martedì 25 maggio 2010

La cricca delle coop che boicotta Israele

di Fiamma Nirenstein

Spariscono dai supermercati i prodotti coltivati nelle colonie ebraiche: Cooperative operaie e Conad le prime ad aderire alle "sanzioni".

E' la penosa novità di voler condannare simbolicamente un Paese a morire di fame


 

È uscito da poco un libro che spiace non sia stato ancora tradotto in italiano: si chiama The Israeli Test e l’autore, George Gilder, sofisticato economista che gode di fama internazionale, spiega che il mondo deve a Israele in termini di scienza dell’agricoltura, medicina, software, una prodigiosa, inverosimile quantità di gratitudine. Il mondo sarebbe molto peggiore senza l’aiuto di questo piccolo Paese impegnato nella sua quotidiana lotta di sopravvivenza. C’è chi lo capisce, ed ha così superato l’Israeli test. Ma molti di più invece, poiché ottusi dall’ideologia, non sono in grado di superare l’esame: è il caso delle Coop, il consorzio nazionale delle cooperative di consumatori, e della Conad che piamente hanno ieri piegato la fronte sotto le pressioni di un gruppo di Ong e associazioni varie che hanno chiesto loro di boicottare i prodotti israeliani agricoli importati dalla società Agrexco, perché lo 0,4% di questi prodotti, non contrassegnato col marchio dei lebbrosi come nei sogni delle Ong, potrebbe invece provenire dai Territori della Giudea e della Samaria.

Questo ha reso agli occhi dei fanatici delle Coop e della Conad indispensabile gettare giù dagli storici scaffali delle Coop tutti quanti i prodotti israeliani. Non ha importanza, come vorremmo che dicesse ad alta voce ai suoi amici delle cooperative rosse Bersani, che per coltivare quella frutta e quella verdure da sessant’anni gli israeliani, tutti gli israeliani, si sono spaccati la schiena senza risparmio, che hanno insegnato a tutto il mondo come irrigare a goccia, dare lezioni su come far fiorire di prodotti indispensabili persino il deserto. Che importa di fronte a un mostro detto colono che, qualcuno forse se lo ricorda, a Gaza, lasciò le sue serre piene di fiori e pomodori ciliegia, ed esse furono consegnate ai palestinesi e immediatamente fatte a pezzi dalla rabbia di Hamas. I coltivatori del West Bank per la Coop devono crepare di fame con le loro famiglie come i contadini ucraini ai tempi di Stalin.

I prodotti israeliani sono inquinati per le cooperative di «violazioni dei diritti umani», come dicono quelli del gruppo «Stop Agrexo»: ma sarebbe interessante sapere se per i prodotti cinesi, e che so, di molti paesi orientali, del Medio Oriente e dell’Africa viene fatto lo stesso esame «diritti umani». Altrimenti c’è da pensare che qualcosa non vada proprio con Israele. Il «direttore qualità» della Coop dottor Mario Zucchi afferma di «avere esaminato con attenzione» la richiesta del gruppo che in occasione della «Giornata della Terra» ha «coordinato la sua azione» in vari supermarket della Coop e della Conad: ne fanno parte le ong Attac, Pax Christi, Federazione della Sinistra, Fiom Cgil, Forum Palestina, Un Ponte Per (quello delle due Simone) e non possono mancare anche due gruppi di ebrei antisraeliani, sempre utilissimi, l’Eco, ebrei contro l’occupazione, e le Donne in Nero. In genere tra le lobby contro i rapporti fra Ue e Israele e per il disinvestimento ci sono attivisti che non dormono mai, boicottatori full time che si dedicano a una continua campagna di delegittimazione di Israele accusato di tutti i peggiori crimini, apartheid, crimini contro l’umanità... il fine ultimo è la cancellazione dello Stato ebraico.

C’è chi non ha voglia di rendersene conto, ma la sinistra italiana più rocciosa si è da tempo avventurata su questa strada, è storia vecchia. Ma che le grandi, storiche catene di supermarket si alleassero al crimine di condannare simbolicamente e teoricamente Israele a morire di fame, è una penosa novità. Oltretutto boicottare coerentemente Israele significa buttare alla spazzatura una valanga di invenzioni indispensabili. Chi ha il coraggio, per restare alle scoperte recenti, butti quella dell’esame del sangue che classifica per curarla la sclerosi multipla, il congegno che ristora l’uso di arti paralizzati, la nuova invenzione che aiuta i bambini con disturbi gravi a respirare nel sonno, le recenti cure dell’Alzheimer, la riparazione del Dna, l’eliminazione delle manifestazioni del Parkinson. Se si vuole boicottare Israele con coerenza bisogna eliminare il telefonino, i cui moderni miglioramenti sono figli della sede israeliana della Motorola, e anche il computer, i cui stupefacenti sviluppi sono stati pensati dalla Intel in Israele... e questo è un piccolo spicchio della realtà. Avanti dunque ai boicottatori, che la Coop e la Conad restino nel mondo della menzogna sinistrese, su di loro permane la vergogna di aver disprezzato il contributo irrinunciabile che Israele dà al mondo.



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Lancio di bottiglia a Sarkozy

Santoro si rimangia l'accordo con la Rai "Inutile immaginare dei cambiamenti"

di Redazione

Il conduttore di Annozero fa un passo indietro sulla possibilità di un accordo per lasciare la Rai come dipendente: "Le continue fughe di notizie hanno violato l’impegno di riservatezza indispensabile per un possibile accordo, favorendo interpretazioni fantasiose lesive della mia immagine".

Il presidente della Rai Garimberti: "E' una grande risorsa deve restare con noi"




Roma - Il tormentone sul futuro professionale di Michele Santoro va avanti. Dopo che erano circolate varie ipotesi sul suo conto - la ricca buonuscita di Viale Mazzini per compensare la fine del rapporto di lavoro prima del pensionamento e la possibilità, da collaboratore, di continuare a fare dei programmi in tv, e da ultimo l'eventuale approdo su Raitre - ora arriva la marcia indietro del conduttore. "In questa situazione non ha alcun senso continuare ad immaginare cambiamenti il cui scopo fondamentale era solo porre fine ad una vertenza giudiziaria e progettare nuovi format nell’interesse della Rai e del pubblico". Santoro, dunque, fa un passo indietro sulla possibilità di un accordo per lasciare la Rai come dipendente. E prosegue la propria battaglia personale contro tutto e contro tutti.

Violato impegno di riservatezza "Le continue fughe di notizie - si legge nel testo integrale della dichiarazione di Santoro - hanno violato l’impegno di riservatezza indispensabile per un possibile accordo con la Rai favorendo interpretazioni fantasiose lesive della mia immagine. Trasmissioni televisive della Rai hanno potuto entrare nel merito di una trattativa in corso d’opera con un profilo denigratorio dei miei comportamenti di professionista. Non era mai avvenuto in precedenza". In questa situazione quindi il giornalista afferma che non ha più senso ipotizzare cambiamenti per mettere la parola fine alla vertenza giudiziaria e progettare nuovi format "nell’interesse della Rai e del pubblico".

Garimberti: deve restare "E' una risorsa per la Rai e deve restare in ogni caso", ha detto il presidente di Viale Mazzini Paolo Garimberti a margine della presentazione dei programmi Rai per i Mondiali di calcio. "L’ho spiegato a lui stesso quando mi ha accennato l’ipotesi di cambiare programmi - ha aggiunto Garimberti - gli ho spiegato che è una risorsa per l’azienda e che io l’avrei difeso comunque sia se avesse deciso di cambiare il suo impegno in tv sia che avesse deciso di continuare con Annozero".

Ora dipende tutto da lui "La firma - ha proseguito Garimberti- a questo punto dipende solo da Santoro, noi aspettiamo le sue decisioni. La questione deve comunque tornare in consiglio (cda Rai, ndr) perché è di sua competenza".





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Il pianeta divorato dalla stella

Corriere della Sera


Il telescopio Hubble ha raccolto la prova

La stella nana Wasp-12 sta «mangiando» il vicino pianeta e tra dieci milioni di anni non esisterà più
Wasp-12 e il suo pianeta, ricostruzione da Nasa
Wasp-12 e il suo pianeta, ricostruzione da Nasa
L’occhio del telescopio spaziale Hubble della Nasa ha finalmente raccolto la prova: la stella nana Wasp-12 sta divorando il vicino pianeta e tra dieci milioni di anni non esisterà più. Lo chiamano cannibalismo cosmico. Succede tra galassie grandi e piccole, tra due stelle, e ora si visto che il fenomeno si verifica anche fra una stella ed un suo pianeta.

HUBBLE - Dalla nascita dell’astro e con la stessa materia era nato il corpo planetario che ora l’astro-madre si riprende, distruggendolo. Il fatto era stato suggerito da Shu-lin Li dell’Università di Pechino dopo che l’esopianeta era stato scoperto ancora nel 2008 durante la ricerca condotta da astronomi britannici nota come Wide Area Search. Ma occorreva tutta la potenza di Hubble per raccogliere la debole radiazione che arriva da Wasp-12 nella costellazione Auriga e lontana dalla Terra 600 anni luce. Il pianeta, essendo molto vicino all’astro tanto da compiere un giro completo intorno ad esso in poco più di un giorno, riesce a far sentire in modo violento la sua forza di gravità attirando a sé il materiale di cui è formato lo stesso pianeta noto come Wasp-12b.

