sabato 15 maggio 2010

A8, piovono tondini di ferro "Lanciati dal campo nomadi" Colpito pullman, autista ferito

Quotidianonet

E' avvenuto al chilometro uno della Milano-Varese.
Ventiquattro ore prima un episodio analogo sempre nella stessa zona





Milano, 15 maggio 2010

Un pullman che transitava sull’autostrada A8 Milano-Varese è stato colpito da tondini di ferro. Una persona è rimasta ferita in modo lieve: si tratta dell'autista del mezzo. In un primo momento sembrava che si trattasse di un lancio di sassi.L’episodio è avvenuto al chilometro uno in direzione Varese. Sul posto gli operatori del 118 di Milano.

L’autista è rimasto ferito a una gamba ed è stato medicato sul posto. Il traffico è stato interrotto per consentire la rimozione dei tondini scagliati sulla carreggiata.

I tondini di ferro sono stati lanciati all’altezza di un campo nomadi. Secondo il 118 si tratta dello stesso punto di ieri sera, quando per il lancio di oggetti dal campo nomadi adiacente, l’autostrada era stata chiusa.

Non usa mezzi termini il vice sindaco di Milano, Riccardo De Corato, che parla di lanci di oggetti "dal campo di via Monte Bisbino". "Questo pomeriggio la Polizia stradale - sostiene - ha chiuso lo svincolo autostradale in direzione di Varese a causa di un nuovo lancio di pietre dal campo nomadi abusivo. È il secondo episodio che si registra nell’arco di 24 ore. Fatti che impongono un forte e efficace intervento delle Forze dell’Ordine per porre fine a una situazione che è al di fuori di ogni regola".

"Non si può tollerare - accusa - che i soggetti che vivono in questo insediamento abusivo, lanciando pietre, mettano a repentaglio la sicurezza dei tanti automobilisti che quotidianamente percorrono l’autostrada. Creando poi disagi alla circolazione a causa della chiusura temporanea dei tratti interessati. È necessario pertanto disattivare nel più breve tempo possibile questa situazione. Oggi l’autista è rimasto lievemente ferito. Ma la prossima volta le conseguenze potrebbero essere ancora più pesanti".



La Camera degli sprechi 400mila euro di agende

Il Tempo

Le spese folli di Montecitorio tra manutenzione degli orologi e monitoraggio delle aree fumatori.

Quasi 50 milioni solo per l'affitto degli immobili: un terzo della spesa totale.


Una ghigliottina davanti alla Camera dei Duputati: tagliare gli  spechi Caffè e ristoranti. Ma anche la manutenzione dei dissuasori (le colonnine che impediscondo l'accesso nelle aree vicine al Parlamento). E ancora auto a noleggio, benzina e lubrificanti. Oltre alla manutenzione delle aree per i fumatori. Piccoli lussi e privilegi sui quali i responsabili del bilancio della Camera sono già intervenuti concretizzando un risparmio di 28 milioni nel 2009 ma sui quali a ben vedere si può ancora lavorare. Si parte dagli affitti. Sono diverse le voci relative alle locazioni, tra le quali spiccano i 46,5 milioni per la locazione dei quattro Palazzi Marini. A questi vanno aggiunti più di due milioni tra l'affitto di via Uffici del Vicario e quello dei depositi di Castelnuovo di Porto.

Molti i capitoli relativi al parco moto e auto. La voce relativa ai posti auto e moto costa alla Camera 1 milione e 600 mila euro. Ai quali vanno aggiunti 557 mila euro di «noleggio a lungo termine auto» (anche con conducente, per 200 mila euro); 110 mila euro di carburanti e lubrificanti o ancora 21 mila euro per la «manutenzione dei dissuasori». Forse le buone forchette sono soddisfatte ma il conto per far mangiare dipendenti e parlamentari è abbastanza salato. La voce relativa ai ristoranti e alle mense di Montecitorio è di oltre 6 milioni e mezzo di euro. Presente anche il fondo per il servizio di catering: 150 mila euro. Mentre 70 mila euro vanno alla «fornitura di macchine da caffè e materiali di consumo». Oltre mezzo milione di euro se ne va per la fornitura delle divise e delle camicie dei commessi e per il servizio di lavanderia (20.000 euro). Non solo. L'Istituto Superiore di Sanità prende 48 mila euro per controllare la funzionalità e l'adeguatezza normativa delle aree attrezzate per fumatori della Camera. Anche le lancette costano care. Per far funzionare il «parco orologi», una collezione di apparecchi antichi e nuovi, Montecitorio spende 23.600 euro. Solo per la voce «corsi di lingua straniera per deputati» sono stanziati 300 mila euro.

Per il controllo dei plichi destinati alla Camera, Montecitorio paga alle Poste Italiane 37.184 euro. Quasi settecentomila euro vanno via tra la fornitura di agende e agendine (400 mila euro) e la «somministrazione di cartoncini, carte e buste personalizzate» (292 mila). Altri 163 mila euro vanno via per la «fornitura di prodotti per piccole pulizie e materiale di consumo in carta e cartone».

Quasi 180 mila euro vengono spesi dalla Camera per l'assistenza per la conduzione in Aula del sistema elettronico di voto. Per trasmettere le sedute della Camera vengono pagati 395 mila euro alla Rai way Spa. Solo per le consulenze la Camera spende 595.983 mila euro. Guardando alle previsioni di spesa per il 2010, non cresce quella per le indennità dei deputati (costano 94.540.000 euro) come conseguenza della decisione di bloccarne l0aumento. Restano invariate anche le pensioni per gli ex deputati, ma crollano del 33,33% i rimborsi di viaggio per gli ex inquilini di Montecitorio: dopo il «taglio» dei benefit (biglietti ferroviari, Telepass e plafond di biglietti aerei) nel 2010 si prevede una spesa di 800 mila euro a fronte del milione e duecentomila per il 2009. Cresce invece la spesa per gli stipendi (+1,61%, costeranno 237.850.000 euro) e per le pensioni (+3,43%, 197.200.000 euro) del personale.

Filippo Caleri

15/05/2010



Bangkok, ultimatum ai manifestanti Scontri in centro: almeno 8 morti

Corriere della Sera
Gli Usa evacuano l'ambasciata.
L'esercito assedia l'accampamento delle camicie rosse




BANGKOK - La situazione diventa di ora in ora più tesa nel centro del Bangkok, dove vanno avanti da tre giorni gli scontri tra i militari e le camicie rosse durante i quali hanno perso la vita 24 persone (almeno 8 soltanto nell'ultima giornata). Tra i morti non vi sono stranieri. Circa 200, finora, i feriti; tra loro tre giornalisti stranieri, il più grave è un canadese che lavora per France 24, Nelson Rand, colpito da tre proiettili. Nelle ultime ore, altre truppe sono arrivate a rinforzare la presenza dei militari in preparazione di quello che si teme sia una sorta di «resa dei conti» con i manifestanti anti-governativi, ormai cinti in assedio. Un assedio che sta lasciando senza cibo l'accampamento che le camicie rosse hanno istituito da due mesi nel centro finanziario della capitale thailandese. «C'è un piano per evacuare il quartiere di Ratchaprasong se l'occupazione non finirà» è l'ultimatum lanciato da un portavoce dell'esercito, anche se non è stato ancora stabilito quando dare inizio all'operazione. I manifestanti si difendono anche con armi improvvisate come mazze e fionde, e rischiano la vita per recuperare i corpi dei compagni caduti sotto il fuoco dei militari.

Gli scontri a Bangkok/2

AMBASCIATE CHIUSE - La Farnesina ha sconsigliato ai cittadini italiani di recarsi a Bangkok. Dopo la chiusura delle ambasciate statunitense e britannica, ha chiuso i battenti anche la sede diplomatica canadese, stretta tra le zone in cui si sono verificati gli scontri più gravi, vicino al parco Lumphini. Gli Stati Uniti hanno evacuato lo staff «non essenziale» dell'ambasciata nel Paese asiatico e ha esortato i cittadini americani a non viaggiare in Thailandia.

LA MARCIA - Nella giornata di sabato, circa 2.000 manifestanti si sono radunati sulla strada principale che porta alla maggiore area commerciale di Bangkok, a Klong Toey, a circa due chilometri dall'area presidiata dall'esercito. Le camicie rosse dell'opposizione hanno incendiato pneumatici e lanciato bottiglie incendiarie, mentre i soldati hanno risposto sparando in aria per cercare di disperdere i dimostranti.

Video

IL PREMIER IN TV - Il premier tailandese, Abhisit Vejjajiva, ha dichiarato alla tv nazionale che l’esercito sta cercando di «riportare l'ordine nella capitale con il minor numero di vittime», per il bene del Paese. Nel suo intervento alla tv, il primo ministro ha invitato i manifestanti a interrompere le proteste, che vanno avanti ormai dallo scorso marzo, ribadendo che il problema - a suo avviso - è che alcuni «terroristi» si sono infiltrati tra le camicie rosse. Kwanchai Praipana, uno dei leader dei manifestanti, aveva in precedenza rilanciato la sfida al governo: «Continueremo a combattere», aveva dichiarato, chiedendo a Vejjajiva di dimettersi e di assumersi la responsabilità della più grave crisi politica della Thailandia degli ultimi 18 anni.

Redazione online
15 maggio 2010



Diabete, “striscette” in farmacie private: malati contenti e 24 milioni risparmiati

Il Messaggero

Il primo bilancio di Federfarma dopo sei mesi di sperimentazione della distribuzione diretta

  
di Marco Giovannelli

ROMA (15 maggio) - Sei mesi di sperimentazione e ora c’è il primo bilancio sulla distribuzione diretta nelle farmacie private delle “striscette” per i diabetici. «L’aspetto economico è senza dubbio positivo con un risparmio di 24 milioni di euro, 4 al mese - dice Franco Caprino, presidente di Federfarma Lazio - e siamo soddisfatti anche per poter dare un servizio in più ai malati. Questa è la nostra risposta al deficit sanitario e per una sanità sempre più vicina i cittadini».

Le striscette servono per la misurazione quotidiana della glicemia e quindi per il dosaggio dell’insulina. In farmacia ora si possono avere il reflettometro (lo strumento per la misurazione), le striscette e l’insulina. Una scatola striscette costa in media 40 euro e contiene sempre in media 50 pezzi. Il diabetico di tipo 1 (insulino dipendente) effettua 6-8 controlli al giorno. Il diabetico tipo 2 (soprattutto per cattivi stili di vita) invece controlla la glicemia 1-2 volte al giorno. Con la distribuzione nelle farmacie c’è un risparmio di tempo, denaro e miglior di qualità della vita per il paziente, grazie al controllo sulle prescrizioni e un sistema di consegna del materiale più semplice. Il paziente non deve più recarsi nelle Asl in orari prestabiliti (quasi sempre la mattina) per ritirare i presìdi. Con l’accordo sottoscritto sei mesi fa da Caprino e dall’allora commissario governativo su deficit Elio Guzzanti, gran parte della gestione burocratica del paziente diabetico è passato alle farmacie private anche attraverso un portale internet di monitoraggio sia nella fase di prescrizione che in quella di erogazione del materiale.

«Senza dubbio è meglio la farmacia perché è sempre aperta e ha sempre tutto il necessario - commenta Maria Rita Luzzitelli, vice presidente dell’Adig Lazio, associazione diabete infantile e giovanile -. I servizi farmaceutici delle Asl spesso non hanno il materiale o ne viene consegnato solo una parte. In questi casi, prima della distribuzione diretta, bisognava tornare dal medico curante, farsi fare la ricetta, andare alla Asl per l’autorizzazione e rivolgersi a una farmacia privata. Questa attuale è una grande semplificazione».

