giovedì 20 maggio 2010

Santoro Mr 17 milioni, gli altri hanno zero

Libero





Annozero cala il sipario
- Dopo la puntata di questa sera dedicata al Vaticano, la trasmissione Annozero, il tanto contestato programma di Michele Santoro, va in pensione. È il risultato dell'accordo di divorzio, consensuale, tra il coduttore più odiato della destra e più amato dalla sinistra e da "mamma" Rai. Il conduttore lascia così l’azienda con sei anni di anticipo per lanciarsi nella libera professione.

Il futuro - E così Santoro inizierà ad occuparsi del suo futuro, certamente non nebuloso considerato che sono previsti 3milioni di euro per la sua liquidazione e 14milioni per una collaborazione lavorativa dei prossimi due anni. E con lui ci sarà a lavorare tutto il suo entourage. Il giornalista, con tutti quei soldini, dovrebbe realizzare almeno 14 puntate di docu-fiction, dal provvisiorio titolo "Signor M.", più altri programmi da piazzare nelle varie reti. Tra queste dovrebbero esserci anche delle prime serate. Emergono anche le prime indiscrezioni sul contenuto delle prime due puntate: una sulle opere e sulla vita di Gesù, l'altra sulla storia di Adolf Hitler.

RaiDue e gli altri canali - Ci sono poi altre questioni da non sottovalutare, ovvero gli aspetti tecnici. Pare che Santoro non voglia ricorrere al personale interno ma stia puntando a operatori e autori esterni: probabilmente il quasi ex conduttore di Annozero aprirà una sua casa di produzione. Ma veniamo alle reti delle trasmissioni. Forse non sarà RaiDue a ospitare ancora il giornalista. Del resto con la venuta del digitale terrestre, Viale Mazzini potrebbe decidere di dirottare l'uomo su altri canali. In questo modo RaiDue potrà pensare a rimpilzare il palinsesto con nuove proposte per il giovedì sera.

Le reazioni - Ma mentre Santoro parla di "scelte dell'azienda fatte per l'interesse del pubblico", il pubblico non ha per niente capito quale sia il suo interesse. Il direttore generale, dicono da Viale Mazzini, non ha fatto altro che dare seguito al cosiddetto "esodo incentivante". Un esodo davvero generoso visto che lo stipendio di Mister Santoro supera anche quello di Masi stesso. Il girnalista costa alla rai 998mila euro lordi (750mila netti). A Masi ne spettano solo 715mila. Intanto il mondo della politica continua a ragionare sull'operazione. Il presidente dell'associazione Lettera22, Paolo Corsini, parla di operazioni imbarazzanti. Il componente dell'esecutivo dell'Usigrai Stefano Campana e il consigliere dell'Fnsi Luigi Monfredi affermano: «Da Annozero a sei zeri. La soluzione del caso Santoro è quantomeno imbarazzante».

L'amico Travaglio lo giustifica - Marco Travaglio scende in campo per giustificare l'amico sottolineando che la Rai lo aveva portato in tribunale e che aveva la pistola puntata. Voleva liberarsi: «Che io sapessi che lui cercasse da tempo di andarsene, di liberarsi del giogo di un'azienda a cui porta pubblicità e ascolto prendensodi in cambio solo calci nei denti bé è un altro discorso. Era nell'aria». Per il futuro? «Non abbiamo parlato del futuro abbiamo già problemi col presente. C'è ancora Annozero. Michele l'altra sera ha passato il tempo a preparare la puntata di oggi sulla pedofilia e a rispondere agli amici. Io stesso ho fatto le 5 di mattina a scrivere il mio pezzo». E sulle docu-fiction? «Non me ne intendo. Ora non so cosa voglia fare Michele: se una cosa su Portella della Ginestra piuttosto che sullo scandalo della banca D'Italia. Non so neanche se potrei essere utile. Io per ora guardo e imparo...»

20/05/2010





Lo sfogo di Santoro con i suoi «Ho voluto evitare tre anni di mobbing»

Corriere della Sera
«Ero accerchiato come Custer»

addio alla rai: il retroscena

Lo sfogo di Santoro con i suoi «Ho voluto evitare tre anni di mobbing»


ROMA

«Ragazzi, non potevo continuare a lavorare accerchiato come il generale Custer. Non si può vivere bene in un’azienda che ti considera un nemico interno. Se digito il mio nome sulla banca dati Rai esce fuori l’espressione "in causa"». Michele Santoro, il giorno dopo. È ieri mattina, mercoledì, quando si fa il punto in vista della serata di oggi su Raidue e si esaminano tutti i dettagli di «Annozero». L’atmosfera è tesa. Santoro spiega le sue ragioni. A farlo decidere definitivamente per la fine del suo rapporto con la Rai, racconta, è stata la decisione dell’azienda di ricorrere in Cassazione contro la famosa sentenza con cui il 26 gennaio 2005 il giudice del lavoro obbligava la tv pubblica e restituire al conduttore un programma di prima serata (sentenza poi confermata successivamente). Santoro butta lì: «Scelta condivisa da tutti. La sinistra nel Consiglio Rai non si è opposta... E nemmeno il presidente Paolo Garimberti...».

Santoro, la lunga carriera in Rai

Quando dice «azienda» indica tutti, inclusi i consiglieri di area pd e il presidente di garanzia. Ragionamento di Santoro: «Annozero» va benissimo, l’ascolto quest’anno supera largamente il 20,3%, ci sono state punte del 30%, la trasmissione viene considerata merce pregiata dalla Sipra, cioè la concessionaria della pubblicità Rai, perché la prima serata di Raidue raramente supera il 10-12%. Una prova? Chiede retoricamente Santoro. Lui la fornisce subito. La stagione è cominciata con due blocchi di pubblicità, adesso siamo a quattro: in un periodo in cui la pubblicità latita ovunque, insiste Santoro, è la riprova che «Annozero» funziona bene. Quanto? L’azienda non svela cifre. Ma i Centri Media calcolano che ogni puntata di «Annozero» vale sui 350.000 euro (1 milione e 200.000 euro al mese). E che di questi 350.000, circa 100.000 sono ascrivibili al valore aggiunto di «Annozero» poiché Raidue venderebbe comunque due spot in prima serata. In quanto al quarto, c’è chi in azienda fa notare come il conduttore di «Annozero» calcoli anche quello di coda. Che tecnicamente non «apparterrebbe» a lui. Torniamo a Santoro. E allora? «Allora, invece di avere appoggio, aiuti, sostegno dai vertici Rai ti arriva il ricorso in Cassazione. Io mi sarei aspettato ben altro. Cioè la proposta di trovare un accordo e chiudere il contenzioso giudiziario, dopo un’annata così. Al contrario, dovrei aspettare altri tre anni...». Cioè almeno altri tre anni di una nuova causa in attesa della sentenza: «Come posso lavorare così?».

Video

Tre anni in cui, ha confidato Michele ai suoi, la Rai avrebbe «continuato a farmi oggetto di mobbing. Altri tre anni di immobilità professionale». Meglio altre avventure. Meglio docu-fiction da sperimentare. Meglio proseguire nel solco di «Rai per una notte» e vedere se esiste uno spazio alternativo, tra web e satellite, alla tv generalista. E i soldi? E l’accordo milionario? Santoro ricorda di avere un contratto da direttore, di avere altri sei anni di Rai davanti a sé, di aver chiuso con uno scivolo di tre anni di retribuzione «così come avviene con i dipendenti che raggiungono certi accordi». Vespa (che non consegna «Porta a porta» chiavi in mano, come avverrà con le docu-fiction di Santoro, ma ha solo un contratto di collaborazione) ridacchia: «E dire che io, nel 2001, dopo 39 anni di azienda, ebbi una liquidazione di 300 milioni, pari a 150.000 euro di oggi...».

Paolo Conti
20 maggio 2010

Sorpresa sinistra Santoro ha un prezzo

Il Tempo

Per il conduttore si parla di una buonuscita da 10 milioni. il "suo" popolo insorge.
Commenti anti-Michele sulla pagina Facebook di Annozero: "Una mattina mi son svegliato e...ho trovato un traditor".

Anche gli eroi senza macchia e senza paura hanno il portafoglio. E, tendenzialmente, preferiscono mantenerlo pieno. Lo sa bene Michele Santoro che, dopo il via libera del Consiglio d'amministrazione, si prepara a siglare l'accordo che sancirà la «separazione consensuale» dalla Rai. Un accordo accompagnato da un assegno con un bel po' di zeri. C'è chi parla di due milioni di euro (ma questa dovrebbe essere solo la buonuscita), chi addirittura di 10. E così la sinistra scopre che anche il paladino delle libertà d'informazione, l'uomo simbolo della resistenza allo strapotere berlusconiano, ha un prezzo.

