sabato 10 aprile 2010

Afghanistan, arrestati 3 operatori italiani «Complottavano contro un governatore»

Corriere della Sera


la Farnesina: non c'entrano con cooperazione. GINO STRADA: SONO TESTIMONI SCOMODI
Emergency: «Presi dalle forze Isaf, Frattini intervenga». La Nato smentisce, ma un video prova il coinvolgimento




Video
 

STRADA: TESTIMONI SCOMODI - «È la solita storia: Emergency in Afghanistan, e soprattutto in quella regione, è un testimone scomodo di quanto fanno le forze di occupazione e una specie di governo ai danni della popolazione» denuncia Gino Strada, fondatore dell'associazione. Non c'è un motivo concreto, se non il ruolo critico dell'attività umanitaria della ong e delle denunce quotidiane a difesa delle vittime, secondo Strada, all'origine delle accuse agli operatori arrestati. 
 
In particolare, a suo avviso, soprattutto nella recente campagna di attacchi dove bambini e donne sono stati colpiti duramente: «Siamo scomodi perché abbiamo denunciato che veniva addirittura impedito di assistere questi feriti. Sono in molti in questa zona a partecipare all'occupazione militare, fra cui gli italiani. Le accuse mi sembrano delle assurdità talmente grosse da non prenderle in considerazione». 
 
FORZE ISAF - Non è chiaro chi abbia effettuato gli arresti: secondo Emergency sarebbero state le forze Isaf-Nato insieme ai servizi segreti afghani. Ma dal comando Nato è arrivata una secca smentita: «L'operazione è stata realizzata dalle forze di sicurezza afghane. Consiglio di rivolgersi a loro o all'ambasciata d'Italia per conoscerne i particolari» ha affermato il portavoce ufficiale dell'Isaf, il generale canadese Eric Trembley. Ma Emergency smentisce «in modo assoluto» che l'Isaf non abbia partecipato all'operazione e a dimostrarlo c'è un video diffuso dall'Associated Press Television News (Aptn) con le immagini della perquisizione nell'ospedale di Lashkar Gah.


IL VIDEO DELLA PERQUISIZIONE - Nel video si vedono agenti della polizia e soldati afghani, accompagnati da soldati britannici dell’Isaf, entrare nell'edificio e aprire scatoloni contenenti granate, pistole e proiettili. «Il video conferma ciò che avevamo detto - afferma il responsabile comunicazione Maso Notarianni -. L'Isaf si smentisce da sola». Per quanto riguarda le armi, Notarianni ha fatto notare che «durante le perquisizioni tutto può accadere». L'associazione ha chiesto che siano rispettati i diritti dei suoi operatori: «Non siamo finora riusciti ad avere un contatto telefonico con loro. Nell'unico contatto avuto con uno dei cellulari in uso ai nostri operatori ha risposto una persona che si è qualificata come ufficiale delle forze armate britanniche e che ha detto che gli italiani stavano bene ma che al momento non si poteva parlare con loro». 
 
AVALLO DELLA COOPERAZIONE - La Farnesina sta seguendo da vicino la vicenda dei connazionali ma ha precisato che i tre medici in stato di fermo lavoravano in una struttura umanitaria non riconducibile direttamente né indirettamente alle attività finanziate dalla cooperazione italiana. Gino Strada ha replicato al ministero degli Esteri spiegando che il progetto che l'associazione sta portando avanti nella provincia di Helmand non è finanziato dalla cooperazione ma ne ha ricevuto l'avallo.

Strada respinge come «assurde» le accuse rivolte ai tre arrestati dalle autorità afghane. «È come se in Italia si facesse circolare la voce che don Ciotti sta complottando per uccidere il Papa, e mi scuso con il mio amico per questo esempio - spiega -. È vero che il progetto che Emergency sta portando avanti in Afghanistan non è finanziato dalla cooperazione, ma ha ricevuto la conformità del ministero degli Esteri, termine tecnico per dire che la Farnesina riconosce quel progetto e lo avalla, quindi non è vero che si possono tirare fuori». E sulle armi in ospedale: «Non posso escluderlo, come non posso escludere che qualcuno possa entrare con una pistola in qualunque ospedale italiano».

«FRATTINI INTERVENGA» - «Uomini dei servizi segreti afghani e soldati dell'Isaf sono entrati nell'ospedale di Emergency e hanno prelevato nove persone, tra le quali tre medici italiani - ha spiegato Notarianni (ASCOLTA L'INTERVISTA IN AUDIO) -. Abbiamo contattato telefonicamente uno dei nostri e ci ha risposto in inglese un ufficiale dell'Isaf ci ha detto che stavano bene ma che non potevano parlare con noi». «L'accusa di un qualsiasi complotto o del favoreggiamento di qualsiasi azione violenta è assolutamente ridicola - spiega.
 
Dal ministro Frattini ci aspettiamo che faccia immediatamente rilasciare i nostri medici e che esiga che la situazione torni alla normalità. L'ospedale di Lashkar Gah opera in una situazione difficile: nella provincia di Helmand è in corso da settimane un'operazione militare che ha colpito molti civili, che spesso non potevano ricevere alcun soccorso». «Di armi ed esplosivi nell'ospedale di Lashkar Gah non sappiamo niente - aggiunge -. «Normalmente chi entra ed esce dall'ospedale è perquisito. È improbabile che sia entrato qualcosa di illecito». Sulle cause del fermo dei medici, Emergency non sa dare spiegazioni: quando sono stati portati via «non è stata verbalizzata alcuna accusa». 
 
LA SOFFIATA - Il portavoce dell’amministrazione provinciale Daud Ahmadi ha precisato che la polizia ha avuto una soffiata riguardo a un piano per uccidere il governatore durante una visita nell’ospedale. Secondo il portavoce, i nove avevano contatti con la leadership dei talebani che avrebbero pagato una forte somma per portare a buon fine il progetto. «Il gruppo - ha precisato infine - aveva riscosso 500mila dollari». Interrogato sulla questione, il responsabile del magazzino ha indicato i nomi dei presunti coinvolti nel complotto, tra cui appunto i tre medici italiani. Al momento comunque, precisa l’Associated Press, non ci sarebbero prove contro di loro.

FARNESINA - Il ministro degli Esteri Franco Frattini sta seguendo gli sviluppi della vicenda in stretto contatto con l’ambasciata italiana a Kabul e le autorità locali. In attesa di poter conoscere la dinamica dell’episodio e le motivazioni dei fermi - comunica la Farnesina -, il governo italiano ribadisce la linea di assoluto rigore contro qualsiasi attività di sostegno diretto o indiretto al terrorismo. La Farnesina ribadisce inoltre che riconferma il suo più alto riconoscimento al personale civile e militare italiano impegnato per le attività di pace in Afghanistan.

Redazione online
10 aprile 2010



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Pedofilia: in dieci anni radiati 36 allenatori di nuoto

Il Secolo xix


Almeno 36 allenatori sono stati banditi a vita negli ultimi 10 anni dalla Federazione statunitense di nuoto perché ritenuti responsabili di aggressioni a sfondo sessuale su giovani atleti. Lo ha rivelato il canale televisivo ABC nel suo magazine d’informazione. Nell’inchiesta condotta da ABC News si sostiene che gli allenatori in questione sarebbero protagonisti di violenze a sfondo sessuale su «dozzine di nuotatori».

L’emittente porta l’esempio di un uomo, Brian Hindson, tecnico a Kokomo (una cittadina dell’Indiana), che aveva piazzato una videocamera nelle docce dei due licei dove lavorava. L’Fbi aveva iniziato ad occuparsi della vicenda in seguito alla denuncia di una donna della Caroline del Nord che aveva acquistato su e-Bay il computer di Hindson, scoprendo un video con le immagini di un giovane ripreso a sua insaputa all’interno di uno spogliatoio.

Una perquisizione presso il domicilio dell’uomo aveva quindi portato alla scoperta di numerosi spezzoni di video a sfondo pedo-pornografico, raccolti in un periodo di circa 10 anni, secondo quanto ha riferito la polizia di Kokomo interpellata da ABC News. Hindson nel 2009 è stato condannato a 33 anni di prigione. In un altro caso, Andy King, 62 anni, è stato condannato a 40 anni di carcere, sempre nel 2009, dopo la scoperta di un suo passato da predatore sessuale protrattosi per tre decenni in diverse località della costa Ovest degli Stati Uniti. Almeno 15 adolescenti sono stati sue vittime. Ed una di queste ha affermato di aver dovuto abortire, dopo essere stata violentata da King quando aveva 14 anni.


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I periti della famiglia: «Cucchi ucciso dalle botte»

IL Secolo xix


A uccidere Stefano Cucchi sono state le conseguenze delle lesioni trovate sul suo corpo. Precisamente un «edema polmonare da insufficienza cardiaca in un soggetto con bradicardia intimamente correlata all’evento traumatico e all’immobilizzazione susseguente al trauma», ultimo anello di una «catena di eventi» che ha la sua origine in una «frattura lombare L3 recentissima, come prova l’assenza di callo osseo», avvenuta tra le 13 e le 14,05 del 16 ottobre 2009.

Quando cioè il geometra romano, arrestato per droga e morto una settimana dopo all’ospedale Pertini di Roma, si trovava in Tribunale.

Non ha dubbi il pool di esperti incaricato dalla famiglia del ragazzo di fare luce sulla sua morte, e che oggi ha illustrato alla Camera gli esiti del suo studio di radiologie, tac e risonanze magnetiche eseguite sul cadavere. Esiti che spostano l’attenzione dalle negligenze dei medici del Pertini (evidenziate invece dalla perizia della Procura e pure riconosciute e stigmatizzate dai periti di parte) agli «eventi traumatici» considerati alla base della morte del giovane.

Una «catena», appunto, hanno spiegato i medici legali Vittorio Fineschi, Giuseppe Guglielmi e Cristoforo Pomara, partita da lesioni al volto, all’addome ma soprattutto alla colonna vertebrale «compatibili con traumi reiterati di tipo contundente e meccanico-violento» sulla cui genesi «non c’è nessuna perplessità, come provano le emorragie dei muscoli lombari e della pelvi in corrispondenza del rachide».


