giovedì 29 aprile 2010

Messa in suffragio del Duce

Libero





Scoppia la polemica a Vicenza per una messa in suffragio di Benito Mussolini e un necrologio di dubbia liceità. Non tutti hanno gradito, anzi, partiti e sindacati, ma anche comuni cittadini lanciano accuse di apologia del fascismo contro i responsabili.

La questione si ripresenta puntuale, come ogni anno, in data 28 aprile. Ieri, prima è apparso sul giornale della città un piccolo necrologio pubblicato da "Continuità ideale", un gruppo capeggiato dal presidente provinciale, Luigi Tosin: "Nel 65mo anniversario della sua morte, onore al Duce d’Italia cavalier Benito Mussolini...". Poi, in serata, è stata celebrata la messa da don Alessio Graziani alla Parrocchia dei servi.

La polemica monta con reazioni sdegnate del Pd veneto che ha definito la vicenda "odiosa apologia di reato", e con la replica della Cgil che pubblica un necrologio sullo stesso giornale cittadino: "Nel 65mo anniversario della Liberazione, la Cgil onora i partigiani...".

Nella bufera finisce anche il parroco che respinge ogni critica, assicurando che "in chiesa non c'erano simboli politici, si trattava di una messa in suffragio e non in onore di qualcuno. La Chiesa e la pietà cristiana non rifiutano una preghiera a nessuno". Alla funzione per il Duce c'erano meno di cento persone.

29/04/2010







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Menu ospedalieri in arabo e inglese

Libero




Una novità all'ospedale Civico di Palermo e al Pediatrico di Cristina dal servizio di Dietologia aziendale, diretto dalla dottoressa Renata Lanzino: i menù presto saranno anche in lingua inglese e araba, le lingue più utilizzate e conosciute dai pazienti stranieri ricoverati nelle strutture.

Ogni menù giornaliero, per pranzo e cena, prevede la scelta tra cinque primi, cinque secondi e tre controni. «E' un’iniziativa che abbiamo deciso di intraprendere _ sottolinea il direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Civico, Dario Allegra _ per rendere più accogliente l’ospedale e più efficienti i servizi e la comunicazione nei confronti dei tanti pazienti stranieri che si rivolgono alle nostre strutture, al Civico, e ancora con maggiore   frequenza al Pediatrico Di Cristina».

Ma non è tutto. Il Pronto soccorso dell’ospedale dei bambini è un importante punto di riferimento per le famiglie straniere: oltre il 15% dei piccoli visitati. Così per migliorare la comunicazione tra medici e  famiglie da due anni viene impiegato un dizionario multilingue: un’iniziativa che rientra nella campagna sociale per la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Viene realizzata in sette lingue: inglese, francese, spagnolo, arabo, cinese, rumeno, albanese.

Insomma: due strumenti che sono in grado di facilitare la comunicazione con le  famiglie straniere che non parlano la nostra lingua ma che hanno bisogno di cure ospedaliere. La traduzione del menù è stata effettuata dalla ditta che cura la ristorazione

29/04/2010





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Orrore al parco acquatico

Libero





A provocare la morte dell'addestratrice trascinata sott'acqua da un'orca lo scorso 24 febbraio sono stati i capelli troppo lunghi della vittima. Lo ha rivelato un rapporto della polizia, che ha lasciato ancor più inorriditi gli americani e, in particolare, i visitatori del Seaworld di Orlando, che hanno assistito alla tragedia.

Secondo la ricostruzione di un collega della quarantenne Dawn Brancheau, l'allarme scattò quando la chioma dell'addestratrice finì nella bocca dell'orca. Dopo pochi secondi, la vittima, già trattenuta e strattonata dall'animale, riuscì a liberarsi e risalire verso la superficie, ma l'orca la spinse per altre due volte sotto il livello dell'acqua, fino a uccidere Dawn.

Cena con l'Orca” è il titolo dell’esibizione che si sarebbe dovuta svolgere di lì a poco. Ma Tillikum, l’orca assassina, improvvisamente balzò fuori dall'acqua, per giocare, trascinando l'addestratrice nella vasca. Una testimone scioccata riferì che la donna aveva appena finito di spiegare il numero in programma, quando l’animale la afferò: «È stato violentissimo. L'orca si è lanciata in aria, poi si è girata, ha afferrato l'addestratrice per la vita e ha cominciato a scuoterla. Una delle sue scarpe è volata in aria». Ambulanze e vigili del fuoco erano arrivate sul posto nell'arco di cinque minuti ma troppo tardi per salvare Dawn.

Tillikum, un maschio di 30 anni, aveva già ucciso, prima nel 1991 al Sealand of The Pacific in Canada e poi nel 1998 quando un uomo, probabilmente un senzatetto, aveva scavalcato la recinzione del parco ed era stato ritrovato l'indomani nudo e senza vita sulla schiena dell'animale.

29/04/2010







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Fini, Elisabetta e il contratto Rai della "suocera" Tutti i retroscena

Il Giorno

Mentre Bocchino si dimette da vicecapogruppo alla Camera del Pdl e attacca Berlusconi, Il Riformista ripercorre le tappe della grande lite.
Tutto cominciò quando la Tulliani, all'epoca con Gaucci,  voleva candidarsi alle Europee ma Bondi le disse no...


Roma, 29 aprile 2010

Il contratto della Rai con la società di produzione di cui è socia Francesca Frau, madre di Elisabetta Tulliani, compagna di Gianfranco Fini, continua a tenere banco negli ambienti politici. Il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, replica agli attacchi dei finiani e anche dei pidiellini: "L'ex leader di An minaccia ritorsioni perchè abbiamo raccontato come la tv di Stato usa 1,5 milioni di (nostri) euro. Politici solidali con lui. Informazione falsa? No, verissima. Perciò ci attaccano".  E stamane, Il Riformista pubblica un lungo articolo in cui racconta perchè Fini ce l'abbia tanto con Berlusconi. Scrive Fabrizio d'Esposito: "Un falco del governo liquida così la questione: «La Tulliani? E' l'anima nera di Fini. Lui è come soggiogato da lei». Nel triangolo berlusconiano formato da Palazzo Chigi, Palazzo Grazioli e via dell'Umiltà sono convinti da tempo che la fronda del presidente della Camera sia alimentata anche dalla donna che ha preso il posto di Daniela Di Sotto: la bionda avvocata Elisabetta Tulliani. E per supportare la tesi, alcuni rivelano un aneddoto che risale al 2004. Un fotogramma che fa da preludio al feroce antiberlusconismo della nuova lady Fini.

Questo: anticamera di Sandro Bondi, nel suo ufficio di via dell'Umiltà, all'epoca sede di Forza Italia. Bondi è il coordinatore del partito (con Fabrizio Cicchitto vice) e Tulliani è la fidanzata di Luciano Gaucci, esplosivo presidente del Perugia calcio. Gaucci e la compagna attendono di essere ricevuti da Bondi. Le elezioni europee sono alle porte e Tulliani ha chiesto e ottenuto un colloquio per avere un posto nella lista forzista dell`Italia centrale.

Bondi accoglie i due, li ascolta, sorride a tratti e poi li congeda. Dice un testimone che ricorda il "fotogramma": «Probabilmente Bondi non disse nemmeno nulla a Berlusconi». Tulliani, infatti, non viene candidata e di lì a poco la sua storia con Gaucci finisce, anche per le peripezie giudiziarie del suo fidanzato, fuggito a Santo Domingo.

La passione tra Fini e Tulliani divampa nel 2007 e diventa subito materia di divisione tra il Cavaliere e il suo delfino. E' il novembre di quell'anno quando Striscia la notizia, su Canale 5, ironizza sulla «nota principessa del foro», sui suoi esordi tv e sulla storia con Gaucci. Fini, che già aspetta una figlia dal suo nuovo amore, s'infuria.

E Mediaset è costretta a un'insolita nota firmata dal presidente Fedele Confalonieri, che prende le distanze dal programma di Antonio Ricci: «La derisione che si trasforma in dileggio non è accettabile nei confronti di scelte sentimentali che non hanno alcuna attinenza con la vita pubblica del paese». Anche Berlusconi interviene: «Ho chiamato Fini per dirmi addolorato per il servizio di Striscia la notizia. Sono cose che non si fanno».

Un'altra crisi viene solo sfiorata nell'estate del 2008. Fini e Tulliani vengono paparazzati su una barca al largo di Porto Ercole in pose a luci semirosse. A pubblicare le foto è Novella 2000, scoop d'esordio della nuova direttrice Candida Morvillo. Ma in giro c'è l'intera sequenza che ha un finale hard e qualcuno la toglie dalla circolazione.

Nel frattempo, dentro An, iniziano i primi mugugni contro la nuova compagna del capo. Amici storici di «Gianfranco», cui è stata sbattuta d'improvviso la porta in faccia, si fanno scappare a mezza bocca: «Lei gli sta facendo terra bruciata attorno. Gianfranco ha litigato quasi con tutti. Le è rimasto solo Donato (il fedelissimo Lamorte, ndr) da eliminare». I vecchi rapporti del leader di An vengono sostituiti dalla «rete familiare» di Tulliani.

Il fratello Giancarlo comincia a farsi vivo a Viale Mazzini. Fiction, documentari, format vari. Costituisce società. Produttori di solida fama, tra cui Angelo Rizzoli, si preoccupano, qualche manager del centrodestra mostra imbarazzo e girano le prime voci, anticipate dal Riformista l'anno scorso.

Il resto è cronaca di questi giorni. La campagna del Giornale di Vittorio Feltri contro il presidente della Camera ritorna sulla questione Rai, tirando in ballo anche la società di produzione di Gabriella Buontempo, moglie del braccio destro di Fini, Italo Bocchino. Lo scoop, però, è di Dagospia che da mesi sbeffeggia il coté "terzista" che va da Montezemolo a Casini passando per Fini: stavolta è una sigla, ATMedia, della mamma di Tulliani, Francesca Frau, a sbarcare a Viale Mazzini.

Contratti milionari con Raidue e Raiuno. Quest'ultima è diretta da Mauro Mazza, finiano doc, che ieri in privato ha consegnato la sua versione sulla produzione di un talk all'interno di Festa Italiana e affidata all'Absolute Television Media di Frau: «Non ne sapevo nulla della "suocera" di Fini. Conosco Roberto Quintini (riconducibile all'ATMedia, ndr) da 23 anni e mi fido di lui. Non ho approfondito la composizione societaria, quando è venuto a parlarmi».

