venerdì 21 maggio 2010

Caso Marrazzo, il teste: "Incontrava trans dal '97 Lo sapevano tutti quanti"

di Redazione

Nell’incidente probatorio Maureen De Paula Monteiro rivela: "Nel giro si sapeva che Piero Marrazzo frequentava trans da anni.

Ho saputo che già nel 1997 aveva incontri con loro e che pagava in lire"



 

Roma

"Nel giro si sapeva che Piero Marrazzo frequentava trans da anni. Ho saputo che già nel 1997 aveva incontri con loro e che pagava in lire. Allora erano Zezè, che ora è morta, e Grace i suoi riferimenti, solo in seguito vennero Paloma, Natali e Brenda". È la testimonianza resa da Maureen De Paula Monteiro nell’incidente probatorio disposto dal gip Renato Laviola su richiesta della procura che si è occupata del caso Marrazzo.

Il racconto choc Al racconto del trans hanno assistito in aula due dei quattro carabinieri "infedeli" indagati, Simone Tagliente e Nicola Testini; hanno preferito disertare l’appuntamento in tribunale Luciano Simeone e Antonio Tamburrino. A rivelare il giro di frequentazioni assidue dell’ex Governatore del Lazio sarebbero state, secondo Maureen, proprio Brenda (poi deceduta il 23 novembre nel suo monolocale in via Due Ponti) e Natali, il viado con cui Marrazzo fu sorpreso il 3 luglio in un appartamento in via Gradoli da Tagliente e Simeone: "Erano due chiacchierone - ha detto Maureen - erano le più pericolose perchè amavano vantarsi dei clienti noti che avevano".

Il video che incastra Marrazzo In aula non è mancato il solito riferimento a un video sull’ex uomo politico: "Da Rachele ho saputo che c’era un filmato di Marrazzo con Brenda e Michelle". Tra gli argomenti affrontati dal gip, anche una serie di rapine che i militari ’infedelì avrebbero compiuto ai danni di alcuni trans. I loro legali, alla luce dell’ultima giornata di audizioni, hanno espresso non poche riserve sull’attendibilità di chi è stato sentito in aula. "Quanto emerso dall’incidente probatorio è importante per le difese - è la valutazione conclusiva dell’avvocato Ambra Giovine che assiste uno dei militari - sono emersi dubbi sulla credibilità di Natali e sullo stesso Marrazzo, le cui posizioni sono strettamente collegate. Natali avrebbe dovuto essere indagata da subito quando ha riferito agli inquirenti di aver comprato droga non per sé, in quanto non assuntrice di sostanze stupefacenti, ma per i clienti che gliela chiedevano". 



Don Colmegna: «I rom hanno cacciato noi volontari da via Triboniano»

Corriere della Sera

Volantini al campo dopo i disordini.
Domenica assemblea del Comitato antirazzista. Un arresto


MILANO

Dopo la sassaiola, gli scontri con la polizia e i disordini di giovedì sera la tensione rimane alta nel campo rom di via Triboniano a Milano, presidiato dalle forze di polizia. A farne le spese, denuncia don Virginio Colmegna, sono stati gli operatori della Casa della Carità, che da anni operavano tra i nomadi del campo assicurando, oltre alla solidarietà, anche un tenue filo di dialogo con le istituzioni. Ora hanno dovuto andarsene. «Hanno individuato anche noi come i nemici, stanno circolando volantini nel campo nei quali anche noi veniamo descritti come una controparte», riferisce don Virgilio Colmegna, direttore della Casa della Carità. «Purtroppo questo clima di tensione non giova a nessuno, né ai rom né tantomeno alle istituzioni, magari solo a qualche "falco" che vede nello sgombero entro giugno la soluzione a tutti i problemi. Ma guai a pensare in questo modo. Ma sta di fatto che da oggi i nostri volontari non sono più presenti in via Triboniano, anche se assicuriamo a chi ce lo chiede un pasto o una doccia calda».

«RISCHIO ANTAGONISMO SOCIALE» - Don Colmegna dice di essere «non certo rassegnato» ma «sinceramente preoccupato». A suo giudizio, questo clima giova soltanto «a chi generalizza, a chi pensa che tutti i rom sono non-integrabili, a quelli che sostengono che vanno allontanati, a chi vuol creare un antagonismo sociale anche con il problema rom, un antagonismo che non ha alcuno sbocco: il risultato, grave, è che da ieri si è individuato anche in chi ha fatto e fa mediazione sociale un nemico». Don Colmegna passa quindi alla parte propositiva: «Se ci sono proposte per borse lavoro, se ci sono effettive opportunità di un alloggio messe a disposizione dal Comune, si passi dalle promesse ai fatti: ci sono famiglie rom, anche in altri campi, che sarebbero disposte a lasciare la precarietà. A nessuno piace vivere in quelle condizioni: appena qualche giorno fa in via Triboniano sono saltate le fogne. Lo sgombero non deve e non può essere la soluzione».

Video

ASSEMBLEA DOMENICA - Intanto il Comitato antirazzista di Milano, che ha indetto un'assemblea cittadina nel campo di via Tiboniano domenica 23 maggio alle ore 15, fornisce la sua versione dei fatti di giovedì. Il presidio in piazza della Scala «era autorizzato», sostiene il comitato (in realtà c'era stato uno scambio di telefonate e fax), e i rom non erano in corteo, ma stavano solo andando a prendere il tram 14, l'unico mezzo pubblico in zona, per recarsi al presidio stesso. Il campo rom di via Triboniano, nel quale vivono circa 600 rom, è un campo autorizzato, che il Comune di Milano intende chiudere perché sull'area dovrà passare un'arteria di collegamento con i padiglioni di Expo 2015. I rom intendevano manifestare contro la mancanza di alternative dopo lo sgombero. «Il presidio, deciso nell'assemblea pubblica tenutasi domenica 16 maggio, era stato comunicato alle autorità competenti già lunedì mattina - si legge in un comunicato del Comitato antirazzista -, prima per via telefonica e, avendo avuto un riscontro positivo, di seguito anche via fax». «I rom sono usciti dal campo poco dopo le 16 per raggiungere i mezzi pubblici e andare al presidio di piazza della Scala, quando uno sbarramento di polizia e carabinieri gli ha fattivamente impedito di andare a prendere il tram 14, unico mezzo di comunicazione per raggiungere il centro città», prosegue il comunicato.

I LACRIMOGENI - «Per ben tre volte la polizia ha dovuto arretrare scomposta e solo dopo aver lanciato decine di lacrimogeni e aver scagliato un blindato contro i rom, è riuscita a sfondare e a farsi largo nel campo», riferisce il comunicato. «Le forze dell'ordine hanno sparato i lacrimogeni dentro il campo - afferma Stoican Petre, uno degli anziani che ha trattato ieri pomeriggio con la polizia prima dei tafferugli -. C'erano donne e bambini che piangevano, non si respirava. Ho chiesto al responsabile della Polizia di non caricarci, ma non c'è stato nulla da fare. Di fronte alla sede della Protezione civile (a circa 300 metri dal campo, ndr) siamo stati fermati. Abbiamo deciso di tornare al campo e da lì abbiamo chiesto che venisse qualcuno del Comune per parlare con noi, visto che ci veniva impedito di arrivare a Palazzo Marino. Il responsabile della Polizia presente ci ha detto che se non ci fossimo dispersi ci avrebbero caricati e così hanno fatto, anche se noi eravamo dentro il campo».

ARRESTO - Il pm di Milano Luca Poniz ha chiesto la convalida dell'arresto di un nomade arrestato ieri, con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Secondo l'accusa, avrebbe aggredito e ferito due carabinieri. Il pm ha trasmesso la richiesta di convalida al gip. Proprio per paura dell'arresto, i rom feriti durante gli scontri non si sono fatti medicare negli ospedali. «Saranno una trentina - racconta un giovane rom che vuole mantenere l'anonimato -. Alcuni forse questa notte sono andati in qualche pronto soccorso, ma non hanno detto che si erano feriti negli scontri, hanno magari detto che sono caduti, perché avevano paura di essere arrestati».

DIJANA PAVLOVIC - L'attrice e mediatrice culturale rom Dijana Pavlovic dà questa interpretazione dei fatti: «Le istituzioni non dialogano con i rom, c'è solo il comitato antirazzista che parla con loro e porta avanti assemblee». Da settimane gli esponenti del comitato si riuniscono in assemblea con i rom, e ieri avevano detto loro di aver organizzato una manifestazione per portare un documento a Palazzo Marino, anche questo scritto da loro e firmato dai rom. La manifestazione non è stata autorizzata ma, secondo quanto riferiscono i nomadi, a loro è stato detto il contrario dagli antirazzisti. Da qui, la rabbia dopo il rifiuto degli agenti a farli muovere in gruppo. Nel documento che i rom volevano consegnare si chiedono soluzioni abitative alternative ai campi, salvaguardia della continuità scolastica per i loro figli, fondi per eventuali lavori di ristrutturazione e soprattutto l'estromissione della Casa della Carità dalle trattative con il Comune. «Riconosciamo - scrivono - il consiglio di via Triboniano come unico organismo deputato a sviluppare trattative con le istituzioni». Una estromissione che arriva dopo un tavolo avviato fra Comune e Casa della Carità per discutere dell'inserimento dei rom. «Due settimane fa la Casa della Carità - spiega la Pavlovic - ha ricevuto una proposta da Palazzo Marino per inserire i rom in appartamenti e dare loro un lavoro, poi dopo due giorni è arrivata una lettera con l'ordine di lasciare il campo. Che razza di modo di fare è? Come si può completare un piano di inserimento in poche settimane?».

