venerdì 30 aprile 2010

Firenze, "A.A.A. sacrestano cercasi"

Libero





.A.A. sacrestano cercasi”. Il particolare annuncio di offerta di lavoro è esposto nella sede fiorentina di un’agenzia interinale.

La figura professionale richiesta è “Addetto alla sacrestia”, in vista delle ferie del titolare. Il testo dell’avviso recita testualmente: “Candidati disponibili a tempo pieno a occuparsi della gestione e organizzazione messe e sacrestia, mansioni di sorveglianza della chiesa”.

L’impiego da sacrestano, come un qualunque lavoro, è a “tempo determinato", per 1000-1200 euro al mese, a seconda dell’impegno domenicale. Costituirà titolo preferenziale aver fatto il chierichetto in passato.

30/04/2010





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Rintracciata la senzatetto che spogliò l'albero di Falcone

Quotidianonet

Si tratta di una 49enne senza fissa dimora.
La polizia l'ha individuata in via Galileo Galilei, non molto distante dalla grande magnolia.
La donna non ha saputo fornire una motivazione plausibile al suo gesto

Palermo, 30 aprile 2010 - I poliziotti della Squadra Mobile di Palermo hanno rintracciato questa mattina la donna che sabato scorso aveva portato via biglietti e foto dall’Albero Falcone. Si tratta di una 49enne senza fissa dimora, individuata in via Galileo Galilei, non molto distante dalla grande magnolia.

Sentita in merito all’episodio, non ha saputo fornire una motivazione plausibile al suo gesto. Ha però raccontato che, subito dopo aver trafugato i messaggi, si è allontanata in direzione della stazione "Notarbartolo", e che, giunta all’altezza dell’incrocio con via Terrasanta, si è liberata di tutto gettandolo in alcuni cassonetti.

Grazie a personale dell’Amia fatto giungere in via Terrasanta, è stato possibile riscontrare il racconto della donna: in fondo ad uno dei cassonetti sono stati ritrovati brandelli di biglietti riconducibili a quelli presenti sull’Albero Falcone.

La donna era stata ripresa dalle telecamere di un esercizio commerciale di via Nortarbartolo; adesso la svolta ad opera dei poliziotti della sezione Reati contro il crimine diffuso della Squadra mobile.







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Ma qui i grillini litigano per i soldi e le poltrone

IL Resto del Carlino

Sono i paladini dell'antipolitica.
Eppure in Emilia Romagna, fra Bologna e Modena, il Movimento a 5 stelle è già alla resa dei conti.


Modena, 30 aprile 2010.

Duri e puri nei loro comizi di piazza, sempre pronti a schierarsi contro i partiti definiti ingessati, vecchi e polverosi. Ma è bastata una poltrona contesa in consiglio regionale per rompere l’incantesimo e seminare il subbuglio tra i grillini del Movimento 5 Stelle, che adesso litigano tra loro e minacciano di spiaccicarsi a vicenda contro il muro. E’ accaduto tra Bologna e Modena, con l’intervento risolutore del leader carismatico Beppe Grillo. Uno dei due litiganti è stato messo fuori gioco dal leader genovese, ma il veleno scorre ancora a fiumi.

Tutto comincia dopo le elezioni regionali: il leader Giovanni Favia si presenta come capolista a Modena e Bologna. Viene eletto, ma deve decidere in quale città. I secondi arrivati, la modenese Sandra Poppi e il bolognese Andrea De Franceschi attendono un suo cenno e sperano. Favia fa decidere ai 40 delegati provinciali, che indicano De Franceschi. Fuori la Poppi. Apriti cielo. Il consigliere comunale modenese Vittorio Ballestrazzi grida all’ingiustiza sottolineando che la Poppi aveva raccolto più preferenze. Volano altre accuse nei confronti di Favia, Ballestrazzi ricorda le vicende della sua candidatura imposta a mezzo blog da Grillo. «Dov’è la democrazia?», chiede. Alla prima riunione regionale Ballestrazzi viene invitato ad andarsene. Poi è lo stesso Grillo a scomunicarlo ufficialmente, diffidandolo a parlare in nome e per conto del Movimento 5 Stelle. Favia rincara la dose: «Tutti da Modena mi sconsigliavano di dare credito a Ballestrazzi, che continua a mentire. Per questo è già partita un’azione legale contro di lui, visto, che mi accusa anche di voto di scambio».

Ma non è finita. L’ultima accusa nei confronti di Favia è pubblicata sul blog del consigliere modenese: «Risulterebbe (il condizionale è d’obbligo) che lo stipendio dei consiglieri regionali del movimento 5 stelle dell’Emilia-Romagna sia di 2.500 euro netti al mese più le spese — sostiene Ballestrazzi — Un bel salto di stipendio da chi non più tardi di due anni fa guadagnava 4.000 euro lordi all’anno (vedere dichiarazione dei redditi pubblicata sul sito del Comune di Bologna). Avevo letto che il candidato presidente Favia riteneva giusto uno stipendio di 1.300 euro netti al mese. Forse non aveva niente a che fare con il consigliere regionale Favia. Solo un caso di omonimia». In altre parole, dati alla mano, Ballestrazzi accusa Favia di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, cioè di guadagnare circa il doppio di quanto annunciato, «più le spese — dice — Quali spese? Lo impareremo».  Insomma, la guerra non è affatto finita e contribuisce a dare un’immagine molto diversa da quella che gli attivisti del Movimento 5 Stelle avevano sempre propagandato. Litigi che sanno di vecchia politica. Anche se loro non vogliono sentirselo dire.
 

di ROBERTO GRIMALDI





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La rivolta dei leghisti de noantri Secessione del Lazio dalla Capitale

Il Tempo

Frosinone, Viterbo, Rieti e Latina: non contiamo nulla, ce ne andiamo. Referendum per creare una nuova Regione: "Non siamo servi".

Ma quale Lega Nord, la secessione (da Roma) la faranno le altre province del Lazio. È già tutto pronto. Il 17 maggio all’Abbazia di Fossanova, nella provincia pontina, i Consigli comunali di Frosinone e Latina firmeranno una delibera congiunta per richiedere uno specifico referendum. L’obiettivo è creare una nuova Regione senza la Capitale che, da parte sua, dovrebbe ottenere dal Parlamento più poteri, fondi e autonomia. I leader locali non hanno dubbi: è la strada da seguire. Le nomine in Giunta della presidente del Lazio Polverini hanno acceso ancora di più gli animi degli amministratori locali.

«Chiediamo una Regione Lazio composta da Frosinone, Latina, Viterbo, Rieti e da una parte della provincia di Roma - spiega il presidente della Provincia di Frosinone Antonello Iannarilli (Pdl) - Con il federalismo fiscale potremmo spendere i nostri soldi come vogliamo. Non siamo secessionisti ma ci arriveremo». D'accordo il sindaco di Viterbo (anche lui Pdl) Giulio Marini: «Il Lazio, così com'è, non è più attuale. O ci stacchiamo da Roma o diventiamo una Regione a statuto speciale, nella quale i poteri della Capitale siano estesi a tutto il territorio». Secondo Marini, con i poteri che stanno per esserle conferiti «la Capitale potrà promuovere uno sviluppo con il turbo, mentre le province, come del resto sta già avvenendo, saranno sempre più relegate ai margini». L'unica alternativa potrebbe essere quella di trasformare il Lazio nella sesta Regione italiana a statuto speciale o autonoma. «Sardegna, Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Sicilia - spiega Marini - hanno poteri speciali che non riguardano solo i rispettivi capoluoghi ma gli interi territori regionali. A maggior ragione dovrebbe essere così nel Lazio, dove il peso della Capitale d'Italia sarà sempre maggiore». Netto anche il sindaco di Rieti, Giuseppe Emili: «Ho cominciato a parlarne nel 1972, quando militavo nel Msi. Roma non può stare con le altre province perché finisce per essere soltanto una palla al piede. Una situazione insostenibile, soprattutto per Rieti».

Emili insiste: «La situazione attuale è un handicap perché Roma si prende sempre tutto». Un vero e proprio inno alla secessione, che loro chiamano semplicemente autonomia, reso ancora più stringente dalla Giunta formata dalla Polverini alla Regione che, secondo i dissidenti, ha piuttosto maltrattato i territori che invece hanno permesso alla ex segretaria dell'Ugl di diventare presidente del Lazio. Tra poche settimane le quattro Province metteranno in piedi anche un movimento d'opinione e un comitato tecnico. Frena il vicesindaco di Roma, Mauro Cutrufo: «Dal 1970 Roma avrebbe dovuto essere la ventunesima regione, l'errore nasce allora. Capisco il mal di pancia delle province, ma tutti in Italia dovrebbero rendersi conto che Roma ha uno Stato che non la sostiene come un unicum, quale è. Allora si faccia un percorso politico-amministrativo con Polverini perché è vero che è necessario cercare un equilibrio che non penalizzi le province, ma nemmeno Roma. Far diventare Roma Regione poi è una modifica costituzionale. Non se ne occuperebbe la Regione ma il Parlamento».

