giovedì 6 maggio 2010

Petroliera russa salvata. Liberati i pirati

Corriere della Sera

L'agenzia Interfax: la marina di Mosca ha lasciato i sequestratori nella loro barca.
Ma altre fonti smentiscono

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MOSCA - I russi avrebbero liberato i pirati catturati stamattina durante il blitz delle forze speciali che hanno assaltato la petroliera “Università di Mosca” dirottata ieri. La notizia è stata data dall’agenzia di stampa Interfax: “Le forze russe hanno disarmato i pirati e poi li hanno messi nella loro stessa barca per lasciarli in mare”. Pochi minuti dopo, però, un’altra agenzia di stampa, la Ria Novisti, ha citato fonti del gruppo delle navi militari russe nell’Oceano Indiano, per smentire l’avvenuta liberazione: “nessuno è stato messo in una barca e lasciato andare”. La liberazione della petroliera è avvenuta 24 ore dopo la cattura. E’ intervenuto il caccia sommergibili Maresciallo Shaposhnikov. Prima i militari hanno risposto con mitragliatrici al fuoco dei pirati, poi dal caccia sono partiti alcuni uomini delle truppe speciali che hanno catturato i somali. Uno di questi era morto durante lo scontro a fuoco. Tutti i membri dell’equipaggio che si erano rifugiati in una camera blindata della nave sono sani e salvi. Più volte in passato anche navi militari europee sono state costrette a liberare i pirati catturati per evitare di doverseli portare in patria per un processo che, comunque, sarebbe assai complesso e costoso. Fabrizio Dragosei
06 maggio 2010

Anche Bersani beneficiò degli affitti agevolati"

di Redazione

Dopo Massimo D'Alema anche il segretario del Pd finisce nel ciclone degli "equo-iniqui canoni". La denuncia del deputato Pdl Lehner: "Bersani si vide pagata la metà dell’affitto per l'appartamento con i denari della Cee transitati nella Cisl". Ma il Pd: "Pronti ad azioni legali"




Roma - Dopo Massimo D'Alema anche il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, finisce nel ciclone degli "equo-iniqui canoni". Questa volta si tratterebbe di fondi europei per la formazione derubricati poi a canone d’affitto. Dal 1991 al 1993, il leader democratico avrebbe infatti vissuto nell'appartamento di via Mazzini 84 a Bologna grazie alla Cee. A denunciarlo è stato il deputato del Pdl Giancarlo Lehner: "Bersani si vide provvidenzialmente pagata la metà dell’affitto per l'appartamento con i denari della Cee transitati nella Cisl" 

La denuncia di Lehner "Posto che la Casa è di nuovo un film horror, è lecita la domanda - ha denunciato Lehner - è di destra farsela pagare da amici, benefattori noti ed ignoti, o intestarla all’amante, che magari, poi, cambiando letto, se la pappa, mentre è di sinistra godere, come accadeva negli anni Novanta, di equo-iniqui canoni o addirittura dei fondi europei per la formazione derubricati a canone d’affitto?". Il deputato del Pdl si riferisce a D’Alema, Veltroni, Iotti e anche a Bersani che, "dal 1991 al 1993, si vide provvidenzialmente pagata la metà dell’affitto per un appartamento a Bologna con i denari della Cee transitati nella Cisl". A beneficio della fiducia nelle istituzioni, Lehner propone quindi "la pubblicazione con scadenza semestrale dell’anagrafe immobiliare dei politici, dei magistrati, dei generali, dei giudici costituzionali e così via". Tra destra e sinistra, per Lehner permane una differenza: "E' certamente di destra essere disossati dalla fuga di notizie centellinata e dilatata nel tempo; è di sinistra, invece, l’arcigno presidio al segreto istruttorio, così come la giustizia-veloce e la celerità delle archiviazioni". 

Il Pd: "Azioni legali" Immediata la replica di Stefano Di Traglia, portavoce del segretario Pd Bersani, che parla di "tentativi maldestri in atto di aumentare la confusione sotto il cielo della politica". Di Traglia smentisce la denuncia di Lehner: "E' palesemente priva di fondamento, come lui stesso oltretutto ammette. Nella sua dichiarazione si dimentica però di precisare che la vicenda a cui accenna si chiuse con un nulla di fatto e senza rilievi per Bersani che all’epoca era presidente della regione Emilia Romagna". Il portavoce di Bersani constata che "non muore l’abitudine di taluni, come avvenne allora, di alzare polveroni e di utilizzare la calunnia come arma politica. In ogni caso- annuncia il Pd - si è provveduto a trasmettere ai legali le dichiarazioni di Lehner per verificare tutte le iniziative necessarie per la tutela del buon nome di Bersani".


Fisco: presto cartelle di pagamento sospese grazie all'autodichiarazione

Corriere della Sera
Basterà allegare un documento che comprova le proprie buone ragioni per interrompere procedure di riscossione

non sarà più necessario fare la spola tra gli uffici pubblici

Fisco: presto cartelle di pagamento  sospese grazie all'autodichiarazione


MILANO - Un'autodichiarazione sostenuta da un documento che comprovi le proprie buone ragioni basterà d'ora in poi a bloccare le richieste del Fisco. Fino alla definizione nel merito. E' questa l'importante novità in arrivo per i contribuenti. Se ricevono una cartella di pagamento, e ritengono di aver già pagato il tributo oppure sono interessati da un provvedimento di sgravio o sospensione, non dovranno più fare la spola tra gli uffici pubblici: basterà compilare un'autodichiarazione per interrompere le procedure di riscossione. Lo annuncia Equitalia, la società pubblica incaricata dell’esercizio dell’attività di riscossione nazionale dei tributi.

LA NUOVA PROCEDURA - Fino a mercoledì il contribuente che si presentava allo sportello di Equitalia sostenendo di aver pagato le somme riportate nella cartella di pagamento (siano esse relative a multe stradali, mancati versamenti dell'Irpef o dei contributi Inps ecc...) chiedeva all'agente della riscossione spiegazioni. Quest'ultimo, non possedendo informazioni a riguardo, invitava il cittadino a rivolgersi direttamente all'ente creditore. In base a una direttiva emanata oggi, invece, qualora il contribuente sia in grado di produrre un provvedimento di sgravio o di sospensione emesso dall'ente creditore in conseguenza della presentazione di un'istanza di autotutela, una sospensione giudiziale oppure una sentenza della magistratura, o anche un pagamento effettuato in data antecedente alla formazione del ruolo in favore dell'ente creditore, la riscossione sarà immediatamente sospesa. Entro i successivi dieci giorni, l'agente della riscossione porterà all'attenzione dell'ente creditore la documentazione consegnata dal debitore, al fine di ottenere conferma o meno dell'esistenza delle ragioni di quest'ultimo. In caso di silenzio degli enti, le azioni volte al recupero del credito rimarranno comunque sospese.

Redazione online
06 maggio 2010

New York, storia della Grande Mela costruita da malandrini e tagliagole

Il Messaggero

di Giancarlo De Cataldo

ROMA (5 maggio) - «Le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana/ e negli androni dei caseggiati popolari». Così cantavano, dopo il black-out che nel 1965 lasciò per ore New York senza luce, Simon & Garfunkel. Come dire che la vera anima di una città è custodita, nel tempo e contro il tempo, dagli sbandati, dai poveri, dagli emarginati, dagli esclusi.

È la stessa tesi che circola nel densissimo saggio di Luc Sante sulla New York delle origini. Il titolo italiano, C’era una volta a New York. Storia e leggenda dei bassifondi (Alet, 352 pagine, 19 euro) riprende l’icastico originale Low Life. La Vita Bassa, o, meglio La Vita Sotterranea. È la storia, o, per meglio dire, la contro-storia della Grande Mela puntigliosamente ricostruita e reinterpretata alla luce dei segni (letterari, giornalistici, fotografici, musicali, teatrali) disseminati nell’arco di oltre un secolo, dal primo Ottocento al 1914, da quella vasta, pittoresca, davvero impressionante umanità marginale che inventò il Mito di New York e della quale, ancora oggi, la città porta i segni indelebili.

È la storia di una città nascosta, segreta, invisibile fatta di malandrini, ladri, attori, pugili, pompieri, sbirri, mignottine, ladruncoli, politicanti. E dei loro luoghi di ritrovo, delle loro dimore fatiscenti, dei club costituiti su base etnica che presto si organizzano in bande, e poi diventano soggetti politici attivi, e infine originano le mafie. È la storia degli epici scontri di strada fra le bande. La storia del vizio e della povertà che convivono fianco a fianco con la lussuria e la ricchezza: facce contrapposte della stessa medaglia, l’una e l’altra indissolubilmente legate, condannate a convivere, e a generare, nei rari momenti d’incontro e nei frequenti scontri, quell’unicità che è l’anomalia perdurante di New York.

Luc Sante è newyorkese come quelli che racconta: immigrati (Sante dal Belgio) in partenza, poi, once and forever, una volta e per sempre, newyorkesi. La quantità di informazioni che si possono ricavare da questo prezioso volume è enorme, persino esagerata. Non a caso Martin Scorsese (paisà del nostro Sud) volle Sante come consulente per le Gangs of New York, uno dei suoi film più riusciti e meno amati. E se ne comprende il motivo: come si fa ad amare uno che ti ricorda che la tua città non è nata dai diamanti ma dal letame, che Tammany Hall, praticamente la pietra fondante del moderno Partito democratico, era più o meno una congrega di tagliagole, che gli immigrati, per essere accettati dai nativi (spesso altri immigrati che avevano il solo pregio di essere sbarcati tre o quattro anni prima) hanno sostenuto epiche lotte, rimettendoci spesso la pelle?

