contro la casa della maestra d’asilo: molotov da uno scooter

ALTOPASCIO (Lucca)

Una bottiglia molotov, lanciata da due persone da uno scooter in corsa, ha danneggiato il portone delle villetta dove da due giorni sta scontando gli arresti domiciliari Anna Laura Scuderi, una delle due maestre dell’asilo Cip e Ciop di Pistoia accusata di gravi maltrattamenti sui bambini. L’ordigno ha provocato un piccolo incendio che è stato subito spento dai parenti della donna e da alcuni vicini di casa.

È accaduto poco dopo le 22,30 di ieri in via Roma 72 ad Altopascio, provincia di Lucca, dove la famiglia della Scuderi si è trasferita da alcuni mesi da Agliana (Pistoia) pare per paura di minacce e ritorsioni. Alcuni testimoni avrebbero visto arrivare lo scooter con due persone vestite di scuro e con il casco da una strada laterale. I due avrebbero prima rallentato, come per prepararsi al lancio, poi dopo aver scagliato la molotov avrebbero accelerato dirigendosi ad alta velocità verso il casello autostradale. Al primo piano della villetta vive una famiglia con due bambini piccoli. Ci sono stati momenti di paura e una donna ha accusato un lieve malore. Ma per fortuna non ci sono stati feriti.
«È un atto gravissimo — ha detto Stefano Panconesi uno dei legali della maestra—e dimostra che in questa vicenda è necessario avere tutti maggiore responsabilità. Queste persone devono affrontare un processo difficile, non possono vivere anche nell’incubo di attentati e atti intimidatori». Daniele Sicari, padre di una delle bambine maltrattate, ha saputo la notizia dai giornalisti. «Mi spiace per quello che è successo— ha commentato—e lo disapprovo. Però non era difficile immaginare che potesse accadere qualcosa di grave dopo tutto il male che queste persone hanno fatto. Noi genitori abbiamo davanti un processo e siamo certi che avremo giustizia e questo ci basta. Ma c’è chi vuole farsi giustizia da solo. Non è giusto e condanno l’episodio. Allo stesso tempo, però, credo che queste due signore dovessero restare in carcere».

Le due donne sono uscite di cella lunedì, quando il gup ha concesso i domiciliari, scatenando le proteste delle famiglie di alcuni bambini vittima di maltrattamenti. Il giorno dopo la sorella di Anna Laura Scuderi aveva scritto una lettera aperta all’avvocato nella quale, tra l’altro, era tornata a chiedere scusa ai genitori dei bambini e alla città. «Laura ha commesso un reato e per questo nell’oggettività della giustizia pagherà con la pena che le sarà inflitta. Ma è mia sorella, il nostro è un legame di sangue, ed è nostro dovere starle vicina nel migliore dei modi». La prossima udienza del processo, che si celebra a Genova, si terrà il 15 giugno.

Marco Gasperetti
27 maggio 2010



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Napoli-Scampia, incursioni nelle case I clan vanno a caccia di «spie»

Il Mattino

  
di Giuseppe Crimaldi

NAPOLI (27 maggio) - Prigionieri nelle loro case. È l’ultima inquietante scoperta fatta da polizia e carabinieri a Scampia. I clan egemoni nella zona, che gestiscono il traffico di droga, stanno compiendo veri e propri blitz all’interno delle abitazioni nelle «piazze» di spaccio. Dal lotto B alle Case di Puffi, nelle palazzine dell’Oasi del Buon Pastore, ma anche nei casermoni di via Bakù e del famigerato isolato «Scr». Da oltre una settimana la camorra ha iniziato l’operazione di «bonifica». Si tratta di controlli domiciliari in piena regola, ordinati dai capipiazza per verificare - di buon mattino - se all’interno dei singoli appartamenti le famiglie residenti diano ospitalità a poliziotti o carabinieri in borghese.

Accade praticamente tutti i giorni, domeniche comprese. E succede puntualmente dopo le sette e trenta del mattino, quando cioè vedette e pusher prendono servizio nelle zone di spaccio. Ad accelerare questa controffensiva della camorra è stata una recente operazione di polizia giudiziaria che ha portato all’emissione di 14 ordinanze di custiodia cautelare in carcere nei confronti di affiliati all’organizzazione che gestiva la cosiddetta «torre dell’erba», la torre B di via Ghisleri.

Dalle intercettazioni ambientali emerge infatti che il capopiazza, conversando con sua madre, chiedeva costantemente, dopo ogni blitz operato dalle forze dell’ordine, di accertare «dove si nascondono gli sbirri». In alcuni passaggi di queste conversazioni i due interlocutori si assicurano di verificare se all’interno dei garage, dei box e finanche degli appartamenti della torre qualche condomino desse ospitalità agli investigatori. «Non riesco proprio a capacitarmi da dove siano venuti fuori - si giustificava la madre parlando con il figlio pregiudicato - ma questi qua devono aver trovato un modo diabolico per fregarci».

