martedì 20 aprile 2010

Artigiano si toglie la vita 'Grazie a chi non ha pagato'

Il Resto del Carlino

Un imbianchino di Villadose si è impiccato nel garage di casa.
Ha lasciato due biglietti: in uno 'ringrazia'  tre persone che non gli hanno pagato quanto gli dovevano e quindi gli hanno causato il dissesto finanziario

Rovigo, 20 aprile 2010.

Lascia due biglietti di addio, poi decide di impiccarsi nel garage di casa. E 'ringrazia' quanti non gli hanno pagato i conti e quindi lo hanno portato alla disperazione finanziaria.

Questa tragica storia arriva da Villadose, dove un imbianchino di 50 anni si è tolto la vita ieri sera lasciando due biglietti di 'spiegazioni'. In un biglietto chiede scusa ai figli mentre nell'altro, con amarezza e disperazione, 'ringrazia' le tre persone che, non avendogli mai restituito i soldi che gli dovevano, hanno causato il suo dissesto finanziario, spingendolo al gesto estremo.

L’uomo abitava assieme alla moglie e ai figli ed era titolare di una ditta individuale. Poi faceva anche l’imbianchino per privati e aziende.

Negli ultimi tempi, però, la sua attività era in crisi. Mancava il lavoro e alcune persone non lo avevano pagato per l'attività svolta.

L'uomo era così precipitato nella disperazione, ma non aveva parlato con nessuno dei suoi problemi, nemmeno con moglie e figli. Sono stati proprio loro a trovare il corpo in garage.

Mio padre era un gran lavoratore che non ci ha mai fatto mancare nulla - racconta il figlio 25enne Andrea - ma da due mesi a questa parte si era chiuso in se stesso. Gli chiedevo: 'Cos’hai papà?'. Cercavo di spingerlo a confidarsi, lui però non lo ho mai fatto perché evidentemente non voleva farci pesare questa situazione”.



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Iraq, ritrovati i resti di Enzo Baldoni Individuati gli assassini

Quotidianonet

La certezza è arrivata dall'esame dei resti del giornalista freelance, rapito il 24 agosto e ucciso il 27 agosto del 2004 dal gruppo di dell’Esercito Islamico, giunti a Roma nei giorni scorsi.
La procura ora impegnata a perseguire gli assassini che sarebbero tutti detenuti in Iraq



Roma, 20 aprile 2010

I resti del corpo di Enzo Baldoni, il freelance rapito il 24 agosto 2004 e ucciso il 27 agosto dello stesso anno a Latifia (Iraq), sono giunti nei giorni scorsi a Roma. Dagli esami effettuati dal Ris dei carabinieri, in particolare dalla comparazione del profilo genotipico, è arrivata la certezza che si tratta proprio del corpo del giornalista assassinato. Non solo, attraverso la collaborazione dei servizi segreti dell’Aise, i carabinieri del Ros, coordinati dalla pool antiterrorismo della procura di Roma hanno definitivamente individuato gli esecutori materiali del sequestro e dell’omicidio di Baldoni, tutti appartenenti al gruppo "Esercito Islamico in Iraq".

"L’attività investigativa sviluppata dai carabinieri del Ros, con il coordinamento del Gruppo Antiterrorismo della Procura della Repubblica presso il tribunale di Roma - si legge in una nota - ha consentito di ricostruire tutte le fasi del del sequestro del giornalista italiano ‘freelance' Enzo Baldoni".

Il gruppo terroristico iracheno che sequestrò e uccise Baldoni "è risultato operante principalmente nella zona di Falluja ed essere legato e finanziato dal terrorista Abu Mus’ab al Zarqawi, all’epoca del sequestro responsabile di al Qaeda in Iraq e ucciso il 7 giugno 2006, nel corso di un raid aereo congiunto compiuto da forze militari statunitensi e giordane".

Le indagini, che si sono svolte "in un contesto operativo e di collaborazione internazionale estremamente complesso", oltre alla ricostruzione del fatto delittuoso, hanno permesso "di ipotizzare la resposabilità di alcuni membri del gruppo terroristico che materialmente aveva partecipato al sequestro e al successivo omicidio di Enzo Baldoni".

Un ruolo particolare è stato svolto dagli 007 dell’Aise in collaborazione con i carabinieri del Ros per il recupero dei resti del corpo di Baldoni. Sulle modalità che hanno permesso il successo dell’operazione viene mantenuto il più stretto riserbo.

I resti del giornalista ucciso, una volta giunti in Italia, sono stati consegnati all’Istituto di medicina legale dell’Università "Sapienza" di Roma e la certezza che si trattassero proprio di quelli di Baldoni è giunta con "l’esito positivo della comparazione del profilo genotipico estratto dai resti effettuata dai carabinieri del Ris".





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Minicar truccate, papà in officina

Il Tempo

Boom di richieste ai meccanici: diteci se i nostri figli hanno modificato le macchinette.
L'Avvocatura studia l'inasprimento delle sanzioni.


Minicar, comode ma pericolose?

Minicar «Vuoi vedere che mio figlio ha truccato la sua minicar?». Per risolvere questo dilemma i genitori hanno preso d'assalto le officine chiedendo se le minivetture sono state modificate. A raccontare un «fenomeno fino ad ora sconosciuto», è il comandante del Gruppo pronto intervento traffico (Gpit) dei vigili urbani, Carlo Buttarelli, che ha preso parte al tavolo di confronto sull'emergenza minicar di venerdì scorso a cui hanno partecipato l'assessore capitolino alla Mobilità, Sergio Marchi, e i titolari delle officine romane: «Sono stati proprio loro a raccontarci che negli ultimi giorni avevano ricevuto decine di richieste di controlli».

Anche sull'onda dei fatti tragici della scorsa settimana, i genitori hanno iniziato a prendere coscienza dei pericoli che una macchinetta truccata può costituire. In pratica, spiega Buttarelli, «mamme e papà vogliono sapere se i propri figli hanno modificato le microcar a loro insaputa». È anche per questo motivo che il Campidoglio sta stilando l'elenco delle officine con il bollino di qualità che dovranno effettuare i controlli. La lista è quasi pronta. «Ne abbiamo già individuate 15 - fa sapere il delegato del sindaco per la Sicurezza stradale, Robero Cantiani - dovremmo arrivare a una quarantina di officine in tutta la città».

Tra pochi giorni l'elenco completo dovrebbe arrivare nelle mani del comandante del Gpit, Carlo Buttarelli. In questo modo ogni volta che i vigili urbani scopriranno un veicolo truccato potranno direttamente consigliare ai genitori a quale officina rivolgersi. Grazie al protocollo d'intesa siglato la settimana scorsa, le officine riconvertiranno gratuitamente le minicar truccate. La maggior parte di queste officine si trovano in Centro e nel quadrante nord della Capitale. «Quelle zone dove è più difficile trovare parcheggio e dove c'è la più alta concentrazione di minicar», spiega Cantiani. Sono circa cinquemila le minivetture immatricolate nella Capitale. Per i meccanici si preannuncia un surplus di lavoro. Intanto l'assessorato alla Mobilità ha dato mandato all'Avvocatura comunale di studiare un inasprimento delle sanzioni per le officine che trasformano le microcar in microbolidi. Inasprimento che potrebbe portare anche alla sospensione della licenza.

Possibile anche un aumento delle sanzioni per i conducenti, dal momento che gli attuali 38 euro di multa sono considerati troppo bassi come deterrente. Per non dover aspettare un intervento legislativo che modifichi il codice della strada, aggiunge Cantiani, «si potrebbero utilizzare i poteri speciali del sindaco in quanto commissario per l'emergenza traffico». È un'ipotesi al vaglio. Ma il giro di vite è già iniziato.