Redazione online
21 maggio 2010

Per il diamante ricevuto dal dittatore Naomi chiamata alla Corte dell'Aja

Corriere della Sera
Dovrà chiarire le circostanze del dono dell'ex presidente della Liberia.
Lei nega: «Non mi ha regalato niente»

la top model dovrà comparire al processo contro Charles Taylor

Per il diamante ricevuto dal dittatore
Naomi chiamata alla Corte dell'Aja




MILANO - Nella sua turbolenta vita Naomi Campbell è entrata e uscita da molte aule di giustizia, ma l'esperienza di dover comparire davanti al tribunale de L'Aja per i crimini di guerra le mancava ancora. Ora, però, la top model inglese potrà dire di aver fatto anche quello, visto che sarà costretta a testimoniare al processo contro Charles Taylor, l'ex Presidente della Liberia, in merito all'accusa di aver ricevuto un grosso “diamante di sangue” (vengono definiti così i diamanti estratti in zone di guerra perlopiù africane e venduti, spesso illegalmente, per finanziare insurrezioni e acquisti di armi) dall'uomo politico, attualmente alla sbarra per crimini contro l'umanità (fra cui omicidio, stupro e arruolamento di soldati –bambino), perpetrati dal 1991 al 2001, durante la guerra con la Sierra Leone. Stando alla pubblica accusa - che ha chiesto ai giudici di ammettere la Campbell fra i testimoni al processo, stante il suo ruolo di “destinataria del regalo” e quindi “in grado di confermare le accuse mosse all'imputato” - nel settembre del 1997 Taylor avrebbe regalato alla modella un diamante di grosse dimensioni, in occasione di una cena offerta da Nelson Mandela a bordo del “Blue Train”, convoglio di lusso della rete ferroviaria sudafricana.

Naomi e i gioielli

LA DENUNCIA DI MIA FARROW -
Alla cena partecipò anche l'attrice Mia Farrow, attivamente impegnata nelle campagne a favore dell'Africa, e sarebbe stato proprio quest'ultima a rivelare l'esistenza del diamante in un'intervista all'americana “ABC News”. «Il giorno successivo a quella cena – ha detto l'attrice – la Campbell mi raccontò di essere stata svegliata nel cuore della notte da due emissari del presidente Charles Taylor e che questi le avevano donato un enorme diamante da parte del presidente. All'epoca, non mi sfiorò alcun dubbio al riguardo e, visto che Naomi mi disse che voleva dare il diamante in beneficenza al “Nelson Mandela Children's Fund”, non ci pensai più». Per la verità, nei registri della charity tale donazione non comparirebbe da nessuna parte, mentre la stessa Campbell, intervistata ancora dalla “ABC News” un mese fa, avrebbe negato di aver mai ricevuto il prezioso gioiello.

NAOMI: «NON MI HANNO REGALATO NESSUN DIAMANTE» - «Non mi hanno regalato alcun diamante – ha precisato la modella - e non ho affatto intenzione di parlare di questa cosa». Circostanza, quella del mancato regalo, che sarebbe stata confermata anche da Taylor che, durante l'interrogatorio, ha definito l'intera faccenda “totalmente senza senso”. Ma non la pensa così il pubblico ministero che, oltre a sostenere l'esatto contrario in merito al famoso “cadeau”, è convinto che l'ex Presidente della Liberia abbia ricevuto i diamanti grezzi, nascosti nei vasetti di maionese, dai ribelli della Sierra Leone e che li abbia poi portati proprio in Sudafrica per scambiarli con le armi, da dare ai soldati del Fronte Rivoluzionario Unito, tristemente noti per la ferocia con cui mutilavano le loro vittime.

Simona Marchetti
21 maggio 2010

San Michele, rischio crolli al cimitero Caschetto obbligato per visitare i morti

Corriere del Veneto

Carenza di fondi per la manutenzione: i familiari dei 300 defunti del recinto XXI costretti a usare l'elemetto giallo per raggiungere le tombe dei cari al monumentale

VENEZIA

Al cimitero con il caschetto. E’ questa la misura straordinaria prevista per i visitatori che si recano al cimitero di San Michele a Venezia, almeno per coloro che vanno a rendere omaggio ai defunti del recinto XXI: qui, nell’ossario 16, sono caduti pezzi di marmo dalla parte superiore e l’intero manufatto è a rischio crollo. Per questo Veritas, la società del Comune cui sono affidati i servizi cimiteriali, ha messo in programma già da un anno alcuni lavori di straordinaria manutenzione.



Ma i finanziamenti (previsti dalla Legge speciale per Venezia) non sono ancora arrivati, così l’ossario è transennato e nei mesi scorsi era vietato accedervi. Solo che i parenti dei defunti lì sepolti chiedevano di avvicinarsi ai loculi, così l’azienda ha trovato l’escamotage: per l’ossario 16 è obbligatorio il caschetto da cantiere e si va solo se accompagnati da un operatore del cimitero.

«Basterebbero 70-80mila euro per realizzare i lavori, che richiederebbero al massimo tre mesi, ma i fondi di Legge speciale sono bloccati e i lavori non possono partire», ha spiegato l’azienda impegnata in una serie di interventi di straordinaria manutenzione al cimitero di San Michele: «Dobbiamo tenere conto che il cimitero sorge su un’isola e che i movimenti del terreno – spiegano ancora da Veritas – provocano danni costanti, che mettono in serio pericolo la statica delle strutture. Anche perché il cimitero veneziano ha ormai 150 anni».

Serena Spinazzi Lucchesi
21 maggio 2010

Denunciato dal figlio, sparisce il finto cieco

Il Mattino di Padova

E’ sparito dalla circolazione, l’invalido civile, quasi cieco, «tradito» dal figlio che lo ha denunciato perché non sarebbe malandato come vuol far credere. Intanto il pm ha ordinato l’acquisizione del certificato che riconosce l’invalidità totale

PADOVA


Introvabile l’invalido civile al 100% e quasi cieco, «tradito» dal figlio che non lo ritiene così malandato come vuol far credere. Ad un enigma se ne aggiunge un altro. «E’ uccel di bosco, non sappiano dove sia» avverte l’avvocatessa del promotore dell’esposto contro il padre. Intanto il pm Sergio Dini ha incaricato la Pg di acquisire documenti sanitari e certificato d’� invalidità dell’anziano.

Al settantenne viene riconosciuta un’invalidità totale, con «impossibilità di deambulare senza accompagnatore». Solo quando il magistrato requirente avrà sul suo tavolo l’intera documentazione nominerà un consulente medico-legale perché chiarisca se siamo davvero in presenza di un falso invalido oppure no. A quel punto l’i nchiesta penale potrà spiccare il volo, oppure risolversi in una bolla di sapone. «Il momento è assai delicato» spiega l’a vvocatessa. E il 7 giugno si terrà in Corte d’Appello di Venezia il processo di seconda istanza contro la sentenza del Tribunale civile di Padova che aveva condannato il figlio e la figlia dell’invalido a versare sui 300 euro al mese per contribuire al suo sostentamento alimentare. Bisognerà vedere quali saranno le decisioni della Corte dopo l’esposto in Procura, nell’ipotesi di truffa ai danni dello Stato e falso.

Nell’esposto del figlio si colgono alcuni punti nodali del suo conflittuale rapporto con il padre fin dall’infanzia, da quando il genitore si era separato dalla moglie andando a vivere in un’altra città. E adesso il figlio non intende pagare i 150 euro al mese che il tribunale lo condanna a versare, «spifferando» che il genitore non è poi così malandato come vuole far credere. All’esposto è allegata una foto scattata da un investigatore privato da lui ingaggiato che ritrae il padre a passeggio da solo, senza la badante. Il figlio sostiene inoltre d’averlo visto (e con lui altre persone) zappare l’orto e svolgere lavori di fatica.

Va anche precisato che il protagonista di questa vicenda «domestica» non soffre soltanto di un’ambliopia grave, ma anche di altre serie patologie che, stando al certificato d’invalidità, gli impedirebbero di uscire di casa senza l’aiuto di qualcuno. Invece così non si verificherebbe, stando all’esposto del figlio. A ciò s’a ggiunge il mistero della sua scomparsa. Ora sono gli altri a non «vedere» più lui.
(20 maggio 2010)


Tibet, controlli sulle fotocopiatrici

La Stampa

La protesta di alcuni monaci tibetani


Chi intende riprodurre materiale deve mostrare la carta d'identità
LHASA

Sempre più controlli in Tibet da parte della polizia cinese, che ora controlla anche le fotocopie. Coloro che intendono riprodurre materiale manoscritto o stampato a Lhasa, capitale della regione autonoma del Tibet, d’ora in poi dovranno mostrare la propria carta di identità e registrarsi. Lo riporta il China Daily.

Nel caso di società, dovranno poi essere indicati il nome e l’indirizzo, il numero di copie richieste e il nome della persona che si occupa di effettuare questo servizio. Secondo il quotidiano cinese, la decisione sarebbe stata adottata per «prevenire l’uso delle copie per condurre attività illegali o da parte di criminali», maniera politicamente corretta per spiegare l’attività di bloccare qualsiasi diffusione di idee e opinioni anticinesi. Sarà poi compito della polizia monitorare e controllare tutti coloro che effettueranno con particolare frequenza attività di questo tipo. Xin Yuanming, vice capo della polizia di Lhasa, ha dichiarato in una conferenza stampa che, dopo i moti del marzo 2008 a Lhasa, molti separatisti spesso hanno cominciato ad innalzare cartelli e a diffondere opuscoli con contenuti illegali.

Durante la primavera del 2008, nelle proteste anti-cinesi, secondo Pechino, furono almeno 18 le persone a perdere la vita e centinaia a rimanere feriti. Ma i morti furono molti di più. Proprio ieri in un dossier l’International Campaign for Tibet denunciava una stretta nei confronti degli scrittori e artisti tibetani da parte delle autorità di Pechino.


Noi fuori dagli asili mentre i falsi poveri accompagnano i figli al nido con il Suv»

Il Messaggero

I genitori esclusi dalle graduatorie: regole da rivedere


di Luca Brugnara



ROMA (21 maggio) - Piccoli accompagnati in costosi Suv nelle strutture comunali. E coppie con entrambi i genitori precari, il cui bimbo è stato escluso. Punteggi e polemiche. Le graduatorie provvisorie per un posto all’asilo nido del prossimo anno hanno generato un comune malcontento. Colpa, secondo gli esclusi, di «criteri poco obiettivi», ma anche di paradossi prodotti dal redditometro, ovvero dal parametro Isee, l’Indicatore della situazione economica equivalente.

«Negli altri bandi dove è previsto l’Isee - spiegano dall’ufficio Nidi dell’VIII municipio - è l’interessato che dichiara il valore economico e gli altri parametri: le graduatorie si basano su questo». E i controlli? «A campione, ci sono nel corso dell’anno. Li fanno l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza. Ma non siamo a conoscenza dei risultati. Noi inviamo i dati, i riscontri li fanno loro. Ma a tuttoggi non ci sono pervenuti risultati».