Ma, si legge nella relazione, «i pazienti con lesioni midollari alle prime vertebre lombari presentano un alto rischio di disfunzione cardiaca». E Cucchi, arrivando al Pertini il 17 ottobre, era appunto in brachicardia: solo 49 battiti al minuto, contro i regolari 60-90. Insomma: la lesione avrebbe causato l’insufficienza cardiaca, questa l’edema e quest’ultimo la morte. E se nella perizia della Procura si parla di lesioni compatibili con una caduta podalica (cioè sui glutei), il professor Fineschi ha replicato che il collegio di parte dà invece «un ruolo a un trauma diretto, un trauma chiuso».

Come, hanno citato a titolo d’esempio, un calcio o un pugno. La frattura inoltre sarebbe causa dei problemi di minzione che hanno portato i sanitari a cateterizzare Cucchi, nella cui vescica sono stati trovati circa 1,4 litri di liquido, contro i normali 300-400 cl. I periti, sulla base dei certificati dei sanitari che visitarono Cucchi il 16 ottobre, hanno poi ricostruito quasi al minuto cosa è accaduto in quelle ore. Alle 14,05, in Tribunale, accusa dolori ed ecchimosi alla schiena. Alle 16,45 nell’ambulatorio di Regina Coeli il medico ne chiede l’immediato trasferimento al Fatebenefratelli: Cucchi ha il volto e la schiena tumefatti, camminare gli è doloroso.

Alle 20,11, al Fatebenefratelli, i dolori alla schiena di Cucchi sono insopportabili, non riesce più né a stare in piedi né a camminare «in relazione alla frattura vertebrale». I sintomi durano da circa sei ore, annotano i medici, per cui, concludono i periti di parte, «l’evento lesivo si può datare con precisione tra le 13 e le 14,05 del 16 ottobre».

La ricostruzione non solleva però i medici del Pertini dalle loro responsabilità: la loro condotta è stata «viziata da negligenza, imperizia e imprudenza». «Cucchi era gracile ma sano, senza patologie riscontrabili - hanno spiegato i medici legali - Se trattato adeguatamente si sarebbe evitato il decesso. Però non è morto per abbandono, ma per le conseguenze del trauma».
«Ho fiducia nei nostri consulenti - ha commentato la sorella di Stefano, Ilaria, da sempre sostenitrice della tesi del pestaggio - Ciò che ci è stato detto mi sembrano verità incontestabili. Fa male sapere quanto mio fratello ha sofferto nei suoi ultimi giorni, che sia morto pensando che lo avevamo abbandonato.

Ma non si è spento come volevano farci credere». E contro la «disinformazione» che avrebbe «circoscritto e allontanato il momento in cui Stefano ha subito violenza, concentrandosi sul Pertini» si è scagliato il presidente di `A buon diritto´ Luigi Manconi, mentre l’avvocato dei Cucchi, Fabio Anselmo, ha ringraziato i pm («un impegno ammirevole per la verità, cosa né facile né scontata») ma con la mente è al processo. L’accusa è di omicidio preterintenzionale su cui si innesta un omicidio colposo, ha ricordato riferendosi alle tre guardie carcerarie e ai sei medici nel mirino della Procura: «Discutiamone nell’aula del giudice».




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Calciopoli, nuove intercettazioni Bergamo: "Ti mando Gabriele" Facchetti: "Va bene, mi fido di te"

Quotidianonet


I legali di Luciano Moggi hammo presentato le trascrizioni di una ennesima intercettazione, effettuata durante le indagini su Calciopoli. Alcune battute dopo la famosa Samp-Inter del 9 gennaio 2005, finita 2-3, dove i nerazzurri segnarono tre gol negli ultimi sei minuti, e la decisione sulla designazione di arbitro e assistenti di gara per la partita del mercoledi’ successivo, di Coppa Italia, Bologna-Inter

Milano, 10 aprile 2010



La difesa di Luciano Moggi ha proposto il contenuto di una ennesima intercettazione, effettuata durante le indagini su Calciopoli. Si tratta di alcune battute di commento registrate dopo la famosa Samp-Inter del 9 gennaio 2005, finita 2-3, dove i nerazzurri segnarono tre gol negli ultimi sei minuti, e la decisione sulla designazione di arbitro e assistenti di gara per la partita del mercoledi’ successivo, di Coppa Italia, Bologna-Inter.

A parlare sono Giacinto Facchetti e l’ex designatore Paolo Bergamo. Riguardo alla stessa partita di Genova era gia’ uscita un’altra intercettazione, il giorno stesso della partita, tra il patron dell’Inter, Massimo Moratti e lo stesso Bergamo.

Facchetti chiama Bergamo il 10 gennaio 2005:

Bergamo - Giacinto!
Facchetti - Paolo allora vedi che abbiamo recuperato?
Bergamo - Storico eh storico ieri, mamma mia cosa ho sofferto, non te lo puoi immaginare... guarda che ormai la partita sembrava compromessa, c’e’ stata una reazione incredibile...
Facchetti - Sull’uno a zero speravo almeno nel pareggio fino alla fine, ma sul 2-0 non speravo piu’ a niente..
Bergamo- Mamma mia ma poi goals bellissimi
Facchetti- Si’ si’ si’
Bergamo- Puliti tranquilli.. e’ stato bravo Bertini sul 2-2 sul contrasto, quel contrasto tra difensore e Martins, che non era niente eh? Bada bene a volte pero’ magari puo’ essere ingannato perche’ questo cade in maniera plateale..
Facchetti- Devo dire che ho predisposto la tua...(incomprensibile) ed in campo sia andato tutto bene..
Bergamo- Si’ si’ si’ ha detto bene
Facchetti- E’ stato bravo anche Papi e Puglisi mi sono piaciuti..
Bergamo- Specialmente Puglisi ha fatto bene..

Secondo la difesa di Moggi, nel prosieguo della telefonata, si parla di tessere messe a disposizione da Facchetti per Bergamo, con l’accordo che passera’ Bergamo in sede e inoltre Bergamo chiede del materiale sportivo dell’Inter a Facchetti.

Quindi, il discorso si sposta sulla prossima partita, di Coppa Italia, a Bologna, che finira’ 1-3 per l’Inter senza alcuna coda polemica:

Bergamo - Senti domenica, ehm mercoledi’, avevo intenzione di mandarti come assistenti, siccome a Bologna non e’ una partita scontata secondo me avevo intenzione di metterti Geminiani e Niccolai che sono 2 toscani bravi eh?
Facchetti- Bene, Geminiani non l’abbiamo piu’..
Bergamo- No no e appunto te lo volevo mandare domenica, si scusa mercoledi’ c’e’ questa Coppa Italia che ci interessa ancora e quindi facciamo ..e poi ti mando un giovane, siccome volevamo rimettere in pista Gabriele e Palanca (dopo il caso scommesse che aveva portato alla loro sospensione il luglio del 2004 ndr), avevo intenzione di mandarti Gabriele..
Facchetti- Va bene
Bergamo- Non e’ un problema per voi... perche’ sta facendo bene...
Facchetti- No no va bene poi io mi fido di te... sei tu...
Bergamo- Stai tranquillo stai tranquillo e complimenti per ieri
Facchetti- Grazie grazie.



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Emergency inguaiata in Afganistan

Libero





Tre medici italiani di Emergency sono stati arrestati in Afghanistan insieme ad altre sei persone. Lo ha reso noto un portavoce dell’amministrazione provinciale, precisando che i nove sono accusati di aver ordito un piano per uccidere il governatore della provincia meridionale di Helmand. Gli arrestati inoltre "potrebbero essere coinvolti nel favoreggiamento" di attacchi kamikaze.

Le manette sono scattate dopo il rinvenimento di cinture esplosive, granate e pistole in un magazzino di un ospedale di Lashkar Gah, la capitale di Helmand, dove si trovava il governatore. Quest'ultimo, Gulab Mangal, sostiene che l'azione sia stata finanziata dai talebani afghani rifugiatisi in Pakistan. I dipendenti di Emergency "stavano progettando a Lashkar Gah e l’obiettivo numero uno ero io stesso".

L'arresto - Maso Notarianni, responsabile della comunicazione per l'organizzazione di Gino Strada e direttore di "Peacereporter", ha riferito che "uomini dei servizi segreti afghani e soldati dell’Isaf sono entrati nell’ospedale di Emergency e hanno prelevato quattro persone, tra le quali tre medici italiani. Quando li abbiamo chiamati al cellulare, ha risposto un ufficiale inglese che non si è identificato e non ha voluto dare spiegazioni di quanto accaduto. Per quanto ci riguarda, i medici sono stati sequestrati dall’Isaf". Secca la smentita del contingente della Nato, che ha reso noto che nessuno dei suoi uomini sono stati coinvolti nell’arresto dei 9 dipendenti di Emergency.

Sull'ipotesi di complotto, Notarianni ha aggiunto: "Inutile dire che il fatto che i nostri medici possano essere sospettati di ordire un complotto contro il governatore è assolutamente ridicolo". Infine il responsabile di Emergency ha chiesto alla Farnesina di far rilasciare i medici ed "esigere che la situazione torni alla normalità".

La Farnesina - Il ministro degli Esteri Frattini sta seguendo gli sviluppi della vicenda in stretto raccordo con l’Ambasciata di Italia a Kabul e le autorità locali. In attesa di poter conoscere la dinamica dell’episodio e le motivazioni dei fermi, la Farnesina ribadisce la linea di assoluto rigore contro qualsiasi attività di sostegno diretto o indiretto al terrorismo e riconferma inoltre il suo più alto riconoscimento al personale civile e militare italiano impegnato per le attività di pace in Afghanistan. Dai primi accertamenti emerge che i medici in stato di fermo lavoravano in una struttura umanitaria non riconducibile né direttamente né indirettamente alle attività finanziate dalla cooperazione italiana.

Collusione con i talebani - Il generale Fabio Mini, ex comandante della forza multinazionale Nato in Kosovo (Kfor), ha spiegato che Emergency è diventata un’organizzazione "scomoda e sgradita a molti" in Afghanistan e "anche in ambito Isaf aleggia il sospetto che l’associazione dia manforte ai talebani". L'arresto potrebbe rientrare nell'ambito di un controllo più generale su tutte le organizzazioni non governative, "e allora si potrebbe parlare quasi di routine". Ma dietro l'irruzione nell'ospedale potrebbero esserci i servizi segreti afghani, che, "a causa dei vecchi sospetti di collusione di Emergency con i talebani e probabilmente disponendo di informazioni mirate, vogliono dare un giro di vite contro l’azione sgradita di chi cura i feriti senza chiedere la carta d’identità e senza schierarsi".

