venerdì 9 aprile 2010

Io candidato? Non è il mio mestiere Oggi non c'è spazio per la politica pulita»

Corriere della Sera




Roberto Saviano in videochat con i lettori di Corriere.it: «Ho ricevuto proposte da tutti, anche dalla Lega Nord»



MILANO

Un sondaggio della Swg per l'Espresso lo indica come ousider tra i possibili sfidanti di Silvio Berlusconi alle prossime elezioni politiche. E tra quanti leggono i suoi libri, sono molti quelli che lo vorrebbero impegnato in prima persona nella gestione della cosa pubblica, per dare una risposta di legalità a quel malaffare che, come raccontato in «Gomorra» e in tutti i suoi lavori, poggia sostanzialmente sul doppio pilastro di politica e criminalità in stretta connessione. 
A dire il vero, negli ultimi tempi le proposte di candidatura non gli sono mancate: dal Pd alla sinistra più radicale, dall'Italia dei valori a Forza Nuova. E perfino la Lega Nord, che nei giorni scorsi aveva ipotizzato un candidato leghista per il comune di Napoli, lo avrebbe voluto tra le sue fila alle ultime elezioni europee. Ma Roberto Saviano ad entrare in politica non ci pensa affatto: «Non credo sia il mio mestiere - ha spiegato nel corso della videochat con i lettori di Corriere.it -. Il mio è scrivere, parlare, cercare di continuare ad usare la parola per costruire cose. La politica, invece, in questo periodo ha un sapore strano. Oggi temo che non ci siano spazi per una politica pulita». 

FUGA DAL MERIDIONE -
La parola come strumento di lotta alla criminalità organizzata, in primo luogo la camorra. Che Saviano continua a denunciare e da cui continua a ricevere minacce di morte. Ma che quella parola, ora che è scritta e che continua ad essere pronunciata, davvero non riesce a sconfiggere. E proprio «La parola contro la Camorra» (Einaudi) è il titolo del nuovo libro con dvd di Saviano che raccoglie quella che nel retro di copertina viene definita una «orazione civile» contro la criminalità organizzata.

Ma che è anche un grido d'orgoglio di un giovane che ha a cuore la propria terra, violentata e devastata dalle attività illecite che oltre ad avere avvelenato il territorio hanno ucciso anche la speranza. Ed è proprio da qui che, secondo Saviano, la politica dovrebbe partire: da una politica «che freni l'emoraggia di giovani, che ne permetta il ritorno».

Perché se un tempo l'abbandono delle regioni del sud era il risultato di una rassegnazione alla mancanza di lavoro e di prospettive, oggi la fuga riguarda soprattutto le energie positive: «Andare via - ha spiegato lo scrittore nel corso del faccia a faccia con i lettori - è considerato sinonimo di forza e di successo. E non è possibile che questa cosa venga del tutto ignorata». Perché oggi in Campania - così come in Calabria o in Sicilia - «finisce col restare a casa propria solo il rassegnato o il compromesso».

Video

I SOLDATI E L'ECONOMIA
- Giornali e tv parlano spesso di arresti di pezzi grossi e piccoli della criminalità organizzata. Che sia il segno di un cambiamento? Saviano non ci crede. «Questo governo ha sicuramente svolto attività positive rispetto ad alcune operazioni in alcuni territori, soprattutto con l'arresto nei segmenti militari della camorra.

Ma si sta parlando di operazioni le cui inchieste sono partite anni fa. Si sta recuperando in parte il tempo perduto, arrestando i soldati. Ma non si tiene conto del fatto che oggi vengono alla luce gli affari che la camorra ha iniziato a fare 10 o 15 anni fa. E' su questo che bisognerebbe lavorare piuttosto che stare a sbandierare le proprie vittorie».

In particolare, secondo lo scrittore, manca la vera strategia con cui combattere efficacemente ogni forma di mafia: il monitoraggio delle attività economiche. Perché è inutile arrestare i soldati se poi si lascia nelle mani della criminalità organizzata il controllo dell'economia. Quella reale, «perché se non si esce dalla logica degli appalti assegnati con il solo criterio del massimo ribasso alla fine vinceranno sempre loro».

E quella sommersa, che fa grandi affari soprattutto con la droga: «I governi, sia questo sia il precedente, non hanno fatto molto sul narcotraffico - è la denuncia di Saviano - e siamo al punto che oggi le organizzazioni italiane danno lezioni a tutto il mondo su come prosperare con le droghe. Gli africani parlano di petrolio bianco. E Milano ne è la capitale».

FEDERALISMO E «COSE NOSTRE» -
E se arrivasse il federalismo fiscale, chiede un lettore, per le mafie le cose andrebbero meglio o peggio? Saviano non ha una risposta certa: «Con il livello di infiltrazione che c'è nelle regioni del meridione, potrebbe finire con l'essere un regalo perché poi ognuno si fa gli affari propri e allora diventano davvero "cose nostre", un nome che non è stato scelto a caso.

Tuttavia potrebbe anche essere l'occasione per dare alle istituzioni il modo per rispondere in prima regione del denaro che deve essere messo a frutto nella propria regione». Saviano, sollecitato dalle domande, ha criticato il fatto che nella sua regione, la Campania, «chi ha vinto ha fatto campagna elettorale senza mai pronunciare la parola camorra e senza mai fare intendere che il contrasto alla criminalità organizzata sarebbe stato prioritario».

E ha ricordato che le organizzazioni criminali hanno appoggiato indistintamente il centrodestra e il centrosinistra, secondo la massima del boss Carmine Alfieri secondo cui «la camorra è democratica e sta sempre con chi vince».

EMERGENZA IRRISOLTA - E sempre restando alla sua regione ha spiegato che anche il problema rifiuti è tutt'altro che risolto: «Si è solo spazzata un po' di polvere dal centro, la raccolta differenziata non è partita e le discariche tornano ad essere statolle e non solo di spazzatura napoletana, ma di rifiuti provenienti da tutta Italia. Rifiuti spesso tossici che hanno distrutto l'agricoltura del luogo e spezzato centinaia di migliaia di vite».

E' uno dei temi portanti di «Gomorra» quello del business dei rifiuti pericolosi e degli sversamenti clandestini, a cui può essere correlata un'elevata incidenza di tumori in alcune delle zone più soggette agli scarichi illegali. E Saviano ci torna sopra con insistenza: «Non ci sono i sacchetti per strada nel cuore di Napoli, ma le colonne di fumo nero si vedono ancora tutti i giorni e in tutta la Campania: sono quelle dei rifiuti tossici che vengono bruciati prima di essere gettati in discarica».

Non si tratta di poca roba: «Mettendo insieme tutti i rifiuti che ha gestito la camorra e di cui si è venuti a conoscenza dalle inchieste - ha calcolato - verrebbe fuori una montagna alta quanto l'Everest». Invece quella montagna non si vede, resta sotterranea, mischiata al terreno, infiltrata nelle falde. Sotto forma di veleni.


LIBERTA' E FELICITA' - La rabbia e l'orgoglio, la voglia di continuare a denunciare e non arrendersi mai. C'è tutto questo nelle domande dei lettori e nelle parole dell'autore di «Gomorra». Ma c'è un briciolo di felicità nella vita di uno scrittore condannato a stare nel mirino? Cos'è - chiede un lettore - la felicità per Roberto Saviano? «E' l'idea di poter tornare ad essere libero. Nella costituzione americana è previsto il diritto alla felicità, perché senza il diritto di goderne non può esistere alcuna democrazia. Uno dei motivi per cui invito i giovani a ribellarsi è proprio questo: poter tornare ad essere felici, ritrovare la capacità di fare quello che si vuole della propria vita».

Alessandro Sala
09 aprile 2010



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Le ceneri di sir Edmund Hillary non arrivano sulla cima dell'Everest

Corriere della Sera



La comunità buddista nepalese vedeva nel gesto «un cattivo auspicio» Bloccata la spedizione con i resti del primo alpinista salito in vetta nel 1953



Una montagna e un uomo, con un destino legato anche dopo la morte di quest'ultimo. Forse mai, come nel caso dell'Everest e di sir Edmund Hillary, il primo a mettere piede nel 1953 sulla vetta della montagna più alta del mondo, c'è stato un legame così stretto. Non è finito nemmeno dopo 60 anni visto che la spedizione che si proponeva di disperdere sull'Everest parte delle ceneri di Hillary è stata improvvisamente annullata, per raccomandazione della comunità buddista nepalese che vedeva nel gesto «un cattivo auspicio».



I RESTI NEL MONASTERO BUDDISTA - Così, contrariamente a quanto annunciato in precedenza da Apa Sherpa, altro leggendario scalatore salito in cima alla montagna più alta del mondo 19 volte, il progetto è stato abbandonato e i resti dell'alpinista neozelandese resteranno nel monastero buddhista del villaggio di Kunde, in attesa della costruzione di un sacrario dove al momento opportuno saranno trasferite.

Sir Hillary, che scalò l'Everest (8.840 metri) il 29 maggio 1953, insieme allo sherpa Tensing, è morto nel gennaio 2008 e le sue ceneri sono state in parte disperse in mare a largo di Auckland. Ma non tutte, perché una parte di esse, conservate nel monastero buddhista sembravano essere destinate ad essere abbandonate nel vento al termine della 20esima spedizione della carriera di Sherpa (Eco Everest 2010), che aveva anche un chiaro obiettivo ambientale.

Ma su disposizione dei monaci buddisti che hanno visto «un cattivo auspicio» in questo rito temendo fra l'altro che in futuro potesse diventare una moda, l'iniziativa a cui avevano aderito 17 scalatori di vari paesi è stata bloccata e definitivamente abbandonata. La spedizione era appoggiata da numerose organizzazioni e personalità internazionali, fra cui Reinhold Messner, primo uomo ad aver scalato l'Everest senza bombole d'ossigeno.

09 aprile 2010






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Pedofilia, segnalato da "Chi l'ha visto?" Latitante arrestato a Londra

Il Giorno

A fermarlo, i carabinieri di Monza.
L'uomo era stato condannato a 6 anni e due mesi per aver abusato della sua bambina di circa 3 anni.
La moglie aveva lanciato un appello per la sua cattura su internet e alla nota trasmissione televisiva

Monza, 9 aprile 2010 - I carabinieri di Monza hanno arrestato a Londra un pedofilo, G.F., 34 anni, condannato a 6 anni e due mesi per aver abusato della sua bambina di circa 3 anni nel febbraio 2003 e per minacce ai danni della moglie.  La Corte di Cassazione aveva confermato definitivamente la sentenza nell’ottobre del 2009.