Lui, per il momento, si limita a far sapere che nelle prossime settimane, quando l'intesa sarà «definita in ogni sua parte», fornirà tutte le risposte sull'accordo e su cosa farà d'ora in avanti. Ma intanto il popolo, il «suo» popolo, insorge. La pagina Facebook di Annozero abbonda di commenti di chi si sente tradito dal proprio beniamino. Si va da un semplice «mah», messo lì a testimoniare lo sconcerto per una decisione incomprensibile, alla richiesta esplicita di spiegazioni, fino agli attacchi duri. Come quello di Alida Lo Monaco, che ironizza: «Farla fuori dal vaso non ha prezzo, per tutto il resto ci sono 30 denari d'argento in valuta attuale...» O come Galileo Liuzzi, che scomoda addirittura Bella ciao (la canzone che Santoro cantò in diretta nel 2002 durante la puntata di Sciuscià che seguì «l'editto bulgaro» di Berlusconi ndr): «Una mattina mi son svegliato e.....ho trovato un traditor».

Paola Giachini commenta laconica: «Mi sembra che alla fine, dopo lotte e proclami, si preferisca guardare il proprio orticello...che delusione!». Sulla stessa lunghezza d'onda Sergio Filippa: «Anche tu sei crollato davanti al denaro!». E via così con Gioia Botteghi («Comunque i soldini non fanno schifo a nessuno»), Filippo Fricchi («Il profumo dei soldi è irresistibile Michele? eh Michele?? Michele Michele mi hai deluso») e chi più ne ha, più ne metta. Certo, c'è anche qualcuno che gli rinnova comunque la fiducia, sicuro che Michele utilizzerà quei soldi per fare qualcosa di bello e comunque di rivoluzionario. Ma in tanti si lanciano all'attacco del conduttore. Le reazioni politiche sono altrettanto scandalizzate. Il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi, prova a trasformare una buonuscita milionaria in un'epurazione: «Che i vertici della Rai gettino denaro pubblico al solo scopo di stare tranquilli ed evitare che giungano loro le puntuali telefonate di Berlusconi per fermare Annozero, sostituendolo con un giornalista più malleabile e rispettoso degli ordini di scuderia, risponde solo agli interessi politici di questa maggioranza e non a quelli giornalistici ed economici della Rai».

Ma il deputato radicale del Pd Marco Beltrandi è di tutt'altro parere: «Saluto l'ingresso di Michele Santoro nel mondo dorato delle partite iva Rai, in cui più si riscuote più ci si proclama vittime di, anche inesistenti, censure. Naturalmente a pagare siamo tutti noi, contribuenti, abbonati». E se l'associazione Lettera 22 opta per l'ironia («Da Annozero a 6 zeri. La soluzione del caso Santoro è quantomeno imbarazzante»), la maggiora parte dei commenti sottolinea l'assurdità di buttare 10 milioni di euro in un momento di crisi economica. Il tutto mentre la Vigilanza sta discutendo il contratto di servizio Rai per il triennio 2010-2012 e si sta dividendo proprio sulla trasparenza dei compensi dei conduttori televisivi. Il Pdl vorrebbe indicarli nei titoli di coda, il centrosinistra preferirebbe pubblicarli sul sito web dell'azienda.

In ogni caso, il presidente Sergio Zavoli, commentando la vicenda Santoro, non è tenero: «Questa questione avrà conseguenze anche sui colleghi. Non credo che tutti rimarranno felici e contenti di vedere come uno di loro, che certo non considereranno il più bravo in assoluto, ha potuto chiudere la sua partita con l'azienda». Insomma, le polemiche non si placheranno molto facilmente. Anche perché all'orizzonte, per il bel Michele, potrebbe esserci una nuova esperienza politica. Il suo nome, infatti, circola nella rosa di possibili candidati per il centrosinistra alle comunali di Napoli del 2011. Antonio Di Pietro vorrebbe Luigi De Magistris, ma Santoro potrebbe essere un'ottima soluzione intermedia. In fondo a chi non piacerebbe un sindaco con dieci milioni di euro in tasca?



Nicola Imberti

20/05/2010



Il padre di Elisa Claps: «Italia Paese di pagliacci»

Il Secolo xix

«Io non credo più nella giustizia. Il nostro è un Paese di pagliacci, di pagliacciate, barzellette». È lo sfogo amaro di Antonio Claps, il papà di Elisa, la ragazza sparita il 12 settembre di 17 anni fa e i cui resti sono stati ritrovati il 17 marzo scorso in un sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza. Claps parla per la prima volta, in una intervista al al Corriere della Sera, della vicenda di sua figlia e dell’inchiesta in cui al momento figura come unico indagato Danilo Restivo.

«Se avessero lasciato fare a me, 17 anni fa - dice - la giustizia sarebbe arrivata eccome. Le cose andavano fatte allora, non oggi. Invece tutto ha preso altre strade. E adesso la verità non conta più. Che mi interessa? Lei, Elisa, qua oggi non c’è». «Io ve lo dico già - aggiunge esprimendo la sua rabbia - non ci andrò ai suoi funerali. Resterò qui, a piangerla da solo».



Caso Marrazzo. Jennifer: Cafasso vide il carabiniere prima di morire

Il Messaggero

 

ROMA (19 maggio)

Jennifer, il transessuale legato al pusher Gianguerino Cafasso, ha raccontato oggi presso il Tribunale di Roma, nell'ambito dell'incidente probatorio sul caso Marrazzo, cosa avvenne tra l'11 e il 12 settembre dello scorso anno quando il suo compagnò morì in un albergo sulla via Salaria a causa di una overdose. Per quella morte oggi sono indagati, per il reato di omicidio volontario, i tre carabinieri infedeli (Luciano Simeone, Carlo Tagliente e Nicola Testini) che ordirono anche un ricatto ai danni dell'ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo.

«I rapporti tra Testini e Cafasso erano buoni - ha detto Jennifer rispondendo alle domande del gip Renato Laviola. La notte prima della morte di Cafasso si sono incontrati tra le 2.30 e le 3.00 in un parcheggio nella zona di Saxa Rubra, li ho visti e ho notato quando Nicola gli ha dato qualcosa».

Anche il secondo teste ascoltato oggi, Marianna Wechsler, la donna ungherese legata per un periodo a Testini, ha affermato che tra il carabiniere della compagnia Trionfale e Cafasso non c'erano stati screzi, discussioni o litigi. Il difensore di Testini, l'avvocato Valerio Spinarelli, commentando le parole di Jennifer ha ribadito che «l'accusa di omicidio a carico di Testini per la morte di Cafasso è fondata sul niente. Cafasso non è morto per una overdose. Era un soggetto cardiopatico, poteva morire in qualsiasi momento». Dubbi sono espressi dal penalista anche sul comportamento della trans in quelle ore: «Non ha spiegato perché‚ quando scopre che Cafasso sta male si allontana dall'albergo di almeno 5 km, come dimostrano i tabulati telefonici, per poi tornare in stanza e allertare il 118».

L'incidente probatorio riprenderà giovedì: previste le testimonianze dei trans Camilla e Silvia e di Emiliano Mercuri. Quest'ultimo è indagato perché accusato di aver messo della droga, nell'agosto del 2004, nell'auto di Giuseppe Genco dopo essere stato costretto da Testini e Tagliente.



Accordo scandalo»: i partiti contro Santoro

Duri anche Casini, Pd e Idv. La replica: ho agito nell’interesse del pubblico. Il caso | La mega-buonuscita Rai divide i fan: «Ha tradito». «No, ha fatto bene» «Accordo scandalo»: i partiti contro Santoro

ROMA




Michele Santoro si avvia a chiudere «Annozero» in bellezza, per quanto riguarda gli ascolti. E sicuramente in mezzo alle polemiche per la sua uscita milionaria dalla Rai. Ieri il conduttore è intervenuto con una nota per dire la sua sulla «separazione consensuale» resa nota a sorpresa martedì sera: «Avrei preferito che solo ad accordo sottoscritto se ne fosse data notizia — afferma —. Tuttavia prendo atto con soddisfazione delle decisioni che mi riguardano, proposte dal direttore generale e assunte di fatto alla unanimità dal Cda della Rai, che mi potranno consentire di sperimentare nuovi formati televisivi ».

Quanto agli interrogativi sollevati dal suo caso, Santoro fa sapere che «a conclusione della stagione, e solo a firma avvenuta, risponderò a tutte le domande sul carattere dell’accordo e sul mio futuro professionale, convinto come sono — sottolinea — di aver agito ancora una volta nell’interesse del pubblico».

Intanto, ieri prima riunione del dopo-uscita. Marco Travaglio: «Non è vero che io sia rimasto deluso o che sia arrabbiato con Michele. Non sono sua moglie, non devo sapere tutto sulla sua vita e sulle sue scelte personali. Credo che dopo un mobbing durato anni la pentola a pressione sia saltata. Non solo la Rai non ti ringrazia quando hai successo, ma tenta di fregarti come può, se ti chiami Michele Santoro». Silenzio da Sandro Ruotolo, il «vice» che tutti danno per sicuro collaboratore di Santoro anche per le sue future avventure professionali.

Dice Giulia Innocenzi, collaboratrice per lo spazio Generazione Zero: «Michele ci ha raccontato e spiegato per grandi linee. Noi lo abbiamo ascoltato ma nessuno aveva molto da dire. Non è facile rimanere a lavorare in una azienda che ti ostacola continuamente invece di aiutarti e incoraggiarti, senza tenere conto dei risultati di ascolto entusiasmanti». Ma sulla pagina Facebook di Sandro Ruotolo compaiono i primi distinguo: «hahah... alla fine il denaro vince sempre, allora meglio b...ni». «Ma chi si è mobilitato per "Rai per una notte" è stato ingannato, che delusione!».


