lunedì 17 maggio 2010

Asta da record, 13 mila euro per due meloni

Libero





Asta da record in Giappone. Due freschi e succosi meloni sono stati venduti alla cifra eccezionale di 13mila euro. Ad aggiudicarseli è stato un grossista ortofrutticolo del mercato centrale di Sapporo, nell'isola di Hokkaido.

Dopo aver scontato gli effetti della crisi economica, con una valutazione crollata dell'80% lo scorso anno, i famosi frutti provenienti dalla cittadina di Yubari, nel nord del Paese, sono tornati ad altissimi livelli. I primi due meloni della stagione, considerati una rarissima prelibatezza, sono stati assegnati a 1,5 milioni di yen, il triplo rispetto alla quotazione dello scorso anno.

Le turbolenze dell'economia globale, tuttavia, mantengono i costosi frutti lontani dalle quotazioni della primavera 2008, quando si toccò il primato assoluto di 2,5 milioni di yen (22mila euro).

17/05/2010



D'Alema a De Benedetti: berluschino di serie b

di Redazione

Carlo De Benedetti come un "berluschino di serie b".

Massimo D’Alema replica duramente all’editore di Repubblica che in un libro-intervista lo aveva criticato accusandolo di avere fatto solo politica nella sua vita e attribuendogli la responsabilità di "ammazzare il Pd" con i suoi comportamenti



 

Roma - Carlo De Benedetti come Silvio Berlusconi, anzi un "Berlusconi di serie B", un "berluschino". Massimo D’Alema replica duramente all’editore di Repubblica che in un libro-intervista lo aveva criticato accusandolo di avere fatto solo politica nella sua vita e attribuendogli la responsabilità di "ammazzare il Pd" con i suoi comportamenti. D’Alema parla alla presentazione di un libro e attacca duramente lo stile "populista" e "padronale" di Berlusconi, critica la tendenza al populismo ormai diffusa anche "a sinistra" e poi afferma, senza mai nominare De Benedetti: "In Francia nessuno direbbe a Sarkozy che non ha combinato niente nella vita perchè ha fatto solo politica". "In nessun paese del mondo si oserebbe dire di un uomo politico che non ha combinato niente perchè ha fatto solo politica". Del resto, aggiunge, "Berlusconi non si è inventato niente, si è mosso in un terreno già ’aratò". La deligittimazione della politica, spiega D’Alema, è un processo che va avanti da anni condotto anche dai giornali e dai commentatori politici "e ci sono anche nel nostro campo tanti imprenditori che vogliono fare i Berlusconi di sinistra, che vogliono condizionare la politica. Ma sono dei Berlusconi di serie B, dei ’berluschinì".

Operaio-padre licenziato. L'azienda: siamo disposti a riassumerlo

Corriere della Sera

La titolare: «Deve accettare il turno delle 7 di mattina». L'uomo arrivava in ritardo per portare il figlio all'asilo

MILANO

La titolare della ditta «Bigarella» di Cassano d'Adda (Milano), specializzata nella distribuzione di bevande e snack nelle macchinette degli uffici, Michela Balbiani, si è detta «disponibile a riassumere» Alex Barbieri, il lavoratore-padre licenziato perchè a causa dello spostamento del turno alle 7 di mattina non riusciva a portare alla scuola materna il figlioletto di 4 anni. Ma precisa: «a condizione però che accetti l'orario perchè davvero non possiamo fare diversamente». Il licenziamento era stato denunciato dalla Cub, la Confederazione unitaria di base. «Vorrei spiegare che nel 2009 abbiamo avuto un calo di fatturato di oltre mezzo milione di euro - ha detto l'imprenditrice - e che siano stati costretti, purtroppo, a mandare in cassa integrazione 9 dei 25 dipendenti.

Nei primi mesi di quest'anno ne abbiamo richiamati alcuni fra cui Alex proprio perchè aveva un figlio e aveva molto insistito per essere ripreso». «Devo però chiarire che Barbieri - ha aggiunto Michela Balbiani - aveva accettato le 7, orario dovuto solo ad esigenze della clientela, è il mercato che lo chiede. Un altro papà fa le 6 pur di tornare al lavoro. E poi prima della cig Alex veniva a lavorare alle 8 e non alle 8.30. Quindi ha iniziato a dire che non poteva alle 7 e si è rivolto al sindacato: ha avuto tre contestazioni prima di essere licenziato. Prima diceva di poter venire e poi arrivava in ritardo. Confermo la disponibilità a riassumerlo ma proprio non si può iniziare dopo le 7» (fonte: Ansa).


17 maggio 2010



Uno «sceriffo elettronico» per le multe

Corriere della Sera

Foto alle auto in doppia fila e controllo di veicoli sospetti: tra 10 giorni lo «Street control» su 20 mezzi della polizia


MILANO


Da fine maggio, Milano dichiara guerra alle auto in doppia fila. E lo fa con un nuovo strumento che ha un nome ispirato al mondo della pesca: «multe a strascico». Tra una decina di giorni, infatti, inizieranno a circolare per la città venti volanti della polizia locale che, grazie a una telecamera collegata a un dispositivo informatico, lo «Street control», rilevano al solo passaggio le infrazioni e, fotografando targa e veicolo, rendono molto rapidi i tempi di notifica del verbale. «La sosta in doppia fila a Milano - ha annunciato il vicesindaco Riccardo De Corato - ha le ore contate: il rilevamento automatico delle infrazioni non si sostituisce alla presenza degli agenti sulle strade ma coadiuverà il loro lavoro offrendo un ulteriore deterrente ai comportamenti scorretti». Nei primi tempi i vigili che utilizzeranno le volanti con lo «Street control», lasceranno comunque sui veicoli multati un avviso di infrazione: ma questo gesto non sarà più necessario quando il parlamento avrà approvato le modifiche al codice della strada, che riducono da 150 a 60 i giorni per la notifica dei verbali. Il Comune di Milano intende ricorrere alle multe a strascico soprattutto nelle strade ad alto scorrimento di traffico: 700 circa, ha sottolineato il vicesindaco.

Video

LO STREET CONTROL - Il dispositivo installato al momento su venti volanti (con un investimento di circa 200 mila euro), composto da una telecamera e da un monitor, scatterà due fotografie, una alla targa del mezzo e l'altra all'abitacolo, per assicurarsi che a bordo del veicolo non ci sia nessuno. ma il sistema ha per la verità potenzialità tecniche molto più estese rispetto al semplice contrasto della sosta vietata: come annunciato dallo stesso De Corato, lo «Street control» sarà utilizzato da subito anche nel quartiere di Chinatown per verificare il rispetto dei nuovi orari di carico e scarico delle merci da parte dei grossisti cinesi. «Dal 3 maggio, data in cui abbiamo sottoscritto l'accordo, sono circa 3.500 ogni giorno i furgoni che violano le regole ed entrano in centro in orario vietato», ha detto il sindaco. La telecamera può trasmettere in tempo reale alle centrali operative delle forze dell'ordine le immagini catturate in diretta e il sistema operativo è collegato a tutti i prontuari normativi disponibili, al registro automobilistico e al data base della polizia di Stato.

Redazione online
17 maggio 2010



Baronissi, il Pd è allo sbando: in 157 abbandonano la sezione del partito

Corriere del Mezzogiorno

Nella Valle dell'Irno i democratici vivono una grave crisi
Dei 270 iscritti più del 50% ha restituito la propria tessera


SALERNO

Pd allo sbando nella Valle dell’Irno: dei 270 iscritti al Partito democratico di Baronissi, in 157 abbandonano la sezione locale. Tra loro i tre assessori in giunta: il vice sindaco Anna Petta e gli assessori Sabatino Ingino e Antonio D'Auria. A seguirli anche i tre consiglieri di maggioranza targati Pd: Carlo Santoro, Loretta De Sio e Luca Pierri. «Una trista giornata - ammette Ingino - perchè ci credevamo un po' tutti in questo partito, ma siamo stati praticamente costretti a lasciare». Dalla federazione provinciale minimizza Michele Figliulo: «Il numero di quelli che vanno via è di gran lunga inferiore». Mentre il sindaco di Baronissi, Giovanni Moscatiello, responsabile dell’«abbraccio» col Pdl: «Sono sicuro che ce ne saranno altri che lasceranno il partito perchè la maggior parte di loro non ci si riconosce più».

Dei 270 iscritti al Partito democratico di Baronissi, in 157 abbandonano la sezione locale. Tra loro i tre assessori in giunta: il vice sindaco Anna Petta e gli assessori Sabatino Ingino e Antonio D'Auria. A seguirli anche i tre consiglieri di maggioranza targati Pd: Carlo Santoro, Loretta De Sio e Luca Pierri. «Una trista giornata - ammette Ingino - perchè ci credevamo un po' tutti in questo partito, ma siamo stati praticamente costretti a lasciare». Dopo tutte le vicende legate all'ingresso del Pdl in maggioranza ed in giunta, la federazione provinciale, nella persona dell'attuale commissario del Pd locale, Nello Mastursi, ha inviato ai tre assessori una lettera con cui li invitava a dimettersi. «Una missiva - spiega l'assessore Ingino - con toni bulgari in cui ci si dice che o usciamo dalla giunta o dal partito, dandoci un termine di due giorni. Questo è tutto fuorchè democratico». Per l'assessore D'Auria si tratta di «un fallimento del Pd a Baronissi».

L'unità del gruppo la dimostra il numero delle persone che hanno deciso di seguire gli esponenti dell'amministrazione. Ben 157 su 270, più del 50% degli iscritti ha preferito restituire la tessera. Presente alla conferenza stampa di ieri mattina, anche Giuseppina Abate, in qualità di presidente uscente del Pd di Baronissi, prima che fosse commissariato. «Mi sento fuori - dice - dalla compagine che si è creata. Un partito che ricatta e non coinvolge e, dunque, non coincide con la mia libertà di pensiero, con i miei radicati valori democratici e va contro la mia fede politica». Ci sono tanti giovani tra quelli che hanno deciso di abbandonare il Pd, tra loro in particolare una consigliera comunale di maggioranza, Loretta De Sio.

