mercoledì 19 maggio 2010

Spagna: clonato il primo toro da corrida

Corriere della Sera

Si chiama Got, è nato da una mucca frisona, ma ha il patrimonio genetico di un toro «bravo»

E' costato 28.500 euro e presto avrà un gemello

Spagna: clonato il primo toro da corrida




MADRID (SPAGNA)

È nato Got, il primo toro da corrida clonato. Pesa 24 chili e 700 grammi, gode buona salute ed è costato 28.500 euro. A dire il vero, esistono già un paio di embrioni in Texas, formati col patrimonio genetico di un quotato stallone, Alcalde, allevato da Victoriano del Rio (fornitore di José Tomas e altri famosi toreri). Ma gli allevatori non hanno ancora ottenuto dalla dogana il via libero per importarli e impiantarli in una mucca ispanica. Quindi la palma di primo clone di toro «bravo», interamente made in Spain, tocca a Got, partorito martedì da una ignara mucca frisona a Fromista, vicino a Palencia (Castiglia) nell’allevamento di Alfonso Guardiola.

GEMELLO IN ARRIVO - Got avrà molto presto, nelle prossime ore, un “gemellino”, Glass, e un terzo è atteso per agosto. Attorno a loro e all’opportunità di investire tanto denaro in repliche di tori da combattimento si è già scatenata la discussione, anche se qualcuno sogna una corrida di soli tori clonati. Il padre di entrambi, Vasito, è senza dubbio un esemplare coraggioso, ideale per l’arena, anche se per sua fortuna si dedica alla riproduzione. Ma, secondo il cattedratico di genetica dell’Università Complutense, Javier Cañon, intervistato da El Pais, oltre il 50% del talento di un toro da corrida dipende dall’ambiente e non dai geni. Dalla pecora Dolly in poi, i ricercatori non mettono limiti alla clonazione animale: cavalli da corsa, dromedari, cani e gatti. «Ma clonare un toro – obietta Cañon – ha un significato soltanto sentimentale». Il procedimento prevede l’impianto del materiale genetico tratto dalle cellule del toro in un ovulo di mucca dal quale è stato estratto il dna, in modo che sia trasmessa al nascituro soltanto l’informazione genetica del padre, invece del 50% di ciascuno dei genitori. Gli embrioni così ottenuti si impiantano nell’utero di alcune mucche da latte, trasformate in «mamme in affitto».

Elisabetta Rosaspina
19 maggio 2010

Al Giro come in aereo: raggi X per le biciclette

di Cristiano Gatti

Preoccupazione dopo le rivelazioni di ieri del Giornale sul "motorino invisibile" che permetterebbe di risparmiare fatica con una pedalata assistita.

Pronto uno scanner. Controlli nelle tappe e sulle bici usate nelle ultime classiche




nostro inviato a Bitonto

Caro diario, la storia del motorino invisibile, che permette di risparmiare fatica con una «pedalata assistita», sta tenendo banco al Giro. Ci sono sviluppi: dall'Uci, la federazione mondiale, sono annunciati controlli a sorpresa anche sulle biciclette utilizzate qui. Il sospetto che qualcuno abbia prontamente sviluppato il meccanismo dall'azienda austriaca «Gruber Assist» è talmente fondato, che i massimi dirigenti internazionali intendono muoversi con estrema decisione. Già hanno preteso che alcune biciclette delle ultime classiche nordiche, Fiandre e Roubaix in particolare, venissero consegnate alla propria commissione tecnica per approfonditi controlli. Quanto prima toccherà al Giro d'Italia.

«C'è molta preoccupazione, non possiamo più perdere tempo»: a parlare è l'ingegner Marco Bognetti, consulente italiano dell'«Unità materiali», lo speciale nucleo di cervelloni che vigila sullo sviluppo tecnologico del ciclismo, presidente Jean Wauthier. Sempre Bognetti: «Per la precisione, ci stiamo muovendo dall'ultimo Tour. Abbiamo scoperto che questo meccanismo consente di risparmiare tra i 60 e i 100 watt, il che diventa un enorme vantaggio nel finale di una lunga corsa. I controlli sono in corso, altri sono in programma. I nostri tecnici stanno comunque mettendo a punto uno speciale scanner che riesca a rilevare il motorino nascosto dentro i telai. Presto sarà introdotto e tutte le biciclette del grande ciclismo saranno sempre verificate…».

Caro diario, non è il massimo ritrovarsi in un clima che ricorda molto le spy-story della Formula 1. Ma la tecnologia, assieme all'esasperata ricerca di vantaggi decisivi, tiene banco in tutti gli sport ai massimi livelli. È toccato al nuoto, tempo fa, affrontare il tema dei costumi magici. Il ciclismo ha sempre avuto beghe sul peso delle bici, sull'aerodinamica, sui materiali: mai, però, si era pensato che qualcuno potesse montare un motorino per risparmiare fatica. Adesso che il motorino c'è, adesso che qualche campione ha sfoderato nel finale scatti di potenza fisiologicamente inspiegabile, è il momento di affrontare anche questa nuova frontiera.

Stefano Allocchio, il direttore di corsa del Giro, cade dal pero e dimostra di essere totalmente all'oscuro della vicenda che si svolge sotto al suo naso: «Per quanto mi risulta, le biciclette del Giro sono tutte in regola. È una questione che riguarda i dilettanti». Evidentemente Allocchio aspetta il 25 dicembre Babbo Natale e crede che i bambini crescano sotto i cavolfiori. Qualcuno lo aggiorni.
Il problema, serissimo, è che i grandi bari sono sempre in vantaggio rispetto ai controllori. Ma stavolta non sembra così: le contromosse sono vicine. Per mettere fine ai taroccamenti e ai sospetti, bisogna però aspettare che la stessa tecnologia costruisca l'apparecchiatura giusta per rilevare il motorino: al momento nessuno è in grado di scovarlo, a meno che non si tagli a pezzi la bicicletta con la fiamma ossidrica.

Già sollevare il problema e parlarne, comunque, può servire. Mette i furfanti sulla difensiva. E toglie strane idee agli eventuali imitatori. Difatti, segnalo per la cronaca che la Rai non fa neanche un cenno alla questione. Dovendo parlare di olive, cantautori, pittori, frasi d'autore, fughe seppiate d'inizio secolo, non resta il tempo. O forse sono pochi: in 160 non ce n'è uno che abbia il tempo per leggere i giornali.





Istruttoria Garante privacy su Google Street Viev

di Redazione

Il procedimento è stato aperto in merito alla raccolta effettuata dalla società che ha riguardato, oltre alle immagini, anche dati sulla presenza di reti wireless e apparati di rete radiomobile, oltre a frammenti di comunicazioni elettroniche eventualmente trasmesse dagli utenti su reti non protette



 

Roma

Il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato un’istruttoria nei confronti di Google per verificare "la liceità e la correttezza del trattamento dei dati personali effettuato nell’ambito del servizio Street View". Ovviamente il riferimento è solo al territorio italiano. Il procedimento dell’Autorità - spiega il garante - è stato aperto in merito alla raccolta effettuata dalla società sul territorio italiano e che, secondo quanto ammesso dalla stessa Google Italia, ha riguardato, oltre che immagini, anche dati relativi alla presenza di reti wireless e di apparati di rete radiomobile, nonché frammenti di comunicazioni elettroniche, eventualmente trasmesse dagli utenti su reti wireless non protette.

Riguardo a quest’ultima tipologia di dati, l’Autorità ha invitato la società a sospendere qualsiasi trattamento fino a diversa direttiva dello stesso Garante. Con particolare riferimento a tutti i dati eventualmente «captati» dalle "Google cars", la società dovrà comunicare al Garante la data di inizio della raccolta delle informazioni, per quali finalità e con quali modalità essa è stata realizzata, per quanto tempo e in quali banche dati queste informazioni sono conservate. Google dovrà chiarire, inoltre, al garante italiano l’eventuale impiego di apparecchiature o software "ad hoc" per la raccolta di dati sulle reti WiFi e sugli apparati di telefonia mobile. La società dovrà comunicare, infine, se i dati raccolti siano accessibili a terzi e con quali modalità, o se siano stati ceduti. 



