lunedì 19 aprile 2010

La Russa: "Emergency, problemi a cause delle accuse agli afgani"

Quotidianonet

I tre torneranno con un volo di linea.
In mattinata polemica con il sottosegretario Crosetto in merito all'aereo di Stato: "Si commenta da solo il fatto che si rifiutino di salire su un mezzo che è stato messo a loro disposizione".
Ma l'Ong: "Si è trattato solo di un equivoco"

Roma, 19 aprile 2010

Marco Garatti, Matteo Dell’Aria e Matteo Pagani, i tre operatori italiani di Emergency rilasciati in Afghanistan rientreranno domani in Italia con un volo di linea accompagnati dall’inviato del ministro Frattini, Attilio Iannucci. Lo ha annunciato il capo del Servizio Stampa della Farnesina, Maurizio Massari che ha anche precisato che l’ipotesi di rientrare con un volo di Stato, approfittando della presenza in Afghanistan del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, era "di difficile realizzazione e causa dell’irregolarità del traffico areeo dovuta alla nube" di cenere vulcanica. Tra l’altro l’aereo di Stato con a bordo Crosetto è arrivato a Herat e non a Kabul e per questo i tre hanno preferito un volo di linea.

"UN EQUIVOCO" - "Non ho parole. Si commenta da solo il fatto che i tre cittadini italiani si rifiutino di salire su un mezzo che è stato messo a loro disposizione da quello stesso Stato che li ha fatti tornare liberi". Così il sottosegretario alla difesa Guido Crosetto aveva commentato le prime notizie sulla scelta di un altro volo da parte dei tre italiani.

Più tardi però è arrivata la precisazione di Rossella Miccio del direttivo di Emergency. "Si tratta soltanto di un equivoco - ha detto -: non è vero che i tre operatori di Emergency si sono rifiutati di viaggiare con un aereo di stato". E aveva precisato: "Stiamo valutando tutte le possibilità di rientro con l’ambasciatore Attilio Massimo Iannucci che è qui con noi. E’ ovvio che i noti problemi meteorologici non aiutano un rientro più rapido possibile". Alla fine la soluzione individuata è stata proprio quella del volo di linea.

"RILASCIATI SENZA CONDIZIONI" - Non vi è alcun accordo con le autorità afghane sulla chiusura dell’ospedale di Lashkar-gah dietro il rilascio dei tre operatori di Emergency. Lo sostiene l’associazione in una nota. "Emergency ha appreso da alcuni giornali italiani che la chiusura dell’ospedale di Lashkar-gah sarebbe stata una delle condizioni per il rilascio dei suoi operatori", si legge nel comunicato, "a Emergency non risulta nessun tipo di accordo di questo o di altro genere". Una versione, questa, confermata anche dal ministro degli Esteri.

FRATTINI - La "felice conclusione" della vicenda afghana, "così come quella di Sergio Cicala e di sua moglie Philomene Kabouree, sia pure con risvolti assai diversi e meno pubblici, non deriva soltanto da un’azione diplomatica intensa e discreta e dal coordinamento con la nostra intelligence". Lo ha scritto il ministro degli Esteri Franco Frattini sulla sua pagina di Facebook. Per il titolare della Farnesina "c’è una vera e propria ‘chimica italiana', che a me piace chiamare ‘anima italiana' che scioglie le situazioni complesse e apre le porte dei cuori".

LA RUSSA - "Abbiamo avuto, mi riferiscono, qualche problema per alcune accuse al governo afghano e italiano che in questi giorni sono rimbalzate a Kabul dall’Italia". Lo ha affermato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, secondo il quale le critiche mosse in questi giorni al governo italiano e al governo afghano "non ci hanno aiutato per la liberazione dei tre operatori umanitari di Emergency". "Già da alcuni giorni - ha spiegato La Russa - sapevamo della trattativa, chi doveva capire avrebbe dovuto capirlo già dalle mie affermazioni ad Annozero dove mi sono dovuto cucire la bocca un paio di volte".

SARANNO ASCOLTATI DAL PM - I tre operatori di Emergency, dopo il rientro, saranno ascoltati dagli inbquirenti italiani. Il fascicolo, per il momento, è privo di ipotesi di reato. Gli accertamenti sono coordinati dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti, che potrebbe anche delegare le audizioni ai carabinieri del Ros.
 





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Il processo a Calciopoli Ascolta le intercettazioni

di Redazione

Ecco le registrazioni audio delle telefonate intercettate.

Su richiesta della difesa di Moggi saranno acquisite dal tribunale di Napoli.

Le voci di Facchetti, Moratti, Galliani, Meani, Pradè, Spalletti, Cellino, Foschi, Foti, Spinelli e Campedelli



 
Milano - Per una migliore comprensione del contenuto delle telefonate (che potete ascoltare cliccando qui di seguito) vi forniamo l'elenco delle persone le cui conversazioni sono state intercettate, con l'indicazione dei relativi incarichi ricoperti all'epoca:


- Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto, designatori arbitrali;
- Giacinto Facchetti (presidente Inter), Massimo Moratti (patron Inter), Massimo Cellino (presidente Cagliari), Renato Cipollini (presidente Bologna), Lillo Foti (presidente Reggina), Adriano Galliani (a.d. Milan), Leonardo Meani (addetto arbitri Milan), Luca Campedelli (presidente Chievo), Aldo Spinelli (presidente Livorno);
- Massimo De Santis, arbitro;
- Innocenzo Mazzini (vicepresidente Figc), Francesco Ghirelli (segretario Figc), Tullio Lanese (presidente Aia), Gennaro Mazzei (designatore assistenti);
- Rino Foschi (direttore sportivo) Palermo, Daniele Pradè (d.s. Roma), Luciano Spalletti (allenatore Udinese). 

REGGINA

INTER

- Facchetti-Pairetto, 16 novembre 2004
- Facchetti-Mazzei, 25 novembre 2004
- Facchetti-Mazzei, 11 dicembre 2004
- Moratti-Bergamo, 25 dicembre 2004
- Moratti-Bergamo, 25 dicembre 2004
- Facchetti-Ghirelli, 28 dicembre 2004
- Facchetti-Ghirelli, 28 dicembre 2004 (2) 
- Facchetti-Ghirelli, 28 dicembre 2004 (3)
- Moratti-Bergamo, 10 gennaio 2005
- Facchetti-Ghirelli, 4 gennaio 2005 
- Facchetti-Pairetto, 2 febbraio 2005
- Facchetti-Pairetto, 31 marzo 2005
Facchetti-Pairetto, 12 aprile 2005
- Facchetti-Pairetto, 12 aprile 2005 (2)
- Facchetti-Pairetto, 17 marzo 2005
- Facchetti-Pairetto, 20 marzo 2005
- Facchetti-Mazzei, 25 novembre 2004
- Facchetti-Bergamo, 27 maggio 2005
- Facchetti-Bergamo, 17 gennaio 2005 
- Facchetti-Bergamo, 2 febbraio 2005

- Facchetti-Lanese, 8 febbraio 2005
- Facchetti-Lanese, 8 febbraio 2005  
- Facchetti-Bergamo, 15 gennaio 2005 
- Facchetti-Bergamo, 30 gennaio 2005
- Facchetti-Bergamo, 24 febbraio 2005 
- Facchetti-Pairetto, 11 febbraio 2005 
- Facchetti-Pairetto, 11 febbraio 2005 (2)
- Facchetti-Ghirelli, 15 marzo 2005
- Facchetti-Bergamo, 9 gennaio 2005
- Facchetti-DeSantis, 24 marzo 2005

