domenica 16 maggio 2010

Si presenta in ritardo al lavoro per portare il figlio all'asilo: licenziato

Corriere della Sera

La Cub denuncia il caso di un dipendente di una ditta di distributori automatici: «La sanzione è ingiustificata»

MILANO

Appena uscito dalla cassa integrazione in deroga non ha potuto rispettare il nuovo turno imposto dall'azienda, le 7 invece che le 8.30: un turno che, afferma, gli impedisce di portare il figlio di quattro anni alla scuola materna. Per questo motivo Alex B., dipendente di una ditta di distributori automatici nel Milanese, è stato licenziato. Lo denuncia Angelo Pedrini della Cub, la Confederazione unitaria di base. Il sindacalista ha reso noto che insieme a Sdl, Rdb e Cobas ha chiesto l'intervento della Consigliera provinciale di parità per far applicare le politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro previste dalle leggi europee.

LA CASSA INTEGRAZIONE - La rescissione del rapporto di lavoro è avvenuta - spiega Pedrini - nell'azienda di distributori automatici «Bigarella» di Cassano d'Adda (Milano), dove alcuni dei 24 dipendenti, assunti con il contratto del commercio, sono stati messi nei mesi scorsi in cassa integrazione. Dopo aver completato il suo periodo Alex B., che deve accompagnare il bambino a scuola perché anche la moglie deve fare i turni, è stato richiamato in servizio ad inizio aprile. Il nuovo orario però gli «rende impossibile assolvere i suo doveri di padre riconosciuti costituzionalmente», e lui lo contesta. Per qualche giorno Alex riesce a far fronte al cambiamento di turno, ma tramite il sindacato comunica che potrà arrivare solo alle 8.30.

IL LICENZIAMENTO - Il 14 aprile accompagna il figlioletto alla materna, arriva in azienda con un'ora e mezza di ritardo e trova la lettera di licenziamento. «La priorità della gestione dei distributori automatici di caffè non può prevalere sui doveri di genitori previsti dalla Costituzione - afferma Pedrini - in ogni caso è la prima violazione, e la contestazione non poteva portare alla sanzione definitiva del licenziamento perché è nulla, ingiustificata e comunque sproporzionata. In questo caso a perdere il posto di lavoro è un papà, un uomo che non ha fatto altro che il suo dovere». Oltre alle iniziative legali - è stato spiegato - quelle di protesta continueranno fino al ritiro del licenziamento. (fonte: Ansa)


16 maggio 2010




Molesta ospite tv. Rinvio a giudizio per anchorman cremasco

Libero





l fascino e la parlantina dell’anchorman televisivo, questa volta, non ha funzionato davanti ai giudici. Su richiesta del pubblico ministero del tribunale di Cremona, Cristina Gava, il giudice dell'udienza preliminare Massimo Vacchiano ha rinviato a giudizio per violenza sessuale Giampaolo Leani, di 64 anni, anchorman della televisione cremonese Telecolor.

A denunciare l’uomo una donna che il 20 ottobre 2006, senza lavoro e domicilio, si rivolse a Telecolor per raccontare la sua drammatica storia davanti alle telecamere dell’emittente locale. Evidentemente l’anchorman ha preso a cuore il caso della sua ospite televisiva, tanto da provare un approccio che, evidentemente, si è scontrato con le resistenze della donna.

Nello specifico, l'imputato è accusato di violenza sessuale perché, “abusando delle condizioni di inferiorità psichica della persona offesa al momento del fatto, la induceva a sdraiarsi al suo fianco sul letto e a guardare immagini di un film pornografico, poi, dopo aver tentato inutilmente di baciarla sulla bocca e di farsi massaggiare il collo e le spalle, improvvisamente le afferrava la mano sinistra e, vincendo con la forza la resistenza della donna, la costringeva a masturbarlo”.

Nel processo fissato per il 10 gennaio del 2011 l'imputato avrà un compito estremamente difficile. Infatti la procura gli contesta anche la recidiva specifica e reiterata: Leani fu condannato nel 1995 a due anni di reclusione per avere molestato sessualmente le inservienti della casa di riposo Opera Pia di Trigolo, in provincia di Cremona. Insomma, a certi vizi non si può proprio rinunciare.

13/05/2010



Napoli, bare nei forni per la pizza Scatta l'inchiesta: l'ombra dei clan

Il Mattino

  
di Giuseppe Crimaldi e Leandro Del Gaudio

NAPOLI (16 maggio) - Caos Poggioreale. Il cimitero napoletano nella bufera: dopo la denuncia di una tomba profanata all’interno dell’arciconfraternita Santa Maria della Vittoria e San Giuseppe a Chiaia - ricostruita dal «Mattino» in base alla denuncia presentata alla Procura della Repubblica - emergono nuovi particolari sullo scandalo della gestione del principale camposanto cittadino.

Ora spunta anche la pista delle bare che vengono «riciclate» e finiscono nei forni a legna per fare il pane e le pizze. Non bastava la macabra scoperta fatta in quella nicchia dalla quale - solo per un puro caso, e per lo scrupolo di un familiare dei defunti sepolti - sono improvvisamente spuntate ossa e teschi appartenenti a sette salme non ancora identificate.

Ora arriva una sconvolgente conferma a ipotesi fino a ieri solo sussurrate: nel vorticoso giro di soldi che si svolge intorno alle attività cimitieriali c’è spazio anche per il riciclaggio delle bare che, invece di essere distrutte dopo le procedure di esumazione delle salme, vengono triturate e finiscono nel composto utilizzato per l’accensione dei forni a legna. Le conferme sono agli atti di un’indagine - una delle tante, come vedremo - in corso da parte della Procura di Napoli.

Atti d’indagine delegati ai carabinieri del comando provinciale di Napoli diretto dal colonnello Mario Cinque. Inutile aggiungere che il traffico di queste parti di legno (che per legge andrebbero smaltite secondo una rigorosa procedura fissata dalla legge) vengono, secondo l’ipotesi accusatoria, trafugate, poi trasportate e sfasciate prima di finire triturate e vendute ovviamente agli ignari acquirenti. Ma com’è possibile che accada tutto questo?

I regolamenti cimiteriali prevedono passaggi precisi, ai quali dovrebbero sovrintendere numerosi e diversi soggetti. Se il quadro accusatorio trovasse conferme, dunque, si dovrebbe ipotizzare il coinvolgimento di più soggetti, e dunque anche di qualche dipendente infedele addetto ai servizi cimiteriali. Negli ultimi mesi a Poggioreale come in molti altri cimiteri della città e della provincia di Napoli si sono susseguiti controlli, sopralluoghi e blitz da parte dei militari dell’Arma.

E la circostanza della sparizione non certificata delle bare è stata riscontrata, purtroppo, in casi non isolati. Si fa, insomma, sempre più fosco il quadro che emerge sulla realtà dei cimiteri nel Napoletano. E qui entra in gioco il ruolo della magistratura inquirente, chiamata a coordinare le indagini. I filoni investigativi riguardano più sezioni dell’ufficio inquirente guidato dal procuratore Giovandomenico Lepore: dalla sezione Reati contro la pubblica amministrazione (coordinata dal procuratore aggiunto Francesco greco) alla Direzione distrettuale antimafia (procuratori aggiunti Federico Cafiero de Raho, Rosario Cantelmo e Alessandro Pennasilico), ma anche la sezione Criminalità comune (procuratore aggiunto Giovanni Melillo).

Sullo sfondo, un universo popolato da dipendenti infedeli, faccendieri che si propongono per fornire servizi cimiteriali senza averne i requisiti e le autorizzazioni, e personaggi privi di scrupoli pronti a tutto pur di trarre un illecito guadagno anche sui poveri morti. Tornando a Poggioreale, basta girare tra i viali del più grande cimitero di Napoli per rendersi conto dello stato di incuria che continua a regnare nonostante le denunce.

Bare scoperchiate e abbandonate a cielo aperto, resti di ossa umane dispersi tra le erbacce, marmi di antiche tombe spaccati e mai riparati. L’eterno riposo che dovrebbe essere concesso ai resti umani resta, purtroppo, solo una pietosa aspettativa.



Amburgo: il reporter umilia il senzatetto, è polemica in Spagna

Corriere della Sera

Alla finale dell'Euro League un giornalista è artefice di un'azione detestabile.
E nello studio si ride di gusto


Il video della brutta figura finisce in Rete e l'indignazione è servita

Amburgo: il reporter umilia il senzatetto, è polemica in Spagna

Video

Il cronista spagnolo che ha umiliato il senza tetto ad  Amburgo
Il cronista spagnolo che ha umiliato il senza tetto ad Amburgo

MILANO

Episodio a dir poco imbarazzante per la televisione spagnola. Protagonista Manolo Lama, uno dei reporter più famosi e pagati, a capo dei cronisti di Cadena SER e collaboratore per l'emittente tv Cuarto. Durante un collegamento in diretta da Amburgo per la finale di Europa League tra Atletico Madrid e Fulham, il reporter senza scrupoli ha mostrato in tv un senzatetto seduto ai bordi di un marciapiede nella città tedesca.