Irruzione alla Diaz, il governo “assolve” i poliziotti: «Resteranno al loro posto»

Il Mattino

Mantovano: «Hanno la nostra fiducia, la condanna in appello non dice l'ultima parola»

ROMA (19 maggio) - Il governo assolve i polizitti condannati in appello per la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001.

«Questi uomini hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell'Interno», ha detto il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, all'indomani della sentenza di condanna da parte della Corte d'Appello di Genova contro i vertici della polizia per i pestaggi al G8.

I giudici hanno condannato 25 imputati su 27, compresi i vertici della polizia, assolti in primo grado: secondo i giudici, sapevano cosa sarebbe accaduto quella notte, la notte della famigerata "macelleria messicana". I responsabili hanno subìto condanne comprese tra i 3 anni e 8 mesi e i 5 anni, con l'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Nel complesso le pene raggiungono cento anni.

Quella della corte d'Appello, aggiunge il sottosegretario, «è una sentenza che non dice l'ultima parola, in quanto afferma l'esatto contrario di quanto era stato stabilito in primo grado e quindi ora andrà al vaglio della Corte di Cassazione». Questo non significa, prosegue «che alla Diaz non sia successo nulla, ma la sentenza di primo grado aveva individuato delle responsabilità e distinto le varie posizioni». E dunque, sottolinea Mantovano, sono
«ragionevolmente convinto che la Cassazione ristabilirà l'esatta proporzione di ciò che è successo, scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione».

I funzionari della Polizia di Stato, conclude, «resteranno quindi al loro posto, che non si limitano ad occupare, svolgendo il loro ruolo con grande responsabilità e dedizione, rispetto al quale ci può essere solo gratitudine da parte delle istituzioni».

«La sentenza sul processo Diaz fa sua interamente la tesi più estrema dei no-global - ha detto il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto -. A nostro avviso quella notte ci furono indubbiamente errori e valutazioni sbagliate da parte di alcuni settori delle forze dell'ordine, ma non ci fu né un organico disegno repressivo né una catena di comando funzionale ad esso».

«La sentenza della Corte d'appello è una pagina di limpida democrazia che ristabilisce lo stato di diritto. Nel 2001 eravamo a Genova con migliaia di manifestanti pacifici, e quello fu un episodio di inaudita violenza "di Stato" che calpestò i diritti di centinaia di persone e offese lo stesso onore delle forze dell'ordine. La decisione di ieri è tanto più rilevante perché capovolge la sentenza di primo grado che chiudeva gli occhi sui "mandanti" della spedizione punitiva», hanno dichiarato i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante.

La sentenza odierna «attenua in parte» il dolore per la «pagina immonda» rappresentata dalla vicenda Diaz, ha detto l'europarlamentare dell'Idv Luigi De Magistris, secondo il quale «quei giorni videro l'Italia trasformata nel Sudamerica degli anni '70».

«Ora tutti i condannati devono essere immediatamente rimossi dai loro incarichi ed essere espulsi dalla polizia», è il commento di Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum nel luglio 2001. «Finalmente dopo nove anni è stata resa giustizia alle vittime della violenza poliziesca, massacrate di botte la notte del 21 luglio 2001 - prosegue -. Con la condanna dei massimi dirigenti della Polizia presenti quella notte davanti alla Diaz il tribunale ha riconosciuto le responsabilità della catena di comando di chi ordinò, senza alcun motivo, l'assalto alla scuola Diaz. Ora, conseguentemente, il governo dovrebbe rimuovere chi allora era ai vertici della polizia e non poteva non sapere cosa i suoi immediati sottoposti stavano facendo».

La sentenza «porta verità e giustizia alle vittime, alle loro famiglie e alle organizzazioni che in questi nove anni le hanno sostenute», ha affermato la sezione italiana di Amnesty International. «Il dispositivo della sentenza di appello - è detto in una nota - non solo conferma e inasprisce le condanne nei confronti degli agenti giudicati colpevoli in primo grado, ma amplia il riconoscimento delle responsabilità penali ai loro dirigenti. Ne emerge una conferma del quadro già allarmante ricostruito in primo grado: gravi violazioni, tra cui lesioni gravi, arresti illegali, falso e calunnia, furono commesse a Genova da agenti di polizia e dai loro responsabili nei confronti di decine di manifestanti inermi, aggrediti mentre si trovavano in un luogo di riparo notturno al termine delle manifestazioni indette in occasione del G8».



Ecco tutti i tesori ceduti dallo Stato alla Campania

Il Mattino

 

NAPOLI (19 maggio)

I beni dello Stato passano agli enti locali. È il primo passo del cosiddetto «federalismo demaniale». Fra i gioielli che saranno ceduti in Campania c’è l’ex Arsenale, l’ex carcere di Procida, l’Osservatorio Astronomico, il faro di Anacapri e quello del Molo di San Vincenzo.

TUTTI I BENI DEL DEMANIO - FOTOGALLERY

Tra polemiche e sussulti il federalismo demaniale si avvia a diventare realtà. I decreti attuativi spiegheranno le modalità d’esecuzione, ma il progetto è già disegnato: Regioni, Province e Comuni si vedranno assegnare buona parte dei beni demaniali e dovranno gestirli, metterli a reddito, trasformarli in macchine produttive. Forse anche vendendoli, questo lo chiariranno, appunto, i decreti che sono in arrivo.

La Campania, diciamocelo subito, non è tra le Regioni più ricche di beni demaniali: il valore complessivo stimato dalla Corte dei Conti si attesta poco sopra i 230 milioni per un totale di 810 beni disponibili. Il dato nazionale spiega che in totale esistono 17.400 beni per un valore complessivo di 3,2 miliardi di euro.



Sarà incoronato sabato il principe di Seborga

Libero





Sarà incoronato sabato 22 Maggio alle 10 e 30 Principe di Seborga SAS Marcello I nel suo regno, il Principato di Seborga.
Eletto dal popolo secondo gli statuti del Principato, il successore del defunto Principe Giorgio I, nella persona di Marcello Menegatto, che ha assunto il nome di Sua Altezza Serenissima Marcello I.

Il neoprincipe è nato a Lecco 32 anni fa da una famiglia di industriali tessili con interessi in Italia e all’estero. È campione mondiale di off-shore nell’anno 2000  e fu il più giovane campione del mondo nella sua categoria.
Residente da anni a Seborga, dove possiede una tenuta nella quale alleva diversi animali, con una predilezione per i cavalli, è sposato con Nina Dobler, nobildonna del Lichtenstein.

Il principe resterà in carica per 7 anni e, allo scadere del mandato, potrà essere rieletto. Tra le iniziative del neoprincipe, ci sono quelle mirate alla valorizzazione del territorio, dell’incremento del turismo, dell’edilizia e delle infrastrutture del paese, proseguendo anche verso l’obiettivo dell’indipendenza, già coltivato dal Principe Giorgio.

19/05/2010



Da Fassino a Gasparri: ecco dove abitano i parlamentari

Corriere della Sera
L'inchiesta di «Oggi» sulle case romane e non di deputati e senatori

IL CASO SCAJOLA E LE ABITAZIONI DEI POLITICI

Da Fassino a Gasparri: ecco dove abitano i parlamentari


MILANO

Piero Fassino (Pd) vive in un appartamento nel centro storico di Roma, acquistato nel '96 in comproprietà con la moglie. Possiede una casa anche a Torino e un casale in Toscana. Maurizio Gasparri (Pdl) abita una casa in affitto nella Capitale, pagando circa 2000 euro al mese alla proprietaria. Felice Belisario (Idv) , invece, ha in affitto in un appartamento di 75 metri quadrati nel quartiere San Lorenzo e paga 1.200 euro al mese. La casa ai Parioli di Pierferdinando Casini (Udc) è di proprietà della moglie, Azzurra Caltagirone.

