domenica 25 aprile 2010

Hamas e il cartone choc su Shalit

Corriere della Sera
Nel filmato il prigioniero viene restituito morto al padre al quale in precedenza veniva annunciato il ritorno del caporale israeliano catturato nel 2006.

Hamas e il cartone choc su Shalit

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Scioccante cartone animato in 3D diffuso da Hamas sul caporale Gilad Shalit, catturato nel 2006. Il movimento islamista ha chiesto nuovamente uno scambio con i prigionieri palestinesi, che Israele rifiuta, ma lo ha fatto con il filmato in cui il caporale viene restituito morto in una bara coperta dalla bandiera israeliana al padre al quale in precedenza viene annunciato il ritrono del figlio.

Il genitore del militare, Noam, è mostrato invecchiato di diversi anni e cammina per strada aiutandosi con un bastone e con una foto del figlio sotto il braccio. L'uomo apprende del ritorno del figlio ma quando si apre il valico di confine da un veicolo spunta la bara. Il cartone dura 3 minuti ed è corredato da scritte in cui si avverte la «società sionista» israeliana che Shalit non tornerà più se non accetterà tutte le condizioni (fonte Agi).






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Omicidio Claps, giallo in Inghilterra: «Restivo coinvolto in un altro delitto»

Corriere della Sera
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Il legale di un uomo condannato per l'uccisione di una studentessa sudcoreana lancia l'ipotesi "serial killer"

L'avvocato di Giovanni al tg5: «tre casi simili»

Omicidio Claps, giallo in Inghilterra: «Restivo coinvolto in un altro delitto»

Il legale di un uomo condannato per l'uccisione di una studentessa sudcoreana lancia l'ipotesi "serial killer"

Danilo Restivo in una foto tratta dalla trasmissione Rai 'Chi l'ha visto?'

ROMA - Danilo Restivo, indagato per l'omicidio di Elisa Claps, potrebbe essere coinvolto in un altro omicidio, quello di Jong-ok Shin, 'Oki' per gli amici, una studentessa sudcoreana di lingue, uccisa con tre coltellate nel giugno 2002 a Bournemouth, nel sud dell'Inghilterra. Lo afferma, in un'intervista al Tg5, Stefano Di Giovanni, avvocato di Omar Benguit, l'uomo che fu condannato all'ergastolo per quel delitto. Il legale chiede la revisione del processo e l'accertamento di eventuali collegamenti con l'omicidio Claps e anche con quello di Heather Barnett, la dirimpettaia inglese di Restivo.

LA RICHIESTA - «La condanna di Omar Benguit - sostiene Di Giovanni - è uno scandalo, in trent'anni non ho mai visto nulla del genere. In prigione c'è un uomo innocente». Per volontà della famiglia Benguit il legale depositerà nei prossimi giorni a Londra la richiesta formale alla 'Criminal cases review Commission' (la commissione indipendente per la revisione dei processi). I familiari del giovane condannato all'ergastolo vogliono che si riesamini l'omicidio di 'Oki' Shin, dopo il ritrovamento del cadavere di Elisa Claps nella chiesa di Potenza a 17 anni dalla scomparsa. Non c'è solo la stessa modalità di uccisione con un'arma da taglio, mai ritrovata, in tutti e tre i casi. L'avvocato Di Stefano rivela anche un altro particolare e cioè che alla studentessa coreana l'assassino tagliò una ciocca di capelli. Anche nella mano destra di Heather Barnett l'assassino lasciò una ciocca di capelli, appartenenti ad una persona mai identificata. È uno degli indizi a carico di Restivo il quale, secondo le segnalazioni della polizia italiana e di quella del Dorset, la contea dove si trova Bournemouth, aveva l'abitudine di tagliare ciocche di capelli a donne incontrate casualmente.


25 aprile 2010





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La sentenza non piace a Chavez, subito arrestata giudice

di Redazione

Quindici minuti dopo il giudizio sgradito al governo venezuelano, la giudice Afiuni, insieme al personale coinvolto nel processo, è finita in cella



 
Caracas - Quindici minuti dopo una sua sentenza sgradita al governo venezuelano, la giudice Maria Lourdes Afiuni, insieme a tutto il personale coinvolto nel processo, si è ritrovata in carcere, in una cella assieme a detenute che lei stessa aveva fatto condannare. La storia, ricostruita dal Washington Post, risale al dicembre scorso quando Afiuni firmò l’ordine di scarcerazione per il banchiere Eligio Cedeno, accusato di evasione fiscale e traffico di valuta estera, dopo la scadenza dei tre anni previsti di carcere preventivo senza che fosse portato a giudizio. Dopo essere stato scarcerato Cedeno è fuggito a Miami e ha chiesto asilo politico alle autorità americane.

Il presidente Hugo Chavez è andato su tutte le furie ed ha accusato Afiuni di corruzione e abuso di autorità: «Esigo che le siano dati trent’anni di galera, in nome della dignità del Paese», ha ordinato il presidente. Nonostante che in Venezuela viga la differenziazione della detenzione (i detenuti con titolo di studio separati dai prigionieri comuni), la 46enne magistrato si è ritrovata rinchiusa in una cella minuscola assieme a assassine e narcotrafficanti, molte delle quali erano state condannate proprio da lei.

La vicenda, scrive il Washington Post, è un segnale dell’interferenza sempre maggiore del regime chavista nell’esercizio della giustizia. «Il messaggio nel caso Afiuni, scelto proprio per essere emblematico, è chiaro - ha detto il costituzionalista Carlos Ayala - Se prima i giudici non facevano quello che il governo ordinava, erano sollevati dall’incarico, adesso finiscono in galera. Sono tutti terrorizzati».

L'udienza del processo a carico di Afiuni è stata più volte rinviata - e rischia di esserlo indefinitamente. «Sono finita dentro per un capriccio del presidente, e solo un altro capriccio me ne tirerà fuori», ha detto la giudice ai suoi avvocati.





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Fini sei un voltagabbana tradisci il sangue dei tuoi"

di Redazione


Lo sdegno verso l’ex leader di An di Ivana Govoni, figlia di una vittima dei partigiani «Rinnega gli ideali del popolo di destra che, votandolo, ha permesso la sua carriera». 

 

La strage ignorata del '45: sette fratelli massacrati


Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata al «Giornale» da Ivana Govoni, figlia di Marino, uno dei sette fratelli Govoni vittime dell’eccidio di Argelato. Tra l’8 e l’11 maggio del 1945 - a conflitto già terminato - un commando di partigiani rastrellò nei paesi delle campagne bolognesi Pieve di Cento e San Giorgio di Piano diciassette persone colpevoli o sospettate di simpatie fasciste. Furono poi tutte uccise e sepolte in una fossa comune. Dei sette fratelli Govoni, soltanto due avevano aderito alla Repubblica sociale italiana fondata da Mussolini nel settembre 1943.
 
Caro Direttore Feltri,

sono Ivana Govoni, figlia di Marino Govoni, uno dei sette fratelli uccisi a Pieve di Cento dai partigiani comunisti e gettati in una fossa comune ad Argelato. Parlo in nome di mio padre, che so sarebbe d’accordo con ogni mia sillaba. Vorrei ricordare all’onorevole Gianfranco Fini che la sua vita politica, la sua carriera, la sua elezione a deputato è sempre stata dovuta ai voti delle «C» come Camerati, e non «C» come Compagni. Almirante, Michelini, Romualdi e Roberti stanno saltando nella tomba nel vedere e sentire quest’uomo tradire per la sua ambizione personale quello che con sangue e dolore essi hanno creato. Invito tutti coloro che sono stati iscritti ad Alleanza nazionale, avendogli prestato fede, a rendere noto all’onorevole Fini il loro disgusto. 

