lunedì 24 maggio 2010

L'ultima di Grillo: Angela Merkel presidente

Libero





 Beppe Grillo, che, ancora una volta, sale sul pulpito, puntando il dito contro la maggioranza - "una dittatura" - e l'opposizione, che "gode nel cedere", perché "opporsi è contro la sua natura". L'ultima parola è per il "popolo senza diritti, neppure di veder discussa in Parlamento una legge popolare come Parlamento Pulito" o di "poter votare un referendum come quello sull'informazione libera".

Parlamento Pulito - Di qui la decisione di Grillo di riprendersi "le 350.000 firme negli scantinati del Senato. Quelle firme non meritano di essere abbandonate ai capricci di uno Schifani qualunque. Quelle firme di persone per bene non possono essere lasciate marcire nei sotterranei di Palazzo Madama - tuona il comico genovese dalle pagine del suo blog - gli scatoloni sono lì, fermi dal dicembre del 2007, giorno in cui li consegnai a Marini. Quasi trenta mesi", per richieste quali "la votazione diretta" dei candidati, "massimo di due mandati, nessun condannato in via definitiva in Parlamento. Sono passati due anni e mezzo ed è sempre uno di quei giorni che i politici se ne sbattono dei cittadini".

Merkel presidente
- Tornando alla proposta di una nuova premier, Grillo spiega che, per affrontare la crisi economica, la "Germania dovrebbe ripianare, per tenere in vita l’euro, i debiti di Stati come l’Italia, comprare il debito da "Tremorti". Perché dovrebbe farlo? In Germania i cittadini pagano le tasse mentre in Italia l’evasione è stimata in 130 miliardi di euro all’anno. In Germania le truffe ai danni della Ue per centinaia di milioni di euro sono inesistenti, le mafie non fatturano tra i 100 e i 150 miliardi ogni anno, la corruzione non drena 50 miliardi come da noi.

Perché i tedeschi dovrebbero aiutarci? "Tremorti" ha minacciato le dimissioni se non ci saranno i tagli di 24 miliardi. Nessuno meglio di lui sa che ne occorrono almeno 100 di miliardi e che nessun governo politico è in grado di imporre una manovra del genere ai cittadini, anche se diluita nel tempo. L’opzione migliore rimane la vendita dell’Italia alla Germania, in cambio dell’annullamento del debito. Un’Italia protettorato meridionale tedesco, un balcone sul Mediterraneo. Merkel for president. Now".

24/05/2010






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Strage Nassiriya, colonnello Di Pauli assolto dal tribunale militare di Roma

Il Mattino

Nel 2003 un attentato causò 19 vittime.L'ufficiale era accusato di non aver adottato misure di sicurezza necessarie

 

ROMA (24 maggio) - Il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli è stato assolto dal tribunale militare di Roma nel processo per l'attentato alla Base Maestrale di Nassiriya, che il 12 novembre 2003 causò la morte di 19 italiani: 12 carabinieri, 5 militari dell'Esercito e due civili.

Di Pauli era accusato di non aver adottato tutte le misure di sicurezza necessarie alla difesa di Base Maestrale, quartier generale dei carabinieri. Il tribunale ha stabilito che il fatto non costituisce reato. Il pm aveva chiesto la condanna del colonnello a due anni di reclusione. Altri due imputati - i generali dell'Esercito Vincenzo Lops e Bruno Stano - sono stati già processati con il giudizio abbreviato ed entrambi assolti.

La procura militare di Roma alla fine di maggio 2007 chiese il rinvio a giudizio per i tre ufficiali - Stano, Lops e Di Pauli - per «omissione di provvedimenti per la difesa militare», un reato previsto dal codice penale militare di guerra. Il gup, dopo una serie di istanze delle parti e rinvii, ha però deciso di procedere per il diverso reato di «distruzione colposa di opere militari» previsto dal codice penale militare di pace. In primo grado, il pm aveva chiesto la condanna di Lops e Stano - i due generali che si erano avvicendati al comando del contingente italiano a Nassiriya, che avevano chiesto il giudizio abbreviato - e il rinvio a giudizio per Di Pauli, comandante del contingente dell'Arma, il quale aveva optato invece per il rito ordinario. Il gup aveva condannato Stano a due anni di reclusione, assolto Lops e rinviato a giudizio Di Pauli. Nel novembre scorso, in appello, anche il generale Stano è stato però assolto con formula piena.

Di Pauli: sono molto soddisfatto. Al suo legale che gli ha comunicato l'assoluzione, Di Pauli ha detto di essere «molto soddisfatto». «È un'assoluzione - spiega l'avvocato David Brunelli, uno dei difensori - che segue le assoluzioni nei confronti dei due generali imputati di concorso nello stesso reato e quindi è coerente con quelle». Secondo il legale «abbiamo provato che neppure sistemi di difesa maggiori avrebbero evitato conseguenze tanto drammatiche, considerate le caratteristiche dell'attentato». «Questo significa - conclude Brunelli - che i tre ufficiali hanno agito nell'adempimento di un dovere, non potevano comportarsi diversamente».




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Scolari con i jeans a vita bassa, prof si cala i pantaloni per protesta

Corriere della Sera

Il docente punito con un richiamo ufficiale da parte del dirigente: «Capisco la provocazione, ma non condivido»

MILANO - In classe ci vuole un po' di decenza anche nell'abbigliamento e presentarsi con i jeans a vita decisamente bassa può suscitare l'irritazione del professore di turno. E può succedere quello che è caputato alla scuola media «Fogazzaro» di Como-Rebbio, dove il docente di arte, preso da un «attacco» di indignazione si è calato le braghe in aula davanti agli sconcertati alunni. L'episodio risale a qualche giorno fa, ma è stato reso noto solo ora. L'insegnante, con questo gesto dimostrativo, avrebbe inteso far capire agli studenti quanto sia sgradevole un certo abbigliamento. Un messaggio ben recepito dai ragazzi che hanno segnalato l'episodio al dirigente Luigi Fernando Zecca, titolare dell'Istituto comprensivo di Figino Serenza (Como) e da quest'anno reggente di quello di Rebbio.

IL RICHIAMO - Contro l'insegnante è stata aperta una procedura disciplinare ed è arrivato il «richiamo ufficiale» del preside. «Un episodio censurabile e squalificante», l'ha definito Zecca. «Per ora mi sono limitato a un richiamo ufficiale dell'insegnante e ho innescato il meccanismo che porterà gli organi superiori a decidere il da farsi». Lo stesso preside si dice convinto che sia stata «una pura provocazione senza alcuna finalità sessuale. Posso dargli ragione quando si parla di abbigliamento poco consono usato da molti ragazzi, ma non condivido certo questa forma di insegnamento». Zecca chiede solo un po' di educazione: «Non pretendo il grembiule alle medie ma non accetto le mutande in vista e quando vedo uno studente con un abbigliamento non rispettoso ai luoghi non glielo mando a dire. Tuttavia i pantaloni li tengo su».

Redazione online
24 maggio 2010



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Scarcerate le maestre di Pistoia

Corriere Fiorentino

Il giudice ha concesso gli arresti domiciliari ad Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce, le due maestre arrestate il 2 dicembre per i maltrattamenti ai bambini dell’asilo Cip e Ciop

Video

GENOVA - Il giudice per l’udienza preliminare Roberto Fucigna ha concesso gli arresti domiciliari ad Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce, le due maestre arrestate lo scorso 2 dicembre per i maltrattamenti ai bambini dell’asilo Cip e Ciop di Pistoia. Le due donne sono uscite dal carcere femminile di Pontedecimo (Genova) alle 14. Davanti al gup Fucigna è cominciato giovedì scorso il processo con rito abbreviato alle due maestre, che hanno proposto un risarcimento di 23 mila euro ai genitori dei bimbi maltrattati, che si sono costituiti parti civili.

LE REAZIONI - «Sono sconcertata». È questo il primo commento di una delle madri dei bambini picchiati all’asilo Cip-Ciop di Pistoia alla notizia della concessione degli arresti domiciliari a Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce. «Mi sono consultata con altre due mamme - ha detto la donna - Non capiamo quali siano le motivazioni alla base della decisione e aspettiamo siano rese note per prendere una qualsiasi iniziativa. Fino ad allora non possiamo che ribadire il nostro sconcerto». Il processo è iniziato giovedì scorso a Genova.

«È stato come un film dell’orrore ma non era fantascienza: c’erano i nostri bambini»: sintetizza così lo stato d’animo suo e degli altri genitori, nei corridoi del palazzo di giustizia di Genova, il papà di un bimbo di tre anni alla prima udienza del processo con rito abbreviato alle due maestre Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce. La prima udienza si è conclusa con l’ammissione alla costituzione di parte civile dei genitori di 24 bambini sui 46 che frequentavano l’asilo. Il pm Silvio Franz e le altre parti si sono riservati di presentare il loro parere sull’ammissibilità della costituzione di parte civile del Comune di Pistoia e di una associazione onlus in difesa dei minori.

PROPOSTA DI RISARCIMENTO - I difensori delle due maestre hanno proposto un risarcimento parziale di complessivi 23 mila euro (15.000 euro la Scuderi e 8.000 la Pesce) sul quale non è stato ancora presentata alcuna accettazione da parte degli interessati. Il gip Roberto Fucigna si è riservato di decidere sull’acquisibilità di alcune consulenze di parte volte a determinare l’entità delle lesioni subite da alcuni bimbi allegate a memorie depositate dai difensori di parte civile e sulla documentazione medica allegata agli atti di costituzione. Il processo è stato poi rinviato al 15 giugno.

