domenica 18 aprile 2010

Fini scaricato anche dai suoi

di Alessandro Sallusti

I fedelissimi adesso frenano: "Niente fughe in avanti". E in Tv scoppia la rissa con gli ex An che insultano i colleghi del Pdl. Berlusconi è stufo: "Se Gianfranco vuol fare politica si dimetta e faccia il coordinatore"

 

Col passare delle ore si chiariscono i contorni, e la reale portata, della scissione minacciata da Gianfranco Fini e da un gruppo di senatori e deputati del Pdl. Berlusconi non sembra preoccupato, anzi, chi lo ha sentito e visto in queste ore riferisce di un premier sereno e deciso a non cedere a nessun ricatto. Tutto quello che c’era da dire e chiarire è stato detto e semmai anche ieri i pontieri hanno lavorato per trovare una via di uscita onorevole per il presidente della Camera e i suoi fedelissimi. La consistenza dei quali si assottiglia di giorno in giorno.

La colazione dei senatori che ieri dovevano giurare eterna fedeltà all’ex capo di An si è conclusa con una retromarcia di 180 gradi. Nel documento finale ci sono molte parole di circostanza e di solidarietà a Fini, ma è stato messo nero su bianco che si esclude la possibilità di uscire dal Pdl per formare un nuovo gruppo. Come dire, fino a che si tratta di alzare la voce in tv e nei corridoi di Palazzo Madama va bene. Ma se c’è da mettere la firma sulla propria condanna a morte politica (per alcuni anche economica) allora è meglio non scherzare.

Da ieri quindi Fini è ancora un po’ più solo nel suo progetto sfascista. Gli rimane al fianco il fedelissimo Italo Bocchino che nei piani doveva diventare il nuovo regista della politica italiana. Ieri è stato l’unico a rilanciare la minaccia della scissione. Lo ha fatto in un lungo, confuso e contraddittorio articolo pubblicato sul sito dell'associazione Generazione Italia. Nel quale sostiene che Berlusconi è bravissimo, Tremonti è un genio ma che entrambi devono essere ridimensionati. Bocchino pone poi questioni inderogabili, mettendo sullo stesso piano il problema meridionale, quello de il Giornale e le famose cene ad Arcore tra il premier e Bossi del lunedì sera.

Sul primo punto non si capisce cosa voglia, visto che essendo lui un leader politico del Sud dovrebbe prendersela innanzitutto con se stesso. Sul secondo invece il suo desiderio è chiaro: cacciare l’attuale direttore e commissariare la testata. Per quanto riguarda le cene non si è capito se il suo sia un problema gastronomico o pura invidia, almeno che la sua intenzione sia quella di sottoporre al congresso del Pdl una mozione nella quale si vieti al premier di vedere chi vuole quando vuole.

Insomma, si riterranno anche l’ala illuminata, moderna, democratica e laica del centrodestra, si circonderanno pure di fini intellettuali, ma neppure ieri dal cenacolo finiano è uscito uno straccio di ragionamento politico che regga il gran trambusto che hanno messo in piedi. E più passano le ore, più trovare senatori e deputati disposti a far cadere il governo e arruolarsi nelle file degli antiberlusconiani solo per cacciare Feltri e chiudere le cene di Arcore diventa sempre più difficile.




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Il commento Fuori dal Pdl Gianfranco non ha futuro

di Paolo Del Debbio


Cosa sarebbe il Pdl senza Gianfranco Fini? Un popolo senza uno dei suoi leader-fondatori.
Cosa sarebbe Gianfranco Fini fuori dal Pdl? Un leader senza popolo.
Partiamo da qui.


Mettiamo che le motivazioni vere del divorzio siano quelle ideologiche per le quali Fini si è distanziato via via da Berlusconi, e lasciamo da parte - anche se potrebbero non essere marginali - gli aspetti più psicologici della vicenda. Prendiamo il caso dell’immigrazione, comprendente le modalità e i tempi nei quali riconoscere il voto agli immigrati e in generale la dose di rigore da utilizzare verso l’immigrazione stessa.

Su questo il popolo di centrodestra, quello che vota per il Pdl e la Lega, non è d’accordo con Fini ed è lo stesso Fini che ha cambiato idea, non il popolo che lo votava e che vota per la coalizione guidata da Berlusconi.

Questo è il nocciolo dei noccioli. La conta dei parlamentari non conta nulla, da questo punto di vista. Perché quelli non producono consenso. Chi lo produce e lo ha prodotto è Fini che con quel popolo aveva stabilito un rapporto di leadership. Quale è il nuovo popolo a cui aspira rivolgersi? A quale popolo pensano, se ci pensano, i vari consiglieri e intellettuali che lo circondano al momento numerosi?

Diciamo al momento perché una cosa è avere come interlocutore il presidente della Camera osannato da stampa e politica in funzione antiberlusconiana, altro è avere come interlocutore un Gianfranco Fini alla testa di una formazione minoritaria o co-intestatario di una formazione politica un po’ più grande ma con altre figure incerte sia per la propria collocazione sia per il proprio futuro.
E cosa sarebbe il Pdl senza Fini?

Praticamente niente di diverso. Ma perché? Forse perché Fini non ha significato niente per il Pdl? Per la sua costituzione? Per la sua cultura politica? Per il suo popolo? Tutt’altro. La questione è un’altra: le fondazioni vanno avanti anche senza i fondatori. I francescani sono andati avanti senza San Francesco e i domenicani senza San Domenico.

Tutto il patrimonio che Fini ha traghettato nel Pdl ora è patrimonio del Pdl, non più di Fini come soggetto autonomo. Certo, se andasse da solo un po’ di affezionati lo seguirebbero, ma per fare cosa? Per andare dove? Il Pdl ha superato, in piazza ma soprattutto nelle urne, la prova del nove, i popoli che prima erano di An e di Forza Italia e di altri ora sono il popolo del Pdl.

Anche perché Fini è stato fondatore ma mai il principale leader del Pdl né del centrodestra. Il Pdl ha un popolo e un programma politico attorno al quale si è stretto quel popolo guidato da Berlusconi. Da qui deve partire obbligatoriamente qualsiasi ragionamento che voglia avere qualche correlato pratico, storico e politico. Sennò si fanno i conti senza l’oste cioè si fa ciò che rappresenta il maggior limite della sinistra italiana che con il popolo ha perso da tempo il rapporto.

Sarebbe un bene se Fini se andasse? No, se si potesse ripartire nella costruzione di questo soggetto politico unico in modo forte. Cosa succederebbe, ad esempio, - lo diciamo per assurdo - con Fini stabilmente insediato al partito al posto della triade e non più presidente della Camera? Sì, se deve continuare questo stillicidio non rispettoso, anzitutto, del popolo stesso.

Difficile dire cosa succederà. E in che tempi. Comunque vada il Pdl dovrà pensare anche a se stesso, con o senza Fini perché tutto questo periodo lo ha lacerato, più nella base che al centro con effetti negativi su tutto. Peccato che spesso il Pdl non sia all’altezza della sua P iniziale, quella del popolo che lo vota.



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Frattini, liberi i tre operatori italiani

Corriere della Sera 





Marco Gratti, Matteo dell'Aria e Matteo Pagani, arrestati una settimana fa, sono stati rilasciati Comunicato della farnesina. Frattini, liberi i tre operatori italiani 



Marco Garatti (a sinistra ) Matteo Pagani Gauzzugli Bonaiuti (al centro), e Matteo Dell'Aira (a destra), i tre operatori di Emergency arrestati e poi rilasciati in Afghanistan
Marco Garatti (a sinistra ) Matteo Pagani Gauzzugli Bonaiuti (al centro), e Matteo Dell'Aira (a destra), i tre operatori di Emergency arrestati e poi rilasciati in Afghanistan
MILANO - I tre operatori italiani di Emergency, Marco Garatti, Matteo dell'Aria e Matteo Pagani, arrestati sabato scorso dalle autorità afghane sono tornati in libertà. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ha espresso il suo «più vivo compiacimento per la positiva conclusione della vicenda» Lo riferisce il ministro degli Esteri Franco Frattini in una nota. «Abbiamo ottenuto quello che era il nostro obiettivo prioritario, e cioè la libertà per i nostri connazionali senza mettere in discussione la nostra posizione di ferma solidarietà con le istituzioni afgane e la coalizione internazionale nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan», si legge nell comunicato. 
 
EMERGENCY: «SPERIAMO LIBERI ANCHE DA ACCUSE» -«Sappiamo solo che sono liberi e, ovviamente, siamo felici». Sono queste le prime parole del responsabile Comunicazione di Emergency, Maso Notarianni, dopo la notizia della liberazione dei tre italiani. «I nostri rappresentanti stanno andando all' ambasciata italiana a Kabul - ha proseguito - sappiamo che i tre sono lì.». «Speriamo - ha concluso Notarianni - che siano liberi sia fisicamente sia dalle accuse».

RIDIMENSIONATE «SCINTILLE» CON FARNESINA - «Siamo felicissimi per la liberazione dei nostri operatori umanitari» ha detto a Sky Tg24 il presidente di Emergency, Cecilia Strada. «Questa è una cosa grandissima, noi non avevano dubbi sul fatto che sarebbero stati liberati perchè sono persone innocenti», ma «abbiamo vissuto giorni di angoscia». Per quanto riguarda le «scintille» dei giorni scorsi tra la stessa Emergency e la Farnesina, Strada ha sottolineato che queste «scintille sono state amplificate dai giornali». «Tutti i professioniti che stanno lavorando a questa cosa - ha detto il presidente di Emergency -, i professionisti di Emergency, del ministero degli Esteri dell’ambasciata a Kabul, delle Nazioni Unite, sono un gruppo di persone che ha lavorato molto bene, e la prova è che questi ragazzi sono liberi adesso». Per quanto riguarda invece una eventuale riapertura dell’ospedale di Lashka Gah Cecilia Strada ha detto che la cosa sarà valutata «quando avremo la possibilità uno di tirare il fiato, e due di metterci attorno a un tavolo anche con i nostri operatori umanitari, che sono molto esperti dell’argomento, e valuteremo tutti insieme in che modo e in che termini continuare il nostro intervento in Afghanistan».