«Oggi vogliamo far vedere a tutta la Spagna quanto sono generose le persone», ha esordito Lama, circondato dai tifosi dell'Atletico. «Vogliamo dare un po' di gioia all' "amigo"», ha aggiunto il giornalista, raccomandando all'operatore di zoomare sul senzatetto. Mentre l'indigente, avvolto nella sua coperta per ripararsi dal freddo e alquanto frastornato da tanta attenzione, non capiva cosa stesse dicendo, il reporter - tra i sogghigni dei presenti -, ha buttato una monetina nella ciotola del poveretto. I tifosi dell'Atletico hanno partecipato alla triste gag, gettando anch'essi banconote, cellulari e persino carte di credito (ritirate poco dopo). «Così quest'uomo potrà perlomeno guardare la partita in pace e al caldo», ha sottolineato Lama. Una scenetta che i colleghi dallo studio hanno commentano ridendo di gusto.

SCANDALO - L'episodio ha destato grosso sgomento e irritazione nel popolo del web. Prisa, la compagnia che controlla l'emittante spagnola, si è vista costretta a pubbliche scuse. I giornali iberici hanno parlato del «più grande scandalo nella storia della tv». «Io educo i miei figli in uno spirito di solidarietà», è stata l'improbabile difesa di Lama. Il senzatetto, «Kalle» di 49 anni, è stato successivamente intervistato da numerose tv e giornali ai quali ha spiegato: «Da sette anni sono seduto qui sul ponte Reesendamm di Amburgo e mai mi è capitata una cosa del genere - mi sento ferito per la totale mancanza di rispetto».

Elmar Burchia
16 maggio 2010






Il tuffo con il telecomando Ecco perché fallì l’attentato all’Addaura»

Il pentito Fontana: Madonia vide la polizia e fermò tutti. Il caso - Nuovi verbali nell’inchiesta sui depistaggi. «L’agente Emanuele Piazza fu strangolato all’interno del mobilificio di un mafioso» «Il tuffo con il telecomando Ecco perché fallì l’attentato all’Addaura»

CALTANISSETTA — «Nicola Di Trapani e Salvuccio Madonia trasportarono l’esplosivo in un borsone da sub, che venne posizionato sugli scogli, sul lato destro della villa guardando il mare, in una sorta di piattaforma, dove stavano anche altri bagnanti; gli stessi rimasero nei pressi per circa due ore». Per come la racconta il pentito di Cosa Nostra Angelo Fontana, in azione all’Addaura col resto del commando mafioso, se il giudice Falcone fosse uscito dalla sua dimora in quello spazio di tempo, nell’esplosione sarebbero morti anche gli ignari bagnanti che prendevano il sole di giugno. Andò diversamente. «Il borsone — continua il pentito — era bene in vista; Angelo Galatolo, con il telecomando, si era posizionato dietro uno scoglio, a circa 50 metri, in un incavo tracciato dal mare, sempre vicino la piattaforma dov’era riposto il borsone. Nino Madonia invece, aveva preso posizione all’altezza di un villino collocato più in altro».

Mentre aspettavano di vedere il giudice, accadde l’imprevisto. «Nino Madonia fece segnale a tutti di rientrare perché, come apprendemmo poi, era stata notata la presenza della polizia proprio sugli scogli, nei pressi del borsone. Rientrando, mancava all’appello mio cugino Angelo Galatolo; tutti ci preoccupammo e ritornammo indietro per cercare di capire dove fosse finito; lo individuò, nei pressi del quartiere Vergine Maria, mio cugino Angelo, mentre rientrava in costume e maglietta. Ritrovandoci tutti in vicolo Pipitone, apprendemmo quello che era successo, e cioè che Angelo Galatolo, notando la presenza della polizia nei pressi del borsone e temendo di poter essere scoperto, si era gettato in mare con addosso il telecomando, che perse in acqua».

Era il 20 giugno 1989, e quel tuffo imprevisto allungò la vita a Giovanni Falcone. Di tre anni, fino alla strage di Capaci del 1992. Ma il progetto era antico: «Mi si chiede di specificare quando per la prima volta appresi della volontà di uccidere il dr. Falcone—spiega il pentito—e posso rispondere dalla seconda metà degli Anni 80». Tornando al fallito attentato dell’Addaura, l’ex mafioso legato ai clan Madonia e Galatolo aggiunge: «Nino Madonia andò su tutte le furie per la perdita del telecomando, e voleva recuperare il borsone, nonostante Angelo dicesse che la polizia l’aveva appositamente lasciato sul posto per individuare chi, eventualmente, l’avesse recuperato. Nino Madonia aveva infatti capito che la polizia, pur notando il borsone, non si era insospettita della presenza dello stesso, anche perché era stato riempito con attrezzatura da sub, tipo pinne e altro».

Il ritrovamento ufficiale avvenne all’alba del 21 giugno, e poche ore dopo la notizia del fallito attentato a Falcone divenne di pubblico dominio. Ventuno anni dopo quei fatti, la Procura di Caltanissetta titolare dell’indagine —il capo Sergio Lari con gli aggiunti Gozzo e Bertone e i sostituti procuratori Nicolò Marino e Stefano Luciani—ha deciso di confrontare le tracce biologiche trovate su pinne, mute, maschera e altri reperti con i profili biologici degli indagati di ieri e di oggi. Ma anche con quelli di due poliziotti assassinati poco dopo il fallito attentato, che avrebbero avuto un ruolo in questa storia: Antonino Agostino, ucciso insieme alla moglie, ed Emanuele Piazza. «Nulla so dell’omicidio Agostino —ha dichiarato il pentito Fontana ai magistrati —, mentre per quanto riguarda Piazza posso dire che lo stesso venne strangolato all’interno di un mobilificio di un mafioso di San Lorenzo, del quale ora non mi sovviene il nome, ove venne condotto da Simone Scalisi». Seguono i nomi di altri due presunti assassini. «Ricordo di aver saputo in carcere che questo Piazza era uno che cercava latitanti, un infiltrato dei servizi segreti, se non sbaglio ».

Agli atti della nuova indagine sulla bomba inesplosa (di cui gli artificieri all’epoca fecero inspiegabilmente saltare l’innesco, distruggendolo) e i relativi depistaggi ci sono anche i verbali di un altro pentito, Vito Lo Forte. Il quale «riferisce del fallito attentato all’Addaura e del ruolo avuto da Gaetano Scotto, dall’agente di polizia Agostino e tale Piazza, entrambi dei Servizi, nonché Angelo Galatolo e Nino Madonia. Precisa che tali informazioni gli furono fornite da Vito Galatolo e da Pietro e Gaetano Scotto». Quest’ultimo, che il neo-collaboratore indica fra i responsabili dell’omicidio dell’agente Agostino, è uno dei mafiosi condannati all’ergastolo per la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Sei mesi prima dell’eccidio, il 6 febbraio ’92, il suo telefono entrò in contatto con un’utenza di un ente regionale collegato a società di copertura del Sisde, il servizio segreto civile dell’epoca. Lo stesso con cui collaborava l’agente Piazza, ma la comunicazione del Servizio arrivò solo sei mesi dopo la sua scomparsa.

Giovanni Bianconi
16 maggio 2010

Propaganda Fide, le case del Vaticano e la rete di Balducci

Corriere della Sera
Proprietà di gran pregio nel quadrilatero più ambito della città.
Affitti e lavori su patrimonio da 9 miliardi

ROMA — È un destino che la storia di Propaganda Fide, sin dall’inizio si intrecci con una storia di immobili, di rivalità di architetti, di lavori edilizi. «Corrisponde medesimamente sulla detta piazza questo gran Collegio, il quale ebbe principio l'anno 1622 per provvedere ai bisogni e dilatazione della Fede Cattolica... fu eretto qui il collegio col disegno del Bernini... Fu dipoi terminata la fabbrica dal Borromini». Ma i tempi cambiano e da Bernini e Borromini siamo oggi al provveditore Angelo Balducci, che della Congregazione è stato consultore fino al 10 marzo scorso, e al costruttore Diego Anemone.

Tutto il centro storico di Roma — al di là delle sedi extraterritoriali — conta vaste proprietà immobiliari del Vaticano che fanno capo sia alla Congregazione di Propaganda Fide sia all’Apsa, il patrimonio della Sede Apostolica. Ma è soprattutto Propaganda Fide a fare la parte del leone con proprietà di gran pregio che insistono nel quadrilatero più ambito del cuore della città e che secondo alcune stime è valutato (al netto delle recenti rivalutazioni del mercato) intorno ai 9 miliardi di euro. Due circostanze hanno messo «in moto» una «gestione» economica fino allora molto sonnolenta delle case, dei negozi (e altri esercizi commerciali che sono in affitto negli immobili della Congregazione) e dei palazzi: la fine del regime dell’equo canone e i lavori per il grande Giubileo del 2000. Ciò avviene quando Crescenzio Sepe, Segretario generale dell’Anno Santo, viene nominato, Prefetto di Propaganda Fide, cioè «papa rosso»: rosso perché cardinale, e papa perché ha potere sulle terre di missione, in sostanza sulle Chiese dell´Africa e dell´Asia.

