domenica 2 maggio 2010

Vip da piccoli

A rischio spaghetti con vongole e telline per nuove norme Ue

Il Mattino

ROMA (2 maggio)

Duro colpo per gli amanti degli spaghetti con vongole e telline. Una delle norme contenute nel Regolamento comunitario del Mediterraneo nel settore della pesca che entrerà in vigore il primo giugno, infatti, vieta la pesca con le draghe fino a 0,3 miglia dalle coste. E le telline, appunto, vengono catturate con questo attrezzo sotto costa ad appena 20 metri dal litorale, una distanza molto inferiore a quella che sarà consentita a fine maggio.

A rischio scomparsa dalle tavole ci sono anche il cannolicchio pescato a circa 100 metri dalla costa e la vongola, quella non allevata, pescata a pochi metri più a largo. Una grave rinuncia per i buongustai, ma soprattutto un danno economico per i pescatori di molte Regioni, in particolare per il Lazio che detiene la leadership per la produzione delle telline, seguito a distanza da Puglia e Campania.

Nel Lazio: rischio lavoro per 70 imbarcazioni. Basti pensare che il 10% della flotta laziale è attiva nella molluschicoltura con draghe e rastrelli, per un totale di 70 piccole imbarcazioni che catturano in media ogni giorno circa 40-50 chili per 11 mesi l'anno, escluso aprile. «Siamo in attesa di una deroga promessa proprio per il settore dei molluschi», afferma all'Ansa il presidente di Federcoopesca-Confcooperative Lazio, Claudio Brinati ancora speranzoso che l'Ue possa ripensarci. «Altrimenti - aggiunge - sarebbe il colpo di grazia per un settore che vive già una forte crisi».

Il settore delle telline ogni anno, solo nel Lazio, muove un business alla produzione di circa 7-800mila euro, per una quantità di circa 80 tonnellate l'anno. Ed è proprio la tellina del litorale romano ad essere diventata il primo presidio ittico di Slow Food nel Lazio, riconoscimento che nasce per sostenere piccole produzioni di eccellenza che rischiano di scomparire, valorizzando il territorio e recuperando mestieri di lavorazione tradizionali. Rinomata fin dai tempi romani, grazie alla qualità e alla finezza della sabbia, la tellina della zona che va da Passoscuro a Capo d'Anzio, è molto ricercata, essendo un bivalve più delicato di altri molluschi, dal gusto inconfondibile tanto che va condita poco per rispettarne le qualità organolettiche.



Tartaruga azzannatrice catturata dalla Forestale

Il Secolo xix


Una tartaruga azzannatrice (Chelydra serpentina) del peso di circa 15 kg e con un guscio di 36 cm di lunghezza e 28 di larghezza è stata catturata dagli uomini della Forestale della Spezia, ai margini di una strada a Piano di Vezzano, in prossimità del lago Curadi.

Durante la cattura, il rettile, originario del Nordamerica, ha dato dimostrazione della sua forza e della sua aggressività, cercando di morsicare gli agenti e menando fendenti con le sue grosse zampe. La tartaruga azzannatrice è un animale pericoloso per la salute e la pubblica incolumità, dal momento che può trasmettere malattie rare ed è in grado di staccare a morsi le dita di una mano.Per questo la legge ne vieta il commercio e la detenzione. Evidentemente, nonostante il divieto, qualche sconsiderato ne è entrato in possesso. Sono in corso le indagini per individuare e segnalare all’autorità giudiziaria il possessore della tartaruga.



La gaffe di Gheddafi su Angela Merkel: "E' più un uomo che una donna"

Quotidianonet

Il leader libico in un'intervista a Der Spiegel si lascia andare ad un apprezzamento sul capo dell’esecutivo tedesco, il cancelliere Angela Merkel, cui riconosce una “forte personalità"

Roma, 2 maggio 2010

In una lunga intervista concessa al settimanale tedesco Der Spiegel, che spazia su vari temi di politica internazionale, il leader libico Moammar Gheddafi si lascia andare ad un apprezzamento sul capo dell’esecutivo tedesco, il cancelliere Angela Merkel, cui riconosce una “forte personalità”. Poi aggiunge: “Ma è più un uomo che una donna”.
 

Nella stessa intervista il colonnello riconosce il valore di alcuni passi compiuti dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, in particolare per la riforma della sanità e per la volontà di procedere con lo smantellamento delle armi nucleari. “Non ha compiuto ancora errori”, ha riconosciuto Gheddafi.



Scampia, ecco la discarica delle siringhe

Corriere del Mezzogiorno

Un ex asilo, un terraneo di 150 metri quadri, da anni ormai è la casa degli eroinomani.

Blitz della polizia

NAPOLI — Si dice che l’eroina stia scomparendo. Si dicono tante cose. La realtà, impietosa, è quella ripresa dagli obiettivi delle macchine fotografiche. Il «Lotto P» di Scampia, conosciuto come «le case dei puffi», è una piazza di spaccio gestita dagli «Scissionisti» dove, oltre a comprare, si consuma. E si consuma tantissimo. L’ex asilo che sta di fianco al palazzo usato per lo spaccio al minuto, un terraneo di 150 metri quadri, da anni ormai è la casa degli eroinomani.

Ex asilo, una discarica di siringhe

Dentro e fuori, montagne (nel senso letterale del termine) di siringhe usate. Ieri i poliziotti del commissariato locale, guidato dal primo dirigente Michele Spina, hanno liberato l’edificio dalle decine di tossicodipendenti che lo affollavano, sistemati su divani rotti e insudiciati, mobili di fortuna, sgabelli, con tutto l’occorrente per bucarsi.

La materia prima, l’eroina, la comprano nel palazzo a fianco. Pochi giorni fa uno di loro è morto per overdose. Questo ha richiamato l’attenzione delle forze dell’ordine in quei palazzoni grigi dove, nonostante i numerosissimi arresti, i pusher si «riciclano» di giorno in giorno, di ora in ora, per alimentare un traffico di droga dalle dimensioni spaventose, che si ciba di esseri umani ridotti allo stato animalesco. Gli eroinomani hanno disegnato col sangue un bersaglio, per giocare al tiro a segno con le siringhe appena usate. Sembra la scena del crimine di un omicidio efferato: schizzi di sangue macchiano le pareti e il pavimento, il tanfo è disgustoso, e anche con le mascherine non si resiste per più di due minuti. Chi vive solo per bucarsi, non fa più caso alla differenza fra una toilette e tutto il resto. Tuttavia, fra i derelitti del «bucatoio» splende un raggio di umanità. Su un foglio incollato a un mobiletto, c’è scritto «Ragazzi, auguriamo una pronta guarigione a Marisa. Rispetto per i suoi oggetti».