Dario Martini

20/04/2010





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Inghilterra, lesbica diventa "papà"

La Stampa

Per la prima volta due persone dello stesso sesso riconosciute genitori



TORINO

Per la prima volta in Gran Bretagna due persone dello stesso sesso sono state riconosciute legalmente genitori di un bambino. E’ accaduto a Brighton, nel sud dell’Inghilterra, come riporta il Daily Telegraph.

Nel certificato di nascita della piccola Lily-May - nata grazie a un donatore di seme-, accanto alla firma della madre Natalie appare quello della compagna Betty Knowles. Non nella casella “father” (padre), ma in quella più generica di “parent” (genitore). Del padre biologico, o donatore come preferisce dire la coppia, nessuna menzione. Grazie alla legge del 2008 sulla fertilizzazione, è la prima volta da 170 anni - quando fu istituito dalla regina il primo certificato di nascita – che appare il nome di una donna nello spazio riservato al padre.

Non è stato difficile scegliere chi delle due sarebbe stata la mamma: «Natalie era davvero entusiasta - afferma raggiante Betty, 46 anni - e la decisione è venuta da sè». Le polemiche, com’è ovvio, non si sono fatte attendere. Josephine Quintavalle, di un’organizzazione sull’“etica della riproduzione”, afferma che «il certificato di nascita dovrebbe dare conto di come un bimbo è nato, specie in una cultura come la nostra ossessionata dalla genetica». A chi obietta che ogni bambino dovrebbe avere un padre, Natalie risponde seccata: «Un figlio ha solo bisogno di amore incondizionato ed è quello che io e Betty siamo in grado di dare, in abbondanza».

Di mancanza d’amore, Natalie ne sa qualcosa: da quando è uscita allo scoperto, dichiarando la sua omosessualità, i suoi genitori non le rivolgono più la parola. La donna, 38 anni, si stringe nelle spalle: «Peggio per loro, si stanno perdendo questa fantastica bimba».

La coppia, insieme da 15 anni, ha dichiarato che quando la figlia sarà grande la abitureranno a chiamare “mamma” Natalie e “mamma B” Betty. La coppia ha poi annunciato che sta già tentando una seconda maternità e che vuole aggiungere un ultimo tassello alla loro relazione: un’unione civile legalmente riconosciuta.



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Calciopoli: sì a Moggi per le "intercettazioni"

di Redazione

La nona sezione del Tribunale di Napoli disposto l'acquisizione e la trascrizione delle 75 intercettazioni presentate dai legali di Moggi.

Tra i nastri anche le conversazioni tra Bergamo e Facchetti. Il pm Narducci non si era opposto. ASCOLTA le intercettazioni


 

Napoli - La nona sezione penale del tribunale di Napoli, presieduta da Teresa Casoria, ha disposto l’acquisizione e la trascrizione delle 75 intercettazioni telefoniche presentate dalla difesa dell’ex direttore generale della Juventus Luciano Moggi. La richiesta avanzata dai legali Maurilio Prioreschi e Poalo Trofino è stata dunque accolta.

Le intercettazioni Tra le conversazioni che saranno tradotte in verbale - fino a questo momento risultavano solo nel "brogliaccio" dei carabinieri ma non negli atti compresi nel fasciolo del procedimento penale - anche conversazioni tra Bergamo e l’ex presidente dell’Inter Giacinto Facchetti, la cui ricostruzione in aula mercoledì scorso ha provocato le proteste della famiglia Facchetti. Il pm Giuseppe Narducci non si era opposto all’acquisizione.

- ASCOLTA LE INTERCETTAZIONI 





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Mondiali, Renzo Bossi: "Io non tiferò per l'Italia" E Gigi Riva: "Se non sta bene, se ne vada via"

di Redazione

Il figlio del Senatùr: "Bisogna intendersi su che cosa significa essere italiano.

Il tricolore, per me, identifica un sentimento di cinquant’anni fa".

Poi rilancia: "In questi anni sono stati costruiti miti negativi sul mio conto: è passato il messaggio, falso, che fossi un ignorante"


Varese - Ai prossimi Mondiali di calcio Renzo Bossi, figlio del leader della Lega Nord, non tiferà per la nazionale di Macello Lippi. In una intervista al settimanale Vanity Fair in edicola domani, il figlio del Senatùr ha ammesso: "No, non tifo Italia". "Se non sta bene può anche andarsene dall’Italia, nessuno ne farà una malattia...", ha replicato Gigi Riva, team manager azzurro.

Sentirsi italiano Alla domanda poi se si sente italiano la risposta del figlio di Bossi è stata: "Bisogna intendersi su che cosa significa essere italiano. Il tricolore, per me, identifica un sentimento di cinquant’anni fa". Renzo BOssi, 22 anni, è il primogenito di Manuela Marrone e Umberto Bossi (il leader del Carroccio ha un figlio, Riccardo, dal primo matrimonio). Nelle ultime elezioni regionali ha preso 13mila preferenze nella provincia di Brescia diventando il più giovane consigliere regionale mai eletto in Lombardia.

L'iscrizione all'università "In questi anni sono stati costruiti miti negativi sul mio conto: è passato il messaggio, falso, che fossi un ignorante pluri bocciato con 12 mila euro al mese di stipendio". Non è vero che è un pluri bocciato? "Mi hanno bocciato due volte. La prima avevo 15 anni, ed era il periodo della malattia di mio padre - ha spiegato Renzo Bossi - ero confuso, stordito. La seconda è stata alla maturità nel 2008. Il mio esame era viziato: la prova di matematica era diversa da quella degli altri. Infatti ho fatto ricorso al Tar e l’ho vinto. La scuola mi ha consentito di ridare l’esame orale da privatista, ma era ovvio a quel punto che volevano bocciarmi: sono andato demotivato". Ora ha smesso di studiare? "No, sono iscritto all’università, a Economia - ha continuato il figlio del Senatùr - non in Italia, perchè non voglio trovarmi i giornalisti in aula quando faccio gli esami".

La replica di Gigi Riva "Se non sta bene può anche andarsene dall’Italia, nessuno ne farà una malattia...", ha ribattuto il team manager azzurro. "E' un’affermazione stupida e grave - continua Riva - se inizia così in politica non va molto lontano. Forse ha voluto farsi conoscere dicendo qualcosa di clamoroso, di esaltante. Ma l’Italia viene prima di lui e resterà anche dopo di lui. La Nazionale è sempre adoperata fuori luogo". Per l’ex Rombo di tuono la maglia azzurra "è l’unica cosa che ancora unisce. La politica ha toccato il fondo. Nel 2006 la vittoria mondiale e il calcio hanno salvato il Paese - conclude - hanno dato un’immagine positiva in tutto il mondo, cosa che la politica non ha dato".





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Bossi j: "nella vita si deve provare tutto, tranne culattoni e droga"

Libero





"Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga". E' questa la filosofia di Renzo Bossi, 22 anni, figlio del fondatore della Lega e neoconsigliere della Regione Lombardia. La trota - così lo chiamò affettuosamente il padre Umberto - si racconta senza troppi giri di parole in un'intervista al settimanale "Vanity Fair", sulle questioni più disparate, dalla politica al calcio.