Esso è analogo nelle caratteristiche al nostro Giove, il gigante del sistema solare, e quindi è gassoso ma quattro volte più grande. Gli strumenti di Hubble misurando sia l’attenuazione della luminosità causata dal transito del corpo planetario sia il tipo di radiazione hanno permesso agli scienziati della Open University britannica di capire che intorno al pianeta c’è una grande nube di materiale costantemente risucchiato dall’astro-madre. Anche nella materia astrale l’universo manifesta la violenza della natura.

Giovanni Caprara
 
25 maggio 2010



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Le missioni segrete del Pentagono

Corriere della Sera

Una direttiva del generale Petraeus autorizza ed espande le attività clandestine delle forze speciali americane. I nuovi "network militari" potranno agire anche nei paesi amici. I dubbi degli osservatori

Il generale David Petraeus
Il generale David Petraeus
WASHINGTON
– L'ordine segreto è del 30 settembre. E porta la firma del generale David Petraeus. Una direttiva che autorizza ed espande le attività clandestine delle forze speciali americane. I commandos, nella duplice veste di James Bond e Rambo, potranno compiere missioni per disarticolare gruppi terroristici e raccogliere informazioni di intelligence in paesi ritenuti una minaccia per gli Stati Uniti. Nell'ordine, composto di 7 pagine e rivelato dal "New York Times", non si precisano i teatri geografici ma è chiaro che le Special Forces hanno mano libera nel colpire tanto in Stati nemici che in quelli amici.

NETWORK MILITARI - La disposizione di Petraeus amplia quanto concesso sotto l'amministrazione Bush. L'obiettivo della direttiva è quello di costruire network militari capaci di "infiltrare, distruggere, neutralizzare" Al Qaeda e gruppi affini. Inoltre le unità "potranno preparare il terreno" per successive azioni del Pentagono. Un riferimento, quest’ultimo, che sembra destinato a coprire il sensibile scacchiere iraniano. Nel caso che la diplomazia fallisca tutte le sue iniziative, gli Usa non escludono di ricorrere alla forza. Allo stesso tempo le unità speciali sono autorizzate a lanciare missioni che portino alla raccolta di informazioni strategiche - sugli impianti nucleari di Teheran – e attuare sabotaggi.

CONTROINDICAZIONI - Per alcuni osservatori il piano clandestino presenta numerose controindicazioni. La prima. Se un soldato viene catturato può essere considerato una spia e dunque non sarà coperto dalle convenzioni internazionali. La seconda. Azioni muscolose in paesi amici e all'insaputa dei governi rischiano di aprire crisi diplomatiche. La terza. Blitz in stati nemici possono innescare crisi. La quarta. Il Pentagono, come era già accaduto quando era guidato da Ronald Rumsfeld, invade il campo della Cia. Proprio di recente è emerso che un alto funzionario della Difesa ha affidato a un gruppo di contractors il compito di dare la caccia ai terroristi in Pakistan e Afghanistan. Attività che ha creato forti attriti con l’intelligence civile.

Altro terreno dove i commandos e velivoli senza pilota sono entrati in azione è lo Yemen: gli americani da soli o in appoggio alle truppe locali hanno attaccato rifugi dei qaedisti dopo il fallito attentato al jet Northwest. Quanti sono a favore del programma sostengono che attraverso interventi preventivi si accentua la pressione su movimenti eversivi costringendoli a stare in guardia. Se devono parare le sorprese hanno meno tempo per organizzare attentati. L’impressione è che il Pentagono, pur consapevole dei rischi, voglia avere una carta di riserva quando il Paese partner è lento nell’agire (per esempio il Pakistan) e in quei casi dove si ritiene di avere notizie certe sulla preparazione di un complotto in uno stato terzo (quello che è avvenuto in Yemen alla vigilia di Natale).

Guido Olimpio
25 maggio 2010



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Udine, vede una donna con il niqab: capogruppo della Lega chiama il 113

Il Mattino

Convinto che indossasse il burqa ha allertato la polizia. Ieri sera ha raccontato l'episodio in consiglio comunale

 

UDINE (25 maggio) - Ha notato una donna vestita con il niqab, il vestito islamico che copre il corpo e lascia una fessura solo sugli occhi, l'ha fotografata e ha chiamato la polizia: l'episodio è avvenuto nel pomeriggio di ieri a Udine. A dare l'allarme è stato il capogruppo comunale della Lega Nord, Luca Dordolo, che ha scoperto, assieme agli agenti della Digos, che la donna era la moglie di un ingegnere ospite dell'industria siderurgica Danieli di Buttrio (Udine).

Dordolo ha riferito di aver notato la donna in una via del centro del capoluogo friulano, mentre passeggiava con i figli e il marito. Ha bloccato l'auto su cui viaggiava, ha scattato una fotografia con il cellulare e ha ammonito la donna dicendole che non si può andare in giro «vestiti così», quindi ha chiamato il 113.

Nella serata di ieri Dordolo ha rivelato la vicenda al Consiglio comunale, sostenendo che la donna vestiva un burqa (ma dalla foto si vede che è il niqab, velo nero che copre l'intera figura e lascia due fessure all'altezza degli occhi) e sostenendo che questo tipo di abiti «genera timori e sospetti».




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La Corte dei Conti sequestra sei cliniche degli Angelucci: fatturazioni irregolari

Corriere della Sera

L'accusa è di aver truffato 134 milioni di euro ai danni della Regione Lazio e dell'Abruzzo

I gemelli Alessandro e Andre Angelucci, il padre Antonio,  ultimo a destra il fratello Giampaolo
I gemelli Alessandro e Andre Angelucci, il padre Antonio, ultimo a destra il fratello Giampaolo
ROMA -
L’accusa è di aver fatturato in maniera irregolare prestazioni (a volte nemmeno effettuate) in regime di convenzione con le Asl e di aver così truffato 134 milioni di euro ai danni della Regione Lazio e dell’Abruzzo. Con questa motivazione la Corte dei Conti— secondo la notizia anticipata dal quotidiano ecologista Terra e poi confermata dagli stessi magistrati— ha disposto il sequestro conservativo delle mura di sei cliniche private della San Raffaele spa, gruppo controllato dalla famiglia degli Angelucci, fra l’altro editori dei quotidiani Libero e Il Riformista.

«È tutto regolare, nessuna falsa fatturazione nelle nostre cliniche, lo dimostreremo in udienza. Ma intanto vogliamo precisare che l’attività sanitaria prosegue senza interruzioni e disagi per i nostri pazienti», ha dichiarato Carlo Trivelli, presidente della San Raffaele spa.

Fra le strutture e private al centro dell’indagine dei magistrati contabili ci sono quelle di Velletri (dove sarebbe stato redatto il maggior numero di false fatture e dove sarebbero state riscontrate le irregolarità più gravi), Cassino, Pisana, Portuense (tutte nel Lazio) e Sulmona ( in Abruzzo). Secondo il vice procuratore generale Massimiliano Minerva, le sei cliniche private degli Angelucci avrebbero fatturato prestazioni sanitarie inesistenti o comunque non autorizzate chiedendo poi i rimborsi alle Asl.

Il sequestro è stato disposto dal presidente della Corte dei Conti, Ivan De Musso, perché — si legge negli atti depositati in Cancelleria — «ha ritenuto fondato il timore di vedere altrimenti vanificate le pretese risarcitorie della Asl Rm-h». La San Raffaele spa, però, contesta la ricostruzione dei magistrati contabili. «Le accuse sono infondate. I nostri legali hanno già presentato l’istanza di dissequestro e proprio per dimostrare al più presto la regolarità dell’operato delle nostre cliniche, hanno anche chiesto l’anticipazione dell’udienza presso la Corte dei Conti, fissata per il 2 luglio», ha dichiarato il presidente Carlo Trivelli, aggiungendo che «le misure adottate dalla magistratura sono del tutto ingiustificate, ma abbiamo comunque piena fiducia nell’operato dei giudici».
Francesco Di Frischia

«Corriere della sera», pagina 22
25 maggio 2010



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Fazio: sì alla donazione d'organi da parte di «samaritani»

Corriere della Sera

«Solo dopo valutazione psicologica del donatore, escludendo qualsiasi contatto tra donatore e ricevente». «Presto volontà donazione anche su carta d'identità
 
ROMA - «Come richiesto, il Consiglio Superiore di Sanità ha espresso un parere articolato sul tema della donazione di organi da parte di «samaritani» in cui ritiene ammissibile questa pratica, nel quadro normativo esistente». Lo ha annunciato il ministro della Salute Ferruccio Fazio a Roma, durante la presentazione della Giornata nazionale per la donazione e trapianto di organi e tessuti in programma il 30 maggio. «Il Css - ha aggiunto Fazio - ha stabilito però che l'operazione avvenga dopo una valutazione psicologica e psichiatrica del donatore e nel rispetto della privacy, escludendo qualsiasi contatto tra donatore e ricevente». 
 