A tutti (Sante lo nota acutamente) piacerebbe avere un Romolo o un Pericle nelle proprie origini: ma la verità è che New York è oggi così com’è, nel bene e nel male, molto più per merito (o per colpa) dei suoi “sotterranei” che dei suoi signori. Mafia inclusa, se è vero, come è vero, che l’albero genealogico dei vari Anastasia, Gotti, Gambino include antenati attivi nelle dalle gang di strada dell’Ottocento. È, soprattutto, la storia di una grande continuità: i caseggiati popolari della canzone di Simon & Garfunkel sono esattamente quei “tenements” di legno dove, vittime di una feroce speculazione edilizia, si ammassavano, cent’anni fa, i disperati che da tutte le parti del mondo partivano alla conquista della Grande Mela. Il nomignolo stesso, riletto alla luce del lavoro di Luc Sante, ha un che di beffardo. “Grande Mela” sa di speranza e di tenace buona volontà, di occasioni a portata di mano, di vita elettrica e febbricitante che non nega a nessuno una prima, e, perché no, una seconda e persino una terza chance.

Ma certi newyorkesi, diciamo quelli meno baciati dalla fortuna, (e Sante non manca di ricordarcelo) hanno un altro modo per definire la loro città. La chiamano “La Grande Cipolla”, perché come una cipolla puoi sbucciarla a strati sino a restare con un pugno di mosche in mano e il volto rigato di lacrime. Oppure, “La Grande Patacca”. In memoria, si può pensare, della sciagurata transazione per effetto della quale, il 24 maggio 1626, la tribù nativa dei Delaware (poi passata alla storia per le gesta di Pocahontas) cedette al governatore olandese l’isolotto di Manhattan. Prezzo della compravendita: sessanta fiorini, ossia venticinque dollari al cambio di oggi.

Mela, Cipolla o Patacca che sia, d’altronde, New York è, da almeno centocinquant’anni, indiscutibilmente “grande”. Una fabbrica inesauribile di mitologie e stili di vita, un laboratorio inesauribile di storie umane sensazionali, l’approdo agognato da legioni di sognatori, il centro irradiatore dell’ideologia dell’Impero Americano d’Occidente, la méta finale di chi ha fatto del successo la propria ragion d’essere. Essere il “numero uno” a New York, nella moda, nel costume, nello spettacolo, nello sport, nello showbiz così come nell’industria, in politica o in finanza, significa essere il “numero uno” nel mondo.

Questo, almeno, ai nostri occhi. “Loro”, se ci si prende un minimo la briga di indagare, ti racconteranno una storia leggermente diversa: quelli che non ci vivono e non l’amano sostengono che New York non è l’America. E quelli che ci vivono e la amano, o la detestano, ma non possono farne a meno, siano di origine italiana, coreana, somala o melanesiana, rivendicano uno status del tutto particolare: prima newyorkesi, poi americani, poi più niente.

Sante è impietoso con la New York-bomboniera di oggi, quasi nostalgico della metropoli in cui c’era spazio tanto per il lusso che per il degrado. È una visione che fa a cazzotti con la “vulgata” sulla sicurezza che ossessiona l’Occidente. Ma che del Mito di oggi il mondo sia tributario all’inconsapevole vergine irlandese che batteva a Five Points per pochi spiccioli o all’erculeo pugile che s’improvvisava attore negli sgangherati teatrini della Bowery, beh, è cosa che un po’ ci fa riflettere e un po’, ammettiamolo, ci fa sognare.



Ciarrapico “nullatenente”, ma intestava beni e yacht ai dipendenti dell'ospedale

Il Messaggero

In 10 anni create 90 società anche grazie alle provvidenze per l'editoria.
L'avvocato: tutto a norma, faremo ricorso


di Vittorio Buongiorno

FROSINONE (6 maggio) - Angelo R. tirava a campare con lo stipendio di dipendente del Policlinico Casilino. L’inchiesta non dice se fosse portantino, infermiere o un amministrativo. Ma aveva un lavoro sicuro nell’ospedale di proprietà di Giuseppe Ciarrapico affittato alla Regione Lazio. Una vita dignitosa quella di Angelo, anche se arrivare alla fine del mese non era sempre agevole, ma soprattutto monotona: sveglia la mattina, via al lavoro, sera di nuovo a casa. Non sapeva, Angelo R., che avrebbe potuto spassarsela: l’inchiesta della Procura di Roma sul senatore del Pdl ha scoperto infatti che era titolare del 95% delle quote di una società, la Brezza Blu srl, armatrice di uno yacht da favola, del valore di un milione e seicentomila euro. L’imbarcazione che i militari della Guardia di Finanza hanno messo sotto sequestro l’altro giorno nel porto di Gaeta eseguendo l’ordinanza del gip romano Elvira Tamburelli che ha bloccato beni per 20 milioni all’imprenditore indagato per truffa ai danni dello Stato.

Quando il signor Angelo lo ha scoperto era ormai in pensione. «Non so assolutamente nulla di questa società di cui apprendo l’esistenza oggi - disse - Non ho mai sottoscritto atti ad essa relativi, né direttamente né per delega». Salvo poi ricordarsi di quando veniva mandato nello studio di un notaio romano a firmare atti già predisposti».

E’ una storia emblematica, così la definiscono gli investigatori del nucleo valutario della Finanza, guidato dal colonnello Leandro Cuzzocrea, scovata spulciando negli atti e nei conti di ben novanta società create dall’«editore, imprenditore ed editorialista» (come si definisce lo stesso Ciarrapico). Una girandola di sigle e di conti, molti dei quali alimentati dalle provvidenze per l’editoria che la Procura ritiene siano state percepite illegittimamente e illecitamente per una cifra che supera i 20 milioni di euro.

Eppure Ciarrapico, in un documento del 2003 sequestrato dagli inquirenti si vantava di non temere richieste di risarcimento da un dipendente che gli aveva fatto causa: «Tanto sono nullatenente». Per molti anni gli unici redditi dichiarati sono da lavoro dipendente. In realtà per gli inquirenti «risultano ampiamente e univocamente provate la riconducibilità alla piena ed esclusiva proprietà di Ciarrapico Giuseppe e Ciarrapico Tullio dei beni», per i quali è stato chiesto e ottenuto il sequestro preventivo. Ovvero la Eurosanità spa e la controllata Romana Investimenti Immobiliari spa, il bar Rosati in piazza del Popolo a Roma, il centro stampa a Villa Santa Lucia, non lontano da Cassino, e lo yacht di lusso.

Ma torniamo agli stipendi. Prendete il 2007. Gli inquirenti fanno notare come una delle srl paga a Ciarrapico redditi da lavoro autonomo per circa 600 mila euro, poco meno del suo volume d’affari. Lo stesso, ma con cifre molto più basse, era accaduto l’anno prima. «Ciò dimostra - sostiene l’accusa - che Ciarrapico è stato in sostanza l’unico fornitore della società, evidentemente utilizzata quale strumento di mero transito di ricchezza verso lo stesso Ciarrapico cui è direttamente riconducibile».

«Prima di esprimere sentenze sommarie - ha tagliato corto ieri il legale di Ciarrapico, l’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi - sarebbe bene verificare la normativa sull’editoria che si ritiene essere stata violata e che viceversa noi riteniamo sia stata correttamente seguita da Ciarrapico». Per questo l’avvocato annuncia che «si ricorrerà al Tribunale del Riesame per fare chiarezza sulla vicenda».



Non vedente con cane respinta dall'ospedale "Trattata come fuorilegge"

Il Resto del Carlino

La spiacevole vicenda di una ex insegnante di 45 anni a Reggio Emilia


Modena, 6 maggio 2010

«Il cane-guida per ciechi? Può entrare addirittura negli esercizi aperti al pubblico. Negli ospedali, nei supermercati, nelle scuole. Ma capitano tanti piccoli episodi di intolleranza. Io capisco che posa capitare a una persona che non sa, a un anziano. Ma all’ospedale, no: mi umilia e umilia una vita che sto cercando di vivere dignitosamente». Patrizia Martini, 45 anni, ipovedente, sposata, due figli, abitante in città in via dell’Abbadessa, non è disposta a far passare sotto silenzio il rimprovero - o almeno quello che lei ha vissuto come tale - il 12 febbraio scorso ai poliambulatori del Santa Maria Nuova: una caposala, osservando che era giunta in ospedale con accompagnatori non ipotevedenti, l’aveva sollecitata a tenere il cane-guida fuori per motivi di igiene. E trovando opposizione, era andata a chiamare «le guardie e la direzione».

Signora Martini, la sua malattia agli occhi in cosa consiste?«A trent’anni ebbi un primo calo di vista. Avevo una malattia incurabile che mi sta portando alla perdita assoluta della vista. L’immagine è scomposta, c’è una rete nera davanti agli occhi e non vedo più i colori. E’ come se ci fosse un puzzle. Ho difficoltà al buio e nei luoghi chiusi, sono invalida civile al cento per cento».
Il cane per lei è importante?
«E’ fondamentale. Noi rischiamo l’incolumità. Io ho vissuto tanti anni senza cane e mi sentivo una vecchietta di novant’anni, con la badante. Quando ho pensato di prendere il cane, nel maggio di un anno fa, ho trovato un compagno fedele che mi dà la forza di andare avanti nella mia battaglia».
Cosa è accaduto il 12 febbraio?
«Andavo ai poliambulatori per la visita ortopedica, avevo con me i miei figli. Alla cassa, nell’atrio, mi viene incontro la caposala. ‘Porta microbi e germi’ mi dice guardando il cane-guida. L’avrà detto dieci volte Quasi gridav: diceva che avrebbe chiamato le guardie, la direzione sanitaria. E si è allontanata».
Così lei ne ha approfittato.
«Io col cane sono andata a fare la visita. Mi sono sentita come un fuorilegge, non mi sento bene se entro così: io avevo pienamente il diritto di entrare».
E per raggiungere l’obiettivo va dall’avvocato, Marco Rossa.
«Guardi, non chiedo nè danni nè soldi. Non mi interessano le denunce Solo che mi riconoscano questo diritto, il cane guida può entrare. Ma è passato un mese e mezzo: nessuna risposta».
Un cane può essere portatore di pulci, di germi. O no?
«Io il cane lo curo con grande attenzione. E’ di proprietà della scuola, il servizio nazionale Lions cani-guida per ciechi. Non mi hanno chiesto una lira e mi viene affidato in custodia, ne ho la responsabilità. Ebbene: la caposala si comportava come se io portassi dentro l’ospedale una malattia.»
 

di MIKE SCULLIN



Bufera sulla Cgil, una dipendente accusa «Licenziata mentre ero in cura dal cancro»

Il Mattino

Bufera sulla Cgil, una dipendente accusa «Licenziata mentre ero in cura dal cancro»

ANDRIA (6 maggio)

Una dipendente del patronato Inca di Andria, Anna Dalò, ha denunciato il suo datore di lavoro, la Cgil locale, per stalking, mobbing e diffamazione perchè licenziata in tronco per 'assenza ingiustificata', durante un periodo di malattia. La lettera di licenziamento è del 27 aprile scorso dopo che, in seguito a un lungo periodo di malattia, cominciato alla fine di novembre 2009 e proseguito con una diagnosi di neoplasia maligna alla tiroide e un intervento chirurgico, la donna era stata assente dal lavoro.