- Facchetti-DeSantis, 24 marzo 2005 (2)
- Facchetti-Bergamo, 10 gennaio 2005
- Facchetti-Bergamo, 5 gennaio 2005
- Facchetti-Bergamo, 27 gennaio 2005 
- Facchetti-Bergamo, 23 dicembre 2004 
- Facchetti-Bergamo, 14 maggio 2005 
- Facchetti-Bergamo, 25 febbraio 2005 
- Facchetti-Bergamo, 26 aprile 2005 
- Facchetti-Bergamo, 5 gennaio 2005 
- Facchetti-Bergamo, 3 gennaio 2005
- Facchetti-Bergamo, 26 novembre 2004

PALERMO

ROMA

MILAN

UDINESE

CAGLIARI 

BOLOGNA

LIVORNO

 ARBITRI 





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Strage Erba, destino di Olindo nelle intercettazioni

di Felice Manti

Spuntano due conversazioni del supertestimone che potrebbero scagionare l’ex netturbino accusato con la moglie del massacro. Frigerio avrebbe detto a figli e avvocato di non sapere chi fosse l’assassino

 





«Io non ho un ca... da dire, niente». C’è un nuovo capitolo sul supertestimone della strage di Erba, che secondo l’accusa avrebbe riconosciuto subito Olindo Romano come uno degli autori della strage di Erba. Due intercettazioni, stralciate dall’accusa in primo grado perché considerate «irrilevanti» sono clamorosamente rispuntate fuori alla vigilia dell’udienza finale al processo d’appello di Milano per la mattanza dell’11 dicembre 2006 e pubblicate sull’ultimo numero del settimanale Oggi, in edicola oggi. Audio che la difesa ha intenzione di presentare al processo. 

È il 22 dicembre del 2006. Una settimana prima, il 15 dicembre, Frigerio aveva descritto il suo aggressore come un uomo «mai visto prima, di carnagione olivastra» e di probabile «etnia araba» perché ha il colorito scuro («non nero, olivastro», ripete) ed è 10 cm più alto di lui. Senza mai fare il nome di Olindo. Sono passati due giorni dal colloquio del 20 dicembre con il maresciallo dei carabinieri Luciano Gallorini, nel quale il comandante della stazione di Erba insiste nell’ipotizzare un coinvolgimento di Olindo, ottenendo molti no e un mezzo «ni» in mezzo a mille dubbi, Frigerio non fa il nome dell’aggressore. Mai. Gallorini parla di Olindo, più volte: «L’avrebbe saputo se era l’Olindo?». «Se lo vedesse sarebbe in grado di riconoscerlo?». E ancora «poteva essere l’Olindo?», poi si congeda dicendo «ho capito, pensava ad altra gente». 

Frigerio è in ospedale con i figli e l’avvocato Gabrielli. Nella stanza d’ospedale ci sono le microspie. Gabrielli è appena stato in Procura e al Ris di Parma che sta analizzando due accendini su cui forse possono trovare del dna. «Speriamo», dice con un filo di voce Frigerio. I due parlano per oltre venti minuti. Il nome di Olindo non viene mai fatto, e si capisce che tutti brancolano nel buio. Gabrielli è costretto a insistere: «Cerchi di rivivere quel giorno, come un film, magari se le viene in mente qualcosa che può essere utile. 

Faccia uno sforzo, abbandoni quell’ultimo momento». Frigerio non ricorda proprio nulla. Gabrielli parla di Azouz Marzouk, dei litigi con Raffaella. La voce di Frigerio quasi non si sente, ma lui risponde. «Ma lei si ricorda di questo viso qua si ricorda il viso o si ricorda solo una particolarità del viso...». Si sente un sussurro. E il legale: «I capelli? Tirati in avanti così? - dice ripetendo le parole del superteste - però corti... non era stempiato, pieno quindi...». Poi il congedo: «Se le viene in mente qualcosa mi raccomando mi faccia sapere».

Due giorni più tardi, alla vigilia di Natale, la figlia di Frigerio, Elena, viene avvertita che a Santo Stefano arriveranno i pm in ospedale. Lo dice al fratello e al padre, sempre intercettato. «Ma perché c’è qualcosa?» dice la donna al padre e al fratello. Le parole di Frigerio le ripetono i figli: «Io non c’ho un ca..o». 

Il giallo sul «vero» riconoscimento del superteste, che avverrà formalmente solo il 26 dicembre, mentre il 2 gennaio Frigerio chiamerà Olindo «Ottolino», come si sente nel video girato dalla Procura di Como, potrebbe convincere la Corte a riaprire il dibattimento. Perché quel riconoscimento, in realtà, non aveva mai convinto fino in fondo nemmeno i pm, almeno in quei convulsi giorni. «Sappiamo che il nome di Olindo gliel’hanno fatto i carabinieri. Non si faccia condizionare», diranno a Frigerio i magistrati di Como alle 11 del mattino del 26 dicembre, come si legge dalla trascrizione dell’interrogatorio. «Non deve avere paura di noi - dice il pm Massimo Astori a Frigerio - come ha paura dei carabinieri. Fanno il loro lavoro, noi il nostro».

Anche questa trascrizione era rimasta segreta. «L’Olindo? Ma è sicuro?», insistono i magistrati. Frigerio annuisce, parla con un filo di voce che chi compila il verbale di trascrizione non riesce a interpretare compiutamente. I pm si spazientiscono: «Senta signor Frigerio, si dimentichi quello che le han detto i carabinieri. Non rimanga condizionato, perché sa...». Il 26 dicembre, dunque per la prima volta, il nome di Olindo salta fuori, sebbene i pm siano un po’ sorpresi. Ma che cosa è successo nelle 48 ore precedenti che ha convinto Frigerio?

ASCOLTA GLI AUDIO

Questo è l'audio dell'intervista del 21 novembre 2007 di Felice Manti all'avvocato di Mario Frigerio, Manuel Gabrielli, di cui si discuterà domani al processo d'appello per la strage di Erba a Milano e nella quale il suo stesso legale solleva dei dubbi sulle contraddizioni nel riconoscimento del suo assistito. L'intervista è stata pubblicata sul Giornale del 22 novembre. Ecco la trascrizione integrale.
Conversazione tra Frigerio, l'avvocato Gabrielli e i figli: ascolta
 
Seconda parte: ascolta
Terza parte: ascolta
 
Conversazione tra Frigerio e i figli: ascolta
Intervista all'avvocato Gabrielli: ascolta




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Attenti ad Alureon, l'ultima minaccia per Windows Xp

Corriere della Sera


Il colosso di Redmond sta combattendo contro il malware Alureon, in grado di rubare i numeri delle carte di credito e di impedire l'avvio dei computer. Le ultime patch prevengono infatti il blocco dei computer infetti
Attenti ad Alureon, l'ultima minaccia per Windows Xp



MILANO- Gli utenti di Windows XP sono in allerta. La causa è un insidioso malware che, per ironia della sorte, è facilitato proprio da un aggiornamento della stessa Microsoft. Se ne parla in rete da febbraio, quando la patch MS10-021 ha aggiornato gli ancora numerosissimi utenti di questo sistema operativo. È infatti in questo mese che il virus è stato in grado di raggiungere il cuore dei computer, il Kernel, per poi provocarne lo stallo totale.

IL BSOD: BLUE SCREEN OF DEATH - Lo chiamano la schermata blu della morte. È simile a quella di avvio del pc, ma in realtà è sintomo del malware chiamato Alureon o anche TDL3 Rootkit. Solo ora Microsoft interviene con dichiarazioni ufficiali, dopo essersi rinchiusa in un iniziale silenzio, cercando fra le altre cose di arginare la diffidenza verso gli aggiornamenti che periodicamente diffonde. Avverte infatti che non installarli è una scelta molto rischiosa, anche se gli effetti del virus lo sembrano altrettanto, essendo in grado di rubare username, password e numeri di carte di credito.

