venerdì 16 aprile 2010

Rilasciati in Mali i coniugi Cicala

Corriere della Sera 




Erano stati rapiti in Mauritania il 17 dicembre scorso. Farnesina: «Massima cautela»
Rilasciati in Mali i coniugi Cicala Scortati da autorità locali e da personale italiano, sono in viaggio verso l'ambasciata a Bamako



Cicala e la moglie nelle mani dei terroristi

MILANO - Sergio Cicala e la moglie Philomene Kabouré sono stati liberati in Mali, secondo fonti locali. L’Unità di crisi della Farnesina sta verificando la notizia. I due italiani erano stati rapiti da Al Qaeda nel Maghreb il 17 dicembre scorso mentre si stavano recando con un fuoristrada in Burkina Faso, Paese natale della donna.

La coppia, scortata dalle autorità locali e da personale dell'ambasciata italiana in Mali, al momento sarebbe in viaggio verso la sede diplomatica a Bamako. «Stanno bene, sono stati recuperati da una pattuglia dell'esercito e ora sono in una zona di sicurezza», hanno spiegato fonti ufficiali del governatorato di Gao, nel nord del Mali. Le autorità maliane hanno atteso che gli ostaggi avessero lasciato la zona pericolosa prima di annunciare la loro liberazione.

FARNESINA - «Sulla vicenda vige il silenzio stampa. Naturalmente teniamo tutti le dita incrociate», ha commentato l'inviata speciale del ministro degli Esteri, Margherita Boniver. «La Farnesina si muove al momento con la massima cautela». Soltanto tre giorni fa Boniver, intervenuta a Canale 5, aveva detto di essersi recata su indicazione del ministro Frattini nella capitale del Burkina Faso. «Nei lunghi colloqui con il presidente e i ministri ho trovato una collaborazione totale. Sono passati più di tre mesi dal rapimento, ma non viene lasciato nulla di intentato per ottenere la loro liberazione».

Redazione online
16 aprile 2010





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Calciopolibis, ecco il dossier con le nuove telefonate Moggi: "Altri facevano peggio della Juventus"

Quotidianonet


Le 74 nuove intercettazioni che martedì prossimo saranno acquisite agli atti del processo, secondo lo staff legale di Moggi rappresentano il grimaldello per scardinare il castello dell’accusa. Dimostrano, in sostanza, che tutti parlavano con tutti


Bologna, 16 aprile 2010


E’ UN PROCESSO, ma sembra una partita di calcio. Una di quelle nelle quali i due allenatori dichiarano che avrebbero meritato i tre punti. Le 74 nuove intercettazioni che martedì prossimo saranno acquisite agli atti del processo, secondo lo staff legale di Moggi rappresentano il grimaldello per scardinare il castello dell’accusa. Dimostrano, in sostanza, che tutti parlavano con tutti. Un teorema che, secondo loro, avrà il fine di scagionare Moggi, con un probabile sviluppo sullo sfondo: arriveranno altre intercettazioni che coinvolgono dirigenti “inediti” della serie A del 2004-2005.

I pm Narducci e Capuano, che hanno già ascoltato le telefonate portate in aula, lasciano trapelare che non introducono nel processo elementi tali da migliorare la posizione di Big Luciano. Certamente, riconoscono i pm, confermano lo scenario secondo il quale i contatti con i vertici arbitrali erano un patrimonio di tanti, ma non spostano però la prospettiva del puntello accusatorio.

Moggi, rilevano i pm, telefonava per fini illeciti mentre le “nuove” intercettazioni non sono in alcun modo assimilabili a quelle di Big Luciano, rafforzando il convincimento dell’accusa che punta all’irrilevanza sia sotto il profilo penale che investigativo. Armi spuntate, dunque, secondo i pm. I magistrati sono convinti di aver segnato un punto in loro favore anche nella vicenda delle sim estere. Probabilmente per il clamore mediatico, osservano, non si è ben compresa la portata delle ammissioni di Moggi, sia pure in modo implicito, sul possesso delle schede telefoniche estere.

Durante l’interrogatorio dell’avvocato di Moggi, Paolo Trofino, al colonnello dei carabinieri Attilio Auricchio, il legale ha sottolineato che Moggi usava le sim per fare operazioni di mercato e ha chiesto al carabiniere, se questa ipotesi fosse stata controllata dagli inquirenti durante le indagini con i dirigenti di società e gli operatori del calcio mercato. Auricchio aveva risposto di no: "erano fatti irrilevanti".

Per Narducci e Capuano la circostanza rappresenta un dato di assoluto rilievo perchè mai Moggi aveva fatto ammissioni in relazione alla vicenda delle sim estere, messa a verbale però dai carabinieri durante l’interrogatorio all’ex dg bianconero nell’estate del 2006.

NEL FRATTEMPO, dalla procura di Napoli trapela che i magistrati sarebbero pronti a un colpo di scena fragoroso. Peraltro, dopo aver ascoltato la famosa intercettazione Facchetti-Bergamo, quella dell’ormai arcinoto "Metti Collina"— frase attribuita a Facchetti — i magistrati non hanno più dubbi: a pronunciarla è stato Bergamo e non l’ex presidente dell’Inter.

Un fatto che non sposta nulla secondo Luciano Moggi: "E’ ininfluente chi lo dice. In alcune intercettazioni che circolano da giorni Facchetti chiede “Mettimi il numero 1" (Collina ndr). Io queste cose non le ho mai fatte. Mi sono dilettato a fare il discorso della griglia con 5-6 arbitri, ma mai ho detto “mettimi questo”. Resta il fatto che il presidente dell’Inter chiedeva l’arbitro e la griglia, io no".

Sul fronte sportivo, dai piani alti di via Allegri — dopo che erano circolate notizie sul presunto possesso dei file audio delle intercettazioni da diverso tempo — arriva la secca smentita: "Mai avuti quei cd", è il senso della posizione della Figc, che prosegue nella fase di “costruzione” del fascicolo di “Calciopoli 2”, in attesa di aprire l’inchiesta, una volta acquisite le nuove intercettazioni.

ALTRE INTERCETTAZIONI

Bergamo a Facchetti: "A Racalbuto ho pensato io" 

DIGLI AL MISTER DI STARE TRANQUILLO

(20 febbraio 2005) Il presidente dell’Inter Facchetti chiama Bergamo che lo rassicura in merito alla designazione dell’arbitro Racalbuto.

F. Buongiorno Paolo.
B. Buongiorno non ci siamo più sentiti, è andata bene aPalermo!!!(...).
F. Adesso viene Racalbuto...
B. Digli al mister di stare tranquillo, perché lui ha un carattere, guarda, che se io potessi me lo toglierei di torno, però lo lasciano tranquillo, fa la sua partita, credimi. Io ci ho già parlato, con gli assistenti.
F. Perché con Racalbuto ho litigato io, con Racalbuto.
B. Ci ho già parlato e ci riparlo nel pomeriggio. Lo so mi ricordo tutto, so dei precedenti, di quando sei andato negli spogliatoi. Ma ci parlo io, vedrai che lo trovi rasserenato.
F. Va beh.
B. In bocca al lupo Giacinto.

"MI TROVI I BIGLIETTI?"

(20 marzo 2005) L’altro designatore Pierluigi Pairetto telefona a Facchetti per chiedere due biglietti per una partita dell’Inter. 


P. Ascolta Giacinto ti ho telefonato per chiederti una co... se è possibile, senza problemi, eh? Mi ha chiesto una persona per stasera due biglietti, qualsiasi posto, dove vuoi, senza nessun problema, se ti è possibile...
F. Adesso arrivo in sede ... perché ieri avevamo finito tutto...
P. Immagino, immagino...
F. Arrivo in sede e ti chiamo...
P. Ti dico: ma anche quelli di servizio, senza un posto a sedere, non lo so io, non c’è problema...
F. Va bene... Ti chiamo... ti chiamo dopo che arrivo in sede.
P. Guarda, senza farti problemi, perché io capisco... Comunque ripeto Giacinto, veramente senza problemi...
F. Va bene... dopo arrivo in sede vedo cosa si può fare...
P. Ecco, se riesci, due, qualsiasi posto non c’è problema.

ALTERATO IL REFERTO SU TOTTI

Bergamo e Pairetto, il 24 novembre 2004, parlano di Ayroldi (quarto uomo) che ha alterato il referto su Totti dopo Roma-Palermo 1-1 del 24 ottobre 2004. Nel referto il quarto uomo avrebbe dovuto scrivere del comportamento di Totti ("lo ha mandato a cagare") nei confronti dell’arbitro Trefoloni per cui, se messo nero su bianco, sarebbe scattata la squalifica per il capitano giallorosso la domenica successiva, quella di Juventus-Roma.

Pairetto. Ecco, poi c’è anche Ayroldi che deve uscire.
Bergamo. Ma Ayroldi....
P. E’ andato in B, Paolo.
B. Però Ayroldi si è comportato male eh..
P. Sì?
B. Sì, ho saputo in Roma, in Roma, Roma, Roma, Roma, in Roma, Roma, Roma, era il quarto, e dunque è successo questo: che alla fine della partita Totti l’ha mandato a cagare.
P. Umh!
B. E lui avrebbe dovuto scrivere che l’ha mandato, ma di brutto, non che l’ha mandato a cagare lui che ha mandato a cagare Trefoloni. E nello spogliatoio, mi senti?
P. Sì, sì.
B. Nello spogliatoio ehm, ha detto lui che se doveva scrivere, cioè che doveva scrivere questa cosa, insomma ha fatto un discoso non chiaro ed è stato ascoltato non da Matteo. Quando sono arrivati il giovedì all’allenamento, questo cretino di Ayroldi in allenamento parlando con un altro arbitro, e Matteo, parlando con Matteo ma con gli altri che sentivano, ha detto, oh meno male eh, non ho scritto di Totti, perché poi, ripensandoci, te lo immagini, giocavano con la Juventus e metti caso lo squalificavano e perdevano poi davano la colpa che non c’era Totti. Matteo ha detto, ma che cazzo dici? Io guarda che di questa storia la sai te, non la so io. No, sì, ma perché lui ha detto andate a cagare, guarda se, praticamente lui giustamente Matteo non ne ha voluto parlare perché mi ha detto guarda una cosa così detta oltretutto mentre ci sono gli altri è, dice, una bruciatura per lui, per me, ma credimi che io questa cosa assolutamente non l’avevo sentita per niente. Guarda. Noi non ne vogliamo sapere pubblicamente perché sennò andiamo a continuare a fare casino. Però con Ayroldi ci parleremo io e Gigi alla... al prossimo raduno perché la dobbiamo chiarire con lui, perché anche se lui una volta si prende un’iniziativa di questo tipo, la devi concordare con noi, non con se stesso e nemmeno puoi parlarne con te in allenamento e in presenza di altri. Ma, dice, fate voi. Io volevo informarti della cosa, ha detto, perché è andata esattamente così. A me mi sembra piuttosto gravuccia perché le cose sai, fintanto che si sanno le decidiamo e le affrontiamo, ma che lui di sua iniziativa che poi magari considera che è un ingenuo.