C’è anche chi difende la scelta: «Ma che tradimento: calma e gesso, vediamo cosa succede». «Mi rifiuto di credere ad un tradimento di Michele Santoro, penso che ci sarà come e più di prima». Interviene anche Sergio Zavoli, presidente della Vigilanza Rai, parole critiche verso il contratto proprio mentre la commissione sta affrontando la possibilità di rendere accessibili a tutti i compensi: «Questa questione di Santoro avrà conseguenze anche sui colleghi.

Non credo che tutti rimarranno felici e contenti di vedere come uno di loro, che certo non considereranno il più bravo in assoluto, ha potuto chiudere la sua partita con l’azienda». Anche la Velina Rossa, un’agenzia di informazione vicina al Pd (area D’Alema), lo attacca: «Cosa racconteranno i vari Santoro nelle ultime puntate della trasmissione a un pubblico che credeva in loro e che forse li aveva presi per gli ultimi idealisti della politica? E la Rai spende per fare un favore al premier? ».

Giorgio Merlo, Pd: «Quel compenso è un’offesa per gli italiani che vivono in una difficile situazione economica». Massimo Donadi, Idv: «Scelta della Rai grave e immorale». Alessio Butti, Pdl, parla di «ipocrisia del centrosinistra » di fronte allo «scivoletto milionario » accordato a Santoro. E di «autentico scandalo» parla il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini.

Oggi ci sarà un nuovo round per la Rai. Potrebbe arrivare la prima sentenza del giudice del lavoro per la causa intentata da Paolo Ruffini (nominato direttore di Rai Educational e di una sola parte dei canali digitali) per essere reintegrato alla direzione di Raitre. In quanto al black-out di Rainews 24, l’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) e la Federazione nazionale della stampa invitano l’azienda a «chiedere scusa agli utenti». Fonti aziendali assicurano che già dalla notte tra lunedì e martedì l’ascolto di Rainews 24, calcolato sui 20.000 telespettatori, sarebbe tornato regolare.

P. Co.
20 maggio 2010

Italians - San Toro, patrono della buonuscita di B. Severgnini

Parigi, rubati Picasso, Matisse e Modigliani Colpo da 500 milioni al Museo d'Arte moderna

Il Mattino

PARIGI (20 maggio) - Cinque quadri di grandi pittori, sono stati rubati stanotte al Museo d'Arte moderna di Parigi. I cinque quadri rubati stanotte dai ladri sono opere di Picasso, Matisse, Modigliani, Braque e Leger, di un valore complessivo che la polizia stima in 500 milioni di euro.

Il quadro di Modigliani rubato stanotte a Parigi è «Donna con ventaglio». Gli altri quadri, secondo quanto si apprende, sono «Le pigeon aux petits pois» di Pablo Picasso, «La pastorale» di Henri Matisse, «L'Olivier pres de l'Estaque» di Georges Braque e «Natura morta con candelabri» di Fernand Leger.



Arrestato a Roma boss di Torre Annunziata Era nella lista dei 100 latitanti più pericolosi

Il Mattino

NAPOLI (20 maggio)

La Sezione Narcotici della Squadra Mobile della Questura di Lucca, a seguito di serrate indagini e appostamenti, ha rintracciato e arrestato un pericoloso pluripregiudicato, Michele Chierchia, 58enne boss del rione Provolera di Torre Annunziata, in provincia di Napoli, inserito nella lista dei 100 latitanti più pericolosi d'Italia.

Le indagini erano iniziate nello scorso mese di aprile in Versilia, dove vivono due dei figli del Chierchia, e avevano avuto una improvvisa accelerata nel trascorso fine settimana, quando i poliziotti lucchesi hanno circoscritto la zona dove il boss poteva essersi rifugiato in un quartiere periferico di Fiumicino.

L'intera sezione narcotici con a capo il dirigente Virgilio Russo si è recata a Fiumicino dove, affiancata dai colleghi delle Squadre Mobili di Firenze e Roma e del locale Commissariato, ha individuato l'anonima villetta dove il boss si era rifugiato, e da dove si allontanava solo per brevi incursioni in Campania, dove continuava a curare i suoi illegali traffici nel lucroso settore degli stupefacenti.

Ieri alle 13 il blitz decisivo: avuta la certezza che Chierchia fosse in casa, con una operazione-lampo congiunta i poliziotti hanno circondato l'edificio e fatto irruzione, sorprendendo il latitante che ha solo accennato una fuga dal retro.

Dopo essere stato ammanettato, si è limitato a fare i complimenti ai poliziotti, chiedendo come avessero fatto a localizzarlo in un posto così anonimo e lontano dalla Versilia. Michele Chierchia è stato scortato in Questura a Roma e tratto in arresto perchè colpito da ben tre ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Tribunale di Lucca a maggio del 2008, dal Tribunale-Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dal Tribunale-Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari nel luglio del 2009 per il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.


Grecia, il ministro ex playmate si dimette per i guai con il fisco del marito

Il Mattino

 

ATENE (19 maggio) - Dopo le dimissioni del ministro Angela Gerekou,si ipotizza ora un possibile rimpasto governativo in Grecia. Il principale partito di opposizione Nuova Democrazia (ND, centrodestra) accusa il premier di non 'essere in grado di garantire e assicurare la trasparenza nel suo partito e nello stesso governo'. Angela Gerekou, ex attrice che nel 1996 ha posato nuda per Playboy, si e' dimessa in seguito alle rivelazioni che suo marito, un famoso cantante, da anni, evadeva il fisco.



Google annuncia le ricerche criptate

La Stampa

Dalla prossima settimana, per rafforzare la privacy degli utenti. Ma chi li proteggerà da Google?
FEDERICO GUERRINI
Google  annuncia le ricerche criptate
Cerca di riguadagnare terreno in termini di immagine, Google, dopo la brutta figura fatta registrando dati wi-fi di privati nell’ambito del suo servizio Street View. E così, nel post sul blog istituzionale in cui si scusa per l’accaduto annuncia anche l’arrivo, la settimana prossima, delle ricerche criptate. La crittografia è una scienza oscura ai più, ma sostanzialmente, il suo utilizzo comporta che eventuali dati intercettati nel passaggio dal Pc di un utente ai server di Google, non potranno essere interpretati da occhi indiscreti.

Google utilizza già la crittografia per il suo servizio di posta elettronica Gmail, una caratteristica introdotta quest’anno, dopo gli attacchi portati al servizio da parte di ignoti hacker, probabilmente cinesi. L’estensione del protocollo SSL (quello che si adopera anche per le transazioni bancarie) al motore di ricerca doveva avvenire in una fase più avanzata, ma i recenti avvenimenti hanno indotto l’azienda ad anticipare i tempi. Non si ancora però che aspetto avrà la nuova funzione di ricerca, né come sarà strutturata esattamente.

In realtà, una ricerca crittografata con Google, esiste già, ma non è opera di Mountain View, bensì di un sito indipendente, chiamato Scroogle, attivo fin dal 2003. Scroogle per funzionare si basa su Google, quindi utilizzandolo si ottengono gli stessi risultati, ad eccezione dei link sponsorizzati. Altri motori di ricerca poco noti, come Ixquick e Yauba fanno un passo più in là, non registrando alcun dato identificativo dell’utente, come l’indirizzo Ip e non conservando nemmeno i cookie, quei piccoli file di testo che fan sì che un sito ricordi le visite precedenti. Poco noti, non significa meno validi: Ixquick, per esempio, ha ricevuto nel 2008 l’European Privacy Seal, l’approvazione formale dell’Ue per la sua politica in materia di privacy e si serve, per scandagliare il Web, di tutti i principali motori di ricerca, interrogati in forma anonima. Yauba è un motore sperimentale indiano lanciato nel marzo dello scorso anno la cui normativa sulla privacy si riassume in una riga: “Non conserviamo nessun informazione personale che possa identificarvi. Punto.”

Perché il nodo è tutto qui: anche se la Grande G dovesse davvero iniziare a offrire ricerche criptate, impedendo ai ficcanaso di controllare quello che stiamo cercando in Rete, rimarrebbe un problema: che Google invece, continuerà a sapere tutto. E, sommando i dati forniti dal motore di ricerca, con quelli di Gmail e degli altri innumerevoli suoi servizi, compresi gli annunci pubblicitari della sussidiaria DoubleClick, continuerà ad ammassare ingenti enormi quantità di informazioni su ciascuno di noi.

Che poi ne faccia buon uso, trattandoli in forma anonima e non aggregata, è quello si augurano tutti. Ma chi controllerà i controllori?


Arte dietro le sbarre, nei supermercati Coop le opere delle detenute di Rebibbia

Il Messaggero

ROMA (20 maggio)

Da questo fine settimana una serie di quadri, sculture e ceramiche provenienti dal carcere romano di Rebibbia e realizzate da un gruppo di detenute verranno esposte nei supermercati della Coop a Roma.

Ci sono già le orate allevate in mare aperto dai detenuti dell’Isola di Gorgona, i vini prodotti nella casa circondariale di Velletri e adesso, grazie al progetto “Donne Multietniche”, nei punti vendita Coop arrivano anche le opere delle detenute che frequentano il corso di arte e decorazione organizzato dal Liceo Statale d’Arte Roma2.