Quanto agli immobili sono due le strategie perseguite dall’inizio del decennio. Primo: un certo numero di sfratti «per finita locazione» ai vecchi inquilini che abitavano in case che necessitavano di importanti opere di ristrutturazione. «Ci sono state anche delle cause intentate dagli inquilini contro gli sfratti», afferma Mario Staderini segretario dei Radicali italiani, «perché non sono avvenuti per morosità, a via Giulia, vicino piazza Farnese, vicino a Santa Maria Maggiore». C’è stata poi la messa a reddito con la collocazione, spesso a vip, degli immobili, magari dopo le ristrutturazioni effettuate delle aziende di Diego Anemone (che di molte case e palazzi di Propaganda ha gestito la manutenzione come ha diligentemente annotato nella sua lista). Del resto, numerosi palazzi di Propaganda Fide si «irradiano a raggiera» da piazza di Spagna per via di Propaganda, via della Vite, via Gregoriana, via Sistina, via Condotti, la salita di San Sebastianello, via Sant'Andrea delle Fratte, via della Mercede.

Cesara Buonamici, conduttrice del Tg5 ha spiegato cosa è successo nel suo caso: «Sono affittuaria dell'appartamento in via della Vite dal 2003. L'appartamento è di proprietà di Propaganda Fide, pertanto i lavori di ristrutturazione non sono stati commissionati dalla sottoscritta, ma dall'ente, prima del mio ingresso». Stessa situazione per l'ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio che vive in via Sistina. Nel caso di Bruno Vespa (altro affittuario di Propaganda Fide) invece i lavori di ristrutturazione sono stati fatti direttamente da lui (e infatti il suo nome non compare nella lista di Anemone). Altri immobili sono stati venduti, come quello di via dei Prefetti, all’ex ministro Lunardi. E’ un dato di fatto che con l’arrivo di papa Ratzinger Propaganda Fide abbia subìto una brusca virata. Nel 2006 è stato nominato «papa rosso» l’arcivescovo di Bombay, Ivan Dias, lontano dai «giri romani».

M. Antonietta Calabrò
16 maggio 2010



Il faro di Capri e l’isola veneta Lo Stato cede i suoi tesori

Corriere della Sera
Federalismo demaniale: i beni storici che potrebbero passare a titolo gratuito a Regioni ed enti locali
Riforme - Le proprietà italiane
Il faro di Capri e l’isola veneta
Lo Stato cede i suoi tesori


Il faro di Anacapri
Il faro di Anacapri
ROMA — A Gaeta l’aspettano da 149 anni. Era il 1861 quando la città borbonica venne rasa al suolo dalle bombe del generale Enrico Cialdini e requisita dai Savoia. Da allora i quattro quinti della città vecchia sono di proprietà dello Stato, ma il federalismo demaniale che avanza a passi veloci verso l’approvazione definitiva, probabilmente, deluderà i gaetani. Solo pochi immobili intorno al Castello Aragonese potranno essere trasferiti dallo Stato al Comune. Il resto appartiene ancora al Demanio Militare o è soggetto ad altri vincoli in quanto beni artistici e storici d’importanza nazionale, e quei gioielli non potranno essere ceduti, se non in base ad accordi specifici. A tanti altri Comuni d’Italia andrà meglio.

Tra pochi mesi potranno ricevere dallo Stato, a titolo gratuito, 10 mila terreni e più di 9 mila immobili, oggi inutili all’amministrazione centrale. Tantissime abitazioni, che potranno essere poi anche vendute, con l’obbligo di utilizzare il ricavato per la riduzione del debito sia degli enti locali, che nazionale. Ma anche castelli, forti, rocche, cinte murarie, caserme dismesse, chiese, abbazie, carceri, ospedali, fari. Beni storici non utilizzati dalle Sovrintendenze e reclamati da tempo dai Comuni, che fanno parte integrante del tessuto urbano delle città, ma che spesso cadono a pezzi, abbandonati all’incuria. Perché lo Stato è sì il proprietario, ma gli strumenti per valorizzarli, le varianti urbanistiche, li hanno in mano i sindaci. Così come accade per le spiagge: i canoni di concessione (ridicoli, se si pensa che 5 mila chilometri di arenili rendono 97 milioni l’anno) li incassa lo Stato, ma la competenza a legiferare sul turismo è delle Regioni, che non hanno alcun incentivo a fare buone leggi in materia.

Gli interessi non coincidono e il federalismo demaniale, con il passaggio del patrimonio alle autonomie locali, promette una rivoluzione. Almeno nelle intenzioni. Non tutti saranno capaci o avranno le risorse per mettere a reddito questo capitale, ma molti sindaci, ad esempio, sono già pronti. Potranno investirci, conferirli a fondi immobiliari, offrirli in concessione e anche cederli ai privati, sempre rispettando i vincoli artistici e storici eventualmente esistenti. Ma soprattutto potranno restituirli ai loro concittadini. Il Comune di Verona, che ha già in concessione la Cinta Muraria costruita dalla Repubblica di Venezia nel ’400, da anni ne chiede la proprietà. E probabilmente con il federalismo demaniale ne otterrà il possesso, insieme alla Caserma di Villasanta, al Forte Lugagnano e a Forte Sofia. L’elenco dei beni trasferibili dal Demanio è lunghissimo e ancora «segreto». Prima che si rendano disponibili per la cessione, le amministrazioni centrali che li hanno in uso potranno esercitare un’opzione, comunque motivata.

La Cittadella di Alessandria
La Cittadella di Alessandria
Qualcosa, tuttavia, comincia già a venire fuori. Una scrematura del tutto informale è già stata fatta. Rivelando così, oltre a migliaia di abitazioni residenziali senza arte né parte, la prima mappa della storia d’Italia che, da Roma, potrà tornare ai Comuni. Alessandria, ad esempio, riavrà dopo quasi 300 anni la Cittadella, una delle fortezze più belle del mondo, candidata ad entrare nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco, liberata nel 2007 dall’Esercito italiano, che l’occupava dal 1732, oggi di proprietà del Demanio dello Stato. Tornerà al Comune di Vigevano lo splendido Castello Visconteo del 1345, ampliato dal Bramante, mentre alla città di Bergamo sarà probabilmente concessa la proprietà di Palazzo Lupi, in Città Alta, che è stato sede per decenni della Brigata Legnano. Al municipio di Venezia dovrebbe essere concesso lo spettacolare Ottagono di Ca’ Roman, un’isola di due ettari che faceva parte del sistema difensivo della Serenissima, usato come fortilizio fino alla seconda guerra mondiale. A Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, possono già prepararsi a festeggiare l’acquisizione della Rocca del 1350, dove nacque Matteo Boiardo e nei cui scantinati fece i suoi primi esperimenti Lazzaro Spallanzani.

Scendendo più a Sud, tra i pezzi pregiati che potranno passare di mano, c’è la Fortezza Le Castella di Isola di Capo Rizzuto, ma anche il Palazzo dei Normanni di Palermo sede dell’Assemblea Regionale. La Sicilia, come le altre regioni a statuto speciale, sono già pienamente titolari dei beni demaniali. Ma non tutto è stato effettivamente trasferito. Forse anche perché la manutenzione costa. A Roma, nell’elenco, ci sono edifici storici, come Palazzo Altemps e Palazzo Blumensthil, ma anche il Villino Liberty di Via Santa Maria della Battaglia. Nella lista figurano molti edifici religiosi e chiese, che appartengono quasi tutte allo Stato e sono concesse in uso al Vaticano. Tra quelle che possono passare di mano ci sono la Chiesa della Canonica e l’Asilo di Sabaudia, il Convento di Santa Chiara a Venafro, in provincia di Isernia, l’Abbazia di Montevergine in Campania, la Chiesa di Santa Barbara a Foggia. Non più utilizzate dall’amministrazione della Difesa, potrebbero essere cedute in proprietà effettiva ai Comuni, che in qualche caso le hanno già in concessione, le Caserme Braccio Fortebraccio a Perugia, la Toti a Gradisca di Gorizia, la Gavoglio nel pieno centro di Genova, la Paolini di Fano, la Gorini a Capua, la Carmine di Aversa, la Voil e la Riva Villasanta a Cagliari.