LA VICENDA - I tre operatori italiani di Emergency del centro di Lashkar-gah, Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani, e i loro sei colleghi afghani sono stati fermati sabato 10 aprile, con l'accusa di aver preso parte a un complotto per assassinare il governatore della regione di Helmand, Gulab Mangal. Emergency opera in Afghanistan dal 1999 con tre centri chirurgici, un centro di maternità e una rete di 28 centri sanitari. Gli altri sei italiani impiegati nella struttura di Emergency a Lashkar-gah sono stati trasferiti a Kabul il 13 aprile, lasciando il controllo del centro alle autorità afghane. L'Italia è in Afghanistan con oltre 3 mila truppe, parte del contingente internazionale guidato dalla Nato per combattere la ribellione talebana e sostenere il governo Karzai.

IL PADRE DI PAGANI: «MATTEO È CONVINTO SIANO PASSATI NOVE GIORNI» - Matteo Pagani, uno dei tre cooperanti di Emergency rilasciati oggi a Kabul, «sta cominciando adesso a capire cosa è successo: poi ha dovuto interrompere la telefonata perchè doveva restituire il telefono all'ambasciatore e perchè gli avevano offerto un bicchiere di champagne». Lo ha detto il papà di Matteo, Massimo Pagani, intervistato da Skytg24 subito dopo che aveva sentito il figlio al telefono da Kabul. Matteo, ha aggiunto il padre, è convinto che siano passati nove giorni, e non otto, dal momento dell'arresto: «Papà li ho contati bene, sono nove», ha detto il più giovane dei tre operatori di Emergency. «'Non abbiamo parlato del fatto, ma era molto rilassato - ha concluso il signor Pagani - Sicuramente non è stato in un hotel e l'ambasciata gli sarà sembrata un paradiso».

LA SORELLA DI DELL'AIRA: «FRATTINI CI HA AVVISATI STAMANI» - «Siamo felicissimi, ma adesso non vediamo l'ora di riabbracciarlo! Il ministro Frattini ci aveva già telefonato a metà mattinata, dicendo che li avrebbero liberati, ma che, per la delicatezza della fase, bisognava ancora attendere un poco». Sono le prime parole - al telefono con l'ANSA - di Nicoletta Dell'Aira, sorella di Matteo, uno dei tre operatori italiani di Emergency rilasciati oggi in Afghanistan. «Il ministro - ha concluso Nicoletta Dell'Aira - è stato molto gentile. In questo momento vogliamo ringraziare lui ed il nostro ambasciatore, anche perchè sono stati sempre molto puntuali nel fornirci le notizie». «Un'emozione che ricorderò per tutta la vita». ha detto dal canto suo all'Adnkronos Paola Ballardin, moglie di Dell'Aira. «Finalmente abbiamo, mia figlia ed io, potuto parlare con Matteo al telefono -ha raccontato la Ballardin- la telefonata del papà ha coinciso con l'intervallo dello spettacolo a teatro a cui stavamo assistendo. Mia figlia non sapeva nulla, sapeva solo che i telefoni non funzionavano e il papà le ha detto 'Amore mio vedrai che risolviamo il problema dei telefoni e ci sentiremo più spesso. Ho tratto un grosso sospiro di sollievo e finalmente in trenta secondi ci siamo detti almeno 300 "ti amo"».

Redazione online
18 aprile 2010



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Il papa a Malta incontra otto vittime di abusi sessuali

Il Secolo xix


Papa Benedetto XVI sta incontrando otto vittime maltesi di abusi da parte di religiosi. Lo riferiscono fonti locali. Testimoni oculari hanno confermato di avere visto le vittime accompagnate in nunziatura poco prima dell’arrivo del pontefice. La Messa


Oltre 40 mila persone hanno affollato di buon’ora il piazzale dei Granai, a Floriana, dove tra poco papa Benedetto XVI celebrerà una messa. Molti gli striscioni di benvenuto e le bandiere, mentre non è stato visto alcun segno delle contestazioni che erano state ventilate da settori isolati prima dell’arrivo del pontefice. «Ero già qui due volte con Giovanni Paolo II - ricorda una donna - e sono felice che il Papa sia di nuovo qui». Quale, non ha importanza, «è sempre il vicario di Cristo». La pedofilia? «È una piaga generalizzata, e non c’entra con la nostra fede in Dio e nella Chiesa - aggiunge - e il Papa li rappresenta entrambi». C’è anche un gruppo di boy scout, che conferma quasi in coro le stesse affermazioni.

Una fede profonda, quella del popolo maltese, che sta tributando a Benedetto XVI un’accoglienza che il portavoce vaticano ha già definito ieri «oltre le attese». Ai margini della piazza, anche alcuni immigrati, un pò in disparte. Africano cattolici, con le croci al collo, che confidano di aver subito maltrattamenti, di non poter lavorare né ottenere documenti di espatrio. «Sappiamo che il Papa ci è vicino - commenta un nigeriano - e speriamo anche nel suo aiuto».




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Clamoroso a Ginevra Squalificata Sapphire, leader in Coppa del Mondo

Quotidianonet

La cavalla, montata dall'americano McLain Ward, è stata estromessa dalla finale di Coppa del Mondo per 'ipersensibilità', forse legata all'assunzione di un prodotto proibito. Era al comando della classifica



Ginevra, 18 aprile 2010


A Ginevra la bomba scoppia nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 aprile. Alle 4 di mattina di sabato 17 aprile la giuria decide di non permettere a Sapphire di continuare a gareggiare nella finale della Coppa del Mondo. Motivazione: la cavalla dello statunitense McLain Ward ha manifestato una evidente ipersensibilità in un punto della corona anteriore sinistra.

 In quel momento Ward e Sapphire sono al comando della classifica generale della finale mondiale dopo le prime due prove.

Cosa è successo? Andiamo con ordine. Giovedì, giornata dedicata alla prima prova della finale mondiale, gli steward incaricati di seguire il campo prova e di effettuare il controllo sulle gambe dei cavalli selezionano in modo casuale un certo numero di soggetti da verificare. Tra questi c’è anche Sapphire. La cavalla viene controllata e gli officials che eseguono il controllo notano qualche segno di reazione inusuale, pur se non in modo rilevante. Questo particolare è molto importante da tener presente perché non è mai emerso in nessuna delle conferenze stampa che sull’argomento si sono poi tenute a Ginevra: è il particolare che spiega il motivo per cui il giorno successivo su Sapphire ci sia stata un’attenzione speciale.

Venerdì la seconda prova della finale. Poco dopo l’inizio della gara, alle 19.30, i veterinari (il britannico Paul Farrington, lo svizzero Markus Mueller, il belga Emile Welling) eseguono un controllo sugli arti di Sapphire utilizzando anche lo strumento della termografia (l’esame termografico giovedì era stato condotto su 35 cavalli, in alcuni casi ripetuto due volte) dopo aver informato il veterinario della squadra statunitense, Tim Ober.

La termografia non dà alcun esito tuttavia la cavalla mostra di essere particolarmente sensibile in un punto preciso della corona dell’anteriore sinistro. Il dottor Farrington dichiara al dottor Ober e ai due groom presenti che a suo giudizio vi sono segni di ipersensibilità evidenti ma che tuttavia la cavalla è in grado di affrontare la gara.

Sapphire va in gara montata dal suo cavaliere, lo statunitense McLain Ward, e termina senza errori il percorso base e il barrage classificandosi al 2° posto e guadagnando la testa della classifica provvisoria della finale della Coppa del Mondo. Nel frattempo però la commissione veterinaria e i giudici di gara decidono di riesaminare la cavalla.

Il secondo esame viene effettuato a mezzanotte e mezza alla presenza del presidente della giuria, il francese René Billardon, del dottor Ober, dei due groom e di Lizzie Chesson, rappresentante la United States Equestrian Federation (Usef). I veterinari Farrington, Mueller e Welling riesaminano la cavalla, effettuando ciascuno l’esame clinico in prima persona. Al termine si trovano tutti concordi nell’evidenziare un punto preciso sulla corona dell’anteriore sinistro di Sapphire in cui vi è una ipersensibilità di livello tale da ritenere la cavalla ‘unfit to compete’.

 Aggiungono anche - i veterinari - che sulla cavalla non vi è comunque alcun segno o alcuna evidenza di maltrattamento o di mala gestione. A quel punto il presidente della giuria notifica immediatamente alla persona responsabile, cioè il cavaliere, che la cavalla viene eliminata dalla gara e squalificata dal resto dell’evento. La cavalla, non il cavaliere, si badi bene.

La decisione, secondo quanto stabilito dai regolamenti della Fei per il caso specifico, è inappellabile. Nel frattempo si arriva alla mattina di sabato, dopo una notte insonne per tutti i protagonisti della vicenda. McLain Ward è scioccato, e con lui tutta l’équipe statunitense. Ward, in accordo con il veterinario, con il trainer George Morris, con i vertici della Usef, decide di portare Sapphire in campo prova a mano per farla esaminare da giornalisti, fotografi e addetti ai lavori.

Lo statunitense fa anche trottare Sapphire nell’intento di dimostrare che non vi è alcun segno di zoppìa. Ricondotta la cavalla in box, la scena si sposta in sala stampa dove viene indetta una conferenza alla presenza di Ward, Ober e Morris. Ward dice: “Sulle corone della cavalla sono state esercitate pressioni tattili per 57 volte, ripeto: 57 volte. Sapphire ha reagito 7 volte.

E’ un esame attendibile? Quale cavallo in quella situazione non reagirebbe come ha fatto Sapphire?”. Ancora: “Abbiamo chiesto di fare l’antidoping: ce lo hanno negato”. La platea dei giornalisti si dimostra più o meno solidale con Ward, così almeno fanno intuire le domande che gli vengono poste. Ward poi affronta in maniera diretta un argomento scottante: “So di aver avuto le mie storie in passato, non lo nego. Ma per l’appunto in passato: che ci crediate o no io oggi sono un assertore convinto dello sport pulito”.

Spiegazione. Ward si riferisce in particolare a due vicende. La prima. Il padre di McLain, Barney, cavaliere internazionale di alto livello, è stato implicato nella più disgustosa e raccapricciante vicenda di violenza sui cavalli che si possa ricordare: quella per cui il cavaliere statunitense George Lindemann è arrivato al punto di commissionare l’uccisione di alcuni suoi cavalli per poter intascare l’indennizzo assicurativo.

