sabato 24 aprile 2010

New York, senzatetto eroe muore nell’indifferenza

IL Secolo xix

New York, il corpo del senzatetto guardato con curiosità

A New York si è consumata una tragedia nell’indifferenza della gente: un senzatetto, rimasto gravemente ferito per salvare una donna da un’aggressione, è morto in una pozza di sangue dopo avere agonizzato per oltre un’ora su un marciapiede, mentre almeno 25 passanti guardavano dall’altra parte.

Il “buon samaritano” si chiamava Hugo Alfredo Tale-Yax, aveva 31 anni ed era ispanico: domenica scorsa era corso in soccorso di una donna aggredita all’alba nel quartiere di Jamaica, non lontano dall’aeroporto Jfk. L’aggressore si era rivoltato contro di lui e lo aveva pugnalato più volte al petto prima di darsi alla fuga; anche la donna era scappata.

Il New York Post ha ottenuto un filmato in cui si vede il corpo del senzatetto disteso sul marciapiede mentre accanto a lui passano frettolosi uomini e donne, un ciclista. Qualcuno si ferma a guardare, un uomo addirittura si ferma e scatta una foto con il telefono cellulare; un altro scuote vigorosamente il ferito per le spalle, poi se ne va. Ci vuole più di un’ora prima che qualcuno dia l’allarme e faccia arrivare pompieri e ambulanza. Troppo tardi: Tale-Yax, a quel punto, era già morto.
da YouTube, il video pubblicato dal New York Post

Questo caso ne evoca un altro, famosissimo, che risale agli anni Sessanta, avvenuto nel quartiere del Queens: nel 1964, 38 newyorchesi assistettero senza muovere un dito all’assassinio di Kitty Genovese, una giovane italoamericana di 28 anni, pugnalata a morte in strada in un quartiere dominato da Cosa Nostra. L’agghiacciante delitto divenne il simbolo della apatia di New York, dell’indifferenza dell’America urbana e dell’umanità in generale ed ebbe un tragico bis 25 anni più tardi proprio nella stessa zona: Sandra Zahler, 25 anni, violentata e picchiata a morte su una terrazza sotto gli occhi indifferenti dei vicini.

Anche questa volta, l’indifferenza di questa “grande mela senza cuore” ha costretto molti all’esame di coscienza: «È inaccettabile», ha detto una donna che vive in un palazzo vicino a quello del delitto. Ma ormai per Tale-Yax è tutto inutile.





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Armeni, il genocidio 95 anni dopo

Libero






Di Caterina Maniaci -

Il monte Arat con le sue cime ammantate di neve e la pianura inondata di sole ai suoi piedi: è una delle immagini più belle e suggestive che sono presentate nella mostra fotografica di Graziella Vigo, "Viaggio in Armenia", allestita a Padova, che però è anche un libro fotografico emozionante. Quella immagine dell’Ararat è centrale per capire il sentimento di “amenità” che anima la vita e la storia di questo popolo perseguitato e per comprendere, fin dove è possibile, il senso di una ferita tanto devastante quanto profonda da non poter essere mai sanata. Ararat: il monte di Dio, dlela patria perduta, dle senso di unità frantumato, del desiderio del ritorno, del mistero del destino. Ararat, alla cui ombra sempre si forma e si disperde l’ombra del “Grande Male”, come gli armeni definiscono il genocidio che ha spezzato la loro storia. Il  24 aprile di ogni anno le comunità armene sparse nel mondo commemorano le vittime del genocidio perpetrato in Anatolia nel 1915 a danno della minoranza armena. In quell'evento disastroso, il primo del genere nel secolo ventesimo, e che di fatto aprì la strada ad analoghe disumane atrocità, trovarono la morte un milione e mezzo di armeni.

 Anche la comunità italiana si troverà a commemorare il 95° anniversario del genocidio armeno che da qualche anno a questa parte è uscito dall’oblio in cui era stato sepolto. Il Parlamento italiano nel novembre del 2000 approvò all’unanimità una risoluzione che riconosceva e condannava tale genocidio. Anche grazie a tale pronunciamento l’opinione pubblica italiana è stata sensibilizzata ampiamente su questo argomento dagli articoli apparsi su giornali e riviste di ogni tendenza, e da una bibliografia che si arricchisce quotidianamente. E grazie anche a libri di grande successo internazionale, come “La masseria delle allodole” e “La strada per Smirne” di Antonio Arslan, che, con questi suoi romanzi, ha reso una vibrante e commovente testimonianza delle atrocità del genocidio.

Anche la comunità armena di Roma ha voluto ricordare le vittime innocenti del 1915 con una commemorazione pubblica presso la chiesa armena di San Nicola da Tolentino, alla presenza di  Beatitudine Bedros XIX Tarmuni, Patriarca degli armeni cattolici di Cilicia, di Federico Roccia in rappresentanza del sindaco di Roma Gianni Alemanno, del presidente dell’Associazione BeneRwand Francoise Kankindi, dei rappresentanti dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (Roma) e dell’Associazione Nazionale Perseguitati Politici (Lazio) e i rappresentanti della comunità armena romana. La commemorazione è stata preceduta da una funzione religiosa solenne officiata da monsignor  Joseph Kelekian, Rettore del Pontificio Collegio Armeno. Il ricordo e la commemorazione del genocidio armeno deve continuare ad affrontare il silenzio del governo turco,  che non lo riconosce. Anzi, ancora adesso toccare l'argomento in quel paese può essere pericoloso, sia da un punto di vista giuridico che di incolumità personale, come testimonia l'assassinio del giornalista Hrant Dink. Ma qualcosa forse sta cambiando, come testimonia l’appello di alcuni intellettuali turchi per una cerimonia di commemorazione del Medz Yeghern  (il Grande Male, appunto) nella piazza Taksim di Istambul proprio oggi.

Nel testo dlel’appello si dichiara apertamente che quel lutto degli armeni  "è lutto  è di noi tutti". I promotori di questo appello sono più di 80 tra cui l’intellettuale Basken Oran, l’avvocato Fethiè Cetin, la storica e scrittrice Neshe Duzel, il presidente dell’organizzazione turca  dei Diritti Umani  Ozturk Turdoghan, e il deputato Oufuk Ouraz.

Caterina Maniaci

24/04/2010





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Ruba un milione mezzo di profili su Facebook e li mette in vendita

Corriere della Sera

Possono essere utilizzati per acquistare beni, trasferire somme di denaro e come «ponte» per ulteriori attacchi

Il "colpo" messo a segno da un hacker di origini russe, noto con lo pseudonimo di «Kirllos»

Ruba un milione mezzo di profili su Facebook e li mette in vendita



MILANO - Quanto sia importante cambiare ogni tanto la password su Internet ce lo dimostra l'ultima incredibile impresa di un hacker russo: «Kirllos», questo il suo nome, ha messo in vendita 1,5 milioni di profili rubati di utenti di Facebook. Con tanto di chiavi d'accesso. E oltretutto, a «prezzi stracciati». Settecentomila account sarebbero già stati venduti con successo.

UN PROFILO OGNI 300 - Un hacker di origini russe, noto sul web con lo pseudonimo di «Kirllos», approfitta dell'enorme raccolta di dati presenti nel social network di Facebook, per rivenderli poi a qualche malintenzionato o altri criminali informatici. Informazioni che possono essere facilmente utilizzate per acquistare beni; trasferire somme di denaro; come «ponte» per ulteriori attacchi; per attività di spamming o anche solo per dare una sbirciatina alla casella privata. I ricercatori del gruppo VeriSign's iDefence hanno scoperto che Kirllos ha messo in vendita su un forum in rete 1,5 milioni di account di Facebook. Non è ancora chiaro se tutte le credenziali siano effettivamente reali. Tuttavia, l'hacker avrebbe in mano gli account di un utente Facebook ogni 300.

LISTINO PREZZI - In aggiunta, riferisce il portale tecnologico PC World, l'hacker offre i dati a prezzi decisamente stracciati rispetto al «mercato corrente». La vendita illecita è basata addirittura su un listino vero e proprio: 25 dollari per 1.000 account con meno di dieci contatti ciascuno, e 45 dollari per altrettanti account con un numero maggiore di «amici». Stando a un rapporto sulla sicurezza informatica di Symantec, i profili degli utenti vengono generalmente offerti sul mercato nero a molto di più: tra 1 e 20 dollari per account.

DA REGIONALE A GLOBALE - Richard Howard di VeriSign sostiene che Kirllos abbia venduto finora non meno di 700.000 profili; avrebbe insomma già incassato l'equivalente di circa 20 mila euro. Mashable scrive inoltre che l'hacker offriva nello stesso forum già qualche tempo fa circa 100.000 account. «Una volta che si sono acquisiti dati come il nome, l'indirizzo, e altre indicazioni lasciate sul profilo di Facebook, è possibile usarli per ricavare altre informazioni riguardanti conti bancari o carte di credito», ha spiegato Howard. Che sottolinea: «Gli stessi account potranno essere usati inoltre come una piattaforma da cui distribuire malware verso gli altri utenti». Finora sono stati osservati furti di dati soprattutto a livello regionale, come nella rete russa VKontakte, il maggior social network del Paese, ma la tendenza - ha aggiunto Howard - si espande anche sui giganti a livello mondiale quali Facebook.