Le due maestre, che non erano presenti in aula, furono arrestate nel dicembre scorso e sono tuttora detenute nel carcere di Sollicciano. Gli atti delle indagini condotte dalla polizia giudiziaria e dalla squadra mobile di Pistoia furono trasmessi a Genova perchè il papà di una bimba di due anni e mezzo, che era ospite nell’asilo, è un magistrato di Pistoia e quindi non poteva occuparsene la procura toscana. «La bimba che si vede in alcuni dei filmati - riferisce l’avv. Giorgio Zunino, legale del magistrato toscano - ha manifestato comportamenti anomali successivamente alla frequentazione dell’asilo compatibili con i maltrattamenti subiti e percepiti».

LE TESTIMONIANZE - Ma sono diverse le voci raccolte a margine del processo sia dei genitori sia dei loro legali. Come il papà di un bimbo di quattro anni che ha detto: «Mio figlio ha ancora paura del buio e, in un video, si vede mentre è in un angolo e assiste ai maltrattamenti di altri bambini». L’avv. Alberto Russo di Pistoia racconta che la figlia dei suoi clienti, che ha due anni e mezzo, è stata picchiata con spinte e calci alla schiena. «Nel video - ha detto - si vedono quattro episodi di questo tipo. È stata anche mandata come punizione nella stanza dove dormivano». «Si tratta di intromissioni - ha spiegato il legale - nello sviluppo mentale di un bimbo. Sono malattie che hanno il loro apice nel tempo ponendo nell’angoscia i genitori».

Alcuni genitori sono contrari alla costituzione di parte civile del Comune di Pistoia perchè, hanno detto, erano state fatte delle segnalazioni ma non sono mai stati fatti dei controlli. L’avv. Giovanna Andreini del foro di Pistoia assiste i genitori di un bimbo di tre anni che, ha riferito, è stato vessato in diverse occasioni. «Vogliamo riportare il sorriso sul volto di questi cuccioli - ha detto - devono capire che non sono soli e che li abbiamo difesi».

24 maggio 2010




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La notte infinita dei nerazzurri Ma la Curia protesta: troppo caos

Corriere della Sera

In 35 mila alle 6 del mattino hanno aspettato i giocatori a San Siro.Danni anche all’Arena

«Appelli inascoltati. Amara lezione per il futuro».Il Comune: piazza Duomo luogo naturale per la festa

MILANO - La coppa dei Campioni sbarca a Milano col cielo che inizia a schiarirsi dietro le tribune di San Siro. La portano il capitano Zanetti e il figlio del presidente Moratti, Angelo Mario, all’ora più irreale in cui uno stadio sia mai stato aperto e affollato. La squadra sul prato del «Meazza» alza il trofeo poco dopo le sei del mattino e sale l’urlo di quasi 50 mila tifosi, che a quell’ora chiudono la notte dei festeggiamenti. Notte che si lascia dietro anche qualche polemica, legata agli effetti collaterali di una finale seguita in piazza del Duomo da 120 mila persone.

Nell’ordine: centocinquanta interventi dei medici del 118 che avevano allestito una sorta di ospedale da campo in piazzetta Reale; ragazze con piedi e gambe tagliate dai cocci di bottiglia che coprivano la piazza; una paio di intossicati; alcuni ustionati da petardi e fumogeni; cadute; un uomo venezuelano che ha spaccato una bottiglia su una transenna e ha provocato una ferita al volto di una ragazza colpita da una scheggia; qualche borseggiatore all’opera.

Devastazione in piazza Duomo

Più in generale, una situazione di estremo pericolo
per la quantità di ubriachi accalcati in una massa strabordante per una piazza che non riusciva a contenerla. E poi cumuli di rifiuti bruciati sulla piazza stessa nella notte. Lo sforzo delle forze dell’ordine è stato massiccio, la gestione dell’ordine pubblico non è stata semplice. La situazione di pericolo palpabile. Danni anche all’Arena (cancellate divelte). I malumori, molto diffusi, si sono concentrati nella presa di posizione della Curia: «Gli appelli alla tutela della piazza del Duomo sono stati inascoltati. L’augurio è che quel che è successo sabato sera possa servire da amara lezione per gli appuntamenti futuri».

Il Comune, che ha cercato di alleggerire la pressione sul centro città mettendo anche un maxischermo davanti alla Centrale, rivendica invece la scelta di piazza del Duomo: «È il luogo naturale, se non avessimo dato ai tifosi dell’Inter la possibilità di seguire tutti insieme la partita avremmo avuto molte più critiche. E le persone comunque vogliono andare lì a festeggiare, in Duomo. La festa non ha prodotto nessun dato rilevante in negativo. Ed ha avuto anche un ritorno economico per Milano. Cosa vogliamo fare, chiudere le piazze della città?».

Gianni Santucci
24 maggio 2010



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Addio alla gran duchessa Leonida guida della casa zarista dei Romanov

Il Messaggero


MOSCA (24 maggio) - La gran duchessa Leonida, vedova del gran duca Vladimir e madre della gran duchessa Maria, che guida la casa zarista dei Romanov rivendicandone ancora il trono dalla Spagna, è morta ieri a Madrid all'età di 95 anni. Lo rendono noto le agenzie russe, citando Aleksandr Zakatov, capo della cancelleria della seconda e più famosa dinastia imperiale russa, che ha segnato le sorti del Paese dal Seicento al 1917, anno della rivoluzione d'ottobre. «In linea con la tradizione e la legge, la gran duchessa Leonida sarà sepolta vicino a suo marito nella cattedrale dei santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo», ha aggiunto Zakatov. La data dei funerali non è ancora stata fissata.




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Trucco dello specchietto con i figli attori e complici

Il Tempo

I carabinieri arrestano un trentaduenne nel quartiere di Testaccio. L'uomo faceva piangere le vittime per commuovere il malcapitato di turno.

Il trucco è vecchio come il cucco. La variante, geniale, faceva leva sul senso paterno (o materno, a seconda del caso), che è nota caratteristica nazionale. L'«inventore» e protagonista della sceneggiata è un nomade stanziale di origine napoletana, Antonio Bevilacqua, 32 anni, che però ieri ha trovato nei carabinieri degli spettatori un po' troppo esigenti ed è finito in manette. Siamo al Testaccio, popoloso e popolare quartiere romano. L'uomo, con alle spalle una lista interminabile di precedenti specifici, è fermo in doppia fila a bordo della sua autovettura. Con lui ci sono i due figli piccoli. Attende il passaggio della macchina con a bordo la vittima di turno e gli lancia una pigna o un pezzo di gomma per provocare un rumore simile a quello di un urto.

A questo punto, il truffatore si sbraccia dal finestrino intimando al malcapitato di fermarsi per fargli constatare il danno provocato. Se il poveretto si mostra diffidente, ecco che il Bevilacqua comincia a inscenare la recita con piglio attore provetto: un cenno con la mano ai due minori è sufficiente a farli cominciare a piangere disperati. La vittima, turbata, preoccupata per la salute di quei bambini, e di conseguenza convinta di avere creato realmente un danno, paga la somma richiesta dal truffatore senza battere ciglio.

E capisce, solo quando l'imbroglione si allontana e ormai è troppo tardi perfino per annotare i numeri della sua targa, di essere stata raggirata. Sabato i carabinieri della Stazione Roma Aventino, pattugliando il quartiere, hanno avuto modo di assistere a tutta la scena, constatando effettivamente che il padre utilizzava segni convenzionali con i figli i quali reagivano al comando con svizzera puntualità, piangendo come fontane.

A quel punto i militari sono intervenuti bloccando il truffatore, con ancora in mano la somma di cinquanta euro appena ricevuta, in questo caso da un architetto. Ma la tariffa che gli ignari cittadini che avevano la sfortuna di incrociare le strade del Bevilacqua dovevano sborsare era spesso superiore e arrivava anche a duecento euro. Condotto in caserma, l'uomo ha tentato di continuare a recitare il suo solito copione con i suoi bambini come comprimari, istigandoli a piangere ogni qualvolta i militari contestavano i fatti al loro papà. Il trentaduenne, che era già noto da anni ai carabinieri per lo stesso identico tipo di reato, è stato arrestato e sarà giudicato con rito direttissimo. I due piccoli «attori» sono stati, invece, riaffidati alla madre.

Maurizio gallo
24/05/2010




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Usa pronti a vere guerre spaziali: in volo l'X-37B drone per truppe cibernetiche

Il Messaggero

Un mini shuttle-satellite ruota intorno alla Terra ogni 90 minuti passando sopra Iraq, Iran, Aghhanistan e Pakistan

 

WASHINGTON (23 maggio) - La fantasia supera spesso la realtà ma questa volta è la realtà che si affianca alla fantasia. Soldati-cloni, guerre spaziali e truppe cibernetiche non sono più solo quelli di Lucas e anche se il Pentagono nega, per molti osservatori è il segno che "Guerre Stellari" non è più fantascienza, ma realtà: l'America è pronta a entrare fisicamente nell'era degli armamenti spaziali.

È in orbita da oltre un mese, e transita regolarmente ogni 90 minuti sopra Iraq, Iran, Afghanistan e Pakistan, un minishuttle americano senza piloti che il Pentagono ha tenuto rigorosamente segreto. Si chiama X-37B, è guidato da un centro dell'Air Force in Colorado ed è dotato di sensori molto più potenti e sensibili di un satellite normale. A scoprirne l'esistenza sono stati gruppi di osservatori spaziali che hanno cominciato a monitorare quella specie di stella luminosa capace di ruotare intorno alla Terra ogni 90 minuti percorrendo l'orbita che passa, appunto, alta sopra Iraq, Iran, Aghhanistan e Pakistan. Interpellato dal New York Times, il Pentagono si è limitato a confermare l'esistenza di X-37B ma ha uffialmente escluso che il mini-shuttle possa essere considerato in alcun modo una sorta di nuovo armamento spaziale.

