lunedì 3 maggio 2010

Caso Cucchi, i medici romani: «Non si salvava con acqua e zucchero»

Corriere della Sera

Il presidente dell'Ordine: accerteremo le responsabilità
nella morte del ragazzo, ma scritte molte falsità

ROMA - È stato convocato per domani sera un Consiglio straordinario dell'Ordine provinciale dei Medici-Chirurghi e Odontoiatri di Roma, che esaminerà gli sviluppi della vicenda che ha causato il decesso di Stefano Cucchi mentre era ricoverato in regime di detenzione presso l'Ospedale Sandro Pertini. Lo rende noto lo stesso Ordine, precisando che la decisione d'urgenza è stata presa dal presidente Mario Falconi.



«INFLESSIBILI» - «Torno a ribadire - ha spiegato Falconi - che l'Ordine di Roma sarà inflessibile se saranno accertate le responsabilità che al momento vengono addebitate ad alcuni nostri iscritti che erano in servizio presso l'ospedale in cui è deceduto Cucchi, ma chiediamo che la stessa inflessibilità sia rivolta anche verso quei soggetti che in questa triste e incivile vicenda hanno commesso abusi e non soltanto leggerezze. Camici bianchi o divise, non ci possono essere aree di impunità o tolleranza». Falconi ha inoltre stigmatizzato la versione dei fatti riportata dalla stampa in questi ultimi giorni: «È privo di valenza scientifica - ha detto - far credere all'opinione pubblica che lo sfortunato Cucchi poteva essere salvato con un semplice bicchiere di acqua e zucchero. Sostenere questa tesi significa accreditare l'idea di dirigenti ospedalieri, medici e infermieri totalmente incompetenti o peggio indifferenti, al limite del sadismo. Per quanto riguarda la nostra categoria, non ci stiamo a prenderci colpe e cause che ci vengono scaricate addosso forse per alleggerire altre spalle da questo pesante carico di accuse. L'opinione pubblica e la famiglia di Stefano Cucchi sappiano che, in ogni caso, se saranno accertate omissioni di cura o falsificazioni di certificazioni, anche se indotte o peggio imposte, prenderemo provvedimenti esemplari». (fonte Ansa)


03 maggio 2010



Montanelli mi assunse al «Giornale» nonostante le mie idee. Perché poi abbracciò la sinistra? Scelta viscerale, il nemico era diventato Berlusconi

di Redazione

Quando sono entrata nell’ufficio di Paolo Liguori l’ho trovato in piedi, davanti a un enorme televisore Media Scope con in mano una sorta di joystick con cui riempiva lo schermo di quadretti che trasmettevano i programmi di decine di reti. Un vero «smanettone» che nonostante l’età e l’approccio tardivo alle nuove tecnologie non teme la concorrenza dei giovani più agguerriti. Nella vita e nella professione di Paolo Liguori i «punto e a capo» sono costanti.

Chiusure e ripartenze continue, con un privato quasi nascosto nel politico e un politico trasparente fino alla provocazione. È stato un militante di Lotta continua. Uno degli esponenti più giovani di quella organizzazione extraparlamentare della sinistra rivoluzionaria guidata da Adriano Sofri, formata da ragazzi tra i sedici e i venticinque anni.
Liguori, quando nel ’76 Lc si sciolse e qualcuno passò a Prima Linea, qualcun altro ha continuato un’altra lotta: quella per ottenere i primi posti nel mondo della comunicazione.

«Sono passati quarant’anni. Oggi abbiamo tutti superato i sessanta. Se facessimo un raduno scopriremmo che uno lavora in banca, l’altro nella comunicazione e l’altro ancora è morto per overdose di eroina. La tv era appena nata. È normale che molti giovani di allora oggi siano nel campo della comunicazione, al di là delle loro appartenenze ideologiche».

Per quanto la riguarda, cosa è accaduto quando Lotta continua si è sciolta?
«Non tutta la generazione che ha fatto il ’68, o il ’71, ha poi scelto la violenza e la lotta armata che hanno contrassegnato il periodo dal ’78 in poi. La vera differenza non è tra un ex di Lc che lavora nel mondo della comunicazione o uno disoccupato. È tra chi scelse di chiudere quell’esperienza e chi invece scelse di andare avanti in altre forme. Io la considerai chiusa. L’ideologia per me non contava più niente. Era un fardello inutile. Preferii l’avventura della vita».
E del giornalismo.

«Sì. Alcuni di quelli che erano miei amici, nel ’78 sono arrivati alle minacce anche fisiche con le bande armate. Inneggiavano al sequestro di Moro. Io ero cronista per il quotidiano Lotta continua che sotto la direzione di Deaglio, vicino al partito socialista, fece una campagna per la vita di Moro. Ho cominciato come cronista precario per i quotidiani e per le tv locali, sono passato a Bresciaoggi, al Giornale di Sicilia. Poi sono arrivato al Giornale di Montanelli. Il mio primo lavoro con contratto nazionale».
Montanelli non era certo di sinistra. Non male per uno che arrivava da Lc.

«La sinistra lo dipingeva come fascista reazionario e intollerante. Il mio fu un passaggio forte. Decisivo. Nei dieci anni precedenti mi era capitato di trovarmi bene con persone di destra che poi sono andate al Giornale e si sono ricordate di me. Nonostante pensieri politici opposti, sul lavoro ci siamo trovati bene. Quando si liberò un posto, il caporedattore di allora andò da Montanelli e disse : “Vorrei prendere questo giornalista. È molto bravo, ma è di sinistra”. Montanelli accettò subito. In quel periodo prese anche la Palombelli, Mughini. Sentiva la necessità di riportare a galla certi valori».
Dunque berlusconiano lo diventò prima di arrivare a Studio Aperto.
«Berlusconiano era anche Il Sabato che ho diretto io. Il Cavaliere lo aveva finanziato. Pensi che la pubblicità la raccoglieva Lupi, l’attuale vicepresidente della Camera in quota Pdl».

Cosa pensò quando Montanelli si “allineò” con la sinistra contro il Cavaliere?
«Il suo non era un sentimento razionale. Era viscerale. Il nemico del nemico era suo amico. E in quel momento il nemico era Berlusconi che costretto a cedere il Giornale dalla legge Mammì, lo diede al fratello Paolo. Successione logica visto che era un bene di famiglia. Ma nella testa di Montanelli il padrone era ancora lui e visse questa cosa come un affronto. Così pur di colpire il Cavaliere era disposto a baciare quella stessa sinistra che poco prima lo aveva gambizzato».
Cosa pensa invece della svolta di Fini?

«Di Fini mi stupisce questa sua costruzione di un personaggio irreale. I finiani mi dicono : “Proprio tu parli, che nel corso della vita hai cambiato tante volte?”. Io di ogni cambiamento sono capace di ricostruire e spiegare la ragione e la sostanza. Di lui non si riesce a individuare né l’una né l’altra. La sua opposizione a Berlusconi è molto più forte, evidente, conclamata e ripetuta di quanto non lo siano i contenuti. Altri deputati del Pdl nel tempo hanno sostenuto alcuni contenuti simili ai suoi. Ma non è successo nulla. Perché fa cosi?».
Tra la gente circola la stessa domanda.

«Queste posizioni sono ancor più inspiegabili proprio perché in mezzo c’è il popolo. Cosa direbbe la gente se si andasse al voto? “Ma tu non sei quello che ha sfasciato il progetto nel quale abbiamo creduto?”. Il suo comportamento non ha logiche politiche. Allora viene spontaneo chiedersi se è mosso da logiche personali. E se si misurano le sue reazioni agli eventi ci si rende conto che la tensione si alza quando viene tirata in ballo la famiglia».
Ogni uomo difenderebbe la propria famiglia.

«Non al punto di dare la sensazione che cadrebbe lui pur di fare cadere Berlusconi. Mi chiedo anche perché si ritiene attaccato solo dal Giornale. Libero ne parla tutti i giorni. Dunque? Ce l’ha con Feltri? Pubblica notizie false? Berlusconi ne ha preso le distanze dichiarando che vende. Tra i nomi si è fatto anche quello della Santanchè. Ce l’ha con lei? Noi non lo sappiamo. Però se è così l’interesse personale del presidente della Camera fa un danno al Paese. Ci troviamo di fronte a un conflitto d’interesse».
Torniamo a lei. Il suo Tgcom è un vero gioiello. Una sfida vinta.

«Ho lavorato molti anni per ottenere un’informazione moderna in cui internet può viaggiare insieme alla tv. Idea alla quale l’azienda ha creduto, venendo ripagata. La Rete è un mondo che esiste e comunica. La massa lo ha scelto. Chi ha responsabilità e possibilità di immettere contenuti controllati deve entrarci. Deve aiutare la gente a discernere trasmettendo una giusta sequenza di informazioni. È importante indicare percorsi chiari a chi non ha gli strumenti necessari per difendersi da chi urla più forte, o da chi ha più strumenti di semplificazione, o dal consenso.

Ho diretto giornali, quotidiani, settimanali, Studio Aperto. Ho fatto programmi, l’opinionista in tv. Con la tecnologia ho completato un percorso. La sintesi di tutto questo sono io e il mio personale mondo lavorativo».
Quanta parte ha nella sua vita il lavoro?
«Molto più spazio della vita privata».
La sua compagna da molti anni è una grande avvocatessa, Grazia Volo. Una storia che dura nonostante il poco tempo a disposizione.
«Grazia è una donna straordinaria. Intelligente e sensibile».

Vivrebbe senza di lei?
«No. Oltre che un’abitudine è un vizio. Ci accomuna la dedizione al lavoro. C’è una cosa che ci diciamo spesso e che sarebbe bello tutti potessero dire: “Noi facciamo esattamente il lavoro che ci piace fare”. Non tutti al mondo hanno questo privilegio. La gente si alza la mattina e va a lavorare per mangiare. C’è chi attraversa i mari per questo. Io mi sveglio ogni mattina con la consapevolezza che sono un privilegiato perché, al di là della notorietà e di un buono stipendio, ho quello che conta di più: posso fare quello che mi piace».