In ogni caso, la «rete familiare» di Elisabetta Tulliani rischia di procurare parecchi fastidi al frondista ribelle del Pdl, come promettono minacciosamente i falchi berlusconiani. E dire che con lei, Fini, nel 2007 ha iniziato una nuova vita (due bimbe e tante passeggiate mano nella mano a Villa Borghese puntualmente riportate sul settimanale Chi di Alfonso Signorini) per liberarsi da un passato pericoloso: dalle inchieste sull'ex portavoce Salvo Sottile a quelle sull'ex moglie Daniela Di Sotto. Senza dimenticare lo scandalo escort di un altro fedelissimo, Checchino Proietti, altro capitolo della feltreide antifiniana. E tre annidi legislatura sono ancora tanti..." 

Sin qui Il Riformista. Ma c'è dlel'altro. "E’ evidente il tentativo di Berlusconi in prima persona di arrivare a una epurazione mia per colpire l’area a me vicina”. Così Italo Bocchino ha spiegato la scelta di dimettersi da vice capogruppo vicario. “Essendoci stata una direttiva personale di Berlusconi - ha aggiunto - ho confermato le mie dimissioni per far comprendere che il nostro è un problema politico e non di posti”.

E’ lo stesso esponente ‘finiano’ a svelare il retroscena. “C’è stata una direttiva di Berlusconi durante Ballarò - ha spiegato ai giornalisti alla Camera - che chiedeva la mia testa. Berlusconi commette un grave errore che è quello di colpire il dissenso, colpire chi è in vista per educarne cento. Ma questo non porterà il partito lontano”.

"Berlusconi è ossessionato da me - aggiunge -. È da almeno un anno che chiede a Fabrizio Cicchitto la mia testa, perchè ritiene che non possa esserci uno non allineato".

"Berlusconi mi ha pure chiamato - prosegue - per dirmi di non andare in televisione. Che un leader chiami un dirigente per dirgli questo, è una cosa che non esiste al mondo. In una telefonata, con toni concitati, mi ha pure detto: ‘Farai i conti con me'".

ATTACCO AL PARTITO - "L’assenza di una vera democrazia si manifesta proprio in questo: un gruppo parlamentare che non ha ancora approvato il suo regolamento né eletto come previsto il direttivo, né dato vita ad un processo democratico interno. Può però dar vita ad un processo sommario, ad una epurazione da parte di chi ritiene di poter disporre all’interno del partito". Lo dice Italo Bocchino, parlando con i giornalisti alla Camera.

"È il segnale che Fini aveva contestato in direzione - ha aggiunto - e ci convince ancora di più di dover portare avanti questa battaglia, senza contestare la leadership di Berlusconi ma per cambiare Pdl per renderlo più democratico valorizzando la pluralità di opinioni".

LASCIA VIA SMS - "Le mie dimissioni sono irrevocabili". Così ha scritto Italo Bocchino in un sms inviato a tutti i colleghi del gruppo Pdl alla Camera. Di conseguenza - come rende noto l'ufficio stampa del gruppo - l’assemblea dei deputati del Pdl per discutere sulla lettera di dimissioni e su quella successiva di ritiro delle stesse del vicepresidente vicario è stata revocata.

IL PRIMO COMMENTO - "Un gesto di responsabilità". Così Fabio Granata, Pdl vicino a Fini, spiega le dimissioni irrevocabili del vicecapogruppo vicario Italo Bocchino, dalla sua carica. "In una Italia in cui nessuno si dimette, da Bocchino è giunto un gesto di responsabilità. È venuto meno il rapporto di fiducia del vicecapogruppo vicario con il suo capogruppo, e sia chiaro però che le dimissioni non sono motivate da un giudizio negativo sull’operato di Bocchino. Ora, visto che c’è una situazione di stand by nel partito dopo la direzione, è giusto che ci sia uno stand by anche nel gruppo. Ma è anche chiaro che non ci debbono essere forzature. Non si pensi di calare dall’alto un altro vicacapogruppo vicario. Da adesso in poi le decisioni nel gruppo si prendono votando".





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Anche Travaglio ha paura dei giudici

Libero





Di Gianluigi Nuzzi

Adesso i corsari del quotidiano il Fatto temono i magistrati, i tribunali, insomma le toghe che hanno sempre sostenuto. Come se i giudici non fossero così saggi e così liberi nelle loro decisioni dal 1992 come proprio le penne del Fatto ripetono da sempre assumendo posizioni che non condividiamo.
La questione, come sempre, è di soldi. Ieri apertura, editoriale e le pagini nobili del quotidiano di Travaglio & C erano tutte dedicate all’azione civile intentata dal presidente del Senato Renato Schifani contro il foglio movimentista. Schifani chiede al il Fatto 720 mila euro di danni per una campagna di articoli sui suoi trascorsi in Sicilia e su presunti contatti che ebbe con personaggi legati a Cosa Nostra. La seconda carica dello Stato ritiene gravemente diffamatori quei servizi e ha presentato denuncia. Che altro doveva fare se non chiedere giustizia ai tribunali? Ma quelli del il Fatto non ci stanno.

Da una parte rivendicano l’assoluta veridicità delle loro ricostruzioni, ci mancherebbe altro. Dall’altra parte, però, ed è quello che sorprende, dicono chiaro e tondo che qualche giudice potrebbe riconoscere le doglianze di Schifani. Ma come, non bisogna fidarsi della magistratura? “Oggi pensiamo che la causa miri più che altro a mettere una spada di Damocle economica sulla testa di un giornale appena nato”.La frase è pretestuosa per diversi motivi. Insomma, se ci fosse certezza granitica del proprio agire e fiducia piena nella magistratura cosa si dovrebbe temere? Peter Gomez e Marco Lillo sono dei giornalisti che non mollano la presa, quando imboccano un filone investigativo cerco sempre di andare più a fondo, quindi non è certo questa la sede per valutare il loro lavoro. Saranno appunto i magistrati a stabilire se Schifani è stato diffamato o meno. Ma questa “spada di Damocle” non capiamo dove penda se non sulla testa di Schifani che si lamenta di aver patito ogni angheria per mezzo stampa.

I giudici pronunceranno sentenza e quelli del il Fatto dovrebbero aver un po’ più fiducia nella magistratura, seguendo la loro tradizionale impostazione che la indica come perno di ogni agire, ogni saggezza, baluardo contro ogni arroganza.
Invece il Fatto quando finisce sotto schiaffo assume un atteggiamento francamente inaspettato. Serve una premessa: per una patita diffamazione mai somma simile è stata risarcita, nemmeno a un magistrato, categoria professionale che incassa storicamente le più rilevanti liquidazioni dai giudici chiamati a pronunciarsi su cause promosse da colleghi. E questo dettaglio a il Fatto lo sanno benissimo ma si dimenticano di dirlo ai lettori. Sanno bene che le richieste risarcitorie così esorbitanti segnano solo la gravità del danno patito secondo il denunciante ma non vengono mai soddisfatte né impressionano i magistrati chiamati a decidere. Ma non è l’unica cosa dimenticata.

I colleghi si scordano anche una prassi consolidata: la causa civile è ormai il tipo di reazione classica a un articolo ritenuto diffamatorio. Gli stessi pubblici ministeri che si sentono offesi non ricorrono più alla denuncia penale. Il motivo? I soldi, come sempre. Il penale stabilisce una pena e delega poi al civile la quantificazione del danno allungando i tempi a dismisura. Meglio allora ricorrere subito al tribunale civile che in un paio d’anni si pronuncia liquidando eventuali somme. Non sappiamo se sia stato questo il ragionamento di Schifani ma loro sono sicuri del contrario, ovvero che il presidente del Senato abbia scelto il civile perché “teme un processo pubblico”. Non conosciamo la fonte di questa notizia ma ne dubitiamo la veridicità: un politico di lungo corso come Schifani ha messo in conto che il Fatto avrebbe amplificato ogni azione di rivalsa rendendo pubblici tutti gli atti di causa. Infatti, l’editoriale ha come inevitabile titolo quel “Scriveremo tutto”, facilmente immaginabile. Insomma, civile o penale conta poco. Eppoi, davvero a il Fatto ritengono che in Italia, nei tribunali bisogna aspettare una denuncia penale per diffamazione per trovare un pubblico ministero che indaghi sull’onestà del presidente del Senato? Evidentemente i loro racconti sull’etica di Schifani non hanno la valenza penale attesa o sperata da alcuni. Per il resto si rassegnino ad aver fiducia nella magistratura, anche quando tocca il loro lavoro, il loro portafoglio.
gianluigi.nuzzi@libero-news.eu

29/04/2010





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Da cassintegrato a ladro "per sfamare moglie e figli"

Il Resto del Carlino

L'uomo, un 50enne residente a Cagli, è uno dei 1.200 operai del gruppo Merloni in cassa integrazione.
Si è trasformato in ladro di borselli lasciati incustoditi in auto da anziani cercatori di asparagi


Ancona, 29 aprile 2010

Era in cassa integrazione da due anni e non sapeva come mantenere la famiglia. Così un operaio dell’Antonio Merloni di Fabriano, I. V., 50 anni, residente a Cagli (Pesaro Urbino),  si è trasformato in un ladro di borselli e portamonete lasciati incustoditi in auto da anziani cercatori di asparagi. Ma gli agenti di polizia stamattina lo hanno colto sul fatto. A loro ha dichiarato: ''L'ho fatto per dar da mangiare a mia moglie e ai miei due figli''.

L'uomo è uno dei 1.200 operai in cassa del gruppo elettrodomestico in amministrazione straordinaria. Una persona normale, incensurata, che da tre mesi era diventato il terrore degli anziani appassionati di raccolta di asparagi selvatici che frequentavano le campagne attorno alla frazione di Cancelli.

Cinque le denunce di furto giunte alla polizia, più altre due per un tentativo di scippo e una rapina mancata: in un paio di casi l’operaio aveva avvicinato la vittima presa di mira per sfilargli il portafoglio dai pantaloni. Uno dei due vecchietti però aveva reagito, c’era stato un parapiglia di spintoni, e alla fine I. V. era scappato. Stamattina alle 7 la svolta.

Gli agenti hanno lasciato un borsello in una vettura con il finestrino semiaperto, si sono nascosti nel verde, e poco dopo hanno sorpreso in azione l’Arsenio Lupin dei pensionati. Nel bagagliaio della sua auto aveva ancora materiale e documenti rubati di cui non si era disfatto. Non gli restava che confessare. Il magistrato di turno ha deciso per la denuncia a piede libero, per furto, tentato furto e tentata rapina.