Siringhe inchiodate al muro, siringhe sparse sul pavimento, siringhe sul banchetto per «sciogliere» la roba, siringhe dappertutto. E’ improbabile che, in tutto il mondo, esista un posto dove alla luce del sole siano ammassate così tante siringhe usate. Fra i cumuli di immondizia, poi, scatole di medicinali. Il Rivotril la fa da padrona, distribuito dai Sert della sanità pubblica come farmaco sostitutivo dell’eroina. In realtà, molti abbiano l’assuzione del farmaco al classico «buco». Gli interventi di polizia e carabinieri nel Lotto P sono praticamente quotidiani, ma per i clan, la piazza di spaccio è una fonte di guadagno immensa. Arrestato un pusher, se ne fanno altri dieci. Basta pescare tra i ranghi più bassi della malavita, o attingere direttamente dalle migliaia di tossici che, davanti alla prospettiva di guadagnare qualche euro, dimenticano perfino il rischio più che concreto di finire in carcere.

Per dare una dimensione delle quantità di droga maneggiate ogni giorno dai narcos delle «case dei puffi», basti pensare che gli agenti del commissariato Scampia ne hanno sequestrato, proprio ieri, circa dieci chili fra eroina e cocaina. Lo stupefacente era stato nascosto in una controsoffittatura e, per renderlo invisibile alla polizia, gli spacciatori avevano fatto costruire un congegno attivabile con un telecomando. Schiacciando un bottone, una cassetta coperta di spugna calava giù dal soffitto. Il movimento era regolato da una carrucola assemblata con materiale rudimentale: ferro arrugginito, e una corda per collegarla al soffitto.

Stefano Piedimonte
30 aprile 2010

Contratti Rai? I più importanti a Endemol"

di Redazione

Italo Bocchino, ex vice presidente "finiano" del gruppo Pdl alla Camera: "I contratti più importanti vanno a Berlusconi e ai suoi figli, proprietari di Endemol.  Ma non è scandaloso: è una grande società che fa produzione, ricchezza e audience". "Scajola? Mi auguro che chiarisca".  Poi attacca il "Giornale"


Roma - "I contratti più importanti della Rai vanno a Silvio Berlusconi e ai suoi figli, proprietari della Endemol. Ma non lo trovo scandaloso: la Endemol è una grande società che fa produzione, ricchezza e audience". Lo dice, in un intervista a SkyTg24 Italo Bocchino, ex vice presidente "finiano" del gruppo Pdl alla Camera, finito in prima pagina sul "Giornale" per il contratto di produzione assegnato dalla Rai alla moglie. "Quello che troverei scandaloso - sottolinea Bocchino - sarebbero scelte al di fuori della normativa vigente". 

"Se vogliamo fare un codice etico per cui con la Rai non possono avere nulla a che fare i parenti fino al sesto grado di chi siede in Parlamento, io - dice Bocchino sarei d'accordissimo: però il maggior colpito sarebbe Berlusconi, che é il maggior beneficiario insieme ai sui figli". Per quanto riguarda la moglie Gabriella Buontempo, Bocchino ricorda che quando l'ha conosciuta già lavorava con la Rai e che nell'articolo del Giornale "non c'é nessuna accusa, si dice che fa la produttirce, lo fa bene e a prezzi di mercato". Riguardo agli articoli del giornale della famiglia Berlusconi non solo su sua moglie ma anche sulla suocera di Gianfranco Fini, il giudizio di Bocchino è netto: "E' solo spazzatura, sono non notizie che servono a bastonare chi dissente nel Pdl". 

"Scajola? Mi auguro che chiarisca" "Esprimo solidarietà umana a Scajola e mi auguro che riesca a chiarire quanto prima questa vicenda". Bocchino accenna al caso dell'acquisto di un appartamento a Roma da parte del ministro dello Sviluppo Economico che anche se non è indagato e accusato di averlo acquistato anche con soldi di uno degli imprenditori coinvolti nell'inchiesta sul G8. L'esponente finiano rinnova l'invito ad approvare subito il ddl anticorruzione quando, dopo la firma del presidente della Repubblica arriverà alla Camera. "La politica - dice Bocchino - deve essere trasparente, non ci deve essere nemmeno un centimetro quadrato di ombra per l'opinione pubblica. 

Quindi mettiamo subito all'ordine del giorno il ddl anticorruzione e, con un voto bipartisan approviamolo il prima possibile. "Noi questo - ricorda Bocchino - l'abbiamo chiesto nei giorni scorsi. E' prioritario e questo deve fare un partito serio". Alla domanda che cosa faranno i finiani se la maggioranza del Pdl non fa questa scelta Bocchino risponde: "ne prenderemmo atto e faremmo la nostra parte". "Noi - precisa - non facciamo agguati, il ruolo della minoranza in un grande partito è quello di stimolo. Il problema è che il Pdl non deve essere un partito grande ma un grande partito". 

"Marginalizzato per giudizi sul premier" "Il ruolo di un grande partito è quello di un esercizio serio della democrazia interna che non può portare alla marginalizzazione di un dirigente politico al quale non vengono addebitati errori nella conduzione del gruppo parlamentare, ma vengono addebitati giudizi non soddisfacenti verso il leader del partito". Italo Bocchino torna a parlare delle sue dimissioni da vice presidente del gruppo del Pdl e rivendica il ruolo dei finiani nel partito. "La nostra - ribadisce Bocchino - è una scelta politica e andiamo avanti con la nostra battaglia che è interna al partito che vogliamo più forte, più democratico, più partecipato e più attento sui temi trascurati in questi anni"


Dalla Somalia alla Svezia, il viaggio della paura passato dall'Italia

Corriere della Sera


DAL NOSTRO INVIATO 


MALMÖ (Svezia) — Mohammed ha ancora la paura negli occhi.

Mohammed, 16 anni, di Mogadiscio
Mohammed, 16 anni, di Mogadiscio
«Gli Shebab sono venuti una notte. Sono entrati in casa sfondando la porta. Gridavano. Picchiavano. Hanno subito preso mio padre e gli hanno detto: «Tuo figlio ora viene con noi». Non hanno nemmeno atteso una reazione, una risposta. Lo hanno ucciso senza pietà. Quando ho visto mio padre crollare a terra ho capito che per me era finita. Potevo solo fuggire lontano, così lontano da non doverli mai più incontrare. Altrimenti sarei diventato come loro». Mohammed ha 16 anni ma ne dimostra di più. Le esperienze vissute negli ultimi dodici mesi ne hanno fatto un uomo prima del tempo. Nonostante la tragedia vissuta sulla propria pelle, la sofferenza, gli stenti, il giovane somalo — nato a Mogadiscio e cresciuto in uno Stato fallito, in mano alle milizie (gli Shebab sono guerriglieri islamici legati ad Al Qaeda) — ha ancora l'istinto di sognare: «Voglio studiare — dice con un filo di voce, mentre gli occhi spesso si abbassano a guardare il terreno, forse un riflesso delle abitudini assimilate nella sua terra —. Voglio una vita normale. Magari potessi diventare un pilota di rallie». Pilota di rallie.

 Il ministro svedese dell'Immigrazione Tobias Billström
Il ministro svedese dell'Immigrazione Tobias Billström
IL MINISTRO: «DOBBIAMO AIUTARLI» - A Malmö, soglia di un Paradiso in terra per migliaia di derelitti senza più nulla se non la speranza, tutto appare possibile, anche il più ingenuo dei sogni. «Dobbiamo aiutare questi ragazzi», ci dice convinto Tobias Billström, il ministro (conservatore) dell’Immigrazione, arrivato da Stoccolma per una rapida visita al Centro per l’accoglienza dei minori della città che si affaccia sull'Oresund. Il ministro ascolta la storia di Mohammed e riflette: «È incredibile come giovani così sfortunati, traumatizzati, riescano in poco tempo a superare lo shock patito e a trasformarsi in bravi studenti. Per molti di loro c’è un futuro in Svezia».