«Abbiamo creato, creduto e sostenuto 'Impegno Civico' - spiega - con questa lista civica e con un programma ben definito ci siamo presentati a casa della gente, non con una tessera di partito. Non capisco perchè il Pd, che durante la campagna elettorale è stato distante, adesso abbia cominciato a rivendicare posizioni. Noi siamo persone oneste e libere che, al di la dei partiti, intendono lavorare per creare occasioni e sviluppo». Tutti d'accordo, dunque, sulla necessità di uscire dal Pd, senza però lasciare l'area del centrosinistra. L'intenzione è infatti, quella di far crescere il movimento di 'Impegno Civico', creando sedi distaccate in ogni frazione del comune così da essere ancora più vicini ai cittadini per recepire idee e richieste e rispondere meglio alle esigenze della città

Paola Florio
17 maggio 2010

Il Gugliotta salernitano: cronista sportivo manganellato e inibito dai campi di calcio

Corriere del Mezzogiorno

Ilario Marmo, dal 2008 non può lavorare per il Daspo Spunta un video in rete che lo scagionerebbe dalle accuse




Video

SALERNO

Era a Cosenza per lavoro Ilario Marmo: studente e al tempo stesso giornalista sportivo, il 28 maggio 2008 al seguito della Battipagliese impegnata in Calabria contro il Cosenza. Non poteva certo immaginare che quel caldo mercoledì primaverile lo avrebbe trasformato nello sfortunato protagonista di uno scontro tra ultras e forze dell'ordine. Nel posto sbagliato al momento sbagliato, caso per molti versi assimilabile a quello di Stefano Gugliotta, quest'ultimo malmenato e persino arrestato dalla polizia in un turbolento post gara in occasione della finale di Coppa Italia tra Roma-Inter. Il 28 maggio di due anni fa Ilario Marmo tentava di uscire dallo stadio di Praia a Mare al termine del match cui aveva assistito insieme ai tifosi ospiti a causa delle ridotte dimensioni dell'impianto calabrese. Marmo stava per recarsi negli spogliatoi per le interviste di rito ai calciatori salernitani.

Tra tifosi ospiti e forze dell'ordine tuttavia, manca accordo sulle modalità di deflusso. Da accelerare secondo le persone accaldate sotto il sole a picco, piuttosto da rimandare per i militari. Dopo i primi contatti, nella confusione generale, per cercare di contenere l'avanzata dei supporters, i carabinieri avanzano allontanando la folla brandendo manganelli. Mentre la folla arretra, stretta dalla presenza di incombenti scalinate è il cronista ad avere la peggio, centrato più volte al capo dai colpi di uno degli uomini in divisa. Falange ridotta che visto il ritorno di fiamma degli ultras dopo la carica si ritira, ma fa in tempo a chiudere letteralmente all'interno dell'impianto esagitati e giornalista. Una volta uscito dall'inferno di Praia, Marmo sarà ricoverato in ospedale, quattro punti di sutura e un forte trauma cranico la prognosi. Poi l'attesa per giorni di scuse ufficiali da parte dei responsabili e infine oltre al danno la beffa. Dalla procura di Cosenza viene convalidato un Divieto di assistere alla manifestazioni sportive con su scritto il suo nome. Durata complessiva del Daspo, cinque anni.

Un duro colpo per la professione di cronista sportivo con cui Ilario provava a pagarsi gli studi di ingegneria. Ma ancora niente in confronto alla denuncia per aggressione a pubblico ufficiale. Secondo l'accusa Marmo ha picchiato con calci, spintoni e pugni quattro agenti, uno dei quali finito in ospedale. Il tutto in concorso con ultras ad oggi rimasti ignoti. A due anni di distanza dall'accaduto, il 25 maggio prossimo, è stata fissata in tribunale la prima udienza del processo a suo carico. Marmo chiede giustizia, su Facebook viene creato un gruppo in suo sostegno ma soprattutto, ad aiutarlo, spunta su Youtube un video degli scontri in cui Marmo appare come vittima e non certo carnefice. Elemento chiave per la difesa di Ilario che, seppur a distanza di anni, intende fare definitivamente chiarezza intorno all'incresciosa vicenda.

Redazione online
17 maggio 2010


Processo Eternit, «Si moriva e si dava la colpa al fumo»

Il Secolo xix

«La gente si ammalava, prendeva l’asbestosi e il cancro. E non erano mica pochi. Si dava la colpa al fumare, poi si è capito che forse la causa poteva essere quella lì, quella dell’amianto. Ma dai padroni di informazioni non ne abbiamo mai avute». La testimonianza di Natale Corradini, 78 anni, ha aperto oggi la discussione del caso di Rubiera al maxiprocesso Eternit, in corso al tribunale di Torino.

Nella cittadina in provincia di Reggio Emilia la multinazionale dell’amianto aveva aperto, nel 1961, una delle filiali italiane, e gli effetti dell’esposizione al minerale hanno provocato, secondo le stime della procura, gravissime patologie - quasi tutte con esito mortale - a una sessantina di lavoratori e residenti. Corradini ha lavorato a Rubiera dal 1970 al 1987. «Nessuno mi ha mai detto che l’amianto era pericoloso. Ne parlavamo tra di noi. Ma l’azienda non ce lo diceva mica. E bisognava lavorare». Ennio Lusuaghi, ex collega (più giovane) di Corradini, ha confermato che l’azienda non forniva molte informazioni: «Diceva che l’amianto era inerte e non faceva male. Tra noi operai, naturalmente, se ne parlava. Dal canto mio l’unica cosa che sapevo era che poteva provocare l’asbestosi.». Poi, sollecitato da un avvocato difensore, ha precisato che un direttore di stabilimento lo avvertì che «quello era un ambiente di lavoro a rischio», senza comunque scendere in dettagli.

Sia Corradini che Lusuaghi hanno riferito che ancora nei primi anni Settanta si trattava l’amianto blu, considerato il più pericoloso. «Poi, piano piano, la ditta ha smesso. Qualcuno doveva averglielo detto in un orecchio ...». Quanto alle condizioni di lavoro, il primo particolare che è venuto alla mente ai colleghi era la polvere. «Ma l’azienda - ha sottolineato Lusuaghi - diceva che era tutto a norma di legge». «L’amianto - ha raccontato Corradini - ci veniva portato in sacchi di tela che noi aprivamo con il coltello. I frammenti più grossi li spezzavamo con la pala. C’erano degli aspiratori che però non riuscivano ad aspirare tutto. Quanto ai sistemi di aerazione, dicevano che li avrebbero messi quando potevano: solo che non potevano mai ...».

Gli operai avevano delle mascherine ma le usavano per periodi brevi: «Non si riusciva a respirare». Quanto agli indumenti di lavoro, venivano lavati a casa dalle mogli: «Tante volte - ha detto Corradini - abbiamo provato a chiedere che ci pensasse l’azienda, non ci siamo mai riusciti». I due operai hanno parlato della sorveglianza sanitaria sui dipendenti: «c’erano visite mediche, facevamo i raggi X». Ma sul punto non sono stati molto precisi. «La gente si ammalava - ha concluso Corradini - ma non si poteva andare in mutua perché si veniva messi da parte. Io ebbi un infarto, al rientro mi spostarono di reparto e, dopo un anno, mi dissero che se volevo potevo andare in pensione. I colleghi che preferivano restare pensione finivano a fare lavori molto pesanti. Io in pensione ci sono andato. E sono ancora vivo». Per la prossima udienza è stato convocato come testimone il presidente della Regione Emilia Romagna.



I carabinieri volevano 100mila euro da Marrazzo»

Il Secolo xix


Piero Marrazzo «è stato vittima di una trappola fatta dai carabinieri che volevano 100mila euro, altrimenti avrebbero raccontato tutto alla stampa per rovinarlo». Lo ha dichiarato il trans Natali, al secolo Alexander José Silva Vidal, sentito per quasi sei ore in sede di incidente probatorio dal gip Renato Laviola.



Il trans avrebbe fatto il nome di un altro viado con cui il maresciallo Nicola Testini (presente in aula assieme al collega Tagliente) aveva un rapporto più che confidenziale. «Le altre colleghe, per individia e gelosia, hanno detto che nella trappola c’entravo io. Non è assolutamente vero. Io ho sofferto per questo e anche per quanto accaduto a Piero che è una brava persona. Gli avvocati dei carabinieri, quando mi accusano, si dimenticano di dire che i loro assistiti prendevano informazioni da Joice e da una ungherese. Queste due e China dovrebbero guardarsi allo specchio, facevano da informatori. E invece le colpe ricadono su di noi».

«Quel 3 luglio 2009 - ha raccontato Natali al giudice - ho aperto la porta, avevano bussato dicendo di essere carabinieri. In casa mia però non c’era droga, non c’erano altri trans e soprattutto non c’era Gianguerino Cafasso (il pusher poi morto il 12 settembre in un albergo di via Salaria, ndr). C’eravamo solo io e Piero. Per sei mesi ho dovuto subire le cattiverie e le gelosie degli altri trans». Rispondendo a un cronista, Natali ha detto «di stare bene» ma «vorrei stare meglio», ha aggiunto. Dell’esame di Natali si è detto soddisfatto l’avvocato Luca Petrucci, difensore dell’ex Governatore del Lazio: «È andata come ha già riaffermato la Corte di Cassazione e cioè che Piero Marrazzo è stato al centro di un ricatto ai suoi danni compiuto da alcuni carabinieri. Lui è stato una vittima di questa situazione e oggi Natalì non ha fatto altro che confermare la circostanza». Mercoledì l’incidente probatorio proseguirà con l’esame di altri trans.