Anna Dalò, che dirigeva il servizio infortuni e malattie professionali, percependo uno stipendio di 1.000 euro al mese per 30 ore settimanali, dipendente Inca dal 1986, afferma di avere prodotto all'azienda, e li mostra ai giornalisti, tutti i certificati medici necessari, dal 26 novembre 2009 al 30 aprile 2010, per coprire le sue assenze dal lavoro. Secondo il dirigente dell'Inca di Andria, Liano Nicolella, invece, la donna, dal 1 marzo 2010, è assente ingiustificata. In realtà il certificato relativo a quel periodo di malattia - secondo la donna - era stato lasciato alla portineria dell'Inca dal figlio della donna e non da lei personalmente, come altre volte era successo.

Anna Dalò ha quindi chiesto al suo medico una copia di quel certificato così da rispondere formalmente al richiamo ufficiale fattole dall'azienda che le chiedeva, entro cinque giorni, di giustificare l'assenza di marzo. Alla fine di marzo la donna, recatasi in ufficio per verificare che tutto fosse a posto e per comunicare che da aprile sarebbe potuta tornare al lavoro, ha incontrato il dirigente, nei corridoi, il quale le avrebbe riferito che lei era «assente ingiustificata». Il 19 aprile la donna è tornata al lavoro con un certificato di rientro. Il 27 aprile ha ricevuto per raccomandata la lettera di licenziamento. Ieri ha raccolto nel suo ex ufficio i suoi effetti personali.


Garibaldi, a cavallo un eroe. In Parlamento una iattura

di Marcello Veneziani

Era il nostro Che Guevara ma adesso per i giovani è solo il nome di piazze e corsi. Ottimo per unire il Paese, quando prese il potere come dittatore del Sud fece disastri . Utopista, la sua Italia è vecchia, ma senza essere antica. Meglio quella cristiana e medievale

 

Questa è una serenata patriottica sotto la finestra di Garibaldi, nella casa che il Mito abitò il 7 maggio di 150 anni fa qui a Talamone. Lui mi guarda con l’occhio lesso dal busto che si affaccia sulla piazza e magari si ricorda dei Mille e una notte qui in Maremma. Notte di bagordi che fece infuriare il Generale. Poi dopo due giorni, da qui partirono - caricate le armi - alla volta di Marsala. Sabato a Talamone lo ricorderemo e poi mangeremo le stesse cose che mangiò Garibaldi: acquacotta, frittata con cipolla, fagioli al fiasco, bruschetta.

La mostra-convegno non ha il placet del Comune di Orbetello, da cui dipende il borgo, come se la serata garibaldina fosse un'adunata sediziosa ed eversiva. Di Garibaldi gli italiani adulti hanno un ricordo infantile fiero e molesto: la storia d’Italia si riassumeva nella sua barba, il suo cavallo e il suo poncho. Gli italiani ragazzi invece lo considerano un tom tom di piazze e corsi, o poco più. Perché nelle scuole non si studia più il Risorgimento. Garibaldi era il nostro Che Guevara, quando il Che non esisteva ancora: anche lui con la barba, gli occhi chiari e una vita da guerrigliero in Sud America, amato dalle donne e odiato dai potenti.

Ma, a differenza del Che, Garibaldi piaceva più ai grandi che ai ragazzi, aveva il consenso delle autorità, della buona borghesia e dei professori anziani che s’inebriavano per i suoi celebri motti che non aveva mai pronunciato. Invece era considerato un po’ trombone dai ragazzi, lievemente ridicolo col suo cappellino sbilenco da veglione di Carnevale e il suo poncho variopinto da spot pubblicitario di Estathè. Te lo trovavi perfino sui muri delle aule, accanto al crocifisso con cui non aveva un buon rapporto. Le elementari fino agli anni ’60 erano ancora deamicisiane e respiravano l’aria dell’Italietta garibaldina. A scuola l’unica eroina nota ai ragazzi per oltre un secolo fu Anita, moglie dell’Eroe. E poi le statue equestri e le mille epigrafi che lo salutano come duce.

A giudicare dalle lapidi dove ha dormito, Garibaldi unì l'Italia come una guida Michelin: la unificò dormendo. A Palermo, a Palazzo Alliata, c’è persino una lapide che celebra la siesta di Garibaldi: «per sole due ore posò le stanche membra... sereno dormiva il genio sterminatore di ogni tirannide». Appartengo all’ultima generazione venuta su dopo il centenario dell’unità d’Italia, cresciuta a Pane e Garibaldi. Nonostante l’ossessiva presenza di Beppino, nonostante le lapidi ampollose ispirate a lui, le poesie stucchevoli di Carducci e altri minori e la retorica risorgimentale, gli volevo bene. Sono stato per anni suo vicino di casa qui a Talamone. Mi era familiare. Mio padre aveva scritto un saggio su di lui, lo vedeva come un cristiano inconsapevole, un idealista che filosofeggiava con la sciabola.

Al mio paese gli dedicarono un teatro ma lui, ormai a Caprera, non venne a inaugurarlo. Bisceglie è l’unico paese d’Italia in cui c’è una lapide virtuale che ricorda con rabbia: qui non dormì Garibaldi, anche se il letto era pronto. L’eroe dette buca, disertò. Di Garibaldi è infame il suo periodo di dittatore a sud; è l’altra faccia dell’epopea garibaldesca, tenuta in ombra nelle scuole. Le feroci repressioni, le malefatte di Nino Bixio a Bronte e l’imposizione dello Stato unitario attraverso plebisciti così ristretti perché non fu il popolo italiano ma un’élite a volere l'unità.

Si ricordano ancora le ballate popolari contro lu banditu Gallubardu, come lo chiamarono a sud. Ma l’unità nazionale, tutto sommato, è un bene prezioso e irrinunciabile, anche se fu realizzata in quel modo garibaldesco. Magari a Garibaldi era preferibile Cavour di bianco vestito, con l’occhialino del contabile pignolo; e all’anemico menagramo Mazzini forse era preferibile il sanguigno Vittorio Emanuele II, con i baffi - e non solo i baffi - in erezione. L’unico filo comune che unisce i quattro Padri della Patria, oltre l’Italia unita e l’esterofilia, era erotico: tutti e quattro furono donnaioli. Garibaldi, il vecchio repubblicano, si era vendicato dei Savoia perché il referendum che sancì la Repubblica fu celebrato proprio il giorno in cui l’eroe dei due mondi se n’era andato all’altro mondo, il 2 giugno: quasi una vendetta postuma di quel generale, costretto a obbedire di malavoglia al Re.

Quasi una iettatura sulla Corona. Poi c’era il Garibaldi ammazzapreti, miscredente, internazionalista, utopista e confusionario. Da morto Garibaldi diventò il testimonial del Fronte popolare, socialcomunista e stalinista, che perse le elezioni nel 1948. Ma se è per questo, anche la Casa della libertà sancì la ritrovata alleanza con la Lega proprio all’ombra di Garibaldi con un incontro a Teano tra i leghisti e gli esponenti meridionali di Forza Italia e Alleanza nazionale. Garibaldi unisce fronti popolari e populisti, Bossi incluso; e prima di loro unì fascisti e comunisti, e poi Craxi e Spadolini.

Ma il mito di Garibaldi può funzionare ancora per stringere il paese intorno alle istituzioni e all’unità d’Italia? La memoria che resta di lui è quella di un eroe della tradizione italiana o di un avventuriero romantico e fuorilegge? Il suo look e la sua ideologia lo avvicinano più ai militi o ai ribelli? Garibaldi da che parte stava, dalla parte dell’Italia regime o dell’Italia movimento, per dirla con De Felice? Oggi sarebbe stato dipietrista o berlusconiano? Vatti a fidare dei ribelli e libertari che vanno al potere, diventano dittatori e autoritari, come Garibaldi. Ottimo per far l’Italia, pessimo per governarla. Seppe unirla, ma non avrebbe saputo guidarla.

All’Italia dei monumenti equestri di Garibaldi preferisco l’Italia delle piazze antiche, delle torri e delle cattedrali, l’Italia dei contadini e dei poeti, l’Italia romana e cattolica, medievale e rinascimentale, l’Italia dei borghi, solare e mediterranea più che sudamericana e franco-inglese, come la sognava Garibaldi. L’Italia garibaldina è vecchia senza essere antica. Se andate a Caprera vedete i cimeli garibaldini tra il kitsch e il massonico; si nota l’assenza di religione nella sua dimora estrema. Garibaldi in armi era una forza della natura; ma Garibaldi in Parlamento e a Palazzo, Garibaldi che parla e che scrive, era una iattura. Garibaldi a cavallo era un eroe, giù il cappello. Ma non fatelo mai scendere, per il bene della patria.


Roma, blitz antagonista: scaricati 15 chili di letame davanti sede Forza Italia

di Redazione

Quindici chili di letame sono stati "scaricati" davanti alla sede di Forza Italia a Roma, in via Dell’'Umilità. Lo sterco è stato rovesciato da un bidone e, sul cumulo, è stato posto un vaso da notte e delle bandierine del Pdl e di Casa Pound


Roma

Quindici chili di letame sono stati "scaricati" davanti alla sede di Forza Italia a Roma, in via Dell’Umilità. Lo sterco è stato rovesciato da un bidone e, sul cumulo, è stato posto un vaso da notte. L’azione, durata pochi secondi, è stata ’rivendicatà da un gruppo antifascista che si definisce ’daDa Spalman’, che in un comunicato spiega: «Un bidone di letame davanti alla sede del Pdl per concimare le intelligenze e smascherare le ipocrisie». Il movimento definisce la sua azione «dadaista metropolitana per risignificare le strade». Sul posto le forze dell’ordine.