Nel mirino quattro parlamentari: tre del centrodestra e uno del Pd

di Redazione

Quattro i parlamentari «vicini» all’imprenditore Diego Anemone su cui gli inquirenti stanno segretamente svolgendo accertamenti. Tre di area Pdl, uno del Pd. Fra questi uno viene definito «ministro», ma non si capisce se è tuttora in carica oppure se lo è stato nel precedente esecutivo.
L’inchiesta sul business miliardario che ruoterebbe intorno al giovane imprenditore che aveva l’esclusiva sui grandi appalti, si allarga a macchia d’olio. E fa tremare le stanze della politica romana se è vero, come pare, che tra gli incartamenti sui cui si stanno concentrando gli investigatori si farebbero più riferimenti non solo a cospicui giri di denaro ma a provvigioni di «altra natura», ivi compresa la compravendita di una serie di appartamenti nel centro storico della capitale, tra piazza della Pigna e il Pantheon.

Tra gli affari «attenzionati» dalla Guardia di finanza, su cui potrebbe esserci lo zampino dei quattro parlamentari, alcuni porterebbero in Sardegna dove la Anemone Costruzioni si sarebbe aggiudicata alcune gare, oltre a quelle - già note - per il G8 alla Maddalena. Il riferimento è al filone «carceri» con l’impresa di Grottaferrata e la Gia.Fi di Valerio Carducci (già sfiorato nell’inchiesta Why not) che ha costruito il penitenziario di Tempio Pausania e la questura di Sassari, città dove il Gruppo Anemone si è aggiudicato l’appalto per il nuovo carcere in un consorzio di cui fa parte la Igir di Bruno Ciolfi, ex «socio» insieme al quale si aggiudicò i lavori per il G8 alla Maddalena.

Uno dei politici nel mirino si sarebbe dato parecchio da fare, per conto di Anemone, sia per l’appalto del nuovo centrale del tennis al Foro Italico dove ieri si è svolta la finale tra Nadal e Ferrer (28 milioni di euro), sia per il Museo dello Sport a Tor Vergata (20 milioni di euro) di cui, strada facendo, si sono perse le tracce.
Intanto l’ex ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, fa sentire la sua rabbia per esser stato tirato in ballo per i suoi rapporti con Diego Anemone e Angelo Balducci: «Adesso cercano di tirare dentro le persone che non c’entrano. Sono le cose che succedono in Italia.

Il partito del quotidiano la Repubblica dice cose false, ha fatto illazioni, incaricherò un avvocato di querelarli. Io non ho mai visto né conosciuto quel tunisino», Laid Ben Hidri Fathi, autista di Balducci. «Certo che conosco Balducci - continua Lunardi - ovvio che lo frequentavo, era uno dei miei provveditori, ne avevo 20 sotto di me, e 57 direttori generali. Come ministro avevo rapporti con tutte queste persone e quindi anche con lui. Da questi ottimi professionisti ho avuto indicazioni anche per le mie cose personali ma tutto rientra nel lecito». «Al momento - conclude l’ex ministro - non ho avuto nessuna comunicazione né contatti con gli inquirenti ma sono pronto ad essere ascoltato dai magistrati».

Quanto ad Anemone «ha solo fatto alcuni lavori in campagna da me a Parma, interventi specialistici che solo lui poteva fare. Si tratta di lavori che ho regolarmente pagato, le carte lo dimostrano. Era mia figlia che teneva i contatti e le fatture, e in questa storia sarebbe stata tirata in ballo anche lei. Niente di illecito e di irregolare nemmeno nell’acquisto di un immobile a Roma di proprietà di Propaganda Fide: qui ho acceso un mutuo, documenti in regola, posso provarlo». Quanto al provveditore Balducci, l’ex ministro non ne parla male. Anzi. «Una persona molto cortese e molto capace. Nel 2001 quando arrivai al dicastero, Balducci era a capo del provveditorato alle opere pubbliche del Lazio.

Avevo con lui rapporti molto cordiali e siccome era bravo e professionalmente molto capace, lo nominai io nel 2005 alla presidenza del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, contro la sua volontà. Lui infatti non voleva neanche andare, ma io insistetti e lui andò malvolentieri. Quanto infine al coinvolgimento di Scajola - conclude Lunardi - non posso non notare che vengono fatte intercettazioni e ogni volta che esce un nome aprono un nuovo filone, ma non c’è motivo di mettere in mezzo me e la mia famiglia, per quel che mi riguarda. Non conosco quel tunisino, non so che cosa abbia raccontato, ma ho tutti i documenti in regola. Se me lo chiederanno porterò le carte ai magistrati».

Orientamento: le differenze tra uomini e donne risalgono al Pleistocene

Corriere della Sera


I primi sanno leggere meglio le carte geografiche, le seconde si basano sui punti di riferimento

Lo ribadisce una ricerca dell'Università nazionale del Messico

Orientamento: le differenze tra uomini e donne risalgono al Pleistocene


MILANO - Vero: gli uomini sanno leggere le cartine stradali meglio delle donne e se ne vantano in ogni occasione, ma se si tratta di raggiungere una destinazione già nota, allora il gentil sesso non conosce avversari, perché il cervello femminile registra meglio di quello maschile i punti di riferimento. E la superiorità risale addirittura al Pleistocene, ovvero due milioni e mezzo di anni fa, quando i primi ominidi maschi hanno affinato le loro tecniche di caccia e le femmine quelle di raccolta del cibo. Lo ribadisce una ricerca dell'Università nazionale del Messico, dopo che già tre anni fa gli scienziati inglesi dell'Università di Warwick erano giunti alla stessa conclusione.

MAPPA MENTALE - In Messico hanno studiato la popolazione di un villaggio messicano, analizzando quanto tempo impiegava e quante energie consumava per raccogliere i funghi. Dotati di rilevatori Gps e di monitor per controllare le pulsazioni cardiache, gli studiosi hanno tenuto costantemente sotto controllo gli abitanti e i risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Evolution and Human Behaviour, hanno mostrato una profonda diversità di comportamento a seconda del sesso, sebbene non vi fossero, invece, grosse differenze nel numero di funghi raccolti: mentre, infatti, gli uomini scalavano montagne e sembravano andare ovunque, consumando il 70% di energia in più delle donne, queste ultime hanno fatto più soste ma dato l’impressione di sapere esattamente dove andare. Da qui, l’idea che le competenze maschili e femminili in tema di spostamenti si siano evolute in maniera differente nel corso del tempo e così, se la strategia maschile si rivela più utile quando si tratta di cacciare la preda, permettendo così agli uomini di costruirsi una sorta di «mappa mentale», quella femminile porta a ricordare un determinato percorso ricorrendo a punti di riferimento precisi, che rendono più agevole il raggiungimento della destinazione.

ORIENTAMENTO - «I nostri risultati», ha spiegato il professor Luis Pacheco-Cobos, che ha eseguito lo studio, «confermano come le donne sappiano adottare più velocemente strategie di ricerca migliori rispetto agli uomini». E a conforto della ricerca dell’Università di Città del Messico arriva anche quella condotta precedentemente dall'Università Queen Mary di Londra, che ha analizzato il comportamento di 140 volontari nella ricerca di oggetti: mentre gli uomini erano bravissimi nello scoprire quelli nascosti, le donne erano fenomenali quando si trattava di ricordare dove tali oggetti fossero stati collocati. «Ciò non significa che le donne abbiano una miglior capacità di orientamento», ha spiegato al Sunday Times il professor Frank Furedi dell’Università del Kent, «ma solo che hanno una maggiore intuizione, mentre gli uomini tendono a complicare di più le cose».

SUPERMERCATO - Una teoria – quella messicana – che trova d’accordo anche Annabelle Bond, l’alpinista donna più veloce nello scalare le sette vette più alte di ogni continente. «Se sono già stata in qualche posto, allora posso ritrovarlo molto velocemente», ha raccontato la Bond, «ma non fidandomi della mia capacità di lettura di una mappa, in montagna farei sempre affidamento su un uomo». Capito ora perché quando un uomo va al supermercato, dà l’impressione di vagare senza meta fra le corsie, nell’affannosa ricerca di un determinato prodotto, mentre una donna va a colpo sicuro, riempiendo il carrello e non dimenticando nemmeno una delle cose sulla lista? Sostituite il supermercato con una cartina stradale ed ecco dimostrata «sul campo» la teoria degli studiosi messicani.

Simona Marchetti
02 maggio 2010(ultima modifica: 03 maggio 2010)

Quei "mostri" figli del buonismo di sinistra

di Giancarlo Perna

l colossale fenomeno migratorio, platealmente trascurato per lustri, ha cambiato alla radice la geografia politica.

Gli italiani chiedono più sicurezza. Tocca a questo governo rimediare agli errori del passato.

Da noi gli stranieri trovano solo diritti astratti e superflui


Tra gli esempi recenti di «accoglienza» all'italiana non c'è che l'imbarazzo della scelta. Si va dall'emigrato bastonato (pare) dai carabinieri a Parma, al rom perito nell'incendio di in una catapecchia a Roma, al ragazzino ucciso a Genova dalle esalazioni di una stufetta di fortuna dopo che al padre moroso era stato tagliato il gas.

Ma a rivelare meglio l'ambiguità del prevalente concetto di accoglienza è il caso dei due polacchi morti nel crollo a Napoli di un edificio occupato da clandestini. La tragedia è avvenuta in pieno centro. Che l'abitazione fosse pericolante era notorio. Lo stesso proprietario aveva chiesto l'intervento dei vigili per sgomberarla. Sul perché la denuncia non abbia avuto seguito possiamo solo congetturare. Immaginiamo allora che la cosa sia venuta alle orecchie del sindaco, la pia signora Rosa Russo Jervolino, o dei suoi fiduciari parimenti timorosi di Dio e colmi di amore per il prossimo. Si saranno perciò detti: «Possiamo noi togliere un tetto a 'sti criature e imporre la legge a scapito dell'umanità?

Già non hanno nulla, se gli sottraiamo anche questo va a farsi friggere il proverbiale cuore napoletano. Allora che restino, nel nome del Signore e della giunta di centrosinistra». Così, sono morti i due polacchi. Questa, e non altra, è da un ventennio la più diffusa filosofia italiana sull'immigrazione. Un evento caotico che supera numericamente le invasioni cosiddette barbariche di 1.500 anni fa e che dovrebbe essere affrontato senza tabù. Specie dall'Italia, la più vulnerabile delle nazioni Ue per la posizione di molo allungato nel Mediterraneo.