PROGRAMMA NAZIONALE - «Per i primi 10 casi la donazione samaritana deve rientrare in un programma nazionale», la cui gestione è affidata al Centro Nazionale Trapianti, che riferirà annualmente al Consiglio Superiore di Sanità (Css). Secondo le linee guida il donatore «samaritano» va inserito prioritariamente nel programma di trapianti con modalità cross-over e, qualora non fosse possibile, occorre tenere conto della provenienza regionale del donatore. Il trapianto cross-over è quello che può essere viene attuato quando vi sono almeno due coppie, ciascuna delle quali è composta da un paziente in attesa di trapianto di rene e da una persona a lui consanguinea o affettivamente vicina disposta alla donazione, ma biologicamente incompatibile. Se si constata che vi è compatibilità biologica tra il donatore della prima coppia e il ricevente della seconda e viceversa, e se vi è il consenso dei quattro soggetti, è possibile effettuare una donazione «incrociata» tra le coppie.

VALUTAZIONI PRECAUZIONALI - Va inoltre svolta un'attenta valutazione psichiatrica e psicologica non solo del donatore ma anche del suo nucleo familiare. Non solo: l'accertamento della sua idoneità deve essere accertata da una «parte terza» estranea all'organizzazione medica che effettuerà l'espianto-trapianto». Infine, secondo le direttive, va eseguita una completa e accurata valutazione clinica strumentale delle condizioni fisiche del donatore samaritano da parte del Centro trapianti che organizza il prelievo, analogamente a quanto previsto nel caso della donazione cross over. Il follow-up di donatore-ricevente, anche in questa modalità di trapianto, non può essere difforme da quanto a tal fine espletato per donatori e riceventi di rene da viventi.

«COMITATO NAZIONALE BIOETICA: RISPETTATE NOSTRE INDICAZIONI» - Il parere del Css si pone «in sintonia con il precedente, elaborato dal Comitato nazionale di bioetica», ha precisato Fazio. La conferma è arrivata da Lorenzo D'Avack, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica: «Siamo lieti che il Consiglio superiore di sanità (Css) abbia ritenuto anch'esso valido il trapianto di rene tra persone che non si conoscono e non hanno legami affettivi o di consanguineità».

«In modo specifico - continua D'Avack - possiamo ricordare l'importanza dell'anonimato tra donatore e ricevente e la necessità che il donatore ben comprenda i rischi potenziali e le conseguenze psicofisiche dell'intervento e l'irreversibilità della scelta». «Fondamentale», infine, secondo il vicepresidente del Cnb anche «l'accertamento delle condizioni cliniche e psichiche del donatore e le motivazioni del gesto attraverso una "parte terza" estranea all'organizzazione medica che effettuerà il prelievo e il trapianto del rene».

MARINO: «MEGLIO INCENTIVARE DA PARENTI» - Secondo Ignazio Marino, chirurgo e Presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Ssn, l'apertura ai donatori «samaritani» inciderà sul numero di trapianti e donatori per meno dello 0,1%, «per di più con un meccanismo a mio modo di vedere eticamente rischioso». «Negli Usa - ha aggiunto - mi sono sempre rifiutato di eseguire trapianti da donatori samaritani, che comunque venivano effettuati, pur di rado, negli istituti che ho diretto. Ho invece sempre sostenuto, eseguito e incentivato i trapianti da donatori viventi legati da vincoli di affetto. Non sono convinto che sia giusto sottoporre una persona non legata da vincoli affettivi al rischio di un intervento chirurgico.

Non arriverei a proibirli ma non mi convincono‚ come percorso etico‚ come soluzione alla drammatica lunghezza delle lista d'attesa, soprattutto nel caso del trapianto di rene». «Il punto - ha affermato Marino - è incentivare le donazioni da viventi legati da vincoli d'amore o d'affetto, da noi drammaticamente basse e largamente diffuse in altri Paesi. Se le persone sapessero che si può donare un rene a una persona cara condannata alla dialisi, i trapianti di rene potrebbero aumentare del 30-50%. Le persone in lista d'attesa oggi sono circa novemila».

«L'informazione per un familiare sulla possibilità di donare un rene dovrebbe avvenire come procedura ordinaria in tutti i centri trapianti - ha sottolineato Marino - dobbiamo renderci conto che in Italia su circa 1.700 trapianti di rene eseguiti nel 2009 sono solo alcune decine quelli da donatori viventi. In altri Paesi, a partire dagli Stati Uniti, il numero di trapianti di rene da donatore vivente ha invece superato da diversi anni il numero di trapianti da donatore cadavere».

FAZIO: VOLONTÀ DI DONARE ANCHE IN CARTA IDENTITÀ -La volontà o meno di donare i propri organi potrà presto essere espressa anche nella carta d'identità. «Il Parlamento - ha spiegato Fazio - ha approvato da poco un dispositivo legislativo in cui viene stabilita la possibilità, e non l'obbligatorietà, per il cittadino che lo voglia di esprimere la sua volontà sulla donazione nel documento d'identità.

Ora stiamo lavorando sui decreti attuativi per rendere fattibile questa possibilità, auspicata anche dall'Europa, che si aggiunge alle modalità già presenti nel nostro Paese». Un elemento questo che pone l'Italia a livello avanzato nel contesto europeo per quanto riguarda i trapianti, secondo il ministro, che sottolinea anche come «il nostro Paese sia l'unico dal 2002 che mette in rete tutti i dati sui singoli centri». E per quanto riguarda la flessione nelle donazioni di organi, registrata nei mesi di marzo e aprile 2010, Fazio ha annunciato che presenterà la «questione alla Conferenza Stato-Regioni in modo da predisporre dei meccanismi di contrasto a questa tendenza».

TRAPIANTI: QUASI 3MILA NEL 2010, MENO DONATORI MA CALANO LISTE ATTESA- Quasi 3 mila trapianti stimati per il 2010, una leggera diminuzione dei donatori, ma anche un lieve calo delle liste di attesa per i pazienti che attendono un organo salvavita. Questo il bilancio tracciato da Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt) a Roma alla presentazione della Giornate nazionale per la donazione e trapianti di organi. In Italia c'è dunque stata «una flessione dei donatori segnalati dalle rianimazioni italiane (-3,4%) e utilizzati (2,7%) per i trapianti - ha spiegato Nanni Costa - tuttavia va detto che si tratta di numeri che si riferiscono al 30 aprile 2010 e che, proiettati sull'anno intero, si pongono a livello intermedio tra quelli registrati nel 2008 e nel 2009, che è stato un anno di sensibile aumento.

Per la prima volta negli ultimi anni è inoltre sceso sotto i 9 mila il numero dei pazienti in lista di attesa per un trapianto. Un dato senz'altro positivo, che dà conto di un quadro stabile e che ci consente di affermare che il sistema è in equilibrio, considerando il parziale calo delle donazioni e quello delle opposizioni. Da sottolineare, poi, che sta aumentando il numero di donatori anziani che risultano non idonei».

Redazione online
25 maggio 2010




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Muore in strada, gli rubano la spesa

Il Mattino di Padova

Uscito dal supermercato è stato colto da un infarto ed è morto davanti al supermercato Dix.
Ma invece di soccorrerlo, qualcuno ha preferito rubargli le borse della spesa.Un dipendente del discount si è accorto della scena ed ha chiamato immediatamente il 118.Inutili i soccorsi, per l'uomo - un operaio romeno di 48 anni - non c'è stato nulla da fare.Ora la polizia cerca nelle immagini riprese dalle telecamere il volto dello sciacallo



Esce dal supermercato, stramazza e muore. E invece di soccorrerlo qualcuno ne approfitta per rubargli le borse della spesa. Una vicenda sconcertante, successa ieri, intorno a mezzogiorno, fuori dal supermercato Dix di via Ansuino da Forlì, a San Carlo. Ora la polizia sta cercando di avere le immagini riprese dalle telecamere per rintracciare lo sciacallo.
Robert Neamtu, rumeno di 48 anni, operaio, residente in via Camillo Aita, sta uscendo dal supermercato Dix con una busta in mano. Il rumeno ha appena comprato alcune magliette bianche, un po’ di frutta e verdura ed altri alimenti. Proprio nel momento in cui sta slegando la bici viene colpito da infarto. Si accascia a terra. Un dipendente del discount chiama immediatamente il 118. Sul posto accorrono sia un’ambulanza che una volante della polizia. Infermieri e medici fanno l’impossibile per salvarlo, ma tutto risulta inutile. Il rumeno muore sul marciapiede.

Lontano dai suoi cari e dalla sua terra. Non solo. A quanto racconta una dipendente del discount, si verifica un episodio incredibile. Un ladro ha approfittato del trambusto al momento dei soccorsi, per avvicinarsi alla bicicletta e rubare le borse della spesa. Sul fatto indaga la polizia.Robert, carpentiere di 48 anni compiuti lo scorso 9 marzo, viveva con la compagna in via Aita 2. Divorziato dalla prima moglie con la quale ha avuto tre figli, da 8 anni aveva una relazione con Anita Vaselica, 41 anni, anche lei rumena e di professione donna delle pulizie.

«Due settimane fa - ricorda Anita - ha lamentato forti dolori al petto e per precauzione è rimasto in cura all’ospedale per una settimana. I medici non gli hanno diagnosticato nulla di grave ed è stato dimesso. Questa mattina (ieri), finito il mio turno l’ho chiamato diverse volte ma il cellulare squillava a vuoto. Intorno alle 12.30 ha risposto un poliziotto e mi ha dato la tragica notizia». In ospedale, stando alla documentazione, Robert è entrato per un «episodio di dolore toracico in paziente iperteso e fumatore».