La Piu pesante fune d'acciaio è italiana

Libero





E'italiana la società che ha realizzato la fune d'acciaio più pesante del mondo entrando così nel Guinness dei primati. La  compattata antigirevole flexpack è lunga 3.020 metri, ha un diametro di 164 millimetri e pesa 361,1 tonnellate. Oltre al significativo risultato tecnico, l'amministratore delegato Maurizio Prete sottolinea "l’importanza della localizzazione dello stabilimento, allestito con macchinari progettati da Redaelli e inaugurato a fine novembre 2009, che è sito all’interno del porto di Trieste: una base perfetta con elevate capacità tecnologiche e infrastrutture logistiche in grado di movimentare carichi eccezionali destinati all’esportazione".

Il riconoscimento quindi "premia la capacità innovativa della nostra azienda e ne conferma la sua competitività produttiva. Infatti la fune flexpack, interamente progettata e prodotta da Redaellli, rappresenta l’ultima frontiera nell’innovazione delle funi di acciaio ed è la nostra risposta al mondo dell’off-shore che per gli elevati carichi assiali e l’altissima resistenza alle pressioni trasversali necessità del più avanzato prodotto ad alta tecnologia".

17/05/2010





Hitler sui manifesti pubblicitari, scoppia la polemica

Libero





Adolf Hitler è il nuovo "testimonial" di un negozio di abbigliamento di Palermo. Se lo scopo dell'esercente era attirare l'attenzione dei cittadini, sicuramente l'uomo ci è riuscito. I manifesti affissi per le strade del capoluogo siculo non sono passati inosservati agli occhi dei palermitani che hanno subito protestato per quell'immagine indecente.

Alcuni cittadini indignati hanno anche scritto una lettera al capo dello Stato e chiesto la rimozione dei cartelloni pubblicitari. Alla protesta si aggiunge il consigliere comunale del Pd Rosario Filoramo: "Sono convinto che il ricorso all'immagine di un personaggio protagonista in negativo della peggiore esperienza storica dello scorso secolo risulta essere oltremodo offensiva dei principi costituzionali del nostro Paese e della sensibilità dei cittadini. È per tali ragioni che ho immediatamente inoltrato un'interrogazione con risposta scritta al sindaco Diego Cammarata con la quale chiedo di conoscere quali provvedimenti intende adottare per garantire la rimozione dei manifesti e di valutare l'ipotesi di procedere alla revoca della concessione all'impresa che gestisce gli spazi pubblicitari".

La replica
- Chiamato in causa, il titolare dell'agenzia Daniele Manno, che ha ideato la campagna si difende: "Il nostro slogan è: New style, abbiamo ridicolizzato Hitler invitando i ragazzi a seguire un proprio stile, evitando di farsi condizionare dai leader". Ma non è finita qui. Manno, infatti, annuncia: "Tra qualche settimana realizzeremo altri manifesti con l'immagine di Mao Zedong". Certamente non  mancheranno le proteste.

17/05/2010



Il blogger attacca sull'iPad, Jobs risponde «Noi della Apple vi liberiamo dal porno»

Corriere Fiorentino

Corrispondenza notturna citando Bob Dylan e Flash

SCAMBIO DI MAIL

Il blogger attacca sull'iPad, Jobs risponde «Noi della Apple vi liberiamo dal porno»


Steve Jobs
Steve Jobs
MILANO - Duello a suon di mail: venerdì scorso il blogger tecnologico Ryan Tate era seduto con un bicchiere di brandy davanti alla tv nel suo appartamento californiano di Berkeley, infastidito dalla nuova pubblicità della Apple. L'iPad è «una rivoluzione» annunciava con enfasi lo spot. Rivoluzionario? Un dispositivo del quale la società controlla ciò che si può fare e cosa non si può fare? Tate, alquanto contrariato dalla pubblicità, ha fatto quello che un blogger tecnologico solitamente fa: ha scritto una mail al boss della Apple, Steve Jobs. A tratti dai toni poco cortesi: «Se Bob Dylan oggi avesse vent'anni definirebbe seriamente l'iPad una rivoluzione? La rivoluzione vera è la libertà». La risposta non ha tardato ad arrivare.

LIBERTA' - Tre ore dopo, poco prima dell'una di notte, Tate trova una (cinica) mail di risposta nella sua casella. Mittente: Steve Jobs. Che da noto fan di Bob Dylan scrive: «Sì, la libertà che offriamo è quella da programmi che rubano dati privati. Libertà dai programmi che esauriscono la batteria. Libertà dal porno. Sì, libertà». Aggiungendo: «'The times they are a changin' - i tempi cambiano e ogni volta che questo succede la gente che si occupa di pc tradizionali si sente mancare la terra sotto i piedi». Tra il blogger e il capo di Apple (o chi per lui all'una del mattino risponde alla posta elettronica) ne è scaturito un curioso e a tratti infuocato dibattito via email. Una disputa sulla pornografia e la libertà. Ma anche sulle regole degli App Store, lo scontro con Adobe, il sistema operativo dell'iPad. Tate ha inoltre contestato le imposizioni a chi vuole fare qualche cosa di innovativo, costretto a stare nei termini dettati da Apple: «E per quanto riguarda il porno», ha chiesto Tate, «non voglio libertà dal porno. Il porno va benissimo e penso che anche mia moglie sia d'accordo». Sulla pornografia e le applicazioni a luci rosse, Jobs è chiaro e spiega: non è bello, forse chi ha bambini lo capisce meglio.

CORRISPONDENZA - Il blogger, ovviamente, ha pubblicato tutta la corrispondenza sul portale Valleywag, del gruppo Gawker Media, la stessa editrice di Gizmodo - già implicato in una feroce battaglia con Cupertino sul prototipo smarrito dell'iPhone di quarta generazione . Il fitto carteggio (dieci mail in tutto) va avanti fino alle due e mezza di notte. Possibile che il Ceo di una società che fa della segretezza uno dei propri baluardi, si lanci in uno scambio con dei perfetti sconosciuti, oltretutto a notte inoltrata; spifferi insomma le proprie opinioni su tempi assai delicati? C'è da dire che effettivamente dalla primavera scorsa sono affiorate in Rete sempre più mail di risposta inviate dall'oramai noto indirizzo di Steve Jobs: sjobs@apple.com. Il più delle volte sono sintetiche. Spesso manda una riga sola. Qualche tempo fa al giovane Andrea Nepori, che voleva sapere se con l'iPad avrebbe avuto accesso ad una biblioteca di libri elettronici gratuiti, Jobs rispose con un lapidario «sì». Finora non esiste nessuna prova che questi messaggi siano effettivamente reali. Basti pensare che qualche anno fa il manager di Microsoft, Steve Ballmer, aveva dichiarato che l'allora capo Bill Gates riceveva ogni giorno almeno 4 milioni di mail - tra queste ovviamente molte spam - alle quali provvedeva un intero team di collaboratori.

E ZUCKERBERG? - Ci sono dunque tre possibilità su cosa sia realmente accaduto nella notte tra venerdì e sabato, possibilità vivamente dibattute in queste ore nei vari blog e forum. La prima: Ryan Tate ha inventato di sana pianta l'intero scambio - cosa assai improbabile e poco intelligente. La seconda: qualcuno all'interno di Apple ha il compito di rispondere e commentare queste mail per conto della società e con la completa fiducia e il permesso di Steve Jobs. O la terza: effettivamente il capo di Apple si mette a leggere e rispondere in piena notte alle mail che gli arrivano il sabato mattino. In ogni caso, per il blogger Tate è stato un successo: oltre mezzo milione di utenti hanno finora letto la straordinaria corrispondenza. Tanto che il giornalista ha chiesto ora ai suoi amici su Twitter: «Qualcuno ha per caso anche l'indirizzo di Mark Zuckerberg?». Elmar Burchia ---

Elmar Burchia
17 maggio 2010

Grandi appalti, Di Pietro in Procura

Corriere Fiorentino

L'ex ministro delle infrastrutture sentito come persona informata sui fatti

FIRENZE

Antonio Di Pietro è stato ascoltato dai magistrati della procura di Firenze. Il leader dell’Idv, parlando con i cronisti, ha precisato di essersi presentato spontaneamente come «persona informata sui fatti» in merito all'inchiesta sui grandi appalti. «Vado a dare il mio contributo - ha spiegato Di Pietro - per il mio ruolo di oggi, ovvero parlamentare dell’opposizione, per il mio ruolo di ieri, ovvero ministro delle infrastrutture, e dell’altro ieri come ex pm».

CI SONO ANCHE I PM DI PERUGIA - Ci sono anche i pubblici ministeri di Perugia titolari dell’indagine sugli appalti per i Grandi eventi alla deposizione di Antonio Di Pietro. Si tratta dei sostituti procuratori Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi. Sulla testimonianza del leader dell’Idv non si sono appresi al momento altri particolari.

«SONO UN TESTE DELL'ACCUSA» - La deposizione di Di Pietro è durata circa un'ora. «Il primo dovere di un teste di accusa è mantenere la riservatezza». Lo ha detto il leader dell’Idv uscendo dalla procura. «Sono orgoglioso - ha spiegato Di Pietro parlando con i giornalisti - di continuare nella mia testimonianza di verità su questioni che possono aiutare la magistratura a fare chiarezza sulle vicende su cui si sta indagando». Ai giornalisti che gli chiedevano se avesse portato dei documenti agli investigatori, Di Pietro ha risposto soltanto con un sorriso.


17 maggio 2010





Carla Fracci attacca Alemamno: «Vergogna, mai ricevuta in due anni»

Corriere della Sera

L'ex direttrice del corpo di ballo del Teatro dell'Opera contro il sindaco, fischiato dai lavoratori dello spettacolo

ROMA

Carla Fracci si scaglia contro il sindaco Gianni Alemanno. Una contestazione a gran voce e col viso rosso di rabbia. Alemanno ha appena concluso il suo intervento al teatro dell'Opera di Roma dove si sono radunati centinaia di lavoratori dello spettacolo per protestare contro il decreto sulle Fondazioni liriche recentemente approvato dal Governo.