Non tutti i profughi si fermano da noi ma tanti trovano qui il primo approdo dal mare o per terra, via Trieste e Gorizia. Bisognerebbe preordinare gli ingressi, programmare la distribuzione sul territorio dei nuovi arrivati, creare canali per chi è di passaggio, avere un progetto per coloro che pensano di restare. Tutti, invece, sono lasciati allo sbando. Una quota si integra, la più cospicua è sfruttata, il resto delinque. Scenario opposto a quello della Germania, la nazione Ue con più stranieri, dove si evita la retorica, si applica il cervello e l'integrazione è un fatto. Da noi, all'opposto, abbondano gli struzzi che non agiscono nel timore di essere accusati di perfidia.

A impedire la razionalizzazione del problema sono soprattutto sinistre e cattolici. Con imbelle fatalismo considerano i flussi ineluttabili come fenomeni naturali. Dirigisti in tutto, sono in questo per uno sbrigliato laissez faire all'insegna del buonismo. La conseguenza è che campagne e metropoli hanno ripreso la fisionomia dell'immediato dopoguerra. Accattoni, nuovi poveri, legioni di sottopagati, integrazione zero. Se la destra - più consapevole dei risvolti negativi dell'abulia - propone soluzioni, dai pulpiti delle chiese e dal quartiere generale delle sinistre si urla al razzismo.

Proibito respingere; riaccompagnare ai confini; accelerare l'apprendimento dell'italiano in classi apposite; sorvegliare moschee fanatiche; imporre comportamenti da normali cittadini a rom o a poligami islamici; controllare le attività di China Town; irrompere quotidianamente nei ghetti della droga per rendere impossibile la vita degli spacciatori, ecc. Se ti azzardi, c'è sempre il Paolino Ferrero di turno che si indigna dicendo che, invece di combattere mafia, ’ndrangheta e camorra, lo Stato se la prende con i deboli, i poveri cristi, gli ultimi. Così gli stranieri vivono nell'illegalità e gli italiani nella paura. L'immigrazione sregolata ha diffuso i pericoli un tempo confinati alle zone malavitose d'Italia. A una peste nazionale se n'è aggiunta una di importazione. Il fatto poi che tanti stranieri trovino il loro posto e abbiano successo, non compensa l'alta percentuale degli esclusi. L'integrazione, quando avviene, è frutto del caso non di un disegno

Impotenti nei fatti, sinistre e cattolici eccellono invece nel ripetere come robot le due argomentazioni tra cui oscillano. Quella utilitarista: abbiamo bisogno degli stranieri perché si accollano i mestieri che gli italiani rifiutano. Tacciono però le condizioni subumane - tipo Rosarno - che sono costretti ad accettare. E questo è cinismo. Oppure la litania buonista: accogliere è un dovere, il mondo è di tutti. E questo è scaricare sui cittadini l'inettitudine dei politici a elaborare soluzioni logiche.

La principale: ridurre i flussi. Se un giorno ne usciremo lo dovremo a gente come il ministro leghista dell'Interno che - infischiandosene delle accuse di crudeltà e altre baggianate - è riuscito quest'anno a dare una stretta che, interrompendo il tumulto degli arrivi, permetterà di integrare gli sbandati che già pullulano tra noi. Tanto più meritevole, Maroni, in quanto va contro gli interessi di bottega della Lega che sull'accoglienza fasulla teorizzata dal cattosinistrismo ha finora costruito molte delle sue fortune elettorali.

E arriviamo al punto. Il colossale fenomeno migratorio, così platealmente trascurato per lustri, ha cambiato alla radice la geografia politica italiana. La sinistra sorda è stata emarginata e l'asse si è spostato a destra nella speranza - finora parzialmente soddisfatta - di maggiore concretezza. L'elettorato si è stufato dei vuoti predicozzi delle Rosy Bindi e delle Livia Turco, poi scimmiottate da Gianfranco Fini che si è unito al coro e dato la zappa sugli alluci. Costoro, incapaci di affrontare con franchezza il dibattito e cercare soluzioni autentiche, hanno alzato la posta.

Gli italiani chiedevano ordine e sicurezza, gli immigrati lavoro e strutture. Loro, invece - come un giocatore di carte che, invitato a cuori, risponde a picche - hanno parlato d'altro: di estendere agli immigrati il voto amministrativo, poi quello politico, di naturalizzare in fretta gli adulti, all'istante i neonati, ecc. Hanno riversato su individui che mancano dell'essenziale e su cui cadono in testa le bicocche napoletane, una cornucopia di diritti astratti e al momento superflui. È come se a degli studenti fuori sede che chiedono affitti a poco prezzo, accesso all'università o borse di studio, il sindaco, in mancanza, conferisse la cittadinanza onoraria. Una presa per i fondelli.

Che i responsabili del capolavoro siano ora puniti alle urne, è davvero il minimo che gli potesse capitare.



Lazio sconfitta e contenta all'Olimpico I politici guidano la rabbia dei romanisti

Corriere della Sera
Gasparri: vergogna, indaghi la Federcalcio. Capezzone: calpestata la lealtà. E Foschi (Pd): lo sport è morto

ROMA - La vittoria dell'Inter sulla Lazio all'Olimpico, o meglio la sconfitta dei biancocelesti davanti ad un pubblico di casa entusiasta del risultato negativo riportato sul terreno amico, sta diventando un caso politico. Perdendo contro i neroazzurri la Lazio ha di fatto sgambettato i «cugini» della Roma che si ritrovano di nuovo in posizione di inseguimento. Tanto basta per accendere le polveri.

IL PDL INSORGE - Il capogruppo dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, tifoso giallorosso, non usa mezzi termini e dalle sue parole emerge più di un sospetto di «inciucio». «E' stata scritta una pagina di vergogna - ha commentato l'ex ministro, grande tifoso romanista -. L'Inter potrà vincere lo scudetto, ma per quello che si è visto ieri all'Olimpico, sarà uno scudetto simile a quello ottenuto con le telefonate di Facchetti agli arbitri». Non solo: la partita di ieri, per Gasparri, dovrà essere vagliata dagli organi di vigilanza della Federcalcio. «Capisco la tradizionale contrapposizione tra la tifoseria laziale e quella romanista - ha commentato -, ma ieri si è superato ogni limite. C'è lavoro per la Federcalcio. La vittoria dell'Inter ci poteva senz'altro stare, ma non in quel modo e non in quel clima. I neroazzurri rischiano di raggiungere l'obiettivo dello scudetto con modalità ignobili». Non è da meno Daniele Capezzone, che del Pdl è il portavoce: «Quello che è accaduto all'Olimpico è un vero e proprio 'spot' contro il calcio, contro lo sport, contro i principi della lealtà sportiva, che sono stati in tutto e per tutto calpestati. Dirigenti, tecnici e giocatori della Lazio dovrebbero dare spiegazioni convincenti di quello che è accaduto. E addolora anche il comportamento del pubblico: per anni, avevamo detto che il pubblico era ormai l'ultima trincea della passione e dell'amore per lo sport, ma ora dobbiamo prendere atto di una vera e propria farsa che ha visto anche un intero stadio pienamente coinvolto e consenziente».

IL FRONTE DEL'OPPOSIZIONE - Su questa linea si trovano riscontri anche sul fronte del centrosinistra. Elio Lanutti, senatore dell'Idv e già leader dell'associazione di consumatori Adusbef, parla di «un copione scritto già da tempo dai tifosi laziali» che «ha trasformato il campionato italiano in una farsa». e dice che «all'Olimpico è stata scritta una delle pagine più brutte per tutto lo sport italiano, uno scandalo senza precedenti con il comportamento antisportivo dei giocatori della Lazio che hanno giocato una partita per perderla, con un atteggiamento totalmente arrendevole. E ancora più immorali i tifosi che tifavano contro la propria squadra». «Ieri sera abbiamo assistito a una vera e propria vergogna- ha detto invece il consigliere regionale del Pd Lazio, Enzo Foschi -, determinata in primo luogo dalla scelta di non far giocare contemporaneamente partite così importanti dove per la corsa allo scudetto e per la lotta a non retrocedere. Aver permesso alla Lazio di scendere in campo, essendo già a conoscenza del risultato delle altre partite è stata una scelta, sotto gli occhi di tutti, che ha di fatto, falsato il campionato». Non solo: «L'impressione vedendola è stata quella di una partita assolutamente finta. Ieri è morto lo sport: l'atteggiamento dei calciatori della Lazio rappresenta, infatti, la negazione dei valori sani che esso porta in sè. Per questo sarebbe opportuno che in un sussulto di dignitá la Lega Calcio proponesse un minuto di silenzio in ricordo dei valori e dell'etica sportiva, prima delle partite della prossima giornata di campionato».

I DUE PRESIDENTI - Inevitabili anche le reazioni del mondo dl calcio. A partire da quella a caldo di Rosella Sensi, presidente della Roma, secondo cui «io al posto dell'Inter mi sarei vergognata di vincere in quel modo». Oggi le ha replicato il patron neroazzurro Massimo Moratti: «Devo dire che è un problema fra Roma e Lazio, non è un problema che riguarda l'Inter». Ma quanto al vergognarsi, ha commentato, «Non so per cosa: rispetto la sensibilità della presidente romanista e preferisco non rispondere». «Io sarò particolarmente apprensivo ma ho sofferto fino alla fine - ha aggiunto Moratti -. Più che altro il pubblico era assolutamente schierato per noi e questa era una situazione molto strana».

Redazione online
03 maggio 2010

La Casta è senza pudore: patente speciale per auto blu Niente più taglio dei punti

Quotidianonet

Emendamento Pdl approvato in Senato: potrebbe coinvolgere gli autisti di parlamentari, ministri, presidenti di Regione e Provincia, sindaci.
Valanga di proteste a Quotidiano.net




Roma, 3 maggio 2010  

Dopol''emendamento grappino' - la proposta leghista per permettere a chi ha perso la patente di andare al lavoro in auto - in commissione Lavori pubblici spunta un altro beneficio sul codice della strada: una patente professionale per gli autisti delle ‘auto blu’ a cui non saranno piu’ applicate le sanzioni sulla decurtazione dei punti patente.