Ne è uscito dopo sette giorni con due ricette, una per problemi gastrointestinali, l’altra per il cuore. «Stava bene - ripete la compagna - prendeva regolarmente le medicine e nulla lasciava presagire ad una simile tragedia».

Sui fornelli c’è ancora il pranzo che l’amato non potrà più consumare: «Volevo andare io a fare la spesa, ma lui ha insistito, ha inforcato la bicicletta ed è partito. Era un uomo buono, ma come è potuto accadere?». Dei funerali si occuperanno genitori e fratelli del defunto che risiedono in Romania, dove la salma sarà trasportata nei prossimi giorni.

(25 maggio 2010)



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L'Argentina compie duecento anni

La Stampa

Da Borges ai tango bonds, il Paese festeggia con una raffica di spot nazionalisti. La presidente Kirchner provoca l'opposizione e si prepara alle elezioni del 2011

Duecento anni sulle spalle e si sentono davvero. L'Argentina festeggia oggi la prima dichiarazione di indipendenza dalla Corona Spagnola, del 25 maggio del 1810, quando un gruppo di aristocratici locali approfittò dell'invasione napoleonica della Spagna per tagliare i ponti con i Borboni.

I festeggiamenti ufficiali, in un clima che è davvero difficile definire di unità nazionale, organizzati in pompa magna dal presidente Cristina Fernandez de Kirchner, sono stati snobbati dai governatori e politici dell'opposizione. Allo stesso tempo, la Fernandez ha disertato la riapertura ufficiale del glorioso Teatro Colon, perché a fare gli onori di casa è il sindaco di Buenos Aires e leader del centrodestra Maurizio Macri.

Si va verso la grande battaglia delle presidenziali del 2011, quando l'ex presidente e attuale «primo consorte» Nestor Kirchner cercherà di tornare in sella, dopo una staffetta con la moglie. Un clima che gli analisti definiscono di pre-crisi, leggendo fra le righe delle statistiche ufficiali, anche sul versante economico. Nonostante per il 2010 si preveda una crescita del Pil intorno al 6-7%, le note dolenti vengono sul fronte dell'inflazione galoppante, della crescente disoccupazione e della difficoltà riscontrata dal governo nel tornare, dopo la débâcle del 2001, sui mercati finanziari internazionali.

L'ultima offerta sui tango-bonds in default, molti dei quali ancora in mano a risparmiatori italiani, sta andando peggio del previsto. La svalutazione della moneta brasiliana, il real, non può che indebolire il già fragile sistema delle esportazioni argentine di fronte al maggior concorrente su scala regionale. Cristina Fernandez, eletta tre anni fa sull'onda della popolarità del marito, non ha saputo conquistare la simpatia degli argentini, a cui sembra non piacere lo stile da scontro perenne. La «presidenta», sabato scorso, ha dato forfait senza avvisare alla parata ufficiale organizzata per festeggiare il Bicentenario. «Emerge chiaramente - ha scritto Eduardo Van der Koy sul quotidiano Clarin, schierato contro il governo - un'incapacità profonda nel creare spazi di dialogo». Uno stile che richiama la tradizione peronista, ma che trova oppositori anche dentro il partito, come Eduardo Duhalde, nemico giurato, che sta scaldando i muscoli per il 2011.

Per celebrare il Bicentenario il governo ha messo in moto un'operazione mediatica improntata fortemente sul patriottismo. Uno spot trasmesso a tamburo battente mostra una serie di argentini famosi in tutto il mondo, dai padri della patria San Martin e Belgrano ai premi Nobel Leloir e Millstein, da Borges al cardiochirurgo René Favaloro, da Ernesto Che Guevara alla compianta Mercedes Sosa. «Siamo stati capaci - recita la voce fuori campo - siamo ancora capaci di fare grande cose». La stampa locale ha tracciato invece la radiografia dei pregi e difetti nazionali: l'allegria, l'emotività, il valore dell'amicizia contro l'improvvisazione, la superbia, lo scarso rispetto per le regole.

È sceso in campo anche uno dei simboli incontrastati del Paese, Diego Armando Maradona, allenatore della nazionale, che ha accettato di giocare un'amichevole in casa contro il Canada. Tra le varie attività in programma in questi giorni anche una sfilata delle differenti collettività di emigrati che hanno formato il Paese. I gruppi più numerosi sono stati quelli dei Paesi vicini come Bolivia, Uruguay e Paraguay assieme al settore dei discendenti di spagnoli e di italiani, di gran lunga i più applauditi. Un commentatore televisivo ha ricordato allora una famosa frase di Borges: «A volte - diceva il grande scrittore - sento di non poter dire di essere davvero argentino perché nelle mie vene non scorre nemmeno una goccia di sangue italiano».




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Fucilazione mediatica

La Stampa

YOANI SANCHEZ
Mi pettino i capelli. Non si festeggia niente oggi, sarebbe meglio che me li lasciassi arruffati e opachi invece di disporli su tre fila che intreccio secondo una logica ben precisa. Il rito della pettinatura mi placa l’ansia e alla fine la mia testa è in ordine, mentre il mondo continua a essere agitato.

Ho vissuto un fine settimana da capogiro e ho pensato che il rituale di sistemare la capigliatura e ridurla a una lunga treccia avrebbe annullato la tensione, ma non ha funzionato. Venerdì è stato fatto il mio nome durante il noioso programma della tavola rotonda, unito a concetti come “ciberterrorismo”, “cibercommando” e “guerra mediatica”. Essere menzionato in modo negativo nello spazio più ufficiale della televisione, rappresenta per qualunque cubano la conferma della sua morte sociale. Una lapidazione pubblica che consiste nel riempire di improperi chi manifesta idee critiche, senza concedere neppure pochi minuti come diritto di replica.

Gli amici mi hanno chiamato allarmati, temendo che la mia casa fosse piena di uomini che frugano sotto i materassi e dietro ai quadri. Malgrado ciò ho risposto al telefono esibendo il mio tono più gioviale: dimmi chi ti denigra e ti dirò chi sei, ho replicato a chi manifestava la sua preoccupazione. Se ti insultano i mediocri, gli opportunisti, se ti ingiuriano i salariati di un potente meccanismo ormai agonizzante, devi far conto che sia una decorazione… ho mormorato per tutta la notte come se fosse un mantra. Il giorno dopo la realtà continuava a negare il discorso ufficiale e i miei vicini, impegnati a rincorrere uno sfuggente piatto di riso, non avevano avuto né tempo né voglia di guardare una così noiosa montatura televisiva.

Le “fucilazioni mediatiche” non funzionano più, per questo mi chiedo cosa sta succedendo nella nostra realtà. Alcuni anni fa il disprezzo governativo avrebbero prodotto l’effetto di far allontanare tutti da me e dalla mia casa, mentre invece adesso si avvicinano, mi strizzano l’occhio e mi stringono le spalle in segno di complicità. Hanno utilizzato troppe volte la diffamazione come sistema per zittire il prossimo. Per questo motivo gli aggettivi incendiari non hanno più effetto su una popolazione oberata di slogan che non vede risultati. Il balsamo riparatore è arrivato proprio questo sabato. Un argentino è riuscito a far entrare nel paese il trofeo del mio premio Perfil e quasi nello stesso tempo una cilena ha foderato con carta rosa l’edizione spagnola del mio Cuba Libre e gli ha fatto superare la dogana.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Nota: Yoani Sánchez ha vinto il Premio di Giornalismo Perfil nella categoria Libertà di Espressione. Cuba Libre è stato pubblicato in spagnolo da Radom House-Mondadori ed è attualmente distribuito in Cile, Colombia e Venezuela. L’Italia ha il primato di aver pubblicato per primo il libro di Yoani Sánchez (Rizzoli, 2009), da me tradotto.




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Cesare Battisti e i suoi sostenitori

Il Tempo

Giuseppe Cruciani ricostruisce la rete di fiancheggiatori del terrorista: così lo aiutano a rimanere in Brasile.


«Un'ossessione che mi perseguitava. Ero stufo di sentire tante persone parlare in difesa di Cesare Battisti, un uomo condannato all'ergastolo per quattro omicidi». Giuseppe Cruciani, giornalista abituato ad affrontare le inchieste a testa bassa e senza lasciare nulla di intentato, ha cominciato a spulciare atti processuali, a risentire i magistrati che avevano istruito i processi contro Cesare Battisti, terrorista dei Pac specializzato in omicidi mirati. Così è nato il libro «Gli amici del terrorista», edito da Sperling &Kupfer, nella collana curata da Luca Telese.

L'ex esponente dei Proletari armati per il comunismo ha goduto di una lunga latitanza in giro per il mondo: Messico, Nicaragua, Francia. Qui è stato raggiunto dalla giustizia italiana che ne ha chiesto l'estradizione. Dopo un breve periodo di detenzione in un carcere parigino, Battisti ha riguadagnato la libertà diventando uccel di bosco. Ma la polizia italiana lo ha rintracciato dopo due anni in Brasile: nuovo arresto e nuova richiesta di estradizione da parte dell'Italia.