RACCOMANDAZIONI - Facebook, con più di 400 milioni di utenti in tutto il mondo, è infatti sempre più spesso nel mirino dei cyber-criminali. Tramite i messaggi di posta elettronica fraudolenti o di phishing è spesso molto semplice rubare i dati di identificazione di un utente. Con l'invio di messaggi vengono spediti link verso falsi siti web. Invece di vedere i nuovi «fantastici» video di qualche star della musica, gli utenti finiscono poi su una pagina web manipolata. «La gente segue sempre queste richieste, perché credono che sia stato un amico ad inviare tale link», ha dichiarato Randy Abrams, specialista della sicurezza nella società Eset. Gli esperti raccomandano quindi di non fidarsi in toto dei link degli «amici». Inoltre, gli utenti dovrebbero utilizzare diverse password nei vari social network e cambiarle regolarmente.


Elmar Burchia
24 aprile 2010



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Buon compleanno YouTube: ha spento cinque candeline

Quotidianonet

Il primo video, non particolarmente bello, ha innescato la rivoluzione: In poco più di un anno, nel luglio del 2006 più di 65mila video venivano caricati ogni giorno online

Il primo video: "Me at the zoo"

New York, 24 aprile 2010 - 

YouTube festeggia una ricorrenza importante a cinque anni dall’upload del primo video. “Me at the zoo” è stato girato da Yakov Lapitsky, dura solo 19 secondi e mostra uno dei fondatori del sito, Jawed Karim, mentre visita lo Zoo di San Diego.

Il video datato 23 aprile 2005 non è particolarmente bello, ma ha innescato la rivoluzione. In poco più di un anno, nel luglio del 2006 più di 65.000 video venivano caricati ogni giorno online. Nell’ottobre dello stesso anno Google ha acquistato il sito per 1,65 miliardi di dollari.

La registrazione del dominio “YouTube.com” risale al 14 febbraio del 2005. Il video è ancora online, visto oltre due milioni di volte, all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=jNQXAC9IVRw





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Papa sotto attacco per ottenere soldi

Il Tempo

Nuova querela da una vittima di padre Murphy accusato di aver abusato di bambini in un istituto del Winsconsin.

Il legale della Santa Sede in Usa: consederano la Chiesa una società d'affari.


Papa Benedetto XVI

«Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi». Esattamente cinque anni fa, Benedetto XVI scandiva queste parole nella celebrazione di insediamento. Una preghiera profetica: Jeff Anderson, lo storico avvocato delle vittime di abusi del clero negli Stati Uniti, lo vuole mettere sul banco degli imputati insieme al segretario di Stato Bertone e al predecessore di quest'ultimo Sodano, mentre in Inghilterra, Richard Dawkins propone di incriminarlo per crimini contro l'umanità, e farlo arrestare appena metta piede sul suolo britannico.

Ma prosegue l'opera di purificazione nella Chiesa: Roger Vangheluwe, vescovo di Bruges, si dimette dall'incarico episcopale, ammettendo di aver abusato di un minore da sacerdote e, per un breve periodo da vescovo. E nel frattempo, dal Cile rimbalza la notizia (pubblicata sempre dal New York Times) che Fernando Karadima, chiamato «il santo vivente», è stato denunciato da quattro uomini per aver abusato di loro. Accuse che indignano i parrocchiani, per i quali Karadima «non avrebbe mai potuto abusare dei suoi fedeli».

Ma il quotidiano newyorchese cita un cardinale cileno che avrebbe confermato che la Chiesa locale avrebbe investigato segretamente sulle segnalazioni. Per la Chiesa belga, la situazione è molto seria. «Quando ero ancora un semplice sacerdote, e per un certo tempo all'inizio del mio episcopato, ho abusato sessualmente di un giovane nell'ambiente a me vicino. La vittima ne è ancora segnata», ha confessato il vescovo Vangheluwe, spiegando il perché delle sue dimissioni. È la settima volta, questo mese, che un vescovo viene dimesso ex canone 401 comma 2 del Codice di Diritto Canonico. Ed è la seconda volta che un vescovo ammette le sue colpe: prima, era stato Mueller, vescovo di Trondheim, Norvegia. Ieri è toccato al vescovo di Bruges. «Nel corso degli ultimi decenni - spiega il prelato - ho più volte riconosciuto la mia colpa nei confronti del giovane, come nei confronti della sua famiglia, e ho domandato perdono. Ma questo non lo ha pacificato. E neppure io lo sono. La tempesta mediatica di queste ultime settimane ha rafforzato il trauma. Non è più possibile continuare in questa situazione».

«È un giorno nero per la Chiesa belga», ha dichiarato il primate del Belgio André Joseph Leonard. Leonard sa che «per la vittima si tratta di un lungo calvario, non ancora finito», e sottolinea che il clero belga è «cosciente della crisi di fiducia che la vicenda innescherà tra molte persone». Per la Chiesa belga, è il momento di un profondo rinnovamento, e per portarlo a compimento lo scorso anno Benedetto XVI aveva scelto, contro ogni previsione, Leonard come primate, al posto del progressista e in scadenza di mandato Godfred Daneels, un monumento del Concilio. Leonard ha intenzione di fare pulizia: «Bisogna interrogarsi sul modo in cui sono ammesse al sacramento dell'ordine le persone sulle quali ci sono dubbi sulla loro rettitudine».

Il cardinal Pell (arcivescovo di Sidney, con tutte le probabilità prossimo prefetto della Congregazione dei Vescovi) sottolinea che, quando era all'ex Sant'Uffizio, Ratzinger si «è reso conto che i processi ecclesiali erano inadeguati e che i vescovi locali avevano commesso troppi errori nel trattamento delle denunce di pedofilia», e per questo ha accelerato le procedure per «indagare sui sacerdoti e allontanare dal sacerdozio i presbiteri accusatori». Ma il Papa finisce di nuovo sotto il mirino delle vittime dei sacerdoti pedofili negli Usa: c'è una nuova querela presentata da una vittima di Lawrence Murphy, un prete accusato di aver abusato di almeno 200 bambini in un istituto per sordi del Wisconsin. Una denuncia, replica Jeffrey Lena, avvocato della Santa Sede, «completamente priva di merito». «Rappresenta - sottolinea Lena - tentativo di usare tragici eventi come piattaforma per un attacco più ampio ricaratterizzando la Chiesa Cattolica come una impresa mondiale di affari».

Andrea Gagliarducci

24/04/2010





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Preso il marsigliese Nieto, latitante da 22 anni Il "bandito-gentiluomo" del rapimento Amati

di Redazione

Era stato protagonista di una storia d’amore, che fece molto scalpore negli anni ’70, con la giovane figlia di un produttore cinematografico.

Dopo 22 anni di latitanza, è stato arrestato in Liguria Daniel Nieto, 63 anni, cittadino francese, ex capo della banda dei Marsigliesi 



 
Genova -
Era stato protagonista di una storia d’amore, che fece molto scalpore negli anni ’70, con la giovane figlia di un produttore cinematografico, da lui rapita e violentata. Tradito proprio da quella storia d’amore, era finito in carcere, condannato a 18 anni. Dopo 10 anni era però evaso ed ora, dopo 22 anni di latitanza, è stato arrestato in Liguria dagli agenti della Polizia Ferroviaria. Il protagonista della vicenda è Daniel Nieto, 63 anni, cittadino francese, ex capo della banda dei Marsigliesi che negli anni Settanta a Roma si rese responsabile di diversi gravi reati.

Bandito e gentiluomo Bandito-gentiluomo, Nieto organizzò diversi sequestri di persona caratterizzati da modalità singolarmente signorili nei confronti delle vittime, che venivano trattate in modo particolarmente gentile. Un particolare, questo, che fu poi cristallizzato in varia narrativa relativa alle cronache dell’epoca. Nel 1978, sempre nella capitale, dove si era rifugiato dopo una evasione dalle carceri francesi, Nieto rapì Giovanna Amati, diciottenne figlia di un produttore cinematografico. Durante il sequestro la giovane fu anche violentata, ma ciò non impedì che tra vittima e sequestratore nascesse una storia d’amore. Dopo tre mesi Giovanna fu liberata dietro pagamento di un riscatto di 800 milioni di lire, ma qualche giorno più tardi i due si rividero: un appuntamento galante che costò caro a Nieto, arrestato dalla polizia.

Il bandito-gentiluomo fu condannato a 18 anni di carcere e rinchiuso a Volterra. Dieci anni più tardi, durante un permesso premio, Daniel Nieto evase. Fu rintracciato poco dopo a Parigi ed arrestato perchè ritenuto responsabile di una rapina con sequestro di un poliziotto in Belgio. Ma anche da qui riuscì a fuggire. Da allora ha vissuto nella latitanza, fino a qualche giorno fa quando, su un treno proveniente da Milano e diretto a Ventimiglia, gli agenti della Polfer di Genova, nel corso di un controllo, lo hanno arrestato. L’uomo ha mostrato ai poliziotti i suoi documenti ed è emerso che si trattava di un pericoloso pregiudicato. Obbligato a scendere dal treno alla stazione di Genova Principe, Nieto ha commentato: «ci avete messo vent’anni per trovarmi. Eccomi, sono qua, tranquilli. Ormai sono diventato vecchio. Un tempo sarebbe stato diverso».



