domenica 23 maggio 2010

Eyjafjallajokull si è fermato»

Il vulcano non dà più segni di attività dopo settimane di eruzioni che hanno paralizzato il traffico aereo europeo lo riferisce il geofisico islandese Magnus Gudmundsson «Eyjafjallajokull si è fermato»

MILANO - Il vulcano islandese Eyjafyallayokull, le cui ceneri hanno messo a terra nelle settimane passate il traffico aereo di tutta Europa, non è più in eruzione. Lo ha dichiarato un esperto islandese, che si è detto tuttavia non in grado di dire se l'attività vulcanica sia completamente cessata.

«Ciò che posso confermare è che l'attività del cratere è cessata. Non c'è più magma che sale», ha dichiarato il geofisico Magnus Gudmundsson dell' Università dell'Islanda. «L'eruzione si è fermata - ha aggiunto il prof. Gudmundsson -, almeno per il momento. Attualmente dal cratere non esce altro che fumo». Tuttavia, ha aggiunto l'esperto islandese, «è troppo presto per dire se sia la fine dell'eruzione o solo un arresto temporaneo dell'attività».

23 maggio 2010




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L'iPad ai parlamentari e la sede Bce Polemica sulle spese «folli» dell'Europa

Corriere della Sera
Il Sunday Times contro Bruxelles.
Cinque milioni di euro per dotare i 736 membri dell'Assemblea del tablet Apple


MILANO

Negli anni in cui l'Unione Europea godeva di buona salute e la moneta unica era forte, ha continuato imperterrito a denunciare gli sprechi e i meccanismi macchinosi della burocrazia del Vecchio Continente. Adesso che la crisi di Bruxelles è sotto gli occhi di tutti, il Sunday Times rincara la dose e con due sferzanti articoli rinnova la propria sfiducia, prendendo di mira due tra le più importanti istituzioni continentali: il Parlamento e la Banca centrale europea.

IPAD E POLEMICHE - In un primo reportage, il domenicale londinese critica fortemente il progetto dell'Ufficio di Presidenza del Parlamento europeo, denominato «It mobility», di stanziare cinque milioni di euro per rendere «più informatizzati» i 736 membri dell'Assemblea legislativa continentale. Secondo il progetto, a ogni rappresentante sarà elargito un iPad, il celebre tablet della Apple che arriverà sul mercato europeo e italiano il prossimo 28 maggio. Secondo il Sunday Times i parlamentari continentali però già usufruiscono di nuovi computer portatili Hewlett-Packard e in un periodo di crisi una spese simile (ogni iPad costerebbe circa 575 euro) si potrebbe evitare. Alcuni parlamentari, guidati dal tedesco Klaus Welle, Segretario Generale del Parlamento Europeo, sarebbero tra i promotori della proposta.

Secondo quest'ultimi, i pc in loro dotazione sarebbero molto più lenti e meno efficienti dell'iPad: «La maggioranza dei parlamentari europei usa già l'iPhone e si trova molto bene - ha dichiarato al Sunday Times un parlamentare che preferisce rimanere anonimo -. Il Pc ha fatto il suo tempo, l'iPad è un dispositivo migliore». Marta Andreasen, rappresentante dell'UKIP, principale partito euroscettico britannico e membro della Commissione bilancio ribatte: «Molti tra i deputati più anziani non sanno nemmeno usare internet. Sono contro questa proposta perché è completamente inutile, soprattutto ora che i contribuenti europei si trovano ad affrontare tempi così difficili».

IL NUOVO MAESTOSO QUARTIER GENERALE DELLA BCE - Gli attacchi del Sunday Times non finiscono qui. Nel secondo articolo, con un stile più ironico, ma altrettanto scettico, il domenicale afferma che mercoledì scorso, all'indomani del deprezzamento più ragguardevole dell'euro negli ultimi quattro anni, Jean-Claude Trichet, il presidente della Banca Centrale Europea, ha dato la sua definitiva benedizione al nuovo quartier generale della Bce, posando la prima pietra. L’edificio, che sorgerà nel sito del vecchio mercato ortofrutticolo di Francoforte, sulle sponde del fiume Meno, sarà composto da due torri di 185 metri collegate fra loro e costerà ben 850 milioni di euro: «È sbalorditivo che la Banca centrale europea continui a portare avanti un progetto così costoso - dichiara Mats Persson direttore del think tank «Open Europe» -. Solo poche settimane fa la stessa istituzione ha chiesto ai contribuenti continentali di sborsare 500 miliardi di euro per salvare l'eurozona». Il progetto nel corso degli anni ha subito numerosi ritardi e il prezzo dell'imponente edificio è lievitato dagli iniziali 500 milioni agli attuali 850 milioni: «Il progetto è stato presentato nel 1998 dichiara un portavoce della Banca centrale europea. - L'inizio della costruzione è una continuazione di quel processo. Il progetto del nuovo edificio era previsto sin dall'introduzione dell'euro e le attuali turbolenze del mercato azionario non lo hanno modificato».

Francesco Tortora
23 maggio 2010

Dal Fantamorto a Facebook, così si muore in Rete

Il Secolo xix

Un post in bacheca al posto di un fiore sulla lapide: il caro estinto è sempre online, con social networks come Facebook che si sono attrezzati con pagine commemorative per i loro iscritti passati a miglior vita e altri che, invece, hanno una community di soli morti.

Chi si iscrive a Facebook probabilmente non pensa a cosa accadrà al suo profilo in caso di morte, ma gli alfieri della comunicazione online hanno considerato anche questa triste ipotesi, inventandosi l’account commemorativo, un luogo virtuale da visitare per ricordare i trapassati, lasciando commenti in bacheca come si fa con i fiori al cimitero.

Per attivarlo bisogna compilare un apposito `form´, il modulo di decesso: «rendendo un account commemorativo - si legge nelle istruzioni - verranno rimosse alcune informazioni riservate e la privacy verrà impostata in modo che solo gli amici confermati possano accedere al profilo o trovarlo nelle ricerche».

Chi compila il form per segnalare il decesso di una persona, inserendo alcune informazioni tra cui gli estremi del certificato di morte, può decidere se commemorare o rimuovere l’account. Sul profilo rimane la bacheca, così che amici e familiari possano lasciare post in memoria.

MySpace, l’altro grande social network mondiale, ha la sua metà oscura in MyDeathSpace, una sezione apposita dove vengono celebrati i morti celebri più recenti.

È stato soprannominato il `facebook dei morti´, invece, il social network australiano FromBeyond2u.com (`Dall’aldila´ a te’). Il sito permette a chi si prepara all’addio di caricare video, foto e messaggi come in una capsula del tempo virtuale, da mettere in rete dopo il decesso.

Ugualmente macabro, ma più pragmatico, il `deathbook´ inglese `lastmessagesclub.co.uk´, dove inserire una sorta di testamento digitale, utile ai familiari per destreggiarsi tra codici bancari e password varie.

Gli americani vanno oltre: su Eons.com si può addirittura organizzare il proprio funerale in anticipo. Per evitare che il fatidico momento arrivi troppo presto, è consigliabile affidarsi al `Longevity Calculator´, un test che predice a che età si morirà basandosi su parametri come stile di vita e alimentazione. Anche in Italia non mancano i cimiteri virtuali. Il sito Defuntioggi.it pubblica centinaia di necrologi al giorno, divisi per regione e per provincia. Funeras, invece, è il primo social network interamente dedicato agli eventi luttuosi: la pagina di profilo del trapassato si apre con il necrologio messo online dall’impresa funebre. La gestione della tomba virtuale viene poi affidata ai familiari, che possono inserire altre informazioni, condividere immagini, creare un album di ricordi o semplicemente divulgare la triste notizia, come in un annuncio funebre di quelli che si vedono ancora appesi nei paesi.

Ironia macabra assicurata, invece, con il Fantamorto, sorta di fantacalcio dove vince chi indovina quali personaggi noti moriranno l’anno successivo, e con il Morto del Mese, dove si vota la celebrità preferita anche nell’aldilà. Non per prendere in giro i morti - assicurano i novelli guardiani dell’Ade - ma per farsi beffe della morte.



Statali, nel mirino le buonuscite e l'età di pensionamento delle donne

Il Messaggero

Liquidazioni, cambia il calcolo.
Lavoratrici della PA a riposo a 65 anni nel 2016.
Pensioni di vecchiaia verso finestra unica

di Diodato Pirone

ROMA (23 maggio) - I tagli ai dipendenti pubblici restano uno dei pilastri della manovra in arrivo. Se da una parte il Tesoro sembra aver rinunciato all’una tantum straordinaria del 10% sugli stipendi dei dirigenti pubblici con stipendi superiori ai 75 mila euro nelle ultime ore trova ulteriore conferma un nuovo intervento sull’età pensionabile delle donne che lavorano per la pubblica amministrazione unito anche a una sforbiciata alle liquidazioni che riguarderebbe tutti i 3,5 milioni di statali.

Iniziamo dalle pensioni delle donne. Il provvedimento allo studio prevede l’innalzamento dell’età pensionabile di un anno ogni 18 mesi e non più ogni 24 mesi come attualmente previsto: in pratica, se la norma sarà confermata, le dipendenti pubbliche andranno a riposo (come gli uomini) a 65 anni nel 2016 e non più nel 2018. Ecco le nuove soglie di innalzamento previste: 62 anni a luglio 2011; 63 anni a gennaio 2013; 64 anni a luglio 2014 e 65 anni nel 2016.

Sulle liquidazioni, invece, le ipotesi in campo sono più di una e non è detto che il testo finale contenga norme su questo punto. Lo staff di Tremonti (che ieri ha avuto un nuovo colloquio con il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano) punta ad ottenere risparmi unificando dal 2011 il trattamento dei lavoratori pubblici e di quelli privati.

Dall’anno prossimo i contributi per la buonuscita sarebbero per tutti del 6,91% ovvero pari a quanto versano le imprese private - senza prelievi a carico dei lavoratori - per il Tfr o per il Fondo pensione dei loro dipendenti. Attualmente sul versante delle buonuscite statali lo scenario è molto più confuso. Infatti, ai dipendenti degli enti locali è riconosciuto un contributo annuo per la ”buonuscita” del 6,10% che però è a carico del datore di lavoro solo per il 3,60%. Il contributo inoltre viene ”calcolato” su 15 mensilità. Per gli statali veri e propri, invece, il contributo è del 7,10%, parte del quale è a carico dal lavoratore e l’ammontare viene calcolato su 12 mensilità.