Sarà una sorta di mostra mercato itinerante presidiata dai soci Coop che avranno il compito di spiegare il progetto. Tutte le opere saranno proposte in vendita e il ricavato andrà in parte alla detenute e in parte sarà utilizzato per l’acquisto dei materiali del corso d’arte.

Il progetto va ad aggiungersi alle iniziative che Unicoop Tirreno, a cui fanno capo i supermercati del centro Italia, nel tempo ha sostenuto pensando soprattutto al reinserimento sociale dei detenuti. Donne Multietniche è nato dalla collaborazione tra Unicoop Tirreno, il penitenziario di Rebibbia e l’Istituto d’Arte ed ha ricevuto il patrocinio della provincia di Roma, del ministero di Giustizia e del Garante dei diritti dei detenuti della regione Lazio.

«Il corso e il laboratorio d’arte permettono alle donne di esprimere il loro potenziale creativo - spiega Lucia Zainaghi, direttrice di Rebibbia -. Attraverso l’arte le detenute (in media quindici ragazze e in maggioranza straniere) evidenziano la propria cultura, raccontano le loro storie e la propria visione del mondo».

«Con questo progetto proviamo a dare il nostro contributo al processo di reinserimento e integrazione sociale delle detenute - sottolinea Massimo Favilli, responsabile politiche sociali Unicoop Tirreno - perché la funzione di una cooperativa di consumo è anche questa: fare rete sul territorio per valorizzare iniziative dal grande valore sociale».

Il programma delle esposizioni
21 e 22 maggio nei supermercati Coop di Via Laurentina–angolo Via Sapori e di Via Bettini–angolo Via Cervi
28 e 29 maggio all’Ipercoop Via Casilina, 1011 e al supermercato Coop di Colli Aniene (via Franceschini-Largo Franchellucci)



Everest, alpinista australiano contesta Hillary: non è stato il primo sulla vetta

Il Messaggero

Duncan Chessel: due inglesi avevano raggiunto la cima30 anni prima.
Ora cerca le prove nei ghiacciai nepalesi

 

SYDNEY (20 maggio) - L'alpinista australiano Duncan Chessel, impegnato ora nella scalata finale al monte Everest, promette di sciogliere il più durevole mistero dell'alpinismo mondiale: chi fu davvero il primo a raggiungere il tetto del mondo? Il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa Tensing Norgay sono stati riconosciuti come i primi a toccare la cima di 8848 metri il 29 marzo 1953 ma due inglesi, George Mallory e Andrew Irvine, potrebbero averla raggiunta quasi 30 anni prima, nel giugno 1928.

I due, che furono visti l'ultima volta a poche centinaia di metri dalla cima, morirono sulla montagna. Il corpo di Mallory fu recuperato nel 1999, ma non l'attrezzatura fotografica che aveva con sè, mentre il corpo di Irvine non fu mai trovato. Chessel, 40 anni, che ha già scalato le più alte cime in ciascuno dei sette continenti del mondo e sta per diventare il primo australiano a scalare l'Everest per la terza volta, ha iniziato martedì l'ascesa finale e conta di raggiungere la meta domenica o lunedì. In un messaggio dal campo base all'agenzia di stampa australiana Aap, ha scritto che le condizioni sono le migliori in decenni per ritrovare i resti di Irvine, e forse prove fotografiche che i due erano arrivati in cima.

L'alpinista di Adelaide pensa di aver identificato il luogo probabile, sul versante North Col, dove il corpo dovrebbe giacere. «Ho studiato la questione molto a fondo e ora ho molta familiarità con l'Everest. Credo che avremo buone possibilità di trovare qualcosa», sostiene Chessell. «Ero sul North Col la settimana scorsa, il vento era di 150 km/ora e stava strappando via dalla montagna la neve che sarà stata lì da molti anni. Ora vi è della roccia nuda che era rimasta coperta per decenni, nelle aree dove è più probabile che sia rimasto il corpo di Irvine. Ho intenzione di cercare in quelle aree sulla via della cima, e di cogliere questa rara opportunità di trovare lui, e forse anche le macchine fotografiche mancanti», aggiunge.



Santoro, polemica sulla buonuscita Stasera ad Annozero la sua verità

La Stampa

La Rai: cifre fuorvianti e prive di riscontro con la realtà
Di Pietro: siamo con lui, la politica è riuscita a pensionarlo

  

ROMA (20 maggio) - Infuria la polemica dopo l'intesa raggiunta da Michele Santoro con la Rai. Il giornalista ha deciso di cancellare Annozero e di continuare a collabora dall'esterno con la tv pubblica. Santoro oggi fa sapere solo attraverso Repubblica che dirà qualcosa stasera in trasmissione. Poi aggiunge di essere stanco di una battaglia con l'azienda che va avanti ormai dal 2002, dal famoso "editto bulgaro" di Silvio Berlsuconi

La mega buonuscita. Le indiscrezioni parlano di un accordo da 10 milioni di euro, fra buonuscita, che dovrebbe essere intorno a 2,5 milioni di euro, e compensi per le documefiction che il giornalista dovrebbe produrre fra il 2010 e il 2011 per viale Mazzini.

La Rai ha definito oggi «fuorvianti e prive di riscontro con la realtà» le notizie riportate da alcuni organi d'informazione sui rapporti tra Santoro e l'azienda. L'intesa, ha aggiunto, «è in linea con casi analoghi e conforme alla normativa vigente in materia giuslavoristica e alla governance aziendale». «Si tratta - ha proseguito l'azienda - di una normale applicazione della normativa generale sull'esodo incentivante per i dirigenti d'azienda, affiancata da un accordo commerciale del tutto vantaggioso per Rai che acquista da un professionista prestigioso programmi e prodotti televisivi di qualità a prezzi inferiori a quelli medi di mercato e per almeno due anni».

«Ce l'ha fatta: la politica per mano di Masi, che in questo caso ha vestito i panni del boia, è riuscita a pre-pensionare Santoro, proprio mentre Tremonti non vuol mandare più nessuno in pensione pur di non pagare», ha detto Antonio Di Pietro. «Santoro - prosegue il presidente dell'Idv - scatenava così tanto la bile dei politici di maggioranza e opposizione, eccetto dell'Italia dei Valori e questo nessuno può negarlo, che pur di metterlo a tacere hanno creato un buco di bilancio di dieci milioni di euro per rescindere il contratto per Annozero. Dico subito che Santoro merita tutti quei soldi per i trattamenti di ultra-mobbing ricevuti. Dico, invece, che è stato demenziale spendere soldi pubblici per mandare a casa il miglior giornalista sulla piazza. Una perdita di bilancio che in realtà è molto più pesante di quanto offerto a Santoro se consideriamo il calo di share, e dunque pubblicitario, che l'assenza del giornalista più seguito d'Italia creerà nelle casse dell'azienda pubblica. Un danno incalcolabile per la Rai che guarda caso avvantaggia Mediaset, anche stavolta, come già accaduto con la battaglia contro Sky».

Per il leader dell'Udc Pierferdinando Casini la buonuscita di Santoro «è un autentico scandalo e il silenzio che lo circonda a destra come a sinistra è ancora più inquietante».

Sergio Zavoli, presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai, afferma che «questa questione di Santoro avrà conseguenze anche sui colleghi». E non crede che «tutti rimarranno felici e contenti di vedere come uno di loro, che certo non considereranno il più bravo in assoluto, ha potuto chiudere la sua partita con l'azienda».

«Annozero era stato già inserito nei palinsesti autunnali, se non andrà in onda la decisione sarà solo di Michele Santoro», hanno dichiarato in una nota i consiglieri di amministrazione della Rai di area Pd Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten. I due consiglieri spiegano di avere «appreso della trattativa di Michele Santoro con l'azienda soltanto nel consiglio di amministrazione di martedì scorso. Abbiamo detto con chiarezza che rinunciare a una trasmissione come Annozero sarebbe stato un grave errore editoriale ed abbiamo votato sì perché pensiamo che non si possa costringere un professionista a continuare a fare qualcosa che non vuole più fare».

«L'Usigrai non firmerà transazioni relative alla questione Santoro. A chi e perchè conviene pagare di più per meno prestazioni?». È quanto si chiede il segretario del sindacato dei giornalisti Rai, Carlo Verna. «Un incentivo all'esodo accompagnato da un accordo commerciale è cosa piuttosto singolare, da spiegare bene. C'è stanchezza per il pressing censorio, che ha avuto punte clamorose negli ultimi mesi? C'è un interesse di Santoro a essere pagato meglio? Le due cose si saldano a danno della collettività? È questa l'occasione giusta per chiedere anche di conoscere tutti i dettagli dell'intesa, pure chiacchierata, dei mesi scorsi con Bruno Vespa e di quella delle ultime settimane con Giovanni Minoli».