Esclusi sempre più perplessi. «Io e mio marito siamo entrambi precari - racconta Gioia Frattura, mamma di un bambino rimasto fuori in VIII municipio - Come è possibile che in graduatoria nostro figlio sia così indietro?». E ancora. «Mio figlio è tra gli esclusi - dice Francesca Farinelli, in II municipio - pur essendo io occupata come ricercatrice con contratto a termine e il mio compagno infermiere precario. Poi vado alla struttura di via Bolivia, al Villaggio Olimpico e vedo piccoli accompagnati in costosi Suv. I conti non tornano».

A rendere quasi kafkiana la situazione, contribuisce una considerazione che viene dalla Caritas: la soglia di povertà - come ricordano dall’associazione che si occupa dei meno fortunati - : «È stimata sotto una retribuzione di 512 euro mensili netti a persona, poco più di 1.000 in due e circa 1.600 euro per un nucleo familiare di tre persone».

In molti casi i piccoli sono stati esclusi perchè i genitori hanno una casa di proprietà, spesso ereditata dai genitori, ma una retribuzione di soli 700 euro, che certo non può definirsi elevata e che coinvolge l’intero nucleo familiare. Qui entra in gioco l’affidabilità del parametro Isee. «E’ un metodo migliore di altri del passato - osservano dall’ufficio Nidi del XIX municipio - ma non certo infallibile. Si parte dall’autodichiarazione del genitore: potrebbe essere dichiarato il falso, ma in questo caso si rischierebbe perché, venendo scoperti, scatterebbe la sanzione». Nella domanda, il soggetto deve sottoscrivere una dichiarazione di «presa coscienza delle sanzioni previste in caso di dichiarazione falsa o mendace».

Ma c’è un punto dove l’Isee fallisce. «Alcune coppie non sposate - aggiungono - potrebbero far figurare il bambino a carico del coniuge che non lavora o con retribuzione più bassa oppure adottare altri escamotage, fiscalmente legittimi, ma che falsano la realtà. Su questi, non si può fare nulla». Il risultato è che, per queste famiglie, le uniche alternative i nidi privati: nelle strutture comunali si paga una quota mensile basata sempre sul reddito Isee e sugli orari prescelti e che oscilla tra 20 e 180 euro per la sola mattina, per arrivare a una spesa tra 36 e 321 euro al mese per il servizio dalle 7.30 alle 16.30; in un privato, la retta mensile parte da 400-450 euro per raggiungere anche gli 800-900, in base alla zona.


Santoro lascia, la sfida di Beppe Grillo "Molla tutto e trasferisciti su Internet"

La Stampa

Il comico: Michele, uccidi la Rai è diventata la discarica dei partiti





Il comico: Michele, uccidi la Rai
è diventata la discarica dei partiti
ROMA

Se Michele teme il fuoco amico e si sente «come il generale Custer, con gli indiani che gli sparano da tutte le parti e i nostri che invece di arrivare gli sparano prima degli indiani», Grillo gli indica una via di fuga: molla tutto, dice, trasferisciti sul Web. «Per l’informazione l’uscita di Michele Santoro dalla Rai è una bellissima notizia. Era uno dei pochi che ne tenevano in vita il cadavere.

Con fini nobili, ma con un certo eccesso di accanimento terapeutico. Milena Gabanelli, quando uscirà, spenga la luce», scrive il comico ligure sul blog, in un articolo intitolato «Santoro è morto! Viva Santoro!». Ora, dice Beppe, «non c’è più nessuna giustificazione per continuare a pagare il canone e neppure per tenersi in casa un televisore. Il canone lo paghino Berlusconi e Bersani con le loro tasche o con i finanziamenti pubblici incassati da Pdl e Pdmenoelle. La Rai è roba loro, uomini loro, consiglio di amministrazione loro, pennivendoli loro. Pagare per Vespa o Minzolini è un delitto contro l’intelligenza umana».

E’ una sfida, quella di Grillo, ai vertici Rai- bersagli costanti- e allo stesso conduttore. «Annozero è uno dei programmi della Rai più profittevoli, grazie alla sua audience, in termini di ricavi pubblicitari. Chiuderlo e liquidare il suo ideatore è, dal punto di vista economico, una stronzata - continua l’articolo sul blog - Annozero si trasferisca in Rete e lasci morire in pace la televisione e i suoi zombi. Credo che Santoro abbia lasciato per stanchezza, è dura realizzare per anni una trasmissione contro il proprio editore e un centinaio di leccaculo del potere al suo servizio. In Rete puoi fare a meno degli editori, Michele può diventare l’editore di se stesso. Questo blog è a sua disposizione».

Santoro, la polemica è un fiume

La Stampa

Fioccano reazioni all'invettiva che ha sancito la fine di AnnoZero



Pd cialtrone secondo Santoro? «Francamente, rimando al mittente l’accusa». Così Giovanna Melandri (Pd), questa mattina a Omnibus su LA7 risponde alle accuse mosse da Michele Santoro al Partito democratico. Non è che una delle reazioni che fioccano - da sinistra come da destra - sulla fine di «Annozero» all'indomani della filippica dichiarazione-fiume di Santoro sul suo licenziamento dalla Rai.

Video

«Non ho apprezzato questa offensiva - ha detto Giovanna Melandri - fatta anche con un uso improprio dello spazio televisivo pubblico. Penso che Santoro sia un elemento di ricchezza del servizio pubblico, ma se da grande professionista fa il vittimista, perde punti, non li acquista». Walter Veltroni, in un’intervista a "Il Fatto", è di diverso avviso: «Adesso che tutti lo attaccano e gli saltano addosso io, che in passato ho avuto idee molto diverse dalle sue, vorrei difenderlo, perchè la fine di "Annozero" è prima di tutto un danno per la Rai. Lui si rapporta con la sua azienda. Tratta una liquidazione, non fa una trattativa politica. Quando si giudica un personaggio così si mette sul piatto una carriera, non un singolo gesto».

Secondo Giorgio Merlo, vice presidente della commissione di Vigilanza Rai del Pd, «gli strali e gli insulti di Santoro al Pd lanciati nel comizio introduttivo di Annozero non cancellano l’esito finale della trattativa. Si tratta, in effetti, di due vincitori: da un lato Berlusconi per l’indubbio risultato politico ottenuto e, dall’altro, lo stesso Santoro per l’efficacia dell’accordo consensuale raggiunto con la Rai». Per Antonio Di Pietro «L’Italia dei Valori sta con Santoro. Ci auguriamo che possa continuare a svolgere il suo lavoro in Rai e non ci interessa se con contratto da dipendente o come collaboratore esterno. L’importante è che un giornalista dalla schiena dritta, qual è Santoro, possa continuare ad operare senza alcuna censura». Aggiunge che «alla trasmissione "AnnoZero" che ha tenuto alta la bandiera della libertà d’informazione, anche in questi tempi bui per la nostra democrazia, va un plauso per il servizio reso ai cittadini. Se è capitato che qualche volta Santoro ci abbia criticato, come è successo anche ieri, ben vengano queste critiche poichè sono un monito per migliorare. In questo momento a rischio c’è la libertà di espressione e la cosa più importante è la difesa, senza se e senza ma, dell’articolo 21 della Costituzione. Chiediamo ai dirigenti dell’azienda e a tutte le altre forze politiche di lasciar lavorare in pace Santoro che, fino ad oggi, ha dato un prezioso contributo alla Rai, sia in termini economici, sia professionali».

Secondo il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri «Santoro ha accettato una convenientissima offerta trasformandosi in un normale professionista che contratta il valore del suo lavoro e rinuncia alla sua bandiera politica». «Ho letto che un parlamentare Pd accusa Santoro di aver ridotto la questione a un accordo economico di grosso valore, non un atto di grande coerenza: questo dimostra che a sinistra c’è una sorta di regolamento di conti. Santoro in tv se l’è presa con gli esponenti del Pd che non l’avrebbero difeso. Come noi diciamo da anni - ha concluso - la tv pubblica è un luogo in cui la sinistra si sente talmente proprietaria che lì mette in scena le proprie faide interne».

Duro il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa: «Non abbiamo più bisogno di Santoro, braccio armato di Di Pietro in tv, che fa la morale al mondo intero e poi si mette in tasca una buona uscita di 10 milioni di euro per chiudere, alla faccia di tutti quelli che lo osannavano come paladino pronto ad immolarsi per la libertà di stampa. In Italia non abbiamo più bisogno di giornalisti militanti, da qualunque parte stiano, che di questo modo di fare politica che intendiamo sconfiggere, sono parte integrante».

Trattori, mezzi sempre più pericolosi: 174 morti e 113 feriti in un anno

Corriere della Sera
I dati Asaps relativi al periodo maggio 2009-maggio 2010 tra le vittime ben 140 sono conducenti

Trattori, mezzi sempre più pericolosi: 174 morti e 113 feriti in un anno


Un incidente con un trattore (Archivio Corsera)
Un incidente con un trattore (Archivio Corsera)
MILANO - I trattori sono quasi più pericolosi delle auto. A giudicare almeno dai morti provocati ogni anno dagli incidenti con questo tipo di mezzi agricoli. E’ infatti di 296 incidenti con 174 morti (di cui 140 conducenti) e 113 feriti il bilancio del primo monitoraggio sugli incidenti in Italia con trattori agricoli, effettuato dall’Associazione sostenitori e amici della polizia stradale (Asaps) dal maggio 2009 a maggio 2010. Al primo posto viene l’Emilia Romagna con 42 incidenti, seguono la Puglia con 27 la Lombardia e il Veneto e con 22. «I dati delle cosiddette «morti verdi» sono a dir poco molto preoccupanti», dice l’Asaps.

LE VITTIME - Nei primi 12 mesi di monitoraggio l’osservatorio dedicato ha archiviato 296 incidenti con una media di 25 al mese: 199 dei 296 casi (67%) sono avvenuti in aree agricole (campi, frutteti, boschi). «Per altro non abbiamo neppure la pretesa di avere monitorato tutti gli episodi avendoli ricavati dalla stampa nazionale e dalle segnalazioni dei 600 referenti Asaps sparsi sul territorio italiano». In totale si sono contati 174 morti e 175 feriti. Fra le «morti verdi» si contano 140 vittime fra i conducenti dei trattori, 11 erano i trasportati. Sono stati invece 23 i decessi fra i terzi coinvolti, conducenti o occupanti di altri veicoli. Fra i 175 feriti i conducenti di trattori sono 98, i trasportati 7 e i terzi coinvolti 70. Colpisce anche il fatto che fra i morti si contino anche 3 bambini trasportati, e 8 donne fra le vittime.