GLI ANTIIMMIGRATI:«DOBBIAMO FERMARLI» - Non è d’accordo Mattias Karlsson, giovane esponente della Sverige Demokraterna, il partito anti-immigrati: «La nostra identità, il nostro modo di vivere sono in pericolo: dobbiamo fermare l’immigrazione». A spaventare Mattias i disordini quotidiani di Rosengard, il quartiere degli stranieri. Ma nel centro per i minori di Malmö non si respira tensione, anzi. La storia di Mohammed è esemplare e simile a molte altre. Soltanto nel 2009, sono arrivati oltre 701 ragazzi dai 15 ai 18 anni da Paesi come l’Afghanistan, la Somalia, l’Iraq. «Sono sempre da soli — spiega Stefan Berséus, il direttore del centro —. Noi diamo loro un rifugio, un tetto quando bussano alla nostra porta direttamente o perché inviati dall’Agenzia per l’immigrazione. Appena sistemati, li mandiamo subito a scuola: perché un ragazzo, per quanto disperato, deve potere vivere la vita normale della sua età».

Issa, 16 anni
Issa, 16 anni
BUONA ACCOGLIENZA IN SVEZIA - Mohammed non sperava di trovare una simile accoglienza: un’ex casa di riposo con stanze spaziose, arredate con eleganza svedese. «Sono buoni qui, mi trovo bene. Spero di poter rimanere», sospira. Della sua sorte, come quella di Issah, somalo anche lui, lo sguardo sornione, deciderà il Tribunale di Malmö, sezione per i richiedenti asilo. La concessione del permesso di residenza, accompagnata dalla nomina di un tutore legale, è quasi automatica per questi ragazzi.

TRATTI MALE N ITALIA - L’unico «inciampo» può arrivare dalla Convenzione di Dublino che attribuisce al primo Paese di immigrazione l’onere della concessione dell’assistenza. Nel caso di Mohammed, e anche di Issah, che non toglie un attimo lo sguardo dall’amico, potrebbe essere l’Italia, il Paese da cui sono transitati. «Ma noi non vogliamo tornarci: siamo stati trattati male laggiù», dicono quasi in coro. Mohammed è più ciarliero e racconta tutto il suo travaglio: «Dopo l’assassinio di mio padre ho atteso il momento giusto per scappare. Ma loro, gli Shebab, se ne sono accorti. Mi hanno inseguito per giorni. Mi sparavano addosso. In qualche modo sono riuscito ad arrivare al confine con il Kenya. Lì mi sono trovato sotto il fuoco incrociato: da una parte i guerriglieri somali, dall’altra le guardie di confine kenyane. Non so come sono riuscito sopravvivere».

LA FUGA - Mohammed aveva le ali ai piedi e tanta voglia di farcela. Dal Kenya è passato in Sudan, poi in Libia, infine l’ultimo sforzo e l’Italia dopo un viaggio su un barcone. In tutto, cinque mesi a vivere di nulla, a dormire sotto le stelle. Il ragazzo non lo dice ma è chiaro che di lui si sono «presi cura» i trafficanti di uomini. Quegli stessi che hanno capito l’affare e stanno facendo schizzare verso l’alto le statistiche. In Svezia, nel 2007, sono arrivati 1.264 minori. Nel 2010 ne attendono almeno 3.000. Molti dovrebbero chiedere asilo nel nostro Paese, visto che è il primo porto di arrivo (altre rotte passano dalla Turchia e dalla Russia). Mohammed non ne vuole sapere: «A Roma ho sofferto la fame, nessuno voleva occuparsi di me — dice —. Ho dormito per settimane alla Stazione Termini, un incubo: avevo sempre paura e poco da mangiare». Di nuovo, il giovane somalo non svela il «segreto» del suo arrivo a Malmö. Non può, troppi particolari, soprattutto se svelati di fronte ai funzionari dell’immigrazione e ai dirigenti del centro di accoglienza, possono costargli un ritorno coatto verso l’Italia. «Qui vado a scuola, qui voglio costruirmi un futuro». Mohammed non lo dice, ha paura a sorridere. Ma davvero sembra che la felicità sia di nuovo a portata di mano: «La Svezia sarà la mia casa».

Paolo Salom
30 aprile 2010(ultima modifica: 02 maggio 2010)

Bocchino: «Contratti Rai? A Berlusconi»

Corriere della Sera

L'ex vice presidente del Pdl alla Camera si difende dagli attacchi del Giornale alla moglie, che fa la produttrice tv

MILANO - «I contratti più importanti della Rai vanno a Silvio Berlusconi e ai suoi figli, proprietari della Endemol. Ma non lo trovo scandaloso: la Endemol è una grande società che fa produzione, ricchezza e audience». Lo dice, in un'intervista a Maria Latella su Sky Tg24 Italo Bocchino, ex vice presidente finiano del gruppo Pdl alla Camera, finito in prima pagina del Giornale il 30 aprile per il contratto di produzione assegnato dalla Rai alla moglie ("I soldi Rai alla moglie di Bocchino"). «Quello che troverei scandaloso - sottolinea Bocchino - sarebbero scelte al di fuori della normativa vigente». «Se vogliamo fare un codice etico per cui con la Rai non possono avere nulla a che fare i parenti fino al sesto grado di chi siede in Parlamento sarei d'accordissimo: però il maggior colpito sarebbe Berlusconi, che è il maggior beneficiario insieme ai sui figli». Per quanto riguarda la moglie Gabriella Buontempo, Bocchino ricorda che quando l'ha conosciuta già lavorava con la Rai e che nell'articolo del Giornale «non c'è nessuna accusa, si dice che fa la produttrice, lo fa bene e a prezzi di mercato». Riguardo agli articoli del giornale della famiglia Berlusconi non solo su sua moglie ma anche sulla suocera di Gianfranco Fini, il giudizio di Bocchino è netto: «È solo spazzatura, sono non notizie che servono a bastonare chi dissente nel Pdl».

«SCAJOLA CHIARISCA» - Bocchino ha poi parlato del caso Scajola: «Gli esprimo solidarietà umana e mi auguro che riesca a chiarire quanto prima questa vicenda» ha detto riferendosi all'acquisto di un appartamento a Roma da parte del ministro dello Sviluppo economico, accusato di aver usato soldi di uno degli imprenditori coinvolti nell'inchiesta sul G8. L'esponente finiano rinnova l'invito ad approvare subito il ddl anti corruzione quando, dopo la firma del presidente della Repubblica, arriverà alla Camera: «La politica deve essere trasparente, non ci deve essere nemmeno un centimetro quadrato di ombra per l'opinione pubblica. Quindi mettiamo subito all'ordine del giorno il ddl anti corruzione e, con un voto bipartisan approviamolo il prima possibile. È prioritario e questo deve fare un partito serio». Alla domanda che cosa faranno i finiani se la maggioranza del Pdl non farà questa scelta risponde: «Ne prenderemmo atto e faremmo la nostra parte. Noi non facciamo agguati, il ruolo della minoranza in un grande partito è quello di stimolo. Il problema è che il Pdl non deve essere un partito grande ma un grande partito».