L'uomo, però, era latitante da quando la sentenza era diventata definitiva. La moglie, infatti, aveva lanciato su Internet e alla trasmissione televisiva "Chi l’ha visto?" un appello per la sua cattura: "Se qualcuno lo vede, se chiede ospitalità in un albergo, se si rivolge a qualcuno in cerca di lavoro, avvertite la Polizia o i Carabinieri". E proprio la stessa trasmissione della Rai era riuscita ad individuarlo.





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Iran, on line video choc di abusi e torture su due oppositori

Quotidianonet

Le immagini sono agghiaccianti e mostrano due uomini stesi a terra, coperti di sangue sulle parti pubiche.
Il video, pubblicato sul canale ‘Unity4Iran’ di YouTube, non contiene riferimenti temporali

Video

Teheran, 9 aprile 2010


Il sito web d’opposizione ‘Homylafayette' ha pubblicato un video shock su sospetti abusi sessuali compiuti su due presunti oppositori del governo iraniano, il filmato è stato ripreso oggi dalla piattaforma di video-sharing YouTube.

Le immagini sono agghiaccianti e mostrano due uomini stesi a terra, coperti di sangue sulle parti pubiche, che si lamentano e chiedono di non essere trasferiti in ospedale per il timore di essere arrestati.

Il video, pubblicato sul canale ‘Unity4Iran’ di YouTube, non contiene riferimenti temporali, è lungo poco più di un minuto ed è in lingua farsi, in un accento che potrebbe far pensare che sia stato girato a Teheran.

Il cameramen evita di riprendere i volti delle persone che sarebbero state stuprate e questo rende ancora più difficile valutare l’attendibilità del video e stabilire se entrambe le persone a terra e coperte di sangue siano state vittime di abusi sessuali. Le immagini, tuttavia, fanno presupporre che abbiano subito violenze.

Difficile anche determinare il luogo dove è stato girato il video. Secondo ‘Homylafayette', che cita una fonte anonima, non sarebbe ambientato in una prigione, ma in un seminterrato di un’università iraniana dopo un raid delle forze di sicurezza.

Nel video si vedono bottiglie, scatole di fazzoletti, garze e disinfettanti. Il pavimento della stanza è pulito e questo fa ipotizzare che teatro delle presunte violenze subite dalle due persone potrebbe essere un altro luogo. A far tendenzialmente escludere che il video sia ambientato in una prigione è l’ultima parte del dialogo tra una delle persone a terra e un uomo vestito con una giacca sulla quale sembra impresso il logo del personale medico del ministero della Salute iraniana.

"Non portatemi via, verranno (in ospedale, ndr.) e mi arresteranno", grida l’uomo rivolgendosi al medico. Se fosse stata in un prigione, la persona ferita sarebbe stata prima trasferita nell’infermeria dell’istituto penitenziario.

Il video è stato pubblicato su ‘YouTube' per la prima volta il 6 aprile e molti blogger iraniani l’hanno rilanciato sul web attraverso Twitter e Facebook. Le immagini sono state trasmesse anche dall’emittente ‘Voice of Americà, che ha presentato il filmato come un documento girato nel famigerato carcere di Kahrizak, nella zona a sud di Teheran.

Nei mesi scorsi l’opposizione ha denunciato moltissimi casi di stupro compiuti a Kahrizak dalle forze di sicurezza sui manifestanti riformisti arrestati. In particolare, il leader d’opposizione Mehdi Karroubi ha denunciato con vigore questi abusi, chiedendo l’istituizione di una commissione parlamentare. Al termine dei lavori, tuttavia, la Commissione ha stabilito che le accuse di Karroubi sono false. Nonostante ciò la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ad agosto ha ordinato la chiusura del carcere di Kahrizak. Molte vittime di abusi hanno testimoniato di aver subito violenze in questa prigione, perpetrate anche con bottiglie e bastoni.

La maggior parte delle notizie che giungono dall’Iran nei Paesi occidentali non possono essere verificate in quanto sono pubblicate su siti web d’opposizione, piattaforme video e social network. Il governo iraniano, infatti, ha imposto una serie di vincoli ai media stranieri e alla rete Internet rendendo difficile la diffusione di informazioni all’esterno della Repubblica Islamica. In particolare, i video su YouTube sono spesso pubblicati da fonti anonime e quindi anche per il filmato su ‘Homylafayette' è impossibile verificare l’autenticità dei contenuti.



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Preti pedofili, la mossa del Vaticano «Il Papa pronto a incontrare le vittime»

Corriere della Sera


Lo ha reso noto il portavoce padre Federico Lombardi «Molti non cercano compensi, ma aiuto interiore e un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale»



CITTÀ DEL VATICANO
- Papa Benedetto XVI è disponibile a «nuovi incontri» con vittime dei preti pedofili. Lo ha reso noto a Radio Vaticana il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. «Molte vittime non cercano compensi economici, ma aiuto interiore, un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale». È in questo contesto, spiega padre Lombardi, che il pontefice ha scritto nella lettera agli irlandesi «di essere disponibile a nuovi incontri».

CAPIRE - La Chiesa deve «anzitutto continuare a cercare la verità e la pace per gli offesi», ha aggiunto il portavoce vaticano. «Una delle cose che colpisce di più è che vengono oggi alla luce tante ferite interiori che risalgono anche a molti anni addietro - a volte di diversi decenni - ma evidentemente ancora aperte. C'è qualcosa che va ancora capito veramente».

DOPPIO GIUDIZIO - Secondo padre Lombardi, i colpevoli di questi reati devono andare incontro a un doppio giudizio: penale e canonico. «Bisogna continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili per quanto riguarda le loro competenze giudiziarie e penali, tenendo contro delle specificità delle normative e delle situazioni nei diversi Paesi. Solo così - aggiunge - si può pensare di ricostuituire effettivamente un clima di giustizia e la piena fiducia nell'istituzione ecclesiale», ha aggiunto il portavoce vaticano. «La trasparenza e il rigore si impongono come esigenze urgenti di una testimonianza di governo saggio e giusto nella Chiesa».

IMPARARE DAL PAPA - Tutti, sottolinea padre Lombardi, dovremmo imparare da Papa Ratzinger «la costanza necessaria per crescere nella verità, rispondendo con pazienza allo stillicidio di "rivelazioni" parziali o presunte che cercano di logorare la credibilità sua o di altre istituzioni e persone della Chiesa. Di questo paziente e fermo amore della verità abbiamo bisogno».

RIVOLUZIONE SESSUALE - L'analisi di padre Lombardi è che è necessaria una più efficace formazione dei futuri sacerdoti, anche per quanto riguarda la loro sessualità, dopo la rivoluzione sessuale degli scorsi decenni e un diffuso secolarismo. «In fondo si tratta di riscoprire e riaffermare senso e importanza del significato della sessualità, della castità e delle relazioni affettive nel mondo di oggi, in forme molto concrete e non solo verbali o astratte. La formazione e la selezione dei candidati al sacerdozio, e più generalmente del personale delle istituzioni educative e pastorali, sono la premessa per un`efficace prevenzione di abusi possibili».

Redazione online
09 aprile 2010





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Preti pedofili, Vaticano "Curare le vittime Giudicare i colpevoli"

di Redazione


Il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, torna sulla questione pedofilia: "Servono più trasparenza e rigore. Contro il Papa insinuazioni infondate. Benedetto XVI pronto a vedere le vittime"

Città del Vaticano - Dopo settimane di fuoco incrociato contro la Santa Sede la Chiesa torna ad affrontare la delicata questione dei preti pedofili, attraverso il suo portavoce, padre Federico Lombardi. "Accanto all’attenzione per le vittime - puntualizza il capo ufficio stampa del Vaticano - bisogna continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili per quanto riguarda le loro competenze giudiziarie e penali, tenendo contro delle specificità delle normative e delle situazioni nei diversi paesi. Solo così - aggiunge Lombardi alla radio vaticana - si può pensare di ricostuituire effettivamente un clima di giustizia e la piena fiducia nell’istituzione ecclesiale".

Colpevoli giudicati da Chiesa e Stato "Si è dato il caso - prosegue Lombardi - che diversi responsabili di comunità o di istituzioni, per inesperienza o impreparazione, non hanno pronti e presenti quei criteri che possono aiutarli ad intervenire con determinazione anche quando ciò può essere per loro molto difficile o doloroso. Ma, mentre la legge civile interviene con norme generali, quella canonica deve tener conto della particolare gravità morale della prevaricazione della fiducia riposta nelle persone con responsabilità nella comunità ecclesiale e della flagrante contraddizione con la condotta che dovrebbero testimoniare". 

Papa disposto a incontrare vittime "Molte vittime - rileva padre Lombardi - non cercano compensi economici, ma aiuto interiore, un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale". È proprio "nel contesto dell’attenzione alle vittime", spiega il portavoce, che il Papa ha scritto, nella lettera agli irlandesi, "di essere disponibile a nuovi incontri".   

Liberazione sessuale favorito gli abusi Dentro e fuori alla Chiesa cattolica "la maggiore frequenza degli abusi si è verificata nel periodo più caldo della rivoluzione sessuale degli scorsi decenni", sottolinea Lombardi. "Nella formazione - rileva il gesuita - bisogna fare i conti anche con questo contesto e con quello più generale della secolarizzazione". "In fondo - spiega Lombardi soffermandosi sulle risposte da dare - si tratta di riscoprire e riaffermare senso e importanza del significato della sessualità, della castità e delle relazioni affettive nel mondo di oggi, in forme molto concrete e non solo verbali o astratte".




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1943, il ghetto rialzò la testa

Avvenire


Un piccolo vecchio ebreo ingobbito dall’aspetto miserabile messo a forza sopra una botte da due SS, alti e belli, che prima lo scherniscono e poi cominciano a tagliargli lentamente la barba, «cioccca, dopo ciocca», al cospetto di una folla divertita. È il ricordo più umiliante delle persecuzioni e della deportazione degli ebrei di Varsavia, raccontato da Marek Edelman, vicecomandante dell’insurrezione del ghetto, a una delle massime scrittrici polacche, Hanna Krall che ne ha tratto il libro Arrivare prima del Signore Iddio (Giuntina, pagg. 136, 12 euro).