GLI INCIDENTI - In 112 incidenti agricoli su 296 i coinvolti erano anziani over 65 (il 38%). Gli stranieri sono stati 18 (6,1%). La localizzazione geografica ci dice che 142 sinistri (48%) si sono verificati al nord, 55 al centro Italia (18,6%) e 99 al sud (33,4%). Fra le regioni al primo posto c’è l’Emilia Romagna con 42 incidenti agricoli, seguono a distanza la Puglia con 27 la Lombardia e il Veneto con 22, la Toscana con 20, il Trentino con 19 e la Campania con 18. Nella parte bassa della classifica c’è la Valle d’Aosta con 2 incidenti, il Friuli con 3, il Molise con 4 e l’Umbria con 5. «Pur tenendo conto che il maggior numero di incidenti in campagna si è verificato nei mesi estivi caratterizzati da una intensa attività agricola, il dato rimane complessivamente preoccupante. I nostri agricoltori già al limite nei margini di guadagno - conclude l’Asaps - non possono rischiare la vita in questo modo: vanno ricercati i motivi di questo assurdo tragico risultato che pesa enormemente sulla nostra agricoltura».

Redazione online
21 maggio 2010

Sequestrato lo yacht di Briatore

Corriere della Sera
l'imbarcazione è intestata a una società di charter ma per l'accusa era in uso al manager

Fermato al largo di La Spezia il Force blue.
L'ipotesi di reato è contrabbando conseguente a una frode fiscale

l'imbarcazione è intestata a una società di charter ma per l'accusa era in uso al manager

Sequestrato lo yacht di Briatore

Video


MILANO

Sequestrato al largo della Spezia il «Force Blue» il megayacht in uso al manager ed ex direttore sportivo della Renault, Flavio Briatore, dai finanzieri del Gruppo Genova su mandato del pm del capoluogo ligure Walter Cotugno. L'ipotesi di reato nei confronti della società di charter intestataria è di contrabbando dello stesso yacht, conseguente a una frode fiscale sull'iva e l'accisa sul carburante impiegato per la navigazione.

LA VICENDA - La nave, battente bandiera extra Ue, era, come detto, intestata ad una società di charter, col mandato di affittarla al migliore e più affidabile offerente, ma i militari hanno accertato che il «Force blue» sarebbe stato piuttosto in uso esclusivo al solo Briatore. Proprio per questo il Fisco pretende ora 4 milioni di euro tra multe ed imposte arretrate. L'uso di uno yacht battente bandiera extra Ue da parte di un cittadino dell'Ue quale Briatore concretizza infatti secondo l'accusa l'ipotesi di evasione dell'iva che la società che gestisce lo yacht avrebbe dovuto versare al momento dell'ingresso nell'Unione europea. I rifornimenti di gasolio avvenuti ad iva ed accisa zero avrebbero infatti secondo le Fiamme Gialle consentito un indebito risparmio di oltre 800.000 euro in due anni.

A BORDO C'ERA LA GREGORACI - La notizia del sequestro è stata anticipata dal quotidiano «Corriere Mercantile» e riportata poi dall'agenzia Adnkronos. Secondo indiscrezioni trapelate successivamente, al momento del sequestro a bordo del megayacht di 62 metri non c'era Briatore, ma la moglie Elisabetta Gregoraci, col figlioletto Falco Nathan. Redazione online

21 maggio 2010

Santoro scopre le carte. "Resto se me lo chiedono"

Libero



Ora si capisce il gioco di Michele Santoro. Nella puntata di giovedì 20 maggio di Annozero, infatti, prima di trattare l’argomento “pedofilia e chiesa”, il conduttore al centro della diatriba sul suo addio di platino da Mamma Rai ha finalmente scoperto le sue carte.
“Mi apprezzate? Allora chiedetemi di restare! Non è stato ancora firmato niente e se qualcuno riconosce che Annozero è una perla torno sui miei passi”.
Capito? Un po’ prima donna (e del resto lo share della sua trasmissione costantemente superiore al 20% gli permette di farlo), un po’ vittima, rispolverando quei panni già indossati negli anni delle “epurazioni” berlusconiane ai danni dei Luttazzi, dei Biagi, dei Beha e, appunto dei Santoro.

Questa volta, però, il vulcanico e discusso conduttore di Rai Due non attacca il premier, bensì chi in Commissione di Vigilanza, nel Cda della Rai e nelle aule parlamentari non lo avrebbe difeso, bloccando prima i programmi di informazione in campagna elettorale (frecciata a Zavoli) e, ora, dando il via libera alla sua faraonica buonuscita. Ma su questo punto i consiglieri del PD sotto accusa non ci stanno e rispondono per le rime. “E’ stato lo stesso conduttore a chiedere un largo consenso sul suo addio – hanno sostenuto Giorgio Van Straten e Nino Rizzo Nervo (consiglieri Rai per il PD) –. Noi volevamo che restasse, ma non potevamo imporre di rimanere a chi voleva invece lasciare”.

Insomma che si fa? L’impressione è che ormai il buon Santoro abbia annusato l’odore dei soldi e che, al contempo, abbia compreso come l’esperienza di “Rai per una notte” di Bologna possa facilmente essere riproposta in altre sedi, in altri momenti, ma con la stessa risonanza mediatica, senza inoltre le scomode pressioni dell’emittente pubblica. Insomma la Rai potrebbe presto perdere Santoro e un mucchio di soldi (compresi quelli degli introiti televisivi portati da Annozero). Il conduttore, al contrario, rimarrà in onda. Eccome se ci rimarrà!

21/05/2010



Senato Usa: ok alla riforma di Wall Street E Obama lo annuncia davanti a un topo

Il Mattino

WASINGTON (21 maggio)

Via libera del Senato americano alla riforma di Wall Street. Intanto tornano a scendere le Borse europee, dopo il tonfo di giovedì della Borsa amerciana.

Piazza Affari oscilla nervosamente e gira di nuovo in calo dopo l'avvio positivo. Giù anche Francoforte, Londra e Parigi. Chiusura in netto ribasso (-2,45%) per Tokyo, scesa ai minimi dal 2 dicembre scorso.

Il via libera alla riforma di Wall Street. Con 59 voti a favore, di cui 4 repubblicani, e 39 contrari, di cui due democratici, convinti che le norme non fossero ancora sufficientemente stringenti, il testo è stato licenziato e ora dovrà essere riconciliato con quello uscito dalla Camera a dicembre, prima di andare alla firma del presidente Barack Obama per la firma e l'entrata in vigore. Le norme approvate rappresentano la più ampia revisione delle regole della finanza dalla Grande depressione e puntano a evitare il ripetersi di crisi come quella del 2008.

«Siamo più vicini che mai a una riforma della finanza significativa - afferma il segretario al Tesoro Timothy Geithner - di cui beneficerà ogni famiglia e impresa; migliorerà la competitività dei nostri mercati finanziari e rafforzerà la sicurezza e la solidità del nostro sistema finanziario».

Per Obama l'approvazione definitiva della riforma di Wall Street sarà un successo così come il disco verde a quella della sanità. Prima del voto definitivo in Senato, Obama aveva già dichiarato vittoria sull'industria finanziaria per l'esito del voto procedurale, che ha sancito la fine del dibattito e spianato la strada al voto finale. «Durante lo scorso anno l'industria finanziaria ha tentato ripetutamente di uccidere la riforma con le lobby e milioni di dollari in pubblicità. Ritengo che oggi sia giusto dire che questi sforzi sono falliti - ha detto Obama -.La riforma proteggerà i consumatori, la nostra economia e renderà Wall Street responsabile».

«Il nostro obiettivo non è quello di punire le banche ma quello di proteggere l'economia e gli americani dal tipo di turbolenze che abbiamo osservato negli ultimi anni», ha aggiunto il presidente sottolineando che la riforma farà sì che ai contribuenti «non verrà più chiesto di intervenire per gli errori di Wall Street. Il tempo dei salvataggi con fondi pubblici è finito». E inoltre - ha constatato Obama - dal momento dell'entrata in vigore delle nuove norme in poi «gli azionisti potranno dire la loro sui compensi degli amministratori delegati e di altri manager». Ma la riforma, ha continuato Obama, non segna «la sconfitta di Wall Street e la vittoria di Main Street. Come abbiamo imparato siamo tutti connessi: quando l'economia prospera tutti vinciamo. Quando il sistema finanziario opera sotto regole solide che assicurano la stabilita, tutti vinciamo».

La proposta approvata dal Senato crea un'autorità per la tutela dei consumatori all'interno della Fed e cerca di assicurare che qualsiasi società, a dispetto della dimensione e della complessità, possa venire liquidata. Per coordinare gli sforzi nell'individuare rischi per il sistema finanziario viene creato un comitato di supervisione per la stabilità finanziaria, composto dal segretario al Tesoro, dal presidente della Fed, dai vertici della Sec e della Fdic, dal direttore della Fhsa e da un membro indipendente nominato dal presidente.

Fuoriprogramma. Allarme, si fa per dire, alla Casa Bianca: Barack Obama alla conferenza stampa nella quale annunciava la riforma di Wall Street si è visto invadere il campo da un intruso.

Nessun terrorista, sia chiaro, ma un ratto. Un topo ha attraversato per due volte il palco del presidente togliendo, di fatto, la scena al presidente.





Con Balducci casa mia non c'entra

Altra lettera del conduttore tv, questa volta convincente. "L'alloggio è del Vaticano, pago 10mila euro al mese"

 
Caro Vittorio,

il titolo del pezzo di Gian Marco Chiocci pubblicato ieri è da scuola di giornalismo. «Il segreto di Bruno: quella casa in affitto dagli amici di Balducci». Le parole chiave sono due, Segreto e Balducci. Traduzione per il «cittadino comune» a cui dobbiamo entrambi la nostra fortuna professionale: Vespa scende in campo contro la pubblicazione della lista Anemone perché deve proteggere un segreto imbarazzante: aver avuto la bella casa in cui abita grazie all’intervento della cricca (in senso lato) di Balducci. Andiamo ai fatti. Il segreto fa sorridere: casa mia è stata fotografata in lungo e in largo, vi sono venute decine di persone e tutte ne conoscono la storia, anche per via del «dibattito» con mia moglie di cui dirò tra poco. E Balducci non c’entra niente, a nessun titolo. Dopo il giubileo del 2000 dissi al Cardinale Crescenzio Sepe, allora prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che pur occupando una grande casa di proprietà nel bel quartiere di Prati, avrei gradito sapere se si fosse liberato in centro qualche appartamento con una terrazza, tra i tanti di proprietà della Congregazione.

