Il Tempo
Tante promesse al G8 ma le 44 opere d'arte "adottate" sono ferme. Spagna ed Australia si erano dette pronte ad intervenire ma poi sono sparite nel nulla.
L'AQUILA - Una città nuda in vetrina. E nuda è rimasta, in attesa della solidarietà del mondo. Nove mesi fa, L'Aquila ha accolto i grandi della terra senza neanche panni sporchi per vestirsi, armata di una fiducia incrollabile. Quarantaquattro monumenti inseriti nella «lista di nozze»: dal simbolo universale della Basilica di Collemaggio, al piccolo scrigno della chiesa delle «Anime Sante», agli ori e stucchi di San Bernardino. 44 monumenti da adottare, sotto gli occhi delle delegazioni del G8: esposti nelle mostre, raccolti in pubblicazioni di livello, presentati al tempo del fulgore e in quello del dolore. Dalla caserma della Guardia di Finanza partirono auto di lusso e pullmini: tour delle macerie per i signori capi di Stato e gentili consorti, spostati in tutta fretta dalla Maddalena all'Aquila proprio con lo scopo di far aprire i cordoni della borsa. Era luglio, sole accecante e silenzio. Arriviamo a oggi e poi torniamo indietro: arriviamo a dire che solo il piccolo Kazakistan ha mantenuto, con la lestezza che consentono i tempi della burocrazia e cioè nello scorso mese di novembre, la sua promessa. Ha versato un milione e settecentomila euro per il complesso di San Biagio di Amiternum.
Anche i francesi, dopo qualche tentennamento, stanno per chiudere l'accordo per un sostegno al restauro della chiesa delle Anime Sante, nel cuore del centro storico aquilano. La cupola dell'edificio è uno dei simboli del terremoto, spaccata in due dalla scossa di un anno fa è firmata dall'architetto romano, di famiglia provenzale, Giuseppe Valadier. Tre milioni e duecentomila euro, la somma promessa, poco meno della metà della cifra necessaria per il restauro. Su Onna si va consolidando l'impegno della Germania, che curerà la sistemazione della chiesa di San Pietro Apostolo e, non potendo provvedere all'intero centro storico del paese, ha realizzato un centro di aggregazione inaugurato la scorsa notte. I tedeschi saldano così il conto aperto con la storia di quella frazione aquilana teatro di una strage nazista. Non ha seguito lo stesso criterio Josè Luis Rodriguez Zapatero, che dopo aver manifestato l'interesse del suo paese per il Forte spagnolo non ha dato più notizie di sé. Il Castello, come viene chiamato in Abruzzo, venne fatto alzare proprio dagli spagnoli «ad reprimendam audaciam aquilanorum», per far abbassare la testa a quel popolo orgoglioso, avvezzo a sfidare il potere. Anche l'Australia ha oscillato tra un monumento e l'altro per poi sparire nel nulla.
A conti fatti mancano all'appello delle promesse almeno 80 milioni di euro. Che la città, di suo, non ha mai chiesto: si è semplicemente affidata alla speranza che di fronte al bello e al terribile anche il potere più puro potesse trasformarsi in solidarietà. Perché c'è ancora chi, la solidarietà, la pratica davvero: come la Regione Veneto, che ha stanzito i fondi per la messa in sicurezza e il restauro della chiesa di San Marco, o come la Provincia Autonoma di Trento che ha adottato l'Oratorio di San Filippo Neri, uno dei pochi esempi di interno barocco nella città dell'Aquila, prima abbandonato a se stesso e poi trasformato in un teatro-gioiello. Già, la cultura, anche quella per L'Aquila è un patrimonio: il Giappone non si è fatto carico di monumenti ma, dopo qualche fraintendimento sull'effettiva consistenza dell'opera, ha preferito regalare all'Aquila, che è città della musica, un auditorium. La Camera dei Deputati, invece, ha raccolto fondi per il Palazzetto dei Nobili, un'elegante struttura situata proprio dietro il Municipio. Proprio il palazzo del Comune (Palazzo Margherita) sarà restaurato grazie ai cinque milioni raccolti da Federcasse e dalle Banche di Credito cooperativo.
La Carispaq, Cassa di risparmio della Provincia dell'Aquila, si è fatta carico del puntellamento di Palazzo Branconio, uno degli edifici storici più belli della città, di in cui in passato la stessa banca aveva curato la sistemazione, e dell'antica Porta Napoli. Quattordici alla fine, i monumenti della lista nozze che hanno trovato famiglia, più quattro fortunati outsider. Il resto? Il Monte dei Paschi di Siena aveva manifestato interesse per la Basilica di San Bernardino, ma alla manifestazione non hanno fatto seguito fatti. Tre miliardi e mezzo di euro, spicciolo più spicciolo meno, è la cifra essenziale per ricostruire i monumenti principali della città, ma una prima stma delle necessità per l'intero patrimonio storico fatta dal Comune suona una musica che supera i dieci miliardi di euro. E tempi che non è possibile, a questo punto, valutare. Per Luciano Marchetti, vice commissario ai Beni culturali i soldi «Non servono tutti subito, ma ci vuole la garanzia che vengano messi a disposizione per poter pagare le imprese in un arco temporale ragionevole. C'è il gioco del lotto che può costituire una valida fonte di finanziamento, per esempio, oppure i fondi di Arcus (la spa del Mibac partecipata dal ministero per le Infrastrutture).
Potremmo spalmare questa cifra in dieci anni: non posso credere che lo Stato italiano non sia in grado di stanziare 350 milioni l'anno per i beni culturali a L'Aquila». Proposte, progetti, che stridono con un presente in cui i fondi disponibili, venti milioni di protezione civile e due milioni e settecentomila euro depositato sul conto del Ministero dei Beni Culturali che ha attivato una propria raccolta di contributi: tutto è di fatto già speso, e non è neppure lontanamente sufficiente, solo per la messa in sicurezza degli edifici più importanti e più danneggiati. Perché sono priprio i monumenti di maggior valore a non aver trovato casa: tra i tanti c'è anche la Basilica di Collemaggio, c'è la bella chiesa di San Pietro e c'è il complesso monumentale di San Domenico. È una città ancora nuda, dopo nove mesi, quella che vuole sperare. Quella che cerca con orgoglio di non sentirsi sola. Persa tra tubi e sostegni, sembra più malata di quei giorni terribili in cui tutti la davano per morta. Imbottita di amore per le arti, ha sperato che anche per lei, come al cinema, arrivassero gli americani. E c'era il presidente Obama, in quei giorni d'estate e di potenti, ad attraversare le rovine. C'era, in piazza Duomo, in una pausa del G8, con le maniche della camicia arrotolate, ed i gesti morbidi e misurati. Comprensione e gentilezza negli occhi. È andato via con una stretta di mano: «Dio benedica L'Aquila». E la città, in quel momento, ha capito che il suo Dio avrebbe dovuto pregarselo da sola.
Patrizia Pennella
06/04/2010
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