Michele diventa sant'oro. Santoro o, come scrive Il riformista, Sant'oro? Sui quotidiani il dibattito è accesso sulla chiusura di Annozero e, soprattutto, sulla buonuscita del giornalista. «Perché proprio Santoro avrebbe dovuto fare il santo? Fessi voi, che vi eravate convinti che Michele fosse un santo: è solo Sant'oro», si legge in un editoriale tutto rivolto a chi aveva esaltato il giornalista da un punto di vista politico: «La sinistra italiana ha fatto un affare, se la lezione serve a capire che la politica non è un talk show». Europa mette in guardia: «Preparatevi, arriva il vero Santoro». Si legge in prima pagina: «Svincolato dalle pastoie Rai potrà esercitare ancora di più la leadership e magari spostare l'offensiva sul piano politico».

Dal Giornale sono bordate: «Come travestirsi da martire e uscirne da nababbi», si legge sul quotidiano che lo definisce come «il guru che ha raggirato tutti». È «mister 17 milioni» per Libero, che dice: «La sinistra scopre il vero Michele». «Il senso di Santoro per gli affari», dice Il Foglio che ironizza: «Stasera invece di Bella ciao canterà Diamonds are a girl's best friend?». Lo difende infine Il fatto, «un assedio feroce lungo quattro anni, così chiudono Annozero», si legge nel giornale che dice: «Senza di lui scompare parte della società civile».



Falsi iPhone dalla Cina al porto di Napoli Decine di arresti in tutta Europa

Il Mattino

La base dell'organizzazione era a Napoli: nove arresti in Italia
False etichette sui prodotti: sequestrati beni per 10 milioni


  

NAPOLI (20 maggio) - I Finanzieri del Gico di Napoli e dello Scico di Roma, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, hanno eseguito in varie località ed in dieci Paesi europei arresti nei confronti di esponenti di un'organizzazione criminale dedita alla commercializzazione di utensili meccanici contraffatti provenienti dalla Cina. Sequestrati beni mobili ed immobili per 10 milioni di Euro, costituenti il profitto dell'attività illecita.

IL VIDEO DELL'OPERAZIONE

Le ordinanze di custodia cautelare eseguite in Italia sono nove, sei in carcere e tre ai domiciliari. Negli altri Paesi - Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Danimarca, Ungheria e Svezia - si stanno svolgendo invece perquisizioni e sequestri di beni strumentali all'attività illecita.

Le persone arrestate in Italia sono accusate di associazione per delinquere, ricettazione, frode in commercio e immissione sul mercato di prodotti pericolosi. L'indagine è partita lo scorso anno per iniziativa di Eurojust, l'organismo di cooperazione giudiziaria dell'Ue, che ha segnalato l'esistenza di un sodalizio criminale impegnato nella vendita porta a porta di prodotti elettrici e meccanici di fabbricazione cinese (generatori, trapani, motoseghe, telefoni cellulari iPhone di ultima generazione prodotti in cina) ai quali venivano apposte false etichette di noti marchi del settore.

Perquisita Scientology, trovato l’archivio segreto della setta

Il Secolo xix

Scientology nel mirino della Procura di Torino. La squadra mobile di Torino, su mandato dei magistrati, ha perquisito la sede torinese della setta. Nel mirino degli investigatori, secondo quanto riferisce la Stampa, ci sarebbero i dossier personali dedicati agli adepti, ma anche ai nemici di Scientology. Per nove ore la polizia ha rovistato negli uffici di via Bersezio.

Nel seminterrato, nascosti dietro ad una porta chiusa a chiave, sarebbero saltati fuori gli archivi segreti, con fascicoli su magistrati, poliziotti, giornalisti e famigliari di ex adepti. Il loro contenuto è ora al vaglio della magistratura, ma secondo quanto riferisce il quotidiano torinese sarebbero pieni zeppi di dati sensibili su sesso, salute e politica. Fogli A4 pieni di strane sigle e accessibili solo ai ministri del culto, che lì conservavano anche i risultati dell’e-meter, uno speciale esame da cui Scientology sarebbe in grado di cogliere lo stato d’animo dei pazienti. L’ipotesi di reato ipotizzata riguarderebbe la violazione delle norme sul trattamento dei dati sensibili.

Proibita la «paradinha», Brasile turbato

Corriere della Sera
Interrompere la rincorsa sul rigore, un'invenzione di Pelè

Video

RIO DE JANEIRO

Fine del divertimento. O della farsa, a sentire i poveri portieri. La Fifa ha deciso di imporre uno stop definitivo al rigore alla brasiliana, con il pallone calciato dagli 11 metri dopo stop e finte di ogni genere: è la cosiddetta «paradinha» (la «fermatina», si potrebbe tradurre) che trasforma il battitore in giocoliere e lascia basito quasi sempre il portiere avversario. Il regolamento ora specifica che «non è consentito far finta di colpire il pallone una volta che il battitore ha concluso la sua rincorsa». Si tratta di un atto antisportivo, che va sanzionato con il cartellino giallo.

SPECIALITÀ - La decisione della Fifa, in realtà, è un monito al Brasile e ai suoi arbitri, che nei campionati nazionali ormai lasciano correre di tutto. Negli ultimi tempi si sono viste paradinhas doppie e triple, cambi di passo e di piede, una gara tra gli attaccanti a chi la faceva più spettacolare. Tutto convalidato tra le proteste delle difese, e pur sapendo che al di fuori del Brasile, già oggi, nessun rigore così eseguito verrebbe convalidato. Nella mossa si è cimentato ultimamente anche Ronaldo, che trascina il suo quintale abbondante nel Corinthians di San Paolo: sbagliandone un paio, tra l’altro, figuraccia massima. I difensori della coreografia sostengono che il rigore con finta è lecito, e ha un suo glorioso passato perché venne inventato addirittura da Pelé. Così per esempio O Rei infilò il celeberrimo millesimo gol, nel 1969 al Maracanã. Ma si trattava di tutt’altro, un impercettibile cambio di velocità nella rincorsa, poi assai imitato (in Italia uno su tutti, Roberto Boninsegna, negli anni Settanta).

DISTINZIONE - La Fifa precisa che «fintare» durante la rincorsa per ingannare il portiere resta consentito, ma farlo da fermo davanti al pallone assolutamente no. Prima dell’inizio dei Mondiali, la federazione diffonderà video esplicativi per arbitri e giocatori. In Brasile, assai probabilmente, si manterrà un margine di discrezionalità più ampio. Per evitare di contraddire il grande Pelé una certa paradinha resterà ammessa, mentre le attuali (e ridicole) «paradonas» dovrebbero sparire.

Rocco Cotroneo
19 maggio 2010

Ciclismo, Landis accusa Armstrong : «Mi ha aiutato a doparmi»

Corriere della Sera
Il ciclista americano scrive una serie di mail all'Uci in cui dettaglia le pratiche illecite

la rivelazione del wall street journal

Ciclismo, Landis accusa Armstrong : «Mi ha aiutato a doparmi»




MILANO - Dopo avere combattuto in ogni tribunale la squalifica di due anni per la positività nel Tour de France del 2006, Floyd Landis ammette di avere fatto uso di doping ed espande la macchia dei farmaci proibiti accusando Lance Armstrong ed altri tra ciclisti e dirigenti di averlo aiutato a doparsi.

LE LETTERE - Il corridore statunitense, che subì la revoca del Tour de France vinto nel 2006 per via della sua positività al testosterone sintetico, secondo quanto riferisce il quotidiano statunitense Wall Street Journal ha vuotato il sacco in alcune e-mail inviate recentemente tra l'altro anche all’Unione Ciclistica Internazionale. In tre di queste lettere, datate tra il 30 aprile ed il 6 maggio di quest’anno e giudicate autentiche da fonti vicine al corridore, Landis esprime disappunto per lo stato della lotta al doping e punta l’indice in particolare contro il ciclismo statunitense. Secondo il quotidiano americano oltre ad ammettere diverse pratiche dopanti (testosterone, emotrasfusioni, Epo e steroidi liquidi assunti per via orale) Landis afferma di avere appreso il funzionamento del doping dal connazionale Armstrong, sette volte vincitore del Tour de France sfiorato più volte dall’ombra della scorciatoia farmacologica ma mai trovato positivo, e dallo storico manager del fuoriclasse texano, Johan Bruyneel. Landis si sarebbe addirittura dopato in uno degli appartamenti di Armstrong. «Lui ed io», ha scritto Landis in una e-mail al presidente della federazione statunitense, «Ne parlavamo a lungo durante gli allenamenti. All’epoca mi spiegò anche l’evoluzione dei controlli sull’Epo e mi disse che le trasfusioni erano necessarie per via dei nuovi test». Landis nella stessa e-mail ha accusato Bruyneel di avergli dato istruzioni sull’uso dell’Epo sintetico, sul ricorso agli steroidi e sui metodi per eludere la rete dell’antidoping.