Il videgame razzista - La prima curiosità riguarda "Rimbalza il clandestino", il criticatissimo videogame lanciato sula pagina di Facebook del Carroccio per cui il "piccolo" Bossi fu accusato di razzismo da politici e gente comune. Il neoconsigliere respinge ogni accusa: "Non l'ho pensato né creato io. Come tutti, però, sono andato a vedere di che cosa si trattava, e onestamente non ci ho trovato nulla di razzista. C'è la cartina dell'Italia e, quando arriva una barca di clandestini, cliccando sulla costa puoi mettere una rete che la rimbalzi. Non spari mica".

Politica e musica - Segue un botta e risposta sulla politica: Le piace la Moratti come sindaco di Milano? "Sì, secondo me è brava". E Formigoni alla Regione? "Ci si lavora". Nella Lega con chi si trova meglio, umanamente? "Con Marco Reguzzoni". Non Maroni, vista la comune passione per la musica? "Non escludo che prima o poi faremo un concerto insieme. A me la musica piace tutta". Compreso Apicella? "Fatico a capire quello che dice: il napoletano non lo capisco".

La carriera scolastica - Il figlio del leader lumbard ci tiene poi a smentire alcune voci sul suo conto: "In questi anni sono stati costruiti miti negativi: è passato il messaggio, falso, che fossi un ignorante pluribocciato con 12mila euro al mese di stipendio. Mi hanno bocciato due volte. La prima avevo 15 anni, ed era il periodo della malattia di mio padre. Ero confuso, stordito. La seconda è stata alla maturità nel 2008. Il mio esame era viziato: la prova di matematica era diversa da quella degli altri. Infatti ho fatto ricorso al Tar e l'ho vinto. La scuola mi ha consentito di ridare l'esame orale da privatista, ma era ovvio a quel punto che volevano bocciarmi: sono andato demotivato. Ora, sono iscritto all'università, a Economia. Non in Italia, perché non voglio trovarmi i giornalisti in aula quando faccio gli esami".

Il tricolore - Passando a un tema all'apparenza leggero, il calcio, emerge un'altra spinosa questione. Renzo Bossi non farà il tifo per gli azzurri ai mondiali di calcio del Sudafrica: "Non tifo Italia". Non si sente italiano? "Bisogna intendersi su che cosa significa essere italiano. Il tricolore, per me, identifica un sentimento di cinquant'anni fa". Conosce l'Italia meridionale? "Mai sceso a Sud di Roma".

La "trota" - Bossi jr ha le idee chiare. Nelle ultime elezioni regionali ha preso 13 mila preferenze nella provincia di Brescia diventando il più giovane consigliere regionale mai eletto in Lombardia, ma non sogna ancora di trasformarsi in delfino, "trota va benissimo, mi piace. Mi sono fatto fare persino la maglietta".

20/04/2010





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Amazzonia, scoperta la falda acquifera più grande del mondo

Quotidianonet

19 aprile 2010 

acquaSecondo uno studio realizzato dai ricercatori dell’Università del Parà la riserva di acqua scoperta nel sottosuolo contiene 86 mila chilometri cubi di acqua dolce. Una quantità d’acqua superiore al quella contenuta nel mar mediterraneo.

Il deposito acquifero è di dimensioni pari a 440 mila chilometri quadrati, con uno spessore medio di 545 metri.

L’immensa riserva d’acqua si trova lungo il corso del Rio delle Amazzoni, sotto gli stati amazzonici di Parà, Amazonas e Amapà e la sua scoperta è stata annunciata è stata annunciata dopo 30 anni di test , trivellazioni e scavi. Probabilmente il deposito sarà battezzata ‘Grande Amazonia’ ed è la più grande di quelle della Russia e dell’Australia, considerati fin’ora i più grandi al mondo.

Notevoli anche un’altra in Brasile, ‘Acquifero Guarani’ terza riserva mondiale di acqua dolce con 45 mila chilometri cubi di acqua (già però gravemente inquinata dalle colture intensive in superficie), e quella nel sottosuolo degli Stati Uniti, che si estende dall’Arizona al Texas su un’estensione pari a quella del Mar Mediterraneo, è ormai ridotta ad un quinto della sua portata iniziale, per eccesso di sfruttamento.

L’equipe del geologo Milton Matta cercherà di stabilire il ritmo di afflusso dell’acqua alla falda e la sua capacita’ di ricambio, per stimare quanto se ne può prelevare senza correre lo stesso rischio del deposito americano. Il Brasile diventa così una speranza per il futuro del pianeta.





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Pretende paghetta a 40 anni La Cassazione lo condanna

Quotidianonet

Gli 'ermellini' hanno giudicato le pretese dell'uomo, un napoletano di 43 anni, al pari di un'estorsione.
A nulla è valsa la difesa che all'epoca dei fatti fosse disoccupato


Roma, 20 aprile 2010

Pretendere la paghetta dai genitori a 40 anni fa rischiare una condanna per estorsione. Lo sottolinea la Cassazione occupandosi del caso di un 43enne napoletano che aveva sottoposto gli anziani genitori a maltrattamenti, subbissandoli di continue richieste di denaro considerato che all’epoca era disoccupato. L'uomo era già stato condannato dalla Corte d’Appello di Napoli a 2 anni e 4 mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia, lesioni e tentata estorsione.

A nulla è valsa la difesa del 43enne in Cassazione volta a dimostrare che la richiesta di soldi ai genitori non era una "pretesa illegittima considerato che all’epoca era privo di lavoro". La difesa, inoltre, ha sottolineato che "lo stretto legame di parentela giustificava la richiesta di contributo da parte dei genitori stessi".

La sesta sezione penale (sentenza 14914) ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha evidenziato che "non risulta affatto la prova che le somme, chieste con le modalità violente che risultano accertate, fossero destinate al mantenimento dell’imputato".

Più in generale Piazza Cavour ricorda che "l’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi perdura immutato finchè il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica".





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Erba, ergastolo confermato per Rosa e Olindo Romano

Il Secolo xix

A Milano, i giudici della corte d’Assise d’Appello hanno confermato la condanna all’ergastolo per i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi, al termine del processo di secondo grado per la strage di Erba.

La decisione dei giudici è arrivata dopo cinque ore di camera di consiglio: la lettura del dispositivo, che ha confermato in toto la sentenza di condanna per Olindo e Rosa all’ergastolo e a 3 anni di isolamento diurno, è stata letta in una manciata di secondi.


La coppia era presente nella gabbia degli imputati, coperta da uno schieramento di agenti di polizia Penitenziaria; le telecamere hanno avuto il permesso di riprendere unicamente la corte mentre leggeva il verdetto, non gli imputati.

Dopo la lettura della sentenza, Olindo e Rosa si sono abbracciati e lei è scoppiata a piangere. Lo ha riferito uno dei loro avvocati, Fabio Schembri, poco prima che la coppia tornasse in carcere: «Nei loro confronti è stata emessa una sentenza di condanna ancora prima che fosse celebrata l’udienza preliminare», ha aggiunto, annunciando un ricorso in Cassazione.





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La banda (sinistra) dell'ingratitudine

di Gian Micalessin

Emergency, i tre operatori rientrano in Italia ma rifiutano il volo di Stato.

Si ripete il copione già visto con la Sgrena e le due Simone: freddezza e sgarbi nei confronti del governo. 

I punti ancora oscuri della vicenda



 
In pubblicità c’è l’uomo che non deve chiedere mai. Nella realtà quotidiana del Belpaese impera invece la banda degli ingrati, la “sinistra” cricca capace di pretendere sempre e non ringraziare mai. Gli ultimi eccoli qua, sono i tre moschettieri del Gino Nazionale felici di essere liberi grazie alla nostra diplomazia, gioiosi di dormire tra le mura di un’ambasciata anziché dietro le sbarre di una segreta, ma assolutamente refrattari all’idea di metter piede su un volo di Stato.