La nuova procedura di controllo della spesa messa a disposizione delle farmacie del Lazio ha consentito di certificare esattamente i diabetici che hanno diritto alle striscette. «Il sistema di monitoraggio, a costo zero per la Regione Lazio, non solo controlla la spesa già sostenuta ma permette di valutare in modo corretto e attendibile anche quella futura, con l’inserimento dei piani prescrittivi di cura - aggiunge Caprino -. Non solo, la responsabilità del farmacista nel gestire i piani terapeutici e i controlli hanno permesso di verificare che i pazienti diabetici sono sensibilmente ridotti. Con questo non vogliamo dire che c’erano imbroglioni che sono miracolosamente guariti ma che i controlli hanno permesso di evitare gli sprechi».

Sul fronte della spesa sanitaria, il dato di Federfarma è confortante. «I risparmi sulla spesa a fine anno potrebbero superare i 50 milioni di euro dal momento che nei primi sei mesi siamo arrivati a 24 milioni - aggiunge Caprino -. Ora è lecito chiedersi: se prima venivano effettuati i controlli e in che modo questi venivano compiuti? I dati confermerebbero che la distribuzione diretta da parte di alcune Asl non garantiva monitoraggi, né appropriatezza prescrittiva ed era, secondo noi, completamente fuori controllo».



Inchiesta appalti, cronisti in Procura per pubblicazione verbali Bertolaso

Il Messaggero

Bondi: «Esposto sui giornali in modo incivile e diffamante»
Bindi: peggio di Tangentopoli, allora si rubava per il partito


 

ROMA (15 maggio) - I cronisti Roberta Catania di Libero e Antonio Massari de Il Fatto Quotidiano sono stati interrogati e perquisiti oggi dalla procura di Perugia dopo la pubblicazione sui due quotidiani di
stralci dei verbali dell'interrogatorio del capo della Protezione civile Guido Bertolaso dello scorso sei aprile davanti ai pm Sergio Sottani e Alessia Tavernesi. La procura, secondo quanto si apprende, sta procedendo contro ignoti per violazione del segreto istruttorio. A Roberta Catania, che ha raccontato di essere stata fatta denudare nel corso della perquisizione, è stata anche copiata la memoria del computer. Non è stato comunque sequestrato materiale ai due giornalisti.

Il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, chiamato in causa nell'ambito delle inchieste sugli appalti per e grndi opere delle procure di Perugia e Firenze per via delle nomine per i lavori di ristrutturazionedel museo degli Uffizi, intanto reagisce e minaccia querele.

«Leggo anche oggi sulle pagine di un quotidiano il mio nome associato a inchieste in corso, di cui non ho alcuna notizia, con tanto di riferimenti a supposte informative della Guardia di Finanza», ha affermato Bondi in una nota. «Sono esposto in questo modo - ha proseguito Bondi - da circa una settimana, e chissà quanto ancora continuerà questo incivile e violento trattamento, ad ogni genere di supposizioni, di sospetti e di diffamazioni. Ho affidato perciò al mio avvocato, Alberto Genovese, l'incarico di agire in tutte le sedi e nei confronti di qualunque soggetto abbia concorso e concorra a ledere la mia onorabilità e la mia onestà personale».

«L'esercizio puramente diffamatorio di alcuni giornali nei confronti di Sandro Bondi dà il segno di una campagna in corso nella quale uno dei rischi è che gli autentici colpevoli si fanno schermo degli innocenti». Così Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl. «È il caso di questa campagna contro Bondi - spiega - ed è anche il caso della cosiddetta lista Anemone, finora ignorata dalle procure di Roma e di Firenze, però, evidentemente, ben conosciuta da qualche settore della polizia giudiziaria, che l'ha tirata fuori passandola non ai magistrati ma ai giornali. Anche in questo caso pochi colpevoli si fanno schermo dei molti clienti che hanno regolarmente pagato i servizi ricevuti».

«Mi sono proprio rotto le scatole di questo linciaggio», ha detto intanto il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli sull'inchiesta sugli appalti per le grandi opere della procura di Perugia che ha coinvolto l'imprenditore Diego Anemone. «Non ho case degli enti - ha aggiunto - non ho mai fatto nulla contro la legge in vita mia. Non mi aspetto che succeda nulla perché‚ su di me non può esserci nulla».

Il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni afferma invece che «la corruzione è un fenomeno contagioso, se non si fa nulla dilaga. Per questo va stroncata in maniera esemplare». «Il governo - ha detto il ministro in una intervista a Repubblica riferendosi al ddl anticorruzione che il Parlamento sta discutendo in questi giorni - deve dare segnali chiari. Il provvedimento va rafforzato e approvato immediatamente. Ci vogliono pene più dure per i colletti bianchi e i politici corrotti vanno colpiti più degli altri». «Il Pdl eviti che la legalità sia appannaggio Lega nel centrodestra e dell'Idv nel centrosinistra», ha aggiunto il vicepresidente dei deputati del Pdl Italo Bocchino.

«La situazione che sta emergendo dall'inchiesta di Perugia penso sia peggio di Tangentopoli»,
ha detto Rosy Bindi, presidente del Pd, ai microfoni di Cnr-media. «Almeno allora - ha spiegato Rosy Bindi - qualcuno rubava per i partiti, mentre oggi si ruba per arricchirsi personalmente o per i propri amici e per la propria famiglia».

«E ora di dire basta. Questa cricca vada a casa e si torni a votare. Ormai è chiaro a tutti che la corruzione è un modus vivendi di questo governo. Cappellacci e Bertolaso si dimettano immediatamente affinchè possano spiegare la loro posizione davanti ai giudici. Non è più tollerabile, infatti, che il capo della Protezione civile continui a occupare il suo posto». Lo afferma in una nota il portavoce nazionale dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando.




Il discount del mattone per la casta Auto blu: privilegi in tripla fila

Il Tempo

Affitti e vendite di case a prezzi stracciati per i potenti.
Dopo Scajola e la lista Anemone gli italiani si ribellano.
Una vettura di rappresentanza ogni cento abitanti, 20  volte di più degli Usa.

Ci siamo. La misura è colma. Da adesso in poi le mele marce verranno allontanate dall'albero, qualunque esso sia. In un Paese che tutto perdona e tanto dimentica c'è una cosa su cui nessuno può permettersi di scherzare: la casa. Quella comprata dall'ormai ex ministro Scajola di fronte al Colosseo, grazie all'aiuto di un benefattore nell'ombra, ha aperto una breccia pericolosa. La «lista Anemone» ha fatto il resto. Adesso gli italiani temono che mentre loro faticano per comprarne una dopo anni di lavoro o per non perderla a causa della crisi o del caro affitti, ci sia qualcuno a cui un appartamento viene regalato o ristrutturato a poco - troppo poco - in cambio di chissà quali favori. E allora vogliono sapere. È vero che alcuni uomini di potere hanno comprato o rimesso a posto casa con gli sconti? Se di Scajola, Bertolaso e altri clienti di Anemone ci diranno gli inquirenti di Perugia, ci sono altre storie che non bisogna dimenticare.

Era il 1996 quando Il Giornale di Vittorio Feltri lanciò la campagna «affittopoli», e da allora tante volte gli organi di stampa hanno cercato di raccontare la disparità di trattamento che spesso esiste tra uomini di potere e comuni mortali quando si tratta di immobili. Ha un ruolo quasi simbolico in questo racconto il palazzo Inpdai di via Velletri a Roma. Siamo a due passi da Villa Borghese, a cinque minuti da piazza Barberini. Il padre di Walter Veltroni, dirigente Rai, ottenne un appartamento in affitto nello stabile negli anni Cinquanta. L'ex leader del Pd - che ancora vive lì - nel '95, travolto dalle polemiche chiese che gli fosse aumentato il canone. Nel 2005, però, la moglie Flavia Prisco acquistò l'appartamento al primo piano, da 190 metri quadri, per 373 mila euro grazie alle agevolazioni previste dall'ente. Ha fatto un affare simile negli anni '90 Pier Ferdinando Casini con la moglie di allora Roberta Lubich. Comprarono un'intera palazzina nel quartiere Trieste grazie al meccanismo degli sconti collettivi. La famiglia Mastella, ha invece beneficiato nel 2004 degli ottimi prezzi cocessi da Initium, società di Pirelli e Generali, per comprare ben cinque appartamenti (per un totale di 26 vani) su Lungotevere Flaminio a poco più di un milione di euro. Sempre nel 2004 la stessa società ha concesso diritto di prelazione e sconto anche all'ex ministro Mario Baccini (15 vani alla Balduina per 875 mila euro).

Nel 2003 sono bastati 327 mila euro a Luciano Violante e consorte per aggiudicarsi 70 metri quadrati coperti più due terrazzette (ex Ina) sui Fori Imperiali. Nel 2005 è stato il segretario della Cisl Raffaele Bonanni a fare il colpaccio: otto vani in zona piazza Mancini per poco più di 200 mila euro avendo comprato un appartamento dell'Inps. Finiti sui giornali per affari troppo ghiotti anche l'ex presidente della Camera Franco Marini, il senatore Udc Francesco Pionati, il vicepresidente del Csm Nicola Mancino e la figlia Chiara - presenti, peraltro, anche nella «lista Anemone». A politici, dirigenti sindacali, giornalisti, insomma, non piace solo parlare di «emergenza casa». Loro alla casa - la propria - ci tengono davvero, al punto da mandare a quel paese in diretta tv chi fa domande scomode. L'importante è che si trovi in zone incantevoli, sia bella grande e - soprattutto - non costi troppo. E allora, forse, ancora una volta avevano ragione gli italiani: meglio dimenticare.


Nadia Pietrafitta

15/05/2010



Lite tra vicini per volume tv finisce a colpi di mazza e spada

Quotidianonet

Due uomini di 24 e 26 anni armati di mazza da baseball e spada giapponese hanno malmenato tre vicini di casa, di via Montecarotto, zona San Basilio a Roma, che avevano chiesto di abbassare il volume troppo alto del televisore

Roma, 15 maggio 2010

I Carabinieri del Nucleo Radiomobile di Roma sono intervenuti nella tarda serata di ieri, presso un condominio di via Montecarotto, zona San Basilio, a causa di una violenta lite, nel corso della quale una donna di 28 anni e due uomini di 31 e 34 anni sono stati aggrediti da due vicini.

La donna ha bussato alla porta dei vicini per chiedere di abbassare il volume della televisione. Violenta è stata subito la reazione dei due occupanti dell’appartamento "rumoroso". Due uomini di 24 e 26 anni hanno da subito minacciato con una mazza da baseball ed una spada ornamentale giapponese la vicina.

L’arrivo del convivente della donna, un algerino di 31 anni, e di un altro inquilino, ha aggravato la situazione: il vicino, armato di mazza da baseball, ha cominciato a colpire i tre che avevano osato lamentarsi. Solo l’arrivo dei Carabinieri, chiamati al 112, ha evitato il peggio. I militari sono riusciti a bloccare l’aggressore arrestandolo per lesioni personali aggravate. Il 23enne è stato denunciato per minacce e possesso ingiustificato di armi.

L’algerino, convivente della donna che si era recata dai due per lamentarsi, per i colpi presi con la mazza da baseball è stato ricoverato presso il Sandro Pertini dove si trova tuttora in prognosi riservata. L’uomo ha infatti riportate delle gravi fratture, mentre, la sua donna e l’altro condomino hanno riportato lievi lesioni. A seguito dell’intervento i Carabinieri del Nucleo Radiomobile hanno sequestrato 4 spade e la mazza da baseball.



Cassazione: di fronte a certe multe bisogna rassegnarsi

Quotidianonet

La Suprema Corte spiega come in alcuni casi, anche se il vigile non ha fatto la contestazione immediata, certe multe vanno pagate e basta, come se si parla al cellulare o se si guida il motorino senza casco o ancora l'autovelox

Roma, 15 maggio 2010

Quando la multa deve essere pagata. Ci sono multe, di fronte alle quali, dice la Cassazione, non c’è via di scampo. Anche se il vigile non ha fatto la contestazione immediata vanno pagate e basta. Se si parla al cellulare, ad esempio, non c’è bisogno che l’agente fermi il traffico per procedere alla contestazione lì per lì. In proposito, infatti, la Suprema Corte spiega che "la prova del possibile errore di percezione da parte dell’agente non può essere fondata su una valutazione presuntiva in ordine alla distanza" del vigile.

