domenica 9 maggio 2010

La bimba che voleva correre

La Stampa



La campionessa di atletica chiusa in un istituto per minori non può allenarsi


L’anno scorso ad una bambina di quinta elementare chiesero di raccontare in un tema il suo desiderio più grande. Lei riempì le pagine bianche in un attimo. E’ sempre stata brava a scuola ma quel tema le riuscì davvero bene. «Il mio più grande desiderio è diventare una campionessa mondiale di corsa. La mia corsa preferita è la velocità, spero che il sogno di andare alle Olimpiadi 2016 si realizzi perché l’atletica è la mia vita». 

Quella bambina da tutti è chiamata Cele, e non stava esagerando, come può anche capitare a undici anni. Aveva letto quello che i tecnici federali avevano messo nero su bianco pochi mesi prima: Cele deve proseguire l’attività agonistica - scrivevano - ha «buone possibilità di intraprendere una seria carriera sportiva». Firmato: il presidente dell’Area Atletica Alessandra Palumbo. 

Cele avrà pensato molte volte a quelle parole in questi mesi. Da febbraio è chiusa in un istituto per minori. E’ la sua casa. Non può uscire se non con i volontari e ha dovuto dire addio agli allenamenti. Non ha fatto nulla di male, è sempre stata una delle più brave a scuola, e finiti i compiti non vedeva l’ora di andare ad allenarsi. 

Il problema è la sua mamma, una donna originaria della Nigeria. Dei primi tre anni di vita di Cele si sa che per un certo periodo sono state nel carcere di Rebibbia per problemi legati spaccio e alla detenzione di stupefacenti. Del padre nessuna notizia. Compiuti tre anni, però, Cele ha l’età per poter vivere lontano dalla mamma, fuori dal carcere. Per qualche tempo viene affidata ad un istituto di suore, poi la madre ottiene gli arresti domiciliari e tornano insieme in una casa-famiglia. La convivenza non è delle migliori secondo i ricordi di Cele, ma dura poco. Quando ha cinque anni la mamma viene arrestata ancora. I servizi sociali decidono che ad occuparsi della bambina sia una ventenne, Manila Garofalo. Diventa la madre affidataria e nei racconti di Cele questo periodo è il più bello della sua vita. E’ Manila a farle conoscere il mondo dello sport. 

Cele ha un fisico da atleta, e infatti vince una gara dopo l’altra. Tutto sembra andare per il meglio fino al 2007 quando l’indulto fa uscire la madre naturale dal carcere. A febbraio dello scorso anno il Tribunale dei Minori decide che Cele deve tornare con la mamma in una casa famiglia. «Cele si rifiuta - spiega Manila - racconta alle assistenti le sue uscite con la donna nei luoghi dello spaccio. I servizi sociali non le credono, la accusano di mentire». Cele però insiste e cambia ancora una volta indirizzo. Da giugno del 2009 è nell’Istituto Protettorato San Giuseppe. 

E’ l’inizio della fine dei suoi sogni. Non può partecipare al raduno estivo della sua società di atletica. A ottobre riprende gli allenamenti da sola nella stanza dell’istituto. Ottiene il permesso di uscire per gli allenamenti con la madre. «La madre in genere l’affidava a me ed ero io ad accompagnarla», racconta ancora Manila. E’ così che Cele ha vinto l’ultima gara: terza ai campionati italiani. A gennaio la madre aggredisce Manila fuori dallo stadio. C’è una lite, Manila la denuncia. La Polizia interviene, si rende conto che la donna è anche priva di permesso di soggiorno e quindi non può accompagnare la figlia. Da quel momento per Cele la porta dell’istituto si apre solo se ci sono i volontari con lei. «E alle sue richieste di allenarsi hanno risposto proponendole la pallavolo nell’istituto». E Cele ha rifiutato. 


Da un anno Manila Garofalo ha aperto anche un gruppo su facebook per far tornare Cele a correre



Così spenderemo il vostro 5 per mille»

Corriere della Sera

Cure e assistenza: che cosa è stato fatto e che cosa si farà.
Rispondono le prime 10 Associazioni


MILANO

Come vengono impiegati i soldi devoluti dai 14 milioni di contribuenti? Lo abbiamo chiesto alle 10 associazioni più votate. 

ASSOCIAZIONE ITALIANA RICERCA SUL CANCRO - Anche per l'annata 2008, la più «antica» e radicata associazione nel campo della lotta ai tumori ha fatto segnare il punteggio massimo: oltre un milione di firme, per un ammontare di circa 60 milioni di euro donati. I soldi serviranno a finanziare 5 programmi d'avanguardia, selezionati da una commissione di 18 revisori stranieri. Il primo cercherà di identificare e applicare nuove terapie nei confronti di due tumori frequenti e attualmente difficili da curare, la leucemia linfatica cronica e il mieloma multiplo. Nel secondo ci si occuperà dei carcinomi del colon-retto e dei geni che controllano la crescita invasiva. Le neoplasie linfoidi acute e croniche sono il campo di azione del terzo progetto. Con il quarto ci si propone di verificare l'attività anti-tumorale di cellule staminali umane, geneticamente modificate, mentre l'ultimo intende identificare nuovi bersagli terapeutici nei tumori mieloidi, analizzando i meccanismi responsabili della proliferazione e maturazione delle cellule cancerose.

ASSOCIAZIONE ITALIANA SCLEROSI MULTIPLA- «Per noi il 5 per mille ha significato raddoppiare letteralmente i programmi a sostegno della ricerca scientifica — dice Antonella Moretti, direttore operativo —. La cifra annunciata del 2008 è di circa 6 milioni di euro, dei quali abbiamo già ricevuto 1,8 milioni». Una parte sarà destinata a una ricerca internazionale sulle cellule mesenchimali, per la quale inizia la sperimentazione sull'uomo. Con i soldi già arrivati si sta finanziando la fase pilota di uno studio internazionale sulla sclerosi multipla pediatrica e uno sulla Ccsvi, l'insufficienza cerebro spinale venosa cronica dove l'associazione sta procedendo in accordo con il chirurgo Paolo Zamboni di Ferrara.

FONDAZIONE UMBERTO VERONESI - «Noi finanziamo sia progetti di ricerca che borse di ricerca in campo oncologico — spiega Monica Ramaioli coordinatore della Fondazione —. Il nostro impegno quest'anno è di rifare dei nuovi bandi, che terranno conto ancora dell'aspetto scientifico in campo oncologico, cardiologico e probabilmente inseriremo una terza area che il professor Umberto Veronesi sta valutando in funzione anche di alcune novità in campo scientifico alle quali si vuole dare impulso». La Fondazione ha ricevuto dai contribuenti un gradimento pari a 2,7 milioni di euro. «Quando avremo i fondi in cassa, valuteremo tutti i progetti che ci sono stati inviati e ridistribuiremo il fondo tra quelli che passeranno la selezione del nostro comitato scientifico internazionale». Il bando 2010, riguarda 10 ricercatori. La Fondazione continua anche a sostenere la Scuola europea di medicina molecolare di Milano.

FONDAZIONE TELETHON - Una premessa doverosa sull'utilizzo dei 2,4 milioni devoluti dagli italiani, la fa Marco Piazza, responsabile della comunicazione per Telethon: «Parliamo di soldi che se va bene arriveranno tra un anno. Con il nostro sistema di finanziamento, inoltre, non possiamo mai abbinare dei soldi a un certo progetto di ricerca, perché per far sì che la ricerca diventi effettiva c'è bisogno di una valutazione da parte di una commissione scientifica esterna». Dunque è possibile solo indicare che tipo di progetti sarebbe possibile portare avanti con una certa somma: ad esempio i trial di terapia genica sulla leucodistrofia metacromatica e la sindrome di Wiskott Aldrich, malattie genetiche molto rare, appena avviati all'Hsr-Tiget.

Telethon stima che il costo medio del trattamento di ognuno dei 14 piccoli pazienti selezionati da tutto il mondo è di circa 200 mila euro: in 3 anni, si prevede una spesa di 2,8 milioni di euro. Oppure il bando Program Project, per il quale sono stati stanziati 1,8 milioni in 3 anni, che sarà valutato per la prima volta a giugno di quest'anno dalla Commissione medico-scientifica di Telethon e che prevede la partecipazione di diversi enti di ricerca. Con 2,5 milioni di euro, si è calcolato che è possibile anche finanziare per un anno mediamente 25 progetti di ricerca da 100 mila euro.

ASSOCIAZIONE ITALIANA CONTRO LE LEUCEMIE - Come saranno utilizzati i 4,8 milioni di euro assegnati? «Abbiamo deciso fin dall'inizio di destinare il 5 per mille alle sezioni della nostra associazione, ridistribuendolo in base all'attività svolta — spiega Franco Mandelli, presidente dell'associazione —. Poi le singole sezioni sono libere di decidere ma devono rendicontare altrimenti non prendono il contributo l'anno dopo». Secondo l'amministrazione, tuttavia, la ripartizione seguita dalle sezione è di circa il 30 per cento all'assistenza domiciliare, il 20 per cento a sostegno della ricerca scientifica e un altro 20 a sostegno dei reparti di ematologia. Da quest'anno, un altro 10 per cento sarà destinato al progetto obiettivo del progetto Gimema (Gruppo italiano malattie ematologiche dell'adulto) che promuove e coordina le attività di ricerca, in ambito ematologico, in Italia.

AUSER - L'associazione che si occupa di assistenza agli anziani ha scelto fin dall'inizio di redistribuire i 3,4 milioni del contributo alle sue strutture sul territorio. «I due terzi delle risorse finiscono comunque al Filo d'argento — racconta il presidente Michele Mangano —. È il numero verde al quale gli anziani si rivolgono per avere i diversi servizi che i volontari svolgono: dalla spesa a casa, all'accompagnamento per le visite mediche o le terapie». Dunque, il 90 per cento della somma torna alle sezioni di Auser. Del 10 per cento che resta alla struttura nazionale, i due terzi sono destinati al call center nazionale del Filo d'Argento e a un fondo di solidarietà per aiutare anche quelle strutture che sono in difficoltà, con dei progetti di avvio del Filo d'argento o del numero verde.