È un voltagabbana, lui che aveva giurato di non tradire mai i suoi ideali. Ringrazio lei, direttore Feltri, per la giusta campagna di verità che ha condotto. E dico qui la stima mia e di tanti altri per il presidente Berlusconi: finalmente uno che non ruba né i nostri denari né i nostri ideali. Sono ben felice che mi sia data la possibilità di esprimere sul Giornale questi miei sentimenti. Li pronuncio con tutta la forza che viene dal mio essere figlia di Marino Govoni, e non permetterò che il suo sacrificio sia ingiuriato da chi aveva suscitato in noi tante speranze.

Ivana Govoni 




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Polverini contestata a Roma Zingaretti colpito al volto

Il Tempo

La presidente della Regione Lazio contestata alla manifestazione dell'Anpi a Porta San Paolo a Roma.

La governatrice ringrazia Zingaretti: "Per il gesto personale e istituzionale".


Nicola Zingaretti e Renata Polverini sul palco a porta San Paolo Brutto episodio di contestazione nei confronti della presidente della Regione Lazio Renata Polverini, che è stata fischiata durante la manifestazione a Porta san Paolo a Roma in occasione dell'anniversario della Liberazione. La presidente è stata anche oggetto di lanci di alcune uova e frutta. Anche il Presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, è stato colpito a un occhio da un frutto. La Polverini non è riuscita a pronunciare il discorso programmato ed ha lasciato la manifestazione. Anche Zingaretti ha lasciato Porta San Paolo.


LA CONTESTAZIONE - È stato un gruppo di 10-15 giovani a tirare monetine, frutta, uova e un paio di fumogeni verso il palco allestito a Porta San Paolo, a Roma, dove si trovava la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, che avrebbe dovuto tenere un discorso in occasione della celebrazione dell'anniversario della Liberazione. Le contestazioni e i fischi sono invece partiti da alcune decine di persone, che hanno impedito alla Polverini di prendere la parola. Tra la folla, tanti giovani, ma anche uomini e donne di mezza età, che hanno preso parte alla contestazione contro la Polverini. Mentre il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, il presidente dell'Anpi, Massimiliano Rendina, e Polverini erano sul palco davanti alla banda musicale, un uovo ha centrato un agente della scorta del governatore del Lazio, schizzando anche Rendina. Quest'ultimo ha cercato di invitare alla calma, ricordando che sul palco c'erano istituzioni votate democraticamente. Poi Zingaretti ha cercato di prendere la parola a sua volta, anche per cercare di placare gli animi, ma dopo qualche secondo è stato colpito da un frutto (un mandarino o un limone). Entrambi i politici sono scesi in fretta dal palco: la Polverini ha lasciato la piazza, impossibilitata a tenere il suo discorso. Zingaretti, con un occhio arrossato dopo il colporicevuto, prima di andare via si è intrattenuto per qualche istante, a distanza dal palco, a parlare con l'ex partigiano Remo Comanducci, al quale oggi avrebbe dovuto conferire una medaglia. Durante le contestazioni, le forze dell'ordine si sono schierate in tenuta antisommossa davanti alla folla, ma poco dopo la tensione si è stemperata. In piazza c'erano bandiere di Rifondazione, del Pd, palestinesi, della Rete Antifascista, della Cgil e dell'Unione atei agnostici razionalisti.





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Il Papa benedice l'associazione Meter che combatte la pedofilia

Quotidianonet

Al termine del Regina Coeli Bendetto XVI ha rivolto un speciale saluto a tutti coloro che da 14 anni promuove la Giornata nazionale per i bambini vittime della violenza e dello sfruttamento

CdV, 25 aprile 2010

Al termine della preghiera del Regina Coeli il Papa ha rivolto "uno speciale saluto all’Associazione Meter, che da 14 anni promuove la Giornata nazionale per i bambini vittime della violenza, dello sfruttamento e dell’indifferenza".

"In questa occasione - ha detto - voglio soprattutto ringraziare e incoraggiare quanti si dedicano alla prevenzione e all’educazione, in particolare i genitori, gli insegnanti e tanti sacerdoti, suore, catechisti e animatori che lavorano con i ragazzi nelle parrocchie, nelle scuole e nelle associazioni".

AGI





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Don Camillo va in fumo: "Di questo Peppone non mi posso lamentare"

di Stefano Lorenzetto

Un incendio avvicina il parroco di Brescello, don Giovanni Davoli, al sindaco Giuseppe Bottazzi, ora Vezzani. "Ha aperto una sottoscrizione. Ma nel precedente mandato teneva a stecchetto l'asilo..."

L’incendio divampato nella notte fra il 3 e il 4 aprile nella chiesa parrocchiale di Brescello si è rivelato molto selettivo e ha propiziato un miracolo in cui nemmeno don Camillo avrebbe osato sperare: la completa distruzione dell’altare rivolto verso il popolo. Il fuoco ha divorato solo il moderno manufatto ligneo, null’altro. Un lumino lasciato acceso, la plastica del bicchierino rosso che fonde, la fiammella che si propaga alla pedana e, oplà, 40 anni di riforma liturgica in fumo. Oggi dell’altare non resta che l’impronta sul pavimento. Lo scheletro carbonizzato è finito direttamente in discarica.

Giovannino Guareschi avrebbe intravisto un segno del cielo anche nella data. Il 3 aprile era sabato santo. E quando fu che Paolo VI, sull’onda del Concilio Vaticano II, mandò in pensione il rito tridentino di San Pio V, quello che dal 1570 si celebrava in latino al di là della balaustrata, voltando le spalle ai fedeli anziché al crocifisso, su altari veri, non su tavolini da picnic? Il 3 aprile 1969, giovedì santo. Coincidenze a parte, la settimana di Passione di don Giovanni Davoli, 52 anni, prete da 27, parroco della chiesa intitolata a Santa Maria Nascente, per effetto del rogo rischia di durare ancora a lungo: «Duecentomila euro di danni. E chi li ha?». Il costo dell’altare sarebbe il meno. È che il fumo denso prodotto dall’incendio - una zaffata acre che a distanza di tre settimane ancora aggredisce gola e narici - ha creato una patina nerastra sui muri e ora rischia di ossidare i colori dei preziosi dipinti appesi alle pareti, fra cui quattro tele di Palma il Giovane.

Ma per un altro di quei miracoli che accadevano nel Mondo Piccolo quando la furia degli elementi metteva da parte le passioni degli uomini, in aiuto dell’erede di don Camillo è subito accorso il sindaco Vezzani, un Peppone di nome e di fatto, visto che si chiama Giuseppe come il rissoso Giuseppe Bottazzi, pur non avendo potuto militare per ragioni anagrafiche - ha 41 anni - nel Pci. È stata così approvata senza indugi la proposta di Andrea Setti, vicesindaco nella Giunta di sinistra che Vezzani, iscritto al Pd e al secondo mandato, guida con spirito ecumenico: «Un euro, basta un solo un solo euro. Chi ha amato i film ispirati alla saga di Guareschi può versarlo sul conto della tesoreria comunale, Unicredit Banca, Iban IT59 R 02008 66180 000100362217, causale: restauro chiesa di don Camillo».

A Brescello, provincia di Reggio Emilia, la mitologia di don Camillo e Peppone è più viva che mai grazie allo zelo dei 50.000 turisti che ogni anno approdano da tutto il mondo sull’argine del Po - Guillaume Hien è venuto addirittura dal Burkina Faso - a cercare i fantasmi dei loro beniamini. Basti dire che nel 2005 fu recapitata al sindaco Vezzani una lettera firmata dal segretario nazionale dei Ds, Piero Fassino, inviata per posta «al caro sottoscrittore Giuseppe Bottazzi» all’inesistente indirizzo «via Lenin 21, 42041 Brescello».