Premetto - ci si creda o no - che allora non conoscevo una sola di queste case. Nella primavera del 2005 il mio studio ricevette una telefonata dal presidente dell’ospedale Bambino Gesù. Poiché avevo fatto una donazione a quella benemerita istituzione, pensavo mi volessero ringraziare. Il presidente era Francesco Silvano, un autentico galantuomo che al momento della telefonata non conoscevo e che voleva parlarmi d’altro. Ex manager di Stato, dopo la pensione e la scomparsa della moglie, si dedicava in modo del tutto disinteressato al volontariato laico facendo vita monastica (la fa tuttora avendo seguito Sepe a Napoli). Silvano mi disse di essere «consultore» della Congregazione, era uomo di fiducia di Sepe e mi comunicò che a Trinità dei Monti si era liberato un appartamento con una bella terrazza dopo la morte - a 95 anni - dell’inquilina che l’aveva occupato per mezzo secolo insieme con il marito, deceduto anche lui da tempo.

L’appartamento aveva alcune controindicazioni. Misurava 200 metri quadri, mentre la mia casa (comperata negli anni ’80 rispondendo ad un’inserzione sul giornale) ne misurava 300, aveva i soffitti bassi e le stanze molto scomodamente distribuite su tre livelli. Poiché in cinquant’anni non c’era stata manutenzione, i lavori di ristrutturazione sarebbero stati imponenti. Ma la terrazza era meravigliosa e io ebbi il colpo di fulmine. All’inizio, invece, mia moglie si oppose fermamente al trasloco. Il canone di affitto era altissimo, il costo dei lavori pazzesco. Scoprimmo infatti che l’appartamento era stato offerto ad altre persone e rifiutato per questa ragione. (La morte di un’altra signora novantenne fece liberare poco dopo un appartamento al piano di sotto: più grande, più bello e più caro del mio. E restò sfitto per più di un anno). Alla fine mi imposi: si vive una sola volta, dissi a mia moglie, non ho mai fatto pazzie, concedimi questa.

Così, caro Vittorio, per quella casa pago diecimila euro al mese di affitto. Inoltre, poiché la Congregazione finanzia una serie di iniziative benemerite nel Terzo Mondo e poiché io sono un uomo fortunato e giro in beneficenza una parte dei miei guadagni, ho deciso fin dal 2005 - per ringraziare la Congregazione di avermi affittato la casa - di devolvere una cifra annua molto consistente in favore di alcune di queste iniziative. Sono cose che dovrebbero restare riservate, ma mi trovo costretto a parlarne. Come mi trovo costretto a dire che i lavori di ristrutturazione della casa mi sono costati oltre mezzo milione di euro, per l’esattezza 531.867,12, Iva compresa. Tutti fatturati, tutti a mio completo carico e fatti da imprese che nulla hanno a che vedere con la Cricca.

E Balducci? Quando ho firmato il mio contratto non ne conoscevo nemmeno l’esistenza e sono convinto tuttora di non averci mai scambiato una parola. Come vedi, caro Vittorio, non ho alcuna ragione di essere nervoso. Chi ha qualcosa da nascondere non s’impegna in battaglie donchisciottesche come la mia, per difendere non tanto persone che non conosco presenti nella «lista Anemone», ma soltanto un principio. Giusto o sbagliato. Ma un principio di garanzia.
Grazie e cordialità,
Bruno Vespa

Caro Bruno,
questa sì è una bella risposta, completa. Mi auguro che i signori citati nella lista Anemone siano capaci di fare altrettanto per chiarire la loro posizione.

v.f.

Santoro fa la vittima con 10 milioni in tasca

Il Tempo

La faccia tosta del conduttore ad Annozero: "Volete che resti in Rai? Chiedetemelo".

E poi attacca Zavoli e i direttori di Repubblica, Stampa e Corriere.

Michele Santoro Per un momento sembrava di essere tornati ai tempi d’oro del «ridatemi il mio microfono», quel grido veemente, che però tradiva un leggero tremore di rabbia repressa, che sancì il suo rientro dall’esilio «dorato» a Bruxelles. Ieri sera Michele (chi?) Santoro, già entrato nella storia come il nababbo di Annozero, con lo sguardo fisso alla telecamera e il tono grave dei grandi momenti, ha arringato il «suo» pubblico in un’appassionata difesa di sé. In realtà s'è consumato uno psicodramma. Michele non ci sta a farsi sbertucciare da chicchessìa per via dei 10 milioni che i vertici della Rai sarebbero disposti a dargli pur di mandarlo a casa (o quasi). Esprime grosso rammarico soprattutto per il «suo» popolo quello che si esalta per tutte le sue battaglie e che ora si sente tradito dal proprio guru catodico.

In fondo lui questa transazione ancora non l'ha firmata. Ed è pronto a non farlo. «Se volete che rimanga chiedetemelo, ma Annozero deve essere considerato la perla del servizio pubblico» precisa. «Se mi considerate un estraneo, allora arrivederci e grazie». Trenta anni di battaglie (accipicchia! È passato così tanto tempo!) «non possono essere cancellati e il mio pubblico capirà». E dunque cari «Bersani, Zavoli e quant'altri pensate che questo prodotto non sia un'espressione del servizio di pubblico lasciateci liberi, firmate l'accordo, che finalmente da fuori posso fare qualcosa». La polemica è dura: non ci sta Santoro a farsi impallinare dai suoi: «Annozero non è un prodotto proibito e scabroso del servizio pubblico». Insomma lui gli sbatte la porta in faccia non prima, però, di aver preso il malloppo. Per poter «recuperare quel respiro di libertà che c'era in Rai per una notte» e non fare la fine del generale Custer «vittima di amici e nemici».

Lui gli attributi c'è l'ha, lui è un outsider, un professionista di razza. «Quale giornalista della Rai, di Repubblica o del Corriere della Sera avrebbe mandato in onda una puntata con Patrizia D'Addario con una diffida arrivata dieci minuti prima sul suo tavolo?». E ancora «Si sono messi a parlare dei miei compensi perché sono l'unico di cui lo stipendio è noto». Ma scusate, quante ne ha passate Michele Santoro tra epurazioni bulgare e tutto il resto? C'è spazio, infatti, pure per ricordare la lunga vicenda giudiziaria «Sono qui non perché voluto ma perché lo ha deciso un giudice» e per i rimpianti: «Avrei voluto riportare in Rai Guzzanti e Luttazzi, e anche Biagi, e adesso altri ancora sono privati del diritto di espressione». La difesa è a tutto campo. «Non mi sono affatto arreso a Berlusconi». E «con quei cialtroni del Pd che hanno detto che io mi sono venduto a Berlusconi, con quelli non vale la pena nemmeno di prendere un caffè».

Tantomeno s'è fatto comprare a peso d'oro: che volgarità quelle «denigrazioni ipocrite»! E infatti gli tocca pure «prendere lezioni perfino da Bruno Vespa, veramente il massimo che possa fare lezioni di morale e di contratti, lui che viene pagato come l'ultimo premio oscar per fare un programma in crisi». Senza dimenticare il fatto che con Annozero: «la Rai ha realizzato grandissimi profitti». E sapete cosa succedeva mentre la Rai incassava questi profitti? «Contratti bloccati, punizioni, regole e regolamenti». Inosmma nessuno deve permettersi di alzare il dito contro di lui. «Gli unici ad avere sicuramente ragione sono gli spettatori, perché un programma come il nostro non crea partito, ma crea comunità in cui si investono passioni, dialoghi».

Inguaribile istrione. C'è il tempo poi in questi eterni venti minuti di monologo, per una piccola lezione sulla televisione che, però, ha un suono lugubre. «Non è un frigo, è un'estensione del cervello, qualcosa che ci serve per interpretare la realtà. Se qualcosa ci viene tolto, lo spettatore si incazza. Un autore televisivo deve vedere dove vanno i gusti dei suoi spettatori, ed è portato sempre a cambiare. Quando lui torna ecco che gli spettatori lo giudicano, e possono dire ecco valeva la pena, possiamo applaudire di nuovo». Stava parlando di lui, naturalmente. Natalia Poggi

Natalia Poggi

21/05/2010



Leghisti contro il marchese del Grillo Ma tutto il Paese è allattato dalla lupa

Il Tempo

Botta e risposta sulla candidatura della Capitale a ospitare le Olimpiadi del 2020.

Il presidente del Veneto: Roma come il personaggio di Sordi, "Io so' io e voi...". 

Il direttore de Il Tempo: nessuna arroganza di status.


Luca Zaia Caro Direttore, è certamente vero che alcuni milioni di cittadini hanno chiesto alla Lega di essere governati. Risulta evidente che quel voto è stato l’esplicita attesa di un cambiamento. Fuori dalle parole d’ordine, è stato una richiesta d’attenzione, affinché la politica torni ad averne per la vita del popolo, per le sue esigenze, per il suo bisogno d’ordine, di sicurezza, di radicamento nei valori. Di tutto questo, nel suo editoriale si parla - senza che le paia offensivo - con una sorta di ambiguità. La Lega strilla quando c’è bisogno di strillare, quando la "novità" viene negata a priori, quando non si vince soltanto perché si è più bravi, ma per lo stesso motivo per cui il Marchese del Grillo diceva «io sò io e voi....».

Olimpiadi. Eredito un dossier, preparato molto prima che io arrivassi. E non da leghisti, non da pericolosi eversori del Nord, ma da uomini di partito che fanno riferimento al centrodestra come al centrosinistra. Un dossier creato e fatto proprio dalla società civile di uno dei territori più ricchi d'Europa, il Veneto. Perché negare che un'alleanza sarebbe stata possibile? Perché rifiutare qualsiasi confronto con Venezia, arroccandosi sul «portare tutto a casa», con quella che, se mi consente, è parsa arroganza di status? Se una città che fa 22 milioni di turisti l'anno, come Venezia, prende zero alla voce «ricezione alberghiera» sarà consentito a chi non si è allattato alla mammella della lupa mostrare un filo di sorpresa? Se una città come Roma, che ogni giorno viene crocefissa dal suo giornale per via dei suoi bilanci disastrosi, della pessima gestione del quotidiano e di quegli standard «da città mediorientale senza quartiere europeo» (definizione data non di certo dai soliti pericolosi eversori del Nord), ci sarà pure un problema.