COME RIMEDIARE - Microsoft sta ponendo rimedio attraverso la modifica delle patch diffuse dal 16 aprile in poi. Queste ultime, le MS10-015, impediscono l'installazione dell'aggiornamento in caso di concomitanza con un rootkit o qualche altro virus in grado di compromettere la macchina. Lo scopo è di non complicare la situazione di un computer già in difficoltà, di impedire la famigerata schermata blu e di avere l'inconfutabile conferma dell'infezione. Questi interventi rimangono però preventivi ed è per questo che l'aggiornamento contiene uno strumento per esaminare il Kernel e rimuovere il malware.

Serena Patierno
19 aprile 2010



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Depositate le carte della Cassazione: Marrazzo «vittima di imboscata»

Corriere della Sera

Le motivazioni depositate dalla Corte confermano le misure cautelari nei confronti di alcuni carabinieri


ROMA - La Corte di Cassazione ha depositato le carte dell'inchiesta sul traffico di cocaina e prostituzione legata ai transessuali, nel quale è coinvolto l'ex governatore della Regione Lazio, Piero Marrazzo. Dai documenti emerge che Marrazzo «fu vittima di un'imboscata» anzi: l'esponente politico fu «chiaramente vittima predestinata». La Cassazione a confermato le misure cautelari nei confronti di alcuni carabinieri della Compagnia di Roma Trionfale, accusati di ricatto nei confronti di Marrazzo.

VIDEO CONDITO - I carabinieri Luciano Simeone e Carlo Tagliente - nell'irruzione a via Gradoli dove lo scorso luglio sorpresero Piero Marrazzo col trans Natalie - «hanno impedito a Marrazzo di tirarsi su i pantaloni» perchè «la ripresa in mutande aveva, evidentemente, per i fini perseguiti dagli indagati, ben maggiore effetto e ben altro valore, così ben altro valore avrebbe avuto la 'scena del criminè se fosse stata opportunamente 'condità dalla presenza di droga».

Lo sottolinea la Cassazione - nella sentenza 15082 depositata oggi con la quale conferma le accuse ai carabinieri indagati per l'estorsione a Marrazzo - rilevando che vi fu una «accurata preparazione di quella scena, che prevedeva non solo la presenza della droga ma anche, nello stesso tavolino, accanto al piatto che la conteneva, della tessera personale della vittima, affinchè non vi fossero dubbi sulla identificazione del personaggio» al quale non si voleva «dare scampo».

Redazione online
19 aprile 2010




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Nuvola d'oro su taxi e ncc

Il Tempo

Straordinari per gli autisti. Un passaggio in Francia è costato duemila euro.
Dal primo pomeriggio impossibile trovare un'automobile pubblica.




Taxi a Fiumicino 

Seicento euro per andare in taxi da Fiumicino a Bologna e duemila per arrivare a Francoforte. Per tornare a casa i turisti intrappolati al Leonardo da Vinci sono disposti a pagare. E tanto. Così tassisti e noleggiatori di limousine, auto pullman ieri ne hanno approfittato. Se i cieli d'Europa sono off-limit per gli aerei a causa della nube di cenere sprigionata dal vulcano islandese Eyjafjallajökull, sulle strade viaggia la «nuvola d'oro». Con i noleggiatori di limousine che fanno pagare, a peso d'oro, appunto, le corse. L'ultimo taxi l'hanno preso al volo (è proprio il caso di dirlo) quattro manager tedeschi che dovevano rientrare a Francoforte. «Hanno sborsato duemila euro.

Ma la berlina con l'autista gli sarebbe costata il doppio», raccontano gli operatori aeroportuali, che hanno fatto da interpreti nella trattativa tra il romanissimo driver e il gruppetto di teutonici manager. «Per raggiungere Bologna ci hanno chiesto 600 euro e 1.200 per andare a Brescia ma non li avevamo e così siamo costretti a restare a Fiumicino», racconta una comitiva di turisti romagnoli e lombardi, atterrati con l'ultimo volo decollato da Porto per Roma prima che anche il Portogallo venisse raggiunto dalla nube vulcanica.

 «I prezzi dei taxi? Troppo alti. Anzi, esagerati», sottolinea una coppia di commercianti di Bolzano che si è rifiutata di pagare 1.500 per tornare a casa. «Ci sarebbe costato molto meno affittare una macchina. Purtroppo non ne abbiamo trovata nemmeno una in aeroporto né a Fiumicino città. Ci hanno detto che in genere ce sono centinaia a disposizione, ma quanto ci occorreva a noi non c'era. Ci siamo rassegnati e siamo tornati dal tassista, che nel frattempo era scomparso e non c'erano altri taxi».

Non è andata meglio a un gruppo di 14 turisti che ha chiesto due taxi, di sette posti ciascuno, per andare a Parigi. Hanno pagato duemila per ogni macchina per percorrere 1.500 chilometri. Per andare a Ginevra c'è chi ha tirato fuori (in contanti ovviamente) 1.400 euro. «Si tratta di accordi fra privati - spiega il presidente del 3570, Loreno Bittarelli - Se c'è un accordo c'è libera tassazione, altrimenti scatta il tassametro con la tariffa extraurbana, un euro e mezzo a chilometro». «Sono andati a ruba pure i pullman da nove posti e i minivan che noleggiamo con assai minore frequenza rispetto a utilitarie e monovolume», spiegano gli impiegati delle cinque compagnie di autoleggio.

Alessandra Zavatta
19/04/2010




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Emergency, i tre liberati rifiutano il volo di stato

Avvenire


I tre operatori di Emergency liberati ieri dalle autorità afgane non vogliono tornare in Italia con un volo di Stato. Secondo quanto si è appreso, infatti, Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani sarebbero dovuti rientrare in Italia con il Falcon dell'Aeronautica che sta conducendo in Afghanistan
il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, che parteciperà al cambio del comando del contingente italiano; ma i tre hanno rifiutato l'offerta del volo di Stato.

LA LIBERAZIONE
I tre operatori di Emergency arrestati la scorsa settimana in Afghanistan con l'accusa di terrorismo sono stati liberati in buona salute e rientreranno in Italia nelle prossime ore. Lo ha riferito il ministro degli Esteri Franco Frattini. «Abbiamo ottenuto quello che era il nostro obiettivo prioritario, e cioè la libertà per i nostri connazionali senza mettere in discussione la nostra posizione di ferma solidarietà con le istituzioni afghane e la coalizione internazionale nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan», si legge in una nota.

I tre operatori italiani di Emergency del centro ospedaliero di Lashkar-gah, Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani erano stati fermati sabato 10 aprile, con l'accusa di aver preso parte a un complotto per assassinare il governatore della regione di Helmand, Gulab Mangal. Il Consiglio nazionale di sicurezza afghano scrive in una nota che le indagini hanno mostrato che i tre sono «non colpevoli» e sono dunque stati «consegnati alle autorità italiane».

Il ministro Frattini ha spiegato che i cooperanti «nelle prossime ore saranno trasferiti in Italia con un aereo di Stato». Il titolare della Farnesina ha sottolineato che «qualora successivamente alla liberazione emergano accuse nuove a carico dei tre, saranno le autorità giudiziarie italiane a occuparsi del caso».

Il commento di Napolitano. «La liberazione dei tre operatori di Emergency in Afghanistan è motivo di sollievo per noi tutti e, in primo luogo naturalmente, per i famigliari». Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano commenta la liberazione dei tre operatori di Emergency in Afghanistan. «L'intesa raggiunta tra le autorità afghane e il governo italiano - aggiunge Napolitano - garantisce il rispetto dei diritti fondamentali delle persone bruscamente arrestate e pesantemente quanto genericamente accusate, e, nello stesso tempo, la piena corretta disponibilità, nel rispetto delle istituzioni afghane, all'approfondimento delle indagini, sulla base di ogni eventuale ulteriore elemento, da parte della magistratura italiana. Il governo, e per esso il ministero degli Esteri, ha operato con accortezza e fermezza, aderendo alle preoccupazioni espresse da una vasta opinione pubblica».