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Napoli, stipendi gonfiati al Cardarelli 5 indagati, pagate 800 ore di straordinario

Il Mattino

NAPOLI (29 aprile)

Cinque persone risultano indagate nell'ambito di un'inchiesta su stipendi «gonfiati» all'ospedale Cardarelli di Napoli, il più grande del Mezzogiorno. Si tratta di un impiegato del Ced e di quattro infermieri che per mesi, grazie all'intervento dell'impiegato amministrativo, avrebbero percepito stipendi più alti del dovuto grazie all'aggiunta di ore di straordinario. Le indagini sono state avviate dopo una segnalazione del direttore generale dell'ospedale, a sua volta messo in allarme da un dipendente amministrativo. Nell'ambito dell'inchiesta, coordinata dal pm Giancarlo Novelli e delegata ai carabinieri della compagnia Vomero, sono state fatte perquisizioni sia nell'ospedale sia in casa dell'impiegato; sequestrati un computer e alcuni documenti che saranno esaminati nelle prossime settimane. Al momento, il dipendente del Ced è accusato di truffa aggravata e violazione di sistema informatico; la sola truffa è contestata agli altri indagati. Dai primi accertamenti è emerso che ogni mese il Cardarelli pagava agli infermieri circa 800 ore di straordinario mai svolte. Ianniello, secondo l'accusa, alterava i tabulati con le ore di lavoro che arrivavano al Ced dai vari reparti e aumentava gli straordinari in maniera arbitraria. Sono in corso approfondimenti per chiarire se in cambio di ciò abbia ricevuto un compenso dagli infermieri.





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Truffe a nome dell'Ira, presi due inglesi

Corriere della Sera
l'uomo È stato condannato a 8 anni di carcere, la moglie a 3 e mezzo
Dennis e Bianca McGinley chiedevano riscatti a chi aveva prestato dei soldi: hanno accumulato 2,3 milioni di euro


MILANO - Terrorizzavano la gente facendo credere di avere legami con l'IRA (l'Irish Republican Army) e, in questo modo, nel giro di tre anni, una coppia di furfanti inglesi di Taunton, nel Somerset, ha accumulato almeno 2 milioni di sterline (pari a oltre 2,3 milioni di euro), che ha speso perlopiù in caravan e auto di lusso, fra cui Lamborghini, Bentley Continental e Posche 911. Il piano di Dennis e Bianca McGinley era semplice: individuati i potenziali bersagli, in genere persone che avevano prestato del denaro ad altri, li convincevano che potevano riavere i loro soldi in cambio di un pagamento minimo, ma poi il "riscatto" aumentava, fino a raggiungere cifre a cinque zeri. E chi si rifiutava di versare l’obolo, veniva minacciato di possibili rappresaglie, stante il millantato legame dei due con l’organizzazione criminale irlandese.

MINACCE DI MORTE - Il raggiro è finito mercoledì, quando la Corte di Leeds ha condannato i due per truffa, comminando all’uomo 8 anni di carcere e alla moglie 3 anni e mezzo. Ad aggravare la posizione di McGinley, tre ricatti perpetrati ai danni di altrettante ignare vittime. Stando alla ricostruzione del pubblico ministero, Andrew Dallas, il primo a cadere nella rete della coppia sarebbe stato un 71enne dello Staffordshire (identificato come "Mr. A" in tribunale) che, dopo aver prestato 78mila sterline (90mila euro) a tre sconosciuti irlandesi, sarebbe stato avvicinato dai McGinley all’inizio del 2008: questi gli avrebbero detto che il suo denaro era servito a finanziare un giro di droga e che, quindi, era coinvolto nel riciclaggio di soldi sporchi. «Poche settimane dopo, McGinley gli avrebbe raccontato di lavorare per l'IRA - ha spiegato Dallas alla corte - e lo avrebbe anche minacciato di morte, sostenendo di avere una pistola nella sua auto e di essere pronto a usarla». A quel punto, il pensionato si sarebbe convinto a consegnare al truffatore 250mila sterline (quasi 290mila euro) e nello stesso raggiro sarebbe poi caduto anche il figlio, tanto che alla fine i due avrebbero scucito complessivamente oltre 793.800 sterline (ovvero, quasi 915mila euro).

CINQUE VITTIME - Con lo stesso metodo, i McGinley avrebbero fregato un agricoltore che viveva con l’anziana madre nella sua fattoria da 600 acri nel North Yorkshire, portandogli via poco più di 1 milione di sterline (1,15 milioni di euro) in un anno. A detta del procuratore, in totale le vittime sarebbero state cinque, fra cui un 59enne con disturbi della personalità, finito in bancarotta dopo aver perso tutti i suoi averi (81.600 sterline - pari a 94mila euro). «È difficile capire come qualcuno possa perdere un milione di sterline senza contattare la polizia - ha spiegato al Daily Mail l'ispettore Adam Harland della North Yorkshire Police -, ma il timore generato da Dennis McGinley era così autentico da spingere le sue vittime a consegnargli ingenti somme di denaro piuttosto che a chiedere aiuto». Pare che la polizia non sia ancora riuscita a recuperare tutto il denaro coinvolto nella truffa.

Simona Marchetti
29 aprile 2010



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Grillo: «Telecom ha venduto tutto Celebro il funerale della società»

Corriere della Sera
con una fascia a lutto Il comico è intervenuto all'assemblea degli azionisti
«Stimo Bernabè ma doveva denunciare le precedenti gestioni».
L'ad: «Siamo un’azienda sana, viva e vivace»


ROZZANO (Milano) - «Se la Telecom in questi ultimi dieci anni ha venduto quasi tutto, le partecipazioni, gli immobili, addirittura le centrali telefoniche, il debito è rimasto di 34 mld, i ricavi sono scesi, la domanda da ragioniere è: dove sono finiti i soldi?». Alla domanda che pone Beppe Grillo intervenendo all'assemblea degli azionisti Telecom. «Semplice», risponde Grillo, «sono finiti in stock options milionarie, dividendi agli azionisti del salotto buono, che hanno spolpato viva la Telecom». Grillo suggerisce: «fate un'indagine nei confronti del management degli ultimi dieci anni e guardate il loro stato patrimoniale prima e dopo» l'ingresso in Telecom.

BERBABÈ - «Io stimo Bernabè», ha aggiunto il comico e blogger genovese, «ma non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare», ovvero «denunciare Colaninno, Buora, Ruggiero, ecc». Secondo Grillo bisognerebbe fare una legge che stabilisca che non si possono distribuire dividendi se il debito supera il 50% degli utili». Grillo si è presentato con una fascia nera al braccio». «Celebro il funerale della società - ha detto - la più grande società tecnologica del nostro paese ruba il futuro di mio, tuo figlio», quando decide di mettere in vendita gli asset tecnologici, esternalizzandoli in una una scatola (Ssc), che «sarà efficientata e venduta». Insomma, ha detto, «che futuro ha il paese quando Telecom efficienta gli ingegneri?». Secondo Grillo, «Telecom è morta ma si possono ancora espiantare gli organi ancora caldi». e in ogni caso, ha continuato, l'azienda dovrà «essere venduta a Telefonica, lo sappiamo tutti, o qualche gruppo internazionale».

D'ALEMA - Grillo ha quindi puntato l'indice sul «conflitto di interesse» del presidente Gabriele Galateri, che siede nel cda di 4 società. Il comico ha quindi rammentato che al tempo della Sip, quando i boiardi di Stato «rubavano» e quando «Pascale aveva acquistato per il proprio ufficio un Canaletto da un falsario e lo aveva messo in bilancio alla Telecom», l'azienda di tlc aveva un patrimonio immobiliare di 40mila miliardi: immobili, un parco auto e circa 300 partecipazioni in società nel mondo. Il suo debito era irrisorio, attorno a un miliardo di vecchie lire. Telecom è poi stata «disintegrata» dalla politica. «Bernabè non fa un nome - ha asserito Grillo - non menziona D'Alema, Draghi, Ciampi. D'Alema - ha detto Grillo - regalò a Colaninno, Gnutti e altri capitalisti la società, indebitandola con 45-46 miliardi di euro». Grillo ha infine criticato il fatto che l'azienda, pur essendo altamente indebitata, continui a distribuire dividendi. «È come se - ha spiegato - mentre la casa va a fuoco, si utilizzasse l'acqua per farsi la doccia».

«NON C’È NESSUN FUNERALE DA CELEBRARE» - «Non condivido assolutamente la scelta di presentarsi all’assemblea con una fascia per celebrare un funerale, qui non c’è nessun funerale da celebrare perché Telecom è un’azienda sana, viva e vivace e ha tutto il potenziale per tornare uno dei protagonisti».Questa la replica dell’amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè, alle ’accuse’ di Beppe Grillo. Anche Gabriele Galateri, presidente di Telecom Italia, nel prendere la parola dopo che si è conclusa la fase degli interventi dei piccoli azionisti, ha sconfessato Grillo: «Rifiuto categoricamente le affermazioni secondo cui l’azienda è in crisi. «Sentire che l’azienda è in crisi e la fascia funebre al braccio sono estremizzazioni fuori luogo», ha detto, riferendosi indirettamente al look di Beppe Grillo. «La ristrutturazione è necessaria per essere competitivi, per stare sul mercato e questo non vuol dire essere in crisi ma essere un’azienda viva», ha sottolineato Galateri.

Redazione online
29 aprile 2010





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Al G8 cercarono di avvelenare Bush"

La Stampa

Il libro dell’ex first Lady Laura sui retroscena della presidenza



WASHINGTON

Il Vertice 2007 del G8 a Meckleburg, in Germania, è passato alla storia per lo scherzoso massaggio di George W. Bush sulle spalle di Angela Merkel. In realtà, come svela nelle sue memorie in uscita la prossima settimana l’ex First lady Laura Bush, la vera notizia è un’altra. L’allora presidente degli Stati Uniti e parte del suo staff sarebbero stati avvelenati - non si capisce bene in che circostanze - al Vertice in cui l’Italia era rappresentata dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi. La Bush si riferisce al pranzo ufficiale del summit del 7 giugno.

Il mattino dopo, ricorda Laura, il presidente si svegliò con un problema di stomaco e fu costretto ad annullare diversi appuntamenti, compreso l’incontro con l’appena eletto presidente francese Sarkozy. Ora, rivela Laura, non fu solo Bush ma un pò tutta la delegazione statunitense ad avere problemi e i servizi segreti Usa furono chiamati a investigare anche se i dottori opeativi al G8 furono concordi nel sostenere la tesi che il malore era provocato da «Un virus intestinale». E la Bush scrive: «Non abbiamo mai saputo se vi furono problemi anche per altre delegazioni o se solo la nostra, misteriosamente, sia stata colpita».