La sua funzione è analoga a quella di un qualsiasi satellite, solo molto più potente e dunque in grado di fornire informazioni utili a chi è impegnato in conflitti sul terreno. Delle dimensioni di circa un quarto rispetto alla navetta spaziale della Nasa, il "satellite" è lungo meno di 9 metri, ha un'apertura alare di circa 4 metri e ha in realtà tutte le caratteristiche di uno shuttle. Due le differenze fondamentali: non ha uomini a bordo e può restare in orbito fino a nove mesi prima di fare rientro sulla Terra, perchè è dotato di batterie a pannelli solari che gli consentono di funzionare molto più a lungo.

Il drone spaziale X-37B è stato lanciato il 22 aprile scorso dalla Florida e farà ritorno in una base California, ma il Pentagono non ha precisato altro sull'esperimento. Il settosegretario del'Air Force per i programmi spaziali, Gary E. Payton, rispondendo al New York Times si è limitato a sottolineare che il velivolo «non è dotato di capacità offensiva». «Questo programma sperimentale è volto a cercare tecnologia a sostegno della riduzione del rischio» ha detto, senza precisare altro. Secondo il New York Times, il programma X-37 B è cominciato otto anni fa, sviluppato dalla Nasa, quindi nel 2006 è subentrata l'Air Force.

Il mini-shuttle rientra in un programma che il Pentagono definisce «sviluppo di sistemi di armamento e selezionati supporti da combattimento per il Dipartimento della Difesa». Il Pentagono si prepara al futuro. E intanto ha formalmente nominato il suo primo cyber-generale: Keith Alexander, generale a quattro stelle, è stato nominato responsabile del Cyber Command, il comando della "divisione cibernetica", per la quale operano novantamila uomini.




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Svendesi pastificio Russo Si riparte da 4,5 milioni

Corriere del Mezzogiorno

Lo storico opificio ha oltre 39 milioni di debiti. Cicciano, 3 mesi fa l’asta era andata deserta


NAPOLI - Pastificio Russo: secondo tentativo di vendita. La curatela fallimentare ha rimesso in vendita, con scadenza 18 giugno, lo storico opificio di via Nola al prezzo di 4,5 milioni di euro. Il ramo d’azienda comprende marchio, macchinari, arredi, impianti con esclusione della proprietà immobiliare. Meno di tre mesi fa era andata deserta l’asta che aveva base di partenza 12 milioni di euro confermando nei fatti che il pastificio Russo di Cicciano non avesse, allo stato attuale, un valore di mercato così alto. 

Il pastificio, che ha oltre 39 milioni di debiti, è stato dichiarato fallito in seguito alla richiesta di Equitalia di circa 1,8 milioni di euro di tributi non versati. Alla prima offerta di vendita nessun compratore si è fatto avanti. E dire che la Regione Campania si è offerta a garantire particolari agevolazioni al compratore, tra le quali finanziamenti a fondo perduto che arriverebbero a coprire fino al 60% dell’importo totale: e tra le ipotesi è stata valutata con attenzione anche la possibilità di un fitto d’azienda che consenta un’immediata ripresa delle attività. Il rischio che si corre, confermato più volte dallo stesso curatore fallimentare Luciano Bifolco, è quello di dover procedere ad una vendita a pezzo per gli elementi che compongono il pastificio che conta 95 dipendenti. 

Nel corso di questi mesi diverse sono state le voci di imprenditori interessati al marchio: dal fondo inglese Blu Sky, all’interessamento della multinazionale iberica Ebro Puliva, fino all’interessamento di un gruppo dell’Est Europeo che avrebbe anche incontrato la curatela. Ma sono voci: da queste aziende non è giunta ancora alcuna proposta formale di acquisto. L’unica azienda che ha fatto un passo concreto scrivendo una lettera al sindaco di Cicciano Giuseppe Caccavale è la Rummo spa di Benevento, altro marchio storico campano che produce pasta. Lo storico stabilimento di via Nola resta inattivo: la produzione è ferma da quasi 18 mesi, con conseguente deprezzamento del marchio, assente dagli scaffali dei supermercati già da prima della data del fallimento. 

Il pastificio, che ha oltre 130 anni di storia, nel periodo aureo è arrivato a produrre circa 400 mila quintali di prodotto, ritagliandosi una grossa fetta di mercato sia nazionale che internazionale. Ora l’ennesima occasione: la richiesta da 12 milioni è scesa a poco meno di 4,5 con uno “sconto” di quasi il 30% sul prezzo iniziale. L’appuntamento è per il 18 giugno.

Nello Lauro
24 maggio 2010





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Montezemolo: "Le uniche discariche che funzionano sono le migliaia di cda che raccolgono i politici trombati"

Quotidianonet

Lo ha detto il presidente della Ferrari a un convegno a Monza della Fondazione Italia Futura.
"Ci sono 180 mila persone che costituiscono la più grande azienda italiana, che costano 200 milioni di euro l’anno contro i 70 milioni della Francia"

Monza, 24 maggio 2010

‘’L’unica discarica che funziona veramente in Italia
sono le migliaia di consigli di amministrazione che servono per raccogliere i politici trombati’’. E' la dura affermazione di Luca Cordero di Montezemolo, nel corso di un convegno a Monza, dove ha anche puntato il dito contro i costi della politica che, ha detto, ‘’dobbiamo tagliare in un momento in cui le famiglie italiane sono costrette a tirare la cinghia’’.

‘’Ci sono 180 mila persone - ha argomentato - che costituiscono la piu’ grande azienda italiana, che costano 200 milioni di euro l’anno contro i 70 milioni della Francia’’. A suo avviso ‘’ci sono molti tagli da fare a livello regionale e comunale, perche’ l’unica discarica che funziona veramente in Italia - ha sottolineato - sono le migliaia di consigli di amministrazione che servono per raccogliere i politici trombati’’.

‘’In questo momento dobbiamo dare il massimo sostegno al governo per trovare risorse necessarie, urgenti, che auspico il piu’ coraggiose possibili per difendere l’Italia dai mercati internazionali, dalla crisi e dai rischi connessi’’. E’ l’appello lanciato da un convegno a Monza dal presidente di Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo.
L’ex presidente di Fiat e Confindustria ha poi precisato che ‘’in questi due anni si e’ sottovalutata l’importanza della crisi pensando che l’Italia ne fosse immune’’. A suo avviso ‘’la manovra di oggi, doverosa, necessaria e urgente, dimostra il contrario".

Per difendere il Paese dagli attacchi della speculazione internazionale e dai rischi ‘’connessi alla crisi’’, Montezemolo ha auspicato ‘’una grande coesione sociale’’ che si deve raggiungere attraverso il coinvolgimento di maggioranza e opposizione, perche’ ne va di mezzo il nostro Paese’’.

‘’Cio’ premesso - ha proseguito - non ci voleva la Grecia per scoprire che abbiamo un’evasione fiscale secondo la quale la meta’ dei contribuenti dichiara di guadagnare meno di 15 mila euro, se cosi’ fosse non potrei mai vendere non solo le Ferrari, ma anche le Alfa Romeo’’.

‘’Non ci voleva la Grecia - ha ribadito - per capire che la situazione economica e’ difficile e il Paese e’ complicato, pieno di burocrazia, con pensioni e sanita’ che incidono in maniera asfissiante sui nostri conti’’.

Riguardo alla manovra, si e’ ‘’affrontato il problema urgente della difesa dei conti pubblici, ma con il taglio agli investimenti non pensa al futuro’’. Secondo il presidente della Ferrari, ‘’bisogna dare il massimo di supporto al governo, ciascuno facendo la propria parte, ma bisogna liberare risorse per effettuare gli investimenti necessari. Serve il coraggio per affrontare una volta per tutte i temi fondamentali del nostro Paese’’.





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Lacrime di coccodrillo

Il Tempo

Dopo il trionfo in Champions Mourinho allenerà il Real: per lui 10 milioni a stagione fino al 2014. Moratti: "È attratto da una nuova avventura non dai soldi".

Inter senza allenatore: idea Mihajlovic ma c'è anche Capello.


Jose Mourinho, commosso al termine della finale di Champions  League vinta contro il Bayern Tornare da Madrid con una Champions League in più e un Josè Mourinho in meno non era esattamente quello che Massimo Moratti aveva immaginato per festeggiare il trofeo che mancava all'Inter da 45 anni. Ma di certo il presidente nerazzurro lo aveva messo in conto. Il tecnico portoghese ha sempre avuto un ottimo rapporto con tutta la famiglia Moratti e a loro non ha mai nascosto la sua volontà di andare ad allenare il Real Madrid. Già l'estate scorsa la corte di Florentino Perez era stata pressante, ma una campagna acquisti ad hoc e il desiderio di riuscire laddove tanti suoi predecessori avevano fallito avevano convinto il portoghese a restare. Ora, però, la tripletta e soprattutto i tanti problemi con la giustizia sportiva italiana e il fallimento di Manuel Pellegrini al Real sono determinanti per il suo approdo in Spagna.

Mou ha pianto, moltissimo, soprattutto nello spogliatoio, perchè in questi due anni si è creata quella che lui stesso ha sempre definito una grande empatia con tutto il popolo interista, dalla società ai tifosi, passando per una squadra che gli ha dato tutto quello che poteva. Ora che la sfida italiana è stata stravinta con cinque trofei in due anni, Mourinho si sente libero di fare ciò che vuole della propria vita, come ha spiegato dopo la finale del Bernabeu. Probabilmente il portoghese incontrerà Perez oggi ed entro la fine della settimana firmerà un quadriennale da 10 milioni di euro a stagione. E chissà se ripasserà più dall'Italia. Sarebbe dovuto rientrare sull'aereo della squadra ma così non è stato, per la delusione delle migliaia di tifosi svegli fino all'alba per la festa al Meazza. Non sarà questo, però, a rovinare il rapporto con il popolo nerazzurro, così come l'addio con due stagioni di anticipo non incrinerà la stima di Moratti.