Ovviamente anche Cutrufo tira l'acqua al suo mulino. Sta preparando un libro dove ricorderà che Roma «è la più grande area che esiste in Europa, 12 volte più grande di Parigi, più di Berlino e Madrid messe insieme. Tutte le capitali hanno una legislazione speciale. Noi stiamo ancora aspettando i decreti attuativi per Roma Capitale. Tutte le capitali stanno sulle spalle del loro Stato, Roma dallo Stato non ha un chiaro sostegno se non saltuario». Insomma, anche per Cutrufo «è necessario riconoscere l'autonomia romana e pensare che il Lazio può essere una regione che vive di vita propria. Ma questo tra cinque anni perché la Regione è stata eletta in questo modo e adesso. Che si studi - propone - per riequilibrare i territori e dare loro più autonomia. Alle Province voglio dire - conclude Cutrufo - che il problema non è Roma ma lo Stato».


Alberto Di Majo

30/04/2010





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Finti ciechi, per lo Stato è pazzo ma Alajo è eletto consigliere a Chiaia

Il Mattino

NAPOLI (30 aprile)

Il consigliere della Municipalità più votato a Chiaia, Salvatore Alajo, oltre milleottocento preferenze nel 2006 nelle liste di Forza Italia e oggi in carcere per essere il regista della truffa dei finti ciechi , era stato dichiarato almeno un anno prima invalido civile «come soggetto affetto da stati di alterazione psichica determinati da schizofrenia»: la certificazione recava il regolare timbro di un giudice del tribunale di Napoli, sezione previdenza.

Ma l’inchiesta della Procura che proprio attraverso Alajo ha smascherato il giro di pensioni ai falsi invalidi, punta ora agli archivi del Tribunale parteneopeo: qui i carabinieri hanno acquisito la sentenza che nel 2005 riconosceva Alajo quale soggetto psicolabile.




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C'è un alligatore nel lago di Falciano? Psicosi nella zona, pronte le trappole

Il Tempo

CASERTA (30 aprile)

Non allarmismo ma precauzione. Giulio Cesare Fava, il primo cittadino di Falciano del Massico, crede alla presenza di un coccodrillo nel lago del suo Comune, ma invita la gente del suo paese a non cedere alla psicosi. Peraltro, lunedì scorso ha emanato un’ordinanza sindacale d’urgenza con la quale ha vietato la pesca, l’immersione e lo stesso avvicinamento a chiunque non sia autorizzato allo specchio d’acqua in questione. «Ma è stato solo ieri - ha fatto sapere il sindaco Fava - che mi sono convinto della effettiva presenza del rettile. Solo dopo aver parlato col pescatore che lo ha avvistato». L’incontro ravvicinato sarebbe avvenuto lo scorso sabato. Il protagonista è un cinquantenne di Carinaro che si trovava da solo al momento dell’avvistamento per una battuta di pesca sportiva. L’uomo ha raccontato sia agli uomini del corpo della forestale dove ha presentato regolare denuncia, sia al sindaco di Falciano che stava tirando su una trota che aveva appena pescato quando la sua attenzione è stata distolta da uno strano rumore. Si è girato verso la sua destra e a meno di dieci metri di distanza ha visto nitidamente il coccodrillo mentre sbranava con le sue fauci una carpa. «In quel momento - ha raccontato - ho provato un grande spavento. Ma sono certo si trattasse di un alligatore, in quanto da giovane ho lavorato in un circo ed ero a contatto proprio con degli alligatori».

E il circo ritorna anche nelle parole del sindaco Fava. «Qualche mese fa - ha detto il primo cittadino - qui da noi si è fermato per un paio di settimane un gruppo circense. L’animale potrebbe essere scappato da quel posto ed essersi rifugiato nel lago». Ma a Falciano c’è chi giura sulla presenza del coccodrillo in zona da molti anni. C’è chi sostiene addirittura di averlo visto in età giovanile, quando era appena un cucciolo. Qualcun altro, invece, sostiene che potrebbe essere scappato da un allevamento di coccodrilli che si troverebbe nella vicina Cellole.

Per sfatare ogni leggenda metropolitana e probabili suggestioni, la polizia provinciale ha attivato una sorta di task force che si metterà a breve sulle tracce del presunto alligatore di Falciano. Già probabilmente oggi arriveranno sulle sponde del lago un gruppo di tecnici coordinati dagli uomini del servizio veterinario dell’Asl per piazzare delle specifiche trappole sulle sponde dello specchio d’acqua.

In pratica, se a Falciano così come nelle paludi australiane c’è davvero un coccodrillo, il famelico animale ha poche ore di tempo per godersi la sua libertà.


Vincenzo Ammaliato




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Caso Boffo, un indagato da pm Monza: è dipendente ufficio giudiziario di Napoli

Il Mattino

Ipotizzato reato di accesso abusivo a sistema informatico

MONZA (30 aprile)

C'è un indagato nell'inchiesta avviata lo scorso settembre dalla procura di Monza sulla vicenda Boffo-Feltri: è un dipendente di un ufficio giudiziario del distretto di Napoli nei cui confronti è stato ipotizzato il reato di accesso abusivo a sistema informatico. L'inchiesta, affidata al pm Caterina Trentini, circa un mese fa è stata trasmessa alla procura di Napoli per competenza territoriale. Dell'iscrizione nel registro degli indagati del dipendente della Giustizia e della trasmissione degli atti se ne è saputo però solo oggi.

Inoltre il documento pubblicato alla fine dello scorso agosto sulle pagine de Il Giornale diretto da Feltri, secondo l'inchiesta, sarebbe probabilmente il risultato di un fotomontaggio: il casellario giudiziario sarebbe vero nella sostanza (relativa al patteggiamento di Boffo al tribunale di Terni) ma non nella forma in quanto il modo in cui è stato redatto non corrisponde a quello di un autentico casellario giudiziario.

Per gli articoli apparsi sul quotidiano milanese di via Negri a partire dal 28 agosto 2009 nei quali era stato attaccato il direttore di Avvenire Dino Boffo che poi si dimise, Vittorio Feltri poco più di un mese fa è stato sospeso per sei mesi dall'ordine dei giornalisti della Lombardia, una sanzione comminata anche perché ha consentito a Renato Farina di continuare a firmare pezzi dopo la sua radiazione dall'albo.




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Bamboccioni, sentenze storiche: il Tribunale caccia di casa ultratrentenni

Il Mattino

VENEZIA (30 aprile)

Cacciati da casa da un giudice e questa volta non è né la moglie, né il marito: ma sono i figli, quelli ultratrentenni. Sono tre i casi citati dall'Adico di Mestre dove genitori con prole ultratrentenne hanno ottenuto la possibilità di allontanare da casa i figli.

Liti e incomprensioni. La prima pratica riguarda una famiglia ai confini tra le province di Venezia e Padova: il Tribunale civile del capoluogo euganeo ha accolto la richiesta di “sfrattare” la figlia 38enne con un lavoro part time, a causa della difficile convivenza con gli anziani familiari, punteggiata da liti e incomprensioni. Il giudice, sottolinea l'Adico, che ha assistito i genitori con un proprio legale, ha applicato l'articolo 342 bis del codice civile sull'ordine di protezione contro gli abusi, dando ragione ai genitori.

Violenze domestiche. Gli altri due casi, relativi a due famiglie di Mestre, sono appena all'inizio del procedimento giudiziario. L'Adico sottolinea che a sancire la volontà di divorzio tra genitori e figli sono anche le violenze domestiche. Un padre si è rivolto all'associazione mostrando un certificato medico che testimoniava le percosse subite dal figlio 40enne. «I genitori non sopportano più questi figli che passano da un lavoro precario all'altro - afferma Andrea Campo, avvocato civilista che da anni collabora con l'Adico - ciondolando il resto del giorno in casa e creando una situazione di profondo disagio che va esasperandosi fino a non tollerare più la presenza reciproca».




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Morte di Cucchi, chiusa inchiesta, i medici rischiano 8 anni di carcere

Corriere della Sera > roma

L'imputazione più grave: «abbandono di incapace».
Accuse più lievi per gli agenti (lesioni e abuso di autorità).
L'avvocato della famiglia: «Molto soddisfatti»


ROMA - Non c'è più l'omicidio colposo tra i reati formulati dalla procura di Roma in relazione alla morte di Stefano Cucchi, il geometra di 31 anni deceduto il 22 ottobre scorso, dopo essere stato arrestato dei giorni prima dai carabinieri per spaccio di droga, ma a i medici sono accusati di abbandono di incapace, reato grave per cui rischiano fino a 8 anni di carcere. A carico dei medici, infatti, i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy, che hanno depositato gli atti, hanno contestato, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l'abbandono di incapace, l'abuso d'ufficio, e il falso ideologico. Lesioni e abuso di autorità sono le ipotesi di reato attribuite agli agenti della polizia penitenziaria. Tredici in tutto le persone coinvolte, tra agenti della polizia penitenziario, personale medico e paramedico in servizio all'ospedale Sandro Pertini e a un dirigente del Prap. La deposizione degli atti del procedimento in base a quanto previsto dall'art. 415 bis del codice di procedura penale è la procedura che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati. Lo scenario che emerge dall'avviso di fine indagine firmato dai pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy e dal procuratore Giovanni Ferrara, conferma dunque che Stefano Cucchi fu picchiato dagli agenti della polizia penitenziaria e, di fatto, non curato dai medici dell'ospedale Sandro Pertini, i quali, pur avendo ben presenti le patologie di cui soffriva il ragazzo nel corso della degenza, «volontariamente omettevano di intervenire».