Redazione online
02 maggio 2010

Odissea posta certificata

Il Messaggero

Il Ministro Brunetta, giustamente orgoglioso della sua creatura, accompagnato dai più alti rappresentanti di Poste Italiane e di Telecom Italia, ha inaugurato all'ufficio postale di S.Silvestro,il portale Postacertificata. La stampa e la televisione hanno dato e continuano a dare il giusto risalto all'avvenimento spiegando nel dettaglio le operazioni da compiere per l'attivazione.

L'idea mi sembra buona e con il ritaglio de Il Messaggero che mi fa da guida, mi avvicino al computer per iniziare le operazioni preliminari. Non è stato facile ottenere il collegamento ma alla fine dopo vari tentativi saltuari che durano più di un giorno, ottengo il via libera. Lascio passare abbondantemente le canoniche 24 ore e mi reco alla posta della Magliana dove alla richiesta di attivazione, dopo un breve conciliabolo, mi dicono che l'ufficio è abilitato ma per quelle operazioni sarà operativo la settimana prossima.

Mi reco quindi al più grande e importante ufficio postale di Via Lenin dove non avendo indicazioni aspetto il mio turno e mi reco allo sportello Postamat, ma qui dopo una breve consultazione mi invitano ad andare allo sportello dei pacchi e raccomandate. Prendo il numero d'ordine e mi rendo conto che funziona un solo sportello e che l'operatore di detto sportello è in giro per gli uffici a risolvere un problema postogli da un cliente.

Passa il tempo e per fortuna s'illumina un altro sportello che mi consente dopo circa trenta minuti d'attesa di rivolgere la fatidica domanda "può attivarmi per cortesia la Postacertificata?".... Non capisco perchè questa domanda, a chiunque la poni, genera sempre un certo imbarazzo, imbarazzo inspiegabile per me visto che Poste Italiane è soggetto addirittura indispensabile per l'operazione.

Ma dopo l'imbarazzo iniziale, l'operatore mi risponde di non poter soddisfare la mia richiesta in quanto trattandosi di un "servizio speciale", l'ufficio postale non riesce da due giorni ad ottenere il collegamento!

Vorrei porre qualche domanda: Perchè gli organi preposti non si sono attrezzati a dovere prima di dare l'annuncio? Perchè, visto il grande apprezzamento dei cittadini verso l'iniziativa, non mettere negli uffici postali le necessarie indicazioni sugli sportelli adibiti? Perchè visti i disservizi continuano a martellarci in televisione sulla bontà della Postacertificata?

Mi chiedo ancora visto che alla Posta di Via Lenin i collegamenti sono impossibili da due giorni, perchè non affiggere un cartello con la scritta "Per motivi tecnici sono sospese le attivazioni del servizio Postacertificata? Capisco che per alcuni possa essere gratificante stare ad aspettare per 45 minuti complessivi senza concludere nulla, ma ritengo che la maggioranza delle persone preferisca fare qualcosa di più utile. Cordiali Saluti

A.M.


Francesco, cacciato dall'Olimpico perché indossava la sciarpa sbagliata

Il Messaggero

Voleva vedere Roma-Samp nel settore degli ospiti portando i colori del Parma, i cui tifosi sono gemellati con i doriani

di Luca Monaco

ROMA (30 aprile) - Cacciato dallo stadio Olimpico perché indossava la sciarpa sbagliata. E’ accaduto domenica scorsa, a Francesco R., un 25enne ingegnere romano, di Ostia, allontanato dal settore ospiti dell’Olimpico perché indossava la sciarpa del Parma. E non importa che fosse munito di regolare biglietto. Domenica scorsa era il giorno di Roma-Sampdoria e lui, tifosissimo parmense fin dall’età di otto anni, ha avuto la sola colpa di voler vedere la partita nel settore ospiti insieme «ai fratelli doriani. Come faccio abitualmente da quattro anni, quando la Samp scende a Roma», visto che le due tifoserie sono gemellate dal 1990. Ma per le forze dell’ordine, quella sciarpa avrebbe potuto causare «problemi di ordine pubblico». Così Francesco afferma di essere stato allontanato subito dopo aver varcato il tornello, senza ulteriori spiegazioni.

Chi gli rimborserà i 21 euro del biglietto? Francesco racconta una prima volta l’accaduto, inviando una mail al sito www.asromaultras.org. «Da buon tifoso del Parma – scrive - ho acquistato un biglietto per il settore ospiti in modo da poter vedere la partita con i fratelli doriani, come faccio abitualmente da quattro anni, ogni volta che la Samp scende a Roma». Questa volta però l’anomalia si presenta al momento della perquisizione, una volta varcato il tornello del settore ospiti. «I poliziotti, vedendo la sciarpa gialloblu del Parma mi impongono di lasciarla all'ingresso – ricorda - Essendo la prima volta che assisto ad una decisione simile, chiedo civilmente spiegazioni, cercando di capirne il motivo».

Gemellaggio, questo sconosciuto. Forse nessuno sa che i tifosi di Parma e Sampdoria sono gemellati dal 1990, e che Francesco non è lì per creare problemi, ma semplicemente per guardare la partita insieme ai suoi amici doriani. Lui, che fa gruppo da cinque anni con altri tifosi romani del Parma, seguendolo nelle trasferte, s’innamorò di quei colori negli anni d’oro di Gianfranco Zola, quando i gialloblu vincevano Super coppa Uefa (1993) e Coppa Uefa (1994). Quest’epilogo proprio non lo immaginava.

«Ora vai a parlare con i giornalisti!». Sono le 19.34 quando nell’antistadio dell’Olimpico, a pochi passi dai cancelli d’ingresso, accade lo spiacevole episodio. Francesco viene allontanato senza complimenti da quello che lui stesso ricorda essere l’ispettore, chiamato da chi lo stava perquisendo, per fornire le ulteriori delucidazioni riguardo il divieto. «Devo ammettere – dice Franscesco - che tutti i poliziotti presenti sono stati estremamente calmi. Tutti tranne uno... l'ispettore.... il capo. Che appena arrivato – continua Francesco – mi ha subito gridato "Fatelo uscire, mandatelo via perché ha rotto il c…". E mentre continuava ad inveirmi contro, nonostante io avessi ripetuto più volte che non avevo alcuna intenzione di creare problemi, mi ha spintonato verso l'uscita dicendomi "Ora vai a parlare con i giornalisti, fai come ti pare. Mi hai rotto!".

Un episodio spiacevole, visto che nessuno gli rimborserà i 21 euro spesi per il biglietto. Una fatto inaspettato, poiché accade spesso che tifoserie gemellate seguano la partita insieme. La disavventura di Francesco, avrebbe potuto viverla un tifoso napoletano, dato che i partenopei puntualmente accompagnano i tifosi del Genoa, quando gioca a Roma. Oppure ai laziali, sempre presenti nel settore ospiti, in occasione dei Roma-Inter. Solo per fare qualche esempio.