LEGA DEL FILO D'ORO - In 45 anni di attività, l'assistenza mirata e specialistica alle persone con gravi menomazioni congiunte della vista e dell'udito e pluriminorate psicosensoriali si è allargato dalla sede di Osimo, al resto d'Italia. «Nel bilancio del 2009, il 5 per mille ha rappresentato il 12 per cento della raccolta fondi totale — sottolinea il segretario generale, Rossano Bartoli —. I tre milioni e 300 mila euro appena assegnati saranno utilizzati per il finanziamento di due nuovi centri socio-sanitari di riabilitazione a Modena e a Termini Imerese. I fondi però serviranno anche a sostenere i servizi già esistenti: «Abbiamo bisogno di erogare assistenza nelle 24 ore con molto personale in più rispetto allo standard minimo e con particolare specializzazione»

ASSOCIAZIONE NAZIONALE TUMORI - In nome dell'«eubiosia» (dal greco antico, «buona vita») è riuscita a costruire in quattro decenni una realtà territoriale molto forte che da Bologna si è estesa a 10 regioni italiane, seguendo «fino all'ultimo respiro» 75 mila malati di tumore per una media di 100 giorni ciascuno. I 2,7 milioni di euro che la collocano al decimo posto tra le onlus ammesse al 5 per mille serviranno per coprire in parte le spese di assistenza domiciliare sostenute e poi per una serie di misure molto particolari a sostegno di famiglie con malati terminali a casa: 250 euro al mese per sei mesi, al di sotto di un certo reddito e un bonus per la badante di 400 euro per le famiglie di anziani che sono soli, uno dei quali sia assistito a domicilio.

VIDAS - L'associazione dei Volontari italiani domiciliari assistenza ai sofferenti di Milano rappresenta un altro fenomeno locale diventato tra le associazioni più «gettonate» dai contribuenti. «Sicuramente — dice il segretario generale Giorgio Trojsi — destineremo una parte degli 1,7 milioni raccolti per le spese di gestione di Casa Vidas, l'hospice per malati terminali che abbiamo aperto nel 2006 anche con degli accantonamenti che ne garantiscano continuità e sicurezza nel futuro». Con il comune di Milano, poi, Vidas si è impegnata a realizzare un'altro edificio, accanto all'hospice. Buona parte sarà destinata a un light hospital: mini appartamenti dove i pazienti potrebbero continuare ad avere la loro autonomia, con la garanzia di un intervento rapido di medici e infermieri della Casa Vidas in caso di necessità.

ASSOCIAZIONE ITALIANA CELIACHIA - Le sono stati assegnati 1,5 milioni di euro. Metà della somma servirà a finanziare la Fondazione Celiachia, che ha finalità di promuovere, finanziare e realizzare progetti di ricerca medico scientifica sulla celiachia. «Almeno 300 mila euro saranno confermati al progetto Alimentazione Fuori Casa senza glutine nel territorio — dice Caterina Pilo, direttore generale —: donare in beneficenza, garantendo alle 19 Aic regionale associate la realizzazione di un progetto di sviluppo dalla rete di locali e strutture che oggi possono fornire pasti senza glutine». Tra le priorità, anche il finanziamento del Master che a Salerno prepara esperti celiacologi, giunto alla sua terza edizione, e il rafforzamento del progetto di divulgazione nelle scuole.

Ruggiero Corcella
09 maggio 2010

Il Colosseo perde un pezzo

Corriere della Sera

Mezzo metro quadrato della struttura finisce sulle reti di protezione.
Il monumento resta aperto.
Poche settimane il crollo del soffitto di una delle gallerie della Domus Aurea


ROMA - Un pezzo di malta di calce della struttura originale del Colosseo, di circa mezzo metro quadrato e di minimo spessore, è caduto da uno degli ambulacri al primo piano, dove vengono ospitate le mostre. Il pezzo di malta - che probabilmente è caduto stanotte, ma è stato trovato solo stamani alle 6 prima dell'apertura ai visitatori - ha rotto la rete di protezione collocata tra gli anni '70 ed '80 degli ambulacri. A riferirlo è stato il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro che non si è detto preoccupato dell'accaduto. «Non è la prima volta che accade una cosa del genere ed il fatto non viene sottovalutato,», ricordando che c'è un piano di restauro completo del Colosseo per 23 milioni di euro.

LA NOTA - « L'episodio ripropone con forza il tema della manutenzione preventiva programmata, cui la struttura commissariale e la Sovrintendenza archeologica stanno lavorando, come unica procedura in grado di assicurare la conservazione del materiale archeologico», sottolinea una nota del Ministero dei Beni e delle Attività culturali firmata dal Soprintendente Archeologico di Roma Giusepppe Proietti e dal Commissario Delegato Roberto Cecchi. «Si tratta di superfici per le quali in diverse parti della fabbrica sono in corso interventi di restauro e per altre, come quelle in questione, gli interventi sono già progettati e si è in attesa di poterli appaltare; la cause del cedimento, un'area inferiore ad un metro quadrato, sono riconducibili a variazioni termoigrometriche. Questa mattina - prosegue la nota - il personale intervenuto ha eseguito immediati controlli su tutte le aree sotto osservazione; per domani sono già programmati accertamenti più estesi. L'area è stata transennata e il Colosseo è regolarmente aperto per le visite». Il distacco della malta non ha, infatti, comportato nessuna chiusura all'accesso dei visitatori che anche oggi affollano il monumento simbolo della Capitale.

GLI ARCHEOLOGI: IL MINISTRO INTERVENGA - Ma, a dispetto delle rassicurazioni ufficiali, la Confederazione Italiana Archeologi esprime il proprio sgomento di fronte alla notizia del crollo, avvenuto fortunatamente senza causare feriti dal momento che il monumento era ancora chiuso. «Ancora una volta - ha dichiarato il presidente Giorgia Leoni - si è sfiorata la tragedia: se il crollo fosse avvenuto a monumento aperto avrebbe potuto colpire qualcuno tra le migliaia di visitatori che, specialmente la domenica, affollano l'anfiteatro. Lo stato in cui versa il Colosseo è uno dei motivi alla base del Commissariamento della Soprintendenza Archeologica di Roma e, a distanza di oltre un anno e mezzo, evidentemente la struttura commissariale non ha individuato gli strumenti necessari a garantirne la conservazione.». La Confederazione Italiana Archeologi rinnova la richiesta di un intervento urgente del ministro Bondi per verificare lo stato di sicurezza in cui versano i monumenti archeologici e perchè faccia chiarezza circa il sistema di gestione dei fondi affidati alle strutture commissariali operanti nel settore dei Beni Archeologici, a Roma in particolare. «Chiediamo al Ministro un'analisi seria e trasparente affinchè si verifichino i lavori svolti fino ad oggi dalle strutture commissariali operanti a Roma, riflettendo sull'effettiva opportunità di mantenerle attive», conclude la confederazione.



GLI ALTRI CROLLI - Nelle ultime settimane si sono verificati altri crolli di monumenti risalenti all''epoca romana: il più grave è stato quello di una parte del soffitto di una delle gallerie della Domus Aurea, di poco distante dal Colosseo, nello stesso giorno del distacco di una porzione delle Mura Aureliane, interessate nel 2001 di un crollo di ben 24 metri.

Redazione online
09 maggio 2010



L'appello di Terence Hill: «Ridatemi i ricordi di mio figlio»

Corriere della Sera

L'attore è stato derubato del portafoglio in via Condotti: dentro le foto del ragazzo scomparso nel '90



ROMA - Stava tornando dal Quirinale. E stava andando dal suo amico Ermanno Olmi. Aveva appena ricevuto il David di Donatello alla carriera insieme al suo storico amico-collega. E mai immaginava che quel giorno lo avrebbe ricordato per un altro motivo. È disperato Terence Hill. O Mario Girotti.



IL FURTO - Due giorni fa è stato derubato in via Condotti, a Roma. Gli hanno sfilato il portafoglio, racconta al Messaggero, «non mi sono accorto di niente, è incredibile, non riesco a spiegarmi come possano aver fatto». Ma non è il furto del portafoglio a renderlo triste. Perché l'ex «Trinità» oggi «Don Matteo» lì ci conservava qualcosa di più prezioso delle banconote. «Ci tenevo una foto cui tenevo molto - spiega - e delle lettere, non mi preoccupo per i soldi, ma per quei ricordi che per me hanno un valore inestimabile».

Ross Hill e suo padre Terence in una scena del film  «Renegade»
Ross Hill e suo padre Terence in una scena del film «Renegade»
IL FIGLIO SCOMPARSO - E subito viene in mente quel ragazzo scomparso in un incidente stradale nel 1990. Si chiamava Ross ed era il suo figlio adottivo. Avevano anche recitato insieme in Don Camillo (1983) e Renegade - Un osso troppo duro (1987). Erano molto legati. Ma il 15 gennaio 1990, il ragazzo, appena 17enne, muore in un incidente stradale a Stockbridge (Massachusetts) insieme con un amico. La morte di Ross provoca in Terence Hill una profonda crisi depressiva, cui riesce ad uscire verso la fine degli anni '90 con la partenza della serie tv «Don Matteo», di cui l'attore veneziano è protagonista. Quelle foto e quei biglietti conservati nel portafoglio sono per Hill un legame a quel figlio scomparso troppo presto. Perciò si appella ai ladri: «Dei soldi non m'importa, ma ridatemi i ricordi di Ross».

Redazione online
09 maggio 2010

Amarcord

Corriere del Mezzogiorno

«Silvio e Gianfranco insieme per vincere ancora», un chiaro messaggio d’amore ai due leader del Pdl affinchè ritrovino l’unità di un tempo (con tanto di cuoricino della libertà) arriva dal Pdl napoletano, come si legge sui manifesti affissi in città (ph. F. Parrella)



Le altre foto




Palpeggiamenti e baci a tre marinaie: comandante accusato di violenza sessuale

Il Messaggero

La denuncia è partita dall'autista dell'ufficiale

ROMA, (8 maggio) - Avrebbe ripetutamente abusato di tre marinaie con le sue avance. Un comandante della Marina, forte del suo ruolo, avrebbe costretto tre sue subalterne a subire baci, carezze e palpeggiamenti non richiesti. Denunciato da una delle tre donne, dovrà presentarsi davanti al giudice di Roma e rispondere dell'accusa di violenza sessuale. L'ufficiale di 56 anni, già capo di una sezione dell'ufficio affari generali e relazioni esterne dello Stato maggiore della Marina, sarà processato con la formula del rito immediato il primo ottobre.

I fatti in questione coprono un arco temporale di quattordici mesi, dal novembre del 2008 al dicembre del 2009. Durante questo periodo, secondo l'accusa, il comandante avrebbe tra l'altro utilizzato il servizio d'autista, che veniva svolto da una delle ragazze, in modo non troppo professionale. La ragazza sarebbe stata infatti sottoposta ad attenzioni che non avrebbe apprezzato. Da qui la denuncia e l'inizio dell'indagine, svolta dal pubblico ministero Pietro Pollidori, che ha portato al rinvio a giudizio dell'ufficiale.

Ad assistere le tre marinaie, costituitesi parte civile, è l'avvocato Domenico Naccari, tra l'altro consigliere comunale di Roma: «Siamo convinti - ha dichiarato - che sarà resa giustizia affinché episodi del genere non si ripetano più. L'abuso in ambienti di lavoro e all'interno di una struttura militare offende e colpisce non solo le parti in causa, ma le stesse istituzioni».