L'INCHIESTA DI OGGI - Il caso Scajola ha sollevato molta curiosità sulle residenze romane dei politici. Per soddisfare la quale il settimanale Oggi ha svolto una indagine a tappeto, contattando senatori e deputati. E chiedendo loro se a Roma hanno case di proprietà o se vi risiedono in affitto. Il risultato? Molti politici abitano in una casa di proprietà e hanno acceso un mutuo per acquistarla. Ma sono numerosi anche quelli che pagano un affitto nella Capitale, condividendo magari l'appartamento con il proprio compagno/a o con un amico. Alcuni poi, hanno preferito, una volta eletti, non lasciare la loro casa di proprietà fuori Roma, pagando un albergo nelle loro trasferte capitoline.


19 maggio 2010



Giallo sulla morte di Lech Kaczynki:«Due estranei nella cabina di pilotaggio»

Corriere della Sera
Lo riferiscono le agenzie, citando la presidente del comitato interstatale per l'aviazione Tatiana Anodina

il tupolev 154 caduto il 10 aprile scorso a Katyn, in Russia

Giallo sulla morte di Lech Kaczynki:«Due estranei nella cabina di pilotaggio»


VARSAVIA - C'erano due persone estranee all' equipaggio nella cabina del Tupolev 154 caduto il 10 aprile scorso a Katyn, in Russia, causando la morte del presidente polacco Lech Kaczynski e di altri 95 passeggeri che dovevano rendere omaggio alle vittime polacche dell'eccidio staliniano del 1940. Lo riferiscono le agenzie, citando la presidente del comitato interstatale per l'aviazione Tatiana Anodina (fonte Ansa)


19 maggio 2010



Caso Claps, fermato Restivo per l'omicidio della sarta inglese

Il Messaggero

L'uomo è indagato in Italia per l'uccisione della studentessa potentina

ROMA (19 maggio) - Danilo Restivo, l'uomo indagato in Italia per l'omicidio della studentessa potentina Elisa Claps, è stato fermato dalla polizia inglese per l'omicidio della sarta inglese Heather Burnett. . Lo ha reso noto il Tg5 nell'edizione delle 10.00.



Boss ergastolano scarcerato per depressione, bufera sul Tribunale

La Stampa

Fece rapire a Palermo il bimbo sciolto nell'acido: è polemica



RICCARDO ARENA

PALERMO

Il mafioso ergastolano è gravemente depresso, ha il diabete e soffre di cuore. E per questo il suo quadro clinico è considerato incompatibile con la detenzione. È libero, ora, Salvatore Vitale, di 64 anni: libero anche se dal carcere non dovrebbe teoricamente uscire mai più, dopo che, nel febbraio 2007, gli diedero l’ergastolo per il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, poi strangolato e sciolto nell’acido dagli uomini di Giovanni Brusca perché il padre, il pentito Santino, non aveva ceduto al ricatto e aveva continuato a collaborare con i magistrati.

È depresso, Salvatore Vitale, e il magistrato di sorveglianza di Pavia gli ha concesso il differimento della pena. La decisione definitiva spetterà al tribunale di sorveglianza di Milano, ma per adesso l’ex proprietario del maneggio in cui il tredicenne Di Matteo venne rapito, il 23 novembre del 1993, è tornato a casa sua, a Palermo. Senza altro vincolo che quello di firmare, tre volte alla settimana, il registro di un commissariato. Già una prima volta, durante le indagini, Vitale aveva avuto i domiciliari per motivi di salute. Poi era tornato libero per decorrenza dei termini di custodia cautelare.

Dopo due annullamenti, la Cassazione aveva però riconfermato la massima pena, nel 2007. Tre anni dopo l’ultimo arresto, Vitale è di nuovo fuori dal carcere. E del resto lo sono anche i pentiti che Giuseppe Di Matteo lo strangolarono o contribuirono ad ucciderlo: Enzo Salvatore Brusca e Giuseppe Monticciolo sono in detenzione domiciliare. Vincenzo Chiodo è finito in cella nel 2008, dopo essere rimasto libero per dodici anni. Stefano Bommarito è affidato in prova ai servizi sociali. E Giovanni Brusca, mandante del sequestro, durato 26 mesi, pur essendo ancora detenuto, 14 anni dopo l’arresto, ogni 45 giorni gode di permessi straordinari.

I pentiti comunque hanno dato un contributo alle indagini. Vitale invece ha sempre negato le proprie responsabilità e il suo legale, l’avvocato Giuseppina Paci, ha fatto leva sulla fortissima depressione che impedirebbe al capomafia di rimanere «ristretto» in carcere. Giuseppe Di Matteo fu rapito dagli uomini della cosca di Brancaccio nel maneggio di proprietà di Vitale e del fratello Nicola, poi morto suicida. Nel commando di finti poliziotti c’erano altri due pentiti, Salvatore Grigoli e il dichiarante Gaspare Spatuzza.

I Vitale sapevano, furono complici? Il dubbio c’è sempre stato, sin dall’inizio, al punto che due diversi Gip negarono gli arresti chiesti dalla Procura. Sta di fatto però che furono loro a fare sparire il motorino con cui Giuseppe, pur avendo solo 13 anni, era sceso a Villagrazia dalla sua Altofonte. La Cassazione accolse il ricorso dei pm Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi nel marzo del 1996 e Salvatore Vitale venne arrestato. Un paio di mesi prima, l’11 gennaio di 14 anni fa, Brusca aveva ordinato di «allibirtarisi du cagnuleddu», di liberarsi del cagnolino.


Altre quattro case a sbafo

Il Tempo

Dopo l'appartamento di Scajola si allarga l'inchiesta sulle abitazioni "regalate".
Al setaccio i conti della cricca.
Ai magistrati l'autista tunisino avrebbe parlato di almeno una ventina di passaggi di denaro.


Non solo la casa dell’ex ministro Claudio Scajola, del generale della Finanza Pittorru e della famiglia Balducci. Adesso nell’inchiesta sulle abitazioni acquistate presumibilmente attraverso un giro di denaro gestito dalla «cricca», spuntano altri quattro casi. Episodi che sarebbero stati rivelati sempre dall’autista e uomo di fiducia di Angelo Balducci, il tunisino Ben Laid Hidri Fathi. Proprio lui avrebbe riferito ai magistrati della procura di Firenze che sarebbero di più le operazioni immobiliari «illecite» compiute dai personaggi coinvolti nella maxi inchiesta sui grandi appalti e sulle abitazioni comprate in cambio di favori. Almeno una ventina di volte avrebbe portato denaro per possibili acquisti di abitazioni. Un'altra tegola, dunque, si abbatte sul mondo politico e impreditoriale che ha avuto contatti professionali, e non, con alcuni degli indagati.

I magistrati toscani, che lavorano in tandem con i colleghi di Perugia per far luce sulla presunta corruzione e giro di «mazzette» nel mondo degli appalti, sono infatti convinti che esistano altre operazioni immobiliari irregolari, delle quali abbiano beneficiato gli amici della «cricca», che a loro volta, avrebbero così ottenuto appalti milionari. Una convinzione che è stata messa nera su bianco anche nella richiesta di custodia cautelare nei confronti di Angelo Zampolini, l'architetto legato al costruttore romano Diego Anemone, interrogato ieri pomeriggio per tre ore dai pm di Perugia. Provvedimento che però è stato respinto dal Tribunale del Riesame umbro. Proprio ieri, all'architetto Zampolini sono stati chiesti chiarimenti sui primi quattro casi in cui l'indagato si sarebbe reso disponibile, «per membri del gruppo e soggetti comunque riconducibili all'entourage di Anemone, alla raccolta della provvista per l'acquisto degli immobili - hanno scritto i pm - pure essendo soggetto formalmente del tutto estraneo alla compravendita in atto».