Intanto, mentre escono le prime anticipazioni sul libro di Laura, Spoken From the Heart (Dal profondo del cuore), si torna a parlare dell’ipotesi di un terzo Bush in corsa per la Casa Bianca, dopo George padre e George W. Il possibile candidato, che viene considerato tra i più bravi e competenti in seno al partito repubblicano all’ opposizione, è l’ex governatore della Florida Jeb Bush, che ha lasciato la politica una volta scaduto il suo mandato a Talahassee. «Se il suo cognome fosse un altro...»: secondo il quotidiano online The Politico questa è la frase che i principali leader repubblicani pronunciano privatamente quando si parla delle candidature per le presidenziali del 2012 e in particolare dell’ipotesi Jeb. Le memorie di Laura sono in uscita il 4 maggio, ma il New York Times è riuscito ad acquistarne una copia in anticipo.

Secondo l’ex first lady suo marito ed alcune persone del suo entourage si sono misteriosamente sentiti male al vertice tedesco del G8, ma dopo un’inchiesta il Secret Service incaricato di proteggere l’inquilino della Casa Bianca ha concluso che la causa dell’avvelenamento era soltanto un virus. «Non abbiamo mai saputo se altre delegazioni sono state male - scrive la Bush - o se è stata soltanto la nostra, misteriosamente, l’unica ad essere colpita».

Nel libro, oltre a difendere l’operato del marito durante l’uragano Katrina che praticamente distrusse New Orleans in Lousiana nel 2005, Laura ricorda il dramma che le cambiò la vita e le fece perdere la fede per diversi anni: nel 1963, all’età di 17 anni, la giovane Laura aveva provocato un incidente d’auto nel quale era morto un suo amico studente.



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Bisogna lasciare che Atene fallisca

di Francesco Forte

I titoli greci sono stati degradati a spazzatura, mentre quelli del Portogallo passano da A+ ad A-. Il debito portoghese è solo il 77% del Pil, il livello della Francia. Però questo Stato è poco solvibile perché ha un elevato debito di famiglie e imprese, che portano il debito totale al 240% del Pil. E ha anche un buco nella bilancia con l’estero. Molto del suo debito è nei portafogli di banche straniere e queste temono che il governo di Lisbona non sia in grado di rimborsare i prestiti che verranno a scadenza. La Germania com’è noto, subordina il suo aiuto ad Atene a condizioni molto dure, che la Grecia, patria di mercanti, ha cercato sin qui di attenuare perdendo tempo. C'è chi dice che se «cade la Grecia», va in crisi l’euro nel suo complesso. E invoca un rapido salvataggio europeo di Atene.

Ma si tratta di una tesi sbagliata, che viene sfruttata abilmente sia dai greci sia dalle banche tedesche e francesi che sono piene di titoli del debito ellenico. Il salvataggio della Grecia, a spese del complesso dei Paesi di Eurolandia, in realtà è un ennesimo soccorso alle grandi banche che in Europa e fuori hanno comperato il debito di Atene. Ma non c’è una ragione per cui la Grecia, posto che non sia in grado di onorare il suo debito, debba uscire dall’euro.
Essa ha firmato un impegno irreversibile a stare nell’euro e non ne può uscire. Non esiste, poi, l’espulsione dall’area dell’euro. E non è scritto, né nel Trattato di Maastricht né in altre leggi di grado costituzionale a esso paragonabili, che uno Stato che è nell’area euro non possa fallire. Quando l’Italia aveva la lira, e il Comune di Napoli era pieno di debiti che non riusciva a pagare, esso avrebbe dovuto fallire. Non esiste una legge che dica che i Comuni che si indebitano non possano fallire. Il governo italiano, però, per ragioni sociali, decise di ripianare quei debiti. Le banche che avevano prestato i soldi a Napoli si fregarono le mani e il Comune, in seguito, ha fatto altri debiti.

La Germania non vuole fare con la Grecia l’errore che noi abbiamo fatto con Napoli e altri Comuni e con i debiti sanitari delle Regioni. Che sono stati regolarmente ripianati dallo Stato, un anno dopo l’altro. Se lo Stato italiano non avesse ripianato tutti questi debiti, ora il governo generale del nostro Paese, comprensivo del governo statale e dei governi regionali e locali, avrebbe un debito pubblico inferiore all’80% del Pil, non un debito che viaggia verso il 115. Infatti, lo Stato avrebbe meno debiti perché non si sarebbe assunto quelli degli altri. Inoltre le Regioni e gli enti locali italiani non avrebbero fatto tutti i debiti che, via via, hanno fatto, perché le banche non avrebbero rischiato di dar loro molto credito, non potendo contare sull’intervento statale.
Ora la Grecia chiede l’aiuto del Fmi, che può aumentare l’intervento. Poi, se passerà gli esami del Fmi, Atene avrà il sostegno europeo. Oppure fallirà. Il Portogallo dovrà sforzarsi di essere credibile, perché è escluso che l’Ue possa chiedere che i Paesi membri lancino un salvagente a Lisbona per 30 miliardi, come per la Grecia. Ciò comporterebbe per la Germania un nuovo prestito di 8,5 miliardi, per la Francia da 6,5 e per l’Italia da 5,5.

Inoltre, se il salvataggio greco andasse in porto, sapendolo il giorno prima, le banche internazionali che ora speculano al ribasso, inizierebbero operazioni a termine al rialzo sui derivati, cioè i differenziali di quotazioni dei titoli. E ciò, salvo puntare di più al ribasso sul Portogallo, lasciato solo. Se noi lo aiutassimo, poi sarebbe la volta della Spagna e dell’Italia. Nessuno avrebbe i mezzi per aiutarci. In questo scenario, dobbiamo aiutarci da soli. L’euro non è «un pasto gratis» o con lo sconto, come aveva fatto credere Romano Prodi. La burrasca sta montando e bisogna guidare la nave in modo fermo. Perciò non è tempo di liti nel governo. Sarebbe meglio avere, come in Francia, una Repubblica presidenziale o, come in Germania, un premier con grandi poteri. Ma abbiamo un sistema parlamentare per sua natura scarsamente compatibile con l’euro. Lombardo dovrà scordarsi il partito del Sud e Fini guardarsi dal favorirlo. Anche Calderoli deve essere cauto con le modifiche tributarie per quanto bene intenzionate. E Carlo De Benedetti dovrà rinunciare a proporre una patrimoniale, che potrebbe cadere anche sul debito pubblico e alla riduzione choc delle imposte sul lavoro. Sono possibili solo limature. Non c’è trippa per i gatti. Questo è l’avviso per tutti.



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Sevizie e abusi su minori: arrestato il gallerista Francesco Tadini

Corriere della Sera

Lui: «quelle immagini mi servivano per le mie ricerche artistiche sull'abiezione»
Il figlio del pittore Emilio accusato di rapporti con una 16enne e detenzione di materiale pedopornografico


MILANO

Francesco Tadini, noto gallerista milanese 50 enne, responsabile dello Spazio Tadini e figlio del pittore Emilio Tadini, è stato arrestato con l'accusa di avere avuto rapporti sessuali con una minorenne in cambio di denaro e di detenere un ingente quantità di materiale pedopornografico, foto e video, tra cui anche immagini di bambini seviziati, torturati, legati con funi e costretti ad atti sadici . Il 17 febbraio scorso Tadini era stato interrogato per oltre due ore in Procura, a Milano, perché indagato con l'accusa di favoreggiamento della prostituzione minorile nell'ambito di un'inchiesta del pubblico ministero Antonio Sangermano sullo sfruttamento di giovani ragazze straniere. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, il gallerista avrebbe avuto rapporti con prostitute minorenni e, a suo carico, ci sarebbero anche alcune intercettazioni telefoniche che dimostrerebbero la sua volontà di avere incontri con bambine.

LA PERQUISIZIONE - Le immagini trovate durante una perquisizione nei supporti informatici di Tadini ritraggono anche bambini di meno di 10 anni sottoposti a torture e sevizie a sfondo sessuale. Il gallerista, arrestato su un ordine di custodia cautelare in carcere firmato dal Gip Michaela Curami su richiesta del Pm Antonio Sangermano, si sarebbe giustificato di fronte ai magistrati e agli investigatori sostenendo che il materiale trovato era custodito «per indagare artisticamente l’abiezione umana».

LE BANDE DEGLI SFRUTTATORI - Tadini era indagato dal gennaio scorso nell’ambito di un’inchiesta su due bande costituite, una da cittadini albanesi e l’altra da cittadini romeni, accusati di sfruttamento della prostituzione. Tra il gennaio e il febbraio scorso le indagini avevano portato all’esecuzione di quattro diverse ordinanze, che avevano consentito alla polizia di arrestare una ventina di persone.

«UNA BAMBINA DI 3 ANNI» - Secondo quanto è possibile apprendere, Tadini avrebbe allora contattato per telefono la banda di romeni per chiedere una prestazione sessuale con una 16enne e contatti sessuali con bambine di 3 e 10 anni. La prima richiesta era stata accontentata in cambio di 500 euro, mentre la seconda no perché la banda non aveva bambine così piccole a disposizione. A carico dell'uomo ci sarebbero numerose intercettazioni telefoniche. All’inizio dello scorso febbraio, grazie a un decreto di perquisizione, gli agenti della Mobile avevano condotto una perquisizione presso gli spazi a disposizione del gallerista, scoprendo un’enorme mole di materiale pedopornografico: 14.0028 file visibili direttamente, 424 file compressi, 4 video compressi, 46 video immediatamente consultabili e 34 file protetti da password. Il gallerista è stato recluso nel carcere di San Vittore a Milano.

Redazione online
29 aprile 2010

Interrogato per due ore il figlio di Tadini (18 febbraio 2010)




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Non lo pagano, fa lo sciopero della fame «Dormo nel cortile dell’azienda debitrice»

Corriere del Veneto

Piccolo imprenditore protesta per onorare gli stipendi.
Il trevigiano Matteo Portalupi vanta crediti anche dalla Provincia


VENEZIA — Fa lo sciopero della fame perchè il cliente non lo paga e lui non riesce a versare contributi e stipendi ai suoi quattro dipendenti, che avanzano 14 mila euro. Matteo Portalupi, trevigiano di 36 anni e proprietario della «Gobbo Servizi » di Badoere (trasporto pubblico locale), da lunedì «fa picchetto » nel cortile della «Brusutti srl» di Tessera, che gli deve 9 mila euro, su un totale di 16.571. La prima tranche, di 7571 euro, l’ha ottenuta martedì, a 24 ore dalla protesta. La srl veneziana sta a sua volta aspettando di essere saldata dalle Ferrovie dello Stato proprio per il servizio erogato attraverso la «Gobbo Servizi», cioè il trasporto di macchinisti, controllori e altro personale dei treni dalle stazioni di Mestre e Venezia Santa Lucia al deposito locomotori di Marghera. In più aspetta 70 mila euro dalla Provincia, deputata a pagare le aziende di trasporto pubblico locale con i fondi corrisposti dalla Regione ma non ancora ricevuti. Insomma una catena che, soprattutto con la crisi, soffoca i piccoli.