CADUTA IPOTESI OMICIDIO COLPOSO - Il reato di omicidio colposo era stato inizialmente ipotizzato ai carico dei medici dell'ospedale Sandro Pertini dove era stato ricoverato Cucchi, mentre quello di omicidio preterintenzionale (anche questo caduto dopo il deposito della consulenza medica) era stato contestato agli agenti della penitenziaria che avevano in custodia il ragazzo nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma poco prima dell'udienza di convalida dell'arresto.

RISCHIANO OTTO ANNI DI CARCERE - Secondo i magistrati della procura di Roma, la morte di Stefano Cucchi sarebbe conseguente all«'abbandono di persona incapace»: questo profilerebbe una accusa nei confronti dei medici e infermieri del Pertini, più grave dell'omicidio colposo, sanzionabile fino ad 8 anni di reclusione mentre il colposo è cinque anni. Nel capo di imputazione i pm scrivono che i medici e gli infermieri in servizio dal 18 ottobre al 22 ottobre dello scorso anno «abbandonavano Stefano Cucchi del quale dovevano avere cura» in quanto «incapace di provvedere a se stesso». In particolare il giovane «era affetto da politraumatismo acuto, con bradicardia grave e marcata, alterazione dei parametri epatici» e «segni di insufficienza renale». Una situazione, secondo i magistrati, che lo poneva «in uno stato di pericolo di vita» e che quindi «esigeva il pieno attivarsi dei sanitari» che invece «omettevano di adottare i più elementari presidi terapeutici e di assistenza che nel caso di specie apparivano doverosi e tecnicamente di semplice esecuzione e adottabilità e non comportavano particolari difficoltà di attuazione essendo peraltro certamente idonei a evitare il decesso del paziente».

UN CUCCHIAINO DI ZUCCHERO - Bastava un cucchiaino di zucchero e Stefano Cucchi si sarebbe salvato, scrivono i pm Barba e Loy nell'avviso di fine inchiesta. Tra le varie mancate cure contestate al primario Aldo Fierro , a quattro medici e tre infermieri (i dirigenti medici di primo livello Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi e Preite De Marchis, e i tre infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe, si salva dall'accusa di abbandono di incapace aggravato dalla morte solo la dottoressa Rosita Caponetti), c'è anche quella di aver volontariamente omesso di «adottare qualunque presidio terapeutico al riscontro di valori di glicemia ematica pari a 40 mg/dl, rilevato il 19 ottobre, pur essendo tale valore al di sotto della soglia ritenuta dalla letteratura scientifica come pericolosa per la vita (per un uomo pari a 45mg/dl), neppure intervenendo con una semplice misura quale la somministrazione di un minimo quantitativo di zucchero sciolto in un bicchiere d'acqua che il paziente assumeva regolarmente, misura questa idonea ad evitare il decesso». Tra le altre omissioni volontarie, ci sono la mancata effettuazione di un elettrocardiogramma, la mancata palpazione del polso e l'assenza di controllo del corretto posizionamento o dell'occlusione del catetere determinando così l'accumulo di una rilevante quantità di urina nella vescica (1400 cc) con risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche. A Cucchi, poi, non è stata comunicata l'assoluta necessità di effettuare esami diagnostici essenziali alla tutela della sua vita. Chi era in servizio al Pertini si era limitato a prendere atto del suo rifiuto, con nota in cartella clinica, motivato dalla volontà di parlare con il proprio avvocato. Tra le altre omissioni, il mancato trasferimento del paziente con urgenza in un reparto più idoneo quando le condizioni di salute erano ormai diventate assai critiche.

«MOLTO SODDISFATTI» - «Noi siamo molto soddisfatti dell'attività investigativa dei pm: il reato di abbandono di incapace è terribile, peggio dell'omicidio colposo». L'avvocato della famiglia Cucchi Fabio Anselmo commenta così a «Cnrmedia» la chiusura delle indagini sulla morte di Stefano Cucchi. «Siamo molto soddisfatti, a prescindere dalla qualificazione giuridica del ruolo delle guardie carcerarie sulla quale noi argomenteremo in seguito, perchè riteniamo che Stefano non sarebbe morto se non fosse stato picchiato. Il quadro che emerge dal capo di imputazione è questo: Stefano è morto dopo essere stato pestato ed è morto in una condizione terribile: il capo di imputazione è terribile». Il fatto che siano sparite le accuse di omicidio per il legale dei Cucchi non è un problema fondamentale: «Così è anche peggio, non è vero che l'omicidio cade: l'omicidio c'è ed è in conseguenza dell'abbandono totale di una persona che era sotto custodia».



LA FAMIGLIA - «Esprimiamo soddisfazione per il grande lavoro svolto dai pm. Quando è stato arrestato Stefano stava bene ed è morto in condizioni terribili per il semplice fatto che stava male perché picchiato dagli agenti di polizia penitenziaria ed è stato picchiato perché si lamentava e chiedeva farmaci. Questa è la tremenda verità che emerge chiaramente dal capo d'imputazione particolarmente articolato. Non dimentichiamo che senza quelle botte Stefano non sarebbe morto. I medici si devono vergognare e non sono più degni di indossare un camice». Questo, in una in una nota la famiglia Cucchi.

Redazione online
30 aprile 2010





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India, uomo vive senza cibo e acqua da 74 anni. Quindi il Terzo Mondo deve imparare da lui e piantarla di lagnarsi?

Il Disinfomatico


Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di "ettoregio*" e "mattiasch*" ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Non capita spesso che una tesi paranormale sia contemporaneamente ridicola, pericolosa e offensiva. Volete credere che i globi luminosi che compaiono nelle foto siano anime di defunti anziché granelli di pulviscolo catturati dal flash, come è stato detto di recente a Mistero (Italia 1)? Fate pure. Non causate danno a nessuno.

Ma quelli che credono che si possa vivere letteralmente senza mangiare e senza bere lo causano eccome, questo danno. Soprattutto quando inducono gli altri a seguire queste credenze e li fanno morire. Hanno un nome: si chiamano breathariani. Dicono di nutrirsi del prana, l'energia vitale secondo le credenze dell'induismo, o di energia proveniente dal Sole.

Non ridete. Ne parlo perché l'agenzia ANSA ha scritto oggi che in India certo Prahlad Jani, "un asceta indù, sopravvive senza mangiare e senza bere da 74 anni" e che "un centro di ricerca della difesa intende scoprire qual è il segreto di questa sua straordinaria capacità di resistenza". Non un accenno di esitazione, di scetticismo o di dubbio. Anzi, si segnala che Jani, "era già stato esaminato nel 2003 da un'altra squadra di medici, che non erano riusciti a spiegare scientificamente il fenomeno".

Annunciare la vicenda come se vivere d'aria fosse un dato di fatto è un gesto di giornalismo irresponsabile e di propaganda a una panzana pericolosa.

Perché panzana? Perché se davvero fosse possibile vivere d'aria, allora avremmo risolto il problema della fame nel mondo: anzi, se nel Terzo Mondo la gente muore di fame è colpa sua, perché non impara il breatharianesimo. Diffondere acriticamente la notizia che si può vivere senza mangiare e bere è, insomma, un insulto a chi invece muore davvero d'inedia. Ma l'hanno fatto comunque Libero.it, TGcom, La Stampa, Virgilio Notizie. Anche la stampa svizzera, con Ticinonline.ch, non s'è tirata indietro e non ha espresso dubbi sulla realtà delle affermazioni dell'asceta indiano.

Ho fatto un po' di ricerche, quelle che magari i giornalisti dovrebbero fare ogni tanto invece di esercitarsi col copiaincolla, e ho scoperto che altre testate sono state un po' meno scellerate e hanno pubblicato la notizia con molta cautela e dovizia di dettagli.

Leggendo per esempio il Telegraph inglese, che titola molto più correttamente "Uomo afferma di non aver assunto cibo o bevande per 70 anni", salta fuori che sono i militari indiani, non i medici, a voler credere al potere straordinario di Jani (foto qui accanto): lo hanno ricoverato in un ospedale ad Ahmedabad perché sperano di scoprire da lui come "aiutare i soldati a sopravvivere più a lungo senza cibo o permette alle vittime dei disastri di resistere fino all'arrivo dei soccorsi". Buona fortuna. L'esperimento procede da sei giorni e durerà in tutto due settimane, entro le quali i medici si aspettano di riscontrare riduzione della massa muscolare, disidratazione grave, perdita di peso e insufficienza di vari organi.