Ward senior è stato parte… attiva in tutto ciò, pagandone poi le conseguenze in prima persona. La seconda. Lo stesso McLain nel 1999 è stato bandito ufficialmente dallo Csio di Aquisgrana dopo che nelle stinchiere del suo cavallo erano state rinvenute delle punte di acciaio. Questo per dovere di cronaca. E per uguale dovere si deve poi aggiungere che da allora non si è più registrato a carico dello statunitense alcun episodio di maltrattamento o di doping o di scorrettezze di alcun genere.

Torniamo a Ginevra. Conferenza stampa di Ward in tarda mattinata. Alle 18 di quello stesso giorno conferenza stampa con Sua Altezza Reale la principessa Haya di Giordania, presidente della Fei, con Sven Holmberg, primo vicepresidente della Fei, con il veterinario dottor Paul Farrington, con il presidente della giuria René Billardon.

La principessa Haya afferma con inequivocabile fermezza che la Fei fa e farà di tutto per impedire nello sport equestre qualunque forma di violenza, coercizione, maltrattamento, cattiva gestione a danno dei cavalli. Sven Holmberg spiega che il protocollo secondo il quale è stata gestita l’intera vicenda è stato proposto e approvato a suo tempo con il consenso non solo del bureau della Fei, ma anche dei cavalieri rappresentati dall’International Jumping Riders Club.

Ovviamente più interessanti le riflessioni del dottor Farrington. Domande e risposte. Perché Sapphire non è stata fermata subito dopo il primo controllo? “Noi veterinari non abbiamo questo potere: spetta alla giuria. E la giuria in quel momento stava seguendo la gara: non avrebbe certo potuto valutare una questione così delicata con una gara di Coppa del Mondo in corso”.

Quali sono le prove inconfutabili dell’ipersensibilità della corona di Sapphire? “Consistono nell’opinione di tre diversi ed esperti veterinari di livello internazionale: la reazione della cavalla è stata di oggettiva ipersensibilità, chiaramente e inequivocabilmente. Dell’esame clinico è stato registrato anche il video, così da non potersi avere alcun dubbio in merito”. Al trotto non si è notata alcuna zoppìa da parte della cavalla.

“Non necessariamente zoppica un cavallo che presenta ipersensibilità. Tant’è vero che durante l’esame clinico non facciamo trottare i cavalli. Un cavallo può essere zoppo o meno: questo non ha nulla a che fare con l’ipersensibilità”.

E’ vero che avete esercitato pressioni sulla corona di Sapphire 57 volte? “Io di solito non tengo il conto… ”. Infine il doping: di Sapphire sono stati prelevati sangue, urine e pelo. Adesso si vedrà, ma sia Farrington, sia Holmberg, sia la principessa Haya sottolineano che allo stato dei fatti – cioè in quel momento preciso – non si parla di un caso di doping (lo si vedrà eventualmente con il responso delle analisi) né di maltrattamento: molto semplicemente di un cavallo che ha dato segni di malessere in un punto preciso di uno dei suoi quattro arti. E che è stato fermato per questa stessa e sola ragione.

di UMBERTO MARTUSCELLI




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Trasferita durante la notte l'urna con le reliquie di Padre Pio

Quotidianonet


Le spoglie del santo verranno traslate nella chiesa nuova. Intanto sono state portate nella cripta superiore del santuario di San Giovanni Rotondo: e, all'apertura del mattino, i fedeli hanno auvto la sorpresa di vedere l'urna in chiesa




San Giovanni Rotondo (Foggia), 18 aprile 2010.



Alla vigilia della traslazione nella chiesa nuova, in programma per lunedì, l'urna di legno rivestita d’argento contenente le reliquie di san Pio da Pietrelcina è stata trasferita la notte scorsa dalla cripta inferiore a quella superiore del santuario di Santa Maria delle Grazie. Quando stamattina alle 6.30 il santuario è stato aperto per la prima Messa del giorno, i fedeli hanno avuto la sorpresa di vedere in chiesa l'urna con le spoglie di Padre Pio.

Ad accompagnare l'urna con le reliquie sono stati tutti i frati del convento di San Giovanni Rotondo e dei conventi limitrofi. La cerimonia di traslazione comincerà lunedì alle 16.30 e sarà presieduta dall'arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, monsignor Michele Castoro, dal vicario generale dell’Ordine dei frati minori cappuccini, frate Felice Cangelosi, e dal ministro provinciale dello stesso ordine, frate Aldo Broccato.




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Camion-bar bocciati da romani e stranieri

IL Tempo

Strade, piazze e monumenti ostaggio dei paninari.
Insieme ai monumenti tra i soggetti più ritratti nelle foto dei turisti: sono praticamente ovunque.


In centro storico sono praticamente ovunque. Quattro soltanto lungo via dei Fori Imperiali. E ancora: in piazza San Marco proprio a due passi da Campidoglio e altare della Patria, sotto l'Ara Coeli, a Fontana di Trevi, in via della Conciliazione, a Castel Sant'Angelo. Basiliche, luoghi di culto e siti turistici in centro come in periferia vengono quotidianamente presi d'assalto. La maggior parte è in regola, qualcuno prova a fare il furbo mettendosi dove non dovrebbe.

Fatto sta che insieme ai monumenti sono i camion-bar i soggetti più ritratti nelle foto dei turisti che visitano la Città eterna. Sono ovunque, coi loro colori sgargianti, a volte gialli, a volte marroni, per rapire l'occhio del turista affamato e assetato. E per fargli pagare prezzi da nababbo: una mezza minerale può arrivare a costare anche tre euro. Gli stranieri restano sconcertati, i romani s'indignano. Esteticamente discutibilie anche cari, quand'è troppo è troppo, spiega Luigi, romano verace, mentre passeggia davanti a piazza San Pietro:

«Oltre che brutti da vedere sono pure poco convenienti. Per una bottiglietta d'acqua da mezzo litro ti spillano 2 euro, e per un minuscolo cono gelato arrivano a chiederti anche 3 euro e 50. È una truffa legalizzata oltre che uno scempio a livello visivo. Senza contare che a parer mio dal punto di vista igienico c'è da mettersi le mani nei capelli». È un'opinione condivisa da tanti concittadini.
Nel corso degli anni, tuttavia, il fenomeno dei camion-bar è stato costantemente monitorato dal Campidoglio. I controlli dei vigili urbani sono frequenti.

Così come anche le multe. La polizia municipale, facendosi forza della normativa sul decoro urbano e l'occupazione del suolo pubblico, ha infatti più volte sanzionato i venditori di panini irregolari, mandandoli via dalle zone in cui non possono sostare. I camion-bar sono tantissimi. Per alcuni anche troppi. «Ma con tutti i bar che ci sono in centro storico che bisogno c'è di tutti questi furgoncini? - si chiede Mario, un netturbino - La maggior parte di questi ambulanti sicuramente ha la licenza e rispetta le regole, così come c'è sicuramente chi fa il furbo e parcheggia dove non dovrebbe.

Bisognerebbe far rispettare di più le regole. Inoltre sono troppi e praticano prezzi talmente alti da screditare tutta la Capitale». «Bisogna diminuire le licenze - annuisce Paolo, residente del I Municipio - Posso giustificare la loro presenza all'Olimpico o in occasione di fiere e manifestazioni, ma questa invasione è eccessiva. Il Campidoglio dovrebbe proporre un progetto di decoro urbano, con aree dedicate ai furgoni bar».

Anche due giovani turisti americani del New Jersey, Mary Claire e Greg, restano contrariati: «Abbiamo voluto regalarci un viaggio a Roma per festeggiare qui il nostro primo anniversario di nozze. Questa città è magica e il clima in questo periodo molto gradevole. Abbiamo acquistato tre panini e due bottigliette d'acqua a un camion bar e abbiamo pagato una fortuna». Quanto, ci azzardiamo a chiedere. «Ventuno euro», rispondono e fanno spallucce quando gli chiediamo lo scontrino.

C'è chi poi pensa alle recenti notizie riguardo l'ordinanza del Comune per rimettere a nuovo l'Anfiteatro Flavio e dice: «Eseguire un restyling del Colosseo è un'intenzione nobile. Ma se non si fa qualcosa per risolvere i piccoli problemi Roma non riuscirà ad avere quel guizzo che la porterebbe verso un livello d'eccellenza maggiore».

Francesco Pellegrino Lise
17/04/2010




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Regione, pagati per non lavorare

Il Tempo


La Regione spende un milione e mezzo l'anno in una struttura inutile. Il Lazio paga 60 dipendenti del Commissario ai rifiuti che da due anni non c'è più.



Nel Lazio il commissario per l’emergenza rifiuti non c’è più dal 30 giugno del 2008 ma la Regione spende ogni anno un milione e mezzo di euro per mantenere la struttura commissariale. E continuerà a farlo, salvo modifiche, fino al 31 dicembre del 2012. È un ufficio in cui lavorano circa sessanta dipendenti con contratto a tempo determinato. All’inizio erano una quindicina, poi sono state fatte altre assunzioni. Alcuni impiegati stanno lì da quasi dieci anni, altri hanno conquistato il posto da pochi mesi.

Ovviamente non mancano gli «amici» dei partiti. Tutti: centrosinistra e centrodestra. L'ultima determinazione della Regione Lazio è del 19 gennaio scorso e autorizza l'impegno di spesa di un milione e mezzo di euro sul capitolo E31505 del bilancio regionale 2010. La premessa lascerebbe ben sperare perché si mette nero su bianco che «il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 25 gennaio 2008 ha prorogato lo stato d'emergenza nella Regione Lazio in ordine alla situazione di crisi socio-ambientale nel settore dei rifiuti urbani, speciali e speciali pericolosi fino al 30 giugno 2008, al fine di consentire il completamento degli interventi per il successivo passaggio alla gestione ordinaria».

Ci si aspetterebbe la fine degli stanziamenti. Invece no, perché, continua il documento, «ai sensi del decreto citato alcune azioni avviate dal Commissario delegato, per motivazioni connesse ai tempi di realizzazione, si concretizzeranno successivamente alla cessazione dello stato di emergenza e comunque non oltre il 31 dicembre 2012».