Ora sono partite le bonifiche domiciliari. E tra le centinaia di famiglie estranee ai traffici illeciti - a Scampia, come a Secondigliano, vive tantissima gente onesta - serpeggia la paura e si diffonde l’omertà. Ma la conferma a questo nuovo inquitenate capitolo della storia criminale dei quartieri della periferia nord di Napoli arriva dagli inquirenti. «Purtroppo è vero - conferma al Mattino un investigatore imepegnato nella lotta al narcotraffico - abbiamo registrato anche questo: la presenza di pregiudicati che di buon mattino bussano alle porte e perquisiscono ogni angolo delle abitazioni».
Non è ancora finita. Perché sono gli stessi investigatori a confermare un altro particolare inquietante: lo spaccio ormai si svolge all’interno dei condomini, negli androni, nella tromba delle scale dei palazzi.

Accade in questo modo che le famiglie che risiedono in quegli edifici, costrette a subire il ricatto per non incorrere in ritorsioni facilmente immaginabili, debbano addirittura chiedere il permesso ai pusher per uscire dui casa. In alcuni casi poi è documntata la presena anhe di extracomunitari assoldati dalle organizzazioni criminali con improbabili qualifiche di «addetti alle pulizie» dei palazzi. Formalmente li vedi con secchio e ramazza, in realtà svolgono il ruolo di sentinelle all’interno dello stabile.

Insomma, gli ultimi colpi assestati al mercato dello spaccio a Scampia stanno modificando la strategia delle famiglie dedite alla vendita di droga: qui si trova di tutto, dall’eroina al kobrett, dalla cocaina al crack, per finire con marijuana e hashish. E si conferma anche il dato relativo ai prezzi al dettaglio: ormai qui tutto costa tredici euro a dose, cocaina compresa.





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Inchiesta di Bari e "fuga di notizie" «Investigatore indagato per stalking»

Corriere della Sera
Un ufficiale della Finanza sarebbe accusato di 'stalking' nei confronti di alcune testimoni del caso D'Addario

lo scrive il giornale

Inchiesta di Bari e "fuga di notizie"
«Investigatore indagato per stalking»

BARI - Figura come indagato in un fascicolo penale attualmente all'esame del gip di Bari il tenente colonnello Salvatore Paglino, della Guardia di finanza, secondo quanto scrive Il Giornale : il fascicolo riguarderebbe le «fughe di notizie» nell'ambito delle indagini pugliesi che - scrive il quotidiano diretto da Vittorio Feltri - «hanno preso di mira il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi» e delle quali Paglino si è occupato. Riguarderebbe dunque sia le «fughe di notizie» nelle indagini baresi sul giro di escort messo su dall'imprenditore Gianpaolo Tarantini e sugli affari nella gestione della sanità in Puglia sia le «fughe» nelle indagini della procura di Trani riguardanti presunte pressioni sull'Agcom per «boicottare Annozero». Paglino - secondo Il Giornale - sarebbe finito nel fascicolo penale per «un presunto "stalking" operato dall'ufficiale nei confronti di alcune ragazze precedentemente ascoltate come persone informate sui fatti in relazione alle rivelazioni di Patrizia D'Addario»

«IO NON SO NIENTE» - Nel fascicolo - è detto ancora dal quotidiano milanese - «quello che emergerebbe, più che un "complotto" in senso stretto, sarebbe una rete di interessi giudiziari e mediatici tesi ad orientare politicamente alcuni frangenti delle inchieste sulla sanità pugliese». Contattato dal quotidiano di Feltri, Paglino, trasferito da qualche tempo su sua richiesta in una città del Nordest, «nega tutto: "Io non ne so niente, non sto più nemmeno a Bari, non so dire niente"» si legge.

Redazione online
27 maggio 2010



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Cicchtto propone un controboiccottaggio a Coop e Conad

Libero





Occhio per occhio, boicottaggio per boicottaggio. E' questa la singolare provocazione del capogruppo alla Camera del PdL Fabrizio Cicchitto che, entrando nel merito della presunta sparizione dei prodotti israeliani dagli scaffali della Coop e della Conad, ha proposto un controboicottaggio contro queste due catene di produzione.
"La decisione di Coop e Conad di togliere dagli scaffali prodotti israeliani è insieme ipocrita e gravissima. Di fatto un boicottaggio. Se persistono in questo atteggiamento che per ora non qualifichiamo con l’aggettivo che meriterebbe bisognerà organizzare il boicottaggio di Coop e Conad", ha detto Cicchitto.

E il presidente dei deputati del PdL non è l'unico che è pronto a passare ai fatti. L'Associazione "Secondo Protocollo" ha inviato un esposto alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo chiedendo l'apertura di un procedimento contro CONAD e COOP al fine di stabilire se in tale azione vi siano i presupposti di una violazione all'articolo 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione dei Diritti dell'Uomo.

DIFESA - Tuttavia le due catene di distrubuzione non cambiano le loro posizioni. La sparizione dagli scaffali dei prodotti a marchio Agrexco provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania non sarebbero etichettabili come un boicottaggio.
"Conad non intrapreso alcuna azione di boicottaggio, ma ha solo richiesto informazioni al fornitore".
E anche la Coop si difende.
"Abbiamo deciso di sospendere gli approvvigionamenti di merci prodotte nei territori occupati, solo per una mancanza etichettatura della provenienza dei prodotti. Per questo valuteremo se esistano possibilità di specificare maggiormente l'origine del prodotto, al fine di consentire per il consumatore finale una reale distinzione tra i prodotti made in Israel e quelli eventualmente provenienti dai territori occupati".