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New York, sventato un piano di Al Qaeda per un attentato alla metropolitana

Corriere della Sera
Il Washington Post: «È stata la minaccia più grave corsa dall'America dagli attentati dell'11 settembre»

Uno dei terroristi si sarebbe dichiarato colpevole

New York, sventato un piano di Al Qaeda per un attentato alla metropolitana


La metro di New York

NEW YORK - Due leader di Al Qaeda avevano progettato un attacco contro la metropolitana di New York. Il piano è stato fermato dall’antiterrorismo poco prima che venisse messo in opera. Lo scrive il Washington Post, definendo il fallito attentato come la minaccia più grave mai corsa dall'America dagli attentati dell’11 settembre 2001. Zarein Ahmedzay, un tassista di New York City, si è dichiarato colpevole davanti a un tribunale di Brooklyn, ammettendo di aver ordito un complotto per un attacco kamikaze a Manhattan nel settembre scorso, durante il mese Ramadan. Con Ahmedzay vi era anche Najibullah Zazi, un autista di navette shuttle dell'aeroporto di New York. Ahmedzay, 24 anni, ha detto ai giudici che lui, Zazi e un’altra persona avevano incontrato due leader di Al Qaeda alla frontiera tra Pakistan e Afghanistan nell’agosto 2008 e da questi avevano ricevuto l’ordine di procedere con gli attacchi.

L'ATTACCO - Secondo gli investigatori federali i due leader di Al Qaeda erano Saleh al-Somali, il responsabile delle operazioni internazionali, e Rashid Rauf, alla guida della logistica dell’organizzazione. Entrambi sarebbero stati uccisi nel corso di due distinti attacchi missilistici Usa nel novembre e dicembre dello scorso anno. L’attacco terroristico alla metropolitana di New York sarebbe stato fermato grazie ai sospetti nutriti dall'Fbi su Zazi, che venne fermato su un’auto affittata mentre si dirigeva a Manhattan.


24 aprile 2010





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Più che una festa una liturgia: divide il Paese, falsifica la storia

di Mario Cervi

A liberarci sono state le truppe Anglo-Americane, ma si finge ancora siano stati i partigiani rossi. 

Il Risorgimento degli anti Cav.

L'INEDITO Pio XII a Roosvelt: "Accetta la resa di Badoglio"



 

Il presidente Napolitano celebrerà oggi, con un discorso alla Scala, la ricorrenza del 25 aprile. Posso immaginare quale tono e quali contenuti avranno le parole del Capo dello Stato. Ricalcheranno - è un rilievo, non un rimprovero - tante altre parole di tanti altri discorsi. Napolitano rievocherà il 25 aprile come un momento di unità nazionale, di affermazione popolare dei valori di libertà e di democrazia. Immagino che non mancheranno elogi alla Costituzione. Tutto come da copione, tutto molto nobile e alto. L’annunciata presenza di Berlusconi accanto a Napolitano sottolineerà il carattere super partes che il Palazzo vuol dare all’anniversario .

Lo sforzo è lodevole. Ma devo dire, ripetendomi, che a mio avviso è anche votato all’insuccesso. Quella del 25 aprile è una festa di parte. Se dall’ovattato ambiente scaligero si passa alle piazze, ai comizi, agli ordini del giorno, il 25 aprile appare ciò che veramente è. L’occasione per una ritualità partigiana che è in effetti una ritualità rossa, e che distingue gli italiani d’allora, e anche quelli d’oggi, in buoni e cattivi secondo l’ideologia di appartenenza (non è un discorso che opponga anacronisticamente fascismo e antifascismo, è un discorso che oppone la sinistra, monopolizzatrice mediatica e piazzaiola del 25 aprile, ai cosiddetti moderati).

La liturgia del 25 aprile dà per scontate alcune pseudo-verità. Che l’Italia sia stata liberata dalla Resistenza piuttosto che dai carri armati angloamericani; che il popolo italiano abbia sempre anelato a scrollarsi di dosso il giogo mussoliniano e a recuperare la democrazia; che l’Italia possa e debba festeggiare la fine della guerra a fianco dei vincitori. Siamo seri. La guerra l’Italia l’ha malamente perduta. Il fascismo la stragrande maggioranza degli italiani l’ha tranquillamente vissuto. Ci si è accorti delle efferatezze naziste quando la tigre tedesca era ferita, e accerchiata dai cacciatori. Non è avvenuto solo in Italia.

I francesi compattamente petainisti del 1940 furono compattamente gollisti nel 1944. La Francia ha avuto in De Gaulle l’uomo che ha saputo porre un suggello nazionale sulla lotta all’occupante, all’Italia quell’uomo è mancato, era impensabile trovarlo dopo il ventennio in camicia nera. Festeggiare le disfatte può aiutare a rimuoverle, ma non giova alla verità e alla dignità. Dopo la rotta di Sèdan - dove nel 1870 i prussiani umiliarono l’esercito di Napoleone III - in Francia si disse che bisogna ricordarla sempre, non parlarne mai. Noi non facciamo altro che crogiolarci nel chiacchiericcio su un immaginario 25 aprile virtuoso e vittorioso.

Il 25 aprile ebbe un prima e un dopo. Un prima tragico ed eroico. Ai caduti della Resistenza deve andare la gratitudine di tutti gli italiani. Dimostrarono che c’erano ancora dei combattenti nel Paese del «tutti a casa». E il 25 aprile ebbe il dopo di una mattanza sanguinaria che mai ha meritato un cenno e una riflessione nelle alate effusioni di retorica ufficiale. È doveroso rendere onore a quanti vollero la libertà e per la libertà morirono, può essere fastidioso ma è altrettanto doveroso rammentare che molti comandanti e militanti delle formazioni partigiane non volevano la libertà, volevano una dittatura comunista, e avevano come loro riferimento ideale e ideologico Stalin.

L’irrealtà d’un 25 aprile di conciliazione trova dimostrazione in piccoli e anche meschini episodi. Vietare «bella ciao» è sciocco. Impedire a esponenti del centrodestra di partecipare alle manifestazioni per la liberazione - è avvenuto e continua ad avvenire - è settario. Dopo l’entrata in politica di Berlusconi la strumentalizzazione ideologica del 25 aprile ha assunto connotazioni parossistiche. Si inneggia alla Resistenza includendovi anche la resistenza al Cavaliere, si festeggia la Liberazione ammiccando ai nefasti di Arcore, si esalta la Costituzione voluta da uomini che avevano fatto la Resistenza per scagliarsi contro il lodo Alfano o il legittimo impedimento. Tutto si traduce in bassa bottega della politica politicante.

Conciliazione? L’Anpi, l’associazione dei partigiani, adesso raduna - a causa d’anagrafe - solo una piccola minoranza di veterani della guerra di liberazione, e una schiacciante maggioranza d’iscritti che partigiani non furono mai, e che sono magari giovanissimi. Informati sui fatti della Resistenza, suppongo, come la media dei loro coetanei (ossia zero). Non sanno nulla di Ferruccio Parri, ma di villa Certosa sanno tutto. Si sono arruolati - spiegano i dirigenti dell’Anpi - perché «amano semplicemente la Costituzione». Vogliamo scommettere che tutti i baby partigiani identificano nei berlusconiani i nemici della Costituzione? È così che il 25 aprile è stato sempre piegato, e ora lo è più che mai, a esigenze e finalità di parte. Non si tratta d’impedire, a chi la pensa in un certo modo, di esaltare e propagandare il suo credo. Si tratta soltanto di ricondurre un momento di divisione e non d’unità alla sua autentica essenza. Di una cosa abbiamo gran bisogno, tutti: di non raccontarci reciprocamente delle favolette, di dirci la verità anche quando è amara.



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L 'aereo spaziale che vola senza l'uomo

Corriere della Sera
è decollato da Cape Carneval

L 'aereo spaziale che vola senza l'uomo

L'X-37B effettuerà le operazioni di rientro e di atterraggio in modo completamente autonomo



MILANO – Si chiama Alliance X-37B ed è il mini shuttle lanciato dall’aeronautica americana da Cape Carneval (Florida) che per la prima volta al mondo volerà senza equipaggio. Niente pilota e niente intervento umano nelle manovre di rientro e atterraggio: la navetta spaziale dimostra che dell’uomo si può anche fare a meno.

CARATTERISTICHE – L’aereo spaziale è lungo 8,9 metri e largo 2,9 ed ha un’apertura alare di 4,5 metri. Verrà spinto dal razzo Atlas V e resterà in orbita 270 giorni. Per il momento i suoi obiettivi sono segreti. A bordo saranno ospitate apparecchiature sofisticatissime e pare che l’obiettivo principale sia quello di creare l’ambiente necessario per testare tecnologie e nuovi congegni in orbita.

ARIA DI MISTERO - Nulla è trapelato di più specifico circa le vere intenzioni di questa navetta in miniatura, la cui costruzione risale al 1999. Non si sa quanto sia costata e c’è anche chi sospetta che più che un laboratorio di test possa essere un mezzo di attacco aereo. Per il momento però si sa solo che tra un anno verrà lanciato il secondo mini shuttle X-37B e che, dopo un giro di nove mesi, il veicolo farà ritorno alla base di Vandenbert, in California.

Emanuela Di Pasqua
23 aprile 2010(ultima modifica: 24 aprile 2010)






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Garibaldi, da santo a quasi terrorista La parabola di un’icona

Corriere della Sera

Sui palazzi si scriveva: «Dormì qui per due ore». E si vendeva la pasta con il suo nome .
L’800 adorava il condottiero, ora il dileggio leghista

Garibaldi, da santo a quasi terrorista
La parabola di un’icona

«Così ho trasformato il Sud da terza potenza mondiale in povera colonia italiana: eravamo solo mille... ma siamo stati sufficienti ad arraffare tutto l'oro del Meridione, a smontare le industrie del Sud che davano lavoro a migliaia di operai e a trasferire queste ricchezze al misero Nord». Sono parole messe in bocca a Giuseppe Garibaldi in una cartolina della serie «Garibaldi? No grazie», con tanto di barra di traverso diffusa dai nostalgici del Regno delle due Sicilie.