10/04/2010






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Suicida il poliziotto che nel 2003 arrestò la brigatista rossa Nadia Lioce

Quotidianonet


Bruno Fortunato, 62 anni, ormai in pensione, si è tolto la vita nella sua casa di Nettuno. L'agente della Polfer con i colleghi Petri e Di Franzo scoprì la brigatista il 2 marzo 2003. Nella sparatoria morirono l'agente Petri e il terrorista Galesi


Roma,10 aprile 2010



Bruno Fortunato, l’agente della Polfer che il 2 marzo del 2003 restò ferito nel conflitto a fuoco sul treno Roma-Arezzo, nel corso del quale morirono il sovrintendente di polizia Emanuele Petri, il brigatista Mario Galesi e fu catturata Nadia Desdemona Lioce, si è suicidato la notte scorsa, poco prima della mezzanotte, nella sua abitazione di Nettuno. Fortunato, 62 anni, in pensione, a quanto si apprende, si è ucciso con una pistola di cui era in possesso. Sulla vicenda indaga il commissariato di Anzio-Nettuno. Al momento sono ancora sconosciute le motivazioni del gesto.

 L’agente della Polfer insieme ai colleghi Petri e Di Franzo la mattina del 2 marzo del 2003 era in servizio sul treno Roma-Arezzo. Mentre stavano effettuando dei controlli all`altezza di Castiglion Fiorentino, i tre agenti furono coinvolti nella sparatoria con i due esponenti della Nuove Brigate Rosse.

Nel conflitto a fuoco persero la vita il sovrintendente di polizia Emanuele Petri ed il brigatista Mario Galesi. Quella mattina fu catturata Nadia Desdemona Lioce. Le indagini accertarono che i due erano terroristi facenti parte delle Nuove Brigate Rosse. Nella borsa della Lioce furono ritrovati documenti, floppy disk e due palmari che sono stati utili alle indagini che portarono poi alla cattura di tutti gli appartenenti dell’organizzazione terroristica responsabile anche degli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi, avvenuti rispettivamente negli anni 1999 e 2002.




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Savona, gay scrive al Papa "Io, abusato da un prete non ho mai avuto giustizia"

Quotidianonet

Lettera aperta a Benedetto XVI: "Venni violentato per diverso tempo 30 anni fa da un sacerdote che insegnava religione. Ho chiesto aiuto a tre vescovi ma nessuno ha mai preso provvedimenti"

SAVONA, 10 aprile 2010




Non vengono solo da lontano le accuse di pedofilia a sacerdoti, che spesso coinvolgono le gerarchie cattoliche. L'ultima 'rivelazione', in ordine di tempo, viene da Savona, dove un giovane omosessuale scrive direttamente a Benedetto XVI per raccontare la sua storia.

"Io venni violentato per diverso tempo 30 anni fa da un sacerdote che insegnava religione ai bambini - è il testo della lettera aperta - La cosa più triste è che i tre vescovi che si sono succeduti nella diocesi di Savona-Noli, ai quali ho più volte comunicato sia a voce che per iscritto lo svolgersi delle atrocità che questo prete da anni compie, non hanno mai denunciato nulla all’ autorità giudiziaria, né hanno mai preso provvedimenti".

A rivolgersi al Papa è Francesco Zanardi, uno dei due ragazzi savonesi omosessuali che si sono sposati a marzo. "Io tristemente posso testimoniare la mia personale storia - scrive - e malgrado le mie ripetute, dolorose denunce ai vertici ecclesiastici, non è stato portato alla mia persona alcun tipo di sollievo, conforto o sostegno da parte dei Vescovi che hanno retto la Diocesi e che non hanno volutamente affrontato e continuano a non affrontare la causa del mio grande disagio. Queste atroci esperienze di abusi hanno leso in modo irreparabile la mia persona, la mia anima oltre che come vittima delle atrocita’ anche come vittima nell’ambito professionale".

"La Chiesa dimostri ora la sua coerenza con le parole del Santo Padre - conclude Zanardi - assumendosi le proprie responsabilità. Risarcisca e sostenga, per quanto sia possibile e in maniera adeguata, le persone di cui questi preti hanno abusato e prenda provvedimenti nei confronti dei Vescovi che hanno insabbiato e continuano a coprire queste atrocita’, eseguendo alla lettera il volere del Santo Padre".




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Afghanistan, denuncia di Emergency "Arrestati tre medici, sono italiani"

La Stampa

Il direttore comunicazioni della Ong "Le forze Isaf e i servizi segreti locali hanno fatto irruzione all'ospedale. Sono accusati di complotti, è ridicolo"
ROMA

Soldati della Nato-Isaf e membri della National security afgana hanno arrestato oggi tre membri italiani del personale internazionale dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah, la capitale della provincia di Helmand. Lo riferito Maso Notarianni, responsabile comunicazione del comitato direttivo di Emergency. «Membri della National security (Nsa) insieme a soldati della Nato-Isaf si sono presentati all’ospedale di Lashkar Gah, hanno cordonato l’ospedale e membri della Nsa hanno effettuato una perquisizione perché sospettavano la presenza di esplosivi».

Secondo Notarianni, «sono stati portati via almeno tre italiani» e non è chiaro se anche alcuni membri del personale afgano. «Inutile dire che il fatto che i nostri medici possano essere sospettati di ordire un complotto contro il governatore è assolutamente ridicolo», ha detto Notarianni riferendosi alle notizie date da un portavoce dell’amministrazione provinciale e riferite dalla Associated Press.




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Adotta un bimbo in Russia poi ci ripensa E lo rispedisce indietro da solo in aereo

Corriere della Sera



La decisione di una donna single del Tennessee: mi hanno ingannata, non è dolce e buono ma violento e pericoloso. Ora Mosca e Washington litigano su chi si debba occupare del piccolo



MILANO - Lo ha rispedito al mittente come un pacco postale arrivato all’indirizzo sbagliato e con tanto di biglietto nel quale avvisava le autorità che lei quel bambino non lo voleva più tenere. Già, perché il «pacco» in questione altro non è che un bimbo russo di sette anni, adottato da una mamma single americana nel settembre scorso e rimandato indietro sette mesi più tardi, e ad una settimana dal suo ottavo compleanno, perché «troppo violento e con gravi problemi psicologici e comportamentali». Queste, infatti, le motivazioni a spiegazione del suo gesto che Torry Ann Hansen di Shelbyville, nel Tennessee, ha scritto nero su bianco sul messaggio che ha messo nelle mani del piccolo Artem Saveliev, insieme ad un pacchetto di dolci, dei biscotti e delle penne colorate, prima che questi venisse imbarcato dalla nonna adottiva Nancy sul volo United Airlines per Mosca, con scalo a Washington.

IN VIAGGIO DA SOLO - Non bastasse, il povero orfanello (a cui la mamma aveva fatto credere che stava andando in vacanza) ha pure viaggiato tutto solo e non è ancora ben chiaro come questo sia effettivamente potuto succedere, visto che, per regolamento, i bambini possono prendere voli in coincidenza solo se maggiori di otto anni. A quanto pare, la nonna si sarebbe assicurata che una hostess si prendesse cura del bambino durante i voli, mentre la signora Hansen avrebbe trovato una guida turistica russa su Internet, tale Artur, che, dietro compenso di 200 dollari, avrebbe accettato di andare a prendere Artem all’aeroporto di Mosca e di affidarlo alle autorità.

Comunque sia, è innegabile che il comportamento della donna abbia causato grande indignazione ai più alti livelli e mentre sia il Cremlino che l’ambasciatore americano a Mosca, John Beyrle, hanno espresso rabbia e sconcerto per quanto successo, il governo russo ha reagito ancor più duramente, sospendendo a titolo immediato e per tutta la durata delle indagini la licenza per le adozioni internazionali all’associazione coinvolta in questo pasticcio – ovvero la “World Association for Children and Parents” – e minacciando di revocare le adozioni da parte delle famiglie americane di bambini russi.

SCONTRO MOSCA-WASHINGTON - Lo scorso anno, come ricorda il londinese Daily Mail, sono stati 1600 i piccoli russi adottati negli Stati Uniti e questo provvedimento potrebbe colpire molte famiglie innocenti, che aspettano da mesi di poter accogliere un orfano. Ora resta anche da stabilire a chi spetti la custodia del piccolo Artem, attualmente ricoverato in un ospedale di Mosca (gli esami a cui è stato sottoposto non avrebbero evidenziato segni di abusi) ma cittadino americano a tutti gli effetti, secondo i funzionari dell’ambasciata.

«Se il suo genitore americano lo ha imbarcato su un aereo come un sacco di patate – ha tuonato Pavel Astakhov, commissario del Cremlino per i diritti sui minori - allora adesso tocca a noi prendercene cura e dopo gli esami di rito, Artem verrà messo in uno dei nostri orfanotrofi, anche se i funzionari americani stanno rivendicando dei diritti su di lui e hanno minacciato l’amministrazione dell’ospedale per non aver permesso loro di portarlo via. Ho parlato con il bambino e quando abbiamo affrontato il discorso della sua mamma americana e del figlio naturale di lei, Logan, il piccolo è scoppiato in lacrime, confessandomi che lui e Logan erano buoni amici e che lui ha sempre considerato il ragazzino come il fratello maggiore, invece mi ha detto che la donna lo trascinava per i capelli».

IL RIPENSAMENTO - Tutta questa brutta storia è stata una sorpresa pure per gli stessi funzionari dell’orfanotrofio vicino a Vladivostok che avevano messo in contatto la Hansen con il bambino russo e alle quali la donna aveva fatto un’ottima impressione, convincendoli che avrebbe garantito al piccolo una nuova vita, anche senza essere sposata. «Sembrava una donna così dolce e gentile – ha ricordato la responsabile, Vera Kuznetsova, al tabloid londinese -. Artem ci era andato subito d’accordo e lei aveva persino imparato qualche parola in russo per riuscire a comunicare con il figlio».

Ma, evidentemente, una volta tornati nel Tennessee, le cose devono essere precipitate, visto che, secondo la Hansen, il bambino avrebbe cominciato a dare segni di squilibrio e a mostrare comportamenti violenti e pericolosi. Comportamenti che, a suo dire, le sarebbero stati volontariamente taciuti dall’orfanotrofio. «Dopo aver cercato di fare del mio meglio per questo bambino – si legge nel “foglio di via” scritto alle autorità – mi dispiace dover dire che non desidero più tenerlo, per la sicurezza mia, della mia famiglia e dei miei amici. E siccome è di nazionalità russa, lo restituisco alla vostra tutela e vorrei che l’adozione venisse annullata.