Redazione online
20 maggio 2010

Gran Bretagna: primo spot tv pro aborto

Corriere della Sera
La pubblicità, promossa dalla «Marie Stopes International», sarà trasmessa lunedì su Channel 4

la protesta delle organizzazioni per il diritto alla vita

Gran Bretagna: primo spot tv pro aborto


Un'immagine della campagna pubblicitaria
Un'immagine della campagna pubblicitaria
MILANO

Alle 22.10 di lunedì 24 maggio Channel 4 trasmetterà uno spot di 30 secondi a favore dell’aborto, cosa mai successa prima su una televisione britannica, durante la prima puntata del nuovo show «The Milion Pound Drop», presentato da Davina McCall. Dietro alla campagna pubblicitaria, che ha scatenato la durissima presa di posizione dei gruppi antiabortisti e della Chiesa, che ne chiedono la messa al bando all’Advertising Standards Authority almeno fino a che un pubblico dibattito non decida altrimenti, la «Marie Stopes International», un’associazione no-profit che pratica circa 65mila interruzioni di gravidanza l’anno, ricevendo oltre 30 milioni di sterline (pari a quasi 35 milioni di euro) dal Servizio Sanitario inglese (così sostiene il quotidiano britannico Daily Mail). Ed è proprio quella dicitura - “no profit” - ad aver permesso alla «Marie Stopes» di aggirare il divieto alla trasmissione di pubblicità pro aborto che vige in Inghilterra, sfruttando una lacuna legislativa secondo la quale le organizzazioni senza fini di lucro non sarebbero soggette a tale restrizione.

LO SPOT - Come stabilito dalla «Clearcast Uk» (organizzazione che si occupa della visione dei corto pubblicitari), lo spot andrà in onda per tutto il mese di giugno e se il primo verrà trasmesso dopo le 21, quelli successivi non avranno alcuna limitazione oraria, anche se ci sarà un minimo di controllo per impedire che vengano mostrati nelle trasmissioni dedicate ai minori. «Channel 4 è un’emittente finanziata con denaro pubblico – ha tuonato Simon Calvert del “Christian Institute” – e, pertanto, deve rassicurare i telespettatori che, permettendo la trasmissione di quello spot, non sta prendendo alcuna posizione su uno dei più controversi temi della nostra società, che divide pubblico e Parlamento.

Mi chiedo, però, perché non si possa fermare la messa in onda di una pubblicità che parla di aborto fino a quando non vi sia stata un’adeguata analisi. Di certo, alla “Marie Stopes” non dovrebbe essere consentito di calpestare le obiezioni largamente diffuse di una parte considerevole del pubblico britannico su questo controverso argomento. La gente, già probabilmente scioccata nell’apprendere quanto denaro pubblico viene dato all’associazione per eseguire gli aborti, lo sarà ancora di più nel sapere che parte di quel denaro viene usato per promuovere iniziative a favore dell’aborto».

DETTAGLI - Malgrado i dettagli dello spot siano ancora segreti, stando a quanto scrive il giornale, il leit-motiv dovrebbe essere la frase “Sei in ritardo?” (riferita al ciclo mestruale) che scorre su immagini di donne preoccupate, mentre la parola “aborto” non verrebbe pronunciata. «Questo spot intende solo fornire delle informazioni - ha spiegato Julie Douglas, direttore marketing della “Marie Stopes” – così che le donne sappiano a chi possono rivolgersi senza essere giudicate. Malgrado le statistiche dicano, infatti, che in Inghilterra una donna su tre avrà un aborto entro i 45 anni, l’argomento non viene ancora affrontato apertamente e discusso con obiettività». Una tesi che, però, gli antiabortisti rifiutano in toto, condannando senza appello la messa in onda dello spot e l’argomento che tratta.

E le prese di posizione contrarie sono davvero trasversali e se l’associazione «ProLife Alliance» mette in guardia sul fatto che la pubblicità non fornisca «informazioni complete sullo sviluppo del feto, sulla procedura stessa dell’interruzione di gravidanza, sui rischi a cui si espongono le donne e sulle eventuali alternative all’aborto» e la «Society for the Protection of Unborn Children» annuncia via «Daily Telegraph» il ricorso all’azione legale per stabilire «La legittimità di uno spot che reclamizza l’uccisione di bambini non ancora nati», la «Family Education Trust» sottolinea come l’aborto sia «una tragedia personale per mamma e bambino». Ma Channel 4 rigetta le critiche, sostenendo di non aver infranto alcuna regola. «Riteniamo – si legge nella nota di un portavoce dell’emittente - che siano i telespettatori che si debbano fare un loro giudizio sul contenuto della pubblicità e sul messaggio che essa vuole trasmettere». E a meno di clamorosi colpi di scena, lunedì sera l’Inghilterra intera vedrà in diretta tv il primo spot a favore dell’aborto.

Simona Marchetti
20 maggio 2010

Poveri, ma con yacht e villa al mare

Corriere del Mezzogiorno

La Guardia di finanza ha denunciato per truffa 121persone.
Dichiarazioni false anche di pensionati



BARLETTA

Qualcuno aveva persino la villa al mare, a Margherita di Savoia, o lo yacht da 40mila euro; ma non mancavano nemmeno quelli che possedevano appartamenti da cinque o sei stanze, vicini anche alla fascia lusso. Eppure, agli inizi del 2009, non hanno esitato a chiedere al Comune di Barletta il contributo spettante a famiglie con almeno tre figli a carico e naturalmente reddito basso, non superiore a 22.480 euro (per un nucleo familiare di cinque persone). Sono 121 le persone denunciate dalla guardia di finanza di Barletta per falso e tentata truffa aggravata ai danni dello Stato, in quanto rendendo false dichiarazioni nelle certificazioni presentate al Comune (che emana i bandi e raccoglie le richieste) hanno cercato di ottenere un contributo di 1.623 euro l’anno, erogabile anche in assegni mensili da 125 euro. Ma non l’hanno ottenuto per l’intervento della guardia di finanza, che ne ha bloccato l’erogazione da parte dell’Inps.

Ma non si tratta certo dei primi casi scoperti a Barletta, dal momento che già nel dicembre scorso furono 26 i casi segnalati per il medesimo tipo di truffa; mentre nel giugno precedente furono individuate 47 donne che avevano chiesto gli assegni di maternità pur non avendone alcun diritto sempre per superamento dei limiti di reddito. Così che sono 193, complessivamente, i casi di richiedenti o potenziali beneficiari di contributi sociali cui non avrebbero avuto alcun diritto, per un totale di quasi 300mila euro che l’Inps - grazie alle indagini della guardia di finanza - per fortuna non ha mai dovuto erogare. Mentre è di quasi 216mila euro il valore complessivo dei contributi richiesti dalle 121 persone denunciate ora alla procura di Trani. Le dichiarazione Isee presentate al Comune sono risultate in molti casi mendaci nella parte destinata al reddito percepito: a volte, infatti, veniva riportato un reddito di importo inferiore a quello effettivamente percepito e indicato peraltro nella dichiarazione dei redditi dell’anno di interesse; altre, era indicato addirittura reddito zero. Come nel caso di qualche pensionato, che percepiva appena 12mila euro al mese ma aveva altri redditi (come quelli derivanti da proprietà immobiliari o investimenti o capitali) che avrebbero contribuito a fare elevare la soglia massima prevista per aver diritto al contributo.

In molti altri casi invece il reddito dichiarato da lavoro dipendente era reale, ma erano stati completamente omessi i valori di beni mobili e immobili posseduti, e anche conti correnti, depositi postali e bancari, titoli o investimenti anche piuttosto ingenti: su un conto corrente sono stati trovati depositi per 30mila euro. Tra i patrimoni omessi non indicati non mancavano nemmeno i terreni agricoli, adibiti a oliveti o vigneti: le false certificazioni, in questo caso, portavano la firma di agricoltori diretti. Le indagini del comando della guardia di finanza di Barletta, coordinate dal capitano Giulio Leo, si sono avvalse di accertamenti su libretti postali, carte di credito e assicurazioni vita e sono durate quasi un anno e mezzo. Trattandosi di certificazioni Isee, è indubbio che un qualche ruolo nella vicenda lo abbiano avuto i Caaf ai quali almeno i pensionati si rivolgono per le dichiarazioni dei redditi. Ma mentre per le dichiarazioni dei redditi hanno l’obbligo della certificazione, non lo stesso vale per le certificazioni Isee. Così che per tutti i 16 Caaf presenti a Barletta, la finanza ha rilevato difformità nelle pratiche Isee compilate da una percentuale minima del 23% e a una massima del 93%.

Carmen Carbonara
19 maggio 2010

Bangkok, è un massacro Ucciso fotoreporter italiano

Quotidianonet

Fabio Polenghi, 45 anni, di Milano, lavorava per una rivista europea.
In fiamme la Borsa, il più grande centro commerciale e la sede della televisione.
Arrestati i leader della protesta

Bangkok, 19 maggio 2010

Un fotoreporter italiano, Fabio Polenghi,  45 anni, è morto mell’offensiva finale dell’esercito thailandese contro le camicie rosse, a Bangkok, che ha portato alla resa dei ribelli fedeli all’ex premier Thaksin Shinawatra. Nei combattimenti ci sono stati altri cinque morti e 58 feriti. Tra questi ultimi ci sono altri due giornalisti stranieri, un americano e un olandese, le cui condizioni non sono gravi.

Fabio Polenghi, milanese, si trovava da tre mesi nel sud-est asiatico per conto di una rivista europea. Durante l’avanzata dei soldati nella zona di Saladeng, a un chilometro dal presidio delle camicie rosse, è stato colpito dai proiettili al cuore e allo stomaco. Subito soccorso, è deceduto prima dell’arrivo in ospedale.