Nonostante nelle ultime elezioni regionali solo 875 brescellesi abbiano votato per il Pd (35,6%), contro i 1.125 che si sono convertiti al centrodestra (45,7% fra Pdl e Lega), nell’iconografia ufficiale il parroco continua a mantenere le distanze dal sindaco, per la precisione 44 metri lineari, quelli che nella piazza principale del paese separano la statua bronzea con le sembianze di Fernandel, talare a 33 bottoni e tricorno, dalla statua bronzea con le sembianze di Gino Cervi, vestito della festa e fazzolettone rosso (il colore è lasciato all’immaginazione) al collo. Le due opere dello scultore Andrea Zangani demarcano i rispettivi territori: davanti alla chiesa don Camillo, davanti al municipio Peppone. Per lo stesso motivo, il bar intitolato al primo guarda la parrocchiale, il caffè intitolato al secondo guarda il palazzo comunale. Il sacrista Vittorio Gianelli ti indirizza solo nel locale che inalbera l’insegna «Don Camillo» scritta con rami nodosi come sul frontespizio dei libri di Guareschi - «dica che la manda il campanaro» - e un po’ devono essere cambiati i tempi, perché ci trovi a servirti una cameriera con una spettacolare balconata naturale valorizzata da push up.

Dei 39 parroci che si sono succeduti dal 1460 a oggi a Brescello, nessuno fu mai battezzato alla nascita col nome Camillo. L’attuale, arrivato nel 2007, non ha nulla del suo predecessore letterario e cinematografico, dita massicce a parte: né la ruvidità di carattere, né l’eloquio torrentizio. Ragiona con pacatezza, soppesando le parole. O è un dono di natura oppure ha imparato a controllarsi nel quartiere di Roma dov’è stato prete di frontiera per vent’anni, la Magliana, più famoso come trademark criminale che come toponimo. A un uomo di Dio così schivo si fa fatica a chiedere se parli col Padreterno come faceva don Camillo e ancor più se il Padreterno parli con lui. Il crocifisso, opera dello scultore veronese Bruno Avesani, sullo schermo si esprimeva con la voce di Ruggero Ruggeri (di Orson Welles nell’edizione inglese). È tuttora visibile nella «Cappella del Cristo dei films di “Don Camillo”», come segnala un cartello, la prima a sinistra appena entrati in chiesa. Che quello sia anche «Luogo per le confessioni sacramentali» diventa quasi incidentale.

Trascorso più di mezzo secolo, è come se il set non fosse mai stato smontato.
«Molti dei miei attuali parrocchiani hanno recitato nei film di Julien Duvivier e Carmine Gallone. È bello riconoscere nei vecchi di oggi i chierichetti di ieri. Per il paese fu un evento. Ogni comparsa aveva diritto a 500 lire più il cestino con salame, formaggio e pane».

Dell’incendio ha parlato tutta l’Italia.
«Grazie a Dio. Una tabaccaia di Parma ha visto un conoscente di Brescello e gli ha consegnato un euro per il restauro. La senatrice Albertina Soliani del Pd ha mandato un contributo personale. Giuseppe Pagliani, capogruppo del Pdl, ha proposto a tutti i consiglieri provinciali di Reggio Emilia di devolvere il gettone di presenza della prossima seduta».
E dall’estero?

«Da Sydney s’è fatto vivo Giuliano Montagna Guareschi, figlio naturale dello scrittore. Un giovane tedesco arrivato qui da Hannover con lo zaino in spalla ha preso la scopa e s’è messo a pulire insieme con noi. Era la terza volta che veniva a Brescello: le prime due volte aveva trovato la chiesa chiusa, la terza l’ha trovata bruciata».
Perché ha lasciato la Magliana?

«Dopo 20 anni mi stavo sedendo e a una parrocchia di 24.000 abitanti non serve un parroco seduto. Quando ci arrivai erano 45.000. Mai avrei immaginato d’essere nominato parroco di Brescello. Le cose belle del Signore giungono sempre inaspettate».
Come nacque la sua vocazione?
«In famiglia. Sono l’ultimo dei 10 figli di un contadino, la cui sorella ebbe a sua volta 10 figli, dei quali quattro consacrati: tre carmelitani e un paolino. Per scherzare, dico sempre che a quei tempi l’Azione cattolica funzionava. Ho due sorelle missionarie saveriane, una in Congo e l’altra in Messico. Fin da bambino non ho mai scartato l’ipotesi di farmi prete, anche se poi ho studiato per diventare perito agrario».

Quando ha deciso di mollare le semine per il seminario?
«Mentre ero sotto la naia tra Salerno, Napoli e Bolzano, trasmettitore alpino. Durante i turni di guardia in garitta le ore non passavano mai. Ho avuto molto tempo per riflettere. E lì ho fatto la scoperta dell’acqua calda: Dio mi ha amato per primo».
Qual è la maggior difficoltà per un prete, oggi?

«I preti sono chiamati a essere, prima che a fare. Quando lo capisci, il campanile non è più tuo. In don Camillo, pur fra mille protagonismi, questo continuo riferirsi al crocifisso c’è».
Finito il comunismo, ora va forte la Lega, che si oppone alla presenza in paese di 2.000 calabresi provenienti da Cutro e Isola Capo Rizzuto.

«Tutta Reggio Emilia è Cutro, tanto che si suol dire che a Cutro non sia rimasto nessuno. Li attira il lavoro, soprattutto l’edilizia. Idem gli africani e i pakistani. Non ci vedo problemi di sicurezza. Anche se un po’ di prudenza non guasta».
Un’amica di Fabbrico, 30 chilometri da qui, mi ha raccontato che gli immigrati islamici sputano per terra per disprezzo quando passano davanti alla chiesa.
«A Brescello è più facile che un italiano parcheggi il macchinone in sosta vietata giusto per farti sapere con chi hai a che fare».
Va d’accordo col sindaco?
«Ci sono occasioni di dialogo. Quando non sono d’accordo, lo dico. Con la precedente amministrazione civica è stata più dura confrontarsi sugli scarsi finanziamenti alla scuola materna che parrocchia e Comune gestiscono insieme, anche se il sindaco era lo stesso».
Bravo Peppone, allora.

«C’è chi si lamenta. Io non ho di che lamentarmi».
Il sindaco Vezzani si definisce «cattolico ma non praticante». Come si fa a non mettere in pratica ciò in cui si crede?
«È quello che mi dicono anche molti dei futuri sposi che si presentano ai corsi prematrimoniali. Io gli rispondo: è come se diceste a vostra moglie che le volete bene però preferite dormire sul divano». (Riceve una telefonata: «Salve sindaco, sto parlando di te con un giornalista»).
Questa era definita terra di senzadio. Lo è ancora?

«Ci sono belle famiglie in cui la presenza di Dio è riconoscibile, pur con gli inevitabili saliscendi. Non so se il Dio di tante altre persone sia quello di Gesù Cristo, mi pare più che altro il “Dio secondo me”. Bisognerebbe capire da quale Dio prendono le distanze».
Il suo confratello don Giuseppe Dal Pozzo, parroco di Taglio Corelli, una colonia dell’Urss, mi disse: «Deve capire che il Pci non era un partito, bensì una Chiesa.

E il comunismo una religione. Per loro il tesseramento equivaleva al nostro battesimo».
«Sono nato a Castelnovo di Sotto e quand’ero ragazzo la situazione era questa: le vacche delle coop rosse facevano il latte rosso e le cantine delle coop bianche facevano solo il vino bianco. Ora i toni sono completamente cambiati. Può darsi che sia un benefico effetto dei film di don Camillo e Peppone. Le statue sono ai due lati della piazza, in mezzo c’è il popolo: se si perdono di vista le persone, le cose diventano tristissime, come ci hanno insegnato le vicende dell’Est».