Lo prevede l’emendamento del senatore Cosimo Gallo (Pdl), al ddl di riforma del codice della strada, approvato dalla commissione Lavori pubblici del Senato con il no di Pd e Idv. Una norma che, se interpretata in maniera estensiva, potrebbe coinvolgere gli autisti di parlamentari, ministri, presidenti di Regione e Provincia, sindaci.
L’emendamento approvato, infatti, interviene sulla patente per gli autisti addetti agli organi costituzionali e prevede che ai “dipendenti di amministrazioni pubbliche, gia’ in possesso della patente di guida della categoria B, ed addetti alla guida di veicoli in disponibilita’ di alte cariche degli organi costituzionali, dei presidenti di Regione, dei presidenti di Provincia e dei sindaci dei Comuni capoluoghi di provincia, e’ rilasciata apposita patente di servizio per l’espletamento dei compiti istituzionali dell’organo di appartenenza”. E quindi, “non si applicano le disposizioni di cui all’articolo l26-bis”. Proprio quell’articolo del codice della strada che riguarda la patente a punti.

“E’ una norma su cui abbiamo manifestato una forte contrarieta’”, spiega il senatore Marco Filippi, capogruppo del Pd in commissione Lavori Pubblici, perche’ “e’ ambigua” e puo’ essere interpretata in maniera “particolarmente estensiva e odiosa”. Si poteva, ad esempio, restringerla “solo ai presidenti di Camera e Senato e al massimo a quelli delle regioni”. Certo, “abbiamo detto no, ma quando poi si tira fango nel ventilatore ci si macchia tutti” e certe norme “ danno il sapore” di privilegio “per la casta, una cosa che ci ferisce particolarmente”.
Per fortuna, osserva Filippi, siamo riusciti a far introdurre un comma che affida al ministro dei Trasporti la responsabilita’ di definire aspetti e modalita’ del rilascio di questa patente.

IL PDL: NON E' CASTA - Cosimo Gallo difende il suo emendamento alla riforma del codice della strada: “Ma che casta e casta!”, afferma l’esponente di maggioranza in un’intervista al ‘Corriere della sera’. “Spesso è il politico a chiedere all’autista di accelerare, magari perché l’aereo è arrivato in ritardo e c’è un appuntamento importante. Non è giusto che la fretta del datore di lavoro ricada sull’autista”.



Bimba ricoverata, i rom assediano l’ospedale

Il Mattino di Padova

Medici e infermieri non ce la fanno più di urla e schiamazzi. In via Giustiniani i furgoni parcheggiati dai rom creano disagi a bus, taxi e ambulanza


PADOVA.

L’invasione di una famiglia allargata di nomadi, accorsa al capezzale di una bimba di 2 anni che la settimana scorsa ha rischiato di annegare in un secchio d’acqua sta diventato un caso: in ospedale medici e infermieri non ce la fanno più di urla, liti e schiamazzi. In via Giustiniani i furgoni parcheggiati creano disagi a bus, taxi e ambulanza. Ma loro non hanno alcuna intenzione di toglierli.

«Se io porto mio padre a fare la chemioterapia non posso parcheggiare davanti all’ospedale perché altrimenti mi portano via l’auto - raccontava ieri a denti stretti un uomo - I nomadi fanno quello che vogliono. Ho chiamato anche i vigili. Mi hanno risposto che non ci possono fare nulla perché diventerebbe un problema di ordine pubblico». Anche in terapia intensiva c’è il caos. Il personale ha chiamato carabinieri e polizia. Che non possono fermarsi tutto il giorno in ospedale. D’altra parte il posto fisso di polizia da qualche mese è chiuso nei giorni festivi (apre solo la mattina).

«E’ vergognoso che venga permesso tutto ciò - replica un’infermiera. Siamo tutti sul chi va là. Come se non fossero già abbastanza i furti che vengono commessi in ospedale». Ieri e mezzogiorno erano almeno una decina i furgoni parcheggiati in via Giustiniani. Con un via vai di donne, vecchi e bambini rom.

Gli Usa tornano in Vietnam. Per sminarlo

Corriere della Sera
Progetto da 400 mila dollari per bonificare i terreni dagli ordigni antiuomo piazzati durante la guerra 40 anni fa

L'impegno di Roots of Peace: sulle aree decontaminate sorgeranno piantagioni di cacao

Gli Usa tornano in Vietnam. Per sminarlo


Alcuni degli ordigni già recuperati dai terreni che furono teatro dei combattimenti in Vietnam

RIMINI

I primi 400.000 dollari sono già pronti. Certo, questi soldi non potranno mai risarcire quello che è stato, ma è sicuramente un modo per chiedere scusa. Già perché oggi, 35 anni dopo la fine della guerra in Vietnam, gli Stati Uniti tornano in quel Paese per bonificarlo dalle mine antiuomo. Quelle stesse mine che proprio gli americani nascosero a tradimento sotto il terreno e le coltivazioni di poverissimi contadini. Una volta che i campi - oggi ovviamente inagibili - saranno liberati, ci si pianteranno alberi di cacao.

OBIETTIVO CACAO - «Mines to Chocolate» in Vietnam (tradotto suona «cioccolata al posto delle bombe») è l’ultimo progetto dell’ infaticabile associazione umanitaria americana Roots of Peace. Sono loro che dal 1997 ad oggi hanno sminato i campi traditori di mezzo mondo: una per una, hanno scovato e neutralizzato 100.000 mine. Dall’Afghanistan all’Angola, dall’Iraq alla Croazia. Un’enormità, se si pensa a quanto sia difficile eliminarne anche solo una di mina. Un po’ deprimente invece, quando ti dicono che in questo momento nel pianeta sono celate dove meno te l’aspetti qualcosa come 70 milioni di mine. La cosa bella di Roots of Peace è che ha dato un futuro alle popolazioni: al posto delle mine spuntano piantine di tè, vigneti, patate E adesso, il Vietnam con la cioccolata. Il clima è adatto. I terreni quelli giusti.

Lo stand di Roots For Peace

LA VERA GUERRA - «Quando si spengono i riflettori su un conflitto, comincia la vera guerra. Quarant’anni dopo l'intervento militare in Vietnam, i vietnamiti del 2000 muoiono o rimangono brutalmente mutilati tutti i giorni a causa delle mine. Sono soprattutto i bambini che magari non sanno neanche della guerra di 40 anni fa le vittime più frequenti. Tanto è vero che adesso nelle scuole è stata introdotto un insegnamento ad hoc. La gente poi muore di fame perché non può lavorare la terra»”, scuote la testa Flavia Taggiasco, la responsabile europea di Rop: in questi giorni è a Squisito di San Patrignano, la rassegna delle eccellenze gastronomiche e delle esperienze umanitarie più significative - per presentare gli ultimi risultati. Nella vita di tutti i giorni Flavia è una giornalista, è stata fino all’anno scorso a capo della Cnn Italia, adesso è capo redattore a Matrix. “Ero in Croazia per la Cnn e ho raccontato la storia di un bracciante – ricorda -. Aveva la terra, ma non la poteva coltivare e dare da mangiare alla sua famiglia. Preso dalla disperazione un giorno ha cercato di scoprire se c’era almeno una porzione sicura, è morto dilaniato. Da quel giorno ho deciso di impegnarmi in questa battaglia contro le mine».

TERRENO INFESTATO - Ma cosa troveranno gli americani in Vietnam 35 anni dopo? «Il 20% del paese è ancora contaminato – dice Taggiasco –. Roots of Peace sminerà e pianterà cacao nella provincia di Binh Phuoc. Sarà il primo progetto pilota poi si continuerà fino al 2012 in altre aree del paese, specialmente in quella centrale di Quang Tri che è una delle più ferite: l’80% del territorio è infestato da queste armi di distruzione lenta di massa. La cosa orribile è che le mine sono ideate non tanto per uccidere il nemico, ma proprio per infliggere dolore e disperazione per i decenni a venire e per far male anche a tanti bambini che in quel momento ancora non neanche nati» .

I PROGETTI NEL MONDO - A Roots of Peace sorridono quando chiedi quali saranno i prossimi progetti. In americano si dice: «This is the only business where you hope to go out of business», ovvero è l’unico lavoro dove speri di rimanere senza lavoro. Ma non è così. Intanto oggi l’associazione americana è uno dei partner internazionali di Good Goods, il circuito che riunisce tutte le realtà, in giro per il mondo, che sono riuscite in un’impresa che sembrava impossibile (ma più che altro pericolosa): sostituire le coltivazioni di oppio e coca con i sani prodotti della terra: cacao e caffè come è successo per esempio in alcune regioni della Colombia, frutta, zafferano come stanno facendo in Afghanistan. Ora cercano spazio tutti insieme all’interno del mercato e nei canali commerciali: è per questo che si sono messi in vetrina in questi giorni a Squisito a San Patrignano. Fra due anni, grazie agli Usa, con loro ci sarà anche la cioccolata del Vietnam.

Daniela Camboni
03 maggio 2010

Recessione: l'effetto «Valium» della crisi economica

Corriere della Sera
Secondo gli esperti in tre anni il consumo del noto farmaco anti-ansia è aumentato dell'11 per cento in 3 anni in seguito all'aumento della disoccupazione

IL FENOMENO

Recessione: l'effetto «Valium» della crisi economica


MILANO 

L’ultimo effetto della recessione? La dipendenza da ansiolitici . Lo sostengono i dati diffusi dal Sistema Sanitario Britannico, che denunciano un’impennata preoccupante delle prescrizioni di questo tipo di medicinali negli ultimi tre anni. Le ricette di diazepam (noto soprattutto con il nome commerciale di «Valium») in concomitanza con la recessione sono lievitate dell’11 per cento. Se nel 2006 i medici inglesi lo prescrivevano a 3,25 milioni di persone, nel 2009 i pazienti dipendenti dal farmaco sono diventati 3,6 milioni. E presto, secondo le previsioni, si arriverà ai 5 milioni.

RICETTE DISINVOLTE – Il fenomeno delle prescrizioni facili di farmaci di questo genere è dilagante e negativo, sostiene il professor Steve Field, del Royal College of General Practitioners, che insiste sul fatto che non si può risolvere un problema solo con un trattamento farmaceutico, ma bisognerebbe agire alla radice, affiancando alle pillole anche un sostegno psicologico. Senza contare che, a causa dei possibili effetti collaterali e della potenziale dipendenza che possono causare, diversi ansiolitici andrebbero assunti sotto stretto controllo medico e mai per più di un certo periodo. Come fa notare il dottor Peter Byrne, psichiatra del Royal College of Psychiatrists, «la crescita galoppante dei fenomeno è preoccupante e sorprendente e appare chiaro che i farmaci di questo tipo vengono prescritti in un modo improprio».