Pedofilia, torna in carcere il responsabile dei chierichetti della parrocchia di Varna

Il Messaggero

Era stato arrestato un mese fa con l'accusa di aver molestato ragazzini fra 11 e 14 anni.
La Procura: ora episodi più gravi


 

ROMA (9 maggio) - Torna in carcere Klaus Moosburger, il responsabile dei chierichetti della parrocchia di Varna, vicino a Bressanone, accusato di pedofilia. All'uomo, arrestato la prima volta a fine marzo, erano stati concessi gli arresti domiciliari, ma nel corso delle indagini sono emersi nuovi elementi a suo carico ed il pm ha chiesto ed ottenuto la revoca del beneficio. «Posso solo confermare il secondo arresto perché sono emersi nuovi fatti di maggiore gravità », si è limitato a dire il procuratore capo Guidi Rispoli.

Moosburger è accusato di aver molestato almeno quattro ragazzini tra gli 11 e i 14 anni e di averli fotografati e filmati. L'uomo aveva cercato di cancellare i file dal suo computer una volta saputo che la madre di un chierichetto aveva espresso l'intenzione di denunciarlo, ma i periti informatici erano riusciti a recuperare il materiale.



Vulcano Islanda, la nube è sull'Italia Chiusi gli aeroporti del Nord

Il Messaggero

Decine di voli cancellati in tutto il Paese
Vaac: in nottata i cieli italiani saranno liberi




ROMA (9 maggio)

Spazio aereo del Nord Italia chiuso dalle 8 alle 14. La decisione (che non riguarda gli scali di Venezia, Trieste e Rimini, i quali restano aperti al traffico) è stata presa dopo l'arrivo sul cielo italiano, intorno alla mezzanotte, della nube di ceneri provocata dall'eruzione dl vulcano islandese Eyjafjallajokull. Il bollettino di Eurocontrol ha evidenziato la presenza di cenere vulcanica non compatibile con i parametri di sicurezza stabiliti dai costruttori di motori d'aereo.

Vaac: in nottata cieli italiani liberi. Le previsioni del Vaac (Centro di controllo europeo delle polveri vulcaniche) dicono comunque che, a partire dalle 18 di oggi, la nube provocata dal vulcano islandese comiceràa diradarsi e lascerà gran parte dell'Italia e, alle 2 di notte, «i cieli italiani saranno completamente sgombri dalle ceneri vulcaniche». Sempre secondo il Vaac, «nel frattempo la nube diventerà un serpentone e si trasferisce, infatti, sia agli Stati balcani che alla Grecia, allungandosi verso est e sud-est, ma anche verso nord, dilatandosi su Austria, Germania e, di nuovo, alla Francia, seguendo le linee del cuneo di alta pressione che s è formato sull'Italia».

Cancellazioni e disagi a Fiumicino. La chiusura dello spazio aereo dell'Italia settentrionale ha ovviamente portato ripercussioni in tutti gli scali italiani, portando a centinaia di cancellazioni di voli. A Fiumicino per l'intera mattinata sono stati cancellati diversi collegamenti per Milano Malpensa e Torino e poi voli per Genova, Bologna, Firenze, Pisa, senza contare, probabilmente per la mancata rotazione degli aeromobili, cancellazioni per Palermo, Basilea, Lisbona, Londra, Atene, Amsterdam, Praga, Madrid. Decine di passeggeri in fila ai banchi d'informazione, molti dei quali sorpresi e penalizzati dalla decisione presa nella notte. Cancellazioni anche a Ciampino.

Malpensa e Linate. A Milano Malpensa sono 137 i voli cancellati stamani, 68 in arrivo e 69 in partenza, nella fascia oraria 8-14 di blocco del traffico deciso dall'Enac. Nell'aeroporto lombardo si è ricreata la stessa situazione vissuta un paio di settimane fa in occasione del primo stop dei voli sempre in conseguenza dell'eruzione vulcanica, con migliaia di passeggeri sono in attesa di capire se e quando partiranno: sui monitor dei terminal di partenza di Malpensa i voli fino alle 14 sono segnalati come cancella o da riprogrammare. Stessa situazione a Milano Linate, dove sono 76 i voli soppressi, 43 in arrivo e 33 in partenza.


La rivoluzione incompiuta della pillola

La Stampa



Come ha cambiato la sessualità
MARIA GIULIA MINETTI

Dicono che l’invenzione della pillola anticoncezionale abbia messo in moto la più grande rivoluzione mai avvenuta nella storia dell’umanità. Apparsa sul mercato Usa 50 anni fa, ha cambiato per sempre i rapporti di genere (al tempo dell’invenzione della pillola si sarebbe detto i rapporti di sesso), ha liberato la sessualità femminile, ha definitivamente scisso l’amore fisico dalla riproduzione. Poi vai a vedere i dati nostrani e resti stupefatto: oggi in Italia solo il 20 per cento delle donne usa la pillola e non si può dire che nel passato la percentuale fosse più elevata. E allora? Come si conciliano la grande rivoluzione e la scarsa diffusione? «Da noi la pillola ci mise un po’ ad affermarsi - ricorda la sociologa Franca Pizzini, professore all’Università Statale di Milano, che si è sempre occupata di problemi femminili e ha partecipato all’attività dei primi consultori -. La diffusione andò di pari passo con l’affermarsi del femminismo... Ricordo l’entusiasmo di noi ragazze quando Pincus venne all’università per tenere una conferenza, era il 1966 se non sbaglio. “Andiamo - mi telefonò un’amica - andiamo a festeggiare l’uomo che ci ha dato questa pillola meravigliosa!”». Però la pillola meravigliosa faceva fatica a diffondersi, l’uso fu a lungo elitario, e anche adesso, a guardare le cifre...

«La pillola è stata una di quelle rivoluzioni che portano con sé un’idea ancora più forte della prassi. Puoi usarla o non usarla, ma c’è. C’è la possibilità per ogni donna di fare l’amore senza paura, senza nessuna paura. È il momento in cui sai che si può fare che è rivoluzionario. Della pillola direi che è un anticoncezionale che ha una volontà dentro di sé». Questa volontà intrinseca, questa forza dirompente del nuovo anticoncezionale fu ben capita dai custodi dello «status quo», laici e religiosi, fondamentalisti e «progressisti». I dibattiti e gli articoli andavano dall’anatema moralista (la promiscuità incontrollata!) alla riflessione sui ruoli sociali, le identità sessuali, i rapporti familiari ecc:

in una parola, moltissimi non erano pronti ad accettare una donna che gestisse i propri rapporti d’affetto e di sesso «come un uomo». Nel 1968, l’anno cruciale della contestazione studentesca, il Papa Paolo VI promulga l’enciclica «Humanae Vitae» che dichiara inaccettabili i metodi contraccettivi «non naturali». Lo Stato italiano acconsente alla vendita dell’innaturale pillola solo nel 1972, ma c’è bisogno della ricetta medica, se no, niente! Con meravigliosa ipocrisia, la pillola può essere prescritta solo come farmaco curativo di disordini ormonali, bandito ogni accenno alla funzione contraccettiva.

Proibitissimo resterà, anche dopo la liberalizzazione, quando la pillola potrà finalmente essere venduta per quello che è e senza l’avallo del dottore, ogni tentativo di pubblicizzarla, condannando la compressa pincusiana a una sorta di clandestinità ufficiale. Finirono però i viaggi oltrefrontiera - a Milano bastava andare a Chiasso - delle ragazze che volevano comprarsi la pillola senza passare dalle forche caudine del medico di famiglia. Ma come mai la pillola, con tutto il valore simbolico che si porta appresso, non ha decollato, in Italia? La Chiesa ha contato, sicuramente, ma essendo il nostro un Paese a bassissimo indice di natalità, e condannando la Chiesa ogni contraccettivo chimico o meccanico, l’insegnamento ecclesiastico è all’evidenza spesso disatteso. Dunque la sfortuna della pillola ha anche altre ragioni. Secondo la dottoressa Anna Alvarosi, una ginecologa a lungo operativa in consultori, «la pillola è soprattutto un anticoncezionale “borghese”. Bisogna che la donna sia disposta ad ascoltare il medico e a capire quello che dice senza pregiudizi».

Le spiegazioni relative al funzionamento della pillola, alla semplice funzione inibitoria dell’ovulazione, «invece di tranquillizzare, spaventano. Invece di accettare l’idea che si tratta di una procedura innocua, che non minaccia in alcun modo la fertilità, persiste la convinzione di assumere qualcosa che “va contro” la funzione biologica, e dunque in qualche modo la compromette». Anche parte del movimento femminista, del resto, guardò alla pillola con sospetto, e proprio per il contenuto «manipolatorio» (all’epoca dell’esordio sul mercato, va detto, la pillola era una «bomba» ormonale, ci volle qualche anno perché i dosaggi si assestassero).

Antonella Nappi, sociologa e femminista della prima ora, rammenta che molte compagne del movimento delle donne preferivano il diaframma: «C’era un dibattito tra noi, su questo, perché per il movimento era imperativo lo slogan “non farsi male alla salute”». E poi, perché tanto accanimento anticoncezionale, si chiedevano alcune, «quando si può fare l’amore senza penetrazione, o fra donne?». Discussione, obiezione, incomprensione, condanna o osanna; ne ha viste tante la pillola in questo mezzo secolo, ma nessuno ha potuto mettere in dubbio la sua importanza fondamentale: è la biglia che ha consentito la rivoluzione sessuale, e non si torna indietro.

Genoa-Milan a porte chiuse, decisione all’ultimo minuto

Il Secolo xix

Ore 22.55, è deciso: Genoa-Milan si gioca a porte chiuse. Dopo l’ultima serie di contatti e valutazioni, comprese quelle con il presidente della Lega calcio Maurizio Berretta e, soprattutto con lo staff del ministro Roberto Maroni è arrivata la decisione. Che qualcosa stesse cambiando lo si era capito un paio d’ore dopo l’ultimo vertice operativo in Prefettura nel corso del quale erano state definite le ultime specifiche del sistema di sicurezza (1400 tra forze dell’ordine, stewards, vigiliurbani, sistema sanitario) che avrebbe dovuto blindare l’area tra Brignole e lo stadio. I rapporti della Digos di Genova, i contatti con ambienti della tifoseria genoana e riscontri da parte della Digos milanese, consigliavano di evitare di giocare con i tifosi milanisi a Genova.

La decisione finale compendia un po’ tutte le esigenze. Quella principale della sicurezza e dell’evitare incidenti visto che da Milano sarebbero arrivati “solo” 371 tifosi con regolare biglietto. Ma con il rischio che, se non tutti, fossero tra i peggiori. A Genova i tifosi rossoblù della Tifoseria Organizzata avevano confermato la loro manifestazione alle 13 in piazza Verdi annunciata per “rendere il più disagevole possibile l’accesso dei tifosi milanisti ai settori loro riservati”. Con l’intenzione di svolgere anche il corteo sino a Marassi. Il rischio potenziale di incidenti, gravi, c’era tutto. Nonostante mediazioni, appelli come quello del padre di Vincenzo Spagnolo, ucciso il 29 gennaio 1995 prima di Genoa Milan negli scontri tra le tifoserie.