E’ un bambino violento e con gravi problemi psicopatici e comportamentali. Mi avete mentito e ingannato sulla sua sanità mentale e avete scelto di darmi un’immagine sbagliata di lui perché lo portassi fuori dal vostro orfanotrofio». Accuse che la signora Kuznetsova ha negato decisamente. »Artem è un normalissimo bambino di sette anni. Forse un tantino testardo, ma questo non è un problema con dei genitori amorevoli». Cosa che Torry Ann Hansen non ha voluto essere.

Simona Marchetti
10 aprile 2010



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Caracciolo smentito dal suo factotum

Il Tempo

Delitto di via Poma. l'ex presidente Aiag nega di essere stato informato da Mario Macinati delle due telefonate dagli Ostelli. "Il giorno dopo il delitto avvertii l'avvocato che l'avevano cercato con urgenza".


Entra in aula zoppicando vistosamente. È per la poliomielite che lo affligge fin da piccolo. «Si avvale della facoltà di non rispondere?», gli chiede il presidente della Corte d'Assise Evelina Canale. «Voglio rispondere. Questo gnocco non me lo porto avanti...», replica convinto Mario Macinati, ex factotum dell'avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, a sua volta ex presidente dell'Associazione alberghi della gioventù di via Poma. È lui, fattore-giardiniere-tuttofare nella tenuta dell'avvocato a Tarano (Rieti), il protagonista della settima udienza del processo per l'omicidio di Simonetta Cesaroni.

Una «comparsata» colorita e piena di spunti esilaranti, la sua, se non stessimo parlando dell'assassinio brutale di una ragazza. Ma, al di là, del colore e dei sorrisi, la testimonanza di Macinati è servita a porre le sue dichiarazioni in contrapposizione con quelle di Caracciolo. L'episodio in questione riguarda due telefonate ricevute dalla moglie dell'uomo la sera del 7 agosto, poco prima che il delitto venisse scoperto. La voce maschile dall'altro lato della cornetta chiedeva dell'avvocato, che si trovava a 16 chilometri di distanza. Il giorno dopo Macinati riferì a Caracciolo.

Ma quest'ultimo ha negato, giurando di aver appreso solo ieri la circostanza. Continua, insomma, l'opera di «pulizia» del pm Ilaria Calò, che vuole sgombrare il campo da sospetti e piste senza sbocco processuale per arrivare a concentrarsi sul suo vero bersaglio: Raniero Busco. Questa volta è toccato ai Macinati (padre e figlio), Caracciolo e Luigina Berrettini, l'impiegata che ha confermato di aver parlato al telefono con la vittima alle 17,15 e alle 17,40 circa di quel martedì di sangue. «Qualcuno, verosimilmente Vanacore, ha chiamato due volte Macinati, chiedendo di lei e dicendo di chiamare a nome degli Ostelli.

Il fattore è venuto a dirglielo?», è il quesito della Calò per l'avvocato. «No, no», ripete il teste. «Non si sarebbe risentito, se non l'avesse avvertito?», incalza il pm. «Se non lo sapevo...». «Poi l'ha saputo». «Non l'ho saputo mai - è la risposta di Caracciolo - è una cosa che apprendo adesso». L'accusa, a questo punto, vuole sapere «perché Macinati temeva che lei si sarebbe arrabbiato per le telefonate di Vanacore».

E l'avvocato giustifica il fatto sottolineando la scarsa affidabilità del personaggio: «È uno che può dire tante parole senza senso o logica, ha avuto una vita difficile, e nessuno in paese prenderebbe sul serio quello che dice, racconta fesserie, balle, anche per far vedere che è importante, per farsi bello». Una reazione dura, quella dell'ex presidente regionale dell'Aiag, scagionato dal test del Dna.

Ma questo non impedisce al suo ex factotum di contraddirlo. Ascoltata una lunga intercettazione effettuata nell'auto che riporta Macinati e il figlio Giuseppe a casa dopo la deposizione in Procura (durante il viaggio il secondo redarguisce il primo per aver «parlato troppo»), Ilaria Calò approfondisce con il vecchio contadino il dettaglio delle due telefonate. «Le ha prese mia moglie mentre io riposavo - conferma lui

La prima sarà stata verso le 20,30. La seconda verso le 23. Io ero tornato alle nove di sera ed ero stanco morto. L'avvocato aveva dormito ma io avevo tagliato il prato e la strada da casa sua so' sedici chilometri tutte buche».

Per questo, spiega, non si è preoccupato di avvertirlo subito. Sebbene nel corso della seconda chiamata il telefonista, sicuramente un uomo, avesse fatto presente l'urgenza della sua richiesta. «È andato la mattina dopo?», continua il pm. «Sì, sì, si...!», afferma sicuro l'uomo. A Macinati viene anche contestata la conoscenza di Vanacore e della sede Aiag di via Poma. L'accusa gli ricorda che nel 2008 disse di aver fatto la conoscenza del portiere, che era «una persona squisita». In seguito negò di averlo conosciuto («Mai!», interrompe il teste).

Più tardi ancora, nell'intercettazione ambientale, dirà che ci aveva preso «un paio di caffè» e che non l'aveva detto perché sennò l'avvocato si incazzava. «Adesso dica la verità», pressa Ilaria Calò. Macinati si schermisce: «Mi trovavo confuso di testa. Ero depresso. Me so' sbagliato, me volete arresta'? Vado in galera ma la bugia non la dico. Se devo di' la verità, io Vanacore non l'ho mai conosciuto».

Quei caffè, precisa il fattore, li ha presi con Salvatore Sibilia (marito di Anita Baldi, ex direttrice amministrativa dell'Aiag, deceduto tempo fa) all'ostello del Foro Italico. Nessuno, però, chiede a Caracciolo per quale ragione nei giorni, o mesi successivi non abbia appurato che cosa voleva da lui l'anonimo telefonista la sera dell'omicidio. Il prossimo appuntamento in aula è il 7 maggio.

Maurizio Gallo
10/04/2010




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Quei concorsi d'oro costati una fortuna

Il Tempo


Due milioni alla società che ha gestito le gare. Ma un posto su tre è andato ai portaborse.
Bandi per diplomati e laureati. Bloccato quello per dirigenti. Su 116 vincitori almeno 37 lavorano nei partiti.



Dieci concorsi d'oro, non c'è che dire: finanziati da tutti i cittadini ma convenienti per pochi. I bandi sono stati pubblicati ad aprile dell'anno scorso: 116 posti per diplomati e laureati del Lazio in diverse aree dell'amministrazione regionale. I partecipanti sono stati quasi 94 mila, hanno pagato 10,33 euro a testa. Ma alla Regione la gara è costata molto di più: due milioni di euro. Tra una settimana i 116 vincitori avranno una scrivania e, soprattutto, un lavoro a tempo indeterminato. La lista dei nuovi dipendenti, infatti, è ufficiale. Tra questi, come Il Tempo ha mostrato ieri, ci sono almeno 37 persone che già lavorano nei gruppi politici. I candidati che non hanno passato le selezioni saranno pure amareggiati ma le spese per organizzare quei concorsi sono pesate su tutti i laziali. La deliberazione è la numero 228 del 2 aprile 2009. La gara riguarda «la fornitura di test e servizi vari per l'effettuazione di concorsi esterni».

Alla società che si è aggiudicata l'appalto è fruttata 2 milioni di euro. Anche se il valore iniziale dell'appalto era 2 milioni e 400 mila euro, compresa Iva al 20 per cento. Del resto l'amministrazione a questi concorsi ci teneva parecchio. Il tipo di procedura scelta, infatti, è stata quella «ristretta accelerata». Quella che si fa per fare in fretta. La gara se l'è aggiudicata la Cnipec srl, una società che è abituata a gestire concorsi. Lo ha già fatto in vari ministeri e altre Regioni d'Italia.

L'appalto ha previsto l'assistenza nella preparazione dei bandi di concorso, la progettazione e lo sviluppo della procedura software on line per consentire ai candidati di presentare la domanda di partecipazione direttamente dal sito internet, l'attività di call center per dare informazioni per la durata di validità dei bandi, il ricevimento delle domande, la spedizione ai mittenti degli avvisi di ricevimento delle raccomandate, l'archiviazione delle richieste di partecipazione, la pubblicazione del calendario delle prove, la preparazione dei veri e propri questionari, l'organizzazione delle prove scritte e, infine, la stesura delle graduatorie.

Compiti che hanno avuto un prezzo salato. Soldi in parte compensati dalla quota pagata dai singoli candidati. Quasi un milione di euro. Ma c'è una coincidenza che, al di là delle spese, rende quanto meno sospetto il concorso. Incrociando la lista dei vincitori con l'elenco dei collaboratori dei partiti, si scopre che quasi un posto su tre è stato conquistato dagli assistenti dei politici. Di tutti, o quasi, i partiti, senza distinzione di coalizione. Su questo, evidentemente, c'è stato un accordo trasversale e silenzioso. Niente di male, per carità, le persone che ce l'hanno fatta e che già lavoravano alla Pisana saranno sicuramente valide e quei posti se li saranno davvero guadagnati. Ma non possono mancare dubbi. Soprattutto per chi quel concorso l'ha fatto e non è passato.

Proprio ieri uno dei candidati che non hanno superato le selezioni ha parlato con Il Tempo sottolineando la difficoltà di ottenere un posto di lavoro in ambienti politici. Ma gli esclusi sono stati tanti: più di 93 mila. Loro hanno pagato dieci euro ciascuno, il resto dei cittadini ha saldato il conto. Soltanto un bando è rimasto «congelato», quello destinato ai dirigenti. È stato bloccato dal Tar in seguito a un ricorso subito dopo le prove scritte. Anche lì, comunque, non mancano candidati «noti», anche parenti dei consiglieri regionali. Ma non c'è stato niente da fare. In quel caso la Pisana s'è dimenticata di pubblicare gli «avvisi di mobilità», necessari prima di assumere altri dirigenti.