Assolutamente indisponibili a mescolar i loro quarti di nobiltà con quelli dei rappresentanti di uno Stato da snobbare e di un governo da disprezzare. Certo a volte ce n’è bisogno. A volte di ministri e servizi segreti non si può far a meno, ma Dio ci guardi dall’ignominia di sedere al loro fianco, dalla nefandezza di stringerne le mani, dalla mortificazione di regalar loro un grazie. Certo Gino Strada e i suoi amici in quella parte ci sguazzano. In fondo la recitano dai gloriosi anni Settanta quando se erano in cinque tiravano fuori le spranghe e gridavano “basco nero il tuo posto è al cimitero” se erano soli salutavano, sorridevano e se la battevano a gambe.

Cambiano i tempi, ma la sfrontatezza, la boria e la convinzione di esser al di sopra di ogni regola restano la stesse, si tramandano come un gene cocciuto e inguaribile di padre in figlio. Così - quando non risuona la voce impastata del Gino nazionale - ecco riecheggiare quella garrula, ma altrettanto “politically correct” delle due Simone. Le ricordate? Era il 2004 e i nostri 007 avevano appena finito di sudare le proverbiali sette camicie per salvar loro il collo consegnando ai rapitori qualche milione di dollari. Ma per le tronfie e vispe reduci dalla Mesopotamia delle Meraviglie erano bazzecole. Le loro prime parole furono un caldo sincero e commosso ringraziamento al popolo iracheno. Per il governo italiano e i suoi servitori manco un fiato. Quando qualcuno lo fa notare cambiano registro, ma non appena Giuseppe d’Avanzo di Repubblica chiede almeno una scontata e dovuta condanna del terrorismo Simona Pari non transige. «La lotta di resistenza di un popolo per liberare il Paese occupato è garantita dal diritto internazionale. Il terrorismo uccide indiscriminatamente anche i civili. Condanno il terrorismo. Nessuno può chiedermi di condannare una lotta di resistenza». Si sente, insomma, più vicina a chi voleva sgozzarla che a chi l’ha liberata.

La vera campionessa d’ingratitudine, l’ineguagliata paladina dell’irriconoscenza resta però Giuliana Sgrena, la giornalista del manifesto la cui liberazione costa, oltre ai soliti spiccioli, anche la vita dell’agente Nicola Calipari. L’allegra sicumera con cui la Sgrena trasforma il proprio ferimento e la morte di Calipari in un complotto fanta-politico ordito da Washington è nulla rispetto alla parte recitata negli studi di Sky durante una trasmissione televisiva in cui è ospite assieme a chi scrive. Sotto gli occhi increduli dell’allora conduttore Corrado Formigli la Sgrena impone di non mettere in onda il filmato del suo arrivo all’aeroporto di Ciampino in cui la si vede scendere dall’aereo tra le braccia dell’agente del Sismi Marco Mancini. Quella sequenza di lei sofferente aiutata e sorretta da un uomo accusato di aver partecipato al rapimento del cittadino egiziano Abu Omar offende - ripete quella sera la Sgrena - la sua dignità di professionista dell’informazione.

La stessa dignità professionale che un’altra volta la spinge a definire mercenario immeritevole di medaglie e ricordo il connazionale Fabrizio Quattrocchi ucciso in Irak mentre gridava «Vi faccio veder come muore un italiano». Lo sdegno e il disprezzo di Giuliana Sgrena hanno però la memoria corta.

Quando si trattava di implorare la sua liberazione i suoi amici non provavano certo simili vergogne. In quei giorni i suoi colleghi trovavano assolutamente naturale transitare dalla sede del manifesto agli uffici di governo dove gli uomini della Farnesina e dei servizi segreti tessevano incessantemente la trama della sua liberazione. Ad obbiettivo raggiunto ecco pronto, invece, il voltafaccia. Il direttore del Sismi Nicolò Pollari e l’agente Marco Mancini diventano degli intoccabili, degli innominabili, dei relitti umani da gettare e calpestare come mozziconi spenti e puzzolenti. È la regola dell’usa e getta, è la dottrina madre dei salotti della gauche caviar. Una regola eretta a dottrina di vita e linciaggio da quel vangelo dell’intellighenzia chiamato Repubblica.

Un quotidiano smanioso di vedere all’opera spie e agenti segreti quando l’obbiettivo è ottenere la liberazione dell’inviato Daniele Mastrogiacomo rapito in Afghanistan, ma altrettanto pronto - nel frattempo - a distruggere l’immagine di Nicolo Pollari, il direttore che tra il 2001 e il 2006 ridiede lustro e spessore all’immagine nazionale e internazionale dei nostri servizi segreti.





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Dopo 8 anni di matrimonio scoprono che serve il sesso per fare figli

Libero





Preoccupati perché i figli non arrivano, dopo otto anni di matrimonio, due coniugi tedeschi si sono presentati in una clinica per la fertilità.  Infatti, dopo otto anni di matrimonio senza neanche l’ombra di una gravidanza, la coppia non riusciva a capire quale fosse il problema. Gli esami clinici, tra l’altro, non hanno evidenziato alcun problema fisico in nessuno dei due sposi.

La sorpresa è arrivata quando il medico alla domanda: “Quanto spesso fate sesso?”, si è sentito rispondere con aria interrogativa: “Cosa intende esattamente?”
Il medico ha così scoperto che la coppia - 36 anni lui, 30 lei - è cresciuta in un ambiente ultra-religioso, dove nessuno ha mai spiegato loro come i bambini vengano al mondo.

I medici sottolineano: “Non stiamo parlando di persone mentalmente ritardate, ma di persone che dopo anni di matrimonio non erano consapevoli dei requisiti fisici per procreare”.
La coppia  è stata messa in cura presso un terapista sessuale. Inoltre, la clinica ha avviato una ricerca per scoprire se vi siano altre coppie nelle stesse condizioni.

19/04/2010





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Funerali Vianello, la comunione anche al divorziato Berlusconi

Quotidianonet

La notizia riportata dal quotidiano 'Il Fatto' che titola "sacramento ad personam".
La Chiesa nega questa possibità a chi divorzia


Roma, 20 aprile 2010

Durante i funerali di Raimondo Vianello, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riceve la Comunione, nonostante sia divorziato e risposato civilmente. Ad aprire il caso è il quotidiano ‘Il Fatto', che in prima pagina, sotto il titolo 'la Comunione a un divorziato, sacramento ad personam', presenta la foto del premier che sabato scorso riceve l’Eucarestia alle esequie dell’attore scomparso.

"Eppure ai divorziarti risposati - ricorda il quotidiano diretto da Antonio Padellaro - il sacramento della Comunione è assolutamente negato. Come ribadito da papa Wojtyla e da Ratzinger".

Già ieri sulla versione on line di alcuni quotidiani veniva dato spazio alla vicenda, riportando anche la notizia di un avvocato che ha scritto a Benedetto XVI per chiedere chiarimenti e le giustificazioni del sacerdote celebrante, che spiegava che in quel contesto non poteva negare l’ostia.

Non è la prima volta che il presidente del Consiglio si trova al centro di polemiche legate alla questione della possibilità di ammettere alla Comunione i divorziati. Nel giugno di due anni fa fu lo stesso Berlusconi a sollevare il problema, durante la Messa per l’inaugurazione del nuovo campanile della chiesa di San Lorenzo a Porto Rotondo.

"Eccellenza - chiese al vescovo di Tempio Pausania - perchè non cambiate le regole per noi separati e ci permettete di fare la comunione?". "Lei che ha potere, si rivolga a chi è più in alto di me", rispose con un battuta il prelato, riferendosi all’incontro che qualche giorno prima il premier aveva avuto con il Papa.