Direte: questa poi! E quando mai è stato il Mezzogiorno la «terza potenza mondiale »? A metà dell’Ottocento? Davanti o dietro gli Stati Uniti? Davanti o dietro l'impero francese? Davanti o dietro l’impero britannico? E dov’erano in classifica, per dire, l'Olanda che controllava immensi possedimenti coloniali o l’impero ottomano? Uno storico sicuramente non filo-unitario come Mario Costa Cardol ricorda che «nel 1860 il Piemonte contava 803 chilometri di strade ferrate, la Lombardia 202, il Veneto 298, la Toscana 256 (...) e infine veniva l'ex regno napoletano, con 98» peraltro non al servizio dei cittadini ma dei Borboni perché potessero raggiungere più comodamente le sontuose residenze reali di Portici e Caserta? Chissenefrega: abbasso Garibaldi!

Il tentativo di trasformare il protagonista del Risorgimento che all’epoca, secondo lo storico inglese Denis Mack Smith, era «la persona più conosciuta e amata del mondo» in una specie di «delinquente, terrorista, mercenario» (definizione di uno pseudo-saggio che dilaga online) non è nuovo. Basti rileggere I napoletani al cospetto delle nazioni civili scritto da un anonimo e pubblicato senza data né luogo di stampa perché clandestino sotto il nuovo regno d'Italia: «Briganti noi, combattendo in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi, venuti qui a depredare l'altrui? Il padrone di casa è il brigante o non piuttosto voi, venuti a saccheggiare la casa?» Negli ultimi anni, però, c'è stata un’accelerazione.

Che il culto antico di Garibaldi fosse a volte esagerato fino al ridicolo, non si può negare. Il catalogo della mostra «Garibaldi nell'immaginario popolare» curato da Franco Ragazzi e Claudio Bertieri, trabocca di oggetti incredibili: caraffe garibaldine, bottiglie garibaldine, sardine garibaldine, maccheroni garibaldini, ginseng garibaldini e poi spille e poltrone, divani e fermagli, ventagli e statuette di ceramica, bottoni e fazzoletti. Per non dire dei ritratti. Dei busti. Dei monumenti equestri sparsi per le contrade del mondo. E poi film, romanzi, saggi. Nel 1970 lo studioso Anthony Campanella contò non meno di 16.141 libri dedicati all'eroe. Da allora, sarebbero almeno raddoppiati.

Uno lo ha scritto una studiosa genovese, Franca Guelfi. Si intitola «Dir bene di Garibaldi » e raccoglie 155 epigrafi sparse per l'Italia. «Altro che Che Guevara!», commenta nell'introduzione Luciano Cafagna. Alcune sono strepitose. Come quella sul Palazzo Alliata di Villafranca a Palermo: «In questa illustre casa il 27 maggio 1860 per sole due ore posò le stanche membra Giuseppe Garibaldi. Singolare prodezza fra l’immane scoppio delle micidiali armi da guerra sereno dormiva il genio sterminatore d’ogni tirannide ». O quella a Lunano, Pesaro: «Inseguito da orde straniere, sostava qui con la fedele coorte tra l’agguato e l’ansia e gli batteva accanto il cor d’Anita». O quella a Palazzo Grignani di Marsala: «In questa casa per ore sessanta fu Garibaldi, qui nel 19 luglio 1862 la prima volta tuonò o Roma o morte». O ancora quella a Colle di Gibilrossa (Palermo): «Da questa rupe rivolgendosi a Bixio diceva le fatidiche parole, Nino domani a Palermo».

L’eroe dei due mondi, ha scritto Ragazzi, «era visto dal popolo come un santo liberatore. A Palermo era considerato "parente" di Santa Rosa così come a Napoli lo divenne di San Gennaro, in una stampa popolare era raffigurato con un gesto benedicente (...) In un calendario del 1863 era elevato alla gloria degli altari, il busto-reliquiario con tanto di aureola posto su un altare fra baionette, cannoni e munizioni al posto dei ceri. L'epigrafe era vero manifesto dell’anticlericalismo: "figli d'Italia, se asciugar volete / di Venezia e di Roma il lungo pianto / poco v'importi se non canta il prete / queste son le candele, questo è il santo"».

Troppo? Certo che era troppo. Ma è troppo forte anche il passaggio dal peana al dileggio. Sostiene la storica cattolica Angela Pellicciari: «Il suo mito è stato costruito ad arte dalla Massoneria, di cui Garibaldi era illustre esponente. Come del resto il Risorgimento: un fatto massonico contro la popolazione italiana, definita oscurantista perché in stragrande maggioranza cattolica ». Tutto qui? Davvero il Risorgimento può essere liquidato, citiamo a caso Giancarlo Padula, «giornalista, scrittore e cantautore », come «una vera e propria rapina del ricco e colto, all’epoca, Meridione»? Davvero è «normale» che un uomo che perfino il burbero Indro Montanelli trattò con qualche rispetto («S’imbarcò alla chetichella e, delle personalità piemontesi, il solo Persano venne a dirgli addio. La grettezza di Vittorio Emanuele, il livore di Cavour e la meschinità di Farini gli avevano reso, in fondo, un enorme servigio. A confronto di tali ometti, egli sembrava, senza esserlo, un gigante») possa essere liquidato come uno che «si lasciò crescere i capelli perché in Sud America violentò una ragazza che gli mozzò un orecchio con un morso»?

Si è sentito di tutto, in questi anni. Di tutto. Il torinese Mario Borghezio ha tuonato che Garibaldi «è solo una montatura. Mica per altro piaceva tanto a Craxi. Era solo un esaltato innalzato dalla retorica nazionalista. Ma non valeva un'unghia di Emanuele Filiberto». Il catanese Raffaele Lombardo che «è tempo che l'intera nazione prenda coscienza del male che ci ha fatto Garibaldi: l'unità ci ha portato sottosviluppo, immigrazione, e un genocidio chiamato brigantaggio, con gli insorti impiccati, bruciati vivi e denigrati come banditi. La conquista savoiarda ha depredato le casse del Banco di Sicilia e ha impedito la nascita di uno Stato federale sotto il coordinamento di un sovrano, magari del Papa». Il bergamasco Roberto «Pota» Calderoli che certe ricorrenze risorgimentali sono «un lutto»: «L’azione di Garibaldi e dei Savoia ha fatto il male della Padania e del Mezzogiorno che stavano benissimo come stavano». E mentre il sindaco siciliano di Capo d’Orlando spaccava a martellate la targa di Piazza Garibaldi («un feroce assassino al servizio della massoneria e dei servizi inglesi») il bossiano Francesco Bricolo sparava: «Era un traditore, un mercenario, un massone, un nemico della Chiesa, un negriero, un truffatore, un ladro di bestiame e un criminale di guerra ». Quello che dicono i fanatici borbonici come lo «storico» Antonio Ciano, tabaccaio a Gaeta e fondatore del Partito del Sud, che svetta su YouTube con filmati tipo: «Il regno delle due Sicilie e le trame della massoneria », «Garibaldi: eroe o cialtrone?» «La più grande rapina della storia» e così via…

Tutte tesi che hanno sdoganato i blogger. Eccitati al punto da fare un casino pazzesco, come un certo «Salux» che su www.riflessioni.it/forum scrive: «Pio IX definì Garibaldi: “un metro cubo di letame”» No, guardi, fu il contrario. Va ben, che sarà mai… Uno dice una cosa, uno un’altra… Lo storico Mario Isnenghi sostiene che nossignori, non si può fare la storia «fai da te» e che «gli avvenimenti storici si sono svolti in una certa maniera e non in un’altra» e comunque certe tesi vanno provate? Uffa, il solito parruccone…

Sergio Rizzo, Gianantonio Stella
23 aprile 2010(ultima modifica: 24 aprile 2010)






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Ora Strada ci insulta. E noi lo denunciamo

di Roberto Fabbri

Querela e controquerela. Il fondatore di Emergency Gino Strada coglie l’occasione di una conferenza stampa convocata a Milano per annunciare di aver sporto denuncia, a titolo personale e in nome dell’organizzazione, contro i quotidiani il Giornale e Libero. Strada, mostrando due prime pagine del Giornale uscite nei giorni dell’arresto dei tre operatori di Emergency in Afghanistan, ha detto tra l’altro che «si è scatenato il giornalismo spazzatura». Parole che hanno spinto poche ore dopo la Società Europea di Edizioni, editrice del Giornale, ad annunciare una controquerela facendo riferimento a «pesanti e intollerabili giudizi diffamatori».

La conferenza stampa di ieri è stata tra l’altro la prima uscita pubblica di Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani, rientrati in Italia mercoledì alcuni giorni dopo la liberazione da parte delle autorità afghane. I tre operatori di Emergency erano stati sentiti a Como subito dopo il loro rimpatrio su disposizione del magistrato titolare del fascicolo che era stato aperto all’indomani dell’arresto dei tre in Afghanistan. Ieri Garatti e Dell’Aira erano in compagnia di Strada e della figlia Cecilia, presidente di Emergency, durante la conferenza stampa, mentre Pagani partecipava in videoconferenza dalla sede romana dell’organizzazione.