Jani ha un solo medico dalla sua parte, Sudhir Shah, che si è già fatto raggirare da altri sedicenti fenomeni, come Hira Ratan Manek, che dice di vivere di sola acqua (con un tè o un caffè ogni tanto) dal 1995.  Secondo Shah, il signor Manek avrebbe vissuto 411 giorni senza cibo mentre era sotto osservazione. Un'osservazione così stretta che Shah stesso ammette che decine di persone avevano accesso a Manek e che il soggetto perse comunque 19 chili: un dato poco compatibile con le affermazioni del digiunatore estremo. Inoltre il fatto che il medico Sudhir Shah sia un seguace del jainismo, una religione che prevede fra gli altri riti quello del digiuno sacro, anche fino alla morte (sallekhana), pone qualche dubbio sulla sua imparzialità.

Tutti gli altri medici dicono che l'esperimento attuale è inutile e privo di senso, come riferisce il Courier Mail australiano. A differenza di molti altri giornali, il Courier Mail ha avuto il buon gusto di chiedere il parere di un nutrizionista, che ha chiarito senza mezzi termini come stanno le cose: "sarebbe molto difficile resistere per più di una settimana senz'acqua e senza cibo. Il corpo inizia a consumare i muscoli e poi aggredisce anche il muscolo cardiaco... poi si subisce un attacco cardiaco e si muore".

Non solo: Jani non è nuovo a questo tipo di prodezze, e quando fu esaminato nel 2003 visse a quanto pare senza cibo e acqua per dieci giorni, ma manifestò un calo di peso, modesto ma decisamente incompatibile con le sue asserzioni di vivere a digiuno da decenni.

Il problema particolare di questo genere di affermazioni paranormali è verificare che non ci siano frodi senza però ammazzare l'asceta di turno. Per esempio, un articolo dell'Associazione dei Razionalisti Indiani spiega che Kumari Neerja, nel 1999, viveva rintanata in uno stanzino e diceva di non aver mangiato da cinque anni e di essere prossima a trasformarsi in una statua di una divinità. La polizia, preoccupata, chiamò i razionalisti (l'India ha lezioni da dare a molti paesi europei, in questo campo). Scoprirono che dietro una serie di ripiani c'era nascosto un gabinetto e che un foro nel muro permetteva di passarle del cibo. Così fu introdotto nello stanzino un gas emetico (i razionalisti indiani non vanno per il sottile – immaginate se lo facesse il Cicap) e la signora vomitò chapati e patate. Kumari fu ricoverata e curata per la sue gravi turbe mentali. Lo stesso articolo cita anche altri truffatori e svitati e definisce Prahlad Jani "un ciarlatano del villaggio". Il sospetto, insomma, è che anche Jani un boccone lo ingerisca ogni tanto di nascosto.

Anche in Occidente non mancano quelli che sostengono queste tesi, e come sempre ci sono di mezzo i soldi. Tanti soldi. La signora Ellen Greve, ribattezzatasi Jasmuheen e diventata ricca tenendo conferenze in giro per il mondo e vendendo libri e oggetti collegati alla presunta terapia breathariana di ventuno giorni consecutivi di digiuno, fu messa alla prova per una settimana dal programma televisivo 60 Minutes (edizione australiana, ottobre 1999), che la sorvegliò 24 ore su 24 con il suo consenso. Yahoo News racconta che già dopo 48 ore la signora, che dichiarava di poter vivere senza mangiare e bere, mostrava i sintomi della disidratazione, ma disse che era colpa del programma TV che l'aveva messa in un luogo vicino a una strada trafficata che inquinava l'aria. Così fu portata in montagna, lontano dalla città. Al terzo giorno di digiuno parlava con fatica, aveva le pupille dilatate, il battito cardiaco accelerato e aveva perso quasi quattro chili. Lei diceva di sentirsi benissimo, ma uno dei medici chiese di porre fine alla prova perché sarebbe sopraggiunta un'insufficienza renale di cui il programma televisivo sarebbe stato ritenuto responsabile. L'esperimento fu interrotto e Jasmuheen accusò gli organizzatori di non aver dimostrato nulla.

Esiste inoltre nello Utah un Istituto Breathariano d'America, che chiede centomila dollari di parcella non rimborsabile per insegnare questa tecnica. Sì, centomila. Ma l'acconto è di soli diecimila.

Finché si tratta di spillare soldi agli ingenui, pazienza, ma il guaio è che c'è gente che crede a queste cose (Jasmuheen ha circa cinquemila seguaci in giro per il mondo), le mette in pratica e ci lascia la pelle. Nel 1997, Timo Degen, un insegnante trentunenne di Monaco, morì dopo dodici giorni di dieta d'aria dopo aver letto su Internet le tesi di Jasmuheen (Sunday Times). Nel 1999, la scozzese Verity Lynn, una breathariana seguace di Jasmuheen, fu trovata morta dopo sette giorni di un digiuno che si era autoimposto per "purificarsi spiritualmente", come racconta il suo diario (BBC). Nello stesso anno, l'australiana Lani Morris perse l'uso della parola e del braccio destro dopo sette giorni di astinenza da cibo e acqua e morì tre giorni più tardi. Jasmuheen commentò che la signora Morris forse non aveva la motivazione giusta. La rivista tedesca Esotera osservò che "una morte su cinquemila non è un prezzo troppo alto da pagare per combattere la fame nel mondo".

Come no. Per questi ciarlatani, la morte non è mai un prezzo troppo alto. Quella degli altri. E poi c'è ancora gente che va in giro a chiedersi che male fa credere ai misteri e al paranormale.

Fonti aggiuntive: HowStuffWorks.com, Randi.org.



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Quando salvai la Lazio dalla B"

Il Tempo

Il romanista Stefano Pellegrini e il gol nel '76. "Subito dopo la rete sull'Olimpico calò il gelo.
Solo un gruppetto di persone in curva nord la festeggiò, ma poi si venne a sapere che erano laziali venuti a tifare per la Roma".


  Stefano Pellegrini Il campionato 1975-76 è quasi anonimo per la Roma, ma drammatico per la Lazio, che lo vive sempre in zona retrocessione e all'ultima giornata si trova a lottare con l'Ascoli per evitare quel terz'ultimo posto che significa serie B. Le due squadre sono appaiate a 22 punti e se la situazione rimarrà tale anche dopo l'ultima partita la Lazio sarà salva per la miglior differenza reti. Ma di mezzo c'è il particolare che i marchigiani devono giocare il loro match-salvezza all'Olimpico contro la Roma e il derby, si sa, è sempre derby. La Lazio, invece, è di scena in casa del Como, che finirà penultimo, ma che dopo mezzora vince 2-0, mentre al 34' Silva porta in vantaggio l'Ascoli all'Olimpico. All'intervallo la Lazio è in B, ma nella ripresa tutto cambia: Giordano e Badiani la portano sul 2-2 a Como e al 21' l'attaccante romanista Stefano Pellegrini fissa il definitivo 1-1 di Roma-Ascoli. Con quei due pareggi Lazio ed Ascoli chiudono insieme a 23 punti e in B vanno i bianconeri.

Come reagirono i romanisti presenti allo stadio?
«Subito dopo la rete sull'Olimpico calò il gelo. Solo un gruppetto di persone in curva nord la festeggiò, ma poi si venne a sapere che erano laziali venuti a tifare per la Roma. I nostri tifosi, invece, cominciarono a fischiare e a gridare anche qualche insulto».

Ma voi, in campo, conoscevate i risultati degli altri campi?
«Certo, li vedevamo scritti sui tabelloni. Ma quando giochi non ti metti a fare calcoli e se ti arriva la palla giusta l'istinto dell'attaccante e la professionalità ti portano comunque a buttarla dentro. Così fu per me, che da romanista segnai il gol della salvezza della Lazio».

Se non ci sbagliamo fu anche una bella rete.
«Per me sì, segnai di testa su cross di Morini e torre di Petrini.Ma era tutta la partita che dicevo al mio marcatore, Logozzo, di starmi vicino e controllarmi bene, perché se mi arrivava il pallone giusto avrei comunque segnato».

In pratica la città visse una settimana identica a questa, con una fazione del tifo che si trovò a dover sostenere proprio la squadra avversaria.
«Sì, anche se noi allora non avevamo particolari esigenze di classifica e quella partita potevamo vincerla o perderla, mentre oggi la Lazio deve ancora salvarsi».


Franco Bovaio
30/04/2010




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Scoperta cellula jihadista all'università di Perugia Espulsi due marocchini

Quotidianonet

Roberto Maroni, ha disposto l’espulsione "per motivi di sicurezza".
I due erano studenti nell’Università per stranieri umbra e gli investigatori li descrivono come "pronti a compiere attentati"



Roma, 30 aprile 2010

Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha disposto l’espulsione dall’Italia di due cittadini marocchini "per motivi di sicurezza dello Stato e di prevenzione del terrorismo". A renderlo noto è il Viminale.

"A seguito di indagini investigative - spiega il ministero - è emerso per i due stranieri un profilo di pericolosità per i collegamenti con estremisti islamici contigui alle reti transnazionali di sostegno al terrorismo di matrice religiosa e per la propensione a compiere anche eclatanti atti estremi". Il rimpatrio è avvenuto nella serata di ieri con un volo diretto da Roma-Fiumicino a Casablanca.