Il Tesoro, insomma, punta o ad aumentare i contributi a carico dei lavoratori pubblici o a ridurre quelli a carico dell’amministrazione. E sempre sul fronte liquidazioni prende corpo l’ipotesi di pagare in più anni la parte delle liquidazioni che supera i 40 mila euro.

Non è finita. Sul fronte dei dipendenti pubblici verranno ulteriormente limitati i trattenimenti in servizio per chi ha raggiunto l’età pensionabile ed eliminata la possibilità di mantenere uno stipendio più alto ai dirigenti che perdono il posto. L’insieme dei tagli allo studio consentirebbe allo Stato di risparmiare - per i soli dipendenti della Sanità - ben 1.130 milioni nel 2012. Questo, almeno, è l’ammontare prevista della riduzione del contributo dello Stato al Servizio Sanitario Nazionale. Sembra certo, inoltre, il blocco dei contratti anche per le forze armate e quelle di polizia che assicurerebbe un risparmio dai 200 ai 700 milioni. Ai militari verrebbero tagliati una serie di trattamenti particolari: via l’indennità di comando agli ufficiali senza reparto; indennità operativa ridotta al 70% di quella del 2009; soppressione dello ”stato di ausiliario” a chi va in pensione.

L’unica buona notizia, insomma, è il ritiro del taglio del 10% sugli stipendi dei dirigenti.
Il Tesoro si sarebbe arreso di fronte alla probabile valanga di ricorsi. Inoltre poiché la liquidazione degli statali viene calcolata sull’ultimo stipendio, la norma - pensata come una tantum - avrebbe potuto danneggiare enormemente solo i dirigenti destinati ad andare in pensione nel 2011 rendendola incostituzionale.

La giornata di ieri ha portato anche la conferma della finestra unica d’uscita per tutti i pensionandi: autonomi, pubblici e privati. Questo vuol dire che alcuni autonomi andranno a riposo a 66 anni e mezzo mentre i dipendenti potranno sfiorare i 66 anni. Nell’ambito della lotta all’evasione fiscale è probabile il ritorno di qualche limitazione nell’uso del contante: il tetto era stato portato a 12.500 euro all’inizio della legislatura. Forse tornerà l’obbligo di pagare non in contanti i professionisti oltre una determinata soglia. Il governo Prodi l’aveva fissata a 100 euro dal luglio 2009 ma poi era saltata ora si parla di 250 euro. Infine sembra farsi strada l’ipotesi di un nuovo condono edilizio da 5 miliardi. Nessuna conferma ufficiale ma nonostante la gran massa di misure messe in cantiere, il Tesoro pare ancora lontano dal traguardo dei 25 miliardi da reperire.



Palermo, Hitler pubblicizza un negozio I partigiani: «Cartellone offensivo»

Corriere della Sera
Lettera al sindaco Cammarata: turba i democratici e viola la Costituzione.
L'agenzia: è solo provocatorio



PALERMO - "Cambia style. Don't follow your leader". È l'invito che compare su un cartellone pubblicitario apparso giorni fa in diverse strade di Palermo. Peccato che il "modello" scelto come testimonial del negozio di abbigliamento palermitano sia Adolf Hitler. La divisa è rosa, invece del tradizionale grigio militare. Ma tant'è. Quella che forse voleva essere solo una "goliardata" ha fatto infuriare più di una persona.

GUARDA IL MANIFESTO PUBBLICITARIO

ANPI: OFFENSIVO - Prima di tutto i cittadini: alcuni di loro hanno scritto una lettera a Napolitano per segnalare quanto accaduto. Poi il problema è stato sollevato da alcuni consiglieri del Pd. Ora interviene anche l'Anpi, l'associazione nazionale dei partigiani. Il presidente Ottavio Navarra ha inviato una lettera aperta al sindaco di Palermo Diego Cammarata e ai vertici delle forze dell'ordine e della magistratura. «Non comprendiamo come le autorità cittadine abbiano potuto consentire la installazione di tale cartello e ne chiediamo come Anpi di Palermo l'immediata rimozione» si legge. Navarra conclude sottolineando che «questo grave fatto turba gli animi dei democratici palermitani, offende quanti hanno combattuto per abbattere il nazifascismo e viola i nostri principi democratici e costituzionali».

«PROVOCAZIONE» - Dal canto suo l'agenzia che ha ideato la campagna pubblicitaria ha difeso l'iniziativa sostenendo che il cartellone ha chiaramente un intento provocatorio e non intende in alcun modo fare apologia del nazismo. «Il nostro slogan è "New style", abbiamo ridicolizzato Hitler invitando i ragazzi a seguire un proprio stile, evitando di farsi condizionare dai leader - spiega il titolare Daniele Manno -. Tra qualche settimana realizzeremo altri manifesti con l'immagine di Mao Zedong». Ma nemmeno la presunta "par condicio" ha placato gli animi.

Redazione online
23 maggio 2010

Prodi: «Manovra, il coraggio di essere impopolari»

Il Messaggero

di Romano Prodi

ROMA (23 maggio)

Una manovra correttiva è sempre un esercizio difficile. Lo è ancora di più quando si è incessantemente ripetuto che non vi è niente da correggere. Comunque, visto che le correzioni sono necessarie, è bene farle in fretta, in modo da renderci più tranquillamente a riparo dalle tempeste che in questi giorni impazzano in Europa.

La fretta non può tuttavia esimerci dal tenere conto di alcuni principi fondamentali che riguardano le conseguenze della manovra stessa sulle condizioni di vita degli italiani, anche perché si parla di almeno 27 miliardi di euro, una somma cospicua, riguardo alla quale non è certo indifferente vedere dove questi soldi vengono presi.

Partiamo dalla constatazione che in quasi tutti i paesi sviluppati il lavoro ha perso progressivamente terreno nella distribuzione del reddito ma che in Italia questa perdita è stata superiore a quella degli altri. Negli ultimi quindici anni la quota di Pil che va a remunerare il fattore lavoro (pensioni comprese) è calata di otto punti percentuali. Essa è passata dal 77 al 69% : un calo enorme che, in cifra assoluta,si colloca intorno ai 130 miliardi di euro.

Questo calo ci ha portato in linea con gli altri Paesi avanzati ma con una grande differenza di fondo. La differenza sta nel fatto che, di fronte a una quota di Pil del 69%, il lavoro contribuisce all’insieme dell’entrate tributarie per oltre l’80%. Possiamo perciò ragionevolmente stimare che in Italia il lavoro paghi quasi 50 miliardi di tasse in più rispetto alla quota di reddito percepita. Si tratta di una redistribuzione rovesciata rispetto a paesi come la Francia e la Germania che, attraverso lo strumento fiscale, trasferiscono risorse nette al lavoro. Il tutto, naturalmente, senza tenere conto dell’evasione che, in via prudenziale, è stimata intorno ai 100 miliardi e che è generata dal lavoro per una quota nettamente inferiore al 69%. Anche in conseguenza dell’evasione la quota del lavoro si vede perciò sottrarre ulteriori margini di reddito.

È chiaro che non è compito della così detta manovra aggiuntiva sanare questi squilibri, che sono anche la conseguenza della globalizzazione e di nuovi rapporti di forza nell’ambito internazionale. Penso tuttavia che il ministro dell’Economia, invece di rincorrere disperatamente tanti diversi addendi per arrivare all’agognata somma di 27 miliardi, farebbe bene a meditare su queste peculiarità e, sensatamente, a considerare l’opportunità di utilizzare questa contingenza per iniziare a restringere una divaricazione ormai insostenibile. Capisco che questo non è un obiettivo facile, soprattutto in un momento storico in cui il lavoro dipendente, pubblico o privato che sia, viene considerato come qualcosa di incidentale, da cui la storia si sta allontanando.

Dobbiamo inoltre convenire che molte regole del lavoro debbono essere cambiate in modo da rendere i lavoratori stessi più responsabili e più produttivi, ma questo non può avvenire attraverso un processo di marginalizzazione anche economica del lavoro stesso. E dobbiamo pure convenire che i lavoratori privilegiati e protetti debbono dare un doveroso contributo per farci uscire dalle difficoltà in cui siamo, ma non possiamo illuderci che il necessario sacrificio di ventimila pubblici dipendenti possa essere decisivo per il risanamento delle finanze pubbliche. L’esempio è importante in una società democratica ed è quindi giusto che anche la classe politica dia il suo contributo, come in analoghe circostanze avevo deciso diminuendo, rapidamente ed in silenzio, le remunerazioni dei ministri di ben il 30%. Questi passi nobili e necessari hanno effetti quantitativi assai scarsi di fronte ai grandi mutamenti a cui stiamo assistendo e di fronte alle necessità del Paese.

Non avendo oggi alcuna possibilità di sapere come questi 27 miliardi saranno raccolti ed avendo ragionati dubbi che la quasi totalità di essi possa venire da generici risparmi della spesa, mi sembra opportuno che il ministro dell’Economia si ponga almeno l’obiettivo di non squilibrare ulteriormente la distribuzione del reddito. Non è certo un compito facile soprattutto quando si è abolita l’Ici anche per le categorie di reddito più elevate e quando ogni suggerimento di usare le imposte a scopo almeno parzialmente redistributivo viene ritenuto un modo illegittimo di mettere le mani in tasca agli italiani. D’altra parte il mestiere del ministro dell’Economia non è mai stato un mestiere popolare. Tuttavia i peggiori ministri sono sempre stati quelli che hanno cercato la popolarità ad ogni costo.



Ddl intercettazioni Grillo all'attacco: "Io e il popolo del web boicotteremo la legge"

Quotidianonet

"Se imbrigliano la stampa, non mi fermo e nemmeno la gente della Rete - dice - E se introducessero le leggi razziali, voi che fareste?”

Roma, 23 maggio 2010

Beppe Grillo annuncia che non rispetterà la legge sulle intercettazioni attualmente in discussione in Parlamento.


“Possono fare tutte le leggi che vogliono
, ma se io non ci credo non le rispetto. Io sono già al di fuori. Se imbrigliano la stampa, non mi fermo e nemmeno la gente della Rete”, afferma Grillo in un’intervista al ‘Fatto quotidiano’.

 “Poi ci saranno conseguenze per me, ma anche per chi fa queste leggi. Lo dico senza rabbia, con serenità. Se pago le tasse, se rispetto la legge, non è perché mi obbligano o per paura. Lo faccio perché mi sembra moralmente giusto. Mettiamola così... E se introducessero le leggi razziali, voi che fareste?”.