Da allora nessun tifoso rossonero era più sceso a Genova per Genoa-Milan. Il tentativo di aprire con la tessera del tifoso, peraltro provvisoria e sperimentale e non ancora nella sua versione definitiva, si scontrava con la realtà, difficile, della piazza. La seconda esigenza da “comprendere” (e non sconfessare politicamente) con una scelta drastica era quella appunto della tessera del tifoso. Respinta ogni richiesta di revocare l’ok alla trasferta dei milanisti, sollecitata dai diversi sindacati di polizia _da Mario Tullo deputato del Pd da anni impegnato sul tema tifoserie a Genova con l’appoggio dei colleghi Enrico Musso (Pdl) e Giovanni Paladini (Idv, agente in aspettativa), dal presidente della Regioen Claudio Burlando, dai sindacati di polizia, dalla lettera (senza risposta da parte di Maroni) della sindaco Marta Vincenzi - l’unica soluzione agibile appariva quella delle porte chiuse.



Napoli, nuova strategia dei clan: insospettabili reclutati come sentinelle

Il Mattino

 
di Giuseppe Crimaldi

NAPOLI (9 maggio) - Sono persone comuni, spesso disoccupati. Non hanno l'aria dei delinquenti e destano pochi sospetti, soprattutto se circolano a bordo di normalissime auto di serie. Talvolta sono persino in due, un uomo e una donna, in modo da sembrare marito e moglie.

Altre volte anziani dall'aria innocente. Invece no. Sono vedette. Sentinelle della camorra stipendiate «part time», nel senso che vengono assoldate di volta in volta. Con un compito preciso: sorvegliare le piazze dello spaccio, il luogo di lavoro per eccellenza dei pusher.

L'ultima diabolica trovata dei clan che gestiscono il fiorente business della vendita di stupefacenti è - inutile dirlo - in corso di «sperimentazione» nell'area nord della città. In quell'immenso supermaket dello spaccio di droga che si chiama Scampìa. Chiara la logica che sovrintende il principio ispiratore: facendosi sempre più numerosi e pressanti i blitz delle forze dell'ordine, ed essendo costrette le cosche a sacrificare quasi quotidianamente un numero consistente di spacciatori colti in flagranza di reato, mentre cedono bustine di coca, crack, hashish e quant'altro ai clienti, si è deciso di puntare sulle «ronde» di insospettabili. Hanno un compito preciso, devono (possibilmente in automobile, perché la moto dà più nell'occhio e insospettisce) andare in giro nel quartiere e segnalare ogni situazione «anomala». Il fenomeno non è sfuggito alle forze dell'ordine.

La camorra recluta gli insospettabili. Una scelta di «politica criminale» precisa: alle sagome dei giovinastri in felpa e cappuccio calato sul capo, alle ronde di «muschilli» - i ragazzi minorenni che sfrecciano a bordo degli scooter - si preferisce, ora, un manipolo di anonimi residenti. Alle sentinelle in auto vengono pagati 100 euro per tre-quattro ore di «lavoro». E non è finita. Perché per potenziare ulteriormente i sistemi di allarme nel caso di incursioni improvvise da parte di polizia, carabinieri e finanzieri nelle piazze dello spaccio, il clan degli «scissionisti» non rinuncia al contributo delle anziane residenti nei palazzi-fortino intorno ai quali si svolge l'attività di spaccio. Vecchine affacciate ai palazzi, incollate per ore alle finestre. Immobili. Anche a loro la camorra offre un lavoro che si concretizza in qualche biglietto da cinquanta euro in cambio della sorveglianza dall'alto. In punti strategici delle piazze di spaccio. Cosa che rende ovviamente più protetti quei fortini di illegalità.

E a proposito di piazze dello spaccio, un ultimo particolare che non va tuttavia sottovalutato. Sta cambiando anche la geografia delle piazze dello spaccio di droga: i boss ora preferiscono posizionare i propri uomini non più in aree molto vaste (come le Vele, fino a poco tempo fa una delle grandi centrali di vendita dello stupefacente), ma in zone più ristrette e circoscritte. Chiaro anche qui il motivo. Rendere meno ampi gli spazi all'interno dei quali si spaccia ofre un vantaggio logistico a spacciatori e vedette.



L’ultimo flop di Epifani: isolato e costretto alle scuse

di Antonio Signorini

RomaNon glien’è riuscita una. Il XVI congresso della Cgil, l’ultimo di Guglielmo Epifani da segretario generale, si è chiuso ieri. E il bilancio è, se possibile, peggiore di quello della precedente assise che, nel 2006, suggellò il «patto fiscale» con Romano Prodi. Questo sarà invece ricordato come il congresso dei fischi e delle relative scuse del segretario. Scuse riservate solo ad alcuni. Sì a Cisl e Uil; no, o tardive, a governo, Confindustria e governatori del Pdl.
Fotogramma di un sindacato che è diviso al suo interno, con una sinistra antagonista che non sostiene Epifani, ma che lo condiziona al punto che il segretario generale non è riuscito a fare uscire la Cgil dall’angolo. Che poi era l’unico vero obiettivo del congresso.

Epifani nella sua relazione ha dato la colpa ad alcuni esponenti del governo, ma la principale organizzazione dei lavoratori non riesce più ad avere reali interlocutori nemmeno tra gli altri sindacati (le aperture reciproche sono state solo di forma) o, peggio, tra le imprese. Anche il tentativo di trovare una sponda nella grande industria, in particolare nella Fiat, non è riuscito. A peggiorare il congresso la coincidenza con il punto più acuto della crisi. Epifani ha esposto un piano che doveva essere l’asso da calare, una ricetta per inchiodare gli altri sindacati e la politica. Prevede l’assunzione di 400mila dipendenti pubblici. E, proprio perché tutto basato sulla spesa pubblica, non è stato preso sul serio da nessuno. Così come pochi ieri hanno dato peso all’accusa al governo di avere messo in campo «un attacco ai diritti dei lavoratori».

Ha invece destato stupore l’annuncio che contro il varo dello Statuto dei lavori annunciato dal ministro Maurizio Sacconi, la Cgil è pronta alla mobilitazione. La segreteria Epifani ha scelto più volte scioperi generali in solitaria. Ad esempio contro la riforma dei contratti varata dagli altri sindacati (Cisl, Uil, Confsal, Ugl) e da tutte le associazioni datoriali. Peccato che poi, tutte le categorie Cgil - a parte i metalmeccanici della Fiom -, abbiano applicato quel modello. Poi c’è stato lo sciopero contro la crisi.

Tutte mobilitazioni che hanno registrato adesioni di minoranza. Poi c’è stata la vicenda dei precari che lavorano per la Cgil, lanciata dal Giornale e poi ripresa dalla trasmissione Le Iene. Si sono incatenati ai cancelli del congresso e ieri è anche passato un ordine del giorno nel quale si impegna l’organizzazione a trovare una soluzione. Fallimenti talmente evidenti che ieri sono stati rilevati anche dalle agenzie di stampa. Il nome più citato al congresso Cgil di Rimini è stato quello del segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni che, nonostante i fischi, ha teso una mano alla Cgil. Anche se poi ha fatto capire che non toccherà certo a Cisl e Uil cambiare linea.

La sfida toccherà al prossimo segretario. Epifani passerà le consegne in settembre. Ma si comincia a non dare più per scontata la scelta di Susanna Camusso. Se fosse stata il segretario generale in entrata avrebbe parlato al congresso, mentre le cronache della tre giorni a malapena la citano. Nelle settimane scorse si era parlato della riformista Nicoletta Rocchi. C’è chi sospetta che Epifani voglia tentare il terzo mandato, ma è un’ipotesi irrealistica, assicurano fonti Cgil.

Canè «re» a Brescia: vince la sua decima Mille Miglia

Bresciaoggi

LA GARA. Il pilota bolognese e la moglie ancora una volta trionfatori sul traguardo affollato di viale Venezia

Battuto il rivale di sempre Luciano Viaro, dopo che venerdì si era già arreso l'avversario più pericoloso Giovanni Moceri

 
Dopo Roma, Giuliano Canè conquista anche Brescia. Il bolognese vince la sua decima Mille Miglia, quella della «stella», raggiunge un obiettivo che inseguiva da anni e si conferma il più grande regolarista della storia. Di più: ha vinto contro il suo grande rivale Luciano Viaro, accreditato di una vettura con un coefficiente migliore, ha vinto nell'anno dove tutti i migliori erano in gara. Canè ha perso il venerdì il suo rivale più pericoloso, quel Giovanni Moceri tradito da un tappo del carburatore inspiegabilmente allentatosi a metà della seconda giornata di gara. «Era l'avversario più pericoloso», commentò amaro Canè. Ma la lotta è stata comunque durissima, da Roma fino a Brescia, da Vico fino a Fiorano.

Dopo la prima prova di Vico e complice l'annullamento delle altre quattro per un preoblema tecnico, il bolognese si è ritrovato con 158 punti su Viaro e 209 su Bruno Ferrari, 221 sul bresciano Fabio Salvinelli che aveva chiuso in testa la prima giornata di gara. Ben più significative le tre prove di Radicofani: Viaro accorcia le distanze, si ritrova a sole 52 lunghezze di distanza dal grande rivale bolognese che non infila tre prove spettacolari. Dietro il grande duello, saliva l'argentino Juan Tonconogy e quindi il modenese Gilberto Mozzi che con la sua Aston Martin del '33 si presentava nelle zone della graduatoria. Quinto posto per Roberto Vesco, sempre a ridosso dei migliori ma mai in grado di dare la zampata decisiva per la zona podio.

LA LOTTA non è cessata nemmeno nelle dolci colline toscane: a Montalcino Canè mette ancora un po' di fieno in cascina, conquista qualche punto più di Viaro e porta a 106 lunghezze il margine. Nella regolarità, un'inezia: al terzo posto, nell'infinito valzer per l'ultimo gradino del podio Giordano Mozzi, eroe di giornata ma ormai staccato di 690 punti e quindi fuori dai giochi per la vittoria. Al quarto posto Tonconogy seguito da Viaro e dal siciliano Enzo Ciravolo al volante della Bmw 328 del '37. Con una differenza «infinitesimale» i due duellanti si presentano alle prove di Monghidoro dopo aver scalato Futa e Raticosa: ed è proprio in provincia di Bologna, su quelle strade che Canè conosce come e meglio delle sue tasche che il bolognese firma il capolavoro: Viaro «stecca» e si ritrova secondo, staccato di 754 lunghezze, alle spalle anche del sempre più sorprendente Mozzi a 742 punti da Canè. In corsa per il podio anche Ciravolo, quarto, e Vesco, quinto. Fuori dai giochi per il podio Ferrari, settimo, oltre a Salvinelli, sceso fino all'ottavo posto. Buon decimo Gaburri seguito da uno straordinario Michele Cibaldi, il migliore in assoluto per numero di penalità ma «fermato» da un coefficiente poco premiante.