Stesso discorso vale per chi viene sorpreso alla guida di un motociclo senza casco protettivo. A nulla può servire difendersi dicendo che il vigile può avere visto male. "È infatti ben possibile - spiegano gli ‘ermellini' nella sentenza 11656 della Seconda sezione civile - che agenti verbalizzanti impegnati nelle formalità di altra contestazione riescano a individuare un motociclista senza casco ed annotare la targa del veicolo senza riuscire a intercettarlo tempestaivamente per contestargli l’infrazione nell’immediatezza del fatto".

Nessuno scampo nemmeno se la multa viene inflitta senza contestazione immediata dall’ autovelox. Anche se il tratto di strada non è ricompreso tra quelli individuati da un’ordinanza del Prefetto e la violazione non è contestata immediatamente, spiega la Cassazione, è valido il verbale di accertamento di un’infrazione rilevata mediante autovelox se l’apparecchiatura in uso consente la verifica del superamento del limite di velocità solo dopo il transito del veicolo ed è gestita direttamente dagli agenti verbalizzanti.

Può anche capitare che il vigile, a furia di multare, finisca i fogli del verbale o li dimentichi altrove. L’automobilista colto in flagrante ha poco da gioire. Basta la voce del ‘pizzardone' per convalidare la multa. "La contestazione - non lascia margini la Cassazione - deve ritenersi immediatamente avvenuta, anche se la consegna del verbale (per validi motivi) non segua nello stesso contesto di tempo, allorquando il contravventore sia stato fermato ed il pubblico ufficiale gli abbia indicato la violazione commessa e lo abbia posto in grado di formulare le proprie osservazioni".

Ma una multa senza verbale non lede il diritto di difesa? ha provato ad obiettare qualcuno. Nessuna violazione o limitazione al diritto di difesa da parte dell’automobilista, hanno spiegato i supremi giudici, deriva "dalla mancata immediata redazione del verbale della già avvenuta contestazione". Il verbale può anche essere notificato all’interessato/a con l’espressa precisazione che gli agenti accertatori non avevano potuto redigere apposito verbale al momento della contestazione delle infrazioni "per mancanza di formulario a seguito".

L’unica consolazione che sembra rimanere all’automobilista è di poter mandare a quel paese il vigile severo. L’insulto, però, avverte la Cassazione, è ammesso solo nel caso in cui "la multa sia stata fatta ad un automobilista che abbia contingenze prioritarie che prevalgano su ogni altra esigenza".



Vignette Maometto, incendiata in Svezia la casa dell'autore

Quotidianonet

Lars Vilks non si trovava in casa al momento del rogo doloso. Era già stato vittima di un'aggressione pochi giorni fa e un gruppo legato ad Al Qaeda ha offerto 100.000 dollari per la sua morte

Stoccolma, 15 maggio2010

La casa di Lars Vilks, autore di una caricatura che raffigura il profeta Maometto con un corpo di cane, è stata presa di mira da un incendio doloso tra venerdì e sabato. Lo hanno reso noto la polizia e lo stesso vignettista svedese, che non era in casa al momento dell’incendio.

“Dovrò abitare altrove per un po’ di tempo, penso che sia ragionevole”, ha detto. “Potrei stare nella casa il giorno, ma non potrei certamente dormirci”. Bottiglie di vetro piene di benzina sono state trovate all’interno della casa, ha annunciato la polizia svedese, che ha aperto un’indagine per incendio doloso. “I danni sono relativamente superficiali, una parte della facciata è annerita e alcuni vetri sono stati infranti. Il fuoco si è estinto da solo”, ha dichiarato Sofie Oesterheim, un portavoce della polizia della contea di Scanie, dove risiede Lars Vilks.

Malgrado le minacce di cui è stato oggetto, Lars Vilks non ha mai traslocato dalla sua casa di Hoeganas, una piccola città del sudovest della Svezia, né fa mistero del suo luogo di residenza.

Vilks era già stato vittima di un’aggressione martedì all’università di Uppsala, a nord di Stoccolma. Durante una conferenza che teneva nei locali della facoltà, un uomo gli aveva sferrato una testata, mentre molte persone cercavano di aggredirlo e gridavano slogan ostili.

Un gruppo legato ad al Qaida aveva offerto 100mila dollari per uccidere il caricaturista e lo scorso marzo, la polizia irlandese ha annunciato l’arresto di sette musulmani, sospettati di essere implicati in un complotto per assassinarlo.

Il quotidiano regionale Nerikes Allehanda aveva pubblicato la vignetta satirica di Lars Vilks il 18 agosto 2007, per illustrare in un editoriale l’importanza della libertà di espressione, scatenando una polemica in Svezia e all’estero.
 



Marika Fruscio, “incidente” durante Diretta Stadio

Il Secolo xix

Qualche giorno fa, “incidente” durante la trasmissione tv Diretta Stadio per Marika Fruscio, nota al pubblico per essere stata fra le “corteggiatrici” di Uomini e Donne, il programma di Maria De Filippi.
Durante un momento concitato, complice una scollatura generosa, la Fruscio ha distratto per qualche minuto dalle partite il conduttore, gli ospiti e i telespettatori.

Video

Napoli, torna ai Girolamini la reliquia di Santa Barbara protettrice dei pompieri

Il Mattino

NAPOLI (15 maggio) - Accompagnata dal picchetto d’onore dei Vigili del Fuoco è arrivata oggi a Napoli una reliquia di Santa Barbara, custodita nella chiesa dei Girolamini.

Per la loro santa protettrice, i Vigili del Fuoco hanno organizzato una cerimonia d’accoglienza in grande stile con la presenza della banda musicale della sede di Napoli. Nel piazzale della chiesa restaurata e riaperta ai fedeli e ai turisti da pochi mesi schierati questa mattina i camion rossi ad accogliere la reliquia, ma anche il reparto dei sommozzatori e quello che interviene in caso di incidenti chimici e nucleari.
Prima dell’arrivo del picchetto gli uomini in divisa hanno accolto sul sagrato della chiesa gli ospiti e i cittadini.

Napoli, scontro sull'infermiera morta Rabbia e dolore ai funerali

IL Mattino

 

NAPOLI (15 maggio) - Polemiche e proteste il giorno dopo la morte di Mariarca Terracciano, l’infermiera dell’ospedale San Paolo di Napoli che aveva protestato contro i mancati pagamenti togliendosi 150 milligrammi di sangue al giorno. I sindacati vanno all’attacco e preparano un esposto. Infuriati i colleghi: bisognava fermare quella protesta.
La notizia pubblicata dal Mattino sulla morte dell’infermiera si diffonde tra rabbia e sconforto. Nella notte si è proceduto all’espianto degli organi di Mariarca: donati reni, milza e cornee.

Infermiera morta, folla e dolore ai funerali (NewFotoSud)

Rabbia e dolore ai funerali
. Rabbia e dolore si alternano al funerale di Mariarca Terracciano. Anche la figlia ha voluto essere presente al funerale, stretta in un abbraccio dal padre. Familiari, colleghi, amici: sono tutti ancora increduli, non riescono a spiegarsi il perché della morte della donna. «Non ci sono le istituzioni né i vertici della Asl - ha sottolineato un collega - L'hanno già dimenticata, lasciata sola. Non hanno capito il suo gesto».




Sindone_ durante la II guerra mondiale è stata segretamente nascosta

Libero





Torino non è sempre stata la casa della Santa Sindone. Durante la II guerra mondiale il sacro lenzuolo è stato nascosto per ben sette anni nell'abbazia di Montevergine nei pressi di Avellino. Grazie a ciò si è salvata dai tedeschi che erano interessati alla reliquia. Neanche Mussolini era a conoscenza della vicenda. E neppure il cardinale Fossati, Arcivescovo di Torino, era stato informato della partenza della Sindone dal capoluogo piemontese il 7 settembre del 1939, a qualche mese dall’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania.

A svelarlo è Sergio Boschiero, segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana. La fuga della Sindone, pare sia stata voluta da Vittorio Emanuele III che voleva salvarla dalle bombe e non solo. Era risaputo che Hitler era alla ricerca delle reliquie "famose" come il Santo Graal, la lancia di Longino e l’Arca dell’Alleanza: avrebbe quindi potuto pensare anche alla Sindone. Tutto fu fatto in grande segreto. Solo il re, Papa Pio XII, il Cardinale Segretario di Stato, Luigi Maglione, e Monsignor Giovanni Battista Montini, allora sostituto alla Segreteria di Stato vaticana, sapevano dell’operazione.

«Una ragione plausibile - spiega Boschiero - può essere stata la necessità che il Cardinale, non sapendolo, non avrebbe potuto parlare neanche sotto tortura. Egli sarebbe andato a Montevergine a guerra finita per riportare a Torino la reliquia dopo aver ottenuto il consenso del Re Umberto II. Era indispensabile essendo la Sindone di proprietà di Casa Savoia». Infatti, in una lettera del 10 giugno 1946, solo tre giorni prima della partenza dell’esilio, Umberto II scriveva al Cardinale Fossati dando il consenso che la Sindone "ritrovi il suo pristino collocamento a Torino, nella Cappella che ne reca il nome”.

Inizialmente si pensò a tre diverse sedi per la Sindone: Quirinale, Vaticano oppure l'Abbazia di Montecassino. Ma nessuna di queste sembrò un posto sicuro, come hanno dimostrato anche le vicende storiche. Quindi si optò per il Monastero di Montevergine dove fu tenuta nascosta fino alla fine della guerra in una cappella secondaria. Il Cardinale Fossati giunse a Montevergine per riportare la Sindone a Torino ma, prima di iniziare il viaggio di ritorno in auto fino a Roma e in treno da Roma a Torino, autorizzò una straordinaria ostensione della Sacra Sindone solo per i padri del monastero che l’avevano nascosta e protetta. Nella notte fra il 28 e il 29 ottobre 1946 la Sindone fu aperta per soli dieci minuti.

Fossati in un messaggio indirizzato ai fedeli e al clero della diocesi di Torino, in occasione del ritorno della sacra Reliquia nella sua storica sede, scrisse che “fu saggia cosa l’averla allontanata da Torino, perché se anche rispettata dalle bombe, non sarebbe forse stata rispettata dall’invasore che si affrettò a chiederne notizie”.

«Partirono dal Quirinale due automobili - spiega padre Andrea Davide Cardin dei Benedettini Sublacensi, direttore della  Biblioteca Statale di Montevergine - ma non c'è alcuna documentazione  su dove fossero dirette. Le notizie ci vengono fornite solo da alcuni nostri registri che abbiamo provveduto ad inviare, solo di recente, anche al Quirinale dove, era tale il segreto, che si evitò di lasciare alcuna testimonianza».

Ora, in occasione della ostensione della Sindone, anche l’abbazia di Montevergine vuole celebrare la Sacra Reliquia con una mostra che sarà inaugurata il prossimo 5 giugno: «Abbiamo voluto raccontare attraverso 20 pannelli - spiega padre Andrea Davide Cardin - tutta la storia della Sindone esponendo anche, per la prima volta, tutte le nostre testimonianze».

15/05/2010





Padova. Fa pedinare il padre invalido e lo denuncia: "Non è cieco"

Il Mattino di Padova

Stanco di versare al genitore 300 euro al mese di alimenti ingaggia un detective che fotografa il settantenne mentre passeggia da solo o zappa nell’orto
Condannato dal tribunale civile di Padova a versare sui 300 al mese per contribuire al sostentamento alimentare del padre quasi cieco e dichiarato invalido all’80%, il figlio ha inviato un esposto in Procura «spifferando» che il genitore non è ambliope grave. Ci vede quanto basta per andare a zappare l’orto e fare le sue belle camminate da solo. E il pm Sergio Dini ha aperto un’i nchiesta.