Sull’ateismo don Dal Pozzo aggiunse: «Dio salva anche coloro che hanno fede nell’onestà. Non li ho mai scomunicati quando li vedevo accendere le candele davanti alle fotografie di Stalin, e neanche ci ridevo sopra. Anzi, dicevo fra me: siete santi. I cattolici la sera guardavano il varietà in Tv. Loro invece tornavano a casa dai campi, stremati dalla fatica, e si mettevano a studiare sui testi del partito.

C’era da stare in ginocchio davanti a gente così».
«Ho ancora dei parenti di fede comunista: hanno sempre regalato le uova alle suore. Quand’ero curato a Cella, una signora appena rimasta vedova mi confidò: “Ci siamo sposati in municipio perché l’ha voluto il partito, ma chi ce l’ha ordinato s’è sposato in chiesa. Voglio che il funerale di mio marito si celebri in chiesa”».
Don Dal Pozzo avrebbe preferito battezzare i cristiani a 50 anni: «L’età giusta per capire che cosa stanno facendo».

«Mi è appena morta una nipote trentenne, moglie di uno stupendo sposo e madre di due stupende figlie di 7 e 4 anni. Quando sento le bimbe parlare della mamma che “è andata in paradiso”, mi chiedo: come si fa a sostenere che la fede corrisponde all’età psicologica? “Io non gli ho mai parlato di queste cose”, mi ha detto il padre».
Gliene avrà parlato la madre quand’era in vita.

«No. E cercano le prove da me, vogliono sapere se anche la mia mamma è in paradiso. A Lourdes e a Fatima la Madonna non ha parlato con i cinquantenni».
A che età le nuove generazioni si allontanano dalla religione?
«A qualsiasi età. Dai meno motivati la cresima è considerata come il capolinea: ricevuta quella, ti sei tolto il dente, hai fatto tutto. La frequenza alla messa festiva non va oltre l’8-10% dei battezzati».
Il suo confratello don Luciano Massaferro, parroco ad Alassio, è in carcere da mesi senza prove solo perché accusato di molestie sessuali da una minorenne. Come si difende un prete da un rischio simile?

«Con i bambini che manifestano un’affettuosità sincera faccio così: mi stampo un bacio su indice e medio della mano destra e poi gli sfioro la testa con queste due dita. L’ho imparato da un padre di famiglia in Brasile. Alla Magliana c’erano adolescenti capaci di capovolgere la realtà in un secondo. Sarebbero stati degli ottimi giornalisti».
Che cosa prova quando guarda il Cristo di don Camillo?

«Mi dico che in fondo sta compiendo una silenziosa missione popolare. Molti che non distinguono San Pietro da Sant’Antonio entrano in questa chiesa solo per curiosità, per cercarvi un simulacro cinematografico. Alla fine si fanno un segno della croce vero».
Nei film il crocifisso ha due volti intercambiabili: uno sofferente e uno sorridente. Quest’ultimo in Italia non s’è mai visto: la censura ecclesiastica trovava sconveniente che il crocifisso sorridesse. Invece nell’edizione francese Gesù si rallegra per un gol realizzato dalla squadra di don Camillo. Può un crocifisso sorridere?
«Sorridere in croce è dura». (Riflette). «Però ci sono sempre le braccia aperte».
(492. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Palermo, rubati messaggi e foto dall'albero che ricorda Falcone

di Redazione

Portate via anche le foto del magistrato ucciso a capaci da Cosa Nostra nel 1992. Il procuratore antimafia Grasso: attentato alla memoria del giudice e a chi lotta contro le cosche. Il presidente del Senato, Schifani: offesa la città. Maria Falcone: atto contro Giovanni

Palermo - Centinaia di messaggi, disegni, lettere che, negli anni, cittadini e studenti hanno lasciato sotto l’albero Falcone, diventato simbolo della lotta alla mafia, sono stati rubati. Portate via anche le foto del magistrato ucciso da Cosa Nostra nel 1992 e del suo agente di scorta Rocco Di Cillo, assassinato nella strage insieme agli altri poliziotti che tutelavano il giudice e alla moglie di Falcone, Francesca Morvillo, e un lenzuolo bianco con scritto «le vostre idee camminano sulle nostre gambe».

A segnalare alla polizia il furto è stato il portiere del palazzo in cui abitava Falcone. L’albero si trova proprio davanti all’ingresso dello stabile, in via Notarbartolo, nel centro della città. Secondo gli investigatori, il furto è avvenuto ieri, in pieno giorno. Nessuno, però, fino a questa mattina ha segnalato il fatto alla polizia. Ad accorgersi che foto e disegni erano stati portati via è stato il portiere del palazzo che abita nello stesso stabile. L’albero Falcone si trova in una strada trafficatissima e frequentatissima della città. Dal giorno dell’eccidio di Falcone è diventato meta di una sorta di pellegrinaggio di cittadini e studenti che lasciano messaggi contro la mafia e in ricordo delle vittime della lotta a Cosa nostra. Il 23 maggio, giorno in cui ricorre l’anniversario della strage di Capaci davanti all’albero si concludono le manifestazioni di commemorazione.

Il procuratore Grasso «Un gesto deprecabile e un attentato alla memoria di Falcone e dell’azione antimafia». Così il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha definito il furto di disegni e foto lasciate sotto l’albero Falcone, a Palermo. «Palermo, però, - ha aggiunto - non è rappresentata da gente che compie atti simili». «Mi auguro - ha proseguito Grasso - che, già domani, chi aveva lasciato il suo messaggio e se lo è visto rubare, vada a rimetterne un altro. E che chi non aveva deposto la sua testimonianza sotto l’albero prima d’ora accorra a farlo in questo momento proprio per dimostrare che Palermo è una città diversa».

Schifani «Un atto vandalico che offende la città che certamente reagirà in maniera sdegnata e convinta a questa offesa alla memoria del magistrato Giovanni Falcone e di tutte le vittime della mafia». Lo afferma il presidente del Senato Renato Schifani, dopo aver avuto conferma dal Prefetto di Palermo Giancarlo Trevisone del furto dei messaggi dall’albero dedicato a Giovanni Falcone. «Non saranno certo questi comportamenti incivili -aggiunge la seconda carica dello Stato- a scalfire il prezioso patrimonio di valori di legalità che Falcone ha lasciato a Palermo e all’intero Paese».

Maria Falcone «Le forze dell’ordine stanno ancora accertando se il gesto compiuto sia solo un volgare atto vandalico o un preciso avvertimento di stampo mafioso. Domani mattina, alle 12, intanto, noi saremo lì, con studenti e professori delle scuole di Palermo e con il prefetto, per rimettere nuovamente sull’albero i tanti disegni e messaggi che gli studenti hanno preparato». Lo fa sapere Maria Falcone, sorella di Giovanni, il magistrato ucciso dalla mafia nel ’92, dopo avere appreso che, ieri, numerosi biglietti, disegni e fotografie che si trovavano sull’albero di magnolia, cresciuto di fronte all’abitazione del giudice, erano stati rubati. «Resta il fatto - ha aggiunto - che questo grave episodio avviene proprio un mese prima del 23 maggio, nei giorni durante i quali la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone ed il Ministero dell’Istruzione stanno lavorando con gli insegnanti e gli studenti delle scuole di Palermo e di tutta Italia per preparare le iniziative che, anche quest’anno, si svolgeranno in occasione del diciottesimo anniversario della strage di Capaci».