Ieri mattina Strada ha cominciato annunciando «un breve commento sulla notizia di ieri» (ossia giovedì), cioè l’apertura di un’indagine da parte della Procura di Roma «per calunnia aggravata e continuata ai danni di Emergency». Subito dopo ha mostrato una copia del Giornale del 12 aprile con il titolo che parla di «Confessioni choc» e ha aggiunto di considerarlo «giornalismo spazzatura» in quanto nel testo veniva poi precisato che a differenza di quanto sostenuto del Times i tre non avevano confessato; poi ha mostrato anche il Giornale del 17 aprile con un altro titolo di prima pagina relativo alla denuncia afghana di presunte intercettazioni che avrebbero messo nei guai Marco Garatti; e ha concluso esibendo ai giornalisti una finta prima pagina del Giornale con il titolo che «su questa spazzatura» (sue testuali parole) a suo avviso avrebbe dovuto essere pubblicato («Liberi, sono innocenti») «nella stessa posizione e con lo stesso spazio». Strada ha chiosato il tutto aggiungendo: «Ovviamente la spazzatura non lo farà.
Andranno avanti a fare il loro sporco mestiere».

Quindi l’annuncio della denuncia a carico non solo del Giornale, ma anche (sempre parole testuali di Gino Strada) dell’«altra mini spazzatura chiamata Libero». Strada ha continuato definendo molto significativa l’iniziativa della Procura romana di aprire un fascicolo contro ignoti per la vicenda, perché «avevamo detto fin dall’inizio che si trattava di una montatura e di un tentativo di screditare Emergency». Ma ha aggiunto che se è «in qualche misura comprensibile che gli afghani implicati nella vicenda siano ignoti», «quelli nostrani sono invece notissimi» (e qui ha sbandierato nuovamente una copia del Giornale) e ha precisato che «mi piacerebbe molto che venisse aperto un fascicolo anche contro noti, con le stesse imputazioni».

Hanno fatto seguito i ringraziamenti anche a nome di Garatti, Dell’Aira e Pagani «a tutti quelli che si sono interessati per arrivare a una rapida soluzione» della vicenda, tra cui ha nominato il ministero degli Esteri, lo stesso ministro Frattini e la diplomazia italiana. Strada ha pure ringraziato il capo dei servizi afghani Amrullah Saleh, «che ha preso in esame le cosiddette accuse che da noi la stampa-spazzatura dà per notizie considerandole per quello che sono, cioè spazzatura».
Dopo tutto questo, la società editrice del Giornale ha reso noto di aver «dato mandato ai propri legali di intraprendere ogni e più opportuna azione a tutela della propria reputazione ed immagine professionale nei confronti del signor Gino Strada che questa mattina, durante la conferenza stampa di Emergency, si è espresso nei confronti della testata con pesanti e intollerabili giudizi diffamatori».



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Strada ci insulta, noi lo quereliamo

di Fausto Biloslavo

Gino Strada e la sua banda di intoccabili ci dichiarano «guerra» con una strombazzata querela. Durante una conferenza stampa il fondatore di Emergency sventola un paio di prime pagine del Giornale sulla settimana di passione dei tre «martiri» dell'Ong arrestati in Afghanistan. La nostra colpa è di essere stati gli unici a sbugiardare il Times di Londra sull'annunciata confessione di Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani di essere in combutta con il terrorismo talebano. E di aver riportato altre notizie di presunte prove in mano ai servizi afghani conosciute dal governo italiano. In pratica siamo rei di aver fatto i giornalisti, spesso un passo avanti rispetto agli altri giornali. Per questo, a sua volta, il Giornale querelerà Strada.

La prima pagina additata al pubblico disprezzo è quella con il titolo «Gli amici di Strada, confessione shock». Peccato che Gino l'intoccabile non legga il lungo articolo che dalla prima sfocia all'interno, dove il titolo su sette colonne centra la notizia: «Gli uomini di Strada confessano. Anzi no». Il testo è firmato da chi scrive, come gran parte dei pezzi esclusivi sull'ennesima puntata degli «incidenti» di Emergency in Afghanistan. A 24 ore dall'arresto dei tre italiani, quando lo stesso ministro degli Esteri, Franco Frattini, prende le distanze, il Giornale-spazzatura, come ci bolla Strada, scopre le carte di uno sporco gioco ai danni degli arrestati.
Il giorno dopo tutti i giornaloni italiani escono con la notizia della confessione in ampia evidenza. Non risulta che Gino l'intoccabile abbia querelato pure loro. E se non bastasse la stessa mattina Cecilia Strada, figlia del fondatore di Emergency, presidente dell'ong, mi ringrazia in diretta a Rai Radio 3 (si può ascoltare sul mio sito).

Gino sventola, con meno enfasi, anche un'altra esclusiva del Giornale, che parla di un'intercettazione dei servizi afghani ai danni di Garatti. Per almeno cinque giorni gli 007 di Kabul hanno parlato di prove di tutti i generi che incastravano senza speranza i tre di Emergency. Strada, miope come sempre, si guarda bene dal leggere questo passaggio del pezzo incriminato: «Secondo l'intelligence afghana l'intercettazione è una delle prove cardine del coinvolgimento di Garatti. Tutti quelli che lo hanno conosciuto, compreso chi scrive, stenta a crederlo». Non solo: fin dal primo giorno ho scritto sul Giornale e detto in televisione e alla radio che «non credevo alla storia dei tre terroristi in camice bianco». Invece sono sempre stato convinto che Emergency abbia molto da chiarire sul vero ruolo di Ramatullah Hanefi, il loro ex responsabile locale all'ospedale di Lashkar Gah, nei sequestri del fotografo Gabriele Torsello e dell'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo. E sono altrettanto convinto che gli intoccabili dell'ong milanese sparano a zero contro la Nato, ma denunciano di meno i crimini dei talebani. Addirittura mettendo sullo stesso piano i soldati dell'Alleanza atlantica, compresi i nostri, e i terroristi. Per non parlare del fatto che nessuno si chiede più chi abbia messo le armi nell'ospedale e perché.

A Gino Strada e Peacereporter, costola mediatica di Emergency, piace solo la loro Verità con la V maiuscola, come se fossero la Pravda. Oltre alle querele sibilano velate minacce. L'editto milanese di ieri non lascia dubbi: «È stato aperto un fascicolo per calunnia contro ignoti afghani, mi piacerebbe, invece, che ne venisse aperto un altro contro nostri concittadini notissimi». Il monito di Gino in versione Travaglio è chiaro: gogna giudiziaria per il direttore delGiornale, Vittorio Feltri, quello di Libero, Maurizio Belpietro e politici vari («personaggi notissimi»). Se mai accadesse mi costituisco ai carabinieri. E mi dichiaro prigioniero d'opinione per avere raccolto notizie esclusive (talvolta a favore di Emergency) facendo il giornalista senza guardare in faccia nessuno.
Strada ci chiede di pubblicare titoli assolutori sui tre «martiri» di Lashkar Gah. Peccato che Emergency non abbia ancora risposto alla richiesta di un'intervista a tutto campo, con il chirurgo Garatti, avanzata da giorni via Cecilia Strada. Aspettiamo fiduciosi che il liberato si conceda, per porgli delle domande su alcune novità di questa storiaccia come il doppio gioco di qualcuno.

L'obiettivo vero dei duri e puri di Emergency è mettere a tacere o screditare chi critica San Gino e gli fa le pulci. Un vecchio sistema stile Kgb, che aveva cercato di fare lo stesso quando mi catturarono in Afghanistan, durante l'invasione sovietica. La mia colpa era raccontare la guerra in prima linea seguendo i mujaheddin. Quella volta le nostre autorità, che non smetterò mai di ringraziare, ci hanno messo sette mesi a tirarmi fuori dalle galere di Kabul. Non sette giorni, come gli intoccabili di Emergency.
www.faustobiloslavo.eu



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Morales a ruota libera «Il pollo fa diventare gay»

Corriere della Sera
«È gonfio di ormoni. E non bevete la coca-cola, serve soprattutto a sturare i rubinetti»

in bolivia - Conferenza alternativa sul Clima

Morales a ruota libera «Il pollo fa diventare gay»


Evo Morales
Evo Morales
Se l'umanità sta facendo a pezzi la Pachamama, la Madre Terra dei miti indigeni, a causa della sua corsa dissennata ai consumi, è il cibo capitalista che più mette in pericolo l'uomo, e soprattutto il maschio. Evo Morales ne è convinto, e inaugurando un forum mondiale sull'ambiente nella sua Bolivia se l'è presa con due capisaldi dell'alimentazione di massa: il pollo e la Coca Cola. Il pennuto, fritto o arrosto che sia, «è oggi gonfiato di ormoni femminili», il che implica che «gli uomini che lo mangiano hanno deviazioni nel loro essere uomini...».

Quanto alla bevanda gassata nata ad Atlanta, resta valida per Morales l'antica diceria per cui sarebbe ottima a sturare i gabinetti: «È noto che quando l'idraulico arriva a casa vostra e non riesce a risolvere il problema, scarica la Coca nel water e tutto si sistema». Risate dal pubblico. L'incontro di Cochabamba, gremito di scienziati, politici e movimenti sociali, è stato un utile richiamo agli insuccessi di Copenaghen. Ma — si sa come vanno queste cose — a fare il giro del mondo sono state le due frasi da bar del presidente boliviano. La prima, quella sugli ormoni, è inevitabilmente riassunta in «se mangi pollo diventi gay», suscitando tra l'altro le proteste delle organizzazioni per i diritti degli omosessuali. «Morales omofobico!», protestano dalla Spagna. «Allora se un omosessuale mangia un pollo con ormoni maschili diventa etero?», si è chiesto sghignazzando il presidente di un gruppo gay argentino.