EX DIRETTRICE - L'ex direttrice del corpo di ballo del Teatro dell'Opera ha atteso che Alemanno si sedesse in platea dopo il suo intervento. Quindi si è alzata dal suo posto avvicinandosi a meno di un metro dal sindaco, additandolo e urlando. «Vergogna, in due anni non mi hai mai ricevuto». Rossa in volto, la ballerina che da poco non ricopre più il ruolo di direttrice del corpo di ballo del teatro dell'Opera, ha continuato ad additare il sindaco, prima parlandogli da distanza, poi avvicinando le mani al volto di Alemanno, per poi toccargli la gamba e di nuovo le dita che si muovono additando Alemanno: «È colpa tua», dice a gran voce. Poi torna a sedersi al suo posto, dall'altro lato della sala. «Non è questione personale - ha precisato la Fracci -. Per due anni gli ho chiesto un incontro che non mi ha concesso, in cui volevo parlargli non certo del suo futuro ma di quello del teatro».


Fracci furiosa
Video

APPLAUSI & FISCHI - L'intervento di Alemanno, in qualità di presidente della Fondazione dell'ente lirico romano, si era aperto tra gli applausi, quando ha affermato di «non condividere una scelta che faccia ricadere solo sui lavoratori le difficoltà della crisi». I primi fischi sono arrivati quando il sindaco ha parlato, anziché del ritiro del decreto Bondi che i sindacati vorrebbero, di «una seria fase negoziale che permetta di modificarlo». La contestazione vera e propria è arrivata invece quando Alemanno ha sostenuto che «la volontà del ministro Bondi è stata quella di porre la questione in maniera molto dura proprio per attivare un confronto» e che «da qui devono partire contro-proposte per rendere più efficiente la gestione degli enti lirici».

Redazione online
17 maggio 2010

Anche a Milano arriva la tv digitale

Corriere della Sera

Interessata la Lombardia (Mantova esclusa) e il Piemonte orientale

Parte nella notte la rivoluzione del piccolo schermo.
Si inizia con Rai Due e Retequattro


MILANO

Arriva anche a Milano il digitale terrestre. Da martedì 18 maggio i programmi di Rai Due e Retequattro saranno visibili solo in tecnologia digitale. Per riceverli sarà quindi necessario utilizzare un apposito decoder o un televisore con integrato un sintonizzatore digitale. Gli abbonati al servizio radiotelevisivo di 65 anni e più hanno la possibilità di avere un buono di 50 euro da utilizzare per acquistare un decoder digitale. Per poter usufruire di questa agevolazione è necessario che nel 2009 abbiamo dichiarato un reddito pari o inferiore a 10mila euro e che non abbiano già usufruito di campagne promozionali.

IL PASSAGGIO - Il passaggio interessa in contemporanea Lombardia (esclusa la provincia di Mantova), nel Piemonte Orientale (provincia di Novara, Vercelli, Asti, Alessandria, Biella, Verbania), le province di Parma e Piacenza e alcuni comuni delle province di Modena e Reggio Emilia. Il segnale analogico di Raidue e Retequattro sarà il primo a spegnersi. In autunno toccherà poi a tutte le altre emittenti. La popolazione coinvolta dalla novità conta oltre 5 milioni di famiglie: 11,6 milioni di individui, divisi fra un totale 1942 comuni. Saranno interessati 619 comuni piemontesi, 1191 lombardi, 105 dell'Emilia Romagna, 26 veneti e uno ligure: la lista completa è accessibile sul sito www.decoder.comunicazioni.it. Dopo il passaggio di Raidue e Retequattro in digitale, in linea di massima, non si dovrà apportare alcuna modifica all'impianto di ricezione, dato che il digitale terrestre si serve di una comune antenna tv, mentre potrebbe essere necessario risintonizzare il decoder o il televisore: molti ricevitori lo fanno automaticamente, per altri è invece necessario farlo manualmente, dal menu di ogni televisore o decoder, seguendo le indicazioni a video. Chi avesse difficoltà, oltre a consultare il libretto di istruzioni del ricevitore, può rivolgersi al numero verde 800.022.000 (completamente gratuito e attivo dal lunedì al sabato, esclusi i festivi, dalle 8 alle 20).

Redazione online
17 maggio 2010




Napoli, più di 100 mila in lizza per 534 posti in Comune

Quotidianonet

Maxi concorso: i candidati, fino al 4 giugno, al ritmo di diecimila al giorno, affolleranno gli stand fieristici di Fuorigrotta per i test iniziali.
E c'è pure chi si è sentito male

Napoli, 17 maggio 2010

Sono in 112.572 i candidati in lizza per i 534 posti di lavoro messi a disposizione dal comune di Napoli. Una vera e propria marea di persone, tante quanto i residenti di un capoluogo di un medio capoluogo di provincia. Traffico in tilt e folla ai cancelli della Mostra d’Oltremare di Napoli dove stamane è cominciata la prima prova di preselezione al maxiconcorso. I candidati, da oggi al 4 giugno, al ritmo di diecimila al giorno, affolleranno gli stand fieristici di Fuorigrotta per i test iniziali, attraverso i quali si effettuerà una prima scrematura. Le prove sono gestite dal Formez.

Stamane hanno debuttato i primi cinquemila concorrenti, e altrettanti sono attesi per la tranche pomeridiana delle preselezioni. L’ingresso era inizialmente previsto per le ore 8 ma, a causa dell’enorme affluenza di concorrenti, la prova è cominciata solo dopo le ore 11. In mattinata c’è stato anche un ragazzo che ha avuto un malore. Il 24enne proveniente da Palermo è svenuto per la stanchezza del viaggio in nave ed è stato subito soccorso dal personale sanitario del 118.

Secondo l’organizzazione la maggior parte dei candidati è campana. I test odierni sono relativi alla preselezione per i concorsi per diplomati. In fila ai cancelli c’era anche un uomo di 53 anni che ha da poco perso il lavoro, un 40enne disoccupato e una donna di 38 anni, dipendente di un’azienda privata in crisi, alla ricerca di stabilità nel posto pubblico.



Mussolini scatenata: «Vespa mio parente»

Corriere del Mezzogiorno

Alessandra dalla D'Urso: «Bruno è un Mussolini, prima o poi farà outing».
Poi propone matrimoni a punti

Bruno Vespa e Alessandra Mussolini

Bruno Vespa e Alessandra Mussolini


NAPOLI - L'ultima provocazione arriva dall'intervista di ieri a Domenica Cinque, trasmissione Mediaset condotta da Barbara D'Urso. Alessandra Mussolini, parlamentare del Pdl e neo consigliere regionale della Campania, propone una soluzione ai matrimoni in crisi, sempre più frequenti: «Introduciamo il matrimonio a punti».

Uno scherzo ma non troppo, da parte della nipote di Sophia Loren. «Come la patente - ha detto - se mi tradisci, ti tolgo cinque punti, se non porti a scuola i bambini, trascuri la famiglia, sono dieci punti. Ma col pentimento si possono riacquistare. Se si tratta di un pentimento con regalo, lo accettiamo ma sono solo 3 punti».

Non solo: un'altra «bomba» Alessandra la riserva nei confronti di Bruno Vespa, che reputa essere un suo parente. «È tutto mio nonno - ha detto la nipote del Duce - ha una caratteristica distintiva della famiglia Mussolini: il tratto dalla narice alla bocca. Prima o poi farà outing».

Il realtà questo della parentela è un gossip che ritorna sulla scena. Già alcuni anni fa, Alessandra aveva insinuato che Bruno Vespa era un suo zio. «È vero, non dobbiamo fare il test del dna su Vespa, è mio zio. Questa è la verità», disse allora a Markette. «Perchè Vespa lo smentisce?» chiese allora il conduttore, Piero Chiambretti. «Ma...perché c'ha sempre questo pudore, ma quella è la verità, lui me l'ha detto».

Redazione online
17 maggio 2010

Youtube compie cinque anni: auguri!

Il Giornale

Ecco la storia di Youtube in un brevissimo cortometraggio

Video

New York: cittadini indignati per il progetto di una moschea a Ground zero

Corriere della Sera
L'edificio religioso sorgerebbe a circa 200 metri dal luogo dell'attentato del 2001

per la trasformazione del palazzo in luogo di culto prevista una spesa di 100 milioni di $

New York: cittadini indignati per il progetto di una moschea a Ground zero


Il palazzo dove dovrebbe sorgere la nuova moschea (dal New York Post)
Il palazzo dove dovrebbe sorgere la nuova moschea (dal New York Post)
MILANO - Una moschea da 100 milioni di dollari a pochi passi da Ground Zero. Sta suscitando grandi polemiche e ha scatenato l'ira dei familiari delle vittime dell'11 settembre il progetto della «American Society for Muslim Advancement» (Società americana per la promozione della religione musulmana) di costruire nel cuore di New York un grande centro culturale islamico. Oltre a una delle moschee più grandi dell'Occidente nell'edificio di 13 piani, che un tempo ospitava i grandi magazzini della «Burlington Coat Factory» e che fu seriamente danneggiato dagli attentati del 2001, dovrebbe essere presente anche una piscina, un teatro e un centro sportivo. La struttura, a soli 200 metri da Ground Zero, sarebbe il fiore all'occhiello di un'iniziativa molto più ampia ribattezzata «progetto Cordoba» che secondo i suoi ideatori avrebbe un'unica finalità: avvicinare il mondo musulmano all'Occidente.

NUOVA IDENTITA' - Secondo l'Imam Feisal Abdul Rauf il progetto farebbe rivivere un edificio della città che, dopo gli attentati terroristici del 2001, è stato completamente abbandonato. Inoltre - continua il religioso - il centro culturale stimolerebbe la nascita di un'identità «islamico-americana»: «Il centro culturale sarà anche un luogo ricreativo per chi ama lo sport -ha dichiarato l'imam ai media internazionali - Aprirà le sue porte a tutti, non solo ai fedeli islamici». Tuttavia le parole del religioso non hanno convinto la maggior parte dei newyorkesi che considerano il progetto «un insulto alla memoria«. Molti cittadini si sono dichiarati contrari e hanno ideato il sito web «nessuna moschea a Ground Zero» che denuncia pubblicamente la «scandalosa iniziativa» e raccoglie le firme affinché il progetto sia fermato.