Quello dell’ultimo testimone della rivolta degli ebrei nel ghetto - cominciata il 19 aprile e conclusasi il 16 maggio del 1943 - è il racconto di un uomo che chiede alla sua intervistatrice il massimo rispetto dei fatti realmente accaduti, senza enfatizzazioni. «Egli teme che il suo ricordo venga snaturato, ridotto a leggenda inautentica», scrive Gad Lerner nella prefazione.

Per questo Edelman non concede la minima sbavatura agiografica e tanto meno accetta possibili imprecisioni. Quando gli viene fatto notare che i membri della Zob, l’Organizzazione ebraica di combattimento, di cui egli era il numero due, erano stati cinquecento, lui puntualizza caustico: «Eravamo molti meno, duecentoventi». 


Nella magmatica storia della Shoah e del genocidio compiuto dalla mano sanguinaria dei nazisti, le vicende dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, rimangono pagine tra le più spiazzanti. Non può non sorprendere infatti, la rivolta armata delle vittime dell’Olocausto, quei giovani ebrei che a un certo punto si sono sottomessi alla credenza, purtroppo da sempre diffusa tra gli uomini, che «sparare è il massimo dell’eroismo».

Una tragedia nella tragedia, quella di Edelman e i suoi compagni di lotta, i quali dinanzi alla follia del boia nazista scoprirono la cinica e crudele alternativa dello scontro armato. Un atto temerario? No, ma la consapevolezza che l’unica risposta possibile, dinanzi all’orrore subito, era quella di una «morte pubblica sotto gli occhi del mondo». Un mondo che fino a quel momento era vissuto nella normalità, all’interno di una «comunità in cui la gente andava, l’uno verso l’altro come non mai prima».

Poi arrivò il fatidico 12 ottobre del 1940, data in cui i tedeschi imposero che tutti gli ebrei residenti a Varsavia venissero confinati in un’area separata dal resto della città. «Il nostro settore era il cosiddetto ghetto della fabbrica di spazzole: le vie Franciszkanska, Swietojerska e Bonifraterska. Il cancello della fabbrica era minato». Tutto intorno era minato dalla volontà totalitaria e distruttrice delle SS comandate dal generale Jurgen Stropp, su diretto incarico di Himmler. E la comunità semita lì si ritrovò ridotta a “cosa”, segregata dal resto della popolazione “ariana”. Accerchiati e nascosti dietro a un muro alto tre metri, cinto dal filo spinato. Era l’inizio della fine.

Tre anni di rabbiosa e silente resistenza, cercando di organizzare un piano strategico, facendosi arrivare di nascosto un minimo di arsenale per fronteggiare i cecchini tedeschi che sparavano a vista tra un rastrellamento e l’altro. A quel punto non c’era più spazio per la normalità e l’immagine della morte che incombeva ad ogni istante per le vie del ghetto, agli occhi di quel ragazzo si fece repellente, «antiestetica». Scheletri che pungolavano le coscienze di cinque giovani che tutti insieme arrivavano appena a «centodieci anni».

Sono le menti strategiche e anche le braccia armate della Zob. Edelman era il più “vecchio” con i suoi 22 anni, uno più del capo Mordechaj Anielewicz che egli non vuole ricordare come un eroe, ma principalmente come il figlio della pescivendola che che colorava di vernice rossa le carpe per venderle come fresche al bancone del mercato. Piccoli miracoli per la sopravvivenza. Come quello ingannatore della moltiplicazione dei pani da parte dei tedeschi che attiravano gli ebrei affamati a presentarsi con il «numero della vita», con il miraggio di un posto di lavoro, salvo poi caricarli sui vagoni che li portavano al campo di sterminio di Treblinka.

Un viaggio senza ritorno per tre milioni e mezzo di ebrei (6 milioni in tutto) che vennero raccolti in Polonia, ai quali Edelman e gli altri, tentarono di evitare quella fine segnata. Ma prima dei tedeschi, i ragazzi della Zob dovettero combattere contro la reticenza e la convinzione dei loro concittadini ebrei: «Ci manderebbero a morte con il pane? Sprecherebbero tutto quel pane?».

Tanti, troppi, non credettero a quel loro grido disperato d’allarme. Il pianto dei bambini fu zittito con il cianuro e l’unica consolazione di Edelman, a distanza di anni, era che almeno a quelle piccole creature fu risparmiata la camera a gas. Con un tozzo di pane appena addentato, dal 22 luglio all’8 settembre 1942, avvenne lo “sgombero”.

Edelman confessava amaro di aver accompagnato «quattrocentomila persone all’Umschlagplatz», da dove partivano i convogli per Treblinka. Il rimpianto più grande del vicecapo della Zob? Solo un uomo, il presidente della Judenrat (il consiglio ebraico del ghetto), Adam Czerniakow, avrebbe potuto convincere in tempo gli ebrei di Varsavia che i tedeschi dietro alla loro promessa di pane li stavano mandando a morte. «Ma Czerniakow si suicidò».

Fino all’ultimo sorso di vita Edelman ha condannato coloro che scelsero il suicidio, piuttosto che unirsi alla battaglia. «Morire sì, ma prima bisognava chiamare la gente a combattere». E loro combatterono, perché quelle 40 mila persone rimaste nel ghetto nell’aprile del ’43, affinché non fossero «andate a morire di loro spontanea volontà».

Edelman è poi diventato medico, ha continuato ad accompagnare uomini in salvo, così come tanti ne ha visti morire. Per non farsi mai mettere sopra a quella “botte”, anche da vecchio è andato in soccorso dei perseguitati, ed è arrivato fino a Sarajevo sfidando ancora le bombe e le fiamme. Quelle che a Varsavia hanno bruciato vivi corpi che riposano nelle tombe che l’ex ragazzo della Zob ha vegliato fino alla fine (Edelman si è spento il 2 ottobre 2009), ricordando, ogni 19 aprile, a chi passava di lì: «Voglio dispiacere a quelli che sono contenti che gli ebrei siano morti in Polonia. Hanno vergogna di guardarmi negli occhi, hanno paura di me. E questo mi fa piacere, perché non hanno paura di me, ma della democrazia».

Massimiliano Castellani




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Russia, due ventenni uccidono una 16enne poi la servono in pasto alla coinquilina

La Stampa


Due giovani russi, membri di una gothic band di San Pietroburgo, sono sotto processo per aver ucciso una ragazzina di sedici anni e averla cucinata per poi mangiarsela con un piatto di patate assieme all’inquilina



San Pietroburgo, 9 aprile 2010

Sembra una variante della favola di Cappuccetto Rosso, ma il finale drammatico è reso terrificante dal fatto che la parte del cattivo non è affidata a un lupo ma a due cannibali ventenni. Due giovani russi, membri di una gothic band di San Pietroburgo, sono sotto processo per aver ucciso una ragazzina di sedici anni e averla cucinata per poi mangiarsela con un piatto di patate.

I dettagli della vicenda emergono nel corso del processo che si tiene nella città russa e la testimonianza di una inquilina dei due assassini è stata determinante. Proprio la ragazza che aveva preso una stanza nell’appartamento dei due balordi ha inconsapevolmente mangiato un piatto della carne della vittima.

Karina Barduchian era innamorata di uno dei suoi carnefici, Maxim Golovatskikh, e dopo aver partecipato a una festa si era fermata con lui per la notte. La testimone ha raccontato di aver sentito rumori di lotta in bagno e che quando si è alzata per andare a vedere costa stesse succedendo l’altro omicida, Yury Mozhnov, l’ha fermata. Maxim stava affogando Karina nella vasca da bagno e durante la notte lui e Yuri l’hanno fatta a pezzi per cucinarla e servirla l’indomani all’inquilina.

Agghiacciante il movente che i due hanno fornito per il delitto: "eravamo affamati e ubriachi".




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Bros, l'arte non è vandalismo»

Corriere della Sera


LETTERA APERTA del vice sindaco de corato al writer sotto processo

La street art non è una medicina prescritta dal medico.
E un cittadino ha il diritto di non volerla a casa propria



Il caso Bros ha acceso il dibattito sui writer: arte o vandalismo? Una semplificazione all’italiana, che piace per i toni sportivi e agonistici. Ma la sociologia ignora alcuni sostanziali principi. Vado per ordine. La legge, fino a prova contraria, è uguale per tutti. E la suprema legge è la Costituzione che tutela la proprietà (art. 42). Chi imbratta edifici pubblici o privati senza alcuna autorizzazione commette una violenza. Viola uno spazio. Che lo faccia un sedicente artista poco importa. La street art non è una medicina prescritta dal medico. E un cittadino ha pure il diritto di disprezzarla e di non volerla a casa propria.

Il graffitaro deve rispondere poi dell'articolo 639 del codice penale. Che nella versione riformata dal ddl sicurezza prevede, se il fatto è commesso dopo l'otto agosto 2009, pure la reclusione fino a un anno quando l'imbrattamento è commesso su cose di interesse storico e artistico, due in caso di recidiva. È poco, è troppo? Ma vogliamo immaginare, che so, il Duomo preso a bombolette spray, pur con sapienti (!) punti interrogativi da artista? E si dà caso che il signor Bros sia stato colto in flagranza dalla Polizia Locale il 29 novembre 2007 in piazza De Angeli. Dopo aver commesso altri 17 analoghi imbrattamenti, contestatigli dai vigili grazie alla banca dati delle «firme».

Diciassette scherzetti costati al Comune oltre 65 mila euro. Se Bros si ritiene un artista, liberissimo di farlo. Ma si metta sul mercato ed esponga le sue opere nelle sedi appropriate. Se crede di ergersi al di sopra della legge tappezzando impunemente Milano, si sbaglia. Agli immarcescibili benaltristi ricordo poi che il Nucleo Decoro Urbano della Polizia Locale, l'apposita task force, è stato istituito nel luglio 2007 a seguito di una mozione approvata dal Consiglio comunale. Dunque non è un accanimento dell'Amministrazione. E il risultato sono 66 denunce e 5 processi già chiusi con la condanna dei responsabili e il risarcimento al Comune.

Riccardo De Corato
vice sindaco di Milano

09 aprile 2010

Bros a processo per imbrattamento: «Il Comune si accanisce contro di noi» (7 aprile 2010)




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E' facile da trovare ma è devastante Chi la usa non si sente un drogato"

La Stampa

I medici: «Chi prende il mephedrone rischia depressione e anche la morte»




ALICE CASTAGNERI

TORINO


Bastano dieci euro per portarsi a casa il mephedrone, la nuova droga che sta spopolando tra gli adolescenti. “Bubbles” o “Meow meow”, così viene chiamata nei “forum dello sballo”, è un fertilizzante per piante che si compra anche su Internet. Si prende in pasticche o si sniffa come la cocaina, ma è legale. I suoi effetti, però, sono terribili. L’allarme arriva dalla Gran Bretagna, dove è stata avviata una campagna per chiedere di vietarne la vendita.