Sembrava andare tutto secondo giustizia, quando Tarso Genro, ministro dellla Giustizia di Lula, a gennaio dello scorso anno concesse lo status di rifugiato politico a Battisti. Una parte dell'Italia si indignò: Il Tempo si impegnò con un appello per chiedere l'estradizione che vide l'adesione di oltre diecimila firme. Ci fu, però, anche una campagna a sostegno della libertà del terrorista Battisti. «Non capivo perché - spiega l'autore Giuseppe Cruciani - ci fosse tanto impegno per Battisti rispetto anche ad altri terroristi».

Cruciani è riuscito a scoprire perché tanto impegno?
«Cesare Battisti è diventato uno dell'establishment. Di quel giro di radical chic che sopravvive in Francia come in Italia, che affondano le radici negli Anni '70. Gente che continua a sostenere che i buoni sono loro e i cattivi lo Stato. Se poi tra i buoni qualcuno ha sparato e ucciso, pazienza. Sono compagni che sbagliano. Erri De Luca lo sostiene ogni volta che affronta l'argomento».

Un concetto superato?
«Purtroppo no. C'è ancora tanta gente che la pensa così e che sostiene come in quegli anni ci sia stata la scossa rivoluzionaria che ha fatto l'Italia di oggi».

Così ha deciso di mettere a nudo la rete di simpatizzanti di Battisti. Come finirà questa vicenda, sarà estradato?
«Non credo. Il Brasile gli concederà l'asilo per motivi di salute. Del resto Cesare Battisti è stato ignorato per quasi vent'anni. Nessuno lo cercava. Ci fu un tentativo di De Mita. Poi più nulla. Del resto la rete di complicità è stata evidente dopo il suo arresto a Parigi nel 2004: venti giorni di cella e poi rimesso in libertà con licenza di fuga».

Maurizio Piccirilli
25/05/2010




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Napoli, scontro nella polizia municipale Esposto di 11 ufficiali contro Sementa

Il Mattino

Da nove maggiori e due colonnelli una denuncia dopo le affermazioni del comandante su «troppi interessi propri»


NAPOLI (24 maggio) - La stanno già chiamando la «rivolta ufficiali superiori». Nove maggiori e due colonnelli della polizia municipale di Napoli hanno presentato oggi un esposto in Questura dopo aver letto l'intervista rilasciata nei giorni scorsi dal comandante, il generale Luigi Sementa, a capo dei «caschi bianchi» dal primo settembre del 2008. 

Nell'intervista Sementa parlava genericamente di «alcune persone che portano gradi elevati, che pensano solo alla propria posizione, ai propri interessi, a fare campagna elettorale a destra e manca». E ancora di interessi nella gestione delle aree mercatali, del settore edilizio e del boicottaggio di un concorso per 50 nuovi maggiori, ovvero per funzionari.

«Per le dichiarazioni riportate ed in considerazione che nel corpo della polizia municipale di Napoli gli unici ufficiali con i gradi elevati superiori a tenenti siamo noi - ha detto nel corso di una conferenza stampa il colonnello della polizia municipale Aldo Carriola - risulta manifestamente che il predetto comandante ha inteso riferirsi ai presenti. Le dichiarazioni rese sono altamente lesive nei nostri confronti tanto da aver procurato gravi danni all'immagine, all'onore per cui siamo stati costretti ad adire le competenti autorità».




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La telecamera incastra i fannulloni

Il Tempo

Indagati per truffa 170 impiegati del Ministero dei Trasporti: uscivano a qualsiasi ora.
Al bar e al supermarket confermano: vengono qui ogni momento del giorno.

Sacrifici, lacrime e sangue. Tagli alle spese superflue, stop agli scatti automatici e dunque stop agli aumenti, bloccato il turn over. Insomma mala tempora currunt per i travet dello Stivale: la manovra del 2011 è di quelle da far tremare i polsi. Gli statali non sono i soli a fare sacrifici: la crisi investe anche altri settori produttivi, ci mancherebbe. Ecco perché fanno ancora indignare notizie come quella dei 170 impiegati della sede distaccata del ministero dei Trasporti di viale dell'Arte all'Eur, accusati di truffa ai danni dello Stato.

Sono comportamenti che risultano fastidiosi anche agli stessi compagni di lavoro. E infatti è stata proprio una soffiata di alcuni colleghi a far aprire un'inchiesta nella sede in questione su civili e militari, che durante l'orario di lavoro, riuscendo ad aggirare i tornelli o a far passare il badge da qualcun altro, sarebbero andati al bar o al supermercato.Il giorno dopo la bufera al Ministero dei Trasporti nessuno vuole parlare. Sono al bar e al supermercato le bocche si scuciono.

«C'è un via vai di dipendenti ministeriali in diverse ore del giorno - racconta il vicedirettore del Toudì, Cristiano Castellano – Anche la responsabile prima di me, mi ha detto che erano in molti a venire a fare la spesa, soprattutto durante la mattinata». A confermarlo è una delle cassiere, che lavora al market da un anno. «Beh, sì. Vengono a tutte le ore. Riconosco che sono del ministero dai buoni pasto». Anche chi lavora allo 0100 Café non nasconde di vedere parecchi impiegati durante l'arco del giorno. «Vengono, vengono a tutte le ore. Spesso a metà mattinata a prendere un caffè, prima della pausa pranzo». Per l'edicolante, invece, «nessuno va in giro da quando c'è Brunetta» naturalmente in orari «sospetti».

Tutti i dipendenti ministeriali, invece, dicono di non sapere niente (neppure dell'inchiesta) e non aver visto niente. Per loro la mezz'ora di pausa tra le 8 e le 16.30 (a disposizione dalle 12 alle 14.30 c'è la mensa convenzionata dell'Inail di fronte al dicastero) viene «rispettata». Anche a chi viene chiesto se è facile passare attraverso i tornelli senza badggiare, risponde «no. È impossibile». Eppure i macchinari presentano uno spazio che permetterebbe a una persona dal fisico esile di attraversarli senza problemi. Solo uno dei dipendenti ha il coraggio di dire qualcosa: «È da marzo che se ne sente parlare qui dentro». Infatti proprio due mesi fa è partita l'inchiesta.

Le indagini della Procura sono ancora in corso. L'accusa è truffa ai danni dello Stato, secondo l'articolo 640 del Codice penale. Finora è stata interrogata parte degli indagati. Oltre alla soffiata di alcuni colleghi, a incastrare i possibili rei ci sono le riprese delle telecamere interne al dicastero, oggetto di contestazione da parte dei difensori degli imputati. «Va valutata la legittimità delle riprese - spiega l'avvocato Leonardo Mazza - Lo statuto dei lavoratori ne vieta l'uso e i dipendenti sono stati ripresi di spalle».

Giulia Bianconi
25/05/2010




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Ecco «Octopus», il mega-yacht targato Microsoft nel Golfo di Napoli

Il Mattino

Il panfilo, scortato da due elicotteri, ospita Paul Allen co-fondatore con Bill Gates della società informatica

  

NAPOLI (25 maggio) - Vacanze napoletane per Paul Allen ed il suo equipaggio. Ieri sera, scortato da due elicotteri, ha fatto il suo ingresso nel golfo «Octopus», il mega-yacht di proprietà del co-fondatore della Microsoft.

Un panfilo famoso in tutto il globo, fino al 2008 considerato lo yacht privato più grande del mondo ed ancora oggi meritevole del terzo posto della classifica dei cento più grandi del pianeta. L’imbarcazione bianca e blu, che misura 126 metri, per la sua stazza non potrà approdare alla banchina del Molo Luise di Mergellina ma si accontenterà di restare in rada.

La nave dispone anche di un sommergibile, sette barche supplementari, cinema, discoteca, piscine, campo da basket e persinodi una sala di incisione con un mixer unico in cui Allen suona la chitarra del suo idolo: Jimi Hendrix.

Cri. Cen.






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Un libro (di sinistra) demolisce Gomorra

Corriere del Mezzogiorno

«Eroi di carta» è pubblicato da «il manifesto» e ne è autore un sociologo di simpatie di sinistra, Dal Lago

Roberto Saviano
Roberto Saviano


di MARCO DEMARCO 
 
NAPOLI— «Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, buoni e cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi». Si comincia così, con una velenosa citazione di Karl Kraus, e si capisce subito dove si va a parare. Il Berlusconi che teme gli effetti negativi di Gomorra e l’Emilio Fede che pensa di Saviano quel che Bersani dice della Gelmini al confronto sono dilettanti allo sbaraglio.

La stroncatura più impietosa che mai sia stata scritta del libro che ha fatto gridare al miracolo editoriale porta la firma di Alessandro Dal Lago, studioso dei processi culturali, sociologo che più di sinistra non si può. Suo un pamphlet dal titolo inequivocabile: Eroi di carta. E come se non bastasse, la casa editrice è quella del «manifesto». Dunque, questa volta c’è poco da sospettare. L’attacco diretto all’icona della letteratura impegnata non genera né dall’emotività politica, né dal narcisismo professionale. Questa volta la censura è ideologica, totale, argutamente motivata. E viene da sinistra; da quella sinistra colta e elitaria che ha preferito Bertold Brecht a Eugène Sue, Adorno a Andy Warhol; da quella sinistra che un tempo odiava tutto ciò che era nazional-popolare e ora mal digerisce tutto ciò che è nazional-mediatico.