P. E’ proprio un coglioncello...
B. E’ un coglioncione non un coglioncello.
P. Perché lui non è un malizioso, infatti.
B. Per questo che dico è proprio un coglione. Gigi ma parlarne in presenza di altri...
P. E’ proprio da sciocchi...
 
IL RAGAZZO DOMANI GIOCA 


La telefonata tra Facchetti e l’ex vicepresidente federale Innocenzo Mazzini è del 26 maggio 2005. Oggetto della chiamata è il difensore Marco Andreolli, all’epoca all’Inter e difensore della nazionale Under 19. Andreolli è convocato per la partita di qualificazioni dell’Europeo Under 19 del 27 maggio pareggiata 0-0 contro l’Armenia in Ungheria. Poi però non ci sarà in quella successiva del 29 maggio, persa dall’Italia con l’Ungheria (0-3) perché tornerà a disposizione di Mancini, pur convocato con gli azzurri, che lo farà giocare al Meazza contro la Reggina (al posto di Favalli dal 10’ st) in campionato.

Facchetti. Pronto?
Mazzini. Giacinto, sono Innocenzo Mazzini.
F. Mazzini sì, aspetta un attimo eh.... Innocenzo aspetta, (ti richiamo dopo ciao, ciao). Eccomi! Innocenzo?
M. Io sono qui, tu sei un mio amico e telefoni in federazione, i ragazzi nella nazionale non me li chiamano.
F. Eh non sapevo chi dovevo chiamare.
M. Tu devi chiamare al di là dei nazionali Innocenzo Mazzini.
F. E adesso vedrai che chiamo te direttamente.
M. Per cui tu ti trovi anche meglio, anche perché dopo sennò vengono fuori un sacco di casini che non si sa come gestirli.
F. Ma io pensavo che...
M. Mi dici ma che sta succedendo? Con questo Andreolli? No, sta succedendo che prima fanno un certificato falso, poi.
F. No, no, no, quello lì del certificato falso è veramente una palla grossa come una casa.
M. L’avete mandato però.
F. Eh ma perché il nostro medico ha fatto questa ecografia e secondo lui c’era una lesione tra primo e secondo grado. Poi... Questo ragazzo è venuto a fare l’allenamento e facendo allenamento, scaldandosi, così, non ha sentito male e allora Mancini, Mancini l’ha portato, l’ha voluto portare a Genova, però poi a Genova non si è fidato e l’ha mandato in tribuna. Allora l’abbiamo lasciato venire lì, adesso Mancini chiama e dice ma io domenica devo farlo giocare, sono senza...
M. Ma questo ragazzo è a far l’europeo, domani gioca eh!
F. Eh lo so.
M. E’ in Ungheria questo ragazzo.
F. Ah è in Ungheria.
M. Eh no.
F. Cosa vuoi che ti dica guarda.
M. Ma poi ci ha dato la lista all’Uefa, io, io, io Giacinto fo qualsiasi cosa, ma insomma c’è un minimo di decenza bisogna averlo.
F. Ma guarda, io non so cosa dirti perché non sapevo neanche.
M. Ma questi ragazzi sono in Ungheria, a 300 chilometri da qua eh!
F. Sì, sì, infatti. Adesso lasciami chiamare.
M. Cercami perché io...Poi se c’è qualcosa che non ti torna, chiama Berrettini e parla con Berrettini semmai.
F. Ah ma io... lo sai, io chiamavo, chiamavo lì.
M. No te chiama me, sennò si fa solo casini, dà retta a me.
F. Lasciami qui il tuo, no, ce l’ho scritto.
M. Il mio tu c’hai quello personale, mio.
F. Ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho, vabbene.
M. Il ragazzo domani deve giocare.
F. Eh lo so, lasciami....
M. Sono le qualificazioni... è il campionato europeo eh. Io poi fate come vi pare che vi devo dire?
F. Ma no, ma no, cosa vuoi che ti dica, io non riesco a capire come, come non so, adesso un ragazzo così sia indispensabile all’ultimo...
M. Ma non scherziamo, via ora io e te ci si conosce bene, ora che l’abbia bisogno di far giocare un ragazzo...
F. Mahhh.
M. Ma insomma, mettiti anche nei panni di una federazione che l’è a difendere un titolo europeo. Insomma tu lo sai che vuol dire?
F. Sì, sì ma no, io... vabbè dai. Adesso fammi richiamare che s’è messo in testa domenica lo vuol fare giocare. Lasciami vedere un attimo, va bene?...

"LA PARTITA CON LA JUVE PREPARATA BENE"

Il 26 aprile 2005 Bergamo chiama Facchetti. I due parlano prima di Juve-Inter del 20 aprile, vinta dai nerazzurri per 1 a 0 con gol di Cruz e arbitrata da De Santis. Poi di Messina-Inter persa dai nerazzurri 2-1 al 90’ con gol decisivo di Rafael.

Facchetti-Bergamo (26 aprile 2005, ore 11.36)

Bergamo. Giacinto.
Facchetti. Paolo.
B. Buongiorno, come stai?
F. Buongiorno, scusa eh, la settimana scorsa era il tuo compleanno e io...
B. Ma figurati!
F. L’ho visto adesso.
B. Ho goduto insieme a te qualche giorno poi domenica, Dio santo ragazzi ma, come è possibile.
F. Ma guarda dovevamo fare cinque gol eh, è incredibile guarda. Già ero arrabbiato a pareggiare, figurati.
B. M’ha detto Farina dice la partita poteva finire 4-1, 5-1.
F. Ma va, ma va. E’ incredibile.
B. Perché con la Juve invece hanno fatto una bella prova e, ma in Coppa Campioni forse c’era stato...
F. Sì, sì lo so. Ma non... E’ che quando ti sembra di avere in mano la partita si rilassano, pensano che sia finita invece, non sai non è
mai finita e con un gol solo di vantaggio non...
B. E poi nel nostro campionato, partite facili non ce n’è nemmeno
una e... tutti ci tengono a vincere, Ci tengono magari a fare risultato con le grandi squadre.
F. Ma guarda che il primo tempo io ero in tribuna, dicevo, sembrava una partita contro una squadra che era lì a...a far solo allenamento,perchè erano veramente, non riuscivano a passare la metà campo, han fatto un tiro in porta nel primo tempo per un rimpallo, così.
B. Sì, sì.
F. Ma guarda eh, ti dico era da arrabbiarsi solo, anzi per il pareggio.
B. Poi arriva un traversone e un piccolino di un metro e sessanta fa gol. Ma è incredibile!
F. Mahh, perché perché penso sbagliano sui cross i difensori di
adesso fanno degli errori di posizione incredibile.
B. Non sanno marcare.
F. Ma no, loro col fatto della zona, non capiscono che quando sei lì in area devi essere vicino all’uomo non....
B. E certo.
F. Ma, va be! Sei a vedere qualche partita? Sei a qualche...?
B. No, no, questa settimana no. Sto preparando delle partite di domenica, sì. Eeee, beh domenica giocate in casa, comunque... Ci ho
tenuto molto la partita con i... con la Juventus, credimi perché la partita era stata preparata bene. D’altra parte (...) lui deve pensare ai mondiali non può pensare ad altre storie quindi....
F. Certo.
B. Mi ha accontentato in quella partita, sì. Devo dire di sì.
F. Eh beh, noi adesso... dobbiamo riprenderci subito qui.
B. Senti fra le altre cose poi avevo, avevo una voglia di fare un salto a Milano per farti vedere delle cose... però per il prossimo anno, che è l’interesse vostro perché vorrei lasciare ecco le cose sistemate bene. Io magari ti do una telefonata.
F. Quando vuoi, va bene...

MANCINI SI DEVE CALMARE 


Il designatore Bergamo parla con Facchetti, il 14 maggio 2005, alla vigilia di Inter-Livorno 1-0 e chiede anche alcuni biglietti per dei suoi clienti.

Bergamo. Ti devo dire che è difficile arbitare l’Inter, non c’è un giocatore che accetta le decisioni dell’arbitro, Veron protesta, Materazzi protesta, Cambiasso protesta, Mancini protesta e non finisce la partita e protesta con Copelli, bisogna provare a far capire ai giocatori che si crea un clima difficile anche per l’arbitro...
Facchetti L’allenatore glielo dico oggi... già lui è uno che si incazza...
B. Eh lo so... gli arbitri lo hanno preso di mira parlano fra loro... io non è che sento... ma c’è questa lamentela e non fa bene... Noi ormai siamo al capolinea e te lo dico con l’affetto che ho per voi. Io ho parlato con Trefoloni proprio di questo e lui dice che contro Mancini non ha nulla mi dice ‘è un grande allenatore ma è uno che non mi sopporta, lo infastidisco... guarda io se le cose vanno bene...io altri dieci anno sto qua...’ e Mancini dovrà fare i conti con Trefoloni per anni ed anni per anni...vedi Ancelotti, sempre pacioso, non litiga mai con nessuno e poi lo stesso Capello che fino a due anni fa era rissoso poi ha capito che non giovava a nessuno e ha cambiato atteggiamento... Mancini bisogna che faccia la stessa cosa se ha ancora ambizioni...

TREFOLONI E QUEL FALLO SU KAKA’ 


Galliani chiama Bergamo dopo la partita con il Lecce il 17 maggio del 2005, disputata due giorni prima (2-29. I due parlano della sfida scudetto vinta la domenica precedente dalla Juve al Meazza, decisiva per l’assegnazione del titolo. Poi la conversazione si sposta sulla gara con i pugliesi, nella quale Konan commette un fallo pericolosissimo su Kakà e viene giustamente espulso dall’arbitro Trefoloni. Konan sarà squalificato per tre turni. Ascoltando l’intercettazione si scopre che Bergamo farà riscrivere il referto a Trefoloni per punire pesantemente l’attaccante del Lecce.

Bergamo. Con la Domenica sportiva che dà spazio ancora a Semeraro per poter dire delle... io mi sono sentito proprio obbligato ieri mattina a chiamarla... così per per manifestarle magari la solita solidarietà perché.... è una cosa veramente...