I due marocchini espulsi ieri sera dal ministero dell’Interno, ai sensi della normativa antiterrorismo, sono due studenti dell’Università per stranieri di Perugia. Si tratta di Mohamed Hlal, 27 anni, e di Ahmed Errahmouni, 22 anni, animatori di quella che gli investigatori della Digos di Perugia, diretti da Lorenzo Manso, descrivono come una "cellula jihadista pronta a compiere eventuali attentati".

Nello stesso capoluogo umbro, sono stati perquisiti altri sei studenti universitari (quattro marocchini, un tunisino e un palestinese) "emersi a vario titolo in contatto con i due espulsi". Otto le perquisizioni disposte dalla procura, che hanno portato al sequestro di "copioso materiale cartaceo e informatico", già definito "estremamente interessante" dalla Digos.





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Roma, l’acquisto di casa Scajola Quattro testimoni inguaiano il ministro

IL Secolo xix

Nell’ambito dell’inchiesta di Perugia su appalti e “grandi eventi”, si complica la posizione del ministro imperiese dello Sviluppo Economico, che non è fra gli indagati, ma che avrebbe beneficiato di un versamento di 900.000 euro (suddivisi in 80 assegni circolari) poi usati per coprire una parte (in nero) della somma necessaria per l’acquisto di un appartamento a Roma: a procurare quel denaro sarebbe stato l’architetto Angelo Zampolini, ora indagato per riciclaggio e in passato alle dipendenze dell’imprenditore Diego Anemone, considerato una delle figure cardine della «cricca» e attualmente in carcere.

Adesso, dalle carte inchiesta emerge che ci sarebbero quattro testimoni che smentiscono la versione sinora fornita da Claudio Scajola sulla compravendita di quell’abitazione di via del Fagutale, con vista sul Colosseo, perfezionata nel 2004: sarebbe stato lui in persona, dicono i testimoni, «a consegnare gli 80 assegni circolari».

Secondo quanto ricostruito dal pubblico ministero, il 6 luglio del 2004 l’appuntamento fra Scajola e le sorelle Barbara e Beatrice Papa, allora proprietarie dell’appartamento, venne fissato nella sede del ministero delle Attività Produttive. Racconta Zampolini: «Avevo prelevato i circolari presso la Deutsche Bank, e li portai al ministro». Indirettamente, le venditrici confermano: «Fu proprio Scajola a consegnarceli. Nell’atto questo passaggio non figura, perché ci eravamo accordati per denunciare solo 600.000 euro». Ulteriore conferma arriverebbe dall’interrogatorio di Gianluca Napoleone, il notaio che si occupò del rogito.

Non è finita, perché dai controlli emergerebbe pure l’esistenza di un altro passaggio di denaro, ammesso sempre dalle due venditrici: «Alla stipula del preliminare, Scajola ci consegnò 200.000 euro, che ci dividemmo in parti uguali». La provenienza di questo denaro non è chiara e i finanzieri hanno intenzione di verificarla proprio con il ministro. Facendo le somme, comunque, viene fuori che la casa costò 1,7 milioni di euro, e non 600.000, come Scajola dichiarò nei giorni scorsi.

A sinistra, il palazzo dove si trova la casa di Scajola

Ora bisogna verificare perché Anemone avrebbe deciso di comprare un appartamento per Scajola, all’epoca ministro per l’Attuazione del Programma, dopo essere stato ministro dell’Interno sino al 2 luglio del 2002: proprio per questo, la Finanza sta spulciando l’elenco degli appalti che lo stesso Anemone ottenne dal Viminale o da personaggi pubblici per capire se e come siano stati pagati o se siano stati la contropartita per qualche “favore”.

Più chiaro, invece, il motivo per cui questa vicenda, pur vecchia di quasi sei anni, emerga solo adesso. Nei giorni scorsi, i magistrati di Perugia hanno chiesto al Gip l’emissione di alcuni mandati di arresto per altre persone, come Francesco Pittorru, generale della guardia di Finanza, sempre per l’acquisto “sospetto” di abitazioni a Roma. Quando il Gip ha respinto i provvedimenti, spiegando che c’era un problema di competenza territoriale, i magistrati hanno depositato le nuove (vecchie) carte per dimostrare la correttezza delle loro richieste





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Di Pietro: "Basta essere sudditi del Pd"

Libero





Destreggiandosi tra la frattura interna al Pdl e l'eterna crisi del Partito Democratico, il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, tenta una nuova mossa e dalle pagine dei giornali richiama i suoi per la "rivoluzione".

L'ex magistrato annuncia un incontro a Firenze "per iniziare a preparare il programma e la squadra con la quale presentarci alle prossime politiche".  L'obiettivo non è certo di poche pretese: "Intendiamo rivoluzionare il quadro politico attuale che si basa sul Pd e una miriade di satelliti che gli ruotano attorno. La protesta si divide in mille rivoli se non viene organizzata e finalizzata".

Al miniconvegno parteciperanno con certezza solo Di Pietro, De Magistris e Nichi Vendola. In forse invece la presenza di Ignazio Marino: "Allo stato non sappiamo cosa voglia fare". E smentita quella di Michele Santoro, un personaggio, dice Di Pietro, "che non deve essere tirato per la giacchetta. Con lui non ho mai parlato di attività politiche".

Tutto questo perché "è giunto il momento di lanciare un progetto di cui faccia parte anche il Pd ma che superi la sudditanza verso questo partito". Non solo. E' anche necessario trovare "entro un anno la persona capace di rappresentare la coalizione". Di Pietro non si candida: "Ho fatto il Rambo al fronte, parlo a una parte della coalizione". Servirebbe invece una persona "che sappia parlare alla popolazione in modo trasversale e che non rappresenti una sola identità strutturata". E poi: "Non mi permetto di mettere veti o fare proposte, anche perché penso che lontano dal nostro naso, ci possa essere il personaggio capace di rappresentare tutti". Ma lontano quanto? Fino a ripescare tra i vecchi leader dei vecchi partiti?

30/04/2010







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Morte di Cucchi, chiusa inchiesta, in tredici rischiano il processo

Corriere della Sera

Accuse più lievi per gli agenti (lesioni e abuso di autorità) aggravata posizione dei medici: favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d'ufficio e falso ideologico


Stefano Cucchi
Stefano Cucchi
ROMA - Non c'è più l'omicidio colposo tra i reati formulati dalla procura di Roma in relazione alla morte di Stefano Cucchi, il geometra di 31 anni deceduto il 22 ottobre scorsodopo essere stato arrestato dei giorni prima dai carabinieri per spaccio di droga. A carico dei medici, infatti, i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy, che hanno depositato gli atti, hanno contestato, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l'abbandono di incapace, l'abuso d'ufficio, e il falso ideologico. Lesioni e abuso di autorità sono le ipotesi di reato attribuite agli agenti della polizia penitenziaria. La deposizione degli atti del procedimento in base a quanto previsto dall'art. 415 bis del codice di procedura penale è la della procedura che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati.

CADUTA IPOTESI OMICIDIO COLPOSO - Il reato di omicidio colposo era stato inizialmente ipotizzato ai carico dei medici dell'ospedale Sandro Pertini dove era stato ricoverato Cucchi, mentre quello di omicidio preterintenzionale (anche questo caduto dopo il deposito della consulenza medica) era stato contestato agli agenti della penitenziaria che avevano in custodia il ragazzo nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma poco prima dell'udienza di convalida dell'arresto. L'avviso di fine inchiesta è stato notificato a tredici indagati.

La sorella di Cucchi, Ilaria
La sorella di Cucchi, Ilaria
LA FAMIGLIA - Cucchi morì dopo il ricovero all'ospedale Sandro Pertini. Oltre alle fratture e alle ecchimosi varie, era disidratato e denutrito. La famiglia ha cercato di scoprire la verità fin dal primo momento. Ancora giovedì la sorella Ilaria dichiarava: «Ci sono però dei vuoti che io ancora non riesco a capire: per me, come sorella, è fondamentale sapere cos'è accaduto a mio fratello in quei sei giorni, un tempo brevissimo, in cui ha smesso di vivere. La mia famiglia ed io in quel momento abbiamo avuto la forza di reagire perchè non potevamo accettare che un ragazzo che stava benissimo e conduceva una vita del tutto normale, a parte i suoi problemi di tossicodipendenza, potesse cessare di vivere in soli sei giorni. Però mi domando, tutte quelle famiglie che non hanno la forza, i mezzi e le possibilità di affrontare una simile battaglia, allora non avranno giustizia?».

Redazione online
30 aprile 2010



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I democratici vogliono 10 parole? Grillo gli regala la prima: "Vaffa..."

di Redazione

l comico caustico sull’idea: "Un percorso politico tra Settimana enigmistica e Scarabeo"

Roma - Antefatto (guardiola di portineria in largo del Nazareno). «Diciassette orizzontale: è comico». «Quante lettere? Prova Beppe Grillo». «No, non ci va, diciotto lettere...». «Hai provato: Par-ti-to-de-mo-cra-ti-co?». «Ma certo! Ecco, giusto giusto...».