STORIE DI CRISI – L’esplosione della consumo di ansiolitici è collegata dagli esperti alla recessione economica degli ultimi anni. Come fa notare Alison Cobb, della charity «Mind» (che si occupa di problemi mentali), il numero di persone che devono fare i conti con attacchi di ansia è aumentato vertiginosamente con la crisi e il fenomeno riguarda soprattutto gli uomini, decisamente più vulnerabili del gentil sesso di fronte all’argomento lavoro. Un maschio su sette, dopo aver perso il lavoro, soffre di depressione, e un’altra quota significativa accusa attacchi di panico e ansia per l’aleatorietà lavorativa.

Emanuela Di Pasqua
03 maggio 2010

Scava buco per usare il bagno del vicino

Edopornografia, prete usava pc parrocchia

di Redazione

Un giovane prete polacco si sarebbe collegato quattro volte ad un forum su internet per scaricare foto pedopornografiche.  I fatti risalgono al 2006 e sono stati scoperti a seguito di una vasta operazione sul web.  Il sacerdote, che ha chiesto di patteggiare la pena, da tempo ha lasciato la parrocchia di Roma in cui operava


Roma 


Utilizzava il computer della parrocchia per collegarsi a Internet e scaricare da un forum foto porno che ritraevano minori "nel corso di rapporti sessuali". Per questo un giovane sacerdote polacco è stato indagato dal pm Pietro Pollidorio della procura di Roma, che gli contesta la violazione dell’articolo 600 quater del codice penale: il reato di pedopornografia. Attraverso il proprio difensore il prete ha già dato il consenso alla richiesta di patteggiamento della pena. 

I fatti nel giugno 2006 Il prete si sarebbe collegato nel giugno del 2006, tra il 12 e il 19 giugno, quattro volte dal pc della parrocchia. A scoprire il fatto sono stati gli agenti della polizia postale di Torino, oltre un anno fa, nel corso di una vasta operazione contro la pedofilia sul web. Il sacerdote, nel frattempo, ha lasciato la chiesa dove era stato inviato nella capitale, nella zona tra la Prenestina e Casilina.


Roma, gli “sciacalli” di Prima porta padroni del degrado e dei lavori abusivi

Il Messaggero

Nel cimitero mancano controlli: furti e danni alimentano un giro di piccoli affari in nero.
Erbacce e “campi” in pozzolana


di Marco Giovannelli

ROMA (3 maggio)

Vittorio è arrabbiato davvero: apre il cofano della sua auto e mostra un fucile da caccia dentro la custodia in pelle. «Se mi toccano di nuovo Teresa faccio una strage». Vittorio guarda la lapide che ricorda la moglie, morta una dozzina di anni fa. «E’ un continuo di furti e atti vandalici e puntualmente spunta lo sciacallo. Eccolo laggiù, è uno di loro». Cerchiamo di raggiungerlo ma l’uomo allunga il passo e sparisce dentro un “palazzo” del serpentone dei loculi.

Siamo al cimitero Flaminio, quello di Prima porta.
Il problema che denuncia il signor Vittorio è quello di furti e degli sciacalli. I vasi per i fiori e tutto quello che asportabile viene marcato con nome e cognome del proprietario per rendere quantomeno più difficile la commercializzazione. Un vaso di pietra costa circa 100-150 euro, una vaschetta in zinco 20 e una cornice in bronzo può costare da 3 a 10 euro. «Rubano tutto - spiega il vedovo - ma ho il sospetto che i furti non sono finalizzati a rivendere gli oggetti ma a farli sostituire dagli sciacalli». L’uomo non ha dubbi, ci sono strani personaggi che avvicinano i parenti dei defunti per offrire lavori a prezzi stracciati.
I controlli sono ridottissimi, all’ingresso c’è solo un vigile urbano in borghese. Dentro il cimitero nulla. Una volta c’era una pattuglia della Municipale che vigilava ma adesso il comando del XX Municipio non organizza più servizi mirati. «Siamo pochi - spiega un vigile che dirige il traffico al Labaro -. Non c’è molto interesse per il cimitero da parte del nostro comando e dal Municipio per rendere più sicuro il cimitero. Bisogna però anche considerare che il territorio del XX è grande come tutto il Comune di Milano ma lì ci sono circa tremila vigili e qui 250 dei quali solo un quarto fanno servizio per strada».

La vigilanza viene quindi affidata alle telecamere ma gli occhi elettronici coprono piccolissime porzioni dei 170 ettari del cimitero. Ecco uno sciacallo, o meglio un procacciatori di lavoretti cimiteriali. Dopo aver lasciato il signor Vittorio facciamo finta di essere il parente di un defunto e ci fermiamo davanti la sepoltura ancora disadorna. Si avvicina silenzioso, sembra quasi timoroso e poi ci chiede se abbiamo bisogno di qualche lavoretto. L’uomo ci fa anche un preventivo facendoci capire che per una lapide completa la spessa è di circa 500-800 euro, circa la metà di quanto può chiedere un artigiano autorizzato. Le pietre vengono lavorate in piccoli laboratori, anche fuori dal Lazio.

Eppure basterebbe un controllo all’ingresso come si faceva tanti anni fa. In portineria si dovrebbe mostrare le autorizzazioni per costruzione della tomba o la lapide, il progetto, la bolla di accompagno della merce. Invece i cancelli sono aperti, anzi spalancati. E a quanto pare di controlli non se ne fanno e i lavori in nero convengono a tutti. Ci sono laboratori della provincia di Viterbo o Latina che lavorano per Prima porta ma nessuno se ne cura. All’ingresso del cimitero ci sono gli striscioni ormai sbiaditi dei lavoratori della Multiservizi che hanno perso il posto in 45.

I servizi interni ora sono gestiti tutti dall’Ama: il viale principale è abbastanza pulito ma i vialetti laterali sono sporchi, nei “campi” l’erba è alta. «Prima c’erano i giardinieri del Comune, non lavoravano molto ma il pomeriggio in cambio di una mancetta sistemavano le tombe - racconta il signor Vittorio -. Poi c’è stata la Multiservizi che comunque qualcosa faceva. Ora non c’è proprio più nessuno». Ed ecco il degrado un po’ ovunque. Erba alta tra le lapidi, cartacce e un immagine complessiva di abbandono anche se non è tutto così. Il “campo 133” è ricoperto dalla pozzolana e l’immagine è terribile. Il “campo 125” è stato ricavato in uno spartitraffico. Il “campo 128” invece è tutto in ordine, ricoperto da zolle di erba praticamente perfetta. Perché c’è questa differenza? Dipende da chi è sepolto in quella zona, al “128” c’è infatti la suocera di un politico importante. Sarà un caso, ma quel fazzoletto di terra sembra un gioiello.

L’Ama però strumenti per ricavare soldi ne ha. Il terreno per le tombe a terra dovrebbe essere riaffittate ogni dieci anni e ci sono molti campi dove la scadenza è stata superata. Basterebbe riesumare le salme o offrire ai parenti la possibilità di rinnovare il contratto e sarebbero garantiti soldi freschi ma soprattutto spazi per nuove tumulazioni. Così come per i loculi dei “palazzi” che hanno invece concessioni trentennali. Ogni anno vengono rimessi sul mercato dagli 8mila ai 10mila loculi per una cifra che si aggira intorno ai 16 milioni di euro l’anno. Una cifra che finisce nelle casse dell’Ama quasi completamente dal momento che nel serpentone dei loculi non sembra che ci siano grossi lavori di manutenzione.



Stufo delle storie sulla "suocera" Fini a Varese cita Togliatti contro la stampa

Quotidianonet

"Scrivete poco, sennò vi viene male ai piedi", ha detto il presidnete della Camera ad un centinaio di aspiranti cronisti, ripetendo le parole del Migliore

Roma, 3 maggio 2010

E' proprio vero, il mondo va alla rovescia. Per polemizzare con i giornalisti, l'ex missino Gianfranco Fini cita Palmiro Togliatti, mitico leader comunista. «Da giornalista», di fronte ad aspiranti giornalisti, l'ex leader missino ha nominato  l'ex segretario del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti. Nella sua lectio su «politica e informazione» nella varesina Università dell'Insubria il Presidente della Camera, Gianfranco Fini ha ricordato una battuta del «Migliore» rivolta ai giornalisti: «Scrivete poco, se no vi viene male ai piedi». Poi è andato oltre

 "Oggi viviamo un inno al presentismo, ed è una questione non solo italiana o europea ma dell’intero occidente: soffriamo, insomma, di uno schiacciamento sull’immediato". Lo sottolinea Gianfranco Fini nel suo intervento al seminario organizzato dalla Fondazione ‘Farefuturo' e dalla Fondazione ‘Respublica', insieme al Ppe.

Caratteristica di questa temperie socio-politica, rimarca il presidente della Camera, è "la cultura dei sondaggi, basata sul ‘market to market’, che fornisce l’unica base per l’individuazione di una strategia politica". Al contrario, spiega Fini, "occorre passare ad una nuova cultura, capace di pensare alle ricadute sul futuro, una cultura libera dalla paura dell’altro e da tutto ciò che è nuovo".



Il partner giusto? Le donne devono provarne almeno 24

Il Secolo xix



Con un costo non indifferente. Perché è vero che, almeno alla prima cena, il conto lo paga lui, ma anche lei deve preventivare qualche spesuccia. Circa 100 euro ad appuntamento - è la media - di cui 15 per una messa in piega dal parrucchiere - non in centro, o il prezzo lievita -, 30 per una maglia nuova e almeno 10 un accessorio. Moltiplicato per le 24 chance sfumate fa una bella cifra. Ma per trovare l’uomo giusto, e non dover pagare dopo le conseguenze, ben più salate, di una scelta avventata, in fondo non è molto.