«Con la tessera del tifoso sarebbe successo?». Ormai il danno è fatto, però Francesco una domanda se la pone: «Dicono che la tessera del tifoso servirà ad isolare i violenti. Eppure, io che sono andato allo stadio in maniera assolutamente pacifica, guardate come sono stato trattato. Siamo sicuri che con la tessera non sarebbe accaduto?».



Il mio Primo Maggio da precario»

Il Secolo xix


Fabrizio Pollastri
Primo Maggio senza festa, per molti lavoratori del Levante, fra aziende chiuse e posti “bruciati”. C’è chi ha perso il posto, e chi invece non riesce a ottenerlo. Così passa da un mese all’altro con l’incubo della fine del rapporto di lavoro. Esistono tante storie di precariato di giovani del Levante, magari preparati. Ne abbiamo trovata una che è emblematica. Quella di Fabrizio Pollastri, 29 anni, di Camogli. Il suo settore professionale è la cucina. Fabrizio è iscritto nelle liste speciali dell’Ufficio di collocamento di Chiavari. Per via di un problema medico, un’invalidità. Ma tiene a precisare che questo non comporta una riduzione della sua capacità lavorativa: in cucina, come aiuto cuoco, può fare tutto quello che dev’essere fatto e con un’orario normale.

 «Eccetto lavorare di notte, ma fino alla sera posso, e i turni dei ristoranti li posso fare». Fabrizio Pollastri ha iniziato la sua “carriera” di precario nel 2003, in un altro settore, quello della falegnameria. È andato a bottega da qualche artigiano, ma poco dopo si è reso conto che era allergico alle polveri. «Così ho dovuto cambiare - racconta - Mi piaceva anche il campo della ristorazione, e nel 2005 ho iniziato. In diversi ristoranti del Golfo Paradiso ho lavorato con contratti a tempo determinato, che prima o poi finivano; stavo a casa, poi mi richiamavano. E così via». Così via, con una punta di rassegnazione. Rapporti di lavoro che duravano un mese, quattro mesi, sei mesi, nella migliore occasione un anno. Con uno stipendio dignitoso. E poi si tornava all’assegno di disoccupazione: 246 euro al mese.

Fabrizio Pollastri non è un improvvisato aiuto cucina: ha seguito un corso presso la scuola alberghiera, senza contare che ha già qualche anno di esperienza. Ma l’Ufficio di collocamento gli ha suggerito di perfezionare la sua abilitazione professionale con il tirocinio, da svolgersi in mense e ristoranti. «Il problema però è che, se ora mi offrono un contratto stagionale, il collocamento mi suggerisce di non accettarlo, e di preferire a questo il tirocinio - racconta il giovane - Ma non è facile trovare un ristoratore che accetti di fartelo fare nel suo locale». Qualche opportunità di tirocinio Fabrizio l’ha pure trovata, in ristoranti del Golfo Paradiso, ma c’è un altro problema. 

«Dopo che ho individuato il ristoratore disponibile - dice - la palla passa all’Ufficio di collocamento, che deve inviare un mediatore, ovvero chi segue la mia pratica, a parlare con il titolare del ristorante. Sembrerà paradossale, ma i tempi sono lunghissimi per queste pratiche. E io sto mesi ad aspettare».
Così sembra che essere iscritti nelle liste speciali del collocamento, invece che agevolare l’avvio professionale di chi ha un’invalidità, renda le cose più difficili. «Vorrei trovare un locale nella riviera di Levante che mi assuma, dopo avermi ovviamente testato - prosegue Fabrizio Pollastri - Tra l’altro, nel mio caso, l’azienda ottiene gli sgravi fiscali per cinque anni, vista la condizione di invalidità. Che però, assicuro, non comporta alcuna diminuzione nella mia capacità di lavoro».


I comunisti eretici oscurati dal Pci

Avvenire

Quando, nel 1930, Amadeo Bordiga fu espulso dal Partito comunista d’Italia, gli stessi fascisti al potere – che già avevano inflitto a Bordiga un arresto e tre anni di confino – sulle prime non ci credettero: era il fondatore del partito, suo primo segretario, già direttore de "Il comunista", membro dell’esecutivo dell’Internazionale. Ma espulso, perché "eretico". I partiti comunisti, e quello italiano in particolare, sono stati spesso accostati in metafora a una Chiesa, con le loro liturgie, le loro gerarchie e soprattutto i loro dogmi.

Bordiga ne aveva infranti parecchi, nei convulsi anni della nascita del Partito comunista italiano – che coincidevano con la presa del potere da parte dei fascisti. Uno su tutti: aveva pubblicamente messo in discussione l’infallibilità del Capo. Durante il VII esecutivo dell’Internazionale, nel febbraio del 1926, aveva apostrofato Stalin in persona, accusandolo di anteporre l’interesse nazionale russo a quello del movimento comunista internazionale. Stalin lo fulminò invocando il "perdono divino" su Bordiga, che tuttavia evidentemente quello umano non riuscì a spuntarlo: espulso dal partito all’immediato scadere del suo confino, nel 1930 quando aveva addirittura osato difendere Trotsky – pure senza condividere le sue idee –, visse poi nel silenzio, in una sorta di esilio interno, fino alla morte, che lo colse nel 1970.

E, paradossalmente, quello di Bordiga è il caso più noto. Il ponderoso volume L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945, ne allinea numerosi altri; quelli italiani, tutti accomunati dalla scelta antistalinista. Un peccato inespiabile, mezzo crimine ideologico mezza lesa maestà, che ha condannato i suoi sostenitori alla peggiore pena possibile per un pensatore: il silenzio intorno alle proprie opere.

Eccezion fatta per gli specialisti della storia del comunismo, per il pubblico – anche quello colto – il pensiero marxista italiano si esaurisce lungo la linea Gramsci-Togliatti-Berlinguer, esplicitamente e consapevolmente scelta dal partito anche a costo di forzature, omissioni e giochi di prestigio. Invece, all’elaborazione ideologica della sinistra italiana nella prima metà del Novecento contribuì un eterogeneo insieme di personalità autonome, indipendenti, anche audaci, ma che il comune non allineamento alle posizioni bolscevico-staliniste del partito condannò all’isolamento in vita e all’oblio dopo la morte.