Fatto. Il Poverocristo esce di casa assonnato, prende il cappuccino al bar, ascolta discorsi di tendenza. Calcio, cambio climatico, crollo della Grecia, preoccupazioni per il lavoro, il figlio precario, episodi di cronaca nera, qualche gossip. Ogni tanto risuona il nome di Fini, ma non si parla di tortellini. Poi va alla fermata, sale sul bus e sente sussurrare di «Italia 2011». No - pensa - non ci sono i mondiali. Ascolta con più interesse: «entusiasmo», «lavoro», «scuola», «etica», «coraggio», «riforme», «ambiente», «Costituzione». Mah, si arrovella il Poverocristo: sarà un gioco di società. Invece è politica, bellezza. È la politica del Pd. Vocaboli che rimbombano nella testa fino all’ufficio, le «missioni», le «parole di cambiamento» di Bersani e Letta. Il Poverocristo torna a casa e la moglie fa eco: «crisi», «ricerca», «sanità». Senso di caos.

Misfatti. Ma la realtà fattuale, si sa, non è materia per i signorini democratici inabissati in salottini di taffetà ed arzigogolati in tatticismi da partito. Loro ragionano per slogan, non per autobus. E la gente risponde per slogan, solo che di altro tono. Funziona un po’ come i microfoni aperti in radio: possono arrivare belle battute, ma pure scudisciate e bestemmie. E allora ai signorini del Pd gli elettori replicano con un decalogo astioso. Lo fanno su Internet: «Azzerare la classe dirigente»; «repulisti della dirigenza a partire da D’Alema»; «imparare ad ascoltare la base»; «lasciare spazio a gente come Vendola e Renzi». Sul sito di Repubblica si giustizia a richiesta la leadership di un partito. Nella sede di quel partito si ragiona volando alti: «Oggi dobbiamo costruire il Pd», fa il primo. «Già, ma come?», fa il secondo. «Con quali parole d’ordine - avanza il terzo -? Cioè, voglio dire, se vogliamo ricompattare le componenti, non dovremmo occuparci prima di declinare la grammatica politica e sociale?». «Un lavoro che riconquisti la fattualità di una connessione con il popolo...», concordano tutti. I Nobilicristi sono tutti sognanti. I Povericristi li svegliano.

Strafatto. Tra nobili e poveri, c’è uno Sgraziatocristo che si chiama Beppe Grillo. Ha ascoltato radio e tivù, letto i giornali. Dopo un paio di giorni, ha maturato un’idea precisa. Non gli riesce di sovente, considerato l’alto numero di cavolate che si è costretti a sentire, scrivere, setacciare, rilanciare e che anche lui partorisce sua sponte. Questa del Pd «deciso a rifarsi il look, in un anno di duro lavoro», gli è andata subito a genio. Non ha avuto bisogno di trovare il bandolo della matassa: d’altronde questo staff del Pd sembra fatto apposta. Ha dunque atteso la giornata dell’assemblea Telecom (ieri), dove ha fatto faville. Tra una pausa e l’altra, s’è ricordato di Bersani e di come l’altro giorno abbia «aperto il nuovo cantiere del partito: “dieci parole per ripartire, per una nuova Italia”.

In un solo anno, dopo tre lustri di attesa, il “Pd(meno)elle” (così lo chiama Grillo, ndr) proporrà un suo profilo... Una plastica facciale nuova di zecca. Non è escluso che il “Pd(meno)elle” cambi ancora il nome per depistare gli elettori più tenaci. Entro il 2011 avrà persino un programma. Enrico Letta, il nipote di suo zio, ha affermato, senza che nessuno lo fermasse, che è necessario definire dieci parole chiave per uscire dall’attuale indistinto. Per ogni parola, “una proposta chiara e comprensibile per parlare al Paese”. La nuova via è tracciata, un percorso politico tra la Settimana Enigmistica e Scarabeo. Per dodici mesi i leader si riuniranno per trovare le parole per dirlo agli italiani. Quasi una al mese, si alterneranno per reggere lo sforzo immane. Ai cittadini, per diritto di replica, basterà una sola parola, ma di dieci lettere, orizzontale...»
A questo punto, si sarà già capito dove va a parare lo sgraziatro Grillo: alla parolina a lui sì cara che «comincia per Vaf- e finisce per -ulo». Come non essere d’accordo, per una volta? Meglio non si poteva dire.

La Rai, le fiction e i parenti dei politici: quei 6 milioni alla moglie di Bocchino

di Laura Rio

Non solo la "suocera" di Fini, ma anche la consorte del suo fedelissimo ha ottenuto ricchi appalti dalla Tv di Stato. L'ultima fatica della sua casa di produzione sarà la fiction "La Narcotici", in onda a ottobre su Raidue

Se la «suocera» di Gianfranco Fini viene pagata dalla Rai un milione e mezzo di euro, la moglie di Italo Bocchino, il vicepresidente del gruppo Pdl alla Camera che si è dimesso ieri, ne guadagna sei. E ne riceverà anche di più se un altro progetto andrà in porto. La consorte del finiano «rissoso», Gabriella Buontempo, è titolare di una società, la Goodtime Enterprise, che da tempo lavora per la Tv di Stato, producendo fiction, ramo d’oro dell’azienda. L’ultimo contratto ottenuto riguarda una serie in sei puntate intitolata La Narcotici, fiction d’azione che racconta le gesta di una squadra di polizia che lotta controla droga e la corruzione (regia di Michele Soavi, nel cast Ricky Memphis). La serie, attualmente in produzione, andrà in onda in autunno su Raidue. Budget, in linea con i costi della fiction per la seconda rete, circa sei milioni: un milione a puntata per sei puntate. Nel paniere della Goodtime ci sonoaltre serie come Il grande Torino, andata in onda nel 2005 con successo d’ascolti, Le ali e La stagione dei delitti. E per l’autunno, come abbiamo raccontato nei giorniscorsi, la moglie di Bocchino era in procinto di ottenere la realizzazione di un altro programma importante: uno show ideato da Baudo.

A metà tra fiction e intrattenimento, doveva raccontare in quattro puntate di prima serata i grandi fatti della cronaca (dagli amori ai gialli) attraverso delle docufiction. Insomma, Baudo, per illustrare meglio le sue storie avrebbe usato dei filmati, un po’ come faceva Santoro. Quando il direttore di Raiuno Mauro Mazza ha visto il progetto di Pippo, lui (finianodoc) ha pensato di girare l’incarico alla Buontempo, che di fiction se ne intende. La società della moglie di Bocchino in un primo tempo aveva proposto un pacchetto chiavi in mano di tutto il programma, si dice a un costo, di mercato, di circa 800mila euro a serata: alla fine si era convenuto che sarebbe stato meglio produrre internamente lo show (visto che la Rai è assolutamente in grado di farlo) affidando alla Goodtime la realizzazione delle sole docufiction. Ora, dopo la bufera finiana, non si sa se questo progetto andrà in porto: in un primo tempo è stato spostato da settembre-ottobre a novembre-dicembre e ora chissà.

Nel frattempo, il direttore di Raiuno Mazza è andato in vacanza in Sudafrica. Tornerà la prossima settimana, nei giorni di fuoco per la definizione dei palinsesti della prossima stagione che, di solito, vengono presentati agli inserzionisti pubblicitari e alla stampa agli inizi di giugno. E, si sa, nella Tv pubblica, sulla distribuzione delle produzioni alle società esterne e sulla scelta di star e starlette, influiscono molto le diatribe politiche e le posizioni di potere. Probabile che la rottura tra Fini e Berlusconi avrà delle conseguenze. Vediamo quali altri amici e parenti del presidente della Camera hanno contratti con la Tvpubblica.

La famiglia più vicina alla terza carica dello Stato è quella di Elisabetta Tulliani, compagna di Fini. La società intestata alla mamma di Elisabetta, Francesca Frau, come abbiamo detto con grande evidenza l’altro ieri, realizza per il pomeriggio di Raiuno una parte del programma Festa italiana condotto da Caterina Balivo. Ma, come abbiamo dimostrato, attraverso un intreccio di società (tutte domiciliate in viale Mazzini 114, cioè a pochi passi dalla sede centrale della Rai), dietro la signora Frau c’è il figlio Giancarlo, fratello di Elisabetta.

L’aspetto particolare, in tutto questo,è che le società sono sorte da pochi anni, più o meno da quando la signora Tulliani si è fidanzata con Fini. Altra anomalia è che nessuno nella famiglia ha esperienza nel campo della produzione televisiva (Elisabetta ne ha come showgirl). Tra l’altro Festa italiana fino all’anno scorso veniva realizzata tutta internamente alla Rai, senza esborsi per società esterne.

La Absolute Television Media (intestata per il 51 per cento alla signora Frau) ha un contratto fino a giugno (quando finisce il programma per la pausa estiva). Sembra che fosse già in discussione il rinnovo del contratto per la prossima stagione televisiva che prevedeva anche un possibile aumento del compenso. Quando il direttore renderà ufficiali i palinsesti, si conoscerà la decisione.

Stesso discorso vale per la casa di produzione Casanova, fondata da Luca Barbareschi, molto amico di Fini.Nonostante l’attore abbia affidato la società a un blind trust quando è diventato deputato, è stato lui a trattare il progetto per realizzare all’interno di Domenica In unoshowdedicatoaitalenti. Si parla di una cifra di circa 100mila euro a puntata,che per circa trenta domeniche (da ottobre a maggio prossimi), farebbero tre milioni di euro. Anche questo progetto non è stato ancora messo nero su bianco.