Vietare i pantaloni a vita bassa «vìola i diritti umani»

Corriere della Sera

Un tribunale di Bedford ha concesso ad un diciottenne di vestirsi come gli pare

GRAN BRETAGNA

Vietare i pantaloni a vita bassa «vìola i diritti umani»


Tre ragazzi indossano pantaloni a vita bassa

MILANO - Una battaglia vinta per gli skater, gli amanti del movimento hip hop e per quei ragazzi e ragazze che semplicemente preferiscono mettere pantaloni abbondanti, quelli over-size tanto di moda, che cadono e diventano a vita molto bassa, lasciando scoperta buona parte delle mutande. In gergo si chiamano «baggy pants», uno dei simboli della cultura nera giovanile americana, che tanto hanno fatto discutere negli ultimi anni, anche nel nostro Paese. Con proposte di legge alcuni politici negli Usa cercano di mettere un freno al fenomeno, vietando di fatto di indossare in pubblico i pantaloni troppo calati che consentono a boxer o slip di spuntare prepotentemente sopra la cintura. Un giudice in Gran Bretagna ha ritenuto ora che un simile divieto «vìola i diritti umani».

VICENDA - Un tribunale inglese ha concesso al giovane Ellis Drummond il diritto di andare in giro con i pantaloni calati, anzi calatissimi. Questi i fatti: il 18enne, con alcuni precedenti penali per piccoli reati, è stato condannato recentemente dalle autorità ad un cosiddetto Anti-social behaviour order (Asbo), ovvero un'accusa di comportamento antisociale. Tra i provvedimenti richiesti dal procuratore quello di proibirgli l'esposizione indecente in pubblico di biancheria intima, ma anche d'indossare i maglioni con il cappuccio sollevato, che può risultare «minaccioso». Gli Asbo furono introdotti dall'allora premier Tony Blair nel 1998 allo scopo di ridurre la criminalità giovanile. Si tratta di una serie di provvedimenti diretti a stroncare i comportamenti antisociali nelle strade del Regno, dall'ubriachezza agli atti vandalici. Chi si oppone ad un Asbo può essere punibile fino a cinque anni di carcere.

DIRITTI FONDAMENTALI - Un giudice di Bedford, a nord di Londra, non ha però appoggiato la richiesta del procuratore ritenendo che certi aspetti dell'Asbo si scontrano palesemente con le leggi britanniche sulle libertà individuali. Il giudice distrettuale Nicholas Leigh-Smith ha così dichiarato: «Alcune delle misure violano i diritti fondamentali dell'uomo». Drummond potrà dunque continuare a vestirsi come gli pare. Tuttavia, per il ragazzo resta il divieto di soffermarsi sull'area del Bedford College; nello scorso mese è stato infatti condannato per rapina, aggressione e traffico di droga. La decisione ha destato grande interesse sui media inglesi. Con opinioni discordanti: in un fondo il Times ha ironizzato spiegando che «I pantaloni a vita bassa sono sì un reato - ma solo contro la moda».

GUERRA ALLA VITA BASSA - Negli Usa il dibattito attorno a questo fenomeno, di portata nazionale, non si è mai veramente spento. Ma viene combattuto in prima istanza soprattutto a livello locale: l'ordinanza più eclatante è sicuramente quella del sindaco di Delcambre, cittadina della Louisiana. Da qualche anno chi indossa pantaloni a vita ultra bassa in pubblico rischia fino a sei mesi di galera e 500 dollari di multa. Altre città americane sperimentano tuttora punizioni, con ammende decisamente più basse, ma con il solo obiettivo di «risollevare» la vita dei jeans. Le autorità difendono i provvedimenti, spiegando che lo fanno in nome dell'educazione e della moralità.

Elmar Burchia
06 maggio 2010

Sicurezza stradale, il nuovo codice Notifica in 60 giorni o multe nulle

di Redazione

Il testo rappresenta un "giro di vite" sulle regole della strada in nome della sicurezza.

Tolleranza zero soprattutto verso i neopatentati


Roma -  Via libera del Senato al disegno di legge unificato sul nuovo codice della strada, che ora dovrà tornare alla Camera in terza lettura, per l’approvazione definitiva essendo stato modificato al Senato. Il testo rappresenta un "giro di vite" sulle regole della strada in nome della sicurezza e mette in pratica la tolleranza zero, soprattutto verso i neopatentati. Anche se per molte associazioni dei consumatori e delle vittime della strada il testo "non convince", molti degli emendamenti più discussi sono stati accantonati e ha prevalso la linea del rigore.

TOLLERANZA ZERO PER I NEO PATENTATI
Il testo porta avanti la "tolleranza zero" nei confronti dei neopatentati, ossia i conducenti che hanno meno di 21 anni e chi ha la patente da non più di tre anni, oltre a loro, i conducenti professionali o di autoveicoli per i quali è richiesta una patente diversa dalla B, quali quelle di categoria C, D e E. Per chi rientra in queste categorie, il tasso alcolemico deve essere pari a zero. Nel caso in cui sia stato rilevato l’uso di alcool ma non ci siano stati sinistri la sanzione prevista è una multa che può andare da 200 a 800 euro ma la cifra raddoppia in caso di incidente. L’inasprimento delle pene fa sì che in caso di guida in stato di ebrezza o di stupefacenti, se si provoca la morte di una o più persone, si arrivi a 15 anni di carcere. Sempre per i neopatentati ci saranno limiti di velocità più bassi, da 100 a 90 km/h in autostrada e da 90 a 70km/h nelle strade extraurbane.

CICLISTI E MOTOCICLISTI
Il provvedimento stabilisce l’obbligo del casco per i giovani ciclisti fino a 14 anni, mentre i motociclisti che vogliono portare con sè giovanissimi dai 5 ai 12 anni dovranno dotarsi, secondo quanto stabilirà un decreto ministeriale, di un seggiolino apposito da agganciare alla sella.

MICROCAR
Stretta sulle microcar: chi le guida deve obbligatoriamente usare le cinture di sicurezza e chi ha la patente ritirata per eccesso di velocità non può usarle. Multe salate per i meccanici e i proprietari di microcar con il motore truccato.

PATENTE
Si potranno fare esercizi di guida anche a 17 anni, ma il minore dovrà essere titolare della patente A ed essere accompagnato da un soggetto titolare della patente B da almeno 10 anni. Chi vorrà prendere la patente dovrà prima sottoporsi a un test anti droga, che sarà obbligatorio anche per chi dovrà rinnovare la patente e guida mezzi pubblici, taxi e camion.

PEDONI
Dal nuovo codice arriva un salvagente per i pedoni, i più colpiti negli incidenti stradali insieme ai ciclisti: chi non rispetterà i pedoni che devono passare sulle strisce perderà 8 punti contro i 5 precedenti. Se le strisce, come spesso accade, non ci sono o non sono visibili, la sanzione sarà più bassa ma comunque raddoppiata: i punti tolti saliranno a 4 e diventeranno 8 se sono coinvolti bambini o anziani. Inoltre chi non farà spazio a polizia o ambulanze che hanno la precedenza vedrà scendere i propri punti di 5 unità.

SCATOLA NERA E SANZIONI
Viene anche introdotta sulle auto la scatola nera, che permetterà di ricostruire, come succede già per gli aerei, la dinamica di un incidente. Sulle due ruote si introdurrà invece l’uso del casco elettronico. Sempre per la burocrazia, per chi rinnova il permesso di guida, verrà rilasciata la credit card al posto del vecchio permesso cartaceo. A proposito di sanzioni, i proventi delle multe saranno suddivisi al 50% tra l’ente accertatore e l’ente proprietario della strada. Inoltre, sarà possibile pagare le multe anche a rate dai 200 euro in su, ma solo se si ha un reddito fino a 15mila euro.

DEROGA A SOSPENSIONE PATENTE

È passato, con alcune modifiche, emendamento grappino, la proposta leghista in base alla quale chi ha avuto sospesa la patente avrà 10 giorni di tempo per ricorrere al prefetto chiedendo una deroga per andare al lavoro o per fini sociali, come il volontariato. Ma il tempo scontato di massimo tre ore al giorno per la deroga porterà anche a un allungamento della sanzione. Inoltre chi ha subito la sospensione della patente professionale perchè ubriaco o drogato potrà essere licenziato per giusta causa dall’azienda.

DIVIETO VENDITA ALCOLICI DALLE 3 DI NOTTE
Approvato il divieto per i locali notturni di vendere bevande alcoliche dopo le tre di notte. Stesso divieto di vendita per i superalcolici negli autogrill sulle autostrade dalle 22 alla 6 e divieto di vendita per le bevande alcoliche dalle 2 alle 7. Salate le multe per i gestori e per i clienti. Inoltre i ristoranti dovranno dotarsi di mini etilometri che i clienti potranno usare prima di mettersi alla guida.

MULTE NON NOTIFICATE ENTRO 2 MESI
Buone notizie per gli automobilisti più indisciplinati. Attualmente c’è un termine di 150 giorni. La norma dovrà ora essere confermata dalla Camera. E' una delle novità più importanti introdotte dal Senato - afferma il relatore Angelo Maria Cicolani (Pdl) - le associazioni dei consumatori ci hanno fatto i complimenti, il ministero dell’Interno ha protestato".