E quello di Strada. Secondo Gino Strada, storico leader di Emergency, «in Afghanistan è stata disarticolata una montatura contro di noi». L'obiettivo era di  eliminare «un testimone scomodo» in una regione dove spesso la durezza del conflitto spinge  alla violazione dei diritti umani.




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Italia, nuovo stop al Nord fino a domani Compagnie: "Peggio dell'11 settembre"

di Redazione

Malpensa e Linate riaprono alle 7, ma l'attività dura pochissimo.

L'Enac alle 9 richiude lo spazio aereo del Nord fino alle 8 di domani.

Anche Germania, Belgio e Olanda prorogano la chiusura.

Si vola solo in Scandinavia.

Per i viaggiatori notte sulle brandine a Fiumicino e Malpensa. Protesta delle compagnie aeree della Iata: "Pochi pericoli, crisi gestita male.

Per noi è un disastro economico: persi 250 milioni di euro al giorno"



Roma - E' stato riaperto, alle 7 di stamani, lo spazio aereo italiano. Ma la finestra è durata poco. Pochissimo. Alle 9 l'Enac ha chiuso nuovamente fino alle 20 di questa sera. Salvo poi prolungare la chiusura fino all 8 di domani. Protestano le compagnie aeree che hanno espresso la loro "insoddisfazione" sulla gestione della crisi causata dalle ceneri islandesi e reclamano una decisione fondata sui "fatti": lo ha dichiarato la Iata, l’associazione internazionale che raggruppa oltre 270 linee aeree del mondo. Le compagnie chiedono l’apertura di "almeno qualche corridoio" per consentire alcuni collegamenti.

Il nuovo stop Il presidente dell’Enac, Vito Riggio, ha annunciato che dalle 9 di questa mattina i cieli del Nord Italia torneranno a essere chiusi. "Purtroppo - spiega Riggio - gli ultimi due bollettini meteo hanno ribaltato le buone notizie di ieri sera, costringendoci a ordinare la chiusura immediata dei cieli del nord del nostro Paese dalle 9. In attesa di almeno due bollettini univoci - continua Vito Riggio - non si volerà da e per il Nord Italia almeno fino alle 8 di domani, mi dispiace, ma non possiamo comportarci in modo diverso".

La protesta delle compagnie aeree Aprono in forte ribasso i titoli delle principali compagnie aeree del Vecchio Continente mentre il mercato inizia a fare i calcoli dei danni provocati dal blocco del traffico dovuto alla cenere del vulcano islandese. Giovanni Bisignani, direttore generale dell’associazione internazionale del trasporto aereo (Iata), ha dichiarato che le perdite delle compagnie aeree raggiungono ormai i 250 milioni al giorno. L’impatto economico dell’eruzione del vulcano sul trasporto aereo, secondo la Iata, sarà più grave di quello seguito agli attentati terroristici dell’11 settembre. In avvio Air France-KLM cede il 4,7%, British Airways l’8,2%, Lufthansa il 4,4%.

I primi voli a Milano E' stato un aereo della compagnia Air One diretto a Catania il primo volo partito, alle 7.10, dall'aeroporto di Milano Malpensa subito dopo la riapertura dello spazio aereo, chiuso da sabato mattina per la nube di cenere dall'Islanda. Poi via via sono decollati altri aerei, per Napoli, Palermo e Bari e un volo Alitalia per Il Cairo. Allo scalo milanese di Linate, invece, è stato sempre un aereo per Catania a decollare alle 7.10, ma in questo caso con livrea Alitalia, dando il via alla riapertura dei collegamenti aerei. In questo momento all'aeroporto di Malpensa, il principale scalo del nord Italia rimasto bloccato in questi giorni, moltissimi passeggeri e in particolare gruppi di turisti stanno arrivando e sono in attesa di partire. Molti voli sono ancora da riprogrammare e sui monitor appaiono cancellati. Per questo la Sea, la società di gestione degli scali di Milano, consiglia ai viaggiatori di contattare le compagnie aeree.  

Il Nord Europa riapre Stanno gradualmente riaprendo solo alcuni aeroporti nel Nord Europa, con l’attenuarsi della nube di cenere vulcanica che per quattro giorni ha paralizzato il traffico aereo. Riapriranno fra le 11 e le 17 gli scali della città finlandesi di Turku e di Tampere, ma rimane chiuso quello di Helsinki, secondo quanto ha annunciato l’agenzia che gestisce gli scali del Paese. Anche l’Austria riapre il suo spazio aereo: decolli e atterraggi saranno nuovamente consentiti a partire dalle 17. In Germania, lo spazio aereo rimarrà chiuso, almeno fino alle 18, secondo quanto ha appena deciso l’autorità nazionale del Dfs. In Norvegia quasi tutti i corridoi aerei sono stati riaperti, così come l’aeroporto internazionale di Gardermoen di Oslo, dove atterrano anche aerei diretti a Copenaghen, che invece rimane chiuso. Parzialmente riaperto, l’aeroporto di Stoccolma di Arlanda e altri scali svedesi, dove il traffico è chiuso solo nel Sud del Paese.



Volo di prova della British Un portavoce della British Airways ha reso noto ieri sera che un volo di prova effettuato nel tardo pomeriggio da uno dei suoi velivoli non ha incontrato "difficoltà" attraversando la nuvola di cenere del vulcano islandese che ha paralizzato il traffico aereo europeo. Un Boeing 747 della compagnia era decollato dall'aeroporto londinese di Heatrow per studiare l'impatto sugli aerei delle ceneri provenienti dal vulcano. Il quadrireattore, che aveva a bordo solo cinque persone, fra le quali il direttore generale del gruppo, Willie Walsh, è atterrato nel tardo pomeriggio a Cardiff, in Galles, dopo un volo di circa tre ore sull'Oceano Atlantico. "Le condizioni del volo sono state perfette e l'aereo non ha incontrato difficoltà - ha detto il portavoce -. Verrà sottoposto subito ad analisi tecniche complete al centro tecnico della Ba a Cardiff".






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A Napoli anche gli scuolabus sono abusivi

di Marcello D'Orta

Illegali almeno un migliaio di mezzi, sgangherati e pericolosi, che circolano per la città trasportando gli studenti. Nel 2003 una delibera del Consiglio regionale campano ha fissato a 9 il numero massimo degli studenti da trasportare nel pulmino. Ma i pulmini abusivi ne trasportano anche più di 25




«Avanti, c'è posto!» esclamava il bigliettaio Cesare, nell'omonimo film di Mario Bonnard (1942) interpretato da un giovane Aldo Fabrizi. E «avanti, c'è posto!» esclamano a Napoli i mille e più autisti di bus scolastici abusivi, che ficcano nei loro sgangherati veicoli studenti di mezza Napoli, col rischio che alla prima brusca frenata, tutti si vada addosso a tutti, riportando ferite o contusioni che nessuna assicurazione pagherà mai, non essendoci, per i piccoli studenti, assicurazione alcuna (e a proposito di frenate, sentite questa: molti autobus di linea partenopea -e non parlo di mezzi abusivi- utilizzano freni cinesi, cioè freni che tutto fanno fuorché arrestare il mezzo. Per chi voglia saperne di più, invito a leggere un libro di recente pubblicazione, intitolato «Paradossopoli». Napoli e l'arte di evadere le regole.). 