Ecco i conti fino ad oggi in mano alla magistratura. «L'approfondimento delle prime quattro operazioni sospette - scrivono ancora i pm - ha già delineato un quadro preoccupante circa la finalità delle stesse, mentre rimangono da approfondire ulteriori operazione di analogo tenore (in relazione alle quali le indagini sono ancora in corso) tenuto conto che la somma complessiva di cui alle segnalazioni che riguardano il soggetto (Zampolini, ndr.) è pari a 2 milioni e 878 mila euro». La somma delle operazioni sulle quali indagano i pm, per ora, è pari a 900 mila euro per l'immobile di Scajola, 285 mila e 520 mila per le abitazioni della famiglia del generale della Finanza e 435 mila euro per una casa intestata a Lorenzo Balducci. Il tunisino, comunque, avrebbe detto ai magistrati che una ventina di volte avrebbe consegnato assegni su richiesta della «cricca». «Pensavo di fare un favore a Balducci», ha detto infine Zampolini ai pm di Perugia Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi.

L'architetto avrebbe anche fornito dettagli sugli episodi già accertati dagli inquirenti sull'acquisto dei quattro immobili che Anemone avrebbe finanziato. Durante l'interrogatorio dell'architetto Zampolini è stato anche toccato il caso del contributo fornito da Diego Anemone nell'acquisto dell'appartamento per il genero di Ettore Incalza, capo della struttura tecnica dei ministri delle Infrastrutture che si sono succeduti, Lunardi e Matteoli. Stando alle indiscrezioni, i pm hanno posto domande all'indagato su una serie di lavori che avrebbe effettuato in ambito istituzionale (ristrutturazioni di palazzi dello Stato). Lavori che erano appuntati in alcuni file sequestrati nel pc dello stesso Zampolini, che avrebbe ammesso di aver effettuato il cambio di 520 mila euro di Diego Anemone in assegni circolari utilizzati per contribuire all'acquisto della casa di Alberto Donati, genero di Ercole Incalza. Una circostanza, anche questa, riscontrata documentalmente dagli investigatori e sulla quale, quindi, l'architetto non avrebbe potuto negare.


Augusto Parboni

19/05/2010



Il cane sporca durante il funerale, parroco multato dopo la messa

Il Secolo xix

La crociata (benemerita) contro i cani che sporcano a Genova non guarda in faccia nessuno. Animali di razza o bastardini? Non conta, tutti uguali come dovrebbe essere sempre davanti alla legge. O ancora, proprietari punkabbestia o gentildonne o magari preti? Non ci sono sconti per nessuno.

L’essenziale è cogliere l’attimo in cui si verifica il misfatto, per evitare che i padroni raccontino improbabili scuse e neghino l’evidenza. Così è finito multato anche don Isidoro Damonte, parroco dei santi Cosma e Damiano a Struppa, che non è potuto andare a recuperare il suo cane (e le relative deiezioni) perché doveva celebrare un funerale.


Don Isidoro e Stellina


Napoli, lettera choc di una bimba: «Voglio sposare un camorrista»

IL Mattino

A svelare al cardinale Sepe le intenzioni della 12enne sono gli alunni della scuola media Virgilio IV di Scampia

 

NAPOLI (19 maggio)

«Voglio sposare un camorrista, così posso essere ricca...». A svelare al cardinale Sepe le intenzioni di una bambina di 12 anni, sono gli alunni della scuola media Virgilio IV di Scampia, durante la visita dell’arcivescovo nell’istituto, ieri mattina.

Alla presenza del cardinale leggono la lettera-choc e replicano alla loro coetanea sottolineano che la «sua è una scelta sbagliata perché un camorrista è la persona più ingiusta al mondo». Ai ragazzi che lo ascoltano, il Cardinale Sepe chiede un impegno di coraggio e responsabilità.

«Arruolatevi nel mio esercito: l’esercito del bene e della legalità. Oggi nasce qui con voi, che siete la speranza e il futuro di Scampia», dice Sepe. «Venendo in questa scuola vedo concretizzarsi il mio auspicio», aggiunge, e ricorda il suo arrivo a Napoli. «Il 1 luglio del 2006 ho baciato questa terra e mi ripromettevo di fare di Scampia l’emblema della speranza: con voi può diventare terra di giustizia, pace, legalità».



De Benedetti: "D’Alema caso umano"

di Redazione

È ormai psicodramma fra l’editore di Repubblica e l’ex premier.

Prima l’attacco dell’Ingegnere: "Non ha mai fatto nulla nella vita".

Poi la replica: "È un Berlusconi di serie B". Ieri il terzo atto



 

È guerra aperta ormai tra Massimo D’Alema e Carlo De Benedetti. L’escalation del duello di insulti a distanza combattuto tra dibattiti, pagine di giornali e libri, ha raggiunto ieri sera il suo apice quando l’ingegnere, a Londra per tenere una lezione presso la «London School of Economics» sul futuro dell’Europa, ha bollato l’ex presidente del Consiglio come «un problema umano». «Quando, invece di rispondere nel merito - ha proseguito, facendo riferimento agli attacchi indiretti dell’altro ieri di D’Alema nei suoi confronti - una persona si mette a parlare della luna, non me ne può fregare di meno».

Ecco dunque che a stretto giro la stoccata del presidente del Copasir, che lunedì aveva parlato pubblicamente dei «Berluschini di serie B» facendo un esplicito riferimento all’editore di Repubblica, è stata vendicata. Con tanto di sovrappiù, visto che così la sfida tra i due pesi massimi del centrosinistra italiano ieri ha raggiunto la platea internazionale. A onor del vero, il primo affondo di questo duello a distanza, del quale presumibilmente vedremo nel futuro prossimo gli ulteriori round, era stato iniziato proprio da De Benedetti, che nel libro Guzzanti vs De Benedetti aveva attaccato l’ex presidente del Consiglio Pds: «D’Alema non ha fatto nulla, lui e Bersani stanno uccidendo il Pd».

Vedremo come andrà a finire, fatto sta che la violenza e il risentimento spesi per continuare l’alterco con D’Alema sono stati solo la punta dell’iceberg dello show debenedettiano di ieri a Londra. Spettacolo che, in pieno rispetto della dialettica del «partito Repubblica», non poteva non prevedere un forte attacco al premier: «Berlusconi? È la peggiore soluzione per il nostro Paese». «Il nostro premier - ha sottolineato De Benedetti - è alla meglio un furbo, e lo dico per essere gentile con lui. Ma non credo che politicamente durerà ancora a lungo». «Il problema - ha detto ancora - è che nel nostro Paese non abbiamo un’opposizione. E il nostro giornale è considerato dalla sinistra un competitor della sinistra, che non capisce che i nostri lettori sono i loro elettori. E questa è una dimostrazione di debolezza».

Forse pensando di non aver sufficientemente «sputtanato» l’Italia sul palcoscenico londinese, De Benedetti ha poi parlato, a modo suo, della questione meridionale: «Se facciamo qualcosa di serio per l’evasione fiscale ci sono regioni dell’Italia del sud che vanno al collasso. Me lo ha detto un ministro del Tesoro italiano». «L’Italia - ha concluso - non è un Paese unico, ma due. Nel Nord c’è un’area competitiva con la Baviera. Il Sud è completamente diverso. E non è una questione di razzismo: io sono ebreo e non posso essere razzista per una questione fisiologica. Ma per essere competitive alcune aree hanno bisogno di essere al di fuori della legalità».