EMENDAMENTI ACCANTONATI
È stato accantonato l’emendamento che esentava gli autisti delle auto blu dalla sottrazione di punti patente: secondo il suo promotore originario l’emendamento faceva parte di un accordo per l’istituzione di una patente speciale per chi guida le auto istituzionali. Gli autisti delle auto blu avrebbero avuto una doppia patente, quella privata da usare nel tempo libero, e quella professionale, da tenere nel cruscotto quando guidano per lavoro. Una formula già usata in Italia per gli autisti di camion ed autobus che hanno una dote aggiuntiva di punti: oltre ai 20 "normali", altri 20 per le multe prese sul lavoro. La materia, attraverso l’approvazione di un ordine del giorno, è stata rinviata a un successivo intervento del Governo. Sono stati accantonati anche i provvedimenti sul divieto di fumo in auto, come lo sconto del 30% per chi paga subito le multe: il no è venuto dal ministero dell’Economia perché avrebbe comportato una riduzione del gettito dovuto alle sanzioni. No anche all’ipotesi di elevare i limiti di velocità a 150 nelle autostrade a tre corsie fornite del sistema tutor: i limiti di velocità restano quelli attualmente in vigore, con la discrezionalità delle società autostradali di innalzare il limite a 150 chilometri orari ma solo nei tratti a tre corsie dotati di sistema tutor e in condizioni meteo favorevoli.



Non solo Scajola

Libero





Lo sconto Scajola va di moda in Parlamento, ed è gettonatissimo nelle fila del centrosinistra. Sono state decine i deputati e i sentori ad avere fatto a Roma l’affare immobiliare della vita anche più di quanto è capitato al ministro uscente dello Sviluppo Economico. L’ex segretario del partito democratico, Walter Veltroni, è riuscito ad esempio a strappare nel 2005 un prezzo di assoluto favore: 377.590,27 euro per una casa  a Roma di 190 metri quadrati e 8,5 vani poche centinaia di metri oltre Via Veneto, la culla della dolce vita. Secondo la stima del sistema Sevia-Cerved che raccoglie i valori minimi e massimi ponderati di mercato e le relative variazioni dal 2001 in poi, quell’immobile valeva sul mercato 766.703 euro. Lo sconto ottenuto dal leader del Pd è stato dunque del 50.75%. Un affare assoluto, perché oggi a prezzi di mercato la stessa casa vale poco meno di un milione di euro. Bisogna dire che lo stesso sistema di valutazione fa nascere un giallo a proposito della ormai nota casa di Claudio Scajola. Il diretto interessato sostiene di averla pagata poco più di 600mila euro. Agli atti della banca dati del catasto c’è anche la contemporanea richiesta di mutuo al Banco di Napoli- sportello di Montecitorio per 700mila euro. Secondo le testimonianze raccolte dai pm perugini dalle sorelle Papa che hanno venduto quella casa, l’imprenditore Diego Anemone avrebbe aggiunto 900mila euro di assegni circolari e Scajola stesso avrebbe pagato un anticipo di 200mila euro. Il prezzo dunque sarebbe di oltre 1,7 milioni di euro. Eppure per i valori delle principali agenzie immobiliari aderenti alla Borsa immobiliare di Roma e censite da Sevia-Cerved, il prezzo giusto nel 2004 per un ammezzato di 9,5 vani a quell’indirizzo sarebbe stato di 930mila euro. Prendendo quello a riferimento (con lo stesso metodo abbiamo calcolato il prezzo di mercato delle case degli altri politici) lo sconto ottenuto da Scajola sarebbe dunque del 34,40%.

Quello che a mezza sinistra avevano fatto generosamente ottenere i principali enti previdenziali cedendo a prezzi di affezione gli stessi immobili che negli anni di Affittopoli avevano ospitato proprio quegli inquilini a canoni irrisori. Solo Massimo D’Alema, finito al centro delle polemiche più di altri, scelse di non attendere il momento del magico sconto ed emigrò a Prati dove acquistò al secondo piano un bell’appartamento di 7 camere accessori, soffitta e terrazza. L’importo della transazione non fu dichiarato, ma D’Alema e la consorte Linda Giuva chiesero un mutuo ipotecario al Banco di Napoli di 250 milioni delle allora lire. Secondo le regole della banca, il mutuo poteva arrivare all’80% del valore della transazione. Se così fosse avvenuto il prezzo sarebbe stato di 300 milioni di lire, enormemente al di sotto dei valori di mercato 1997. Se lì il dubbio è lecito, non ci sono molte incognite sul super-sconto goduto invece dall’allora presidente del Senato, Franco Marini per l’acquisto di un prestigioso appartamento multipiano da oltre 330 metri quadrati nel cuore dell’esclusivo quartiere Parioli. Marini pagò un milione di euro quando il prezzo di mercato era di 2,2 milioni di euro. Con uno sconto di 1,2 milioni di euro non c’era bisogno naturalmente dell’aiuto dell’imprenditore amico di turno: il grazioso sconto era del 54,31%. Abbastanza vicino alla diminuzione di prezzo percentuale goduta dall’ex presidente della Camera, Luciano Violante per una abitazione assai più modesta acquistata con la moglie a due passi dal Quirinale (così intanto ha messo un piede da quelle parti). Era il 2003, la pagò 327mila euro e il prezzo di mercato era quasi il doppio: 637.364 euro.

Sconto record anche per due figlie nobili della sinistra italiana, entrambe divenute parlamentari. Due cosacche accampate in Vaticano come Maura Cossutta e Franca Chiaromonte, che nel 2004 hanno siglato un affaraccio immobiliare proprio vicino a piazza San Pietro. Alloggi non di lusso, ma scontati del 60,13% (per la Cossutta) e del 56,19% (per la Chiaromonte) rispetto ai valori di mercato. Più vicino al “colpo Scajola” l’attuale vicepresidente del Csm, Nicola Mancino che ha comprato dalle parti di piazza Navona a 516.740 euro quel che ne valeva 787.171. E parliamo di 2001, perchè oggi casa Mancino vale più di 1,6 milioni di euro. Supersconto ottenuto anche da Rosy Bindi proprio dietro piazza del Popolo, e non malaccio quelli strappati da Francesco Pionati dietro Trastevere e da Giuseppe Fioroni a Tomba di Nerone, a due passi dall’ultimo acquisto di Silvio Berlusconi nella capitale. E che il metodo di valutazione Cerved sia corretto è dimostrato dall’acquisto fatto da Rocco Buttiglione nel 2009 in un viale al centro dei Parioli. Ha pagato un milione e 140mila euro (400mila con mutuo). Il prezzo medio di mercato era di un milione e 150mila euro. Per lui niente sconto.

di Franco Bechis

06/05/2010



Trento, tabaccaia ruba decine di "gratta e vinci": ne giocava 50 in un'ora

Il Mattino

È stata incastrata dai carabinieri con una mircotelecamera
In un'ora ne ha grattati 48: ammanchi in cassa per 3.000 euro


TRENTO (6 maggio)

La dipendente di una rivendita di giornali e tabacchi di Riva del Garda è stata arrestata dai carabinieri con l'accusa di avere rubato dalla cassa soldi e tagliandi del "gratta e vinci" per un valore di poco più di 3.000 euro.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, da un po' di tempo il proprietario della rivendita di piazza Cavour aveva notato una diminuzione degli incassi della giornata a fronte di una notevole vendita di "gratta e vinci" prevalentemente delvalore di 5 e 10 euro. Per questo ha deciso di parlarne con il comandante della stazione dei carabinieri di Riva del Garda.

I sospetti sono subito caduti sulla commessa, un'olandese di 36 anni, che per sei ore al giorno rimaneva da sola all'interno dell'esercizio commerciale. Per tre giorni è stata costantemente controllata dai carabinieri con l'utilizzo di una microtelecamera elettronica collegata con una postazione remota.

Così i militari hanno sorpreso la donna, in più occasioni, a sottrarre dal registratore di cassa 1.500 euro in contanti e un centinaio di "gratta e vinci". In una sola ora ne avrebbe grattati circa 48. Quelli vincenti venivano incassati mentre quelli nulli venivano cestinati. La donna, incensurata, è stata quindi arrestata in flagranza di reato per furto aggravato. Ora è incarcere a Rovereto a disposizione del magistrato.



India, impiccagione per l'attentatore di Mumbai

di Redazione

Il tribunale speciale indiano ha condannato a morte per impiccagione Mohammed Ajmal Amir Kasab, l'unico terrorista catturato vivo dopo gli attentati agli hotel del 2008.

Il pachistano è stato giudicato colpevole di oltre 80 capi d'accusa: nelle stragi morirono 166 persone


 
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Mumbai - Sarà impiccato il terrorista di Mumbai. Il tribunale speciale ha condannato all’impiccagione Mohammed Ajmal Amir Kasab, l’unico attentatore a essere catturato vivo nel 2008. Quattro giorni fa il giovane militante pachistano era stato giudicato colpevole di oltre 80 capi di accusa, tra cui insurrezione armata, cospirazione e pluriomicidio. Il verdetto è giunto a 17 mesi dalle stragi in cui morirono 166 persone, tra le quali l’italiano Antonio Di Lorenzo.

I precedenti Il codice penale indiano prevede la pena di morte per impiccagione, ma le esecuzioni sono rare. L’ultima volta che il boia è entrato in azione è stato il 14 agosto 2004 a Calcutta quando fu impiccato un omicida e stupratore. Ma erano nove anni che un condannato non andava più al patibolo. Dall’indipendenza dell’India la pena capitale è stata inflitta in circa 2mila casi, ma le esecuzioni sono state solo 45. Gli altri condannati sono nel braccio della morte in attesa di un giudizio di grado superiore o hanno ottenuto la commutazione della pena in ergastolo. In attesa della grazia presidenziale ci sono 50 condannati.



Il commento/Ordine, sindacato e tre scimmiette

di Massimo De Manzoni

E l’Ordine? Qualcuno ha avuto notizie dell’Ordine dei giornalisti? Quell’ente (inutile), così sollecito ad aprire fascicoli se un editorialista del Giornale usa la parola «negro» in un articolo in cui i «negri» vengono difesi a spada tratta, ha forse speso una parola per l’aggressione squadristica di Massimo D’Alema ad Alessandro Sallusti l’altra sera a Ballarò? Nossignori, neanche un fiato.