Caserme, ma anche ospedali militari, come quello di Chieti ed ex carceri, come quello di Santo Stefano, sull’Isola di Ventotene, o il Minorile di Napoli, il cui Comune potrebbe avere dallo Stato anche l’Hotel de Londres, una costruzione storica affacciata sulla Piazza Municipio, non si sa come finita nel portafoglio del Demanio dello Stato. Tra i beni trasferibili ci sono i terreni del demanio agricolo. Il ministro Luca Zaia voleva darli in concessione ai giovani agricoltori, ma non se ne è fatto più niente, perché non ci sono i dati catastali. Nella lista ci sono, poi, moltissimi fari. Tutti in posizioni splendide e in condizioni pietose. Basti pensare ai fari di Ischia, Anacapri, San Vincenzo a Napoli, Capo Peloro a Messina, Capo d’Orlando, Vulcano, Salina, Ustica, Capo Gallo a Palermo, Cala Mosca a Cagliari.

Capo Spartivento: il faro è in concessione a un privato  che ne ha fatto un hotel di lusso
Capo Spartivento: il faro è in concessione a un privato che ne ha fatto un hotel di lusso
Per finire con lo splendido faro di Capo Spartivento, nel sud della Sardegna, che nasconde una storia emblematica. Dodici anni fa il Demanio fece una gara per darlo in concessione per sei anni, più altri sei a condizione che venisse restaurato e valorizzato. Alessio Raggio, imprenditore cagliaritano che se ne era innamorato, vinse l’asta, anzi le quattro aste, perché incredibilmente l’area venne suddivisa in quattro lotti. Si partiva da 800 euro al mese e Raggio vinse impegnandosi a pagarne 2.800. Ottenne il via libera della Sovrintendenza e lo ristrutturò, investendoci una piccola fortuna per farne una residenza di gran lusso, poi dal Demanio ottenne una nuova concessione, diciannove anni più altri diciannove. Voleva farne un albergo, ma il Comune di Domus De Maria, nonostante le mille richieste, non gli dette mai il cambio di destinazione d’uso. Nel novembre del 2009 il Tar gli dette ragione e da quest’anno Raggio ha potuto avviare il suo favoloso hotel. Nel frattempo il Comune è stato commissariato. Quando scadrà la concessione il Comune di Domus DeMaria, che nel frattempo potrebbe esserne divenuto il legittimo proprietario, se lo riprenderà. O forse farà una nuova asta per ridarlo in concessione. Ma chi aspira a Capo Spartivento, allora, che sia il comune o un privato, dovrà sborsare ben altre cifre, perché ci saranno da scontare i costi di avviamento. Pregi e difetti della valorizzazione.

Mario Sensini
16 maggio 2010




Il cantante amico di Tanzi e dei calciatori che vede (nero) nel futuro

di Stefano Lorenzetto

Rinaldo Del Monte, nome d’arte: Rinaldo Ebasta: "Avevo avvertito Calisto: non puoi diventare più grande di Dio. Non m’ha ascoltato".

Nell’86 tentò di fermare un Dc-10 che poi durante il decollo ebbe un guasto al motore



«Ho visto cose che la gente comune non può nemmeno immaginare». Nella sua naïveté, Rinaldo Del Monte neanche si rende conto di rifare il verso al capo dei replicanti ribelli nel finale di Blade Runner, film che probabilmente s’è perso, sempreché sia al corrente che è stato girato. Quella che per gli altri è fantascienza, per lui è realtà quotidiana. «Ho visto Milano devastata da 12 scosse di terremoto. Ho visto due oceani che s’incontrano. Ho visto il purgatorio, grigio, freddo, pieno di persone che non possono comunicare anche se stanno vicine. Ho visto l’inferno, popolato di individui con la testa di mucca e le carni putrefatte. Ho visto il paradiso, un sentiero di luce, ma sul sentiero non c’era nessuno, e una voce mi diceva: “Qui ci arrivano in pochi”.

Ho visto con vent’anni d’anticipo sulla Fifth Avenue di New York, dove non ero mai stato, ragazzi con l’anello al naso e il piercing sulla lingua e Gesù che mi diceva: “Ecco il mondo dove andrà”».
Rinaldo - è così che vuol essere chiamato - non ha solo visto. Ha anche fotografato. Su pellicola. Quando gli nomino Photoshop, mi guarda attonito: «Cos’è?». E dopo che ho schiacciato il tasto Ctrl sul suo portatile nuovo di zecca, s’inquieta: «Adesso che hai fatto? Sei sicuro che il computer funzioni come prima?”». Insomma, non saprebbe usare un programma per il ritocco delle immagini.

«Ho fotografato nel cielo di Nashville il rosso fuoco degli attentati alle Torri gemelle quattro anni prima che accadessero, guarda quest’esplosione mostruosa, lo annunciai in Argentina a Cronica Tv, in un programma condotto da Anabela Ascar, e con l’aiuto della titolare di una boutique di Miami scrissi a Ted Kennedy, per mettere in guardia il Senato degli Stati Uniti, ma quell’ubriacone nemmeno mi rispose. Ho fotografato Sirio nella notte di Pasqua: ecco qui la stella trasformata in una croce, presto tornerà nel cielo e ci resterà a lungo affinché il mondo creda. Ho fotografato l’acqua in fiamme nella cavità buia della sorgente di Lourdes, con al centro un cuore incandescente, lo vedi?». Vedo.

Quel giorno, alla Grotta di Massabielle, non era solo. Accanto a lui i calciatori Mark Bresciano, Emanuele Filippini, Andrea Pisanu e il capitano del Parma, Beppe Cardone, oggi al Modena, che in seguito avrebbe dichiarato alla Gazzetta di Parma: «Ebbi un grave infortunio. Non guarivo. Rinaldo mi disse che erano i ferri nella gamba a farmi infezione. Prima dello spareggio a Bologna andammo in sette o otto a casa sua. Lui anticipò il 2-1 finale e disse di aver “visto” una mischia, con la palla che mi colpiva e finiva in rete. Il gol ai rossoblù lo feci così. Non mi vergogno a dire che tutte le cose dette da Rinaldo si sono avverate».

Ma chi è Rinaldo Del Monte, anzi Rinaldo Ebasta? È con questo bizzarro nome d’arte, frutto di un equivoco, che molti lo ricordano come cantante di musica leggera. Glielo attribuì un giornalista: «Mi chiese: “Come si chiama?”. E io: Rinaldo. “Rinaldo e poi?”. Rinaldo e basta. Quello capì che era il mio cognome». Per un certo periodo gli portò fortuna: esordio nel 1966, trionfatore in vari Cantagiro, battesimo televisivo a Settevoci di Pippo Baudo. Il suo brano di maggior successo, Bonnie & Clyde, versione italiana della ballata che faceva da colonna sonora al film Gangster story con Warren Beatty e Faye Dunaway, lo inchiodò al ruolo di malavitoso in abito gessato. La voce roca fece il resto. Il 45 giri, con la copertina disegnata da Guido Crepax, il padre di Valentina, svettava in Hit parade. La canzone fu persino adottata a Carosello nello spot di una crema per mani: «Cos’hai fatto? Almeno hai una scusa?», e Minnie Minoprio, nei panni di Bonnie, rispondeva: «Ero a corto di Danusa».

Un film. I passaggi dalla Ariston alla Ricordi, dalla Durium alla Rca. Quindi Il gallo, in cui tenne a battesimo come compositore lo sconosciuto Adelmo Fornaciari, oggi Zucchero. Due canzoni di Piero Ciampi e un’altra arrangiata da Giorgio Moroder, il musicista di American gigolo, Flashdance, Fuga di mezzanotte, La storia infinita, Metropolis. Poi per Rinaldo si spalancarono le porte dell’inferno, e non in senso figurato: «Ho avuto il diavolo in casa. Non mi lavavo più, fumavo 180 sigarette al giorno. Per dieci anni ho vissuto dentro una Citroën col mio Kill, un pastore tedesco. Stavo per suicidarmi».

Lo ha salvato l’incontro con i santi di cui oggi porta sempre con sé le reliquie: padre Leopoldo Mandic, il carismatico confessore cappuccino morto a Padova nel 1942, e padre Pio. Del primo, il cui corpo venne riesumato intatto a 24 anni dalla sepoltura, conserva in una teca d’argento un lembo di pelle; del secondo, un brandello della pezzuola che teneva sul costato sanguinante: «Me l’ha consegnato fra Modestino da Pietrelcina, che gli medicava le stigmate».
Del Monte vive in un alloggio popolare del Comune alla periferia di Parma. Non ha né stipendi né pensioni: affitto, bollette e alimenti vengono pagati da un benefattore, Licinio Zecca, industriale metallurgico. Ma può contare su una fitta rete di amici, fra cui i calciatori Alberto Gilardino, Daniele Bonera e Alberto Paloschi, l’allenatore del Modena, Luigi Apolloni, e quello della Fiorentina, Cesare Prandelli, che di lui ha detto: «Rinaldo è uno spirito buono, con un’energia incredibile. Quand’ero al Parma, caricava tutti con le sue previsioni».