Esperti interpellati sul tema sostengono poi che la leggenda metropolitana secondo cui il pollo gonfiato fa crescere il seno agli uomini è pure anacronistica. Da molti anni non si usano più ormoni nell'alimentazione delle galline. Da La Paz, il ministero degli Esteri è dovuto correre in soccorso del leader indio. «Morales non ha fatto alcun accenno alla sessualità, ha solo detto che i polli nutriti con gli ormoni possono avere effetti collaterali sui nostri corpi. Se non fosse vero, perché allora molti governi hanno vietati?». Nessun serio approfondimento invece su un'altra affermazione di Morales, secondo cui la nostra alimentazione occidentale e capitalista sta facendo aumentare il fenomeno della calvizie. «Tra 50 anni avremo una società senza capelli e senza parrucchieri — ha detto lo spiritoso e zazzeruto presidente —. Guardate noi indios: ne conoscete qualcuno calvo?». Quanto alla Coca Cola, simbolo capitalista per eccellenza, l'antipatia di Morales ha saldi fondamenti. Da leader storico dei cocaleros boliviani, ha sempre sostenuto l'utilizzo alternativo e lecito della foglia magica. Al punto che il suo governo ha finanziato una piccola società che ha appena lanciato sul mercato locale tale Coca- Colla, bibita energetica alternativa.

In ogni caso, dice Evo, sempre meglio la chicha, bevanda andina a bassa gradazione alcolica, ottenuta dalla fermentazione del mais. Folklore alimentare a parte, la conferenza di Cochabamba ha avuto una notevole eco tra i movimenti sociali e ambientalisti di tutto il mondo. Voluta da Morales e dall'alleato venezuelano Hugo Chávez per denunciare gli insuccessi dei precedenti summit mondiali, ha messo sul banco degli imputati i Paesi ricchi per il deterioramento del clima, mentre a subirne le conseguenze sono soprattutto le nazioni in via di sviluppo. La montagnosa Bolivia è un simbolo, con i suoi ghiacciai andini dimezzati in volume negli ultimi 40 anni e in crisi per la mancanza cronica di acqua nelle città. Il summit ha chiesto una riduzione di almeno il 50 per cento delle emissioni di gas e la creazione di un tribunale internazionale per giudicare i crimini ambientali. Morales sogna un grande referendum che si svolgerebbe nel Sud del mondo, tra un anno, dove due miliardi di persone dovrebbero votare per imporre ai Paesi ricchi soluzioni immediate. Catastrofico nel suo intervento Hugo Chávez: «Se l'egemonia del capitalismo yankee continuerà su questo pianeta, la vita umana volgerà alla fine. Ricordiamocelo sempre: la Terra è vissuta milioni di anni senza la razza umana! Quindi Pachamama o morte! ».

Rocco Cotroneo
24 aprile 2010



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La Russa: "Tutta la verità su Gianfranco"

di Emanuela Fontana

Il coordinatore Pdl: "Il suo ruolo istituzionale e i cattivi consigli di certi intellettuali lo hanno portato fuori strada.

Tornare alle urne? Mi auguro di no, ma il pericolo c’è". "La presidenza di Montecitorio è stregata: poi si sparisce". 

A Fini il ko non basta: pronto all'offensiva tv



 
Ministro La Russa, prima di parlare di Fini parliamo di cose allegre: il Suv russo che oggi le ha regalato Berlusconi...
«Sì ma scriva che lo do in beneficenza. L’equivalente in denaro».
Si scrive ma lei poi lo deve fare.
«L’ho detto prima al telefono a Berlusconi: organizziamo una cerimonia quasi ufficiale. Tu mi dai il Suv, io consegno l’assegno. E adesso di che parliamo?».
Del suo nuovo lavoro: come si sente nel ruolo di avvocato divorzista? Amico di Fini da trentacinque anni, ma coordinatore del Pdl e vicinissimo al premier.
«Usiamo questa metafora? Mi sento un avvocato divorzista nella fase in cui è possibile la riconciliazione».
Tra Fini e Berlusconi?
«Gli avvocati devono prima di tutto verificare se l’intenzione della separazione è vera, o se si può intervenire per evitarla».
Parla da ottimista o perché ha già sentito le parti?
«Oggi, dopo il consiglio dei ministri, a palazzo Chigi abbiamo chiacchierato un po’».
Con il presidente Berlusconi.
«Sì, ed è prevalsa la linea di non insistere nella rottura da parte del presidente del consiglio. Ieri si è svolta una direzione che si è conclusa come tutti sanno. A mio avviso, ora si deve proseguire confidando che le cose dette e decise valgano per tutti».
E gli undici che hanno votato «no» al vostro documento? E Fini?
«Chi non ha votato il documento dovrà chiarire come vuole svolgere il suo ruolo politico. Non parlo tanto di Fini, ma degli altri amici...».
Lei ora parla da coordinatore del partito, meno da amico di Fini.
«Ieri Fini ha detto cose che non ho compreso e che non ho apprezzato. Dopo le elezioni vittoriose, dopo tanti successi, aprire una stagione di contrasto, non ce n’erano le ragioni!».
Qual è la prospettiva di Fini?
«Non l’ho mai sentito dire: chi me l’ha fatto fare. Ma reputo che sia stato un errore da parte nostra non aver contrastato la sua scelta della presidenza della Camera. Io stesso gli dissi che era una buona idea».
Perché?
«Fare il presidente della Camera ti colloca in una posizione istituzionale che favorisce il contrasto. A parte che c’è una sorta di maledizione di Tutankhamon legata a quel ruolo, nella seconda Repubblica».
Una poltrona fatale?
«La Pivetti è scomparsa, Violante non è stato ricandidato, Casini forse è l’unico che se l’è cavata».
Più o meno.
«Infatti, ha litigato con Berlusconi, poi Bertinotti, e poi chi c’è stato?».
Fini.
«Fini, appunto. Ha interpretato questo ruolo più proiettandolo sulla destra del futuro che quella del presente. Un ruolo istituzionale che l’ha tenuto lontano dal partito...».
Anche da lei e dai vecchi amici?
«I contatti con lui non dico che si siano rarefatti, ma prima, certo, erano quotidiani. E tutto questo ha favorito una distanza, acuita dal fatto che intorno a lui si è insidiata un area di intellettuali di destra elitaria, intellettuali bravi ma elitari, che non so se per scelta di Fini o se per scelta loro, mediaticamente sono stati letti come portavoce del pensiero di Fini».
Da quanto tempo non lo sente?
«L’ultima volta ci siamo salutati ieri, alla direzione...».
Oggi nessun contatto?
«No, oggi non ci siamo sentiti».
Che esperienza è stata vivere dal palco la scena della litigata?
«Non ho apprezzato Brunetta, che pure mi sta molto simpatico, quando ha detto che era tutto molto divertente. Per me non c’è stato niente di divertente, ieri. Nel mio intervento ho cercato di interpretare il mio ruolo di uomo del Pdl, ma ho rivendicato la storia di An, che è una storia di orgoglio. Se noi non eravamo una caserma, Forza Italia non era un partito di plastica. Poi ho ricevuto tanti messaggi di complimenti dagli amici di Fini».
Insomma, Fini ha sbagliato il momento per gettare a terra la maglia, come Balotelli, che lei consce bene essendo tifoso dell’Inter.
«Balotelli comunque ha chiesto scusa. Conoscendo Fini, non penso che lui lo farà. Ieri si è conclusa una fase. E chi ha voluto che la fase si concludesse è stato Gianfranco».
Allora, ministro avvocato, come vede la risoluzione del caso?
«Gli avvocati possono solo registrare i fatti. Gli unici che possono rimettere a posto le cose sono i separandi. Poi vanno dall’avvocato a dire: aiutaci a trovare la soluzione tecnica».
Lo sa che tra i fan di Fini c’è chi vi accusa di essere attaccati alla poltrona?
«I due terzi di An non mi pare che abbiano la poltrona. Tutti quelli che stanno di qua, devono qualcosa a Fini. Qualcosa, ma non tutto. E anche Fini deve qualcosa a tutti noi. Noi siamo rimasti attaccati non alla poltrona, ma a quella che era l’identità di Alleanza nazionale. C’è qualcuno che deve tutto a Fini, e fa bene a stare con lui».
Lei contesta in tutto le tesi di Fini?
«Se la sua posizione di diversificazione fosse stata portata avanti sul versante della destra, ponendo con più forza l'accento sul contrasto all’immigrazione clandestina, o se avesse insistito sul valore della cittadinanza italiana più che sulla possibilità di acquisirla...».
Se si fosse mosso al contrario.
«Avrebbe avuto il 95% degli ex di An con lui. Personalmente mi auguro che possiamo restare tutti nello stesso partito, e non ci sarebbe niente di male se qualcuno pensasse alla destra del futuro».
Lo sa che le proposte che lei cita sono i valori della Lega?
«Se guardiamo ad An dei tempi in cui fu scritta la legge Bossi Fini sull’immigrazione, quella An era avanti alla Lega sul terreno della lotta alla mafia, del contrasto all’immigrazione clandestina».
E’ la Lega che ha copiato An, o An che ha perso di vista i suoi obbiettivi?
«Alleanza Nazionale è venuta meno come sigla, si sono affievolite le posizioni politiche e culturali, sono state proiettate verso il futuro più che verso la continuità».
Ha letto l’intervista di Bossi alla Padania? Minaccia la fine dell’alleanza con il Pdl.
«Io Bossi lo devo sempre sentire parlare a voce. Sicuramente teme che l’intervento di Fini possa frenare il federalismo. Questo è un obbiettivo irrinunciabile per la Lega, e quando glielo si tocca reagiscono in maniera iperbolica».
Fini rimarrà presidente della Camera?
«Ha già risposto che ha intenzione di rimanere».
Vede la possibilità di elezioni anticipate?
«Il pericolo c’è, comunque mi auguro che non ce ne sia bisogno».
Pericolo?
«Chiamiamola eventualità».