25/05/2010





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Pagano gli statali I parlamentari no

Il Tempo

La cura anticrisi: stipendi bloccati per tre anni.
Al travet della Capitale se ne va via tutta la tredicesima.
Ridotti i compensi ai membri del governo non eletti: sono dieci.
E l'Anm attacca: "Noi colpiti tre volte".




Il costo della manovra lo pagheranno soprattutto i dipendenti pubblici. Il premier Berluscono lo ha detto a chiare lettere: «Chi paga un dazio sulla manovra è il personale del pubblico impiego. Resterà fermo un giro ma non è il caso di drammatizzare dal momento che gli statali hanno a loro vantaggio la certezza del posto di lavoro e aumenti retributivi negli scorsi anni superiori a quelli del settore privato». Detto fatto al dipendente pubblico non resta che stringere la cinghia. Se poi abita a Roma i sacrifici sono ancora maggiori. Fatti due conti, con la manovra se ne va in fumo l'intera tredicesima. Come? Cominciamo col dire che gli stipendi saranno congelati per tre anni, fino al 2013. L'appuntamento con il rinnovo dei contratti salta. Il decreto del governo prevede anche interventi sulle buonuscite che saranno corrisposte a rate nell'arco di tre anni e calcolate secondo i parametri previsti per il Trattamento di fine rapporto del settore privato.

A questa situazione generale si aggiunge quella particolare dello statale romano su cui stanno per abbattersi le misure della fiscalità previste per far fronte ai debiti del bilancio della Capitale. La batosta per un dipendente ministeriale, con una retribuzione netta di 1.600 euro al mese, potrebbe superare i 1.500 euro l'anno. Vale a dire che gli salterebbe la tredicesima. A fare i conti in tasca al signor Rossi, lavoratore ministeriale romano, sono le associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori, attraverso una simulazione sulle ipotesi di ricadute economiche.

Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha fatto sapere che al fondo per Roma Capitale «arriveranno 300 milioni strutturali da adesso al 2046», ma altri strumenti finanziari, per raccogliere le risorse necessarie (circa 500 milioni annui) per ristrutturare il debito, restano disponibili. Nella proiezione elaborata dalle associazioni dei consumatori, si è tenuto conto che il signor Rossi lavori a Roma, appunto, abiti in una zona periferica, sia un impiegato ministeriale, con una busta paga netta di 1.600 euro al mese e utilizzi per 6 giorni alla settimana il Grande raccordo anulare. Anche se al momento lo stesso Alemanno ha escluso la possibilità dell'applicazione di un pedaggio sul Gra così come di una tassa di scopo per la realizzazione di opere pubbliche e investimenti in servizi sociali.

Tornando all'elaborazione, Adubef e Federconsumatori hanno quindi considerato una ricaduta di 96 euro al mese per il blocco dei contratti pubblici nel solo triennio; 24 euro per l'utilizzo del Gra 6 volte alla settimana per 50 centesimi a tratta; 4 euro per l'aumento dell'addizionale regionale; 1 euro per l'addizionale comunale; 2 euro per l'aumento delle tariffe rifiuti ed altri 4 euro, sempre al mese, per tariffe di varia natura. Totale: 131 euro al mese, ossia 1.572 euro annui. Giro di vite poi alle missioni, agli eventi, alle manifestazioni e alle spese per le pubbliche relazioni. Chi finora era abituato a viaggiare per lavoro dovrà ridimensionarsi.

Stesso discorso per i pachidermi e esorbitanti uffici di pubbliche relazioni. I tagli potrebbero anche portare a un trasferimento del personale che finora era in quei servizi. Sono ridotte del 10% le indennità e i compensi per gli incarichi. Dovranno tirare la cinghia anche i componenti dei consigli d'amministarzione e dei collegi sindacali delle società pubbliche. I loro compensi saranno ridotti del 10%.

La manovra colpisce anche quanti vorrebbero fare un concorso nella pubblica amministrazione. Tremonti ha sbarrato l'entrata a ministeri e enti statali bloccando il turn over per altri due anni. Non va meglio per quanti sarebbero pronti ad accontentarsi di un contratto a tempo determinato, come co.co.co. Il decreto infatti taglia le spese della macchina statale per i contratti a tempo determinato; non potranno essere superiori del 50% di quelle dell'anno precedente. Non sono risaprmiati i dirigenti. Le retribuzioni superiori a 90.000 euro l'anno saranno ridotti del 5% e del 10% per la parte eccedente i 130 mila euro. Novità per le pensioni. Ci sarà una sola finestra per l'accesso ai trattamenti di anzianità e di vecchiaia ma le donne del pubblico impiego non avranno sgradite sorprese. nei giorni precedenti era circolata la voce di una accelerazione dell'età di pensionamento. Ieri il ministro Sacconi l'ha smentito.