Nessuno nega che Roma sia l'unica città che goda del palindromo che ha fatto la storia dell'umanità, ma ha già avuto molte occasioni. Negarne una, in questo modo, a un territorio che - con un Pil fra i più importanti d'Europa - sta trainando l'economia del Paese e che ogni anno regala a chi è assai meno virtuoso una dozzina di miliardi, risucchiati e gettati via, ci dà quanto meno il diritto di strillare. Per il resto, invito con piacere lei e la sua signora a un week end da trascorrere nei luoghi dove magari, dopo una riflessione più accorta, si potrebbero svolgere i giochi acquatici delle Olimpiadi di Roma. Ne rimarrà incantato, come gli altri 21 milioni 999 mila 998 turisti che ogni anno ci vengono a trovare, grazie a un aeroporto che funziona e ad un'ospitalità fra le migliori al mondo.

Cordiali saluti


Luca Zaia, presidente della Regione Veneto

21/05/2010



Lazio, ecco i consulenti da tagliare

Il Tempo

L’elenco dei compensi di 274 collaboratori e dirigenti strapagati dalla Regione.
C’è chi guadagna anche più di 200 mila euro all'anno.
La Polverini prenda subito le forbici.



Alcuni non ci sono più ma per cinque anni hanno avuto dalla Regione Lazio stipendi da nababbi, altri sono ancora in sella. Consulenti, dirigenti e collaboratori vari: hanno portato a casa (o continuano a farlo) anche più di 200 mila euro all’anno ciascuno. Ora toccherà alla neopresidente Renata Polverini prendere le forbici. Ha già cominciato, riducendo le direzioni. Ecco la lista dei privilegiati: in tutto 274 dipendenti pagati a peso d’oro. I più vicini al governatore hanno vinto la lotteria: 211.068,87 euro lordi al capo di gabinetto, 201.882,45 al vice, 150 mila lordi al direttore della Comunicazione, al capo ufficio stampa e al responsabile Grandi Eventi. Il segretario della Giunta ha conquistato 112.828,95 euro all'anno mentre il responsabile dei Rapporti istituzionali del vicepresidente ha ottenuto 201.882,45 euro. Poi ci sono i collaboratori del segretariato generale: 211.068,87 euro il numero uno, 90.263,16 la coordinatrice.


Seguono la responsabile dei Rapporti con l'Ue, 121.855,26 euro all'anno, e il capo degli Eventi del presidente: 108.315,79 euro. Il responsabile dell'ufficio del consigliere diplomatico ha avuto 112.828,95 euro mentre quello della Conferenza Stato-Regioni, quello della Programmazione dei Piani e progetti speciali, quello della Verifica dell'attuazione delle politiche regionali e quello del Servizio di Valutazione e Controllo strategico hanno preso ciascuno 121.855,24 euro. Il consulente per i Rapporti con i cittadini e gli ordini professionali ha conquistato 138.473,27 euro, superando di 73 euro il reponsabile per le Politiche giovanili. Non mancava neanche un addetto al Coordinamento tra le politiche regionali e quelle provinciali di sviluppo del territorio: un lavoro pagato 90.263,16 euro all'anno. Dunque i collaboratori del governatore sono costati più di 3 milioni di euro all'anno.


Poi ci sono i dipartimenti: il capo di quello istituzionale guadagna 211.068,87 euro mentre le sei persone di staff hanno 102 mila euro all'anno ciascuno. Il direttore del Personale porta a casa 200.950,68 euro, i responsabili delle singole aree contano invece su compensi tra gli 83 e i 102 mila euro all'anno. Il dirigente dell'area Demanio, Patrimonio e Provveditorato ottiene 201.416,56 euro all'anno, gli altri addetti della stessa direzione tra gli 80 e i 117 mila euro. Il direttore del dipartimento Sicurezza riceve 197.689,50 euro, i «suoi» dipendenti da 80 a 102 mila euro. Tutela Consumatori e Semplificazione amministrativa: 200.950,68 euro al responsabile, gli altri fra i 101 e i 117 mila euro. Segue il dipartimento Territorio: 211.068,87 euro al direttore, allo staff vanno dagli 83 ai 102 mila euro all'anno. Direzione Ambiente e Cooperazione tra i popoli: 200.484,79 euro al numero uno e tra gli 83 e i 117 mila euro ai dipendenti. Stessi numeri per Protezione Civile, direzione Urbanistica e Infrastrutture che hanno, rispettivamente, 11, 9 e 13 addetti. Poi c'è la direzione per i Piani e i Programmi di edilizia residenziale: al responsabile vanno 201.882,44 euro all'anno mentre allo staff almeno 102 mila euro a testa.


I trasporti: il direttore prende 200.950,68 euro mentre gli altri 83.193,98 euro. Altro giro altra corsa. La direzione Energia, Rifiuti, Porti e Aeroporti: il numero uno porta a casa 155.294,19 euro lordi mentre i quattro componenti dello staff vanno da 102 a 116 mila. Poi ci sono le agenzie. Quella per la difesa del suolo dà 108.705,93 euro all'anno al responsabile e 83.193,98 ciascuno ai tre collaboratori. Stesse cifre all'Agenzia per i parchi. Stipendi d'oro anche per la direzione economico-occupazionale: 211.068,87 euro al direttore, 102 mila a ogni componente dello staff (sono tre). Ai responsabili di Ragioneria generale, Economia e Finanza e Programmazione economica vanno poco più di 200 mila euro lordi all'anno. Lo staff oscilla tra gli 83 mila e i 117 mila euro. Poi ci sono le direzioni Attività produttive, Agricoltura, Sviluppo economico, Ricerca, Innovazione e Turismo che contano sugli stessi stanziamenti. La sanità: le direzioni Programmazione sanitaria, Politiche della prevenzione e assistenza territoriale e Risorse Umane e finanziarie del sistema sanitario regionale prevedono compensi dai 155 ai 198 mila euro per i responsabili mentre lo staff si «accontenta» di stipendi che variano dai 68 ai 117 mila euro.

 
Emolumenti ricchi anche per Servizi sociali, Sport e Attività culturali: i direttori prendono 200 mila euro all'anno, i dipendenti dai 102 ai 117 mila euro. Infine Formazione professionale, Istruzione e Lavoro: i responsabili portano a casa i soliti 201 mila euro e rotti mentre i dipendenti dagli 80 ai 117 mila. Mentre i direttori di Agenzia Lazio Lavoro, Agenzia per lo Sport e Istituto Montecelio hanno compensi di 108.705,93 euro lordi all'anno. Un vero e proprio paradiso che, tuttavia, la governatrice Polverini ha intenzione di ritoccare. Il taglio delle direzioni è stato solo l'antipasto perché sarà messo a punto un piano per diminuire gli stipendi e non rinnovare le consulenze.



Alberto Di Majo

21/05/2010



Appalti, guai per altri due ministri

Il Secolo xix

Con la legge sulle intercettazioni, questa notizia non esisterebbe:per capire perché, clicca qui e leggi il testo



L’architetto Angelo Zampolini, l’uomo che per conto del costruttore Diego Anemone cambiava soldi contanti in decine di assegni da utilizzare tra l’altro per compravendite di case (tra queste l’operazione Scajola al Colosseo), ha confermato ai magistrati di Perugia che indagano su appalti e “grandi eventi” di avere gestito movimenti simili anche nei riguardi di due ministri tuttora in carica, Altero Matteoli e Sandro Bondi, e di un ex ministro, Pietro Lunardi.

Intanto, ieri è stato sentito Armando Coppi, fidato autista di Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, che ha detto «non so nulla degli affari di Balducci né ho mai partecipato ai suoi incontri riservati», rispondendo ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi che indagano sulla “cricca” e che gli chiedevano di fare luce sulle attività di quello che, insieme con Anemone, viene considerato uno dei punti cardine dell’inchiesta.

La sua è una versione che si discosta di poco da quella di Giuseppe Macchia, il dipendente del Salaria sport Village di Roma, sentito nei giorni scorsi: «Non ho mai saputo nulla delle attività illecite di Balducci», aveva messo a verbale Macchia. A fare i nomi dei due era stato il tunisino Hidri Fathi, autista e factotum di Balducci: «Balducci - aveva detto Fathi davanti ai Pm - aveva come persone di sua fiducia, oltre a me, anche Armando Coppi, che faceva e fa l’autista presso il ministero, e Giuseppe Macchia, il quale era un impiegato del provveditorato, che a un certo punto fu collocato presso il Salaria sport Village e poi allontanato dagli Anemone».

Sia la testimonianza di Coppi sia quella di Macchia, però, non avrebbero convinto gli inquirenti, certi che soprattutto il primo sappia molto di più di quello che ha riferito. Non a caso, nelle informative e nelle intercettazioni dei carabinieri del Ros, tra l’altro, il nome di Coppi compare decine di volte e anche in situazioni molto riservate, come quando è lui stesso a rispondere ai telefoni di Balducci mentre questo si incontra con l’avvocato Azzopardi. Un incontro organizzato nei minimi dettagli in cui il legale riferisce a Balducci, secondo la tesi dell’accusa, lo stato di avanzamento delle indagini grazie alle informazioni ricevute dall’ex procuratore di Roma, Achille Toro.

Non è escluso, dunque, che gli investigatori decidano di risentire Coppi nei prossimi giorni, anche alla luce degli esiti delle rogatorie provenienti dall’estero e degli accertamenti che la guardia di Finanza dovrebbe consegnare a breve. Alle otto segnalazioni di operazioni sospette arrivate dalla Banca d’Italia, sulle quali si stanno facendo accertamenti - quelle che riguardano Pierfrancesco Gagliardi, don Evaldo Biasini (detto “don Bancomat”), Antonello Colosimo, Valerio Carducci, Dino e Luciano Anemone, Alida Lucci, Stefano Gazzani e Bruno Ciolfi - gli inquirenti attendono anche le risposte provenienti dalle verifiche bancarie su una quindicina di persone, tra cui il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, gli stessi Toro e Balducci e il presunto riciclatore dei fondi neri di Anemone, Zampolini.