Il caso c’è tutto. E difficilmente la potenza distruttiva di Dal Lago passerà inosservata. Tra gli intellettuali di sinistra, prima, solo Alberto Asor Rosa aveva avuto l’ardire di escludere Saviano dalla sua Storia europea della letteratura italiana, pur avendo invece inserito Niccolò Ammanniti e perfino Giorgio Faletti. Ma con Eroi di carta si fa molto di più. Dal Lago infrange il tabù, entra nel merito di Gomorra, smonta e rimonta l’opera di culto, coglie ogni forzatura stilistica, denuncia la colpevole confusione tra l’io narrante, l’io autore e l’io reale; sottolinea con la matita rossa ogni sbavatura formale, ogni citazione nascosta; e allarga le braccia davanti alle contraddizioni e alle illogicità.

E talvolta esagera per il gusto di sorprendere. Come quando segnala quella erezione «pendula» di cui si parla nel romanzo, quasi un ossimoro fisico. O quando mette la lente di ingrandimento su un boss di Secondigliano descritto, in una stessa scena, una volta con eleganti scarpette da ginnastica, un’altra con minacciosi stivaletti. Dal punto di vista letterario, ideologico, e addirittura morale, poco si salva. Saviano viene fatto a pezzi, addirittura irriso, come quando, a proposito della lotta ai clan, Dal Lago gli rovescia addosso i versi di Leopardi: «…L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io».

Ma quel che più conta, il mito di cui tanto si parla non solo è un «eroe di carta», non solo è un «cattivo scrittore», ma viene descritto come un banale populista, un semplificatore ipermoralista, un doppiogiochista con vocazione ecumenica. Perché si arriva a tanto? Perché «l’inclusione di Saviano nel martirologio fa si che chiunque non si allinei sia considerato di fatto un alleato dei camorristi». Del Lago non ci sta e travolge chiunque a sinistra abbia esaltato Gomorra, da Wu Ming a Nichi Vendola. Saviano identifica i casalesi con il Male, ma Dal Lago ha studiato Hannah Arendt e sa quanto sia inutile il concetto di male radicale. Nel descrivere la mostruosità dei camorristi, che prima uccidono e poi si scolano una birra, Saviano apparentemente svolge il discorso sulla banalità del male. In realtà, si argomenta, è l'opposto: «Non sono loro ad essere come noi, gente qualsiasi, ma noi come loro; insomma, siamo tutti mostri, almeno in potenza».

Da qui l'altra accusa, quella di impoliticità. Se il male è assoluto, la responsabilità non può essere politica. E neanche dello Stato. Saviano non elogia forse il ministro Maroni? Ai lettori non resta, allora, che riscattarsi dal disimpegno leggendo Gomorra; che redimersi credendo nell’Eroe, cioè nello stesso Saviano, unico, mitico, insostituibile alfiere del Bene. Una sorta di Leonida, quello delle Termopili, non a caso magnificato in una recensione del film 300, tratto dal fumetto di Frank Miller. Ma basta con tutta questa retorica «anestetizzante e distraente» sull’eroismo, sbotta Dal Lago. E aggiunge: non ci sono bastati i Borrelli e i Di Pietro?

Infine, il punto centrale, forse quello più delicato: l’ossessione della camorra che porterebbe Saviano in un vicolo cieco. «Le mafie— scrive Dal Lago— hanno un enorme potere. Spadroneggiano nei loro territori, fanno affari con le aziende e le banche, si ramificano nel resto del paese, si espandono all’estero. E in qualche misura influenzano il potere politico. Ma non sono il potere. Quand’anche le mafie fossero ridotte all'impotenza, il bel paese continuerebbe ad essere governato da altri poteri, meno sanguinari e pestiferi e non di meno decisivi». La differenza con Emilio Fede è qui più che altrove. Per quest’ultimo, Saviano «rompe» perché oscura il lavoro di Berlusconi, unico vero eroe. Per Dal Lago, invece, perché lo critica con troppa prudenza e troppi distinguo. E perché oscura tutti gli altri che cercano di penetrare la complessità del mondo.

25 maggio 2010




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Kabul, uccidere soldato italiano vale 2mila euro

di Gian Micalessin

Oltre alla paga mensile di 240 euro i talebani ricevono un bonus ogni volta che eliminano un militare della Nato.

Come i nostri due alpini caduti in un’imboscata. In un anno i premi sono già raddoppiati: perché gli Alleati hanno trovato un punto debole


Lassù tra le montagne di sabbia qualcuno festeggia. Lassù tra i villaggi dell’ultima mulattiera per Bala Mourghab qualcuno ha sgozzato un agnello e invitato amici e parenti. Lassù qualcuno gozzoviglia alle spalle dei nostri morti. Chiamatela paga dell’assassino. Chiamatela soldo della morte. Chiamatela come volete, ma chi ha preparato la trappola esplosiva costata la vita al sergente Massimiliano Ramadù e al caporal maggiore Luigi Pascazio si sta dividendo un gruzzolo di quasi 4000 euro. A voler esser precisi la cellula assassina s’è intascata 3814 euro, ovvero 1907 euro per ognuno dei due alpini uccisi.

La cifra - precisa al centesimo - è l’equivalente delle 200mila rupie pakistane garantite come «bonus» ai militanti protagonisti dell’eliminazione di un soldato della Nato. Un vero premio di produzione, un’autentica gratifica inserita in un listino sottoscritto dalla «shura» (assemblea) talibana di Quetta. Un bonus a cui si affiancano i 792 euro promessi a chi sottrae un’arma al nemico e la porta alla base. Una gratifica in più rispetto alla paga mensile di circa 300 dollari versata ai militanti talebani e al compenso unatantum di 1500 dollari per le famiglie degli attentatori suicidi. 

I nuovi premi di produzione talebani sono - secondo alcuni analisti - la risposta dei capi dell’insurrezione alla nuova strategia della Nato. La strategia varata dal generale Stanley McChrystal teorizza esplicitamente l’uso del denaro per comprare comandanti e militanti, convincerli a rompere con il Mullah Omar e reintegrarli nella società. Da quando la Nato ha istituzionalizzato il mercato della diserzione i compensi per l’uccisione dei soldati stranieri sono letteralmente raddoppiati. 

Se 1906 euro non bastano, in base ai nostri standard, a giustificare l’uccisione d’un uomo in Afghanistan la cifra è sufficiente a regalare molte certezze in più. «Per noi sono un sacco di soldi... non abbiamo il minimo problema ad uccidere degli stranieri, ma se facendolo riusciamo non solo ad indebolirli, ma anche a dar da mangiare alle nostre famiglie allora al villaggio è festa grande» spiegava qualche giorno fa un comandante talebano di Ghazni. 

La parte più difficile per chi vuole incassare il premio è provare di esser effettivamente il responsabile dell’operazione assassina o della razzia di armamenti. «Non possiamo mentire ai nostri comandanti, loro verificano sempre... per sapere se ci sono stati dei combattimenti nella zona pagano degli informatori, leggono i rapporti della Nato e interrogano i civili» spiegava un talebano della zona di Khost. L’esistenza del listino della morte, confermata da alcuni comandanti, aiuta a capire le regole di mercato che governano l’insurrezione. 

Un’insurrezione mossa non solo dal verbo fondamentalista, ma anche dalla necessità di sbarcare il lunario e accedere alla spartizione delle risorse garantite dai traffici di armi e droga. Da quell’autentica cornucopia della guerra escono non solo gli incentivi per le uccisioni dei militari stranieri, ma anche le risorse per pagare lo stipendio mensile ai circa 25mila volontari che, secondo le stime Nato, combattono nel nome del mullah Omar. I conti sono presto fatti. Se lo stipendio di ogni talebano è di 300 dollari allora ogni mese ne servono 7 milioni e mezzo solo per gli stipendi. Un flusso di cassa a cui vanno aggiunti i 406mila euro versati quest’anno per ripagare l’uccisione dei 213 soldati della Nato caduti da gennaio ad oggi. 

A questo punto la spinta inflazionistica potrebbe rivelarsi la vera carta vincente della Nato. Lo scorso autunno la decisione d’innalzare a 240 dollari al mese le paghe dei soldati afghani portandole al livello di quelle degli insorti ha già garantito un’autentica moltiplicazione degli arruolamenti. Proprio quell’iniziativa ha costretto i talebani a raddoppiare i bonus ai propri militanti. Ma ora la Nato potrebbe colpire con decisione il traffico di oppio, drenare la massa di denaro che muove le legioni talebane e paralizzare l’insurrezione.




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A Trieste la pipì di Fido costa cara

di Marino Smiderle

Tempi duri per i padroni dei cani. Chi sarà sorpreso senza paletta rischia una contravvenzione da 600 euro, 1500 per chi non raccoglie gli escrementi

 
Trieste - Succede soprattutto la sera, magari quando soffia un po’ di bora, quanto basta per tenere lontani dalle strade pericolosi delatori. Un calcolo rapido alla direzione del vento e poi un rapido segnale col guinzaglio allentato all’amico Fido, che peraltro non vedeva l’ora: zampetta alzata e pisciatina precisa sulla ruota di un’incolpevole auto in sosta, o di una saracinesca. Un classico, a Trieste come in tutto il resto d’Italia. Ma il nuovo regolamento comunale per la pulizia della città renderà presto Trieste un’avanguardia nella lotta ai cani e, soprattutto, ai relativi padroni: chi sarà sorpreso a bagnare le Pirelli dei Suv, o anche dei motorini, verrà infatti sanzionato con una multa che potrà variare da un minimo di 50 a un massimo di 300 euro.