Adesso la sostanza preferita dei teenager britannici è sbarcata anche in Italia. E i medici lanciano l’allarme sui rischi. «E’ facile da trovare perchè si può acquistare in Rete, costa poco e ha una parvenza di legalità », dice il professor Riccardo Torta, docente di Psicologia Clinica dell’Università di Torino. «Nel nostro Paese – aggiunge Torta - c’è ancora molta disinformazione su questo tipo di droghe. Il problema è che fa parte di quel gruppo di “smart drugs” che vengono spacciate come sostanze a basso rischio. In realtà non è così, si tratta di anfetamine».

«I giovani – dice il professore - pensano sia un sostituto tranquillo di stupefacenti pesanti come la cocaina, invece ha effetti collaterali molto seri, in particolare quelli cardiovascolari. Nei soggetti a rischio, in cui c’è una predisposizione, può far scattare una psicosi latente e a lungo termine provocare gravi disturbi psichiatrici. Infine, sono molto pericolosi i cocktail mortali che si possono ottenere mischiandola con alcol o cannabis».

Online, però, sta diventando “famosa” e c’è chi confessa di non poterne fare a meno. “Nell’assumerla - conclude Torta - scatta un meccanismo compulsivo e, come testimoniano i commenti sul Web, l’uscita dalla dipendenza è segnata da una forte fase di depressione». Oggi i principali consumatori del “concime per piante” sono i ragazzi cosiddetti “normali”. Vincenzo Villari, direttore di Psichiatria 2 dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino spiega il fascino di questi “paradisi artificiali”: «Fino a qualche decennio fa il fenomeno della tossicodipendenza era più delimitato perché, usando droghe come la cocaina o l’eroina, si entrava in circuiti circoscritti. Ora, invece, c’è un consumo più occasionale, confinato ad una serata in discoteca o al week end».

Spesso, però, chi si droga non percepisce i pericoli reali a cui va incontro. «Non si considerano tossicodipendenti – aggiunge Villari - e questo è molto pericoloso perché non si rendono conto di avere un problema. Usano queste sostanze perché ricercano l’intensità. E la caratteristica delle droghe è proprio quella di basarsi su una stimolazione intensa che attiva fenomeni di gratificazione. Tutti gli essere viventi desiderano questa sensazione di piacere. E’ un meccanismo biologico su cui si inseriscono fattori culturali. Così gli adolescenti vogliono la novità, la trasgressione e cercano di differenziarsi dal mondo degli adulti».

Il nuovo fenomeno non deve essere sottovalutato. «Queste sostanze – conclude Villari - sono devastanti a livello biologico e sociale, danneggiando il percorso di crescita di chi le utilizza. Quindi, quando c’è un problema non bisogna negare, ma aprire gli occhi. Spesso i genitori diventano complici dei figli giustificandoli, invece devono supportarli nel loro progetto di vita e stare più attenti».




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Arriva in Italia l'incubo mephedrone

La Stampa

La droga "legale" si compra sul Web. In Inghilterra ha già causato tre morti
«Si sta diffondendo più dell'ecstasy»






GIUSEPPE BOTTERO

TORINO

E' legale, viaggia su Internet, sta mietendo vittime in Inghilterra e nei Paesi del Nord Europa e sfugge ai controlli perchè mascherata sotto forma di concime. I ragazzi la chiamano “meow meow” o “m-cat”, abbreviazioni del nome scientifico, mephedrone. L'ultima delle droghe ad aver invaso le discoteche si sta diffondendo sempre più rapidamente, e il governo inglese sta stringendo la morsa per metterla al bando. «Serve una revisione molto rapida e molto attenta della normativa», ha detto in Parlamento il ministro delle Attività Produttive Mandelson. Dopo due anni di sostanziale clandestinità il mephedrone è finito sui giornali e in tv perchè considerato responsabile delle morti di Louis Wainwright e Nicholas Smith, due adolescenti che avevano assunto la sostanza mescolandola con alcolici, e di quella di una ragazza di ventiquattro anni, Lois Waters. «Il mephedrone si sta diffondendo sempre più velocemene- dice il professore Les Iversen, consigliere del governo inglese in materia di tossicodipendenze-. E' come l'ecstay alla fine degli anni ottanta».

Secondo uno studio della rivista Mixmag sui giovani che frequentano le discoteche ha usato mephedrone un ragazzo su due. Uno su tre l'ha fatto nell'ultimo mese. Acquistarlo è semplicissimo: basta collegarsi a uno dei centinaia di forum che effettuano spedizioni in tutta Europa, registrarsi inserendo nome e indirizzo, pagare con la carta di credito e aspettare una settimana per trovarsi una bustina nella buca delle lettere. Un grammo costa intorno ai 10 euro e non ci sono rischi perchè la sostanza non è ancora stata inserita nella lista nera del governo.

In pochissimo tempo il consumo di mephedrone si è esteso fino a diventare la quarta droga più usata in Gran Bretagna. Ora è sbarcata anche in Italia, e sui blog ci si scambiano impressioni e consigli. «Ho aperto la mia bustina e ho buttato tutto in gola- racconta Leila 80-. Avevo la necessità assoluta di muovermi e voglia di ballare. Ho acceso la musica, ho provato ad alzarmi in piedi e stavo su a fatica, in preda a una deliziosa sensazione di gambe mollissime e di braccia che volevano volare, bocca superimpastata, occhi che andavano completamente per conto loro. Smandibolavo, ma non come con l’ecstasy. Ho preso due pastiglie di sonnifero, e ho dormito un’ora. Al risveglio ero a pezzi. Non sono riuscita ad alzarmi per andare al lavoro. Ma è un’esperienza da rifare». Non tutti sono entusiasti: «Il cuore era come impazzito, ho l’ansia da giorni- scrive in un forum un ragazzo che si firma M.87- Chi prende il “meow meow” è un pazzo».

Un pazzo, o un ragazzino alla ricerca di emozioni pericolose: il «concime dello sballo» ha contagiato anche le scuole superiori, e la National Association of Head Teachers, l’associazione che riunisce i presidi del Regno Unito, ha chiesto che si discuta presto di un bando. Fermare il mephedrone, avvertono gli esperti, non sarà semplice. Il fenomeno degli stupefacenti venduti sul web, spiegano dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, è un bersaglio difficile da colpire.

Dice il direttore Wolfgang Götz: «I tentativi di eludere i controlli sulle droghe commercializzando sostanze sostitutive non regolamentate non sono nuovi. Ciò che è nuovo è l’ampia gamma delle sostanze attualmente esplorate, la commercializzazione aggressiva dei prodotti intenzionalmente etichettati in maniera errata, l'utilizzo crescente di Internet e la velocità con cui il mercato reagisce alle misure di controllo. La velocità alla quale si muove ed evolve il mercato della droga, illustra come la globalizzazione e l’innovazione rappresentino una sfida in costante crescita per i paesi. Anche gli attuali approcci al monitoraggio e le misure da contrapporre al consumo delle nuove sostanze psicoattive dovranno subire un’evoluzione se intendono rimanere al passo con questo nuovo fenomeno».



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La Torino dei laici: "Qui ci confrontiamo, non siamo a Lourdes"

La Stampa

marina cassi
torino

Sembra che, al contrario del periodo olimpico, le passioni non vivano qui. Torino aspetta l’Ostensione della Sindone con apparente indifferenza. E’ pur vero che persino per il più allegro e mondano appuntamento dei Giochi invernali l’entusiasmo era esploso improvviso e inatteso per poi alimentarsi di un ininterrotto sabba collettivo.



Ma alla vigilia dell’avvio della Ostensione la pubblicità dell’evento è quanto mai sorvegliata. A Porta Nuova, ad esempio, solo un cubone rotante nell’atrio la annuncia, mentre alla testa dei binari due totem pubblicizzano succulenti «Gran soleil» e funzionali Ducato. Nei portici di piazza Carlo Felice grandi striscioni pensili ricordano i piemontesi che hanno fatto il Risorgimento. Punto.

Edicole e negozietti si sono dotati di un regolamentare gadget, dal piatto al magnete per frigo. Ma hanno l’aria di non aspettarsi di vendere più di tanto. Lo dice anche un veterano delle Ostensioni, l’edicolante di piazza Carlo Felice, Gaetano Lagnese: «Abbiamo soltanto le pubblicazioni edite dai giornali: le altre volte abbiamo visto passare decine di comitive, ma passano e basta».

Così, con quel sottotono tipico della città, si atteggiano anche due taxisti, Giovanni Martinetto e Franco Migliasso, alla terza Ostensione. Raccontano che nelle occasioni precedenti «non era stato neppure autorizzato l’ampliamento del turno festivo, tanto non c’era bisogno». Sperano che questa volta vada meglio, ma non ci contano troppo.

E’ la Torino laica, secolarizzata, «barbetta» che ignora la Sindone con il suo portato di arcaica suggestione? Le due città, quella delle fede e l’altra, si incontrano, si scontrano, si fondono? L’apparenza è gelida, ma un banalissimo e non scientifico sondaggio in centro svela una realtà più complessa e stratificata. C’è Nadia Miretti, una giovane madre che andrà in Duomo con i tre figli piccoli, c’è Linda di 15 anni che è incuriosita, ma non sa che farà. E c’è Luca Pilat che ha solo 25 anni, ma è alla sua seconda visita, e Chiara e Elisa che sono studentesse e ci andranno, perché sono «praticanti» e ricordano l’altra visita «nell’anno della comunione».

E naturalmente c’è Mattia Virzì che accompagnerà la fidanzata anche se non crede, ma lo fa «per curiosità». E poi Luca di 20 anni e non ha dubbi: «Non vado, è solo un telo, che mi importa?». E Giorgio Zaglia che studia all’Alberghiero e resterà a casa «perché non ho tempo, non mi interessa».

E allora qual è la Torino in cui domani si apre l’Ostensione? Il sociologo Franco Garelli pensa che sia una situazione felice «perché Torino non è Lourdes o San Giovanni Rotondo, ma una città viva, attiva; una bella mescolanza e un segno di modernità perché ci sarà il pellegrino che dopo la Sindone andrà al Museo del Cinema».