Laura Della Pasqua

27/05/2010





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Nei guai l’ufficiale che indagò sul D’Addario-gate

di Redazione

Chiusa l’inchiesta sulla fuga di notizie: molestate con telefonate e sms le ragazze ascoltate la scorsa estate dai pm baresi

Il colonnello della Gdf Paglino si difende così: "Non ne so nulla".

Magistrati insospettiti da quelle "attenzioni particolari"



 

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Da investigatore di punta della procura di Bari a soggetto «investigato» dalla stessa procura. Insolita parabola per il tenente colonnello della guardia di finanza, Salvatore Paglino, responsabile delle indagini sulle note inchieste pugliesi che hanno preso di mira il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nei mesi scorsi l’ufficiale della Gdf barese, ora trasferito su sua richiesta in una città del Nordest, sarebbe finito incidentalmente nella rete buttata dalla procura del capoluogo, intenzionata a fare luce sulle continue fughe di notizie che hanno contraddistinto sia i procedimenti sulle escort a Palazzo Grazioli avviati a Bari che le «pressioni» istituzionali per bloccare determinati programmi Rai, sfociate nel fascicolo sull’Agcom a Trani.

Il nome del colonnello, infatti, si ritrova negli accertamenti svolti dall’ufficio del capo degli uffici giudiziari baresi, Antonio Laudati, relativamente a un presunto «stalking» operato dall’ufficiale nei confronti di alcune ragazze precedentemente ascoltate come persone informate sui fatti in relazione alle rivelazioni di Patrizia D’Addario, la prostituta che entrò con un registratore nella residenza romana del premier e che oggi è oggetto, anch’essa, di accertamenti a margine dell’ipotesi di «complotto» ai danni del capo del governo.
In realtà il fascicolo d’indagine sarebbe molto più ampio, tanto da poter definire «quasi marginali» le presunte condotte scorrette del colonnello nei confronti delle ragazze. E includerebbe il filone nato in seguito alla fuga di notizie che portò gli interrogatori del re delle protesi Gianpaolo Tarantini, che dovevano essere blindati, sulla prima pagina del Corriere della sera il giorno stesso in cui Laudati si insediava come procuratore capo.

Quei faldoni, che contengono anche le prove raccolte a proposito delle presunte molestie telefoniche, confermate a verbale da alcune delle vittime, sarebbero già sul tavolo del giudice per le indagini preliminari. Quello che emergerebbe, più che un «complotto» in senso stretto, sarebbe una rete di interessi giudiziari e mediatici tesi a orientare politicamente alcuni frangenti delle inchieste sulla sanità pugliese. E le risultanze di mesi di indagine avrebbero portato a individuare nomi di rilievo tra quanti hanno lavorato a vario titolo alla caldissima estate giudiziaria pugliese del 2009.

Tra i nomi che ricorrono c’è appunto quello di Paglino, investigatore di punta proprio nell’indagine su Berlusconi e sui giri di ragazze gestiti da Tarantini per incrementare il proprio business. Un protagonista, spesso presente negli interrogatori chiave sia delle giovani e belle testimoni dell’affaire D’Addario-Tarantini che dei vip nell’inchiesta tranese sulle presunte pressioni del premier per boicottare Annozero. C’era lui, per esempio, con il pm di fronte al direttore del Tg1 Augusto Minzolini e del commissario dell’authority Giancarlo Innocenzi.

Quali siano le ipotesi avanzate dai pm che hanno chiuso le indagini nei suoi confronti non è dato sapere, ma certamente nel corso dell’inchiesta su fuga di notizie e anomalie della Sanitopoli pugliese gli inquirenti sono sbattuti su quei tabulati e su quei messaggi sospetti. Sarebbero centinaia gli approcci telefonici nei confronti di testimoni, troppi per essere casuali o attinenti al suo ruolo istituzionale, secondo gli inquirenti. Che avrebbero riscontrato con interrogatori e attività di verifica la consistenza delle «attenzioni particolari» che il colonnello Paglino avrebbe rivolto alle ragazze del giro di Tarantini. Proprio una di queste ultime, convocata in procura, avrebbe confermato di aver subìto per mesi pressioni, messaggi e chiamate da parte dell’ufficiale, per motivi che, con le indagini, non avevano nulla a che vedere. Contattato dal Giornale l’ufficiale resta abbottonato e nega tutto: «Io non ne so niente, non sto nemmeno più a Bari, non so dire niente e vi saluto, arrivederci».

Molestie? Stalking? L’ipotesi di reato dev’essere ancora rivelata. Ma che l’uomo alla guida del gruppo investigativo della gdf in azione a Bari volesse offrire amicizia, conforto o chissà che altro - comunque, va ribadito, non attinente alle indagini - a persone che erano testimoni in un’inchiesta delicata, e quindi in condizioni di potenziale sudditanza, è già così qualcosa di talmente poco ortodosso da insospettire i pm. Ma, come detto, il fascicolo ora all’esame del gip barese riserverebbe ben altre sorprese. L’attesa non durerà molto.