Galliani. Non una parola contro questo fallo che io ho definito criminale.
B. Sì sì.
G. Se lei lo guarda questo cerca di spaccare la gamba all’avversario, cerca di far ma...
B. Sì sì.
G. Adesso io ne parlavo anche ieri con Carraro, noi questa tolleranza zero la dobbiamo usare anche nei confronti dei giocatori perché nel gioco del calcio i falli ci sono, ci si fa male eccetera...ma chi scientemente... e lo e lo si capisce quando uno scientemente vuole fare del male a un avversario, non vuole entrare sul pallone li dobbiamo... li dobbiamo punire in una maniera esemplare perché tu non puoi fare rovinare la carriera a un altro...
B. Sì, sì.
G. Ha visto a Jankulovski cosa gli è capitato...
B. Sì, sì.
G. Jankulovski, voglio dire, ha la frattura del perone e sta fuori tre- quattro mesi.
B. Ma se lui... Kakà non se ne accorge eeeeh... è rovinato.
G. Gli trancia la gamba, gli trancia la gamba...
B. Mah... io guardi.. Siccome Trefoloni sa... Quando si fa rapporto... Il bello del rapporto fatto nello spogliatoio è ... è che scrivi subito quello che vedi, ma a volte non puoi dare l’enfasi giusta al fallo...Io ieri non le nascondo che ho chiamato Trefoloni, abbiamo riscritto il rapporto con i toni giusti...Perché sennò anche il giudice sportivo non avrebbe avuto il...
G. Esattamente...
B. Io non ho voluto nemmeno che ci fosse un supplemento di rapporto perché sennò qualcuno poteva pensare che hanno fatto un supplemento per punire... Ho chiam... Tanto a lei posso dirlo..
G. Sì
B. Ho chiamato Stefania e le ho detto guardi Stefania... mmmmh... mi usi una cortesia siccome Trefoloni ha fatto rapporto nello spogliatoio in un momento molto concitato noi le facciamo avere un altro rapporto...
G. Certo.
B. Che è vero, scritto di pugno da lui perché è giusto che prendiate anche una squalifica esemplare... Stefania mi ha ringraziato, mi ha detto mah Bergamo se me lo dice lei non ci sono difficoltà perché senno veramente...
G. Assolutamente... Ma questa cosa va applicata anche ai giocatori del Milan, ci mancherebbe altro, io ne ho parlato a lungo e quindi non lo faccio perché questo ha cercato di far male a un giocatore mio.
B. Noooo.
G. Ma dopo aver visto il fallo di Cufrè su Jankulovski, dopo aver visto questo... Adesso ormai questo campionato è finito... Io lo dicevo a Carraro: noi dobbiamo massacrarli i giocatori che scientemente fanno del male a un altro, io arrivo a ipotizzare.. non so se passerà ma mi ci battero...Io arrivo a ipotizzare che quando un fallo è intenzionale cioè voluto.. tu lo squalifichi per la durata dell’infortunio di quell’altro..
B. (incomprensibile)
La conversazione prosegue sui falli duri, sulla lealtà in campo e poi sulla prossima finale di Champions del Milan con il Liverpool.
G. Lei viene a Istanbul?
B. Mah io ho provato ma ci sono un sacco di problemi...
G. No ma scusi...
B. Non ci sono voli non ci sono.
G. No, ma perché lei non viene... Mi scusi eh qui c’è una squadra italiana che sta, che sta... lottando per coso.. Io scusi lei e sua moglie siete invitati sul volo che fa il Milan il martedì e il giovedì e adesso invitiamo anche Pairetto così non c’è niente... nessuno da dire.. Scusi eh noi rappresentiamo l’Italia...
B. Se mi invitate le dico (incomprensibile le voci si sovrappongono)... vengo...

PRADÈ-MAZZINI "PUNTIAMO SU DI TE" 


Telefonata del 21 maggio 2005 fra il vicepresidente federale e il direttore sportivo della Roma.

Mazzini. Non mi rispondi più al telefono, ti sei montato il capo anche te per una vittoria, ora?
Pradè. Ma chi è?
M. Sono Innocenzo Mazzini, sono il tuo presidente...
P. Mamma mia, come è possibile che non rispondo a te, ma scherzi? Con tutto quello che stai facendo per noi...Non l’avevo sentito, Innocenzo...lo sai che punto molto su di te...mi piacerebbe molto incontrarti e parlarti...
M. Sì tesoro mio...
P. ...anche con la dottoressa Sensi, incontrarti.
M. Sì, sì, vabbè. Però domani...grande, eh...
P. Io sono molto preoccupato per domani, eh...(Atalanta-Roma 0-1, ndr)
M. Anch’io sono tanto preoccupato...ma quegl’emeriti cretini che tu hai in squadra...hanno rivoglia, hanno entusiasmo o sono sempre sbracati?
P. Sono sempre come...la partita, l’altro giorno, l’abbiamo vinta perché quando c’è in campo Francesco può succedere di tutto.
M. Ho capito. Guarda che loro...è una squadra.
P. Lo so che sono una squadra.
M. L’ho vista a Firenze, l’ha presa a pallate, come squadra.
P. Basta, chè mi metti ‘sta ansia addosso...
M. No perché ho visto che hanno il ragazzo bravo bravo sulla destra...l’hanno squalificato mi sembra
P. Squalificato lui e non gioca neanche Natali...è importante.
M. Bene, bene...perché questo spilungone le ributta...capito? Anche sto Natali gli dà la capocciata, gli è alto...la ributta in su, la palla.
P. Sì, sì.
M. Ma mancando questi due...sono pedine importanti.
P. Vero.
M. Comunque tu troverai un ambientino...meno male tu sei tutelato...molto.
P. Mmm...
M. Chè c’è un grande arbitro...(Bertini, ndr).
P. Quanto grande?
M. Grandissimo...Mi raccomando a te: determinazione, voglia, corsa. Tutte cose che dovresti avere però non so se ce l’hai...
P. Non ce l’ho.
M. Però tielli insieme, dai, forza...
P. D’accordo, grazie Innocenzo..
M. Ci sentiamo la prossima settimana a salvezza...tocchiamoci le palle. Va bene...

SPALLETTI-BERGAMO  "HO MESSO PISACRETA E GRISELLI"

Telefonata fra il designatore Bergamo e Luciano Spalletti, all’epoca allenatore dell’Udinese. Il contatto è del 12 maggio 2005.

Spalletti. Eh, insomma, siamo a un punto un po’ stressante...Però ci siamo comportati bene, come ti avevo promesso. Hai visto?
Bergamo. Sì, ma come mai ti sei fidato di fare battute a...prima l’hai fatto a Mazzoleni, io non t’ho chiamato perché eri in un momento, come ora, di particolare stress...Poi ieri sera ci sei ritornato sopra...Ma come mai, fammi capire cosa c’è che non...
S. No, no, ci sono tornato sopra perché c’era Luca e siccome lo conosco mi dispiaceva...
B. Ma Luca è uno bravo...
S. Sì sì, per l’amor d’iddio, è uno bravissimo...Ma ieri sera non l’ho fatte come l’altra volta nel senso di...di essere preso da un momento di nervosismo, capito? L’altra volta...
B. Eh, ma questo è un giovane, capito? M’ha chiamato tutto allarmato, dice ‘ma come mai’...
S. Allora l’ha interpretato male...tra l’altro io lo conosco lui perché...ho giocato nella città dove lui abita, capito? Questo mi diapiace, poi quando lo vedrò...
B. Io l’avevo tranquillizzato, perché gli ho detto, insomma, guarda che questo è uno degli allenatori più seri che abbiamo, quindi voleva dire tutt’altre cose...Poi ieri sera ci sei ritornato sopra. Ho detto allora ci deve essere qualcosa, semmai dimmelo, perché io sto facendo il massimo...nel senso di attenzionare...
La conversazione prosegue su alcuni episodi contetati nelle partite precedenti.
B. C’avete lo spareggio domenica (Udinese-Sampdoria, quarte a pari punti, ndr), quindi sai...domenica è anche facile perchè tanto è una fascia di internazionali, quindi oh...
S. Chi capita capita è sicuramente buono...
B. Chi capita capita no, perchè tra quelli che ci sono c’è anche un livello diverso diciamo di esperienza, di qualità e di rapporti interpersonali, per cui stiamo a vedere...Comunque sono sette partite con sette internazionali, sai, il discorso si pone anche su un piano diciamo più legittimato in partenza, nel senso che più internazionali, Collina compreso, non ce l’ho...visto che Collina tanto non mi può fare ne il Milan ne la Juve, lo metto lì...non so, viene a Udine e bene o male mi garantisce uno spareggio tra voi e gli altri, dove si spera non lasci strascichi, poi anche gli altri son buoni. Però non sono tutti buoni nello stesso modo...Io ti posso anticipare che a scanso di ripensamenti dell’ultimo momento, gli assistenti lì ho già fatti. Quindi, viene Pisacreta che per noi è il numero uno, e Griselli che è quello di Livorno che come rendimento quest’anno è stato il numero uno. Quindi sei bello blindato, poi il sorteggio vediamo cosa ti dà tra gli internazionali che abbiamo in griglia, dai...

DE SANTIS-MEANI LE MAGLIE PRIMA DEL DERBY

De Santis, arbitro del derby Inter-Milan 0-1 del 27 febbraio 2005, parla con l’addetto agli arbitri del Milan Leonardo Meani.

De Santis. Visto che non vieni no ci fai una cortesia?
Meani. Eh
D. S. Ci porti quattro maglie di quelle che c’hai te con la scritta Opel che c’ha il collettino alto tutte attillate?
M. Gliel’ho già detto a quel testa di cazzo del tuo quarto uomo: non ne
abbiamo, ce le abbiamo misurate, Ce ne sono per quei 18 che vanno in campo, perché non le abbiamo più in magazzino comunque appena arrivano dagli Stati Uniti te le facciamo facciamo avere pirla...tu e quel... calci nel culo
D. S. Comunque puoi anche salire, te devo comunicare che devo fà coi capitani
M. Ho capito, aspetta...
di Paolo Franci





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Preoccupati per la privacy? Google libera i vostri dati

La Stampa

Presentato a Milano il progetto "Data Liberation Front"
Oggi Google ha presentato a Milano il progetto "Data liberation front": un nuovo approccio alla riservatezza dei dati nell'era digitale che dovrebbe calmare chi - a partire dal giudice che l'ha condannata nel caso Vividown - si preoccupa che il motore di ricerca proprietario di YouTube non rispetti la privacy.