Secondo alcuni, invece, la ricerca amorosa andrebbe conclusa entro i 29 anni, perché dopo, spiega Lori Gottlieb nel libro “Marry Him: The Case for Settling for Mr Good Enough”, è solo una perdita di tempo: «Se entro i 30 anni non avete trovato l’uomo giusto da sposare, meglio puntare sull’opzione b, il tipo così così» è il consiglio dell’autrice americana «ed evitare di aspettare l’incontro della vita». Che non arriva. «In Italia non è così» rassicura Daniela Brambilla, psicologa e psicanalista «le coppie più durature sono, anzi, quelle che si formano dopo i trent’anni, perché si idealizza meno e si cercano affinità più concrete. Ma anche perché c’è una più profonda condivisione di valori e perché è l’età in cui l’unione, di solito, si rafforza con la nascita di un figlio o la decisione di comprare casa». D’altronde i 30 anni, insieme ai 50, sono l’età delle svolte, professionali e affettive. Quelle in cui ci si chiede dove si vuole andare e con chi.

Già, ma come si fa a capire dopo un paio di appuntamenti, se quello è davvero l’uomo giusto? «Il diavolo si nasconde nei dettagli» insinua Hélène Prost, autrice del libro “L’uomo giusto - Trovarlo Tenerlo Mollarlo”. Una guida scherzosa che passa in rassegna i tipi più disparati, dalla A di arrivista alla Z di zelante, passando per la Q di quello giusto. «Ovviamente non esiste un identikit perfetto per tutte, ma certo bisogna saper osservare, e capire se ci stiamo imbarcando in qualcosa che non ci piacerà. Un consiglio valido per tutte? Se dopo una serata insieme aspetta una settimana per chiamarvi, lasciate stare» suggerisce la scrittrice francese, che aggiunge: «Prima di fare passi definitivi, è fondamentale conoscere la sua famiglia e i suoi amici più stretti.

E mai, dico mai, lasciare il lavoro per lui». Tratti positivi da notare? «La cura verso le cose che crescono, siano piante, animali o bambini» spiega Brambilla «perché sono segno di una persona che guarda al futuro, che non scappa». Non esiste, ovviamente, il compagno ideale, né, tantomeno, una formula unica che vada bene per ogni donna. Ma alcune domande aiutano a capire se una coppia potrà durare. «Difficile creare una relazione costruttiva con chi è troppo preso da se stesso» aggiunge la psicologa «con chi fugge dal confronto, con chi non si apre davvero. Quindi chiedetevi se lui è così». Importante, poi, avere interessi comuni, «soprattutto culturali: senza questa base, raffreddata la passione, non si va lontano».

Ovviamente, trovato l’uomo giusto, l’ideale sarebbe riuscire a tenerselo: «Curarsi molto, mostrarsi positive e evitare di criticare troppo lui e gli altri aiuta», assicura Prost. E se proprio scappa, o scappate voi, basta ricominciare a cercare quello giusto. Dove? «Iscrivendosi in palestra e non a corsi di yoga o laboratori di scrittura, dove di maschi nemmeno l’ombra», consiglia Isabel Losada in “Uomini!”. In fondo, tra tutte le ricerche - di lavoro, casa e via dicendo - questa è la più divertente.

Unità d’Italia, gelo Quirinale-Lega

Il Secolo xix


Il ministro Roberto Calderoli prende le distanze dalle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, che inizieranno mercoledì a Genova Quarto, luogo di partenza di Garibaldi e dei Mille: il ministro ha detto che lui e i suoi colleghi della Lega Nord diserteranno la cerimonia, suscitando l’indignazione delle opposizioni, ma non quella del Pdl che, con Ignazio La Russa, ha detto di apprezzare che la Lega «marchi la differenza».

A dare il via ai festeggiamenti sarà il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, deponendo una corona di alloro nel luogo di partenza della spedizione dei Mille; raggiungerà poi la portaerei Garibaldi, attraccata nel capoluogo ligure, dove si svolgerà la cerimonia. Prima, Napolitano incontrerà al teatro Carlo Felice un gruppo di bambini impegnati in un progetto di integrazione degli studenti stranieri.

Ieri, intervenendo alla trasmissione In mezz’ora, Calderoli ha acceso le polveri: «Io non so se ci sarò» alle celebrazionì e anzi «sicuramente sarò al lavoro per realizzare il federalismo»; sì, perché «il miglior modo per festeggiare l’Unità d’Italia è l’attuazione del federalismo».

Le parole del ministro non sono state gradite dalle opposizioni: il portavoce dell’Idv, Leoluca Orlando, ha ricordato a Calderoli di avere «formalmente giurato fedeltà alla Repubblica». E il capogruppo dell’Idv in Senato, Felice Belisario, minaccia: «Nessuna riforma con chi non rispetta l’unità d’Italia».

«Le dichiarazioni di Calderoli sono sconcertanti, ma purtroppo non originali», ha osservato il responsabile Cultura del Pd, Matteo Orfini. «Questo fatto increscioso - ha aggiunto - evidenzia con forza lo scarso interesse che questa maggioranza attribuisce alle celebrazioni dell’Unità d’Italia, come testimoniano le dimissioni di molti autorevoli membri del Comitato del centocinquantenario», come Ciampi e Conso.

Il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, indica l’implicazione politica: «Mentre il Pdl litiga su tutto, la Lega sembra avere idee chiare su molti temi, tra i quali l’unità della Nazione». Insomma, il dubbio riguarda il federalismo fiscale: «Seguirà la linea oggi chiaramente espressa dal ministro Calderoli, sicuramente più secessionista che federalista». Questo potrebbe creare tensioni anche nel Pdl, ma non oggi, a giudicare dal commento di Ignazio La Russa: «Sono lieto se la Lega voglia marcare una differenza, così la si smette di dire che siamo a rimorchio della Lega. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, purché non manchi di rispetto alle celebrazioni».

Bisognerà vedere martedì in Bicamerale se cambierà l’atteggiamento delle opposizioni nell’esame del primo decreto legislativo di attuazione del federalismo fiscale, quello sul cosiddetto federalismo demaniale. Il giorno successivo Calderoli sarà ascoltato, e lì si capirà molto.



Il dossier su Di Pietro: alle Seychelles da 007

Libero





Di Filippo Facci

Cartine dell’isola, fotografie del vescovo e oppositore politico Monsignor Felix Paul e del corrispondente dell’Ansa Giovanni Mario Ricci, altre immagini di personaggi e dipendenti del ministero locale degli Esteri, un approfondimento sul complesso di società finanziarie G.M.R. group di cui il citato Ricci era presidente, un rapporto sulle Seychelles con foto del dittatore filo-sovietico France Albert Renè (presidente dell'arcipelago sino al 2004, un record) e ancora un fitto carteggio giudiziario riguardante Francesco Pazienza. E poi, soprattutto, un rapporto informativo («protocollo riservato») che l’allora pm Antonio Di Pietro, il 18 gennaio 1985, spedì alle procure di Milano e Roma tramite il suo procuratore capo di Bergamo Giuseppe Cannizzo.
Tutto questo, queste 172 pagine di dossier, badare bene, furono redatte da un Di Pietro ufficialmente nelle vesti di «turista» opportunamente in viaggio alle Seychelles, laddove casualmente si rifugiava quel Francesco Pazienza già ricercato dalle polizie di tutto il mondo e in particolare dal Sismi e dalla Cia. Un dossier che 25 anni dopo è finalmente nelle mani di Libero.




Antonio Di Pietro, nell'ottobre 1984, era ufficialmente magistrato a Bergamo. Lo era diventato per vie inusuali: prima aveva lavorato per i ministero dell'Aeronautica presso una postazione dell'Ustaa (Ufficio sorveglianza tecnica armamento aeronautico) e in particolare controllava l’Aster di Barlassina, azienda che lavorava per l’Esercito - in stretto e ovvio contatto con il Sismi, i servizi segreti militari - e collaudava pezzi di alta tecnologia adottati dai paesi Nato; giusto in quel periodo riuscì a laurearsi con velocità e modalità non meno inusuali e questo prima di diventare poliziotto lavorando nell'antiterrorismo con Vito Plantone e Carlo Alberto Dalla Chiesa, circostanze che Di Pietro non ha mai ammesso. Non meno rocambolesco,  nel 1981, era stato il suo esame da magistrato: sicché tre anni dopo, a Bergamo, eccolo destreggiarsi dopo che i suoi superiori l’avevano deferito al Csm non ritenendolo «in grado di dare tutti quegli affidamenti che vengono richiesti a un magistrato».

È proprio in quei giorni, nell’autunno 1994, che Di Pietro decise di prendersi una vacanza decisamente particolare. Va premesso, per comprendere lo scenario, che in quel periodo il paese era ancora scosso dagli strascichi dell’eversione: nessuno aveva propriamente raccolto il testimone del defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma le più importanti inchieste sul terrorismo erano pervenute nelle mani del sostituto procuratore romano Domenico Sica. Un caso affidatogli fu quello del cosiddetto «Supersismi», sorta di servizio segreto parallelo creato dalla Loggia P2 e reo di gravissime deviazioni e commistioni col peggior mondo criminale. Capi occulti di questo organismo risultarono essere altri esponenti eccellenti del Sismi e tra questi il cosiddetto faccendiere Francesco Pazienza, inseguito da mandati d’arresto d’ogni tipo. Ma il faccendiere intanto se la rideva: inquisito anche per la bancarotta dell’Ambrosiano, dal 1984, si era nascosto alle Seychelles. Un uomo d’affari, Giovanni Mario Ricci, l’aveva presentato al presidente dell’arcipelago Albert René con il quale il faccendiere era entrato in confidenza. Domenico Sica intanto gli aveva spiccato contro sette mandati di cattura internazionali.

Regime comunista

Il capo del Sismi, l’ammiraglio Fulvio Martini, venne a sapere che Pazienza era nell’arcipelago. Quello delle Seychelles era un regime comunista appoggiato dal Cremlino, e tentare la via diplomatica all’epoca era impensabile. Alla disperata caccia di Pazienza si ritrovarono insomma il Sismi, il Sisde (i Servizi segreti civili) e il superprocuratore Domenico Sica. Una prima missione del Sisde era fallita: due agenti erano atterrati nelle isole a bordo di un aereo dell'Eni ma avevano combinato poco o niente. Ed ecco: proprio allora il giovane Di Pietro parte per le Seychelles. Con lui c’era una donna non identificata, e i due fecero di tutto fuorché i turisti. Non si trattava di una meta facile, allora: il presidente René non brillava per democrazia, e Tonino fece di tutto per mettersi nei guai. Cominciò a fotografare in giro, a prendere informazioni, a incontrare oppositori, soprattutto a chiedere informazioni su Pazienza, ascoltato consigliere di René.