Ma chiariamo le cose. Mentre a Verona, gli scuolabus lasciano a terra quei ragazzini i cui genitori non pagano la retta -e a mio giudizio fanno bene, trattandosi di persone non indigenti- a Napoli succede l'esatto contrario. Negli scuolabus si fa entrare chi si vuole, purché, naturalmente, paghi. Ma in questo caso la retta è di molto inferiore a quella che si sborsa per i pulmini autorizzati dal Comune, in taluni casi è meno della metà, anche se non è garantita la meta, nel senso che durante il tragitto da casa a scuola, e viceversa, può succedere di tutto. Nel 2003 una delibera del Consiglio regionale campano ha fissato a 9 il numero massimo degli studenti da trasportare nel pulmino, di cui è stato deciso anche il colore: giallo, per poter essere immediatamente distinto. 

Inoltre si è preteso che i conducenti si sottoponessero a vari esami clinici, tra cui quello tossicologico e mentale; che l'assicurazione fosse estesa a tutti i passeggeri; che gli autisti fossero iscritti all'albo dei professionisti della Camera di commercio; che fossero in possesso di patente con certificato di abilitazione al trasporto pubblico; che il veicolo fosse omologato per questo tipo di trasporto e facesse collaudi periodici alla motorizzazione; eccetera ecceterona. 

Ma in realtà, ogni mattina, centinaia di pulmini «abusivi» condotti da autisti parimenti «abusivi», si mettono in moto per trasportare piccoli studenti da un capo all'altro della città. Questi pulmini sono di vario colore, e per tanto indistinguibili dalle migliaia di altri che percorrono le (sconquassate) vie del centro, il numero dei bambini seduti (ma anche all'inpiedi!) a volte supera i 25, gli autisti non sempre sono gentiluomini, per questioni di viabilità spesso e volentieri bestemmiano, escono a diverbio con altri automobilisti, scendono furiosi brandendo chiavi inglesi e quant'altro possa ridurre a ragione conducenti che li hanno apostrofati. 

All'arrivo a scuola, altre discussioni con i conduttori dei minibus autorizzati, per ovvie ragioni. Il tutto sotto gli occhi e le orecchie dei bambini. Sia ben chiaro che non tutti si comportano in questa maniera; che per tirare a campare, gente degnissima si industria a fare anche questo mestiere, ma va da sé che il rischio per i bambini è sempre alto. 

Quando, in un articolo apparso sul «Mattino» nel 1992, denunciai la cosa, una specie di Mangiafuoco che abitava di fronte casa (e faceva quel mestiere) mi affrontò minacciandomi di non farmi più vedere per strada. Siccome per quella strada ci dovevo per forza passare (abitandoci), e non potendo sorvolarla come certe figure di Chagall, fui costretto a cambiare casa. Ora spero che nessuno mi obblighi a cambiare città. Però, dovendo scegliere, me ne andrei a Verona, sicuro che nessun autista di minibus scolastico mi dirotti -con altre minacce- a Milano o nel Sud Tirolo.




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Cecchi Paone: "Cerco un uomo da sposare per i miei 50 anni"

di Barbara Benedettelli

È stato tra i primi personaggi pubblici a dichiarare la sua omosessualità: "Un percorso non sempre facile, avevo paura del giudizio della gente"




Alessandro Cecchi Paone è un uomo divertente, colto e disponibile verso gli altri. Quando parla di se stesso lo fa con il cuore, senza filtri. Durante il percorso che lo ha portato a dichiarare apertamente «sono omosessuale», anche lui, come tanti, si è sentito «sbagliato». Il giorno del Gay Parade del 2000, a Roma, per la prima volta ha sentito la necessità di uscire allo scoperto, di dare il proprio contributo. Non c’è riuscito. «Non ero ancora pronto», dice. Solo quattro anni dopo, durante un’intervista clamorosa, lo rivela con naturalezza e serenità.

Come si è sentito il giorno in cui tutti i giornali parlavano del suo «outing»?
«Avevo paura, temevo il giudizio della gente. Poi, una volta trovato il coraggio di uscire, sono rimasto quasi deluso, la gente sembrava disinteressata. Solo quando una persona mi ha fermato e mi ha detto: “io sono etero, ma ammiro il suo coraggio in questo Paese bigotto e ipocrita”, solo allora mi sono sciolto ed è cominciata una nuova fase di vita».

Ha capito di essere omosessuale quando, sposato con una donna, ha scoperto di amare un ragazzo. All’inizio ha cercato di scacciare questo sentimento o ci si è buttato a capofitto?
«Ero molto innamorato di mia moglie e quindi ho cercato di trovare tutte le strade possibili per interpretare e indirizzare quello che sentivo secondo uno schema classico di grande amicizia esclusiva. Non è servito. L'irruzione dell'attrazione fisica ha reso impossibile la mediazione».

La sua famiglia come l'ha presa?
«Conoscendo il grande sentimento che avevo verso mia moglie non capivano bene cosa stesse accadendo. Avevano paura che mi trovassi solo, che perdessi il lavoro, che non incontrassi qualcuno all'altezza di Cristina. Cose normali, umane, che accadono in molte coppie che si separano».

Ma lei si separava perché innamorato di un uomo, niente da dire?
«I miei condividono una matrice nordeuropea laica per cui figuriamoci se la sessualità deve avere limiti, o regole, o divieti, o condanne. Sono abituati da sempre a essere all'avanguardia di un’Italia moderna, che guarda avanti e non rimane bloccata su vecchi schemi».

Non tutti i genitori sono di vedute così aperte. Che cosa avrebbe detto a sua madre se le avesse impedito di vivere liberamente la sua condizione?
«Purtroppo accade ed è un problema. Si vive nella paura di perdere l'amore della famiglia, un tormento. In Italia soprattutto gli anziani sono figli della cultura del fascismo e della Chiesa cattolica che su questi temi hanno posizioni inaccettabili dal punto di vista di una democrazia liberale, questo peggiora la situazione. A mia madre direi: “sono tuo figlio, amami, aiutami. Non sono malato né delinquente, non sono pericoloso per me e per gli altri. Metti da parte quello che ti hanno detto quando eri piccola e tieni conto di quello che mi fa stare bene: essere felice come sono”».

Cosa pensa di quello che ha dichiarato il Cardinal Bertone sulla relazione tra omosessualità e pedofilia?
«Un’affermazione clamorosamente falsa. È intervenuta anche l’Aippc (Associazione psicologi e psichiatri cattolici) il cui presidente ha dichiarato che “non c’è nessun legame tra pedofilia e omosessualità, le teorie psichiatriche che ipotizzano un nesso sono assolutamente prive di fondamento”».

Che differenza c’è tra vivere una relazione con un uomo oppure con una donna?
«Non è solo il sesso, che è la manifestazione della differenza di rapporto in cui ci sono una giocosità e complicità che non puoi avere con una donna, per esempio perché con un uomo è esclusa la genitorialità. C’è anche una diversa attenzione al quotidiano rispetto a una prospettiva tipica negli uomini e non nelle donne».

Una coppia convenzionale progetta un futuro in cui ci sono il matrimonio, la famiglia, i figli. Una coppia omosessuale?
«In Italia le Istituzioni e la Chiesa non ci consentono di fare progetti. Mi rendo conto che un etero non lo può capire, ma è devastante. Mina fin dall'inizio la speranza anche segreta di ciascuno di poter vivere insieme per una vita intera».