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Mister Wikipedia: "Preferisco la carta"

La Stampa

Jimmy Wales: tecnologia pratica, i giornali non scompariranno
Jimmy Wales, 43 anni, è il fondatore dell’enciclopedia collaborativa gratuita online Wikipedia («cultura veloce»: dall’hawaiano wiki e dal greco pedia). Oggi sarà ospite di Telecom Incontra nell’ambito del Festival delle Città Impresa a Padova. «Sono venuto a parlare dei grandi cambiamenti in corso nel mondo dei media. Siamo in una nuova straordinaria era di partecipazione alla generazione e diffusione delle notizie».

Con Wikipedia è diventato ricco?

«Wikipedia non è un business, fa parte della fondazione non profit Wikimedia: diamo tutto gratis, il software e i contenuti sono open source, cioè disponibili a essere diffusi e modificati dalla comunità di utenti dell’enciclopedia. E riceviamo soldi dalle donazioni, non raccogliamo pubblicità sul sito».

Lei è il responsabile dell’estinzione delle enciclopedie cartacee. E’ una sorte che toccherà anche ai giornali?

«Non si può riportare indietro l’orologio. La conoscenza si svilupperà sempre di più in rete. Ma quello che distingue un giornale sono le notizie, non il supporto fisico. Quindi non credo che i giornali di carta scompariranno, la carta è una tecnologia molto pratica, si stropiccia e sbatacchia senza rompersi».

Come legge i giornali Jimmy Wales?
«Viaggiando molto: per lo più in aereo. Ho il lettore ebook Kindle, ma devo stare sempre attento a non romperlo. Per questo se ho tempo di domenica leggo volentieri su carta. Certo, la praticità di avere tutti gli abbonamenti ai giornali che voglio su un unico supporto tascabile è impagabile».

Che cosa pensa del dibattito su come far pagare i giornali su Internet, che finora sono stati gratuiti?
«Mi sembra ovvio che un lettore può essere disposto a pagare qualcosa solo per avere un servizio speciale sul suo dispositivo mobile (ebook, telefonino, iPad…), che non sia stato gratis finora su Internet: per esempio per notizie uniche, introvabili altrove. Per i giornali specializzati è più facile, per quelli generalisti bisogna inventarsi qualcosa in più. Servono creatività e innovazione».

Fa parte del suo progetto collaborativo «Wikia» il giornale coreano OhMyNews.com che ha lanciato lo slogan: «Ogni cittadino è un reporter». Il citizen journalism sostituirà la figura del giornalista tradizionale?
«I due modelli possono convivere e ce ne saranno anche di ibridi. Niente impedisce che le organizzazioni giornalistiche tradizionali si ossigenino con il contributo di giovani collaboratori esterni, a loro agio con le nuove tecnologie. E che questi ultimi imparino dai “vecchi” le regole del mestiere, a patto che questi siano messi nelle condizioni di poterlo insegnare. Possono esistere le fondazioni per finanziare la realizzazione di buoni servizi giornalistici come ProPublica.org, ma non vedo problemi per i giornali che invece vogliono stare sul mercato e fare profitto, a finanziarsi da soli e far tornare i conti. Devono però essere rapidi a tagliare i rami secchi e investire su innovazione e qualità dei contenuti».

Proprio a causa della sua natura aperta, vandalismi e imprecisioni sono problemi all’ordine del giorno per Wikipedia. C’è soluzione?

«Quello in cui credo è il nostro sforzo per creare e distribuire un’enciclopedia libera della più alta qualità possibile a ogni singola persona sul pianeta nella sua propria lingua. Stiamo affrontando il vandalismo con l’autoregolamentazione, perché crediamo nei sistemi aperti, non nell’anarchia. Ogni correzione apportata viene rivista da un esercito di volontari. Questo rende l’enciclopedia meno veloce negli aggiornamenti, ma speriamo più accurata». www.lastampa.it/masera




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Iran, i pasdaran perquisiscono nave italiana: "Controlli ambientali"

Quotidianonet

Il blocco nello Stretto di Hormuz, da dove passa il 40% della produzione mondiale di greggio e dove le pattuglie iraniane stanno svolgendo esercitazioni militari

Teheran, 24 aprile 2010 -

Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno perquisito venerdì due navi, una francese e una italiana, nello Stretto di Hormuz, il tratto di mare che divide le coste iraniane dalla penisola arabica. Lo ha reso noto l’agenzia ufficiale Irna. Una pattuglia della Guardia Costiera ha perquisito i due mezzi navali per verificare "se si attenessero alle norme ambientali", ha spiegato l’agenzia, citando un comunicato dei Pasdaran.

"Dopo la conferma che non c’era stata infrazione, (le due navi) sono state autorizzate a proseguire il loro viaggio", si legge nel comunicato che non chiarisce di che tipo di navi si trattasse. La perquisizione è avvenuta nella zona dove da giovedì le forze iraniane sono impegnate in esercitazioni militari. Attraverso lo Stretto di Hormuz, un tratto di mare strategicamente importante che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e all’Oceano Indiano, passa il 40 per cento della produzione mondiale di greggio.
 

L’Iran, che nel passato ha più volte minacciato di paralizzare il transito di petrolio nello Stretto di Hormuz, in caso di un attacco al suo territorio, svolge regolarmente esercitazioni militari nel Golfo.

agi





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Il blogger è responsabile solo dei messaggi firmati da lui

Corriere della Sera
Il tribunale di aosta: «non è equiparabile a un direttore di giornale»

Il blogger è responsabile solo dei messaggi firmati da lui

L'imputato è stato condannato a un'ammenda soltanto per gli scritti che aveva pubblicato a suo nome

AOSTA - Le responsabilità di un blogger non sono le stesse di un direttore di un giornale. Riformando la sentenza di primo grado, la terza sezione della Corte di Appello di Torino (presidente-relatore Gustavo Witzel) si è così espressa confermando solo in parte la condanna nei confronti di un blogger aostano (Roberto Mancini, giornalista di 63 anni), difeso dall'avvocato Caterina Malavenda. All'imputato è stata inflitta una pena pecuniaria di 1.000 euro per diffamazione relativamente a due post da lui stesso firmati.

I POST NON FIRMATI SONO DA CONSIDERARSI ANONIMI - È invece stato assolto dal reato di omesso controllo: secondo il giudice tutti i post che non sono scritti dal gestore del blog devono essere considerati anonimi. In primo grado Mancini era stato condannato a 3mila euro di ammenda e a 8mila euro di risarcimento. «Colui che gestisce un blog - era scritto nelle motivazioni - altro non è che il direttore responsabile dello stesso, pur se non viene formalmente utilizzata tale forma semantica per indicare la figura del gestore e proprietario di un sito internet. Ma, evidentemente, la posizione di un direttore di una testata giornalistica stampata e quella di chi gestisce un blog (e che, infatti, può cancellare messaggi) è, mutatis mutandis, identica». L' inchiesta era stata avviata dalla Polizia Postale di Aosta in seguito alle denunce per diffamazione presentate da quattro giornalisti valdostani contro l'anonimo autore del blog "Il bolscevico stanco". Solidarietà a Mancini era stata espressa da Reporters sans frontieres.


23 aprile 2010





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Sfilata lingerie "oversize"

Corriere della Sera

Spot censurato



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Torna il plotone di esecuzione in Utah

Corriere della Sera

Scritto da: Alessandra Farkas

NEW YORK – Il selvaggio West torna in Utah. Il prossimo 18 giugno lo stato dei mormoni e del Sundance Film Festival di Robert Redford metterà a morte un condannato con il plotone di esecuzione. Lo ha stabilito oggi un giudice federale, accogliendo la richiesta di un detenuto, il 49enne Ronnie Lee Gardner, che all'iniezione letale ha preferito un plotone di cinque tiratori scelti.

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Gardner era stato condannato al patibolo per aver ucciso l’avvocato Michael J. Burdell durante un’ evasione dal Palazzo di Giustizia di Salt Lake City, il 2 aprile 1985. Dei 35 stati americani che hanno la pena di morte, lo Utah è l'unico che ha usato la fucilazione da quando, nel 1976, la Corte Suprema ha reintrodotto il boia negli Stati Uniti.
 
Da allora solo due uomini sono stati giustiziati con questo metodo, sempre in Utah: Gary Gilmore nel 1977 e John Albert Taylor nel 1996. “Let’s do it”, avanti, sono state le ultime parole di Gilmore prima di cadere in terra, sfigurato dalle pallottole come un colabrodo. Per Taylor, 14 anni fa, si erano offerti volontari numerosi cecchini.

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Oltre a Gardner, altri tre dei dieci detenuti nel braccio della morte dello Utah hanno chiesto di poter morire in questo modo. Immediata la protesta di Amnesty International. “Quando gli fa comodo, la gente dello Utah cita il vecchio testamento e la filosofia dell’occhio per occhio, dente per dente”, punta il dito Lydia Kalish, portavoce del gruppo nello stato mormone dove la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica è favorevole al boia. E avverte: “faremo di tutto per fermare questa mattanza”.
 