Controlli su conti correnti intestati agli indagati o ai loro prestanome sia in Italia sia all’estero: le rogatorie sono state inoltrate, oltre che in Svizzera, anche in Lussemburgo, in Francia, in Belgio e a San Marino, mentre ancora nessuna richiesta sarebbe stata spedita in Vaticano per chiedere allo Ior, la banca vaticana dove Balducci ha un conto, di rintracciare somme riconducibili agli indagati. Il sospetto degli investigatori è che Balducci, Rinaldi e anche Verdini e Toro abbiamo messo al sicuro all’estero ingenti somme di denaro. Qualche risposta importante, gli inquirenti l’attendono anche dall’analisi dei file del computer del commercialista Stefano Gazzani, secondo l’accusa l’uomo che gestiva le operazioni coperte del gruppo, che potrebbero ampliare il quadro già disegnato da Zampolini e fare chiarezza sui passaggi di denaro.

Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda invece la cosiddetta “lista Anemone”, l’elenco con oltre 350 nomi di persone che avrebbero usufruito di lavori effettuati dalle ditte dell’imprenditore: la lista, secondo quanto si apprende, sarà al centro di un incontro tra gli inquirenti perugini e gli investigatori della Finanza in programma nei prossimi giorni. L’obiettivo è quello di verificare se quei nomi, e quanti, abbiano a che fare con operazioni di ristrutturazione fatte dalle ditte di Anemone come “compenso” per appalti ricevuti o per altri favori ottenuti dai funzionari pubblici.




Santoro dà l'ultimatum al Pd prima di passare all'incasso

di Francesco Cramer

Bordate in diretta contro l’opposizione: "Non sono un estraneo, dite se mi considerate scomodo o utile.

L’accordo? Non è ancora firmato, potrei rimanere".

Poi l’affondo all’Idv: "Esperti di affari immobiliari, non di televisione"



 
Roma

Calza a pennello il tema della puntata di Annozero, tutta incentrata su Benedetto XVI e sugli scandali della Chiesa, per vestire i panni del martire. Ma un martire aggressivo, livoroso, acido, a tratti cattivo. Con tutti, nessuno escluso. Ma soprattutto con la sinistra, con Bersani, con Zavoli, con gli esponenti della minoranza nel cda della Rai. Picchia duro, Michele Sant’oro, sempre più «oro» per quella separazione consensuale milionaria, a un passo dalla firma. Si parla di ben 10 milioni di euro come Tfr per levare le tende. Roba da far rabbrividire ma guai a dirlo perché sennò San Michele ci rimane male: «Sono affari miei, la mia liquidazione è un fatto privato», tuona Sant’oro, che va avanti a «incazzature». «Se il programma ci viene portato via gli spettatori si incazzano. Quando uno cambia, la gente si incazza». Ma il più incazzato di tutti è lui. Spara pure su Bruno Vespa: «Stiamo prendendo lezioni da tutti, prendiamo lezioni perfino da Bruno Vespa. Ora, che Bruno Vespa possa fare lezioni di morale e di contratti a noi, lui che viene pagato come l’ultimo Oscar da protagonista per fare un programma in crisi, beh questo è veramente troppo...».

Attacca la «Rai dei partiti, di destra e di sinistra - ringhia - di sinistra, di sinistra! Non hanno mai voluto prendere atto che Annozero ha fatto profitti e l’azienda ha incassato per fare programmi meno nobili». Tira la stoccata persino all’amico (?) Marco Travaglio che aveva osato descriverlo come stanco: «Non sono né stanco né provato». Accusa perfino Repubblica, Corriere, Stampa: «Non mi sono mai arreso a nessuno. Neanche all’indifferenza del suo giornale», dice riferito a Ezio Mauro. «Posso guardarvi tutti negli occhi e chiedervi quale giornale, Repubblica o il Corriere della sera, si sarebbe comportato come noi che abbiamo mandato in onda la puntata con Patrizia D’Addario con una diffida dell’ufficio legale della Rai arrivata all’ultimo minuto». Lui lo ha fatto: nessuno, quindi, osi fargli la paternale.

Si toglie più di un sassolino dalla scarpa e lo lancia contro il direttore di Largo Fochetti: «Dove era Repubblica quando l’Authority ci sanzionava, mentre portavamo avanti le nostre battaglie per difenderci da quanti consideravano Annozero un genere proibito?». Nessuno dia lezioni a Michele.

Men che meno Sergio Zavoli, presidente della commissione di Vigilanza Rai che ha osato eccepire i termini dell’accordo di buonuscita: «Non lo posso accettare». Poi l’affondo sul Pd e sui componenti della commissione in quota opposizione: «Miserabili, cialtroni con cui non prenderei nemmeno un caffè». All’iracondo Michele non è andato giù che non si siano stracciati le vesti per tenerlo a mamma Rai: «Prima di parlare della mia liquidazione pronunciatevi su Annozero: è scomodo o una risorsa? C’è bisogno di un giudice perché io vada in onda? Bersani cos’ha da dire su questo?». Si sente tradito da tutti, Sant’oro, seppur con la saccoccia piene di denaro. Una bordata la tira pure a quelli dell’Italia dei valori che hanno osato eccepire sulla cifra del mega-Tfr: «S’incazzano pure loro, esperti di operazioni immobiliari più che di tv», richiamando alla memoria il parco case di Di Pietro. È una furia Sant’oro: «Io sono tornato in Rai perché avete fatto una battaglia voi spettatori. Cosa mi sarei aspettato?», si chiede il conduttore-martire dichiarando la tv dei suoi sogni. «Che tornassero le Guzzanti, i Biagi, i Luttazzi, i Busi e i Morgan». Insomma: «Raiperunanotte è quella che sogno io. Con Luttazzi (quello della coprofagia e dei monologhi pieni di allusioni sessuali, ndr) che si esprime con tutta la sua forza eversiva».

Quindi il vero e proprio ultimatum lanciato alla sinistra: «L’accordo non è ancora stato fatto. Lo firmo o no?». Guai, però, a eccepire alcunché sul suo portafoglio. Anche perché, modesto, «Annozero dev’essere considerato la perla del servizio pubblico». E ancora: «Se voi pensate, nel vostro animo, se voi Bersani, Zavoli e quant’altri e consiglieri di amministrazione di sinistra pensate che questo prodotto non sia un’espressione tipica del servizio pubblico perché quello che avete in testa voi è diverso e non prevede questo tasso di libertà, questo livello di spregiudicatezza, questa capacità di critica, lasciateci liberi, firmate l’accordo, lasciatemi andare via, che finalmente da fuori posso fare qualcosa di più per il mio pubblico, posso riprendere in mano quello che è stato il discorso di Raiperunanotte. Lo dite e io sto fermo. Se voi pensate che questo prodotto non sia espressione tipica del servizio pubblico, lasciatemi andar via». Con le tasche piene, s’intende. «Se mi considerate un estraneo, invece, arrivederci e grazie». La sua rabbia è tutta qua: «Mi sono sentito accerchiato come il generale Custer, con gli indiani che sparano da tutte le parti».


Sesso e politica, spunta la cricca di Miss Italia

di Gian Marco Chiocci

Tutti gli intrighi dell’edizione 2007 messi a nudo da un’inchiesta della procura di Potenza.

Dalle concorrenti raccomandate da aziende e ministri alle votazioni taroccate, dagli sponsor occulti ai ripescaggi sospetti.

Leggi il circo delle intercettazioni



 

Parma - Da Marcello Dell’Utri a Miss Italia, ovvero dai pentiti di mafia «imbeccati» per accusare il senatore del Pdl agli inciuci politici e alle tresche sessuali nel concorso di bellezza. Per capire di cosa diavolo stiamo parlando occorre partire da quanto pubblicato sul Giornale alcune settimane fa allorquando rendemmo nota un’inedita conversazione del 2007 fra l’avvocato dei pentiti Gregorio Donnarumma e Patrizia Mirigliani, organizzatrice della manifestazione di Salsomaggiore.

In quella lunga chiacchierata fra amici il legale rivelava di quando gli proposero soldi e un seggio al Parlamento per mettere d’accordo i «suoi» collaboratori di giustizia contro Dell’Utri. Cercando di approfondire la vicenda abbiamo scoperto che quell’intercettazione (effettuata dalla procura di Potenza che poi ha trasmesso per competenza gli atti a Parma, dove l’inchiesta su Miss Italia è stata archiviata) non solo non è mai stata spedita ai giudici di Palermo del processo-Dell’Utri ma nessun approfondimento serio è stato avviato.

L’interrogatorio del 18 ottobre 2007 dell’avvocato Donnarumma è fra i più rapidi della storia giudiziaria italiana. In poche parole, infatti, il legale dei pentiti nega l’evidenza delle frasi riferite al telefono: «Il signor Donnarumma - scrive il pm Woodcock nel verbale riassuntivo - nel passato è stato legale di fiducia di collaboratori di giustizia. Riferisce di aver collaborato con l’avvocato Li Gotti (oggi esponente dell’Idv, ndr) e di aver difeso il padre del pentito Brusca e che nella sua carriera ha avuto paura quando ha difeso alcuni pentiti. Riferisce che non ha mai ricevuto richieste in merito alla sua gestione dei collaboratori e che ha parlato al telefono con la signora Mirigliani Patrizia della sua gestione dei pentiti e nella circostanza ha riferito cose non vere». Punto. Fine. Nessuna contestazione o indagine ulteriore. E così il tribunale di Palermo, ieri, parlando di mera «prova generica», ha rigettato l’istanza degli avvocati Li Peri e Federico (difensori di Dell’Utri) che chiedevano l’acquisizione dell’intercettazione shock.

Spulciando con attenzione nel fascicolo di Miss Italia anziché trovare riferimenti al senatore del Pdl e ai pentiti indotti a mentire, il Giornale è incappato nelle clamorose risultanze degli accertamenti svolti da polizia e carabinieri su presunte irregolarità nel concorso di Miss Italia del 2007. E se la procura di Parma ha ridimensionato le devastanti conclusioni della Squadra Mobile di Potenza arrivando a parlare di fatti «penalmente non rilevanti» anche se le condotte appaiono «moralmente discutibili», lo spaccato che esce fuori dall’inchiesta non è dei più edificanti.

Fra queste condotte discutibili vi sarebbero le relazioni sentimentali tra alcuni organizzatori e giovanissime candidate, le raccomandazioni da parte di politici (si è indagato persino sull’ex ministro Luca Zaia) e di aziende interessate, i ripescaggi dubbi e contestati, il televoto «taroccato», le promesse di assunzioni in Rai alle ragazze prima illuse e poi bocciate. E soprattutto l’utilizzazione di sponsor occulti, come ipotizzato inizialmente dai pm e come traspare dalle intercettazioni sul celebre bisticcio in diretta tv fra Mike Bongiorno e Loretta Goggi culminato con l’addio dal palco della nota conduttrice. La quale improvvisamente prese cappello lamentandosi di esser stata messa volutamente da parte da Mike.