A Loiano, con la vittoria quasi in cassaforte, Canè non chiude la partita: Viaro si avvicina a 77 punti, Ciravolo sale sul podio virtuale «spodestando» un ottimo Mozzi. L'ultima prova, nel circuito Ferrari di Fiorano. vede Canè controllare la situazione, tiene i nervi saldi e si mette in tasca la sua decima Mille Miglia. Un sogno che si realizza nella corsa che l'ha fatto conoscere al grande pubblico. Gloria anche per i bresciani: in quattro, Salvinelli, Ferrari, Vesco e Gaburri, chiudono nei primi dieci.

Daniele Bonetti

Daniele Bonetti



Parata di Mosca, il veto di Putin Biden e il principe Carlo «sgraditi»

Corriere della Sera
Dal primo ministro russo sgarbo a Stati Uniti e Gran Bretagna

Parata di Mosca, il veto di Putin
Biden e il principe Carlo «sgraditi»

Oggi la sfilata per i 65 anni della vittoria sovietica sui nazisti


MOSCA

Oggi sulla Piazza Rossa ci saranno anche gli uomini della Guardia gallese con i loro tradizionali copricapo di orso a celebrare i 65 anni dalla vittoria sul nazismo. Ma mancherà il loro principe Carlo che, secondo voci che circolano negli ambienti diplomatici e che vengono recisamente smentite dai russi, sarebbe stato informalmente dichiarato «ospite non gradito». In buona compagnia: il «niet» avrebbe riguardato pure il vicepresidente americano Joe Biden, così che i due paesi atlantici saranno rappresentati solo dagli ambasciatori. A bloccare i due illustri ospiti (stiamo ancora riportando una «voce») sarebbe stato il primo ministro Vladimir Putin. La storia è stata raccolta dal britannico Guardian e sarebbe nata nel corso di un ricevimento dell’ambasciata di Sua maestà organizzato per la seconda compagnia del reggimento della Guardia gallese che da giorni è aMosca per le prove della grande sfilata.

Mosca: le prove della parata

Il presidente Medvedev, che voleva fare di questa occasione un grande evento internazionale, aveva invitato una trentina di capi di Stato e di governo
. Obama per gli Usa, Gordon Brown per la Gran Bretagna e poi la Merkel, Sarkozy e Berlusconi. Ma Obama ha detto di non poter venire per «precedenti impegni»: al suo posto si era pensato al vicepresidente Biden. Brown aveva dato forfait a causa delle elezioni. Sembra che il Foreign Office avesse proposto la presenza del Principe di Galles.

E qui sarebbe intervenuto Putin: il principe Carlo verrebbe visto come troppo favorevole all'oligarca Boris Berezovskij, da tempo rifugiato a Londra. A Biden non si perdonerebbe l'eccessiva vicinanza al presidente georgiano Mikhail Saakashvili, acerrimo nemico di Mosca. Tutte cose che il portavoce del premier russo Dmitrij Peskov smentisce con veemenza al Corriere: «La cosa non ha alcun senso. Intanto ricordiamo che gli inviti sono fatti dal capo dello Stato e non dal Primo ministro», spiega. «E poi il principe Charles non si occupa mica di Berezovskij. Lui non ha nulla a che fare con la magistratura britannica».

Intanto i festeggiamenti sembrano destinati a svolgersi in tono minore a causa di altre defezioni. Prima è arrivato l'annuncio che il grande amico di Vladimir Vladimirovich, Silvio Berlusconi, non sarebbe più arrivato. La crisi valutaria avrebbe imposto la sua permanenza in Italia. Proprio all'ultimo momento, tanto che un gruppo di giornalisti che doveva seguire la visita del premier italiano era già sull'aereo per Mosca quando è arrivato il contrordine.

In serata è giunta anche la rinuncia del presidente francese Nicolas Sarkozy che dovrà proseguire le consultazioni con i partner europei. Arriverebbe, salvo modifiche dell'ultima ora, Angela Merkel. Si è saputo, tra l'altro, che tra i capi di Stato ci saranno anche i presidenti dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, le regioni della Georgia autoproclamatesi indipendenti per le quali Mosca e Tbilisi hanno combattuto nel 2008. Le due repubbliche sono riconosciute solo dalla Russia, dal Venezuela, dal Nicaragua e da un atollo del Pacifico. Chi oggi non sarà a Mosca non avrà l'imbarazzo di stringere loro la mano.

Fabrizio Dragosei
09 maggio 2010

La Padania è nata in casa mia ora rivoglio la Serenissima"

di Stefano Lorenzetto

Ranieri Da Mosto, il patrizio veneziano discendente del navigatore che nel Quattrocento scoprì le isole del Capo Verde: "Sarkozy ci deve 1.033 miliardi di euro.

E Formigoni restituisca le tele di Brera rubate da Napoleone"


 
Se il suo antenato Alvise da Mosto (1432-1488), navigatore ed esploratore partito dal Canal Grande, ebbe il merito di scoprire l’arcipelago del Capo Verde, il patrizio veneziano Ranieri da Mosto può attribuirsi quello d’aver intravisto in largo anticipo sui tempi il Capo Verde per antonomasia, Umberto Bossi, e non solo dal colore di camicie, cravatte e pochette. Correva l’anno 1996. La Lega Nord, sbertucciata dall’universo mondo, aveva appena costituito il Governo Sole, in opposizione a quello di Roma, e cercava a Venezia, preconizzata capitale della Padania, il suo Palazzo Chigi. Incurante dei sorrisini di compatimento che si sarebbe attirato nei salotti, il nobiluomo non ebbe esitazioni: «Vi metto a disposizione Palazzo Muti Baglioni, casa mia». 

Chiamala casa. Intanto è talmente importante che dà il nome alla strada in cui si trova, calle dei Muti o Baglioni, nel sestiere di San Polo, vicino al ponte di Rialto, proprio di fronte all’abitazione di vacanza dello stilista francese Pierre Cardin, «me racomando, se dise Cardìn, no’ Cardèn, xe nato a San Biagio de Callalta». Poi è in assoluto l’edificio più alto di Venezia, campanili a parte: 

«Sette piani, 24,60 metri al cornicione, 29 col tetto», precisa da Mosto, che vi occupa tutto il piano nobile, «800 metri quadrati, più di 20 stanze», non s’è mai degnato di contarle: al Consiglio dei ministri della Lega fu riservata la più grande, «el portego», 22 metri di lunghezza per 7 di larghezza, 6,40 l’altezza del soffitto, roba che ci si potrebbero ricavare due appartamenti, e infatti il piccolo Cosimo, 14 mesi, l’ultimo dei sei nipotini del conte, ci scorrazza sul triciclo. Inoltre è l’unico a disporre di una cappella privata consacrata: «Potevamo celebrarci i matrimoni e i battesimi, ma i preti si rifiutano di venirci perché adesso sono obbligatori i riti comunitari». 

Per non parlare delle opere d’arte: anche volendo tralasciare i dipinti della scuola veneziana del Tiepolo, basterà dire che nel Salone rosso (chiamato in famiglia la «sala del divorzio» per via delle scene allegoriche dipinte da Jacopo Guarana, l’affrescatore di Ca’ Rezzonico, raffiguranti il bene e il male nel matrimonio e i vizi e le virtù femminili) vi è il più grande specchio costruito in Italia nel Settecento sull’esempio della Galleria di Versailles. 

All’artigiano vetraio richiese talmente tanti anni di lavoro che la parte inferiore è in stile Luigi XV mentre la parte superiore fu ultimata in stile Luigi XVI, essendo nel frattempo cambiato il re di Francia. Figurarsi dunque la gioia di Ranieri da Mosto, 86 anni, erede di una delle famiglie del patriziato veneziano che detenevano il potere nella Repubblica veneta, per aver visto un leghista, Luca Zaia, finalmente insediato sul trono dogale che per 15 anni è stato occupato da Giancarlo Galan, e pazienza se «Zaia xe trevisan, Galan gera padovan, Carlo Bernini gera anca lu trevisan, Gianfranco Cremonese gera anca lu padovan, Angelo Tomelleri gera veronese, ’rivarà ben la ’olta de un venessian!». 

Bisogna capirlo: citati fin dal 1118 nei documenti della Serenissima, per una trentina di generazioni i da Mosto hanno concorso alla scelta del doge o come candidati o come elettori. Il padrone di casa dei ministri padani ha già preparato la lista della spesa per Zaia. Punto primo: presentare ricorso alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia affinché venga invalidata per mancanza del numero legale la seduta del Maggior Consiglio che il 12 maggio 1797, essendo doge Ludovico Manin e «con l’unico voto contrario del mio avo Zan Alvise da Mosto», sotto la pressione delle armi cedette Venezia a Napoleone, che subito la svendette all’Austria. Punto secondo: farsi restituire dalla Francia tutti i tesori trafugati dalla soldataglia bonapartista, a cominciare dalle venetissime Nozze di Cana del Veronese e dalla venetissima Cena in Emmaus di Tiziano Vecellio, oggi al Louvre. Punto terzo: costringere il presidente Nicolas Sarkozy a restituire a Venezia l’equivalente di 2 milioni di miliardi di vecchie lire, «comprensivi di interessi e rivalutazione dal 1797 a oggi». 

Punto quarto: obbligare la Pinacoteca di Brera a rimandare in laguna i 41 dipinti «che Napoleone arraffò nel 1811 e consegnò ai suoi fedeli tirapiedi milanesi». Punto quinto: far risorgere la Serenissima Repubblica o, in alternativa, trasformare almeno Venezia in uno Stato indipendente. Utopie? Meglio non sottovalutare le capacità divinatorie del patrizio veneziano. L’ultima volta che il conte da Mosto, all’epoca giornalista nella redazione di Venezia della Rai, si dedicò a un’utopia, 35 anni fa, di lì a qualche mese ebbe la soddisfazione di vedersela stampata sulla Gazzetta Ufficiale come legge dello Stato. 

«Si trattava della famosa riforma della Rai. Che è nata qui, sul tavolino dove ora lei appoggia i gomiti. Erano due fogli buttati giù a mano e poi ricopiati a macchina da me medesimo. Non scrivo mai tanto, la gente si stufa a leggere. Il promemoria mi era stato chiesto dall’onorevole Giorgio Bogi, che si occupava di emittenza radiotelevisiva per conto del Pri. Decisi di prevedere una prima rete filogovernativa, una seconda che non fosse né carne né pesce, una terza spenzolata a sinistra. E così fu fatto. Bogi è ancora vivo, può chiedergli conferma». 