E secondo lei la soluzione è il matrimonio?
«Io ho sempre chiesto la convivenza regolamentata sia per le coppie etero, sia per quelle omosessuali. Siccome non ce l’hanno voluta dare né i governi di destra, né quelli di sinistra, allora facciamo una battaglia di bandiera e chiediamo il matrimonio, anche se è sbagliato perché crea confusione, perché è sbagliato il nome. Visto che non otteniamo nulla ci rimane la provocazione per dire, come è giusto dire, che simo tutti uguali e non è giusta la discriminazione sulla base del nome “matrimonio”».

Si è mai innamorato di un etero?
«Purtroppo si. Gli uomini etero mi apprezzano, mi stimano per la mia testa, hanno fascinazione per il mio coraggio. Però non condividono l'attrazione fisica o la parte emotiva. Se ti innamori questa situazione è peggio di un no, perché vogliono restare legati a te senza arrivare a un rapporto d’impegno completo. Una tortura nella quale mi capita di cadere spesso».

Quando l’ultima volta?
«Tuttora. Un ragazzo di vent’anni molto bello, molto dolce, mi ha fermato in un locale, ha voluto a tutti i costi diventarmi amico intimo, ma ha una ragazza e non è propenso ad arrivare fino alla completezza del rapporto. Mi piace, gli voglio bene e non riesco a sottrarmi. Alla fine è una situazione che fa male a tutti».

Lei è professore universitario, immagino siano molti i ragazzi etero affascinati dalla sua testa. Come ne esce?
«Ho cinquecento alunni e alunne che si affidano a me da un punto di vista culturale ed educativo e quando c’è un ragazzo giovane che mi chiede di aiutarlo a crescere io non mi sottraggo. Però devo fare un lavoro molto duro su me stesso perché non c’è lo spazio per innamorarsi. Faccio il fratello maggiore, il tutor, il precettore, il punto di riferimento. Molti non pensano che a noi vengono poste queste prove non facili».

Mai avuto ripensamenti?
«Delle donne splendide hanno provato a farmi tornare indietro e io ho donato loro il mio affetto con grande gioia, niente di più. Anzi, questo è servito a confermare una situazione profondamente radicata in me. Un fatto serio, non casuale: amo gli uomini giovani, tra i venti e i trent’anni».

Cosa trova di irresistibile in loro?
«La forza fisica associata alla grazia e alla freschezza dell'approccio alla vita. Cerco un compagno d'armi, di avventure, di battaglie. Qualcuno a cui trasferire tutto ciò che sono».

Se potesse realizzare tre desideri quali sarebbero?
«Ho avuto due grandi amori femminili - una fidanzata e una moglie - e due grandi amori maschili con convivenza. Da un po' di tempo non succede e mi manca. Quindi il primo desiderio è banale e umano, e spero lo pensi tale anche chi mi legge: vorrei un nuovo grande amore in cui due storie, due persone, due corpi, due quotidianità si compenetrano. Il secondo desiderio è che questo amore possa prevedere la costruzione di un futuro, e il terzo è che io possa, arrivato quasi a cinquant’anni, riversare sul mio compagno l’enorme bagaglio di conoscenza e di esperienze che la vita mi ha consentito di accumulare. Certo, insegnare mi aiuta, ma è a una singola persona che vorrei dare tutto».



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Caos Emergency, la chiusura del centro il prezzo per la libertà

La Stampa


Pressioni dalla provincia dell'Helmand e dalle truppe inglesi






SYED SALEEM SHAHZAD
KABUL


La loro libertà in cambio della chiusura dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah. Sarebbe questo l’accordo segreto dietro il rilascio ieri dei tre cooperanti italiani arrestati otto giorni fa. Fonti vicine al governo afghano, che hanno voluto restare anonime, confermano le voci di Kabul. La liberazione dei tre è stata possibile dopo l’incontro di sabato tra il rappresentante speciale per l’Italia in Afghanistan, ambasciatore Attilio Iannucci, e Hamid Karzai. Il presidente afghano avrebbe acconsentito a una soluzione immediata del caso, in cambio, però, l’organizzazione non governativa doveva abbandonare le sue operazioni nell’Helmand. Le accuse, in effetti, erano apparse subito esagerate, contraddittorie.

Il governatore Gulab Mangal aveva subito accusato i tre di aver organizzato un piano per ucciderlo in un attentato suicida. Poi che il chirurgo Garatti aveva ricevuto 500 mila dollari dai taleban pakistani per ucciderlo. Ancora che avevano intercettato soldi nelle trattative per liberale i giornalisti Daniele Mastrogiacomo e Gabriele Torsello. Infine che erano implicati nell’omicidio dell’interprete afghano Ajmal Naqashbandi, decapitato dai taleban.

Tutto era apparso da subito pretestuoso, nella stessa Kabul, anche se i servizi segreti afghani insistevano ancora ieri sulla teoria del complotto contro il governatore e hanno trattenuto fino a sera cinque dei sei impiegati afghani di Emergency a Lashkar Gah. Uno è ancora in stato di arresto: «Il piano - dicevano ieri i servizi - è stato organizzato da nemici esterni dell’Afghanistan (espressione in codice per dire i pakistani, ndr), che hanno fatto pressioni su persone impiegate all’interno dell’ospedale».

Ci sarebbero però anche altre «pressioni esterne» dietro al caso. Non è un segreto che l’amministrazione provinciale dell’Helmand e le truppe britanniche dispiegate massicciamente nella provincia hanno criticato duramente Emergency per aver prestato soccorso a insorti talebani feriti durante l’offensiva a Marjah. Allo stesso modo Emergency ha sempre sostenuto che la sua linea è curare tutti i feriti, indipendentemente a da quale campo appartengano. Non è l’unica organizzazione non governativa a comportarsi così.

E’ la linea della Croce rossa internazionale, che nel suo statuto si impegna a dare cure a tutte le persone coinvolte nei conflitti, senza discriminazioni. Una linea che forse ha portato alla chiusura dell’ospedale di Lashkar Gah. Per la popolazione che subisce le conseguenze della guerriglia non ci sono all’orizzonte alternative. Quello di Emergency è di fatto l’unico ospedale attrezzato di tutta la provincia.

La struttura era già stata chiusa nel 2007, dopo le controverse trattative che portarono alla liberazione del giornalista Gabriele Torsello e poi all’uccisione dell’interprete Ajmal Naqashbandi, accusato dagli islamisti di essere una spia dei servizi di Kabul. Dopo pochi mesi però, vista la totale mancanza di strutture equivalenti, ci fu un repentino cambio di rotta: il governo afgano permise al personale di Emergency di ritornare e l’ospedale riprese ad accogliere feriti da operare e curare. L’ultima vicenda, però, si è conclusa diversamente.




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Le condizioni per il rilascio: non riaprire l’ospedale

Corriere della Sera



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Liberi i tre operatori di Emergency. La contropartita per la soluzione del caso


L’appoggio politico al presidente Hamid Karzai e i nuovi progetti di sviluppo che l’Italia si è impegnata a sostenere certamente hanno pesato sulla trattativa. Però la vera svolta per sbloccare l’impasse e ottenere la scarcerazione dei tre detenuti sembra essere arrivata con il trasferimento a Kabul di tutti gli operatori umanitari che lavoravano nell’ospedale di Lashkar Gah, determinandone così la chiusura.

È questa la condizione che il governo italiano ha dovuto accettare per soddisfare gli afghani, ma anche il vertice militare britannico che di quella zona a Sud del Paese detiene il comando. E tanto basta a confermare definitivamente come la perquisizione ordinata una settimana fa nella struttura fosse soltanto un pretesto che serviva a tenere sotto pressione l’organizzazione di Gino Strada finita nel mirino per il suo ruolo pubblico e per aver mediato negli anni scorsi con i talebani ottenendo la liberazione di Gabriele Torsello e Daniele Mastrogiacomo, sequestrati mentre erano in quell’area.