La descrivevano come il cappellano della squadra locale.
«Calisto Tanzi mi aveva chiesto di togliere le bestemmie ai giocatori. Te non hai idea di che moccoli orribili tiravano».
Era il consigliere spirituale di Tanzi.
«Di Tanzi ero, sono e resterò sempre amico. Prima del crac Parmalat l’ho accompagnato a San Giovanni Rotondo sulla tomba di padre Pio e a Padova su quella di San Leopoldo. Speravo che capisse cosa doveva fare. Ma la megalomania acceca. Il Gesù della Sindone m’è apparso e mi ha detto: “Tu sei la sentinella del Signore”. Che fa una sentinella? Avverte. Avevo esortato Calisto: stai attento, non puoi diventare più grande di Dio».
Non è servito a molto.

«Doveva trovare il coraggio di fallire, fermarsi. Invece è andato avanti perché certi potenti gli avevano fatto promesse che poi non hanno mantenuto. Non ha capito che di potente c’è soltanto Dio. L’uomo non è potente neanche quando va di corpo. “Maledetto il giorno che non t’ho ascoltato”, ha ammesso. È una persona buona. Mai avrebbe derubato la povera gente. Hanno fatto tutto i mercenari e le banche. Che Calisto non è un delinquente sono andato a dirlo anche al giudice Pietro Rogato. Alla fine mi ha stretto la mano: “Lei è l’unico in tutta Parma che non gli ha girato le spalle”».
Com’è diventato amico di Tanzi?
«Gli avevo predetto che il direttore generale di un suo stabilimento in Portogallo non aveva un tumore maligno, come ipotizzavano i medici, bensì benigno. Un giorno l’ho incontrato in aeroporto e mi ha chiesto: “Perché non canti più?”. Gli ho raccontato la mia odissea. “Ti aiuto io”. Mi ha fatto incidere Mamma di Beniamino Gigli in italiano e in francese».

La racconti anche a me, quest’odissea.
«La donna che amavo da 11 anni mi lasciò. I genitori, ricchissimi, non mi reputavano alla sua altezza. Nel 1968 la mia carriera di cantante, appena iniziata, era già finita. Scrivevo i brani senza aver studiato musica: li suonavo al pianoforte, registravo e portavo la cassetta a talenti come Tullio De Piscopo, che mi mettevano le note sul pentagramma. Ciò nonostante ogni domenica l’applausometro m’incoronava vincitore a Settevoci. Finché un sabato mi dissero: “Domani te perdi. Poi ti faremo fare altre cose, sta’ tranquillo”».
Campa cavallo.

«Cominciai a conoscere il mondo schifoso della musica leggera. Avevo venduto mezzo milione di dischi, mi spettavano 25 milioni di diritti d’autore, oggi sarebbero 400.000 euro: non vidi mai una lira. Se volevi sfondare, dovevi pagare. Mi classificai primo nelle prove eliminatorie per la Gondola d’argento a Venezia. La sera dopo mi presero in disparte: “O sganci 5 milioni o sei fuori”. Walter Chiari mi difese: “Ma se è il più bravo!”. Dissi all’impresario: te morirai. Dopo un anno morì».
Tragica consolazione.

«Mi mandarono a casa d’un noto autore di Milano, che aveva promesso di scritturarmi per 12 puntate televisive con Ornella Vanoni. Non sapevo che fosse finocchio. Mi mise una mano sul grillo, io gli tirai uno sleppone e corsi via disgustato. Fu la mia condanna a morte. Porte chiuse ovunque. Mi ammalai. All’ospedale di Parma lavorava il professor Guido Lucarelli, grande ematologo, padre del conduttore di Blu notte. Scosse la testa: “Non ti posso curare con le medicine. Ti hanno fatto troppo male. Ci vuole un miracolo”. Pesavo 40 chili. Dieci anni di sofferenze a mente lucida, senza prendere una pillola, roba che al confronto un tumore fa ridere, scelgo subito quello, piuttosto».
Come ha fatto a uscirne?

«Un amico mi mandò al santuario della Madonna di Fatima di San Vittorino, fuori Roma. Subito entrò in me un’energia meravigliosa. Cominciarono ad accadermi cose inaudite: sotto la pioggia non mi bagnavo; un ristoratore mi offrì il pranzo e alla fine mi consegnò pure una busta con dentro un milione di lire; percorsi 40 chilometri in auto con Victor Poletti, l’attore felliniano di E la nave va, senza una goccia di benzina nel serbatoio; i trigliceridi, ormai a 1.000, in una notte mi scesero a 86. Da allora sono 33 anni che non perdo una messa domenicale».
E sente le «voci», guarisce le persone...

«Io non guarisco proprio nessuno. È il Signore che guarisce. Ho litigato col primario ateo che aveva dato due mesi di vita a un bidello di Novara, fratello di Giuseppe Fiaccabrino, un ingegnere aeronautico che si occupava dei jet della flotta privata di Tanzi. “Cirrosi epatica fulminante”, aveva diagnosticato. Ho messo un santino di San Leopoldo sotto il cuscino del letto d’ospedale. Era solo un’aderenza intestinale. Ora sta benone». (Chiama al telefono Fiaccabrino e me lo passa: il professionista confessa la sua incredulità di non praticante ma conferma i fatti). «A Luigi Apolloni, quando giocava nel Parma, i medici di New York avevano riscontrato una cosa molto brutta a un tendine. L’energia del buon Dio che gli ho inviato da casa mia l’ha guarito. Lo stesso con un ciclomotorista in coma dopo un incidente. Ho appoggiato la reliquia ex corpore del mio San Leopoldino sul sistema tv a circuito chiuso, perché non potevo entrare in rianimazione. Il ragazzo s’è svegliato e ha fatto uno sbadiglio».

Ma delle sue visioni catastrofiche non esistono prove testimoniali.
«Ti sbagli. Rio de Janeiro, 1986. Sono su un Dc-10 della Varig diretto in Italia pronto al decollo. Sento una voce che mi dice: “Blocca l’aereo o morirete tutti”. Urlo: spegnete i motori! Gli altri passeggeri inveiscono: “Ma è pazzo?”. Arriva un pistolino alto così: era il comandante. “Prenda una di queste pillole e si calmi. I miei strumenti dicono che è tutto in ordine”. Due steward mi brancano e mi rimettono a sedere.

Vedo il mio corpo che brucia, tagliato in quattro pezzi. Tiro fuori la reliquia di San Leopoldo e lo imploro: non mi credono, fermali tu. Il Dc-10 comincia a prendere velocità. Quando ormai sta per staccarsi dal suolo, frena bruscamente. Voce del comandante: “Abbiamo un problema al motore sinistro”. Tutti giù. Il pistolino mi viene incontro: “All’ultimo minuto s’è accesa una spia in cabina. Ma lei chi è?”. Gli do un’immaginetta di San Leopoldino. La bacia. “Caso o non caso, la terrò sempre con me”».
Come faccio a rintracciare tutti i passeggeri e l’equipaggio dell’aereo?

«Guarda che la notizia uscì sulla Domenica del Corriere. Non devo dimostrare niente a nessuno. Comunque puoi chiedere all’ospedale di Parma di quella volta che arrivai con una lesione dell’aorta. Tanzi aveva già dato ordine di portarmi in America col suo jet per farmi operare. Ma il medico di guardia fu risoluto: “Preparatelo, domani va sotto i ferri per primo”. Durante la notte vidi padre Leopoldo a fianco del letto col suo bastone. M’accarezzava la testa. Mi strappai l’ago dal braccio e scappai dalla terapia intensiva. Mai più visto il chirurgo. Sull’aorta i radiologi ora notano qualcosa, come un rammendo».
Non sarà stato facile convincere gli emiliani che questi fatti soprannaturali le sono accaduti.
«Il comunismo è la fabbrica dell’ignoranza. E l’ignoranza è peggio della bomba atomica: un proiettile senza traiettoria».
Come devo prendere le sue profezie?

«Prendile come vuoi. L’aborto è la spada di Damocle sospesa sul capo dell’umanità. Decidere chi deve nascere e chi deve morire: il peggior abominio. La Cina che ha già ammazzato 160 milioni di bambine sarà devastata da un terremoto al cui confronto quello del Sichuan fu niente. Siamo solo all’antipasto, il pranzo deve ancora arrivare». (Questa intervista è stata raccolta il 7 aprile. Il 14 aprile la provincia cinese del Qinghai è stata colpita da un sisma di grado 7,1 della scala Richter che ha provocato 2.046 morti, 13.000 feriti e 193 dispersi. L’indomani Del Monte mi ha spedito il seguente Sms: «Ce ne sarà uno che passerà il valore 10, questo pianeta è malvagio», 10 è la massima magnitudo della scala Richter). «Dio non è un’associazione a delinquere, scrivilo bene in grande. I disastri che faranno il mare e il sole sono inimmaginabili».