A maggio dell’anno scorso fu invece un altro politico divorziato, Antonio Di Pietro, a porre la questione. "Non tutti i parroci accettano questo principio", affermò durante la trasmissione di Barbara Palombelli ‘28 minuti'. "Alcuni parroci - rivelò poi - lo autorizzano ed io non vado tutte le domeniche a fare la comunione ma due volte l’anno, a Natale e a Pasqua".





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La nuova 'casa' di padre Pio

Quotidianonet

Padre Pio, le reliquie del santo 'traslocano' dopo 42 anni

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Ali Agca scrive al papa: «Incontriamoci a Fatima»

Il Secolo xix


Mehmet Ali Agca, l’ex «lupo grigio» turco che il 13 maggio 1981 sparò a Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, tramite il suo legale ha scritto a padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, chiedendo di poter incontrare papa Benedetto XVI quando il Pontefice, il prossimo 13 maggio, si recherà in visita al santuario di Fatima, in Portogallo. La richiesta è contenuta in una lettera che il legale di Agca, Aci Hali Ozhan, ha trasmesso all’ANSA.


La lettera è stata inviata per conoscenza anche al segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, al cardinale portoghese José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le cause dei Santi, e alla Nunziatura vaticana ad Ankara. La settimana scorsa lo stesso legale aveva reso noto che il suo cliente aveva scritto al premier del Portogallo chiedendo il permesso di recarsi a Fatima in contemporanea con il Papa ma sinora il governo portoghese non ha risposto alla lettera.



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Sherpa spazzini ripuliscono l'Everest dai cadaveri degli alpinisti

Libero





Sherpa spazzini con una missione seria e drammatica: ripulire l'Everest dei cadaveri dei poveri alpinisti che la montagna più alta del mondo non ha risparmiato. Sta per partire la spedizione di 20 alpinisti nepalesi che dovrà, per conto del governo, individuare e riportare a valle i corpi degli scalatori che nel corso degli anni sono morti sui fianchi dell'Everest. La squadra di sherpa è stata incaricata dal governo nepalese di rimuovere anche tonnellate di rifiuti abbandonati dalle centinaia di spedizioni che ogni anni si recano sull'Everest.

La spedizione partirà il primo maggio e installerà il suo quartier generale presso il famigerato Colle Sud, a circa 8mila metri, da dove si innalza la cosiddetta "fascia della morte", dove cioè la rarefazione dell’ossigeno è letale per l’organismo umano. Sulla via di salita tra il Colle Sud e la vetta a 8.848 metri ci sono almeno 5 cadaveri di alpinisti non identificati. In precedenza erano stati recuperati corpi solo da quote più basse, poiché‚ si giudicava troppo pericoloso operare nella zona della morte. In quella fascia non è mai neppure stato fatto un inventario di quanto hanno portato e poi lasciato le spedizione: gli sherpa vorrebbero portare a valle circa tre tonnellate di rifiuti, corde fisse, bombole d’ossigeno e tende.

Sul Tetto del Mondo si calcola abbiano perso la vita almeno trecento alpinisti, mentre circa 4.000 ne hanno calcato la cima.


19/04/2010







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Il garante: "Da oggi chi verrà ripreso dovrà sempre saperlo"

La Stampa

«Attenti agli abusi con i sistemi intelligenti. Una persona che corre diventa un sospetto»



RAFFAELLO MASCI
ROMA

Rispettare il principio di pertinenza. Rispettare il principio di finalità. Regolamentare i sistemi intelligenti che intrecciano dati». Per essere chiaro, Franco Pizzetti, presidente dell’autorità garante della Privacy, deve usare un linguaggio necessariamente tecnico.

Adesso però, professore, potrebbe rispiegare tutto ai profani?
«Parto dal “Grande Fratello”. Che c’è, esiste. Oggi è possibile monitorare gli spostamenti di una persona attraverso i passaggi ai caselli autostradali, conoscerne i gusti controllando gli acquisti con carta di credito, avere informazioni sulle sue frequentazioni ascoltando le telefonate. Grazie alle telecamere, poi, di quella stessa persona si conoscono le immagini del viso, la gestualità ed è possibile risalire ai luoghi che frequenta. L’autorità garante della Privacy è qui perché notizie come queste vengano raccolte da chi ha titolo per farlo e solo con una finalità specifica e dichiarata».

Per questo avete pensato di regolare l’uso delle telecamere?
«Abbiamo rilevato che il fenomeno della videosorveglianza è esploso e abbiamo stabilito un criterio: chi viene ripreso deve saperlo. Entrando in un negozio, attraversando una stazione, entrando in banca, se c’è una telecamera puntata, deve esserci anche una adeguata e visibile segnalazione della sua presenza».

E se la telecamera è collegata alla polizia?
«Ancora di più. Noi stessi abbiamo elaborato uno speciale cartello. Ma non è tutto: se la telecamera è connessa con un sistema intelligente che non solo osserva, ma interpreta le azioni, i gesti, allora occorre una specifica autorizzazione del Garante per valutare se tutto questo sia necessario, opportuno. E soprattutto proporzionato alla finalità che si vuole perseguire».

Per esempio?
«Ci sono dei sistemi intelligenti di monitoraggio in certe metropolitane che segnalano il flusso dei passeggeri e indicano la necessità di far partire più o meno convogli, a seconda del caso. Ma possono anche segnalare comportamenti “anomali”: qualcuno che corre, che fa un percorso più volte, che sbircia, che ha un atteggiamento, diciamo, equivoco. È un tipo di sorveglianza che può servire per individuare un ladro, un pazzo pericoloso, ma in questa rete può incappare anche l’innocuo cittadino che in realtà corre veloce, ma solo perché cerca una toilette. Ecco: per capire dove sia il limite tra il grande fratello e la tutela della sicurezza, noi prescriviamo in questi casi che il sistema venga prima sottoposto alla nostra valutazione».

Troppi limiti non rischiano di vanificare l’efficacia del monitoraggio?
«Torniamo al principio di finalità. A cosa serve monitorare? A prevenire un reato. Se cioè metto sotto controllo un negozio è per evitare che qualcuno rubi. Se quel qualcuno sa di essere monitorato sarà il primo ad evitare di commettere reato. E se mai lo commettesse saprebbe di essere facilmente identificabile. Quindi il controllo con telecamera, adeguatamente segnalato, mi aiuta a prevenire i furti, che è ciò che voglio. Altri tipi di controlli non rientrano in queste finalità. E quindi d’ora in avanti non saranno ammessi».




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Ci spiano ovunque, ma cambieranno

La Stampa

Telecamere troppo invadenti. Un Grande Fratello dai supermarket alle piazze.
La privacy è a rischio e l’Authority è intervenuta. Bastano le nuove regole?

RAFFAELLO MASCI
ROMA

Un milione e mezzo di occhi puntati su di noi, nelle banche e nei supermercati, sulle vie e sulle autostrade, sui taxi e negli ospedali, davanti alle scuole e intorno ai monumenti. Un Grande Fratello rapace e al quale, entro certi limiti, non si può sfuggire. Il Garante per la Privacy, Franco Pizzetti, ha voluto - però - mettergli un guinzaglio che scatterà da subito ma entrerà a regime tra un anno. L’Autorità ha così deciso di inasprire le norme del 2004 e di fissare paletti stringenti a tutto un sistema di videosorveglianza che, con la scusa della sicurezza, stava producendo un’invasione costante nella nostra vita. Il testo è in attesa di essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ma i contenuti siamo in grado di anticiparli.