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Mio figlio e lo yacht? Inventato"

di Valeria Braghieri

Briatore smentisce: "Elisabetta non direbbe mai una frase così.  Hanno parlato con qualcuno che ha riferito inesattezze" Poi ironizza: "il bimbo ha solo due mesi, ma ha già vissuto tutto..."


«Elisabetta viene dalla Calabria, suo padre è un uomo che ha sempre lavorato, si figuri se potrebbe mai uscirsene con parole tanto infelici, con parole da una che non sa cosa sia il mondo. La verità è che quella frase Elisabetta non l’ha mai pronunciata e abbiamo già dato mandato ai nostri legali di querelare il settimanale Diva e Donna».

Flavio Briatore è arrabbiatissimo, incasinatissimo, educatissimo. Intanto lo yacht glielo hanno sequestrato davvero (perfino il Financial Times ricostruiva la vicenda spiegando che certe misure penalizzano solo i proprietari di yacht italiani), «pazzesco, lo sanno tutti che quella barca è charterizzata e quando è libera l’affitto io personalmente, come Flavio Briatore» e poi come gliel’hanno sequestrata: «Sono arrivati quindici finanzieri, a sirene spiegate, intimandoci di rientrare in porto perché io ero al confine delle acque territoriali.

Va bene. Ma non stavo mica scappando, avrebbero potuto anche evitare tutto quel clamore. E guarda caso c’erano già le telecamere...» e ora anche questa bufera su sua moglie e, indirettamente, su suo figlio Nathan Falco che «per carità, è un bambino fortunato, ma ha solo due mesi e gli è già successo di tutto: il sequestro, il volo per andarsene da lì...».

Gli si calma un po’ la voce e tiene ancora più calme le parole, «lo capisco, certo, se i giornali vedono una cosa del genere la riportano, il problema è che Elisabetta non ha mai parlato con Diva e Donna. Il servizio era illustrato con mie fotografie vecchie di tre anni e, insomma, dev’esserci stata parecchia confusione attorno a quell’articolo. Sembra abbiano parlato con qualcuno che ha riportato le parole di Elisabetta e lo ha fatto pure male. Mah...».

Di confusione ce n’è stata eccome, martedì, quando il lancio con l’esclusiva del settimanale annunciava un’intervista ad Elisabetta Gregoraci in cui l’ex showgirl si diceva allarmata perché a suo figlio «mancava lo yacht, era irrequieto e piangeva sempre». Tutti i quotidiani hanno ripreso la dichiarazione, la notizia si è sparsa generosa come il profumo del pane, l’ironia ci è andata dietro. «In Italia non ci sono più regole, questa è la verità» riprende Briatore «e mi riferisco a tutto. Elisabetta si è spaventata il giorno del sequestro, questo sì.

E c’è da comprenderla, si immagini quello spiegamento di forze, le telecamere, lei che col bambino deve scendere immediatamente dalla barca, lasciare lì tutto. Non c’è stato un minimo di garbo, non le hanno dato il tempo di fare nulla. Ed è vero, Elisabetta ha perso il latte. Il medico aveva previsto che ne avrebbe avuto per circa quattro mesi e invece ora non ne ha più, dopo soli due. Non sto dicendo che sia un dramma, il bambino prenderà il latte artificiale, però è un fatto. Come è un fatto che il filmino con noi costretti a sbarcare dal Force Blu era su internet poco dopo l’accaduto. Questo come lo chiama?».

Ieri anche l’avvocato della Gregoraci ha diramato un comunicato a nome di Elisabetta: «Ancora una volta, dopo la vicenda accaduta a largo di La Spezia, si è cercato di ledere l’immagine della mia famiglia, utilizzando il nome di mio figlio. Non ho mai affermato quanto riportato dal settimanale Diva e Donna. Si tratta di dichiarazioni ridicole ed insulse che non mi appartengono. È ormai del tutto evidente che c’è un certo tipo di stampa che a costo di pubblicare ci danneggia diffondendo false interviste. Adesso attendiamo sereni che anche tutta questa vicenda si concluda al più presto».

Dal settimanale, però, nessuno commentava l’accaduto.
Briatore, invece, commentava eccome: «E dire che Elisabetta ha evitato di parlare con tutti i giornali, eccezion fatta per quella intervista sul Corriere della Sera, proprio per evitare cose di questo tipo, proprio per evitare che in un momento già storto, si aggiungessero altre cose». Dal Force Blu, a una rabbia blu. E senza neppure calare la scaletta.



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Formica assolto dopo 17 anni: tortura di Stato

di Giancarlo Perna

Assolto l’ex ministro Psi. Aveva 66 anni all’inizio del calvario, adesso ne ha 83: chi gli restituisce vita e carriera distrutte?

Così è tortura di Stato. La toga che lo ha messo sotto accusa ingiustamente adesso è senatore del Pd.

Politici scagionati dopo processi fiume: da Mannino ad Andreotti



 

Accusato di tangenti, Rino Formica è stato pienamente assolto 17 anni dopo: non aveva intascato nulla. Nel frattempo, l’otto volte ministro socialista è passato dai 66 anni che aveva nel ’93,quando il processo iniziò, agli attuali 83. Per sua fortuna, è vivo, lucido e può assaporare la vittoria. Poteva andargli peggio. Ma intanto ha finito da allora con la politica che fu la sua vita e poteva ancora riservargli soddisfazioni. È stato ostracizzato, circondato da diffidenze, subissato di ironie.