Privilegi I compensi del Cda Rai: al presidente Garimberti vanno 448mila euro

di Redazione

Al presidente della Rai Paolo Garimberti vanno 350mila euro all’anno lordi di indennità di carica, più 98mila lordi come membro del Cda; gli altri consiglieri di amministrazione - Guglielmo Rositani, Alessio Gorla, Antonio Verro, Angelo Maria Petroni, Giovanna Bianchi Clerici, Nino Rizzo Nervo, Giorgio Van Straten e Roldofo de Laurentiis - guadagnano 98mila euro lordi più eventuali «emolumenti» per deleghe istruttorie; a Mauro Masi, direttore generale dell’azienda di Viale Mazzini, vanno 715mila euro lordi.

Nell’ambito dell’«operazione trasparenza» lanciata dal ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, ieri i vertici della Rai hanno reso note le loro retribuzioni. Cifre che «tengono conto - spiega una nota di viale Mazzini - della riduzione del 5 per cento decisa dal Consiglio di amministrazione in occasione del suo insediamento. Anche la retribuzione del direttore generale è stata ridotta del 5 per cento rispetto a quelle dei suoi predecessori».
Soddisfatto dell’iniziativa lanciata dalla Rai Alessio Butti, senatore Pdl membro della commissione di Vigilanza: «Ma ora siano resi pubblici anche i guadagni dei conduttori. In commissione abbiamo richiesto che nel contratto di servizio dell’azienda pubblica vengano accolti i principi di trasparenza indicati nella risoluzione presentata dal gruppo Pdl, che prevede la pubblicazione dettagliata dei costi delle trasmissioni Rai e dei compensi percepiti da ogni conduttore».

Privilegi, il menù a prezzo politico costa 9 milioni ma loro ne pagano 1

Il Tempo

Cifre altissime per i pranzi e le cene dei parlamentari.
Alla Camera quasi 5 milioni e 400 mila euro, al Senato 2 milioni e 800.




Il menù dei parlamentari ha il prezzo politico. Ogni anno i deputati pagano di tasca loro 1 milione e 100 mila euro per i servizi di ristorazione. Ma la spesa per i loro pranzi e cene è molto più alta: più di 5 milioni di euro, saldata ovviamente dallo Stato. Stessa musica al Senato, che spende quasi 2 milioni e 800 mila euro all'anno.

Le spese saranno pure diminuite negli ultimi tempi ma gli sprechi e i privilegi restano. Alcuni davvero poco giustificabili. Un deputato guadagna più di 16 mila euro al mese, un senatore quasi 15 mila e 500. Eppure possono contare su corsi di lingue straniere, rimborsi per viaggi e trasporti vari, pure agende e buste personalizzate. Tutto senza pagare un centesimo. Ma sono i pasti a catalizzare una fetta rilevante del bilancio. Nel documento contabile 2009 della Camera dei deputati le spese per i servizi di ristorazione gestiti da terzi (capitolo 130 «Beni, servizi e spese diverse») ammontano esattamente a 5 milioni 310 mila euro. Di questi, a dirla tutta, i residui (cioè i soldi non ancora spesi) raggiungono 2 milioni 907 mila 649,74 euro.

Fondi che comunque restano parcheggiati nella cassa di Montecitorio. Sulla stessa scia il Senato. Il capitolo è il numero 1.19. I pasti costano ogni anno 2 milioni 779 mila euro, di cui (capitolo 1.19.1) 1 milione 434 mila euro per i senatori e (capitolo 1.19.2) 1 milione 345 mila euro per i loro assistenti. Una cifra piuttosto alta, al contrario dello scontrino che resta in mano ai nostri rappresentanti, visto che i prezzi sono «politici». La buvette della Camera è più cara rispetto a quella di Palazzo Chigi. Se nella prima un caffè costa 70 centesimi, nella seconda bastano 55 centesimi. In effetti il menù del bar con vista su piazza Colonna è imbattibile: tè e infusi 80 centesimi, un apertivo 1 euro e 50, come un tramezzino.

Davvero niente male per i politici che non avrebbero problemi a pagare il conto come gli altri cittadini. Ma, si sa, c'è sempre qualcuno più uguale degli altri. Dunque non bastano i 70 mila euro all'anno pagati dalla Camera per le macchinette del caffé, i 23.600 euro che servono per la manutenzione degli orologi del Palazzo, i 40 mila a carico del Senato per la lavanderia o i 2 milioni e 310 mila euro per telefoni e computer. Se a tutto questo si aggiunge il privilegio di andare in pensione prima degli altri potendo contare su assegni da favola, allora diventa evidente che ci vorrebbe un'inversione di tendenza. Soprattutto in tempi in cui le parole d'ordine sono «tagli» e «sacrifici». Si discute da giorni di chiudere le finestre per uscire dal lavoro per i dipendenti pubblici che hanno già i requisiti o di congelare gli aumenti di contratto per gli statali. Proprio loro rischiano di pagare il conto salato dei politici.

Alberto Di Majo

19/05/2010



Le donne di Herrera: in guerra per l’eredità

di Marino Smiderle

L’ultima moglie del Mago, Fiora Gandolfi, e la figlia della precedente consorte, Maria Susana, non si risparmiano colpi proibiti.

All’origine di tutto una data di nascita misteriosa, un divorzio segreto e un’accusa infamante 



 

VeneziaDice di essere la figlia di Helenio Herrera e la prova sarebbe un certificato di nascita griffato Repubblica Dominicana e datato 1960. L’anno in cui il mitico H.H. vinse la coppa delle Fiere con il Barcellona, poco prima di incontrarsi in gran segreto con Angelo Moratti a un casello dell’Autostrada del Sole e firmare il contratto per allenare quella che sarebbe passata alla storia come la Grande Inter. Cinquant’anni dopo, Maria Susana Pimentel Herrera sferra un attacco frontale all’ultima moglie del Mago, Fiora Gandolfi, accusandola di aver celebrato un centenario che non esiste e chiedendo, come dire, giustizia ereditaria.
H.H. sta all’Italia frizzante degli anni 60 come Mou sta a quella problematica di questo avvio di millennio. Taca la bala, gridava a Mazzola e Facchetti che stavano per diventare campioni.

Chissà cosa risponderebbe oggi Balotelli a uno come il Mago che, per guadagnare sei anni e qualche chance in più con le donne si era perfino cambiato la data di nascita. Sul passaporto spagnolo splendeva un «10 aprile 1916» quando il documento originale argentino (lui era nato a Buenos Aires) certificava «10 aprile 1910». Di qui la contestazione del centenario da poco celebrato a Venezia, dove Herrera è stato cremato, da Fiora Gandolfi. «Mio padre è nato nel 1916 punto e basta - ha dichiarato al Corriere del Veneto la figlia Maria Susana - ho tutti i documenti che lo provano. Non so perché questa signora dica che non è così. Certo, i centenari sono dei business, ma questo non mi interessa, io voglio fare chiarezza.

Se mio padre non è nato nel 1916, ogni atto rischia di essere annullato, potrei avere dei problemi». «La data di nascita se l’è cambiata quand’era in Spagna - assicura l’ultima moglie - per un vezzo».
Chi ha conosciuto il Mago assicura che questo comportamento è assolutamente plausibile con la sua vita bizzarra, ancorché ricchissima di successi e di gloria professionale. Per dirne una: il primo matrimonio dell’allenatore, datato 1937, quando giocava nel Excelsior Roubaix-Tourcoing e si era naturalizzato francese per giocare con la Nazionale militare, gli fu imposto dalla madre che lo richiamò in tutta fretta in Marocco per costringerlo a sposare Lucienne Leonard, conosciuta in una balera e incinta di 8 mesi. Da lei avrà il primogenito Francis.