L’ipotesi di reato è quella di truffa ai danni dello Stato e falso. Nei prossimi giorni il magistrato nominerà come suo consulente un medico-legale perché accerti se il padre del querelante è davvero un invalido oppure no. A rendere ancor più intrigante l’intreccio narrativo della storia c’è un fatto singolare: il figlio ha addirittura assoldato un investigatore privato che, fotocamera in mano, ha immortalato l’anziano in varie pose attive, anche quando è intento a zappare la terra o a bighellonare senza l’accompagnatrice-badante. Foto-verità allegate alla denuncia.

La telenovela inizia qualche mese fa, con la pronuncia del tribunale che impone al figlio e alla figlia dell’invalido settantenne l’obbligo di contribuire al suo sostentamento con 300 euro a testa. Entrambi mugugnano, ma nella denuncia non campare la firma della sorella del querelante. E’ suo fratello ad esporsi in prima persona.

A complicare la trama ci si è messo anche Freud, con riferimenti psicanalitici che riportano a quando i loro i genitori si sono separati. Da quel momento i due figli piccoli hanno vissuto anni di carenze affettive, andando inizialmente a vivere con la mamma. Ma poi hanno pure trascorso qualche periodo con il padre, trasferitosi in un’altra città. Sul punto, il figlio non esterna comunque alcuna doglianza.

Gli brucia però sborsare i soldi per il genitore, un falso invalido che, a suo dire, «ci vede più di quanto vuole far credere». E cita come testimone la stessa badante. Come ha scritto il grande poeta francese Baudelaire, è «vero genio chi sa mettere a nettezza la propria infanzia».

Consigliere leghista: "I gay sono culattoni". Scoppia la bufera in Provincia

Il Mattino di Padova

Pietro Giovannoni si lascia scappare l’espressione mentre spiega il suo voto contrario alla mozione sull’omofobia.
Poi si scusa: "Non scherziamo, non avevo nessuna intenzione di offendere"

Proteste in aula

Proteste in aula
«Culattoni e lesbiche». Per amor di eufemismo, un modo un po’ colorito di dipingere il mondo omosessuale. Soprattutto se a farlo è un consigliere provinciale, durante una discussione in aula, il fatto non può passare inosservato. «Non scherziamo, non avevo nessuna intenzione di offendere».

Sembra sereno il giorno dopo Pietro Giovannoni, consigliere della Lega Nord-Liga Veneta (e presidente del consiglio comunale di Vigonza), che si è lasciato scappare l’espressione succitata mentre spiegava il suo voto contrario alla mozione sull’omofobia. «Mi spiace: io parlo spesso a braccio, e negli interventi me piase dir qualche parola in veneto, ecco».

Giovannoni specifica: «Il tono era scherzoso, non volevo suscitare reazioni. Ho amici nel Pd a Vigonza che riderebbero se pensassero che io avessi voluto mancare di rispetto a qualcuno».

Franco Nibale, dell’Idv, ricorda: «Giovannoni ha detto quelle parole senza enfasi. Rimane però una cosa inaccettabile». L’alfiere leghista promette che non riaccadrà: «Eviterò di usare questi termini, era solo un modo di sintetizzare l’universo non eterosessuale. Il mio è lo stile di leghisti come Gobbo, Gentilini: un po’ il nostro modo di parlare».

Giovannoni può contare su un precursore illustre, quel Vittorio Sgarbi che non esitò a dare dei «culattoni raccomandati» al Trio Medusa delle «Iene». Una reprimenda a suo modo «memorabile», ma che non ha di certo sdoganato il termine. Sul fatto che il problema dell’omofobia non sia all’ordine del giorno Giovannoni ricorda come «esiste da sempre una categoria di non eterosessuali, sono completamente accettati: fanno carriera nelle aziende, nelle industrie, nel mondo della cultura, anche alla Rai».

Ma il tema della discriminazione degli omosessuali rimane attuale, come dicono i 15 omicidi e le 71 aggressioni che hanno avuto movente omofobo nel 2009.
(15 maggio 2010)


Pecorella: "Nello scippo del Corriere Angelo Rizzoli fu vittima sacrificale"

di Stefano Lorenzetto

Dopo 26 anni l'editore ottiene l'assoluzione anche dall'avvocato del manager descritto come suo presunto complice: "L'intera vicenda pilotata fin dall'inizio



 
«Angelo Rizzoli fu depredato della sua casa editrice perché fin dall’inizio era stato individuato come la vittima sacrificale. Politica e finanza volevano impossessarsi del gioiello di famiglia, il Corriere della Sera, e alla fine ci sono riusciti. L’infamia più atroce è stata far passare la vittima per un malvivente, una mistificazione che in 26 lunghi anni ha attecchito nell’opinione pubblica, a dispetto delle sentenze».

Dopo aver patito 407 giorni di ingiusta detenzione, l’aggravamento in cella della sclerosi multipla di cui soffre dal 1963, lo scippo della più importante impresa editoriale italiana fondata dal nonno Angelo nel 1909, la morte per crepacuore del padre Andrea, il suicidio della sorella Isabellina che temeva di finire in galera, l’arresto senza motivo del fratello Alberto e dopo aver incassato sei assoluzioni definitive in Cassazione, l’ex imputato a vita Angelo Rizzoli non poteva sperare in un settimo sigillo più importante di questo. A imprimerlo sull’intera vicenda è il professor Gaetano Pecorella, che fu il difensore dell’uomo di fiducia del banchiere Roberto Calvi, il defunto Bruno Tassan Din, entrato in Rizzoli nel 1973 e salito di grado fino a diventare amministratore delegato del gruppo, condannato a 6 anni e 4 mesi per il dissesto della casa editrice e a 14 anni per il crac del Banco Ambrosiano (poi ridotti a 8 anni e 2 mesi in appello con un patteggiamento).

Un parere decisivo, quello dell’avvocato Pecorella, perché nella vulgata che ha resistito per un quarto di secolo Tassan Din è sempre stato indicato come il complice di Rizzoli, tanto da essersi entrambi iscritti, al pari di Calvi, alla P2 di Licio Gelli e Umberto Ortolani. Il disegno criminoso attribuito fin da subito al quintetto Gelli, Ortolani, Calvi, Rizzoli, Tassan Din fu la spoliazione della casa editrice e l’asservimento del più diffuso quotidiano nazionale agli oscuri disegni della loggia massonica. «In realtà si trattò di un quartetto: Rizzoli non c’entrava nulla, anzi ne fece le spese», chiarisce Pecorella. Un quartetto che era nato come un trio, nelle carte processuali ribattezzato Blu, acronimo dei nomi Bruno, Licio e Umberto.

La testimonianza del professor Pecorella, già presidente della commissione Giustizia della Camera, al suo quinto mandato parlamentare, conferisce una prospettiva inedita a una vicenda giudiziaria che si è riaperta con l’atto di citazione depositato lo scorso settembre presso il tribunale civile di Milano da Angelo Rizzoli, rappresentato e difeso dagli avvocati Romano Vaccarella, Fabio Lepri e Achille Saletti. Dopo due rinvii a gennaio e a marzo, il 16 giugno dovrebbe tenersi la prima udienza del processo intentato dall’ex editore contro gli eredi societari della cordata formata da Gemina (Fiat e Mediobanca), Iniziativa Meta (Montedison), Mittel (finanziaria bresciana presieduta da Giovanni Bazoli) e Giovanni Arvedi (imprenditore siderurgico) che nel 1984 rilevò la Rizzoli e il Corriere per un tozzo di pane. Da Intesa Sanpaolo (e cioè da Bazoli, che fu l’artefice dell’operazione di salvataggio nella sua veste di presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, sorto dalle ceneri del vecchio Ambrosiano di Calvi), da Rcs Mediagroup, da Edison, da Mittel e da Arvedi, l’ex editore pretende la «restituzione per equivalente» di quanto gli fu strappato: una somma compresa tra 650 e 724 milioni di euro.

Come divenne difensore di Bruno Tassan Din?
«All’epoca mi occupavo soprattutto di processi politici. Fu un collega civilista a fare il mio nome per l’assistenza della Rizzoli nei procedimenti penali. L’assalto al Corriere cominciò nel marzo 1981, con la perquisizione dell’abitazione di Gelli a Castiglion Fibocchi. Dalle carte sequestrate a Villa Wanda emerse il ruolo di Tassan Din, referente di Calvi e Gelli, nelle vicende del giornale e del Banco Ambrosiano. Quando fu arrestato per il crac dell’istituto di credito, dovetti fare una scelta. Siccome Rizzoli era stato prosciolto in istruttoria, decisi di assumere la difesa dell’imputato finito in carcere, cioè Tassan Din, il quale dava una versione dei fatti in conflitto con quella di Rizzoli».

Che genere di conflitto?
«Risultava che Tassan Din, attraverso una banca svizzera, avesse dirottato su un conto corrente irlandese 30 milioni di dollari usciti dal Banco Ambrosiano. Egli disse che si trattava del corrispettivo per la cessione di un 10,2% di azioni Rizzoli di sua proprietà, avute come premio per meriti gestionali. L’editore, al contrario, sostenne che quel pacchetto apparteneva alla sua Fincoriz, una finanziaria di cui Tassan Din era solo l’amministratore delegato. Il mio cliente esibì un documento dell’avvenuta cessione, ma i giudici non lo ritennero credibile e perciò vi fu la condanna per distrazione di beni del Banco Ambrosiano. Peraltro Rizzoli intentò tre cause contro Tassan Din per dimostrare che il 10,2% era suo e le vinse tutte e tre».

Il 29 aprile 1981 la Centrale Finanziaria di Calvi aveva acquistato il 40% del 90,2% di azioni detenute da Rizzoli e sottoscritto un aumento di capitale. Dunque quei 30 milioni di dollari altro non erano che una parte dei 150 miliardi di lire che il banchiere doveva a Rizzoli e che non arrivarono mai in via Solferino.
«Infatti furono trasferiti sui conti Recioto, Zirka e Telada presso la Rothschild Bank di Zurigo e di lì occultati in paradisi fiscali, come hanno riconosciuto le sentenze favorevoli a Rizzoli pronunciate dalla Cassazione, dalla Suprema Corte d’Irlanda e dalla giustizia elvetica».

Si creò così la voragine nei conti che consentì alla cordata dei «salvatori della patria fra virgolette», come l’ha definita Cesare Romiti che pure ne faceva parte come Fiat, di impossessarsi per appena 9 miliardi di lire di un’azienda che ne valeva, a seconda delle stime, tra i 270 e i 440.
«Io credo che l’intera vicenda sia stata pilotata fin dall’inizio. Prima con l’arresto di Rizzoli e Tassan Din, che si tradusse in una perdita di ruolo per entrambi. Poi con l’incalcolabile danno d’immagine arrecato all’editore. Quindi con un intervento molto pesante delle Fiamme gialle sulla Rizzoli. Infine con la costrizione esercitata dalla magistratura sul legittimo proprietario affinché svendesse il suo 50,2% di azioni alla cordata messa insieme da Bazoli, pena il ritorno in prigione. A beneficiarne fu una parte ben precisa della finanza. Tant’è vero che la più grande banca privata e la più grande casa editrice saltarono insieme. Tutto fu tranne che un evento naturale».

Chi si diede più da fare?
«C’era un enorme interesse da parte delle forze politiche, con in testa il Psi, a impadronirsi della corazzata di via Solferino. La rovina di Rizzoli scaturisce dalle manovre per arrivare al controllo del Corriere. Lo stato di crisi scatenò appetiti formidabili. Non solo quelli dei cosiddetti poteri forti. Anche di illustri sconosciuti. Ricordo che a Tassan Din giungevano tutti i giorni richieste persino da piccoli imprenditori che s’erano convinti di poter partecipare al banchetto. Fu un accerchiamento selvaggio. Non dico che i magistrati non disponessero di elementi per procedere, tuttavia questo rimane un caso da manuale per capire come alcuni processi possano determinare svolte economiche di portata colossale».