«Non tocco cibo da lunedì— racconta Portalupi—e rimarrò nel cortile della Brusutti fino a saldo avvenuto. La prima notte l’ho trascorsa in un pullmino navetta, ma si sono lamentati, perciò ora dormo in auto. Avanzo 16.571 euro per il periodo ottobre 2009/febbraio 2010 e altri 15 mila dalla gestione precedente, che però l’attuale non riconosce. I vertici della srl dicono che non mi versano il dovuto perchè non hanno ancora incassato dalle Ferrovie dello Stato, ma io il rapporto di lavoro ce l’ho con loro e gli accordi vanno rispettati». Non è tutto. Portalupi sostiene di essere creditore di altri 115 mila euro dalla Provincia di Treviso, da lui anticipati per l’attività dei primi cinque mesi dell’anno. «Un sacrificio non indifferente— rivela—ormai le banche non ci sostengono. E poi noi privati prendiamo 1,031 euro al chilometro, cui va sottratto il 10% di Iva, mentre i vettori pubblici guadagnano il 20% in più e possono contare sui fondi statali, perciò soffrono meno. E infatti in Veneto il 90% del servizio è in mano ad aziende pubbliche, capaci comunque di intentare una causa da 30 milioni di euro alla Regione perchè dal 1996 i contratti non sono stati adeguati all’inflazione programmata. La seconda udienza, al Tar, è prevista per maggio, ma in altre parti d’Italia per lo stesso contenzioso il Consiglio di Stato si è espresso a favore dei ricorrenti e le giunte senza liquidità hanno saldato in... pullman. Sono felice di aver scoperchiato un pentolone in ebollizione: proseguirò la protesta a Palazzo Ferro Fini».

Intanto i suoi dipendenti continuano a lavorare, coprendo le corse da Zero Branco a Castelfranco. «Sanno che farò di tutto per versare i loro compensi — assicura il trevigiano —. E’ una responsabilità che sento molto, siamo un’azienda piccola, una famiglia. L’anno scorso per corrispondere le buste paga agli autisti non ho pagato il riscaldamento di casa e ho trascorso l’inverno con una temperatura di 8 gradi. Ho i reni compromessi dalla nefrite, sto rischiando molto, ma in gioco c’è tanto e poi sono stanco di sentire tutte le baggianate che racconta chi non rispetta le scadenze, nascondendosi dietro un gioco di scatole cinesi. Che almeno certa gente si assuma le proprie responsabilità». Tiene duro, Portalupi, sorretto dal Consorzio «Attiva Scarl», di cui fa parte e che comunica: «La sua vicenda riflette la situazione di tutti noi, piccoli imprenditori privati che operiamo nei servizi di pubblica utilità e che, specie in questa prima parte dell’anno, rileviamo un ritardo crescente nei pagamenti per i servizi svolti. Questi ritardi da parte delle Regioni provo cano una crescente tensione finanziaria e inevitabili difficoltà gestionali». Una rivolta che irrita Valter Varotto, proprietario del 66,5% delle azioni della Brusutti: «Sono polemiche di bassa lega, verseremo la seconda rata quando a nostra volta incasseremo dalle Ferrovie dello Stato, cioè tra qualche giorno. Rientra nei normali rapporti tra clienti e fornitori: paghiamo a 90 giorni e nessuno, prima d’ora, si era mai lamentato. Se Portalupi ha problemi di liquidità, non possiamo fargli da banca. Se vorrà continuare a lavorare con noi e non creerà altri problemi ben venga, altrimenti ci rivolgeremo altrove».

Per la Provincia di Treviso parla invece il presidente, Leonardo Muraro: «Gli abbiamo pagato il 2009, per il 2010 avanza poco più di 70 mila euro, compresi gli adeguamenti contrattuali, non 115 mila. I contratti di trasporto pubblico locale sono scaduti il 31 dicembre 2009 e la Regione doveva indire le gare per assegnare le nuove concessioni, ma è andata in proroga fino al marzo 2010. Il mese scorso ha approvato la delibera che prolunga le concessioni fino al 31 dicembre 2010, sbloccando così la situazione. In attesa dei fondi da Palazzo Balbi stiamo rinnovando i contratti ai concessionari per tutto il 2010 e a quelli con la documentazione in regola pagheremo i primi quattro mesi dell’anno. Appena Portalupi ci porterà le carte, se risulteranno a posto, in 15 giorni sarà saldato ». Quanto alle responsabilità della Regione, annuncia il governatore Luca Zaia: «Sarà mia cura condurre un’attenta verifica sul caso, nell’interesse di tutti ».

Michela Nicolussi Moro
29 aprile 2010



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Soldi in nero con 80 assegni per l’immobile di Scajola»

Tracce dei conti esteri intestati ai funzionari pubblici, ricostruito il percorso del denaro


ROMA - I pubblici ministeri di Perugia rilanciano e svelano le nuove carte. Il ricorso contro l’ordinanza del giudice che ha respinto la richiesta di arresto del commercialista Stefano Gazzani, dell’architetto Angelo Zampolini e del commissario dei Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi — indagati per aver partecipato alle attività di corruzione e riciclaggio nella gestione degli appalti per i Grandi eventi — elenca i riscontri alle accuse. Individua la traccia dei conti esteri intestati ai funzionari pubblici. Ricostruisce il percorso dei soldi utilizzati dal costruttore Diego Anemone per acquistare, tra il 2004 e il 2006, gli appartamenti poi intestati all’attuale ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola e al generale della Guardia di finanza Francesco Pittorru, al quale l’imprenditore chiedeva di tenerlo aggiornato sullo sviluppo delle inchieste avviate sul suo conto. 

E così contesta la decisione secondo cui non è competente la Procura di Perugia: «Tutti i reati di cui si discute appaiono di competenza di questa autorità giudiziaria per la loro connessione con il reato associativo del quale è concorrente esterno anche il magistrato Achille Toro», il cui coinvolgimento aveva determinato il trasferimento in Umbria dell’inchiesta avviata due anni fa a Firenze. In particolare i magistrati ritengono che i tre siano inseriti in quella «cricca » di cui fanno parte l’ex provveditore alle Opere pubbliche Angelo Balducci, il suo successore Fabio De Santis, il funzionario delegato alla gestione del G8 a La Maddalena Mauro Della Giovampaola e lo stesso Anemone, che sarebbe riuscito ad accaparrarsi la fetta più grossa dei lavori. E per questo chiedono ai giudici del Riesame, che decideranno l’11 maggio, di riconoscere la loro titolarità a proseguire le indagini e disporre la cattura degli indagati.

Le ammissioni dell’architetto
Zampolini, interrogato la scorsa settimana, ha confermato il passaggio dei soldi transitati sul suo conto che era già stato ricostruito nei dettagli dalla Guardia di finanza, specificando di aver ricevuto da Anemone il denaro. Ma ha detto di non conoscere per quale motivo fossero stati acquistati immobili poi intestati al politico di Forza Italia e all’ufficiale delle Fiamme gialle in servizio presso l’Aisi, il servizio segreto civile. Del trasferimento delle somme all’estero destinate ad Angelo Balducci e Rinaldi si sarebbe invece occupato Gazzani.

I pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi accusano i due funzionari di aver «autorizzato i lavori di implementazione del Salaria Sport Village di proprietà dello stesso Anemone e di Filippo Balducci (figlio del funzionario, ndr) abusando dei poteri connessi alla loro carica, in violazione della legge che gli stessi poteri prevedeva e a favore della società che ne traeva un indebito risparmio quantificato in 9 milioni di euro. Atto in relazione al quale ricevevano dalla parte privata la corresponsione di denaro per una somma allo stato non determinata che veniva girata in conti esteri intestati ai pubblici ufficiali». In particolare Rinaldi avrebbe ricevuto soldi su un conto aperto a San Marino, ma il suo avvocato Titta Madia spiega di aver «già depositato una memoria che dimostra come quei soldi, depositati da sua madre, non fossero affatto destinati a lui».

Le case regalate
La prima operazione per l’acquisto di un immobile risale al 6 luglio 2004. I magistrati l’hanno ricostruita nei dettagli. Quel giorno «Zampolini versa 900 mila euro in contanti su un conto dell’agenzia 582 della Deutsche Bank di Roma». Subito dopo «ottiene l’emissione di 80 assegni circolari all’ordine di Barbara e Beatrice Papa per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Claudio Scajola di un immobile intestato al suddetto». Accusano i pubblici ministeri: «In questo modo trasferiva denaro e compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della loro provenienza da delitti contro la pubblica amministrazione».

Secondo le verifiche compiute dalla Guardia di finanza la casa sarebbe costata circa un milione e mezzo di euro e la somma gestita dall’architetto sarebbe stata versata «in nero». L’indagine mira adesso a verificare per quale motivo Anemone abbia deciso di comprare un appartamento di prestigio per Scajola, all’epoca ministro dell’Attuazione del programma, dopo essere stato ministro dell’Interno fino al 2 luglio 2002 quando si era dimesso dopo la pubblicazione di sue frasi offensive nei confronti di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato a Bologna dalle Brigate rosse.

Ma Guardia di finanza e carabinieri del Ros devono verificare se il passaggio dei soldi possa essere legato proprio agli appalti che lo stesso Anemone aveva ottenuto dal Viminale. Il ministro Scajola si dice «disgustato per la violazione del segreto istruttorio». Lo stesso meccanismo per il trasferimento del denaro Zampolini lo aveva già utilizzato il 2 aprile 2004. In quel caso l’architetto aveva «versato 285 mila euro in contanti presso la stesso istituto di credito e ottenuto l’emissione di 29 assegni circolari all’ordine di Monica Urbani per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Francesco Pittorru da destinare a Claudia Pittorru, figlia del suddetto». Anche due anni dopo, esattamente l’8 giugno 2006, Zampolini si occupa di un acquisto per conto del generale. Infatti «versa 520 mila euro sul conto corrente e ottiene assegni circolari all’ordine di Rosa e Daniela Arcangeletti, Rosa Anna e Nello Ruspicioni per l’acquisto di un immobile intestato allo stesso Pittorru e alla moglie Anna Maria Zisi».