Il Garante fissa un principio base, secondo cui chi incappa sotto l’occhio di una telecamera deve saperlo: cartelli espliciti e visibili devono indicare che un’area è videosorvegliata e, se l’immagine è anche visibile «in remoto» dalle forze dell’ordine, un segnale deve evidenziarlo. Anche per «le telecamere installate a fini di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica» dice il provvedimento, e che potrebbero «non essere segnalate», il Garante auspica comunque l'utilizzo di cartelli che informino i cittadini». Anche sulla conservazione delle immagini arriva la stretta: 24 ore è la norma. Per attività particolarmente delicate si può arrivare a una settimana. Se si va oltre (per esempio per esigenze giudiziarie) ci vuole il permesso del Garante.

Ci possono essere, poi, sistemi di sorveglianza che prevedono telecamere integrate tra loro e connesse ad un centro telematico unico (es. società di vigilanza, Internet providers) ma in questo caso sono prescritte due cose: che ci sia un sistema di garanzia che impedisca l’accesso alle immagini da parte di chi non è autorizzato, e che venga richiesta una autorizzazione preventiva al Garante. Un’analoga autorizzazione serve per i sistemi di videosorveglianza «intelligenti» dotati cioè di software che permettono l’associazione di immagini a dati biometrici (es. «riconoscimento facciale») o in grado, ad esempio, di riprendere e registrare automaticamente comportamenti o eventi anomali e segnalarli (una persona che percorra più volte lo stesso tragitto).

Un chiarimento definitivo arriva per gli autovelox: sono obbligatori cartelli - dicono le nuove norme - che segnalino i sistemi elettronici di rilevamento delle infrazioni. Le telecamere devono riprendere solo la targa del veicolo e non, quindi, conducente, passeggeri, eventuali pedoni. Le foto o i video che attestano l’infrazione non devono essere inviati al domicilio dell’intestatario del veicolo. Telecamere possono essere attivate anche per il monitoraggio di «eco-piazzole» e siti in cui vengono smaltite illegalmente sostanze di scarto. Similmente possono essere monitorati i posti di lavoro, ma solo per ragioni di sicurezza, senza che questo si configuri come un controllo dei lavoratori. Quanto ai malati possono essere osservati negli ospedali, anche a distanza, ma solo in casi di particolare gravità, ma le loro immagini non possono essere diffuse e la loro fruizione deve essere riservata solo al personale sanitario e, eventualmente, ai parenti. La casistica è immensa e riguarda taxi, bus, sorveglianza davanti alle scuole, webcam su piazze. Non può essere osservato, spiega il garante, ma solo a fini di sicurezza e di prevenzione dei reati. Le persone vanno lasciate in pace.




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L'allarme di Google "Sempre più governi censurano il web: ora sono quaranta"

Quotidianonet

Il gigante dei motori di ricerca: "Il numero di governi che censurano è passato dai 4 del 2002 ai 40 attuali, mentre regimi repressivi stanno realizzando sistemi di filtraggio e attuando la repressione del dissenso online

Washington, 19 aprile 2010

"La censura sul web è un problema crescente" e il "numero di governi che censurano è passato dai 4 del 2002 ai 40 attuali", mentre "regimi repressivi stanno realizzando sistemi di filtraggio e attuando la repressione del dissenso online, con dure conseguenze per chi viola le regole".

Lo sottolinea il gigante dei motori di ricerca Google, in una dichiarazione di Rachel Whetstone, Vice Presidente della compagnia. Si tratta di un intervento stimolato - si sottolinea - dalla decisione di interrompere la censura dei risultati sul portale cinese, che ha "suscitato nuove domande sul sistema con cui Google risponde alle richieste dei governi" di limitare l’accesso al web.

Per Google "l’aumento della censura governativa sul web è senza dubbio stimolata dal fatto che un numero record ha oggi accesso ha Internet, generando più contenuti che mai" come testimonia il fatto che "ogni minuto su Youtube vengono caricate 24 ore di video". Un boom, si sottolinea, che "crea grandi sfide per governi avvezzi a controllare la carta stampata, radio e tv".

La Cina, aggiunge la dichiarazione di Rachel Whetstone "è l’esempio più eclatante, ma non è il solo": alcuni dei prodotti di Googla, dai risultati delle ricerche ai contenuti dei blog a ai video di YouTube "sono stati bloccati in 25 dei 100 paesi in cui sono offerti". Dinanzi "alle continue richieste dei governi di rimuovere contenuti" dai propri server, Google spiega di "esaminarle con attenzione" intervenendo solo in casi particolari come "pornografia infantile, link a materiale coperto da copyright, spam e informazioni con dati personali come numeri di carte di credito".

Ma Google spiega di "non volersi impegnare in censure politiche", come avviene "soprattutto in paesi come Cina e Vietnam", mentre nei paesi democratici, laddove la legge proibisce la diffusione di certo materiale (è il caso della propaganda filo-nazista in Germania) vengono bloccati i risultati solo sui portali locali.

Ma questa prassi può causare problemi come testimonia il caso di video ritenuti offensivi per Mustafa Ataturk, il ‘padre della Turchia moderna'. Al rifiuto di Google di eliminarli da YouTube su scala globale e non solo sul server turco, le autorità di Ankara hanno risposto bloccando il portale.
Di fronte a queste sfide Google ribadisce di essere "a favore del diritto delle persone di esprimersi liberamente". "Continuiamo a credere - conclude la Whetstone - che una maggiore quantità di informazioni significhi più scelta, più libertà e in conclusione più potere per i singoli cittadini".





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Convegno a Rovigo La vedova Raciti: "Mio marito è stato umiliato dai tifosi"

Quotidianonet

Commossa testimonianza al convegno su calcio e rugby.
"Ma non porto odio, anche se la mia famiglia è stata distrutta", dice la moglie dell'ispettore di polizia ucciso il 2 febbraio del 2007 prima di Catania-Palermo

Rovigo, 20 aprile 2010 - «Non porto odio. Anche se la mia famiglia è stata distrutta per colpa di un gesto insensato. A voi ragazzi dico: fatevi portatori di esempi, perchè la vita è bella».
E’ stata una testimonianza dolorosa ma toccante quella di Marisa Grasso, vedova dell’ispettore Filippo Raciti, ucciso il 2 febbraio del 2007 prima di Catania-Palermo. Marisa Raciti ha deciso di tornare ai tempi bui della tragedia di suo marito. Chiamata a Rovigo dal Sap (sindacato autonomo di polizia) e dalle Felci d’oro che hanno organizzato un interessantissimo convegno su «Sport e violenza e la tessera del tifoso» coordinato dal direttore di Quotidiano.net Xavier Jacobelli e al quale hanno partecipato Roberto Massucci del Ministero dell’Interno- osservatorio nazionale manifestazioni sportive, Bruno Piva presidente provinciale Coni, Chiara Alvisi, professoressa di diritto privato alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Bologna, Vittorio Munari direttore generale Benetton Treviso rugby e Michele Dressadore segretario nazionale Sap.