''Fabio stava posizionandosi con la macchina fotografica in mano, quando era appena iniziata la sparatoria - racconta Masaru Goto, un fotografo giapponese -. Non sono in grado di dire da chi e' partito il proiettile che l'ha colpito, ma sicuramente i militari stavano sparando''.

IL DOLORE DALLA FAMIGLIA

E’ già in partenza per la Thailandia la sorella di Fabio Polenghi: risponde al telefono dalla casa di famiglia, in zona Ticinese, a Milano: “Poco fa abbiamo avuto la conferma ufficiale dalla Farnesina” spiega, aggiungendo “stiamo cercando di capire quando il corpo di mio fratello verrà rimpatriato, io intanto mi sto organizzando per partire alla volta di Bangkok”. Ha la voce spezzata dal dolore e in sottofondo si sente un cellulare squillare: “Mio fratello vive per il suo lavoro, era appassionato e credeva in quello che faceva. Scusate, ora vi devo proprio lasciare”.
 

LA RESA DEI CAPI RIBELLI SCATENA LA VIOLENZA 

A Bangkok è stata una delle giornate più tormentate dall’inizio della lotta delle ‘camicie rosse’. Un’altra notte “di sofferenze”, come ha dichiarato, minaccioso, il portavoce del governo, annunciando che le operazioni dell’esercito andranno avanti per stroncare la protesta, dato che alcune aree della città “non sono ancora sotto il nostro controllo”. Il governo ha ordinato un coprifuoco di 10 ore, dalle 20 (le 15 in Italia) alle 6 di domani mattina, il primo dal 1992.


E’ stata la giornata della resa dei leader della protesta, della rabbia dei manifestanti, dei centri commerciali, della Borsa e di un’emittente televisiva dati alle fiamme. Gli scontri, particolarmente violenti, sono iniziati all’alba, quando le forze dell’esercito hanno deciso di rompere gli indugi e attaccare i dimostranti nella cosiddetta ‘zona rossa’, nel centro turistico e commerciale della capitale, occupata da diverse settimane. Dopo l’annuncio governativo della fine dei negoziati, l’esercito ha fatto irruzione con i blindati attraverso le barricate delle camicie rosse, aprendo il fuoco in tutte le direzioni.

Verso le 13 (ora locale) l’annuncio dei leader della protesta, radunatisi sul palco posto al centro della ‘zona rossa’: “Ci arrendiamo”. Una scelta accolta da urla di disappunto, mentre uno dei sette capi della ‘resistenza’ spiegava: “Abbiamo fatto del nostro meglio, vogliamo prevenire ulteriori perdite umane. Disperdetevi pacificamente”. I leader si sono poi consegnati alla polizia; tutti tranne uno, che si è dato alla fuga.

La resa dei capi ha scatenato l’ira dei manifestanti, fedeli all’ex primo ministro Thaksin Shinawatra: incendiata la sede della Borsa, sgomberati gli uffici del quotidiano ‘Bangkok Post’, ‘minacciato’ dei manifestanti, che lo accusano di essersi schierato con il governo. Fiamme anche in diversi centri commerciali, tra cui il ‘Central World’, uno dei più grandi della capitale tailandese ma chiuso da alcune settimane, in una filiale bancaria e in un’azienda elettrica. Incendiata anche la sede di una televisione, dove si trovavano circa 100 persone. E ci sono nove morti all’interno del tempio Wat Phatum, dove sono intrappolate alcune centinaia di ‘’camicie rosse’’: lo ha dichiarato a una tv thailandese il medico Piyalarp Wasuwat, dell’ospedale Phra Mongkut.

Mentre nella capitale i militari davano l’assalto al campo delle camicie rosse, dal nord-est arrivava la notizia che duemila manifestanti avevano dato fuoco alla sede del governo provinciale di Udon Thoni. La situazione è tornata sotto controllo dopo l’arrivo dei soldati. Successivamente sono stati attaccati anche i municipi di Chang Mai e Chang Rai, capoluoghi delle omonime province settentrionali. Manifestazioni antigovernative sarebbero scoppiate anche nelle province nord-orientali di Khon Kaen, Roi Et, Si Sa Ket e Ubon Ratchathani. Per questo, le autorità hanno esteso il coprifuoco, decretato a Bangkok, ad altre 24 province del Regno.

Le ‘camicie rosse’ sono per lo più contadini ed emarginati delle aree urbane che chiedono le dimissioni del primo ministro, Abhisit Vejjajiva, e nuove elezioni. Il loro sostegno va a Thaksin, il controverso leader populista deposto da un golpe nel 2006 e che vive in esilio, per sottrarsi al carcere dopo una condanna per corruzione.

Dopo l’offensiva dell’esercito, Thaksin ha ventilato l’ipotesi di un’insurrezione armata per rovesciare il governo. “C’è una teoria che dice che la repressione militare può diffondere rabbia e queste persone arrabbiate diventeranno guerriglieri”, ha dichiarato il magnate in un’intervista telefonica alla Reuters, da una località non specificata.

Intanto, la Corte criminale di Bangkok ha spiccato un mandato di cattura per terrorismo nei confronti suoi e di altre nove persone. Negli ultimi sei giorni gli scontri sarebbero costati la vita a 40 persone, in gran parte civili. Dall’inizio della protesta, il 12 marzo scorso, ci sarebbero stati 74 morti e oltre 1.700 feriti.

Fonte Agi




Santoro, consiglieri all'attacco: "Se Annozero muore è colpa sua"

Quotidianonet

Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten. "La trasmissione era già inserita nei palinsesti autunnali".
E ancora: "Abbiamo sempre difeso la sua libertà d'autore e conduttore"

Roma, 20 maggio 2010 - "Comprendiamo lo stato d’animo di Michele Santoro la cui libertà di autore e conduttore abbiamo sempre difeso con convinzione, ma una cosa deve essere chiara: ‘Annozero' era stato già inserito nei palinsesti autunnali, se non andrà in onda la decisione sarà solo di Michele Santoro": è quanto affermano in una nota congiunta i consiglieri di amministrazione della Rai Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten.


"Alcune notizie riportate oggi dai quotidiani sulla vicenda di Michele Santoro - precisano i due consiglieri - meritano a nostro giudizio alcune precisazioni. Non è vero che è stato questo consiglio di amministrazione a decidere di ricorrere in Cassazione contro la sentenza di secondo grado che ordinava il reintegro di Michele Santoro. L’unica delibera su questa materia, che riguardava il ricorso contro la sentenza di primo grado, è stata assunta dal precedente consiglio a maggioranza con il voto peraltro contrario del presidente Claudio Petruccioli e dei consiglieri Sandro Curzi, Carlo Rognoni e Nino Rizzo Nervo".


"Abbiamo appreso della trattativa di Michele Santoro con l’azienda - aggiungono - soltanto nel consiglio di amministrazione di martedì scorso. Abbiamo detto con chiarezza che rinunciare ad una trasmissione come Annozero sarebbe stato un grave errore editoriale ed abbiamo votato sì perchè pensiamo che non si possa costringere un professionista a continuare a fare qualcosa che non vuole più fare. Il presidente Garimberti aveva, infatti, comunicato al Cda di aver parlato al telefono con Michele Santoro e che il conduttore auspicava la più ampia condivisione in consiglio della proposta del direttore generale".


"Martedì abbiamo soltanto dato mandato al direttore generale - concludono Rizzo Nervo e Van Straten - di proseguire il negoziato e valuteremo i termini dell’accordo quando il testo definitivo sarà portato in consiglio per l’approvazione".

agi



La polemica tra Vespa e Feltri Duello sull'elenco di Anemone

di Redazione

Prosegue il duello tra Vespa e Feltri innescato dalla puntata di "Porta a Porta" di lunedi, quando il conduttore ha polemizzato duramente con il Giornale per la pubblicazione della "lista Anemone".

Leggi il botta e risposta tra Vespa e Feltri



 


Milano - Bruno Vespa e Vittorio Feltri proseguono il duello innescato dalla puntata di "Porta a Porta" di lunedi, quando il conduttore ha polemizzato duramente con il vicedirettore del Giornale Nicola Porro. Anche nella sua lettera pubblicata oggi dal Giornale Vespa ribadisce la sua contrarietà alla pubblicazione della "lista Anemone", avvenuta nei giorni scorsi sul nostro quotidiano. Gli risponde il direttore Feltri. Leggi il "botta e risposta"...

- Vespa: "Caro Vittorio, mi insulti e non capisci: questa lista è un tritacarne"

- Feltri: "Caro Bruno, non rispondi e dici bugie: garantista a intermittenza"



Addio agli alpini morti in Afghanistan: "Hanno scelto di donare tutto agli altri"

di Redazione

Centinaia di persone alla basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma per i funerali del sergente Massimiliano Ramadù e del caporal maggiore Luigi Pascazio, uccisi lunedì in Afghanistan.

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I familiari accanto ai feretri, avvolti dal tricolore e sistemati al centro della navata davanti all’altare.