ALFANO: NON SI PUO' INTERCETTARE TUTTO - "Non si può intercettare tutti e sempre", dice intanto da Palermo il ministro della Giustizia Angelino alfano. "Se il tema è affermare che più si intercettano più reati si scoprono, allora è sufficiente intercettare tutti gli italiani 24 ore su 24 e scoprire più reati e più peccati. Non credo ci sia un cittadino italiano disponibile ad attuare uno stato di polizia pur di intercettare tutti".

E ancora: "Ogni fase parlamentare ha la sua dignità e autonomia. Facciamo concludere la commissione e poi se ne parlerà in aula. Nei prossimi giorni -ha assicurato- continueremo a riunirci per mettere a punto un testo più equilibrato possibile che metta insieme il diritto costituzionale alla libertà e segretezza delle comunicazioni, sancito dall’art. 15, con quello che riguarda la manifestazione del pensiero, ossia l’art. 21, e il diritto delle indagini, articolo 112".



Giunta e Consiglio, spese e sprechi Ecco quanto costa la Regione Campania

Il Mattino

  
di Paolo Mainiero

NAPOLI (23 maggio) - Il consiglio regionale, come ha ricordato l’altro giorno il presidente Paolo Romano, spende più di due milioni per il fitto di tredici piani della Torre F8 al Centro direzionale. «Troppi», ha detto Romano che ha già preannunciato una cura dimagrante.

Ma quanto costa far funzionare la Regione? Per il consiglio regionale è prevista per il 2010 una spesa di 104 milioni e 154mila euro; per gli uffici regionali (presidenza, giunta, assessorati) la spesa è di oltre 632 milioni. In totale, i costi complessivi sfiorano i 740 milioni. I sessanta consiglieri regionali costano oltre 27 milioni l’anno, 13 dei quali sono per le indennità di carica e di funzione (30mila in meno rispetto al 2009). Il bilancio prevede inoltre 20mila euro per le missioni (50mila in meno del 2009); 120mila euro per convenzioni autostradali (10mila in più rispetto al 2009); 14 milioni per gli assegni vitalizi. Le spese di rappresentanza ammontano a 120mila euro, con una drastica riduzione rispetto a un anno fa (275mila euro nel 2009).

Per il funzionamento dei gruppi consiliari il bilancio prevede 4 milioni 256mila euro: un milione e 55mila euro per gli uffici; un milione e 890mila per il fondo assistenza attività istituzionali; 50mila euro per il rappresentante dell’opposizione; un milione e 260 mila euro per la comunicazione. Rispetto al 2009 sono state ridotte le spese per le consulenze del presidente del consiglio regionale: si è passati dalle 169mila euro di un anno fa alle 100mila del 2010.

Per le consulenze degli altri organi (ufficio di presidenza, commissioni, collegio dei revisori dei conti, comitato tecnico-giuridico) la spesa prevista è di 362mila euro (100 in meno del 2009). Per convegni e congressi si prevedono 20mila euro (40mila in meno del 2010). Poi, ci sono le indennità di alcune figure istituzionali: 70mila euro al difensore civico; 43mila euro al garante dell’infanzia; 43mila euro al garante dei detenuti; 368mila euro per il Corecom (alle indennità vanno aggiunti i costi per il funzionamento degli uffici).

All’associazione degli ex consiglieri regionali (l’Arec) va un contributo di 40mila euro oltre a 10mila euro per le convenzioni autostradali. Per l’istituzione del Forum della gioventù sono stanziati 50mila euro; altrettanti per la Consulta regionale femminile e la Commissione Pari opportunità. Il costo maggiore riguarda il personale: tra stipendi e assegni fissi la spesa è di 9 milioni e 400mila euro. Il rimborso per il personale comandato è di 5 milioni e 800mila euro (50mila euro in meno rispetto al 2009).

In totale, sommando le trentaquattro voci del capitolo di spesa riguardante il personale, per i propri dipendenti il consiglio regionale ha stanziato 37 milioni e 375mila euro. Quanto ai servizi è prevista una spesa complessiva di 13 milioni e 368mila euro. Per le utenze telefoniche i costi ammontano a 530mila euro (100 in meno del 2009). Per la telefonia mobile e il servizio Black Berry sono previsti 130mila euro. Elettricità, gas e acqua costano invece 500mila euro l’anno. Il servizio di pulizia costa 1 milione 150 euro mentre per i servizi di portierato e di vigilanza si spendono complessivamente 2 milioni 290mila euro.

Tra le altre voci, 120mila euro per il noleggio e l’acquisto di auto; 60mila euro per traslochi e facchinaggio; 110mila per le spese di carburante; 30mila euro per la biblioteca; 500mila euro per informazioni giornalistiche; 120mila euro per l’acquisto di materiale di cancelleria; 15mila euro per la riparazione di mobili e arredi; 1 milione e 400mila euro per la gestione informatica dell’aula; 2 milioni e 300mila per i fitti; 180mila euro per la bouvette.



Mistero nello spazio, Giove perde un anello

di Redazione

Giove non è più lo stesso: è scomparsa una delle due strisce marroni che ne avvolgono l'Equatore, lasciando interdetti astronomi e planetologi, che considerano l'evento un autentico mistero.

La perdita non è da poco, considerando che la striscia scomparsa è larga il doppio della Terra




Roma

Giove non è più lo stesso: è scomparsa una delle due strisce marroni che ne avvolgono l'Equatore, lasciando interdetti astronomi e planetologi, che considerano l'evento un autentico mistero. La perdita non è da poco, considerando che la striscia scomparsa è larga il doppio della Terra. "Stiamo controllando costantemente la situazione, ma non abbiamo ancora capito pienamente che cosa è successo", ha detto il planetologo Glenn Orton, del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa. La striscia scomparsa si chiama South Equatorial Belt (Set) e la sua assenza spicca chiaramente anche osservando il pianeta gigante del Sistema Solare con un telescopio relativamente piccolo. Una delle ipotesi ritenute più probabili è che la striscia marrone non sia scomparsa, ma che sia nascosta da nubi più alte. Secondo Orton è possibile che sopra la Seb si siano formate nubi di ammoniaca, generate da un cambiamento nella circolazione dei venti: materiale ricco di ammoniaca potrebbe essere finito sulla zona fredda della nube marrone e potrebbero essersi generate in questo modo delle nubi. In passato la Seb si è "sbiadita" spesso, anche se non era mai scomparsa. Recentemente è accaduto dal 1973 al 1975, poi nel 1989-90, nel 1993 e nel 2007. Anche questa volta ci si attende che la striscia torni ad essere visibili nell'arco di un paio di anni, probabilmente accompagnata da tempeste e vortici.

Contatti tra ultrà Lazio e Militia»

Corriere della Sera


L'inchiesta della Procura di Roma ipotizza legami tra frange estreme di tifosi biancocelesti e il movimento di estrema destra. Minacce al sindaco Alemanno


L'INCHIESTA E IL BLITZ - Secondo il quotidiano Il Messaggero questo aspetto dell'inchiesta è al centro del lavoro dei magistrati della procura romana. E dopo il blitz contro Militia, che ha portato alla denuncia di Maurizio Boccacci, Stefano Schiavulli, Massimiliano De Simone e Giuseppe Pieristè, sabato pomeriggio i militanti del movimento che si autodefinisce fascista hanno convocato una conferenza stampa nella palestra Primo Carnera, lanciando minacce contro il sindaco Alemanno. I quattro denunciati sono accusati di apologia del fascismo, diffusione di idee fondate sull'odio razziale ed etnico e violazione della Legge Mancino per le azioni realizzate contro la comunità ebraica romana e Gianni Alemanno.

LE MINACCE AL SINDACO - «Alemanno non faccia il nostro giudice infamandoci e stia attento: sappiamo cose di lui che se fossero rese note, resterebbe sindaco un'altra mezz'ora», ha detto Stefano Schiavulli, precisando poi di parlare «a nome di Maurizio Boccacci, è lui che mi ha chiamato chiedendomi di dirvi queste cose». E a chi chiedeva quali informazioni abbia in mano Militia sul passato del sindaco, Schiavulli ha risposto: «Ora non è il momento di parlarne, stiamo preparando un dossier che tireremo fuori nel momento opportuno».

LA REPLICA DI ALEMANNO - Ma il sindaco della Capitale non si fa intimidire. «Come non mi sono fatto intimorire dagli striscioni contro di me che sono stati affissi negli ultimi due anni, così non mi faccio certo intimorire da oscure e inconsistenti minacce di ricatti sul mio passato o sul mio presente politico». «Nella nostra città chiunque può manifestare le proprie idee politiche - aggiunge - a patto che non siano propaganda di odio, di razzismo e di antisemitismo. Roma ha già pagato un prezzo troppo alto alle culture dell'odio di destra e di sinistra e non vuole tornare indietro».

Redazione Online
23 maggio 2010





Giappone, il premier si scusa: «La base Usa resta a Okinawa»

Corriere della Sera
Hatoyama si arrende: «Impossibile far traslocare i militari fuori dall'isola»

PROMESSE MANCATE

Giappone, il premier si scusa: «La base Usa resta a Okinawa»



TOKYO - Alla fine il premier giappone, Yukio Hatoyama, si è arreso e, scusandosi per non aver tenuto fede alla promessa elettorale, ha annunciato che non è realizzabile il piano per portare la base Usa di Futemma fuori da Okinawa. Resta valido, invece, il progetto originario di trasferire la struttura militare americana dalla popolosa città di Ginowan verso la zona costiera e poco abitata di Capo Henoko, a Nago, sempre a Okinawa, seguendo lo schema dell'accordo bilaterale tra i due Paesi del 2006, che il governo Hatoyama voleva rivedere. «Siamo giunti alla conclusione che dobbiamo chiedere agli abitanti di accettare il trasferimento della base in una zona vicina a Nago», ha detto Hatoyama, incontrando il governatore della prefettura di Okinawa Hirokazu Nakaima, a Naha.