Un funzionario dei Servizi segreti indagato per la strage di via D'Amelio

Corriere della Sera
Riconosciuto dal pentito Spatuzza. Accusa di concorso in strage

Caltanissetta - Dello 007, ancora al lavoro, parla anche Ciancimino jr

Un funzionario dei Servizi segreti indagato per la strage di via D'Amelio


Una foto di archivio di Paolo Borsellino
Paolo Borsellino
ROMA — Un funzionario dei servizi segreti tuttora in forza all'Aisi, l'Agenzia di informazioni per la sicurezza interna che ha sostituito il vecchio Sisde, è indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso nella strage di via d'Amelio, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. È un nome poco noto alle cronache, ma comparso più volte nelle inchieste siciliane sui rapporti tra Cosa nostra ed esponenti delle istituzioni. Ha lavorato ed era amico con Bruno Contrada, l'ex poliziotto e numero 3 del Sisde condannato a dieci anni di carcere per concorso in associazione mafiosa, è comparso come testimone in quello e in altri processi ed inchieste.

Adesso è lui al centro degli accertamenti da parte dei magistrati che hanno riaperto l'indagine sull'autobomba esplosa il pomeriggio del 19 luglio 1992, 56 giorni dopo la strage di Capaci che aveva ucciso Giovanni Falcone. L'ordigno fu sistemato all'interno di una Fiat 126 rubata da Gaspare Spatuzza, boss del quartiere palermitano di Brancaccio. Il quale due anni fa ha deciso di collaborare con la giustizia, e nell'interrogatorio del 17 dicembre 2008 reso ai pubblici ministeri di Firenze, che indagano sulle stragi del '93 in continente, a proposito dei contatti di Cosa nostra con ambienti esterni ha detto: «C'è una questione su via D'Amelio, che c'ho una figura di una persona che non avevo mai visto e che non conosco. Quando io consegno la 126 in questo garage (dove fu imbottita di esplosivo, ndr), insieme a Renzino Tinnirello ("uomo d’onore" della stessa cosca, ndr), c'è questa persona che io sconosco. Una figura che rimane in sospeso».

Lo stesso episodio l'aveva riferito agli inquirenti di Caltanissetta e prima ancora al superprocuratore antimafia Pietro Grasso, durante i colloqui investigativi; specificando che quando notò lo sconosciuto abbassò lo sguardo per mostrare di non averlo notato e di non essere interessato a sapere chi fosse. Nel tentativo di risalire all'identità del misterioso personaggio, i pm hanno sottoposto al neo-pentito dei voluminosi album di fotografie di appartenenti ai servizi segreti e alle forze dell'ordine. In due di queste, Spatuzza ha riconosciuto il funzionario all’epoca del Sisde e oggi dell’Aisi. Certo, si tratta dell'indicazione di una persona vista una volta sola sedici anni prima, che gli inquirenti hanno cominciato a valutare con le dovute riserve. Ma l'attendibilità del collaboratore di giustizia (lo stesso che ha testimoniato dei presunti contatti di Cosa Nostra con Dell'Utri e Berlusconi nel 1993, per come gli furono riferiti dal capomafia Giuseppe Graviano) per i magistrati è ormai fuori discussione.

Tanto che alla proposta del programma di protezione riservato ai pentiti, avanzata dalla Procura di Firenze, si sono associati gli uffici di Caltanissetta e Palermo, nonché la Direzione nazionale antimafia. Mentre erano in corso le verifiche sulla deposizione di Spatuzza è arrivato Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo che sta testimoniando sui rapporti tra suo padre — che si muoveva per conto di Bernardo Provenzano — e rappresentati dello Stato. Anche a lui sono stati sottoposti gli album di foto forniti dall'attuale dirigenza dei Servizi segreti, e sfogliandoli ha indicato due personaggi che secondo lui erano vicini al «signor Franco», l'uomo «di apparato » che incontrava sia suo padre che Provenzano. Uno dei volti riconosciuti dal giovane Ciancimino corrisponde a quello sul quale aveva già messo il dito Spatuzza. Secondo il figlio dell'ex sindaco mafioso, quell'uomo è colui che ha continuato ad avere contatti con Vito Ciancimino quando era detenuto, a partire dal dicembre 1992, entrando e uscendo spesso dal carcere di Rebibbia.

Dunque, se le individuazioni fotografiche dovessero corrispondere alla realtà e trovassero riscontri, la stessa persona presente tra i boss in una fase cruciale della preparazione dell'attentato a Paolo Borsellino— episodio catalogato fin da subito come difficilmente circoscrivibile ai soli interessi mafiosi — ha anche partecipato ai contatti tra Cosa nostra e istituzioni durante la «trattativa» avviata nel 1992, passata attraverso le stragi e proseguita (secondo Spatuzza, ma anche Ciancimino jr) fino ai primi anni Duemila. Ipotesi che confermerebbe misteriosi e inquietanti scenari, già immaginati in base ad altri elementi, sul ruolo di alcuni segmenti dello Stato nei rapporti con la mafia durante la sanguinosa e destabilizzante stagione delle stragi.

Giovanni Bianconi
21 maggio 2010

Furbetti quartierino: De Benedetti indagato per il crac Coppola

di Angelo Allegri

L'ingegnere era nel cda della banca che concesse 100 milioni a Zunino. 

Ora rischia il rinvio a giudizio per aver mentito a Bankitalia.

Un uomo disperato che  ha paura di sparire



 

E così tra i «furbetti del quartierino» (Stefano Ricucci dixit) è finito anche l’Ingegnere: indagato a Roma rischia il rinvio a giudizio insieme ad altre 40 persone. Una compagnia imbarazzante per chi, anche in quanto a stile, è abituato a frequentare il meglio del capitalismo internazionale e che oggi sulle pagine dei giornali sarà accomunato a Danilo Coppola, pettinatura improbabile, origini da borgataro romano, e a Luigi Zunino, modi diretti da provinciale piemontese, oggi in disgrazia con il suo superindebitato gruppo immobiliare. A Carlo De Benedetti non rimane nemmeno la consolazione di aver giocato una partita importante e di essere inciampato in uno degli incidenti di percorso a volte considerati inevitabili da chi ama i soldi e quindi il rischio. No, il suo ruolo è quello di una semplice comparsa, in un proscenio affollato di protagonisti di serie B.

Nel mirino c’è un finanziamento da 100 milioni di euro concesso dalla Banca Intermobiliare di Torino (di cui era consigliere di amministrazione) al gruppo di Zunino. L’imputazione sarebbe quella di ostacolo all’attività di vigilanza: De Benedetti e i suoi colleghi del cda avrebbero mentito alla Banca d’Italia pur di poter continuare a finanziare uno Zunino ormai in crisi di liquidità. Nella stessa inchiesta dei pm Casini e Sabelli (ieri è stato firmato l’atto di chiusura delle indagini, preliminare alla possibile richiesta di un processo), si parla anche di associazione a delinquere, bancarotta, appropriazione indebita, falso, impiego di denaro di provenienza illecita. Accuse, insomma, non proprio da poco e a cui dovranno far fronte gli altri indagati.

Al centro della vicenda c’è il già citato Coppola, immobiliarista improvvisamente balzato alla ribalta nazionale e subito diventato protagonista della stagione delle scalate bancarie (in palio c’erano Bnl e Antonveneta). Seguendo le sue prodezze e il suo crac da 300 milioni i magistrati hanno iniziato a indagare sui finanziamenti generosamente concessi da una banca, Intermobiliare, appunto. Tra l’istituto torinese e il giovane immobiliarista rampante il rapporto era strettissimo: «È come fosse mio figlio», disse in una famosa assemblea Franca Bruna Segre, presidente e vera anima della banca, difendendo il pupillo, ormai in disgrazia. Il fatto è che Franca Bruna Segre non è una qualunque: da sempre appartiene al gotha del business piemontese e da sempre è considerata la «commercialista» di De Benedetti, che già aveva rapporti strettissimi con suo marito, morto anni fa.

Per questo De Benedetti era nel consiglio di amministrazione, che, secondo i magistrati, non era proprio rigorosissimo nelle pratiche di fido. Non solo quando serviva a Coppola. Nel 2005 bisognava decidere se finanziare per 100 milioni Zunino (legato a Coppola da alcuni affari conclusi insieme). Una regola prudenziale imposta dalla Banca d’Italia è che un istituto di credito non possa dare troppi soldi a un singolo imprenditore. E la banca aveva già superato il tetto massimo di prestiti erogabili all’ex patron di Risanamento. L’ostacolo fu superato: il prestito fu concesso a una società, «Immobiliare D» e alla sua amministratrice, Stefania Cossetti, trascurando il fatto che l’immobiliare era in pratica nelle mani di Zunino (era lui il vero «dominus» della situazione, come dicono in termini giuridici i magistrati) e che fu lui a incassare i soldi. Un anno dopo lo stesso giochetto fu ripetuto per Coppola. In questo caso i soldi furono dati a sua moglie. Ma qui De Benedetti non c’entra, visto che non era più nel consiglio.

Il risultato è che oggi sotto accusa, oltre a Coppola, ci sono gli uomini a lui più vicini, a partire da suo cognato Luca Necci. Con loro anche Paolo Colosimo, avvocato, già in carcere per un’inchiesta sul riciclaggio internazionale di denaro. Dalla parte della banca rischiano il processo l’amministratore delegato Pietro D’Aguì, la già citata Franca Bruna Segre, il figlio Massimo, e tutti i consiglieri che votarono la delibera incriminata. Quanto a De Benedetti, i suoi rapporti con le banche erano già stati in passato sfortunati. All’inizio degli anni Ottanta entrò nell’azionariato del Banco Ambrosiano con una quota del 2%, ricevendo la carica onoraria di vicepresidente. Chiese di vedere i conti e iniziò subito a litigare con i vertici. Dopo appena due mesi fu generosamente liquidato e uscì dall’istituto. Il passaggio gli costerà una condanna, poi cancellata in Cassazione. Allora a convincerlo all’operazione fu il carisma di Roberto Calvi. Oggi paga il rapporto con la Segre. Frequentazioni sfortunate.