Di che situazione giuridica sta parlando?
«L’assalto avvenne di notte e le teste di cuoio dei carabinieri arrivarono in piazza San Marco soltanto all’alba. Questo significa che per almeno otto ore la Repubblica italiana perse la sua sovranità sulla Repubblica veneta ripristinata dagli otto insorti. Mi commosse il fatto che dei popolani avessero serbato in cuor loro il ricordo della Serenissima, e coltivato per anni il sogno di farla rivivere, e si fossero preparati all’azione a prezzo di enormi sacrifici, incuranti dei pericoli, pronti a finire in prigione. I patrizi, diciamocelo, se ne fregano della Serenissima. Il popolo no! L’amore per la Repubblica è sempre stato più vivo nel popolo che nei nobili, a Venezia come a Rovigno, a Parenzo come a Perasto, la cittadina dei 12 gonfalonieri, oggi nel Montenegro, che si arrese per ultima il 23 agosto 1797 e che seppellì se stessa insieme col vessillo di San Marco al grido “Ti con nu, nu con Ti”».

Un discorso commovente.

«“Ma za che altro no’ ne resta da far par Ti, el nostro cor sia l’onoratissima to tomba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagreme!”».

Però l’orazione fu tenuta dal capitano delle guardie, Giuseppe Viscovich, che se non ricordo male era un conte, come lei.

«Ci sono state lodevoli eccezioni anche nella nobiltà, non dico di no. Lei pensi solo al dialogo fra Giulio II e l’ambasciatore Giorgio Pisani, che appartenendo al patriziato poteva ambire a diventare doge e dunque si riteneva superiore a chiunque. Il collerico Papa Giuliano della Rovere, al quale la Serenissima aveva appena strappato i territori della Romagna, scagliò l’anatema sui veneziani: “Io non mi rimarrò grave, fino a che non vi abbia fatti umili, e tutti pescatori siccome foste”. E Pisani, imperturbabile, gli rispose: “Vieppiù vi faremo noi, Padre Santo, un piccol chierico, se non sarete prudente”. Me ne trovi un altro, in duemila anni di storia, che abbia saputo tener testa a un pontefice, addirittura minacciando di retrocederlo a seminarista».

Non si trova.

«Ecco che cos’ho sempre rimproverato a questa Italietta: d’essere di carta, troppo modesta, priva d’orgoglio. Esiste una dignità delle nazioni. Non dobbiamo imitare i francesi, che quando allargano la bocca per pronunciare “la Fraaance” si mettono sull’attenti. Ma, santiddio, un minimo di rispettabilità va mantenuta. Invece l’unità d’Italia è stata fatta solo sui debiti delle tre guerre risorgimentali, non sugli ideali. La Serenissima non aveva debiti. Nel Seicento il doge Francesco Morosini resistette per 23 anni ai turchi nella guerra di Candia senza aumentare le tasse. Piuttosto preferiva vendere il patriziato a gente danarosa. Oh, mica per due lire: stiamo parlando di 100.000 ducati, qualcosa come 300 milioni di euro di oggi. Venezia già nel Duecento possedeva la metà dell’oro di tutta la cristianità. E non s’era ancora espansa in terraferma. E si trattava d’una città di appena 140.000 abitanti, più piccola non solo di Parigi ma persino di Napoli».

Poi arrivò quel ladrone del Bonaparte.

«Si sa che fece la campagna d’Italia solo per depredarne le ricchezze. Venezia era la cassaforte. Napoleone rubò alla Serenissima 40 milioni di lire oro, di cui 15 milioni del Ducato di Modena depositati alla Zecca della Repubblica veneta. A valori di oggi calcoli 2 milioni di miliardi di lire italiane, cioè 1.033 miliardi di euro».

Che lei rivuole dalla Francia.

«Esatto. Li avrebbero dovuti pretendere i governi italiani che si sono succeduti finora, ma sono stati uno più vigliacco dell’altro. Per cui ne chiesi personalmente la restituzione già nel 1997 con lettera ufficiale al presidente Jacques Chirac. Nemmeno mi rispose. Adesso mi accingo a riformulare la stessa richiesta a Sarkozy. La Convenzione dell’Unesco approvata il 14 novembre 1970 all’articolo 11 parla chiaro: “Vengono considerati come illeciti l’esportazione e il trasferimento di proprietà forzati di beni culturali, risultanti direttamente o indirettamente dall’occupazione di un Paese da parte di una potenza straniera”».

Nel caso della Serenissima di che beni si tratta?

«Il tesoro di San Marco che era custodito nella basilica, a quel tempo cappella ducale. I dipinti e gli arredi sacri di 160 chiese veneziane. Migliaia di tele, sculture, specchi, vetrate, lampadari e oggetti preziosi delle scuole d’arte. I 470 manoscritti antichi asportati dalla Marciana. Un numero inestimabile di incunaboli, codici miniati e libri sottratti a biblioteche e istituti religiosi. L’intera flotta da guerra esistente nel 1797, una delle più importanti del Mediterraneo. I ricchissimi materiali dell’Arsenale di Venezia, tra i quali l’occorrente per equipaggiare 8 vascelli, 6 fregate e 5 cutter, 6.000 cannoni di vario calibro, 2.000 fucili e 6.000 pistole, interi depositi di vele e sartiami. Senza contare che mi aspetto da Sarkozy un adeguato indennizzo per la violenta soppressione della Repubblica di Venezia, declassata da millenaria capitale di uno Stato sovrano a modesta città di provincia».

Mi sa che fa prima a restituirle Carla Bruni.

«La Francia negli anni Novanta ottenne la restituzione di molti beni confiscati dalla Russia. Non può fare orecchie da mercante».

E rivuole anche i 41 quadri veneziani custoditi nella Pinacoteca di Brera.

«Li ho inventariati uno per uno. Lei sa come finirono in Lombardia? È presto detto. I nobili milanesi, a differenza di quelli veneziani, sono stati storicamente succubi di qualcuno, dei Visconti, degli Sforza, degli spagnoli, degli austriaci, sempre servi! Anche di Napoleone. Che, per compensarli della loro cortigianeria, gli regalò dipinti di Tintoretto, Mantegna, Tiziano, Paolo Caliari, Cima da Conegliano, Jacopo Bassano, Lorenzo Lotto, Palma il Giovane. Il nuovo governatore Zaia deve scrivere al suo collega Roberto Formigoni e pretendere che ci vengano restituiti».

Oggi di chi è Venezia?

«Di nessuno. Siamo rimasti in 59.000. Venezia è una Disneyland che è stata anonimizzata dal Pci. L’hanno svuotata dal di dentro e riempita di camere per turisti. I bed and breakfast non votano. Nelle sue edizioni rivedute e scorrette, occhio alla esse, il partito comunista ha deciso di distruggere quel poco che restava della Serenissima. I compagni hanno sempre odiato i veneziani. E guardi che sono stato staffetta partigiana dal 1942 al 1945, procurai ad almeno un centinaio di ricercati i documenti falsi che li salvarono dalla deportazione nei lager nazisti e fui arrestato dai fascisti. Nel dopoguerra ho provato a trattare con l’onorevole Gianmario Vianello, pace all’anima sua. Staliniano fino al midollo. I comunisti xe sempre comunisti, col ciodo in testa, no’ ghe xe santi. Possono chiamarsi diessini, ulivisti, democratici, rossi, verdi, zali, tuto quelo che ti vol: non cambieranno mai».

Ora che è finito il regno di Massimo Cacciari sarà contento.

«Sono stato con lui in Consiglio comunale per cinque anni. Se la prendeva con i suoi dandogli dei cretini in aula. Gli ho sempre votato contro, ma l’ho in simpatia. Lo considero un uomo di grande levatura. È l’unico che potrebbe fare il segretario del Partito democratico, non quei menarrosti di Bersani, D’Alema e Veltroni. Ma è scomodo persino per loro. Cacciari l’ha detto chiaro e tondo: “Farei il Pd del Nord, sull’esempio della Lega”».

Renato Brunetta, il figlio del venditore ambulante di gondoete, non ce l’ha fatta a prendere il posto di Cacciari, gli hanno preferito come sindaco Giorgio Orsoni. Come si spiega? Il ministro accusa la Lega di non averlo votato.

«Non c’entra. È che gli manca il look. In questo mondo di plastica l’immagine conta, purtroppo. E poi non dimentichiamo che l’avvocato Orsoni vive all’ombra della Chiesa, è primo procuratore di San Marco, si occupa della basilica e del campanile. È un cattolico di sinistra nella manica del cardinale Angelo Scola. Il patriarca, che non manca mai di ricordare d’essere figlio d’un socialista massimalista, è un politico, non è un religioso come il suo predecessore Marco Cé».

Scola mi ha spiegato che non bisogna opporsi a quello che lui definisce «meticciato di civiltà», perché «se un simile processo è in atto, significa che esprime la volontà di Dio».

«La Chiesa ha bisogno del meticciato perché non ha più clero locale, quindi deve reclutare i sacerdoti dove e come può. Un tempo il quinto o il sesto figlio dei veneti poveri si faceva prete, attirato da una rendita mensile pari a 5.000 euro di oggi. Adesso la Chiesa, già ridotta in bolletta dai Savoia, può passargliene al massimo 800. La religione è bella, ma senza soldi non sta in piedi. Per 800 euro un africano corre, un italiano no».

Perché è diventato giornalista quando poteva limitarsi a fare il nobile?

«Finita la guerra, mio padre, che era stato direttore dell’Archivio di Stato di Venezia, riscuoteva 1.150 lire di pensione. Un chilo di burro nel 1945 ne costava 2.000. Perciò cominciai a collaborare con la Rai. Era il 1952. La televisione ancora non esisteva. Le notizie radiofoniche dal Veneto finivano nel Gazzettino padano, in onda da Milano. Nel 1956 morì d’infarto il caporedattore Licio Burlini. Chiamai il collega Sergio Telmon, repubblicano, pregandolo di metterci una buona parola con Ugo La Malfa».

Ahi, ahi, lottizzato e raccomandato.

«La Malfa lo conoscevo dal 1946. Quando scendevo a Roma per la direzione del Pri, mi riceveva subito, non ho mai capito perché avesse tanta simpatia per me. Mi convocò nella capitale. Fuori dal suo ufficio faceva anticamera Guido Carli, futuro governatore della Banca d’Italia. Ricevette prima me. “Telefoniamo a Villi De Luca, ci deve qualcosa”, disse La Malfa. Formò di persona il numero sull’apparecchio, non si fidava a passare per il centralino, segno che gli spioni già allora si davano da fare. De Luca, un galantuomo che in seguito avrebbe diretto il telegiornale, fu assai comprensivo: “Oltre alla nomina, a da Mosto bisognerà riconoscere un aumento di stipendio”. Ma La Malfa, parsimonioso fino allo scrupolo con i soldi pubblici, lo stoppò: “No, no, può aspettare”. Risultato: per i primi cinque anni feci il capo della sede Rai di Venezia mantenendo lo stipendio di redattore ordinario».