I lettori del Corriere sono tuttora convinti che Angelo Rizzoli si fosse iscritto alla P2 in quanto complice di Calvi, Gelli, Tassan Din e Ortolani e che abbia attivamente collaborato con la banda dei quattro nel saccheggiare la casa editrice che porta il suo nome. In realtà le banche statali - l’Icipu di Franco Piga, l’Imi di Giorgio Cappon e l’Italcasse di Giuseppe Arcaini - gli avevano chiuso i rubinetti per ordine della Dc, adirata a causa del mancato licenziamento del direttore Pietro Ottone, che era stato promesso dal padre Andrea ad Amintore Fanfani. Questo costrinse Rizzoli a gettarsi nelle braccia dell’Ambrosiano.
«Da quello che ho capito io, a Rizzoli e a Tassan Din non importava un fico secco della P2. In quel momento Calvi rappresentava per loro l’unico interlocutore disposto a finanziare la casa editrice. Nella partita ebbe un grosso peso Ortolani, personaggio assai vicino al Vaticano. Tant’è vero che i 95 milioni di dollari dell’Ambrosiano, dirottati all’estero anziché essere versati alla Rizzoli, vennero occultati da Gelli, Ortolani e Tassan Din in concorso con Calvi, simulando che si trattasse di un prestito a favore della Bellatrix di Panama, società controllata dallo Ior presieduto da monsignor Paul Marcinkus».

Le risulta che Angelo Rizzoli sia stato convocato nel luglio 1981 dall’allora presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, e dal ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, nell’abitazione romana del senatore Andrea Manzella, a Monte Mario, allo scopo di chiedergli l’immediato allontanamento di Tassan Din e la sua sostituzione col professor Piero Schlesinger?
«Non lo so. Né direttamente né indirettamente. Le manovre per allontanare Tassan Din vi furono. L’avversione di Schlesinger al mio assistito era notoria».

Rizzoli racconta che Calvi in un primo tempo si dichiarò d’accordo nel sostituire il suo pupillo Tassan Din con Schlesinger. Ma l’editore commise un errore madornale: informò di questa decisione il principale azionista dell’Espresso, Carlo Caracciolo, che fece uscire la notizia sul suo quotidiano, La Repubblica. In difesa di Tassan Din insorse il Pci e Calvi fece marcia indietro per paura di inimicarsi «il partito delle Procure».
«Tassan Din era un lavoratore instancabile, cercava appoggi politici ovunque. Per esempio sollecitò, attraverso Bruno Visentini, il sostegno del Pri. È un fatto che la nomina di Alberto Cavallari, direttore gradito alla sinistra, al posto di Franco Di Bella, risultato iscritto alla P2, fu voluta da Tassan Din».

Nell’agosto 1982 il Banco Ambrosiano finisce in liquidazione. Il Nuovo Banco Ambrosiano presieduto da Bazoli nomina proprio Schlesinger presidente della Centrale Finanziaria di Calvi, trovato impiccato due mesi prima sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Schlesinger si muove con l’obiettivo di ottenere il fallimento della casa editrice e l’arresto di Rizzoli e Tassan Din per la sparizione dei fondi destinati all’aumento di capitale del 1981.
«Ma Schlesinger ben sapeva, per averglielo detto lo stesso Calvi, che quei fondi erano scomparsi per opera di Tassan Din, Gelli e Ortolani e che io ero totalmente estraneo all’operazione, come poi dimostreranno con sentenza passata in giudicato i magistrati milanesi che si sono occupati del crac del Banco Ambrosiano», sostiene Rizzoli. «Se quella confidenza di Calvi davvero vi fu, appare evidente che i nuovi acquirenti del Corriere non avrebbero potuto ignorare quanto era a conoscenza di Schlesinger».

Giriamola così: considerato che lei durante Mani pulite ha difeso molti imputati accusati in base al teorema del «non poteva non sapere», ritiene che Agnelli, Bazoli e soci potessero non sapere che Rizzoli era solo la vittima innocente di un raggiro?
«Ripeto: se davvero Schlesinger sapeva, ma io non ho prove in proposito, ritengo che non potessero non sapere anche tutti gli altri. Quello che posso dire con certezza, è che Tassan Din non chiamò mai in causa Rizzoli per il crac dell’Ambrosiano». stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Mantova, picchiata diciottenne turca Il motivo? E' fidanzata con un italiano

di Redazione

Una ragazza di 18 anni residente a Poggio Rusco, nel mantovano, è finita all’ospedale con una prognosi di 25 giorni dopo l’ennesimo episodio di maltrattamento in famiglia: padre e fratello - cittadini turchi regolari in Italia- sono stati arrestati dai carabinieri



 
Mantova - Picchiata dal padre e dal fratello perché ha un fidanzato italiano e perchè non è rispettosa della religione islamica. Una ragazza di 18 anni residente a Poggio Rusco, nel mantovano, è finita all’ospedale con una prognosi di 25 giorni dopo l’ennesimo episodio di maltrattamento in famiglia. Padre e fratello sono stati arrestati ieri dai carabinieri con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali. In manette sono finiti Ahmet Keles, 40 anni e il figlio 26enne Umit, cittadini turchi regolari in Italia.

Dalle indagini è emerso che i due maltrattavano ormai da due anni la figlia minore e la mamma. L’episodio più grave si è verificato il 25 aprile scorso quando padre e fratello si sono scagliati con violenza contro la 18enne, impiegata in un’azienda del posto, provocandole contusioni ed escoriazioni multiple. La ragazza era poi scappata di casa, denunciando i familiari ai carabinieri. Dalle indagini è emerso che in più occasioni, e davanti a testimoni, il padre e il fratello avrebbero minacciato di tagliare la testa alla 18enne perché frequentava amici italiani, aveva un fidanzato italiano e non rispettava i precetti della religione islamica.

A padre e figlio ora in carcere a Mantova, è stata contestata l’aggravante di aver commesso il reato per finalità di discriminazione e di odio etnico, nazionale, razziale e religioso. La ragazza è stata allontanata dalla famiglia e accolta in una comunità protetta.



Polanski, Sarkozy chiede notizie a Berna Nuove accuse di abusi da attrice inglese

Corriere della Sera
Charlotte Lewis, 42 anni: il regista mi ha violentatoquando avevo 16 anni, nella sua casa diParigi

IL REGISTA DETENUTO IN SVIZZERA

Polanski, Sarkozy chiede notizie a Berna
Nuove accuse di abusi da attrice inglese


Charlotte Lewis
Charlotte Lewis
E' Charlotte Lewis, un'attrice inglese di 42 anni, la nuova accusatrice del regista franco-polacco Roman Polanski, detenuto da 42 giorni in Svizzera in attesa di estradizione negli Stati Uniti dai quali era fuggito dopo una condanna per aver drogato e violentato una tredicenne nel 1977. La Lewis sostiene che Polanski avrebbe abusato con la forza di lei a Parigi 26 anni fa, quando aveva 16 anni. Da Berna arriva intanto la notizia che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha telefonato alla «collega» elvetica Doris Leuthard chiedendo informazioni sul caso. Secondo una portavoce del ministero dell'Economia svizzero, la Leuthard ha aggiornato il titolare dell'Eliseo sugli ultimi sviluppi, che vedono la Svizzera in attesa di altre inforomazioni dagli Usa prima di pronunciarsi sull'estradizione.

NUOVE ACCUSE - La nuova accusatrice, Charlotte Lewis, che ha lavorato con Polanski nel film Pirates del 1986, ha sostenuto che il regista la prese con la forza nel 1982. «Ho deciso di rivelare il mio segreto perchè Polanski vuole tornare in America e anche se sono passati molti anni è giusto che paghi per i crimini che ha commesso. Lui sapeva che avevo 16 anni quando ha abusato di me nel suo appartamento di Parigi». L'avvocato della Lewis, Gloria Allend, ha affermato di aver depositato al tribunale di Los Angeles prove evidenti della violenza sessuale. «Non posso dire se sono coinvolte delle droghe e se l'accusa è di stupro - ha detto l'avvocato - ma è stato un avvenimento drammatico che ha cambiato per sempfre la vita della mia assistita». Uno degli avvocati che assistono Polanski, Georges Kiejman, ha annunciato che la Lewis sarà citata in giudizio per calunnia se non ritirerà le sue dichiarazioni.

GLI INTELLETTUALI - Le nuove accuse a Polanski, ha detto il filosofo francese Bernard-Henri Lévy, «non cambiano di uno iota la mia posizione e la mia collera contro i metodi della giustizia californiana». Lévy è stato l'animatore di numerose iniziative a sostegno del regista. La sua posizione è condivisa da molti intellettuali e da personaggi dello spettacolo. Un manifesto di solidarietà, firmato a Cannes da Godard, Varda, Tavernier, Guzman, Puiu, è stato messo online sul sito della rivista «La régle du jeu» di Bernard-Hneri Lévy. Michael Douglas non ha firmerà il manifesto.: «Ammiro infinitamente Roman che conosco ma non credo che come cittadino americano sia il caso di firmare una petizione in favore di qualcuno che ha violato la legge».


15 maggio 2010



Napoli, tombe profanate: choc al cimitero In una nicchia trovati i resti di 7 persone

Il Mattino

La vicenda denunciata da una napoletana residente a Roma
È ancora mistero sull’identità delle salme: scatta l’inchiesta

NAPOLI (15 maggio) - Una macabra vicenda che ha dell’incredibile: la denuncia di una signora napoletana residente a Roma, Lucia Scotellaro, ha condotto i carabinieri alla scoperta dei resti di sette persone in una nicchia appartenente alla famiglia della donna e che avrebbe dovuto contenerne solo due. Il fatto si è verificato nell’Arciconfraternita Santa Maria della Vittoria e San Giuseppe a Chiaia nel cimitero di Poggioreale.

La signora, insospettita per il danneggiamento presentato dalla lapide ne aveva chiesto la sostituzione. All’apertura della tomba la scoperta: oltre del padre e della nonna, ce n’erano altre sette. È mistero sull’identità dei corpi rinvenuti: i registri del cimitero di Napoli non sono ancora informatizzati.

È subito scattata un’inchiesta che potrebbe aprire scenari molto inquietanti sul traffico di tombe a Poggioreale.



Toghe oberate di lavoro: e Ingroia va ai Caraibi

di Anna Maria Greco

Il pm lamenta l’eccessivo numero di fascicoli da smaltire a Palermo poi abbandona i colleghi per un corso di formazione di un mese ai Caraibi.

Il Csm lo ha indicato per il viaggio lo stesso giorno in cui il Consiglio di Stato ne ha bocciato la nomina a procuratore aggiunto



 

Roma

Nella vita di Antonino Ingroia, uno dei pm di punta del pool antimafia di Palermo, il 13 maggio ha portato due notizie: una buona e una cattiva.
Cominciamo da quella cattiva? Il Consiglio di Stato ha cancellato la sua nomina a procuratore aggiunto del capoluogo siciliano, insieme a quelle di altri cinque dei sette complessivi. Le decisioni prese dal Csm nel lontano dicembre 2008, a quanto sembra, erano «anomale» e non rispettavano i criteri di selezione dei candidati. Così, visto che è stato accolto il ricorso di due pm siciliani esclusi, si dovrà ricominciare da capo.

E veniamo a quella buona. Lo stesso giorno in cui si è diffusa la notizia del Consiglio di Stato, a Palazzo de’ Marescialli si è riunito il plenum del Csm che, con una delibera dell’ultimo momento, ha deciso di inviare Ingroia, insieme a un collega, a San Salvador (capitale dell’El Salvador) ai primi di giugno per partecipare a un corso di formazione.