COMMENTI - Il consigliere di zona Paul Sipos ha affermato di non essere contrario alla costruzione di una grande moschea a New York, ma sostiene che sarebbe giusto edificarla lontano da Ground Zero: «Se i giapponesi decidessero di costruire un centro culturale a Pearl Harbour, tutti considererebbe questa scelta poco accorta - dichiara Sipos al New York Post - Se i tedeschi aprissero una società corale dedicata a Bach vicino ad Auschwitz, anche se sono passati tanti anni, sarebbe giudicata un'iniziativa mostruosa. Non ho nulla contro l'Islam, ma mi chiedo: Perché proprio qui?"»Dello stesso avviso il cinquantanovenne Scott Rachelson che da anni aiuta i familiari delle vittime dell'11 settembre: «E' il peggior quartiere dove costruire una moschea». Daisy Khan, moglie dell'imam Feisal Abdul Rauf e presidente della «American Society for Muslim Advancement» conferma che il progetto ha come scopo la definitiva riconciliazione tra americani e musulmani: «Per noi sarà più di un simbolo - dichiara la donna di fede islamica ai media americani - Sarà la piattaforma che darà voce alla maggioranza dei musulmani che soffrono per colpa degli estremisti».

Francesco Tortora
17 maggio 2010

Caso Marrazzo, pm riascoltano i trans: «Sono esposti a minacce»

La Stampa

Per la procura la morte di Brenda non è stata un evento accidentale.
La prima a essere sentita lunedì sarà Natalì


di Cristiana Mangani

ROMA (16 maggio)

La prima a testimoniare sarà Natalì, il trans testimone chiave dell’affaire Marrazzo. Era con lei che l’ex presidente della Regione Lazio si trovava la sera del 3 luglio scorso, quando alcuni carabinieri della Compagnia Trionfale concertarono il ricatto che gli sarebbe costato il posto da governatore. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo l’ha inserita nell’elenco dei testimoni da “proteggere”, gli stessi i cui racconti verranno acquisiti a partire da domani mattina durante un incidente probatorio. Nelle varie udienze fissate ci sarà spazio anche per Camilla, Silvia, Maureen, Jennifer, il viado convivente del pusher Gianguarino Cafasso, che era con lui la notte in cui è morto per un’overdose sospetta, e che ha portato all’accusa di omicidio nei confronti dei militari “infedeli”.

È stata la procura a chiedere che le testimonianze venissero “congelate”, perché i protagonisti del «caso Marrazzo - ritengono i magistrati - sono esposti ad atti di violenza e di minaccia». Con loro verranno ascoltati anche tre testimoni che avrebbero subito rapine da parte degli indagati, tra i quali uno spacciatore, e M.W., una giovane ungherese che ha raccontato di aver avuto una relazione con il maresciallo Nicola Testini e ha rivelato anche di avere ricevuto da lui alcune confidenze sulla morte di Cafasso.

In questo modo si mira a “blindare” la prova, perché l’esame viene effettuato davanti al giudice, alla presenza degli indagati e dei difensori che possono a loro volta porre domande. I pubblici ministeri mostrano così quanto siano determinati a potenziare il quadro d’accusa nei confronti dei militari. Nell’istanza che hanno presentato al gip il mese scorso, motivano la richiesta: «Si tratta di persone che, proprio per la precarietà della loro condizione (irregolari nello Stato, in parte anche pregiudicati o dediti alla prostituzione) sono particolarmente esposte ad atti di violenza o di minaccia. Del resto è proprio la loro particolare vulnerabilità che ha favorito la commissione dei fatti in loro danno. Particolarmente significativo, fra l’altro, quanto accaduto a Wendelle Paes Mendes, il transessuale noto come Brenda, dapprima percosso e poi forse anche ucciso. Ancorché tali fatti non siano ascrivibili a persona identificata, tuttavia l’accaduto è esemplificativo dello stato di timore e della condizione particolarmente esposta ad atti di violenza in cui versano i testimoni dei quali si chiede l’ esame».

Sebbene non siano ancora arrivati risultati che confermano in assoluto l’omicidio di Brenda, il procuratore aggiunto Capaldo mostra di ritenere che quando accaduto il 20 novembre scorso nel monolocale di via dei due Ponti, non sia stato accidentale. Il trans è morto per soffocamento dopo che nel piccolissimo appartamento è scoppiato un incendio, la cui origine venne individuata su un trolley che si trovava accanto alla porta di ingresso. Anche Brenda aveva incontrato Piero Marrazzo diverse volte. E proprio secondo il racconto che fa Natalì, almeno in un caso l’ex presidente della Regione era stato con lei e con un altro brasiliano, Michelle. Di quell’incontro era stato fatto un video, del quale però non si è trovata traccia. Ancora Natalì dice che era conservato nel pc del trans morto, ma la perizia, effettuata dopo il sequestro (non ultimata), non sarebbe riuscita ancora a recuperarlo.



Il Nilo non basta più". E' guerra dell'acqua tra Egitto e Africa nera

La Stampa




I Paesi del Sud denunciano gli accordi: ne abbiamo troppo poca. Il Cairo minaccia rappresaglie: «E' questione di vita o di morte»
DOMENICO QUIRICO

IL CAIRO

Strano destino quello del Nilo! Scorrono i secoli, imperi e civiltà sono inghiottiti dal tempo, e la geopolitica è ancora ferma a quanto scriveva il greco Erodoto: «L’Egitto è un dono del Nilo». Senza il fiume che attraversa l’Africa come una vena lunga 6700 chilometri e si nutre e si gonfia dei suoi corsi d’acqua e delle sue tempeste non esisterebbero il delta, il quattro per cento di terre agricole infisse in un immenso deserto e non potrebbero vivere i suoi ottanta milioni di abitanti. Moufid Chébab, ministro degli Affari giuridici e parlamentari, non faceva che ripetere ieri l’onnipotenza della formula di Erodoto, una specie di credo nazionale: «Nulla potrà mai mettere in discussione i nostri diritti storici su queste acque. Per noi è una questione di vita o di morte».

Tantalizzato dal «suo» fiume, l’Egitto ora ha paura; antiche certezze cadono come foglie d’autunno. Dopo 10 anni di inutili trattative quattro Paesi dell’Africa dell’Est, Etiopia, Uganda, Tanzania e Ruanda, riuniti a Entebbe, hanno per la prima volta deciso di infrangere l’accordo che risale all’epoca in cui dal Capo di Buona Speranza a Suez l’Africa era inglese; che attribuisce all’Egitto (e al Sudan) l’87 per cento delle acque del fiume. Il Kenya ha già annunciato che lo firmerà il più presto possibile. Questo significa che i Paesi rivieraschi vogliono scorticare il giogo egiziano e avviare imponenti progetti di dighe idroelettriche e canali di irrigazione capaci di modificare in dosi non autorizzate la situazione idrica dell’Egitto. Non è un problema solo di antichi sussieghi diplomatici. Perché l’Egitto adora il Nilo ma in maniera tirannica.

Al Cairo, ove ormai la popolazione supera i diciassette milioni di abitanti, interi quartieri sono di frequente privi di acqua per molti giorni. In una situazione sociale esplosiva, mentre si attende la scomparsa del declinante faraone Mubarak, la mancanza di acqua ha già provocato nei quartieri succhiati dalla miseria violente rivolte. Il governo egiziano ha reagito con rabbia. Il ministro dell’Acqua Mohammed Allam ha annunciato «misure legali e diplomatiche per difendere i suoi diritti». Si parla di ricorso al tribunale internazionale dell’Aja. Ma, anche se nessuno osa dirlo, si delinea il rischio di una guerra dell’acqua. Nessuno ha dimenticato la frase dell’ex ministro degli Esteri egiziano Boutros Ghali: la prossima guerra nella regione sarà per l’acqua. Già nel 1995 il Sudan fece balenare la costruzione di una nuova diga e l’intenzione di denunciare l’accordo con l’Egitto: ebbene, Il Cairo pianificò un raid aereo su Karthum che venne annullato solo all’ultimo istante.

Le ragioni dell’Egitto sono giuridicamente fragili, infettate dal sacrilegio dell’anacronismo: la monopolistica spartizione delle acque del 1929, poi ribadita nel 1959, è un’eredità coloniale. Londra all’epoca voleva favorire l’Egitto, punto chiave del suo impero e delle rotte per l’India. Il Cairo ha sempre reclamato e declamato che l’accordo vincolava anche i nuovi Stati africani diventati indipendenti, e ha avvolto i suoi «diritti» nella bambagia di una dimenticanza protettiva. Ora però i progetti di sfruttamento delle acque si sono fatti imponenti. Il regime etiopico ha bisogno di assicurare un minimo di sicurezza alimentare a popolazioni sempre più inquiete. Il potenziale di terre irrigue è di almeno 2,7 milioni di ettari. I progetti prevedono di prelevare 7,5 miliardi di metri cubi dal Lago Tana che permetterebbero subito di rendere fertili 90 mila ettari. Trentasei dighe sono previste nel Wollo e nel Tigré.

Addis Abeba fonda le sue ragioni sul fatto che il Nilo Blu e gli altri fiumi Sobat e Atbara costituiscono fino all’86 per cento del volume del Nilo in Egitto, fatto indolente nel ramo principale dall’evaporazione nell’immensa palude del Sudd. La Tanzania ha pronto un progetto di pompaggio delle acque del Lago Vittoria per irrigare 250 mila ettari. Gli altri Paesi rivieraschi vogliono mettere a coltura 4,5 milioni di ettari entro quindici anni. Per l’Egitto sono campane a morto: cosa resterà loro al termine di questa immensa opera di sbarramento e di deviazione? In realtà ha usato male il suo lungo monopolio. Il bacino del Lago Nasser, creato con la diga di Assuan, fa evaporare dieci miliardi di metri cubi. La salinizzazione della terre, unita all’aumento della popolazione, ha fatto sì che la disponibilità di acqua per abitante che nel 1990 era di 922 metri cubi nel 2025 non supererà i 337.