Davanti ad una platea di studenti, Marisa Raciti ha raccontato con grande dignità la sua esperienza. Una testimonianza necessaria che nasce da un lento lavorìo della memoria e dalla volontà caparbia di capire il clima di odio e di violenza persistente negli stadi di calcio. L’attualità di questi giorni è sconcertante. E’ una giovane donna che lascia traccia al suo passaggio. Le sue parole non sono banali e inascoltate. Suo marito Filippo Raciti era un umile servitore della patria. Un poliziotto che aveva indossato la divisa presto, a 19 anni. Si era sposato e aveva messo in piedi una famiglia con due figli. «Pur sapendo che faceva un lavoro pericoloso, mai avrei immaginato che qualcuno lo ammazzasse in quel modo». Le parole di Marisa Raciti sono cariche di emozione. «Ricordo ancora quando Filippo, dopo i servizi allo stadio, tornava con la divisa sporca dell’urina che gli lanciavano dagli spalti dentro alle bottigliette o degli sputi che gli arrivavano dall’alto. Per lui era una grande umiliazione riportare a casa la divisa oltraggiata», ha raccontato. A Catania era in atto una vera e propria caccia al poliziotto da parte dei tifosi della squadra di calcio, una caccia all’uomo in divisa. La voce ferma, appena incrinata dalla commozione, Marisa descrive i suoi sentimenti: «Dopo la morte di Filippo ho senito grande affetto da parte di tutti. Anche da Rovigo mi sono giunte parole di conforto e per questo voglio ringraziare questa città e i colleghi di mio marito. Ora più che mai, sento che davvero il suo sacrificio è stato grande. E anche per questo che voglio ricordare la sua figura di uomo perbene, generoso e servitore dello Stato. Non è facile per me tutto questo, anche perchè il mio comportamento in Sicilia dopo la morte di mio marito non era ben visto, ma in tutto il resto d’Italia la mia testimonianza credo possa servire per contribuire a cambiare le cose».
 

Prima di partecipare al convegno in Duomo, la vedova Raciti è stata ricevuta dal questore Luigi De Matteo e dal sindaco di Rovigo. «La violenza fa parte della bestialità dell’uomo, ma quando diventa così drammatica e stupida lascia senza parole e solo sgomento. La sua testimonianza — ha detto il sindaco Fausto Merchiori rivolgendosi alla vedova Raciti — è importante per tutta la società e sono onorato che il Comune di Rovigo abbia potuta ospitarla, perché quei valori che lei rappresenta sono fondamentali per l’intera comunità». La ferrera e determinata volontà di questa donna così forte, si è poi scontrata con i dubbi e gli interrogativi naturali per chiunque. «Perchè Filippo è stato ammazzato? E’ stato tutto talmente assurdo. Perchè hanno distrutto una famiglia?». Domande che a tre anni di distanza ancora non trovano risposte nell’animo di una donna segnata dalla perdita del marito. Resta un grande vuoto nella famiglia Raciti. A quel vuoto che perdura, a quell’assenza profonda, la struggente testimonianza della moglie ha cercato di dare una qualche, seppur velata, risonanza.

di Carlo Cavriani





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Spuntano nuove intercettazioni: il Palazzo trema

di Gian Marco Chiocci

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Roma - Un altro terremoto giudiziario si prepara a far tremare il Paese. L’epicentro è Roma, precisamente piazzale Clodio, dove ha sede la procura della Capitale. Qui c’è un fascicolo d’indagine che rischia di far più rumore dell’inchiesta sui grandi eventi che ha toccato i vertici della Protezione civile. Dentro quei faldoni ci sarebbero i nomi di numerosi politici di primo piano, ma anche funzionari di un importante dicastero, e diversi magistrati eccellenti. Tutti coinvolti via via in un’inchiesta che era cominciata analizzando i rapporti tra un politico di primo piano e un «faccendiere» già noto alle cronache giudiziarie. L’ipotesi di reato iniziale era corruzione. E quando sono partite le intercettazioni, gli inquirenti sono arrivati, a catena, ad ascoltare un «parterre» illustre. Che, come detto, oltre a un buon numero di parlamentari, comprenderebbe magistrati, alcuni dei quali con importanti incarichi «esterni», imprenditori e alti dirigenti pubblici e privati. Come capita sovente, le condotte «rilevate» dagli inquirenti nel corso del lavoro investigativo non incardinerebbero profili di rilevanza penale eclatante. Dal contenuto delle intercettazioni emergerebbe però uno scenario fatto di scambi di favori e richieste, capace di colpire - negativamente, va da sé - l’opinione pubblica, e di alimentare i sentimenti di antipolitica già molto diffusi.

«Se i brogliacci, o peggio ancora le trascrizioni, di alcune delle conversazioni intercettate finissero sui giornali, scoppierebbe il finimondo», dichiara nei corridoi di piazzale Clodio uno degli inquirenti. Ma di che si tratta? Secondo le prime indiscrezioni, l’inchiesta verterebbe sulla liceità di alcuni «affari» pianificati in Sardegna dai primi protagonisti «puntati» dalla procura di Roma. Indagando su questo business ancora in fase iniziale, gli investigatori si sarebbero imbattuti in Flavio Carboni, l’imprenditore da poco assolto nel processo di primo grado per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, trovato appeso e privo di vita sotto il Blackfriars bridge, a Londra. Il nome di Carboni sarebbe tra gli indagati in questo nuovo fascicolo, affidato al pm Giancarlo Capaldo, lo stesso che si sta occupando sia dell’affaire Marrazzo che dell’indagine su Fastweb e Telecom Sparkle. E monitorando le attività e l’entourage dell’imprenditore, i carabinieri di Roma sarebbero incappati in frequenti contatti «politici». Tra i nomi che compaiono in questa fase, perché direttamente o indirettamente «ascoltati» in fase di intercettazione, vi sarebbe anche il senatore Marcello Dell’Utri, nonché il coordinatore del Pdl Denis Verdini.

I due esponenti politici, però, non sarebbero indagati nel fascicolo assegnato a Capaldo. C’è chi fa notare, però, che per una curiosa coincidenza sia Dell’Utri che Verdini sono alle prese il primo con la sentenza d’appello per l’accusa di concorso esterno a Cosa nostra, il secondo con l’inchiesta sulle grandi opere, che lo vede indagato. Anche Carboni, dal canto suo, è in attesa della sentenza di appello sul caso Calvi.

Nell’inchiesta, come detto, sarebbe al vaglio anche l’operato di alcuni magistrati in servizio o distaccati presso altre amministrazioni. In particolare, l’attenzione degli inquirenti si sarebbe soffermata su una «associazione» privata che annovera tra i suoi soci diverse toghe, alcune delle quali attive nel gestire o tessere rapporti relativamente ai «business» al centro delle indagini. Quale sia il nesso che lega i vari filoni è presto per dirlo. La procura ha da poco chiesto la proroga delle indagini. Segno che i magistrati romani intendono scavare più a fondo.





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Crisi, il Pd: "Tassare i ricchi per allungare la cig"

di Redazione

La proposta del Pd: una tassa su quanti hanno un reddito superiore ai 200mila euro, per reperire le risorse necessarie a coprire l’allungamento dai 12 ai 24 mesi della cassa integrazione guadagni. Ma Cazzola (Pdl) frena: "No ai colpi di mano, verificare l’idoneità delle coperture"


Roma - Una tassa sui ricchi, su quanti cioè hanno un reddito superiore ai 200mila euro, per reperire le risorse necessarie a coprire l’allungamento dai 12 ai 24 mesi della cassa integrazione guadagni. È la proposta del Pd, annunciata in Aula alla Camera da Cesare Damiano durante la discussione generale al ddl presentato dagli stessi Democratici sugli ammortizzatori sociali. "Sono scettico e inoltre andrebbe verificata l’idoneità delle coperture", hacommentato il relatore al provvedimento sugli ammortizzatori sociali Giuliano Cazzola (Pdl).