Una fregatura per la pensione.

«Non me ne parli. L’Istituto di previdenza dei giornalisti mi versa 4.000 euro al mese. Per mantenere il monumento nazionale in cui ho la fortuna di vivere ne spendo 5.000. Il tessuto urbano di questa città risale al 1300. La legge speciale per Venezia prevedeva che lo Stato aiutasse i proprietari di dimore storiche. Con la scusa dell’emergenza acqua alta, non arriva più un euro. Ha rastrellato tutto il Mose, il sistema di paratie mobili. Un carrozzone pazzesco che continua a ingoiare soldi. Mi sa che non finiranno mai di costruirlo».

Lo scrittore Gian Mario Villalta è convinto che gli italiani percepiscano il Nordest come «una landa disertata dalla civiltà e dalla cultura, dove vivono tristi umanoidi dominati dall’avarizia e dalla xenofobia». Ha idea del perché i veneti siano antipatici a tutti?

«Semplicemente perché lavoriamo tanto. Siamo ancora un popolo serio rispetto alla media italiana. Il governo nazionale sa che qui gli basta un dito per comandare, non occorre il bastone. Il veneto si alza alle 6, lavora fino alle 19, cena, guarda un po’ di televisione, va a letto e la mattina dopo si rialza per tornare al lavoro. In Rai io facevo orari folli, 15-18 ore al giorno. Quando vi fu l’alluvione del 4 novembre 1966, la più disastrosa in mille anni di storia, un metro e 90 di acqua alta, telefoni saltati, linee elettriche interrotte, un nostro tecnico andò in cerca di un generatore di corrente finché non lo trovò e con quello lessi la mia radiocronaca, a lume di candela, informando l’Italia che stavamo affondando. Fosse accaduto a Roma? Non lo so. A Roma casca el matòn e i lo lassa par tera».

È per questo che ai veneti sono antipatici i terroni?

«Un veneto s’innamora del lavoro perché in esso trova la dignità. Un meridionale cerca solo la paga. Il veneto vuole costruire. La vita è costruzione, non è distruzione. S’è mai chiesto perché le donne venete sono molto attive?».

Mi sono chiesto sul Giornale come mai tutti gli ori femminili alle Olimpiadi o nelle gare mondiali vengano vinti da campionesse nate in questa regione: Federica Pellegrini, Dorina Vaccaroni, Novella Calligaris, Sara Simeoni.
«Lei pensi solo al ruolo che aveva la donna sotto la Serenissima, in particolare a Venezia. Col marito per mare otto mesi l’anno, tutto era nelle sue mani: la cura dei figli, il governo della casa, i contratti di proprietà. Godeva di un’autonomia che nessun’altra donna del suo tempo aveva. Questa è la culla della libertà, nel Settecento in piazza San Marco vi erano 200 casini, non quelli di oggi, luoghi d’intrattenimento dove le signore potevano conversare alla pari con i maschi. Uno apparteneva alla mia bisnonna, Anna Gardi».

Allora un motivo c’è se le veneziane vengono ancor oggi sospettate d’essere donne di facili costumi.

«Vede, purtroppo col saccheggio dei napoleonici, la flotta sequestrata, i commerci bloccati, Venezia moriva di fame. Un giornalista francese arrivato qui nel 1811 scoprì che la città aveva perso 30.000 abitanti e che metà dei veneziani girava per calli e campielli a chiedere l’elemosina, quando appena 15 anni prima il loro tenore di vita era quattro volte superiore alla media europea. In queste condizioni che altro potevano fare le madri se non vendere le loro figlie per strada? Lord Byron, che soggiornò a Venezia fra il 1816 e il 1819, ne comprò una quarantina. E lo stesso Jean Jacques Rousseau, santificato dai giacobini come apostolo dell’infanzia, si prese una veneziana di 10 anni per vincere la depressione. Poi parlano tanto di pedofilia...».

Non mi ha spiegato come mai i veneti votano in massa per la Lega.

«I veneti votano per l’autonomia. Il Veneto si sente diverso, sa che il suo è un mondo a sé. L’imprenditore veneto si suicida per responsabilità verso i dipendenti, perché non riesce a pagargli lo stipendio. Le risulta che succeda qualcosa di simile in altre parti d’Italia? Mi spiace dirlo, ma quel Francesco de Vito Piscicelli, il costruttore napoletano che voleva fare affari dopo il terremoto dell’Aquila, arrestato in seguito all’agghiacciante conversazione telefonica col cognato - “io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro al letto” - è un mio lontano cugino. La differenza fra il Veneto e il Sud è tutta qui. Loro sono abituati al pasticcio. “T’ho fatto fesso”: questa è la gioia del meridionale».

La Lega è la nuova Democrazia cristiana?

«Con la Dc la nostra autonomia era garantita dai Bisaglia, dai Rumor, dai Ferrari Aggradi, dai Gui. Per questo Antonio Bisaglia, una creatura delle Assicurazioni Generali, venne fatto fuori. O non crederà che sia caduto in mare per un malore e che suo fratello don Mario sia annegato per sbaglio in un lago del Cadore mentre indagava sull’oscuro incidente che costò la vita a Toni?».

Qual è la miglior dote dei veneti?

«La tenacia. Ci aggiunga la tranquillità: si sentono a posto con la loro coscienza».

E il peggior difetto?

«Non riescono a battere i pugni sul tavolo per ottenere ciò che gli spetta».

Un giorno Venezia s’inabisserà oppure vivrà in eterno?

«Venezia seppellirà i suoi detrattori, questo è sicuro».

Stefano Lorenzetto stefano.lorenzetto@ilgiornale.it


La nube del vulcano in Italia Scali chiusi al Nord Ovest

Quotidianonet

Niente voli dalle 8 alle 14. Aperti solo Venezia, Trieste e Rimini.
A causa delle nube di cenere in Spagna erano stati chiusi una ventina di aeroporti.
Il mese scorso ci fu uno stop in gran parte dell'Europa


Roma, 9 maggio 2010

L’Enac ha annunciato nella tarda serata di ieri la chiusura di tutti gli scali del nord Italia dalle 8 alle 14 di oggi, a eccezione di quelli dell’Italia nordordientale, vale a dire Venezia, Trieste e Rimini. La decisione è stata presa per l’arrivo sul territorio italiano di polveri vulcaniche provenienti dall’Islanda. Il Bollettino Cfmu di Eurocontrol, ha sottolineato l’Enac, ha preso in considerazione tutti i parametri nello spazio aereo interessato e ha stabilito che non sono compatibili con i parametri di sicurezza dati dai costruttori di motori di aerei. 

Rialza la testa, dunque, la nube del vulcano islandese: dopo avere vagato ieri lungo i Pirenei e avere proteso la sua ombra fino al Portogallo, a Barcellona, Madrid e Marsiglia, costringendo a terra 5 mila voli, in nottata la nube è arrivata sopra l’Italia. A spingere la nube di cenere verso la Penisola - spiega il Centro di controllo europeo delle polveri vulcaniche (Vaac) - è stato il gioco delle correnti aeree in quota. Favorite da un’area anticiclonica sull’alto Atlantico e da un’area depressionaria a ridosso della penisola iberica, le correnti saranno dirette da nord verso sud, dall’Islanda alla Spagna, e poi da ovest sud-ovest verso est nord-est, cioè dalla Spagna in direzione dell’Italia.

La situazione non sembra destinata a cambiare nei prossimi giorni. Sono quindi attesi nuovi disagi per i passeggeri aerei, dopo quelli registrati anche oggi per via della cancellazione di 5.000 voli e dei ritardi causati dalla restrizione della ‘fly-zone’, in particolate ai voli transatlantici riprogrammati per evitare la nube. Eurocontrol, l’ente europeo per la sicurezza dell’aviazione civile, ha registrato oggi 25 mila voli in Europa, mentre ieri quelli effettuati sono stati 30.342. In Spagna, sulla costa atlantica e del nord, sono stati una ventina gli aeroporti chiusi per decisione dell’autorità aerea spagnola Aena.

Ieri sera alle 22 ha però ripreso a funzionare l’aeroporto El Prat di Barcellona, importante ‘hub’ che era stato chiuso alle 15:30. Al momento il pericolo di gravi disagi sembrerebbe così scongiurato per i partecipanti al Gran Premio di Formula 1 in programma domani nella città catalana. Sono già stati riaperti anche scali spagnoli come Saragozza a Valaldolid mentre altri come quello di Vigo dovrebbero riprendere l’attività alle 02:00 di oggi.



Venezia, il capo dei pm ordina: "Celle piene, fate pochi arresti"

di Marino Smiderle

Il procuratore Borraccetti invia una circolare ai suoi pm e alle forze dell’ordine: "Evitate di portare in carcere chi è sorpreso a compiere un reato".

Truffatori, ladri, clandestini: potrebbe esserci il rischio del "liberi tutti".

Il giudice: "Chiedo solo quello che già prevede il codice di prodedura penale"


Venezia
Le carceri sono sovraffollate, su questo non c’è il minimo dubbio. E questo Vittorio Borraccetti, procuratore capo della Repubblica a Venezia, lo sa benissimo. A Santa Maria Maggiore, per dire, al momento ci sono 340 detenuti, più del doppio di quanti ce ne dovrebbero essere secondo il regolamento. E, spinto anche da questa esigenza, come dire, abitativa, lo stesso Borraccetti ha diramato ai pm e alle forze dell’ordine una circolare in cui si invita a evitare di portare in carcere i delinquenti pizzicati in flagranza di reato.

Detta così, la soluzione non pare proprio una soluzione. Se lo scopo è quello di non riempire le carceri, evitare di infilarci i delinquenti potrebbe servire a ottenere il risultato sperato. Ma visto che lo scopo dovrebbe anche essere quello di togliere dalla strada quei furfanti che rovinano la vita alle altre persone, lasciarli a piede libero non sembra una buona idea.
In punta di diritto, la richiesta di Borraccetti non fa una grinza. Lui dice: quando beccate in flagranza chi ha commesso un reato, processatelo subito ed evitate che passi per il carcere. Se poi il giudice deputato a tenere il processo è troppo impegnato e il passaggio in aula slitta di 24 ore, anziché portarlo in carcere, tenetelo in caserma, in guardina, o comunque nei locali a disposizione delle forze dell’ordine per i casi di emergenza.

«Non ho fatto altro che ricordare quello che dice l’articolo 558 del codice di procedura penale - spiegato il capo dei pm al quotidiano «la Nuova Venezia» -. Da un lato prescrive il processo per direttissima per le persone arrestate in flagranza di reato, dall’altro afferma che non devono passare per il carcere».
In un’Italia perfetta, questa potrebbe anche essere la panacea di tutti mali carcerari. Ma se la direttissima di un processo diventa differita alle calende greche? E se la caserma, o la questura non hanno locali idonei a ospitare i personaggi catturati dalle forze dell’ordine?