La superficie coltivata continua a ridursi e il Paese è ormai il quarto importatore mondiale di grano (spendendo 2,54 miliardi di dollari ogni anno). L’acqua è gratuita e quindi le tecniche più razionali di irrigazione, l’aspersione e il goccia a goccia, sono inutilizzate. Il governo ha lanciato progetti di costruzione di città-miracolo nel deserto che si basano sulla sfruttamento delle falde fossili; esaurite queste si prenderà l’acqua del Nilo. Seicentomila ettari dovrebbero essere messi a coltura dai coloni di queste nuove città di frontiera nella valle della Toskha, nel deserto occidentale e in quattro oasi. Ma il Nilo continuerà ad essere un dono dell’Africa?


Le onorevoli pensioni

Il Tempo

Fino a 10mila euro al mese per gli ex parlamentari: le Camere spendono circa 220 milioni per i vitalizi dei politici. Basta avere 50 per conquistare un mega assegno.
Rimborsati perfino i viaggi.



Non sono più in Parlamento ma continuano ad avere stipendi da favola. Sono gli ex deputati, senatori e consiglieri regionali. Li paghiamo a peso d’oro. Le spese pubbliche vengono tagliate, gli aumenti degli statali congelati, potrebbe essere rinviata anche l’uscita dal lavoro per chi ha già i requisiti. Ma loro, i politici, hanno il babyvitalizio, ne hanno diritto appena compiono 50 anni. E nessuno si azzarda a toccarlo. Sono quasi 2.500 i beneficiari, guadagnano dai 3 ai 10 mila euro al mese. Poi ci sono gli assegni mensili di reversibilità per i familiari dei parlamentari scomparsi.

Ma questo è niente perché agli ex paghiamo anche i trasporti. Mica noccioline. Soltanto Palazzo Madama spende 1 milione 810 mila euro per rimborsare i loro spostamenti. Per i vitalizi, invece, il Senato paga 81 milioni all’anno (capitolo 1.3 del bilancio): 59 milioni e 400 mila euro di assegni diretti, 17 milioni e 600 mila di contributi di reversibilità e 4 milioni e rotti per altre spese connesse.

La Camera, ovviamente, ne spende molti di più. Nel 2009 (capitolo 10 del bilancio) gli ex deputati hanno avuto 138 milioni 200 mila euro, di cui 96 milioni 700 mila per vitalizi diretti, 24 milioni e 500 mila per assegni di reversibilità e il resto di altre spese sempre connesse alle pensioni. Vanno aggiunti i rimborsi di viaggio: 1 milione e 200 mila euro. Ma ci sono anche le Regioni. Il Lazio è particolarmente generoso. Prevede, come è naturale, l'indennità di fine mandato: 10 mila euro lordi per ogni anno passato alla Pisana.

Ne hanno diritto, secondo una norma approvata alcuni anni fa, anche gli assessori che non sono mai stati eletti. Poi c'è il vitalizio: la Regione Lazio assegna agli ex consiglieri che abbiano finito una legislatura 3.200 euro netti al mese a partire da 55 anni. Va ancora meglio a quelli che hanno trascorso due mandati al servizio dei cittadini: 5.100 euro netti al mese. Ai più longevi, quelli che hanno passato alla Pisana tre legislature, vanno 6.200 euro al mese. Poco meno dello stipendio base di un consigliere: 8 mila euro al mese. Se poi gli ex hanno avuto incarichi particolari, allora i soldi aumentano: i presidenti del Consiglio e della Giunta regionale ottengono 2.311,43 euro in più, il vicepresidente della Giunta 1.783,08 euro, assessori e vicepresidenti del Consiglio 1.485,89 euro, i presidenti dei Gruppi, delle Commissioni consiliari e i consiglieri segretari 891,50 euro, infine i vicepresidenti di Commissione 594 euro.

Ma non è tutto. Perché se il Parlamento ha aumentato da una decina di anni, almeno in teoria, l'età minima per incassare il vitalizio, alla Regione Lazio si può ottenere già a 50 anni, con una riduzione del 5 per cento, fino ai 55 anni quando si ha diritto all'intera pensione.

Torniamo a Camera e Senato. Il vitalizio scatterebbe a 65 anni dopo 5 anni in Parlamento ma, grazie alle riduzioni previste per chi ha più di una legislatura di contributi, si scende a 60. Fanno eccezione quelli che sono stati deputati prima del 1996 che possono conquistare l'assegno addirittura a 50 anni. Norme diverse ma stessa musica per i senatori. Se poi la legislatura s'interrompe prima dei cinque anni previsti, nessun problema. In questo caso bastano 2 anni e 6 mesi per maturare il vitalizio, basta riscattare i due anni e mezzo mancanti. L'assegno viene calcolato sulla base dell'indennità lorda e il periodo in cui sono stati versati i contributi.

Come alla Regione Lazio. Dunque chi ha accumulato più anni di legislatura prende più soldi. Si va dai 3.200 euro al mese ai 10 mila. Così l'ex ministro Renato Altissimo può contare su 9.000 euro al mese, Vincenzo Scotti su 10 mila, Claudio Martelli su 8.600, l'ex sindaco di Roma Clelio Darida 10 mila euro, l'ex ministro Rino Formica 9.500 euro, l'ex An Publio Fiori ottiene 10 mila euro, come l'ex parlamentare Mario Segni, l'ex Ds Claudio Petruccioli 9.500 euro, l'ex ministro Ugo Intini 8.700 euro. Ci sono anche gli ex Franco Bassanini (10 mila euro) e lo scrittore Mario Capanna (4.900 euro). L'ex leader di Potere Operaio Toni Negri, eletto per una legislatura con i Radicali, conta su 3.300 euro al mese. Ci sono anche gli artisti, politici pentiti: Gino Paoli (3.300 euro al mese), Pasquale Squitieri (3.300 euro al mese), Franco Zeffirelli (5 mila euro). Ma la lista è lunga e ogni legislatura aumenta. Perché non cominciare a tagliare da qui?



Alberto Di Majo

17/05/2010



Pedofilia in Kentucky chiesta l’archiviazione

Il Secolo xix

Il Vaticano domani scende in campo nello stato americano del Kentucky per dimostrare come la Santa Sede non può essere considerata responsabile delle molestie sessuali da parte del clero nei confronti di minori.

Lo ha detto all’Ansa Jeffery Lena, l’avvocato americano cui il Vaticano ha affidato il caso. Lena presenterà una mozione per l’archiviazione di una denuncia del 2004 sporta presso una corte distrettuale di Louisville da tre uomini che sostengono di esser stati molestati da preti decenni fa e considerano il Vaticano colpevole di negligenza.

L’avvocato presenterà due linee di difesa: una per dimostrare che il documento Crimen Solllicitationis del 1962, in cui si chiedeva di mantenere il segreto nei processi di diritto canonico contro preti pedofili non rappresenta, come sostengono gli avvocati delle vittime, la prova di un cover-up orchestrato dal Vaticano.

Secondo Lena non ci sono prove che l’arcidiocesi americana in questione avesse conoscenza del documento o che tanto meno l’avesse usato. Il Vaticano sosterrà inoltre che i vescovi non sono dipendenti del Vaticano perché non sono pagati da Roma né agiscono per conto di Roma e non sono controllati quotidianamente dal Papa.

«C’è chiaramente il rapporto, la questione è capire la natura del rapporto, se è religioso, se è civile» ha detto Lena. William McMurray, l’avvocato delle tre vittime nel caso del Kentucky, sta cercando di ottenere dalla magistratura lo stato di azione collettiva sostenendo che migliaia di minori sono stati vittime di molestie sessuali da parte di preti in tutti gli Stati Uniti.

Il caso del Kentucky è uno dei tre di alto profilo contro il Vaticano in tribunali degli Stati Uniti. Di recente una azione legale è stata presentata in Wisconsin per conto delle vittime di Padre Lawrence Murphy in un collegio per sordomuti contro papa Benedetto XVI (quando era prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede) e i cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone.

L’altro caso è in Oregon: la tesi dell’accusa è che la Santa Sede approvò il trasferimento internazionale dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland del sacerdote Andrew Ronan rendendosi in questo modo corresponsabile delle molestie. Il caso dell’Oregon è approdato alla Corte Suprema che nelle prossime settimane dovrebbe decidere se ascoltarlo.



Mi hanno fatta denudare perchè ho pubblicato i verbali su Bertolaso"

Libero





Perquisita e interrogata. La pubblicazione del verbale di Guido Bertolaso, nell’ambito dell’inchiesta sul G8, non è piaciuta alla Procura della Repubblica di Perugia, che ha aperto un fascicolo per violazione del segreto istruttorio. I magistrati volevano che le dichiarazioni rese dal capo della Protezione civile restassero riservate, tanto da avere scelto di non depositare le nove pagine che le contengono. Ma Libero e Il Fatto quotidiano ne sono entrati in possesso e ieri hanno pubblicato l’atto, scatenando la reazione degli inquirenti. È il gioco delle parti: trovata una notizia, i giornalisti la scrivono; dall’altra parte, i carabinieri e i magistrati indagano su un reato. Il procedimento è a carico di ignoti, ma, com’era ovvio che fosse, sono scattate le perquisizioni e gli interrogatori di chi era entrato in possesso di quelle carte. Perciò alle 12.30 ci è stato notificato il decreto di perquisizione.

Ero in procura, sperando di incontrare il pm Sergio Sottani o qualche investigatore che collabora con lui, proprio per avere chiarimenti e novità sull’inchiesta che ha portato a galla una nuova tangentopoli. E ci sono riuscita: ho incrociato i carabinieri del Ros, che si sono fermati a parlare. Solo che non era per dare risposte, erano loro che volevano fare domande. Soprattutto una: dove fosse il verbale coperto da segreto istruttorio. Ma la prima regola di un giornalista (prima ancora di dare una notizia) è garantire la propria fonte, perciò ho risposto la verità, che non avevo più quel verbale.