SCELTA DOLOROSA - Una scelta «dolorosa», per la quale «offro le mie più sentite scuse per aver causato confusione ai residenti della prefettura e non essere riuscito a mantenere la promessa di portare via la base». Il premier, che ha ribadito l'importanza della «deterrenza» della presenza americana in un'area con la capacità militare della Cina in crescita e l'imprevedibilità della Corea del Nord (come l'affondamento della corvetta sudcoreana), chiederà alle prefetture vicine, nella riunione di giovedì prossimo, di ospitare alcune operazioni americane di Okinawa per alleggerire il peso sull'isola che concentra il 75% delle strutture militari Usa nel Sol Levante e circa la metà dei 50.000 militari. Nakaima, da parte sua, ha replicato che «il trasferimento di Futemma sulla costa di Henoko, vista la situazione attuale, è estremamente difficile: il divario tra aspettative della gente e scelta del governo è enorme. Mi aspetto che si possa prendere ancora tempo per una soluzione che possa accontentare tutti».

MANIFESTAZIONI - Hatoyama, sempre più in difficoltà in vista delle elezioni di rinnovo del Senato della prossima estate, aveva fissato al 31 maggio il termine per presentare una nuova proposta, assicurando il presidente Usa, Barack Obama, e venerdì scorso il segretario di Stato, Hillary Clinton, che avrebbe rispettato l'impegno. Prima del suo arrivo a Okinawa. il secondo in tre settimane, migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del governo della prefettura, chiedendo al premier «il rispetto degli impegni» e mostrando cartelloni rossi con un carattere cinese che indica 'rabbià. Il sindaco di Nago, Susumu Inamine, ha detto di non volere la base, mentre Mizuho Fukushima, leader dei Socialdemocratici e ministro 'ultrapacifistà del governo Hatoyama, ha chiarito di essere «contraria» al piano del premier. (fonte Ansa)


23 maggio 2010



Confindustria, la vera casta Riesce a far rimpiangere il partito comunista cinese..."

di Stefano Lorenzetto


Filippo Astone: "È un apparato da ministero degli Esteri che difende i grandi con i soldi dei piccoli".  E gli imprenditori veneti stufi di versare 150 euro per dipendente si schierano con lui




Predica contro la politica politicante, ma è il più vecchio e il più influente partito italiano, 142.000 iscritti che danno lavoro a 4,9 milioni di persone, ramificato come nessun altro sul territorio. Predica contro la burocrazia, ma si avvale di un apparato faraonico di 4.000 dipendenti, paragonabile per dimensioni soltanto a quello che consente al ministero degli Esteri di operare nei cinque continenti. Predica contro gli sprechi, ma preleva ogni anno dalle tasche dei propri associati qualcosa come 506 milioni di euro, poco meno di 1.000 miliardi di lire, per tenere in piedi una sede romana, 18 strutture regionali, 102 provinciali, 21 federazioni di settore e 258 organizzazioni associate. Predica contro la casta, ma è un organismo piramidale, dominato dal nepotismo, che procede dal padre e dal figlio come lo Spirito Santo nel Credo.

A questo punto sembrerebbe calzante la similitudine con cui Filippo Astone introduce nelle prime tre righe Il partito dei padroni (Longanesi), in libreria da giovedì scorso: «In Italia il cuore del potere pulsa con il ritmo di due grandi partiti che non si presentano direttamente alle elezioni: la Confindustria e la Chiesa cattolica». Con l’unica differenza che, mentre il battito della seconda è costantemente monitorato nelle piazze, sui giornali, in televisione, al cinema, nella saggistica, quello della prima è talmente flebile da risultare impercettibile.

Ad auscultarlo in profondità, con uno stetoscopio lungo 384 pagine, provvede ora Astone, 38 anni, torinese, da 10 redattore del settimanale economico Il Mondo, un cronista che viene dalla gavetta e, con tutta evidenza, non pare aver paura di ritornarci. «Mio padre morì quando avevo 14 anni. Appena laureato in scienze politiche, ho dovuto mantenermi da solo. Ho cominciato come abusivo nel 1992 a Roma, a Paese Sera, raccomandato da Adele Faccio, che mi ospitava a casa sua.

Giravo in tram e, quando non avevo i soldi, non pagavo il biglietto. L’anno dopo ho vinto una borsa di studio al gruppo Class: Campus, Mf, Italia Oggi. Fino al 2000 ho collaborato a 25 diverse testate, incluso Il Giornale. Il primo anno a Milano eravamo in tre in una camera, poi in due, poi da solo, poi mi sono fatto il monolocale, poi il bilocale, poi la casa, dove ora vivo con Katarzyna, polacca, che nel 2000 rimase vedova all’improvviso, a 24 anni, con una bimba di 6 mesi. Ci siamo sposati a gennaio. Il mio istinto di orfano mi ha portato a prendermi cura di lei e di Camilla, che per me è più d’una figlia».

Sul giornalismo Astone ha le idee chiare: «Penso che il nostro mestiere consista nel raccontare ciò che i lettori non sanno e nello spiegare ciò che sanno». Con l’editore Longanesi aveva pubblicato lo scorso anno Gli affari di famiglia, nel quale faceva a pezzi alcuni celebri rampolli, accusati, bilanci alla mano, di non essersi rivelati all’altezza dei padri, inclusi Maurizio e Piergiorgio Romiti, figli di Cesare, presidente onorario della casa editrice per cui Astone lavora.

Stavolta la faccenda è assai diversa, molto meno personalistica e assai più politica, perché Il partito dei padroni ha trovato prim’ancora d’uscire parecchi sponsor proprio all’interno di Confindustria, soprattutto nel Nordest, dove il crescente malcontento per la gestione romanocentrica dell’elefantiaca organizzazione è palpabile da un decennio. Di sicuro almeno dal 2004, da quando il trevigiano Nicola Tognana fu costretto, nonostante fosse sponsorizzato dal presidente uscente Antonio D’Amato e da Silvio Berlusconi, a ritirarsi dalla corsa per la presidenza di Confindustria, avendo i poteri forti puntato su Luca Cordero di Montezemolo.

Non a caso il libro di Astone domani alle 18.30 non sarà presentato ufficialmente né a Roma né a Milano, bensì a Venezia, nell’aula magna dell’Ateneo veneto in Campo San Fantin. Al fianco dell’autore, tre imprenditori che nel volume occupano parecchie pagine: Enrico Marchi, presidente della Save; Franco Moscetti, amministratore delegato dell’Amplifon; Ettore Riello, presidente della Riello group.

Come mai molti associati di Confindustria solidarizzano col loro fustigatore?
«Marchi è proprietario della Finint, la più grande merchant bank del Veneto, 600 dipendenti. Con la Save gestisce il terzo polo aeroportuale italiano, dopo Roma e Milano, e cioè gli scali di Venezia e Treviso, ai quali sta per aggiungersi quello di Trieste. Rappresenta, dopo l’Eni, la prima industria di Venezia.

Con la catena Ristop fa concorrenza ad Autogrill. L’anno scorso, forte del 90% dei consensi, voleva candidarsi alla presidenza di Unindustria Venezia. Ma è un outsider e non ha fatto i conti con i meccanismi di cooptazione e di professionismo politico che governano il partito dei padroni. Qualche cavillo e lo hanno subito impallinato. “Ero convinto che per fare il presidente della territoriale ci volesse il voto degli elettori, invece è indispensabile il consenso dei colonnelli”, s’è sfogato con gli amici».
Mi ricorda la vicenda di Riello, penalizzato per avermi dichiarato cinque anni fa, a proposito di Montezemolo: «Non è un imprenditore vero. Sarebbe ora che qualcuno tornasse a rischiare il proprio culo invece di fare ingegneria finanziaria con i soldi degli altri».

«Infatti anche Riello voleva correre per la presidenza di Confindustria Verona. I tre saggi, “quelli della zona a traffico limitato”, come la chiama Riello, “ovvero una cerchia che tiene in mano l’associazione pur senza aver mai dimostrato d’essere in maggioranza né tantomeno fatto un conteggio credibile del reale numero degli iscritti”, avrebbero dovuto indicare il suo nome fra i candidati. Niente da fare. Per indurlo a ritirarsi hanno persino messo in circolazione un velenoso dossier sul suo conto.

L’Assindustria veronese non è una robetta da niente: con la gemella vicentina ha in mano la società Athesis, che controlla i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza e Brescia Oggi, tre televisioni, tre testate free press, una concessionaria di pubblicità, una radio e la casa editrice Neri Pozza. Quindi una gallina dalle uova d’oro nella galassia di imprese che, con l’Editoriale Il Sole 24 Ore e l’Università Luiss, garantisce a Confindustria 520 milioni di fatturato annuo in aggiunta ai 506 milioni di ricavo delle quote associative».

Ma quanto si paga per iscriversi? «Non si sa. Non vi è trasparenza, non sono mai stati resi noti i dati per ciascuna provincia, non vi sono consuntivi. Pare che ciascun imprenditore versi 150 euro l’anno per dipendente. Dividendo i ricavi per i 4,9 milioni di lavoratori, vengono fuori 103 euro pro capite. Penso che la media sia sui 120. Franco Moscetti della Amplifon pagava circa 150.000 euro l’anno. Alla fine del 2009 ha restituito la tessera e se n’è andato sbattendo la porta».
S’era stufato di farsi mungere.

«È il nocciolo del problema. Il 90% dei contributi raccolti da Confindustria proviene da imprese di piccole e medie dimensioni, che nel loro insieme versano circa 450 milioni di euro. Il 6% arriva dai grandi gruppi privati. Il restante 4% dalle aziende statali: Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Finmeccanica. Il malumore dei piccoli nasce da questo: mantengono l’organizzazione ma si sentono come le mucche che non hanno alcuna voce in capitolo sulla destinazione del latte».

Lei sostiene che Confindustria fa prevalentemente gli interessi dei grandi. A me pare giusto così, visto che la Fiat, con 198.348 dipendenti, versa la bellezza di quasi 30 milioni di euro.
«A parte che probabilmente non ne versa più di 20, resta il fatto che la Fiat dovrebbe pur sempre contare solo per un 4%. Invece fa la parte del leone. Pensi al peso esercitato da Confindustria sul governo nelle trattative per la cassa integrazione o per gli incentivi alla rottamazione. Ma un euro dato all’auto significa un euro tolto a qualcun altro». «Da quando noi siamo alla Fiat, la Fiat non ha mai ricevuto un euro dallo Stato», ha smentito Montezemolo al Tg1.