Anche lo storico Giovanni De Luna non si sorprende: «La coppia arcaismo-modernità è insita nella sua storia. E la città riconosce nella Sindone un pezzo della propria storia». Intellettuali laici e cattolici identificano una peculiarità nella vicenda storica torinese. Il sociologo Bruno Manghi non ha dubbi: «L’Ostensione non crea problemi a nessuno perché qui ci sono due «partiti», entrambi forti: quello della fede e quello dell’agnosticismo, abituati a convivere con curiosità reciproca».

Ne è sicuro anche il preside di Lingue, Paolo Bertinetti, che sottolinea pure un altro aspetto: «Credo che la città alla fin fine sia contenta dell’Ostensione per campanilismo». Mentre la giurista Anna Maria Poggi pensa che le due città «più che convivere siano destinate a confrontarsi sempre, l’una pungolo dell’altra». E il preside di Medicina, Giorgio Palestro, sottolinea l’aspetto più religioso: «Si può non crederci, per carità. Però la Sindone è un atto di fede basato su elementi oggettivi. E’ un fenomeno a cui si guarda con stupore o accettandolo, ma tutti rimangono a bocca aperta perché non è un trucco».



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Accordi Italia-Libia, il Vaticano: "Violano i diritti dei migranti"

La Stampa

Monsignor Marchetto contesta i repingimenti: «A Tripoli rischio di condanne a morte e torture»
CITTA' DEL VATICANO

«Nessuno può essere trasferito, espulso o estradato verso uno Stato dove esiste il serio pericolo che la persona sarà condannata a morte, torturata o sottoposta ad altre forme di punizione o trattamento degradante o disumano». Lo ricorda mons. Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale delle Migrazioni che contesta la decisione italiana di intercettare in mare gli immigrati «respingendoli forzatamente in Libia, come previsto da un accordo bilaterale con quel Governo, e ciò senza valutare la possibilità che vi fossero fra di loro rifugiati o persone in qualche modo vulnerabili».

«In Libia - ricorda Marchetto - esistono centri di detenzione e di rimpatrio dove le condizioni variano da accettabili a disumane e degradanti. E l’accesso a questi centri è difficile per cui è arduo monitorare il rispetto in essi dei diritti umani, tenendo poi conto che tale Paese non ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951, nè al relativo Protocollo del 1967, e non riconosce l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati». «Confermo - sottolinea l’arcivescovo in una nota - la mia posizione di condanna a chi non osserva il principio di "non refoulement", che sta alla base del trattamento da farsi a quanti fuggono da persecuzione. E mi domando se in tempo di pace non si riesce a far rispettare tale principio fondamentale del diritto internazionale umanitario, come si farà a richiederne l’osservanza in tempo di guerra. E la domanda si può estendere alla questione della protezione dei civili durante i conflitti, che viene così indebolita nella sua radice, comune, umanitaria».

Secondo il presule, «un altro diritto violato nell’atto di intercettare e respingere i migranti sulle coste africane del Mediterraneo è quello al "giusto processo", che comprende il diritto a difendersi, a essere ascoltato, a fare appello contro una decisione amministrativa, il diritto ad ottenere una decisione motivata, e quello di essere informati sui fatti su cui si basa la sentenza, il diritto ad una corte indipendente ed imparziale». Secondo mons. Marchetto, «le intercettazioni addirittura vanno contro allo stesso Codice frontiere Schengen, dove si dichiara che tutte le persone alle quali è stato negato l’ingresso al territorio avranno il diritto di appello».

«Le persone respinte - spiega il presule citando un recente rapporto del "Human Rights Watch" che denunciava l’intercettazione da parte delle guardie costiere italiane di migranti e richiedenti asilo africani che navigavano nel Mediterraneo - non hanno possibilità di esercitare questo diritto d’appello, non sono informate su dove e come esercitare questo diritto, e ancor più, non esiste per loro nemmeno un atto amministrativo che proibisca ad essi di proseguire nel loro viaggio di disperazione per raggiungere acque internazionali e che disponga il ritorno al luogo di partenza o ad un altro destino sulla costa africana».

«Altri diritti violati - elenca il numero due del dicastero vaticano per i migranti - sono quelli all’integrità fisica, alla dignità umana e persino alla vita», come dimostrano i tanti che non superano la traversata dei quali il Mediterraneo è diventata la tomba, ma anche quelli che muoino nella traversata del deserto per tentare la sorte partendo da Paesi affacciati sul Mediterraneo meno severi della Libia. Nella lotta contro l’immigrazione irregolare non bisogna dinmenticare che «circa tre-quarti degli immigrati in situazione irregolare arrivano di fatto con un visto o permesso d’ingresso valido, e poi rimangono nel Paese scelto dopo la sua scadenza, confermano i dati in nostro possesso relativi a Italia e Spagna, principali Paesi di prima destinazione in Europa mediterranea».

E in ogni caso - conclude mons. Marchetto - si «devono rispettare la Convenzione di Ginevra del 1951, e il relativo Protocollo del 1967, sullo status dei rifugiati, i trattati interni sulla estradizione, transito e riammissione di cittadini stranieri e asilo (in modo particolare la Convenzione di Dublino del 1990) e quella del 1950 sui Diritti Umani».




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Gli evoluzionisti credono di essere Dio

di Marcello Veneziani


Nata come teoria scientifica, l'idea darwiniana si è ormai trasformata in giudizio universale sulle filosofie e le teologie che vorrebbe annullare. Raggiungendo forme primitive di intolleranza


Chi vuol dimostrare scientificamente l’inesistenza di Dio è, scientificamente parlando, un cretino. Sono pronto a riconoscere anche l’osservazione inversa: la prova scientifica dell’esistenza di Dio è rigorosamente stupida. Due atti opposti di demenza militante e presuntuosa. Credo che di Dio si possa discutere sul piano teologico, filosofico, poetico, sentimentale, come pensiero, intuizione, atto e fede. Ma non sul piano scientifico e sperimentale.

Nei giorni di bufera sul Papa e sulla Chiesa in tema di pedofilia, negli anni dell’ateismo esibizionista, c’è un grosso scimmione che si aggira per i laboratori, i libri, la tv e i giornali: è lo scimmione di Darwin che impone con le zampe della scienza e i barriti dei mass media l’indiscutibile verità evoluzionista. E lo fa non come una teoria scientifica, ma come una risposta assoluta, irrevocabile e generale al senso della vita, dell’umano e del divino.

Ne sanno qualcosa Piattelli Palmarini e Jerry Fodor che hanno osato dubitare in un loro testo dell’infallibilità di Darwin. Ne sa qualcosa Roberto de Mattei, del quale è stato chiesto lo scalpo e la rimozione dagli incarichi scientifici ai vertici del Cnr perché sostiene argomenti critici verso il dogma darwiniano. Ma ne sanno qualcosa perfino i religiosi, dal Papa in giù, che nel nome della scimmia dovrebbero chiudere bottega e dichiarare la chiesa superata dal laboratorio.

Non dirò una parola sull’evoluzionismo, non ho la minima autorità e competenza né per gloriarlo né per confutarlo, e nemmeno per spiegarlo. E dunque mi asterrò rigorosamente dal violento diverbio tra gli scienziati che sta riducendo la cultura a una disputa tra macachi, bertucce e babbuini.

Parlo soltanto dell’implicazione assurda che la teoria evoluzionista comporta quando viene applicata oltre i confini della scienza, alla condizione umana, alla storia, al pensiero e al senso del divino. Nessuna scienza spiegherà mai perché un tipo di scimmia si è fatta uomo e altre specie no. E nessuna scienza potrà mai escludere che il seme della differenza, lo specifico di quella specie che poi è evoluta in umana, sia un misterioso Dna, un inalienabile destino, insomma un germe o un codice di cui nessuna teoria scientifica spiegherà mai la genesi, la comparsa e la radicale differenza.

Nessuna scienza potrà mai applicare l’evoluzionismo alla vita intera, alla storia, al destino umano e all’anima, facendola debordare dall’osservazione delle specie animali. Perché la realtà, prima ancora di ogni altra teoria, insegna che l’evoluzione è solo uno dei moduli in cui si sviluppa la vita; ce ne sono altri opposti come il declino, la decadenza, il graduale invecchiamento o la degenerazione.

O semplicemente l’alternarsi di stagioni e stati della vita, tra crescita e decrescita, tra potenziamento e indebolimento, tra piccole rinascite e piccole morti, tra giorni e notti, primavere e inverni. Ci sono i ritorni o i corsi e i ricorsi, della storia e della natura; e ci sono le parabole, c’è l’asse delle ascisse che cresce e quello delle ordinate che decresce, c’è l’acme di una vita, di un’epoca, di un popolo, situata a cavallo tra un’evoluzione e un degrado.

La maturità, per esempio, è il punto più alto nella traiettoria umana, situato nel centro fra una crescita graduale detta progresso e un invecchiamento altrettanto graduale detto regresso. La storia delle civiltà segue lo stesso percorso evolutivo e involutivo e si sottrae al determinismo progressista. Conosce espansioni e decadenze, sviluppi e degradi, incivilimenti e imbarbarimenti.

E sul piano dei saperi e delle arti, ci sono campi, come la scienza e la tecnica, in cui la crescita sembra progressiva, e altre che hanno punti di eccellenza situati e seminati in epoche diverse che a volte sembrano inarrivabili ai posteri: chi ha più eguagliato il pensiero di Platone e di Aristotele, la scultura di Fidia e di Michelangelo, la concentrazione di un Sufi o di un Bodhi, l’abilità danzante di un derviscio o la potenza erotica di un maestro tantrico, la forza fisica di erculei antichi e perfino l’abilità manuale di alcuni inarrivabili artigiani? E quante scoperte, quante tecniche hanno accresciuto una sfera di poteri, atrofizzando o mortificando altre? Si pensi al rapporto tra scrittura e memoria, di cui scriveva già Platone.

Ma anche nell’ambito dell’evoluzione e del progresso, quando si dice che noi vediamo più dei nostri avi perché siamo nani sulle spalle di giganti, il taciuto è che se scendiamo dalle spalle dei giganti antichi siamo nani e non vediamo nulla; ovvero fuori dalla tradizione c’è il nulla. L’evoluzione spiegata alla luce della tradizione assume altri significati e altre implicazioni.

L’evoluzione non è una teoria generale e assoluta di vita. Non spiega il nostro destino, non spiega l’assenza di Dio o dell’anima, come la sua demolizione non ne spiega la presenza; non si sostituisce il disegno intelligente con lo schema evolutivo. Si può applicare ad alcuni, anche vasti contesti. Lo scienziato che scaccia sdegnato il filosofo, il teologo, il credente dai suoi ambiti e poi si avventura a trasformare una teoria scientifica in un giudizio universale, vive lo stesso delirio, compie lo stesso sconfinamento filosofico, teologico e fideistico che condanna.