Strano, materia pareva essercene parecchia. Non capita tutti i giorni uno scontro del genere tra due iscritti davanti a milioni di telespettatori. Baffino, che si pregia di avere in tasca la tessera dell’Ordine pur definendo i colleghi «jene dattilografe», paonazzo e digrignante urla elegantemente al condirettore del Giornale: «Vada a farsi fottere, lei è un bugiardo e un mascalzone, pagato per difendere il governo». Poi, siccome la classe non è acqua: «La pagheranno mandandole signorine». Basta? No, non basta. Manca il riflesso stalinista: «Lei non parla più in questa trasmissione».

Ricapitolando: insulti, calunnie, minacce. E le vestali della categoria non hanno nulla da dire? Non ravvisano «violazioni deontologiche» nel comportamento sguaiato di D’Alema? Non ritengono che «con la sua condotta abbia compromesso la dignità professionale»? Evidentemente no. Questi sono «reati» che si commettono solo dando notizia della condanna di Boffo per molestie. E, naturalmente, se si dirige un giornale di centrodestra brutto, sporco e cattivo e ci si chiama Vittorio Feltri. In quel caso, sei mesi di sospensione. Nelle altre circostanze il modello sono le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo.
Per fortuna c’è il sindacato. La Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), sempre pronta a inondare le agenzie di dichiarazioni contro la censura. Capace pochi mesi fa addirittura di indire una manifestazione di piazza a difesa della libertà di stampa minacciata da una querela a Repubblica. Certo, la denuncia in questione era stata fatta da Berlusconi.

E normalmente anche le indignate prese di posizione sono contro qualche battuta del premier.
Ma mica vorrete che i prodi sindacalisti si facciano cogliere in flagrante doppiopesismo. Sì, lo so: generalmente va proprio così. Ma stavolta non è possibile. L’hanno visto tutti. Sarà il computer che non funziona. O tu che hai sbagliato a mettere le parole chiave per la ricerca. Riproviamo: «D’Alema», «Sallusti», «Ballarò», «Fnsi», mettiamoci pure l’«Usigrai»: invio. Niente, schermata bianca fino a sera. Poi, alle 20.10, dopo quasi 24 ore, evocato da una raffica di sollecitazioni da parte di esponenti del Pdl, ecco il capolavoro: una nota in cui si tirano un po’ le orecchie a D’Alema, per poi affrettarsi a definire Sallusti «fazioso» e attaccare indovinate chi? Ma certo: Berlusconi!
Vabbé, la schermata non è più bianca. Adesso è diventata rossa. Di vergogna. Tranquillo compagno Baffino: schermata rossa la trionferà, evviva la Fnsi e la libertà.

I suoi se la ridono: «Non vada in tv se si parla di barche, scarpe o case»

di Laura Cesaretti

SARCASMO Volti felici tra i veltroniani dopo l’infortunio. L’ex braccio destro: «Ha sbagliato»


Roma

«Ci sono tre argomenti che Massimo dovrebbe evitare, in tv: le scarpe, le barche e le case. E ieri lo sapeva che si sarebbe parlato di case», infieriva ieri un anonimo dirigente dalemiano, non troppo entusiasta della performance tv del suo leader. Invece Walter Veltroni, che mai darebbe del lei a un giornalista, tanto meno per mandarlo a «farsi fottere», e che di ogni cronista ricorda nome, compleanno, problemi familiari e storie sentimentali, si schermisce: «No che non ho visto Ballarò», giura. «Ero a cena fuori, ieri sera. E ho i testimoni».
C’era però chi, vedendolo particolarmente allegro e animato a pranzo, attovagliato con Dario Franceschini e Antonello Soro nel ristorante di Montecitorio, malignava che la sfuriata televisiva di D’Alema avesse messo di buon umore l’ex leader del Pd. Di certo, il suo viso sorridente contrastava con quello impenetrabile del protagonista della medesima sfuriata, che ieri pomeriggio è approdato alla Camera per votare contro la fiducia, ha evitato i giornalisti (ma è un’abitudine), ha ricevuto con un sorrisetto a mezza bocca la solidarietà di alcuni colleghi di gruppo e poi si è appartato a chiacchierare con la compagna di banco in aula, Marianna Madia.

La difesa d’ufficio pro D’Alema viene affidata da Pierluigi Bersani al responsabile della Comunicazione del partito, Stefano Di Traglia: la sua «è stata la reazione naturale ad una evidente e strumentale provocazione. Un minimo di serietà e di correttezza professionale avrebbero impedito di mettere insieme cose che, con tutta evidenza, insieme non possono stare». La Velina Rossa di Pasquale Laurito, grande supporter del presidente del Copasir, è più sanguigna: «I giornali di famiglia hanno come unica risorsa quella di tentare di denigrare gli avversari».

Ma se la parola d’ordine più gettonata, in casa Pd, è «provocazione»; se molti - soprattutto tra i dalemiani - sottolineano che «il condirettore del Giornale è stato scorretto a mettere sullo stesso piano cose incomparabili, come l’equo canone di D’Alema e la casa regalata a Scajola», come spiega Antonio Luongo; se i veltroniani si trincerano dietro il «no comment» («Il match di Ballarò? A me interessa solo il match di stasera, quello Roma-Inter», dice Walter Verini); c’è anche chi non ha apprezzato la reazione sopra le righe di D’Alema. «Dai, siamo onesti: D’Alema ha sbagliato», scrive su Facebook il suo ex portavoce di Palazzo Chigi, Fabrizio Rondolino. «Tanto più che su Affittopoli aveva tutte le ragioni del mondo, pubblicamente riconosciutegli anche da Feltri.

Glielo si può perdonare per affetto, ma chiaramente ha sbagliato». Per la deputata Paola Concia, «D’Alema ha perfettamente ragione sul merito: non c’è proporzione tra la sua vicenda e quella di Scajola. Ma perché ha dovuto mettere in mezzo le donne in quel modo? La misoginia è sempre una caduta di stile». In un capannello di parlamentari, il toscano Michele Ventura si stupisce: «Non l’ho mai visto così incazzato, gli sono proprio saltati i nervi». Gianni Cuperlo la mette sull’ironia: «Temevo che arrivassero alle mani, a un certo punto. E pure Sallusti deve averlo temuto». Peppe Fioroni sorride sornione: «È capitato anche a me di finire in uno scontro. Ma se in tv ti azzannano bisogna restare freddi, non prendersela». Il responsabile Giustizia, Andrea Orlando, allarga le braccia: «Mi hanno raccontato che D’Alema ha perso le staffe. Ma io non l’ho visto, ero in Liguria con Napolitano: ho la giustificazione istituzionale».


Il supermoralista che ha perso tutto Ora anche la testa

di Giancarlo Perna

EPILOGO L’intelligenza più lucida a sinistra ha raccolto solo flop, dalla Bicamerale al Kosovo

Oddio, diciamo la verità: era sovrumanamente difficile, di fronte ad Alessandro Sallusti, non uscire dai gangheri, come in effetti è capitato a Max D’Alema l’altra sera a Ballarò. Implacabile come un giustiziere della notte - conformemente all’ora tarda - il condirettore del Giornale non gliene ha passata una. Parli della casa di Scajola? Ti ricordo che hai campato anni a equo canone in un appartamento per Vip. Fai il buffoncello dicendo che mi premieranno con qualche signorina perché difendo il governo? Taci, che le escort le usavano i tuoi in Puglia per corrompere. E via così.
Splendido il colpo d’occhio. Da un lato, Sallusti: sguardo trapanatore, cranio ossuto da mediano di mischia, macilenza da dodici ore ininterrotte in redazione tra battaglie e querele. Dall’altro, un cicisbeo con baffetti e occhialini. Apparentemente ben disposto se parla a piacimento.

In realtà, uno spocchioso e intollerante padreterno. Aveva ancora il risetto dell’essere superiore quando, all’ennesima rimbeccata di Sallusti, si è lasciato andare come un fiaccheraio. «Vada a farsi fottere - ha detto con le gote rigonfie -, lei è un bugiardo e un mascalzone, pagato per fare il difensore d’ufficio del governo». Aveva la faccia da schiaffi e c’era da darglieli. Sallusti non lo ha fatto e mi ha deluso. Potrebbe querelarlo ma, da uomo di mondo, soprassiederà. Auguriamoci almeno che il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti - poiché tra le disgrazie della categoria c’è l’appartenenza di D’Alema - lo richiami. In mancanza, non resta che sperare nell’Associazione neuropsichiatrica per una visita d’ufficio.

Max è oltre la frutta. Ha ormai spremuto allo stremo il suo limone. Da 23 anni in Parlamento, già presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, è adesso fuori da ciò che conta e il suo equilibrio ne risente. Quello che fu - secondo la vulgata - l’intelligenza più lucida della sinistra, si mostra ora per quello che è: un inacidito ex comunista senza più frecce nel suo arco. A dire il vero non ne ha mai avute, poiché si è sempre limitato a chiacchierare, fuggendo alla prima difficoltà. Tutti ricordano quando presiedette negli anni ’90 la Commissione sulle Riforme. Mise molta carne sul fuoco, dalla separazione delle carriere dei magistrati, al presidenzialismo, ecc. Appena però i giudici alzarono la voce e i sinistri del suo partito lo richiamarono all’ordine, mandò tutto a monte impaurito. Fa tanto il criticone del compagno di partito Walter Veltroni ma è pavido e vuoto esattamente come lui.
Oggi - come tutta la sinistra allo sbando - si rifugia nel moralismo. E non ne ha davvero titolo. Lasciamo andare il verminaio pugliese nel quale sono coinvolti i suoi e limitiamoci agli episodi che lo riguardano direttamente.