«E io smentisco Montezemolo. Quando lui era già presidente, la Commissione europea autorizzò l’Italia a concedere 44 milioni di euro alla Fiat. Il favore allo stabilimento di Termini Imerese fu rubricato alla voce “programma di formazione triennale” perché la Ue vieta gli aiuti di Stato. Per carità, Montezemolo può continuare a fare come Bill Clinton, che sosteneva che non c’era stato rapporto sessuale con la stagista Monica Lewinsky in quanto la fellatio non è assimilabile al coito».
Dove vuol arrivare Montezemolo?

«Vuol fare politica, ma la farà solo da vincente. Per ora ha messo sul tavolo da gioco una fiche, che è la Fondazione Italia Futura. Certo fa sorridere leggere quello che ha scritto sul suo sito: “Siamo una nazione che troppo spesso tende a cedere alla leggenda consolatoria secondo cui tutti rubano alla stessa maniera. Non è così e lo sappiamo bene”. Sta parlando un manager che fu cacciato dalla Fiat perché accettava denaro ogni volta che presentava il finanziere Gianfranco Maiocco a uno dei grandi capi del gruppo torinese e che davanti al giudice Gian Giacomo Sandrelli si giustificò dicendo: “Ero giovane e ingenuo”».

Ma per fare politica serve un partito. «Montezemolo può contare su un parterre di amici che vanno da Diego Della Valle a Luigi Abete. Intanto traffica col Grande centro. Non dimentichiamo che quando stava in Confindustria i suoi interlocutori erano Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli. Abete è vicinissimo a Rutelli. Caso da manuale, quello dei fratelli Abete, due dei 2.000 imprenditori che vivono a tempo pieno in Confindustria. Con una tipografia che fattura appena 80 milioni di euro, dagli anni Settanta riescono a controllare l’Unione degli industriali di Roma. Si trasmettono le cariche di generazione in generazione.

C’era Mariano Rumor presidente del Consiglio quando comandava il loro padre, Antonio».
Lei teorizza che Montezemolo si sia servito del libro La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo per imporre il «pensiero unico castale», azzerando quel poco di fiducia nella politica che restava in Italia. «L’ha cavalcato, l’ha diffuso, ci ha fatto convegni. Per questi signori la casta sono sempre gli altri. Ma che cos’è Confindustria, con la sua macchina organizzativa barocca guidata da una classe di mandarini che hanno fatto dell’attività associativa una professione, se non una casta? Presidente, consiglio direttivo, comitato di presidenza, giunta di 220 membri, assemblea di 600 delegati, comitati, sottocomitati, direttivi... E la struttura nazionale è replicata a livello regionale, provinciale, settoriale. Il partito comunista cinese, al confronto, è più snello. Eppure della parola Confindustria non v’è traccia nella Casta».

Perché nessuno prima di lei aveva osato indagare su Confindustria? «Uno ci fu: Ernesto Rossi, nel 1955, col libro I padroni del vapore. Lo spirito del tempo vuole che Confindustria sia depositaria del bene e che la politica incarni il male. Intendiamoci, anch’io penso che l’imprenditore sia indispensabile al progresso sociale, ma bisognerebbe tornare alla definizione che l’economista austriaco Joseph Schumpeter dava di questa figura: un individuo avventuroso che scommette i suoi capitali in progetti innovativi. Non uno specialista in scatole cinesi e aiuti di Stato. Paradossalmente, e glielo dice uno che non s’identifica col centrodestra, è più imprenditore Berlusconi che non gioca con le scatole cinesi, detiene la maggioranza di tutte le sue società, rischia i suoi capitali, è corretto con gli azionisti, non dà stock option eccessive ai suoi manager, non saccheggia le sue aziende per esigenze personali». Ma se Confindustria fosse il carrozzone che lei descrive, sarebbe già finita a gambe all’aria da un bel pezzo.

«Nonostante rappresenti soltanto il 35% degli imprenditori italiani, è dal 1910 che Confindustria si comporta come un partito, tant’è che Giovanni Giolitti voleva scioglierla. In piena Tangentopoli ha rivendicato la propria diversità rispetto alla politica, ma nessuno ricorda che nel 1992 l’Assolombarda, l’associazione territoriale più potente, disponeva di fondi neri per finanziare Dc, Pri e Pli. Adesso sta tesserando persino i parrucchieri e gli stabilimenti balneari, ma dovrà sempre di più fare i conti con la rivolta degli associati del Nordest e con le altre 38 organizzazioni concorrenti: 2 per i commercianti, 4 per gli agricoltori, 3 per gli artigiani, addirittura 8 per gli autotrasportatori. E soprattutto con Imprese Italia, una federazione tra Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna e Casartigiani, nata da pochi giorni, che ha dimensioni superiori alle sue: 2,3 milioni di aziende per un totale di 11 milioni di addetti». Nel libro se la prende financo col «palazzo di specchi, non di vetro» di viale dell’Astronomia, sede di Confindustria.

«Chi lo frequenta ama presentarsi come difensore dell’interesse collettivo. Poi vai a controllare e scopri conflitti d’interesse personale. Matteo Colaninno, vicepresidente fino al 2008 e oggi deputato del Pd, come responsabile delle politiche industriali del Partito democratico avrebbe dovuto fare le pulci al salvataggio dell’Alitalia. Invece è azionista al 20% di Omniaholding, società di famiglia da cui dipende Immsi, holding quotata che partecipa a Cai e tiene le fila dell’operazione. In pratica è socio di minoranza del padre Roberto. Se la cordata Cai avrà successo, incasserà plusvalenze di molti milioni di euro».

Un merito ce l’avrà pure Confindustria. «Aver rotto i ponti con Cosa nostra. Ma sono dovuto scendere fino in Sicilia per avere la lista, mai resa nota, delle aziende espulse per collusioni con la mafia o per aver pagato il pizzo: 3 a Caltanissetta, 9 ad Agrigento, una a Palermo. Aggiunga 20 dimissioni spontanee a Messina, che hanno anticipato altrettante radiazioni».

Perché tutte queste cose non è andato a raccontarle al Corriere della Sera?
(Pausa di 16 secondi). «Diciamo che non sono ancora andato a raccontarle al Corriere».
Be’, si affretti.
«Mi sono reso conto che questo libro interessa più al centrodestra che al centrosinistra».
E come se lo spiega?
«Il centrosinistra pullula di puzzoni, tutti élite e salotti. Anche a me sarebbe piaciuto entrarci. Ma sono figlio unico di madre vedova».

Internet, la Capitale sperimenta la super banda larga: con 15 mila utenze

Corriere della Sera

Le famiglie diventeranno 80 mila entro l'anno: servizi veloci con connessioni a 100 Megabit al secondo


ROMA

Banda larga. Un sogno che tra investimenti e scavi abbandonati ha accompagnato negli ultimi anni milioni di utenti del web romani. Ora, però, sembra vicina la svolta: Telecom Italia ha annunciato che da lunedì 24 partono nella Capitale i primi servizi «ultrabroadband» di nuova generazione, «resi possibili dalla propria rete in fibra ottica».
La società sostiene che «già oltre 15mila unità immobiliari del quartiere Prati sono raggiunte dalla rete in fibra», e annuncia che gli utenti della fibra ottica a Roma «diventeranno oltre 80mila entro l’anno, interessando anche le zone servite dalle centrali di Belle Arti, Appia e Pontelungo».

OBIETTIVO 350 MILA - Nel biennio 2011-2012 la rete «coprirà le principali aree di centrale all’interno del raccordo anulare e circa 350mila unità immobiliari saranno raggiunte dalla nuova rete in fibra». L’iniziativa «si inserisce nel piano di investimenti sulla fibra di Telecom per la realizzazione della rete Ngan (Next generation access network), che prevede di rendere disponibili i collegamenti in fibra a circa 1,3 milioni di clienti in 13 città italiane entro il 2012, per arrivare a oltre 10 milioni di clienti entro il 2016».

SPERIMENTAZIONE - Dall'ultima settimana di maggio, dunque, «un primo gruppo di clienti potrà iniziare a sperimentare connessioni fino a 100 Megabit al secondo, che rendono molto più performanti gli attuali servizi a larga banda e abilitano nuovi servizi, come la tv ad alta definizione, la domotica, la telepresenza (videocomunicazione di ultima generazione) e i servizi di cloud computing».
L’obiettivo del gruppo guidato da Franco Bernabè è «collegare progressivamente fino a 1.000 clienti sperimentali. L’effettiva commercializzazione dei servizi sarà avviata alla fine della sperimentazione». (fonte Apcom)


22 maggio 2010



Il prezzo del petrolio giù del 25% ma la benzina scende solo dell’1

Corriere della Sera
Da aprile il costo del pieno è calato al rallentatore

I petrolieri: effetto del dollaro forte e del peso delle tasse

Il prezzo del petrolio giù del 25% ma la benzina scende solo dell’1


MILANO—Quotazioni del petrolio in caduta libera, ma prezzi della benzina sostanzialmente stabili. O con ribassi limitati ai minimi termini. È passato un mese esatto dalla definizione del famoso «protocollo» contro il caro- carburanti, al tavolo del ministero dello Sviluppo economico, condiviso da petrolieri, associazioni dei distributori e dei consumatori. Adesso, però si riaccende la contesa. E al centro delle polemiche l’eterna (e finora irrisolta) questione: la doppia velocità dei prezzi alla pompa. In un balletto di numeri, raffronti e percentuali, dove ogni contendente è pronto a difendere all’infinto la propria posizione, alla fine, all’automobilista, non resta che mettere mano al portafogli e pagare sempre più caro il pieno di benzina: almeno 176 euro in più all’anno, tra costi diretti e indiretti, secondo l’ultimo calcolo di Adusbef e Federconsumatori.

Da metà aprile a oggi, il barile di greggio è sceso oltre il 25%, la benzina dell’1,13%. Pur tenuto conto del deprezzamento del 14%, accusato nello stesso periodo dall’euro sul dollaro (valuta di riferimento negli scambi petroliferi internazionali), il divario appare notevole. «Ma come si fa a sostenere che a ogni calo del prezzo del greggio debba corrispondere un’analoga riduzione dei prezzi alla pompa, quando circa il 60% del prezzo finale è rappresentato da tasse?», replicano all’Unione petrolifera, secondo cui «l’ottusità di alcune associazioni dei consumatori è ormai senza limiti, impermeabile a qualsiasi evidenza numerica».