Donne e pallone, non sempre, ma quasi, in quest’ordine. Poco dopo la sua morte, nel novembre del ’97, la stessa Fiora Gandolfi raccontò le virtù del marito fedifrago a Giancarlo Padovan: «Aveva un sacco di donne e amava la Madonna. Non era religioso. Amava la Madonna perché era una donna, una donna buona. Aveva il culto della madre. Amava tutte le donne madri. Come ho sopportato i tradimenti? Da lui ho imparato ad accettare la vita com’è, senza perdere tempo a sognarla. Sul letto di morte, da sotto il materasso, ha tirato fuori una lettera d'amore, una delle tante che riceveva. Mi ha chiesto di leggergliela perché non riusciva a decifrare la calligrafia. Che tipo».
Già, che tipo H.H. In questa descrizione sofferta del Mago, c’è già la risposta a un’altra accusa lanciata da Maria Susana a Fiora: «Non è vero che era un senzadio, mi ha portato più volte a Lourdes. Queste descrizioni rovinano la mia immagine di cantante in America».

«Ma quella non è la figlia di Helenio - ribatte la Gandolfi con altre carte - ha vissuto per anni in casa nostra, era una bimba molto povera e noi abbiamo fatto un favore alla maestra di nostro figlio. E poi, mica è una cantante, vive a Venezia». Chiusura col botto.

L’ultimo foglio esibito da Maria Susana, anche questo con la ceralacca di Santo Domingo, dimostrerebbe che Susana Pimentel ed Helenio Herrera si sono sposati il 14 gennaio 1997. Cioè, il padre avrebbe sposato la figlia, peraltro dopo il divorzio ottenuto, nel ’95, dalla Gandolfi.

Uno schema così complicato che risulta difficile attribuirlo perfino alla mente diabolica del Mago. Ricapitolando, H.H. avrebbe 100 anni (o 94), si sarebbe sposato con una figlia che ora ne ha 50 e, da lassù, aspetta una Coppa dei Campioni nerazzurra che manca da 45 anni. Prima ancora che i tribunali si pronuncino su questo guazzabuglio documentale, non sarebbe male se ci pensasse il suo erede in panchina a onorarne la memoria. Magari facendo contente entrambe le signore.

Amianto, “avviso” a un sindacalista

Il Secolo xix

Il primo avviso a comparire di una lista che si annuncia corposa. È rivolto al sindacalista che all’interno della Fiom Cgil, negli anni “caldi” ha gestito in prima persona la partita dell’amianto, Armando Tiragallo. A sentirlo nelle prossime ore sarà il pm Luca Scorza Azzarà che, nell’invitarlo, nei giorni scorsi gli ha consegnato il primo formale atto di accusa di un’inchiesta durata anni.

I reati contestati a lui, all’ex numero uno genovese dell’Inail, Pietro Pastorino, e a un gruppo di persone in corso di identificazione, sono falso e tentata truffa in concorso riguardo a un centinaio di pratiche sull’amianto che, secondo l’accusa, sarebbero state risolte con l’uso di documenti falsi negli anni 2006/2007. Il sindacalista è anche indagato per tentata violenza privata, per aver minacciato il direttore dell’Inail, Fabrizio Lanzone, di farlo trasferire e di mandargli i lavoratori sotto la sede Inail di piazza Dante se non avesse sbloccato la partita delle certificazioni. Inoltre, come trapela da fonti vicino al palazzo di giustizia, in questi mesi sono state esaminate e, almeno in un caso revocate, anche le certificazioni sull’amianto di alcuni dei vertici sindacali. Ma, tranne che in un caso, non si conosce ancora l’esito dei controlli.

Bangkok, la resa delle camice rosse "Ucciso un fotoreporter italiano"

La Stampa

Un carro armato dell'esercito distrugge una barricata dei "ribelli"




Scontri violenti, l'esercito apre il fuoco e demolisce le barricate
Leader dei ribelli in manette
BANGKOK


Almeno cinque persone, fra cui un fotoreporter italiano, sono rimaste uccise stamane nei violenti scontri a Bangkok tra le forze dell’esercito e le camicie rosse. «Ci sono quattro morti, oltre al giornalista straniero», ha detto Piya Uthayo, della polizia di Bangkok.

Numerose persone sono state ferite, tra queste anche un giornalista olandese. Un fotografo dell’Associated Press, presente sul luogo degli scontri, ha confermato la notizia diffusa inizialmente dalla France Presse: avrebbe visto l’esercito sparare su tre giornalisti stranieri, uno dei quali sarebbe morto. Il giornalista italiano - secondo fonti giornalistiche il suo nome è Fabio Polenghi, 45 anni - sarebbe stato colpito all’addome e trasportato all’ospedale nei pressi della zona rossa quando già era deceduto.

La Farnesina non ha ancora confermato ufficialmente la notizia, ma il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dichiarato che «ci sono alte probabilità che l’italiano ucciso in Thailandia sia Fabio Polenghi. «Siamo in attesa di verifiche da parte dell’ambasciata italiana nella capitale thailandese», ha poi precisato il ministro Frattini.

Gli scontri, particolarmente violenti, sonno iniziati stamattina all’alba quando le forze dell’esercito hanno deciso di rompere gli indugi ed attaccare i dimostranti nella cosiddetta «zona rossa», occupata da diverse settimane. Dopo l’annuncio da parte del governo che ogni negoziato era ormai interrotto, l’esercito ha fatto irruzione con i blindati attraverso le barricate delle camicie rosse aprendo il fuoco in tutte le direzioni.

Imbracciando i fucili d’assalto M-16 un centinaio di poliziotti si è fatto strado gridando ai manifestanti rifugiati nelle tende: «Uscite e arrendetevi altrimenti vi ammazziamo». Un portavoce del governo ha annunciato l’inizio dell’operazione con un annuncio alla televisione: «Le operazioni proseguiranno per tutta la giornata».

Dopo aver annunciato la resa Jatuporn Prompan e Nattawut Saikua, due dei maggiori leader delle «camicie rosse», sono stati portati via dall’accampamento scortati dalla polizia, senza opporre resistenza. Le ho mostrato in diretta la tv thailandese Tnn.

Fotogallery


Rientrate le salme degli alpini uccisi

La Stampa

Afghanistan, Frattini: «Bisogna resistere alla tentazione del ritiro»



ROMA

È atterrato all’aeroporto militare di Ciampino il C130 dell’Aeronautica con a bordo le salme dei due alpini uccisi lunedì scorso in Afghanistan: il sergente maggiore Massimiliano Ramadù 33 anni, e il caporal maggiore scelto Luigi Pascazio, 25 anni, entrambi del 327° Reggimento Genio guastatori di Torino.

Ad accogliere le salme, oltre ai parenti, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, i presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e i vertici militari. Il picchetto d’onore è composto da un gruppo di alpini e da rappresentanti di tutte le forze armate.

Questa mattina, intanti, il ministro degli esteri Franco Frattini ha affermato che in Afghanistan occorre «resistere alla tentazione del disimpegno ed essere fermissimi. I terroristi sanno che a fine mese ci sarà un’assemblea nazionale di riconciliazione, sanno che a luglio ci sarà a Kabul un vertice dei Ministri degli Esteri e - ha continuato Frattini - sanno che in autunno ci saranno le elezioni politiche: è un tentativo di sabotaggio nella strada verso la democrazia».

Quanto al possibile ritiro, Frattini ha sottolineato come la programmazione della Nato preveda dalla fine del 2010 e nel 2011 «un progressivo disimpegno in quelle aree in cui le forze afgane saranno in grado di garantire la sicurezza»: l’Italia addestra il 60% dei membri della polizia afgana, mentre le forze regolari e di sicurezza di Kabul dovrebbero raggiungere le 306mila unità nel 2011. Con queste cifre, ha concluso Frattini, è lecito parlare di inizio del disimpegno che però «non vuol dire né ritiro né resa di fronte al terrorismo: così facendo non renderemmo onore ai nostri valorosissimi caduti».