Anticipato dal quotidiano «Il Piccolo», il provvedimento sta già suscitando preoccupazioni e perplessità tra i circa 12 mila proprietari di cani registrati in città. Anche perché, per quanto tutti possano negarlo, è assodato che la passeggiatina serale concessa al cane ha lo scopo primario, come dire, di permettere all’animale di fare i propri bisognini (se è piccolo) o bisognoni (se è grande).
Per far fronte all’abuso di questo diritto, il nuovo regolamento infliggerà multe severe anche ai padroni dei cani che urineranno sui portoni, sulle vetrine dei negozi, sulle panchine dei parchi, sulle fioriere e su qualsiasi altra cosa possa rientrare nel concetto di arredo urbano. 

«I commercianti e gli abitanti dei condomini si lamentano di dover provvedere ogni mattina a pulire con la candeggina l’entrata del negozio o il portone di casa - ha spiegato al «Piccolo» l’assessore comunale allo Sviluppo economico, Paolo Rovis - ed è giusto che l’amministrazione tenga conto delle esigenze di tutti. Per far fare i bisogni ai propri quattrozampe resteranno a disposizione altri muri, gli alberi e i marciapiedi. Ci sono i proprietari di automobili e di motocicli che non gradiscono che le ruote dei loro mezzi vengano lordate dalla pipì dei cani e anche le loro esigenze vanno rispettate». 

E ci mancherebbe. Peccato che il medesimo assessore avesse tentato anche qualche tempo fa di combattere il fenomeno, sponsorizzando una delibera in cui si obbligava il proprietario del cane a girare muniti di bottiglia d’acqua da utilizzare come sciacquone al termine dell’utilizzo degli estemporanei wc, senza però ottenere risultati apprezzabili. Di qui la decisione, fortemente auspicata da automobilisti e proprietari di vetrine-latrine, di usare il pugno di ferro. Il regolamento, che dovrà essere approvato in una delle prossime sedute del Consiglio comunale, conferma anche l’obbligo di girare muniti di paletta e contenitori idonei a raccogliere i bisogni dei cani, prevedendo multe che vanno dai 100 ai 1.500 euro. 

Tornando alla pipì dove capita, l’idea di colpire duro il portafogli di chi permette al cane di inumidire porte e ruote altrui può anche essere condivisa e sicuramente otterrà il via libera del consiglio comunale. Il problema vero è l’applicabilità della multa: per sanzionare il padrone bisogna cogliere il cane in flagranza di reato. E anche se i cani in libera uscita fossero solo un decimo dei 12 mila registrati, sarebbe piuttosto complicato mobilitare un esercito di guardie ambientali. Ma sulla pipì, anche quella umana, l’amministrazione giuliana è inflessibile: un’altra delibera comunale punisce con 500 euro di multa chi viene sorpreso a farla per strada. Una decisione che ha finora fruttato alle casse comunali cospicui introiti, soprattutto durante i sabato sera.




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Ecco la verità sull'evasione

di Francesco Forte

Mancano all'appello 120 miliardi. Nelle regioni del Nord le tasse si pagano, al Sud invece si arriva a frodare il Fisco fino all’85%. Anche la Toscana nel libro nero



L’evasione fiscale in Italia è una cifra enorme, pari a 8 punti di Pil. Oltre che far perdere denaro al fisco, genera rilevanti distorsioni economiche, dà una immagine della ricchezza italiana inferiore al vero, con conseguenze negative per la nostra credibilità finanziaria, comporta tassi bancari più alti perché le garanzie patrimoniali degli operatori economici sono inferiori a quelle vere, oscura il divario effettivo fra Nord e Sud, genera sperequazioni fra il tenore di vita di chi paga le imposte e di chi le evade. In parte le evasioni dipendono però da norme irragionevoli, che andrebbero modificate, come quella che chi è in pensione ed è in tarda età è tenuto a pagare contributi previdenziali sul lavoro che svolge, anche se non potrà mai percepire la relativa ulteriore pensione.

Il tema dell’evasione è amplissimo, c’è tutta la materia dell’edilizia non censita. E c’è il problema delle persone che evadono l’Irpef e altre imposte tramite i paradisi fiscali. E ci sono le evasioni dei contributi sociali e quelle con il lavoro di extracomunitari clandestini. Temi molto grossi. Ma ce n’è uno più grosso di tutti, quello dell’evasione dell’imposta sul valore aggiunto, l’Iva, che dà un gettito del 6% del Pil. L’evasione è stimata al 33-40% dell’imponibile, vale a dire fatto 100 il volume vero si paga l’Iva solo su 60-66 mentre il restante 40-33 non paga. Se tutti pagassero l’Iva non renderebbe il 6% ma il 9-10% del Pil. Qui c’è più del 50% dell’evasione e da qui si dirama anche l’evasione delle altre imposte.

E da qui bisogna partire, per il contrasto sistematico a chi non paga le tasse. Prodi e Visco avevano escogitato un sistema di controlli vessatorio e inefficace perché troppo macchinoso, poi abrogato, che consisteva nell’obbligo di pagare con bancomat o carta di credito o assegni non trasferibili ogni somma, superiore a 100 euro, per prestazioni soggette ad Iva. Ciò comportava di abolire l’uso del contante e complicava inutilmente la vita. La norma utile riguarda gli importi che non si usano pagare in contanti, salvo per scopi di evasione. Le persone più evolute e più dotate di credito smettono il contante per somme come 400 o 500 euro. Per i soggetti meno evoluti e quelli ignoti, di cui non ci si fida la soglia sale.

Ma sopra i mille euro non si usa, di norma, il pagamento in contanti. Da qui dovrebbe cominciare l’obbligo di pagare con assegni non trasferibili e con carte di credito o bancomat. Questa regola va accompagnata dal controllo fiscale dei conti bancari. Nella normativa di Visco e Prodi poi non utilizzata, si stabilivano controlli fiscali dei conti bancari sia dei privati che delle imprese e dei soggetti di lavoro autonomo. Il controllo fiscale di tracciabilità dei pagamenti va concentrato sul conto bancario dei soggetti Iva, stabilendo che ciascuno di essi deve avere un conto esclusivamente dedicato all’attività tassata su cui versa i proventi Iva e a cui imputa gli acquisti fatti con Iva.

In tal modo che il suo registro Iva avrà un riscontro integrale ed esclusivo in tale conto. Inoltre questo conto bancario (o postale) deve essere, in tempo reale, visibile nel cervello elettronico del fisco ed essere pertanto contraddistinto oltre che con le coordinate bancarie, anche con la partita Iva del suo titolare. Così il fisco può consultare questi conti da sé. Ciò anche per evitare che la Guardia di finanza vada nelle banche a guardare i conti di Tizio o di Caio. Però il contribuente avrà diritto a esibire questo conto come prova della veridicità del suo fatturato e dei suoi costi, anche di fronte a «studi di settore» discordanti. Accanto alle non fatturazioni, attualmente pullulano le fatturazioni fittizie, fatte con operazioni inesistenti di ditte finte, le cosiddette cartiere cioè ditte che fabbricano fatture che servono per detrarre costi finti, anziché produrre beni o servizi.

Una parte dei costi che una ditta o un lavoratore autonomo sostiene non riguardano pagamenti per acquisti con Iva, ma pagamenti per interessi passivi e per compensi di lavoro a persone fisiche. Ma il fisco è in grado di distinguere i conti dei soggetti Iva dagli altri e riesce facilmente a individuare quelli che si riferiscono a banche. Così il fisco, sulla base dei pagamenti fatti dai soggetti Iva ad altri soggetti Iva, potrà capire se questi versano Iva corrispondenti ai pagamenti che hanno ricevuto o sono pure fabbriche di fatture. Non credo che il sistema di tracciabilità supportato da conti bancari dedicati, che ho indicato e che è ampiamente adottato altrove potrà essere applicato con effetti immediati miracolosi. Ma questo è il momento giusto per attuarlo.




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L'ordine di Pyongyang: soldati pronti a guerra E' tensione tra le Coree

di Redazione

Il leader nordcoreano Kim Jong-il ha ordinato ai suoi militari di mettersi sul piede di guerra. La tensione fra le due coree ha avuto un'improvvisa escalation con le sanzioni decise ieri da Seul contro Pyongyang



Seul - Il leader nordcoreano Kim Jong-il ha ordinato ai suoi militari di mettersi sul piede di guerra. Citando fonti della Corea del Nord l'agenzia sudcoreana Yonhap spiega che la tensione fra le due coree ha avuto un'improvvisa escalation con le sanzioni decise ieri da Seul contro Pyongyang, accusata dell'affondamento di una corvetta sudcoreana che ha causato la morte di 46 persone. 