Bossi: "Missione purtroppo necessaria"



Roma

L'ultimo addio agli alpini caduti in Afghanistan lunedì. Un lungo applauso ha accompagnato l’arrivo in piazza della Repubblica delle bare. Questa mattina centinaia di persone si sono accalcate alla Basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma per celebrare la cerimonia funebre per il sergente Massimiliano Ramadù e il caporal maggiore Luigi Pascazio, uccisi lunedì nell’ovest dell’Afghanistan. "Per i nostri giovani militari le missioni di pace sono una questione d’amore per dare dignità e democrazia a chi piange e soffre nelle terre più dimenticate", ha detto monsignor Vincenzo Pelvi nell'omelia ricordando che "il servizio reso dai nostri figli resta un patrimonio che deve irrobustire la coscienza nazionale unitaria degli italiani".

"Hanno dato tutto agli altri" "Quando Luigi e Massimiliano hanno scelto la professione militare volendo partecipare in modo attivo e creativo alla pace hanno scelto di donare tutto loro stessi per gli altri". E' uno dei passi dell’omelia pronunciata da monsignor Vincenzo Pelvi nella messa di suffragio per i due alpini. "Sapevano bene - ha sottolineato il monsignore - che la vera disgrazia sarebbe stata morire per niente e per nessuno. Ed è stata proprio la loro morte a rendere più evidente il vivere per gli altri. Hanno scelto di non vivere per se stessi, non hanno voluto un’esistenza tesa solo alla propria soddisfazione e alla propria gloria, senza alcuna prospettiva d’amore". "Al contrario, hanno preferito vivere per gli altri, sostituendo all’io il noi - ha concluso - a contraddizione più radicale non è tra il vivere il morire, ma tra il vivere per se stessi e il vivere per gli altri".

Un triste addio Accanto ai feretri, avvolti dal tricolore e sistemati al centro della navata davanti all’altare, i familiari delle due vittime. Presenti anche il capo di Stato Maggiore della Difesa Vincenzo Camporini e i vertici delle Forze armate. Centinaia le persone che hanno preso posto sui banchi della basilica: moltissimi i militari, presenti a titolo personale o in rappresentanza delle Forze armate. Ma numerosa è anche la presenza dei civili, gente comune che ha voluto testimoniare così la propria vicinanza alle famiglie delle due giovani vittime. Palese la commozione dei presenti: molti gli occhi lucidi e gli sguardi persi nel vuoto, evidente il senso di profondo vuoto che traspare dai volti affranti di molti commilitoni degli Alpini rimasti uccisi nell’esplosione di lunedì.

L'orchidea sul feretro Un’orchidea poggiata tra le lacrime sopra il feretro del suo Luigi. Così Tonia, la fidanzata del caporal maggiore Pascazio, ha voluto rivolgere il suo estremo saluto al compagno che non c’è più. La ragazza, visibilmente scossa, all’uscita dalla basilica di Roma in cui sono state celebrate oggi le esequie solenni, ha abbracciato a lungo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato ha fatto lo stesso con i genitori di Pascazio e la mamma di Ramadù, rivolgendo loro sentite parole di conforto.

La commemorazione dei caduti Numerosi i militari che, a titolo personale o in rappresentanza delle Forze armate, hanno preso posto sui banchi lungo la navata centrale per l’ultimo saluto ai commilitoni. Un omaggio ai due Alpini caduti che, questa mattina, hanno voluto rendere con la loro presenza anche moltissimi civili. I feretri di Ramadù e Pascazio sono stati rimpatriati ieri con un C-130 dell’aeronautica militare atterrato a Ciampino. Dopo l’esame autoptico, i feretri sono stati trasferiti al policlinico militare "Celio", dove ieri pomeriggio è stata allestita la camera ardente. resenti, nelle prime file, le principali cariche dello stato e del Governo: tra gli altri, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, i presidenti di Senato e Camera Renato Schifani e Gianfranco Fini, il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Per il governo sono anche presenti i ministri Maroni, Bossi, Matteoli, Brunetta, Prestigiacomo, Brambilla, Fitto e Ronchi. Insieme a loro i due sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile. Tra i parlamentari, anche Gasparri, Casini, De Gregorio Fassino e Rutelli e i presidenti delle regioni Polverini, Cota e Zaia.

I ringraziamenti di La Russa Il ministro della Difesa, Ignazio la Russa, ha voluto "ringraziare a nome di tutte le Forze Armate ma prima di tutto delle famiglie dei militari caduti e di quelle dei feriti non solo le istituzioni ma tutti i cittadini per la vicinanza che stanno esprimendo". Al termine dei funerali dei due militari La Russa ha, infatti, spiegato che questo atteggiamento "aiuta molto a superare momenti come questi sia per la famiglia sia per la grande famiglia delle Forze Armate".

Bossi: "Missione necessaria" Una missione, "purtroppo" necessaria e da confermare. Il ministro della per le Riforme Umberto Bossi, risponde così ai cronisti che, appena conclusi i funerali, gli chiedono della missione italiana in Afghanistan. "Il terrorismo - sottolinea il Senatùr - se non lo sblocchi dove nasce, si espande".



Pakistan, stop a Facebook e YouTube «Materiale blasfemo in rete»

Corriere della Sera
Islamabad li ha «oscurati» dopo la pubblicazione di alcune vignette di Maometto, giudicate blasfeme

Limitato anche l'accesso a Wikipedia e a FlickR

Pakistan, stop a Facebook e YouTube «Materiale blasfemo in rete»




ISLAMABAD - Pakistan sul piede di guerra contro la rete e gli internauti. Il governo di Islamabad ha deciso di oscurare i popolari siti di Facebook e di YouTube. Dopo la pubblicazione di alcune vignette di Maometto considerate blasfeme da un tribunale di Lahore, l’Autorità delle Telecomunicazioni ha deciso di bloccare il social network e il sito di video sharing, non essendo riuscita nell'impresa di persuadere i due siti internet a rimuovere il «materiale sacrilego».

«CONTENUTO BLASFEMO» - Mercoledì il tribunale di Lahore ha dichiaro «blasfemo» un concorso lanciato su Facebook in cui si invitavano gli internauti a pubblicare online caricature su Maometto. Il «link» considerato sacrilego era già stato bloccato in precedenza dai fornitori di servizi internet, ma alcune delle illustrazioni satiriche erano state caricate su YouTube.

WIKIPEDIA E FLICKR - L’Autorità delle Telecomunicazioni del Pakistan ha indicato anche, attraverso una nota, di aver bloccato oltre 450 link contenenti materiali del genere. Hanno subito limitazioni anche l’accesso a Wikipedia e al sito per la condivisione di foto Flickr.

Redazione online
20 maggio 2010

Malawi, 14 anni di carcere a coppia gay «Violato l'ordine della natura»

Corriere della Sera
Si erano sposati con un rito simbolico. Il giudice: «Nessuno segua l'orribile esempio».
Loro: «Ci amiamo»

condannati anche ai lavori forzati

Malawi, 14 anni di carcere a coppia gay «Violato l'ordine della natura»


Steven Monjeza, 26 anni, e Tiwonge Chimbalanga, 20
Steven Monjeza, 26 anni, e Tiwonge Chimbalanga, 20
MILANO - Quattordici anni di carcere (la pena massima prevista) e i lavori forzati. Questa la pena che un tribunale del Malawi ha deciso per una coppia di omosessuali, condannata perché riconosciuta colpevole di aver violato «l'ordine della natura». Steven Monjeza, 26 anni, e Tiwonge Chimbalanga, 20, furono arrestati il 27 dicembre scorso a Blantyre con l'accusa di oltraggio al pudore. Due giorni prima si erano uniti in matrimonio con una cerimonia simbolica. Nel motivare la condanna, il giudice Nyakwawa Usiwa Usiwaha accusato la coppia di «esempio orribile». «Vi ho inflitto una pena spaventosa in modo che i figli e le figli del Malawi siano protetti da gente come voi e che nessuno sia tentato di emulare quell'orribile esempio, contrario alla cultura e ai valori religiosi di questo Paese», ha affermato il magistrato.

«CONTINUEREMO AD AMARCI» - Poco prima del pronunciamento della Corte, i due hanno inviato un messaggio dalla prigione, sostenendo di amarsi, secondo quanto ha riferito Peter Tatchell, un attivista gay inglese che dà assistenza ai due. «Io amo molto Steven e se la gente non mi dovesse dare la possibilità di amarlo e di vivere liberamente con lui, allora è meglio che io muoia qui in carcere. La libertà senza di lui non ha significato» ha detto Tiwonge. «Abbiamo fatto un lungo cammino insieme - ha replicato Steven - e anche se le nostre famiglie non sono felici della nostra condizione, non smetterò mai di amare Tiwonge».

L'OMOSESSUALITÀ IN AFRICA - L'arresto della coppia ha suscitato l'indignazione della comunità a difesa dei diritti degli omosessuali e delle organizzazioni impegnate nella lotta all'Aids. Esponenti religiosi del Malawi, tuttavia, hanno approvato l’azione del governo e della magistratura, sottolineando come l’omosessualità costituisca un peccato e l’Occidente non debba utilizzare il suo potere economico per costringere il Paese ad accettarla. L’omosessualità è attualmente illegale in almeno 37 Paesi africani. L'Uganda sta addirittura valutando un inasprimento delle pene che comprenderebbe condanne fino all’ergastolo e condanna a morte per i recidivi.

Redazione online
20 maggio 2010