Appena saputo della bocciatura della sua nomina da parte dei giudici amministrativi il pm siciliano ha commentato: «Ciò che auspico è che qualsiasi decisione venga presa, essa si realizzi in tempi brevi. Considerando l’enorme mole di lavoro sulle scrivanie, non possiamo correre il rischio che si subiscano ulteriori rallentamenti».
Ecco. Il corso a San Salvador, organizzato dall’Istituto italo-latino-americano, si articolerà in due fasi di due settimane ciascuna, la prima dal 7 al 18 giugno e la seconda probabilmente dal 20 settembre al 1° ottobre. E sorge spontanea la domanda: possibile che, con l’«enorme mole di lavoro» che ha per contrastare Cosa nostra in Sicilia e con l’intensa attività che svolge sui mass media per contrastare leggi in fieri del governo come la riforma della giustizia, il ddl sulle intercettazioni, quello sul processo breve, Ingroia trovi il tempo di volare in Sudamerica a dar lezioni ai quadri dirigenti salvadoregni di sicurezza, crimine organizzato e prevenzione della violenza?

Pensare che ci doveva tenere molto, visto che inizialmente la commissione competente del Csm, la nona, aveva esaminato attentamente tutte le richieste e aveva scelto al suo posto un altro magistrato siciliano. Il nome di quest’ultimo era già nero su bianco nella delibera arrivata all’assemblea. Ma, proprio in «zona Cesarini», il laico del centrosinistra Umberto Siniscalchi ha presentato un emendamento alla pratica «di particolare urgenza», proponendo la sostituzione. E l’emendamento è passato a larga maggioranza. Del resto il Csm è vicino alle elezioni per il suo rinnovo a luglio, e in questo sprint finale dispensa nomine e incarichi.

Solo qualcuno ha protestato. Come Gian Franco Anedda, membro laico del Pdl, convinto che non fosse proprio il caso in questo momento di indebolire, anche se solo per un periodo, l’attività del pool antimafia. E per un incarico che tanti altri magistrati potevano e volevano assolvere.

A dire il vero, in lista di candidati ce n’erano 36 e la nomina era molto ambita, anche da personaggi con curriculum di tutto rispetto. E adesso, tra gli aspiranti «trombati», qualcuno si chiede quali criteri ha seguito il Csm. Anche perché il rapido blitz al plenum non ha dato il tempo a molti degli stessi consiglieri, di valutare nomi e titoli dei candidati. Ma, evidentemente, il solo nome di Ingroia basta a far scattare tra le toghe il riflesso del consenso condizionato. Come quel dicembre di due anni fa?



Abusi, apertura del vescovo «Dio perdoni i nostri peccati»

Il Secolo xix

Organizzata una veglia di preghiera di perdono “sulle vicende della chiesa savonese”

Una veglia per chiedere perdono «a Dio per il male compiuto» sarà organizzata dal vescovo Lupi in persona. Per fare penitenza «e aprirsi alla speranza».

Dopo la messa -fiaccolata, come gesto spontaneo organizzato da sacerdoti e vittime di abusi legati alla pedofilia, che si sono autoconvocati per domani sera alle ore 20 a Lavagnola, ieri pomeriggio anche la Diocesi, attraverso i suoi massimi vertici -il monsignor vescovo della curia Savona-Noli Vittorio Lupi- ha preso posizione. Ufficialmente.

L’uffico stampa della curia diocesana di Savona-Noli ha annunciato che una veglia presieduta dal vescovo si terrà sabato prossimo, il 22 maggio, alle ore 21 in Cattedrale, in Duomo.

Una presa di posizione ufficiale in cui il vescovo Lupi rompe il silenzio «pubblico» di questi giorni e fa una sorta di autocritica a nome della diocesi, preparando un dialogo con le vittime di abusi e soprattutto con i sacerdoti che si sono schierati a loro difesa. Nei giorni scorsi una missiva vergata da Lupi è stata consegnata ad uno dei grandi accusatori della diocesi sui mancati controlli, don Carlo Rebagliati, ora parroco a Noli, ed ex economo per 15 anni della Curia.

«Le recenti vicende della nostra chiesa locale- scrive monsignor Lupi nella lettera d’invito ai sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, alle aggregazioni laicali, alle confraternite e a tutti i fedeli delle comunità parrocchiali- fanno sentire particolarmente adatte a noi le parole del Papa a Fatima: “Le maggiori sofferenze della Chiesa non vengono dai nemici, ma dal suo interno”. Sono le sofferenze legate alle nostre debolezze, ai nostri peccati, alle nostre divisioni. Anche il peccato può diventare occasione di bene se lo si riconosce come tale, lo si rifiuta e si sa ripartire con nuovo slancio di sincera conversione. E’ quello che vogliamo fare insieme: reagire allo scoraggiamento e scuoterci dal torpore».

Il messaggio del vescovo si conclude «chiedendo perdono a Dio per il male da noi compiuto». La veglia sarà organizzata dall’Ufficio diocesano per la pastorale giovanile insieme ad altre realtà ecclesiali. E nella nota della diocesi redatta da don Carlo Magnano, parroco di Villapiana, e responsabile dell’ufficio stampa diocesano uno scatto di orgoglio misto ad ironia: «Gli organizzatori non temono la “concorrenza” (scritto tra virgolette) della finale della Champions League con l’Inter in campo». Intanto da don Giovanni Lupino è arrivato un plauso all’iniziativa del vescovo che aveva sollecitato nei giorni scorsi da Lavagnola: «Una preghiera in più non fa certo male, sono contento della decisione presa dal vescovo Lupi, noi comunque non rinunceremo alla nostra veglia».



Carabiniere trasferito perché gay Ma il Tar ha deciso di dire di «no»

Il Secolo xix

Il Tar di Genova, con una sentenza pubblicata ieri, ha accolto il ricorso che un carabiniere in servizio presso una stazione del Ponente aveva presentato nel febbraio scorso: per opporsi al trasferimento impostogli dal Comando dei carabinieri a causa della sua omosessualità.

Secondo l’Arma infatti, si legge nella sentenza che riprende l’atto di trasferimento, il suo orientamento sessuale «poteva creare imbarazzo tra i colleghi». Ma sono stati proprio questi ultimi a spiegare come con il militare in questione non vi fossero mai stati né problemi né imbarazzo.
Il Tar ha così annullato il provvedimento e, di conseguenza, lo spostamento. Generato da una segnalazione giunta al Comando, secondo la quale il militare era stato visto in compagnia di un altro ragazzo, in atteggiamenti inequivocabili.

La prima segnalazione su Sussisa

Il Secolo xix


Domenica di metà settembre, primo pomeriggio. Marcello e Francesca hanno scelto la collina di Sori per una passeggiata; con loro il piccolo Alessio, cinque anni. Parcheggiano l’auto sul piazzale di Sussisa. È qui che, mentre si mettono le scarpe da trekking, sentono abbaiare: «Non siamo animalisti, ma vogliamo bene agli animali – raccontano – perciò abbiamo dato un’occhiata. Abbiamo visto tutti quei cani abbaiare, sembravano sofferenti, erano certamente in uno spazio ristretto. E in giro non c’era nessuno». Alessio piange e chiede al papà di far qualcosa per quei poveri animali.

Difficile dire se quel giorno i cani stavano davvero male oppure no. Di certo quando tornano a casa gli escursionisti si collegano a Internet, vanno sul sito dell’Enpa e fanno una segnalazione. Scrivono di avere avuto il dubbio che quel canile improvvisato nella piccola frazione non andasse bene. Poi si firmano e scrivono pure il loro numero di telefono.

Non sanno, naturalmente, che quella loro segnalazione avrebbe messo in moto un percorso che si sarebbe concluso otto mesi più tardi nel modo più tragico possibile: l’uccisione di due guardie zoofile e il suicidio di un cacciatore diventato assassino. Marito e moglie, oggi sono sconvolti: «Abbiamo visto le foto sul Secolo XIX e abbiamo riconosciuto il posto – raccontano – se avessimo saputo che le cose sarebbero andate così, forse non avremmo fatto quella segnalazione. Non si può morire e ancor meno uccidere per una questione del genere». Di più non dicono. Resta la cronistoria di una vicenda iniziata con un atto di civiltà (la segnalazione di cani apparentemente maltrattati) e finita in tragedia.

In questi otto mesi, dopo quella segnalazione, a Sussisa sono per prima arrivati i controlli dell’Enpa. La prima a intervenire era stata Patrizia Bandettini, la volontaria che in diverse occasioni aveva incontrato Renzo Castagnola, il pensionato autore della strage di Sussisa. Ma, intorno all’inizio dell’anno, l’Enpa aveva chiuso il caso. A quel punto della vicenda aveva iniziato a interessarsi un’altra associazione e un’altra guardia zoofila, Paola Quartini, che da era agente della Lipu dopo essere stata a lungo volontaria Enpa.

Non c’è dubbio che senza l’esposto iniziale, la storia di ordinaria follia avrebbe avuto un esito diverso. «Noi siamo intervenuti come facciamo ogni volta che arriva una segnalazione non anonima. In quel caso c’era nome e cognome delle persone, le abbiamo chiamate, ci siamo resi conto che si trattava di una segnalazione seria e non uno scherzo. Così siamo andati a Sori» - racconta Rosanna Zanardi. È Patrizia Bandettini la prima animalista a incontrare Castagnola: «È stato collaborativo, gli abbiamo fatto notare che i cani erano in uno spazio troppo stretto e che avevano bisogni di antiparassitari – racconta – ma non ci sono stati problemi. Lui ha accettato di cambiare il sistema di custodia dei cani. Ha iniziato una profilassi pagata da noi». Passano le settimane, la guardia Enpa fa nuovi controlli e tutto sembra andare per il meglio: «Non a caso non c’è stata alcuna attività giudiziaria e nessuna denuncia. E ovviamente nessuna minaccia. Per questo, a un certo punto, abbiamo diradato e interrotto le nostre visite a Sussisa». Per Enpa, insomma, andava tutto bene.

Ma della segnalazione e dei ripetuti interventi nella frazione sorese viene informata Paola Quartini che decide di intervenire. Fa un primo sopralluogo a Sussisa e si convince che la situazione dei cani è fuori norma. Forse il numero dei cani era aumentato (da otto a dodici), forse Castagnola aveva modificato il suo atteggiamento, forse il rapporto tra cacciatore e guardia zoofila s’incrina per semplici ragioni caratteriale. Arrivano le denunce, le liti. Quartini va dal giudice e si fa autorizzare al sequestro dei cani. Ha paura e il giorno prima della tragedia confida all’ex marito e a un’amica di temere per quell’intervento. Castagnola, sempre stando agli amici, confida di non poterne più di quegli animalisti.



La scure di Calderoli sui politici: tagliamo tutti gli stipendi del 5%

di Antonio Signorini

Roma

Cura anglo-iberica in arrivo per la classe politica italiana. In vista c’è una riduzione degli «stipendi» di parlamentari e ministri che, se avrà un effetto trascurabile sulle casse dello Stato, servirà a dimostrare che i sacrifici toccano a tutti. Ieri l’idea è stata lanciata dal leghista Roberto Calderoli, ma emergeva anche da appelli di provenienza Pdl, come quello del capogruppo Fabrizio Cicchitto. Il ministro per la Semplificazione ha proposto un taglio del 5 per cento agli stipendi di parlamentari e ministri perché è ora «di dare il buon esempio». Stessa cura annunciata dal governo Cameron-Clegg a Londra e, prima, dall’esecutivo spagnolo.

Sicuramente un annuncio a effetto. Ma dietro le parole di Calderoli c’è la sostanza di un piano allo studio del ministro dell’Economia Giulio Tremonti e che la maggioranza ha ben presente. «Questa volta bisogna tagliare davvero la spesa pubblica. In questo quadro bisognerà intervenire anche sui costi della politica comprese le retribuzioni degli eletti da un certo livello in su», spiegava Cicchitto. Tutto il progetto potrebbe valere un miliardo di euro e quindi difficilmente riguarderà solo le indennità degli eletti di Camera, Senato e i ministri.