Gli uomini dell’intelligence e della diplomazia si sono mossi in parallelo nel negoziato con gli 007 locali, riuscendo a dimostrare come Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo Dell’Aira fossero del tutto estranei a qualsiasi progetto di complotto o di attività terroristica, come invece era stato veicolato inizialmente pur senza alcuna contestazione ufficiale. La realtà è che tutte le notizie false di questi giorni — comprese quelle su un coinvolgimento di Garatti nel sequestro Mastrogiacomo e addirittura l’esistenza di telefonate registrate — servivano soltanto ad alzare il prezzo.

Alla fine il conto è stato saldato assicurando che l’eventuale riapertura dell’ospedale avverrà soltanto con il consenso unanime delle autorità di Kabul. E forse anche con il via libera dei britannici. Una sorta di ricatto che Emergency è stata costretta ad accettare, almeno per adesso, pur di riportare a casa i tre operatori. Troppo alto era il rischio di tenerli un mese nelle prigioni afghane fino alle eventuali contestazioni definitive. Troppo forte il pericolo di ritorsioni, tenendo conto che dell’atteggiamento di ostilità nei loro confronti dopo la gestione della trattativa per Mastrogiacomo.

A Emergency i servizi segreti locali contestano soprattutto di non essere riusciti a ottenere anche la liberazione dell’interprete Adjmal Nashkbandi, il nipote di un alto funzionario della polizia, che fu giustiziato venti giorni dopo. Ora invece ci sarebbe l’impegno dell’Italia a versare un indennizzo alla sua famiglia. Adesso il fascicolo passa alla magistratura italiana e dunque ai carabinieri del Ros che dovranno verificare quanto accaduto, collaborando con gli inquirenti di Kabul anche a smascherare eventuali complotti a danno degli italiani.

Per questo — dopo l’interrogatorio dei tre che sarà effettuato martedì al loro arrivo in Italia — una squadra di specialisti guidata dal colonnello Massimiliano Macilenti potrebbe trasferirsi in Afghanistan. E verificare come e perché siano finiti in quel magazzino dell’ospedale pistole, bombe a mano e giubbotti esplosivi.

Fiorenza Sarzanini
19 aprile 2010





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La vita in fumo di Don Robaina

La Stampa


Muore a 91 anni il più grande sigaraio di Cuba, cominciò con Batista, rimase con Castro




MIMMO CANDITO
MIAMI


E’ davvero tempo di gran confusione, oggi, sotto il cielo di Cuba, che continua a proclamarsi la patria della rivoluzione e però tiene in galera chi parla di libertà e di diritti; che dice che il suo presidente ora è Raúl Castro ma poi vedi che Fidel non ha affatto mollato il timone; che parla di riforme alla cinese ma ha liquidato quel Carlos Lage che, invece, era proprio l’uomo che le riforme le voleva e le faceva; e che deve perfino prender nota che il povero

«Che» mito della lotta per il socialismo universale deve oggi accettare di starsene tra i memorabilia dei neoexpostfascisti. In questa indeterminatezza dove i simboli si smarriscono e le parole perdono il loro senso d’uso, arriva tuttavia dalla piccola città di San Luís, nella provincia di Pinar del Río, una notizia che, pur nella tristezza di un lutto, ricorda come a Cuba qualcosa di incontestabilmente cubano, certo e immutabile nella sua identità, comunque è rimasto, con o senza la Revolución: è il sigaro, il suo celebre, aromatico, morbido, irresistibile, cannoneggiante, sigaro.

La morte del vecchio tabaccaio Alejandro Robáina, spentosi l’altro ieri a 91 anni, il più noto dei produttori di sigari, ricorda infatti a tutto il mondo che dietro la storia della sua vita è passata la nascita e la gloria della industria sigaraia cubana, con i Montecristo, i Romeo y Julieta, i Partacas, i Cohíba, tutti da consumare in un rituale che impone concentrazione, tempo disteso, disponibilità a smarrirsi in trance dentro le volute azzurrine del fumo.

Il sigaro, l’Habana per antonomasia, rotondo e grosso come di dovere, è Cuba per sempre; e Cuba ben più di Hemingway, più del Floridita, più del Tropicana, perfino più del Malecón e delle sue tentazioni. Non c’è reporter che vada a visitare e raccontare Cuba che non trovi nel programma ufficiale la visita a una delle tante «fabbriche» di don Robáina, dove mai manca l’incontro con le compañeras sigaraie e i compañeros sigarai che (ma oggi un po’ meno credibilmente di un tempo) recitano la lezione della felicità del lavoro rivoluzionario; e non c’è turista che, messe per un momento da parte le particolari urgenze che l’hanno spinto a scegliere Varadero come meta di un sogno possibile, non dedichi almeno una giornata a riempirsi lo zaino di sigari acquistati al mercato nero da un compañero sigaraio che se l’è rubati in fabbrica per arrangiarsi la giornata.

E nella hall dei grandi alberghi per stranieri c’è sempre un «torcedor» che monta un banchetto e mostra alle piccole folle che lo ammirano quanta arte e quanta raffinatezza servano per fare un singolo sigaro, foglia dopo foglia. L’unico altro sigaro che possa far concorrenza all’Habana - e però questo, sì, davvero proletario e rozzo ma autentico nella sua povertà - è il nostro Toscano, consumato dai contadini d’un tempo e dai fricchettoni d’oggi.

Ma nessuno dei grandi personaggi della storia del nostro tempo si è mai fatto vedere con un toscanone in bocca, mentre sir Winston Churchill, il «Che» Guevara, Hemingway e la sua barbona bianca, tutti i grandi tycoons di Hollywood, perfino Bill Clinton, hanno sempre dichiarato la loro passione per l’Habana, soprattutto per il Robáina, perché il vecchio don Alejandro è stato il solo produttore di tabacco ad avere l’onore di dare il proprio nome a uno dei più stimati tra i cilindroni odorosi e profumati.

Non v’è foto di Churchill che non lo ritragga con il suo Habana tra le dita, e Hemingway e Cecil de Mille non potevano cominciare a lavorare se non avevano un Cohíba o un Robáina a portata di mano. Più complesso il soddisfacimento del vizio (vizio?) per Bill Clinton, che come Presidente americano doveva ubbidire alle sanzioni economiche che Kennedy aveva imposto all’isola del comunismo tropicale e perciò doveva dedicarsi a un esercizio solitario, o comunque clandestino, del suo vizio. Ma pare che queste pratiche ben gli riuscissero.




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Gino Strada: "Restano troppe ombre"

La Stampa

«Faccio come il ministro Frattini: prego il cielo che il governo italiano non c'entri nulla»



PAOLO COLONNELLO
MILANO

Ringrazia l’Onu «soprattutto»; e poi il governo italiano e persino quello afghano, gli attori in ordine di apparizione e peso secondo il leader di Emergency in questa vicenda. Nonchè «tutti gli italiani che ci sono stati vicini e non hanno creduto nemmeno per un secondo alle infamie contro di noi, così come i giornalisti che hanno respinto le bufale». Perchè questa in fondo è la partita che andava vinta: quella mediatica. Gino Strada fuma e parla, sorride poco ma si commuove per un istante quando pensa che finalmente Marco Garatti, Matteo Dell’Aria e Matteo Pagani, sono liberi. «Ci hanno telefonato alle tre e mezzo del pomeriggio, mentre li stavano portando all’ambasciata italiana».