In effetti, per i carburanti l’andamento dei prezzi è determinato dall’indice Platts (un’agenzia specializzata indipendente) che tiene conto delle condizioni della domanda e dell’offerta dei prodotti raffinati sui mercati internazionali. Un andamento su cui spesso influisce anche la produzione delle raffinerie. Un esempio: se viene sospesa l’attività, anche in un solo grande impianto americano magari per la manutenzione periodica, comportando quindi un improvviso squilibrio nell’offerta, le quotazioni di benzina e di gasolio ne risentiranno non solo negli Stai Uniti, ma anche nel mondo intero. Non resta quindi che aspettare gli effetti, che però richiederanno tempi non brevi, del «protocollo di lavoro» definito al ministero dello Sviluppo economico, che prevede, tanto per cominciare, l’adozione del prezzo settimanale per ogni eventuale rincaro dei carburanti, e il raddoppio in un anno dei distributori self service. Tutto fermo, invece, per quanto riguarda l’ipotesi di sterilizzare l’Iva, imposta che per inciso va a gravare, oltre che sul costo della materia prima, anche sull’accisa dello Stato. In pratica, la tassa sulla tassa. E su questo fronte, l’ ultima parola spetta al Tesoro.

Gabriele Dossena
23 maggio 2010

Minzolini e la ribelle Busi «Non mi piace chi dà giudizi usando la mimica facciale»

Corriere della Sera
«La Chimenti è brava e ha un’immagine nuova»

L’intervista - Il direttore del Tg1: non parlo con lei da febbraio, dopo le sue parole sulla ricostruzione dell’Aquila

Minzolini e la ribelle Busi «Non mi piace chi dà giudizi usando la mimica facciale»


ROMA - Augusto Minzolini, direttore del TG 1, sa cosa ha detto il presidente della Rai, Garimberti?
«Cosa?».

Che al Tg 1 "siamo oltre la disinformazione, siamo alla reticenza".
«Paolo Garimberti... Siamo tutti giornalisti e per fortuna esistono le collezioni dei giornali. Ebbene, ho avuto molti più problemi io con il cosiddetto "potere" di quanti non ne abbia mai avuti lui».

Lei è sotto attacco per il "caso Busi". La conduttrice del Tg 1 delle ore 20 lascia quella postazione ambitissima in polemica con la sua direzione. E’ la prima volta che accade.
«La Busi era lì da 18 anni. Io credo che la conduzione sia un ruolo che consuma. Tiziana Ferrario, che io ho spostato, conduceva da 29 anni. Generazioni di giornalisti non hanno avuto spazio per mettere un cappello: su quella sedia c’erano sempre le stesse».

Negli Stati Uniti i grandi "anchor man" (e woman) durano a vita.
«Ma molti di loro fanno un lavoro diverso: scrivono in prima persona le notizie, organizzano, poi conducono. Maria Luisa Busi negli ultimi 10 anni ha firmato sedici servizi».

Ora, lei fa largo ai giovani: alle 20, dalla prossima settimana, vedremo Laura Chimenti. Perchè è stata scelta?
«E’ brava, ha un’immagine nuova. Busi afferma che nel suo Tg non ci sono le liste di attesa in ospedale, le persone che perdono il lavoro, le scuole senza carta igienica. Mentre ci sono i ministri Brunetta e Gelmini che "digitalizzano" la scuola. Le conduttrici di cui abbiamo parlato accompagnano le notizie con la mimica facciale, danno giudizi indiretti: questa è positiva, questa è negativa... La Chimenti invece non commenta, offre le notizie, con velocità, ritmo».

E’ una sua fedelissima? Come lei cominciò all’agenzia Asca...
«Macché. L’ho trovata, come ho trovato tutti. Ho confermato tutti i caporedattori, a parte Massimo De Strobel, che stava lì da vent’anni. Ma il Tg di vent’anni fa si faceva come quello di oggi?».

Maria Luisa Busi ha scritto che lei ha "dirottato" il Tg 1.
«Prendiamo i dati di venerdì, Tg delle 20: siamo 5,7 punti di share sopra il Tg 5. Nelle due prime settimane di maggio del 2009, direzione Giubilo -molto in sintonia con la Busi-il vantaggio era di due punti, nelle prime due del maggio 2010 i punti erano 3,7».

Gli ascolti non sono tutto. Busi dice che il Tg 1 va verso una "definitiva perdita di credibilità".
«Visione banale! Il "pianeta Italia" si divide fra Rai e Mediaset. Per crescere, io devo conquistare parte del pubblico Mediaset e di qui vengono certe scelte sui contenuti».

Busi afferma che nel suo Tg non ci sono le liste di attesa in ospedale, le persone che perdono il lavoro, le scuole senza carta igienica. Mentre ci sono i ministri Brunetta e Gelmini che "digitalizzano" la scuola.
«Ma no, ma no! Noi riportiamo tutto. Però, mi sembra giusto sottolineare che nonostante la crisi economica il sistema Italia tiene, che il tasso di disoccupazione è inferiore a quello di altri paesi».

Busi scrive che ci sono troppi servizi tipo "Caccia al coccodrillo nel lago" e "Mutande antiscippo".
«Io quei servizi li metto negli ultimi dieci minuti, quando la gente comincia ad essere stanca. Il Tg 5 ci superava sempre sul finale, da mesi non accade più».

Lei aveva deciso di spostare Maria Luisa Busi alla conduzione delle 13,30?
«Dopo i suoi giudizi sulla ricostruzione all’Aquila, dopo la sua intervista a Repubblica contro di me, avevo pensato di darle una posizione meno esposta».

E’ vero che per la Busi sarebbe pronto una posto di conduzione al Tg 3?
«Non so, non parlo con lei da fine febbraio, da quei giudizi sull’Aquila. Non mi piace chi sputa nel piatto dove mangia: sarebbe normale se andasse via».

Risponderà alla lettera che le ha mandato?
«Non ci penso proprio. Ma se vuole restare al Tg 1, un posto per lei ci sarà sempre».

Andrea Garibaldi
23 maggio 2010

Mazzetta da 40 mila dollari Un video inchioda la Ferguson

Corriere della Sera
Un reporter del News of the World, munito di telecamera nascosta, incastra la duchessa di York

la donna promette, in cambio di denaro, di intercedere presso l'ex marito principe andrea

Mazzetta da 40 mila dollari Un video inchioda la Ferguson


Un frame dal video del «News of the World»
Video
LONDRA - Una mazzetta da 40 mila dollari sistemati, come ai tempi di Tangentopoli, dentro una valigetta. Che Sarah Ferguson prende con nonchalance, inconsapevole del fatto di essere stata incastrata da un finto imprenditore. Fa tremare Buckingham Palace (malgrado Fergie sua divorziata dal principe Andrea dal 1996) il video del News of the World. Il domenicale inglese ha teso un trappola alla duchessa di York: un reporter del tabloid si è finto imprenditore e, armato di una telecamera nascosta, si è presentato dalla Ferguson chiedendole di agevolargli l'accesso ad Andrea, rappresentante speciale per il commercio e gli scambi del Regno Unito.

500 MILA STERLINE - Fergie, come la chiamano gli inglesi, non si è tirata indietro, secondo quanto si vede nel filmato, ha chiesto in cambio 500.000 sterline (575.000 euro), aggiungendo una frase magica: «Lei si prenda cura di me e io mi occuperò di lei... La sua ricompensa sarà dieci volte maggiore. Le aprirò qualunque porta». Poi, prende una borsa nera con dentro 40.000 dollari.

«NON HO UN SOLDO» - «Non ho un soldo», ha poi detto Sarah al suo interlocutore - al quale ha spiegato che il suo accordo di divorzio l'ha lasciata con un assegno da 15 mila sterline (più di 17 mila euro) l'anno. «Sono una contribuente britannica, ho lasciato la famiglia reale per la libertà e sono sul lastrico. Non ho speranze». La portavoce di Sarah - che è madre delle principessine Beatrice e Eugenie - ha detto di non essere stata messa al corrente dell'incontro, di essere «furente» per l'accaduto e ha definito «ingenua» la contessa. Nessun commento da Buckingham Palace.

Redazione online
23 maggio 2010

Militia minaccia Alemanno: «Stia attento, se parliamo resta sindaco per mezz'ora»

Il Messaggero

«Stiamo preparando un dossier su di lui».
Il primo cittadino: minacce di ricatti oscure inconsistenti, non ho paura

ROMA (22 maggio) - Il giorno dopo il blitz contro Militia, che ha portato alla denuncia di Maurizio Boccacci, Stefano Schiavulli, Massimiliano De Simone e Giuseppe Pieristè, i militanti del movimento che si autodefinisce fascista hanno convocato una conferenza stampa nella palestra Primo Carnera, lanciando minacce contro il sindaco Alemanno. I quattro denunciati sono accusati di apologia del fascismo, diffusione di idee fondate sull'odio razziale ed etnico e violazione della Legge Mancino per le azioni realizzate contro la comunità ebraica romana Gianni Alemanno.

«Alemanno non faccia il nostro giudice infamandoci e stia attento: sappiamo cose di lui che se fossero rese note, Alemanno resterebbe sindaco un'altra mezz'ora». A parlare, Stefano Schiavulli, che ci tiene a dire: «Parlo a nome di Maurizio Boccacci, è lui che mi ha chiamato chiedendomi di dirvi queste cose». A chi gli chiede quali informazioni abbia in mano Militia sul passato del sindaco, Schiavulli risponde: «Ora non è il momento di parlarne, stiamo preparando un dossier che tireremo fuori nel momento opportuno».

Militia ha annunciato inoltre nuove azioni dimostrative nella Capitale. «Dall'88 al '91 ho passato delle notti con Alemanno ad attaccare i manifesti di Forza Nuova a Montesacro», ha detto un altro indagato, Massimiliano De Simone. Gli esponenti hanno etichettato il sindaco di Roma con epiteti offensivi, parlando di «compromessi cui il sindaco è dovuto scendere con i sionisti, i palazzinari ed il Vaticano per essere eletto».

«Stiamo pensando di aprire altre sedi a Roma e siamo convinti che dopo l'attacco di ieri abbiamo acquisito maggiori consensi. Nella capitale contiamo circa 150-200 simpatizzanti, 30-40 militanti. Per l'assemblea che si svolgerà oggi abbiamo contattato un centinaio di persone che verranno da tutta Italia. Oggi dobbiamo contarci», hanno aggiunto gli esponenti di Militia. In merito alla palestra popolare Primo Carnera, perquisita ieri dai Ros, i leader del movimento hanno spiegato che la loro è una «associazione autorizzata dall' Agenzia delle entrate. Il nostro è un movimento fascista che come punti saldi ha l'anticapitalismo, contro la società multirazziale e l'immigrazione e per l'antisionismo. Non siamo terroristi. Continueremo a fare ciò in cui crediamo, non ci fermeranno. La magistratura è antifascista e repressiva, ma noi non faremo piagnistei: siamo fascisti e ci rifacciamo al fascismo repubblicano».