Brian Fitzpatrick, responsabile Google per il progetto, ha illustrato sulla terrazza di Reti (era presente Guido Scorza, l'esperto di Internet e legge che citiamo e consultiamo spesso in questa rubrica) il nuovo approccio alla privacy messo a punto. Fitzpatrick ha spiegato che il progetto Data Liberation Front mira a fornire una soluzione innovativa, pratica e tecnica alla libera gestione dei dati personali da parte degli utenti nei prodotti di Google.

Il progetto è basato sui due principi di scelta e fiducia: "Choice and Trust". Perchè, ci spiegano i dirigenti di Google, l’utente deve essere libero di scegliere e gestire l’uso dei propri dati personali, e ciò deve essere possibile grazie ad un semplice clic che permetta l’esportazione, la cancellazione o il trasferimento dei propri file, foto, documenti, email.  Se nel mondo reale quando si decide di cambiare casa è implicito portarsi via tutte gli oggetti personali (foto, libri, mobili…), così deve esser possibile nel mondo virtuale.

Oggigiorno ogni utente possiede un vero e proprio “patrimonio 2.0” che non può esser gestito con sistemi chiusi senza via d'uscita, ma con un sistema comparabile alle uscite antincendio dei palazzi: ognuno deve essere consapevole che esiste una via d’uscita sempre disponibile e accessibile con un semplice clic.  Chiaro, no? Il fatto è che Google è molto più avanti di tanti utenti che navigano sul Web senza patente... e che questa consapevolezza non ce l'hanno.

Causando poi quei "casi" che fanno esplodere sterili polemiche sui media. Una sana e consapevole EDUCAZIONE all'uso di Internet, all'alfabetizzazione digitale, diventa sempre più urgente. Deve entrare nell'agenda del servizio pubblico ai cittadini, delle scuole, e delle aziende. Non si può delegare anche l'alfabetizzazione a Google. Però bisogna ammettere che sono dei grandi maestri...






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Così si svezzano i «cuccioli» kamikaze

Corriere della Sera



I figli dei «martiri» degli Shabab instradati alla Jihad. Sul web un video documenta l'opera di propaganda La preparazione alla guerra santa avviene attraverso giochi e quiz



Un frame del filmato

MILANO

«I figli dei martiri in Somalia si preparano a diventare come i loro padri». E' con queste parole che si apre il video prodotto dai Giovani Mujahidin dal titolo «I cuccioli dei martiri». Si tratta del primo filmato realizzato dal gruppo jihadista somalo interamente dedicato all'educazione dei bambini, e in particolare dei figli dei propri combattenti morti durante le operazioni jihadiste condotte contro il governo transitorio.


LA JIHAD COME UN GIOCO - Il filmato, della durata di 27 minuti, è stato diffuso sui forum jihadisti in Internet e mostra in che modo, tra gare e giochi, i capi di Al Qaeda in Somalia insegnano ai bambini l'importanza del martirio e dell'uso delle armi contro i «miscredenti». Il documentario si apre con l'immagine di un bambino somalo che prova un'arma giocattolo. Non si tratta di un bambino qualsiasi, ma del figlio del primo kamikaze degli «Shabab».

Il padre si chiamava infatti Abdel Salam Hars Mahmoud, uno dei primi miliziani degli «Shabab» addestrato dal loro defunto capo Abu Talha Sudanim. L'uomo è noto in Somalia per essere il kamikaze che lo scorso 11 ottobre 2007 si è fatto saltare in aria contro la sede del parlamento di Baidoa, allora ancora in mano al governo transitorio e oggi sotto il controllo della formazione islamica, provocando il ferimento dell'ex presidente somalo Abdullah Yusuf. Si tratta dell'operazione jihadista che ha dato il via all'espansione dei Giovani Mujahidin in Somalia.

Il figlio del kamikaze viene oggi educato affinché possa emulare il padre. Nel video, le foto dei due vengono affiancate per simboleggiare il passato e il futuro di al-Qaeda in Somalia. «A quattro anni di distanza da quell'attentato - spiega il capo degli «Shabab», Mukhtar Abu Zubeir, parlando in arabo - è ancora possibile vedere le conseguenze di quell'attentato a Baidoa. Quell'azione è stata alla base dell'offensiva che ci ha permesso di conquistare la città. Questo perché la strada verso la vittoria della nostra religione è lastricata dal sangue dei nostri martiri passati e di quelli che verranno».

FESTA E PROPAGANDA - La seconda parte del filmato si concentra invece sull'educazione imposta dai seguaci di Osama Bin Laden ai bambini somali. In particolare, viene mostrata una festa organizzata dal gruppo jihadista nei giorni scorsi a Mogadiscio a cui hanno preso parte i figli dei miliziani del gruppo uccisi in combattimento. Si tratta di un evento previsto dalla dottrina salafita islamica che tra il gioco, che si svolge sempre nei limiti della Sharia, e le gare di memorizzazione del Corano e di conoscenza dei principi islamici, offre un'occasione di indottrinamento dei più piccoli. L'obiettivo è quello di abituarli alla cultura e alla mentalità del jihad e del martirio. Come mostra il video, la festa si è tenuta in un ambiente ameno, ovvero in una sala addobbata con uno striscione con case colorate e prati verdi, mentre sul tavolo degli organizzatori appaiono led luminosi.

«FATE COME I VOSTRI PADRI» - A introdurre e gestire la manifestazione ci sono lo sceicco Ali Mahmoud Raji, portavoce degli «Shabab», e Abu Mansur al-Amriki, il cittadino statunitense che figura tra i capi di al-Qaeda in Somalia e che da diversi anni si occupa dell'addestramento delle nuove leve per conto della formazione armata. «Dovete sforzarvi di imparare i principi della religione islamica - afferma Raji - in modo da fare come i vostri padri che hanno innalzato la bandiera dell'Islam».

Sedute in fondo alla sala ci sono le mogli dei kamikaze, tutte vestite di nero e con il volto coperto dal niqab, mentre al loro fianco ci sono decine di bambini dai 3 ai 7 anni che prendono parte alla gara nella speranza di ricevere uno dei premi posti su un tavolo all'ingresso. Sono in palio giochi, come palle e macchinine, ma anche pistole e fucili giocattolo per abituarsi a combattere.

IL QUIZ SULL'ISLAM - Il gioco prevede che il presentatore dell'evento, il cui volto viene oscurato nel video per motivi di sicurezza, ponga alcune domande ai bambini. Alcuni esempi: «Qual è il mese nel quale si digiuna? Quali sono i principi dell'Islam?». I piccoli, divisi in squadre, rispondono subito. Le domande iniziano a essere più difficili quando bisogna riconoscere le foto di alcuni personaggi storici di Al Qaeda.

A richiedere maggiore sforzo è stato individuare la foto del defunto capo di Al-Qaeda in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi, mentre i bambini hanno subito riconosciuto Moallim Adam Haashi Ayrow, leader locale del gruppo terroristico ucciso in un raid aereo americano nel maggio del 2008. Come i loro padri, anche i bambini festeggiano la vittoria della gara gridando ''Allah e' grande'' e attendono felici la consegna dei regali. La festa si e' conclusa con una merenda e con i piccoli che scandivano canti islamici innalzando la bandiera nera di Al-Qaeda e le pistole giocattolo.

«Purtroppo sono molti i bambini che vengono addestrati dagli Shabab - spiega il direttore della radio Shabelle di Mogadiscio, Hasan Osman, ad Adnkronos International -. Da quando i combattimenti nella capitale sono diventati piu' cruenti e hanno deciso di avanzare per conquistare la città, i miliziani islamici si sono concentrati sull'educazione dei bambini al combattimento. Ieri sera e questa mattina sono ripresi i combattimenti in città tra ribelli e governo transitorio e abbiamo visto ragazzi di 14 anni combattere tra le fila dei Giovani Mujahidin».

L'ORA DI JIHAD A SCUOLA - I Giovani Mujahidin somali, gruppo legatio ad Al Qaeda e che assunto il controllo di quasi tutte le province meridionali della Somalia, hanno deciso di introdurre l'ora di jihad a scuola. Secondo quanto rivela il preside di un istituto di Jowhar, città a nord di Mogadiscio, al sito saudita 'Aafaq', i cosiddetti «Shabab» gli hanno inviato una circolare nella quale si legge che «all'interno delle scuole controllate dal movimento islamico e' stato reso obbligatorio l'insegnamento del jihad come disciplina di studio».

Solo ieri alcuni insegnanti della zona avevano denunciato che gli «Shabab» avrebbero vietato l'uso della campanella nelle scuole del paese in quanto «troppo simile a quello delle campane delle chiese cristiane». Oggi, invece, alcuni forum jihadisti in Internet hanno pubblicato le foto delle apparecchiature sequestrate ai giornalisti del servizio somalo della Bbc, tra cui un ripetitore, una parabola e diversi registratori, ai quali è proibito operare nel paese in quanto diffusori «della propaganda cristiana e occidentale».

Hamza Boccolini / Adnkronos
16 aprile 2010



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Aspettando la nube vulcanica

Corriere della Sera


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Potrebbe scavalcare le Alpi e arrivare su di noi nelle prossime ore. Ma arriverebbe diluita e inoffensiva. Preoccupazioni in Gran Bretagna per possibili affezioni respiratorie


MILANO – Riuscirà la nube del vulcano islandese a scavalcare le Alpi e a espandersi sopra le nostre teste? Se lo chiedono in molti in queste ore in cui i cieli dell'Europa Settentrionale sono stati invasi dalle ceneri e dai vapori eruttati mercoledì 14 aprile scorso dall’Eyjafjallajokull, lo strato-vulcano entrato in attività dopo un secolare riposo. Scavalcare è detto in senso metaforico, poiché la sommità della nube si trova a circa 4.000-5.000 metri d’altezza e, se continuassero le correnti verso sud-est attualmente prevalenti, essa non avrebbe difficoltà a superare la barriera alpina e a dilagare nel Mediterraneo.

«Certo, se mai dovesse arrivare da noi, sarà già molto dispersa –rassicura la ricercatrice Maria Fabrizia Buongiorno, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), da ore intenta a seguire le evoluzioni della nube vulcanica sulle immagini dei satelliti Meteosat-. Abbiamo visto che, a partire dall’Islanda, la nube si è allargata prima verso l’Inghilterra e la Scandinavia; poi, più a Sud, verso Francia Belgio, Germania e Polonia. Ora stiamo cercando di valutare la sua consistenza, anche se la presenza di sistemi nuvolosi più alti in quota ne disturba l’osservazione dall’alto».