Come il socialista Andrea Caffi, pioniere della lotta rivoluzionaria fin dalla sua partecipazione ai moti russi del 1905, poi critico della prim’ora all’autoritarismo dei bolscevichi di Lenin tanto da finire, nel 1920, prigioniero della Ceka alla Lubjanka; riparato a Parigi, fu tra i primi animatori dell’antifascismo di Giustizia e libertà fino a quando non ruppe anche con Carlo Rosselli. O come l’anarchico Camillo Berneri, che già nel 1915 aveva abbandonato il Partito socialista (che allora includeva ancora la componente comunista, staccatasi solo nel 1921) accusandolo di essersi fatto accecare da una fede assoluta nel mito rivoluzionario anche a costo di cedere ai compromessi del "gradualismo"; tra i pochi antifascisti italiani capaci, negli anni Trenta, di contestare coerentemente sia i totalitarismi di destra sia quelli di sinistra, finì ucciso dai miliziani stalinisti durante la Guerra civile spagnola. Ma anche come un comunista a tutto tondo come Angelo Tasca: fondatore con Gramsci, Togliatti e Terracini de "L’ordine nuovo", tra i promotori nel ’21 della scissione dei comunisti dal Partito socialista, membro del comitato centrale del Pci e rappresentante dell’Internazionale comunista, cadde in disgrazia nel 1929, quando entrò in contrasto con Stalin, che accusava essere il «liquidatore dello spirito e delle conquiste della Rivoluzione d’ottobre». Il dittatore sovietico e il comunista italiano si presero ripetutamente a male parole, e Tasca fu espulso dal partito.

«Eretico per predestinazione», come lui stesso si definiva, negli anni Trenta andò elaborando un proprio originale contributo al pensiero politico della sinistra, proponendo – scrive Daniela Muraca nel suo contributo su Tasca a L’età del comunismo sovietico – «il superamento delle gabbie ideologiche, concettuali e semantiche del modello marxista come un passaggio imprescindibile per una rifondazione del socialismo, operata sulla base di un umanesimo innervato dei valori della tradizione cristiana, sul rifiuto della teoria classista e sul recupero della considerazione dell’individuo in quanto persona».

Si avvicinò così all’abbazia di Poligny, cenacolo intellettuale e fucina dei "cattolici in ricerca" che gravitavano intorno a Paul Desjardins, e affinò via via la sua concezione "umanistica" del socialismo. Una concezione che aveva sempre meno punti in contatto con quella del Partito comunista che pure aveva contribuito a fondare, e del quale già negli anni Trenta denunciava con lucidità «i rapporti di subordinazione all’Urss». Nel dopoguerra fu il primo a smascherare la falsità del mito che il Pci ufficiale poneva alle sue origini, tutte fatte risalire al binomio Gramsci-Togliatti. E il partito non gliela perdonò: ci fu chi gli diede apertamente del fascista, e Tasca finì la sua carriera a fare il consulente – "esperto di comunismo" – per la Nato.


LE FIGURE


Amadeo Bordiga. Napoletano classe 1889, negli anni Dieci si segnalò per l’intransigente opposizione al clientelarismo meridionale prima e per il neutralismo poi. Membro del Psi dal ’10, dopo la Grande guerra fu a capo della frazione comunista, che nel Congresso di Livorno del ’21 guidò alla scissione. Primo segretario del Pci, ne fu espulso nel ’30 e si ritirò dalla politica attiva. Morì dimenticato nel ’70.

Andrea Caffi. Nato (nel 1887) e cresciuto a Pietroburgo, partecipò alla rivoluzione del 1905. Dopo la guerra si scontrò con il regime bolscevico. Esule prima a Roma e infine a Parigi, morì in solitudine nel ’55.

Camillo Berneri. Nato a Lodi nel 1897, militò nel Psi fino al ’15, quando entrò nel movimento anarchico. In trincea durante la guerra, inviato al confino nel ’19, nel ’36 si sposta in Spagna per contribuire alla Guerra civile. Fu ucciso dagli stalinisti a Barcellona nel ’37.

Ante Ciliga. Istriano di Marzana, Ciliga (1989-1992) fu segretario del Partito comunista croato. Inviato a Mosca come docente alla Scuola di partito, nel ’29 partecipa alla "rivolta" contro la politica jugoslava del Comintern. Deportato in Siberia, ripara a Parigi e, nel dopoguerra, a Roma, dove vive nell’indifferenza fino al ’90, quando torna in patria di nuovo indipendente.

Angelo Tasca. Nato nel 1892, cuneese, nel ’19 fondò "L’ordine nuovo" e nel ’21 aderì al Pci. A Mosca per l’Internazionale comunista nel ’28, nel ’29 si scontra con Stalin e viene espulso. A Parigi si avvicinò prima al "Monde" di Barbusse, poi all’abbazia di Poligny e ai socialisti francesi. Aderisce inizialmente a Vichy, salvo poi - disilluso - aiutare i partigiani francesi. Dopo la guerra abbandona la politica attiva; muore a Parigi nel ’60.

Bruno Rizzi. Mantovano di Poggio Rusco, classe 1901, dal Pci migrò negli anni Trenta verso il trotskismo. Contestatore sociale nel ’68 e in seguito vicino agli anarco-situazionisti, morì nel ’77.

Edoardo Castagna


A via Atri la casa delle meraviglie Giuseppe Zevola ospita la sua arte

Corriere del Mezzogiorno

L'artista napoletano apre una volta al mese le porte della sua dimora-museo: opere choc scendono dal soffitto

NAPOLI

Tra la miriade di oggetti colorati, collage e installazioni che pendono oscillando dal soffitto della casa di Giuseppe Zevola c'è una raffigurazione antica della Filosofia, personificata da una donna nel cui ventre ha infiniti cassetti estraibili, segreti della conoscenza. E' una metafora significativa di ciò che è l'abitazione-museo dell'artista partenopeo in via Atri 3 a Napoli, che dal primo maggio aprirà al pubblico per ogni primo sabato del mese dalle 18 alle 24.

Già quasi tutto esaurito per il primo appuntamento; chi vorrà incontrare l'eclettico poeta, filosofo, editore e pittore amico di Hermann Nitsch dovrà prenotarsi per il prossimo incontro sul sito www.positionplotting.com. Quello che è considerato il «museo più privato del mondo» è la nobiliare casa di famiglia di Giuseppe: soffitti alti, di legno, decorati, dove sono forti gli omaggi in forma d'arte a Teresa D'Avila e Giordano Bruno, nel cuore di Napoli, in una strada dove un tempo abitarono Goethe e Benedetto Croce. Proprio lì, a due passi dalla greca agorà, luogo d'incroci e contaminazioni orientali, riprodotte nei lavori di Zevola: i maestri giapponesi vanno a braccetto con Dante in un collage; Buddha è dirimpettaio (su una console sollevata da terra) della sagoma di Alice nel Paese delle Meraviglie; le porte sono scatole cinesi in cui sbuca il «Viandante sul mare di nebbia» di Friedrich e i quadri raffigurano alla stessa tavola Cristo e Totò.

Un posto unico, quasi la casa di un alchimista ermetico, ancor più suggestivo se a lume di candela. Nel corso degli appuntamenti Zevola, che vive tuttora tra Vienna e Napoli, con trascorsi a Lisbona, Usa, Cina, Australia e su una barca in giro per il Mediterraneo, proporrà interventi musicali di Marco Sannini e Fabia De Luca (concerto per arpa celtica) e musiche del compositore Lucio Maria Lo Gatto. Sulle pareti, tra una sala e l'altra, saranno proiettati i video artistici di Zevola, discendente d'illustri avvocati del Foro napoletano, la cui madre era la figlia del barbiere del grande Antonio De Curtis. Nella sua vita Giuseppe ne ha passate tante: da quando a Barcellona vendeva «gocce di pioggia da Napoli» a quando ha fondato nel 2004 la casa editrice Position Plotting Book (da un termine marinaro per indicare la posizione) per cui pubblica i testi dei suoi filosofi più amati tradotti anche nelle più remote lingue del mondo. La sua casa è un «sunto» delle sue esperienze e della sua genuina follia. Visitarla per credere.