L’altra sera ha accusato Sallusti di essere uno stipendiato del Cav e di parlare, perciò, sotto dettatura. Ossia, vergognatevi voi del Giornale, di Panorama e mondadoriani in genere. E tu, allora, mi verrebbe da dire se gli dessi del tu, da chi hai preso i soldi quando hai pubblicato per Mondadori? Hai scritto ben quattro libri per il Mostro di Arcore, intascando da lui i diritti d’autore. Ricordi, nel 1995, Un Paese normale, diventato poi il tuo slogan? L’Italia verso le riforme nel 1997, quando presiedevi la Commissione che si è poi rivelata un bluff? Oppure, Kossovo nel 1999, quando da premier hai fatto bombardare Belgrado cacciando gli italiani nel primo conflitto armato dopo la Seconda guerra mondiale? E nel 2002, La sinistra e il futuro, che fu un flop, non perché la Mondadori non te l’abbia curato bene e distribuito al meglio, ma solo perché fantasticavi assurdamente di futuro per una sinistra che non ce l’ha? Siamo sulla stessa barca, Max: due tristi prezzolati del Cav.

La differenza è che io non ho mai preso soldi di straforo, come invece hai fatto tu, dopo averci cenato insieme, da Francesco Cavallari, il re delle cliniche pugliesi. Ti girò, nel 1985, venti milioni brevi manu e non lo dicesti a nessuno. Si seppe dieci anni dopo per ammissione di Cavallari davanti al pm Alberto Maritati. Lo confermasti poi anche tu e Maritati - che ormai non ti poteva perseguire per sopravvenuta amnistia - elogiò le tue «leali dichiarazioni». Fu carino da parte sua che, carineria per carineria, l’anno dopo divenne senatore del Pds.
A me neanche è capitato di occupare a equo canone (quello degli sfigati) 150 metri quadri in Trastevere per graziosa concessione di un ente. E quando questo giornale denunciò i privilegi di Affittopoli tu, Max, andasti a piagnucolare a Samarcanda, da Mike Santoro: «Sono a equo canone perché do metà dell’indennità parlamentare al partito».

A quanto ammontava l’indennità? 12 milioni di lire. Te ne restavano perciò sei. E l’affitto di quanto era? Un milione. Bè, allora, Max, avevi una bella faccia tosta a lamentarti. Pensa che io - che all'epoca ne guadagnavo quattro - ne sborsavo 1,8 di pigione e avevo trenta metri di meno. Già, ma tu la vita della marmaglia neanche la immagini.
Tu hai la barca, l’Ikarus II, 18 metri. Non abbiamo mai capito come l’hai pagata. Una volta hai detto che era in comproprietà. Un’altra che avevi acceso un mutuo. Ma come facevi se davi la metà al partito e avevi - dopo le polemiche - acquistato una casa tua con un altro prestito bancario? Un’altra volta hai detto - leggo su internet - che l’Ikarus II fu pagato con la vendita dell’Ikarus I, il tuo natante precedente, e un appartamento ereditato. Hai poi dato - stessa fonte - una terza versione: ho pagato lo scafo con lo sconto, il costruttore voleva regalarmelo perché gli facevo réclame ma io ho insistito per versare almeno la metà del prezzo.

Io, perdonami, in queste cose mi ci confondo. Non ho tanta dimestichezza con mutui e prestiti. Dalle banche, se posso, mi tengo lontano. Tu invece hai cercato perfino di conquistarle. «Facci sognare, vai» dicesti a Consorte, il presidente di Unipol, gigante delle coop rosse, che voleva scalare la Bnl. La pm Clementina Forleo, prima di essere mazzolata dal Csm e allontanata dalla sua sede, ipotizzò per te il concorso in aggiotaggio, e chiese al Parlamento di autorizzarla a usare l’intercettazione. Ma poiché l’immunità italiana è piuttosto fragile, hai voluto che fosse investito il Parlamento Ue, di cui facevi parte all'epoca dei fatti (2004-2005). E Strasburgo, proprio come desideravi, ha risposto picche alla Forleo e tutto è passato in cavalleria.
Salvato dall’immunità, proprio tu che te la prendesti a morte con Craxi per averla utilizzata. Tu che rimproveri al Cav di «difendersi dai processi anziché nel processo». Tu che stai sempre col ditino alzato. Tu che mandi Sallusti «a farsi fottere». Ma che ti ci vuole a comprarti uno specchio, Max? Fallo. Pago io.


Magrebino picchia moglie e figli «Stile di vita troppo occidentale»

Corriere della Sera

L'uomo arrestato per maltrattamenti e lesioni.
La figlia costretta a lasciare il fidanzato: non era gradito al padre

Magrebino picchia moglie e figli  «Stile di vita troppo occidentale»


MILANO - Non condivideva lo stile di vita «occidentale» dei suoi figli, da tempo residenti in Italia e per questo li ha picchiati violentemente, quasi ogni giorno, minacciandoli di morte. Vittima delle aggressioni è stata anche la loro madre, che ha avuto la colpa di difendere i figli. Per questo motivo, un 46enne di origine magrebina, residente ad Andria, è stato arrestato dai carabinieri con l'accusa di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali. La maggiore dei due figli, un ragazzo di 16 anni e una ragazza di 20, ha raccontato ai carabinieri che si era fidanzata con un italiano ma che è stata costretta a interrompere la relazione perchè non gradita dal padre. Suo fratello era vittima di continui maltrattamenti, invece, perchè portava l'orecchino.

L'ARRESTO - I militari del Nucleo radiomobile dei carabinieri sono stati attivati da una richiesta telefonica giunta al 112. Giunti nei pressi dell'abitazione hanno sentito urla provenienti dall'appartamento e, poiché la porta era già aperta, sono entrati e si sono trovati di fronte ad una devastazione totale, provocata dal danneggiamento di suppellettili e alla rottura di piatti e bicchieri. Il 46enne poi arrestato, in quel momento stava malmenando con schiaffi e calci sua figlia, tenuta ferma per i capelli. I carabinieri hanno quindi bloccato l'uomo e sottratto la ragazza dalla sua morsa. Alla vista dei militari è entrata nella stanza anche la madre della ragazza che si era rifugiata in camera da letto per paura delle violenze del marito. Ai militari la donna ha riferito che le aggressioni dell'uomo avvenivano quasi ogni giorno, a causa della tendenza dei due figli, residenti in Italia sin da piccoli, ad assumere comportamenti e stili di vita prettamente dei giovani del luogo. Il ragazzo di 16 anni, per sfuggire all'ira del padre, mercoledì era scappato di casa, poco prima che arrivassero i carabinieri. Madre e figlia sono state accompagnate al pronto soccorso dell'ospedale dove i sanitari hanno rilevato per entrambe ferite e contusioni guaribili in una settimana.

Redazione online
06 maggio 2010

Brescia, asilo degli orrori: assolte maestre

Corriere della Sera

Otto persone indagate per pedofilia: un sacerdote, sei maestre, un bidello.
Maestre recluse per un anno

MILANO - La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi del procuratore generale e delle parti civili contro le assoluzioni di otto imputati che erano stati indagati per presunti abusi sessuali nei confronti di bambini della scuola materna comunale di Brescia Sorelli. La vicenda aveva destato notevole clamore: due maestre avevano subito un anno di carcerazione. Sono quindi stati assolti definitivamente un sacerdote, sei maestre e un bidello.

IL PROCESSO - I fatti risalgono al novembre 2003: secondo l'accusa, che aveva chiesto condanne per 125 anni, nell'asilo comunale di Brescia 23 bambini erano stati oggetto di abusi dentro e fuori la scuola al fine di produrre foto e video di natura pedopornografica. Dodici gli indagati, tra cui tre preti. Due maestre finiscono in carcere. Per 2 preti e 2 bidelli le accuse furono archiviate. Gli altri 8 andarono a processo. La difesa ha sempre sostenuto che si trattasse di una «colossale montatura», figlia della «psicosi collettiva». Nel 2007, a quattro anni di distanza dallo scandalo, l'assoluzione «perché il fatto non sussiste. Imputati tutti assolti». Oggi, la pronuncia della Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda.

Redazione online
06 maggio 2010




Pedofilia on-line, video shock con bambini italiani: 18 indagati

Il Messaggero

CATANIA (6 maggio)

Abusi di adulti su bambini di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, con atti di violenza ripetuti sullo stesso bambino. È il contenuto dei filmati sequestrati dalla polizia postale del compartimento della Sicilia orientale che ha sede a Catania, sfociata nelle perquisizioni domiciliari compiute in 17 città nei confronti di 18 indagati per divulgazione di materiale pedo-pornografico su Internet. L'attenzione degli investigatori e della Procura di Catania è posta in particolare su alcuni filmati che sono stati girati nel nostro Paese, con vittime e carnefici italiani. La polizia sta cercando di ricostruire le località e il luogo esatti dove sono avvenute le violenze in maniera da identificare i bambini abusati, che sono ben visibili nei filmati e così poi risalire ai violentatori. Durante le perquisizioni la polizia postale ha sequestrato diversi computer e materiale informatico e una notevole quantità di materiale di pornografia minorile trovati in possesso di alcuni degli indagati.

«Non ci sono parole per descrivere quelle che abbiamo visto e segnalato». Lo afferma il presidente e fondatore dell'associazione Meter, don Fortunato Di Noto, commentando l'operazione antipedofilia: «Non è possibile dare ulteriori particolari perchè questa volta, foto e video superano la ordinaria infamia dei filmetti e delle foto che i pedofili producono ogni giorno». Le indagini sono partite da una segnalazione della sua associazione. Don Di Noto si dice «contento e soddisfatto» della collaborazione con il compartimento della polizia postale e delle comunicazioni di Roma e Catania. «Ora è arrivato il momento di intensificare le forze per individuare i bambini». Don Di Noto sottolinea infatti come «sono pochissimi i minori individuati finora» e che dal 2003 al 2008 l'Interpol child abuse image database (Icad) dispone di circa 520.828 immagini, transitate su Internet, di singoli bambini vittime di abuso sessuale.