Dopo averne scritto, lo avevo distrutto e me ne ero disfatta. Mi hanno spiegato che se non avessi dato loro la carta (sulla quale compiere accertamenti per risalire da dove provenisse) mi avrebbero perquisito. Perciò, mentre uno saliva a prendere il decreto dal pm Sottani, l’altro è rimasto con me nel parcheggio. Nel frattempo ho avvertito il direttore Maurizio Belpietro, che ha immediatamente contattato avvocati di sua fiducia. Soprattutto, in tempi brevissimi, ha fatto in modo che arrivasse un legale di Perugia, per assistermi sul posto e verificare che tutto avvenisse in modo irreprensibile. Come infatti è stato.  

Con il decreto in mano, gli uomini del Ros mi hanno accompagnata nell’albergo dove alloggio. Per prima cosa gli investigatori hanno esaminato i faldoni che avevo in una busta. Hanno cercato in mezzo alla pila di giornali e altre carte, documenti su questa e altre inchieste, che comunque non hanno toccato. Agendo quindi con grande correttezza. Stavano cercando il verbale, perciò le altre cose non erano di loro interesse. Non trovando l’atto giudiziario, la ricerca si è spostata al bagaglio personale. Due carabinieri hanno tolto le mie cose dalla valigia, le hanno esaminate una ad una, e le hanno rimesse al loro posto, piegando i vestiti nel modo più simile a come li avevano trovati.

Gentilmente, e in un clima di grande serenità, l’attenzione si è spostata al computer e agli apparati elettronici (palmare, cellulari, chiavette usb). Anche lì nulla da fare. A quel punto è scattata la perquisizione personale, della quale si è occupata una donna. Il carabiniere mi ha accompagnata in bagno e mi ha chiesto di togliermi i vestiti. Man mano che sfilavo gli indumenti, lei li controllava. Rimasta in biancheria intima, il carabiniere donna mi ha chiesto (scusandosi per il disagio) di togliere anche quella, per essere certa che non custodissi ben celata un’altra chiavetta usb.

Questa chiavetta non c’era e il militare ha aspettato che mi rivestissi, riaccompagnandomi dove i colleghi stavano finendo di controllare la borsa del portatile. Dopo la perquisizione della mia macchina, anch’essa andata a vuoto, sono stata portata in procura. Il collega Massari è entrato nella stanza di Sottani prima di me. Si è appellato al segreto professionale ed è uscito. Poi è stato il mio turno. Il magistrato ha anticipato la mia risposta, immaginando che mi sarei appellata anch’io. Ha quindi puntato su chiarimenti di contorno (se avessi avuto il verbale in formato digitale o cartaceo, se sul documento vi fossero le firme e chiedendomi conto di alcuni fax ricevuti e inviati dall’albergo).

Ma non ha insistito, di fronte al mio rifiuto a fornire qualunque elemento che potesse restringere il campo attorno alla mia fonte, dopo quasi un’ora, ha chiuso l’incontro. Nel frattempo, mentre ero con lui e il colonnello del Ros, un tecnico della procura ha copiato la memoria del mio computer. L’accesso gliel’ho dato io stessa, digitando la password, tranquilla del fatto che nel pc non troveranno altro che le foto delle mie vacanze e i documenti word degli articoli che mando al giornale quando lavoro come inviata e non mi trovo nella redazione di Roma.

Un’avventura finita bene, per me, che come primario interesse ho quello di tutelare le mie fonti. Forse meno bene per pm e carabinieri, che avranno difficoltà a scoprire da dove sia uscito il verbale. Ma è il gioco delle parti: ognuno ha fatto il proprio mestiere. Ed è stato fatto nel rispetto reciproco.

(Roberta Catania)
17/05/2010


Violenza, 25 anni dopo problema irrisolto

Bresciaoggi

SICUREZZA. Ancora troppi e troppo frequenti gli incidenti legati al calcio: ci sono state modifiche negli impianti e inasprimento delle leggi, ma la questione è aperta

Maurizio Marinelli: «Molto è stato fatto, ma si può fare di più Gli stadi dovrebbero essere di proprietà delle società sportive»
 
Zoom Foto

Feriti e vittime allo stadio dell’Heysel dopo lo sfondamento della rete che separava i tifosi della Juventus da quelli del Liverpool

L'11 novembre del 2007 Gabriele Sandri, 28 anni, tifoso della Lazio, muore per un colpo d'arma da fuoco esploso dalla pistola d'ordinanza di Luigi Spaccarotella nell'area di servizio Badia al Pino, vicino ad Arezzo, prima della partita lazio-Inter. Il 18 aprile scorso la magistratura dispone 20 daspo (divieto di accedere alle manifestazioni sportive) per 5 anni ai responsabili della guerriglia che si scatena fuori fuori dallo stadio dopo il derby Roma-Lazio: 16 gli arresti e 4 denunce a piede libero, una decina i feriti di cui 3 accoltellati. Il 10 maggio scorso, all'ultimo ninuto, il prefetto di Genova dispone che la partita casalinga con il Milan sia disputata a porte chiuse «per ragioni di ordine e sicurezza pubblica»: 15 anni fa, al Ferraris, un tifoso genoano viene ucciso da un ultras milanista e, per la prima volta, ai tifosi era stata concessa la trasferta.

TRE ESEMPI, recenti, che riconducono a quella «violenza da stadio» che esce dalle maglie del luogo comune per riflettersi, ancora, nel rituale della domenica calcistica. Che cosa ha insegnato, 25 anni dopo, la tragedia dell'Heysel? La domanda nasce da sè, a pochi giorni dell'anniversario di una tragedia e, il caso vuole, anche dalla finale di Champions del 22 maggio prossimo. Perchè è proprio durante la finale dell'allora Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool che, il 29 maggio'85, 39 tifosi, di cui 2 bresciani, perdono la vita travolti dalla caricadegli hooligans. Schiacciati contro i muri e le reti, sotto le persone che rotolano sulle gradinate.

C'è chi sostiene che, ancora oggi, servano normative più dure. Provvedimenti restrittivi che stronchino sul nascere le infiltrazioni dei delinquenti nelle frange del tifo. Per l'identificazione e la repressione di chi, come la definì il segretario milanese della Sap dopo la morte dell'ispettore Filippo Raciti ( il 2 febbraio 2007 durante gli incidenti scatenati da ultras catanesi contro la Polizia intervenuta per sedare i disordini alla fine del derby Catania-Palermo) passa i tornelli per «dare la caccia allo sbirro». Ed è proprio un poliziotto, Giuseppe Sorghi, 33 anni di servizio alle spalle, di cui 27 alla Questura di Brescia, oggi nel Centro Studi sulla Sicurezza Pubblica, che da anni analizza i casi di violenza negli stadi, primo tra tutti l'Heysel, anche durante le lezioni con gli allievi in Polgai.

«La tragedia di Bruxelles ha indubbiamente segnato una svolta, lo spartiacque del cambiamento nella gestione dell'ordine pubblico e, soprattutto, nella concezione strutturale degli stadi - spiega Sorghi -. Niente più reti nè muri: sono stati eliminati dagli impianti proprio per evitare rischi simili, e cioè che le persone restassero schiacciate». Stravolgimenti architettonici, ma anche normativi. Perchè le leggi per arginare, o meglio, prevenire la violenza negli stadi pare non manchino.

«Capofila della rivoluzione legislativa è stata l'Inghilterra, con il Rapporto Taylor, un documento redatto da una commissione su mandato governativo per ridisegnare le norme di sicurezza sugli stadi inglesi, che introdusse, tra le altre cose come il divieto di alcolici, anche l'obbligo di prevedere i posti a sedere e cambiò la filosofia dello spettacolo rafforzando la tutela degli spettatori», spiega Maurizio Marinelli, direttore del centro Studi sulla Sicurezza Pubblica. L'Europa non se ne sta in disparte e, nel 1989, la legge 401 dispone la «tutela della correttezza nello svolgimento di manifestazioni sportive e il divieto di accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche»: niente armi, e niente tifosi denunciati per aver preso parte attiva in episodi di violenza durante manifestazioni sportive. Nove articoli in tutto, l'embrione dell'attuale legge contro la violenza in ambito sportivo.

«QUELLA DEL 1989 è la base normativa del regolamento negli stadi - continua Marinelli -: pensiamo al daspo, per esempio, un provvedimento importantissimo. Quella attuale è una buona legge che ci consente, per esempio, di procedere con l'arresto differito, entro 48 ore, per i reati da stadio. Non solo, perchè nei confronti dei responsabili è possibile applicare la sorveglianza speciale».

Ma se le disposizioni esistono, e sono state pure rivisitate e inasprite, da quale parte la coperta è troppo corta? «Rispondere non è facile. Ma si può sempre migliorare - rileva Marinbelli -. Per esempio, sarebbe importante che gli stadi fossero di proprietà delle società e non pubblici, per una questione di manutenzione e accessi. Bisognerebbe promuovere con vigore gli abbonamenti per le famiglie: benvengano gli stewart sugli spalti, ma quello che conta, è ripristinare la cultura dello stadio, l'educazione allo sport: a scuola, all'oratorio e in famiglia».

Mara Rodella



Tra i politici è gara al risparmio

di Francesco Cramer

L’idea del ministro Calderoli di decurtare del 5% gli stipendi di parlamentari e ministri ha scatenato una miriade di proposte. Bossi: "Austerity anche per i magistrati"




Roma

«Pronto, chi taglia?». La gara sembra essere quella tra chi la spara più grossa su come usare il seghetto sulle onorevoli buste paga. Calderoli lancia il sasso: «Riduciamo del 5% gli stipendi di ministri e parlamentari», butta là. Bruscolini: otto milioni di euro l’anno, non di più. Serve o no? No. È una briciola. Ma è un segnale, un simbolo, un primo passo. Mica si ferma qui, Calderoli: propone colpi di forbice anche per le cicale, anzi le «cicalone». Sono i «capoccioni vari, i manager pubblici, i presidenti delle authority ma anche il personale della Camera», vera sanguisuga del bilancio di Montecitorio.