Alberto Di Majo
10/04/2010




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Stefano non si è lasciato morire

Corriere della Sera

Conferenza stampa alla Camera, i periti della famiglia ribadiscono: il cuore cedette a causa del pestaggio

Ilaria Cucchi

ROMA - I risultati delle perizie eseguite dai consulenti della famiglia rivelano che «Stefano Cucchi non è morto per disidrazione». Il giovane arrestato a metà ottobre 2009 e deceduto il 22 di quel mese all'ospedale Pertini di Roma morì per «un edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca» in un quadro di «brachicardia giunzionale intimamente correlata» al trauma subito e all'immobilizzazione cui fu sottoposto all'ospedale Pertini. Insomma, Stefano non si lasciò morire in ospedale, ma fu ucciso dai postumi del pestaggio per i quali fu curato male. Lo ha spiegato la sorella della vittima, Ilaria Cucchi, nel corso della conferenza stampa del «Comitato per la verità su Stefano Cucchi» tenutasi sabato alla Camera dei Deputati.




GRACILE MA SANO - Nessun dubbio per i periti di parte civile sulle cause del decesso di Stefano: la sintesi della perizia presentata dai consulenti della famiglia, Vittorio Fineschi e Cristoforo Pomara, a Montecitorio chiarisce che si sarebbe trattato «di un cedimento progressivo» del fisico di Cucchi dopo i traumi subiti, e in particolare la frattura della vertebra lombare L3 che è stata «acuta», vale a dire recentissima visto «che non sono stati rilevati segni di callo osseo» negli esami effettuati.
Il ragazzo, ha sottolineato Fineschi - direttore della scuola di specializzazione di medicina legale di Foggia - che ha esaminato le cartelle cliniche di Cucchi del 16 ottobre, era sì «gracile» ma «sano, senza patologie rilevabili». Dunque, se fosse stato adeguatamente curato «non sarebbe morto», ha assicurato il professore.

VERITA' INCONTESTABILI - «Abbiamo divulgato alla Camera la perizia dei nostri consulenti - dice Ilaria Cucchi - da cui emergono verità scientifiche incontestabili, differenti da quelle che abbiamo sentito finora. Stefano non è morto per disidratazione». Poi ribadisce che il ragazzo, fino al momento dell'arresto, «stava benissimo». E aggiunge: «Se non avesse subito un pestaggio non sarebbe mai arrivato al Pertini dove è stato lasciato morire. Ritengo che il pestaggio e le lesioni riportate abbiano potuto influire sulla sua morte e questo lo dimostreremo». Quanto alle responsabilità, «le colpe dei medici ci sono, sono gravissime, ma ci sono anche quelle di chi ha operato questo pestaggio».

In effetti, secondo i periti, Stefano ha subito un trauma che ha provocato la frattura della colonna vertebrale tra le 14 e le 15 del 16 ottobre, mentre le ecchimosi al volto, in particolare all’altezza dei sopraccigli, fanno pensare a una contusione. Messi insieme gli elementi, e la conclusione, l’ipotesi più verosimile è quella che Cucchi abbia subito una aggressione diretta. La morte, sei giorni dopo - quando ormai Stefano era stato trasferito all'ospedale Pertini - sopravvenne «per cedimento cardiaco connesso con le entità traumatiche ricevute».

ECCHIMOSI E FRATTURE - Dall’esame delle carte emerge che alle 14.05 Cucchi era stato visitato nei locali della cittadella giudiziaria e aveva riferito dolore e mostrato ecchimosi nella regione sacrale. Due ore più tardi, alle 16.45 era stato visitato dai medici del Regina Coeli, che avevano chiesto un trasferimento urgente al Fatebenefratelli, descrivendo «ecchimosi sacrale-coggicea, tumefazione del volto bilaterale» e «algia alla deambulazione»: ovvero lividi alla base della schiena, volto tumefatto e difficoltà a camminare. Alle 20.11 dello stesso giorno, ora alla quale è stato redatto il rapporto del pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, i medici scrivono che Cucchi presenta dolore acuto se toccato a livello della regione sacrale e specificano: «Stazione eretta e deambulazione impossibile in relazione alla frattura vertebrale», riferendo l’insorgenza e la durata di sintomi riferibili a un trauma precedente dalle tre alle sei ore, cioè alle 14 dello stesso giorno.

I periti concentrano l'attenzione sul momento cui è possibile far risalire i possibili colpi ricevuti: «Non c'è dubbio che il trauma di Cucchi sia stato causato da colpi diretti. Secondo la nostra ricostruzione tutto dovrebbe essere accaduto tra le 13 e le 14 del 16 ottobre durante la sua permanenza a piazzale Clodio». Dopo il pestaggio Cucchi stava malissimo. Il 22 «Stefano viene trovato morto per un edema polmonare causato dal cedimento del cuore - ribadisce il perito Vittorio Fineschi - provocato dai traumi e dalle condizioni post-traumatiche. È stato un cedimento progressivo. Basti pensare che durante il ricovero il suo ritmo cardiaco era sceso a 49 battiti, mentre normalmente sono 60-80 al minuto».


Redazione online
10 aprile 2010



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I familiari di Tiziana, morta di parto: «L'ambulanza fatta uscire di nascosto»

Corriere della Sera


Accuse alla clinica privata Villa Pia. I medici indagati: nessun errore.
Il San Camillo: morì poco dopo l'arrivo





ROMA - «Nessuno ci ha avvertito di quello che stava accadendo alla nostra Tiziana: ci ripetevano soltanto che andava tutto bene. Ma poi, solo per un caso, una zia si è accorta che la nipote era stata caricata sull'ambulanza per il San Camillo». E' l'ultima, sconcertante novità raccontata ieri dai parenti di Tiziana Tumminaro su quanto successo nella clinica Villa Pia di via Ramazzini, a Monteverde, dove mercoledì scorso la trentenne, già madre di due bambine, è stata colpita da una grave emorragia dopo aver partorito una coppia di gemelli, morendo qualche minuto più tardi nel vicino ospedale.

«La gravidanza di Tiziana era stata assolutamente tranquilla, con ecografie ed altri esami di routine – spiega l'avvocato Franco Pascucci, che assiste il marito della donna, Mario Rosati -. Siamo in presenza di gravi errori che devono essere accertati». Secondo il legale ci sarebbe stata «poca chiarezza nell'atteggiamento degli operatori della casa di cura».




Il pm Roberto Felici ha indagato per omicidio colposo due ginecologi, C.N. e R.S. (uno dei quali, medico di fiducia della famiglia, aveva curato il parto anche la secondogenita della coppia), che facevano parte dell'équipe che ha sottoposto l'impiegata delle Poste di Casalotti a un doppio intervento, il cesareo e la successiva asportazione dell'utero. Procura e carabinieri della compagnia Trastevere vogliono chiarire anche i motivi che hanno spinto i responsabili della casa di cura a non trasferire subito la donna al San Camillo, dove è arrivata quando ormai era già troppo tardi. Risposte fondamentali potrebbero giungere già oggi dall'autopsia al Policlinico Gemelli. 
 
Secondo gli avvocati che difendono gli indagati, Danila Paparusso e Luca Cococcia, non ci sarebbe stato «alcun errore medico». «Dopo aver partorito i gemelli – sottolineano – si sono accorti che era presente una patologia all'utero non prevedibile e che bisognava intervenire con un'isterectomia. La signora era sveglia e cosciente, stata informata della situazione. Ha anche potuto vedere i suoi figli perché fino a quel momento l'anestesia era stata solo spinale e non totale. E la puerpera non si sarebbe opposta al nuovo intervento. E' stata intubata e si è proceduto con l'intervento, concluso alle 10.40. Dopo la «stabilizzazione» della paziente è stato chiesto il trasferimento in un'altra struttura, ma l'arrivo al San Camillo è avvenuto solo alle 14». 


Proprio dall'ospedale, dove nessun medico è indagato, è stato precisato che la donna è morta pochi minuti dopo il ricovero in condizioni molto gravi «in choc emorragico a seguito di parto cesareo gemellare, isterectomia e con farmaci vasoattivi in corso». Tiziana è stata colta da arresto cardiocircolatorio, uno subito, l'altro in sala operatoria. I medici hanno tentato di tutto per salvarla: le manovre di rianimazione sono state sospese alle 15.30, «dopo oltre 60 minuti totali».

Rinaldo Frignani
«Corriere della sera», edizione romana, pagina 7
10 aprile 2010




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Sentenza del tribunale di Treviso: dire «negro di m...» non è razzismo

Corriere della Sera


la pena: spese legali, ammenda di 250 euro e risarcimento danni



Oderzo, commerciante insulta senegalese: viene condannato per ingiurie ma senza aggravante razzista


MILANO - Una sentenza che farà discutere. Un trevigiano che aveva insultato un senegalese dicendogli "negro di m..." è stato condannato per ingiurie dal Tribunale di Treviso, che ha però escluso l'aggravante dell'odio razziale.

LA VICENDA - L'episodio è successo nel 2006 in una lavanderia di Oderzo: protagonisti il titolare del negozio e un cliente senegalese, fra i quali era scoppiato un diverbio sul pagamento anticipato del servizio. Il commerciante aveva cacciato il cliente di colore al grido di «negro di m..., testa di c... per poi aggiungere sei un comunista». Una pesantissima aggressione verbale che ha spinto il senegalese a denunciare l'uomo, condannato a pagare un'ammenda di 250 euro, le spese legali e il risarcimento dei danni. Il giudice - riportano i giornali locali - ha però escluso l'aggravante del razzismo sostenuta dalla procura, riservandosi 50 giorni di tempo per depositare le motivazioni della sentenza.

Redazione online
10 aprile 2010



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Riforme, Feltri attacca Fini "Vuole solo cacciare Silvio"

Quotidianonet


Il Giornale di nuovo contro il presidente della Camera dopo le dichiarazioni sul modello francese.
L'ex An è per il doppio turno, Berlusconi no. Il quotidiano: "Vuole vedere il Cavaliere fare fagotto"

Roma, 10 aprile 2010

Il Giornale torna alla carica contro il presidente della Camera. “Fini si ribella al Cavaliere”, questo il titolo del quotidiano diretto da Vittorio Feltri, che critica le sue prese di posizione sulle riforme costituzionali. Secondo il quotidiano le riforme "partono con il piede sinistro" proprio a causa delle dichiarazioni della terza carica dello Stato.