Formica era negli anni ’80 e primi ’90 un politico potente e il numero uno del Psi in Puglia. Fu sospettato di avere favorito, in cambio di mazzette, la ditta Emit di Milano per la realizzazione di nastri trasportatori nel porto di Manfredonia. Dopo un processo a Foggia durato undici anni è stato condannato a quattro anni e sei mesi. Ci sono voluti altri sei anni prima che, l’altro ieri, la Corte d'appello di Bari lo assolvesse per non avere commesso il fatto. In precedenza, era già stato assolto - con la stessa ampiezza - dall’accusa, altrettanto fasulla, di tresche con il re delle cliniche pugliesi, Francesco Cavallari. Uno scandalo spacciato per prova regina della corruzione del pentapartito nella prima Repubblica. Imputati di spicco furono Formica e il democristiano, Vito Lattanzio. La causa durò 14 anni e si è conclusa nel dicembre dell’anno scorso. Formica e Lattanzio e la totalità dei presunti correi (31 persone) furono assolti sia in primo che in secondo grado. Per le cliniche, Formica e Lattanzio trascorsero mesi agli arresti domiciliari. Formica fece il bis dell’esperienza anche per la vicenda Emit.

Casi patenti giustizia coi piedi. Ora, i soliti ammiratori delle toghe diranno che alla fine, però, la giustizia ha trionfato. Lo stesso Rino, visibilmente sollevato, ha detto al termine del processo Emit: «Ho avuto fiducia nella magistratura e sono stato premiato. I magistrati passano, la giustizia resta. Una magistratura che sa giudicare esiste ancora». La gioia gioca brutti scherzi, l’orgoglio fa il resto. Comprensibilmente fiero di avere resistito alla mattanza giudiziaria, l’ex ministro non ha voluto infierire.

Noi invece che non abbiamo dovuto vivere le sue stesse vicissitudini, siamo molto più imbufaliti. Trovo pazzesco che un tizio debba passare un quarto della propria esistenza tra le grinfie dei giudici prima che si accorgano della sua innocenza. Non è un sistema: è tortura di Stato. Loro che ti hanno incastrato, intrufolandosi nella tua vita e prontissimi a rovinartela, almeno una cosa hanno il dovere di fare: spicciarsi. Niente ferie, signori, avete l’obbligo dell’insonnia finché la verità non viene a galla. Invece, voi che avete rotto le uova nel paniere, vi sentite autorizzati a obbligare me a ingurgitare la vostra frittata. Tangentopoli, in cui la vicenda Formica si inserisce, con la sua stragrande maggioranza di assoluzioni a babbo morto, ha calpestato un principio cardine: la ragionevole durata del processo.

I tempi non sono una variabile indipendente della giustizia, soprattutto di quella politica. Perché, vero che ora Formica è stato assolto, ma il suo partito - e vale anche per Dc, Pri, Pli ecc- intanto è scomparso. A spacciarlo non sono state tanto le inchieste quanto le lungaggini bibliche delle istruttorie. Niente resiste a 15 o 20 anni di indagini. Altri prendono il posto dei partiti azzoppati e, al termine, l’intera geografia politica di un Paese è artificiosamente cambiata. È questa l'essenza della rivoluzione giudiziaria italiana, giustamente definita «falsa rivoluzione».

Aperti i procedimenti contro di lui, l’innocente Formica non è stato rieletto in Parlamento nel ’94 e da allora si è ritirato. Era stato un ministro capace e uno spirito libero. Quando vide che al craxismo trionfante si accodavano avventurieri interessati bollò l’Assemblea nazionale del Psi come un coacervo di «nani e ballerine». Non è mai stato un tipo che le mandava a dire. Celebre la sua lite con un altro temperamento peperino, il dc Nino Andreatta, che causò la caduta del secondo governo Spadolini nell’82. Nino era ministro del Tesoro, Rino delle Finanze. Andreatta, che non amava Craxi, disse che il Psi faceva una politica «nazionalsocialista». L’allusione al nazismo non piacque ovviamente a Formica che si infuriò. Andreatta, beffardo, si giustificò dicendo che aveva usato il termine all’inglese e che intendeva invece dire «socialismo nazionale». Rino, insoddisfatto, continuò a punzecchiare e Andreatta reagì appiccicandogli l’etichetta di «commercialista di Bari».