«Perché non rinunciamo tutti a tre mensilità da versare a chi perde il lavoro?», contropropone il ministro Rotondi. Bella idea, roba forte. Tre o forse qualcosina in più. Perché non dar retta a quanto dice Gasparri? «Non solo piccole percentuali di riduzione degli stipendi, ma subito la rinuncia ad “almeno” tre indennità mensili». Applausi. Però «creiamo un fondo che noi alimentiamo con il taglio che ci facciamo, dandogli però una destinazione precisa. Altrimenti il cittadino non sa dove vanno a finire i soldi», ragiona il ministro Brambilla. Tre allora? Il ministro La Russa ci pensa su e rilancia: «Devolvere ogni anno uno stipendio intero di tutti coloro che hanno responsabilità politiche o manageriali connesse alla politica. Il valore corrispondente dello stipendio sarà rimesso alla Finanziaria, magari scaglionato o rateizzato negli undici mesi». Cinque per cento? Una mensilità? Due? Tre? Chi offre di più? Manca solo la proposta di limare le indennità negli anni bisestili o quando il mese inizia di week end.

«D’accordo sui tagli ai nostri stipendi, che potrebbero ben essere decurtati del 10 per cento - giura il pidiellino Lehner -. Un risparmio ancora più cospicuo si avrebbe dalla disdetta degli affitti milionari, più le spese per il personale, per garantire ai singoli eletti la disponibilità dell’ufficio a titolo gratuito». Persino il Senatùr fa il sarto e individua i suoi di tagli: «Se c’è da pagare devono farlo tutti ed è giusto che anche i magistrati diano la loro mano, perché lo stipendio dei politici è legato a quello dei magistrati».

Insomma, in un Paese con le pezze al sedere, debito pubblico pachidermico, speculazioni in agguato e sprechi diffusi, il Palazzo dice la sua su come raggranellare euro, fare cassa. L’uomo dei conti è Tremonti, muto fino a giugno, quando porterà la manovra in Consiglio dei ministri. Nell’attesa è assediato dai consigli su dove affondare il bisturi, come tirare la cinghia individuando il buco giusto. La ricetta Calderoli piace da morire e il collega di partito Zaia la fa propria, in salsa federale: «Perfettamente d’accordo. Ci allineeremo al 5 per cento: porterò la proposta in giunta martedì», giura il neo governatore del Veneto. Già, la periferia. Il ministro Sacconi pensa al dettaglio: «I tagli non si limiteranno agli stipendi dei parlamentari. Pensiamo ai tanti micro-comuni sparsi nel Paese che devono sostenere ingenti costi per garantire ai cittadini i servizi essenziali. Si possono prevedere forme di associazione obbligatoria tra enti locali per fare economie di scala e ottenere risparmi».

Chiudere il rubinetto delle uscite, arginare le spese, specie degli enti locali, bestie succhiasoldi che in cambio danno servizi da terzo mondo. «Bisogna tagliare o bloccare la spesa di Regioni, Regioni speciali e Province, in attesa del loro superamento», conciona Cicchitto, consapevole che le altre idrovore sono i cosiddetti enti inutili: «Analogo discorso va fatto per le comunità montane». Affilerebbe le lame della forbice pure la deputata pidiellina Boniver secondo cui «i riflettori del risparmio si devono accendere anche su certe pensioni d’oro, nonché sugli stipendi e bonus dei mega manager che potrebbero essere utilmente decurtati a favore delle casse dello Stato». Anche Malan ha una sua idea: «S’è visto il lievitare delle spese per certi grand commis, alti papaveri, direttori galattici, mega consulenti, eletti da nessuno, e non tutti così capaci e onesti. Si potrebbe, ad esempio, tagliare del 10% la parte che supera gli 80mila euro lordi per tutti i dipendenti e i consulenti pagati con il denaro pubblico».

Soltanto il comunista Paolo Ferrero spariglia e sale in groppa al vecchio cavallo di battaglia comunista: «Tassa patrimoniale, tassa sulle rendite e sulle successioni per i grandi patrimoni nonché tagli alle spese militari».



Servono tagli non elemosine

di Vittorio Feltri

Per fortuna il governo finora ha stretto i cordoni della borsa o saremmo come la Grecia.

Ma una sforbiciatina agli stipendi dei deputati non basta.

Berlusconi adesso faccia uno sforzo: rinunci a un po’ di popolarità e salvi il Paese


Nell’apprendere che Rosy Bindi è soddisfatta eravamo sicuri che lo fosse per il suo appartamento romano, in zona piazza del Popolo, acquistato per la modica somma di 300mila euro (se lo rivende a me le offro 100mila euro in più, sull’unghia). E invece sbagliavamo. In realtà la signora si sfrega le mani e sorride perché il governo, allineandosi per cause di forza maggiore ai Paesi dell’Unione Europea, si accinge a tagliare la spesa onde evitare la catastrofe finanziaria. Secondo lei l’operazione risparmio dimostra che l’Italia è in crisi come la sinistra ha sempre sostenuto, contrariamente a Berlusconi «inguaribile ottimista».
In questa fregnaccia si condensa la superficialità e la tendenza a disinformare dell’opposizione. La quale attribuisce alla maggioranza e al suo leader affermazioni mai fatte al solo scopo di accendere polemiche controproducenti anche per chi le promuove. Si dà infatti il caso che il centrodestra non abbia mai negato il disastro economico provocato dai titoli tossici, tanto è vero che lo ha affrontato meglio di Inghilterra, Spagna, Portogallo eccetera, come si evince dal tenore di vita elevato degli italiani confrontato con quello pessimo di altri cittadini europei, oltre che dalle statistiche dell’Ocse (...).


Dandini, "martire" che spadroneggia

di Gian Maria De Francesco

Vive sfruttando l’immagine di personaggio scomodo e osteggiato, in realtà un’intera rete del servizio pubblico è a sua disposizione.

Ora le offrono anche la prima serata, mentre anni fa fece cancellare un programma, già pagato, perché voleva quello spazio per sé



 

Roma - Macché lasciare, qui si raddoppia. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è ferito dagli strali della serata di Parla con me in seconda serata su Rai3? Nessun problema, dall’anno prossimo potrà gustarsi i sapidi sberleffi anche in prime time! La contessa Serena Dandini de Sylva non si perde d’animo.

«Finora i direttori di rete ci hanno lasciati liberi e ci hanno protetti da seccature, nessuno ci ha mai chiesto di smettere», ha dichiarato ieri al direttore dell’Unità, Concita De Gregorio, alla quale la accomuna non solo il convinto femminismo ma anche la passione per i «girotondi». Anzi, il direttore di Rai3, Antonio Di Bella, «ha appena confermato il programma per la prossima stagione e ci ha chiesto di provare anche qualche prima serata». Altro che epurazione, altro che bavaglio, Rai3 è un feudo della contessa Dandini de Sylva e, a meno di muoverle guerra, non si può muovere foglia!

Infatti quel «ci hanno protetti da seccature» non è un’espressione casuale. Nei meandri della storia di viale Mazzini c’è un precedente che riguarda Serena Dandini e che gli almanacchi hanno finora trascurato. Risale al periodo tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998: Giovanni Minoli, allora al timone della terza rete, stava innovando il palinsesto, più o meno bloccato dai tempi di «Telekabul» del tandem Angelo Guglielmi-Sandro Curzi.

Il primo intervento di Minoli riguardò la fiction, fu lui a inventarsi sulla rete radical chic due serial di largo consumo come Un posto al sole e La squadra. La terza mossa riguardava la prima serata. Il vulcanico dirigente, ora a capo della divisione Rai per le celebrazioni dell’Unità d’Italia, pensò di promuovere una trasmissione sulla falsariga di Aboccaperta di Gianfranco Funari. Si sarebbe dovuta chiamare Aut aut e in ogni puntata il pubblico si sarebbe confrontato su due tesi: meglio sposati o single, meglio comprar casa o restare in affitto eccetera.

La conduzione sarebbe stata affidata all’ideatore Pippo Franco. Minoli aveva già firmato il contratto per una decina di puntate e il programma si trovava in pre-produzione quando nell’estate del 1998 cambiò tutto. Minoli fu sostituito da Francesco Pinto, catapultato dalla direzione del Centro tv di Napoli a quella del terzo canale.
E Francesco Pinto bloccò la macchina di Aut aut che stava cominciando a muoversi. «Mi disse che il programma non si poteva fare, che c’era la Dandini, che erano obbligati» a dare quello spazio a lei, racconta il produttore dello show, Beppe Attene. «Penale e stretta di mano», aggiunge mostrando di non serbare rancore, anche perché la vita continua. «In Rai queste cose sono all’ordine del giorno. Ci si può chiedere se sia giusto che il centrosinistra si faccia rappresentare da Serena Dandini, ma questo è un altro discorso», conclude.

Insomma, Attene l’ha presa con filosofia perché a Viale Mazzini ha sempre funzionato in questo modo. Fatto sta che Aut aut tra un direttore di rete e l’altro non vide mai la luce. Né la stagione televisiva 1998-99 per Rai3 fu foriera di particolari novità. Le apparizioni di Serena Dandini quell’anno si concentrarono su due strisce quotidiane: La Mostra della Laguna per raccontare il Festival di Venezia con il critico Mereghetti e Saranno maturi, altra strip più un paio di prime serate per eternare l’ultima maturità del millennio. Nel mezzo Comici su Italia1.

La sostanza, in fondo, è diversa: non è tanto Serena Dandini a essere un volto di Rai3, ma piuttosto l’entertainment del terzo canale a essere totale appannaggio della show woman. Anche l’anno prossimo, perciò, ci sarà la serra creativa della contessa Dandini a promuovere i talenti come Ascanio Celestini, mentre nel resto della Rai «diserbano» mentre «la politica si divora tutto». Cioè quella politica che non ha lo stesso charme del divano rosso-sinistra di Parla con me, dove si può liberamente sbeffeggiare il Pdl affermando che «Tony Mafioso e Tony Corrotto fondano il grande partito del piccolo popolo», dove si può ambientare una gag in un bagno che riproduce quello di Palazzo Grazioli. Senza che nessuno possa ribattere.