Bimbi a pancia vuota? se li lascia la sinistra in razzismo non c'è più

di Paolo Del Debbio

Tra Adro e Savona. Quando tocca alla Lega arrivano censure e critiche La stessa cosa la fa il Pd? Tv e giornali tacciono. Ma sull'italiano nei negozi il Carroccio sbaglia tutto

Un bimbo di Savona che va alla mensa della scuola e non gli viene dato da mangiare perché i genitori non hanno pagato non fa notizia. Un bimbo di Adro al quale avviene la stessa cosa scatena un putiferio su giornali e televisioni nazionali. Spiegazione tanto squallida quanto semplice e vera: a Savona c'è un sindaco di centrosinistra. Ad Adro (provincia di Brescia) c'è un sindaco leghista. Di Adro se n'è occupata tutta la stampa italiana, la televisione e il buon Santoro, l'altra sera ad Annozero, non s'è fatto mancare l'occasione di mettere il ditone nella piaghetta.

L’altro ieri l'Unità ha dedicato due pagine ad Adro e nelle due pagine dove si occupava di un fatto di qualche tempo fa ha trovato poche righe per occuparsi di Savona che è notizia fresca fresca. Ad Adro è stata lesa la dignità dell'infanzia, si è operato sotto la spinta di una cultura razzista e poco sensibile alle ragioni dell'infanzia e dell'umanità in genere. A Savona si sono sbagliati e basta, c'è stata una dimenticanza, poco male. Notare che di questo fatto l'Unità se n'è occupata malamente e tutti gli altri escluso Libero non se ne sono neanche accorti. Se non fosse che sotto questo modo di fare ci fosse un problema reale del nostro Paese ci sarebbe solo da farsi quattro risate e, nella sostanza, mandare al diavolo qualcuno e - immediatamente dopo - fregarsene. Ma non è così. Purtroppo. Qual è dunque il problema che sta sotto a questo modo di fare? Cosa si nasconde dietro questa così evidente diversità di trattamento dei fatti?

Il voto registra un'Italia che si sposta sempre di più verso il centrodestra, con la Lega che conquista posizioni. Questa è l'Italia che decide per conto proprio attraverso il voto dei cittadini. Poi c'è l'Italia raccontata e interpretata e qui si va in tutt'altra direzione. L'Italia delle opinioni sembrerebbe quasi tutta di centrosinistra e illuminata, matura, e l'Italia dei fatti volta a destra, rozza e razzista. Il sindaco leghista di Adro insensibile alle ragioni più elementari della giustizia sociale, il sindaco di Savona afflitto da qualche sindrome che gli provoca delle dimenticanze. Questo per il centrodestra potrebbe rappresentare un fatto positivo, almeno dal punto di vista elettorale: infatti l'Italia che interpreta non capisce l'Italia che vota e, non capendola, se ne allontana sempre più.

E così è, almeno al Nord. La domanda è se non si possa, prima o poi, vivere in un Paese dove alla legittimazione del nonsenso politico segua anche una legittimazione culturale. Difficile a dirsi perché il buon vecchio Antonio Gramsci capì per tempo quello che la cultura liberale e genericamente di destra in questo Paese non ha mai capito abbastanza. E cioè che bisognava entrare nelle casematte della cultura perché da lì si sarebbe influenzata l'opinione pubblica. Per fortuna il popolo è andato oltre e si è fidato per la sua vita reale più del governo del centrodestra che degli interpreti del centrosinistra. Chissà cosa ne direbbe Gramsci.

Gran Bretagna, dossier satirico contro il papa: scuse al Vaticano

Corriere della sera

Un giovane funzionario ha redatto un documento interno pieno di proposte assurde per la visita di Benedetto XVI

MILANO - Un incidente diplomatico provocato da un giovane funzionario - prontamente redarguito e rimosso dal suo incarico - rischia di guastare, in Gran Bretagna, il clima di attesa per la visita del papa, prevista dal 16 al 19 settembre. Al centro della polemica un documento interno del Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico, inserito nel dossier sui preparativi per l'evento e intitolato «Ecco che cosa dovrebbe succedere in una visita ideale...». Parte del dossier con il memo incriminato è finito al domenicale Sunday Telegraph, che nella sua edizione del 25 aprile ne pubblica lunghi stralci. Il memo indugia su proposte volutamente farsesche, come quando suggerisce di inserire nel programma «un duetto tra il papa e la regina Elisabetta». E poi provocazioni stupide e assurde: il papa dovrebbe benedire un matrimonio gay, inaugurare in un ospedale un reparto per gli aborti e lanciare un nuovo tipo di preservativo chiamato «Benedict». A margine del memoriale l'autore ammette che certe idee sono forse «un tantino spinte».

E REAZIONI - Il Sunday Telegraph ha informato preventivamente il Foreign Office e ha chiesto spiegazioni, oltre che reazioni. E la risposta è stata immediata: l'ambasciatore britannico presso la Santa Sede, Francis Campbell, si è già incontrato con «un alto funzionario vaticano» per presentare le più sentite scuse del governo di Sua Maestà per quella che viene definita «un'esplosione di follia». «È chiaramente un documento stupido, che non riflette le opinioni né del governo britannico né del Foreign Office», ha detto un portavoce del ministero al domenicale britannico. Come osserva il Telegraph, il memo è una chiara provocazione tesa a ridicolizzare gli insegnamenti e le posizioni della Chiesa cattolica in materia di aborto, di contraccezione e di omosessualità. Il documento contiene anche riferimenti alla recente ondata di scandali sui sacerdoti pedofili ed afferma, tra l'altro, che il Papa dovrebbe «assumere una posizione molto più dura sugli abusi ai minori, cacciare i vescovi sospetti e istituire un telefono amico per le vittime». Il Foreign Office ha assicurato che il documento è stato cestinato prima che giungesse con il dossier all'attenzione di esponenti del governo. «Diamo grande valore agli stretti e produttivi rapporti tra il governo del Regno Unito e la Santa Sede e ci aspettiamo di approfondirli ulteriormente con la visita di Papa Benedetto nel corso di quest'anno», ha detto ancora il portavoce.

Redazione online
25 aprile 2010

La strage ignorata del ’45: sette fratelli massacrati

di Redazione

I sette fratelli Cervi, antifascisti convinti e attivi, vennero fucilati dai fascisti nel novembre 1943, al poligono di tiro di Reggio Emilia. I sette fratelli Govoni si interessavano poco o niente di politica, soltanto due erano aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Per di più la guerra era finita quando, nel maggio del 1945, insieme ad altre dieci persone, furono uccisi a freddo da ex partigiani.
La ferocia della vendetta superava quella della guerra. E prosegue, nella dimenticanza, ancora oggi. Provate a fare una semplice ricerca su Internet. Per i fratelli Govoni troverete 12.500 fonti, in gran parte di nostalgici; per i fratelli Cervi ne troverete 121.000, fra cui musei, associazioni, scuole, istituti a loro dedicati.

Se poi andiamo a vedere la storiografia, non c’è libro sul periodo 1943-45 che non si diffonda sui Cervi, mentre i Govoni sono ricordati degnamente in tre volumi: Il triangolo della morte di Giorgio Pisanò (ristampato da Mursia nel 2007), Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa (Sperling & Kupfer, 2003) e Vincitori e vinti di Bruno Vespa (Mondadori, 2005). È facile dedurre la spiegazione di una simile differenza proprio dal titolo di Vespa: la storia la fanno i vincitori, e guai ai vinti.

Fausto Bertinotti, non molti anni fa, ha invece voluto dire qualcosa di diverso: «Come vittime i sette giovani Cervi e i sette giovani Govoni, per me sono uguali; come vittime! La differenza consiste che i primi hanno costruito la Repubblica italiana e perciò vanno onorati non come morti, ma come attori di quel cambiamento. Gli altri non hanno fatto niente, sono vittime, ma non come attori della storia. Ci sarà pure una differenza, o no?». Un discorso che non farebbe una piega, se non suscitasse orrore proprio quell’essere stati uccisi benché non avessero «fatto niente». Forse, la loro colpa fu proprio essere sette, come quegli altri fratelli che dovevano essere onorati con una vendetta a freddo.