Di certo, invece, a giorni apparirà in Tv un compagno di fede calcistica di Mazza e Fini: Pino Insegno, tifosissimo della Lazio. Presenterà il giochino estivo Reazione a catena, su Raiuno dagli inizi di giugno, in onda poco prima del Tg1, a cui dovrebbe fare da traino.

Napoli, arrestati undici poliziotti «Trattennero per sé prosciutti rubati»

Corriere della Sera

L'accusa: peculato e falso in atto pubblico. Gli agenti condotti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

NAPOLI - Undici agenti di polizia in servizio nella sezione «falchi» presso la squadra mobile della questura di Napoli sono stati arrestati dalla polizia. Sono accusati di peculato e falso in atto pubblico: avrebbero infatti redatto un falso verbale in occasione dell'arresto di cinque rapinatori. I poliziotti sono stati già condotti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

PROSCIUTTI - Secondo le prime ricostruzioni, il 20 febbraio scorso la pattuglia dei Falchi intervenne nel porto in seguito alla segnalazione di una rapina di un camion carico di prosciutti ed altri generi alimentari. Gli agenti chiamarono in ausilio altri colleghi e redassero un verbale che si è poi rivelato falso. In particolare, i poliziotti, secondo l'accusa, trattennero per loro una parte del carico. Indagini sono in corso da parte della Procura per verificare se si siano verificati altri episodi analoghi.

INCHIESTA - Le indagini sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli. I provvedimenti richiesti dai pm Paolo Sirleo e Maria Sepe sono stati emessi dal gip Claudia Picciotti. «Le indagini - si legge in una nota della Questura - sono state avviate d'iniziativa da parte di quest'ufficio che, a seguito di un controllo sui verbali redatti dagli operanti, aveva rilevato delle anomalie che lasciavano trasparire la non regolarità di un intervento che aveva consentito l' arresto in flagranza di reato di cinque rapinatori». «A seguito delle risultanze d' indagine - conclude la nota - la locale Procura della Repubblica ha richiesto l'emissione di provvedimenti restrittivi al giudice che ha approvato nella sua completezza il quadro probatorio e le responsabilità accertate» (fonte: Ansa).


30 aprile 2010

Insulta la ex su Facebook, danni per 15mila euro: "Offesi dignità e decoro"

di Redazione

Quindicimila euro di risarcimento per avre offeso sul social network l'ex fidanzata commentando pesantemente una sua foto.

Il giudice: "Una lesione dell’onore, della reputazione e del decoro"

 
Monza - Aveva offeso pesantemente l’ex fidanzata su Facebook commentando una fotografia e ora dovrà pagare 15 mila euro come risarcimento per il danno morale arrecato alla donna. Lo ha deciso il giudice Piero Calabrò del Tribunale civile di Monza che ha accolto la richiesta di risarcimento avanzata dalla donna. Nelle motivazioni il giudice ha sottolineato che il commento affidato a Facebook rappresenta "una lesione dell’onore, della reputazione e del decoro" dell’ex fidanzata. In base a questo il giudice ha deciso che la donna ha subito un danno morale soggettivo inteso come "turbamento dello stato d’animo della vittima del fatto illecito, vale a dire come complesso delle sofferenze inferte alla danneggiata dall’evento dannoso, indipendentemente dalla sua rilevanza penalistica".



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Congo capitale mondiale dello stupro

Il Secolo xix

La Repubblica Democratica del Congo (Rdc), insanguinata da anni di guerra civile, è «capitale mondiale dello stupro» e teatro di episodi da girone infernale. Le donne continuano ad essere seviziate, mutilate ed uccise. I loro corpi vengono poi appesi nelle strade per terrorizzare la popolazione. Il grido d’allarme è stato lanciato da Margaret Wallstrom, rappresentante speciale dell’Onu contro le violenze sessuali nei conflitti armati, che ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire per fermare le violazioni del diritto internazionale che lo stesso Palazzo di Vetro ha definito «crimini contro l’umanità».

Secondo le stime del fondo per la popolazione dell’Onu, oltre 8 mila donne sono state seviziate nei sanguinosi scontri congolesi del 2009. Per l’Harvard Humanitarian Initiative, un centro studi dell’università del Massachusetts, gli episodi più raccapriccianti sono accaduti dalla provincia del Sud Kivu, dove alcuni ragazzini, minacciati da gruppi armati di ribelli, sono stati obbligati ad attaccare le loro stesse madri. Un’altra organizzazione umanitaria, la britannica Oxfam, ha registrato nel 2008 un numero di stupri 17 volte maggiore rispetto al 2004.

Durante questi quattro anni, in Sud Kivu sono stati denunciati 4.311 episodi di efferata violenza. Proprio oggi il responsabile degli affari umanitari del Palazzo di Vetro, il britannico John Holmes, ha iniziato una missione nella Repubblica democratica del Congo con l’obiettivo di «favorire l’azione umanitaria» e «garantire la sicurezza degli operatori internazionali» che devono difendere la popolazione civile. In maggio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrà rinnovare il mandato della missione delle Nazioni Unite nel Paese africano, che andrà alle urne l’anno prossimo. Il presidente congolese, Joseph Kabila, ha chiesto il ritiro dei Caschi Blu entro settembre 2011.





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Grasso denuncia: rifiuti italiani in Cina riciclati come giocattoli

Quotidianonet

Il procuratore nazionale antimafia a Bologna per un convegno sulle ecomafie.
Secondo la denuncia i nostri rifiuti pericolosi rientrano nel nostro Paese dopo essere stati trasformati in materiale plastico e giocattoli in Oriente

Bologna,29 aprile 2010

L’Italia porta in Cina i propri rifiuti pericolosi e se li riprende importando beni prodotti con quelle stesse materie. L'allarme arriva da Bologna, dove si è svolto un convegno sulle ecomafie.

"Ci sono container pieni di rifiuti che partono dai nostri porti, da Venezia, Taranto, Gioia Tauro, diretti a Hong Kong e in Cina - ha spiegato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso - dove vengono riciclati, ritrattati e restituiti in Europa attraverso giocattoli o altro materiale plastico. Quindi noi forniamo la materia prima per auto-inquinarci di ritorno, e questo è veramente assurdo". E ha aggiunto: "Noi ci muoviamo con le procure ordinarie mentre la criminalità organizzata fa import/export con la Cina".

Il procuratore nazionale ha pertanto sottolineato che "servono soprattutto controlli", aspetto di cui ha evidenziato, invece, "una carenza assoluta" specie da parte degli enti locali. "Non si può fare tutto con la polizia giudiziaria - ha detto - o solo con i carabinieri del nucleo tutela ambientale o con le varie sezioni specializzate, senza l’apporto di chi ha il compito istituzionale di difendere il territorio e tutelarlo da infiltrazioni e inquinamenti pericolosi per i cittadini".

Infine ha ribadito che lo smaltimento illegale dei rifiuti non è un mercato parallelo rispetto a quello legale: "Con l’inserimento della criminalità organizzata, è diventato tutto illegale".





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Claps, indagini su Restivo di polizia e Scotland Yard

Quotidianonet

Gli inquirenti cercano similitudini tra gli omicidi della ragazza potentina e della donna uccisa a Bournemouth.
Intanto ignoti hanno rimosso gli striscioni dedicati alla memoria di Elisa dalla chiesa della Santissima Trinità

Potenza, 29 aprile 2010

Ignoti hanno rimosso gli striscioni dedicati alla memoria di Elisa Claps dalle pareti della chiesa della Santissima Trinità a Potenza, dove il 17 marzo scorso sono stati ritrovati i resti della giovane. Nella chiesa ve ne erano diversi che, dopo il ritrovamento dei resti della ragazza, sono stati esposti da cittadini di Potenza per chiedere "verità e giustizia".

Insieme agli striscioni sono stati rimossi anche dei poster con il volto della ragazza uccisa il 12 settembre del 1993 ed i cui resti sono stati ritrovati dopo 17 anni nel sottotetto della chiesa, rendendo quest’ultima luogo dove portare fiori e altri omaggi alla vittima. Don Marcello Cozzi, referente dell’associazione Libera della Basilicata, ha espresso "indignazione" per quanto avvenuto.

Intanto gli investigatori di Salerno e la polizia inglese del Dorset sono al lavoro per trovare eventuali punti di collegamento tra l’omicidio di Elisa Claps e quello di Heather Barnett uccisa a Bournemouth (Inghilterra) il 12 novembre 2002.

Alcuni poliziotti di Scotland Yard - così come anticipato oggi da ‘Il Mattino’ e ‘Il Quotidiano della Basilicata’ - si sono recati a Salerno per informare i colleghi italiani delle loro indagini sul caso Barnett e da questi apprendere le novità sull’omicidio Claps. Comune denominatore tra i due casi è Danilo Restivo, unico sospettato per entrambi i delitti. Nel 1993 fu l’ultima persona a vedere in vita Elisa Claps e successivamente fu iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di violenza sessuale, omicidio e occultamento di cadavere.