La tassa sui ricchi L’emendamento prevede che per il 2010 e il 2011 ci sia un’una tantum del 2% per i redditi oltre i 200mila euro per i quali, in pratica, l’aliquota marginale massima salirebbe al 45%. L’emendamento è stato presentato in Aula dopo che la Commissione Bilancio della Camera aveva bocciato la copertura precedentemente proposta sulla norma che prolunga dai 12 ai 24 mesi il periodo di cig. Questa norma era stata approvata in Commissione Lavoro di Montecitorio non solo dalle opposizioni ma anche da diversi parlamentari del Pdl e dallo stesso presidente, Giuliano Cazzola. La platea dei redditi su cui dovrebbe applicarsi l’una tantum dovrebbe essere intorno al 7% dei contribuenti. Un’analoga proposta fu avanzata esattamente un anno fa dal Pd per trovare 500 milioni da destinare alle fasce di popolazione che si trovano in povertà assoluta. In quel caso l’una tantum riguardava i redditi oltre i 150.000 euro, scelti simbolicamente perchè coincidono con lo stipendio di un parlamentare. La mozione, presentata dall Pd in Aula dall’allora segretario Dario Franceschini, fu però bocciata. Il ddl del Pd sugli ammortizzatori sociali contiene anche una norma "salva Eutelia", anche questa però bocciata in Commissione. 

Cazzola: "No ai colpi di mano" E' "scettico" Giuliano Cazzola, relatore del testo unificato sul lavoro all’esame dell’Aula della Camera. "Non si fanno colpi di mano sulle coperture - ha detto Cazzola - sono scettico e comunque andrebbe verificata" l’idoneità della copertura. Per Cazzola "queste cose si affrontano nelle sedi opportune", a partire dal comitato dei Nove che domani si riunirà per l’esame degli emendamenti presentati. Nel caso, ha proseguito, "in comitato dei Nove valuteremo la copertura e si torna in commissione e poi si dovrà sentire che dice anche la commissine Bilancio". 





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Il caso di Emergency: i tre liberati e "ingrati" ora tornano in Italia

di Gian Micalessin

I tre operatori sanitari rientrano in Italia ma rifiutano il volo di Stato.

Si ripete il copione già visto con Giuliana Sgrena e le due Simone: freddezza e sgarbi nei confronti del governo.

I punti ancora oscuri della vicenda



 

In pubblicità c’è l’uomo che non deve chiedere mai. Nella realtà quotidiana del Belpaese impera invece la banda degli ingrati, la “sinistra” cricca capace di pretendere sempre e non ringraziare mai. Gli ultimi eccoli qua, sono i tre moschettieri del Gino Nazionale felici di essere liberi grazie alla nostra diplomazia, gioiosi di dormire tra le mura di un’ambasciata anziché dietro le sbarre di una segreta, ma assolutamente refrattari all’idea di metter piede su un volo di Stato.

Assolutamente indisponibili a mescolar i loro quarti di nobiltà con quelli dei rappresentanti di uno Stato da snobbare e di un governo da disprezzare. Certo a volte ce n’è bisogno. A volte di ministri e servizi segreti non si può far a meno, ma Dio ci guardi dall’ignominia di sedere al loro fianco, dalla nefandezza di stringerne le mani, dalla mortificazione di regalar loro un grazie. Certo Gino Strada e i suoi amici in quella parte ci sguazzano. In fondo la recitano dai gloriosi anni Settanta quando se erano in cinque tiravano fuori le spranghe e gridavano “basco nero il tuo posto è al cimitero” se erano soli salutavano, sorridevano e se la battevano a gambe.

Cambiano i tempi, ma la sfrontatezza, la boria e la convinzione di esser al di sopra di ogni regola restano la stesse, si tramandano come un gene cocciuto e inguaribile di padre in figlio. Così - quando non risuona la voce impastata del Gino nazionale - ecco riecheggiare quella garrula, ma altrettanto “politically correct” delle due Simone. Le ricordate? Era il 2004 e i nostri 007 avevano appena finito di sudare le proverbiali sette camicie per salvar loro il collo consegnando ai rapitori qualche milione di dollari. Ma per le tronfie e vispe reduci dalla Mesopotamia delle Meraviglie erano bazzecole. Le loro prime parole furono un caldo sincero e commosso ringraziamento al popolo iracheno. Per il governo italiano e i suoi servitori manco un fiato. Quando qualcuno lo fa notare cambiano registro, ma non appena Giuseppe d’Avanzo di Repubblica chiede almeno una scontata e dovuta condanna del terrorismo Simona Pari non transige. «La lotta di resistenza di un popolo per liberare il Paese occupato è garantita dal diritto internazionale. Il terrorismo uccide indiscriminatamente anche i civili. Condanno il terrorismo. Nessuno può chiedermi di condannare una lotta di resistenza». Si sente, insomma, più vicina a chi voleva sgozzarla che a chi l’ha liberata.

La vera campionessa d’ingratitudine, l’ineguagliata paladina dell’irriconoscenza resta però Giuliana Sgrena, la giornalista del manifesto la cui liberazione costa, oltre ai soliti spiccioli, anche la vita dell’agente Nicola Calipari. L’allegra sicumera con cui la Sgrena trasforma il proprio ferimento e la morte di Calipari in un complotto fanta-politico ordito da Washington è nulla rispetto alla parte recitata negli studi di Sky durante una trasmissione televisiva in cui è ospite assieme a chi scrive. Sotto gli occhi increduli dell’allora conduttore Corrado Formigli la Sgrena impone di non mettere in onda il filmato del suo arrivo all’aeroporto di Ciampino in cui la si vede scendere dall’aereo tra le braccia dell’agente del Sismi Marco Mancini. Quella sequenza di lei sofferente aiutata e sorretta da un uomo accusato di aver partecipato al rapimento del cittadino egiziano Abu Omar offende - ripete quella sera la Sgrena - la sua dignità di professionista dell’informazione.

La stessa dignità professionale che un’altra volta la spinge a definire mercenario immeritevole di medaglie e ricordo il connazionale Fabrizio Quattrocchi ucciso in Irak mentre gridava «Vi faccio veder come muore un italiano». Lo sdegno e il disprezzo di Giuliana Sgrena hanno però la memoria corta.

Quando si trattava di implorare la sua liberazione i suoi amici non provavano certo simili vergogne. In quei giorni i suoi colleghi trovavano assolutamente naturale transitare dalla sede del manifesto agli uffici di governo dove gli uomini della Farnesina e dei servizi segreti tessevano incessantemente la trama della sua liberazione. Ad obbiettivo raggiunto ecco pronto, invece, il voltafaccia. Il direttore del Sismi Nicolò Pollari e l’agente Marco Mancini diventano degli intoccabili, degli innominabili, dei relitti umani da gettare e calpestare come mozziconi spenti e puzzolenti. È la regola dell’usa e getta, è la dottrina madre dei salotti della gauche caviar. Una regola eretta a dottrina di vita e linciaggio da quel vangelo dell’intellighenzia chiamato Repubblica.

Un quotidiano smanioso di vedere all’opera spie e agenti segreti quando l’obbiettivo è ottenere la liberazione dell’inviato Daniele Mastrogiacomo rapito in Afghanistan, ma altrettanto pronto - nel frattempo - a distruggere l’immagine di Nicolo Pollari, il direttore che tra il 2001 e il 2006 ridiede lustro e spessore all’immagine nazionale e internazionale dei nostri servizi segreti.





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Sciopero dei giornalisti del Corriere della Sera

Corriere della sera





Gli aggiornamenti riprenderanno regolarmente da mercoledì 21 aprile alle ore 7.
Nel comunicato del Comitato di redazione, le motivazioni dell'agitazione decisa dall'assembrea dei giornalisti




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