CANNONE LASER - Ma c’è anche chi sta tentando di osservare la nube dal basso, cioè da terra: «Fino a ieri sera (giovedì 15 aprile) non c’erano particelle vulcaniche lungo tutta la colonna di atmosfera sopra le nostre teste fino a 15 km d’altezza», ci informa il professor Guido Visconti, fisico dell’atmosfera di fama internazionale all’università dell’Aquila, che utilizza per le sue osservazioni un Lidar, una specie di cannone laser, situato nella stazione di monitoraggio atmosferico di Preturo.

«In pratica –spiega lo scienziato- spariamo verso l’alto sottili raggi di luce verde che si riflettono sulle minuscole particelle sospese in aria. Analizzando questi riflessi con un telescopio da 80 cm di apertura, siamo in grado di desumere le caratteristiche fisiche delle particelle intercettate». Nelle prossime ore sono previsti altri «spari laser»: se la nube arriverà sopra di noi, anche molto diradata, non potrà sfuggire alle sofisticate apparecchiature di Preturo.

COM 'È FATTA LA NUBE - La nube, all’origine, cioè immediatamente sopra al punto di emissione, era un mix di vapor d’acqua, anidride solforosa, composti del fluoro e ceneri vulcaniche a base di silicio, spiega il vulcanologo Piergiorgio Scarlato, dirigente di ricerca dell’Ingv. «Essa è il risultato del contatto esplosivo fra il magma incandescente, fuoriuscito da una lunga fessura del vulcano islandese, e il ghiacciaio che lo ricopre.

L’esplosione ha proiettato fino a svariate migliaia di metri questo mix di minuscole particelle solide, liquide e gassose. Poi, sospinto dalle correnti meridionali, il pennacchio vulcanico ha cominciato il suo viaggio verso l’Europa, aprendosi a ventaglio e disperdendosi, mentre la componente più pesante della nube, cioè le sottili ceneri vulcaniche, si separavano e tendevano a scendere di quota rispetto ai gas».

RISCHI PER LA SALUTE - Per fortuna la nube non è stata alimentata, almeno finora, da ulteriori episodi esplosivi. Quindi il rischio che la sua ricaduta su località densamente abitate del Nord e del Centro Europa possa provocare affezioni respiratorie, sembra limitato. Tuttavia gli operatori sanitari del Regno Unito, dove ha ristagnato una frazione più densa della nube, sono in preallarme. Le componenti più sottili delle ceneri e i composti dello zolfo e del fluoro, se inalati, potrebbero, infatti, aggravare le condizioni di salute di quanti sono già affetti da problemi respiratori, in maniera del tutto analoga a quanto accade quando vengono superati i limiti dell’inquinamento dell’aria a causa delle emissioni antropiche.

PERICOLI PER GLI AEREI - Il rischio più importante rimane quello a carico degli aerei, i cui motori e sensori possono risultare gravemente danneggiati dalle micro particelle abrasive di silicio di cui sono fatte le ceneri vulcaniche in sospensione. Ma, nel giro di un paio di giorni, anche la concentrazione di queste particelle, grazie alla diluizione provocata dal rimescolamento dell’aria, dovrebbe scendere sotto i livelli di guardia. Fra tante preoccupazioni, c’è un effetto esteticamente piacevole provocato dalla nube vulcanica.

Da ieri sera, nei cieli di gran parte dell’Europa, si sono verificati spettacolari tramonti color rosso vermiglio. Sono la diretta conseguenza di un fenomeno di diffusione della luce solare causato dalle particelle di cenere. Il fenomeno, già noto e descritto in occasioni di precedenti eruzioni di portata continentale o globale, ha scatenato, grazie al tam tam di internet, la corsa all’organizzazione di “sunset party”, durante i quali, amici, innamorati, appassionati di fenomeni atmosferici, si godono il Sole più rutilante che si possa mai vedere.


Franco Foresta Martin
16 aprile 2010


Peppino di Capri, Roberta non ascolta più «Mi lasciasti incinta di nostro figlio Igor»

Corriere del Mezzogiorno




L'ex moglie del cantante, famosa per una canzone, scrive una lettera in cui racconta la fine del loro grande amore


NAPOLI




«Non è vero che non ti voglio più. Lo so, non mi credi, non hai fiducia in me. Roberta ascoltami, ritorna ancor ti prego. Con te ogni istante era felicità ma io non capivo, non t'ho saputo amar».
Sono i versi, famosissimi, di una delle più celebri canzoni di Peppino di Capri, «Roberta». L'allora giovane ma già affermato cantautore caprese la dedicò all'ex moglie Roberta Stoppa. Ma quella che negli anni '60 sembrava una perfetta storia d'amore, si rivelò poi un dramma sentimentale per la donna, che ora ha trovato il coraggio di scrivere all'ex marito una lettera su «Di Più» in cui racconta la sua versione dei fatti: «Caro Peppino - scrive Roberta -dopo 40 anni di silenzio ora parlo io. Mi hai fatto soffrire molto; te ne sei andato da un giorno all'altro quando ero incinta di nostro figlio Igor».

fotogallery


La polemica tra i due vecchi coniugi nasce proprio sulle pagine del settimanale diretto da Sandro Mayer, dove qualche settimana fa Peppino di Capri ha raccontato di aver lasciato la donna dopo un periodo di crisi profonda. Pronta la replica dell'ex modella, che conobbe il cantante da giovanissima sposandolo nel 1961, ispirandogli i primi successi come «Nun è peccato» e «Malatia», prima che lui incontrasse Giuliana, sua consorte attuale da cui ha avuto i figli Edoardo e Dario (quest'ultimo oggi alla ribalta nel film di Alessandro D'Alatri «Sul mare»).

Carta e penna alla mano, Roberta (che oggi ha 68 anni) mette i suoi puntini sulle I: «Tu, Peppino, sostieni che siamo una famiglia allargata - scrive -. Ma non è così: non potrò mai essere amica di tua moglie». Non è però l'unico «sassolino» che si toglie dalla scarpa: «Dici di avere ottimi rapporti con nostro figlio Igor. In realtà tra voi c'è pochissimo dialogo. Non mi ha fatto piacere leggere che lui, Igor, sia stato il frutto di un tentativo di riconciliazione tra di noi, quasi un errore di percorso».

Ma ci sono anche i ricordi dolci. Roberta chiama con affetto Peppino «Pepi», col soprannome dell'epoca. «Ricordi? Ci conoscemmo a Ischia durante un ricevimento dell'editore Angelo Rizzoli. Tu ti esibivi al pianoforte; io ero tra gli ospiti. All'epoca ero una delle modelle più pagate d'Italia e da quella sera mi facesti una corte spietata. Andammo a vivere insieme a Roma dove ti esibivi nei night per duemilacinquecento lire a sera. Eri gelosissimo di me e io di te. Ricordo la tua scenata a Milano quando l'avvocato Gianni Agnelli ti fece i complimenti sulla tua voce e su di me. Sul fondo della nostra piscina a Capri volesti scrivere in oro la frase "I love you Roberta"».

Poi la crisi: «Il nostro matrimonio andava tra alti e bassi come tanti; i giornali dell'epoca raccontarono di liti e fantomatici tradimenti. Tutto perché io vivevo gran parte della settimana a Milano e tu a Capri. Presi coscienza della tua storia con Giuliana nella maniera peggiore, quando scoprii di essere incinta. Stringendoti ti avevo detto che finalmente aspettavo un bambino, tuo figlio. E tu, secco, mi rispondesti: "Peccato, proprio adesso che sono innamorato di un'altra". Mi crollò il mondo addosso e mi rifugiai a Milano dove passai tutta la mia gravidanza senza vederti: avevi lasciato una moglie incinta nel 1970, quando in Italia non c'era nemmeno il divorzio. Credevo di poterti riconquistare, anche per Igor, ma non è stato così. Poi, col tempo, ti ho perdonato».
Redazione Online

Sarno si pente, la verità sulla strage di San Martino ventuno anni dopo

Corriere del Mezzogiorno


I fratelli sospettati di essere i mandanti della sparatoria dell’89 al bar Sayonara hanno raccontato i retroscena


Un'immagine della strage di Ponticelli, costata la vita a sei  persone.

Un'immagine della strage di Ponticelli, costata la vita a sei persone.


NAPOLI — Era il 12 novembre 1989, un sabato. Un gruppo di uomini armati si fermò davanti al bar Sayonara di corso Ponticelli e sparò all’impazzata: sei morti, molti feriti, un terremoto politico, un questore rimosso tra lo sconcerto e l’incredulità dei suoi uomini (Francesco Cirillo, oggi vicecapo della polizia). Ventun anni dopo è finalmente vicina la verità su un episodio finora impunito: i fratelli Sarno (fin dal primo momento sospettati di essere i mandanti, ma mai incastrati) si sono pentiti e hanno raccontato moventi, autori e retroscena di molti delitti, tra cui, appunto, quell’eccidio. Per diversi fatti di sangue sono già stati emessi provvedimenti restrittivi: è facile immaginare che, di qui a poco, vengano individuati anche gli assassini di quella sera.

La strage di San Martino, i giornali la chiamarono così. Obiettivo, si capì subito, erano alcuni pregiudicati legati al boss Andrea Andreotti, soprannominato «’o cappotto», che all’epoca aveva 39 anni e si era messo in testa di contrastare i più giovani fratelli Sarno, eredi in quella zona del potere di Raffaele Cutolo. Le vittime furono quattro clienti del bar seduti intorno a un tavolino (Gaetano De Cicco di 38 anni, Salvatore Benaglia di 53, Domenico Guarracino di 45 e Gaetano Di Nocera di 56) e due uomini molto vicini ad Andreotti, Antonio Borrelli e Vincenzo Meo; quest’ultimo morì un paio di giorni dopo in ospedale. La strage ebbe un risalto enorme sui media, pari solo a quello che, di lì a molti anni, avrebbero avuto i raccapriccianti omicidi della faida di Secondigliano. I posti di blocco, le retate, le pressioni sui confidenti non ebbero esito.

C’erano forti sospetti sui mandanti, forti sospetti sul movente, ma pochi elementi concreti. Il Pci organizzò una manifestazione di protesta. Il senatore Gerardo Chiaromonte, presidente della commissione Antimafia, incontrò il questore Barrel, il capo della Mobile Cirillo, il prefetto Finocchiaro e i magistrati che coordinavano le indagini. Parlò di Ponticelli come di un quartiere «che è stato sempre rosso, un baluardo della democrazia nella più grande metropoli del Mezzogiorno». Dopo un paio di giorni il capo della polizia, Vincenzo Parisi, decise di rimuovere proprio il capo della squadra mobile, Francesco Cirillo: una decisione apparsa a molti inutile, se non controproducente.