Il ricordo del maggiore Renna Dal blog DIARIO DA HERAT Gli alpini uccisi
Dolore e lacrime in Afghanistan



Torino, bandiera a mezz'asta per i morti di Herat

Attacco a Herat,
parla il maggiore Mario Renna



Afghanistan, le vittime italiane dal 2004 a oggi

Italiani uccisi, parenti affranti: "Lutto terribile"



Santoro, accordo con la Rai Addio all'azienda e ad Annozero

Corriere della Sera
Intesa con il dg Masi su una cifra complessiva che sfiorerebbe i 10 milioni

Realizzerà docu-fiction da esterno. Vespa: essere perseguitato gli ha fruttato

Santoro, accordo con la Rai
Addio all'azienda e ad Annozero


Michele Santoro
Michele Santoro
ROMA

Un accordo a due. Da una parte Michele Santoro, dall’altra Mauro Masi, direttore generale della Rai. Una «risoluzione consensuale del rapporto di lavoro dipendente». In pratica Annozero scompare con questa stagione. Nessuna censura, ma un’intesa che ieri il Consiglio di amministrazione ha votato a maggioranza (7 sì e 2 astensioni). Santoro lascia la Rai con una sorta di prepensionamento che gli dovrebbe fruttare (secondo voci che circolavano ieri al settimo piano di Viale Mazzini) una cifra tra i 2,5 e i 2,7 milioni di euro. Santoro ha la qualifica aziendale di direttore e alla Rai si va in pensione a 65 anni. Quindi il conduttore lascia l’azienda con sei anni di anticipo per lanciarsi nella libera professione.

Con questo accordo, fanno sapere alla Rai, decadono anche gli effetti delle cause giudiziarie, in particolare la sentenza della IV sezione lavoro del Tribunale di Roma che il 26 gennaio 2005 ha sancito il diritto di Santoro di condurre «programmi di informazione in prima serata». Un obbligo considerato una anomalia aziendale, soprattutto in area pdl ma anche pd. Secondo il comunicato ufficiale della Rai «l’accordo consensuale, che deve essere implementato attraverso contratti applicativi che saranno messi a punto nei prossimi giorni, prevede la realizzazione di nuovi progetti editoriali che verranno realizzati da Michele Santoro nei prossimi due anni. Rai continuerà quindi ad avvalersi della collaborazione di Michele Santoro che, in questo modo, avrà la possibilità di sperimentare nuovi generi televisivi attraverso un ulteriore sviluppo del proprio percorso professionale».

Già circola un’ipotesi biennale. Ovvero che Santoro dia vita a una propria società di produzione, distinta dalla Rai, e che sul modello di Porta a porta realizzi prodotti da cedere «chiavi in mano» al servizio pubblico. Si parla di una serie di docu-fiction da cinque puntate ciascuna nella stagione autunno 2010-primavera 2011 (titolo provvisorio molto suggestivo: «Mister M») che verrebbero acquistate dalla Rai a un milione di euro ciascuna. Collocazione: prima serata su Raidue. E di un’altra serie da due puntate che potrebbero forse arrivare su Raitre, sempre in prima serata. Primo commento interno all’azienda, quello di Bruno Vespa: «Tutto come previsto. Sono contento che Michele resti con noi. Ma si conferma che per lui essere perseguitato è stato un magnifico investimento». Nessuna polemica a sinistra. Tra i sette consiglieri che hanno votato a favore ci sono il presidente Paolo Garimberti e Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, Pd. Si sono astenuti Angelo Maria Petroni (ministero del Tesoro) e Rodolfo de Laurentiis, Udc. Proprio dall’Udc tuona Roberto Rao, membro della Vigilanza, che chiede chiarezza sul compenso economico e sulle modalità.

Paolo Conti
18 maggio 2010(ultima modifica: 19 maggio 2010)

Travaglio stupito: fulmine a ciel sereno E il «nemico» Ghedini: con lui belle sfide

Corriere della Sera
Sorpresa tra i collaboratori storici del conduttore.
La Innocenzi: non sapevo nulla. Il «no comment» di Ruotolo

ROMA

«Santoro? Per me è un fulmine a ciel sereno».
Marco Travaglio risponde al cellulare, le otto di sera sono passate da una manciata di minuti e si capisce che il giornalista ancora non si è ripreso dal colpo. «E come faccio a commentare se non ne so niente?». Niente, davvero? «Niente proprio. L’ho saputo cinque minuti fa da Antonio Padellaro (il direttore del quotidiano Il Fatto, ndr), ho chiamato Michele ma non l’ho trovato, non ci riesce nessuno». Ne è sicuro, Travaglio? « Io non ci sono riuscito, si vede che sono stato meno fortunato di altri. Sono a zero. Beato chi lo becca, Michele...». E ora, che succede? Tra quattro puntate Annozero andrà in soffitta e forse anche la collaborazione tra Santoro e Travaglio, protagonisti a febbraio di un video-litigio che ancora rimbalza da un sito web all’altro. Il telefonino di Sandro Ruotolo squilla a lungo. Poi l’inconfondibile accento napoletano del braccio destro di Santoro, dipendente Rai con la qualifica di vicedirettore ad personam, scandisce un secco no comment: «Buon lavoro, a risentirci».

Ha voglia di parlare invece Giulia Innocenzi, la giovane riminese che ha preso il posto di Margherita Granbassi al fianco del conduttore: «Michele lascia? Non sapevo che avesse altri progetti, sono nell’oscurità Dispiaciuta? «Vivo tutto con tranquillità, ma certo mi trovo nella precarietà più assoluta. Da questa esperienza ho imparato tantissimo e se potrà continuare ne sarò felice, altrimenti farò altro». E in redazione, com’è il clima? «Sono stata lì a lavorare tutto il pomeriggio— racconta la Innocenzi —. Michele non l’ho visto e non ho percepito niente. Sembrava tutto normale. Certo, i rapporti con la Rai sono sempre stati molto conflittuali, d’altra parte Annozero è un programma scomodo». Troppe pressioni, forse? «Tante, sì. Non si può dire che alla Rai si lavori in modo disteso».

Dispiaciuto, per ragioni diverse, anche il consigliere giuridico del premier, Niccolò Ghedini, che è stato più volte ospite di Annozero. «Santoro è un grande professionista, lo apprezzo, è uno che fa molto bene il suo mestiere — ammette l’onorevole —. Sarà pure fazioso, ma lo fa con chiarezza. Non inganna il telespettatore». Ci andava volentieri, Ghedini? «Era una battaglia faticosissima, ma bella. La preferivo a tante trasmissioni farisaiche».

Suona a vuoto il telefono di Vauro, il vignettista al quale Santoro ha affidato la chiusa satirica di ogni puntata. Risponde invece Luigi De Magistris, l’eurodeputato dell’Idv. Strenuamente difeso da Annozero nel 2007, quando l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, chiese il trasferimento dell’ex magistrato per gli sviluppi dell’inchiesta Why not, De Magistris è rammaricato: «Michele non va in pensione, cerca nuovi stimoli, dispiace però che Annozero la prossima stagione non ci sarà». Lei come interpreta la scelta di Santoro? «Gli spazi di libertà si sono ristretti molto, la legge sulle intercettazioni va in quella direzione — polemizza De Magistris —. Non dimentichiamo le pressioni indebite di Berlusconi per censurare una trasmissione sgradita al potere, al limite dell’ipotesi di reato. In Rai, poi, la forte compressione delle personalità può essere un vincolo insopportabile per tanti».