Ma lei quanti anni ha?
«Lascia stare, ché canto ancora, non sono mica meno bravo di Zucchero e degli altri demoni che hanno rovinato milioni di giovani». (Ne ha compiuti 64 a febbraio).
Credevo che fosse molto amico di Zucchero.
«Venne a chiedermi aiuto agli esordi. Gli pronosticai: avrai successo, il primo che arriva aiuterà l’altro. L’hai più visto te?».

Poteva aver successo anche lei.
«Ero a Parigi in casa del grande discografico Eddie Barclay, il produttore di Jacques Brel. Non credeva ai suoi orecchi: “Senti che voce, Jacques”. E Brel: “Stupenda! Prendilo subito”. Ma il manager che era con me mise il veto. Barclay si stizzì: “Allora quella è la porta”. Si vede che il mio destino era un altro».
(495. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Cronista denudata e perquisita dai carabinieri

di Redazione

Tensione fra gli investigatori. Giornalista di "Libero" interrogata su mandato dei pm dopo la pubblicazione dei verbali di Bertolaso.

Ascoltato anche un reporter del "Fatto Quotidiano"


Può capitare di finire nudi per aver pubblicato una notizia. È successo a Roberta Catania, cronista di giudiziaria di Libero, che ieri ha riportato sul suo quotidiano stralci del verbale di interrogatorio di Guido Bertolaso, che è passato in procura a Perugia lo scorso 12 aprile. Spogliata per «colpa» di un decreto di perquisizione «personale e locale» firmato dai pm che si occupano dell’inchiesta sugli appalti per le grandi opere, ed eseguito in maniera a dir poco zelante dai carabinieri. Come sia successo lo racconta lei: «Ero un po’ stranita, non me lo aspettavo. Un carabiniere donna mi ha chiesto di seguirla in bagno, nella mia stanza d’albergo, e mentre i colleghi controllavano il mio computer portatile mi ha domandato di spogliarmi. Cosa che ho fatto in parte. Ma lei mi ha chiesto di togliermi tutto».

Manco a dirlo, non c’erano carte riservate occultate nella biancheria intima della collega di Libero, che si è così potuta rivestire, assistendo al resto della perquisizione per poi essere interrogata dal pm perugino Sergio Sottani. Né Roberta Catania né Antonio Massari, giornalista del Fatto quotidiano, perquisito per lo stesso motivo (ma al quale nessuno ha chiesto di mostrare le proprie grazie) risultano comunque indagati nell’inchiesta per fuga di notizie, che è «contro ignoti». E, per la verità, è la stessa cronista di Libero a rimarcare la «assoluta correttezza» degli investigatori.
«Hanno fatto il loro dovere. E mi sono dovuta spogliare solo davanti a una donna», spiega. «Ero davanti alla procura di Perugia, non lontano dall’hotel, e stavo lavorando. Ho incontrato lì i carabinieri, che mi hanno chiesto conto del verbale di Bertolaso.

Ho avvertito il mio avvocato, poi mi hanno accompagnato in camera, hanno perquisito i miei bagagli e frugato tra ritagli di giornali, sempre alla presenza del legale. Non mi hanno sequestrato niente di niente, solo copiato il contenuto del mio hard disk e qualche fax, oltre a controllare sul mio telefono le chiamate in entrata e in uscita e le immagini. E prima di incontrare il pm, siamo passati anche dal parcheggio, dove hanno perquisito pure la mia auto». Sia la giornalista di Libero che il cronista del Fatto quotidiano si sono avvalsi del diritto di tutela della propria fonte.

Si ripete così la storia di questi mesi. I giornali pubblicano stralci di atti coperti dal segreto istruttorio. I magistrati si indignano e inviano le forze dell’ordine a fare la voce grossa. Tutti, in qualche modo, sembrano interpretare una parte in commedia. L’unico nodo che resta irrisolto è come facciano ad arrivare nelle redazioni dei giornali i fogli che dovrebbero restare in procura. Forse negli ambienti giudiziari dovrebbero guardarsi allo specchio. La novità questa volta è lo spogliarello imposto alla cronista. Era davvero necessario?


Case vip, la Finanza finisce sotto accusa

di Massimo Malpica

I pm di Perugia convocano le Fiamme Gialle: qualcosa non torna su come è stata condotta l’inchiesta sui grandi appalti e sulla diffusione della "lista Anemone".

È caccia al tesoro della cricca: rogatorie per i conti esteri di funzionari e politici


Roma


Parte la caccia al tesoro della «cricca», mentre c’è aria di tempesta sugli uomini della Guardia di finanza che hanno lavorato all’inchiesta. Da un lato, dunque, è in arrivo una rogatoria «firmata» dalle toghe umbre e toscane per rintracciare i soldi che imprenditori e funzionari pubblici potrebbero aver nascosto all’estero. E dall’altra Perugia e Roma vogliono chiarire come mai nel 2008, quando la Finanza svolse accertamenti sulle società di Anemone e sulla compravendita di alcune case, gli esiti di quel lavoro investigativo rimasero nel cassetto. Insomma, per dirla in breve, come mai la lista delle «case blu» è finita sui giornali prima che in procura. E perché proprio adesso?

Quanto al fronte estero, già in marzo la procura di Firenze aveva chiesto tramite l’Uif (unità di informazione finanziaria) della Banca d’Italia accertamenti sui conti di indagati e protagonisti dell’inchiesta sui grandi eventi. Accertamenti che avevano rivelato l’esistenza di conti all’estero riferibili ad Angelo Balducci e Claudio Rinaldi (due dei quali chiusi a gennaio con lo scudo fiscale). Ora i magistrati che indagano sulla «cricca» affilano le armi e si affidano a una rogatoria.
Un atto congiunto, firmato dai pm di Perugia e Firenze, spedito all’autorità giudiziaria del Lussemburgo. Obiettivo, accertare esistenza e consistenza di conti correnti, cassette di sicurezza, depositi bancari o fiduciari e beni di qualsiasi genere riferibili a quindici indagati, a un presunto prestanome (don Evaldo Biasini) e a nove società del gruppo Anemone.

E una volta scovati, i magistrati fiorentini e perugini chiedono ai loro omologhi lussemburghesi copia di tutta la documentazione su beni o attività bancaria, oltre a sollecitare l’immediato blocco di quei conti. In pratica si dà seguito alla replica del sostituto procuratore del Lussemburgo, Guy Breistroff, che nella sua risposta ai magistrati della procura di Firenze, arrivata attraverso l’Uif lo scorso 19 marzo, aveva spiegato: «Siamo disposti a bloccare i conti se ci farete arrivare richiesta di rogatoria in Lussemburgo». La richiesta ora c’è. E riguarda i funzionari Angelo Balducci, Claudio Rinaldi, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola, gli imprenditori Diego Anemone, Francesco De Vito Piscicelli, Roberto Bartolomei e Valerio Carducci, gli avvocati Guido Cerruti ed Edgardo Azzopardi, il coordinatore del Pdl Denis Verdini, l’architetto Marco Casamonti, il magistrato Achille Toro e suo figlio Camillo, il commercialista Stefano Gazzani.

Si chiedono accertamenti anche per «don Bancomat», don Biasini, l’economo della Congregazione del Preziosissimo Sangue, indicato come «prestanome per grandi somme di denaro che provengono da indagati». Sul fronte societario, si chiede invece di fare le pulci ad Anemone costruzioni, Tecnocos, Redim 2002, Alpi, Amp, Tecnowood, Cogecal, Medea e Spes. Sia a Perugia che a Firenze si punta su accertamenti bancari e finanziari all’estero della «cricca», e si accenna a «legami con la criminalità organizzata». Un lavoro parallelo a quello avviato sul fronte interno: un migliaio di rapporti bancari, centinaia di conti correnti da passare al setaccio per ricostruire il network finanziario, le cointeressenze e i flussi di denaro riferibili ai protagonisti dell’inchiesta.

Dati da incrociare con le ormai celebri compravendite di appartamenti in favore di inquilini eccellenti, e con la enigmatica lista lavori sequestrata nel 2008 nel pc del fratello di Diego Anemone.
Proprio su questo filone è prossimo un confronto tra gli inquirenti e i vertici della Guardia di finanza. Su molti aspetti i magistrati di Perugia e quelli di Roma vogliono dei chiarimenti dalle fiamme gialle. Al centro c’è proprio l’attività di verifica che portò al sequestro dell’elenco di nomi e indirizzi ad Anemone, e a interrogare sempre nel 2008 l’architetto Zampolini per quei versamenti di somme ingenti accompagnati da emissione di assegni circolari, che poi sarebbero stati utilizzati per comprare le case, tra gli altri, al generale della Gdf «prestato» all’Aisi Pittorru. La pratica si chiuse senza ulteriori accertamenti, senza ascoltare i proprietari delle case a cui gli assegni erano intestati, senza convocare il notaio Gianluca Napoleone che aveva registrato quegli atti. Salvo «approfondirsi» in tempi recenti, dopo che l’inchiesta sugli appalti di G8 e dintorni era ormai disvelata.