Il 10 maggio del 1945 - a Pieve di Cento, non lontano da Campegine, paese dei fratelli Cervi - degli uomini armati bussarono alla porta degli anziani coniugi Govoni, contadini da generazioni, e prelevarono sette dei loro figli; l’ottava si salvò perché, sposata, si era trasferita altrove. Soltanto Dino (41 anni) e Marino (33) avevano aderito alla Rsi, senza peraltro essersi macchiati di delitti o soprusi. C’erano poi Emo (32 anni), Giuseppe, padre di un bambino di tre mesi (30), Augusto e Primo (di 27 e 22 anni). Venne presa anche Ida, che aveva vent’anni e stava allattando un bambino di due mesi. Gli uomini con il mitra dissero che si trattava soltanto di un breve interrogatorio, per raccogliere delle informazioni.
La vecchia madre, anni dopo, chiedeva ancora disperatamente notizie dei figli a un amico degli uomini che li avevano prelevati. Si sentì rispondere: «Cercali con un cane da tartufi».

I sette giovani Govoni erano stati buttati in una fossa comune, ad Argelato, insieme ad altre dieci vittime. Quando i cadaveri vennero ritrovati, sei anni dopo, si scoprì che uno solo aveva ferite di arma da fuoco. Portati in un magazzino, tutti erano stati presi a calci, pugni e bastonati per tutta la notte; la mattina dell’11 maggio, sull’orlo di una fossa anticarro, erano stati finiti per strangolamento con un filo del telefono, oppure a colpi di roncole, vanghe e zappe.

Finora ho usato la parola vendetta, ma la vendetta c’entra poco: il progetto politico dei partigiani comunisti era seminare il terrore per continuare ad avere il controllo della situazione, anche a guerra finita, almeno nelle zone più «rosse».
Gli autori dell’eccidio, la «Brigata Paolo» venivano da formazioni partigiane comuniste. Il processo, in seguito si concluse con quattro condanne all’ergastolo: ma i quattro erano già stati messi al sicuro, oltrecortina. Cesare e Caterina Govoni, i due genitori, ricevettero dallo Stato una pensione di 7000 lire, mille lire per ogni figlio. Non mi serve fare il conto del corrispondente in euro dei nostri giorni. Sono dolori che niente può pagare.
Ma, forse, oggi, un rimedio c’è. Si continui a dare il giusto onore ai fratelli Cervi, giustiziati in base a una legge di guerra – un’atroce guerra civile - perché ospitavano in casa soldati stranieri, sbandati o fuggiti dai campi di prigionia. Ma si onori anche la memoria di chi è stato ucciso – senza «avere fatto niente» - per un motivo più abietto: spargere il terrore in tempo di pace.

www.giordanobrunoguerri.it



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Le casse del Comune sono vuote e il sindaco fa il lavavetri in Municipio

di Redazione

Luciano Grandi, sindaco di Castronno, ha preso panni, tergivetro e scaletta per mettere in atto una protesta senza precedenti


 
Come in tante realtà, anche a Castronno, piccolo centro alle porte di Varese, andrebbe sistemata la rete idrica: «È uno spreco enorme avere perdite del 30 o del 40% - spiega il sindaco Luciano Grandi -, ma pensare di intervenire adesso è una follia, perché i soldi che abbiamo non ci bastano». Quello dell'acquedotto è solo un esempio fra i tanti che il sindaco leghista di Castronno, in carica da un anno, indica per raccontare la sua particolare forma di protesta: di prima mattina ha iniziato a lavare i vetri delle finestre del suo municipio da solo, evitando il servizio di solito affidato a una società di pulizie esterna, che costa 5.400 euro l'anno, più o meno tanti euro quanti sono gli abitanti del paese.

«È una piccola cifra - ammette - e so benissimo che agendo così si toglie lavoro ad altre persone, però la situazione è critica e andava dato un segnale». Facendo capire, insomma, che risparmiare anche un euro per abitante ha una sua ragione. Già un paio di settimane fa Grandi era a Milano insieme ad altri sindaci dell'Anci lombarda (guidati da quello sempre leghista di Varese, Attilio Fontana) per riconsegnare la fascia tricolore al prefetto in segno di protesta contro le imposizioni del patto di stabilità. Qualche giorno dopo è nata la proposta di chiedere ai cittadini di devolvere il 5 per mille al proprio Comune. «Non si vuole togliere alcunché alle associazioni, però anche noi - tiene ad aggiungere il primo cittadino - ci dobbiamo occupare del sociale e spesso non possiamo».
I servizi sociali, a Castronno, pesano per 700mila euro su un bilancio annuale di 4,5 milioni. «Quest'anno - riferisce Grandi in una pausa del suo intervento fai da te - abbiamo dovuto tagliare sui lavori pubblici e sulla cultura. E dopo?». Il rischio è di passare a «sforbiciare» anche altre prestazioni essenziali. È in questo contesto che al Comune si fanno letteralmente «i conti della serva» e un modo per risparmiare quei 5.400 euro delle pulizie dei vetri lo si è trovato. Panno, tergivetro e scaletta, il sindaco Grandi si è messo al lavoro passando in rassegna le circa 50 finestre del palazzo, offrendo ogni tanto un sorriso ai fotografi e ai curiosi che lo hanno seguito nella sua impresa.




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Perseguitati dall'autovelox Due rilevatori in un chilometro

Il Tempo

I cittadini si appellano al Prefetto.

Da Fiumicino a Subiaco automobilisti stangati per fare cassa Palazzo Valentini ha avviato la mappatura degli apparecchi in provincia.

Il caso di Valle Aniene: la strada dalle uova d'oro.


Autovelox Da Fiumicino alla Valle dell'Aniene, la rabbia dei cittadini è la stessa. Sono migliaia e migliaia gli automobilisti stanchi di dover essere fotografati e multati solo per far fare cassa ai Comuni di residenza. A Fiumicino è stato presentato il secondo esposto alla Prefettura contro l'ecatombe-autovelox. Nella Valle dell'Aniene, invece, è stata rivolta al prefetto una petizione per mettere la parola fine al fiume di sanzioni amministrative.

A Fiumicino, dopo l'istanza presentata contro l'impianto di via De Bernardi, ora arriva anche quella per i sensori posizionati sulla via Aurelia. A presentarla sarà a giorni l'avvocato Michele Piccari, rappresentante legale del «Comitato del Patto per Torrimpietra», costituitosi a inizio aprile per protestare contro le migliaia di multe piovute sugli automobilisti in transito sulla consolare romana. Denunce che si sommano alle migliaia di ricorsi giunti già sulle scrivanie dei giudici di pace e prossimamente in partenza per il Tar del Lazio.

Insomma, una valanga di scartoffie che rischia di sommergere il Comune di Fiumicino, a cui comunque non mancheranno i fondi per trattare il «caso autovelox», visti i 18 milioni di euro che, secondo il bilancio di previsione, entreranno nelle casse di via Portuense, grazie proprio alle contestatissime contravvenzioni. Una media di un milione per ogni foto rilevatore installato sul territorio, visto che nel giro di un anno sono state 17 le postazioni accese a Fiumicino, molte delle quali doppie o triple per ognuna delle arterie: oltre alle già citate via Aurelia, nel quartiere Torrimpietra, e su via Mario De Bernardi, all'entrata dello scalo internazionale, ci sono quelli su via dell'Aeroporto e via della Scafa, in zona Isola Sacra, e su via Coccia di Morto, tra le località di Focene e Fregene.