“Fini - scrive Feltri nell’editoriale - è riuscito nella memorabile impresa di litigare con Berlusconi su una materia come la legge elettorale che normalmente induce al sonno. Motivo? A Fini piace il semipresidenzialismo proposto da Berlusconi (d’accordo con la Lega) ma non piace il sistema proporzionale. Perché con il doppio turno, amato dalla sinistra, il centrodestra perderebbe di qui all’eternità. Esattamente ciò cui aspira il presidente della Camera il quale nella vita si è posto un obiettivo irrinunciabile: vedere il Cavaliere fare fagotto e tornare a casa”.

Secondo Feltri “la morale è la solita: Fini è troppo pigro per remare, ma se proprio decide di farlo, rema contro per realizzare il suo desiderio che, contrariamente a quanto pensavamo alcuni mesi fa, non è quello di diventare qualcuno costruendo qualcosa ma demolendo tutto, anche la cadrega su cui è seduto”.

GRAFICO Il modello francese: ecco come funziona



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La sinistra non deve commemorare Quattrocchi"

di Redazione

Roberto Delogu e Marco Traverso, rispettivamente coordinatore regionale e provinciale di «Comunisti-Sinistra popolare Liguria», tuonano contro la giunta di Marta Vincenzi per il patrocinio concesso alla commemorazione di Fabrizio Quattrocchi in consiglio comunale


«È evidente come oramai sia pochissima la differenza tra il centrodestra e l’attuale centrosinistra» a Palazzo Tursi: così si conclude la nota di Roberto Delogu e Marco Traverso, rispettivamente coordinatore regionale e provinciale di «Comunisti-Sinistra popolare Liguria», che tuonano contro la giunta di Marta Vincenzi per il patrocinio concesso alla commemorazione di Fabrizio Quattrocchi in consiglio comunale martedì prossimo. 

La decisione di ricordare il cittadino genovese, medaglia d’oro al valor civile, ucciso in Iraq nel 2004 dai fondamentalisti, viene duramente contestata dai comunisti in quanto, fra l’altro, «frettolosa, superficiale e contraddittoria». Meglio sarebbe, concludono Delogu e Traverso, «patrocinare il funerale di ogni morto sul lavoro, infermiere, insegnante, artigiano, di ogni individuo caduto in povertà, di ogni straniero capitato a morire qui». 

Ma le scintille a sinistra non si fermano alla commemorazione di Quattrocchi: ieri il comitato politico regionale del Partito dei Comunisti Italiani ha inviato un documento al comitato regionale di Rifondazione Comunista «per fare alcune precisazioni». 

In sintesi, il Pdci spiega a Prc che in base agli accordi presi prima delle elezioni «voi avete avuto un posto nel listino e a noi spetta in assessore. Perciò si ritiene opportuna la convocazione immediata del coordinamento regionale della Federazione per riprendere a confrontarci ed elaborare strategie per il futuro, a cominciare dall’incontro con il Presidente Burlando in previsione della composizione della Giunta». Insomma: a Rifondazione - dice il Pdci - è stato dato un posto nel Listino «ma ai Comunisti Italiani spetta un posto nella Giunta».




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Il Tg1 lo snobba. E Gianfranco si infuria con Minzolini

di Vincenzo La Manna

Tv e veleni: il direttore smentisce la telefonata del presidente della Camera.

Ma si parla già di una lettera di protesta


Roma

«Irritato» forse è dire poco. Con «imbufalito» ci siamo quasi. Mentre «incazzato nero» pare sia la versione più corretta, quantomeno è quella più gettonata. Fate voi. Ciò che conta è che Gianfranco Fini perde le staffe e non le manda a dire - nei suoi colloqui privati - ad Augusto Minzolini. Non c’è trucco e non c’è inganno, non lo raccontano mica i berlusconiani di ferro. 

A spifferarlo sono infatti i suoi fedelissimi. Uno, due, tre, quattro. Concordi, con la garanzia dell’anonimato, nel riferire di un presidente della Camera «indignato» con il Tg1. 

Reo, secondo quanto riportano appunto i finiani, di aver relegato - nell’edizione di punta delle ore 20 - «solo negli ultimi cinque-dieci secondi di un pastone politico di un minuto e mezzo, dopo il commento di Roberto Maroni, le parole di Fabrizio Cicchitto, del ministro Angelino Alfano, ma anche di Pier Luigi Bersani, Nicola Latorre, Lorenzo Cesa, Massimo Donadi e Renato Schifani, il suo intervento sulle riforme al convegno di Farefuturo». 

Uno smacco, è la sensazione che prevale. Anche per un motivo «tecnico», oltre che politico, visto che «un giornalista della testata in questione era pure presente a Palazzo Marini», location dell’incontro di giovedì pomeriggio. Ma del servizio neppure l’ombra, lamentano in coro. «Schema che - giurano - si ripropone pure nell’edizione della notte». 

Insomma, è una «roba inaudita, dato che tutti i telegiornali, ad eccezione guarda caso di Tg1 e Tg4 - prosegue così l’analisi di chi raccoglie il pessimo umore dell’ex leader di An - hanno dedicato un pezzo ad hoc all’analisi di Fini sul sistema semipresidenziale francese e sulla necessità che si modificasse anche la legge elettorale». Un tema, rintuzzano, che «campeggia non a caso su tutti i quotidiani italiani oggi in edicola (ieri per chi legge, ndr). D’altronde, come sapete bene pure voi del Giornale, c’era davvero grande attesa per la sua prima uscita pubblica dopo il responso delle elezioni regionali».

Comunque la si giri, Fini mastica amaro. E si parla di almeno una sua telefonata infuocata nei confronti di Minzolini. Il potenziale destinatario, però, nega in maniera netta. «Non so nulla di questa storia - premette il direttore del tg in onda sulla rete ammiraglia - e non ho ricevuto chiamate di alcun genere da Fini, almeno fino a questo momento». L’orologio, per dovere di cronaca, segna le 16.30.
Ma tant’è: le voci su un loro contatto diretto rimangono fino a sera. Nonostante arrivi pure la secca smentita del portavoce della terza carica dello Stato. 

«Il presidente Fini non ha telefonato al direttore del Tg1», premette Fabrizio Alfano, che però aggiunge: «Sono stato io, com’è naturale che sia per il ruolo che ricopro, e come avviene di continuo con i direttori di tutte le principali testate giornalistiche - attività che svolgono tutti i portavoce - a chiamare in mattinata Minzolini». Una semplice casualità? Non proprio, visto che a domanda diretta Alfano risponde così: «Per quanto mi riguarda, il modo in cui in questo momento il Tg1 sta informando gli italiani è motivo di polemica».

Non si va oltre, il giornalista non aggiunge altro. Ma al di là della telefonata diretta o no, esclusa per altre ragioni pure dal solito maligno di turno («potete criticarlo quanto vi pare, ma Fini è un politico scaltro, figuriamoci se alza la cornetta di persona, rischiando magari di venire intercettato e di finire poi sui giornali»), è evidente che la scarsa visibilità concessagli dal principale tg italiano, nel momento di massimo ascolto serale, gli abbia davvero fatto perdere l’aplomb.

Che di per sé, non sembra essere una novità assoluta. Va ricordata ad esempio la reazione avuta nei confronti degli editoriali del direttore del Giornale, Vittorio Feltri, che avrebbe preferito - diciamo così - sistemato da qualche altra parte.

Ma torniamo a bomba. Anche perché - ipotesi che filtra sempre negli ambienti a lui vicini - Fini avrebbe pure pensato di mettere tutto nero su bianco, riversando in una lettera il suo forte disappunto sulla gestione Minzolini. Una missiva di protesta che sarebbe stata indirizzata alla presidenza della Vigilanza Rai, che si riunirà, per altri motivi, martedì prossimo. Una mossa che sarebbe comunque tramontata. «In realtà, non è mai esistita», ribatte Alfano, che a tale riguardo rimarca: «Smentisco in maniera categorica, non c’è nessuna lettera inviata alla Commissione». 

Se ne prende atto, ovviamente. Così come non si può non notare che ieri sera, invece, un servizio su Fini (il secondo in scaletta, dopo l’apertura sulla missione di Silvio Berlusconi a Parigi) il Tg1 ce l’aveva eccome.




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Non ci sono prove" Giudice Usa ordina di liberare detenuto recluso a Guantanamo

Quotidianonet

Washington, 10 aprile 2010




Il governo Usa non ha prove per continuare a tenere un noto detenuto a Guantanamo, che quindi va subito liberato. È con questa motivazione che un giudice Usa ha ordinato il rilascio di un importante detenuto del campo di prigionia, il mauritano Mohamedou Ould Slahi, sospettato di essere legato agli attentatori dell’11 settembre.

 Secondo il giudice distrettuale James Robertson, in effetti, il governo di Washington non è stato in grado di provare che fosse parte di Al-Qaeda al momento della cattura. La sentenza del giudica James Robertson, citato dal Washington Post, risale al 22 marzo, ma la motivazione è stata resa nota soltanto adesso. Secondo il magistrato, il governo non può continuare a mantenere a Guantanamo Ould Slahi solo per timore che possa riprendere i suoi contatti con Al Qaeda o commettere azioni illegali.

Secondo la American Civil Liberties Union (Aclu), Slahi era stato arrestato poco dopo l’11 settembre 2001 in Mauritania, portato in Giordania, interrogato e sottoposto ad abusi per otto mesi, quindi spedito a Bagram, in Afghanistan, per poi essere inviato a Guantanamo, in cui è prigioniero dall’agosto 2002. «La detenzione di Slahi - ha commentato un avvocato di Aclu, Jonathan Hafetz - per otto anni senza alcuna imputazione precisa o un processo rappresenta uno dei più esecrabili abusi di Guantanamo».

Nel 2009, inoltre, un rapporto del Comitato sulle forze armate del Senato Usa aveva descritto nel dettaglio le torture cui è stato sottoposto Slahi. Il mauritano è stato tenuto per mesi in isolamento, in una cella gelata, gettato a terra, privato di cibo, costretto a bere acqua salata, obbligato a stare per ore in piedi in una stanza con forti luce e con musica heavy metal per ore. Inoltre gli è stato vietato di pregare ed è stato picchiato. Non basta, gli era stato anche raccontato che la madre sarebbe stata arrestata e inviata a Guantanamo, il che era falso.