Cardarelli, 37 infermieri pagati quattromila euro al mese: indagano i Nas

Corriere del Mezzogiorno

Il motivo delle super-retribuzioni?
I beneficiari sarebbero sindacalisti o graverebbero nell'orbita dei sindacati

Infermieri nella bufera

Infermieri nella bufera

NAPOLI

Il turn-over è bloccato, gli infermieri sono pochi, la direzione è costretta a tenere in servizio dei nonnetti che, con tutto il rispetto, dovrebbero restare a casa ad accudire i nipotini. Eppure, l’ospedale Cardarelli di Napoli può contare su una quarantina di «super-infermieri» con stipendi da favola (almeno per i comuni mortali), a cui nel 2003 vennero conferite posizioni organizzative e incarichi da coordinatore dipartimentale. Indennità su indennità, per ricoprire ruoli che, assicurano fonti interne alla struttura, «vanno a sovrapporsi nettamente a quello già esistente di caposervizio». In poche parole: tanti soldi per fare la bella vita, in un ospedale dove, a causa del deficit sanitario, non si può assumere neanche uno spazzino. Ovviamente, non va bene.

I carabinieri del Nas hanno fatto visita al nosocomio partenopeo chiedendo alla dottoressa Anna Maiorano, capo del personale, di produrre tutta la documentazione necessaria per dimostrare effettivamente quale lavoro abbiano svolto (e continuano a svolgere) i «super-infermieri» con posizioni organizzative e incarichi da coordinatore dipartimentale. La Maiorano, in servizio da un anno e mezzo — che ovviamente non ha e non ha avuto alcuna parte nell’assegnazione degli incarichi — sta recuperando tutti i documenti disponibili con l’aiuto della direzione, che pure ha tutta la volontà di venire a capo di una situazione spinosa venutasi a creare ben prima del suo insediamento.

Sul motivo per cui sarebbero state conferite le posizioni organizzative e gli incarichi da coordinatore (questi ultimi bypassando perfino le procedure concorsuali) fra le corsie del Cardarelli girano voci: «I beneficiari sono infermieri e capisala— dice qualcuno— Tutti sindacalisti o comunque persone che gravitano nell’orbita dei sindacati». Praticamente, gli stipendi d’oro sarebbero serviti a placare i bollenti spiriti di alcuni sindacalisti agguerriti. Le posizioni organizzative sono in tutto 68, comprese quelle amministrative e tecniche. Nel comparto infermieristico, che sarebbe al centro delle indagini della Procura di Napoli, ne esistono 37. Ma veniamo alle cifre: l’indennità supplementare percepita da chi ricopre una posizione organizzativa va da un minimo di 3 mila a un massimo di 9 mila euro annui. Per quanto riguarda l’incarico di coordinatore dipartimentale, la base fissa è di 1.500 euro, mentre la parte variabile raggiunge un massimo di ulteriori 1.500. Sommando le due indennità, un «super-infermiere» può guadagnare fino a 12 mila euro l’anno oltre lo stipendio di base. Un caposala con contratto Ds 6, cioè un «anziano», guadagna dai 30 ai 35 mila euro l’anno. Vale a dire, fino a 2.900 euro al mese.

Con la posizione organizzativa e l’incarico di coordinatore dipartimentale, può guadagnare uno stipendio mensile che sfiora i 4 mila euro. In più, non sono assolutamente trascurabili i benefici che si ottengono in merito al trattamento pensionistico. Il malumore è altissimo da parte dei colleghi costretti a vivere con uno stipendio appena sufficiente a mantenere la propria famiglia. Un infermiere fresco di assunzione guadagna circa 1.600 euro al mese, al netto dei turni e delle collocazioni in aree particolari. Solo una settimana fa, sempre i carabinieri fecero visita al Cardarelli dopo una segnalazione del direttore generale Rocco Granata, a sua volta allertato da un dipendente dell’amministrazione. I militari operarono una perquisizione nell’ospedale, e in casa di un dipendente del Ced, che risulta indagato. Insieme con lui, la Procura di Napoli ha indagato altre quattro persone. Si tratta di infermieri che, grazie alla compiacenza dell’amministrativo, avrebbero percepito stipendi gonfiati da ore di straordinario mai effettuate. In tutto, gli straordinari inventati ammonterebbero a 800 ore. Secondo l’accusa, introducendosi nel sistema informatico l’impiegato amministrativo alterava i tabulati riguardanti le ore di servizio provenienti dai vari reparti. I magistrati cercano di capire anche se l’impiegato, per il «servizio» svolto, ricevesse compensi di qualunque genere.

L’importanza dell’ultima indagine, invece, quella sui « super-infermieri», riguarda in particolare l’organizzazione interna dell’ospedale, notoriamente in carenza di personale e impossibilitato ad assumerne altro. I capisala e gli infermieri che godono di posizioni organizzative, collocati spesso e volentieri come «doppioni» di capiservizio all’interno di reparti già coperti, vengono a mancare là dove c’è veramente bisogno di personale. I bonus conferiti ai circa quaranta dipendenti, quindi, oltre a pesare sulle casse dell’ospedale più grande del Mezzogiorno sottraggono risorse all’assistenza. E a rimetterci, come sempre, sono i pazienti. «Le posizioni organizzative— spiega un dipendente dell’area personale — sono incarichi che comporterebbero alte responsabilità. E’ la massima carica a cui può aspirare un dipendente. Viene conferita là dove sia richiesta una particolare professionalità e esperienza. Nell’ambito sanitario, gli incarichi vengono assegnati in presenza di particolari necessità aziendali». Quali necessità avesse il Cardarelli per retruibure profumatamente quaranta infermieri in periodo di deficit, lo stabiliranno i magistrati.

Stefano Piedimonte
06 maggio 2010

Noi leghisti i veri eredi dei Mille"

La Stampa



Il presidente della provincia di Bergamo: «Il mio avo partecipò alla spedizione con Garibaldi»
MICHELE BRAMBILLA
INVIATO A BERGAMO


Nello stemma di Bergamo c’è la scritta «Città dei Mille» perché nessun’altra città ha dato tanti uomini alla spedizione: 174. Ma forse ora uno di quei 174 - Giovan Battista Asperti - si sta rivoltando nella tomba, dov’è sepolto con tanto di monumento. Un suo discendente, Ettore Pirovano, presidente della Provincia di Bergamo, è un leghista di quelli tosti: «Sono stato secessionista, ma sono sostanzialmente federalista» ha confidato due anni fa all’Eco di Bergamo. Sessant’anni, diplomato geometra, di professione consulente gestionale, è stato sindaco di Caravaggio (dove ha avuto qualche grana per aver costruito una «scuola elementare padana») ed è anche deputato. In casa tiene su un piedistallo un quadro con una foto dell’augusto antenato e un pezzo della sua divisa.

Presidente, chi era Giovan Battista Asperti?
«Nato a Bergamo, mio trisavolo da parte di mamma. A 18 anni disertò dall’esercito sabaudo per arruolarsi nei Mille. Fu condannato a morte in contumacia e riabilitato quando i garibaldini passarono da avventurieri e briganti a salvatori della patria ».

Lei è leghista, ma ne conserva le reliquie.
«Ma certo. In casa se ne è sempre parlato come di un eroe. Ho anche il documento della sua pensione e una lettera che gli scrisse Garibaldi. E sa perché gliela scrisse?».

Brancolo nel buio.
«Perché siccome chi aveva partecipato alla spedizione dei Mille aveva diritto appunto a una pensione, si presentavano in massa a dire: c’ero anch’io! E siccome Garibaldi non poteva ricordarsi tutti, chiedeva informazioni a quei pochi che conosceva. Questo per dire che già allora si inseguivano le finte pensioni».

Faccia capire: come mai lei conserva le reliquie e ne parla come di un eroe? Dovrebbe detestarlo, con tutti i terroni che hanno portato su i Mille.
«Ma allora non c’era il concetto dei terroni, per il semplice motivo che qui nella Bergamasca nessuno li aveva mai visti. E comunque io considero il mio trisavolo un eroe. Anzi, sa che cosa le dico? Fu un leghista ante litteram».

Leghista uno dei Mille? Questa la deve spiegare.
«Senta, non facciamo retorica sullo spirito unitario di quei ragazzi. Allora non si sapeva niente di politica, non c’erano i giornali, non c’erano la radio e la tv, la gente passava tutta l’esistenza senza uscire dal proprio comune. C’erano i racconti delle osterie, e da quei racconti non veniva fuori lo spirito unitario, anzi: qui i piemontesi erano visti come degli invasori e detestati. E infatti il mio trisavolo disertò».

D’accordo. Ma perché dice che la scelta di andare con Garibaldi fu una scelta «leghista »? «Perché leghista era lo spirito di avventura, il desiderio di andare a liberare popoli che - gli avevano raccontato - erano oppressi. Di fronte a quei discorsi molti bergamaschi risposero “presente”: le camicie rosse furono tinte qui in provincia, a Gandino. Fare del bene è nel Dna bergamasco. Lo sa che siamo sempre i primi nella donazione di sangue e di organi? Una volta a Roma l’Avis mi ha invitato a parlare e uno del pubblico ha gridato: bravi, grazie, ma adesso basta donarci il sangue se no ci tocca andare a lavorare».

Quindi il suo trisavolo non sapeva nulla di politica ma partì per pura generosità?
«E per spirito di avventura, come le ho detto. Lei immagini quei ragazzi bergamaschi che scendevano dalle valli e che si sentivano dire che avrebbero imbracciato il fucile contro il tiranno e visto il mare per la prima volta in vita loro».

Sta dicendo che c’è troppa retorica, sui Mille?
«Sto dicendo che non si può pretendere una memoria condivisa con le figurine dell’Ottocento. Bisogna fare ragionamenti più complessi, spiegare che i Mille non parlavano neanche italiano, che furono usati dai Savoia per fare il lavoro sporco gestendo i plebisciti con le baionette, che furono prima vilipesi e poi esaltati. L’Italia di allora, per il popolo, era l’Italia dei Comuni: il patriottismo del 1860 non può essere rappresentato con quello che le istituzioni canoniche vogliono rappresentare oggi. Io sono per l’Unità della dignità della gente, e quella non la si ottiene con la retorica, ma con i fatti. E i fatti oggi sono il federalismo».

Volevo chiederle se, come presidente della Provincia, organizzerà qualche celebrazione per l’Unità, ma forse è meglio che lasci perdere.
«Parteciperò a quello che c’è già. Certo non sarò il promotore di nuove iniziative. Anche perché non ce n’è proprio bisogno».