In parole povere: le decisioni del commissario all'emergenza rifiuti avranno conseguenze ancora per alcuni anni e dunque perché mandare a casa i dipendenti? Anzi, a giudicare dalle recenti assunzioni i compiti dell'ufficio saranno più impegnativi nel prossimo biennio. Anche perché «rimane in capo alla suddetta struttura commissariale la gestione del personale a tempo determinato a supporto del raggiungimento degli obiettivi di cui al decreto n. 24/2008, con onere di fornire alla direzione regionale Energia, Rifiuti, Porti e Aeroporti un rapporto annuale sull'impiego delle somme assegnate».

Ammontano, appunto, a un milione e mezzo all'anno che, a conti fatti, servirà più che altro a pagare gli stipendi e a compilare il rapporto sul lavoro svolto. Sicuramente quello del 2010 perché dopo spetterà alla nuova amministrazione decidere sul da farsi. Non è un caso che in bilancio non siano indicati finanziamenti per il 2011 e il 2012, anche se la determinazione sposta a quell'anno la vera e propria chiusura dell'ufficio del commissario. Sempre che non ci siano, ovviamente, altre amministrazioni straordinarie. Del resto il percorso che porterà alla chiusura delle discariche e ai nuovi termovalorizzatori è ancora lungo.

In Consiglio regionale, nella seduta del 24 giugno 2008, una settimana prima della fine del commissariamento, fu proprio il presidente-commissario Marrazzo ad annunciare con entusiasmo: «Si chiude oggi un lungo periodo di crisi. Il Lazio è come un paziente che esce da un periodo di coma: avrà bisogno di una fase di riabilitazione. Per questo motivo il commissario straordinario ha garantito che non si interromperà la collaborazione della Regione con gli enti locali, a prescindere dal colore politico delle amministrazioni».

Dunque chiuso il commissariamento ma non la struttura commissariale, che anzi ha moltiplicato i dipendenti, soprattutto a pochi mesi dalle elezioni. Si sa, spesso le «riabilitazioni», per usare le parole di Marrazzo, sono lunghe e faticose. Anche se, proprio in vista della fine della gestione straordinaria (che nel Lazio va avanti dal 1999), l'allora governatore creò un assessorato specifico, diverso dall'Ambiente.

Quello agli Enti locali, reti territoriali energetiche, portuali, aeroportuali e dei rifiuti, che ha avuto il compito di occuparsi proprio della gestione dell'immondizia. Ma, evidentemente, non è bastato. I provvedimenti del Commissario dureranno nel tempo e con loro, quindi, anche il suo ufficio. Ora toccherà alla neogovernatrice Polverini riordinare la «macchina», tentando di risparmiare risorse senza gettare letteralmente, i soldi dei cittadini nella spazzatura.

Alberto Di Majo
18/04/2010




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Dove nasce l'odio delle "vedove nere"

La Stampa

Viaggio nel Caucaso di Maryam: era insegnante, aveva 28 anni.
E' scesa nella metropo di Mosca e si è fatta saltare in aria




MARK FRANCHETTI

MOSCA

Tre settimane prima che due attentatrici si facessero esplodere nella metro di Mosca, uccidendo 40 persone, un collega col quale avevo lavorato nel Caucaso andò in Daghestan. Avevamo visitato quella repubblica caucasica insieme pochi mesi prima per raccontare delle squadre di morte degli organismi di sicurezza russi che rapivano e uccidevano i sospetti estremisti islamici. Il mio amico aveva deciso di tornare nel Daghestan per indagare sulla crescente radicalizzazione tra le donne della regione. Visitò un remoto villaggio dove alloggiò presso una famiglia locale. Rasul Magomedov, il padre di famiglia, lo portò in giro mostrandogli come vivevano, e Maryam, sua figlia di ventotto anni, cucinò per lui la cena. Era una giovane profondamente religiosa, indossava sempre un hijab che le copriva i capelli. La sua prima domanda al mio amico fu: «Di che religione sei?». Quando lui rispose di essere un cristiano ortodosso, lei cercò di convincerlo a convertirsi all’Islam.

Eppure Maryam non appariva affatto una fanatica. Insegnante presso la scuola elementare locale, era educata e gentile. Fu sempre carina con il mio amico e accettò con grazia la scatola di cioccolatini che le regalò, come piccolo gesto di gratitudine per la cena.
Tre settimane dopo Maryam partì per Mosca, a circa 1800 chilometri di distanza dal suo villaggio natale. Scese nella metropolitana, nascondendo esplosivi sotto i vestiti. Quando raggiunse la fermata Lubyanka, sotto il quartier generale dell’Fsb, il Servizio federale di sicurezza, l’ex Kgb, si fece saltare in aria, uccidendo almeno dodici civili innocenti e ferendo decine di altri passeggeri. «Quando ho capito che avevo conosciuto la terrorista non riuscivo a crederci», dice ora il mio amico. «E’ stata una coincidenza straordinaria, ma quello che mi ha sconvolto era soprattutto il fatto che mi era apparsa così tranquilla, così normale», racconta adesso.

In Russia le giovani attentatrici suicide come Maryam stanno diventando uno dei maggiori pericoli rappresentati dal terrorismo. Sono note come le «vedove nere», perché nella maggioranza dei casi hanno perso un marito militante della guerriglia, o qualche altro parente maschio nella guerra contro le forze di sicurezza russe. Dal 2000 circa trenta donne si sono fatte esplodere in Russia, uccidendo centinaia di persone, per lo più civili. Hanno fatto saltare nel cielo aerei, si sono fatte esplodere a concerti rock e hanno guidato camion pieni di esplosivo contro le caserme della polizia. In altre occasioni, come la presa degli ostaggi di Beslan, non hanno avuto remore a prendere prigionieri dei bambini: due «vedove nere» facevano parte del commando che assaltò la scuola nell’Ossezia del Nord nel 2004.

Eppure per sei lunghi anni le kamikaze non hanno portato a segno attacchi micidiali come quelli del duplice attentato nella metropolitana di Mosca, il 29 marzo scorso. La guerra in Cecenia è stata dichiarata ufficialmente finita dal Cremlino circa un anno fa, e la maggior parte dei russi aveva cominciato a pensare che le «vedove nere» appartenessero ormai al passato. Ma non era così. Soltanto due settimane dopo le bombe in metropolitana, in Inguscezia - regione caucasica che confina con la Cecenia - una donna venticinquenne il cui marito era stato appena ucciso dalle forze speciali russe è riuscita a superare un cordone della polizia, sparare a un investigatore e farsi esplodere, in un atto di vendetta estrema.

Le tracce di Al Qaeda
I russi spesso sostengono che le «vedove nere» vengono costrette a diventare «shahid», martiri. I servizi di sicurezza affermano che queste donne vengono drogate e perfino violentate per venire spinte ad agire. Secondo la retorica ufficiale, esse fanno parte di una rete terroristica internazionale legata ad Al Qaeda, che ha come obiettivo la destabilizzazione della Russia, un Paese che - proprio come gli Stati Uniti - si trova in prima linea nella lotta alla jihad globale.
La verità però è molto più complessa. E anche molto brutta. E’ indubbio che nel Caucaso arrivano militanti e fondi dal mondo arabo. E’ altrettanto vero che gli jihadisti stranieri abbiano influenzato i terroristi musulmani russi. Ma Maryam, le tante altre «vedove nere» e i loro comandanti non sono parte di una rete globale di Al Qaeda. Non sono mosse dall’odio verso l’Occidente e Israele. Si preoccupano poco di quello che succede in Iraq, in Pakistan, in Afghanistan o in Palestina. I loro bersagli non sono mai occidentali, ma sempre e solo russi. E soprattutto sono le loro rivendicazioni a essere sempre e solo di ispirazione locale. Qualunque cosa sostenga il Cremlino, la jihad delle «vedove nere» e dei loro padroni resta russa, non globale.

Il reclutamento
In anni di reportage dal Caucaso non ho mai trovato prove che le «vedove nere» venissero drogate o violentate dai loro padroni terroristi. Vengono però usate con cinismo e viltà dagli estremisti di sesso maschile, che le indottrinano e lavano loro il cervello con il potere manipolatorio della religione. I militanti selezionano con cura le donne più vulnerabili, facilmente influenzabili e, ovviamente, profondamente religiose. Ma la fede fanatica nel martirio spiega solo in parte il fenomeno delle «vedove nere». Che, alla fine dei conti, trova radici e alimento nella brutalità del conflitto cominciato in Cecenia quindici anni fa e diffusosi nel frattempo come un rogo forestale anche alle repubbliche dell’Inguscezia e del Daghestan. La guerra nel Caucaso oggi può essere anche scesa di intensità, ma per entrambe le parti resta un conflitto di una brutalità unica, dove le normali regole di ingaggio non valgono nulla.
Un anno fa ho intervistato due alti ufficiali delle forze speciali russe che avevano una grande esperienza di combattimenti nel Caucaso. A condizione di anonimato hanno raccontato nei dettagli la prassi standard di rapire i sospetti militanti, che poi vengono orrendamente torturati per estrarre loro le informazioni. In seguito vengono giustiziati a sangue freddo e i loro corpi vengono fatti sparire per nascondere le prove. I metodi dei guerriglieri, che includono la decapitazione e gli attacchi terroristici ai civili, sono però altrettanto perversi.

Spesso è proprio questa violenza indicibile che trasforma le parenti femmine degli estremisti uccisi in radicali religiose. E’ questa violenza a generare una sete insaziabile per la vendetta. I metodi brutali usati dai russi per reprimere i ribelli islamici hanno decimato le loro file, ma hanno anche radicalizzato ulteriormente gli estremisti. La più giovane attentatrice suicida cecena aveva quindici anni. Con lei nella presa di ostaggi nel teatro alla Dubrovka di Mosca, nell’ottobre del 2002, c’erano altre diciassette «vedove nere». Due di loro erano sorelle. Una era incinta. Un’altra aveva perso nella guerra quattro fratelli. La seconda kamikaze della metropolitana, vedova di un importante terrorista daghestano ucciso dai russi nel dicembre scorso, aveva solo diciassette anni. Maryam, che si è fatta esplodere alla stazione Lubyanka, era sposata con un altro importante terrorista ed entrambi i suoi fratelli avevano sofferto per colpa dei russi. Profondamente religiosa, quasi certamente avrà pensato che facendosi esplodere sarebbe andata in paradiso.