Per l’omicidio della sarta inglese (Restivo dal 2002 vive a Bournemouth, in un’abitazione a pochi metri da quella della donna) l’italiano fu fermato e interrogato più volte ma gli investigatori non riuscirono a dimostrare il suo coinvolgimento e così fu rilasciato. Attraverso il suo legale, l’avvocato Mario Marinelli, Restivo si è detto disponibile al prelievo del dna anche per le indagini del caso Claps.

I periti e il legale della famiglia di Elisa, l’avvocato Giuliana Scarpetta, hanno dichiarato di essere pronti per una trasferta in Inghilterra per uno scambio di idee e di valutazioni sulle analogie tra i due casi non prima però del 9 maggio, giorno in cui scade il termine di secretazione per la perizia autoptica effettuata sul cadavere di Elisa. “Prima del 9 maggio prossimo - ha dichiarato il legale - ogni contatto sarebbe prematuro e inutile. Oggi stiamo discutendo di voci ed indiscrezioni, attendiamo elementi certi e poi andremo in Inghilterra”.

E sulla vicenda è stato ascoltato a Roma monsignor Ennio Appignanesi - arcivescovo di Potenza dal 1993 al 2001. Le "sommarie informazioni" raccolte dalla polizia - secondo quanto si è appreso - avrebbero riguardato i fatti a conoscenza dell’arcivescovo legati alla scomparsa di Elisa Claps, le circostanze che gli furono riferite dall’allora parroco della Chiesa della Trinità don Domenico Sabia (morto due anni fa) e le eventuali "confidenze" ricevute dal presule dopo l’appello che fece nel novembre del 1993 per arrivare alla verità sulla scomparsa della ragazza.





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Il Belgio mette al bando il velo integrale Primo paese della Eu

Quotidianonet

Il Parlamento approvato il divieto di indossare in pubblico il burqa e tutti i veli integrali, incluso il niqab.
Il testo, che passa ora all'esame del Senato, prevede un'ammenda e una condanna fino a 7 giorni di carcere

Bruxelles, 29 aprile 2010

Con 134 voti a favore, due astensioni e nessun voto contrario il Parlamento belga ha approvato il divieto di indossare in pubblico il burqa e tutti i veli integrali, incluso il niqab. Il Belgio diventato così il primo Paese europeo ad adottare una simile misura, anticipando la Francia che esaminerà un testo analogo a maggio.

Il testo, che ora dovrà passare all’esame del Senato, non cita esplicitamente il burqa o il niqab, ma stabilisce che "le persone che si presentano in uno spazio pubblico col volo coperto o mascherato, completamente o in parte, con un capo di abbigliamento che non le rende identificabili" saranno punite con un’ammenda (fino a 25 euro) o con una pena detentiva fino a sette giorni. Per spazio pubblico, nella proposta approvata stasera, si intendono non solo edifici pubblici ma anche strade, giardini e impianti sportivi.





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Emergency pronta a nuovi progetti

La Stampa

L'organizzazione fondata da Gino Strada ha presentato un programma che prevede la realizzazione di numerosi centri ospedalieri d'eccellenza in Africa.

Portare la sanità d'eccellenza nel continente africano non è un sogno irrealizzabile, è anzi un obbligo morale sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. E' con questo spirito che Emergency, l'organizzazione non governativa fondata da Gino Strada e dalla moglie Teresa Sarti, ha presentato oggi a Bruxelles un nuovo progetto che prevede la realizzazione di moderni centri ospedalieri in numerosi paesi africani.

“Il diritto alla salute e alla qualità dell'assistenza sanitaria devono essere universali”, ha affermato Strada. “Oggi in tutta l'Africa non esiste un solo centro per la cura del cancro, è un fatto che deve indurci a riflettere e a pensare a cosa dovrebbe essere la medicina su questo continente”. Emergency ha quindi deciso di lavorare alla costruzione di una “Rete d'eccellenza”, un progetto che intende stimolare la cooperazione fra diversi stati africani nella creazione di strutture ad altissimo livello, sul modello dell'ospedale di cardiochirurgia di Khartoum, in Sudan. Nel centro, aperto dall'organizzazione nel 2007, si curano pazienti provenienti da diciotto paesi e si effettuano una media di sei operazioni al giorno. “Abbiamo gli stessi tassi di mortalità delle grandi strutture americane ed europee – ha sottolineato Strada –. Un dato che dimostra che, se c'è la volontà, si possono portare a termine progetti complessi anche in Africa”.

In concreto il nuovo progetto di Emergency coinvolge, oltre al Sudan, undici paesi: Ciad, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Eritrea, Egitto, Etiopia e Gibuti. Fra le specialità interessate dal programma vi sono pediatria, ostetricia, ginecologia, oncologia e traumatologia, ma secondo l'organizzazione il progetto “non è importante solo dal punto di vista clinico”. Riuscire a mettere attorno allo stesso tavolo i rappresentanti di diversi stati, anche in conflitto fra loro, per lavorare su un obiettivo comune, è già di per se “un bel risultato anche dal punto di vista culturale”.

La “Rete d'eccellenza” per essere realizzata ha bisogno di un finanziamento di 250 milioni di dollari. Un cifra che sembra enorme, ma che in realtà, ha affermato Strada, “corrisponde a quanto si spende in solamente otto ore di guerra in Iraq”. Il 20 per cento degli investimenti arriverà dai governi africani che partecipano al progetto, mentre il restante 80 per cento dovrà essere reperito tramite fondazioni private, organizzazioni internazionali e Unione europea. Sull'aiuto economico dell'Italia il fondatore di Emergency non ha nascosto il proprio scetticismo: “Con l'ultima finanziaria sono stati tagliati del 60 per cento i fondi destinati alla cooperazione e sono state soppresse le tariffe postali agevolate per le organizzazioni non-profit. Vuol dire chiudere”.

A margine della presentazione Gino Strada ha anche ribadito di voler riaprire l'ospedale di Lashkar Gah, nel sud dell'Afghanistan, dove erano stati arrestati i tre operatori italiani dell'Ong insieme a sei afghani. Per farlo intende anche chiedere il sostegno delle istituzioni internazionali: “Se c'è un sito archeologico importante lo si mette sotto protezione, perché allora un ospedale non deve essere messo sotto protezione delle Nazioni Unite o dell'Europa?”, si è chiesto. “In una zona di guerra c'è bisogno di un ospedale e la situazione attuale non è accettabile. Quante persone saranno morte in questi giorni di forzata chiusura?”, ha aggiunto Strada, spiegando che l'intenzione è quella di aprire “fra due mesi”, non appena “si saranno calmate le acque”.





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Vive senza mangiare e bere da 74 anni

La Stampa







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Ferrara, video denuncia le botte dei carabinieri

La Stampa

Video

Immagini concitate (e di scarsa qualità) che propongono alcune fasi del presunto pestaggio di alcuni giovani avvenuto in una caserma dei carabinieri di Ferrara, in via del Campo, sono state mostrate in serata dal Tg3, rimbalzando immediatemante sui siti Nelle immagini si vedono, in momenti diversi, due persone che cadono a terra, forse colpite, circondate da alcuni carabinieri in divisa; e un altro fermato nudo, poi avvolto in una coperta e portato via da personale di pronto soccorso sanitario. Manconi, presidente dell?associazione A Buon Diritto, parla di un nuovo «caso di violenza all'interno di una caserma». Il video è nel fascicolo dell'inchiesta aperta dalla procura di Ferrara per lesioni contro un carabiniere e per resistenza a pubblico ufficiale contestata a quattro giovani. Il filmato riguarda i fatti accaduti il 24 febbraio scorso (e riferiti allora da mezzi di informazione) quando i quattro, dopo essere stati arrestati in stato di ebbrezza per resistenza a pubblico ufficiale, furono trattenuti per ore in caserma.



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Il giorno della Lince

Corriere della sera

Scritto da: Paolo Ottolina



Oggi esce la release definitiva di Ubuntu 10.04 Lucid Lynx, di cui abbiamo già parlato in occasione del cambio del tema grafico. Io ho installato la RC da un paio di giorni e, dopo un guaio tentando l'aggiornamento dalla 9.10 (pc inusabile, forse per questo bug? Bug che rischia di far slittare l'uscita della release), tutto funziona bene dopo un'installazione da zero. La Lince è piacevole da vedere (con qualche riserva sulla nuova grafica, ma nulla che non si risolva con un po' di personalizzazione) , una scheggia al boot (il traguardo dei 10 secondi sembra fallito, ma il miglioramento è sostanziale) e mi pare stabile. Una buona release, insomma. Purtroppo sono scettico sul fatto che aiuterà Linux a schiodarsi dall'1% scarso del mercato desktop in cui è confinato. Ma è una buona release.

Qui trovate una gallery completa con tutte le novità, mentre sul blog di Guiodic un eccellente intervento sulla situazione attuale non solo di Ubuntu, ma di tutto Gnu/Linux versione desktop. 

Ah, oggi è uscito pure Ubuntu Manual, per ora solo in inglese.




Pubblicato il 29.04.10 16:42



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