Il finanziamento dei film
Nel registro degli indagati di Perugia è finito anche Lorenzo Balducci, il figlio attore del provveditore alle Opere pubbliche, per alcuni affari gestiti con Gazzani. Reato contestato: riciclaggio. In particolare il commercialista è accusato di aver «fatto versare denaro in contanti pari a un milione e duecentomila euro dal cognato Achille Silvagni intestato alla società "Stefano Gazzani Communications srl" di cui Silvagni è amministratore unico e facendo poi emettere assegni per un totale di un milione e centomila euro intestati alla Blu International.

Compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della loro provenienza da delitti contro la pubblica amministrazione poiché destinatario finale della somma appare essere stato Lorenzo Balducci che la Blu International aveva contrattualizzato per il film Uccidimi, opera mai realizzata». Proprio al giovane, l’architetto Zampolini avrebbe provveduto a intestare un appartamento acquistato nel 2004. Si legge nel capo di imputazione: «Versava sul proprio conto corrente della Deutsche Bank agenzia 582 denaro contante per 435 mila euro che nei giorni successivi permetteva l’emissione di assegni all’ordine di Manfredi Geraldini per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Angelo Balducci di un immobile intestato a Lorenzo Balducci».

Le false fatture
Tra i destinatari di soldi gestiti dal commercialista ci sono altri pubblici ufficiali, tra cui Della Giovampaola. I magistrati contestano al professionista «di aver emesso nel corso dell’anno 2009, in concorso con Michele D’Amelio legale rappresentante della società "Mi.Da", fatture relative a operazioni inesistenti in favore di Della Giovampaola, Caterina Pofi, Valerio Sant’Andrea per un importo complessivo di 1 milione e 120 mila euro». Le fatture avevano come oggetto collaborazione professionale prestata con riferimento ai lavori realizzati nell’ambito delle opere realizzate per il G8 a La Maddalena, emesse al solo fine di documentare costi inesistenti per abbattere il reddito imponibile degli utilizzatori. Di fatto tutti hanno agito su consiglio e istigazione di Gazzani in qualità di commercialista, che procacciava la società nel cui nome emettere le fatture false e che provvedeva alla gestione del fittizio pagamento degli importi fatturati, che in realtà venivano restituiti ai soggetti utilizzatori, decurtati dall’Iva ». Di questi soldi le fatture per Della Giovampaola sono tre, ognuna per un imponibile di 250 mila euro e dunque per un totale di 750 mila euro.

Fiorenza Sarzanini
29 aprile 2010




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Renato Vallanzasca sale in cattedra Ira del sindacato di polizia

Quotidianonet

Condannato a 4 ergastoli per 260 anni di reclusione ha parlato a degli studenti.
Franco Maccari, segretario generale del Coisp: "Permettergli di dare lezioni di vita ci sembra come minimo discutibile al punto di diventare disgustoso”

Roma, 29 aprile 2010

“Non è mostrando gli esempi negativi della società che si insegnerà ai ragazzi che ci sono cose che non si possono e non si devono fare. Cosa dobbiamo fare? Aspettare che qualcuno chieda a Totò Riina di spiegare nelle università quali sono i codici della mafia, o augurarci che Bernardo Provenzano ci aiuti a interpretare i suoi "pizzini"?” - E' veemente e contrariata la reazione di Franco Maccari, segretario generale del Coisp - il sindacato indipendente di polizia - alla notizia che Renato Vallanzasca, condannato a 4 ergastoli per complessivi 260 anni di reclusione, abbia parlato a degli studenti.

“Crediamo nella giustizia e abbiamo rispetto delle decisioni assunte dalla magistratura, - dice il leader del Coisp - ma permettere a un uomo che si è macchiato di orrendi delitti, senza per altro mai pentirsi, di dare lezioni di vita ci sembra come minimo discutibile al punto di diventare disgustoso”.

“La giustizia degli uomini ha già emesso la sua sentenza nei confronti di Vallanzasca - conclude Franco Maccari - quella divina si compirà a tempo debito, a noi, in quanto rappresentanti delle forze dell’ordine interessa che non si trasmetta il mito del falso eroe. Gli eroi veri sono i nostri uomini e le nostre donne, tutti quelli che ogni giorno scendono in strada proprio per  garantire che i nostri figli possano crescere nel massimo della libertà e con la certezza che un giorno non debbano temere di camminare nelle città perché un delinquente come Vallanzasca decide di seminare terrore e morte”.





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Coop, arrivano le “pagelle” per i dipendenti

Il Secolo xix

Se la Coop sei tu, chi può darti di più (sulla pagella)? Potrebbe essere la domanda che si stanno facendo molti dipendenti degli ipermercati liguri gestiti dalle cooperative. Quelli che hanno ricevuto le schede personali, una nuova modalità di valutazione applicata dalla Coop nel corso degli ultimi tre mesi. La novità ha un nome da glasnost: Ppvc, sigla che sta per “Piano permanente di valutazione competenza” il che si traduce in un foglio, compilato dai capireparto, su cui vengono annotati una volta l’anno quattro parametri con un voto corrispondente. Da “non adeguato” a “eccellente” passando per “adeguato”, “buono”, “ottimo”. I quattro parametri sono a loro volta composti da altre voci «concrete e verificabili che riguardano solo ed esclusivamente il modo di lavorare e non la persona», spiega Maurizio Fasce, responsabile delle risorse umane degli ipermercati liguri.



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La Dia: donne emergenti a capo dei clan Decidono anche sulle esecuzioni dei rivali

Il Mattino

NAPOLI (29 aprile) - Sempre più spesso al centro di episodi di criminalità organizzata ci sono le donne. La relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia evidenzia una sorta di «onda rosa» criminale, in clan decimati dagli arresti e dagli omicidi.

Ma non è solo un fenomeno di «sostituzione»: «Il ruolo femminile - si legge nel dossier - emerge chiaramente in quanto le donne evidenziano una forte influenza all’interno delle organizzazioni». Dotate di capacità imprenditoriali, di carisma ma anche di spietatezza e sangue freddo, le donne boss sono decisive anche nello stabilire le esecuzioni di esponenti dei clan rivali.

Tra gli altri dati emersi dalla relazione, una situazione stazionaria rigurdo al numero dei gruppi criminali attivi a Napoli, in provincia e nella regione, con 35 cosche cittadine e 5 gruppi «minori». nella città di Napoli. Quarantuno i clan operanti in provincia più 14 «minori».








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Schiaffi e spintoni ai bimbi dell'asilo Arrestata una maestra nel Catanese

Corriere della Sera

La donna scoperta grazie a telecamere nascoste nell'aula. Le indagini avviate dopo le denunce dei genitori

Insegnante 40enne in manette a Militello in Val di Catania

Schiaffi e spintoni ai bimbi dell'asilo
Arrestata una maestra nel Catanese


MILITELLO (Catania) - Un'insegnante d'asilo quarantenne di Militello in Val di Catania è stata arrestata in flagranza di reato da carabinieri della compagnia di Palagonia per maltrattamenti su bambini della sua classe. Le indagini erano state avviate nel marzo scorso dopo le denunce di alcuni genitori che si erano recati in caserma dopo avere appreso dai figli cosa accadeva in classe. Gli investigatori hanno "piazzato" delle telecamere nascoste nell'aula e hanno ripreso l'atteggiamento aggressivo della maestra d'asilo che, secondo l'accusa, prendeva a schiaffi e spintonava a i suoi alunni, che a volte trascinava tirandoli per i capelli, senza nessun apparente motivo scatenante. La violenza mostrata dalle immagini ha convinto i carabinieri a intervenire e a eseguire l'arresto della maestra d'asilo su disposizione del procuratore capo di Caltagirone, Francesco Paolo Giordano.

«MASSIMA CAUTELA» - L'insegnante è stata bloccata dai carabinieri della compagnia di Palagonia mercoledì mentre era a scuola, ma la notizia si è appresa ora. I militari sarebbero intervenuti per la «ritualità della condotta» dell'indagata: la sua aula era da una ventina di giorni sotto osservazione da parte dei militari dell'Arma che, all'insaputa di tutti, avevano piazzato delle telecamere e dei microfoni. Alla maestra, su disposizione del procuratore capo di Caltagirone, Francesco Paolo Giordano, e del sostituto Sabrina Gambino, sono stati concessi gli arresti domiciliari. Nei prossimi giorni si terrà l'interrogatorio di garanzia da parte del Gip. Le indagini erano state avviate le denunce presentate dai genitori di 7-8 alunni dell'insegnante ai carabinieri della compagnia di Palagonia. «Massima cautela e mantenimento del diritto della privacy, sopratutto per i minorenni»: questo l'invito ai giornalisti del procuratore capo di Caltagirone, Francesco Paolo Giordano. «Questa vicenda - ha detto il magistrato - è molto delicata e va trattata con la massima attenzione perchè ci sono persone da tutelare, soprattutto le presunti parte offese che sono dei bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni». (Fonte Ansa)


29 aprile 2010





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L'autonomia del Trentino modello di convivenza

La Stampa

Un esempio per l'Europa minacciata sempre più dalle tensioni etniche
PAOLO MASTROLILLI
INNSBRUCK

Per oltre mezzo secolo è stata un problema, una fonte di tensioni, una scusa per atti di violenza: ora, invece, l’autonomia del Trentino - Alto Adige sta diventando un modello da esportazione. Una specie di orgoglio nazionale, che l’Italia può offrire come esempio di convivenza pacifica al resto dell’Europa, minacciata sempre più dalle tensioni etniche. E la cosa più singolare è che questo interesse, questo riconoscimento per la lungimiranza con cui De Gasperi e Gruber risolsero un conflitto secolare, viene anche dall’altro lato del confine, cioè da quell’Austria che a lungo avevamo identificato come il nemico. La vicenda è nota. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il premier e ministro degli Esteri italiano Alcide De Gasperi decise insieme al collega austriaco Karl Gruber di mettere mano al contenzioso che separava i due paesi dal conflitto del 1915-18. Il 5 settembre del 1946 i due statisti firmarono a Parigi l’accordo che porta i loro nomi.

L’intesa lasciava l’Alto Adige all’Italia, in cambio di precise garanzie sull’autonomia della regione e sulla tutela della minoranza di lingua tedesca. In realtà quella non era la fine della disputa, ma l’inizio di un processo ancora in corso. Negli anni Sessanta, infatti, sarebbe seguita una revisione dell’accordo tramite l’introduzione del “Pacchetto”, che trasferiva molte competenze amministrative e legislative dalla regione alle due province autonome di Trento e Bolzano. Ma le limature dell’intesa continuano ancora oggi, tanto che solo pochi giorni fa il Consiglio dei ministri italiano ha approvato una revisione delle modalità per conferire l’attestato di bilinguismo, cioè il “patentino”necessario per partecipare ai concorsi pubblici nella provincia di Bolzano.