«Voglio uccidere dei russi»
Ho assistito una volta di persona all’azione agghiacciante del potere della convinzione che spinge le «vedove nere», un impulso che nasce dal fanatismo religioso e dal desiderio di vendicare una tragedia personale. Dopo settimane di negoziati, sono riuscito a incontrare una cecena ventiduenne che si era candidata a diventare una bomba umana. A quattordici anni aveva visto i russi uccidere suo padre. A venti aveva sposato un estremista wahabita, ucciso poco tempo dopo dai ceceni che si erano schierati con il governo russo. I compagni d’armi di suo marito avevano in seguito rapito uno degli assassini. Sotto gli occhi della ragazza gli spararono a entrambe le gambe e le braccia, e poi le proposero di dargli il colpo di grazia alla testa. Lei rifiutò, ma restò a guardare mentre i guerriglieri tagliavano la gola del prigioniero.

Quando incontrai «Kawa», come chiese di farsi chiamare, lei aveva lasciato il suo bambino di appena un anno alla suocera per unirsi alla cellula terroristica del marito. Minuta e non particolarmente carismatica, mi spiegò con voce monotona, come se parlasse di ovvietà, che il suo unico sogno era di diventare una «martire», preferibilmente uccidendo civili a Mosca. Il suo destino mi resta ignoto, in quanto non mi venne mai detto il suo vero nome, né mi venne permesso di vederla in faccia. La cosa più strana fu la totale assenza di emozioni mentre parlava delle sue terribili intenzioni. Parlava come un robot, non come un essere umano. Non c’era livello umano a cui potessimo comunicare. Vivevamo veramente in due mondi diversi. Non c’era traccia di tristezza o paura nella sua voce. La sua freddezza era inquietante. Provai a insistere. Ma il suo bambino era pur sempre un motivo buono per continuare a vivere? «Non senza mio marito», rispose. «Voglio essere mandata in una missione suicida. Voglio la vendetta».

Dopo il colloquio, i suoi protettori tornarono a prenderla e, mentre stava uscendo, le sue sopracciglia spesse si inarcarono mentre mi sorrideva da dietro il velo, per la prima volta in tutto quel tempo. Dissi: «Spero che tu non faccia quello che ti stai accingendo a fare, se non altro per il tuo bambino. Cosa posso dire ancora?». «Augurami buona fortuna», fu tutto quello che lei rispose.

Mark Franchetti, che ha scritto questo reportage per La Stampa, è il corrispondente da Mosca del Sunday Times di Londra




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Dalla politica al vino, a Montecastrilli nasce il "rosso D'Alema"

di Redazione

Nasce a Montecastrilli il "rosso" D'Alema: il dirigente del Pd e presidente del Copasir, avrà infatti un suo vigneto nelle campagne alle porte del comune umbro, dove produrrà un grande vino. Lo scrive oggi il Giornale dell'Umbria



Terni

Nasce a Montecastrilli, in Umbria, il "rosso" D'Alema: il dirigente del Pd e presidente del Copasir, avrà infatti un suo vigneto nelle campagne alle porte del comune umbro, dove produrrà un grande vino. Lo scrive oggi il Giornale dell'Umbria. Secondo quanto riportato dal quotidiano, a Montecastrilli Massimo D'Alema ha in progetto di realizzare un vigneto di almeno tre ettari e una cantina dove produrre e imbottigliare il suo vino. L'inizio dell'impianto delle viti sarebbe fissato per il prossimo maggio. 

A curare il rosso D'Alema sarà quasi sicuramente Riccardo Cotarella, enologo orvietano di fama mondiale. L'appezzamento di terreno acquistato dall'ex ministro degli Esteri - sempre secondo quanto afferma il Giornale dell'Umbria - sarebbe attualmente intestato a uno studio legale romano. La produzione andrà a regime non prima di cinque-sei anni.




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Parole di coccodrillo Quanta retorica per un uomo che non la sopportava

di Valeria Braghieri

Siccome siamo in un’epoca di entusiasmi, quando la circostanza fa davvero la differenza, a disposizione, non ci resta che la retorica. E siccome la morte di Raimondo Vianello è stata una di quelle circostanze, è andata a finire che, per omaggiare il re dell’antiretorica, si sono sprecati fiumi di retorica. Per lui che s’è tenuto lontano da questo veleno per tutta la vita. E va bene che le pagine si è chiamati a riempirle anche con argomenti di cui non sempre si è convinti, va bene che il rigaggio lo si concede anche a personaggi di dubbio interesse, e allora, il giorno in cui Vianello abbandona questa valle di compromessi, bisognerà pur far vedere che ad andarsene è stato un grande, bisogna pur calcare sull’acceleratore: destinazione differenza, appunto. Solo che per rimarcarla non ci resta che l’enfasi. Certi momenti sono tavole imbandite per gli animali che siamo.

Così è andata a finire che, con i residui di singhiozzi in gola, c’è stata la corsa all’oratoria il giorno in cui a Raimondo si è chiuso l’avvenire. A fronte del necrologio quasi bianco della moglie, Sandra Mondaini, che recitava, recensendo Vianello nel migliore dei modi: «Raimondo non c’è più. Sandra». Manco se lo fosse scritto da solo. Invece sulla carta stampata e non solo su quella, la parola «maestro» si è sprecata, come pure «stile» e «naturale eleganza» sono stati altri must abusati mica male, per non parlare del «dolore della moglie Sandra, alla quale gli italiani oggi sono affettuosamente vicini». «Le prime parole che vengono in mente per definire Raimondo Vianello non riguardano il suo mestiere ma la sua persona: signorilità, garbo, finezza» recitava il Corriere della sera.
E poi ancora: «Nessuno come lui ha tentato di volgere al riso ogni contingenza, ha usato l’ironia come prezioso lenimento... ha cercato di far capire agli spettatori che il gioco del calcio è, prima di ogni altra cosa, un gioco». Oppure, sempre sullo stesso giornale: «Il calcio come dovrebbe essere: una cosa seria ma divertente, indispensabile ma leggera, giovane ma per sempre. Così Raimondo Vianello ha provato a mostrarcelo in tv con Pressing, fra il 1991 e il 1999. Una via alternativa e vincente, una delle migliori mai viste nel Paese dove calcio e sorriso non sono mai andati d’accordo».

Oppure Repubblica, con la sua lettura veltroniana-chic della tv in bianco e nero (peraltro condivisibile) che Raimondo ancora ricordava: «Elegante è stata tutta, o quasi, quella leva di attori nata negli anni Venti... Era un timbro, quello, d’epoca e di generazione, molto aiutato anche dalla sobrietà intrinseca nella tivù in bianco e nero». E l’assoluzione per la sua tardiva dichiarazione di voto: «Il suo outing quasi senile in favore di Berlusconi preludeva a una sorta di prepensionamento artistico, con la compagna di vita e d’arte Sandra Mondaini: come per sancire che casa e bottega erano ormai quelli, e amen». E anche, sempre il quotidiano di Ezio Mauro: «Raimondo Vianello (senza farsene accorgere) è stato quel “grande satirico di destra” del quale la destra invoca inutilmente l’avvento, senza accorgersi che già ne esisteva uno... Di destra per quel cinismo sorridente, per quella ilare sfiducia nel progresso umano...».
E poi La Stampa: «Raimondo Vianello non c’è più e con lui davvero si chiude una grande stagione di tv, la televisione dei pionieri della Rai del monopolio ma anche di quella commerciale...». Ancora: «...Ma la sua signorilità non viene scalfita... Vianello dirada l’attività televisiva ma non la annulla completamente. Sta attento, come sempre è stato, alla vita privata, sostiene la moglie e lei sostiene lui. “Che barba, che noia”, che classe». Ecco fatto, per eccesso d’affetto, il ricordo di Raimondo stortato in tutta la sua altezza.



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Bergamo concordava al telefono come mettere all'angolo Facchetti

Corriere della Sera



La Fazi: «fagli capire che non è come dicono, che non stai con Juve e Milan»
Calciopoli Così la segretaria dell'Aia imbeccava il designatore prima dell'incontro
Bergamo concordava al telefono come mettere all'angolo Facchetti



Polo Bergamo
Polo Bergamo
NAPOLI — A Moggi non bastano le 74 nuove intercettazioni delle quali i suoi avvocati hanno chiesto l'acquisizione agli atti. Quelle entreranno a far parte del processo di Napoli dopodomani (quando i legali potrebbero chiedere anche una integrazione inserendo ancora nuove telefonate), ma intanto l'entourage dell'ex direttore generale della Juventus già ne mette in circolazione altre. Il metodo è ancora quello scelto per la «fase 2» della diffusione: non più le trascrizioni ma i file audio, che fanno più effetto.

Il canale, invece, è il solito, collaudatissimo, sito juventino che da un paio di settimane sta facendo da megafono alla strategia mediatica decisa da Moggi in persona nonostante il più esperto dei suoi difensori, l'avvocato Trofino, l'avesse espressamente sconsigliato.

Stavolta a finire in rete è una conversazione del 5 gennaio 2005 tra l'ex designatore Paolo Bergamo e una donna, che il sito identifica in Maria Grazia Fazi, all'epoca segretaria della Can di A e B, anche lei tra gli imputati di Calciopoli, e anche lei ripetutamente intercettata, soprattutto a colloquio con Moggi (a lei l'ex d.g. racconta di aver chiuso l'arbitro Paparesta nello spogliatoio dello stadio di Reggio Calabria). È una conversazione dalla quale si capiscono due cose: che Bergamo di lì a poco deve incontrare un dirigente dell'Inter, e che la Fazi istruisce il designatore su cosa dire e cosa dovrà tacere, su come comportarsi e persino sull'umore che dovrà ostentare.

I CONSIGLI AL DESIGNATORE - Lo invita a essere «molto silenzioso», a presentarsi come uno che non vuole stare «solo con Juve e Milan» e che si batte tra mille difficoltà per far funzionare le cose. Bergamo qualche volta non capisce e la Fazi è costretta a ripetersi più volte per essere sicura che l'ex designatore non sbagli a comportarsi.