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Precipita l'aereo del presidente polacco "Nessun sopravvisuto: 132 le vittime"

di Redazione

E' precipitato l'aereo del presidente polacco Lech Kaczynski, il velivolo ha avuto dei problemi durante la fase di atterraggio nell'aeroporto di Smolensk, nell'ovest della Russia.  Il presidente si stava recando a Katyn per le celebrazioni dell'eccidio.  Secondo la protezione civile russa, le vittime del disastro aereo sarebbero 132, a bordo anche la moglie del politico polacco



Mosca



E' precipitato in Russia l'aereo del presidente polacco Lech Kaczynski, secondo le prime informazioni il velivolo avrebbe avuto dei problemi durante la fase di atterraggio nell'aeroporto di Smolensk, nell'ovest della Russia. A bordo del Tupolev 154, secondo fonti russe, c'erano 132 passeggeri, tra i quali la moglie del presidente, non ci sono sopravvissuti. Intorno alla città di Smolensk vi è fitta nebbia, l’aereo in fase di atterraggio avrebbe urtato alcuni alberi e poi preso fuoco. Le fiamme sono state già spente dai vigili del fuoco.

Kaczynski sarebbe dovuto atterrare all’aeroporto di Smolensk per recarsi poi a Katyn e rendere omaggio alle vittime dell’eccidio.

Democratico e anticomunista Kaczynski, nato nel 1949, è stato sindaco di Varsavia dal 2002 al 2005, anno in cui è stato eletto Presidente. Suo fratello gemello, Javroslaw, in passato è stato primo ministro. Lech, di orientamento conservatore, è stato, nelcorso degli anni setttanta, un esponente di spicco del movimento anticomunista. Nel periodo della legge marziale introdotta dai comunisti è stato arrestato come elemento anti-socialista.




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Cattiva tv Ora «Annozero» lancia la gara ad arrampicarsi sulla gru

di Redazione

DUE PESI 

 

«Il Giornale» resta sotto tiro, mentre «Repubblica» continua la lotta a suon di bufale

 

 

Ieri mattina, a Milano, due operai di un’azienda metalmeccanica sono saliti su una gru, a 60 metri d’altezza, nel cantiere del nuovo Palazzo della Regione Lombardia. Un gesto clamoroso, di sicuro impatto mediatico, per chiedere che venisse loro pagata la cassa integrazione straordinaria in seguito al fallimento dell’impresa. Nel pomeriggio sono scesi dalla gru, con l’aiuto dei vigili del fuoco, dopo avere avuto la conferma che il Tribunale aveva firmato la documentazione necessaria per sbloccare la cassa per altri sei mesi. «Continuiamo a non avere più il lavoro - hanno detto i due operai - ma almeno abbiamo raccolto le briciole». Questa volta è andata bene. Ma la prossima?

La paura, infatti, è che ci sarà una prossima volta. E ci sarà non solo perché manifestare in modo estremo rimane spesso l’unico modo per difendere i propri diritti (reali o presunti), ma soprattutto per il devastante effetto emulazione che rischia di scatenare un servizio mandato in onda ad Annozero, una decina di giorni fa, nel quale un inviato della trasmissione di Santoro, Corrado Formigli, ha «documentato» la protesta clamorosa di due muratori egiziani saliti - guarda caso - sulla gru di un cantiere di Stezzano, Bergamo, e che grazie alla presenza delle telecamere sono riusciti infine a riavere i loro soldi.

Un servizio terribile: sbagliato dal punto di vista giornalistico, perché da un singolo caso, montato in modo strumentale, si fa passare per ladro e razzista prima un piccolo imprenditore, poi la sua squadra di lavoro, poi un paese al completo, una provincia italiana, la Lega che lì raccoglie la maggioranza dei voti (che era il tema della trasmissione), un’intera regione...; un servizio scorretto dal punto di vista etico e deontologico, perché legittima l’idea che con una telecamera in mano si possa riprendere

e mandare in onda di tutto, sostituendosi a polizia, magistratura, tribunali, e facendo giustizia in diretta; e pericolosissimo all’atto pratico, visto l’effetto a catena che può provocare e visto che a 60 metri d’altezza, rischiando la vita, ci salgano gli altri, non il giornalista, che se ne sta comodamente con i piedi per terra, e l’unica cosa che ha il coraggio di alzare è il tono dell’indignazione... Ma vada lui a lavorare in un cantiere.

Che il servizio di Corrado Formigli fosse vergognoso lo ha detto chiaramente Emilio Fede, ospite della trasmissione. Ora: Fede lo si può criticare a prescindere, ma è uno che di giornalismo, facendolo da 50 anni, qualcosa sa. E comunque non occorre essere direttore di un telegiornale per capire che appostarsi all’alba davanti a un cantiere, aspettando - dopo essere stati avvertiti - di riprendere due «scimmiette» addestrate arrampicarsi sulla gru, e continuare a filmare i disperati protagonisti dello show invece di dissuaderli, o tentare di fermarli, o di chiamare immediatamente la forza pubblica, per poi spacciare il tutto come uno scoop, non è giornalismo. Ma sciacallaggio.

È andata bene due volte, finora. Ma se qualcuno in futuro ci rimetterà la pelle, lo avrà sulla coscienza chi - in cambio di un punto in più di share - ha indotto la falsa convinzione che arrampicandosi senza protezione a 60 metri d’altezza, davanti alle telecamere, si può ottenere tutto.

Come ha commentato un muratore bergamasco, guardando prima con compassione i due egiziani in cima alla gru, seminudi e in bilico, e poi l’inviato di Annozero, con la sua giacchetta di tweed che grida nel microfono tutta la sua indignazione contro questa Italia: «Quanta merda che c’è in giro».




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Intercettazioni truccate: arrestati e poi assolti

di Gian Marco Chiocci

Era il 2005 quando una clamorosa operazione portò in galera a Reggio Calabria l’ex sottosegretario Pagano, magistrati, poliziotti e imprenditori. L’accusa infamante era di essere collusi con la mafia. Ma le prove principali erano trascrizioni di telefonate fasulle

 
nostro inviato a Reggio Calabria

Si fa presto a parlare di intercettazioni invasive, eccessive, costose. La vicenda giudiziaria che vi stiamo per raccontare, costruita su spezzoni di conversazioni intercettate che non sarebbero state in realtà mai intercettate, dà l’idea di come il problema da affrontare a livello parlamentare sia in realtà molto più complesso. Partiamo dalla fine. 

E cioè dall’archiviazione del gip reggino Kate Tassone che su richiesta dei pm (con il procuratore capo Pignatone in testa) ha prosciolto tutti gli indagati dell’operazione «Gioco d’azzardo» che nel 2005 portò in galera 16 dei 43 personaggi finiti sott’inchiesta, fra cui l’ex sottosegretario al Tesoro, Santino Pagano, il giudice Giuseppe Savoca, gli imprenditori Salvatore Siracusano e Rosario Spadaro, il questore vicario Alfio Lombardo e molti altri. 

L’ipotesi iniziale dei magistrati era che vi fosse una sorta di comitato d’affari politico-mafioso, favorito da imprenditori vicini a Cosa nostra, con addentellati negli uffici giudiziari e di polizia. Un’associazione criminale che trafficava in armi e riciclava denaro sporco. A sostegno di questa tesi gli inquirenti portavano le dichiarazioni di alcuni pentiti e i contenuti di svariate intercettazioni. Pagano e soci finivano dritti in carcere, vi rimanevano sei mesi, salvo poi essere rimessi fuori dalla Cassazione e dal tribunale della libertà. 

Gli arrestati si sono sempre professati innocenti e hanno gridato subito al complotto giurando che quelle intercettazioni erano state contraffatte. Proprio così: «Sono false». «Le hanno manipolate». Possibile? Più che possibile, sostenevano gli ex indagati, visto che nel 2002 in un procedimento analogo a Milano l’ascolto di ben 58mila telefonate sugli stessi fatti aveva portato a un’archiviazione per l’imprenditore Siracusano sospettato di essere il riciclatore della mafia. 

Per un’ipotesi di violazione del segreto d’ufficio Milano spedì comunque il fascicolo in Calabria dove la Dia, riascoltando in particolare una di quelle 58mila intercettazioni (al Bar Grillo di Messina) riscontrava riferimenti inediti a partite di droga, armi, soldi sporchi, perfino ad allusioni sull’omicidio del professor Matteo Bottari. 

La Dia ha sempre negato d’aver giocato con le trascrizioni. Gli indagati hanno sempre sostenuto il contrario, e a dimostrazione di ciò a un certo punto hanno esibito i risultati di una doppia perizia tecnica sul nastro incriminato (che il consulente di un altro imputato si era premurato di duplicare anche se era stato giudicato inutilizzabile dagli inquirenti perché incomprensibile). Dalla pulitura della bobina emergeva così che i riferimenti ad armi e droga, a certi mafiosi, a determinate persone incensurate, in realtà non comparivano mai. 

Alle stesse conclusioni dei periti di parte arrivava il consulente nominato dalla procura di Catanzaro, dove nel frattempo il fascicolo era stato girato per competenza, che dopo aver ascoltato e riascoltato il nastro confermava che al contrario di quanto riportato dalla Dia effettivamente (al giro di nastro 01,07,942) non c’era alcun riferimento a un «bazooka», a partite di «cocaina e hashish», a «mezzo chilo di droga», a un mitragliatore «kalashnikov», a «cani antidroga». E nemmeno a uno dei 110 personaggi che secondo la Dia erano citati nell’intercettazione.

Un giallo. Un mistero. Per la Dia, se qualcosa non torna, non è per dolo. Per la difesa degli indagati il dolo c’è ed è reiterato. La battaglia è tuttora aperta, tra frasi «inventate», frasi «tradotte male» o «interpretate». Al giro di nastro 00.06.36.17, ad esempio, i periti di Pagano e Siracusano giurano trattarsi di uno scambio di battute fra un cliente e un barista («un aperitivo analcolico», «analcolico?», «un crodino?»). 

Per la Dia, al contrario, trattasi di discorsi sul narcotraffico dove si discute di qualcuno che ha parlato incautamente al telefono e che viene definito un cretino («e iddi parrai chi telefoni», «fu cretinu»). Stessa frase, due versioni contrappposte: un crodino o fu cretinu? 