Non si tratta dunque di essere pregiudizialmente avversi all’evoluzionismo, confesso candidamente la mia radicale ignoranza in materia; ma quando vedo una teoria tracimare dal suo ambito, debordare, farsi dogma e schema totale di vita, fino a generare conformismo e perfino intimidazione verso chi sostiene percorsi opposti, allora insorgo. Temo per la libertà e per il libero pensiero, per la libera teologia e la libera fede, ma temo anche per la ricerca scientifica e per la capacità di rimettere in discussione i saperi acquisiti per proseguire nella ricerca.

Le teorie vanno continuamente falsificate, come dice Popper, nel senso di verificate; o revisionate, come dicono gli storici, nel senso di riaprire le pagine chiuse e proibite. La miscela di relativismo e di intolleranza, di nichilismo e di fanatismo, mi spaventa più dei vecchi dogmatismi autoritari. Abbiate passione di verità fondata sul senso della realtà. Lo dico a voi che vivete la scienza come fede e a voi che vivete la fede come scienza.



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La pace di Gandhi non era quella dei sensi Biografia a luci rosse

di Cristiano Gatti

L’asceta indiano emblema della non violenza predicava la castità, ma non sarebbe mai riuscito a praticarla davvero.

Lo rivela una nuova biografia. Lo stesso Mahatma ammise le sue cadute: ma di sicuro c'è solo che i dettagli hard fanno vendere più libri

 


Se ne sentiva la mancanza: direttamente dall’Inghilterra, pure Gandhi a luci rosse. Una nuovissima biografia, firmata dal signor Jad Adams, s’incarica di demolire il Mahatma, la Grande Anima, attraverso le supposte perversioni della sua sfera sessuale. Il titolo originale del libro è «Naked Ambition», ma sostanzialmente vuole sbancare le vendite presentandosi come la succulenta «Storia del Mito sporcaccione». 

L’operazione è di una facilità elementare: davvero Gandhi, l’ascetico idealista che detestava le caste e predicava la castità, dormì per tanti anni nudo assieme a donne nude. È la risaputa e tranquilla realtà storica, che chiunque abbia appena approfondito la vita e le opere dell’immenso indiano non può non conoscere già. Persino un libro di vent’anni fa, «Gandhi e i suoi apostoli», uscito direttamente dalla schiera dei seguaci più fedeli, racconta molto serenamente queste strane pratiche notturne.

Eppure il signor Adams, biografo un po’ guardone, finge di rivelare clamorosamente al mondo contemporaneo le scabrose deviazioni del personaggio considerato santo e immacolato. Incredibile: per anni e anni, Gandhi si portò a letto la bellissima Sushila Nayar. E quando la poveraccia cominciò leggermente a sfiorire, ormai giunta ai 33 anni, il 77enne maestro la sfrattò dal proprio giaciglio per sostituirla con Manu, una diciottenne in fiore. Sempre in un rigoroso regime di nudità totale. 

Di più. L’incontenibile Mahatma era bravissimo nell’imporre ai seguaci le rigide regole del sesso esclusivamente procreativo, tra marito e moglie non più di tre-quattro volte in un’intera vita, ma poi non esitava a chiamare sotto le lenzuola proprio le mogli altrui. Come no, sempre nude. Lui pure, perennemente nudo. 

Ricordando molto gli scoop estivi di Novella Duemila, le pagine del signor Adams tratteggiano Gandhi come un mezzo porco - perché mezzo: intero -, come il classico duro e puro che predica bene e razzola male, come un qualunque presidente di Regione italiano pescato nottetempo a frugare nei postriboli del peccato nascosto. 

Raccontato così, come piace al signor Adams, ce n’è abbastanza per portare alla rottamazione uno dei più grandi miti del Novecento. Si prende e si isola un pezzo del ritratto, si esalta e si amplifica il dettaglio, il best-seller è scodellato: anche Gandhi sbriciolato dal sesso. Se non era un maniaco, era almeno un represso da psicanalisi dura. 

Per fortuna, qui non ci sono intercettazioni da interpretare: c’è solo una storia da capire. Caro il mio signor Jad Adams, anche se appare evidente la sua stoffa di sfasciacarrozze degli uomini migliori, non permetteremo che l’operazione rovini anche Gandhi, persino Gandhi. Si metta tranquillo: proprio seguendo le vicende dei nostri eroi, tanti di noi hanno imparato subito che nessuno è perfetto. 

Come si legge in Madame Bovary, non bisogna mai maneggiare troppo il mito dorato, perché alla fine un po’ d’oro resta sulle mani. Questo per dire che idealizzare un grande della storia non significa considerarlo santo, immacolato, intoccabile: la grandezza dei miti sta anche nelle loro debolezze. Persino Gandhi ne aveva, certo che ne aveva. Quanti errori, quante cadute. Era il primo a riconoscerle. Scrisse parole bellissime e lievi sulle difficoltà degli uomini nell’applicare le proprie idee. 

E se proprio vogliamo fermarci al sesso, visto che sembra l’argomento più importante, fermiamoci al sesso. Noi tutti sappiamo che Gandhi si sposò a 12 anni con una coetanea, obbedendo alla pratica dei matrimoni combinati tra adolescenti, che poi tanto osteggiò nel corso di una vita intera. Con la sua Kasturba però convisse tantissimi anni, trovando il modo e il gusto di farci anche quattro figli maschi. Lei lo lasciò soltanto nel 1942, morendo di polmonite dopo 18 mesi di prigionia, sei anni prima che toccasse a lui per mano di un folle indù.

Un bel matrimonio, fondato soprattutto sugli ideali e sulle battaglie comuni, nei modi e nei tempi di una cultura molto diversa. Un matrimonio che però non impedì a Gandhi e alla sua signora, nel 1906, di sposare insieme la «brahmacharya», che noi chiamiamo voto di castità. Avevano 37 anni, ancora una vita davanti. Ma il Mahatma aveva maturato una delle tante sue bizzarre convinzioni: il sesso, spiegò, sottrae agli uomini tante energie preziose, fisiche e mentali, che invece devono tutte confluire nelle cause più nobili. 

Lui per primo ammise che la castità non è una cosa facile. Tra gli appetiti umani - vanità, ricchezza, potere - non riteneva il sesso secondo a nessuno. Restare impassibili di fronte al richiamo primordiale del sesso: un improbo punto d’arrivo. Chi ce la fa è pronto per tutte le altre resistenze: al denaro, al cinismo, alla violenza, all’ingiustizia. Resistere al sesso come pulire le peggiori latrine, come praticare interminabili digiuni, come porgere l’altra guancia. «Chi non controlla i propri sensi è un vascello senza timone, destinato a infrangersi contro il primo scoglio». 

Così, ecco le giovani donne nude nel suo letto: un test, nient’altro che un feroce e interminabile test. Tutte le notti, per quarant’anni, accanto a una bella ragazza senza niente addosso. Nessuno può giurare che Gandhi abbia resistito sempre, perché Gandhi non era perfetto. Si racconta persino di un ricovero a Bombay, per sfinimento da astinenza. I tormenti d’ogni genere che si infliggeva erano terribili, ma ci provava cocciutamente, tutti i giorni, per tutta la vita, cadendo, ricadendo e rialzandosi ogni volta più convinto di prima. 

Un pazzo? Sì, un impareggiabile e fantastico pazzo, che abbiamo imparato ad amare da ragazzi, sui libri di carta sgualcita e nei filmati in bianco e nero. Uno di quei pazzi, come Gesù, come Socrate, come Erasmo, come Voltaire, come Tolstoj, che nessun best-seller a luci rosse, caro il mio signor Adams, riuscirà mai nemmeno a scalfire.






Sepoltura per i feti della pillola abortiva»

Corriere della Sera


La Lombardia: legge anche per la Ru486. Sacconi: le Regioni rispettino le norme o interverremo




MILANO — La legge lombarda che prevede la sepoltura dei feti prima delle venti settimane si applicherà anche agli aborti farmacologici che avvengono con la pillola Ru486. «Tutti i prodotti del concepimento vengono avviati a sepoltura o cremazione. La procedura è dunque da intendersi applicabile anche con l’interruzione non chirurgica», ha spiegato ieri l’assessore alla Sanità della Regione, Luciano Bresciani.

Anche per la pillola abortiva saranno dunque valide le regole in vigore dal 2007: se la legge nazionale prevede la sepoltura del feto tra le 20 e le 28 settimane, in Lombardia i genitori possono richiedere la sepoltura anche se l’aborto avviene prima di quel termine (in caso non ci sia la richiesta della donna o della famiglia, è l’ospedale a provvedere comunque). Alla base della presa di posizione dell’assessore lombardo, sembra esserci però un intento politico più che una considerazione medica: la Ru486 riguarda aborti entro le sette settimane, quindi si tratta ancora di embrioni e non di feti. In questi caso, parlare di sepoltura significa enunciare un principio ideale, ma molto arduo da applicare alla realtà.

La Lombardia si è mossa nel pieno rispetto dei tempi per l’utilizzo della Ru486 (già a metà dicembre una delibera ha previsto l’aumento di posti letto negli ospedali), ma ieri è arrivato l’attacco della Societá lombarda di ostetricia e ginecologia (Slog). Il presidente Luigi Frigerio, vicino a Comunione e liberazione, ha scritto in una lettera alla Regione: «Non esiste il diritto all’aborto farmacologico e la somministrazione della Ru486 prevede cautele e controindicazioni specifiche». Secondo Frigerio, dal momento che le regole richiedono tre giorni di ricovero, «si propone il tema dell’insufficienza dei letti». Un tema, quello della degenza, che è emerso a Bari, dove la prima donna ad aver utilizzato la pillola abortiva ha volontariamente lasciato l’ospedale dopo la somministrazione del farmaco. «Se le Regioni non dovessero rispettare la norma di legge— ha spiegato il ministro delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi— magari perché alcune amministrazioni incoraggiano le dismissioni volontarie, il governo interverrà».

Gianni Santucci
09 aprile 2010





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Anello mancante uomo-scimmia: ecco le immagini

La Stampa

Un bambino di due milioni di anni fa potrebbe aiutare a svelare il segreto dell'evoluzione umana.
Il suo scheletro fossilizzato, quasi completo, ritrovato nella grotta calcarea Malapa Sterkfontein in Sudafrica, in una zona chiamata la «culla dell'umanità», per opera del professor Lee Berger dell'Università di Witwatersrand a Johannesburg potrebbe realizzare il sogno di ogni antropologo: la scoperta dell'anello mancante tra l'uomo e le scimmie.