Per Lucia Annunziata, conduttrice di In 1/2 h, Santoro era «stufo di questa guerra continua». L’ex presidente è «profondamente dispiaciuta» e prevede che, senza di lui, «la Rai cambierà volto». A questo punto nella trincea di Viale Mazzini resta Milena Gabanelli. Dice che l’azienda «ha fatto male a farsi strappare un professionista che portava il 20 per cento degli ascolti in prima serata» e che un Santoro con un piede fuori dalla Rai «annacqua un po’ le cose». L’ideatrice di Report ammette di soffrire «il disagio» di un rapporto «non proprio idilliaco» con l’azienda, ma giura di non sentirsi sola: «L’importante è che la mia squadra resti con me...».

Monica Guerzoni
19 maggio 2010



Pannella e gli amori «Ne ho avuti 400»

Corriere della Sera
ROMA

«Quattro o cinque? Mi pare stessimo parlando di una settimana, non di tutta la mia vita. Altrimenti di amori, intesi come "essere amore", nella mia vita ne ho contato almeno quattrocento. Sono state 400 persone, e dico persone». Marco Pannella, in un’intervista video realizzata dall’Adnkronos, replica così a chi gli chiede coma mai abbia deciso solo adesso senza che ci sia amore per l’altra persona. Questo lo sappiamo tutti. Allora mi sono deciso a fare a Mimum questa "rivelazione", ma devo dire che è grazie a chi mi ha intervistato».

«Io non ho fatto altro che confermare — aggiunge lo storico leader radicale, che da poco ha compiuto 80 anni — che per me l’amore non è possesso ma dialogo e che non è neanche serio dividere gli amori tra l’uno o l’altro oggetto o soggetto del proprio amore. Su questo, ormai, c’è la sensibilità di tutti, anche delle nonne di trent’anni fa e non dei cretini altolocati di adesso o di tre o cinque secoli fa». E a chi gli chiede se qualcuno di quei quattro uomini che ha amato fa tuttora politica, «come dicono alcune malelingue», il leader radicale replica divertito: «Intanto dico che sono buone lingue, perché io sono fiero di questi miei dialoghi d’amore. Poi nell’intervista il pensiero è andato a una persona in particolare, a un compagno, lo stesso che evoca mia moglie Mirella, come nostro comune e grande amore».

Storia finita tragicamente, rivela: «Purtroppo è morto con il suo compagno di Aids. Il nostro amore non ha potuto salvarlo. Ma è rimasto vivo dentro di noi, essendo un radicale e un grande amore». di fare coming out sui suoi quattro o cinque uomini, che in una recente intervista ha rivelato di aver amato.

«La cosa è divertente — sorride il leader radicale — ma in fondo non ho fatto niente di particolare. Ho operato in modo che per trenta o quaranta anni il paese pensasse che fossi omosessuale, che passasse questa cosa qui». E in effetti ci sono molte tracce dei suoi orientamenti sessuali in vecchi articoli, a partire da un’intervista fatta a Playboy nel gennaio del ’75. «L’intervista di Mimum — spiega Pannella — è stata fedele».
Al settimanale Chi, spiega il leader radicale, «ho parlato dei miei amori e ho detto che uno può amare per una vita senza fare magari sesso o si può fare sesso tutta la vita


19 maggio 2010



Ragazzina scomparsa 35 anni fa La Procura riapre il caso

Corriere di Bologna

La decisione dopo la trasmissione «Chi l'ha visto» è tornata sulla vicenda

Alessandra Sandri, scomparsa nel 1975

Alessandra Sandri, scomparsa nel 1975

Trentacinque anni dopo, la Procura di Bologna ci riprova. È stato riaperto il caso di Alessandra Sandri, la ragazzina di 11 anni scomparsa sotto le Due Torri il 7 aprile 1975 e mai più ritrovata.

L'INCHIESTA - La Procura ha deciso la riapertura dell'inchiesta per omicidio contro ignoti dopo che la trasmissione di Raitre Chi l’ha Visto è tornata sulla vicenda ieri sera: i familiari della ragazzina hanno chiesto la riapertura del caso e lanciato pesanti accuse sugli investigatori che si occuparono della vicenda in prima battuta. Già altre due volte il programma si era occupato di questa storia, nel '98 e nel 2008, e in entrambi i casi i magistrati si erano mossi. Ma non si era arrivati a nulla e si decise per l’archiviazione.

LA STORIA - Quella mattina di 35 anni fa Alessandra, che tutti chiamavano Sandra, stava andando a scuola in autobus con un’amica come faceva sempre. La sua amica arrivò a scuola, lei invece no. E non tornò più a casa. Dagli accertamenti, è risultato che la ragazzina fu vittima di abusi sessuali da parte di pedofili.


18 maggio 2010



Sorpresa Santoro, addio alla Rai

Corriere della Sera
Decisa la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro dipendente ma continuerà la collaborazione

la decisione del Cda su proposta del Direttore Generale Mauro Masi

Sorpresa Santoro, addio alla Rai



ROMA - Santoro e la Rai, altro capitolo, per ora non ancora del tutto chiaro. Il Consiglio di Amministrazione ha approvato (7 voti a favore e 2 astenuti) su proposta del Direttore Generale Mauro Masi un accordo quadro con il giornalista Michele Santoro per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro dipendente. La notizia è stata diffusa da Viale Mazzini. L'accordo consensuale, che deve essere implementato attraverso contratti applicativi che saranno messi a punto nei prossimi giorni, prevede la realizzazione di nuovi progetti editoriali che verranno realizzati da Michele Santoro nei prossimi due anni. Rai continuerà quindi ad avvalersi della collaborazione di Michele Santoro che, in questo modo, avrà la possibilità di sperimentare nuovi generi televisivi attraverso un ulteriore sviluppo del proprio percorso professionale.

LE RAGIONI SOLO DOPO LA FIRMA - Finchè l'accordo non sarà firmato Michele Santoro non ne spiegherà le ragioni. Solo dopo la firma il conduttore probabilmente convocherà una conferenza stampa per chiarire le motivazioni alla base della decisione di di lasciare l'azienda come dipendente e di rimanere soltanto per sperimentare nuovi programmi. Lo ha fatto sapere lo stesso giornalista.

LE REAZIONI - Una ridda di reazioni di colleghi e di politici si è scatenata dopo la notizia della «separazione». «L’assenza di Santoro cambierà il volto della Rai» ha detto Lucia Annunziata. «Sono profondamente dispiaciuta per questo passo, credo che l’azienda perda qualcosa di importante. Santoro è sempre stato ed è il giornalista più forte dove va fa cose buone», aggiunge. Tra i colleghi ha parlato anche Lerner: «Mi auguro che questo non significhi l'abbandono della conduzione di "Annozero" o comunque la chiusura di uno spazio prezioso di pluralismo culturale». «L'Italia non ha certo bisogno che si restringano ulteriormente gli spazi di pluralismo in televisione», ha aggiunto il conduttore de "L'infedele".

Bruno Vespa lancia una stoccata al collega: «Si conferma che per Michele essere perseguitato si è rivelato un ottimo investimento». Poi aggiunge: «Sono molto contento che lui resti da noi, perché è un giornalista che conosce molto bene la televisione - aggiunge il conduttore di 'Porta a porta' -. Ero convinto e l'avevo detto da tempo che sarebbe stata trovata una soluzione con le docufiction. Per me è quindi tutto scontato». Roberto Rao capogruppo Udc in commissione di vigilanza Rai ha lasciato ad una nota il suo commento: «La Rai in buona parte è finanziata con i soldi del contribuente attraverso il pagamento del canone, per questo i telespettatori e tutti gli italiani hanno diritto di sapere subito, senza aspettare altro tempo, con la massima trasparenza e fin nei dettagli, le modalità e i termini economici che hanno portato alla clamorosa decisione della risoluzione consensuale del contratto di lavoro di Santoro con la Rai». Maurizio Costanzo si chiara «contento se lui è contento. So che da tempo voleva occuparsi di docufiction».

Redazione online
18 maggio 2010