Il percorso dell’autonomia non è stato solo lungo, ma anche accidentato. Alcune frange della popolazione non hanno mai accettato che l’Alto Adige restasse terra italiana, e in molti casi la reazione è stata violenta. Soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, gli attentati erano quasi all’ordine del giorno: terrorismo, secondo gli italiani; guerra di liberazione, secondo gli estremisti dello scontento. Oltre mezzo secolo dopo, la tensione non è ancora scomparsa del tutto. Basti pensare a movimenti come quello di Eva Klotz, che chiedono sempre il ritorno all’Austria. La maggioranza della popolazione, però, ha accettato l’idea della convivenza pacifica. Le chiavi di questo risultato sono state le concessioni politiche, linguistiche e culturali fatte alla minoranza tedesca, ma l’elemento decisivo è stato senza dubbio l’aiuto economico garantito da Roma a Bolzano.

La provincia autonoma, ad esempio, riceve indietro quasi tutti i soldi che raccoglie attraverso il fisco, offrendo ai suoi abitanti dei vantaggi che difficilmente riceverebbero in Austria. Naturalmente il processo non è ancora terminato e la storia potrebbe sempre riservare sorprese, soprattutto in un periodo di crisi economica e discussioni accese sul federalismo, come quello che stiamo vivendo. Un banco di prova ci sarà già domenica 16 maggio, quando Bolzano andrà alle urne per le comunali. Il sindaco uscente, Luigi Spagnolli, sarà sostenuto da otto liste: Pd, Svp, Verdi, Radicali, Rifondazione, Italia dei Valori, Sel e Partito socialista. Lo sfidante, Robert Oberrauch, si appoggerà a Pdl, Unitalia, Lega Nord, Forza Bolzano e Democrazia cristiana per Oberrauch. Le somme tirate finora, però, sono positive, al punto che l’autonomia del Trentino – Alto Adige viene indicata all’Europa come un modello. Uno studio interessante in questo senso lo avevano prodotto già nel 1996 le università di Trento e Innsbruck.

Nel pieno della guerra che insanguinava la ex Jugoslavia, Stephen Böckler e Rita Grisenti si erano chiesti se il modello del Sud Tirolo fosse applicabile alle minoranze dell’area danubiana. In particolare lo avevano confrontato con la situazione del gruppo etnico albanese in Macedonia e Kossovo, con quella dei musulmani nel Sandjak, degli ungheresi in Vojvodina e Slovacchia, e dei vari gruppi presenti in Bosnia – Erzegovina. Gli studiosi di Innsbruck e Trento erano giunti alla conclusione che tutti i progetti di convivenza pacifica sono “unici”, e quello del Trentino – Alto Adige godeva di un alto livello di stabilità politica che favoriva la mediazione meglio di altre situazioni.

Però lo avevano elogiato come un sistema innovativo, capace di mettere lo strumento del compromesso davanti alle tradizionali rigidità nazionalistiche. Una lavoro simile era stato realizzato anche nel 2000 alla Columbia University di New York, dove J. Woelk aveva pubblicato il saggio “The case of South Tyrol: lessons for Conflict Resolution?”. L’anno scorso, poi, ci è tornata su Nicoletta Di Sotto, scrivendo per la rivista “Le istituzioni del Federalismo” uno studio intitolato “La provincia autonoma di Bolzano: un modello europeo?”.

Le condizioni politiche e la stabilità economica sono state fondamentali per il successo del processo avviato da de Gasperi e Gruber, ma l’autrice è convinta che la vera chiave sia un’altra: “Quello che rende la Provincia autonoma di Bolzano un modello positivo di convivenza pacifica (sebbene nel passato si sono succeduti episodi di violenza con diversi attentati terroristici) è innanzitutto il fatto che si è giunti ad una autonomia concordata e il fatto che vi sia un sentimento diffuso (nella comunità politica ed in quella civile) di rispetto dell’attuale assetto istituzionale.

Ciò che si realizza nel caso altoatesino è l’accordo sulla statualità, ovvero sull’organizzazione dello stato in termini di ripartizione del potere centrale”. Il ruolo di intermediazione svolto da formazioni moderate come la Svp è stato decisivo per convincere la maggioranza della popolazione che il modello proposto da De Gasperi e Gruber era il più conveniente per tutti, e adesso questa verità si tocca facilmente con mano anche viaggiando oltre il confine del Brennero, dove le antiche barriere sono state abbattute dal processo di unificazione europea. Non è difficile incontrare austriaci che parlano volentieri l’italiano, viaggiando da Innsbruck a Kitzbühel, tanto per smentire gli antichi pregiudizi anche nella vita pratica di tutti i giorni. “Le tensioni – spiega l’imprenditrice tirolese Anita Poley – sono roba inutile del passato: davanti alle rivalità etniche abbiamo messo gli interessi comuni.

Viviamo in pace, facciamo affari con gli italiani, e la popolazione di lingua tedesca è rispettata oltre il confine. Non c’è motivo per tornare indietro”. Di fronte all’Europa costretta ad unificarsi per reggere la sfida dell’economia globale, le dispute ottocentesche suonano ridicole, eppure i nuovi problemi posti dall’integrazione degli immigrati e dal dibattito sul federalismo rischiano di dividerci e riportarci verso gli errori del passato. In questo quadro il modello del Trentino – Alto Adige forse non sarà esportabile in ogni angolo del continente così come l’hanno costruito nei decenni Italia e Austria, però indica una strada realizzata con la moderazione, la mediazione e il consenso, che finora non ha incrociato molte alternative altrettanto valide.




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Assenti di lusso: Pdl a casa A spese degli italiani

Il Tempo

Indecente, in 95 non si presentano a Montecitorio.

E il governo viene battuto su un emendamento del Pd.


Governo battuto alla Camera sul ddl lavoro. L'esultanza di Bersani Qualcuno prova a a trovare subito il capro espiatorio che, in questo momento storico, non possono che essere i «finiani». Certo, il governo è stato battuto in Aula alla Camera su un emendamento presentato dal Pd su cui aveva espresso parere negativo. È stato battuto durante l'esame del ddl lavoro, quello che Giorgio Napolitano non ha firmato dando in qualche modo ragione alla lunga battaglia condotta dall'opposizione. Ed è stato battuto di un solo voto (224 contrari contro 225 favorevoli). Ma sostenere che sia stata colpa dei «finiani», è piuttosto ardito. Per dirla con le parole di Gianfranco Fini «siamo alla caccia alle streghe». Perché anche se la pattuglia di deputati vicini al presidente della Camera era in gran parte assente, erano in buona compagnia. Su 269 appartenenti al gruppo Pdl, infatti, erano solo 174 i presenti al momento del voto. Cui vanno aggiunti anche gli 11 assenti della Lega.

Insomma, alla fine, alla maggioranza sono mancati più di un centinaio di voti. Un po' troppi per essere etichettati come «finiani». In ogni caso Fini avrà sicuramente una spiegazione sul perché, al momento del voto, in Aula non fossero presenti, in rigoroso ordine alfabetico: Antonio Angelucci, Claudio Barbaro, Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Antonio Buonfiglio, Nicolò Cristaldi, Aldo Di Biagio, Francesco Divella, Fabio Granata, Antonino Lo Presti, Flavia Perina, Enzo Raisi e Giuseppe Scalia. Tutti assenti ingiustificati. Ma ugualmente, la «fazione» più vicina a Silvio Berlusconi, dovrà spiegare in cosa fossero impegnati, ad esempio, il ministro Mariastella Gelmini, l'avvocato del premier Niccolò Ghedini, Michaela Biancofiore e il sottosegretario Nicola Cosentino. Quando manca un voto, si sa, tutti finiscono sotto i riflettori. Anche quelli che formalmente risultano «in missione» (per l'occasione erano 50 del Pdl e 8 della Lega).

Solitamente si tratta di ministri, sottosegretari e presidenti di commissione che, si sa, hanno impegni istituzionali da adempiere e quindi giustificano la loro assenza. I «finiani» Andrea Ronchi, Adolfo Urso, Roberto Menia e Silvano Moffa, ad esempio, erano in missione. Ma stavolta era particolarmente nutrita anche la pattuglia dei «deputati semplici». Tra gli altri: Riccardo Migliori, Marco Zacchera, Mario Valducci, Giorgio Jannone, Antonio Mazzocchi, Deborah Bergamini, Renato Farina, Guglielmo Picchi, Giuseppe Galati, Giuseppe Palumbo, Angela Napoli, Gaetano Pecorella e Luigi Vitali. E, soprattutto, il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto. Insomma, nessuno può fare la morale. Anche se l'astensionismo del Popolo della libertà comincia a diventare un problema cronico. Chi si occupa di statistiche dice che è la 46ª volta, dall'inizio della legislatura, che il governo va sotto nell'Aula di Montecitorio. Ed ogni volta, a finire sul banco degli imputati, sono gli assenti.

Da tempo immemore si minacciano sanzioni ma la musica, a quanto pare, non cambia. Così mentre Giancarlo Lehner litiga in Transatlantico con Valentino Lo Presti e Fabio Granata (il primo si domanda provocatoriamente se la caduta sia da attribuire ad un «agguato» finiano e i secondi non la prendono bene), al resto della truppa non resta che cercare di gettare acqua sul fuco. «È un'indecenza - commenta Cicchitto -, credo che dovremmo arrivare a provvedimenti ulteriori rispetto a quelli immaginati. È un fatto che non ha risvolti politici ma è determinato da sciatteria, dalla sottovalutazione del numero delle presenze in Aula. È un dato negativo che prescinde dal dibattito politico». Magari, invece di minacciare sanzioni, qualcuno dovrebbe spiegare agli italiani come mai un deputato che riceve una discreta quantità di euro per recarsi in Parlamento e votare provvedimenti che interessano la vita di tutti, preferisce starsene comodamente a casa. Altro che sciatteria, è uno schifo.