Poi nel corso del colloquio si sente anche Bergamo dar prova di scarsissima eleganza ed esprimere un giudizio su Facchetti: «Lui non è un grande con l'intelligenza». Perché Moggi fa circolare questa telefonata? Evidentemente per dimostrare che anche l'Inter incontrava i designatori. Ma in questo caso non scopre nulla: è ormai noto, proprio perché emerso da alcune delle 74 intercettazioni, che il 5 gennaio 2005 Facchetti andò a cena da Bergamo.

L'Inter era in trasferta a Livorno e due giorni prima il designatore aveva telefonato all'allora presidente dell'Inter per invitarlo nella sua casa in campagna. Nel corso dell'ultima udienza del processo, Bergamo lo ha anche spiegato facendo una dichiarazione spontanea. Ha detto che quello sarebbe stato il suo ultimo anno da designatore e perciò quando arrivava a Livorno qualche dirigente amico, lui aveva piacere di invitarlo a cena. Lo fece con Facchetti, con Galliani (che però non andò) e con Moggi e Giraudo. Tutti amici, dice lui. E così si espresse anche a Facchetti nella telefonata di invito: «Una cosina tra amici», gli disse. E invece poi andò a prendere disposizioni dalla Fazi per cercare di fregarlo.

Fulvio Bufi
18 aprile 2010



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Dopo tre giorni incentivi già agli sgoccioli

Corriere della Sera




Sui motorini quasi esaurite le risorse. Call center in tilt e venditori furiosi
Ieri l'assalto ai concessionari. Ma c'è chi rinuncia a causa delle difficoltà burocratiche
Dopo tre giorni incentivi già agli sgoccioli





ROMA — Sono già agli sgoccioli gli incentivi riservati all'acquisto dei motocicli, pari a 12 milioni di euro sui 300 stanziati dal ministero dello Sviluppo economico per gli incentivi al consumo. «Troppo pochi», secondo i concessionari di tutta Italia, sentiti al telefono fino a ieri sera. Ma soprattutto troppo difficili da assegnare, a causa di una procedura telefonica, che passa attraverso i call center delle Poste, definita da chi vende «infernale, complicata, farraginosa, scoraggiante».

Secondo dati ufficiosi, tra venerdì sera e sabato mattina una buona metà degli incentivi erano già stati prenotati. «Tra domani e martedì saranno finiti» è la sensazione più diffusa. «L'avevamo detto che i soldi sarebbero stati pochi - commenta Claudio De Viti, direttore del settore moto di Confindustria Ancma, associazione dei produttor.

Molti venditori hanno stipulato contratti prima ancora che gli incentivi partissero, condizionandone la validità all'effettivo avvio». Per i produttori ci sarà un picco di vendite a metà aprile che poi però bisognerà sostenere attraverso l'iniziativa delle singole case che dovranno prorogare gli sconti a proprie spese. A queste condizioni, il crollo del 20-25% delle vendite, previsto per il 2010, potrà essere ridotto a un -10%.

VENDITORI FURIOSI - Ma i venditori sono davvero furiosi: da Nord a Sud è un coro di proteste soprattutto per la procedura messa a punto dai tecnici ministeriali. «È una presa in giro - attaccano senza mezzi termini da AutoMotoMania a Roma - abbiamo fatto tre richieste ma mi sa che le abbiamo pure sbagliate e i soldi non li avremo: troppo complicato».

Da Pogliani, a Cinisello Balsamo, sono stravolti ma contenti: «Ci stanno togliendo la camicia: è un assalto». A Bari, da Carone, non ne vogliono sapere di incentivi: «È solo propaganda: le risorse sono poche e non si capisce niente su come ottenerle». Da MotoFollia, nella capitale, si lamentano del congestionamento delle linee dei call center, problema confermato da quelli di Di Carlo, sempre a Roma, che per prendere la linea ci hanno messo almeno un'ora.

E' molto cortese la signora con accento francese della Hello Moto di Albenga (Savona) che risponde al telefono, ma altrettanto tranchant: «Tutte queste procedure portano via molto tempo: ci vorrebbe una persona apposta al telefono.


Questi call center non si potevano fare regionali?». Sono ancora più severi alla Moto e Moto di Torino dove lamentano di aver impiegato 3 giorni solo per registrarsi al sito ministeriale: «E ora al telefono - spiegano -, spiace dirlo, risponde gente incompetente». Al Motostore di Reggio Emilia, è tanta la confusione che il titolare riattacca velocemente, scusandosi. Alla Mvm di Bologna hanno già fatto 30-35 prenotazioni ma sono sicuri che i soldi finiranno presto.

Da Evola, a Palermo, di contratti con gli incentivi ne hanno stipulati tanti, ma tutti sotto la condizione che gli incentivi ci siano davvero: «Speriamo di non dover stracciarli tutti...». Ma c'è un altro problema che ha molto disturbato la rete di vendita, quello del prezzo su cui si calcola lo sconto del 10%. Dice Claudio De Viti che il ministero, all'ultimo momento, ha comunicato che sarebbe stato applicato non sul prezzo di listino ma su quello finale: «Se, a listino, una moto si vende per 5 mila euro - spiega - il bonus sarà di 500 euro. Ma se il venditore decide di fare ulteriori sconti, vendendola a 4.500, riceverà incentivi minori, per 450 euro. Tutto questo ha un senso?».

Antonella Baccaro
18 aprile 2010



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L'ambasciatore Usa ripulisce i muri di Roma

Corriere della Sera


Thorne: «Credo che tutti dobbiamo liberare queste strade dai rifiuti» Alemanno. «Faremo più controlli»


L'ambasciatore Usa e il sindaco Alemanno
L'ambasciatore Usa e il sindaco Alemanno
ROMA Il sindaco fa aspettare l'ambasciatore americano. Tutto è pronto da mezz'ora in piazza Trilussa: spazzole, guanti, mascherine. L'operazione anti-graffiti sta per scattare anche sullo storico Ponte Sisto, deturpato negli anni dai writers, eppure Gianni Alemanno non si vede. Da vero diplomatico, David Thorne fa finta di niente: «Vorrà dire che quando il sindaco arriverà, dovrà sottoporsi a una doppia razione di olio di gomito...», scherza. Sabato pomeriggio, Trastevere: operazione «Retake Rome», «Riprenditi Roma...».

Insomma, cittadini non più spettatori ma protagonisti della pulizia fai-da-te nel proprio quartiere. In verità, tra Alemanno e Thorne, c'è amicizia stretta: «Ringrazierò sempre il sindaco per il bellissimo ricordo dedicato l'anno scorso alla tragedia dell'11 settembre, io mi ero da poco insediato», confessa l'ambasciatore Usa accompagnato dalla moglie Rose. La simpatia reciproca è evidente, in effetti, perché appena Alemanno arriva, i due si tolgono i pullover e puntano insieme verso via Benedetta dove, armati di guanti e pennelli, cominciano a cancellare la selvaggia foresta di «tag» che ricopre il muro vicino a «Checco er Carettiere», ristorante della Dolce Vita, molto caro agli americani («Vi mangiarono Robert Mitchum e Cary Grant, Gary Cooper e Sean Connery...», ricorda la titolare Stefania Porcelli).

IL GRUPPO DEI PULITORI - Del gruppo di pulitori eccezionali fanno parte anche il teologo di origine cubana Miguel Humberto Diaz, ambasciatore americano presso la Santa Sede e la signora Ertharin Cousin, ambasciatrice alla Fao, molto amica di Barack e Michelle Obama. C'è anche il cane Buster, un jack russell sordo di 16 anni, già mascotte degli «Americans in Rome for Obama» nel 2008. Si avvicina l'Earth Day, la giornata della Terra che sarà celebrato il 22 aprile (24 ore dopo il Natale di Roma...) e gli ambasciatori degli Stati Uniti sentono molto l'appuntamento ecologista: «Lo celebriamo da 40 anni perché è un avvenimento importante — spiega Thorne.

È importante che i cittadini abbiano a cuore il rispetto per l'ambiente. E Roma è la città più bella del mondo, la mia seconda casa, dove ho passato la mia gioventù e ora sono tornato. Credo che tutti noi dobbiamo averne cura, tenerla bene, liberarla dai rifiuti e dalle scritte, ognuno a partire dal suo marciapiede». L'ambasciatore, in passato, è stato presidente del Cda dell'Istituto di Arte Contemporanea di Boston, insomma non è insensibile certo alla «street art», ma sembra condividere la filosofia di «Retake Rome»:

«Noi siamo pro-art e anti-tag, diciamo sì all'arte ma no al vandalismo», spiegano in coro Lori Hickey, Rebecca Spitzmiller e Nicole Franchini, tre delle circa 300 iscritte all'associazione «Donne americane a Roma» che, insieme a decine di studenti italiani e stranieri e ai volontari di «Vivere Trastevere» e della «Fondazione Garibaldi», hanno promosso l'iniziativa («Complimenti — chiosa l'ambasciatore Thorne — Garibaldi è il mio personaggio italiano preferito...»).

Quelli di «Retake Rome» hanno cominciato ripulendo i busti del Pincio e adesso, insieme al delegato del sindaco per il centro storico, Dino Gasperini, continueranno a girare per i quartieri esortando i romani a scendere in strada. «Ma servono i controlli — avverte Gasperini —. In due mesi abbiamo inflitto 5 mila multe a chi sporca, è ancora poco». Chissà, per esempio, quanto resisterà il muro di via Benedetta. Stasera, a Roma, c'è il derby.

Fabrizio Caccia
18 aprile 2010



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Il pasticcio Emergency, la mediazione: i tre volontari liberi, processo in Italia

di Fausto Biloslavo

Proposta del ministro Frattini alle autorità afghane per sbloccare entro i prossimi giorni il caso dei tre operatori umanitari detenuti a Kabul. Secondo fonti militari ci sono gli inglesi dietro le intercettazioni a Lashkar Gah. 

 

Emergency in piazza: liberi entro sabato o torneremo qui




Nonostante le presunte prove raccolte dai servizi afghani sta prendendo piede a Kabul la possibilità di una celere soluzione dell'arresto degli operatori di Emergency Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo D'Aira. «Il ministro degli Esteri, Franco Frattini ha avanzato, nelle ultime ore attraverso l'inviato speciale a Kabul, Massimo Attilio Iannucci, una proposta concreta, che potrebbe portare ad una rapida conclusione della vicenda nei prossimi giorni - sostiene una fonte diplomatica -. Si basa su reciproche garanzie: per l'Afghanistan, sul caso Emergency, in cambio di assicurazioni sugli impegni italiani nel Paese». Un'ipotesi è che i tre operatori dell'ong milanese possano venir liberati a breve, magari con un'inchiesta che prosegua in Italia.