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Pubblicato il 23.04.10 21:48



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All'asta i tesori nascosti alla follia nazista

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Battuti dipinti di Picasso, Cézanne, Gaugain e Renoir

Centoquaranta opere dei più grandi artisti

All'asta i tesori nascosti alla follia nazista


«Arbres a Collioure» di Derain valutata tra i 10 e 15 milioni di euro (dal web)
«Arbres a Collioure»
MILANO - Nel 1939 furono nascoste in una cassaforte di una banca parigina per sfuggire alle razzie naziste. Da allora, e per oltre 70 anni, non sono mai più apparse in pubblico e per diversi decenni molti collezionisti hanno temuto che fossero andate irreparabilmente perdute. Centoquaranta opere dei più grandi artisti del XX secolo saranno battute all'asta da Sotheby's il prossimo giugno a Parigi e Londra. Tra i gioielli di questo tesoro «perduto» e poi ritrovato, ribattezzato collezione Vollard (dal nome del grande mercante d'arte francese Ambroise Vollard a cui appartennero i capolavori) compaiono dipinti di Picasso, Derain, Cézanne, Gaugain e Renoir.

LE DUE ASTE - La prima asta si terrà il 22 giugno a Londra. I collezionisti si contenderanno l'opera ''Arbres a' Collioure'' di Andre' Derain, uno dei più importanti esponenti del movimento fauve. Secondo gli esperti di Sotheby's il dipinto, che fu esposto nel 1905 al famoso Salon d'Automne di Parigi, dovrebbe essere battuto all'asta per una cifra che oscilla tra i 10 e i 15 milione di euro. Il resto della collezione, che dovrebbe raccogliere circa 3 milioni di euro, sarà organizzata a Parigi il 29 giugno. Le più importanti opere in vendita saranno un ritratto di Emile Zola dipinto da Cézanne tra il 1862 e il 1864 e che potrebbe raggiungere la cifra di 800.000 euro e "Repas frugal" (Pasto frugale) di Picasso dipinto nel 1904 e che è stimato tra i 250.000 e i 400 mila euro.

STORIA LEGGENDARIA DELLA COLLEZIONE - Ciò che rende la collezione Vollard ancora più straordinaria è la sua leggendaria storia. Nel 1939 il collezionista che aveva raccolto tutte queste opere morì in un incidente d'auto. Il suo amico e collega jugoslavo di origine ebraica Erich Slomovic, mentre incombeva la guerra e la minaccia dell'invasione nazista della Francia, decise di nascondere le opere in una cassaforte della Société Générale di Parigi. Slomovic tornò in Jugoslavia, fu catturato e ucciso dai nazisti nel 1942. Per oltre quaranta anni nessuno seppe che nella cassaforte erano custoditi tanti capolavori. La svolta nel 1979, quando i dirigente della Société Générale di Parigi decisero di aprire la cassaforte. Sono seguite lunghe battaglie legali e accesi scontri per stabilire quali fossero le giuste procedure da seguire. Alla fine Sotheby's è riuscita a mettere le mani sulla collezione e a organizzare le due aste che permetteranno per la prima volta al pubblico di ammirare il tesoro perduto: «Questa collezione è ciò che gli anglosassoni definiscono una capsula del tempo, ovvero un pezzo di storia ben conservato che riappare improvvisamente» ha dichiarato entusiasta a «Le Monde» Samuel Valette, uno degli esperti della casa d'aste britannica.

Francesco Tortora
23 aprile 2010



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Mirak-Weissbach: Armeni, memoria e riconciliazione

Avvenire

«Ho preso in considerazione tre guerre del XX secolo nelle quali hanno avuto luogo stermini che di fatto assumono il volto della "pulizia etnica". Ho osservato questi eccidi attraverso gli occhi dei bambini che ne sono stati vittime e, per conseguenza, sono spinti verso il desiderio di vendetta. Il mio scopo? Risvegliare una coscienza nuova dei drammi avvenuti e, attraverso la loro comprensione, volgere il rancore in capacità di dialogo, interrompere la nemesi della catastrofe, mostrare che il "nemico" è altro, non è "l’altro"».

Muriel Mirak-Weissbach, americana di origini armene, ha conosciuto solo da adulta la verità della propria famiglia: entrambi i genitori che, ancora infanti, fortunosamente scampano al massacro del 1915 e, grazie ad alcune famiglie turche (qui sta il nodo: la Turchia ufficiale massacra gli armeni, alcuni cittadini turchi a loro rischio li salvano), riescono a rifugiarsi oltreoceano. La memoria dei massacri riaffiora solo quando la vecchia madre osserva le immagini dei bimbi iracheni tra le macerie della Prima guerra del Golfo: allora la figlia giornalista l’incoraggia a metterla nero su bianco. Lei, americana cresciuta in mondo così diverso, decide che deve fare qualcosa per quei piccoli che assomigliano tanto ai propri genitori quando erano bambini.

E dirige un Comitato per salvare i bambini d’Iraq, sostenuto anche dall’abbé Pierre. Negli anni successivi, dopo il fallimento dell’accordo di Oslo (1993), cercherà di prestare aiuto anche ai palestinesi. Dalle esperienze dirette della Mirak-Weissbach nasce un volume di memorie e di meditazione: Through the Wall of Fire. Armenia, Iraq, Palestine. From Wrath to Reconciliation ("Attraverso il muro di fuoco. Armenia, Iraq, Palestina. Dal furore alla riconciliazione").

«Ci sono conflitti che perdurano anche se sono cominciati un secolo fa. Le persone sono intrappolate da pregiudizi e si tramandano l’odio. Ma se cerco di capire da che cosa originano queste guerra, trovo solo le logiche geopolitiche dei vecchi imperialismi ottocenteschi, che usano i popoli come pedine. Se un popolo crede di odiarne un altro, è perché non lo conosce: non sa guardarlo in faccia. È cruciale riuscire a cambiare tale percezione soggettiva del nemico, e questo richiede un radicale impegno emotivo oltre che intellettuale. Il titolo ricorda il passaggio descritto da Dante al culmine del Purgatorio: attraverso il muro di fuoco per poter giungere alla sua Beatrice».

E concretamente che si può fare?
«Un esempio lampante è quanto hanno messo in moto Daniel Barenboim, musicista israelo-argentino, e il compianto intellettuale palestinese Edward Said con la West Eastern Divan Orchestra, in cui suonano fianco a fianco giovani arabi e israeliani i quali, nelle armonie cui danno vita, scoprono quanto le loro culture gli impedivano di vedere: si può stare assieme, lavorare e gioire assieme. È anche un problema di conoscenza: pochi arabi sanno dell’olocausto degli ebrei; pochi israeliani sanno delle sofferenze dei palestinesi cacciati dalle loro case nel ’48».

Tra armeni e turchi nulla è cambiato?
«Molto è cambiato. Dopo gli scontri tra Russia e Georgia sull’Ossezia (2008) si è parlato di nuovi tracciati attraverso l’Armenia per il trasporto di gas e petrolio. Forse questo ha favorito la riapertura del dialogo con la Turchia: ci sono stati incontri sportivi e diplomatici; nel 2009 è stato firmato un protocollo che prevede di riaprire le frontiere, di stabilire rapporti diplomatici e di istituire una commissione d’inchiesta sugli eccidi del ’15: in Turchia questo è ancora tabù. Gli armeni della diaspora sono contrari a questa commissione perché i fatti sono già accertati da tempo: su una popolazione di circa tre milioni oltre la metà fu sterminata dai Giovani turchi. Ma è importante discuterne: recuperare la memoria, conquistare la verità richiede una dura lotta. Ricordo Hrant Dink, giornalista che si impegnò nel dialogo tra turchi e armeni. Fu ucciso il 19 gennaio del 2007 da un estremista, ma oggi la sua opera è continuata da una fondazione che porta il suo nome. Molti intellettuali turchi operano per il riconoscimento del genocidio e per un dialogo di pace. Anche il nipote di Cemal Pascià, uno dei 3 dirigenti dei Giovani turchi attivi nel genocidio del 1915, Hasan Cemal, ha indipendentemente confermato le responsabilità del nonno e ne ha parlato recentemente negli Stati Uniti, in convegni degli Amici di Hrant Dink. Gesti di questo genere sono fondamentali».

Quando raccolse aiuti per i bambini iracheni, non trovò tutte aperte le porte all’Onu...
«Sadruddin Aga Khan si impegnò personalmente, e lo stesso fece l’ex segretario Onu Kurt Waldheim. Compimmo diversi voli per portare medicinali. Portammo in Europa e negli Usa molti bambini feriti e li riportammo in patria dopo averli curati. Alcuni ostacoli furono posti dagli esponenti di chi aveva lanciato la guerra. Era difficile reperire gli aerei da trasporto: proponemmo di usare apparecchi civili iracheni, ma ci fu vietato. Tuttavia riuscimmo nell’intento: certo, si sarebbe potuto fare di più. Ricordo una madre americana che voleva mandare orsacchiotti di peluche perché i bambini iracheni potessero giocarci e non ci riuscì: il comitato Onu per le sanzioni lo vietò. Sono i paradossi di crisi belliche di questo tipo. Bisogna mettere in campo tanta buona volontà. Offrire alla gente la possibilità di conoscersi e collaborare. La passione delle persone può superare gli ostacoli delle burocrazie e delle logiche del conflitto. Non c’è altra via d’uscita».

Leonardo Servadio




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