Nicola Imberti

29/04/2010





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Sentenza definitiva di condanna per l’imam di viale Jenner

Il Secolo xix

I giudici della Cassazione hanno confermato la condanna a 3 anni e 8 mesi di reclusione inflitta sia in primo che in secondo grado ad Abu Imad, ex imam egiziano della moschea milanese di viale Jenner, accusato di associazione per delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. È stata invece annullata con rinvio la condanna in appello per altri tre tunisini suoi coimputati. Abu Imad nei confronti del quale a ore dovrebbe essere eseguita la sentenza definitiva e quindi essere trasferito in carcere, per l’accusa è ritenuto il promotore e il leader di una cellula salafita legata al Gspc, attiva in Lombardia e in particolare a Milano già prima dell’11 settembre 2001. Cellula che secondo il capo d’imputazione aveva un programma «inquadrato in un progetto di `jihad´ e che avrebbe pianificato azioni suicide in Italia e all’estero e dato supporto logistico a militanti da avviare nei campi d’addestramento in Afghanistan e in Iraq. Abu Imad per anni ha guidato la moschea di viale Jenner ma da qualche tempo è stato sostituito, non è mai stato arrestato nell’ambito del procedimento.

Le indagini, che hanno portato alla condanna definitiva l’ex imam, erano state avviate dai pm Elio Ramondini e Massimo Meroni. Dallo sviluppo di vecchi filoni di inchiesta, il contributo delle rivelazioni dei pentiti Riadh Jelassi e Chokri Zouaoui e una serie di accertamenti, nel maggio del 2005 Digos e carabinieri del Ros fecero parecchi arresti. Chokri Zouaoui, aveva raccontato di una cellula dormiente che progettava un attentato al Duomo di Cremona e al Duomo e alla metropolitana di Milano. Jelassi invece, che aveva parlato fin dal 2003 di progetti terroristici risalenti agli anni precedenti in varie parti d’Italia e che puntavano anche a caserme milanesi e alla stazione Centrale, aveva lanciato pesanti accuse nei confronti di Abu Imad: aveva detto tra l’altro che faceva «il lavaggio del cervello» ai «fratelli che cercavano consolazione» e aveva sottolineato il suo ruolo di indottrinatore di «un pensiero estremista».

Abu Imad, coinvolto anche nel primo processo milanese in un gruppo di islamici, quello chiamato Sfinge, allora finì solo indagato e non in carcere, in quanto la magistratura ritenne avesse dato segnali di un suo allontanamento da «posizioni di radicalismo estremo» e, come scrisse il gip Guido Salvini, di «condivisione di scelte più moderate all’interno del rispetto delle regole di legalità del Paese che lo ospita». Con la condanna definitiva a 3 anni e 8 mesi di reclusione, l’imam nelle prossime ore dovrebbe essere portato in carcere per scontare la pena. Quanto agli altri coimputati, due si sono visti confermare dalla Cassazione la condanna (la più alta a 10 anni), mentre per altri tre il processo in appello sarà da rifare perché la suprema corte ha annullato la sentenza di secondo grado.



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Inchiesta appalti per il G8 Altri dubbi su casa Scajola

Il Secolo xix

Ruota intorno a centinaia di assegni circolari emessi dopo che l’architetto Angelo Zampolini aveva versato in banca, in vari periodi, poco meno di 3 milioni di euro, uno dei nuovi filoni d’inchiesta condotta dalla Procura di Perugia sugli appalti per i cosiddetti “grandi eventi”. Titoli in parte poi utilizzati - secondo quanto emerso dagli accertamenti - per l’acquisto di vari immobili da parte di altri soggetti.

Tra le operazioni oggetto del filone d’inchiesta ci sono anche quelle per l’acquisto di case da parte di Claudio Scajola (ministro imperiese dello Sviluppo Economico) e di Francesco Pittorru, generale della guardia di Finanza, entrambe risalenti al 2004 e di cui si era parlato già la scorsa settimana. Agli atti dell’inchiesta ci sono le testimonianze dei proprietari delle abitazioni, che hanno sostenuto di avere ricevuto gli assegni circolari come «parziale saldo» della vendita. Come già aveva fatto la settimana scorsa, Scajola si è dichiarato estraneo ai fatti: «Sono assolutamente amareggiato e disgustato che il segreto istruttorio finisca sui giornali - ha detto il ministro - Non ho nulla da aggiungere a quanto già dichiarato in merito alla mia estraneità, perché non voglio partecipare a questa bruttissima abitudine di fare un processo mediatico».

Sempre in base all’indagine, un altro degli assegni di Zampolini oggetto dell’indagine sarebbe stato invece utilizzato per l’acquisto di un’abitazione di Lorenzo Balducci, figlio di Angelo, attualmente in carcere.

L’ipotesi sulla quale stanno lavorando i pubblici ministeri del capoluogo umbro, Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, è che il denaro per gli assegni sia riconducibile a Diego Anemone, il costruttore considerato una delle figure centrali dell’inchiesta: per lui ha infatti lavorato Zampolini.





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Due funerali per lo stesso defunto Adesso Verdi si rivolta nella tomba

di Nino Materi

Muore una parente del musicista.

I figli decidono per necrologi separati ed esequie in giorni diversi. Poi, in extremis, l’accordo


 
Pace e bene. Be’, mica tanto bene. La figuraccia del «doppio funerale» è stata evitata. Ma quanta fatica... Alla fine si sono celebrati ieri pomeriggio nella chiesa di Busseto le esequie di Rossana Malinverni, vedova del notaio Alberto Carrara Verdi, discendente di Giuseppe Verdi. Ultimo atto di una vicenda imbarazzante. Ben sintetizzata da questo post: «Se ci si può fare il funerale due volte, allora ci si può sposare due volte, ricevere il battesimo due volte, la prima comunione due volte, la cresima due volte... ». Davvero difficile dare torto alla lettrice della gazzettadiparma.it rimasta sconcertata - come tutti, a Busseto e dintorni - da quel doppio annuncio mortuario che sapeva tanto di macabro derby; di quelli che si giocano in famiglia e che, proprio per questo, sono i più combattuti. Ai limiti della crudeltà. Doppie esequie in 48 ore: ma la persona era la stessa e il luogo il medesimo. Una lite noir tra i discendenti di Giuseppe Verdi che - forse per onorare la memoria del mitico compositore - hanno deciso di suonarsele (metaforicamente) di santa ragione.

Fatto sta che gli eredi del Cigno di Busseto si sono divisi anche davanti al feretro di Rossana Malinverni, vedova del notaio Alberto Carrara Verdi, discendente del musicista del Nabucco, il cui volto da nonno canuto impreziosiva la defunta banconota da mille lire. Va’ pensiero sull’ali dorate... dell’amarcord.

Ecco le squadre scese in campo(santo): da una parte due dei figli con i rispettivi coniugi; dall’altra altre due figlie. I congiunti della signora Malinverni hanno fatto anche necrologi separati sulla Gazzetta di Parma, sollevando non poche critiche. La lite pare abbia origine antiche, nate in seguito alla scomparsa del padre e poi sfociate in cause legali. Risultato: nel primo necrologio «i figli Maria Mercedes con Massimo ed Angiolo con Manuela, i nipotini, la cognata Gabriella Carrara Verdi e i parenti annunciano i funerali per mercoledì, con partenza alle 15 dall’ospedale di Vaio per la collegiata di Busseto, con celebrazione del rito funebre alle 15.30».

Nel necrologio-bis, invece, «le figlie Emanuela con Fabio e Ludovica con Robert ed il piccolo Alberto, nell’annunciare il decesso della madre, comunicavano che i funerali avranno luogo giovedì alle 9.30, nella stessa collegiata di Busseto».

Ma come: lo stesso funerale, una volta celebrato «mercoledì» e un’altra volta «giovedì»? Non si tratta di un refuso, ovviamente, ma appunto delle due distinte necrologie commissionate dai familiari più diretti della «cara estinta». A poche ore dalle esequie di Rossana Malinverni, l’atteso accordo. A vincere è stata l’opzione «mercoledì», e così i funerali si sono svolti ieri.

In precedenza Emanuela Carrara Verdi, insieme alla sorella, avevano chiesto con una lettera all’agenzia di onoranze funebri e all’ospedale di Fidenza, dove è conservata la salma, di posticipare di 24 ore il funerale. La motivazione addotta dalla donna era quella di «favorire la partecipazione della sorella Ludovica che deve ancora arrivare in Italia dagli Stati Uniti, paese dove vive».

Pronta la reazione del ramo funebre del «mercoledì»: «La lettera non ha alcun appiglio legale in grado di fermare la nostra celebrazione». Che infatti ha avuto il suo regolare svolgimento.





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Non porti il velo»: violenta la moglie e le rapisce il figlio di tre anni

Corriere della Sera


«Te lo riporto morto, piuttosto che farlo ritornare da te». La donna di 29 anni ha denunciato il marito egiziano
 


ROMA
- Non portava il velo. Rifiutava di coprirsi il volto quando il marito egiziano invitava gli amici a casa. Una «ribellione» pagata a caro prezzo: a 29 anni una ragazza romana si è ritrovata in un incubo. Anzi, in un doppio incubo: picchiata e anche violentata dal coniuge, un coetaneo che lavora presso un banco di fiori, e privata del figlio piccolo, rapito dal padre durante un viaggio dai nonni in Egitto. Una vicenda andata avanti per quasi un anno, fra minacce, violenze e soprusi. Poi la giovane, disperata per la sorte del bimbo di tre anni e terrorizzata all’idea di non poterlo più vedere, ha deciso di rivolgersi alla polizia denunciando il marito. E il ragazzo è stato arrestato dagli investigatori della Squadra mobile. Nei suoi confronti le accuse sono molto pesanti: sequestro di persona, violenza sessuale, sottrazione di minore, maltrattamenti in famiglia, percosse. Il gip Nicola Di Grazia ha convalidato il provvedimento notificato all’egiziano al suo rientro a Roma per riprendere a lavorare.



Già nei mesi scorsi la ragazza aveva raccontato
agli agenti ciò che era stata costretta a subire. Un’escalation di violenze, arrivate al culmine nel gennaio scorso. Grazie a un escamotage, ora al vaglio degli investigatori, il fioraio è riuscito a far rilasciare un passaporto al bambino che ha seguito i genitori dai nonni. Giunti al Cairo, però, il padre ha obbligato la moglie a ripartire per l’Italia. Un viaggio-trappola, un piano messo a punto anche con minacce alla donna: «Te lo riporto morto, piuttosto che farlo ritornare da te», ha detto l’egiziano, intenzionato a far crescere il figlio dai nonni. Le indagini della polizia, con gli investigatori egiziani e il Servizio di cooperazione internazionale, hanno fatto fallire tutto. Dopo una trattativa con i genitori del fioraio, il piccolo è stato consegnato alle autorità del Cairo e imbarcato su un volo per Roma accompagnato da una hostess delle linee aeree egiziane. Ed è stato così che martedì scorso ha potuto riabbracciare la mamma.

Rinaldo Frignani
29 aprile 2010




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