«Cifre incredibili - commenta stupito Marco Dominici, presidente del neonato comitato – Rifaranno le strade con i nostri soldi. Dovrebbero intitolarcele magari. Dopo l'esposto comunque non ci fermeremo e l'intenzione resta quella di fare ricorso anche al Tar. Abbiamo raccolto dettagliate documentazioni fotografiche e cartacee, poi sarà la Prefettura a giudicare se ci siano i presupposti per le indagini. La media delle velocità rilevate dall'apparecchio sull'Aurelia ad esempio, è di soli 59 chilometri orari (per un limite di 50, ndr.). La maggior parte delle multe poi è totalmente inutile come deterrente visto che la notifica, in quasi tutti i casi, è arrivata ai multati ben 140 giorni dopo la rilevazione dell'infrazione».

Cinque mesi durante i quali l'infrazione ovviamente si è ripetuta per l'ignaro automobilista. Sugli altri «fronti» della titanica battaglia, che in futuro potrebbe anche trasformarsi in un'unica enorme «class action», c'è il gruppo seguito dall'avvocato Fabio Taglialatela, circa 800 cittadini multati tra via De Bernardi e via Aurelia, che continua a raccogliere nuovi ricorsi da presentare al giudice di pace di Fiumicino, che per ora ha rigettato gran parte delle istanze. Anche la Valle dell'Aniene, dunque, si è mobilitata contro «l'uso intensivo dei controlli elettronici di velocità», raccogliendo oltre duemila firme nel giugno scorso, quando in meno di 15 chilometri fra Tiburtina-Valeria e Sublacense le postazioni di autovelox erano salite a cinque.

E la petizione, rivolta al prefetto Giuseppe Pecoraro, sortì il suo effetto, con l'apertura nel luglio scorso di un tavolo tecnico a palazzo Valentini. Dove furono convocati tutti i sindaci del comprensorio (invitati ad avviare «la sottrazione della gestione delle apparecchiature di misurazione della velocità alle società private»), insieme ai rappresentanti di Regione, Provincia, Comunità montana e forze dell'ordine per effettuare «una ricognizione dei dispositivi attualmente utilizzati per contestare l'eccesso di velocità al fine di verificare se essi siano ancora utili, ovvero se sia preferibile spostarli o sostituirli con altri strumenti ritenuti più idonei per la prevenzione degli incidenti».

La «mappatura delle strade ritenute più pericolose» è servita alla Prefettura di Roma per «una integrazione della mappa di cui già dispone la polizia municipale con i dati sull'incidentalità forniti dai carabinieri e dalla polizia stradale, al fine di decidere quanti e quali autovelox dovranno essere collocati sul territorio della Provincia».

Valeria Costantini e Antonio Sbraga

24/04/2010






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La ritirata dei meccanici che modificano le minicar

Il Tempo

A Ponte Milvio: "Ora ci sono troppi controlli noi non le tocchiamo.

Provate a passare fra una settimana".

Viaggio nelle officine che hanno ritoccano i motori delle piccole auto.

Minicar Le officine si chiudono a riccio. Bocche cucite. Le indagini sulle minicar truccate hanno impaurito tutti. I meccanici per primi. E provare a fare un piccola modifica al motore è impossibile. Anche i tecnici delle auto più noti tra i giovani amanti dei quadricicli a motore, ora rinunciano a qualche centinaia di euro sottobanco per non rischiare di esser colti in flagrante dalle forze dell'ordine.

In una nuvolosa giornata romana prendiamo in prestito una minicar. Una Aixam grigia. La diamo in mano a un ragazzo. Si mette alla guida. È un minorenne a caccia dell'officina giusta per portare il contachilometri da 45 a 90 all'ora. Si parte. Destinazione: i meccanici che hanno già modificato alcune macchinette, indicati da ragazzi che hanno truccato la piccola auto. Tra i più famosi c'è City-Car. Siamo in via Riano. È una specie di garage. Dentro sono parcheggiate almeno otto minicar. Qui si lavora solo con questa tipologia di auto. Una blu è sollevata. C'è un ragazzo sotto con un arnese. Il nostro minorenne compie 18 anni tra sei mesi. «Vorrei togliere il diaframma alla mia minicar». «Noi qua non le facciamo - risponde il meccanico - e poi non hai visto che sta a succede? Tutto questo casino con le minicar. Adesso i vigili stanno avvelenati, lasciamo perde. Qui se ci fanno un controllo chiudiamo». «Mi hanno mandato qui». «Noi non le facciamo».

Eppure tra i liceali del Visconti si fanno due nomi per truccare le auto. Uno lavora in questa officina. Sulla via Flaminia c'è un altro centro minicar. Ha il concessionario. Poi si scende una rampa ed ecco l'officina. C'è un signore brizzolato. Parla con un accento dell'Est Europa. Il nostro ragazzo chiede il prezzo per togliere il diaframma: la base delle modifiche. «Noi non facciamo questa cosa qua. Non la facciamo più». «Ah, prima si poteva?». «No, no, no. Noi non abbiamo mai fatto questo. Se vuoi parla con mio principale. Io faccio solo quello che dice lui e principale ha detto che non si può». Ok. C'è un altro centro in zona Ponte Milvio leader delle modifiche. È in via degli Orti della Farnesina. I minorenni che hanno fatto lì la modifica dicono: «Il tipo è molto antipatico. Sta un po' sul cavolo a tutti. Ma fa un lavoro perfetto».

Bisogna provare. Così la nostra Aixam si ferma a questo centro auto. Subito viene incontro un signore basso con gli occhiali: «Noi non facciamo questo tipo di lavori. Non possiamo, non è legale». «Non è possibile, ci sarà un modo per fare 10 km/h in più». «Non sono cose che facciamo, siamo dei rivenditori ufficiali. Forse c'è qualcuno in giro che modifica, ma noi no». Nulla. Dopo le polemiche, truccare una minicar a Roma sembra un'impresa impossibile. Stesse risposte a via Nemorense, via Vitorchiano, via degli Opimiani. C'è un meccanico vicino lo Stadio Olimpico. Conosce tutti i colleghi della zona. Lui le minicar non le modifica. È noto anche tra i ragazzi del quartiere. «Qua intorno lo fanno tutti. Vai da quello di via Riano, vai sul sicuro. Certo, in realtà ti conviene aspettare un attimo. Sai tutto questo casino che c'è stato sui giornali. I vigili ora sono scatenati. Provaci tra una settimana».


Fabio Perugia

24/04/2010





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Marassi è sovraffollato Nel carcere, 788 detenuti

IL Secolo xix


Emergono dati preoccupanti, sul carcere genovese di Marassi, dall’annuale sopralluogo condotto dai Radicali nei penitenziari italiani: in quello del capoluogo ligure sono detenute 788 persone, quasi il doppio rispetto alla capacità ottimale (fissata a quota 435), 200 in più rispetto alla portata massima. Di queste, solo 45 sono in regime di massima sicurezza, gli altri sono accusati di crimini legati soprattutto allo spaccio di droga: circa la metà sono tossicodipendenti, 22 sieropositivi. I detenuti con sentenza definitiva sono 239, mentre gli altri sono imputati o persone che hanno fatto ricorso a successivi gradi di giudizio.

Una pesante situazione di sovraffollamento che si somma alla carenza di organico: su 472 guardie carcerarie previste dall’organico, ne sono presenti solo 389, di notte i turni prevedono la presenza di una ventina di persone per l’intera struttura.

Il senatore Mauro Perduca, del partito Radicale, spiega: «Ci sono persone costrette a trascorrere 20 ore in una cella con altre sette, laddove lo spazio sarebbe sufficiente per due. È chiaro che in una situazione di questo tipo le carceri non sono teatro di scontro per semplice fortuna o grazie all’umanità dimostrata dalle guardie, che consente di non creare tensioni».