Nessuna sorpresa per le parole di addio di ieri sera, anche perchè il futuro del tecnico portoghese e la clausola da 16 milioni di euro con cui può liberarsi in anticipo, sono stati argomenti di uno degli incontri avuti a Madrid con Perez. D'altronde, la società nerazzurra già da tempo si sta muovendo alla ricerca di un sostituto di Mourinho, anche se una decisione non è ancora stata presa. A vedere la finale c'era anche Sinisa Mihajlovic, che è l'allenatore del Catania ma anche il primo a sperare di ereditare la panchina di Mourinho, su cui si è seduto come collaboratore di Roberto Mancini. L'idea non dispiace ai veterani, in particolare a chi come Dejan Stankovic lo conosce da anni e ne è amico. Molta più esperienza e vittorie alle spalle hanno Fabio Capello e Guus Hiddink. Ma il primo sta per iniziare l'avventura mondiale con l'Inghilterra e non sarà disponibile fino alla metà di luglio, mentre l'olandese ha da poco firmato un contratto che da agosto lo legherà alla Federazione turca. C'è poi un'ipotesi di cui si parla in Spagna: Pep Guardiola. Ma per la stampa catalana il tecnico del Barcellona avrebbe già declinato la proposta dell'Inter.

Il secondo problema di Moratti è contenere l'effetto Mourinho. Alcune delle stelle, infatti, sono tentate dall'idea di seguire il portoghese. A sorpresa, anche Diego Milito, che ha ammesso di aver ricevuto «offerte importanti» ed è stato ambiguo: «Sicuramente resto, ho tre anni di contratto e sto benissimo all'Inter», ha assicurato all'alba durante la festa al Meazza, ma poche ore prima a Madrid era stato molto più vago, spiegando di non sapere cosa gli avrebbe riservato il futuro. Un altro degli obiettivi principali del Real è sicuramente Maicon, che però dopo aver sollevato la Champions ha assicurato: «State pure tranquilli non me ne vado via». Di certo non partiranno Etòo e Sneijder, e quindi Moratti, oltre che cercare un allenatore, non dovrà passare l'estate a rifare la squadra. Ieri Moratti è tornato sul solito argomento: «Mourinho ha dato un esempio di grande serietà, di gran lavoro. Tra me e lui non c'è mai stato un vero dialogo sul suo futuro, lui è un grande professionista, peccato per il tempismo che non è stato splendido. Credo che lui sia attratto da questa sfida, da questa nuova avventura, conoscendolo un pochino, non tantissimo, credo sia questa la cosa che lo interessi, forse più dei soldi».

Sul successore Moratti fa due nomi, il primo per certi versi sorprendente: «Stimo Mancini ma se lo riprendessi gli farei un dispetto. Mihajlovic ha carattere, sa imparare velocemente, è anche molto amico dei giocatori. C'è anche tutta la stima nell'uomo, con me ha mantenuto un rapporto molto buono. Però, questo non vuol dire che questa debba essere una scelta, anche se, per simpatia e stima, mi farebbe piacere farla. Però non ho ancora deciso». La corsa è appena cominciata ma c'è poco tempo per decidere: il futuro è già qui.


Carlo Scagnoli

24/05/2010






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Cimitero delle Fontanelle, occupazione pacifica: «Iervolino lo tenga aperto»

Corriere del Mezzogiorno

Sit-in nell'ossario della Sanità, accessibile solo nel Maggio dei Monumenti.
«Non c'è motivo che sia chiuso»

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NAPOLI - Non è stata un’occupazione, ma una «riappropriazione». Ci tengono a sottolinearlo i quasi cento abitanti del quartiere Sanità di Napoli che ieri hanno manifestato pacificamente all’interno dello storico cimitero delle Fontanelle, ossario che raccoglie le spoglie dei morti delle epidemie tra '600 e '800, per scongiurare l'ennesima chiusura dopo il «Maggio dei Monumenti». Un blitz tranquillo che durerà ore (i cittadini hanno persino dormito nell'antica cava di tufo) finché il sindaco Iervolino non li incontrerà e deciderà per l'apertura permanente del sito.

CIMITERO VOLANO ECONOMICO - Il motivo del sit-in, avvenuto alla chiusura dei cancelli alle 18, è fin troppo chiaro: non precludere ancora una volta l'accesso quotidiano al vero e proprio tesoro della Sanità. Ormai, spiegano gli organizzatori della manifestazione, tra cui il padre comboniano Alex Zanotelli, «il cimitero è stato messo in sicurezza e non si capisce il perché della fruizione una sola volta l’anno, quando potrebbe essere l’attrattore e il volano economico di un’intera fetta di Napoli». Il cimitero rappresenta la memoria popolare della città, dove si consumava il cosiddetto culto delle «anime pezzentelle»: le donne del quartiere adottavano un teschio e lo curavano, pregavano per lui in cambio di grazie; un fenomeno unico al mondo.

«La Sanità riapre il cimitero delle Fontanelle»

INCONTRO CON IERVOLINO E BELFIORE - Ed erano in molte le donne, anche piuttosto anziane o incinte, che sono volute restare nel cimitero con un nutrito gruppo di giovani volenterosi, persone di mezza età, professionisti e amanti della cultura. Non si muoveranno da lì finché non avranno incontrato il sindaco di Napoli e l’assessore Pasquale Belfiore. Dal canto suo, Rosa Russo Iervolino ha detto: «Tenere sempre aperto il cimitero delle Fontanelle è un nostro progetto: se ne può parlare, purché l'occupazione cessi subito e ci sia un confronto sereno».

GESTIONE: COMUNE, ONLUS O CURIA - «Il cimitero fu riaperto nel 2006 dopo anni di chiusura. Sono stati spesi milioni di euro per la messa in sicurezza - spiega padre Antonio Loffredo, parroco della chiesa di Santa Maria alla Sanità, che gestisce le annesse catacombe di San Gaudioso -. Qui si potrebbe far lavorare tanti giovani in gamba del quartiere, dare un po’ d’ossigeno a bar, ristoranti, artigianato e garantire la presenza di forze dell’ordine. Bastano sei o sette persone, a turno. Napoli non è soltanto il centro storico, e la Sanità e le Fontanelle non sono solo luoghi di degrado e camorra, ma luoghi densi di cultura e di possibile riscatto sociale. Il Comune, se non vuole accollarsi le spese, potrebbe dare in gestione il cimitero. L’associazione di cui faccio parte, L’altra Napoli onlus, che si occupa anche delle catacombe di San Gennaro, potrebbe farlo senza problemi». Far rientrare le Fontanelle nel circuito catacombale napoletano è anche il pensiero di Alex Zanotelli, che da anni si batte per i diritti dei cittadini della Sanità e per la non privatizzazione dell’acqua pubblica. «Chiedo che questo cimitero diventi sede Unesco – ha aggiunto il padre comboniano – ma che non sia soggetto a spettacolarizzazione: deve restare un luogo di culto e di fede». Proprio per questo, Zanotelli e altri si auspicano che anche la Curia possa candidarsi a gestire il cimitero. Un luogo che, col pagamento di un ticket d’ingresso, potrebbe serenamente ovviare alle spese necessarie. Il successo di visitatori sarebbe garantito: basti pensare che nel solo weekend del 22 e 23 maggio gli attuali gestori hanno contato più di tremila presenze. Tra questi anche volti noti, come il direttore dell’Instituto Cervantes José Vicente Quirante Rives, che col suo libro sulle passeggiate nella Napoli spagnola ha ispirato il Maggio di quest’anno. «Un luogo del genere – ha detto – non può essere aperto una sola volta l’anno, così come tante chiese stupende che sono state rese fruibili in questi weekend. Napoli deve riappropriarsi definitivamente dei suoi tesori».

Marco Perillo
24 maggio 2010



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Intercettazioni, spuntano ritocchi

Corriere della Sera
L'ipotesi di modificare le sanzioni agli editori.
Appello della Gabanelli: «I free lance avranno le mani legate»

alfano: «testo sarà più equilibrato possibile»

Intercettazioni, spuntano ritocchi

ROMA

Nei prossimi giorni, assicura il ministro Angelino Alfano alla solenne cerimonia di commemorazione del giudice Giovanni Falcone, verrà definito un testo sulle intercettazioni «più equilibrato possibile: ogni fase parlamentare ha la sua dignità, facciamo concludere la commissione e poi se ne parlerà in aula al Senato». E questo significa che il governo non ha ancora deciso ma sta comunque mettendo a punto quel «piano b», versione soft del ddl Alfano, capace di ammorbidire il giudizio del Quirinale e di ricucire gli strappi: quelli ormai evidenti con l’opposizione ma anche quelli che stanno emergendo con settori importanti del Pdl che coinvolgono i finiani ed ex parlamentari di Forza Italia.

E il dato di un prossimo aggiustamento del testo lo conferma anche Maurizio Gasparri, capogruppo pdl: «Martedì chiederò alla conferenza dei capigruppo l’immediata calendarizzazione del ddl in aula, dove potrebbero essere studiate modifiche in corso d’opera sulle sanzioni per gli editori e sulla possibilità di pubblicare per riassunto gli atti d’indagine prima del processo». Quello che non esclude Gasparri, dunque, è un ritorno al testo della Camera sul secondo comma dell’articolo 114 del Codice penale faticosamente concordato un anno fa da Giulia Bongiorno e da Niccolò Ghedini.