Di Pietro e compagna furono subito pedinati e intercettati. Un responsabile dei servizi di sicurezza locali, un nordcoreano, ipotizzò che quel signore potesse essere un agente del Sismi o del Sisde o della Cia e propose di farlo fuori, ma Pazienza sconsigliò. Pensò in compenso di architettare uno stratagemma che potesse svelargli i referenti italiani di Tonino, e con un complicato giro di telefonate fece avere al magistrato delle notizie false: ossia che lui, il ricercato Francesco Pazienza, sarebbe passato dall’aeroporto di Lugano il 13 dicembre. Contemporaneamente diede la soffiata anche agli svizzeri - tramite i servizi segreti della Germania Orientale - di modo che potessero bloccare e identificare gli agenti italiani sopraggiunti irregolarmente per arrestarlo: se fossero stati poliziotti significava che Tonino agiva per canali istituzionali; se fossero stati agenti del Sismi, invece, no. Andò tutto come previsto: gli arresti ci furono e gli agenti fermati dalla gendarmeria svizzera furono due, un tenente colonnello e un brigadiere dei carabinieri: agenti del Sismi.

Il racconto

«Le informazioni raccolte da Di Pietro finivano al Sismi»
, ha raccontato Pazienza, «e non c’erano dubbi... le passava a un altro magistrato il quale poi le riversava a Martini». Il magistrato, appunto, era Domenico Sica. Dell’intreccio si trova traccia anche nelle motivazioni della sentenza di primo grado dell’ Ambrosiano (curata dal presidente della Terza sezione penale Fabrizio Poppi) laddove si riferisce di «irrituali indagini» di un allora «sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo». Negli atti finì anche il rapporto che ora è finalmente nelle mani di Libero, e che permette di certificare questa incredibile storia.

Interpellato a suo tempo dallo scrivente, l’allora capo del Sismi ammiraglio Fulvio Martini ha chiarito che «l’operazione Pazienza fu gestita interamente dai Servizi segreti fino al suo primo arresto, negli Stati Uniti» nel marzo 1985, ma di non aver spedito suoi uomini alle Seychelles; ha ipotizzato che Di Pietro «lavorasse anche per il ministero dell’Interno e avesse mantenuto dei legami col precedente mestiere».

A distanza di tanti anni, e tantopiù dopo la lettura di dossier che Di Pietro scrisse con una certa professionalità, non è chiaro come l’allora magistrato si ritrovò a condurre una missione da intrigo internazionale e a spiare un latitante cui il responsabile del Servizio segreto militare teneva in particolar modo, e a cui pure teneva il principe dei magistrati antiterrorismo, Domenico Sica. Piacerebbe conoscere la biografia di Antonio Di Pietro, l’uomo della trasparenza, per intero: lui, sicuramente, non aiuta a scriverla.

03/05/2010



Polansky: vogliono servirmi ai media su piatto d'argento

Novara, araba fermata col burqa Ora rischia una multa di 500 euro

Corriere della Sera
Il controllo, nei pressi di un ufficio postale, in applicazione di una ordinanza del sindaco leghista

IL primo cittadino massimo giordano: «é L'UNICO MODO per favorire l'integrazione»

Novara, araba fermata col burqa
Ora rischia una multa di 500 euro




MILANO - Rischia di pagare cinquecento euro per aver indossato il burqa. La malcapitata è una donna araba, fermata e identificata dai carabinieri di Novara nei pressi delle Poste centrali e in applicazione di un'ordinanza del sindaco leghista Massimo Giordano. Lo riporta la Tribuna Novarese. «Avevamo in corso una serie di controlli - hanno spiegato dal comando provinciale - e abbiamo così fermato questa donna che era coperta integralmente. L'abbiamo identificata e ora valuteremo come procedere».

L'ORDINANZA - In mattinata i carabinieri segnaleranno la cosa al comando della polizia municipale «e a questo punto sarà compito nostro stilare il verbale di sanzione» ha annunciato il comandante dei vigili Paolo Cortese. L'ordinanza del sindaco Massimo Giordano (che è anche neo-assessore regionale allo Sviluppo Economico nella Giunta Cota) era stata firmata all'inizio del 2010 ed era stata suggerita dal fatto che lo stesso primo cittadino si era imbattuto in una donna con il burqa e aveva richiesto l'intervento dei carabinieri perché la riconoscessero. L'ordinanza, prima di essere firmata, era stata inviata al ministero degli Interni che ne aveva vagliato il contenuto e proposto alcune osservazioni formali. «Il ministero -ha spiegato Cortese - è entrato negli aspetti puramente tecnici dell'ordinanza limitandone l'applicazione alle scuole, agli ospedali e agli edifici pubblici in genere. Nel caso specifico l'ordinanza verrà applicata proprio perché la donna si trovava all'ufficio postale, cioè in un edificio pubblico». La sanzione prevista è di 500 euro.

«MULTARE È L'UNICO MODO PER INTEGRARE» - «L'applicazione di questa ordinanza è l'unico modo a nostra disposizione per ovviare a comportamenti che rendono ancora più complesso il già difficile percorso d'integrazione» è il commento del sindaco di Novara, Massino Giordano. «Con questa sanzione - aggiunge il sindaco - si passa dal provvedimento assunto all'inizio dell'anno con finalità di dissuasione all'applicazione concreta dell'ordinanza, sintomo che c'è ancora qualcuno che non vuole capire che la nostra comunità novarese non accetta e non vuole che si vada in giro in burqa». «È chiaro - conclude - che mi auspicavo che non sarebbe stato necessario passare all'esecutività del testo e che il buon senso di tutti avrebbe garantito una convivenza più tranquilla. Mi spiace che non risulti già chiaro a tutti come l'aver indosso un abito che non consente il riconoscimento personale può essere tollerato tra le mura di casa, non nei luoghi pubblici, nelle scuole, in pullman o negli uffici postali». (Fonte Ansa)


03 maggio 2010



Afragola, il sindaco alle prostitute: «Vietato vestirsi da meretrici»

Corriere del Mezzogiorno

Ordinanza anti-lucciole: proibiti gli abiti provocanti
Stop anche alla sosta auto nelle zone a luci rosse


NAPOLI

L'ordinanza recita così: «È vietato assumere atteggiamenti o usare un tipo di abbigliamento che manifesti inequivocabilmente l’intenzione di adescare o esercitare attività di meretricio». Il problema, s'è capito, riguarda il più antico mestiere del mondo. Il sindaco di Afragola, Vincenzo Nespoli (Pdl), è orientato sulla tolleranza zero. Fino a vietare persino l'abbigliamento provocante alle prostitute.

Naturalmente si tratta solo di un passaggio, un po'insolito, dell'ordinanza sindacale. Atto amministrativo e politico che a chiare lettere mette in campo una serie di interventi diretti «a prevenire il fenomeno della prostituzione. Fenomeno che, oltre a generare disagio nei cittadini (soprattutto donne e bambini), determina gravi turbative per la sicurezza stradale, provocando distrazioni da parte del conducente, inducendolo così a infrangere norme del Codice della Strada». Il divieto tocca chiunque eserciti «domanda di prestazione sessuali a pagamento con soggetti dediti alla prostituzione su strade pubbliche o comunque soggette a passaggio del territorio comunale». Pugno di ferro soprattutto su due zone cittadine: Marziasepe e Cinquevie.

Inoltre, per garantire la sicurezza stradale è proibito a tutti i conducenti di veicoli di effettuare fermate, manovre pericolose o comunque qualsiasi atto che sia di intralcio alla circolazione stradale e naturalmente di porre in essere atti sessuali su territorio pubblico».


30 aprile 2010



Il Pdl boccia i ribelli: nessuna Pontida Secessione del Lazio storia infinita

IL Tempo

Le province vogliono staccarsi da Roma.
Pronte al referendum e al rito sul Cosa, il fiume di Frosinone: una protesta-farsa.
Il diktat dei coordinatori: rinviato il vertice per chiedere la secessione.

La secessione del Lazio non piace ai coordinatori del Pdl che annunciano: il vertice all'abbazia di Fossanova, previsto per il 17 maggio, è stato rinviato «a data da destinarsi». Era tutto pronto: i Consigli provinciali di Frosinone e Latina avrebbero approvato la delibera per richiedere il referendum e «staccarsi» da Roma ma Cicchitto e company hanno imposto la retromarcia. Almeno sulla carta perché i ribelli, in testa il presidente della Provincia di Frosinone Antonello Iannarilli, vanno avanti: «Lo vogliono i cittadini». Il primo a dettare la linea è stato il presidente dei deputati del Pdl: «È storicamente vero che c'è stato uno squilibrio tra Roma e le altre province del Lazio e che, evidentemente, possono sorgere problemi con il federalismo fiscale e Roma Capitale - ha spiegato Cicchitto.

Questa, però, non è una buona ragione per avanzare proposte del tutto inaccettabili come quella di spezzare in due il Lazio. Inoltre questa proposta non verrebbe mai accettata a livello nazionale, dove, casomai, si pone il problema della semplificazione degli enti locali e non certo della loro moltiplicazione. In particolare - aggiunge - non si può dire nulla sulla Giunta Polverini, che per la sua composizione, per quel che riguarda gli assessorati, ha tenuto largamente conto della rappresentanza delle province esterne e che intende anche tenerne conto per i massimi livelli istituzionali della Regione».


Netto anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno, secondo cui la secessione «sarebbe un suicidio». Fa il pompiere il senatore Claudio Fazzone: «Non c'è nessuna secessione in atto da parte delle province del Lazio. Quanto all'assetto istituzionale - precisa - è in corso da anni una riflessione sul riequilibrio fra Roma e le Province, della cui necessità la stessa Polverini si è mostrata consapevole». Ma non c'è motivo di un referendum per costituire una ventunesima Regione, spiega il senatore del Pdl: «L'elaborazione dei decreti attuativi del federalismo fiscale e la legge per Roma Capitale daranno nuovo impulso alla riflessione su una possibile rivisitazione dell'assetto istituzionale del Lazio, che valorizzi e riequilibri le specificità territoriali; ma non è condivisibile la strumentalizzazione che qualcuno sta facendo di questi temi». Insomma «non c'è nessuna "Pontida laziale".