«No, non siamo mai stati ad Auschwitz e non ci andremo. Ma se Pacifici ci chiede di andare lì, lui vada ad assistere agli stermini in Palestina», hanno anche detto gli esponenti di Militia. Quanto alle intercettazioni nelle quali, secondo i Ros, stavano pianificando attacchi violenti al presidente della comunità ebraica, Riccardo Pacifici, ed al sindaco di Roma, Schiavulli e De Simone hanno spiegato che «erano telefonate fatte scherzosamente ed estrapolate dal contesto. C'era uno scambio di battute in cui si parlava di uno sparo in testa mentre ridevamo. Inoltre il machete che ci hanno trovato era per tagliare i rami del giardino all'esterno della palestra e i cosiddetti manici di piccone sono stati trovati in palestra perchè servono per allenarci, ma è chiaro che se dovessimo venire attaccati da qualcuno li utilizzeremmo per difenderci», hanno proseguito ricordando il rischio di attacchi contro di loro durante l'anniversario della morte di Valerio Verbano a febbraio. A proposito di Maurizio Boccacci, uno dei leader di Militia e noto estremista di destra, gli esponenti hanno riferito che lui «sta lottando contro due tumori: ha vissuto da fascista e morirà da fascista».

«Come non mi sono fatto intimorire dagli striscioni contro di me che sono stati affissi negli ultimi due anni, così non mi faccio certo intimorire da oscure e inconsistenti minacce di ricatti sul mio passato o sul mio presente politico - replica Alemanno - Nella nostra città chiunque può manifestare le proprie idee politiche a patto che non siano propaganda di odio, di razzismo e di antisemitismo. Roma ha già pagato un prezzo troppo alto alle culture dell'odio di destra e di sinistra e non vuole tornare indietro».



Grasso: non solo la mafia voleva eliminare Falcone

Il Secolo xix

«Non solo la mafia aveva interesse a eliminare Giovanni Falcone. Lui non voleva combattere la mafia e l’illegalità a metà, le voleva eliminare dalle fondamenta. Voleva tagliare le relazioni tra la mafia e gli altri poteri. E su questo le indagini sono ancora attuali». È quanto ha affermato il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, durante un incontro con gli studenti sulla Nave delle Legalità, attraccata stamani al porto di Palermo.

I ragazzi, partiti ieri pomeriggio da Civitavecchia, in serata hanno avuto modo di confrontarsi con il procuratore Grasso, il capo dipartimento per la programmazione del Ministero dell’Istruzione, Giovanni Biondi, il responsabile per la legalità di Confindustria, Antonello Montante, Andrea Colucci di Confcommercio e Giulio Bacosi, avvocato di Stato. I relatori hanno risposto alle domande degli studenti e Piero Grasso ha raccontato a lungo la sua amicizia con Falcone, di cui oggi ricorre il 18/mo anniversario dalla morte. «Il rapporto d’amicizia tra noi due - ha detto Grasso - è cominciato dopo il maxiprocesso. Poteva sembrare una persona altezzosa e sprezzante, ma nell’intimità, con gli amici, era una persona diversa: scherzosa, quasi demenziale, e molto affettuosa con i nostri figli. Aveva una grande forza, nonostante le avversità ogni volta si ritirava su ed era pronto a lottare di nuovo». Grasso ha quindi spiegato il mutamento che la mafia ha avuto dalle stragi a oggi: «Ha fatto un salto di qualità, ha capito che le stragi non pagano e cerca di rendersi invisibile. La forza della mafia oggi è questa: non ha visibilità e si ristruttura e si organizza negli affari, diventando sempre più potente».

Pertanto, secondo Grasso, è importante educare i ragazzi alla legalità: «I problemi non si risolvono mettendo in carcere i mafiosi, ma se voi giovani riuscirete a costruire una classe dirigente che dica no alla mafia e all’illegalità’’. Biondi ha quindi evidenziato l’utilità dell’ora di Costituzione a scuola: «Aiuta a trasformare i principi della Costituzione in azioni civili, altrimenti la Costituzione rimarrebbe solo un libro». In chiusura, Montante si è rivolto ai ragazzi invitandoli a «indignarsi anche per poco e a non tollerare l’illegalità. Solo così il paese potrà tornare alla normalità».



L’ultima minaccia di Santoro: forse resto

di Paolo Bracalini

Con una telefonata furibonda dopo il programma di Paragone che ha osato criticarlo, il conduttore avverte il dg Masi: "Mando tutto all’aria".

Ma è un trucco per alzare il prezzo e accattivarsi il pubblico. 

Lo scetticismo dei fan: "Comunque finisca incassa sempre"



 

Una telefonata di fuoco, Santoro da una parte, il direttore generale Rai dall'altra. Un semplice scatto d'ira del conduttore barricadiero, un crollo di nervi nel pieno del braccio di ferro con l’azienda (e con l’opinione pubblica, fan compresi, che ormai sembra averlo scaricato)? Parrebbe di no, anzi parrebbe tutt'altro, un gesto calcolato nella delicata (e milionaria) partita a scacchi con la Rai per decidere i termini dell'eventuale separazione consensuale. Tutto, s'intende, a vantaggio del ribelle catodico. Notte di venerdì, è appena finito L'Ultima parola, il programma di Gianluigi Paragone su Raidue, la stessa rete di Santoro. Tema della puntata, proprio lui: Santoro.

L'inventore di Annozero è infuriato, non ha gradito affatto - lui maestro di processi tv - il processo a lui medesimo, per giunta su una rete della tv pubblica con cui sta trattando l’uscita a suon di milioni. Prende il telefono e compone il numero di Masi, dg Rai: «Se questo è il comportamento dell’azienda verso di me allora mando tutto all’aria e rifaccio Annozero», avrebbe tuonato Santoro al telefono con Masi. Difficile sapere il resto della sfuriata, più facile comprendere l’effetto desiderato della scenata.

Lamentandosi col direttore generale, nella fase decisiva per la risoluzione del suo caso, Santoro vuole forzare evidentemente la mano e alzare la posta. Se «tutto va all’aria», Santoro rimane dov’è, togliendosi di dosso la puzza del «venduto», con poi una variabile inestimabile per la sua immagine: quella di addossare la responsabilità della sua uscita alla cattiva coscienza della tv pubblica, che lo maltratta e lo «mobbizza», e non invece a una scelta personale, peraltro economicamente invidiabile.

Per questo, raccontano gli esperti di cose Rai, ieri il dg Masi si è affrettato a comunicare, tramite una nota alle agenzie, il suo «sconcerto» per la puntata dell’Ultima parola, «come comunicato peraltro agli interessati». Come dire: i vertici Rai prendono le distanze da qualsiasi giudizio critico sulla questione Santoro, che vorrebbero piuttosto chiudere al più presto, anche a costo di fornire al giornalista uno «scivolo» di 2 milioni e mezzo di euro più un contratto di collaborazione per sette puntate di docufiction da 1 milione di euro l’una, così da sfiorare i 10 milioni di euro di incasso garantito per lui e la sua futura società di produzione tv.

Ma se la direzione generale Rai punta a mettere la firma sull’addio, Santoro non è altrettanto convinto di far calare il sipario sui suoi 30 anni in Rai. O almeno, non alle condizioni già stabilite. Andare o restare? Il dubbio è atroce, lo spazio per un dietrofront è sottile, ma c’è. Sulla strada del possibile ripensamento si registra anche il surreale rimpallo di responsabilità tra il conduttore e i consiglieri «amici» del Pd. «Dovete chiedermi voi di restare in Rai», dice lui. «No, sei tu che devi dire pubblicamente di voler rimanere in azienda», rispondono loro. Una commedia che ha un doppio fondo. Il nodo, a quanto pare, sta in una parolina del documento con cui le parti si sarebbero accordate informalmente: l'esclusiva.

Il progetto iniziale di Santoro (mediato da Lucio Presta, il manager delle star tv specializzato in contratti milionari, da Bonolis alla Perego alla Ventura) era di mettersi in proprio con una società di produzione televisiva libera di ripetere l'esperienza vincente di Raiperunanotte, l'edizione solo web del talk show santoriano. Invece, la bozza d'intesa con la Rai prevede un rapporto esclusivo della tv pubblica con l'autore di Annozero, quindi una situazione ben diversa dall'aspirazione di indipendenza (ma lautamente foraggiata dal servizio pubblico) di Santoro, di una tv tutta sua.

Di qui i dubbi del giornalista, motivati anche dalla pessima impressione prodotta nel suo pubblico dalla contrattazione milionaria della sua uscita, e quindi il cambio di rotta rispetto al divorzio iniziale.
Come in ogni trattativa, le parti giocano al rialzo, in questo caso però chi aumenta la posta sul tavolo è solo Santoro. Maestro di comunicazione tv, il giornalista sta abilmente costruendo le basi per un «rientro» (anzi, per una non uscita) che rafforzi l’immagine di martire e resistente. Finora ci è riuscito. Se riuscisse anche stavolta sarebbe veramente un «genio», come sostiene il suo amico Travaglio.

Van Straten:"Santoro ci chiese il voto per lasciare la Rai"

La Stampa

Consigliere Rai di minoranza: «Io e Rizzo Nervo volevamo che proseguisse»
PAOLO FESTUCCIA

ROMA

A questo punto facciamo un po’ di chiarezza». Giorgio Van Straten, consigliere di minoranza del cda della Rai, torna sul caso Michele Santoro ripartendo proprio da quella lunghissima anteprima di giovedì scorso di «Annozero».

Consigliere, lei, Zavoli, Berlusconi, i giornali, siete tutti finiti nel mirino di Santoro: come le è sembrata l’ultima puntata di «Annozero»?
«Per la verità a quella domanda di Santoro a Zavoli, ma rivolta anche a noi consiglieri di minoranza, io avevo già risposto due mesi fa».

Come, due mesi fa, perché?
«La trattativa è partita oltre due mesi fa. Santoro venne da noi. Chiese un incontro a me e al collega Nino Rizzo Nervo. In quell’occasione ci mise al corrente di un possibile accordo che stava discutendo con la direzione generale della Rai. Sostenne che nella condizione attuale probabilmente sarebbe stato meglio che non continuasse a fare “Annozero”».