Nel testo modificato in commissione al Senato c’è poi un altro punto critico. Quattro anni di carcere - previsti dall'«emendamento D'Addario» del relatore Roberto Centaro - per chi utilizza registrazioni tra presenti effettuate senza il permesso degli interessati: anche se il terzo testo di Centaro prevede cause di non punibilità - per le vittime di reato, per gli 007 e per i giornalisti professionisti - finirebbero certamente in carcere i tanti giornalisti che hanno in tasca il tesserino verde da pubblicista: «È una sottile differenza che è di sostanza», ha denunciato ieri sera a Report (Raitre) Milena Gabanelli: «Con questa legge come faranno i nostri free lance - ma anche quelli di Striscia la notizia e delle Iene - ad entrare nei cantieri e negli ospedali per documentare vicende che stanno molto a cuore dei cittadini?». Per cui, è l’appello lanciato ai telespettatori dalla Gabanelli, «valutate e fatevi sentire nelle sedi opportune».

L’assedio al ddl Alfano dunque non conosce tregua. Eppure il governo non ha alcuna intenzione di mollare sull’impianto della legge: «Sia chiaro che non si può intercettare tutto e sempre», ribadisce infatti il ministro Alfano, «perché i cittadini non vogliono lo stato di polizia». Però anche ieri - alla vigilia della seduta notturna che varerà in commissione a Palazzo Madama il testo sul giro di vite per le intercettazioni e sul divieto tombale di pubblicare atti giudiziari prima del processo - il Guardasigilli ha dovuto compiere un’opera di equilibrismo per rassicurare investigatori e magistrati: «La legge in discussione lascia tutto inalterato per quel che riguarda i reati di mafia e terrorismo», ha ripetuto per l’ennesima volta il ministro. E lo ha dovuto fare nel 18˚ anniversario della strage di Capaci davanti alle osservazioni preoccupate del procuratore nazionale Piero Grasso, del procuratore di Palermo Francesco Messineo, dell’aggiunto Antonio Ingroia e, da ultimo, dal viceministro Usa, Lanny Breuer, che non lascia passare giorno senza ripetere che le intercettazioni fanno parte degli strumenti per combattere la criminalità organizzata». Per poi aggiungere: «Spero comunque che continueremo ad avere leggi forti che ci consentano di continuare a lottare insieme contro la mafia».

Dino Martirano
24 maggio 2010



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Il capo dei vigili, Sementa: «Fra i miei ufficiali ci sono banditi graduati»

Corriere del Mezzogiorno

«Fin quando rimarrò al mio posto, mi batterò per distruggerli.
Sarà così fino all’ultimo giorno: una guerra»

Le repliche: dichiarazioni gravi, il comandante faccia i nomi



NAPOLI

All’interno della polizia municipale esiste «una categoria di fetenti, di banditi, di gente che fa i propri sporchi interessi. Gente che porta i gradi». Parole che lasciano sgomenti, soprattutto quando provengono dal comandante dei vigili urbani, Luigi Sementa, che s’è fatto le ossa nell’Arma dei carabinieri e porta il grado di generale. Sementa ha cominciato a «sbottonarsi» in un’intervista rilasciata al programma Politically Uncorrect, online sul sito www.napolicity.tv, durante il quale ha parlato di alcune «mele marce». L’abbiamo contattato, per approfondire l’argomento.

Comandante, si riferisce a qualcuno in particolare?
«Mi riferisco ad alcune persone che portano gradi elevati, che pensano solo alla propria posizione, ai propri interessi, a fare campagna elettorale a destra e a manca».

Campagna elettorale in periodo di elezioni?
«Non soltanto. Continuano a farla tuttora».

Come si comporta con queste persone?
«Fin quando rimarrò al mio posto, mi batterò per distruggerle. Sarà così fino all’ultimo giorno: una guerra. Ed io, le guerre, sono abituato a vincerle».

Parla come se stesse per andar via.
«Tra un anno probabilmente andrò via, perché il mio mandato è legato a quello del sindaco. Loro lo sanno, e stanno alzando di nuovo la cresta. Quando sono arrivato nella polizia municipale ho trovato gente che aveva il proprio orto, e non parlo metaforicamente: mi riferisco ad interessi nelle aree mercatali, nel settore edilizio. Così ho intrapreso una battaglia su tutti i fronti, insieme con i miei colleghi motivati. In molti sono stati premiati: il mio ufficio è sempre aperto per chi lavora, ma gli altri trovano la porta chiusa».

Cosa hanno combinato in particolare le «mele marce»?
«Anche adesso, stanno ricattando l’amministrazione per mettermi in difficoltà. C’è un concorso per 50 tenenti che aspirano a diventare maggiori, e c’è gente che cerca in tutti i modi di impedire che il concorso si faccia, perché per loro non deve vigere la meritocrazia, ma solo la partitocrazia. Inoltre, siccome hanno già raggiunto un grado elevato, hanno paura di doversi confrontare con persone più brave di loro. E’ importante che capiscano che taglierò loro le gambe».

Quindi si riferisce a persone con grado più alto di quello di tenente?
«Sì. I tenenti sono molto più bravi, e hanno più volte dimostrato il loro valore lavorando esclusivamente per l’interesse della città. La cosa pubblica va gestita in maniera trasparente, al di sopra delle parti: le persone di cui parlo non l’hanno mai fatto, perché vorrebbero continuare a gestire un potere che non devono assolutamente avere, intimidendo chi lavora seriamente».

In che modo ostacolano il concorso?
«Opponendosi in tutte le maniere. Alcuni sindacati hanno anche inviato un comunicato per chiedere che venga bloccata la procedura concorsuale».

Come vanno le cose con l’amministrazione?
«C’è un’ottima intesa con il sindaco: ci consultiamo sempre per risolvere le questioni più spinose. Chi vuol mettermelo contro sbaglia. Noi vigili continuiamo a lottare con i pochi mezzi che abbiamo, e i cittadini ci apprezzano, sono più motivati. Certo, capita di trovare cantieri aperti improvvisamente, ma questo non è un mistero, l’ho detto anche all’assessore Nuzzolo».

Stefano Piedimonte
24 maggio 2010

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Piano casa, Pd contro la dipietrista

Corriere della Sera
Marilyn Fusco, assessore e vicepresidente della Regione, ha annunciato modifiche al testo con un'intervista



MILANO - Weekend di nuvole sulla Liguria guidata da Claudio Burlando, dopo il temporale fatto scoppiare nei giorni scorsi dall’Italia dei Valori. O meglio, dall’assessore all’Urbanistica Marilyn Fusco, che è anche vicepresidente della Regione. Perché alle ultime Regionali l’Idv è cresciuta in Liguria dall’1,3% del 2005 all’8,4%, intascando quattro consiglieri (contro uno del passato) e ha espresso la vicepresidenza. «Un polverone sul nulla», cerca di ridimensionare l’esponente dell’Idv, 37 anni e un passato nel Partito democratico. Una questione di metodo rilancia il Pd, che resta pur sempre il primo partito della coalizione con il 28,3%. E il metodo contestato è l’annuncio tramite intervista dell’intenzione di modificare il piano casa, quella legge approvata alla fine della legislatura precedente tra mille polemiche e con un equilibrio difficile. Certo, era stato proprio Burlando nel discorso di insediamento ad aprire alla minoranza accennando a possibili modifiche sul piano casa, seppure con molta cautela. Del resto Sandro Biasotti, il candidato presidente del centrodestra, ne aveva fatto uno dei cavalli di battaglia in campagna elettorale.

«Il passo successivo era il confronto nella maggioranza - spiega Raffaella Paita, capogruppo del Pd -. Non un’intervista. È un problema di metodo. È importante che prima ci sia il confronto nella maggioranza e poi si dia inizio all’iter consiliare». Marilyn Fusco si difende parlando di «strumentalizzazione sterile: ho solo accolto le istanze e le perplessità avanzate da Comuni, singoli cittadini e Anci. Ma non c’è ancora un testo. Aprirò un confronto con la mia maggioranza. E infatti martedì ci sarà una riunione. Mentre mercoledì e giovedì incontrerò tutti i sindaci della Liguria». E l’intervista? «Il mio obiettivo è arrivare a modifiche condivise per migliorare una legge che è scritta male e che in alcuni punti presenta dubbi interpretativi. Sia chiaro che io sono dell’Idv, sono per la tutela dell’ambiente e non per la speculazione edilizia». Resta l’argomento delicato. La Federazione della sinistra e Sel sono insorte ribadendo che la legge non si tocca. Chiude il coordinatore regionale dell’Idv Giovanni Paladini: «Quella del Pd è un’uscita improvvida, siamo determinanti per la tenuta della maggioranza. Se il Pd pensa di fare il padre padrone si sbaglia, noi diremo la nostra». Si prevedono ancora nubi sulla Liguria di Burlando.

Francesca Basso
24 maggio 2010



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Disabile con stampelle urta vettura: picchiato selvaggiamente da automobilista

Il Messaggero

«Non vede come sto?». Poi calci e pugni.
L'aggressore è fuggito, polizia chiede collaborazione ai cittadini di Genzano

  
di Karen Leonardi

ROMA (23 maggio) - Non si potevano avere dubbi sul suo status. Il disabile che camminava con l’ausilio delle stampelle, ma ciò nonostante è è stato picchiato selvaggiamente per una questione di viabilità, l’altro ieri mattina a Genzano da un automobilista che dopo l’aggressione è fuggito ed è ora ricercato dagli agenti del commissariato locale.

La vittima, un cinquantenne del posto con problemi motori, è stato malmenato sotto gli occhi attoniti dei passanti che hanno chiamato la polizia e prestato i primi soccorsi. L’uomo al quale è stata riconosciuta un’invalidità all’80 per cento, è stato trasportato d’urgenza all’ospedale del posto e medicato per contusioni varie, tutt’ora è sotto shock. Secondo una prima ricostruzione del fatto da parte della polizia che ha aperto un’indagine sulla vicenda e lavora per individuare il responsabile del fatto, il disabile M. P., stava attraversando via Guidobaldi per dirigersi ai Servizi sociali del Comune, quando ha urtato di striscio una vettura di passaggio. Il conducente della Volkswagen di colore verde questo l’unico elemento in mano alla polizia è andato subito su tutte le furie e ha cominciato a imprecare contro l’uomo nonostante le sue condizioni di salute e la sua evidente invalidità.