Per fare definitivamente chiarezza sulle armi trovate nell'ospedale di Emergency a Lashkar Gah. Ieri Amrullah Saleh, il capo dei servizi segreti afghani, ha informato l'ambasciatore Glaentzer che il caso dei tre italiani verrà passato alla procura. Questo significa nomina dei difensori e incriminazione o meno entro 15 giorni, a seconda della validità delle prove raccolte dai servizi. Potrebbe essere un primo passo verso l'ipotesi di inchiesta o procedimento giudiziario nel nostro Paese.

Una delle prove cardine, raccolte dai servizi afghani, è l'intercettazione, rivelata ieri da Il Giornale, che metterebbe in difficoltà Garatti, il chirurgo di Emergency. «I servizi di sicurezza afghani fino a poco tempo fa non avevano capacità di intercettare comunicazioni o telefonate da soli, soprattutto in un posto come Lashkar Gah - spiega una fonte de Il Giornale che ha ricoperto incarichi di comando Nato in Afghanistan -.

Se sono state effettuate intercettazioni a Lashkar Gah è presumibile che fossero coinvolte squadre britanniche. In alternativa, se qualcuno dell'Nds (i servizi afghani, nda) è stato addestrato a sistemi di sorveglianza di questo genere e fornito, magari in prestito, dell'attrezzatura necessaria, gli inglesi non potevano esserne all'oscuro».

A nord ovest di Lashkar Gah sorge Camp Bastion, il quartier generale di quasi novemila soldati britannici impegnati nella provincia di Helmand. Lo zampino inglese nel caso Emergency è stato evidente fin dall'intervento delle truppe britanniche nel blitz all'ospedale italiano del 10 aprile.
Lo stesso governatore di Helmand, presunto obiettivo del «complotto» che sarebbe stato ordito con le armi trovate nell'ospedale, è legato a doppio filo con i britannici. Sarà un caso, ma l'inviato speciale di Londra in Afghanistan e Pakistan, Sir Sherard Louis Cowper-Coles, è noto per non amare gli italiani e ancora meno il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Non a caso, quando è stato nominato, lo scorso anno, è saltata fuori la storia del nostro contingente a Surobi che pagava i talebani per non farsi sparare addosso: una bufala veicolata dal solito Times.

Sir Cowper-Coles ha ottimi rapporti con alcuni giornalisti del quotidiano britannico. Guarda caso era sempre il Times che una settimana fa rivelava false confessioni dei tre italiani arrestati. La grana di Emergency mette in difficoltà il governo italiano, che Sir Cowper-Coles non ama. Anni fa, non in Afghanistan, è saltato fuori ad una riunione ufficiale con una frase che suonava più o meno così: «Ma è vero che il primo ministro italiano è un malfattore? Quando se ne va?». Nelle foto ufficiali, prima dello scatto, prende spesso in giro Berlusconi. Anche a Kabul quando può mostra antipatia nei confronti dell'Italia e del suo premier.

Prima del suo balzo di carriera, come semplice ambasciatore britannico a Kabul, Cowper-Coles, ha ammesso che un certo Michael Semple, irlandese della missione europea, fosse un suo consulente. Semple e un diplomatico britannico all'Onu furono arrestati il 24 dicembre 2007 con una valigetta piena di soldi nella provincia di Helmand, mentre andavano a trattare con i talebani. Il loro contatto era Mansoor Dadullah, guarda caso uno dei cinque tagliagole liberati in cambio del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, pochi mesi prima.

Nonostante gli inglesi non ci amino, a Kabul continua il lavoro della diplomazia italiana. Iannucci, inviato speciale della Farnesina, assieme all'ambasciatore italiano Claudio Glaentzer ha incontrato ieri mattina il presidente afghano Hamid Karzai. Il capo dello Stato ha deciso di affrontare il caso Emergency nella riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, che dovrebbe tenersi oggi.

www.faustobiloslavo.eu




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Giustizia, il governo fa, i giudici disfanno Ancora processi gratis per i mafiosi

di Redazione

La Corte Costituzionale smonta la nuova legge grazie alla quale boss e picciotti non potevano più farsi pagare dallo Stato le spese legali. Il Guardasigilli Alfano: "Così si rischia di rallentare la giustizia. "Pagano solo gli onesti"

 

Il governo fa, la Consulta disfa. E ora, grazie all’ultima opinabile sentenza anche i mafiosi tornano a sorridere. La Corte Costituzionale ha infatti dichiarato l’illegittimità della norma di legge che esclude, nei processi, la possibilità per un imputato già condannato per mafia (e anche per contrabbando di tabacchi) di essere ammesso al gratuito patrocinio da parte dello Stato, senza una effettiva verifica della situazione di reddito. Rispetto all’esclusione assoluta prevista dalla norma, che finirebbe con incidere sul diritto costituzionale alla difesa, d’ora in poi - ha stabilito la Consulta - spetterà al richiedente dimostrare, con documentazione adeguata, il suo stato di non abbiente, e spetterà al giudice verificare l’attendibilità della documentazione, avvalendosi di ogni necessario strumento di indagine. Insomma processi gratis a picciotti e uomini d’onore.

Nella sentenza, la Corte Costituzionale osserva come sia del tutto ragionevole che, sulla base della comune esperienza, il legislatore presuma che l’appartenente ad una organizzazione mafiosa «abbia tratto dalla sua attività delittuosa profitti sufficienti ad escluderlo in permanenza dal beneficio del patrocinio a spese dello Stato. Ciò che contrasta con i principi costituzionali - scrivono i giudici-, originata da richiesta di verifica costituzionale della norma da parte dei Tribunale di Catania e di Lecce - è il carattere “assoluto” di tale presunzione, che determina una esclusione irrimediabile, in violazione degli articoli 3 (eguaglianza davanti alla legge) e 24 (diritto inviolabile di difesa) della Costituzione». La norma, pertanto, è stata dichiarata «costituzionalmente illegittima nella parte in cui non ammette la prova contraria».

La Consulta, peraltro, sottolinea che «l’introduzione della prova contraria non elimina dall’ordinamento la presunzione prevista dal legislatore, che continua dunque ad implicare una inversione dell’onere di documentare la ricorrenza dei presupposti di reddito per l’accesso al patrocinio». Linguaggio leguleio che ancora una volta allontana il Paese dalla giustizia. «La sentenza - nota con rammarico il ministro della Giustizia Angelino Alfano - è intervenuta sulla norma, approvata dal Parlamento su iniziativa del governo Berlusconi, nell’ambito dell’azione di contrasto alla criminalità organizzata, con la quale era stato introdotto il divieto assoluto per i mafiosi già condannati di farsi pagare dallo Stato e, dunque dai cittadini onesti, l’avvocato con una semplice dichiarazione di nullatenenza».

«La Corte conferma la bontà della nuova regola - fa notare il ministro - che dichiara costituzionalmente corretta nonché fondata su una ragionevole considerazione di comune esperienza secondo la quale i mafiosi traggono dalla loro attività criminale rilevanti mezzi economici. L’impianto normativo rimane, pertanto, sostanzialmente inalterato».

«La Corte, tuttavia - prosegue Alfano - ha ritenuto di aggiungere la possibilità per il mafioso di offrire la prova contraria, dimostrando al giudice di essere rimasto nullatenente malgrado la sua partecipazione all’associazione mafiosa e così dimostrando il suo diritto ad essere difeso a spese dei contribuenti nei vari processi». Ora però, secondo il guardasigilli «si rischia di intasare non poco la gestione dei processi di mafia. Perché i giudici, saranno costretti a perder tempo per valutare le prove di nullatenenza addotte dai mafiosi». Duro il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri. «I boss meritano processi rapidi che li assicurino alla giustizia con condanne esemplari, non certe garanzie che ne tutelino le ricchezze. Il governo sta facendo molto contro la mafia, anche per sequestrare e confiscare i beni dei boss. Peccato che si abbia l’impressione che qualcuno spinga da tutt’altra parte».



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Le strane trame dell’Iri ai tempi di Prodi Riaffiora il caso la svendita della Sme

di Gian Marco Chiocci

Al traguardo la causa civile intentata dalla vincitrice Cofima spa contro Bnl. L’azienda, vittima di uno strano fallimento, ora chiede un miliardo di euro. La tentata svendita del colosso alimentare alla Buitoni di Carlo De Benedetti da parte dell’amico Romano, allora presidente dell’Iri, torna d’attualità



 
La tentata svendita del colosso alimentare Sme alla Buitoni di Carlo De Benedetti da parte dell’amico Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, torna prepotentemente d’attualità. E non solo per i clamorosi sviluppi che starebbero emergendo dalle inchieste tuttora in corso a Salerno e Nocera Inferiore (dove si indaga sui risvolti penali del fallimento del titolare della Cofima, vincitrice dell’appalto Sme, fallimento voluto da un “potere occulto”) ma per un terzo procedimento incardinato nella Capitale, ormai prossimo a sentenza, che sta facendo tremare il mondo bancario e finanziario. Il prossimo 21 aprile la Corte di Appello di Roma si pronuncerà sul giudizio civile intentato dalla curatela del fallimento della Cofima spa, contro la Banca Nazionale del Lavoro, per danni provocati alla stessa Cofima di ben 500 miliardi di lire, aggiornati durante l’istruttoria del giudizio a quasi un miliardo di euro.

Il contenzioso contro la Bnl nasce nel lontano 1987, quando l’Iri di Prodi doveva cedere la Sme e la Sidalm alla Cofima spa, per aver vinto di fatto la gara bandita con decreto ministeriale. Si verificò invece che l’Iri, stando a quanto documentato dalla Cofima, con manovre oscure, non effettuò la vendita, trincerandosi dietro il contenzioso creato dall’Ingegnere che, una volta sconfitto dalla gara, provò ad acquistare dalla Cofima spa il “diritto giuridico” scaturito dalla gara stessa. Quando, però, Giovanni Fimiani, amministratore unico della Cofima, si rifiutò di vendere il pacchetto azionario dell’azienda scorporata dalle attività e dai beni, così come preteso da De Benedetti (mediante il controvalore offerto di appena 40/50 miliardi di lire) «la forza del Potere Occulto» (quello su cui indagano Nocera Inferiore e Salerno, ndr) si scatenò.