E lei cosa rispose?
«Che proprio per le ragioni cui Santoro faceva riferimento sarebbe, invece, stato meglio che proseguisse con la conduzione del programma. Sottolineando, tra l’altro, che avremmo fatto di tutto per difendere quel talk show ma anche tutte quelle trasmissioni che contribuiscono a creare una condizione di pluralismo all’interno del servizio pubblico televisivo».

Ma Santoro, poi, ha agito diversamente e autonomamente senza tener conto delle sue valutazioni?
«Quando il presidente Garimberti ci ha consultati in vista del cda sul caso Santoro ci ha detto che il giornalista stesso aveva posto come condizione per il buon esito della trattativa un voto ampio di maggioranza».

Valutazioni diverse, dunque, alle sue e a quelle di Rizzo Nervo...
«Presumibilmente è così. Magari ha anche tenuto conto delle nostre valutazioni, ma ha fatto altre scelte».

Come nasce la trattativa con il dg della Rai?
«Da molti anni esiste, diciamo, un caso Santoro a viale Mazzini. E Michele ha ragione nel ritenere che il suo lavoro è sempre stato difficile, complicato e fortemente logorante. Probabilmente in questo clima è maturata la decisione. Una decisione, lo ribadisco, sulla quale già due mesi fa avevamo dato una risposta, insistendo, tra l’altro, che un’eventuale rinuncia a Santoro avrebbe significato una perdita per l’azienda sia in termini editoriali che commerciali».

Lei sarebbe disponibile a dire a Santoro di restare?
«L’ho già fatto. E ho anche motivato le mie ragioni. Certo non posso garantire a Santoro, visto che l’azienda viene gestita in una logica di maggioranza e minoranza, e quindi politica, che il suo lavoro si svolga senza intoppi. Poi sa che le dico?...».

Cosa, consigliere...
«Che Santoro, magari, potrebbe chiedere di andare anche su un’altra rete, dove magari sarebbe anche meglio supportato».

Certo è, però, che le cifre di questi ultimi giorni sulla «liquidazione» del conduttore di «Annozero» e il contratto per 14 docufiction in due anni qualche malumore lo hanno generato...
«Questo è ingiusto. E’ una polemica decisamente fuori luogo. Santoro in Rai guadagna molto bene, come del resto molti altri che hanno successo e portano introiti pubblicitari nelle casse dell’azienda. I conti per la sua uscita anticipata dall’azienda sono il frutto di quanto maturato in questi anni. Per quel che riguarda il resto, Santoro fornirà dei prodotti che la Rai acquisterà allo stesso prezzo di mercato con cui acquista altri prodotti del genere, forse anche un po’ meno».

Ma chi prenderà il posto di Santoro su Raidue?
«Nell’immediato credo che nessuno voglia raccogliere un’eredità così difficile».



Cavaliere, mi cacci come Santoro Buonuscita inclusa

di Paolo Granzotto

Caro Granzotto, la vicenda che riguarda Annozero e il suo conduttore Michele Santoro dà da pensare. Da un lato, è inutile sottacerlo, c’è la soddisfazione di non vedere più in video quell’urlante tribunale del popolo con tutte le sue menzogne, esagerazioni e travisamenti della realtà che ne costituivano l’essenza antiberlusconiana. Dall’altro c’è il dubbio che togliendo Annozero dal palinsesto si sia voluta portare a termine una rappresaglia annunciata ai tempi dell’editto bulgaro e tutto ciò ai danni dell’informazione, anche se drogata e smaccatamente di parte. Stupisce poi, specie di questi tempi, l’entità della buonuscita (si parla di 10 milioni), a un dipendente che in ogni caso manterrebbe con l’azienda Rai un rapporto di collaborazione. Tutto ciò mi impedisce di dare un giudizio sereno sulla vicenda e perciò le chiedo che effetto le ha fatto la chiusura di Annozero.
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A dirle la verità, caro Monetti, non mi ha fatto né caldo né freddo. Non ho mai subito il fascino di Santoro che resta e resterà il «Michele chi?» del fu presidente della Rai (in quota sinistra) Enzo Siciliano. Per quanto mi riguarda, avrebbe potuto tranquillamente orchestrare il suo Annozero per altri vent’anni, ma mi va benissimo anche che sbaracchi: non avendone mai vista una sola puntata, non mi mancherà di certo. Riconosco comunque a Santoro lo straordinario talento nel praticare quella filosofia di vita, personale e professionale, ben riassunta nella massima partenopea del «chiagne e fotti». Alimentando, con un ininterrotto «chiagnere» la sua condizione di eterno perseguitato dalle forze oscure del male (Berlusconi), un sempre più apprezzabile «fottere» sotto forma di prebende milionarie.

Buon per lui, naturalmente. L’altra santoresca eccellenza risiede nell’aver gabbato mezz’Italia dando a intendere d’essere l’unica autentica spina nel fianco della destra (berlusconiana, va da sé). Se fu e se in futuro sarà davvero spina, cento di queste spine. Perché, dati alla mano, Michele Santoro e le sue sarabande mediatiche hanno avuto sull’opinione pubblica l’effetto dell’acqua fresca: non solo non hanno contribuito a rafforzare d’un solo voto lo schieramento sinceramente democratico, ma ne ha accelerato lo sfascio, confermandosi uno dei più validi fiancheggiatori del fronte liberalberluscodemocratico. E, nella sua veste di efficiente quinta colonna, «Michele chi?» ci mancherà, caro Monetti, questo va detto.

Vorrei aggiungere che se sul fatto in sé, sull’affaire Santoro, il mio interesse è zero, non altrettanto posso dire dei suoi risvolti. Avrà forse notato, caro Monetti, che il giornalismo militante - i Travaglio, i Maltese e compagnia cantando - ha dato del colpo gobbo santoriano una versione molto sinceramente democratica. Santoro, cioè, non sarebbe vittima della sua legittima, sacrosanta e perfino encomiabile («Enrichissez vous!», «Arricchitevi!», l’urlo di guerra del buon Guizot fa ancora aggio) cupidigia, ma della vendetta di Berlusconi, che finalmente è riuscito a farlo fuori.

Bene. Se le cose stanno così io, qui, da questo «Angolo», mi appello a Silvio Berlusconi: Cavaliere, mi faccia fuori! Si prenda la sua vendetta per quella volta che scrissi peste e corna dei cento e cento cactus di Villa Certosa (se lo ricorda, nevvero?). Mi schiacci, mi obblighi alla resa, mi tolga la penna come ha tolto il microfono a Santoro. Mi renda un martire dell’informazione: non aspiro ad altro. Creda. Oh, Cavaliere amatissimo, sia chiaro: naturalmente alle stesse condizioni di Santoro: buonuscita di dieci milioni di euro e un milione di euro l’anno per qualche docufiction. Non so cosa siano, ma imparo in fretta, io (per una milionata di euro l’anno, in frettissima).

La Cassazione: lecite le riprese video se non sono invadenti

IL Secolo xix

Riprendere scene di vita quotidiana all’aperto può essere violazione della privacy, ma se non vi sono ostacoli alla visuale né malizie da parte di chi riprende, non si può dire che questo costituisca reato.

Partendo da un caso successo a Imperia, la Cassazione in una sua sentenza - la numero 47165 della Quinta sezione penale - spiega dettagliatamente quando le scene di vita catturate non all’interno di un locale ma dall’esterno possono, o meno, essere lecite. Innanzitutto, scrivono i supremi giudici, «è imprescindbile accertare se, all’atto dell’intrusione nella sfera privata», si frappongano «preclusioni alla ripresa ovvero se, per conseguire la captazione» vengano adotatti tutti «gli accorgimenti volti a superare infissi, recinzioni» e ogni altro ostacolo che precluderebbero «naturalmente la visione». Traducendo: chi riprende non deve cercare di superare ostacoli come tendaggi o steccati, il che dimostrerebbe la sua volontà di violare la privacy altrui. Viceversa, se le riprese avvengono in luoghi visibili da tutti e senza tentativi di superare ostacoli, a quel punto le persone inquadrate fanno parte del paesaggio e ne sono consapevoli.

La Suprema Corte fissa i paletti per le riprese video, annullando una condanna per interferenze illecite nella vita privata nei confronti di una coppia residente ad Imperia, Herman e Irmgard W., che si era vista condannare per interferenze illecite nella vita privata (reato punito dall’art. 615 bis c.p.), per avere effettuato riprese dei movimenti delle figlie dei vicini di casa attraverso una telecamera, mentre giocavano nel giardino confinante.

La doppia condanna per le riprese video illecite, alla coppia, era stata inflitta sia dal Tribunale di Imperia (febbraio 2006) che dalla Corte d’appello di Genova, nel marzo 2009. Ora la Cassazione ha accolto le ragioni esposte dalla difesa della coppia autrice delle riprese. In particolare, a piazza Cavour i difensori di Hermann e Irmagard hanno fanno notare che «le scene captate erano agevolmente percepibili ad occhio nudo, non esistendo ostacoli fisici alla visione del giardino confinante da parte dell’abitazione degli stessi». E la Cassazione, rinviando il caso alla Corte d’appello di Genova, ha giudicato «giustificato» il quesito posto che, se confermato, «esclude» il reato punito dall’art. 615 bis del codice penale.

La Suprema Corte rileva ancora che, nel giudicare se le riprese possono essere ammesse o meno «è necessario bilanciare l’esigenza di riservatezza (che trova presidio nella normativa costituzionale quale espressione della personalità dell’individuo nonchè la protezione del domicilio, pur esso assistito da tutela di rango costituzionale, che dispiega severa protezione dell’immagine), e la naturale compressione del diritto imposta dalla concreta situazione di fatto o, ancora, la tacita, ma inequivoca rinuncia al diritto stesso, come accade nel caso di persona che, pur fruendo di un sito privato, si esponga in posizione visibile da una pluralità indeterminata di soggetti».

In proposito, la Cassazione fa l’ esempio del «balcone aggettante e visibile dalla pubblica via».

Insomma, per verificare se il video è `fuorilegge´ bisogna verificare se «per conseguire la captazione siano stati adottati accorgimenti volti a superare» le barriere che diversamente «vieterebbero la visione». Senza fornire un «ragguaglio puntuale», avvisa la Cassazione, il giudice non può condannare.