Nord Corea pronto alla guerra L'ordine del 'caro leader' Kim Jong-il di massima allerta alle truppe nordcoreane, con tanto "di pronti a combattere se attaccati", è stato riferito dal gruppo di rifugiati del Nord a Seul, North Korea Intellectuals Solidarity (Nkis), secondo cui "le disposizioni sono state trasmesse pubblicamente a tutta la nazione". Il gruppo ha precisato che la disposizione è stata impartita il 20 maggio scorso, lo stesso giorno in cui la Corea del Sud ha diffuso i risultati delle indagini condotte dalla commissione internazionale che ha attribuito a un siluro di Pyongyang la causa dell'affondamento della corvetta Cheonan, avvenuto il 26 marzo scorso. 

 L'assetto da combattimento è stato quindi deciso prima che la Corea del Sud annunciasse le pesanti contromisure verso il Nord, con il blocco, tra l'altro, dell'interscambio commerciale e degli altri rapporti ad eccezione del distretto di Kaesong. "Non speriamo nella guerra, ma se la Corea del Sud, con gli Stati Uniti e il Giappone alle spalle, cerca di attaccarci, Kim Jong-il - secondo quanto detto nel messaggio da un altro ufficiale - ci ha ordinato di portare a termine il processo di riunificazione della penisola, abbandonato nel corso della guerra di Corea".




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Il feto nello spritz, campagna choc contro le mamme che bevono

Corriere del Veneto


Immagine elaborata da Fabrica (gruppo Benetton) per l'Usl: il 65 per cento delle donne incinte hanno problemi di alcol

L'immagine choc della campagna di Fabrica (Balanza)
L'immagine choc della campagna di Fabrica (Balanza)
TREVISO - Immerso nello spritz non uno stecco con l'oliva ma un feto. E' l'immagine-choc elaborata da Fabrica, l'agenzia di comunicazione controllata dalla famiglia Benetton, per la campagna «Mamma beve bimbo beve» promossa dalla Usl n.9 di Treviso finalizzata a sensibilizzare sugli effetti dell'assunzione di alcol da parte delle donne in gravidanza e nei mesi dell'allattamento. Un comportamento, è stato detto durante la presentazione dell'iniziativa, che in Italia riguarda il 65 per cento delle gestanti, mentre l'incidenza dell'uso dell'alcol nella popolazione femminile sopra gli 11 anni, in Veneto, risulta del 66,5%, secondo dato nella classifica nazionale.

L'alcol, per i nascituri, secondo studi europei, può indurre deficit cognitivi e di sviluppo psicomotorio, iperattività e problemi di attenzione e linguaggio, malformazioni e ritardo nella crescita. In gravidanza o nelle fasi precedenti il concepimento i rischi sono quelli di infertilità, aborti spontanei, parti prematuri o con complicanze. La campagna, che ha la collaborazione anche dell'associazione degli esercenti di Confcommercio (Fipe) si concretizzerà con la diffusione di pieghevoli nei locali pubblici e negli ospedali, striscioni stradali, affissioni sulle pareti degli autobus e adesivi particolari da attaccare sugli specchi delle toilette femminili nei bar e nei ristoranti.

Gianni Favero
24 maggio 2010



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E morto Magnago, leader storico della Svp

Corriere della Sera



 È morto Magnago, leader storico della Svp. Aveva 97 anni. Era stato ricoverato venerdì, ma le sue condizioni erano peggiorate progressivamente l'addio


Silvius Magnago in una foto d'archivio
Silvius Magnago in una foto d'archivio
BOLZANO
-
È morto Silvius Magnago, ex presidente della Giunta provinciale di Bolzano: aveva 97 anni. L'anziano politico era stato ricoverato all'ospedale di Bolzano venerdì scorso. Negli ultimi giorni le condizioni dello storico leader della Sudtiroler Volkspartei e "padre" della svolta autonomista dell’Alto Adige erano progressivamente peggiorate, soprattutto per quanto riguarda le funzioni respiratorie e cardiache.

IL RICORDO -
«L'autonomia dell'Alto Adige è la grande opera della sua vita, che per noi è un impegno e un compito» afferma il segretario della Svp, Richard Theiner, ricordando Silvius Magnago. «È merito del suo impegno politico, delle sua capacità diplomatiche e della sua incondizionata fedeltà ai valori del Tirolo, della democrazia e del reciproco rispetto - prosegue Theiner - che l'Alto Adige ha vissuto decenni di crescita, di stabilità sociale e economica e di un consolidamento della lingua e cultura». La Svp - così il suo segretario - «si ricorderà sempre di Magnago come uno degli uomini più grandi della storia del Tirolo».

25 maggio 2010




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Stop ai prodotti delle colonie israeliane I supermercati : «Non è boicottaggio»

Corriere della Sera

Sono agrumi e datteri coltivati nei territori occupati. Le prime catene a farli sparire sono Coop e Conad

MILANO - Spariscono dagli scaffali di Coop e Nordiconad (parte del Consorzio Nazionale Conad) i prodotti a marchio Agrexco provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania. Lo annuncia la rete di pressione «stop Agrexco», nata in occasione dell'incontro nazionale svoltosi a Pisa il 3 e 4 ottobre 2009 e che ora coinvolge decine di associazioni, tra cui Attac, Donne in nero, Federazione della Sinistra, Fiom- Cigl, Forum Palestina, Pax Christi Italia, rete Eco (Ebrei Contro l'Occupazione) e Un Ponte Per.

LA CAMPAGNA DI PRESSIONE - Dal gennaio 2010 la coalizione ha avviato incontri in tutta Italia e iniziato una campagna di pressione nei confronti di Coop e Conad, con lettere, segnalazioni, sit-in nei supermercati e conferenze per interrompere la commercializzazione di prodotti provenienti dalle colonie israeliane nei Territori occupati palestinesi.

LA TRACCIABILITÀ - Maurizio Zucchi, direttore Qualità di Coop Italia, ha indirizzato una lettera di risposta alla rete «stop Agrexco», in cui spiega come sui prodotti dei marchi Agrexco non sia specificata la provenienza precisa (Israele o Territori palestinesi), sottolineando come «questa modalità di tracciabilità commerciale non risolva l'esigenza di un consumatore che voglia esercitare un legittimo diritto di non acquistare prodotti di determinate provenienze, in quanto l'informazione - pur seguendo il prodotto dal punto di vista doganale e fiscale - non è tuttavia presente in etichetta».

Conseguentemente, «abbiamo deciso di sospendere gli approvvigionamenti di merci prodotte nei territori occupati e quindi valutare se esistano possibilità di specificare maggiormente l'origine del prodotto, al fine di consentire per il consumatore finale una reale distinzione tra i prodotti made in Israel e quelli eventualmente provenienti dai territori occupati». Zucchi ha precisato che «non si tratta di un boicottaggio verso Agrexco o Israele da parte di Coop, perché questa scelta spetta tutt'al più al consumatore. Coop ha deciso di ritirare i prodotti la cui bolla indica la provenienza dai Territori palestinesi, indicazione non presente però sul prodotto finale».

DAL 1956 - Agrexco Agricultural Export Company Ltd è una società fondata nel 1956: il governo israeliano possiede il 50% delle quote e, nonostante nel 2008 ne sia stata decisa la privatizzazione, la partecipazione di Israele continua. La società rappresenta il principale esportatore di prodotti agricoli israeliani, con il 60-70% di tutti i prodotti provenienti dalle colonie israeliane. I più importanti marchi Agrexco sono Carmel, Coral e Alesia. Tra essi, spicca per diffusione Carmel, che comprende Ecofresh, Eden e Bio-Top. Tra i prodotti esportati da Agrexco, si trovano inoltre gli agrumi «Jaffa» e i datteri «Jordan Plains» che provengono, oltre che da Israele, anche dalle colonie nella Valle del Giordano. Proprio sulla denuncia della commercializzazione dei prodotti provenienti dalle colonie, illegali per il diritto internazionale, si è concentrata la campagna «stop Agrexco».

L'ATTRACCO SAVONESE - Oltre ad iniziative nei supermercati di tutta Italia culminate il 30 marzo, Giornata della Terra per i palestinesi, un luogo simbolo delle proteste è stato il porto di Savona, in cui attraccano le navi di Agrexco con i container di prodotti da distribuire nel nostro paese. La coalizione italiana s'inserisce nel movimento mondiale che dal 2005 chiede la fine dell'occupazione israeliana nei Territori occupati palestinesi e fa appello allo strumento del boicottaggio, del ritiro degli investimenti e delle sanzioni nei confronti d'Israele. Nell'ambito del boicottaggio di prodotti o imprese impegnate nelle colonie in Cisgiordania, la più nota campagna a livello internazionale è stata attuata nei confronti di Veolia, società implicata nella costruzione del treno di collegamento tra Gerusalemme Est occupata e le colonie israeliane.

UNA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE - La mobilitazione internazionale ha portato Comuni in tutto il mondo - dall'Inghilterra all'Australia, passando per la Francia - a ritirare gli accordi e i contratti con Veolia in segno di protesta nei confronti del progetto ferroviario. Tra le iniziative più recenti, inoltre, il senato degli studenti dell'ateneo statunitense di Berkeley ha votato per il ritiro degli investimenti dell'università in compagnie impegnate nell'occupazione militare dei Territori palestinesi. In Italia la sospensione della commercializzazione dei prodotti Agrexco provenienti dagli insediamenti israeliani da parte di Coop e Nordiconad rappresenta il primo risultato concreto ottenuto dal movimento di boicottaggio. (mcr) (www.redattoresociale.it)

24 maggio 2010




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