Quando il suo successore, Sandro Federico, arrivò in Questura per prendere possesso del suo nuovo ufficio, lo trovò occupato dai sindacalisti di Siulp e Sap. Per la strage venne poi arrestato, ma fu successivamente scagionato, Bruno Duraccio (più di recente arrestato nell’ambito dell’operazione «Meteorite», la stessa che ha visto coinvolto il consigliere comunale Achille De Simone).

Titti Beneduce
16 aprile 2010

Thailandia, fuga spettacolare del leader delle camicie rosse al blitz della polizia

Quotidianonet


Un gruppo di agenti delle forze speciali di polizia ha circondato l’SC Park Hotel, cercando di arrstare tre capi della protesat, ma questi sono riusciti a sfuggire alla cattura.Uno di loro, Arisman Pongruangrong, si è calato da un balcone con una fune ed è stato anche filmato dalle telecamere

Bangkok, 16 aprile 2010




Rimane alta la tensione a Bangkok dopo il fallito tentativo della polizia di arrestare tre dei leader delle ‘camicie rosse', riuniti in un hotel proprietà della famiglia dell’ex premier Thaksin Shinawatra.

Un gruppo di agenti delle forze speciali di polizia ha circondato l’SC Park Hotel, ma i tre sono riusciti a sfuggire alla cattura. Uno di loro, Arisman Pongruangrong, si è calato da un balcone con una fune ed è stato anche filmato dalle telecamere mentre si faceva scendere lungo la fune e poi, arrivato a terra, scappava protetto dall’imponente folla concentrata sotto l’edificio.

I tre più tardi si riuniti ai circa 10.000 manifestanti che continuano ad occupare uno shopping center nel cuore commerciale della capitale (dove hanno costretto a chiudere tutti i negozi di lusso, con perdite milionarie). La zona è diventata il cuore della protesta, che è entrata ormai nella quinta settimana di manifestazioni.

Durante l’assalto delle forze di sicurezza all’hotel, le "camicie rosse" hanno anche preso in ostaggio un colonnello e un generale della polizia, liberandoli dopo qualche ora. Le nuove proteste arrivano nella prima giornata lavorativa dopo tre giorni di festa per celebrare Songkran, l’Anno Nuovo buddista, durante i quali le manifestazioni si sono calmate e l’esercito ne ha approfittato per ripulire la zona dove sabato c’erano state le cariche di polizia e gli scontri in cui sono morte 24 persone e più di 850 sono rimaste ferite.

Le "camicie rosse" sono da un mese trincerate a Bangkok per chiedere al governo di disciogliere il Parlamento e convocare nuove elezioni. A ispirare le mosse dei manifestanti dall’esilio, l’ex premier Thaksin Shinawatra, deposto con un colpo di Stato nel 2006 e ricercato dalla giustizia.




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Olbia, resta due giorni incastrato nell'auto dopo un incidente

Quotidianonet

Daniele Monteleone, 27 anni, originario di Novara ma residente a Olbia, è stato trovato sano e salvo dopo la segnalazione di un passante. Era incastrato nell’auto, nascosta dalla vegetazione e invisibile per i tanti automobilisti che percorrono quotidianamente quella strada

Olbia, 16 aprile 2010


Era sparito improvvisamente mercoledì scorso, dopo una telefonata a un’amico, effettuata alle 22.40. Daniele Monteleone, 27 anni, originario di Novara ma residente a Olbia dove è titolare di un salone di parrucchiere in via Porto Romano, è stato trovato questa mattina, dopo la segnalazione di un passante. Era rimasto vittima di un incidente stradale.

Uscito fuori strada mentre si recava a Portorotondo, è rimasto incastrato nell’auto, nascosta dalla vegetazione e invisibile per i tanti automobilisti che percorrono quotidianamente la direttrice che da Olbia conduce alla località turistica. Soccorso da un equipe del 118, è stato trasportato all’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia.

Le sue condizioni appaiono buone ma i medici hanno deciso di sottoporlo a una risonanza magnetica. L’uomo è rimasto per un giorno e due notti nell’auto, con il telefonino fuori uso per assenza di rete. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, i carabinieri e gli uomini della protezione civile.

AGI




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Osama ha un profilo su Facebook con cui diffonde video e discorsi

Quotidianonet

Secondo il Sun la società proprietaria del social network è stata sollecitata dalle agenzie anti-terrorismo a chiudere la pagina intitolato al "leader dei Mujahideen, Osama bin Laden". Il terrorista ha indicato come indirizzo "le montagne del mondo". Il profilo è attivo da più di un mese

Londra, 16 aprile 2010


Osama bin Laden ha una pagina su Facebook e utilizza la piattaforma per condividere video e discorsi con il mondo dell’estremismo islamico. Il terrorista più ricercato del pianeta ha indicato come indirizzo "le montagne del mondo"; e, secondo il Sun, nelle ultime ore, la società proprietaria di Facebook è stata sollecitata dalle agenzie anti-terrorismo a chiudere la pagina intitolato al "leader dei Mujahideen, Osama bin Laden".

Il tabloid britannico ha scoperto che il profilo è attivo da meno di un mese ma ha già captato l’attenzione di quasi "un migliaio" di estremisti; e sebbene il linguaggio utilizzato sia l’arabo, sul profilo sono cominciati ad apparire anche messaggi in inglese.

agi




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De Magistris fonda "inmovimento", ma non discute appartenenza a Idv

libero




Luigi De Magistris fonda un movimento, ma non mette in discussione la sua appartenenza all'Idv. «Ho sempre pensato - spiega l'europarlamentare - che la gente debba ritornare ad occupare quegli spazi pubblici sottratti alla Politica da troppo tempo. Le case del popolo, le fabbriche, i luoghi del lavoro, le scuole, le università, le famiglie, le piazze, la rete, le associazioni. Il popolo in movimento del quarto stato è un segmento fondante e significativo del nostro agire politico. La grande forza di IDV sarà se saprà essere un partito che trovi, anche nei suoi modelli organizzativi, un equilibrio tra la forma-partito ed il movimentismo». Da tempo, comunque, si vociferava di un allontanamento tra De Magistris e Di Pietro. Ora, bisogna capire come il leader dell’Idv reagirà all’idea dell’ex magistrato.

De Magistris ha deciso infatti di fondare una sorta di associazione culturale, che chiama “inmovimento”: «abbiamo costituito l'associazione politico-culturale “inmovimento” per rendere protagonisti di questo cambiamento epocale tutti coloro che pensano, come noi, che un'altra Italia sia possibile. Un laboratorio in cui la cultura sarà l'architrave del nostro agire politico, in cui si discuterà di politica e si elaboreranno idee e progetti. Un luogo ed uno modo per rendere ogni persona compagno di viaggio in un'avventura unica per la realizzazione di un Paese in cui si dissolva il puzzo del compromesso morale. La lotta per i diritti è la linfa per la democrazia, lottiamo insieme inmovimento!».

16/04/2010






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La burocrazia assolve i venditori irregolari

IL Tempo

Fermarne uno significa impegnare tre vigili per 48 ore. E nessuno paga le multe.


Far pagare le multe ai venditori ambulanti abusivi è praticamente impossibile. Nessuno, infatti, sborsa i soldi per la sanzione amministrativa. E spesso neanche la società di riscossione dei tributi riesce a farsi consegnare il denaro da chi è stato sorpreso a vendere merce senza autorizzazione. Se poi l'abusivo è anche un extracomunitario senza permesso di soggiorno, il lavoro delle forze dell'ordine diventa una vera e propria odissea burocratica.

Sì, perché per ogni straniero irregolare fermato servono tre agenti della polizia municipale che lavorano per due giorni per terminare l'iter. L'extracomunitario, dunque, viene portato dalla pattuglia della polizia presso l'ufficio stranieri della Questura per l'identificazione da parte della polizia scientifica. Poi, viene effettuata la verifica presso l'ufficio immigrazione e, infine, se confermato che il soggetto è senza permesso di soggiorno, viene accompagnato presso i centri di permanenza temporanea.

A questo punto, il lavoro degli agenti è durato fino ad ora dalle 3 alle 7 ore. I vigili urbani devono poi tornare in ufficio e redigere tutti gli atti del fermo, che dovranno essere inviati alla procura della Repubblica o al giudice di pace. In base a quanto stabilito lo scorso anno con il pacchetto sicurezza (legge 94/2009), la polizia giudiziaria deve anche andare a prelevare il fermato per portarlo davanti al magistrato, dove sarà giudicato. Si tratta, insomma, di un iter che tiene impegnati, per ogni venditore ambulante abusivo senza permesso, tre agenti per 48 ore.


Ad aggravare la situazione è il fatto che gli stessi irregolari non pagano la sanzione amministrativa che era stata elevata dalla polizia. La normativa stabilisce che chi svolge l'attività di ambulante senza autorizzazione, ma non è irregolare sul territorio nazionale, è soggetto a una multa compresa tra i 2.582 ai 15.493 euro, oltre alla confisca e alla successiva distruzione della merce sequestrata. Se la sanzione, come avviene quasi sempre, non viene pagata nei termini stabiliti dalla legge (considerando anche la precaria stabilità economica e sociale del soggetto), la sanzione viene maggiorata.
E così è sempre più difficile riuscire a riscuoterla.

Il maggior danno, quindi, per i venditori ambulanti irregolari, è quello del sequestro della merce. «È per questo che insistiamo tanto per affrettare almeno l'assunzione dei 400 idonei all'ultimo concorso, stiamo soffocando di burocrazia e non riusciamo più a stare dietro a ogni problema, che va dall'edilizia ai nomadi, alla sicurezza stradale, alla viabilità - spiega Alessandro Marchetti, segretario del sindacato di polizia municipale Sulpm - e poi il sindaco ci si mette pure con le ordinanze, alcune sono serie, altre fanno cadere le braccia, come quella delle feci dei cani».

Augusto Parboni
16/04/2010




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Nel centro storico vincono i vu'cumprà La burocrazia assolve gli irregolari

Il Tempo

L'ordinanza anti-borsone è una goccia nel mare. Una borsa firmata, ma falsa può costare anche 15 euro. Gli abusivi si muovono a coppie, uno vende l'altro gli fa da palo.


È una lotta senza tregua. I venditori ambulanti abusivi sono ovunque. I vigili urbani cercano di braccarli. Li inseguono. A volte ne fermano qualcuno. Ma il più delle volte ne escono sconfitti. I «pali» riescono quasi sempre a dare l'allarme. I vu' cumprà scappano con i teli di plastica sulle spalle.