Due giorni fa il procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, ha ricordato in una nota di non aver mai saputo nulla di quella lista sequestrata nell’ottobre 2008. Nella capitale qualcuno avrebbe addirittura caldeggiato un’inchiesta per chiarire l’eventuale esistenza di «coperture in divisa» da parte degli indagati. E non è un caso che i pm perugini, interrogando il commercialista di Anemone e Balducci, Stefano Gazzani, gli abbiano chiesto conto di eventuali pressioni effettuate su uomini delle fiamme gialle proprio in occasione di una visita fiscale in una società del giovane imprenditore di Grottaferrata.
Proprio la Gdf dovrebbe avere un ruolo non secondario in questa fase delle indagini, incentrata sui riscontri bancari. Così a Perugia nei prossimi giorni si farà il punto sulle indagini. E si valuterà se, eventualmente, affiancare nel lavoro degli inquirenti della Gdf anche investigatori di altre forze dell’ordine.




Io, statale a 1.400 euro: perché paghiamo sempre noi?»

Corriere della Sera


Il caso - Massimo Fiorentino, da 23 anni alle Finanze. L’irritazione del dipendente pubblico: se tutti devono fare la loro parte si inizi da manager e parlamentari

ROMA


Massimo Fiorentino dice di ritenersi «fortunato». Ha una bella famiglia, il posto fisso e la casa di proprietà, a Ostia. Lavora alle Finanze, ora Agenzia delle Dogane, dal 1987. Stipendio: 1.400 euro netti al mese, più o meno come sua moglie, dipendente statale al pari del signor Fiorentino. Ottocento euro al mese se ne vanno per il mutuo, altri 350 per la scuola materna del figlio. E quello che resta in famiglia, ammette lui, è pur sempre più di quello che guadagna «un operaio cassintegrato». Per non parlare poi di chi il lavoro nemmeno ce l’ha.

Ma lui, dipendente statale per destino dall’età di 21 anni («facevo l’apprendista odontotecnico, mio padre era morto e non potevo stare con le mani in mano: così ho fatto il concorso e sono entrato alle Finanze») non si rassegna all’idea che adesso per colpa della crisi la sua paga debba finire nel congelatore: «E’ semplicemente allucinante. Ogni governo si accanisce sempre contro di noi. Come se i dipendenti pubblici, gli statali, fossero la peste del Paese. Noi siamo la peste, mentre tutto il resto è produttivo. Chi ci crede a questa favola?».

Favola o realtà, dopo la crisi partita dalla Grecia la spesa pubblica è sotto attacco in tutta Europa. Tagli alle pensioni, licenziamenti, giri di vite agli stipendi. Perfino la Spagna del socialista José Luis Zapatero ha chiesto ai suoi statali lacrime e sangue. «Già, ma non capisco perché a pagare dobbiamo essere sempre noi», ribatte Fiorentino. «C’è chi ci accusa di essere fannulloni? Il professor Renato Brunetta sta cavalcando un’onda molto popolare, sapendo che pure nel privato ci sono sacche di improduttività. E che se in certe amministrazioni si produce poco, magari è responsabilità dei dirigenti.

Senza considerare che questo lavoro spesso è senza sbocchi, privo di prospettive: fai l’impiegato a vita, e pian piano le motivazioni vengono meno. Dicono che siamo privilegiati? Certamente qui è più difficile essere licenziati. Ma chi dice che siamo tutti dei nababbi, beh, si sbaglia di grosso». Vero. Resta il fatto che negli ultimi sei-sette anni, facendo il calcolo sui dati dell’Aran, le retribuzioni del pubblico impiego, grazie ad alcuni rinnovi contrattuali particolarmente generosi, sono salite in termini reali tre volte più di quelle dei dipendenti privati. Fiorentino sgrana gli occhi: «Pensi che invece ho la sensazione che la mia busta paga sia diminuita. Dopo 23 anni guadagno 1.400 euro netti al mese, e parliamo di 23 anni. Glielo dico di nuovo, non mi posso certo lamentare. Ma mi limito a far presente che nel 1987, quando sono entrato nella pubblica amministrazione, avevo uno stipendio di un milione 100 mila lire. Faccia un po’ il conto…». Facciamolo, questo conto.

Secondo le tabelle dell’Istat il milione 100 mila lire del 1987 corrisponde a circa 1.200 euro di oggi. «Appunto. Soltanto che allora ero single. E poi», dice Fiorentino, «nessuno fa il conto di come davvero si è alzato il costo della vita. Abbiamo due stipendi, sì, ma c’è il mutuo della casa da pagare, l’asilo privato perché resti fuori dalle graduatorie… Non escludo che ci sia chi sta peggio di me, ma intanto la scuola va pagata. Lavoriamo tutti e il figlio da solo a casa non si può lasciare. Ma torniamo agli aumenti favolosi che avremmo avuto. Lo sa che non abbiamo ancora ricevuto l’adeguamento contrattuale?

Ci hanno dato 8 euro al mese di indennità di vacanza contrattuale, un insulto». Non è forse giusto che quando c’è da tirare la cinghia tutti debbano fare la loro parte? Soprattutto quelli che sono, come gli statali, se non i più ricchi sicuramente i più garantiti? «Giustissimo, ma tutti significa tutti», si indigna l’impiegato delle Dogane. «A noi 8 euro al mese, mentre sento dire che i dirigenti pubblici hanno avuto 600 euro. E se tutti devono fare la loro parte, perché non si comincia dagli stipendi stratosferici dei manager pubblici, oppure dai parlamentari? Perché non si comincia dagli sprechi veri, che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dovrebbe essere ben in grado di individuare? Quante auto blu inutili paghiamo? Quanti enti inutili manteniamo?».

Fiorentino è un fiume in piena: «Perché non si fa una vera battaglia contro il sommerso? L’evasione fiscale non è mai stata combattuta veramente. Quando ti dicono che un terzo dell’economia è in nero e poi vedi tanta gente così che circola con macchinoni da 100 mila euro, ti viene da pensare: forse c’è qualcuno che glieli regala. Altrimenti come si spiega? Boh.. Io ho una Fiat Multipla comprata usata e pagata a rate, fino all’ultimo euro. E posso assicurare che nessuno mi ha comprato casa a mia insaputa… Come posso assicurare che non riesco a risparmiare nemmeno un euro. Ma per me va bene così. Il problema è che cosa offriamo ai nostri figli, che dovranno crescere, studiare, fare l’università, imparare le lingue… Che cosa gli offriamo?».

Sergio Rizzo
16 maggio 2010


La gente sviene al museo della mafia, scatta divieto ai minori

Il Secolo xix

Nel filmato ci sono le immagini di diversi omicidi di mafia, ma anche l’uccisione di capi di bestiame. Il sangue scorre a fiumi. Proprio come in un film dell’orrore, ma qui non ci sono trucchi. È tutto vero. E qualcuno, nel vedere le immagini si è sentito male. Una donna di 40 anni e una studentessa hanno accusato svenimenti e sono state soccorse. Niente di grave, ma da ieri, il sindaco di Salemi ha deciso di mettere il `bollino rosso´ davanti a due delle 10 cabine del museo della mafia intitolato a Leonardo Sciascia e inaugurato pochi giorni fa dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Salemi (Trapani) dove Sgarbi fa il sindaco.

Video

«Effettivamente le immagini che scorrono in una delle due cabine `incriminate´ sono per stomaci forti -dice Sgarbi - ecco perché ho pensato che per almeno due delle 10 cabine del museo sia meglio limitare l’accesso, o ai minori di 16 anni oppure a coloro che non riescono a sopportare certe immagini. Insomma, una sorta di `bollino rosso´, come quelli che utilizza la tv quando ci sono immagini che non sono indicate per i più piccoli».

Ma cosa c’è di così terribile nelle immagini delle due cabine? «Abbiamo deciso di mettere in una delle cabine dedicate agli `ammazzamenti´ della mafia le immagini e le fotografie, in sequenza continua, di omicidi degli anni passati. Ma in questi giorni due persone si sono sentite male. Nell’altra cabina, quella dedicata al `pizzo´ di Cosa nostra, c’è proprio un effetto sensoriale. Chi entra sente l’odore di bruciato, molto forte, che viene emesso quando c’è un attentato intimidatorio. «Anche qui -spiega Sgarbi- si tratta di un odore molto forte, che può colpire».

Il sindaco di Salemi, critico d’arte ha quindi ribadito che «nei prossimi giorni decideremo che tipo di avviso mettere per far sapere alle persone che arrivano che entrare in quelle due cabine, sulle 10 del museo, potrebbe sentirsi male. Cosa che è accaduta».