Marco Perillo

Autoscatto: Il mondo raccontato con le foto

Napoli: si ripete il miracolo di S.Gennaro

Corriere della Sera


Con ritardo rispetto al previsto nella basilica di Santa Chiara alla presenza del cardinale Sepe

Avviene tra volte all'anno: in maggio, in settembre e in dicembre

Napoli: si ripete il miracolo di S.Gennaro


NAPOLI - È avvenuto alle 20,15. Un po' in ritardo, ma si è ripetuto anche questa volta a Napoli il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro. L'annuncio, dato con lo sventolio del tradizionale fazzoletto bianco, è stato accolto da un lungo applauso dalle numerose persone presenti nella basilica di Santa Chiara, tra le quali il sindaco di Napoli, Rosa Iervolino Russo, e il neogovernatore della Regione Campania, Stefano Caldoro. Nel sabato che precede la prima domenica di maggio si ripete il miracolo di San Gennaro: gli altri due avvengono a settembre e a dicembre. Le ampolle con il sangue di San Gennaro sono state portate in processione, guidata dall'arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, dal duomo alla basilica di Santa Chiara insieme alle statue dei compatroni di Napoli.

IL CARDINALE: «IL SANTO CI VUOLE BENE» - «San Gennaro ci vuole bene», ha detto il cardinale Sepe, dopo la liquefazione del sangue. Il miracolo è avvenuto dopo una lunga attesa. Il prelato aveva già dato appuntamento ai fedeli per domenica mattina in cattedrale, dove sarebbero proseguite le preghiere. Ma prima di scendere dall'altare della basilica di Santa Chiara per rientrare in processione verso il Duomo, si è avvicinato alla teca e ha sorriso lasciando capire ai membri della deputazione che il prodigio si era rinnovato. Quindi, la teca contenente le due ampolle con il sangue è stata offerta al bacio dei fedeli.



E' calato il sipario sugli sprechi lirici

di Paolo Bracalini

Il Colle emana il decreto che limita le spese delle 13 fondazioni: "bruciano" milioni, spesso in inutili privilegi.

Bonus se si recita armati, indennità "per l’umidità" se si canta all’aperto e supplemento per chi suona con il frac.

Coro da Milano a Bari: "Sciopero". Bondi: "Scelta irresponsabile"


Un barlume di novità, nella giungla dorata delle fondazioni liriche, e apriti cielo: scioperi in vista, L’oro del Reno boicottato alla Scala, Don Chisciotte disarcionato all’Opera di Roma, Il barbiere di Siviglia ripone le forbici a Torino, e via così, andante con moto. Per i sindacati è un affronto, per altri una riforma attesa da decenni, in un settore immobile come il Walhalla wagneriano. Ma intanto qualcosa si è mosso, col via libera ieri del Quirinale al decreto Bondi che riforma gli enti lirici italiani, i tredici super-teatri che ingoiano 300 milioni di euro statali in un anno e che riescono a spenderne anche di più (parecchi di più) per pagare l’esercito dei 5.700 dipendenti, una media di 438 persone cadauno.

Il decreto ministeriale indica le linee guida, ed è già qualcosa visto che l’ultimo riassetto nel mondo del bel canto risale al 1997, e non risolse granché, anzi. Dunque fiato alle trombe, bando ai privilegi, che sono un bel po’. Uno su tutti: i fantasmagorici contratti integrativi che, per l’appunto, integrano le buste paga normali. Con le nuove norme gli orchestrali e i dipendenti dei teatri lirici dovranno rinunciare agli integrativi-monstre, spesso carichi di prebende, e negoziare tutto o quasi nel contratto nazionale, lasciando agli integrativi le cose minime. Invece, fino ad ora, è lì che si annidava il privilegio, spesso al limite del surreale.

Ricordiamo qui solo qualche caso particolarmente esilarante (anche se orchestrali, sindacati e affini si risentiranno). Come l’«indennità umidità» per chi suona all’aperto, in altri termini soldi in più per farsi ripagare della scomodità di suonare sotto il cielo, anche se di umido non c’è traccia e la serata è viceversa secca e calda come le notti a Caracalla. All’Arena di Verona invece gli attori dell’Aida non vanno in scena se non gli si assicura «l’indennità armi finte», dacché l’alabarda di cartone e la lancia di gommapiuma potrebbero ferire l’artista. Altri soldi, o non si va in scena, oppure ci si va ma disarmati, come successe per davvero in un’opera verdiana al teatro scaligero.

Ma la fantasia sindacale degli addetti nelle fondazioni liriche non ha limiti. Allora ecco l’«indennità frac», un premio per indossare l’abito da pinguino. Oppure «l’indennità di lingua», cioè un bello straordinario ogni volta che un coro deve esercitare l’ugola in un idioma straniero. Qui, al San Carlo di Napoli, hanno avuto la genialata, e l’«indennità di lingua» scatta anche se c’è solo una parola straniera in tutto la partitura. Tutti, invece, hanno «l’apporto capitale», un’altra ghiotta prebenda, in base alla quale il musicista che suoni con il proprio strumento, viene ripagato del fatto di consumare il proprio strumento. Se capita poi di andare all’estero, il conto in banca del professore d’orchestra e degli altri «manovali» della fondazione lievita come il pane di Altamura: anche 150-200 euro al giorno in più oltre alla retribuzione base.

Corrispondente, ricordiamolo, a 16 ore settimanali di lavoro per i musicisti delle orchestre. Un lavoro speciale, certo, ma non speciale come quello dei ballerini, che ora saranno «costretti» a ritirarsi a 45 anni, baby pensionati in tutù, rispetto ai 52 di prima. Un regalo? Così sembrerebbe, ma così non è, perché quei sette anni in più di attività costano spropositi ai teatri, che devono parcheggiare l’ex ballerino stipendiato e assumerne un altro.

Il decreto tocca questi punti, nervi scoperti, e infatti le maestranze sono balzate in piedi punte sul vivo. Nel testo emanato da Napolitano (e che diventerà legge oggi) si prevede che gli integrativi potranno essere sottoscritti solo dopo l’approvazione del contratto nazionale, quindi lasciando poco margine alla fantasia contabile, e che poi tutto verrà sottoposto al controllo della Corte dei conti, per vigilare su esborsi eccessivi e possibili sprechi. Un’altra novità, presa malissimo dagli artisti, è che il rapporto di lavoro sarà sostanzialmente esclusivo.

In soldoni significa che i musicisti potranno svolgere attività autonoma, fuori dai teatri, solo entro certi tetti e con modalità molto precise, abolendo il regime di libertà pressoché assoluta che fino ad oggi ha permesso ai musicisti di fare un secondo (o terzo, o quarto) lavoro, e spesso di usare il brand del proprio teatro per lavorare in modo autonomo.
Capitolo personale, il più delicato. Il dato di partenza è che i teatri lirici perdono milioni di euro, hanno spesso bilanci pessimi, spesso vengono commissariati e nelle previsioni per il 2010 già si intravede una voragine di 6 milioni di euro.