Dunque al fine di evitare ulteriore confusione e l'impropria commistione tra le rivendicazioni di singoli in ambito regionale e un tema molto sentito dai cittadini delle province, l'appuntamento di Fossanova è stato annullato e rinviato a data da destinarsi». I coordinatori provinciali del Pdl insistono: «Concordiamo pienamente con le dichiarazioni rese dal presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto - spiegano in una nota congiunta Giulio Marini, Angelo Maria Cicolani e lo stesso Fazzone, coordinatori rispettivamente del Pdl delle province di Viterbo, Rieti e Latina -

La necessità di un coinvolgimento maggiore delle province nelle scelte strategiche che riguardano il Lazio è certamente un tema ineludibile al quale nessuno può più sottrarsi - sottolineano - I territori laziali sono stati per anni mortificati da politiche sciagurate che hanno determinato uno sviluppo disarmonico, creando vere e proprie sacche di povertà sociale ed economica. La scelta di dotare la città di Roma di nuovi poteri amministrativi è senza dubbio la risposta migliore all'esigenza di una maggiore governabilità. Accanto a questa, occorre però definire un percorso che sappia valorizzare in modo appropriato le tante risorse culturali, sociali ed economiche presenti nell'hinterland della Capitale e nelle altre province laziali».


La Polverini sarà in grado di farlo, precisano, e non risparmiano una stoccata ai ribelli sottolineando «le polemiche pretestuose che mirano solo a far ottenere qualche incarico in più». Storce il naso il leader de La Destra, Francesco Storace: «Cicchitto non demonizzi l'idea di Roma Regione. Si guardi attorno e scoprirà che è un'intuizione tutt'altro che inaccettabile, tanto è vero che se ne discusse nella riforma del 2005». L'ex consigliere regionale Donato Robilotta va sulla stessa scia: «Non capisco la demonizzazione della proposta di Roma-Regione che fanno Cicchitto e i coordinatori provinciali del Pdl di area ex Fi in quanto questa riforma era l'obiettivo che perseguì la maggioranza che sosteneva la giunta Storace. Il governo Berlusconi la fece sua e la inserì nella riforma della Costituzione del 2002, e dunque fu votata da tutti i parlamentari della Casa della libertà». Non sarà facile trovare la quadratura del cerchio.

Alberto Di Majo

03/05/2010



L’auto è trainata? Si multa lo stesso

Il Secolo xix


Multe assurde ce ne sono, ma questa non si era ancora sentita: una contravvenzione per avere invaso le corsie gialle va bene, ma non se l’auto è trasportata da un carro attrezzi dopo un incidente. Eppure capita a Genova. È l’era del computer, dell’alta tecnologia, delle micro camere alla James Bond che tutto spiano di nascosto, dei telefonini ai quali manca solo l’applicazione per fare il caffè, e stampare banconote. Eppure, in quest’era nella quale sembra vicino il momento in cui - come in “2001 Odissea nello spazio” - un Hal 9000 prenderà il sopravvento sull’uomo, è quasi consolante il fatto che l’errore umano possa ancora fare danni.

Succede infatti che le tecnologiche telecamere di Amt - l’azienda di trasporto pubblico - a difesa delle corsie gialle, individuino un intruso e implacabilmente segnalino il reprobo. Per evitare errori, che le macchine - per quanto evolute - possono commettere, c’è un secondo livello nel quale i filmati raccolti dall’occhio elettronico vengono fatti visionare dall’occhio umano. L’accertatore, che evidente ha già visto centinaia di immagini e ha gli occhi ormai stanchi, conferma l’infrazione.

Piccolo dettaglio: l’auto è nelle corsie gialle, ma è trasportata da un carroattrezzi. E le immagini non lasciano alcun margine di dubbio. «Evidentemente, si è trattato di un errore umano», ammettono da Amt.

Un’autobomba a New York Si segue la “pista South Park”

Il Secolo xix

«Siamo stati fortunati. Forse è stata evitata una strage»: rientrato di corsa nel cuore della notte da Washington, ancora in abito da sera, il sindaco Michael Bloomberg ha tirato un sospiro di sollievo. Ma ieri, a New York, nove anni dopo le stragi dell’11 settembre, è tornato l’incubo terrorismo: Times Square, la piazza crocevia del mondo, frequentata ogni anno da 40 milioni di persone, è stata evacuata per un’autobomba.

Video

È scattata la caccia all’uomo. «Giustizia sarà fatta», ha promesso il presidente degli Usa, Barack Obama, mentre a Pittsburgh veniva interrotta la maratona per un allarme bomba rivelatosi poi infondato. Il capo della polizia, Ray Kelly, ha dato poca credibilità alla rivendicazione di un’organizzazione di talebani pachistani, Tehrik-e-Taliban, per vendicare la morte di Abu Ayuub al Masri, il capo di Al Qaeda in Iraq, e confermato invece che si sta indagando sulla “pista South Park”: l’autobomba era stata parcheggiata davanti alla sede di Viacom che produce il dissacrante cartone minacciato dai fondamentalisti islamici per avere fatto ironia su Maometto.

La polizia sta ricercando un uomo bianco sulla quarantina, visto cambiarsi in strada e allontanarsi in modo “sospetto” in un video ripreso da una delle 80 telecamere di sorveglianza presenti in zona (potete vederlo qui sotto: l’uomo si guarda intorno e si toglie una maglia). Dentro la Nissan Pathfinder parcheggiata malamente sulla 45esima Strada c’erano tutti gli ingredienti per un ordigno «amatoriale», che esplodendo avrebbe provocato «una palla di fuoco» in una zona affollatissima a quell’ora: propano, benzina, fili elettrici, una sostanza simile al fertilizzante, fuochi artificiali legati attorno alle taniche, due orologi a batteria, uno puntato sulla mezzanotte.

Il presidente Obama, informato nella notte, ha elogiato in Louisiana la reazione rapida della polizia dopo avere parlato al telefono con Bloomberg, mettendo a disposizione delle autorità di New York le risorse dell’amministrazione. Di «attentato» ha parlato anche il ministro per la Sicurezza Interna, Janet Napolitano, osservando d’altra parte che è prematuro stabilire collegamenti con le reti del terrore internazionale o interno. Proprio venerdì, a Brooklyn erano stati arrestati Wesam el Hanafi e Sbirhan Hasanoff, due “colletti bianchi” dall’apparenza insospettabile e in realtà legati ad Al Qaeda in Yemen. Intervistato dalla Cnn, il senatore di New York, Charles Schumer, ha ipotizzato invece un caso di «cani sciolti».



Il caos a Times Square è scoppiato ieri alle 18.30 (le 00.30 di domenica in Italia). Un venditore ambulante di magliette, Lance Orten, aveva dato l’allarme vedendo fumo che usciva dalla Nissan con una targa del Connecticut, poi risultata rubata. Memore della campagna della polizia “Se vedi qualcosa di sospetto, dillo subito”, Lance aveva chiamato un agente a cavallo e questi, annusando l’auto, aveva sentito odore di esplosivo. «Un cittadino modello» che ha forse evitato la strage, lo ha elogiato Obama dalla Louisiana. La polizia, che ha trasferito l’auto in un centro di medicina legale a Queens, ha recuperato impronte digitali dal veicolo e sta studiando collegamenti con altri attentati, >>,e esempio con la catena di autobombe coordinate che nell’estate 2007 hanno preso di mira l’aeroporto di Glasgow e il quartiere dei night e dei teatri di Londra.

Times Square è rimasta chiusa per tutta la notte: solo all’alba, quando la Nissan è stata rimossa, la polizia ha tolto le transenne. Gli show di Broadway sono andati avanti regolarmente, sia pure in ritardo, ma molti spettatori non sono riusciti a raggiungere i teatri. In molti casi i turisti non hanno capito cosa stava succedendo: «Pensavamo che avessero bloccato la strada per un politico o un vip», ha detto l’italiana Valeria Nobilini, in vacanza a New York da Fano. Disagi per i clienti di alcuni grandi alberghi come il Marriott o il Paramount che si affacciano su Times Square: sono rimasti bloccati per ore, o dentro o fuori, quando la polizia ha “congelato” la zona.



Ordine di Aps agli autisti del tram "Non usate il clacson con i ciclisti"

Il Mattino di Padova

L'azienda: «Il dispositivo acustico non deve configurarsi come un sollecito». La nota accolta con grande sorpresa dal personale. Probabile che si temano cadute e incidenti

di Enrico Ferro


Padova città della bici, anche a discapito del tram. È questo in sintesi il contenuto dell’ordine di servizio del 20 aprile scorso, con cui Aps vieta agli autisti del tram di suonare il clacson in modo nervoso per cacciare i ciclisti trasgressori.

La nota è stata accolta con grande sorpresa dagli autisti, che fino a qualche giorno fa erano convinti di esercitare un loro diritto azionando il clacson per «convincere» i ciclisti a lasciare libera la corsia del tram. Ma, evidentemente, il direttore di Esercizio di Aps Holding Alberto Cavallini non la pensa allo stesso modo.

LA NOTA.
«Si invita il personale di condotta dei tram a prestare estrema attenzione nei confronti di ciclisti che dovessero trovarsi in prossimità o sopra la via di corsa. Tale raccomandazione vale, ovviamente, sia nel caso in cui i ciclisti vi si trovino legittimamente, sia nel caso in cui stiano transitando in un’area a loro interdetta». E questa è la premessa. Nel documento poi viene citata la zona più critica, che è senza dubbio il tratto finale di corso Vittorio Emanuele II, direzione sud, in prossimità della chiesa di Santa Croce. Ed ecco l’ordine: «È consentito l’utilizzo dei dispositivi acustici per segnalare la propria presenza e per invitare i ciclisti a mantenere la destra della carreggiata nei tratti di circolazione promiscua ove ne è consentito il transito, ma se ne raccomanda un uso limitato a tale scopo. Non deve infatti configurarsi quale sollecito ad accelerare o ad abbandonare la carreggiata».

FENOMENO DIFFUSO.
Corso Vittorio Emanuele, corso del Popolo, ma anche il Bassanello e le riviere. Sono numerosi i ciclisti che invadono le corsie del tram nonostante il divieto. Ma evidentemente qualche appassionato delle due ruote richiamato in malo modo ha fatto la voce grossa, chiedendo ad Aps un cambio di atteggiamento. Padova si conferma città della bici. A discapito del tram.
(30 aprile 2010)