Non si conoscono ancora i dati dei primi visitatori da martedì ad oggi, dal giorno dell’inaugurazione del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, che è stato accompagnato, con la signora Clio, in tutto il percorso del museo Sciascia. «Purtroppo è stata una visita molto breve -dice Sgarbi- per vedere bene il museo della mafia occorrono almeno tre ore, e anche più». Le cabine misurano un metro quadro ciascuna.

Intanto, nei prossimi giorni, Sgarbi dovrebbe presentarsi al Tribunale di Marsala dove, il gip ha emesso un provvedimento con il quale ordina al sindaco di Salemi di rimuovere la foto della prima pagina del giornale `L’Ora´ del 1984 in cui sono ritratti i cugini esattori Ignazio e Nino Salvo il giorno in cui sono stati arrestati. E’ una di quelle che si vedono in questo video.

A chiedere la rimozione era stata la vedova di Nino Salvo. «Me ne frego -dice oggi Sgarbi- io la foto continuo ad esporla nonostante il provvedimento del tribunale, secondo me non c’è alcuna violazione». La foto dei Salvo è uno dei 300 documenti che sono esposti nel museo della mafia sui pannelli in cui viene ripercorsa la storia di Cosa nostra degli ultimi trent’anni. «La gestione del museo -dice ancora Sgarbi- è davvero difficoltosa. Adesso vedremo a chi affidare la gestione».



Curato con la chemioterapia, ma il cancro non c'era. Fa causa alla sanità regionale

Corriere della Sera
Cinque anni d'inferno e il lavoro perso, finché i medici non non hanno accertato che erano solo angiomi

iL caso a Macerata

Curato con la chemioterapia, ma il cancro non c'era. Fa causa alla sanità regionale


MACERATA - Nel 2003 gli era stato diagnosticato un cancro al fegato, ma dopo anni di cure ha scoperto di essere stato vittima di un errore diagnostico e ha denunciato le strutture sanitarie. È la storia di malasanità vissuta da Emilio Moretti, 52 anni, di Monte San Giusto (Macerata). Cinque anni d'inferno, tra chemioterapia e lavoro perso, finché nel 2008 un radiologo gli ha dato qualche barlume di speranza e altri medici hanno accertato che quelli che credeva neoplasie epatiche erano solo angiomi.

Moretti si è rivolto alla magistratura per avere giustizia dall'Asur, l'azienda sanitaria unica regionale. Non ce l'ha con i medici, ma «questi errori non debbono accadere più». E chiede un risarcimento per le sofferenze psicologiche e le difficoltà economiche subite. Una situazione difficilissima che ha toccato anche le persone più care, comprese due figlie cresciute con lo spettro della malattia. E le difficoltà economiche non sono finite, perchè la causa con l'Asur non è ancora giunta alla fine (fonte Ansa).


15 maggio 2010



Io, ex bersagliere, ospiterò in Galleria il 3˚ Reggimento»

Corriere della Sera

Dodici caffè accoglieranno i fanti. Festa fino a domenica. Chiari, titolare dello Zucca: «Ricordi e orgoglio». Sabato sera le fanfare sui battelli fino alla Darsena


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MILANO 


L’aperitivo del raduno è un rabarbaro, l’amarcord più dolce: «Io ho fatto parte del Terzo, il più milanese e il più decorato. Sono orgoglioso di ospitare "in casa" il mio Reggimento». Orlando Chiari è il titolare dello Zucca in Galleria, ha affisso in vetrina la coccarda col motto maiora viribus audere perché qui accoglierà i suoi commilitoni, gli ex del Terzo in arrivo al 58esimo raduno nazionale. Chiari ha 76 anni e un pezzo di vita militare da raccontare: «Ho fatto il soldato nel 1995, diciotto mesi di naja nella sezione sportiva, sollevamento pesi per la Pro Patria. Che dire di più, ne sono orgoglioso». Il Bar Zucca è uno dei dodici «Punti cremisi» scelti dall’Associazione nazionale bersaglieri «per consentire ai vecchi amici di incontrarsi». Sono locali pubblici, ristoranti, librerie del centro, dal Bar Mercanti allo Spizzico di piazza Duomo, dal Caffè Motta al Visconteo: ad ogni insegna è associato un reggimento, non ci si può sbagliare. Il Biffi del direttore Gianni Valazza, per dire, aspetta il Settimo bersaglieri e il Decimo battaglione Bezzecca: «Ho ancora qualche amico nel Settimo, spero di ritrovarlo». Buona fortuna.

Corso Venezia e piazza Duomo hanno un cielo di tricolori sospesi, molti negozi hanno vestito le vetrine con divise e mostrine, Peck ha scolpito fanti di cioccolato bianco. Nella sede dell’Associazione nazionale bersaglieri, giovedì, sono state ore convulse di preparativi:a metà pomeriggio s’è presentato un pensionato di 86 anni, ha chiesto una bandiera da esporre alla finestra, «sono un ex bersagliere anch’io, voglio partecipare in qualche modo, ma sono anziano, non so se potrò venire alla sfilata». È sufficiente così.


La festa è iniziata venerdì, con l’arrivo del medagliere nazionale a Palazzo Marino (ore 10), l’alzabandiera in piazza Duomo e la deposizione d’una corona d’alloro al monumento al Verziere (dalle 11.30). Alle 15 le prime fanfare sugli autobus scoperti: hanno suonato per i cittadini, nelle strade. Alle 20.30, concerto al Teatro Dal Verme (ingresso libero, fino a esaurimento posti).

L’invasione dei centomila è pronta a correre sulle note di settanta fanfare, fino alla sfilata di domenica (ore 10, da Porta Venezia a piazza Duomo). È un’invasione di terra e dall’acqua, con l’esercitazione al Castello Sforzesco (sabato, ore 15), il viaggio delle fanfare sui Navigli e l’approdo dei battelli in Darsena (sabato, ore 16), fino ai concerti in 15 piazze storiche (ore 21.30) e all’inno nazionale in piazza Duomo (ore 23.45). L’Unione del commercio ha stimato un incasso turistico di circa 50 milioni di euro, ed è un calcolo per difetto: il patriottismo è anche business.


L’altra mattina, allo Zucca, s’è presentato un volontario dell’Associazione nazionale bersaglieri, il caporal maggiore Sergio Fonzo. Ha chiesto: «C’è il titolare? Vorrei chiedergli la possibilità d’istituire qui un "Punto cremisi" di raccolta». È uscito l’Orlando: «Chi è lei?». Sergio Fonzo. «Fonzo? Ma ti ricordi di me?». Fonzo e Chiari si conobbero al Centro addestramento reclute di Nocera Inferiore, provincia di Salerno. Le loro strade si diverso presto, quando Chiari fu assegnato al Terzo reggimento di stanza alla Caserma Passalacqua di Novara. Si sono ritrovati in Galleria: «Ci beviamo un rabarbaro?». Salute.

Armando Stella
14 maggio 2010(ultima modifica: 15 maggio 2010)



Caso Bertolaso, interrogati due giornalisti

Corriere della Sera
Roberta Catania di «Libero» e Antonio Massari del «Fatto».
I cronisti: «Trattati con il massimo rispetto»


I cronisti Roberta Catania di Libero e Antonio Massari de Il Fatto Quotidiano sono stati interrogati e perquisiti sabato dalla procura di Perugia dopo la pubblicazione sui due quotidiani di stralci dei verbali dell'interrogatorio del capo della Protezione civile Guido Bertolaso dello scorso sei aprile davanti ai pm Sergio Sottani e Alessia Tavernesi.
La procura, secondo quanto si apprende, sta procedendo contro ignoti per violazione del segreto istruttorio. A Roberta Catania, che ha raccontato di essere stata fatta denudare nel corso della perquisizione, è stata anche copiata la memoria del computer. Non è stato comunque sequestrato materiale ai due giornalisti.

La Catania e massari sono stati anche sentiti come persone informate dei fatti dalla procura di Perugia nell'ambito del fascicolo a carico di ignoti aperto dopo la pubblicazione di stralci dell' interrogatorio di Guido Bertolaso. Operazioni che - si sottolinea in ambienti investigativi - si sono svolte nel pieno rispetto della procedura. La perquisizione personale della Catania è stata eseguita da un carabiniere donna in un locale riservato. «La giornalista - ha spiegato il suo legale, l'avvocato Marco Brusco - è stata sentita come persona informata dei fatti e si è avvalsa del segreto professionale. Ha solo ribadito il suo diritto a fare la giornalista e quindi a informare».

I due giornalisti, in una nota sottolineano comunque che «l'intervento è avvenuto nel massimo rispetto, da parte degli inquirenti, delle persone perquisite». Roberta Catania è stata invitata a denudarsi, da una donna carabiniere, ma «anche in questo caso con massima cautela e rispetto. Nulla da eccepire, quindi, al metodo adottato dagli inquirenti che stavano espletando il proprio lavoro, esattamente come i cronisti». (Ansa)


15 maggio 2010