Ma quel che incide è soprattutto il costo dei 5700 dipendenti, che insieme gravano per 340 milioni di euro (nel 2008). Qui il decreto interviene bloccando temporaneamente il turn over e introducendo criteri nuovi per le assunzioni. Poi, ultimo capitolo del carrozzone lirico: le erogazioni dello Stato. Si cerca di introdurre un criterio selettivo sulla qualità, mentre finora l’ammontare dell’«aiuto» veniva stabilito con due parametri: quello storico (i soldi ricevuti nell’ultimo triennio, per cui chi ne ha ricevuti di più ne riceverà di più) e quello dei costi (con la conseguenza pericolosa che chi più spende, in stipendi del personale, più incassa...). I più virtuosi avranno più soldi, e anche più autonomia (altra novità del decreto). Insomma, forse è la volta che nella lirica si cambia musica.

Strage delle palme, l'Italia cambia volto

Corriere della Sera

Dalla Liguria alla Sicilia: migliaia di piante sono già state divorate da un insetto, il «punteruolo rosso»

Le coste e il verde

Strage delle palme, l'Italia cambia volto

Dalla Liguria alla Sicilia: migliaia di piante sono già state divorate da un insetto, il «punteruolo rosso»

Un palmier denuncia (anche su Facebook): «Lo sai che  questa palma è morta?»
Un palmier denuncia: «Lo sai che questa palma è morta?»

ROMA - Sicilia. Calabria. Campania. Lazio. Toscana. Sardegna. Riviera Adriatica. Riviera Ligure. E poi Costa Azzurra, Spagna, Portogallo. E il sud. Grecia, Egitto, Marocco. «Una strage silenziosa » la chiamano. Perché le palme non possono urlare, piangere, chiedere aiuto. Ma si spengono. Abbassano le loro chiome ormai secche e danno l’addio a viali, ville, giardini, lungomari. E quando ci si accorge della loro sofferenza è ormai troppo tardi: il rhynchophorus ferrugineus ha vinto. È un’epidemia che come un’onda sta attraversando la Penisola, le sue coste soprattutto, e rischia di modificare per sempre paesaggi unici, amati e conosciuti in tutto il mondo. Le palme muoiono, vengono abbattute e bruciate. E in molti luoghi, mai più ripiantate, «per evitare nuovi contagi». Perché il «punteruolo rosso» non ha pietà: arriva alla base della pianta, si attacca, poi sale su in cima e s’infila dentro, tra le foglie della palma. Lì comincia la sua vita. Lì comincia la fine di quella della pianta.

Per ora l’insetto arrivato dall’Asia a metà anni 90 predilige le Phoenix canariensis, «ma tra poco passerà alle altre, le Washingtonie e le Chamaerops: è un’emergenza nazionale», dice Antimo Palumbo. È uno storico degli alberi, «noi e loro siamo uguali» sorride. Vive a Roma e, attraverso Corriere. it, ha più volte denunciato la situazione di immobilismo delle istituzioni «rassegnate alla strage silenziosa»: quasi 12 mila palme morte in Sicilia, trentamila malate; San Benedetto del Tronto e tutta la Riviera adriatica decimate; il litorale romano devastato, «a Sabaudia il punteruolo entra nelle case», Ostia ha ormai solo obelischi calvi. Trecentomila a rischio in Liguria. E poi Roma: Villa Torlonia, Villa Sciarra, Villa Celimontana, Villa Blanc e tutta la città. Su 5 mila palme, centinaia morte, almeno il 5 per cento colpito. «Servono la Protezione civile, almeno 5 milioni di euro e un coordinamento nazionale per un’epidemia paragonabile alla prima diffusione dell’Aids», sostiene Palumbo. Ma le istituzioni non hanno soldi. Un addetto specializzato della Regione Lazio ha raccontato a Corriere.it che «i primi comuni colpiti hanno chiesto aiuti per tamponare l’emergenza, ma dalla Pisana: non ci sono fondi».

Abbattere una palma morta costa circa 1.500 euro: non basta tirarla giù, bisogna avvolgerla con dei teli e portarla nei centri di stoccaggio per evitare che il coleottero e le sue larve volino via e contagino altre piante. «Procedimenti costosi - dice l’assessore romano all’Ambiente Fabio De Lillo - che i privati quasi mai seguono ». A Roma da marzo un’ordinanza obbliga i privati a denunciare la proprietà di una palma, una specie di censimento. E De Lillo promette «una commissione permanente e un congresso internazionale entro l’estate». In attesa, le grida d’aiuto affollano il web. Siti, blog e gruppi su Facebook per le palme di tutta Italia. Con i palmiers che fanno i funerali alle piante morte. Tam tam per sollecitare e cercare soluzioni. Lotta chimica o biologica. Farmaci nebulizzati o vermicelli e pavoni che mangiano le larve. In Sicilia, l’Università di Palermo ha il progetto «Adotta una trappola»: scatoline arancioni con feromoni per attirare gli insetti e intrappolarli. «Ma non basta - sospira lo storico degli alberi -: se lo Stato pensa che la palma in Italia sia un bene come le Mura Aureliane, allora deve intervenire».

Claudia Voltattorni
(ha collaborato Carlotta De Leo)
01 maggio 2010

Investito da un treno a Vicenza: salvato ma un piede viene ritrovato a Treviso

Il Mattino

Un 42enne vittima di un incidente la notte scorsa: tranciata e
maciullata una gamba, una parte è rimasta sotto il convoglio


  

VICENZA (1 maggio) - Un cittadino bosniaco è stato travolto la notte scorsa a Vicenza da un treno merci che gli ha tranciato una gamba: l'arto è stato recuperato subito dai soccorritori sul posto, mentre il piede è stato ritrovato soltanto all'alba a Treviso dove il convoglio si era fermato.

Kristo Ristic, 42 anni, è ricoverato in prognosi riservata all'ospedale San Bortolo di Vicenza, dove i medici gli hanno salvato la vita ma non hanno potuto fare nulla per riattaccargli l'arto. L'incidente è avvenuto intorno alla mezzanotte per cause che la Polfer di Vicenza sta cercando di accertare, ma una delle ipotesi è che l'uomo abbia preso una scorciatoia per rientrare a casa a ridosso della ferrovia di Vicenza e abbia attraversato i binari. In quel momento stava sopraggiungendo un treno merci che lo ha travolto ma, nel buio, i macchinisti non si sono accorti di nulla proseguendo la marcia.

L'uomo è stato ricoverato in gravissime condizioni all'ospedale San Bortolo, dove i soccorritori hanno portato la gamba maciullata trovata sul luogo dell'incidente. Nessuna traccia invece del piede, che è stato recuperato solo all'alba a Treviso sotto la bisarca del treno. «La gamba era maciullata - spiega il primario della rianimazione, professor Pasquale Piccinni - in condizioni talmente disastrose da escludere qualsiasi possibilità di riattaccarla. Abbiamo fatto l'unica cosa che potevamo fare: salvargli la vita».