Poi tornano. Il centro storico è un suk dove si combatte una battaglia incessante. In barba all'ordinanza antiborsone. Da piazza di Spagna a Fontana di Trevi, dal Pantheon a Campo de' Fiori fino a Castel Sant'Angelo, i venditori abusivi sono di casa. È un lavoro senza frontiere: africani, asiatici, dell'Est Europa. In piazza di Spagna ogni mattina va in scena il nascondino sulla scalinata.

Quando i vigili salgono gli ambulanti scendono. E viceversa. Un su e giù continuo. I vu' cumprà si muovono a coppie. Uno fa il palo, l'altro vende. Appena il pizzardone si avvicina le borse finiscono in un batter d'occhio nei lunghi teli e via di corsa.

Ieri mattina a Trinità dei Monti i venditori abusivi erano tutti indiani e pakistani. Il prezzo per una finta borsa di Gucci, Prada e Vuitton parte dai 40-35 euro. Trattando si scende facilmente: «A te chiedo poco, all'americano chiedo 80 euro ma tu che sei italiano puoi darmi la metà», dice un indiano. Dopo 30 secondi il prezzo è sceso ancora: 15 euro. Il vero regno dell'ambulante però è Fontana di Trevi.

I vigili urbani presidiano la piazza. I vu' cumprà si muovono nelle vie laterali. Sono decine. Africani e asiatici. In via dei Crociferi ieri a mezzogiorno c'erano quattro «punti vendita». In tutto dodici ambulanti. Sette asiatici, cinque africani. In vendita borse e occhiali firmati (ovviamente falsi). Stessa scena in via delle Muratte. Qui il business non sono solo le borse. C'è il mercato dei portalettere e portafoto. I venditori sono tutti orientali. La merce viene esposta su scatoloni di cartone. I portalettere costano 3 euro l'uno.


Quando il vigile si avvicina, finisce tutto nella scatola e via a gambe levate. Il Pantheon è terra esclusiva degli africani. La spartizione del territorio è chiara. Al passaggio dei vigili si nascondono i via delle Coppelle e in via Giustiniani. Preferiscono vendere agli angoli della piazza. Per raggiungere più facilmente la via di fuga. Vicino alla fontana ci sono i cinesi che vendono piccoli oggetti ricordo. Piazza Navona si salva. Neanche l'ombra di un ambulante.

Ma basta spostari verso Campo de' Fiori che i vu' cumprà riappaiono. C'è chi se ne sta seduto su piccoli sgabelli e chi vende alle estremità di via dei Baullari. Borse, occhiali, scarpe, orecchini, braccialetti e portafogli. Griffe false e prezzi stracciati. I negozianti si lamentano: «È inutile, vengono cacciati e dopo neanche un'ora sono di nuovo qui». Il mercato del falso invade anche il lato destro del Tevere. Tra Castel Sant'Angelo e via della Conciliazione altri abusivi e altri vigili alle calcagna. Gli ambulanti sono il doppio degli agenti. Una lotta impari



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Osama cercò di vedere gli attentati alle Torri in tv, ma cadde il segnale"

La Stampa

Parla un'ex guardia del corpo del terrorista: «Qualcosa andò storto con il collegamento»
WASHINGTON


Osama bin Laden cercò di vedere gli attentati alle Torri Gemelle in televisione, ma il collegamento via satellite si interruppe, impedendo al leader di Al Qaida di seguire in diretta gli attacchi dell’11 settembre 2011. A raccontare questo retroscena - oggi sul Telegraph - è un’ex guardia del corpo di Bin Laden, Nasser al Bahri, 37 anni, un terrorista pentito.

Osama aveva ordinato che gli venisse installata una parabola sul suo rifugio di Kandahar: «Chiese di avere una tv satellitare per seguire gli attacchi», racconta Bahri. Ma qualcosa andò storto, perchè il segnale era molto disturbato, forse a causa della morfologia montuosa della zona, che impediva una buona ricezione. «È molto importante che riusciamo a guardare le "news" oggi», aveva detto Osama al responsabile delle «comunicazioni», Hassan al Bahloul, secondo quanto riferito da Al Bahri.

Al Bahri fu la prima persona ad aiutare la Cia a stabilire il collegamento tra Bin Laden e gli attentati dell’11 settembre. Secondo Al Bahri il leader di Al Qaida è vivo, gode di buona salute e si nasconde nel Waziristan, al confine tra Pakistan e Afghanistan: «La sua morte, anche se non venisse annunciata immediatamente, finirebbe per circolare tra i Jihadisti e su internet».




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Chiesto il processo per don Luciano

Il Secolo xix


La Procura di Savona ha chiuso le indagini su don Luciano Massaferro, il parroco di Alassio arrestato alla fine dello scorso dicembre perché accusato di violenza sessuale nei confronti di una sua parrocchiana, che all’epoca dei fatti aveva appena 11 anni.

I magistrati hanno chiesto il giudizio immediato per il sacerdote, presentando ieri l’istanza al giudice per le indagini preliminari, Emilio Fois, che ora dovrà fissare la data della prima udienza.
Ritenuto «credibile», il racconto della ragazzina parla di tre distinti episodi in cui don Luciano l’avrebbe sottoposta a violenza. Lui, in carcere dal 29 dicembre, si è sempre detto innocente.





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I tre di Emergency stanno bene "Rassicurate mia moglie incinta"

Quotidianonet


Lo chiede in particolare il chirurgo bresciano Garatti. E in Italia scoppia la polemica. Cecilia Strada: "Non riusciamo pa parlare con Berlusconi".

E ad 'Annozero' è scontro tra il fondatore dell'Ong e il ministro La Russa


Roma, 16 aprile 2010




L’Inviato speciale del ministro degli Esteri Franco Frattini per l`Afghanistan e il Pakistan, l’ambasciatore Massimo Attilio Iannucci, insieme all’Ambasciatore a Kabul Claudio Glaentzer, hanno incontrato questa mattina in una struttura detentiva nei pressi di Kabul i tre cittadini italiani membri dell’organizzazione non governativa Emergency, fermati sabato scorso dalla polizia afgana. Ne dà notizia la Farnesina in una nota diffusa stamane a Roma.


Durante l’incontro, protrattosi per circa un’ora, “la delegazione italiana ha potuto appurare le buone condizioni di salute di cui godono i tre connazionali”, spiega la nota, secondo cui il ministro Frattini “ha provveduto ad informare le famiglie dei tre italiani dell’incontro, rassicurandole del loro stato di salute e detenzione”.

Nel corso dell’incontro con l`inviato speciale italiano, secondo la nota del ministero, “i tre connazionali hanno tenuto a ringraziare il Direttore della struttura per il trattamento finora loro garantito ed il governo italiano per l`attenzione con cui sta seguendo la vicenda”.

"RASSICURATE MIA MOGLIE" - Il chirurgo Garatti ha chiesto di rassicurare la moglie che e’ a Kabul ed aspetta un bambino. Lo ha riferito l’ambasciatore Massimo Iannuncci, che ha anche raccontato di aver fatto gli auguri al chirurgo che oggi compie gli anni

LA POLEMICA - Nel frattempo però la figlia di Gino Strada, Cecilia, chiede di incontrare Berlusconi: "Stiamo cercando di parlare con il presidente Berlusconi - dice la presidente di Emergency - ma non abbiamo ancora ricevuto una sua telefonata". In sostanza, cisto che non arrivano "grandi risposte", occorre capire se, come dice il ministro degli Esteri Franco Frattini, l’Afghanistan e’ davvero un Paese amico o se l’amicizia è "a senso unico".
 Quanto all’irruzione nell’ospedale della provincia di Helmand e i sui motivi che hanno portato agli arresti, Cecilia Strada, afferma: ‘’chiunque, con un minimo di buon senso, si rende conto che sono accuse ridicole’’.

In ogni caso la polemica  tra Gino Strada e il governo Berlusconi è incandescente: il primo accusa le autorità italiane di uno scarso impegno per il rilascio di Marco Garatti, Matteo Dall`Aira e Matteo Pagani; il secondo, tramite il ministro Franco Frattini, rimprovera al fondatore di Emergency posizioni e dichiarazioni che “non aiutano l`azione diplomatica”.

Le autorità di Kabul non hanno fornito ancora nessuna informazione sui tre operatori di Emergency arrestati sabato nell’ospedale di Lashkar Gah. I tre italiani sono stati “accusati di detenzione consapevole di esplosivi e di armi da guerra”, e di “essere coinvolti in un complotto in due fasi”, per l’esecuzione di un attentato contro civili e di un attacco suicida contro il governatore provinciale di Helmand, durante una visita organizzata nell’ospedale di Emergency.

“Chiunque abbia un pizzico di buon senso capisce che si tratta del classico trappolone”, ha ribadito Gino Strada, intervenuto ieri ad Annozero, dove ha confermato che la sua organizzazione sta lavorando parallelamente al governo italiano per una rapida soluzione della vicenda dei tre volontari. “Siamo in Afghanistan da anni, abbiamo i nostri contatti”, ha precisato.

Ma è su alcune sue dichiarazioni precedenti che si è innescata una dura polemica con la Farnesina e, successivamente, con il ministro della Difesa Ignazio La Russa, anch`egli presente alla trasmissione di Santoro. Se al posto dei tre cooperanti italiani di Emergency fossero stati arrestati tre operatori americani, la loro liberazione sarebbe avvenuta nel giro di pochi minuti, aveva detto in sostanza Strada.

“Io credo che se fossero stati americani sarebbero stati liberati in quindici minuti”, aveva affermato. Una presa di posizione esplicita che non è piaciuta alla nostra diplomazia. “Frasi e affermazioni polemiche come quelle del fondatore di Emergency Gino Strada non aiutano la difesa dei tre membri dell’ong arrestati da sabato scorso in Afghanistan con l’accusa di essere coinvolti in un complotto terroristico per uccidere il governatore della provincia di Helmand”, è stato precisato in una nota della Farnesina. Una reazione che ha avuto il suo seguito in serata, con La Russa che ha usato parole analoghe per stigmatizzare la posizione di Strada.

Si è adirato il ministro, quando il fondatore di Emergency ha confermato come la sua organizzazione sia “contraria a chiunque usi violenza”, accomunando - secondo La Russa - i militari italiani ai talebani. “Mi vergogno. Abbiamo opinioni molto diverse”, ha tuonato, concordando comunque con Strada sull`opportunità di garantire “la presunzione di innocenza” ai tre volontari italiani.