Sulle intercettazioni al Bar Grillo i periti Pititto e Baldo, nominati successivamente dal gip di Reggio Calabria a cui era tornata indietro la pratica, hanno dato torto alla Dia. E alle stesse conclusioni è giunto il direttore tecnico Delfino della polizia scientifica di Roma a cui la procura di Lecco ha delegato accertamenti essendo pendente, nel suo ufficio, un’ulteriore indagine sulle presunte manipolazioni delle intercettazioni nell’inchiesta Pagano-Siracusano. 

Ma c’è di più. A pagina 51 della richiesta di archiviazione dei pm reggini si fa poi cenno ad altre dodici intercettazioni disposte, stavolta, dalla procura di Reggio Calabria: quelle nello studio del commercialista Giancarlo Panzera, considerato un complice di Siracusano e Pagano nel tentativo di depistare gli inquirenti sulla provenienza di un bel po’ di soldi sospetti, ritenuti inizialmente di provenienza illecita eppoi giudicati diversamente dai pm reggini perché considerati «introiti in nero ottenuti con le compravendite immobiliari». 

Sul punto i magistrati osservano come già il tribunale della libertà «si era espresso freddamente» sulla portata delle nuove intercettazioni. E se il collegio non ha ritenuto di poter attribuire al materiale il significato accreditato dalla Dia, ciò è dovuto sia «alla mancanza di adeguata correlazione tra le conversazioni ritenute maggiormente significative e il materiale processuale», sia «per alcune significative divergenze segnalate dalle difese al Riesame tra le trascrizioni offerte dalla polizia giudiziaria e quelle realizzate dai consulenti della difesa. 

È chiaro, quindi, che a questo punto diviene necessario attribuire valore decisivo alla trascrizioni effettuate dai periti del gip, Pititto e Baldo, con particolare riferimento ai passaggi-chiave delle conversazioni ritenute maggiormente compromettenti». 

Quanto alle «nuove» intercettazioni, ancora i pubblici ministeri reggini rimarcano «come il raffronto tra la trascrizione effettuata dalla polizia giudiziaria (la Dia, ndr) e quella effettuata dai periti del Gip rende plasticamente la situazione di assoluta insostenibilità della chiave interpretativa accreditata nell’informativa Dia» con riferimento a un paio di conversazioni nelle quali «la divergenza fra il testo dell’informativa e quello dei periti si presenta nella massima divaricazione». 

Come se non bastasse, anche nel dispositivo d’archiviazione del 4 dicembre 2008 per il giudice Giuseppe Savoca, a proposito dell’intercettazione ambientale nel bar Grillo, si faceva presente che dalle successive operazioni di filtraggio e trascrizione della Dia criticate dalla difesa degli imputati, queste venivano «censurate dal Riesame» e «in seguito dichiarate nulle dal Gip».

Che poi le ha trasmesse alla procura di Lecco, essendo stato commesso nella sua provincia, a Merate, il reato iniziale. Qui sono indagati i funzionari della Dia autori dei presunti taroccamenti denunciati dagli ex indagati. Se un capitolo si chiude con un’archiviazione, un altro resta da scrivere. E soprattutto da chiarire, oltre ogni ragionevole dubbio.



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Delitto di via Poma: l’impiegata Aiag sentì Simonetta 2 volte al telefono

Il Tempo

Prossima udienza, il 7 maggio, saranno sentiti 3 marescialli dei carabinieri. Luigina Berrettini ha negato di aver conosciuto personalmente la Cesaroni.


«Erano le 17:15 quando Simonetta mi chiamò a casa - ha detto Berrettini - Mi disse che aveva difficoltà nell'inserimento di alcuni dati nel computer. Io non sapevo come aiutarla perchè non avevo dimestichezza con computer, e allora le chiesi di darmi il numero dell'ufficio. Prima avrei sentito, come feci, Anita Baldi, che era il direttore amministrativo dell'associazione, e poi l'avrei richiamata. La Baldi m'indicò la soluzione del problema e io gliela dissi». Per il resto, Luigina Berrettini ha detto di «non aver mai conosciuto personalmente Simonetta; solo per telefono».

Prossima udienza, il 7 maggio; saranno sentiti tre marescialli dei carabinieri in merito agli accertamenti svolti a seguito della riapertura delle indagini sulla morte di Simonetta Cesaroni e Il pomeriggio del 7 agosto 1990, giorno in cui Simonetta Cesaroni fu trovata morta negli uffici dell'Aiag di via Poma, Luigina Berrettini, che dell'Associazione degli Ostelli era la responsabile dell'ufficio del personale, sentì due volte l'impiegata. La conferma è arrivata nel corso dell'udienza di oggi del processo che per la morte della ragazza vede l'ex fidanzato Raniero Busco accusato di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà.
 
«Erano le 17:15 quando Simonetta mi chiamò a casa - ha detto Berrettini - Mi disse che aveva difficoltà nell'inserimento di alcuni dati nel computer. Io non sapevo come aiutarla perchè non avevo dimestichezza con computer, e allora le chiesi di darmi il numero dell'ufficio. Prima avrei sentito, come feci, Anita Baldi, che era il direttore amministrativo dell'associazione, e poi l'avrei richiamata. La Baldi m'indicò la soluzione del problema e io gliela dissi». Per il resto, Luigina Berrettini ha detto di «non aver mai conosciuto personalmente Simonetta; solo per telefono».

Prossima udienza, il 7 maggio; saranno sentiti tre marescialli dei carabinieri in merito agli accertamenti svolti a seguito della riapertura delle indagini sulla morte di Simonetta Cesaroni e sull'esito delle intercettazioni telefoniche disposte nei confronti di tutte le persone nel tempo chiamate a rendere dichiarazioni al pm.




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Nei palazzi vaticani l'incubo della talpa

La Stampa



GIACOMO GALEAZZI

CITTA' DEL VATICANO

L’incubo nei Sacri Palazzi si è materializzato ieri mattina sotto le spoglie miti e ben conosciute Oltretevere di Victor Simpson, capo della redazione romana dell’agenzia americana «Associated Press». Un foglio in mano e una sola richiesta al portavoce vaticano padre Federico Lombardi e cioè se sia di Joseph Ratzinger la firma apposta alla lettera che entro poche ore dilagherà sui mass media mondiali. Ricevuta risposta affermativa ma nessun commento ufficiale, il peggiore dei timori della Santa Sede si è realizzato e con esso l’amara impressione che tra gli ecclesiastici rimossi da Ratzinger qualcuno abbia deciso di fargliela pagare passando le carte ai mass media. Da lì inizia una frenetica corsa contro il tempo per neutralizzare l’effetto devastante della rivelazione. «Con accanimento continuano i tentativi di coinvolgere Joseph Ratzinger nello scandalo della pedofilia», reagiscono in Curia.

E assicurano che l’allora prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede consigliò prudenza (in tutti i sensi, non tanto verso il sacerdote quanto per i bambini) al vescovo di Oakland, monsignor John Cummins, che prospettava la necessità che un sacerdote sospettato di essere pedofilo venisse ridotto allo stato laicale. Nella missiva del 1985, Ratzinger consigliava «di avere la massima cura paterna» non tanto per il prete «quanto per le vittime e per i bambini che mai più avrebbe dovuto poter avvicinare». Il cardinale Ratzinger definiva gli argomenti a favore della riduzione del sacerdote allo stato laicale di «grande significato», ma suggeriva prudenza al vescovo sottolineando di considerare «il bene della Chiesa universale» e il «danno che concedere la dispensa può provocare nella comunità dei credenti in Cristo, in particolare vista la giovane età» del religioso, poi ridotto allo stato laicale nel 1987, cioè solo due anni dopo la lettera. Quella invocata dal futuro Pontefice risulta dunque, secondo la Santa Sede, «nulla più che un normale invito alla prudenza per vedere chiaro nelle cose prospettate dalla diocesi».

Fermo restando che il sacerdote non veniva riammesso al lavoro pastorale, tema che comunque non era all’epoca di competenza della Congregazione della Dottrina della Fede, che divenne competente su questi casi nel 2001. I tempi intercorsi si spiegano con la lentezza delle comunicazioni in quell’epoca. E non va confusa la rimozione di un sacerdote dall’incarico (all’epoca di competenza del vescovo locale) con la riduzione allo stato laicale che deve essere autorizzata dalla Santa Sede. Il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi «non crede necessario rispondere a ogni singolo documento preso fuori dal contesto a proposito di singole situazioni legali» ma afferma che «non è strano che ci siano singoli documenti che hanno la firma del cardinale Ratzinger». Ma la lettera di Ratzinger non è l’unico caso a rimbalzare da oltre oceano ed è l’intero impianto difensivo della Santa Sede a vacillare sotto colpi tremendi.

Il «New York Times» svela che il prelato che negli Anni Novanta istruì e avviò il processo canonico contro il prete accusato di aver molestato sessualmente 200 bambini sordomuti in Wisconsin, ha ammesso che gli fu ordinato di fermare il processo nel 1998, dopo una richiesta del Vaticano. E dal Canada il quotidiano «The globe and mail» lancia nuove accuse, riportando che la Santa Sede coprì padre Bernard Prince (incriminato per aver compiuto abusi sessuali tra il 1964 e il 1983) e che divenne, durante la sua permanenza a Roma, amico di papa Wojtyla. Ma non poi di Ratzinger che l’anno scorso decise la riduzione allo stato laicale di Prince, arrestato nel frattempo. A mettere sul banco degli imputati la Santa Sede, in questo caso, è una lettera scritta da monsignor Joseph Windle, vescovo di Pemroke, la diocesi di Prince. Nella missiva, inviata nel febbraio 1993 al nunzio apostolico in Canada, Carlo Curis, si fanno chiari riferimenti alla necessità di insabbiare la storia perché lo scoppio dello scandalo avrebbe potuto «avere conseguenze disastrose non solo per la Chiesa canadese ma anche per tutta la Santa Sede».

Dall’Europa, intanto, la Chiesa scende in campo con una serie di iniziative sulla linea della «tolleranza zero» varata dalla Santa Sede: in Germania il vescovo di Erfurt ha annunciato di aver denunciato alla magistratura ordinaria un sacerdote che aveva ammesso abusi. E anche il clero italiano prepara il contrattacco: il vescovo di Bolzano segnalerà alla magistratura una serie di casi in attesa di vedere se tra questi ce ne sia qualcuno non caduto in prescrizione e quindi da perseguire. «Ora tutta la Chiesa deve stringersi attorno al Papa, altrimenti saremo tutti travolti».




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