L’aggressione è avvenuta in una strada a senso unico del centro storico, poco dopo le 10. «Ma non ha visto come cammino?», ha tentato di difendersi M. P. mostrando all’aggressore le stampelle. Ma le parole dell’invalido non sono servite a placare l’animo dell’automobilista che invece per tutta risposta è sceso dalla macchina e lo ha picchiato strattonandolo fino a farlo cadere in terra. Poi ha cominciato a tempestare il disabile con calci e pugni. Poi è salito in macchina, ha ingranato la marcia e a tutto gas è scappato.

Alcune persone hanno assistito alla scena e sono intervenuti in aiuto al disabile che poco dopo ha raccontato la sua triste avventura alla polizia. Anche le assistenti sociali che dagli uffici hanno sentito le urla di aiuto, sono uscite fuori per soccorrere l’uomo ed è ora caccia aperta all’autore dell’inqualificabile gesto. Anche se la polizia ha pochi indizi in mano per arrivare al colpevole.

In base alle scarne testimonianze raccolte tra i passanti e secondo il racconto fornito dalla vittima, si tratterebbe probabilmente di un italiano, di età compresa tra i 35 e i 40 anni. Il dato certo è che era alla guida di una Volkswagen verde ma nessuno è riuscito a prendere il numero della targa.

La polizia quindi si rivolge all’intera cittadinanza per chiedere collaborazione, considerata la brutalità dell’episodio. La vittima, come ha detto poi agli agenti avrebbe anche tentato di filmare la targa dell’auto, ma il cellulare è finito in strada quando l’aggressore lo ha strattonato gettandolo a terra. Quando poi si è rialzato si è accorto che il videofonino non aveva ripreso nemmeno una parte della targa. La vittima ha avuto una prognosi di oltre dieci giorni.





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Guardian: "Israele ha l'atomica e nel 1975 la offrì al Sudafrica"

La Stampa

Citati documenti firmati dall’attuale presidente israeliano Shimon Peres e dal ministro della Difesa sudafricano PW Botha



LONDRA
In pieno apartheid, nel 1975, Israele cercò di vendere al Sudafrica le sue testate nucleari. È quanto scrive il quotidiano britannico The Guardian in un articolo pubblicato in prima pagina e definito «esclusivo», in cui vengono citati, a tal proposito, documenti firmati dall’attuale presidente israeliano Shimon Peres e dal ministro della Difesa sudafricano PW Botha. Secondo quanto riferisce il giornale, si tratta del primo documento che attesti effettivamente il possesso di armi atomiche da parte di Israele.

Il testo a cui si riferisce il quotidiano britannico, che è stato declassificato in Sudafrica, rappresenta di fatto il resoconto di una serie di incontri tra alti responsabili dei due paesi, cominciati il 31 marzo 1975: nel loro primo colloquio, i funzionari dello stato ebraico «offrirono formalmente di vendere al Sudafrica alcuni dei missili di Gerico con capacità nucleare, facenti parte del proprio arsenale», nome in codice Chalet. Poco più di due mesi dopo, il 4 giugno, Botha e Shimon Peres si incontrarono a Zurigo. «Il ministro Botha espresse interessamento per un numero limitato di Chalet» e l’allora ministro Peres diede la sua disponibilità a trattare offrendone in «tre taglie differenti».

Il documento, che gli israeliani avrebbero voluto non fosse declassificato, è stato scoperto da uno studioso americano, Sasha Polakow-Suransky, durante una sua ricerca sulle relazioni tra Israele e Sudafrica in vista della pubblicazione del libro «L’alleanza non dichiarata: l’alleanza segreta di Israele con il Sudafrica dell’Apartheid».



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Chiesa vietata alla prima donna prete: «Dolore come donna e come sacerdote»

Il Messaggero

Ha celebrato la messa a Milano per la strada su un altare improvvisato grazie ad uno scaffale Ikea

 

MILANO (23 maggio) - Prova ad alzare il tono di voce, sovrastato dal rumore delle macchine che sfrecciano accanto ai giardini dove è stata celebrata messa con un altare improvvisato grazie ad uno scaffale Ikea. Ma le sue parole sono chiare quando, durante l'omelia, spiega di aver «provato dolore sia come donna sia come sacerdote» per il no della Chiesa a farle celebrare la messa, nella cappella dove da diacona ha potuto farlo per cinque anni.

Maria Vittoria Longhitano, la prima donna ordinata prete in Italia nell'ambito della chiesa vetero-cattolica, è stata costretta infatti a celebrare in strada, nei giardini di via Caterina da Forlì, a Milano, la sua prima messa davanti a una trentina di fedeli. Ad assistere c'è Andrea, il marito, e la sorella di Maria Vittoria. Lei, spiegano, ha ricevuto il divieto a celebrare nella cappella di solito concessa ai fedeli della chiesa veterocattolica. Ma da quando è stata ordinata sacerdote per la chiesa vetero cattolica, una chiesa che pure è in dialogo ecumenico con il Vaticano, nell'istituto don Orione, dove si trova la cappella, non può più entrarci.

Cita due donne «perseguitate» nella sua omelia la neosacerdotessa. Una è della sua terra: è Emanuela Loy la prima poliziotta vittima della mafia. Poi ricorda la strage di Capaci anche nella liturgia, e cita un'altra martire, Santa Rita. «La santa dei miracoli impossibili» a cui, spiega, da bambina era devota e a cui chiedeva di poter fare il chierichetto. «Oggi mi sento come mi sentivo allora, discriminata perché non potevo servire messa - dice Maria Vittoria - ma, come diceva Padre Pio, Più grande è la croce più forte ed efficace è l'opera di redenzion».

Ma Maria Vittoria non si è persa d'animo «Offriamo a Dio le nostre debolezze - ha detto -siamo deboli, poveri, piccoli con i nostri peccati e le nostre sofferenze ma tutto ciò che è negativo Dio ha il potere di trasformarlo in forza». Per celebrare messa in strada, anzi nei giardini, una mano alla neosacerdotessa l'ha data il Comune di Milano che ha concesso l'utilizzo del suolo e dato i permessi in due giorni. Ma dalla prossima domenica la prima donna prete forse troverà anche una chiesa: è quella della battista di via Jacopino da Tradate, e forse anche una chiesa Valdese.





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Detrarre Tutto Pagare Tutti

IL Tempo

Non vi è redditometro, anche il più minuzioso o sofisticato, che possa consentire di disboscare davvero l’evasione.
I contribuenti onesti vanno armati di strumenti necessari al fisco per stanare i trasgressori.

La lotta all’evasione fiscale è la solita promessa che fa un governo, a prescindere dal suo colore e dalla sua maggioranza, quando mette le mani, o addirittura le affonda, nelle tasche di quanti pagano le tasse più che regolarmente e abbondantemente. E non hanno la materiale possibilità di evaderle perché, vivendo di reddito fisso, le versano alla cosiddetta fonte, nel momento stesso di percepire lo stipendio o la pensione. Costoro sono per giunta chiamati ogni tanto a pagare anche tasse travestite da cosiddetti contributi di solidarietà perché iscritti d’ufficio alla categoria dei "ricchi" già sulla soglia dei 75 mila euro lordi di reddito l’anno. Cerchiamo almeno questa volta di evitare che la lotta all’evasione torni poi ad essere quella di sempre: un semplice e persino irritante proposito. Non vi è redditometro, anche il più minuzioso o sofisticato, che possa consentire di disboscare davvero l’evasione. 

La lotta ai furbi e ai disonesti si potrà condurre e vincere veramente solo se il generale Fisco si deciderà ad assoldare nelle sue truppe le principali e più dirette vittime dell'evasione, che sono i milioni e milioni di contribuenti onesti, che pagano tasse esose al posto di altri milioni che pagano molto meno del dovuto, o non pagano per niente. Sono i contribuenti onesti che vanno finalmente armati, cioè dotati degli strumenti necessari per aiutare il fisco a stanare gli evasori. I maggiori o più numerosi dei quali, credetemi, non sono i pur goffi e insopportabili nababbi sorpresi in qualche porto sulle loro barche dalla proprietà o residenza camuffata, con tanto di servitù e di moglie al seguito, sensibile al punto - pensate un po' - di non riuscire più ad allattare il proprio bambino per lo shock procuratole dall'arrivo delle guardie. A costoro dobbiamo aggiungere e affiancare i non meno goffi ma ancora più insidiosi signori, diciamo così, che ogni giorno ci taglieggiano con la loro pretesa di servirci senza farci uno straccio di ricevuta.

Questi gaglioffi, dall'idraulico all'elettricista, dal falegname al muratore, dal ristoratore al medico, dall'avvocato al meccanico, evadono quello che noi imprudentemente permettiamo consentendo loro di farsi pagare in nero, magari in cambio di un piccolo e assai presunto "sconto". Che in realtà ci costa più di quanto ci illudiamo di risparmiare. Questa storia indecente e diffusa può finire solo se si trasforma in avveduto, e interessato, il contribuente onesto riconoscendogli il diritto di detrarre davvero dalle proprie imposte, e non per finta o quasi come avviene ora, o di dedurre dal proprio reddito le spese documentate. Ciò già avviene regolarmente ed efficacemente in tanti altri Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. Esiste ormai una rete o sistema di controlli elettronici tale da mettere al riparo la mostra amministrazione finanziaria dal pericolo, abitualmente denunciato nel passato come motivo per resistere al cambiamento, di essere sommersa e deviata da documentazioni false.