La replica di Formica fu fulminea: «Andreatta? Una comare sul ballatoio». Fa tenerezza ricordarlo oggi che Max D’Alema manda i giornalisti «a farsi fottere».
Disoccupato e in attesa che la magistratura, con comodo, lo scagionasse, Rino si è riciclato in analista politico. Si è dimostrato acuto e preciso, non sfiorato dall’età. Ha collaborato alle Nuove ragioni del socialismo, rivista di Emanuele Macaluso, un ex comunista fuori dal coro. Fedele al ricordo di Craxi, ha fatto in gennaio un discorso memorabile per il decennale della morte. Ha perfino fondato un movimento, Socialismo e libertà, schierandosi - chissà perché - col centrosinistra dove si annidano tutti quelli che gli hanno voluto male. Oggi, è il padre nobile degli ex psi pugliesi e non solo.
La cosa potrebbe finire qui se lo stesso Formica non avesse detto all’uscita dal tribunale due giorni fa: «Non è la magistratura che è malata. Ci sono dei magistrati malati». Richiesto di spiegarsi, ha aggiunto: «Negli anni di Mani pulite l’intreccio tra politica e giudici era innegabile. Verrà il momento in cui chiederemo il conto ai profittatori di regime». E ha fatto il nome di Alberto Maritati, il pm di Foggia che lo ha ingiustamente incriminato due volte, precisando: «Da anni è senatore del Pd. Che robaccia, che intrico tra magistratura e malaffare, c’era in quegli anni a Foggia». Non è un complimento. Anzi, una chiara allusione a una strategia giudiziaria del suddetto pm per liquidarlo.

Maritati è una toga che ha sempre coltivato ambizioni politiche. Nell’83 fu candidato alla Camera per i socialisti di Claudio Signorile. Fece fiasco e da allora, dicono, si è mosso in odio al Psi e alleati. Sta di fatto che fu lui a mettere nei guai il pentapartito in Puglia sia con le cliniche che con i nastri trasportatori. Ignoro quali prove avesse. Non è però una gran lacuna poiché quelle che aveva, se le aveva, sono state successivamente buttate alle ortiche pure dai suoi colleghi. Maritati si è anche distinto per avere scoperto, dieci anni dopo il fatto, che D’Alema aveva preso una mazzetta da quel Cavallari re delle cliniche.

Glielo confermò lo stesso Max durante un interrogatorio. Nel verbale, il pm - che ormai non poteva più incriminarlo per sopravvenuta amnistia - elogiò il tangentista con i baffetti per le sue «leali dichiarazioni». L'anno dopo Maritati fu eletto senatore del Pd in quota D’Alema. Lo è tuttora. Forse, evocando i «profittatori di regime», Formica è stato avventato. Ma ha anche torto?





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Celentano «imputato» a Sanremo

di Redazione

Adriano Celentano è arrivato alle 12.45 al tribunale di Sanremo per presenziare all’udienza per la causa civile per danni intentatagli dal fotografo Giuseppe Staltari (detto Pepè) per le lesioni subite a Bordighera vicino alla spiaggia del Grande Hotel del Mare, il 24 agosto 2006. Il fotografo sostiene di essere stato aggredito da una guardia del corpo di Celentano per ordine del cantante esasperato dalle foto che gli venivano scattate in spiaggia.

Alla domanda «farete pace?» posta al cantante al suo arrivo, Celentano, che era accompagnato da una nutrita scorta, ha risposto «pace non credo proprio». In aula Celentano ha ammesso i propri addebiti. Ha riconosciuto di aver cercato di strappare la fotocamera a Staltari.

Nel corso dell’udienza, alla presenza dei rispettivi avvocati della difesa (Andrea Ricca Barberis, per Pepè e Luciano Leone per Celentano), il giudice ha interrogato entrambe le parti. Celentano ha detto di essersi avvicinato e di aver strattonato il fotografo, ma anche specificato di aver agito da solo, senza la complicità della guardia del corpo, Fabrizio Torre, accusata di aver trattenuto il fotografo. Il giudice ha aggiornato il processo al 27 ottobre prossimo, ammettendo due testi, uno per parte: la compagna di Pepè, Vilma Budigna, e la guardia del corpo, Fabrizio Torre. All’uscita del Palazzo di Giustizia, Celentano ha ribadito che non intende fare pace col fotografo e che andrà avanti per la sua strada, anche se alla fine ha acccettato una vecchia foto della madre Giuditta che Pepè gli ha offerto.



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Presa «Miss Droga», l'ex modella a capo di una banda di narcos

Corriere della Sera
Colombiana, 31 anni, fisico da favola, aveva costituito una rete di spacciatori con l'Europa via Messico

Angie Sanclemente Valencia è stata arrestata a Buenos Aires

Presa «Miss Droga», l'ex modella a capo di una banda di narcos


Angie Sanclemente Valencia
Angie Sanclemente Valencia
WASHINGTON – Dopo cinque mesi di latitanza, tra foto su Facebook e interviste in luoghi segreti, Angie Sanclemente Valencia è stata arrestata a Buenos Aires. E la notizia della sua cattura ha subito conquistato titoli sui media. Difficile ignorarla. Colombiana di 31 anni, fisico da favola, Angie si è trasformata da «Miss Caffè» in capo di una banda di narcos. Una gang che operava, con successo, tra Argentina, Messico ed Europa.

MODELLI-SPACCIATORI - Per la polizia l’ex reginetta aveva organizzato un network che spediva cocaina da Buenos Aires a Cancun (Messico) e quindi verso località europee, Roma compresa. Nulla di strano se non fosse stato per le protagoniste. A trasportare le valige di coca erano belle ragazze. Angie ha affidato il compito di reclutarle a un «collaboratore» di 25 anni, professione modello, ricompensandolo con 2 mila dollari per ogni nuova «allieva». Le ragazze – secondo gli ordini della colombiana – dovevano essere attraenti ma non troppo appariscenti. In modo da distrarre i doganieri, ma senza farsi notare troppo.