La lente del ministero dell’Economia è in questi giorni sulla pubblica amministrazione. Molti dei risparmi previsti dalla manovra di giugno vengono da lì. Circa 5 miliardi la cifra complessiva attesa dalle sforbiciate al settore statale. E il sacrificio dei politici appare credibile anche in vista di quelli che il governo potrebbe chiedere ai dipendenti pubblici. Si parla di una moratoria dei contratti del pubblico impiego nel triennio 2010-2012. Ieri si ipotizzava anche un prelievo ai Fondi unici delle amministrazioni che servono a pagare i premi di produttività legati alla contrattazione integrativa. Misura introdotta dal ministro Renato Brunetta. Poi un blocco del turn over e uno slittamento del pagamento delle buonuscite agli statali che vanno in pensione. Probabile, invece, che il governo si limiti al blocco delle finestre per il pensionamento sia dei pubblici sia dei privati. E questo avrebbe un effetto simile.

Tra le indiscrezioni circolate ieri, anche una che riguarda il lavoro privato: il mancato rifinanziamento degli sgravi per il salario variabile, architrave del sostegno pubblico al nuovo modello contrattuale varato da Cisl, Uil, Confsal e Ugl e dalle associazioni delle imprese. Ma quest’ultima misura appare poco credibile, tanto che altre fonti ieri indicavano esattamente il contrario, cioè un rafforzamento delle misure che favoriscono la produttività. Un segnale per dire che dalla crisi si esce tagliando i costi, ma anche producendo di più.

I sacrifici del settore statale potrebbero poi toccare i piani alti con un «congelamento» delle dinamiche salariali di tutto il personale pubblico, compresi gli automatismi dei «non contrattualizzati». In altre parole aumenti congelati per magistrati, professori universitari e altre categorie. Valore del giro di vite: un miliardo.

I dettagli della manovra sono ancora allo studio, ma i tempi sono stretti. È sempre più probabile che venga presentata non più entro giugno, ma già alla fine di questo mese. Rimangono da definire i dettagli di alcuni capitoli, molti dei quali «classici» come le misure sui giochi e la lotta all’evasione (comunque non quantificabile). In vista anche un’altra stretta sui falsi invalidi. Non fa parte della manovra, ma dà il senso dell’indirizzo preso dal governo, la circolare del ministro Giulio Tremonti nella quale striglia gli enti pubblici. Dovevano comunicare al governo come e quanto utilizzano gli uffici, ma non tutti hanno risposto. A chi lo farà la Consip potrà consigliare il migliore e più risparmioso

Appalti per l’eolico in Sardegna Indagato il governatore pdl

Corriere della Sera
Cappellacci intercettato con Verdini e Flavio Carboni, già inquisiti

Procura di Roma - Dal presidente della Regione una nomina sospetta in un’agenzia dell’ente

Appalti per l’eolico in Sardegna Indagato il governatore pdl


Anche il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci, è indagato nell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti dell’energia eolica sull’isola. La stessa per cui sono inquisiti uno dei tre coordinatori del Pdl, Denis Verdini, l’imprenditore già coinvolto in numerose vicende giudiziarie Flavio Carboni, l’ex assessore Pinello Cossu e altre persone.

ROMA

Anche il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci, è indagato nell’inchiesta della Procura di Roma sulla presunta corruzione per l’aggiudicazione degli appalti dell’energia eolica sull’isola. La stessa per cui sono inquisiti uno dei tre coordinatori nazionali del Popolo della Libertà, Denis Verdini, l’imprenditore già coinvolto in numerose vicende giudiziarie (l’ultima l’omicidio del banchiere Roberto Calvi, da cui è stato assolto pochi giorni fa anche in appello) Flavio Carboni, l’ex assessore provinciale Pinello Cossu e altre persone.

Il nome di Cappellacci — figlio di Giuseppe, il commercialista di Silvio Berlusconi per i suoi affari in Sardegna, vincitore delle elezioni dello scorso anno a capo della coalizione di centrodestra — è contenuto in diverse intercettazioni telefoniche tra Carboni, Verdini e altri personaggi, e il governatore s’è lamentato della «deprecabile bufera mediatica» suscitata dai giornali che hanno dato conto di quei colloqui. Poi ha ammesso, in alcune interviste, di aver incontrato Carboni a casa di Verdini, capo del suo partito, e di aver parlato di energie alternative; spiegando però che non c’era spazio per gli interventi immaginati dall’imprenditore. Ma secondo la Procura di Roma e i carabinieri che si occupano dell’indagine, le cose stanno diversamente.

Il principale interesse di Carboni, nel 2009, era la nomina del suo amico Ignazio Farris (oggi anche lui indagato) a direttore generale dell’Arpas, l’Azienda regionale per la protezione dell’ambiente in Sardegna, di competenza della Giunta regionale. «Se non danno quell’incarico a Farris io non organizzo nulla» sarebbe il tenore delle frasi rivolte da Carboni a Verdini e ad altri interlocutori nelle conversazione intercettate. Della scelta da compiere, lo stesso Carboni avrebbe discusso proprio con Cappellacci a casa di Verdini, e il risultato è stata la nomina di Farris al vertice dell’Arpas. Sbloccata la situazione, l’imprenditore (passato alle cronache come «faccendiere», definizione che non ama) avrebbe dato seguito all’operazione: la raccolta di fondi per alcuni milioni di euro presso i titolari di imprese interessate agli appalti dell’energia eolica, transitati sulla banca di cui è presidente lo stesso Verdini, il Credito cooperativo fiorentino. Parte di quelle somme è poi passata sui conti della società Ste, editrice del Giornale della Toscana, a sua volta riferibile a Verdini.

Secondo gli inquirenti il transito sui conti della banca di Verdini doveva servire a mescolare le tracce del denaro e distribuire i soldi a chi doveva «oliare» i meccanismi dei successivi appalti. Compresi Verdini e Carboni. Che hanno già smentito qualunque ipotesi di malaffare, come pure ha fatto Cappellacci prima ancora di sapere che anche lui era indagato. «Sull’eolico le posizioni della Giunta sono chiarissime: no deciso alle pale off-shore e gestione diretta degli impianti a terra da parte della Regione, proprio per evitare i pericoli paventati», ha spiegato il governatore. Ma l’esclusione degli impianti off-shore è arrivata solo nel mese di marzo, e gli investigatori ritengono sospetta la coincidenza tra questa decisione e la notizia di altre inchieste giudiziarie che coinvolgono l’onorevole Verdini, sempre per corruzione.

Gli accertamenti dei carabinieri proseguono con l’analisi dei documenti acquisiti nella banca fiorentina e negli uffici della Regione Sardegna. Ma gli appalti per l’energia eolica costituiscono solo uno dei capitoli dell’indagine, che riguarda anche altre attività di un presunto «gruppo di intervento» che mirava a condizionare e pilotare diverse vicende, attraverso contatti ad alto livello nel mondo politico, giudiziario ed imprenditoriale. Tra gli intercettati durante le conversazioni con Flavio Carboni c’è pure un altro importante esponente del Pdl, il senatore Marcello Dell’Utri, già condannato a nove anni di carcere per concorso in associazione mafiosa e in attesa del giudizio d’appello.

Giovanni Bianconi
15 maggio 2010

L'Italia, il mare e la lotta di Trieste contro il declino

Corriere della Sera > Cultura



L'eterna sensazione di essere periferici rispetto alla patria si incrocia con la nuova crisi del porto. Poche navi e treni, niente voli. E le rivalità di confine


«Trieste nella sua non lunga vita ha avuto soltanto due amori: l’Italia e il mare. Entrambi, dopo un felice avvio, si stanno rivelando sfortunati. La seconda unione con la patria non risulta feconda; il porto, verso il quale la città si protende, è ignorato dalle navi italiane e straniere con una frequenza che ogni giorno si fa più allarmante». Sembra scritto ieri mattina, quell’articolo di Gianfranco Piazzesi sul Corriere del ’64. Oddio, la previsione più fosca sulle banchine deserte si è rivelata un’esagerazione. Ma certo, il grande inviato aveva indovinato tutto. Spiegava un paio di giorni fa Silvio Maranzana sul Piccolo che dopo alcuni anni di crescita, quel porto al quale è indissolubilmente legata da quasi tre secoli la vita della città, ha subito l’anno scorso un crollo del 17%. Il più drammatico d’Italia, eccetto Livorno. Tanto per dare l’idea: nello stesso 2009 Venezia ha perso solo l’1,2% e Genova è tornata a crescere. E secondo Armando Costa, presidente dell’Aiom (Agenzia imprenditoriale operatori marittimi), i primi due mesi del 2010 sono stati «sconfortanti ». Colpa della crisi, certo. Ma anche del fatto che l’Italia, quell’Italia che tanti triestini hanno disperatamente amato fin dai tempi in cui i «favillatori » sognarono nel ’48 la «Repubblica di San Giusto » e Guglielmo Oberdan sacrificava la sua vita finendo sulla forca («Vogliamo formare una lapide / di pietra garibaldina / a morte l’austriaca gallina.. ») si è rivelata anche in questo caso distratta. Un esempio? Il progressivo abbandono da parte delle ferrovie. Ancora nel 1977 c’erano 14 collegamenti internazionali giornalieri che consentivano agli abitanti di sentirsi nel cuore dell’Europa grazie a treni che portavano a Vienna, Mosca, Varsavia, Istanbul, Atene, Sofia, Belgrado, Zagabria, Lubiana.

Ne sono rimasti due. Non bastasse, per andare a Milano si impiegano quattro ore e un quarto (come 33 anni fa), per andare a Genova sei ore e un quarto: mezz’ora in più. Direte: meglio prendere l’aereo. Per Milano non c’è più neanche quello. Abolito. «Quando è venuto Mauro Moretti vantando il progetto «Centostazioni» gli ho detto: "Scusa, ma perché invece di portarci le stazioni non ci porti i treni?"—spiega il sindaco Roberto Dipiazza — Cosa ce ne facciamo di una stazione dove non arrivano e non partono i treni?» E se questo è un problema non solo pratico ma anche psicologico per i cittadini, che già soffrono come «periferici » alla patria, figuratevi per le merci. C’è poi da stupirsi se qualcuno sospira ricordando il diverso trattamento che riservava alla città l’impero austroungarico, che stabilì il primo collegamento ferroviario tra Vienna e Trieste nel 1857? Per carità, anche se non mancano i nostalgici di Maria Teresa, l’amor patrio dei triestini italiani (gli sloveni, ovvio, sono un’altra faccenda) non è in discussione. Come racconta lo stesso Dipiazza «un’alzabandiera in piazza dell’Unità è ancora un avvenimento».

Il tradimento di chi si ama, però, è un dolore ancora più cocente. E quello delle infrastrutture intorno al porto (non solo) sta diventando per la città un problema sempre più serio. Perché Vienna decise di puntare su Trieste lo spiegò un giorno Karl Marx. Lui? Lui. In due articoli sul New York Tribune del 1857. «Da una piccola rada rocciosa, abitata da pochi pescatori, nel 1814, quando le forze francesi sgombrarono l’Italia, Trieste si era fatta porto commerciale, con 23.000 abitanti e il suo commercio superava tre volte quello di Venezia. Nel 1835, un anno prima che il Lloyd austriaco nascesse, contava già 50.000 abitanti e, poco dopo, occupava il secondo posto dopo l’Inghilterra, nel commercio con la Turchia, il primo nel commercio con l’Egitto. Perché Trieste e non Venezia? Venezia era la città delle memorie; Trieste aveva, al pari degli Stati Uniti, il vantaggio di non possedere un passato. Popolata di commercianti e speculatori italiani, tedeschi, inglesi, francesi, greci, armeni, ebrei in variopinta miscela, non piegava sotto le tradizioni ». In più, continuava l’autore del Capitale, il porto di Venezia era «ottimo per le vecchie galee » ma «mancava di profondità per i moderni navigli».