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Napoli, occupato cimitero delle Fontanelle Manifestanti chiedono riapertura effettiva

Il Mattino

 

NAPOLI (23 maggio) - Un centinaio di persone hanno occupato lo storico cimitero delle Fontanelle nel rione Sanità a Napoli. L'antico ossario, che custodisce i resti umani dei napoletani meno abbienti morti tra il 1600 e il 1800, è chiuso al pubblico da oltre dieci anni e apre solo una volta all'anno in occasione della manifestazione culturale “Maggio dei Monumenti”. Per questo motivo i cittadini del quartiere napoletano, attivisti dei centri sociali, qualche turista e anche qualche religioso hanno deciso di impedirne la chiusura approfittando dell'apertura di oggi e occupando il luogo al termine dell'ultima visita effettuata nel pomeriggio.

I manifestanti chiedono un incontro con il sindaco, con le autorità competenti e sono intenzionati a non lasciare il posto finchè non avranno la certezza che il cimitero da domani resterà aperto. I manifestanti hanno affisso uno striscione all'ingresso con scritto «I cittadini della Sanità riaprono il cimitero delle Fontanelle». «Siamo sicuri che questo valore storico-artistico porterà un vero sviluppo economico, sociale e culturale per questo quartiere così emarginato - si legge in un volantino che stanno distribuendo i manifestanti - la Sanità e le Fontanelle non sono solo luoghi di degrado e di camorra, ma luoghi densi di cultura e di possibile riscatto sociale».

«La riapertura del Cimitero delle Fontanelle è nei programmi che il Comune intende realizzare a breve termine». Questo il commento del sindaco Iervolino alla notizia dell'occupazione dello storico ossario. «So che chiedono un incontro per discutere della riapertura della struttura in maniera stabile - ha detto il sindaco - questo obiettivo è anche il nostro, perciò sono pienamente disponibile a ricevere una delegazione dei manifestanti purchè l'occupazione cessi subito e possa aprirsi un confronto sereno con l'amministrazione».





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Chi l'ha visto», in onda telefonata choc sulla scomparsa di un giovane napoletano

Il Mattino



NAPOLI (24 maggio) - Il caso di Cristofaro Oliva, lo studente universitario napoletano scomparso in circostanze misteriose lo scorso novembre, sarà al centro della trasmissione «Chi l'ha visto?», in onda questa sera su Rai 3.

Il programma, condotto da Federica Sciarelli, manderà in onda una telefonata anonima registrata dal centralino in cui si dice che: «Cristofaro Oliva è morto». Il giovane, uno studente universitario di diciannove anni, scomparve da Napoli il 17 novembre dello scorso anno. Quella sera uscì di casa dopo aver risposto alla telefonata di un amico dicendo ai familiari che aveva un appuntamento sotto casa.

Da allora si persero le sue tracce. Nella telefonata anonima giunta in redazione si fa riferimento anche agli amici di Cristofaro, e si indica addirittura un luogo dove sarebbe stato sepolto. Anche il Comune di Napoli si attivò nelle ricerche, accogliendo l'appello dei familiari del giovane, pubblicando la foto del ragazzo sul sito del Comune. Il 17 dicembre 2009, la madre di Cristofaro chiese un aiuto «da mamma a mamma» al sindaco Iervolino pregandola di far affiggere la foto del figlio sulla facciata del Municipio.

«Mi rivolgo a lei - scrisse la signora Fiorella Mormone, che manifestò davanti a Palazzo San Giacomo con un poster del ragazzo - come mamma e come nonna affinché mi aiuti nelle ricerche di mio figlio mettendo questa foto sulla facciata del palazzo».

La diffusione dell’immagine, continua Fiorella, «servirà e favorire eventuali segnalazioni e a mantenere alta l'attenzione su questa vicenda». Con la mamma di Cristofaro arrivarono in piazza amici e parenti dello scomparso che esposero striscioni e distribuirono volantini.

LA SCHEDA SUL SITO DI «CHI L'HA VISTO»




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Quel bambino di 80 anni che non cammina ma sa correre

di Marcello Veneziani

La storia di Felice Mangiarano.

Il padre lo portò nel ricovero per infermi.

Era un bimbo paralizzato. Che però ha imparato lo stesso ad amare la vita



 

Avevo nove anni quando mio padre mi ha portato qui, ora ne ho ottantadue. Così comincia il suo racconto Felice Mangiarano storpio dalla nascita, immobilizzato da una vita nella carrozzella. E intorno a lui si fa silenzio. Parla con difficoltà e con affanno, e agita nell’aria le sue mani contorte quasi a pescare nello spazio le parole che non trova nella sua bocca deformata. Siamo dentro le mura di un ricovero per infermi gravi in cui Felice entrò settantatré anni fa e da cui non è più uscito.

Fu un mattino d'inverno, racconta, per la precisione era il 5 febbraio del 1938, che suo padre lo portò in bicicletta dal suo paese natale, Monopoli, all'ospedale ortofrenico di Bisceglie, più di settanta chilometri percorsi al freddo su una statale che costeggia il mare. E tu lo immagini quel bambino paralizzato, appollaiato sulla bicicletta di suo padre, avvinghiato a lui con le sue manine deformi e le gambe penzolanti, che non capisce dove stiano andando. Dove mi porti, chiede il bambino handicappato al padre. Ti porto da un dottore che ti farà camminare, gli rispose il padre. Una bugia pietosa ma necessaria. Una famiglia modesta, una scuola che non accoglie handicappati gravi come Felice; fuori un mondo aspro, povero e inclemente.

Allora suo padre decide di portarlo nella Casa della Divina Provvidenza, dove vengono accolti da un parroco misericordioso, come in un Cottolengo del sud, tutti gli infermi più disperati che hanno perduto l'uso del corpo o della mente o non l'hanno mai avuto. Il bambino non lo sa, spera davvero nel medico miracoloso che lo farà correre e giocare come gli altri bambini. Ma da quel giorno fu lasciato lì, tra le suore, gli infermi e gli infermieri, e non è più tornato a casa sua. Ci è entrato da bambino tra queste mura e non ha conosciuto altro mondo che quello di un ospedale per dementi e deformi. Qui è cresciuto nella sua immobilità, qui ha vissuto tutta la sua vita, se può dirsi vita, diremmo noi scontenti.

Ma oggi che fa il bilancio della sua vita, Felice difende la memoria di suo padre e dice che suo padre fu di parola, perché lui in effetti qui ha imparato a camminare. E tu lo guardi sprofondato nella sua carrozzella e pensi che stia pietosamente vaneggiando. Ma lui, dopo una pausa che ha riempito di indicibile intensità le sue parole, dopo un sospiro carico di pianti stagionati e trattenuti, dice che davvero qui, in mezzo agli altri infermi, ha imparato a camminare anche senza le gambe; perché, dice, si può camminare con il cuore, si può camminare con l'anima, e così io ho camminato in tutti questi anni.
Noi che siamo intorno restiamo muti, immobili, commossi, con un brivido che ci attraversa la schiena.

Le nostre parole diventano superflue davanti alle sue, a quel corpo e allo spettacolo della sua vita offerta a noi passanti in questa sintesi folgorante. Con inerme ospitalità. Pensiamo allora alle nostre vite ricche e movimentate, pensiamo ai nostri mille viaggi, ai nostri corpi sani, alle nostre famiglie e alle nostre vaste conoscenze, eppure ci sembra che non abbiamo camminato come lui. Noi abbiamo avuto sette vite o settanta, lui una sola, dolorosa e autentica.

Felice benedice la sua vita inferma, benedice suo padre che lo lasciò per sempre in quell'ospizio per deformi, benedice il prete, don Uva, che lo accolse con le suore, benedice Dio che non è stato generoso con lui, benedice la provvidenza che gli ha dato una vita in una carrozzella recluso dentro un ospedale. Benedice chi gli ha dato la possibilità di vivere una vita ulteriore e un cammino spirituale tramite il suo corpo deformato. Davanti a lui, Felice non solo di nome, minuscolo nella sua carrozzina come una vigna dai rami contorti, ci vergogniamo delle nostre vite piene di ogni bene e di ogni cammino; vite libere, leggere, mobili, vissute in compagnie d'amore, che pure si protestano infelici o carenti di qualcosa.





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Salvo dopo aver nuotato tutta la notte

Il Tempo

Il disperso del naufragio nel Tirreno di sabato è riuscito a raggiungere da solo la riva.

Massimo Quattrucci, 60 anni, è il proprietario della barca affondata.

"Ho cercato di tenere a galla il mio amico".

Enrico Calicchia è stato trovato mentre tentava di raggiungere la  riva «Ho tentato di tenerlo su. Non ce l'ho fatta». È disperato Massimo Quattrucci, il pensionato sessantatrenne sopravvisuto al naufragio dopo undici ore in balia del mare. L'uomo, dato per disperso, è riuscito ad arrivare a riva tra a Cala Ginepro e Cala Liberotto in Sardegna. Ora è rivoverato all'ospedale di Nuoro. «Non sono riuscito a salvare Antonio», continua a ripetere. La tragica avventura in mare era iniziata sabato mattina. Quattrucci, insegnante romano in pensione, trasferitosi in Sardegna a Santa Lucia una frazione di Siniscola, aveva invitato due amici che dovevano aiutarlo a sistemare il cancello della villa forzato dai ladri alcuni giorni fa. Enrico Caliccia e Antonio Di Domenico erano arrivati da Roma venerdì sera e sabato mattina avevano deciso di uscire in mare con la barca di Quattrucci. La gita era durata poco. Verso mezzogirono e mezza i tre diportisti hanno lanciato l'sos con una telefonata al 112. La barca è colata rapidamente a picco davanti Cala Comino. I tre sono finiti in mare. Il più giovane, Enrico Calicchia, 40 anni, ha tentato di raggiungere a nuoto la riva.