 Anche per questo, ha detto il ministro, su suggerimento dell`ambasciata italiana, Garatti, Dall`Aira e Pagani saranno assistiti “da tre dei migliori legali” dell`Afghanistan. Intanto, mentre il presidente afgano Hamid Karzai ha ricevuto la lettera con cui il premier Silvio Berlusconi chiede una rapida soluzione della vicenda, si è appreso ieri che la manifestazione di Emergency di sabato prossimo a Roma sarà organizzata a Piazza San Giovanni. “Abbiamo ricevuto un numero di adesioni enormi, non era possibile ritrovarsi a Piazza Navona”, ha detto Gino Strada.




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Obama ordina i pari diritti negli ospedali «I partner dei gay al pari dei famigliari»

Corriere della Sera



I malati omosessuali potranno delegare ai propri compagni il diritto di prendere decisioni sulla loro salute


WASHINGTON


Un nuovo passo avanti è stato compiuto dall’amministrazione Obama sul fronte della tutela dei diritti degli omosessuali: d’ora in avanti gli ospedali americani dovranno permettere ai pazienti di indicare, anche in una persona dello stesso sesso, il proprio partner, come persona con il diritto di visita e responsabile di prendere decisioni sulla sua salute.

L'ORDINE DI OBAMA - Il presidente americano, senza dare grande risalto alla questione, ha così imposto al dipartimento della Sanità di proibire ogni discriminazione degli omosessuali negli ospedali che ricevono sovvenzioni federali (Medicare e Medicaid), dove ora godranno degli stessi diritti di quelle eterosessuali. La decisione di Obama, oltre a guadagnarsi le prime pagine dei principali quotidiani americani, ha suscitato l’immediata positiva reazione delle associazioni per la difesa di diritti degli omosessuali, che da tempo lavorava su questo dossier.

PARI CONDIZIONI - La nuova normativa, ha spiegato Obama, «garantisce a tutti i pazienti di far rispettare le proprie volontà» e alle persone da loro indicate «di essere messe a conoscenza delle decisioni mediche riguardanti la salute dei propri cari». (Fonte: Apcom)

16 aprile 2010




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L'omicidio della Bhutto poteva essere evitato"

La Stampa

Il rapporto dell'Onu accusa il governo e la polizia





ISLAMABAD


L’omicidio nel 2007 dell’ex primo ministro pachistano Benazir Bhutto avrebbe potuto essere evitato. Lo ha affermato una commissione delle Nazioni Unite, in un rapporto presentato al segretario generale Ban Ki-moon. Nella sua relazione, la commissione presieduta dall’ambasciatore cileno presso le Nazioni Unite, Heraldo Munoz, ha ritenuto che «l’assassinio della signora Bhutto avrebbe potuto essere evitato se fossero state prese misure di sicurezza adeguate». La commissione ha precisato che il presidente Pervez Musharraf, il governo dello stato del Punjab e la polizia dell distretto di Rawalpindi avrebbero potuto impedire la morte della Bhutto, se fossero state adottate i provvedimenti adeguati «per rispondere i rischi di sicurezza straordinari, nuovi e urgenti a cui sapevano che faceva fronte».

Benazir Bhutto fu uccisa il 27 dicembre 2007 in un attacco kamikaze a Rawalpindi, dove faceva campagna elettorale per il Partito del popolo pachistano alle politiche. La commissione Onu ha ritenuto che la sua inchiesta fu rigorosamente ostacolata dai servizi di intelligence del Pakistan e da altri responsabili, che hanno «impedito una ricerca senza ostacoli della verità». I servizi di intelligence pachistani (ISI) hanno condotto indagini parallele, raccogliendo prove che non sono state tutte trasmesse alla polizia del Pakistan.

«La commissione pensa che l’incapacità della polizia a indagare efficacemente sull’omicidio della Bhutto sia stata deliberata», ha denunciato il rapporto. La commissione ha sollecitato le autorità pachistane a intraprendere un’indagine penale «seria e credibile» che «stabilisca chi ha concepito, ordinato e compiuto questo crimine abominevole di ampiezza storica e porti i responsabili di fronte alla giustizia».

«Far questo rappresenterebbe una tappa fondamentale verso la fine dell’impunità dei crimini politici in questo Paese», la conclusione. La commissione Onu, nominata dal segretario generale Ban Ki-moon per aiutare il Pakistan ad accertare i fatti nell’omicidio Bhutto, iniziò a lavorare il 1 luglio 2009. Ban accettò una richiesta in tal senso del presidente pachistano e vedovo della Bhutto, Asif Ali Zardari.



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Barelle vuote e feriti evacuati Chiude l’ospedale di Emergency

Corriere della Sera





I medici rimasti: «Gli agenti sapevano dove erano le armi». A Lashkar Gah tra sospetti, paure e reticenze. Barelle vuote e feriti evacuati . Chiude l’ospedale di Emergency



LASHKAR GAH (AFGHANISTAN)
 

«Stranamente» sabato a mezzogiorno della settimana scorsa gli italiani non avevano pranzato nell’ospedale. Quando gli agenti hanno fatto irruzione non li hanno trovati. Ma sembra che neppure li cercassero davvero. Il loro primo obbiettivo erano le armi e l’esplosivo che «sicuramente» sapevano essere nascosti tra gli scatoloni delle riserve di cibo nel deposito vicino alle cucine. 

E infatti in «neppure cinque minuti hanno trovato tutto ciò che volevano», raccontavano ieri mattina la decina tra medici e infermieri afghani ancora raccolti nel giardino dell’ospedale di Emergency. Appena sparsa la voce che era arrivato un giornalista italiano sono venuti di loro spontanea volontà a raccontare. 

Eppure stanno proprio in quegli «stranamente » e «sicuramente» che si condensano le mille ambiguità, paure, reticenze, incomprensioni, insomma il retaggio di un Paese in guerra da quarant’anni. 

E non una guerra chiara, con i fronti definiti e gli eserciti che si sparano dalle due parti. Bensì la paura del tradimento, l’incubo della guerra civile, del fratricidio, della fine della scolarizzazione, della povertà e dell’ignoranza alimentata dalle milizie che assoldano i dodicenni.

Così, quando prendi i quattro medici che, dal momento dell’apertura dell’ospedale nel 2004, hanno sempre lavorato fianco a fianco con i colleghi italiani, nessuno dice apertamente di ritenerli colpevoli o innocenti dell’accusa di collaborare con i talebani oppure, cosa ancora più assurda, ammettono loro stessi, di aver ordito il complotto per assassinare il governatore di Helmand, Ghoulab Mangal. 

Ma poi, quando tornano assieme agli altri, quando prevale la logica del gruppo puntellata dalla cultura del sospetto, allora gli «stranamente» e «sicuramente» tornano a fare capolino. «Stranamente gli italiani quel sabato a mezzogiorno hanno pranzato alla residenza di Emergency per gli espatriati e non alla mensa dell’ospedale come fanno sempre. Perché? 

Sicuramente non è stato un caso», insinua Khushhal, «chirurgo di guerra», decorato sul campo dall’esperienza di prima classe con l’Ong italiana. Eppure dai loro racconti emergono dettagli interessanti. Per esempio che nessuno tra il personale locale e internazionale dell’ospedale aveva notato alcunché di sospetto. Gli agenti della Direzione Nazionale della Sicurezza comandato da Amirullah Saleh, storico nemico numero uno di Gino Strada nel Paese, non avevano lanciato alcun segnale. 

C’erano talpe nella struttura? «Quasi certamente sì. Ma noi non le conosciamo», risponde Fazlullah Mohammedi, anche lui chirurgo di guerra, che però sembra più franco degli altri perché accetta di riceverci da solo nel suo ufficio. E infatti le sue sono dichiarazioni controverse. «Non lasciatevi ingannare dalle apparenze. Nella provincia di Helmand il sostegno per i talebani è massiccio, specie nelle campagne. 

Nelle città meno, anche perché imperano gli agenti dei servizi segreti. I delatori sono un fatto quotidiano. Nessuno dice quello che pensa. Per fare capire agli italiani posso spiegare che non ho illusioni sulle manifestazioni previste nel vostro Paese a favore dei prigionieri di Emergency. 

So che alla maggioranza degli italiani questa vicenda interessa poco o nulla. Così voi però dovete anche leggere le piccole manifestazioni di piazza tenute qui contro Emergency nei giorni scorsi. Sono visibili ma non rappresentano alcunché di rilevante», commenta attento.

Un altro elemento pare essere la casualità degli arresti. «Ci è sembrato prendessero chi capitava loro a tiro. Dei sei afghani messi in carcere solo due contano. Sardar Wali, da due anni impiegato nell’amministrazione. E Juma Ghul, capo delle guardie. I rimanenti quattro sono sentinelle, uno di loro è giovane, assunto da noi solo quattro giorni prima del blitz. 

Lo stesso vale per gli italiani. Hanno preso i primi tre che sono arrivati in auto, quando una nostra telefonata li aveva messi in allarme». Inevitabilmente paragonano il blocco dell’ospedale ai cinque, lunghi mesi del 2007, dopo le dure polemiche seguite alla liberazione di Daniele Mastrogiacomo. 

«Allora Emergency ci pagò i salari dei primi due mesi, poi restammo solo sperando nella riapertura. La paure erano tante, visto che tutti i centri di Emergency nel Paese erano stati chiusi. E non solo quello di Lashkar Gah come oggi ». Dovrebbe essere un segnale positivo. Eppure qui ieri prevaleva una mesta atmosfera di sconfitta.

I motivi non mancano. La scena è a dir poco straziante. Mentre parliamo gli ultimi pazienti vengono lentamente evacuati. Due settimane fa la struttura era in piena attività. Quasi tutti occupati i suoi 66 letti, continue le visite quotidiane. Ora ne sono rimasti 9. E prima delle quindici l’ospedale è totalmente vuoto, i 240 dipendenti tutti a casa. 

La prime a partire sono state le donne. Restano quattro ragazzini, due poliziotti (di cui uno gravissimo verrà trasferito in serata a Kabul) e alcuni adulti, che hanno bacini e gambe rotte per gli scoppi delle mine. «Questa è una regione in guerra. E noi eravamo l’unico ospedale in grado di curare i feriti gravi e per giunta senza fare pagare nulla », sostiene greve il dottor Omayoun. 

Dal vicino ospedale provinciale giungono due ambulanze. I feriti sono caricati alla bell’e meglio su lettighe di fortuna e portati nella nuova struttura fatta di cameroni fatiscenti, sporchissimi, privi di personale medico specializzato. 

Adesso è veramente finita. Un capitano della polizia chiude il portone di ferro con la grande «E» rossa cerchiata. In lontananza, tra le periferie fatte di case d’argilla, si odono gli echi di una furiosa sparatoria, destinata a crescere con la notte. I feriti delle prossime ore non avranno più un posto dove andare. 

Lorenzo Cremonesi
16 aprile 2010



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