Strada spegne la sigaretta. Ne infila tra le dita un’altra: «Poi bisognerà vedere...». Cosa? «Chi c’è dietro questa storia di calunnie e aggressioni». Secondo lei? «Non lo so. Ma certo le stranezze non mancano. Ad esempio il fatto che il volo di ritorno da Laskhar-Gah di Marco Garatti, che è il nostro coordinatore per l’Afghanistan e da Kabul si era recato nel nosto ospedale per pochi giorni, sia stato cancellato il giorno prima del suo arresto, cioè il 9 aprile». E chi lo avrebbe cancellato? «A noi è stato detto che era stata una richiesta della Coalizione e non c’erano nubi di vulcani islandesi quel giorno». Una dinamica singolare. «Il giorno dell’arresto, ovvero il 10 aprile, Marco, che era rimasto nell’ospedale circa una settimana, è andato all’aeroporto e gli hanno detto che il suo volo era cancellato. Così è tornato alla base. Lì, poco dopo, li hanno fatti evacuare dicendo che c’era un allarme bomba. E quando li hanno fatti rientrare hanno trovato i militari e le armi che dicevano di aver scoperto».

Che significa secondo lei? «Che se questa circostanza del volo cancellato verrà confermata, qualcuno dovrà dare delle risposte». Le ipotesi si mormorano a mezza voce nella sede di Emergency ad un passo da via Padova: si va dal ruolo degli americani a quello degli inglesi. Nella "coalizione" c’è fin troppa gente che non sopporta il lavoro di Strada e dei suoi, testimoni spesso scomodi della realtà brutale della guerra. «Penso che questa sia stata un’aggressione brutale e violenta e ora con Marco e i due Matteo dovremo valutare cosa è successo. I punti oscuri non mancano. Prima di riprendere la nostra attività dovremo capire bene chi c’è dietro questa macchinazione, chi sapeva e chi non sapeva».

Anche in Italia? «Anche in Italia». Certo, questa è una storia che ha ben poco di lineare: «Non c’è dubbio. Basti pensare che questa ignobile montatura è stata smontata nel giro di 8 giorni e i nostri operatori adesso sono liberi e senza nessuna accusa». Nessuna? «Nessuna. Mai nemmeno un reato è stato contestato formalmente e ora ci arriva la notizia che gli stessi servizi di sicurezza afghani li hanno liberati, compresi i 6 operatori locali, scagionandoli completamente e con tante scuse». Eppure in Italia, all’inizio di questa vicenda, qualcuno è sembrato vacillare. «Bisognerebbe chiedere a chi in Italia ha formulato ipotesi di accuse o adombrato sospetti che non stavano nè in cielo nè in terra perchè lo ha fatto».

Il governo e il ministro Frattini hanno rivendicato il successo di questa liberazione. Che ne pensa? «La vittoria ha sempre molti padri, la sconfitta è orfana. Noi ci siamo mossi con il segretario dell’Onu che da subito ha considerato le accuse ciarpame. Il governo si è mosso come meglio ha creduto. Comunque, grazie. Ne approfitterò per mandare una maglietta di Emergency a Frattini». Che ne pensa del fatto che la nostra intelligence non abbia saputo prevenire una cosa del genere? «Non lo so. Per dirla con le parole del ministro, prego il cielo che non ne sapessero niente. E non ho motivo di pensare diversamente».

Vi accusano di fare politica. «Perchè non mettiamo rossetto e belletto alla guerra e facciamo vedere le sue immagini. E’ questa la nostra colpa. Ma ne siamo orgogliosi. E il fatto che in una valle come quella del Panshir, dove non esistono elettricità e internet, poste o giornali, oltre 10 mila persone si siano messe in viaggio a piedi per arrivare nel nostro ospedale e firmare una petizione di solidarietà è una di quelle cose straordinarie che dicono più di mille parole».




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Accuse alla regina delle aste: «Vende vino tarocco»

di Erica Orsini

Vatti a fidare delle case d'asta, sono capaci di rifilarti persino dei falsi d'annata. E badate, non si sta parlando di Picasso o Renoir, ma di bottiglioni di vino squisitamente vintage. A sostenerlo è il miliardario americano William Koch che dopo aver acquistato quattro bottiglie di vino ritenute di proprietà del terzo presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson per un totale di 311.804 dollari ha ingaggiato una battaglia legale di tre anni con Christie's, la più famosa Casa d'aste del mondo sostenendo che si tratta di falsi. Ma andiamo per gradi. Il signor Koch ha comperato le bottiglie nel 1988 da un venditore tedesco, tal Hardy Rodenstock che sosteneva di essere venuto in possesso di una partita di vini con su impresse le iniziali Th.J, rinvenuta per caso in una cantina parigina negli Anni Ottanta.



Che c'entra allora, in tutto questo Christie's, si dirà? Dubbio legittimo, anche se la spiegazione esiste come ha raccontato ieri The Independent on Sunday. Nella sua ultima denuncia presentata alla corte distrettuale di New York alla fine di marzo, il miliardario afferma di aver deciso di acquistare il vino soltanto perché sapeva che la casa d'aste aveva venduto in precedenza altre bottiglie della stessa partita e dai suoi cataloghi emergeva che si trattava di bottiglie autentiche. Ora però Koch è certo che siano false. Di più, sostiene che Christie's sia sempre stata a conoscenza della loro dubbia provenienza e che abbia continuato a vendere falsi d'annata per decenni. Nei giorni scorsi Michael Broadbent, ex direttore della filiale di New York, esperto di vini nonchè autore dei cataloghi - che non è stato denunciato, ma soltanto citato - ha smentito decisamente ogni accusa definendole «alquanto offensive». Koch dal canto suo spiega nel dettaglio perché adesso crede che il vino non sia realmente quello della cantina di Thomas Jefferson.

«Non l'ho scoperto fino al 2005 - racconta - quando mi è stato chiesta una fotografia delle bottiglie che doveva venir inserita in un catalogo del museo di Boston». Solo allora il miliardario aveva contattato la fondazione Thomas Jefferson, nota anche come Monticello, in Virginia, per certificare la provenienza del vino. I suoi esperti gli avevano quindi rivelato di essere stati contattati da Christie's prima della messa all'asta delle bottiglie, ma che era stato molto «problematico» trovare un collegamento tra le bottiglie e il presidente americano. Koch però afferma che nei prestigiosi cataloghi della casa d'aste i dubbi sulla provenienza dei vini non vengono mai menzionati. Christie's ha respinto al mittente ogni accusa dichiarando in una nota stampa di voler difendere con fermezza la compagnia. Broadbent ha confermato che le bottiglie risalgono all'epoca in questione negando di aver mai glissato su qualunque dubbio circa la connessione dei vini con Thomas Jefferson. La disputa legale si preannuncia a ogni modo ardua, soprattutto per Christie's. Come ricordava sempre l'Independent, William Koch è un uomo che è meglio non avere come nemico.



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Cuba, i filocastristi bloccano il corteo delle 'Donne in bianco'

Quotidianonet

Dozzine di familiari di 53 prigionieri politici del regime erano uscite da una chiesa del quartire Miramar. Apostrofate e circondate hanno però dovuto desistere e fare ritorno nelle loro case

L'Avana, 19 aprile 2010




Centinaia di simpatizzanti del governo cubano di Raul Castro hanno impedito oggi di sfilare per il centro de L'Avana alle 'Damas de Blanco'. "Vivano Fidel e Raul" e "Abbasso i vermi" (gusanos), come sono chiamati gli oppositori che hanno scelto di vivere in Florida, scandivano centinaia di persone quando una dozzina di donne familiari di 53 prigionieri politici del regime cubano sono uscite da una chiesa del quartire Miramar.

Laura Pollan, che è la donna di maggior spicco delle 'Damas de Blanco', aveva informato la stampa che il gruppo avrebbe sfilato come sempre, dopo la messa della domenica, malgrado la mancanza di permesso ufficiale. Apostrofate e circondate hanno però dovuto desistere e fare ritorno nelle loro case.





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