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Concorsi nel Lazio, vincono i furboni

Il Tempo


Undici bandi della Pisana. Selezionati i vincitori ma restano dubbi. Su 116 posti 37 sono stati conquistati da impiegati con incarichi in tutte (o quasi) le segreterie dei partiti.


Alla Regione Lazio spuntano i concorsi dei furboni, vinti dai collaboratori dei partiti. Capi segreteria, portaborse, consulenti: si sono aggiudicati una parte rilevante dei posti a tempo indeterminato. Nella primavera 2009 la Pisana ha bandito dieci concorsi per 116 posti. Tra una settimana i vincitori prenderanno servizio. Uno su tre si sentirà come a casa perché lavora in quegli uffici già da tempo. Dei 116, infatti, 37 hanno un contratto di collaborazione con i gruppi politici o con l’ufficio di presidenza. Tutti gli altri, esclusi (le domande sono state quasi 94 mila), dovranno farsene una ragione.

Tutto è cominciato nell'aprile 2009 quando la Regione Lazio ha pubblicato i bandi per undici concorsi.
Uno, destinato ai dirigenti, è stato bloccato dopo la prova scritta, a causa di un ricorso al Tar. I posti erano 106 (in seguito nelle categorie B e C sono state inserite altre cinque posizioni ciascuna con la norma che prevede lo scorrimento della graduatoria per esigenze del Consiglio regionale).

Dunque sono diventati 116: 25 posti per collaboratore B3 area amministrativa, 25 per assistente C1 area amministrativa, 5 per assistente C1 area tecnica, 15 per assistente C1 area economico-finanziaria, 5 posti per assistente C1 area informatica, altri 5 per assistente C1 area documentale, 21 per esperto D1 area amministrativa, 4 per esperto D1 area tecnica, 9 per esperto D1 area economico-finanziaria e, infine, 2 posti per esperto D1 area documentale.

Tra settembre e dicembre dello scorso anno ci sono state le prove. I dipendenti hanno avuto un credito di mezzo punto per ogni sei mesi passati alla Regione, fino a un massimo di tre. Infine per partecipare ogni candidato ha pagato una quota pari a 10,33 euro: dunque quasi un milione di euro è finito nelle casse della Pisana. Gli assunti, che tra pochi giorni conquisteranno una scrivania e soprattutto un lavoro a tempo indeterminato, sono appunto 116. Di questi, una buona parte è fatta di collaboratori negli uffici di partiti, Commissioni o singoli consiglieri. Senza distinzioni ideologiche.

Centrosinistra e centrodestra, fa lo stesso: l'intesa è stata piena e silenziosa. Sicuramente un caso. Figuriamoci se i membri del parlamento del Lazio si sognerebbero mai di dare una «spinta» ai loro segretari, portaborse, consulenti vari.

Certo basta incrociare con pazienza gli elenchi del personale regionale che ha contratti «politici» con i vincitori dei concorsi per scoprire che le coincidenze abbondano. Eccole nello specifico. Primo concorso (collaboratore area amministrativa): 7 vincitori su 25 risultano già impiegati in gruppi politici o all'ufficio di presidenza. Secondo concorso (assistente area amministrativa): 6 vincitori su 25 collaborano con politici e partiti.

Terzo concorso (assistente area tecnica): 1 posto su 5 conquistato da un addetto alla segreteria di un consigliere. Quarto concorso (assistente area economico-finanziaria): 9 posti su 15 vinti da collaboratori di partiti e politici. Quinto concorso (assistente area informatica): 1 posto su 5, sesto (assistente area documentale): 2 su 5, uno legato a un gruppo politico, l'altro a un consigliere regionale. Settimo concorso (esperto area amministrativa): 7 posti su 21 «stranamente» vinti da candidati che lavorano con politici.

Ottavo (esperto area tecnica): tra i 4 vincitori 1 è collaboratore di un noto ex consigliere (uscito dalla Pisana dopo lo svolgimento delle prove), nono concorso (esperto area economico-finanziaria): 2 posti su 9 a persone legate a un partito. Infine, il decimo concorso (esperto area documentale): 1 posto, su 2, l'ha vinto un collaboratore di un movimento politico opposto a quello del bando precedente. Fanno 37 su 116. Le coincidenze sarebbero molte di più se si controllassero anche le omonimie e i gradi di parentela di alcuni vincitori di concorso con i consiglieri regionali. Se ne è parlato nei corridoi della Pisana ma nessuno, evidentemente, si è scandalizzato al punto di evitare che sui concorsi si addensassero sospetti e indignazione. Andando a scartabellare nel passato, tanti «casi» raccontano la stessa storia.

Alberto Di Majo
09/04/2010




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Ex sindacalista adotta un’intera famiglia albanese

Il Secolo xix


Ha adottato un’intera famiglia albanese di tre persone che ora portano il suo cognome.
Primo caso alla Spezia e forse in Italia, come hanno ipotizzato gli stessi magistrati, che hanno emesso la sentenza civile, non senza qualche difficoltà proprio per la mancanza di precedenti.




Autore dell’adozione è Davide De Martino, pensionato, scapolo, 76 enne, già informatore medico scientifico e successivamente, per circa venti anni a Sarzana impegnato nel patronato e nel sindacato della Cgil sino a diventare segretario di quella Camera del Lavoro. Una scelta al sua che fa emergere una bella storia familiare e divulga una iniziativa che potrebbe essere seguita da altri.

In effetti si parla tanto di adozioni di minori ma la legge italiana consente anche la possibilità di adottare, come propri figli, persone maggiorenni anche se hanno genitori naturali, purché sussistano alcuni requisiti che sono: l’aver compiuto da parte dell’adottante i 35 anni di età, superare di oltre 18 anni l’età dell’adottando, non avere figli legittimi, legittimati o naturali, ottenere il consenso dei genitori naturali dell’adottando.

In questo modo Gazmir Gjoci, 45 enne nativo di Durazzo, da una decina d’anni alla Spezia, sua moglie Aferdita e la loro piccola Chiara di sette anni nata alla Spezia, sono diventati la famiglia De Martino. Il tribunale della Spezia che dato fatto luogo all’adozione emettendo la sentenza nel processo promosso da Davide De Martino, patrocinato dall’avvocato Rosaria Maffeo, era composto dal presidente e relatore Alberto Cardino e dai giudici Nella Mori e Fabrizio Pelosi.




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Messina, derubava un suo cliente pensionato, arrestato direttore delle poste

Quotidianonet


Il direttore di un ufficio postale è accusato di indebiti prelievi di somme di denaro dal conto corrente postale di un anziano pensionato di Giampilieri Marina.
Le Poste hanno collaborato con i carabinieri aiutandoli negli accertamenti che hanno permesso di raccogliere le prove sul comportamento illecito del responsabile


Messina, 9 aprile 2010


Arrestato dai carabinieri della Compagnia "Sud" di Messina il direttore di un ufficio postale, accusato di indebiti prelievi di somme di denaro (un centinaio di euro alla volta) dal conto corrente postale di un anziano pensionato di Giampilieri Marina. Il preposto, accampando la scusa del momentaneo guasto del bancomat, tratteneva i soldi versati quando l’anziano si recava per pagare le utenze domestiche. Le indagini erano partite lo scorso gennaio su denuncia della stessa vittima che si sarebbe visto alleggerire di circa 600 euro.

Le Poste hanno collaborato con i militari aiutandoli negli accertamenti che hanno permesso di raccogliere le prove sul comportamento illecito del responsabile dell’ufficio postale nel momento della digitazione del pin da parte della vittima. I particolari dell’attività investigativa che ha portato all’emissione del provvedimento cautelare verranno resi noti nel corso di una conferenza stampa alle 11 al Comando provinciale Carabinieri.Indagini sono in corso per verificare se altri pensionati siano stati truffati.




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Al Qaeda: "Colpiremo gli Azzurri in Sudafrica"

Quotidianonet


La rete televisiva Cbs ha rilanciato un annuncio postato su internet in cui la rete di Osama bin Laden avverte di avere nel mirino le nazionali di Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania e Italia. "Si sentirà in uno stadio pieno di spettatori il rumore di un’esplosione e ci saranno decine o centinaia di cadaveri"




Washington, 9 aprile 2010


Al Qaeda minaccia di colpire la nazionale italiana durante i mondiali di calcio in Sudafrica. La rete televisiva Cbs ha rilanciato un annuncio postato su internet in cui la rete di Osama bin Laden annuncia di avere nel mirino le nazionali di Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania e Italia.

"Che sorpresa sarà quando in un incontro tra Stati Uniti e Inghilterra trasmesso in diretta si sentirà in uno stadio pieno di spettatori il rumore di un’esplosione e ci saranno decine o centinaia di cadaveri" si legge nella nota. La partita tra le nazionali statunitense e inglese, esordio del Gruppo C, sarà giocata nello stadio di Rustenburg il 12 giugno.

agi




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Terremoto sulle carte di credito: «Stop per American Express»

di Paolo Stefanato


American Express, uno dei marchi più noti nel mondo, dal 12 aprile non potrà emettere carte di credito nel nostro Paese. Lo ha disposto la Banca d’Italia dopo un’indagine negli uffici romani della multinazionale statunitense, durata cinque mesi, dal settembre 2009 al gennaio 2010. Il provvedimento è stato notificato ai vertici della filiale italiana il 2 aprile: dieci giorni di tempo per comunicare alla potenziale clientela, con apposito avviso sul sito internet, lo stop a nuove emissioni. Le accuse riguardano carenze riscontrate nell’organizzazione della società che hanno fatto emergere irregolarità sotto i profili dell’antiriciclaggio, dell’usura e della trasparenza. Solo 24 ore prima era stata diffusa la notizia - riportata dai giornali di ieri - di un analogo divieto disposto dalla Banca d’Italia a carico di Diners club Italia, un altro marchio di carte di credito diffuso soprattutto tra la clientela business.