È stato soccorso da altri diportisti, mentre le motovedette della Capitaneria di porto e della Forestale, con l'ausilio di un elicottetro dei vigili del fuoco, continuavano le ricerche. Calicchia ha raccontato di aver sentito un tonfo e poi la barca ha iniziato a imbarcare l'acqua. A parte lui, sembra che che i suoi amici non siano risuciti a indossare il giubbotto di salvataggio. Poco ore dopo il recupero del naufrago, le motovedette hanno trovato il corpo senza vita di Antonio Di Domenico. Restava il proprietario della barca ancora disperso. Quando le ricerche si stavano per interrompere a causa del sopraggiungere della notte, Massimo Quattrucci si è fatto vivo. Aveva raggiunto la riva dopo aver nuotato per undici ore. Arrivato a terra, a Cala Ginepro, ha chiesto ad alcuni campeggiatori di poter chiamare il figlio, il quale a sua volta ha avvisato la Guardia Costiera che ha interrotto le ricerche. «Abbiamo sentito come uno schiocco, un botto - ha raccontato ai soccorritori - e in un attimo la barca si è riempita d'acqua ed è affondata. Siamo riusciti appena a fare una telefonata al 112 e siamo finiti a mollo».

Sulla vicenda ha aperto un'inchiesta la Procura della Repubblica di Nuoro che ha affidato gli accertamenti tecnici alla Guardia Costiera. Solo se sarà possibile recuperare il relitto, che pare sia adagiato su un fondale di 40 metri, sarà possibile stabilire le causa affondamento del cabinato. Come ha raccontato Quartucci, la barca era in perfette condizioni ed era stata messa in mare solo un settimana fa. L'ipotesi più probabile, al momento, è quella di un guasto alle valvole degli scarichi.


Maurizio Piccirilli

24/05/2010





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E ora Lerner scopre di guadagnare troppo

di Paolo Bracalini


 

Milano - Da buon «ex apolide», «meticcio», «ebreo fortunato», già «militante di Lotta continua che non ha motivi di vergognarsi» (tutte auto definizioni), poi definitivamente conquistato dall’ebbrezza del capitale (celebre il suo volo in elicottero con l’Avvocato, raccontato poeticamente sulla Stampa di cui era nel frattempo diventato vicedirettore), Gad Lerner è tipo che bada al sodo, e anche al liquido. Giampaolo Pansa, una volta, gli affibbiò un nomignolo: il «serpenonte», specie rara di «serpente incrociato con un camaleonte, specializzato in camuffamenti rapidi, sempre imprevisti, sempre redditizi».

Ebbene, al serpenonte Lerner il Riformista ha chiesto un parere sulla trattativa - in punta di cash - tra Michele Santoro e la Rai per l’eventuale liquidazione da circa 10 milioni di euro. Giusta? Sbagliata? Troppo cara? Conveniente? L’ex gramsciano Gad (nella foto) propende per l’ultima ipotesi. La ragione contabile sta, per Lerner, in una pura logica di mercato, cui il giornalista già prodiano sembra essersi convertito in toto (almeno quando riguarda i compensi degli anchormen).

Siccome Santoro - ragiona Lerner - prende all’anno pressappoco quanto lui, vale a dire 700mila euro lordi tra stipendio e bonus produzione, ma fa molto più share di lui, ecco che il collega di Annozero dovrebbe prendere, ad esser seri, molto ma molto di più. Che equivale a dire, a ragion di logica, che si potrebbe anche ridurre lo stipendio di Lerner. Facendo due calcoli, siccome gli ascolti di Santoro viaggiano sul 20 e qualcosa per cento di media, mentre quelli di Lerner sul 3 e qualcosa per cento, se ne deduce che Santoro straccia il collega sei a uno. Cosa che, se applicassimo l’aritmetica lerneriana, dovrebbe fruttare a «Sant’euro» (copyright Dagospia) un contratto sei volte più ricco del suo, oppure in alternativa, una divisione per sei di quello di Lerner. Alle spicce, Santoro porterebbe a casa più o meno 4 milioni di euro all'anno. Una cifra perfettamente adeguata, secondo il vip di La7, che di contratti e contrattazioni se ne intende.

Arrivato nella tv di proprietà Telecom aveva ottenuto l’agganciamento della sua retribuzione ai risultati di share e anche la possibilità di ottenere partecipazioni azionarie in Telecom. Insomma, a suo modo, uno squaletto. Poi, cambiata la proprietà della rete, Lerner tratterà la sua liquidazione, naturalmente ben pasciuta (con cui si comprò una villa nel Monferrato, ahilui infestata di zanzare), come si conviene a un collega che si picca di appartenere a una categoria giornalistica privilegiata, che rispetto agli omologhi della carta stampata incassa «venti volte tanto».

Beato lui. Tutta questione di mercato, che se ce ne fosse di più Lerner sarebbe solo contento, così «non rimarrebbe in panchina uno come Mentana». Mercato, ma anche un pizzichino di politica, giusto un po’. Lerner è il difensore del libero scambio che però nell’aprile del 2006 scrisse al quotidiano di partito Europa per dire che «non ho alcun bisogno di turarmi il naso per votare Margherita al Senato».

Lerner è il liberista che consiglia a Santoro di farsi pagare di più e di paragonarsi agli indiani, più che a Custer, ed è il liberale che si racconta come «infedele», ma è lo stesso «infedele» che per anni ha fatto il Pippobaudo dell’Ulivo e il consigliere di Prodi, che lo portò al Tg1, da cui uscì, e ci mancherebbe altro, con una liquidazione bella ricca. In fondo, a pensarci bene, è senz’altro lui il più adatto per dare l’ultima dritta a Santoro e Lucio Presta.



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Da Santoro alla Busi, tutti alla corte di Telekabul

di Roberto Scafuri

Il conduttore di Annozero e la giornalista verso l'approdo a Raitre: lui come autore di docufiction per la rete, lei tra i mezzibusti del Tg3.

Il comitato di redazione del Tg1 contro Minzolini: così riporta divisioni e fratture



 
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Roma - E se dei poveri (e creativi) sarà il regno dei cieli, sia allora benvenuto anche il ritorno di Telekabul nel regno dell’etere. Imbandito il vitello grasso per Michele, figliuolo prodigo (mica poi tanto), coperto di rose il cammino di Maria Luisa, martire nella guerra contro il «Minzo».

Già: è di questo che ora si parla, in attesa delle firme sotto i contratti milionari, degli addii annunciati e non ufficializzati. Michele Santoro con le sue produzioni «etero-finanziate» dalla Rai, pur di liberarsene; Maria Luisa Busi con la sua crisi di coscienza al Tg1 che non «la rispecchia più» (e il Cdr la spalleggia: «Il direttore rischia di riportare la redazione ai momenti peggiori di divisione e frattura»). Ora che lo specchio s’è rotto, l’incantesimo svanito, che lui torna «bello ciao», lei «non più bella del reame», la ridotta di entrambi sembra naturale e propizia: un ingaggio a RaiTre (per le docu-fiction di lui) e al Tg3 (la conduzione per lei). Ovvero: ciò che in gergo televisivo fu a suo tempo bollato come Telekabul.

Era il maggio dell’89, e dal palco del 45.mo congresso del Psi all’Ansaldo di Milano l’epiteto fu lanciato da Giuliano Ferrara, dimostrandosi, nella storia successiva, quantomai double-face. Offesa grave agli esordi - intendendo il Tg3 voce faziosa alla pari di quella del regime-fantoccio di Najibullah, piantato in Afghanistan dall’Urss negli Ottanta -, presto ribaltatosi però in appellativo quasi meritorio, grondante nostalgia per un tempo di sperimentazione creativa. «A Giulianone je dovrei fà un monumento», diceva il compianto direttore di quella stagione, Sandro Curzi, ricordando come da quell’invettiva fosse partito il «riconoscimento» del suo Tg come «nemico pubblico».

Lo share s’impennò di 7 punti, i telespettatori passarono da 300mila ai 3 milioni del ’91. Fu una stagione particolare, e vitalissima, del servizio pubblico imperante, il vituperato «Caf». Curzi e i suoi (tra i quali il proto-Michele di Samarcanda) impersonavano la «voce-contro»: quella dei «commmunisti» non più trinariciuti ma pur sempre con «tre emme». L’inventiva del popolare Kojak faceva il resto, perché l’investitura popolare arrivava dalla «ggente» (rigorosamente alla romana) e dal «popolo dei fax». Maliziosamente Bruno Vespa insinuò che per l’arrivo di un fax in redazione il direttore girava tra i banchi entusiasta: «La ggente ci scrive», e se poi i fax erano una decina erano appunto già assurti a «popolo».

Tempi nei quali nella sinistra non s’era ancora smarrito il «contatto con le masse», e tra la «ggente» in piazza non disdegnava di scendere Michele, guadagnandosi i galloni al posto di Ruotolo. Epopea da pionieri, nella quale l’atmosfera sbarazzina e avventurosa partorita dalla riforma dell’87 - nascita della terza rete, data in appalto al Pci - configurava una spartizione rude eppure efficace, senza ipocrisie. A suo modo anche «Telekabul» era uno spazio di «libbertà», e il conformismo del Tg1 e del Tg2 gli onesti corollari a quell’assunto.

Povertà di mezzi, non di talenti, se è vero che da quella stagione nacquero trasmissioni storiche: da Chi l’ha visto a Mi manda Lubrano; da Un giorno in pretura a Blob. Ecco: paragonare la progenie di quelle idee realizzate con poco alla stagione dei milioni di euro che piovono come bruscolini, ai privilegi della mezzobusto viziata, sembra persino sacrilego. Magari fosse vero il ritorno alle origini, a una sbandierata faziosità di canale, e non la candidatura della Busi con Di Pietro, come a suo tempo fecero i Ds con Santoro. Se poi entrambi facessero voto di povertà per rientrare nel convento di RaiTre, spogliandosi di beni e prebende, sarebbe il massimo. O forse troppo: quello si chiamava Francesco, e non Michele.



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