Come? Stando all’ipotesi accusatoria, utilizzando vari istituti di credito che, su input politico, si sarebbero accordati per avviare una campagna finalizzata a togliere di mezzo la Cofima e farla arrivare all’insolvenza mediante il blocco della enorme fiducia di cui godeva Fimiani. Fiducia presso il sistema bancario nazionale ed internazionale, e presso i fornitori e i clienti commerciali e finanziatori delle campagne produttive di trasformazioni delle conserve alimentari, comparto industriale dove la Cofima deteneva da sola oltre il 20% del mercato nazionale. Fra i vari colossi del credito che avrebbero tramato contro il vincitore legittimo dell’appalto Sme c’è la Bnl, che si è sempre dichiarata innocente, sulla cui condotta sta per esprimersi la Corte d’appello di Roma. Dopo neanche una settimana dal rifiuto di vendere la Cofima a De Benedetti, infatti, i dirigenti della filiale salernitana, in raccordo con la sede di Roma, chiusero improvvisamente i rubinetti all’imprenditore campano.

E, nonostante la Cofima avesse «un saldo attivo» sul suo conto corrente di un miliardo e cinquecento milioni di lire, senza rischi pendenti per la Bnl, non avendo mai intaccato il fido di 450 milioni di lire, provocò il primo protesto per appena 34 milioni di lire. Il giudice adesso dovrà stabilire se effettivamente l’istituto presieduto all’epoca da Nesi negò a Fimiani di accedere ai propri soldi per saldare il dovuto e se effettivamente si adoperò per allarmare il sistema bancario e commerciale, «mediante domande indagatrici sul conto della Cofima ottenendo così il risultato di far bloccare i vari fidi goduti» per un totale di 180 miliardi, da sommare al fido per la Sme di 620 miliardi. Il risultato finale, denuncia Fimiani, fu che l’intero sistema bancario, allertato dall’insolvenza (inesistente), revocò tutti i fidi.

La perizia voluta dal pm di Salerno è chiara sul punto quando dice come sia «innegabile che il comportamento della Bnl causò danni irreparabili» a Fimiani e che le varie condotte «hanno avuto un ruolo fondamentale nella causazione della crisi economica del Gruppo». Il problema che si pone di striscio a Roma, investendo totalmente Nocera e Salerno, è quello di chi effettivamente ebbe giovamento dall’annientamento delle aziende Cofima attraverso fallimenti pilotati. Il giudizio “romano” di primo grado, arrivato attraverso l’alternanza di tredici magistrati, aveva dato ragione a Bnl nonostante le perizie disposte da vari pm e gip evidenziassero che quanto denunciato all’epoca dall’imprenditore campano, oggetto oggi di delicatissime inchieste penali, fosse meritevole di un’inchiesta approfondita. L’inchiesta vi fu. Ma fu approfondita solo da un perito a cui degli sconosciuti, speronandolo in autostrada, provarono a togliere la vita.




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La polizia di Malta spegne le contestazioni, la folla abbraccia il Papa

di Andrea Tornielli

Il viaggio del Pontefice. Smentiti i timori della vigilia, tolti i cartelli offensivi con foto di Benedetto XVI. La gente canta per lui "Happy birthday". Durante il volo le scuse di Ratzinger: "La Chiesa ferita dai nostri peccati"


nostro inviato a Malta

Le antiche fortificazioni di Malta «parlano» delle lotte combattute per difendere la cristianità, ma oggi l’isola deve continuare a combattere in modo diverso, per difendere l’identità, il matrimonio indissolubile, la vera natura della famiglia, la sacralità della vita in un’Europa che rischia di smarrire i suoi valori. È il primo messaggio che Papa Benedetto rivolge ai maltesi nel discorso pronunciato all’aeroporto, di fronte al presidente George Abela, che lo accoglie citando Marcello Pera e la «guerra» in corso fra «laicismo e cristianesimo».

«Le fortificazioni che risaltano in maniera così prominente nell’architettura dell’isola – ha detto Ratzinger – parlano di lotte precedenti, quando Malta contribuì moltissimo alla difesa della cristianità sia per terra che per mare. Voi – ha aggiunto – continuate a giocare un valido ruolo nei dibattiti odierni sull’identità, la cultura e le politiche europee». Benedetto XVI riconosce al governo maltese anche «l’impegno nei progetti umanitari ad ampio raggio, specialmente in Africa». E suggerisce: «La vostra nazione dovrebbe continuare a difendere l’indissolubilità del matrimonio quale istituzione naturale e sacramentale, come pure la vera natura della famiglia, come già sta facendo nei confronti della sacralità della vita umana dal concepimento sino alla morte naturale». Questa è per il Papa la grande sfida dell’oggi in Europa, che con queste parole indirettamente ricorda come a Malta non sia permesso l’aborto.

L’accoglienza è calorosissima. I maltesi si sono riversati nelle strade per salutare l’ospite, che al momento in cui si è affacciato dal palazzo del Gran Maestro, sede della presidenza, è stato salutato da migliaia di bambini e ragazzi che gli hanno cantato «Happy birthday» per il compleanno di venerdì. Nel corso delle prime ore di permanenza sull’isola sono stati dunque smentiti i timori della vigilia: i cartelli con le foto del Pontefice imbrattati con caricature e scritte sono stati levati, la polizia ha tenuto sotto controllo coloro che nei social network avevano scritto messaggi violenti o dissacranti contro la visita papale, ed è stato rimosso il contestato grande monumento a forma di fallo variopinto che si trovava da quattro anni all’entrata di Luqua, nei pressi dell’aeroporto. Benedetto XVI ha anche invitato l’isola a «servire da ponte nella comprensione tra i popoli, le culture e le religioni».

E fin dal saluto ai giornalisti sull’aereo, ha parlato dell’immigrazione, invitando all’accoglienza ma anche all’obiettivo di aiutare gli immigrati nei loro rispettivi Paesi. «Malta è il punto dove le correnti dei profughi arrivano dall’Africa e bussano alle porte dell’Europa. E questo è un grande problema del nostro tempo e non può essere risolto dall’isola di Malta, ma tutti dobbiamo rispondere a questa sfida, lavorare perché tutti possano nella propria terra vivere una vita dignitosa e dall’altra parte fare il possibile affinché questi profughi dove arrivano trovino una spazio di vita dignitosa».
Dopo il bagno di folla a Valletta, Ratzinger si è spostato a Rabat, e ha sostato in preghiera nella grotta venerata fin dai primi secoli come il luogo in cui dimorò San Paolo nei tre mesi che trascorse nell’isola dov’era naufragato mentre veniva condotto prigioniero a Roma. Anche qui, incontrando un gruppo di 250 missionari, ha ribadito la necessità di testimoniare le «verità morali fondamentali» oggi minacciate.




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Il sogno di Long Island e le altre: più indipendenza (e meno tasse)

Corriere della Sera
Il WSJ pubblica la mappa degli «Altered States»: province agiate e popolose che vogliono l'autonomia potrebbero essere gli albori di una Lega come la nostra, anzi di varie Leghe americane.

Il sogno di Long Island e le altre: più indipendenza (e meno tasse)


La spiaggia di Long island
La spiaggia di Long island
WASHINGTON - Long Island è la spiaggia dei newyorchesi e il rifugio dei loro ricchi. Ma l’anno scorso ha votato per costituirsi in stato indipendente e staccarsi dallo stato di New York. Questioni di tasse naturalmente. E voto quasi inutile, perché in base alla costituzione americana occorre l’avallo del parlamento statale, che è mancato. Ma secondo il Wall Street Journal, Long Island ritornerà presto alla carica. In molte parti dell’America, spiega il giornale, le province più agiate e più popolose reclamano l’indipendenza dallo stato a cui appartengono, quasi sempre per ragioni finanziarie. Il Wall Street Journal cita la California e la Florida del Sud, il West Kansas, la riserva pellerossa dei Navajos e altri. E pubblica una mappa del paese con una quindicina di nuovi stati, gli «Altered States», gli Stati alterati, non più gli Stati uniti. Potrebbero essere gli albori di una Lega come la nostra, anzi di varie Leghe americane.

MOVIMENTI AUTONOMISTI - Ma non sarebbe una novità: in America, i movimenti autonomisti si susseguono da due secoli. Ottennero il massimo successo nel 1819, quando lo stato del Massachusetts approvò l’indipendenza delle sue regioni settentrionali, dando nascita allo stato del Maine. E subirono invece la massima sconfitta nel 1860, quando la California si divise in due, ma il Congresso a Washington, sull’orlo della guerra civile, rifiutò di ratificarne la decisione. In un caso, quello dello stato di Franklin, che nel 1785 si staccò dalla Carolina del nord, l’indipendenza durò pochissime stagioni: il Franklin non riscosse tasse dai cittadini e andò in pezzi. Attualmente, a differenza dell’Italia, sono i leghisti del sud a volere l’autonomia in California, Florida ecc.

MENO TASSE - Come se la caverebbe il piccolo lo stato di Long Island? Bene, secondo il Wall Street Journal: avrebbe tre milioni di abitanti, sarebbe al trentesimo posto su cinquanta come prodotto interno lordo, attirerebbe più turismo, ridurrebbe la propria dipendenza dalla città di New York, la Grande mela, i suoi abitanti pagherebbero meno tasse. Diverrebbe il fratello maggiore del minuscolo ma prospero stato di Rhode Island, un poco più a nord. Seguendo il suo esempio, le province costiere dello stato del Maryland, alle porte di Washington, sognano di formare lo stato di Chesapeake, attorno alla grande baia. Sognano di assurgere a stato addirittura due città, Boston e Washington. In questi movimenti si nascondono i prodromi di future secessioni dagli Stati uniti? Impossibile, risponde il giornale, le vieta la Costituzione. Ma ciò non impedisce ai singoli stati di provarci di tanto in tanto, del tutto inutilmente. Nel 1933, ci provò il Nord Dakota, l’anno scorso minacciò di provarci il Texas, la settimana scorsa il Minnesota. Tutte cose che lasciano il tempo che trovano.

Ennio Caretto
17 aprile 2010(ultima modifica: 18 aprile 2010)



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