La vicenda è nata a Trani, nel settembre dello scorso anno, dalla denuncia di un titolare di carta revolving American Express (le carte revolving sono quelle che mettono a disposizione del cliente un plafond di denaro che questi può utilizzare liberamente, per poi rimborsarlo a rate predeterminate, maggiorate di un interesse). Questi, non in regola con i pagamenti, si era visto recapitare dalla società emittente delle richieste di rimborso caricate di maggiorazioni da lui ritenute eccessive; aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica ravvisando un comportamento usurario, e questa aveva aperto un’inchiesta sul fatto. La prassi vuole che, in casi che riguardino reati di natura economico finanziaria, la magistratura avvisi la Banca d’Italia, che a sua volta può avviare - se lo ritiene - indagini nella sua veste di Authority. Detto per inciso, proprio l’inchiesta della Procura di Trani per la sospetta usura di American Express ha portato, tramite intercettazioni telefoniche, all’apertura di un diverso filone relativo alle presunte pressioni della Presidenza del Consiglio sull’Authority per le telecomunicazioni e sui vertici Rai.

Ma che cos’hanno individuato gli ispettori della Banca d’Italia negli uffici romani della multinazionale americana? Per quanto riguarda l’usura, che è il punto di partenza della vicenda, avrebbero rilevato che i tassi applicati ai clienti in ritardo con il pagamento delle rate, sommati a penalità e spese, sarebbero stati superiori ai tassi d’usura, che vengono trimestralmente calcolati e diffusi dal ministero dell’Economia, e che variano secondo il tipo di prodotto finanziario o di operazione. Fino al 30 giugno 2010 il tasso di usura riferito alle carte revolving è del 26,055% per le operazioni fino a 5mila euro, e del 19,515% per importi superiori. Va osservato che le carte revolving (le uniche che prevedono il rimborso rateale, quindi, propriamente, le uniche con caratteristiche di «carta di credito») sono una netta minoranza tra quelle emesse da American Express: non più del 5% su un totale stimato in circa 2milioni di tessere (le altre sono carte «di debito», perché non essendo previsto il rimborso rateale, non si configura un «credito» ma solo un’anticipazione).

Sotto il profilo dell’antiriciclaggio, la legge del 2008 pone in capo ai soggetti finanziari una serie di obblighi per permettere il continuo monitoraggio di ogni operazione che possa celare un sospetto. Gli ispettori hanno riscontrato che le operazioni, in particolare, di trasferimento di contate effettuate dalle agenzie American Express su richiesta della propria clientela non erano sostenuta da sistemi informatici adeguati a rispettare le richieste della legge. Va osservato, per la cronaca, che proprio mercoledì l’Abi, l’associazione delle banche italiane, aveva chiesto alla Banca d’Italia ulteriori 12 mesi per mettere in regola il sistema, anch’esso evidentemente in ritardo. Sotto il profilo, infine, della trasparenza, American Express è stata accusata di proporre ai clienti, per la firma, una modulistica contrattuale poco chiara, poco comprensibile e stampata con modalità che non ne facilitano la lettura.



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Sud Africa, sfiorata la rissa in tv dopo le tensioni razziali

Corriere della Sera


Il portavoce del "Movimento di resistenza afrikaner" minaccia un giornalista e un'analista politica




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MILANO - Non si placano in Sudafrica le tensioni innescate dall'omicidio avvenuto il 3 aprile di Eugene Terre'Blanche, il leader dell'estrema destra strenuo sostenitore dell'apartheid. Andre Visagie, il portavoce dell'Awb, l'Afrikaner Weerstandsbeweging, il Movimento di resistenza afrikaner, che nei giorni scorsi ha promesso vendetta per l'omicidio, è andato su tutte le furie in un dibattito tv minacciando il giornalista e un'analista politica rea di averlo interrotto.

Vista la crescente tensione, nei giorni scorsi il presidente sudafricano Jacob Zuma ha invitato tutti a evitare violenze razziali. Non è stato così l'altro giorno in prima serata nel dibattito "Africa 360" in diretta tv sull'emittente e.tv. Andre Visagie era in studio con l'analista politico di colore Lebohang Pheko per discutere di relazioni razziali all'indomani dell'assassinio di Terre'Blanche. Palesemente infastidito dalle tante domande della donna che gli chiedeva se il politico non si preoccupasse dei milioni di lavoratori agricoli di colore oppressi dagli agricoltori bianchi in Sudafrica, quest'ultimo si è alzato d'improvviso dalla sedia; ha gettato per terra il microfono e si è scagliato verbalmente contro la donna urlandole: «Non puoi interrompermi»; «Con te non ho ancora finito». Il giornalista Chris Maroleng è intervenuto per sedare gli animi, prima di essere fermato dalle guardie del corpo del politico.

Elmar Burchia
09 aprile 2010




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Colombo e la coca: chiedo scusa al Paese

Corriere della Sera 


Ex PREMIER, trenta nomine a ministro, guidò per tre volte il Parlamento europeo
I 90 anni del senatore a vita: la pagina più bella della mia vita? Gli anni al Tesoro





I 90 anni del senatore a vita: la pagina più bella della mia vita? Gli anni al Tesoro



ROMA - «Ma cosa vuole quel sagrestanello... ». Francesco Saverio Nitti, ex presidente del Consiglio tra il 1919 e il 1920, esponente del Partito radicale storico, rientra dall’esilio parigino nel 1945. Torna a Potenza e nella primavera del 1946 affronta le urne per l’Assemblea costituente. Al Gran Laico parlano di Emilio Colombo, 26 anni, segretario generale della Gioventù italiana di azione cattolica, schierato dalla Dc: «Ma cosa vuole quel sagrestanello…».

Il sagrestanello di Potenza esige il suo spazio politico. E si prende 26.000 voti, ben più di quelli poi guadagnati dal vecchio Nitti. Domenica 11 aprile il «sagrestanello », senatore a vita dal 2003, compie 90 anni, li festeggerà a Roma con la famiglia. Martedì il Senato gli dedicherà una seduta. Seguirà una specie di tournée: Strasburgo, Aquisgrana.

Più in là una cerimonia nella sua Potenza: «Adesso la città è ferita per l’atroce storia di Elisa Claps, non potrei mai festeggiare in mezzo a tanto dolore. Si vedrà». Novant’anni di vita e 64 di carriera politica. Montanelli lo descrisse «dritto come un manico d’ombrello, una voce tersa come la brina». L’udito si è un po’ indebolito ma il fisico resta dritto, e la voce si fa sentire. Ricordi nitidi, mai appuntati nero su bianco per una tipica forma di superstizione da figlio del Sud.

E un peso da togliere dal cuore. Il 2003, il coinvolgimento in un’inchiesta sul traffico di cocaina a Roma, la sua ammissione di averne fatto uso personale «per ragioni terapeutiche » dovute, disse, allo stress da lavoro: «Nella vita, ogni persona tenta di inviare dei messaggi positivi. Tra quelli negativi, da parte mia, c’è questo episodio. Per il quale oggi, in piena onestà, mi sento di dover chiedere scusa al Paese. Sì, di chiedere scusa ».

La memoria si affolla di persone ed episodi, diversi e lontani tra loro: «Sembra una macedonia», ridacchia. Una presidenza del Consiglio, trenta nomine a ministro, tre presidenze del Parlamento Europeo. Va fierissimo, soprattutto, dei dieci anni trascorsi al Tesoro con sette diversi incarichi: «Sempre al fianco di Guido Carli. Si discuteva ma mai una vera lite. Fronteggiammo insieme la prima grande inflazione italiana dopo quella di De Gasperi, il Financial Times ci premiò con l’Oscar per la moneta più forte».

Appena un lampo ed ecco riaffiorare Giuseppe La Pira, sindaco democristiano di Firenze: «Veniva da me al Tesoro per chiedere fondi. Mi sussurrava: "Colombino, Colombino mio, lo sai che il Bilancio è una congettura…". In effetti è così, si prevedono entrate e spese su valori non acquisiti. Gli rispondevo: "Può essere una congettura ma dobbiamo scrivere cifre con una visione realistica. Non posso prometterti soldi falsi"». Anche il Bilancio di Tremonti è una congettura? «Diciamo, una congettura sui generis…».

Mescolando la macedonia ecco il colbacco di Gromyko, per trent’anni ministro degli Esteri dell’Unione sovietica. Fu un regalo di più di trent’anni fa e Colombo lo usa ancora quando fa veramente freddo: «Andai a Mosca per convincere i sovietici a partecipare al vertice di Madrid della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, cioè la conclusione del processo di Helsinki. Lui andò avanti per ore a colpi di "niet", niente da fare, non verremo. Solo alla partenza mi sussurrò all’orecchio: "Se mi promette di non dirlo, le confido che verremo".

Fu una grande vittoria». Altro ricordo vivissimo, politico e sentimentale: l’Europa. «La voce di Margaret Thatcher durante i vertici europei che grida "my money, my money!", preoccupata com’era delle sorti della Sterlina. Donna dura, ma gran politico ». Deng Xiaoping a Pechino si fa descrivere il progetto europeo, Colombo ci impiega un’ora: «Poi lui mi dice "ma se questo progetto è così bello, perché non lo avete ancora attuato? I sovietici stanno per impossessarsi di tutte le fonti di energia lungo i mari caldi, tra poco vi strangoleranno, e voi che farete con la vostra Unione?"».

Per fortuna, poi, non andò così. La pagina più bella di questa lunghissima vita? «Gli anni al Tesoro. La stessa presidenza del Consiglio, durissima per i moti di Reggio Calabria con Ciccio Franco, il "Boia chi molla". Poi Bruxelles, fui il primo presidente dell’assemblea europea a parlare al Parlamento spagnolo e a quello portoghese dopo la caduta dei regimi di Franco e Salazar». Pagine buie? «Mani pulite, la liquidazione di un’esperienza come quella della Democrazia cristiana in quel modo… la storia, quella vera, renderà merito a un partito capace di traghettare l’Italia oltre la catastrofe del dopoguerra e del fascismo, in un’Europa stretta tra il blocco comunista e le dittature di destra, con il più forte partito comunista occidentale, rimanendo sempre una democrazia piena, libera».

E l’Italia di oggi, il capitolo delle riforme? «Per me, ciò che non resta toccabile è il principio di Repubblica democratica parlamentare. Di qui il mio pregiudizio negativo su tutti i tentativi presidenzialisti». Un gesto della mano è più eloquente di tante parole: «La democrazia corre pericoli di alterazioni sostanziali, vedo tendenze plebiscitarie, autoritarie, una forte accentuazione del personalismo. Non si capisce che le future classi dirigenti si formano nei partiti. E che dunque i partiti, quelli veri, sono necessari». Il sagrestanello novantenne ha ancora molte cose da dire.

Paolo Conti
09 aprile 2010




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