Un secolo e mezzo dopo, la diagnosi è ancora buona. Anzi, in un mondo in cui il 95% del commercio estero avviene con i container trasportati da navi sempre più gigantesche, i fondali giuliani potrebbero garantire a Trieste un futuro che Genova e gli altri porti italiani non possono sognarsi. Eppure, i confronti sono impietosi. Dicono le statistiche del centro studi del porto di Amburgo che Trieste, con i suoi 335.943 «Teu» (un container da 20 piedi) movimentati nel 2008 (e scesi molto nel 2009), pesa non solo cinque volte meno di Genova e 32 volte meno di Rotterdam ma anche dieci volte e mezzo meno di Valencia. Il che, per un porto che era il più grande dell’Adriatico, il decimo dell’Europa, il terzo del mondo per il traffico dei caffè, è umiliante. Più ancora, però, secca a molti triestini il nome che nella classifica è immediatamente davanti: Capodistria. Spiegava mezzo secolo fa Piazzesi: «Nel 1954 il movimento di transito attraverso i porti dell’alto Adriatico era così ripartito: il 94,7% per Trieste, il 5,3 per Fiume. Nel 1963 la situazione si è capovolta: il 67% per Fiume, il 33 per Trieste". E proseguiva: «Molti sostengono che la concorrenza jugoslava è imbattibile. Il regime di Tito paga meno gli operai, li fa lavorare di più e soprattutto non li fa scioperare. Si lamenta la forza e la burbanza delle compagnie degli scaricatori portuali triestini...».

Oggi, Capodistria garantisce meno tasse (il 23% fisso in tutto) e un costo del lavoro dimezzato. «Un operaio costa 41 mila euro qui e 23 mila di là, scaricare un container 90 euro qui e 72 là, l’ancoraggio 15 mila euro qui e 4.500 là, un ri morchiatore 16mila euro qui e 6 mila là», sospira Pier Luigi Maneschi, presidente di Italia Marittima, la compagnia di navigazione che una volta si chiamava Lloyd Triestino e oggi appartiene alla multinazionale di Taiwan Evergreen. Per fregare agli italiani il traffico di banane, gli sloveni hanno offerto ai grandi gruppi internazionali la franchigia nei Magazzini frigoriferi: dieci giorni di sosta gratuita della merce. Un’offerta, dicono gli italiani, assolutamente insostenibile per qualsiasi terminalista non sovvenzionato. Concorrenza sleale, accusano.

Tanto più da quando la Slovenia è entrata in Europa. Non bastasse, si è sfogato più volte Maneschi, «le tariffe di Trenitalia sono del 30% più alte di quelle slovene e del 20 più alte di quelle dell’Europa del Nord». La verità, sostiene Dušan Udovic, il direttore del Primorski Dnevnik, il giornale della minoranza slovena, «è che per sfruttare tutte le enormi potenzialità del Golfo i porti di Trieste e di Capodistria dovrebbero lavorare insieme. Fare sistema ». Una tesi cara a molti, primo fra tutti, forse, l’ex sindaco e ex governatore Riccardo Illy. Il guaio, almeno per certi versi, è che oggi Trieste a differenza di quando scriveva Marx, un passato ce l’ha. E così gonfio di rancori da impedire a molti di esaminare il panorama con la lucidità necessaria. Come se buttasse ancora sangue il ricordo del tenente Bozo Mandac che scendeva verso le Rive in piedi su una camionetta davanti alla colonna di carri titini decisi a ad annettere la città alla Jugoslavia comunista.

Una piccola ma significativa conferma delle difficoltà a superare certe fratture del passato è arrivata poche settimane fa. Quando lo scrittore triestino di lingua slovena Boris Pahor, 96 anni, autore di «Necropoli» e vincitore nel 2008 del premio Viareggio, dopo un tira-e-molla ha rifiutato la massima onorificenza comunale: «Io ho sofferto molto, sono stato rinchiuso nei lager di Hitler ma in precedenza ho patito anche le violenze del Ventennio. In tutta la mia gioventù non ho avuto una scuola. Mi è stata tolta dal fascismo. Niente lingua slovena, solo italiana. Se il Comune non può inserire la parola fascismo nelle motivazioni del premio, non me lo dia. Non piangerò per questo». Roberto Dipiazza c’è rimasto male. Ma non ha mollato. Un pezzo di città non glielo avrebbe perdonato, di dar ragione «al vecio sciavo».

Anche se lui, il sindaco, si vanta di essere stato il primo a celebrare sia i martiri delle foibe sia quelli della risiera di San Sabba. Quanto al porto, dice di non essere troppo preoccupato della concorrenza slovena: «Ghe gavemo lassà solo el carbòn». Magari, dicono i numeri. Il punto è che ci vuole un investimento forte. Un progetto c’è. Da un miliardo e mezzo, appoggiato da Unicredit. Che dovrebbe rilanciare lo scalo triestino e sarebbe la traduzione del Piano regolatore generale del porto. Che ha avuto il via di chiunque altro abbia voce in capitolo a livello locale. Ma non ancora quello del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Il quale va per le lunghe. Un problema, tanto più che gli sloveni fan tutto più in fretta. Anche sotto il naso dei triestini. Com’è successo nel caso di due gru gigantesche montate da «Luka Koper», l’autorità che gestisce il porto sloveno e non aveva lo spazio giusto a Capodistria, sui moli presi in affitto al Porto vecchio. Costruite a Trieste, per fare concorrenza a Trieste.

Come mai tanta lentezza mentre gli altri corrono? È quello che Claudio Boniciolli, il presidente dell’Autority portuale, si è chiesto in un’intervista al direttore del Piccolo Paolo Possamai: «Non sono un appassionato del genere complottistico. Ma è davvero singolare il silenzio assordante con cui la classe dirigente triestina e regionale, salvo casi rari come il sindaco Dipiazza, il sottosegretario Roberto Menia e la presidente della provincia Maria Teresa Bassa Poropat, assiste al rinvio sine die, da parte del governo, di ogni iniziativa ». Dice che aveva proposto di partire comunque con i lavori. Proposta respinta: «Rallentare, sopire, procrastinare». E ha buttato lì maliziosamente l’ipotesi di una «cupola»: «Mi chiedo se c’è chi vuole attendere di avere in mano l’Autorità portuale e con essa una stazione appaltante molto ricca di lavori.

Magari l’attuale Autorità portuale sarebbe troppo rigorosa e trasparente». Attenzione, ha scritto Possamai: «Trieste dovrebbe forse interrogarsi con maggiore profondità sul rischio di perdere per strada pezzi fondamentali della sua storia, della sua cultura, della sua economia che si chiamano Generali e Allianz (ovvero Lloyd Adriatico e Ras fuse assieme). Non è affatto scontato che l’una e l’altra possano mantenere qui la loro base operativa, e lo hanno detto a chiare lettere i loro top manager, se la città non sarà competitiva: che vuol dire in primis raggiungibile per aereo, treno, autostrada. Pare di invocare categorie dell’ovvio, purtroppo non è così dato che ci contentiamo da mesi o da anni delle promesse del ministro di turno per il ripristino del volo Trieste-Linate, ma nel frattempo a Roma le Fs tagliano tutti i treni non locali in transito sui binari friul-giuliani. Niente treni diretti per Milano, Roma, Vienna. Ma chi può fare impresa in queste condizioni?».

Prova ne sia che la città, che un secolo fa nel 1913 contava 1.099 «esercizi industriali», è ridotta ormai ad avere un’industria che pesa solo per il 12%. Certo, la celebre Grandi Motori che oggi si chiama Wärtsilä Italia, ha risolto finalmente, grazie a una bretella, i problemi che aveva qualche anno fa quando doveva smontare i motori più grandi perché i camion potessero superare un ponte e arrivare all’autostrada. E quel che resta del sistema industriale giuliano, ammaccato dalla crisi, in qualche modo regge. Nuove imprese, però, zero. Colpa dell’accordo di programma sulle bonifiche. «Quattro aziende volevano insediarsi e non abbiamo potuto accoglierle e dieci vorrebbero espandersi e non lo possono fare. Un dolore», si è sfogato il presidente dell’Ente zona industriale di Trieste Mauro Azzarita. Troppi soldi da investire. E così, mentre la città invecchia e si guadagna nelle classifiche del Sole 24 ore (titolo: «Trieste è colta, sportiva e ama la tavola») la palma di città più vivibile d’Italia ma anche l’appunto di un basso indice di imprenditorialità, cresce ancora di più il peso del comparto pubblico.

Scriveva Piazzesi: «Trieste era una città di navigatori, di armatori, di commercianti; oggi è una città di statali. 23.000 pubblici dipendenti su meno di 100.000 persone occupate». Eredità di un passato non di clientela ma di dolore. La sproporzione, che regge anche adesso se è vero che Trieste è seconda dopo Roma per quota di dipendenti pubblici, deriva dalla tragedia dell’esodo. E dalla scelta, generosa, dell’Italia (che molto aveva da farsi perdonare) di sistemare migliaia di esuli dall’Istria, dal Quarnero, dalla Dalmazia. Gente che già lavorava per lo Stato prima ed era stata buttata fuori dalle terre occupate dai titini. O gente che aveva perso tutto e doveva essere aiutata. Certo è che, mezzo secolo dopo, i triestini che ricevono ancora una busta paga pubblica sarebbero circa un quarto degli occupati.

Gioca strani scherzi, la storia. Al punto che Trieste, che dopo essere stata amputata del suo retroterra soffrì per anni del suo essere schiacciata contro la cortina di ferro, si trova oggi per certi aspetti, alle prese com’è con la concorrenza al di là del confine di una realtà più giovane, più fresca, più competitiva, quasi a rimpiangere qualcosa dei tempi andati. Lo racconta proprio Roberto Dipiazza, che prima di buttarsi in politica come sindaco di Muggia e poi di Trieste, aveva fatto i soldi coi supermercati. Gli avversari dicono che è un po’ sbruffone, i suoi lo adorano. Berlusconiano ironico fino al sacrilegio («Mi, le mule, me le pago da solo», ammicca) ha vietato l’accattonaggio e il commercio abusivo, messo fuori legge i lavavetri ai semafori per «intralcio e pericolo alla circolazione pedonale e veicolare», fissato una multa di 500 euro per chi fa pipì o getta un chewing-gum per la strada, stabilito sanzioni astronomiche (fino a 7 mila euro!) per chi imbratta i muri con lo spray. Inutile dire che i leghisti lo adorano come fosse uno dei loro. Anche se gli ha svuotato il bacino elettorale. Che anni, gli anni del confine e delle orde di jugoslavi che arrivavano per comprare!

«Non riuscivo neanche a contare i soldi - giura Dipiazza -. Li buttavo dentro i sacchi della spazzatura, quelli neri, e li portavo direttamente in banca per contarli lì, mentre li versavo. Dollari canadesi, marchi, dollari americani... Ordinavi un container di jeans, li mettevi sui banconi la mattina, alla sera non ne avevi più neanche uno. Nelle gioiellerie arrivava gente che chiedeva: "mi dia 20 fedi, 40 ciondoli, 200 catenine". Io nel mio supermercato vendevo un bilico di caffè la settimana. Un bilico! E a container vendevo anche il whisky Ballantine». Un delirio. Al punto che, dice il sindaco, «qui non volevano fare le autostrade perché temevano che i clienti, ciapa su, andassero a far la spesa nei supermercati friulani o veneti».

Miopia. La stessa che, secondo le opposizioni, spingerebbe il gruppo di potere che ruota intorno al «dominus invisibile» della politica locale, l’ex Melone, ex craxiano e infine berlusconiano Giulio Camber, «a gestire il declino piuttosto che rischiare di affrontare l’avventura di una città che rinasce ». Chi prenderà il posto di Dipiazza, il quale dovrebbe finire proprio al porto, non si sa. A lui, costretto dalla legge dei due mandati a non ricandidarsi, un po’ dispiace mollare: «Ormai non faccio neanche più la campagna elettorale - gigioneggia -. "Invece di fare comizi e manifesti, vado a lavorare nel mio supermercato. Scarico cassette, sistemo le zucchine, sposto detersivi... Alla gente fa più effetto che vedermi vestito da donna. Ostrega, el sindaco che lavora! E mi nello stesso tempo me ciapo un franco e me ciapo un voto».

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
29 aprile 2010