Sulla base di questa circolare, il carcere non è previsto quale soluzione e il pm potrebbe valutare l’eventuale remissione in libertà dell’imputato. Sempre che non sussistano particolari esigenze investigative o cautelari.
Parlare di incentivo a delinquere è sicuramente un’esagerazione e non è certo la finalità della circolare di Borraccetti, finita anche sul tavolo del prefetto di Venezia. Ma di sicuro i protagonisti della cosiddetta microcriminalità (che poi è micro solo per gli addetti ai lavori, non certo per i cittadini che ne sono colpiti) non si stracceranno le vesti nel sapere che per loro diventa molto difficile che si aprano le porte del carcere.

«Non c’è più posto», ha ricordato Borraccetti nell’intervista. E a sostegno della sua tesi ha citato un recente e grave caso di cronaca, relativo all’omicidio di un cingalese da parte di un suo connazionale. Beccato subito dalle forze dell’ordine, per l’assassino non c’era una branda libera a Santa Maria Maggiore e così è stato disposto il suo trasferimento al carcere di San Pio X a Vicenza.
Il problema dell’affollamento è legato, come sanno bene i magistrati e, soprattutto, la polizia penitenziaria, all’eccessivo turnover degli ospiti. I delinquenti vanno e vengono e il carcere è diventato una sorta di albergo. La marea di arresti per furto o per reati connessi alla legge Bossi-Fini hanno finito col riempire le celle. Magari per pochi giorni, salvo poi rientrarvi una volta che i carabinieri pizzicavano di nuovo gli autori recidivi del reato.

Ecco perché la circolare di Borraccetti è stata accolta quasi con la ola dalla polizia penitenziaria. Su Facebook, diventata ormai la lavagna su cui scrivere i propri pensieri, diversi agenti hanno postato commenti molto favorevoli all’iniziativa del magistrato in corsa per diventare procuratore capo a Milano. «Finalmente», ha scritto un agente a commento dell’iniziativa. Questione di punti di vista, ovviamente. Se in Italia la giustizia funzionasse bene, non ci sarebbero problemi: le disposizioni di Borraccetti diventerebbero fluide applicazioni di una normativa certa. Sapendo come vanno in realtà le cose, il dubbio che il sovraffollamento delle carceri venga risolto lasciando fuori i delinquenti rimane. E non c’è notizia di cittadini che abbiano accolto la circolare del procuratore esclamando, come gli agenti della polizia penitenziaria, «finalmente».


Mezzi dell'Esercito italiano 'sconfinano' a San Marino Nasce un caso diplomatico

Il Resto del Carlino

Il convoglio di cinque mezzi del Reparto Lagunari di Venezia dove recarsi a Carpegna ma per errore è finito sulla superstrada del Titano.
La Gendarmeria li ha scortati al confine. Il governo di San Marino protesterà

San Marino, 8 maggio 2010.

Un 'convoglio' di cinque mezzi dell'Esercito italiano ha sconfinato per errore nel territorio della Repubblica di San Marino, e ne è nata una sorta di 'caso diplomatico'. La Gendarmeria del Titano e li ha riaccompagnati al confine di Stato. Ma il segretario agli Esteri Antonella Mularoni ha già annunciato che invierà una nuova nota di protesta all'Ambasciata d'Italia.

Già il 25 marzo un furgone della Guardia di Finanza era entrato per errore nella Repubblica, ed era stato fermato.


Stamattina alle 11.20
, secondo quanto reso noto dalla Gendarmeria, è stato segnalato l'ingresso in territorio sanmarinese (al confine di Stato di Dogana) di alcuni veicoli dell'Esercito italiano. Il convoglio è stato intercettato sulla superstrada in via Cinque Febbraio all'altezza di Fiorina. Il gruppo di veicoli era formato da cinque mezzi marca Iveco, mod. Vm-90 su cui viaggiavano circa trenta militari in uniforme, del Reparto Lagunari 'La serenissima' di Venezia.

Hanno spiegato che si dovevano recare al poligono militare di Carpegna e il Gps in dotazione aveva indicato loro la strada che stavano percorrendo, senza evidenziare il confine di Stato sammarinese. Dopo aver percorso alcuni chilometri lungo la superstrada, hanno notato dei cartelli con l'indicazione del centro storico di San Marino e hanno immediatamente invertito il senso di marcia.

Dopo aver esaurito la procedura degli accertamenti, il convoglio è stato scortato da due pattuglie della Gendarmeria fino al confine di Stato di Galazzano, ed è stato lasciato alle 12.40. ‘’Prendo atto della buona fede - ha dichiarato il segretario agli esteri Antonella Mularoni - ma mi auguro sia l’ultimo episodio, dal momento che anche i corpi militari italiani devono avere le adeguate disposizioni e sapere che si tratta dello sconfinamento in territorio straniero’’



Fermato e malmenato da poliziotti durante la finale di Coppa Italia»

Corriere della Sera


L'AGGRESSIONE IL 5 MAGGIO VICINO ALLO STADIO OLIMPICO

La denuncia dalla famiglia di un 25enne in un video inviato alla trasmissione «Chi l'ha visto?».
Il ragazzo arrestato vicino allo stadio è in carcere in isolamento

Video

ROMA - Picchiato durante Roma-Inter. Proprio vicino allo Stadio Olimpico di Roma, dove giallorossi e nerazzurri si battevano per la vittoria della Coppa Italia. Lui invece veniva preso, strattonato e picchiato da alcuni agenti di polizia.

LA DENUNCIA - Sono i genitori di Stefano Gugliotta a denunciare il fatto. Ora il 25enne è in carcere, in cella d'isolamento, dopo essere stato fermato e malmenato, a Roma, da poliziotti la sera del 5 maggio scorso. La famiglia del giovane ha mandato un video fatto dall' alto - probabilmente da una abitazione - con un telefonino dell'accaduto a «Chi l'ha visto?», la trasmissione di Rai3, che lo ha diffuso sul suo sito. Il fermo di Stefano Gugliotta, secondo quanto riferisce la famiglia, è avvenuto in viale Pinturicchio, alle 21,40, nei pressi dello Stadio Olimpico.

IL VIDEO - Nelle immagini del video si vede un motorino con a bordo due giovani; un poliziotto blocca il motorino. Comincia un diverbio fra i tre; il ragazzo che si trova di dietro, con una felpa bianca, scende, viene rincorso per un po', poi corre via. L' altro, con una maglia rossa, viene strattonato sul viso, vengono alle mani. Il giovane si difende. Arriva un altro poliziotto e poi altri agenti che circondano il ragazzo sulla moto; continua la colluttazione.

Redazione online
08 maggio 2010

Dove è nata l'America

Corriere della Sera

Salpati da Bideford e arrivati in Carolina del Nord, 33 anni prima della Mayflower.

Dna a confronto per risalire alla colonia perduta

Dove è nata l'America


 Antica mappa di Roanoke, dove sarebbero sbarcati i coloni  partiti da Bideford
Antica mappa di Roanoke, dove sarebbero sbarcati i coloni partiti da Bideford
BIDEFORD (INGHILTERRA) - È uno dei misteri del passato più dibattuti dagli storici americani e adesso, grazie all'iniziativa di un sindaco inglese e alle moderne tecnologie, potrebbe essere finalmente risolto. Andy Powell, primo cittadino di Bideford, contea del Devon, Inghilterra, spera di dimostrare attraverso attenti studi sul Dna che nel 1587 (33 anni prima che i padri pellegrini partissero da Plymouth sulla nave Mayflower per colonizzare il Nuovo Mondo) una spedizione di oltre 100 cittadini inglesi salpò dal piccolo porto della sua città e riuscì a raggiungere le coste della Carolina del Nord, istallandosi sull'isola di Roanoke. A organizzarla sarebbe stato il grande corsaro britannico William Raleigh e a guidarla John White.

L'IPOTESI - Secondo l'ipotesi del sindaco questi coloni, di cui all'improvviso si persero per sempre le tracce, si sarebbero mescolati alle popolazioni indigene e sarebbero i primi veri coloni britannici nella storia degli Stati Uniti d'America. Solo un dettagliato studio sul Dna delle popolazioni della Carolina del Nord e dei cittadini di Bideford potrebbe confermare che ancora oggi esistono discendenti diretti della «colonia perduta».

LA LEGGENDA - Secondo la tradizione i coloni s’installarono sull'isola americana

Coloni e nativi del «nuovo mondo»
Coloni e nativi del «nuovo mondo»
e subito stabilirono ottimi rapporti con gli indigeni. John White, divenuto governatore della colonia, dopo pochi mesi dallo sbarco, decise di tornare in Inghilterra assieme a una piccola flotta per acquistare approvvigionamenti. Fu trattenuto un paio d'anni in Europa a causa della guerra tra l'Inghilterra e l'invincibile armata spagnola. Tornato in America, appena rimise piede a Roanoke trovò l'insediamento completamente deserto. I suoi aiutanti girarono tutta l'isola, ma non trovarono nessun compatriota. Nacque così la leggenda della colonia perduta: furono organizzate nuove spedizioni e altre ricerche (il navigatore Ralaigh si indebitò fino al collo per ritrovare i connazionali), ma dei coloni di Roanoke si persero per sempre le tracce. Alcuni storici sostengono che i coloni si sarebbero semplicemente trasferiti in un altro luogo e mescolati alle popolazioni indigene.

UNA TRACCIA - Lo confermerebbe l'unica traccia lasciata nell'insediamento: inciso su un tronco John White trovò la parola «Croatoan», il nome di un'isola vicina. White tentò di raggiungerla, ma fu ostacolato da un'improvvisa tempesta. A supporto di questa teoria vi sarebbero anche tanti antichi racconti che parlerebbero di nativi americani con gli occhi blu e che organizzavano già dal XVII secolo gli insediamenti seguendo l'esempio inglese.

DNA - Adesso il sindaco Powell è alla ricerca di nuovi finaziamenti per portare a termine uno studio approfondito sul Dna della popolazione inglese che vive a Bideford e su quella americana della Carolina del Nord per tentare di ritrovare i discendenti della colonia perduta. Se l'iniziativa del sindaco andasse a buon fine e l'ipotesi fosse confermata, la sua città potrebbe diventare una delle mete turistiche britanniche più gettonate, patria dei primi coloni americani: «Stiamo lavorando con un gruppo di scienziati che da anni analizzano prove di Dna», dichiara il sindaco al Guardian. «Bisogna stabilire se discendenti dei coloni scomparsi vivano ancora nel Regno Unito e in America. L'importanza del progetto è facile da spiegare. Se i discendenti di quest’antica colonia esistessero, vuol dire che Bideford ha giocato un ruolo essenziale nella fondazione degli Usa, trentatré anni prima dei coloni partiti con la nave Mayflower dalla coste britanniche»

Francesco Tortora
08 maggio 2010