A Genova, in particolare, i rapporti fra polizia Penitenziaria e detenuti appaiono sereni e i servizi, come bagni e docce, sono migliori rispetto ad altri penitenziari d’Italia. Questo non basta, però, a garantire la sicurezza: nell’ultimo anno, per esempio, gli atti di autolesionismo causati dal disagio sono aumentati, salendo a 167. Queste reazioni si verificano soprattutto fra i nordafricani, che rappresentano la maggioranza dei detenuti stranieri.

«Si risente anche della mancanza di politiche di recupero: i fondi per l’impiego in lavori sono stati tagliati del 50% - ha aggiunto Perduca - e Rita Bernardini sta continuando il suo sciopero della fame per chiedere al governo la sperimentazione della concessione dei domiciliari per i reclusi che devono scontare l’ultimo anno di pena e della cosiddetta libertà di prova per i reati minori. Per quanto riguarda Genova, in particolare, sollecitiamo il presidente della Regione a dare corso all’iniziativa, proposta in campagna elettorale, di istituire un garante per i diritti dei detenuti».





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Uccisa a 12 anni dalla stufetta Alla famiglia avevano tagliato il gas

Il Secolo xix

Margarita Johaily Castillo Rivera, una ragazzina di 12 anni (ne avrebbe compiuti 13 il 10 luglio) è stata trovata morta intorno alle 14.30 in un’abitazione di Busalla, nell’entroterra di Genova, quasi certamente a seguito delle esalazioni di monossido di carbonio partite da un braciere improvvisato.

La madre della ragazzina e la sorellina di 6 mesi, anche loro intossicate, sono state soccorse dal 118 e portate in ospedale a Genova: la donna è ancora ricoverata al San Martino in prognosi riservata; la piccola è stata dimessa dal Gaslini con due giorni di prognosi.

A quanto si apprende, nella casa dove vive la famiglia, che è di origine dominicana, era stata tagliata la fornitura di gas: per questo utilizzavano un braciere per scaldarsi e cucinare. La casa, un alloggio di 55 metri quadrati in piazza Malerba, composto da due camere da letto, corridoio, cucina e bagno, sarebbe stata concessa in uso al compagno della donna, un operaio italiano, da un’azienda per la quale l’uomo aveva lavorato in precedenza. Le bollette erano intestate al vecchio datore di lavoro del patrigno della ragazzina, la cui ditta sarebbe fallita tempo fa.

A dare l’allarme è stato proprio il patrigno della ragazzina, che si trovava a Milano per motivi di lavoro, che questa mattina ha più volte cercato di contattare la moglie sul cellulare, senza successo: preoccupato, l’uomo ha cercato la cognata, che vive a Bolzaneto, che si è recata sul posto. La donna ha suonato più volte il campanello e, visto che nessuno rispondeva, e temendo che fosse accaduto qualcosa, ha chiamato un amico che l’aiutasse a forzare la porta.

Una volta in casa, i due hanno trovato la madre (che lavora come ausiliaria in una casa di riposo) riversa a terra e la ragazzina sul letto accanto alla sorellina di un anno. A terra c’era il “braciere”, creato in un grosso contenitore di alluminio, di quelli usa e getta, che si usano di solito per riscaldare le pietanze.

Sulla dinamica dei fatti, l’ipotesi ritenuta più probabile è che la ragazzina si trovasse in una stanza da sola con il “braciere” e che la madre, con la piccola in braccio, sia entrata nella stanza in un secondo momento, abbia appoggiato la piccola sul letto cercando di rianimare la figlia maggiore e poi abbia spostato il braciere nel corridoio, accasciandovisi accanto.

Sul posto il medico del 118 ha constatato la morte della ragazzina, che sarebbe avvenuta intorno alle 8. Secondo quanto si è appreso, proprio oggi la famiglia avrebbe versato la caparra per entrare in una nuova casa.





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Polanski, se la pedofilia non è uguale per tutti

di Redazione

In fondo, non è che delle vittime interessi così tanto. Ciò che conta è la «questione culturale», come dicono lorsignori, il risvolto politico e ideologico della faccenda. In tutti i casi ci vanno di mezzo ragazzi o ragazze minorenni? Segnati nella psiche sia che vengano seviziati da un artista osannato o da un morboso prelato? Sì, va bene. Ma bisogna saper distinguere: la perversione non è uguale per tutti. Tanto meno la legge. Così, ora che anche la Corte d’appello di Los Angeles ha respinto la richiesta di Roman Polanski a farsi processare in contumacia per lo stupro della tredicenne Samantha Geimer avvenuto più di trent’anni fa, prepariamoci a una seconda levata di scudi. A una nuova ondata di solidarietà del mondo intellettuale, nouveaux philosophes e attori e cineasti in prima fila a fare quadrato attorno al regista dell’Uomo nell’ombra, fresco Orso d’argento al Festival di Berlino, in questi giorni nei nostri cinema. E a dire che no, non ha senso processare un genio, un artista, un premio Oscar.

Insomma, il bis dell’ottobre scorso quando, sotto un appello in favore di Polanski, comparvero le firme dell’Europa più à la page capeggiata dal ministro della cultura francese Frédéric Mitterrand, un habitué dei rapporti con minori del Terzo mondo, arricchita dalle prestigiose griffe di sei cineasti di casa nostra (da Marco Bellocchio a Giuseppe Tornatore, da Michele Placido a Monica Bellucci) e completate oltreoceano da quelle di David Lynch e Woody Allen, del resto compagno della sua propria figlia adottiva. Interrogato sulla questione, per esempio, Tornatore spiegò che Polanski ha 77 anni ed è giusto che a «un uomo della sua età venga risparmiata la sofferenza del carcere». Monicelli, invece, teorizzò la differenza di trattamento tra il cineasta e il nostro premier perché «Berlusconi non ha le qualità di sensibilità di Polanski».

Indulgenti con il regista polacco violentatore di una tredicenne nel lontano 1978, lorsignori lo sono per niente nei confronti di sacerdoti e vescovi, colpevoli di abusi e molestie attuati e insabbiati in un passato spesso altrettanto remoto. Ma in questi casi la spietatezza del giudizio, dissonante rispetto al caso Polanski, non è certo frutto della partecipazione alle sofferenze delle vittime. Se infatti l’indignazione nascesse dal rifiuto della pedofilia e dalla difesa dei minori, in questi anni avremmo letto inchieste e reportage anche sulla moda crescente del turismo sessuale nei Paesi asiatici, volàno d’interi settori dell’economia non solo locale. Invece, più che condannare la perversione diffusa dentro e fuori la Chiesa, l’accanimento di media e intellettuali è volto a colpire l’istituzione ecclesiale. Fino al punto di chiedere le dimissioni di Benedetto XVI. Nientemeno.

Lo strabismo dei censori, inflessibili da una parte e fricchettoni dall’altra, fa intendere che ci sono stupri e stupri, sevizie e sevizie. La pedofilia di Polanski, per esempio, è d’autore, artistica, quasi aristocratica. Insomma, una pedofilia di classe, tutta diversa da quella che alligna nella Chiesa o chissà, tra i politici, meglio ancora se di centrodestra. Sarebbe curioso, in proposito, conoscere il pensiero di uno come Paolo Flores d’Arcais che agli scandali sessuali che stanno scuotendo il Vaticano ha dedicato un intero numero diMicromega e svariati interventi sul Fatto quotidiano. Oppure quello di un altro astro nascente della sinistra giacobina come Luigi De Magistris. Qualche giorno fa l’ex Pm ora eurodeputato dell’Italia dei valori, ha chiesto che Ratzinger vada in tribunale a «rendere testimonianza ai giudici tedeschi di quanto sa sui casi di pedofilia». Ora che per Polanski si avvicina l’estradizione e probabilmente dovrà abbandonare gli arresti domiciliari nel suo chalet di Gstaadt per sottoporsi al processo in California, magari De Magistris ribadirà la sua richiesta di far processare il Papa.



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