BRACCATA - Le tracce della banda sono emerse alla metà di dicembre, quando all’aeroporto di Buenos Aires è stata fermata una ragazza di 21 anni sorpresa con 55 chilogrammi di cocaina. «Mi avevano promesso 5 mila dollari di ricompensa raccomandandomi di stare tranquilla», ha rivelato la giovane. Dopo la cattura della complice, la squadra anti-droga ha intensificato le ricerche della capobanda a Buenos Aires. Ed è nella capitale argentina, nel celebre quartiere Palermo, che l’hanno scovata. A tradire Angie, forse, un contatto con la stampa. Braccata dalla polizia, la modella si è difesa attraverso i giornali: «Non c’entro nulla con la droga. Mi hanno incastrata». E il suo legale sosteneva che la donna non voleva costituirsi perché temeva di «essere violentata o aggredita in carcere».

RICORDI - La sua storia ricorda quella di altre Miss diventate le amiche dei padrini. Angie, dopo aver vinto il titolo di «Regina del caffè», si è legata a un criminale messicano conosciuto come «il Mostro». Poi, però, si è messa in proprio, formando la sua banda e dimostrando grandi capacità. Per gli investigatori voleva spedire una valigia di coca alla settimana con l’obiettivo di piazzare la merce soprattutto in Europa.

Guido Olimpio
27 maggio 2010






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L'Eliseo e la censura: su You Tube ricompare il video delle gaffe di Carlà

Il Mattino



di Pino Taormina

PARIGI (26 maggio) -

Quella sua repentina sparizione aveva fatto venire molto più di un sospetto a blogger e utenti del web: vuoi vedere che c'è uno zampino malizioso (chiamiamolo pure censura) dietro l'improvvisa cancellazione da You Tube del video in cui un regista francese colleziona molte imbarazzanti interviste ed apparizione tv della "premiere dame" prima di diventare una Sarkozy?

Ma da poche ore il video è ricomparso in rete: la bella Carla "Carlà" Bruni parla a ruota libera di tutto, soprattutto di sesso e dei suoi fidanzati («Ho fatto lezioni di sesso in sette lingue». «Non sposerei mai un uomo povero». «Trenta amanti suona meglio di dieci»). Secondo i malpensanti, il video non è piaciuto all'Eliseo. Che prima ne avrebbe ordinato la sua eliminazione su YouTube per poi cambiare idea. Da qui la sua ricomparsa.

Video

Ma tra la coppia presidenziale e il web, si sa, non corre buon sangue: a marzo rimbalzarono su alcuni siti notizie di presunte scappatelle all'ombra degli Champs-Élysées. Chiacchiere da blog, ma con tanto di nomi e cognomi: lui con l'aitante ministra all'ecologia, la campionessa di karate Chantal Jouanno, lei con il cantante Benjamin Biolay. Notizie smentite. Ma che costarono la poltrona a molti consiglieri del presidente, accusati di essere autentiche "gole profonde". In fondo non è per la Bruni «femme fatale senza rimorsi», ma per «monsieur le president» che, si dice, sia di un permaloso esagerato. E così Sarkozy in quell'occasione non si limitò a telefonare alle agenzie per smentire, ridimensionare o negare e non chiamò neppure il comandante della Gendarmerie. Non fece nulla, in apparenza. Fatto sta che i due cronisti che avevano messo sul sito del Journal du Dimanche - l'unico quotidiano che in Francia esca la domenica - la notizia del presunto tradimento reciproco sono stati licenziati.

Sarkozy, soprattutto quando c'è di mezzo la donna del momento, sa essere cattivo sul serio. Nell'agosto 2005 Paris Match ha in copertina Cécilia Sarkozy. Ma al suo fianco non c'è il marito, allora ministro dell'Interno, bensì l'amante, Richard Attias, pubblicitario e miliardario. Passano pochi giorni e il direttore della rivista viene licenziato.

Ma anche le copie della biografia di Cécilia - che evidententemente non dovevano poi piacergli così tanto - vennero inviate, anziché in libreria, al macero. Altro scoop: foto del presidente che esce dal Consiglio dei ministri con un fascio di carte sotto il braccio; ingrandite con il teleobiettivo, si vede la lettera di un'ammiratrice che gli manda «millions de besitos». Il settimanale è già in stampa; anche stavolta Sarkozy - si racconta -fa bloccare tutto.

E Carla Bruni? Lei, invece, è davvero molto simpatica in Francia, tanto da avere già un piccolo soprannome: il primo pompiere dell'Eliseo. Fa una gran quantità di gaffes, tutte di poco conto, mai nulla di imbarazzante. Parla tante volte a nome del marito e quasi nessuno cu fa caso alle sue frasi fuori logo. Forse per insicurezza. E poi, in fondo, è italiana. E ai francesi questo già basta per non fargliene passare una.





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